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LA BATTAGLIA DEL CRISTIANO È SPIRITUALE – (Ef 6, 11-20) – SANT’ISACCO DI NINIVE

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LA BATTAGLIA DEL CRISTIANO È SPIRITUALE -  (Ef 6, 11-20) – SANT’ISACCO DI NINIVE

“La nostra battaglia infatti non è contro creature fatte di sangue e di carne, ma contro i Principati e le Potestà, contro i dominatori di questo mondo di tenebra, contro gli spiriti del male che abitano nelle regioni celesti”

“Rivestitevi dell’armatura di Dio, per poter resistere alle insidie del diavolo. La nostra battaglia infatti non è contro creature fatte di sangue e di carne, ma contro i Principati e le Potestà, contro i dominatori di questo mondo di tenebra, contro gli spiriti del male che abitano nelle regioni celesti. Prendete perciò l’armatura di Dio, perché possiate resistere nel giorno malvagio e restare in piedi dopo aver superato tutte le prove. State dunque ben fermi, cinti i fianchi con la verità, rivestiti con la corazza della giustizia, e avendo come calzatura ai piedi lo zelo per propagare il vangelo della pace. Tenete sempre in mano lo scudo della fede, con il quale potrete spegnere tutti i dardi infuocati del maligno; prendete anche l’elmo della salvezza e la spada dello Spirito, cioè la parola di Dio. Pregate inoltre incessantemente con ogni sorta di preghiere e di suppliche nello Spirito, vigilando a questo scopo con ogni perseveranza e pregando per tutti i santi, e anche per me, perché quando apro la bocca mi sia data una parola franca, per far conoscere il mistero del vangelo, del quale sono ambasciatore in catene, e io possa annunziarlo con franchezza come è mio dovere.” Lettera agli Efesini (6, 11-20)

LA LOTTA SPIRITUALE – SANT’ISACCO DI NINIVE 1. Continuità della lotta Finché uno non odia di cuore e in verità la causa del peccato, non è liberato dalla dolcezza che esso produce nel cuore; tale dolcezza è la potenza della lotta che si leva contro l’uomo fino al sangue. Quanto più un uomo entra nella lotta per Dio, tanto più si avvicinerà alla parresia del cuore nella sua preghiera. La lotta non termina in un attimo, né la grazia viene tutta intera in una volta e abita nell’anima. Ma un pò e un pò; ci sarà l’una e l’altra: c’è un tempo per la tentazione e un tempo per la consolazione. Una parte della lotta perdura fino alla morte: non sperare di qui la liberazione piena da essa. Questo mondo è la palestra della lotta e lo stadio della corsa; e questo tempo è il tempo del combatti­mento. E il luogo del combattimento e il tempo della lotta non sono soggetti a una legge. Ciò significa che il re non ha posto un limite ai suoi lavoratori, finché non sia finita la lotta e non siano tutti radunati nel luogo del Re dei re. Lì sarà esaminato colui che ha persevera­to nella battaglia e non ha ricevuto sconfitta, e colui che non ha voltato le spalle. Infatti, quante volte è ac­caduto che un uomo buono a nulla, che a causa della sua mancanza di esercizio era costantemente battuto e gettato a terra, e che era sempre in uno stato di fragi­lità, abbia afferrato lo stendardo dell’accampamento dei figli dei valorosi, e il suo nome sia diventato famo­so più di quello di coloro che erano stati diligenti, di coloro che si erano distinti, degli abili e degli istruiti, e abbia ricevuto la corona e doni più preziosi di quelli dei suoi compagni. Perciò, nessuno abbandoni la speranza. Solo: non disdegni la preghiera e il chiedere aiuto a nostro Signore. Teniamo bene nell’intelligenza questo: per tutto il tempo in cui siamo in questo mondo e abitiamo in questo corpo, se anche fossimo innalzati fino alla volta dei cieli, non ci è possibile restare senza fatica e avver­sità, e senza preoccupazione.

2. Ricominciare Altro sono gli inciampi e le cadute posti sulla via della virtù e sulla corsa della giustizia, secondo la paro­la dei padri: “Sulla via della virtù ci sono cadute, mu­tamenti, violenza, eccetera”. Altro è invece la morte dell’anima, la completa distruzione e la desolazione totale. Ecco come si fa a conoscere che si è nel primo ca­so: se uno, anche cadendo, non dimentica l’amore del Padre suo; e, pur essendo carico di colpe di ogni gene­re, la sua sollecitudine per la sua opera bella non è in­terrotta; se non smette la sua corsa; se non è negligente nell’affrontare di nuovo la battaglia contro le stesse co­se dalle quali è stato sconfitto; se non si stanca di rico­minciare, ogni giorno, a costruite le fondamenta della rovina del suo edificio, avendo sulla sua bocca la paro­la del Profeta: Fino all’ora del mio passaggio da que­sto mondo, non rallegrarti di me, o mio nemico! Perché sono caduto, ma di nuovo mi rialzo; sono seduto nella tenebra, ma il Signore mi illumina “. Così non cesserà di combattere fino alla morte; non si darà per vinto finché ci sarà respiro nelle sue na­rici; e anche se la sua nave naufragasse ogni giorno e i risultati ottenuti dal suo commercio finissero nell’a­bisso, non cesserà di prendere a prestito e caricare altre navi e navigare con speranza. Finché il Signore, vedendo la sua sollecitudine, avrà pietà della sua ro­vina, rivolgerà a lui le sue misericordie e gli darà in­citamenti potenti per sopportare e affrontare i dardi infuocati del male. Questa è la sapienza che viene da Dio, e chi è mala­to di questo è sapiente.

3. Convertire le fatiche Nella notte in cui sudò, il Signore nostro ha trasformato il sudore della fatica su di una terra che fa crescere spine e cardi  in sudore che si mescola alla preghiera. Il vento feconda i frutti della terra e lo Spirito di Dio i frutti dell’anima. L’ostrica nella quale la perla è plasmata riceve dall’aria il suo riempimento, come dice il nome; fino a quel momento è invece carne spoglia. Così avviene per il cuore del monaco: finché non ri­ceve il suo riempimento celeste, per mezzo del discer­nimento, la sua pratica è ancora spoglia; e in lui, nella sua ostrica, non c’è consolazione. I frutti degli alberi sono aspri e sgradevoli al gusto e non sono buoni da mangiare, finché non penetra in essi la dolcezza che viene dal sole. Così le vecchie fa­tiche della conversione sono amare e molto sgradevoli, e non danno consolazione al solitario, finché non pe­netra in esse la dolcezza della contemplazione che ri­muove il cuore dalle realtà terrene e il solitario non dimentica se stesso. Le pratiche del corpo senza le bellezze del pensie­ro sono un grembo sterile e mammelle asciutte; non avvicinano alla conoscenza di Dio. Alcuni hanno il corpo affaticato, ma non si curano di sradicare le pas­sioni dal loro pensiero: neppure essi raccoglieranno; non raccoglieranno proprio nulla! Come un uomo che semina tra le spine e non può raccogliere, così è colui che rovina la propria intelli­genza con la preoccupazione, l’ira e il desiderio di am­massare ricchezze e intanto geme sul suo letto per le molte veglie e astinenze. Per ogni opera c’è una misura e per ogni pratica è noto un tempo. Chiunque cominci prima del tempo qualcosa che è superiore alla sua misura ne ha doppio danno e nessuna utilità. Nulla è simile alle fatiche misurate, quando sono ac­compagnate dalla fedeltà. La loro mancanza provoca un eccesso di desiderio, mentre il loro eccesso dà luogo alla confusione.

4. Discernere l’ambiguo C’è una fiducia in Dio che è accompagnata dalla fede del cuore e che è bella e deriva dal discernimen­to della conoscenza; e ce n’è un’altra che è insipi­da e deriva dalla stoltezza: questa seconda fiducia è fallace. Il coraggio del cuore e il fatto che uno disprezzi tutti i pericoli, procedono da una di queste due cause: o dal­la durezza del cuore, o da una grande fede in Dio. All’una è congiunto l’orgoglio, all’altra invece l’umiltà di cuore. Il silenzio continuo e la custodia della quiete perse­verano nell’uomo per una di queste tre cause: o in vi­sta della gloria degli uomini, o a motivo dell’ardore in­fuocato per la virtù, o perché si ha nell’intimo una qualche consuetudine con Dio che attira a sé il pen­siero. Chi non possiede queste ultime due cause, quasi necessariamente si ammala della prima. Una condotta che non ha occhi è vana; perché, a causa della sua distrazione, conduce facilmente al di­sgusto. Prega il Signore nostro perché procuri occhi alla tua condotta; di qui comincia a sgorgare per te la gioia. Allora le tribolazioni saranno per te dolci come un favo. Di qui troverai che la tua reclusione è una stanza nuziale. La vigilanza del discernimento è migliore di qualsia­si atteggiamento che si possa assumere davanti alle va­rie situazioni degli uomini. È meglio l’aiuto che viene dalla vigilanza, dell’aiuto che viene dalle opere. La vigilanza aiuta l’uomo più delle opere. L’ozio danneggia solo i giovani, la rilassatezza, invece, anche i perfetti e gli anziani.

II. GLI STRUMENTI DELLA LOTTA  1. Il rinnegamento DISCEPOLO: Cosa faremo al corpo che, quando è attorniato dalle disgrazie, a causa di esse viene meno alla volontà di desiderare i beni e la saldezza di un tempo? MAESTRO: Questo avviene per lo più a coloro che in parte sono usciti dietro a Dio, ma in parte sono rimasti nel mondo. Cioè il loro cuore non è ancora capace di staccarsi da qui, ma sono divisi in se stessi, poiché una volta guardano dietro di sé e una volta guardano davanti. Ritengo che il sapiente ammonisca costoro, che si accostano alla via di Dio in una tale divisione, quando dice: “Non accostarti ad essa con due cuo­ri; ma avvicinati ad essa come chi semina e come chi miete”. E ancora nostro Signore, a coloro che vogliono rendere perfetto questo esodo, vedendo che tra di loro vi sono alcuni uomini come questi la cui volontà è pronta ma i cui pensieri sono ancora attratti indietro dalla paura delle tribolazioni, causata dall’amore del corpo che non hanno ancora deposto da se stessi, per togliere da loro la fiacchezza del pensiero, dice: “Chi vuol venire dietro a me, prima rinneghi se stesso”.

Qual è il rinnegamento qui ricordato? E’ il rinnegamento che avviene nel corpo, a immagine di colui che, preparandosi a salire sulla croce, prende nei suoi pen­sieri l’intelligenza della morte e allora esce come uno che pensa di non avere più una parte in questa vita. Questo significa: Prenda la sua croce e venga dietro a me. Chiama croce la volontà pronta a ogni tribolazio­ne. E spiegando perché sia così, dice: “Chi vuole che la sua anima viva  in questo mondo, la fa perire alla vita vera; ma chi fa perire se stesso a causa mia qui, si ritro­verà di là”. Cioè, chi dirige i suoi passi sulla via della crocifissione, ma poi è ancora sollecito per questa vita del corpo, fa decadere la sua anima dalla speranza per la quale era uscito a patire. Nostro Signore ha posto davanti a te la croce perché tu sentenzi la morte sulla tua anima; e solo allora lascerai la tua anima andare dietro a lui. Non c’è nulla che sia potente come l’essere senza speranza in se stessi; questo non può essere sconfitto né da qualcosa di favorevole né da qualcosa di sfavore­vole. Quando un uomo, nel suo pensiero, ha abban­donato la speranza che viene dalla sua vita, nessuno potrà essere più coraggioso di lui, e nessun nemico po­trà attaccarlo, e non c’è afflizione il cui sentore potrà fiaccare la sua intelligenza. Perché ogni afflizione esi­stente è inferiore alla morte, e lui ha lasciato che la morte venisse su se stesso. Non c’è nessuno che ami qualcosa e non cerchi di moltiplicarne gli effetti. Non c’è nessuno che cerchi di occuparsi delle cose divine se non si è allontanato e non ha disprezzato quelle temporali, facendosi stra­niero all’onore del mondo e alle sue dolcezze, e strin­gendosi all’obbrobrio della croce, bevendo ogni giorno aceto e amarezze a motivo di passioni e uomini e demoni e miseria.

2. La rinuncia Abbandona le cose di poco valore per trovare quel­le preziose. Sii morto nella vita e così non vivrai nella morte. Fa’ che la tua anima muoia nella sollecitudine, e non che viva nella condanna. Non sono martiri solo coloro che a causa della fe­de in Cristo accolgono la morte, ma anche coloro che muoiono per custodire i suoi comandamenti. A ogni parola dura che l’uomo sopporta con discer­nimento, eccetto il caso che sia lui la causa dell’of­fesa, egli riceve sulla sua testa una corona di spine a motivo di Cristo; e sarà beato e anch’egli sarà incoro­nato in un tempo che non conosce. Colui che fugge la gloria, coscientemente, speri­menta in se stesso la speranza del mondo futuro. Colui che ha professato l’allontanamento dal mondo e poi litiga con gli uomini a motivo delle cose, per non essere impedito nel fare ciò che gli piace, è completa­mente cieco. Infatti, ha abbandonato l’intero mondo volontariamente, e ora litiga per una parte di esso. Colui che fugge gli agi di quaggiù, ha il pensiero fis­so al mondo futuro. Colui che possiede beni è schiavo delle passioni; e non considerare beni solo l’oro e l’argento, ma tutto ciò che tu possiedi con il desiderio della tua volontà. Se hai abbandonato l’intera realtà del mondo, vo­lontariamente, non contendere con nessuno per picco­le parti di esso. L’albero, finché non fa cadere le vecchie foglie, non fa spuntare i nuovi rami; così il solitario, finché non scrolla dal suo cuore i suoi vecchi ricordi, non fa spun­tare i nuovi rami  per mezzo di Gesù Cristo.

3. Un desiderio più grande DISCEPOLO: Come può l’uomo uscire completamente dal mondo? MAESTRO: Per mezzo del desiderio suscitato dalla memoria dei beni futuri, quelli che la divina Scrittura semina nel suo cuore con la dolcezza dei suoi versetti colmi di speranza. Infatti, il pensiero non può disprez­zare il suo amore di prima, finché un desiderio più ec­cellente non si contrappone a quelle cose che sono rite­nute gloriose e piacevoli, dalle quali l’uomo è posseduto. Ciò che ogni uomo desidera lo si conosce dalle sue opere; egli sarà sollecito a chiedere nella preghiera ciò che gli sta a cuore; e ciò per cui prega, avrà cura di ma­nifestarlo anche nelle opere palesi.

Chi desidera intensamente le cose grandi, non si preoccupa di quelle piccole. Quando in te l’amore per Cristo  non è forte al punto da renderti, per la gioia in lui, impassibile a tut­te le afflizioni, sappi che in te il mondo vive più di Cristo. Quando le infermità, i bisogni, il tormento del corpo, o la paura che viene dalle sue pene, turba il tuo pensiero allontanandolo dalla gioia della tua speranza e dalla meditazione limpida del Signore nostro, sappi che in te vive il corpo e non Cristo. In te vive ciò il cui amore ha su di te più potere.

4. La povertà Ama la povertà con perseveranza, perché il tuo pen­siero sia raccolto dalla dispersione. Odia la sovrab­bondanza, per essere preservato dalla confusione dell’intelligenza. Taglia corto con le molte cose e prenditi cura delle tue condotte, perché la tua anima eviti di dissipare la quiete interiore. Se possiedi qualcosa in più rispetto al nutrimento quotidiano, vai dallo ai poveri; poi vieni, presenta la preghiera con parresia, cioè parla con Dio come un fi­glio fa con suo padre. Non c’è nulla che avvicini il cuore a Dio quanto la compassione; e non c’è nulla che dia pace al pensiero quanto la povertà volontaria. Come non è possibile che la salute e la malattia sia­no in uno stesso corpo, senza che una di esse sia eli­minata dall’altra, così non è possibile che il denaro e l’amore siano in una stessa casa, senza che uno di essi distrugga l’altro. Finché un uomo si trova nella povertà, l’esodo dalla vita si leva continuamente nel suo pensiero; è in ogni istante medita sulla vita che seguirà la resurrezione, e in ogni momento si industria nella preparazione di ciò che è utile per l’aldilà. Ma quando accade che, per una qualche causa, una delle cose transitorie cade in mano sua ed egli l’acqui­sta per opera di colui che è sapiente in ogni cosa mal­vagia, immediatamente l’amore del corpo inizia a muo­versi nella sua anima, egli pensa di avere una vita lunga davanti a sé, e i pensieri relativi al riposo del corpo fioriscono in lui in ogni momento. Egli trattiene il suo corpo, se possibile, perché non sia vessato da nulla, e si industria in tutte quelle cose che possono dare riposo al corpo. Ma così si priva di quella libertà che non as­servisce ad alcun pensiero di timore; e quindi medita e riflette su tutti quei moti che producono la paura e che sono cause di timore, perché egli è ormai privato del coraggio del cuore, coraggio che aveva quando, grazie alla povertà, si era levato al di sopra del mondo. Ama i poveri, e grazie a essi troverai misericordia.

5. La memoria degli inizi Quando tu sperimenti la sconfitta, la fragilità, la mancanza di entusiasmo, e ti ritrovi legato e incatena­to dal tuo avversario in una terribile miseria e nello spossamento che la pratica del peccato produce, rie­voca al tuo cuore l’ardore dei primi tempi, quando mo­stravi sollecitudine anche per le piccole cose, eri mosso da zelo contro ciò che impediva il tuo cammino, esprimevi dolore per piccolissime cose da te trascurate sen­za tua colpa e cingevi intera la corona della vittoria, a motivo di tutto ciò. Allora, per mezzo di tali ricordi e di altri simili, la tua anima si sveglierà come dal sonno, si rivestirà di ardente zelo e si leverà dal suo torpore, come dalla morte. Si raddrizzerà e farà ritorno al suo posto di pri­ma, all’acceso combattimento contro Satana e contro il peccato. Tu, uomo che sei uscito dietro a Dio, in ogni tem­po della tua lotta, ricordati sempre dell’inizio, di quel primo ardore che fu al principio del cammino, di quel pensiero infuocato nel quale sei uscito dalla tua dimo­ra di un tempo e nel quale la tua anima è andata a schierarsi in battaglia. Esamina te stesso ogni giorno, perché non si smorzi il calore della tua anima fino a perdere quell’ardore di cui eri acceso; che tu non ven­ga a mancare di nulla dell’armatura di cui eri cinto al principio della tua lotta. Un anziano aveva scritto sulle pareti della sua cella varie frasi, pensieri di vario contenuto e parole mira­bili e diverse su tutti i pensieri. E gli fu chiesto: “Cos’é questo, abba?”. Rispose: “Sono i pensieri di giusti­zia che mi sono comunicati dall’angelo che è presso di me e dai retti moti della natura. Io li scrivo quando mi trovo in queste dimore, affinché, nel tempo della tene­bra, io mi intrattenga con essi, e così mi salvino dall’errore”.

6. L’attenzione alle piccole cose Chi trascura  le cose piccole, anche nelle grandi sarà un mentitore e un ingannatore. Non rigettare le cose piccole, per non essere privato di quelle grandi. Non si è mai visto un infante che succhia il latte mettere carne nella sua bocca. Per mezzo delle cose piccole si apre la porta alle grandi. Senza caricarsi del fardello delle cose piccole, non è possibile sfuggire ai grandi mali. Con ciò con cui hai perso i beni, con quello stesso devi riacquistarli. Tu devi a Dio una monetina? Non accetterà da te una perla al suo posto. Ciò che tu custodirai per Dio, Dio lo custodirà per la tua salvezza. La vita nello Spirito richiede in primo luogo tempo e fedeltà. Se, infatti, non è possibile che uno impari le arti del mondo senza persistere per molto tempo nella fedeltà dei loro commerci – e solo allora il pensiero afferra l’oggetto e il modo della pratica dell’arte che ha deciso di imparare -, quanto più questo è valido per noi. Se un’arte visibile agli occhi richiede tanto tempo e fedeltà di impegno, quanto più l’arte dello Spirito, che l’occhio non vede, per la quale non si conosce ciò da cui la si può apprendere, e che necessita di una grande purezza! Il maestro in questo è lo Spirito, e l’arte è nascosta.

7. La stabilità e la perseveranza Grande è la potenza di una condotta minima, quan­do questa è unita alla fedeltà. La soffice goccia, per la sua fedeltà, scava anche la dura roccia. Ogni condotta che è senza stabilità e di poca durata, si trova ad essere anche senza frutti.

8. La veglia Non pensare, o uomo, che tra tutte le fatiche degli asceti vi sia una pratica più grande e più preziosa della fatica della veglia. Da’ spazio alle fatiche della veglia e troverai che la consolazione è vicina, nella tua anima. Appresta tutto, con ogni mezzo, affinché, tra l’uffi­cio della notte e quello del mattino, vi sia un tempo per quella meditazione che è utile alla tua crescita nel­la conoscenza divina, per tutti i tuoi giorni. Anche questo è importante nella pratica della veglia; non cre­dere che la veglia consista solo nella ripetizione. L’anima che si affatica nella condotta della veglia diventerà esperta, otterrà occhi di cherubino per la fi­nezza dello sguardo e l’acume. Io prego te, che sei capace di discernimento e che desideri acquisire la vigilanza dell’Intelletto in Dio e la conoscenza della vita nuova, di non trascurare per tut­ta la tua vita la condotta della veglia; perché da essa i tuoi occhi saranno aperti per vedere l’intera gloria del­la condotta e la potenza della via della giustizia. Tu manchi di discernimento se … pensi che le veglie siano finalizzate alla fatica in se stessa e non a qualco­sa d’altro che da esse è generato. Bilancia del sonno è chiaramente l’equilibrio del ventre.

9. Il digiuno DISCEPOLO: Per colui che ha rigettato dalla sua ani­ma tutti gli impedimenti  ed è entrato nella casa della lotta, qual è l’inizio della sua battaglia contro il pecca­to? E da dove inizia lo scontro?

MAESTRO: E’ noto a chiunque che la fatica del digiu­no  precede qualsiasi lotta contro il peccato e i suoi desideri, soprattutto per colui che combatte il peccato che è dentro di sé. E il segno dell’odio per il peccato e i suoi desideri, in coloro che scendono in questo com­battimento che è invisibile, è reso visibile dal fatto che iniziano con il digiuno, seguito dalla veglia notturna. Colui che per tutta la sua vita ama la consuetudine con il digiuno, è amico della castità. Il digiuno è la dimora di tutte le virtù, e chi lo disprezza mette a repentaglio tutte le virtù. Infatti, il primo comandamento stabilito in principio per la no­stra natura la diffidava dal gustare un cibo, e proprio in questo cadde il nostro antenato. Quindi gli atleti del timore di Dio, quando si accingono alla custodia delle sue leggi, iniziano la loro costruzione proprio da lì dove è venuto il primo danno. Anche il Salvatore nostro, dopo la sua manifestazio­ne al mondo presso il Giordano, iniziò di qui. E scritto infatti: “Dopo che fu battezzato, lo Spirito lo fece uscire nel deserto, e digiuno  quaranta giorni e quaranta notti ­ e tutti coloro che seguono le sue orme, poggiano l’inizio della loro lotta su questo fondamento.

10. La castità Ama la castità, per non essere confuso al momento della preghiera, davanti a chi ti muove battaglia. Ogni piacere dello Spirito è preceduto dalle tribola­zioni della croce, mentre il piacere del peccato è gene­rato dal riposo del corpo. Per questa ragione, nel porto della castità c’è la contemplazione dello Spirito che risana l’Intelletto, ma è l’amore spirituale che ne è la causa. E poiché non si dà una realtà seconda senza la causa che la precede, né una terza virtù senza quelle che vengono prima di essa, tu troverai che è nel grembo della castità che spuntano le ali dell’Intelletto, per mezzo delle quali esso si leva verso l’amore divino; quell’amore nel quale si osa scrutare l’oscurità. Fratello mio, lava le bellezze della tua castità con le lacrime e il digiuno, e abitando da solo con te stesso.

11. La cella e la solitudine Dimora nella tua cella, e la cella ti insegnerà ogni cosa. La cella del monaco, secondo la parola dei padri, è la cavità della roccia dove Dio parlò con Mosè. Molte volte accade durante le ore del giorno che se anche a un fratello fosse dato il regno della terra, non si persuaderebbe in quell’ora a uscire dalla sua cel­la, neppure se qualcuno gli avesse bussato. E’ il tempo improvviso del commercio. Quante volte queste cose vanno e vengono nei giorni che sembrano di rilassamento: improvvisamente la grazia visita quel fratello, per mezzo di lacrime senza misura, o per mezzo della forza di una passione che grida nel cuore, o per mezzo di una gioia senza ragione, o per mezzo della dolcezza che la prostrazione procura. Conosco un fratello che aveva già messo la chiave nella porta della sua cella per chiudere e così uscire a pascere il vento, secondo la parola della Scrittura, quando lo ha visitato la grazia e subito è tornato indietro. La solitudine ci rende partecipi della mente divina e, in poco tempo e senza ostacoli, ci avvicina alla limpidità del pensiero. Dovunque tu sia, sii solitario nella tua intelligenza, e solo e straniero nel cuore, e non immischiato. In qualsiasi luogo tu entri, per tutti i tuoi giorni, considerati uno straniero, per poter sfuggire ai grandi mali che nascono dalla familiarità.

12. La quiete La quiete, come ha detto il beato Basilio – quella lampada che splende su tutta la terra -, è il principio della purificazione dell’anima. Quando, infatti, le membra esteriori si acquietano dal rumore esteriore, allora la mente ritorna dal suo vagare, nel suo luogo interiore, e il cuore si desta per ricercare i moti interio­ri dell’anima. Quando i sensi sono circondati da una quiete che non ha confini, e i ricordi grazie al suo aiuto invecchia­no, allora percepisci la natura dei pensieri dell’anima, di cosa sono fatti e di cos’è fatta la natura dell’anima, e percepisci quali tesori sono nascosti in essa. L’anima del solitario è simile a una fonte d’acqua, secondo la similitudine impiegata anche dagli antichi padri. Infatti, ogni volta che si acquieta da tutti i moti dell’udito e della vista, il solitario vede, in modo lumi­noso, Dio e se stesso, e attinge dall’anima acque lim­pide e dolci, che sono i soavi pensieri della saldezza. Quando invece si accosta a quei moti, a causa dell’intorbidamento che ne riceve, l’anima è resa simile a uno che cammina di notte, mentre l’aria è coperta dal­le nubi e davanti a lui non è visibile né la strada né il sentiero, ed egli erra facilmente per luoghi deserti e pericolosi. Quando però si acquieta insieme alla sua anima, come uno su cui soffi un limpido vento e sulla cui testa l’aria sia chiara, comincia di nuovo a risplen­dere davanti a se stesso, vede ciò che lui è, discerne dove si trova e dove gli si chiede di andare, e vede di lontano la stanza della vita.

 Isacco di Ninive, La lotta spirituale

Publié dans:Lettera agli Efesini, MEDITAZIONI, SANTI |on 23 novembre, 2015 |Pas de commentaires »

L’ARMATURA DI DIO (EF 6,13-17)

http://camcris.altervista.org/armat.html

L’ARMATURA DI DIO (EF 6,13-17)

esortazione rivolta ai cristiani, da uno studio biblico del Ministero Sabaoth

« Perciò prendete la completa armatura di Dio, affinché possiate resistere nel giorno malvagio, e restare in piedi dopo aver compiuto tutto il vostro dovere. State dunque saldi: prendete la verità per cintura dei vostri fianchi; rivestitevi della corazza della giustizia; mettete come calzature ai vostri piedi lo zelo dato dal vangelo della pace; prendete oltre a tutto ciò lo scudo della fede, con il quale potrete spegnere tutti i dardi infocati del maligno. Prendete anche l’elmo della salvezza e la spada dello Spirito, che è la parola di Dio… » Efesini 6:13-17 L’Apostolo Paolo, guidato dallo Spirito Santo, in Efesini 6:14 ci consiglia cosa fare per resistere nei giorni di lotta. Egli dice che dobbiamo vestire l’armatura di Dio per poter far fronte ai giorni malvagi. Nel testo sono elencate le varie parti di cui è composta questa armatura. Ogni pezzo designa le forme di attacco del nemico contro di noi e la provvidenza di Dio verso ogni tipo di attacco. L’armatura è di Dio, quindi è Lui che ci provvede ogni pezzo. Noi non sappiamo quando arriverà il giorno malvagio, perciò dobbiamo indossare sempre l’armatura di Dio. Tutti i pezzi dell’armatura rappresentano armi da difesa ad eccezione della spada dello Spirito che è arma di attacco.

LA VERITÀ COME CINTURA DEI FIANCHI (v.14) Il primo attacco è quello contro la verità di Dio, contro ciò che Dio proclama. È dai tempi dell’Eden che Satana cerca di conquistare l’uomo con la menzogna, l’inganno e le mezze verità. « Voi siete figli del diavolo, che è vostro padre, e volete fare i desideri del padre vostro. Egli è stato omicida fin dal principio e non si è attenuto alla verità, perché non c’è verità in lui. Quando dice il falso, parla di quel che è suo perché è bugiardo e padre della menzogna. » Giovanni 8:44 Cosa significa avere cinti i fianchi della verità? Ai tempi biblici la tunica era un indumento usato sia dagli uomini che dalle donne, l’unica differenza era che gli uomini usavano una tunica fino alle caviglie e in genere di un solo colore, ricamata ai bordi e al collo: « Quando gli uomini dovevano lavorare o correre sollevavano il fondo della tunica e lo infilavano nella cintura per acquistare maggiore libertà di movimento. Si diceva « cingersi i fianchi », e tale espressione divenne una metafora per indicare l’essere pronti. Ad esempio, Pietro raccomanda di aver le idee chiare invitando i cristiani a « cingersi i fianchi » della mente (I Pietro 1:13, testo latino). Anche le donne sollevavano l’orlo della tunica quando dovevano trasportare oggetti da un luogo all’altro. Le Scritture confermano: « Mangiatelo in questa maniera: con i vostri fianchi cinti, con i vostri calzari ai piedi e con il vostro bastone in mano; e mangiatelo in fretta: è la Pasqua del Signore. » Esodo 12:11 Quindi bisogna cingersi i fianchi con la verità ed essere pronti a proclamare la verità di Dio. Gesù afferma: « Santificali nella verità: la tua parola è verità ». Giovanni 17:17 Allora cingiamoci con la verità attraverso lo studio, la meditazione, la confessione e l’ubbidienza alla Parola di Dio.

LA CORAZZA DELLA GIUSTIZIA (v.14) L’attacco in quest’area si manifesterà sottoforma di accusa, condanna e orgoglio, cercherà di colpire i nostri sentimenti. Satana cercherà di accusarci davanti a noi stessi e di accusare Dio e i fratelli, lanciando su di noi sentimenti di colpa anche per i peccati già confessati e quindi già perdonati. La Parola di Dio in Romani 8:1 dichiara: « Non c’è dunque più nessuna condanna per quelli che sono in Cristo Gesù… » Egli cercherà anche di investirci con orgoglio spirituale, con « bontà personale », così da portarci a peccare contro Dio, contro i fratelli, la Chiesa, le nostre autorità, ecc. In genere quando accettiamo queste cose per noi è arrivato il giorno malvagio. Dobbiamo dunque essere custoditi dalla giustizia di Dio, credendo che tutto ciò che abbiamo è frutto della Sua bontà, non permettendo che il diavolo ci accusi o ci condanni, perché siamo già stati giustificati da ogni fallo e delitto. « …vale a dire la giustizia di Dio mediante la fede in Gesù Cristo, per tutti coloro che credono – infatti non c’è distinzione… » Romani 3:22 « essi, che hanno mutato la verità di Dio in menzogna e hanno adorato e servito la creatura invece del Creatore, che è benedetto in eterno. Amen. Perciò Dio li ha abbandonati a passioni infami: infatti le loro donne hanno cambiato l’uso naturale in quello che è contro natura… » Romani 1:25-26

LE CALZATURE AI PIEDI (lo zelo per annunciare il Vangelo) (v.15) Qui l’attacco avviene in forma di persecuzione e disanimo per soffocarci e toglierci dal territorio di Dio, provocando passività, cadute in compromessi, ed ogni altra cosa, pur di portarci ad una posizione di comodità. Il compromesso con il peccato o la semplice passività sono tattiche molto usate dal nemico. Molti credenti nelle Chiese sono passivi e accettano tutto ciò che succede loro senza reagire e combattere per ciò che posseggono. Uno dei primi frutti che si manifestano nella nostra vita cristiana quando veniamo a Gesù, è lo zelo per la propagazione del Vangelo. Infatti desideriamo che i nostri famigliari, amici, colleghi e tutto il mondo conoscano come noi i benefici della salvezza e l’immensa gioia che questa porta, ma subdolamente Satana innalza qualcuno per diffamarci, per darci dei « pazzi », per scoraggiarci o ancora, per mettere persone ambigue sul nostro cammino, proponendoci anche ottime occasioni lavorative o qualsiasi altra attrattiva pur di distrarci e portarci via il nostro zelo. Questa forma di attacco purtroppo non si manifesta solo nella vita dei neofiti, ma in modo continuo nella vita di ogni singolo credente. Il profeta Ezechiele menziona l’ozio e la vita facile tra i peccati di Sodoma (« Ecco, questa fu l’iniquità di Sodoma, tua sorella: lei e le sue figlie vivevano nell’orgoglio, nell’abbondanza del pane, e nell’ozio indolente; ma non sostenevano la mano dell’afflitto e del povero. » Ezechiele 16:49). Certamente questa non è la volontà di Dio per noi, per questo dobbiamo difenderci mantenendo i nostri cuori pieni di zelo per la propagazione del Vangelo, non accettando nulla di meno nelle nostre vite di un cuore che bruci per Dio e per la salvezza delle anime. Tutto ciò allontanerà da noi questo tipo di attacco. Ricordiamoci che le calzature dello zelo coprono i piedi e questo significa che senza zelo non possiamo correre bene. Se il diavolo riesce a rubarcelo saremo fermati.

LO SCUDO DELLA FEDE (v.16) La Bibbia dichiara: « Or senza fede è impossibile piacergli; poiché chi si accosta a Dio deve credere che egli è, e che ricompensa tutti quelli che lo cercano ». Ebrei 11:6 « …poiché in esso la giustizia di Dio è rivelata da fede a fede, com’è scritto: ‘Il giusto per fede vivrà’. » Romani 1:17 « Poiché tutto quello che è nato da Dio vince il mondo; e questa è la vittoria che ha vinto il mondo: la nostra fede. » I Giovanni 5:4 È chiaro che Satana cercherà di minare la nostra fede in modo da non essere più graditi a Dio e non potere più adempiere alla sua volontà di vivere per fede e di vincere il mondo. L’attacco maligno in questo caso avverrà attraverso l’incredulità, il dubbio e le paure. Lo scudo è l’arma di difesa più importante perché se usato bene può proteggere anche tutto il corpo. Questo attacco alla nostra fede può avvenire in svariati modi: con l’incredulità, il dubbio e le paure. La Bibbia dice che la fede è certezza (Ebrei 1:1), perciò noi rimaniamo fermi su questa certezza acquisita attraverso la Parola di Dio per resistere agli attacchi maligni (« Resistetegli stando fermi nella fede, sapendo che le medesime sofferenze affliggono i vostri fratelli sparsi per il mondo. » I Pietro 5:9).

L’ELMO DELLA SALVEZZA (v.17) L’elmo della salvezza ci parla di un attacco nella mente. La mente è la sede dell’anima dove risiedono le nostre emozioni, i desideri, la volontà, ecc. ed è proprio nella nostra mente che Satana cercherà di intrufolarsi con i suoi pensieri per farci pensare in modo carnale, facendoci desiderare il mondo dei sensi invece del mondo dello Spirito. Per difenderci da questi attacchi dovremo continuamente ricordarci che la salvezza è totale e che comprende anche l’anima. La nostra mente viene rinnovata di continuo e dal momento in cui accettiamo Gesù il destino della nostra anima è la salvezza, quindi non dobbiamo permettere a nessun tipo di pensiero che non sia in accordo con la Parola di Dio di occupare le nostre menti. Così facendo saremo protetti dagli intenti maligni. « Quindi, fratelli, tutte le cose vere, tutte le cose onorevoli, tutte le cose giuste, tutte le cose pure, tutte le cose amabili, tutte le cose di buona fama, quelle in cui è qualche virtù e qualche lode, siano oggetto dei vostri pensieri. » Filippesi 4:8

LA SPADA DELLO SPIRITO, LA PAROLA DI DIO (v.17) La spada rappresenta chiaramente un’arma di attacco ed è l’unica arma di attacco presente nell’armatura del credente. Dato che dunque dobbiamo attaccare, lasciamo ogni dubbio sulla Parola di Dio. Il diavolo cercherà sempre di rubare la Parola di Dio dai nostri cuori, così che non produca frutto (Matteo 13:19), o ancora cercherà di accecare le nostre menti così da non farci riconoscere la verità (II Corinzi 4:4). Non solo, ma si intrufolerà in mezzo ai santi con « …dottrine di demoni… » (I Timoteo 4:1), con accuse sulle nostre vite, su chi siamo in Gesù, sui fratelli, ecc. Come lo farà? Seminando nella mente dubbi, confusioni e incomprensioni che noi dovremo immediatamente confrontare con la Parola di Dio per respingerli. Ogni volta che veniamo attaccati dobbiamo chiederci se ciò che riceviamo nella nostra mente provenga dal diavolo oppure dalle persone che ci stanno intorno e se sia in accordo o in disaccordo con la Parola di Dio. È importante inoltre non dimenticare che il diavolo usa le persone che ci stanno intorno per colpirci, soprattutto quelle a noi più vicine o che abbiano maggior influenza affettiva su di noi, sempre che essi si lascino manipolare. « …il nostro combattimento infatti non è contro sangue e carne ma contro i principati, contro le potenze, contro i dominatori di questo mondo di tenebre, contro le forze spirituali della malvagità, che sono nei luoghi celesti. » Efesini 6:12

ALCUNE CARATTERISTICHE DELLE ARMI DA COMBATTIMENTO SPIRITUALI « …infatti le armi della nostra guerra non sono carnali, ma hanno da Dio il potere di distruggere le fortezze, poiché demoliamo i ragionamenti e tutto ciò che si eleva orgogliosamente contro la conoscenza di Dio… » II Corinzi 10:4-5a Sono armi date da Dio.

ARMI DI LUCE « La notte è avanzata, il giorno è vicino; gettiamo dunque via le opere delle tenebre e indossiamo le armi della luce. » Romani 13:12 Se una persona inizia la battaglia spirituale e si trova nel peccato ne rimarrà ferita.

ARMI DI GIUSTIZIA « …con le armi della giustizia a destra e a sinistra… » II Corinzi 6:7b lett: le armi di destra, offensive (la spada), e di sinistra, difensive (lo scudo). La giustizia di Dio è dunque la nostra arma di difesa e di attacco.

Publié dans:Lettera agli Efesini |on 18 novembre, 2015 |Pas de commentaires »

IL « GRANDE MISTERO» LA LETTURA DI Ef 5, 21-33 NELLA MULIERIS DIGNITATEM – ALBERT VANHOYE,

http://www.laici.va/content/dam/laici/documenti/donna/bibbia/italiano/IL%20%20GRANDE%20MISTERO%C2%BB%20LA%20LETTURA%20DI%20Ef%205%2021%2033%20NELLA%20MULIERIS%20DIGNITATEM.pdf

IL « GRANDE MISTERO» LA LETTURA DI Ef 5, 21-33 NELLA MULIERIS DIGNITATEM

ALBERT VANHOYE, S.J. Rettore della Facoltà di Sacra Scrittura nel Pont. Istituto Biblico dell’Università Gregoriana. Membro della Pont. Commissione Biblica Pubblicato in: AA.VV., Dignità e vocazione della donna: per una lettura della Mulieris Dignitatem. Testo e commenti. Città del Vaticano 1989.

 Libreria Editrice Vaticana

I1 21 agosto scorso, la seconda lettura della celebrazione eucaristica domenicale era il celebre passo della Lettera agli Efesini che si rivolge alle mogli e ai mariti per esortarli a una condotta matrimoniale pienamente cristiana, cioè ispirata dal mistero pasquale di Cristo. Nel luogo dove mi trovavo, questa lettura suscitò vive reazioni. «Questo testo, osservava una persona, mette tutti a disagio, in particolare i sacerdoti che lo debbono commentare nell’omelia. Preferiscono non parlarne». Un’altra aggiungeva: «Se a leggerlo durante la messa fosse stata invitata Suor Tizia, femminista, sono certa che avrebbe rifiutato, perché questo testo è ritenuto inaccettabile dalle femministe». Il punto nevralgico era evidentemente l’esortazione indirizzata alle mogli, cioè di «essere sottomesse ai mariti» (E f 5, 22. 24). Fissati su questo punto molto contestato ai nostri tempi, molti uditori e uditrici non danno più la minima attenzione agli altri contenuti del brano, per quanto siano illuminanti e profondi. In tale situazione, la Lettera Apostolica Mulieris dignitatem ci offre un insegnamento quanto mai opportuno. Sapendo evidentemente che le reazioni negative provocate dai vv. 22-24 ostacolano una lettura proficua dell’insieme del testo, Giovanni Paolo II ha scelto di omettere questi versetti nella prima presentazione che egli fa del brano, all’inizio del cap. VII della Lettera Apostolica (n. 23). In questo posto, vengono letti soltanto i vv. 25-32. Tale scelta si giustifica perfettamente, dal fatto che il tema del capitolo non è la situazione delle mogli, ma «La Chiesa-Sposa di Cristo», secondo l’orientamento preso dal testo paolino, il quale presenta tutto «in riferimento a Cristo e alla Chiesa» (Ef 5, 32). Come l’apostolo in Ef 5, 25-32, così la Lettera Apostolica invita i cristiani a innalzare i loro sguardi al di sopra delle loro preoccupazioni e rivendicazioni immediate, per contemplare il «grande mistero» dell’amore estremo di Cristo per la Chiesa e dell’unione sponsale della Chiesa con Cristo. Senza contemplazione, il popolo non può che perire. Se i cristiani si lasciano intrappolare in problematiche sociologiche, non potranno mai trovare le soluzioni feconde, che lo Spirito di Cristo vuole ispirare. La contemplazione di Colui che è stato trafitto (Gv 19, 37) è la principale sorgente di luce e di forza, che permette di progredire nell’amore. «Cristo ha amato la Chiesa e ha consegnato se stesso per lei, per renderla santa» (Ef 5, 25-26): ecco la rivelazione più profonda sul rapporto tra Dio e le persone umane e nel contempo sul senso delle relazioni tra uomo e donna. A tale proposito, la Lettera Apostolica non si stanca di tornare, con un senso di meraviglia e di esultanza, al «principio», quale viene descritto nel Libro della Genesi, né di ammirare l’armonia che esiste, nel disegno di Dio, tra l’inizio e la fine, tra la creazione e la redenzione. Sin dall’inizio, Dio ha creato l’uomo e la donna per una relazione di amore, la quale si esprime «mediante un dono sincero di sé» (Gaudium et Spes 24, citato più volte nella Lettera Apostolica). Questo disegno creatore trova il suo compimento e, allo stesso tempo, il suo superamento nel dono di sé che Cristo, per puro amore, attuò nel mistero pasquale a favore della sua Chiesa, che Egli voleva «farsi comparire davanti tutta gloriosa, senza macchia né ruga né alcunché di simile, ma santa e immacolata» (Ef 5, 27). A sua volta, questo «grande mistero» dell’amore di Cristo e della Chiesa costituisce una rivelazione dell’essere intimo di Dio stesso. Infatti l’amore di Cristo per la Chiesa, che raggiunge il culmine nel dono dello Spirito Santo (cf. Gv 19, 30; 20, 22), rispecchia la sorgente eterna, dalla quale sgorga, cioè l’amore del Padre e del Figlio nello Spirito Santo (cf. Gv 14, 23-26; 15, 9). Soltanto alla fine di tutta questa contemplazione si rivela fino a che punto è vero che: «Dio creò l’uomo a sua immagine; a immagine di Dio lo creò; maschio e femmina li creò» (Gen 1, 27). Come lo scrive il Santo Padre nel settimo paragrafo della Lettera: «Il fatto che l’uomo, creato come uomo e donna, sia immagine di Dio non significa solo che ciascuno di loro individualmente è simile a Dio, come essere razionale e libero. Significa anche che l’uomo e la donna, creati come “unità dei due” nella comune umanità, sono chiamati a vivere una comunione di amore e in tal modo a rispecchiare nel mondo la comunione d’amore che è in Dio». Il rapporto di rivelazione è reciproco. Da una parte, l’unione d’amore tra marito e moglie manifesta, come immagine, la vita intima dei Dio-Amore (1 Gv 4, 16) e ci consente di conoscerla per analogia. D’altra parte, la rivelazione dell’amore divino attraverso il dono che Cristo fece di se stesso, negli eventi tragici della sua passione, manifesta in che senso deve orientarsi l’unione d’amore dell’uomo e della donna, cioè non nel senso sterile di una ricerca della propria soddisfazione, bensì nel senso fecondo di un amore oblativo: «Voi, mariti, amate le vostre mogli, come Cristo ha amato la Chiesa e ha dato se stesso per lei, per renderla santa…» (Ef 5, 25-26). L’uomo non può mai considerare la donna come «oggetto di dominio e di possesso maschile» (Lett. Apost. n. 10). Egli deve combattere questa sua tendenza dominatrice, la quale renderebbe impossibile l’autentica comunione delle persone. Invece di voler «possedere» la moglie come un «oggetto», il marito deve sempre rispettare in lei la dignità di «soggetto», cioè di persona libera, con la quale egli si trova in rapporto di amore e di dono. Sull’esempio di Cristo, il marito sarà disposto non soltanto a dare se stesso nelle circostanze ordinarie della vita quotidiana, ma a sacrificare se stesso per sua moglie, quando si tratterà di affrontare eventuali prove. Infatti, la frase dell’apostolo, che torna a tre riprese nelle lettere paoline (Gal 2, 20; Ef 5, 2. 25), non si limita a dire che «Cristo ha amato e ha dato se stesso», ma adopera un verbo più espressivo: «Cristo ha amato e ha consegnato se stesso». All’aspetto di dono generoso questo verbo aggiunge l’idea di esposizione a gravi pericoli. Nella Bibbia, infatti, questo verbo viene regolarmente adoperato per significare un intervento ostile contro una persona o un popolo: vuol dire «dare in mano» ai nemici perché infliggano una sorte tremenda. Nei testi paolini, lo stesso verbo, usato paradossalmente con il pronome riflessivo, esprime la follia della croce: Gesù «ha consegnato se stesso» a una morte infame, per trasformare la sorte miserabile, meritata dai peccatori, in via regale del più grande amore. «Ci ha amati e ha consegnato se stesso per noi» (Ef 5, 2). Tale è l’ideale d’amore proposto dall’apostolo ai mariti cristiani. Chi lo prende sul serio, trova la forza di affrontare, con la grazia di Cristo, ogni possibile prova nella propria vita coniugale e di farne un’occasione di progresso nell’amore. Può sorprendere il fatto che, nel brano di Ef 5, 21-33, l’esortazione all’amore sia rivolta solo ai mariti e non ugualmente alle mogli. Una prima possibile spiegazione di questa mancanza è che l’uomo, più della donna, ha bisogno di tale esortazione. Per sua natura, la donna è più attenta alle relazioni tra le persone, più disposta ad amare e a dare se stessa. Invece l’uomo, generalmente, è più interessato a realizzare un’opera, a organizzare il mondo, a dominare. Per questo motivo, è spesso tentato di strumentalizzare le altre persone, considerandole come mezzi, invece di rispettarle come soggetti dotati di dignità uguale alla sua. Tutti sanno che in molti ambienti la moglie è stata tradizionalmente apprezzata con criteri economici! Conveniva quindi che l’esortazione all’amore prendesse dì mira i mariti. Un’altra spiegazione sembra più probabile ancora: l’attenzione dell’apostolo si è fermata ai mariti a causa del mistero che contemplava, cioè il mistero dell’unione di Cristo con la Chiesa. In questo mistero, la parte pienamente rivelata è quella dell’amore di Cristo per la Chiesa. Cristo è andato fino all’estremo, «ha amato sino alla fine» (Gv 13, 1; cf. 19, 28-30). Invece, la Chiesa, chiamata a «camminare nella carità» (Ef 5, 1) e effettivamente messasi in cammino, non ha ancora amato sino alla fine. Ne risulta che, nell’analogia adoperata in Ef 5, 21-33, un modello perfetto di amore esiste per i mariti, ma non esiste ancora per le donne. Questo fatto, evidentemente, costituisce un limite di quest’analogia. La Lettera Apostolica non manca di osservare che ogni analogia ha sempre i suoi limiti (n. 25). *** Lo stesso principio vale ugualmente quando si tratta dell’altra parte dell’esortazione, quella che riguarda la sottomissione della moglie al marito, sull’esempio della sottomissione della Chiesa a Cristo. Abbiamo detto che questo è attualmente il punto che provoca reazioni allergiche. La Lettera Apostolica aiuta molto a ridimensionare il problema (n. 24). Per cominciare, Giovanni Paolo II osserva che il principio della sottomissione della moglie al marito era «profondamente radicato nel costume e nella tradizione religiosa del tempo», il che porta a relativizzarlo, adesso che i tempi sono cambiati. Ma, nota ancora il Santo Padre, l’apostolo stesso introduce già un cambiamento decisivo, poiché mostra che la sottomissione «deve essere intesa e attuata in un modo nuovo: come una sottomissione reciproca nel timore di Cristo» (ivi). Effettivamente, l’esortazione indirizzata alle mogli (Ef 5, 22-24) viene nella Lettera agli Efesini come una esemplificazione dell’atteggia- mento cristiano al quale tutti sono invitati: «Siate sottomessi gli uni agli altri nel timore di Cristo» (Ef 5, 21). Similmente, nella Lettera ai Galati, dopo aver affermato fortemente la libertà cristiana, Paolo prosegue paradossalmente: «Mediante l’amore fatevi schiavi gli uni degli altri» (Gal 5, 13). Tra cristiani, non può mai esistere una relazione unilaterale di completa dominazione da una parte e di completa sottomissione dall’altra, perché Gesù ha decisamente proibito situazioni del genere: «Per voi non sia così; ma chi è il più grande tra voi diventi come il più piccolo e chi governa come colui che serve» (Lc 22, 26; cf. Mt 20, 24-28; Mc 10, 41-45; Gv 13, 13-15). La relazione cristiana è sempre di servizio reciproco (il che, tuttavia, non significa egualitarismo). Perciò il Santo Padre può sottolineare i limiti dell’analogia: «Mentre nella relazione Cristo-Chiesa la sottomissione è solo della Chiesa, nella relazione marito-moglie la “sottomissione” non è unilaterale, bensì reciproca!» (MD, 24). In questo carattere reciproco della sottomissione, la Lettera Apostolica discerne l’elemento nuovo portato dal messaggio evangelico. Il principio della sottomissione della moglie al marito era tradizionale, «antico» La «novità evangelica» in materia è consistita nel proclamare la sottomissione reciproca. È chiaro che se la preoccupazione dell’apostolo fosse stata di mantenere il principio antico della sottomissione unilaterale della moglie al marito, egli non avrebbe messo all’inizio del brano l’affermazione della sottomissione reciproca e non avrebbe poi esortato i mariti all’amore oblativo; li avrebbe piuttosto incoraggiati ad esercitare la loro autorità con fermezza. L’assenza di correlazione tra l’esortazione rivolta alle mogli e quella rivolta ai mariti non manca di significato; essa manifesta a modo suo la novità evangelica. Oramai «tutte le ragioni in favore della “sottomissione” della donna all’uomo nel matrimonio debbono essere interpretate nel senso di una “reciproca sottomissione” di ambedue “nel timore di Cristo”» (MD, 24). Non basta però esprimere detta novità perché si traduca subito in realtà effettiva. La Lettera Apostolica lo fa accuratamente notare. «La consapevolezza che nel matrimonio c’è la reciproca “sottomissione dei coniugi nel timore di Cristo”, – e non soltanto quella della moglie al marito -, deve farsi strada nei cuori, nelle coscienze, nel comportamento, nei costumi». Per trasformare realmente i rapporti tra le persone, su questo punto come su tanti altri, il fermento cristiano ha bisogno, – la storia purtroppo lo dimostra, – di tempi lunghissimi, tanto più che il lavoro è sempre da ricominciare, per ogni nuova generazione. «È questo un appello che non cessa di urgere, da allora, le generazioni che si succedono, un appello che gli uomini devono accogliere sempre di nuovo». In realtà, si tratta di un appello a una non facile conversione, personale e collettiva. Siamo però tanto abili a eludere le esigenze di conversione! Quando il testo di Ef 5, 21-32 viene proclamato in chiesa, quante persone notano l’esortazione iniziale alla «sottomissione reciproca»? Per lo più, gli uomini sono attenti a quanto viene richiesto dalle donne, la sottomissione ai mariti, e le donne sono attente a quanto viene richiesto dai mariti, l’amore generoso per le mogli. Ciascuno sottolinea l’esigenza che s’impone all’altro, a vantaggio suo, ignorando quella che riguarda lui stesso a vantaggio dell’altro. Nessuno, in fondo, accetta di sottomettersi all’altro. Eppure la novità evangelica non elimina l’esigenza di sottomissione, anche se la trasforma profondamente. In «sottomissione reciproca» c’è ancora «sottomissione». Il vangelo ha valorizzato immensamente la sottomissione volontaria, sbarazzandola da ogni traccia di servilismo e unendola strettamente all’amore. Ci fa capire che chi preferisce la propria volontà a quella della persona amata non sa ancora che cosa sia amare (cf. Gv 14, 21; 15, 10). Gesù ha manifestato il suo amore nell’obbedienza della croce (cf. Gv 14, 31; Fil 2, 8; Ebr 5, 8). Un cristiano, una cristiana, che accetta per amore una situazione di sottomissione e di servizio si trova più vicino a Cristo e ne dovrebbe provare una gioia profonda. Il «grande mistero» dell’unione di Cristo e della Chiesa, che si rispecchia nel sacramento del matrimonio, comprende questo aspetto realistico. La Lettera Apostolica di Giovanni Paolo II invita le cristiane e i cristiani a meditarlo. Di fatto, chi vuole vivere nell’amore autentico ha bisogno anzitutto di aprirsi nella meditazione e nella preghiera al dinamismo di amore «mite e umile» (Mt 11, 29) messo in moto da Cristo.

IL COMBATTIMENTO SPIRITUALE – EF 6,10-20 – CARLO MARIA MARTINI

http://www.oessg-lgimt.it/OESSG/cultura/ilcombattimentospiritualeCarloMariaMartini.htm

IL COMBATTIMENTO SPIRITUALE

(S. PAOLO, LETTERA EFESINI 6,10-20)

DEL CARD. CARLO MARIA MARTINI

 » Rivestitevi dell’armatura di Dio ,
per poter resistere e superare tutte le prove « 
Dalla lettera di San Paolo apostolo agli Efesini (6,10-20)

« …Fratelli, attingete forza nel Signore e nel vigore della sua potenza. Rivestitevi dell’armatura di Dio, per poter resistere alle insidie del diavolo. La nostra battaglia infatti non è contro creature fatte di sangue e di carne, ma contro i Principati e le potestà, contro i dominatori di questo mondo di tenebra, contro gli spiriti del male che abitano nelle regioni celesti.
Prendete perciò l’armatura di Dio, perché possiate resistere nel giorno malvagio e restare in piedi dopo aver superato tutte le prove. State dunque ben fermi, cinti i fianchi con la verità, rivestiti con la corazza della giustizia, e avendo come calzatura ai piedi lo zelo per propagare il vangelo della pace. Tenete sempre in mano lo scudo della fede, con il quale potrete spegnere tutti i dardi infuocati del maligno; prendete anche l’elmo della salvezza e la spada dello Spirito, cioè la parola di Dio. Pregate inoltre incessantemente con ogni sorta di preghiere e di suppliche nello Spirito, vigilando a questo scopo con ogni perseveranza e pregando per tutti i santi… ».
Il testo di Paolo in Ef 6, 10-17 presenta il cristiano come colui che ha lottato fino in fondo contro il nemico e l’ha vinto con la propria morte. È un brano molto denso, ricco di mètafore. Occorre vedere quali realtà Paolo voleva annunziare attraverso tali metafore.
Il brano può essere diviso in tre parti: la prima parte contiene due esortazioni; segue poi, nella seconda, il motivo di queste esortazioni; infine, nella terza, l’elenco dell’armatura spirituale di cui rivestirci.
1) Le due esortazioni sono: fortificatevi nello Spirito e rivestitevi dell’armatura di Dio.
Si tratta quindi di un consiglio dato a qualcuno che si trova di fronte a una situazione difficile.
L’esortazione ad armarsi, a rivestirsi, la troviamo pure in Rm 13, 12 e in 2 Cor 10, 4. Quello agli Efesini è però il brano nel quale maggiormente viene svolta la metafora della panoplia, l’armatura completa del servitore di Dio, di colui che segue da vicino Gesù.
2) Il motivo: perché dobbiamo armarci così? Perché la nostra lotta è una lotta spirituale, contro i principati, le potestà, gli spiriti maligni. Possiamo tradurre facilmente queste espressioni in una realtà comprensibile perché essa è di evidenza quotidiana. Dobbiamo, cioè, vivere in un’atmosfera – lo spazio tra terra e cielo – che è invasa da elementi maligni, contrari al Vangelo, nemici di Dio. L’atmosfera in cui viviamo è satura di potenze contrarie a Cristo e quindi la nostra lotta si annuncia difficile. Questa mentalità, questa atmosfera che è frutto in parte della potenza del male e in parte dell’uomo soggiogato da questa potenza del male, crea una situazione nella quale siamo immersi e che ci minaccia da ogni parte. Da qui la necessità di armarsi con l’armatura di Dio.

3) Tale armatura viene descritta con sei metafore: la cintura, la corazza, i calzari, lo scudo, l’elmo, la spada.

Che cosa significa ciascuna di queste metafore? Prima di esse c’è una esortazione che permette di comprendere la situazione nella quale ci si trova: «State in piedi»; tenetevi in piedi. Si tratta, quindi, di persona pronta alla battaglia; ed è in questa situazione di prontezza che viene descritta l’armatura.La prima metafora è la cintura della verità. Quale verità è arma per noi? Per capire bene bisogna notare che questa metafora, come pure le altre, sono attinte largamente dal Vecchio Testamento. Chi scriveva questo brano conosceva a memoria interi passi del Vecchio Testamento e ne supponeva la conoscenza anche nei suoi lettori. Soprattutto due brani del Vecchio Testamento sono qui utilizzati per questa descrizione. - Il primo brano è tratto da 1s 11, il germoglio di Jesse, del quale viene descritta la veste, il modo di presentarsi e di combattere; 

- il secondo brano è tratto da 1s 59, in cui si descrive, a un certo punto, l’armatura di Dio. Nell’Antico Testamento, quindi, è l’armatura di Dio stesso, oppure dell’inviato, del prediletto di Dio, ad essere descritta.
Qui l’armatura di Dio è trasferita al servo di Dio, a: colui che segue Gesù. Dice 1s 11, 5: «Cintura dei suoi fianchi è la fedeltà» (trad. della C.E.I); nella Bibbia dei LXX il vocabolo usato è alétheia, la verità e il testo greco lo riporta esattamente.
La verità di cui si cinge, come di una veste stabile, colui che combatte è, quindi, la coerenza; è quella fedeltà che è coerenza piena, stile coerente di vivere e di agire.
Per poter combattere contro l’atmosfera maligna, l’atmosfera pestifera nella quale viviamo, occorre essere armati di una profonda coerenza fra ciò che proclamiamo e ciò che dobbiamo internamente sentire e vivere tra noi.
E questa coerenza è tanto più importante in quanto noi predichiamo la parola di Dio. Chi non vive ciò che predica si mette a poco a poco nella condizione di essere esposto agli assalti del nemico.
Se la nostra predicazione fosse continuamente confrontata con ciò che sentiamo interiormente, con ciò di cui siamo persuasi, sarebbe più facile e più accessibile a tutti.
È vero che questo profondo confronto fra coerenza interiore ed esteriore farà talora riconoscere di essere lontani da ciò che si predica, ma l’umiltà del riconoscerlo è già un aspetto della coerenza, è un modo di mostrare che desideriamo averla.
La metafora seguente è la corazza della giustizia. In Is 59, 17 si descrive l’armatura di Dio. Dio si è rivestito di giustizia come di una corazza.
La giustizia è qui espressa come l’attività di Dio che salva i poveri e umilia i peccatori. Dio che impetuosamente compie le sue opere, che è salvezza e punizione. Nella nostra situazione, dovremmo tradurla come il partecipare allo zelo di Cristo per la giustizia del Padre. Questa corazza che ci cinge completamente, che ci difende, è il rivestirci di quei sentimenti che fanno gridare a Cristo per le strade di Palestina: «A Dio ciò che è di Dio »; cioè, che gli fanno proclamare la giustizia del Padre, e, come giustizia, l’opera di salvezza per chi si pente e il castigo per chi non si pente. Per noi, il partecipare all’intimo zelo di Cristo per la giustizia del Padre, è questa corazza che ci cinge, ci avvolge, che ci difende dai nemici.
La terza metafora: calzati i piedi di alacre zelo per il Vangelo della pace. Si descrive qui piuttosto una situazione. Pronti a partire per l’annuncio del Vangelo della pace. La realtà della metafora è la prontezza a portare il Vangelo.
In Is 52, 7 troviamo: «Come sono belli i piedi del messaggero che annuncia la pace, messaggero di bene che annunzia la salvezza … ».
Fuori di metafora viene indicato l’ardore, il desiderio di predicare il Vangelo, sapendo che è beneficio per gli uomini e che porta loro la pace. Quindi anche la gioia di chi ha trovato il tesoro (la donna che ritrova la dracma e chiama le vicine piena di gioia: Le 15, 8ss).
Questa è una caratteristica importante del ministero del Vangelo, soprattutto oggi, in cui il ‘pluralismo’ – quando diventa pluralismo filosofico, culturale, religioso – sembra in qualche modo togliere l’ ardore di predicare il Vangelo della pace.
della pace.
Ci chiediamo se ci sia una soluzione a questa difficoltà. La soluzione c’è e non è certamente quella di abolire il pluralismo. Credo anzi che quanto più cresce il dialogo, tanto più deve crescere l’approfondimento della vita evangelica, Se queste due cose crescono insieme, allora è possibile ed è facile conciliare un immenso rispetto per tutte le culture, razze, valori, con un immenso ardore di portare il Vangelo, che è una proposta trascendentale, non commensurabile con nessun altro valore, ma capace di illuminarli e trasformarli tutti.
Quindi questa arma, questa disposizione è estremamente importante per difendersi dall’atmosfera che invece tende piuttosto a livellare tutti i valori. Conciliare l’ardore del Vangelo con la stima dei valori altrui e l’opera mirabile a cui è chiamata la Chiesa di oggi, se vuole conservare il suo slancio missionario.
Quarta metafora: in tutte le occasioni, impugnate lo scudo della fede. I dardi infuocati lanciati dal maligno (l’espressione è presa dal Salmo 11) sono le mentalità del mondo di peccato che, dal mattino alla sera e dalla sera al mattino, ci circonda e ci invita ad interpretare cose e situazioni della nostra vita con metri esclusivamente psicologi, sociologi, economici, assalendoci da ogni parte per toglierci il tesoro della fede.
Lo scudo per opporsi a questa mentalità è lo scudo della fede, cioè la considerazione evangelica di tutta la realtà umana, continuamente richiamata.
Quinta metafora: l’elmo della salvezza, anzi l’elmo dell’opera salvifica, come dice il testo greco. L’espressione è presa da I s 59, 17, e in Isaia vuol dire che Dio è pronto a salvare. Il greco ha un verbo (dexasthe) che vuole dire accettare l’elmo della salvezza; quindi accettate l’azione salvifica di Dio in voi come unica vostra protezione, unica vostra speranza; vi protegge il capo perché essa è la cosa più essenziale.
Sesta metafora: la spada dello Spirito che è la parola di Dio. Cos’è la spada dello Spirito? Ci sono tre passi che possono aiutarci: Is 49, 2 dove si parla di « bocca come spada »; Eh 4,12 dove si parla di « spada come parola»; infine Is 11, 4 dove si dice che « con il soffio delle sue labbra ucciderà l’empio ».
La parola di Dio non è qui il logos, cioè la predicazione, ma il rhéma, cioè gli oracoli divini. Quindi penserei come «spada dello Spirito» non tanto la predicazione di Gesù, ma la sua lotta contro Satana, quando si difende citando gli oracoli di Dio. «Sta scritto … »; cioè, gli oracoli di Dio furono per Lui, e sono per noi, difesa.
Quando siamo assediati dalla mentalità del mondo che ci vorrebbe fare interpretare tutte le cose in maniera puramente umana, dobbiamo ricorrere ai grandi oracoli di Dio nella Bibbia per avere una parola di chiarezza su queste cose e respingere le interpretazioni sbagliate della storia del mondo e della nostra esistenza.

Queste le esortazioni di Paolo.
Possiamo concludere riassumendo: quali situazioni suppongono e quali esortazioni offrono queste parole? .
a) Suppongono prima di tutto che noi siamo in una situazione veramente rischiosa; cioè che nel mondo di oggi è rischioso e pericoloso vivere il Vangelo fino in fondo. Dobbiamo avere questo senso della difficoltà perché esso è realismo. Se ci troviamo di fronte a realtà avverse senza osare guardarle in faccia; se viviamo pensando che ci circondano continue difficoltà e rischi, possiamo vivere in una perpetua e sterile apprensione. Ma quando abbiamo analizzato il fondo, sulla base della Scrittura e abbiamo conosciuto l’avversario, vedendo le vie attraverso le quali il mondo è portato al male e come esse si manifestano, allora anche davanti a tutto il mistero del male, nella sua interezza, possiamo sentirci pieni della forza di Dio.
Una profonda analisi e sintesi del mistero della perversione fatto con l’aiuto della Scrittura può metterci davanti ad una situazione di rischio, di timore, di pericolo, ma non di paura, perché vediamo con chiarezza tutta la vastità dell’avversario e tutta la potenza di Dio.
b) Seconda osservazione: si tratta di una lotta che non ha né sosta né quartiere; cioè, contro un avversario astuto e terribile che è fuori di noi e dentro di noi. Questo; oggi, lo si dimentica troppo spesso, vivendo in una atmosfera di ottimismo deterministico per cui tutte le cose devono andare di bene in meglio, senza pensare alla drammaticità e alle fratture della storia umana, senza sapere che la storia ha le sue tragiche regressioni e i suoi rischi, i quali minacciano proprio chi non se l’aspetta, cullato in una visione di un evoluzionismo storico che procede sempre per il meglio.
c) Terza osservazione: solo chi si arma di tutto punto potrà resistere. Qui vorrei ricordare una delle regole di Sant’Ignazio il quale aveva chiarissima l’idea che il nemico attacca valutando la situazione del cristiano. Bisogna conoscerlo bene, perché il nemico gira per vedere se c’è anche soltanto un elemento mancante nell’armatura. È quindi una lotta che deve prenderci tutti e trasformarci, santificandoci completamente.
Un’ultima parola a proposito di un’assenza rilevabile in questo brano: la preghiera. In realtà la preghiera viene nominata, ma non qui. La si ricorda alla fine del brano e con un’esortazione intensissima: «Con ogni sorta di preghiere e di suppliche pregate incessantemente mossi dallo Spirito … » (Ef 6, 18).
Tutte queste armi vanno, quindi, continuamente affinate nell’esercizio della preghiera che non le supplisce – la preghiera non supplisce lo zelo, lo spirito di fede, l’impegno, la capacità di donarsi – ma è quella nella quale tutte quante sono avvolte e nella quale vengono continuamente ritemprate nella lotta.

 

 

LETTERA DI SAN PAOLO APOSTOLO AGLI EFESINI 5, 15-20

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LETTERA DI SAN PAOLO APOSTOLO AGLI EFESINI 5, 15-20

don Raffaello Ciccone

Paolo sta suggerendo agli Efesini, nella seconda parte della sua lettera (4,1-6,24), le conseguenze morali dell’essere nella Chiesa (prima parte: 1,3-3,21), corpo di Cristo.
Bisogna cominciare da un serio esame di coscienza, dice Paolo (v,15 ) per verificare se ci sono rimaste nel cuore tracce di stile e di comportamenti precedenti pagani. Il tempo va vissuto con intelligenza (« non da insipienti ») e con saggezza. « I tempi sono cattivi » perché dominati dal male e dalla lontananza da Dio.
L’analisi del tempo e della storia, nella fede, deve aiutarci a scoprire la volontà di Dio che non è facilmente decifrabile. C’è il rischio, per noi come per tutti, di essere « sconsiderati », incapaci di interpretare il tempo. C’è infatti il rischio di ricadere in forme di ebbrezza che nascono dal vino e che si sviluppano nello stordimento e nella istintività sessuale degradante. Tanto più che queste forme di esaltazione sono caratteristiche anche come elementi e manifestazioni religiose di stordimento, pensa Paolo, legate alla iniziazione del culto di Dioniso, che porta a convulsioni, a condotte di invasati, a sregolatezza. Come cristiani ci inebriamo solo dello Spirito di Dio, capace di mantenere nella sobrietà e nel rispetto della sua volontà. Le manifestazione dei battezzati si sviluppano così nel canto, nella preghiera, nel ringraziamento.
Facilmente oggi si parla di sballo, di brivido, di rischio, di esaltazione e si lega il tutto al gioco d’azzardo, alla droga anche se persiste, pure tra giovanissimi, il mai finito rischio dell’alcool.
Paolo crede veramente al valore dei cristiani nella società che portano una presenza coraggiosa ed esemplare poiché questa, come il sale, come la luce, crea imitazioni e equilibri nuovi, sanità mentale e santità.
Sappiamo di essere in tempi di difficoltà e di crisi e nella storia questi tempi, spesso, alimentano suggestioni per una ricchezza gratuita, offerta dalla fortuna, dal caso, dal rischio, dalle macchinette mangiasoldi. Proprio in questi periodi si stanno moltiplicando le abitudini a bische, a scommesse sempre più pesanti per tentare la fortuna, e si entra, così, come in un tunnel, asserviti ad una droga, irresistibile fino al punto da far cercare danaro in prestito. Si asciuga in brevissimo tempo il reddito mensile di lavoro, si mette sul lastrico la propria famiglia. Nella nostra società, facilmente, si approfitta di questa debolezza e si incentiva, anche con metodi molto semplici ma persuasivi, la volontà di giocare e di vincere denaro. Il pericolo si fa sempre più costringente ed è difficile uscirne. Questo fenomeno è conosciuto molto bene dai gruppi della Caritas delle parrocchie che si occupano di attenzione ai poveri.

XV DOMENICA DEL T.O. : IN LUI CI HA SCELTI PRIMA DELLA CREAZIONE DEL MONDO (EFESINI 1,3-9)

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IN LUI CI HA SCELTI PRIMA DELLA CREAZIONE DEL MONDO (EFESINI 1,3-9)

DOM LUIGI GIOIA

XV DOMENICA DEL TEMPO ORDINARIO (ANNO B) (12/07/2015)

VANGELO: MC 6,7-13

Non molto tempo fa, la comunità scientifica internazionale e la stampa celebrarono una delle più grandi imprese della storia dell’uomo, vale a dire la scoperta del Bosone di Higgs o del Campo di Higgs nell’ormai famoso acceleratore di particelle del CERN di Ginevra. Tutti ne sentirono parlare. Se ho capito bene in cosa questa scoperta consista – le spiegazioni abbondano su internet – all’inizio nell’universo vi erano solo delle particelle, senza grandezza né massa, che fuggivano le une dalle altre. Non esistevano le stelle, non esistevano i pianeti, non esisteva altro se non queste particelle infinitesimali che correvano a velocità incredibili e non riuscivano ad incontrarsi le une con le altre. Esse avrebbero continuato a sfuggire le une alle altre per sempre se qualcosa che le avesse rallentate abbastanza da permettere loro di coagularsi e così formare degli oggetti dotati di massa: le stelle, i pianeti, l’ossigeno, l’acqua, gli esseri viventi, gli uomini. Questo fattore, questa particella, questo campo che ha rallentato tutte le altre particelle e ha permesso loro di costituire l’universo come lo conosciamo è appunto questo Bosone o Campo di Higgs, teorizzato circa 50 anni fa, ma verificato sperimentalmente solo adesso. Considerato il ruolo fondamentale che questo bosone svolse per la nascita dell’universo così come lo conosciamo oggi, diversi commentatori e anche ricercatori lo battezzarono: « la particella di Dio ». Tale appellativo fu certamente una maniera per enfatizzare l’importanza di questa scoperta e farne percepire l’importanza a chi di fisica non sa nulla. Ed effettivamente è vero che, quando il Bosone di Higgs entrò in azione, apparvero le stelle, il sole, la luna, la terra. In principio fu il bosone di Higgs e apparvero le stelle! In principio fu il bosone di Higgs e apparvero il sole e la luna! E’ indubbiamente qualcosa di simile a quello che la Genesi descrive quando parla della creazione: In principio Dio creò il cielo e la terra.
Questo paragone molto generico bastò perché si parlasse di « particella di Dio ». La grande scienziata italiana Margherita Hack, lasciandosi forse un po’ troppo trasportare da questa retorica, arrivò addirittura ad affermare: « Questa non è la particella di Dio, questa particella è Dio »! Che buona notizia! Se ciò è vero vuol dire che siamo finalmente riusciti a intrappolare Dio nel laboratorio del CERN di Ginevra, grazie al Large Hadron Collider (questo è il nome dell’acceleratore di particelle cosmiche). Ci sono voluti 30 anni per costruire questo acceleratore, è costato dieci miliardi di dollari, consuma la stessa quantità di elettricità di una grande città, dà lavoro a migliaia di persone, ma un tale gigantesco investimento valeva la pena se grazie ad esso abbiamo finalmente trovato Dio. Dio è una particella. Dio è un campo. Dio è una forza frenante che permette alle particelle dell’universo di acquistare massa e di diventare l’universo come lo conosciamo oggi. Ecco un pensiero consolante! Ecco un pensiero che cambia la vita! Ecco una scoperta che da senso alle nostre esistenze! Cosa pensarne? Con i nostri telescopi sempre più potenti, così come con i nostri spettacolari acceleratori di particelle, cerchiamo di capire cosa sia successo all’inizio della storia dell’universo, cioè circa 14 miliardi di anni fa’. Effettivamente costruirli e utilizzarli è un’impresa straordinaria, della quale dobbiamo essere giustamente fieri. Ma non dobbiamo dimenticare, contemporaneamente, che abbiamo qualcosa di più potente di tutti questi telescopi e di tutti questi acceleratori di particelle, qualcosa che ci permette di arrivare direttamente a quello che è successo, per così dire, prima di tutto questo, più di 14 miliardi di anni fa’. Abbiamo la parola di Dio, abbiamo questo meraviglioso passaggio della lettera agli Efesini che viene proposta come seconda lettura nella liturgia della XV domenica del tempo ordinario: esso ci dice che prima della creazione del mondo, prima di questi 14 miliardi di anni, esisteva già un disegno, una volontà di amore. Prima di questi 14 miliardi di anni, prima della creazione del mondo, ciascuno di noi, ognuno di noi, per nome, è stato desiderato, è stato voluto, è stato scelto, è stato amato da Dio. Questo l’acceleratore di particelle del CERN non ce lo dice. Questo i nostri telescopi non ce lo dicono. Ce lo dice solo la parola di Dio. Si racconta che un giorno una persona che aveva da sempre vissuto una vita lontana da Dio e dalla Chiesa, andò a trovare padre Pio e che questi, appena lo vide, pur non sapendo chi fosse, lo chiamò per nome e gli disse: « Ti stavo aspettando ». Ci fa sempre impressione sapere che qualcuno ha pensato a noi, ha preceduto i nostri desideri, ci ha aspettato, ha desiderato il nostro arrivo. Di fronte alle frontiere spettacolari che ci rivela la scienza, di fronte a questi 14 miliardi di anni che sono passati prima che l’uomo apparisse sulla terra, fino a che ciascuno di noi venisse all’esistenza, fa impressione pensare che c’è un Dio che ci ha attesi, ci ha desiderati, che ci ha voluti. Ci ha attesi – ha atteso me – per 14 miliardi di anni! Certo, la Scrittura ci dice, metaforicamente, che per Dio mille anni sono come un giorno. Ma anche in questo caso, vuol dire che nel suo tempo, Dio ci ha atteso per trentottomila anni. Si fa per dire, naturalmente, perché sappiamo che in Dio il tempo non è una realtà come la percepiamo noi. Fa bene pensare a tutto questo. Fa bene pensare che di fronte alle dimensioni sterminate del cosmo, sia da un punto di vista spaziale che temporale, di fronte allo sterminato numero di stelle, di galassie, di fronte alla meravigliosa armonia tra l’infinitamente piccolo e l’infinitamente grande, fa bene pensare a questo disegno d’amore che percorre, che attraversa tutto questo universo. Riflettere a questo ci aiuta ad avere una reazione più intelligente di quella attribuita a Margherita Hack o di quella di coloro che parlano, in modo non del tutto innocente, della « particella di Dio ». Dovremmo ritornare alla Scrittura. Dovremmo ritornare al Salmo 8 che ci dice: Se guardo al tuo cielo, opera delle tue dita, se guardo la luna e le stelle che tu hai fissate, se penso a questi 14 miliardi di anni, se vedo tutte queste galassie, se contemplo le meraviglie dell’infinitamente piccolo, ebbene, non posso non esclamare: Signore, che cosa è l’uomo perché te ne ricordi e il figlio dell’uomo perché te ne curi. Che cosa è l’uomo? L’uomo è colui per il quale il Signore ha creato tutto questo universo, colui per il quale non ha esitato a dispiegare un tale, incommensurabile, prodigioso investimento di energie e di potenza. L’uomo è colui che il Signore ha voluto da sempre, non solo per essere una sua creatura, come lo sono gli animali, come lo sono i pianeti, come lo sono le stelle – non solo per essere il suo interlocutore, ma per essere suo figlio, in Gesù Cristo. Questo ci rivela la lettera agli Efesini: In Gesù il Padre ci ha scelti, prima della creazione del mondo (prima di questi 14 miliardi di anni), per essere santi e immacolati di fronte a lui nell’amore, destinandoci a essere figli, a essere suoi figli secondo il disegno d’amore della sua volontà. I nostri scienziati e tutta l’umanità possono essere giustamente orgogliosi della prodigiosa intelligenza dell’uomo. E’ un’intelligenza straordinaria quella che ci permette di superare i nostri limiti per andare all’infinitamente grande e all’infinitamente piccolo. Pur così insignificante rispetto a tutto il cosmo, l’uomo può capirlo, può interpretarlo, e con il tempo certamente arriverà a percorrerlo in lungo e in largo, ma Paolo ci ricorda che una tale intelligenza non è feconda se non diventa sapienza. L’intelligenza infatti trova solo il « come »: come funziona l’universo, come si è sviluppato, come è composto. Ma solo la sapienza, la sapienza del cuore, trova il « perché »: perché questo universo? Solo la sapienza trova da dove venga questo universo. E soprattutto solo la sapienza capisce dove vada e che destino abbia. Ecco la differenza tra intelligenza e sapienza. Questa sapienza è un dono di Dio che riceviamo in Cristo Gesù. I nostri scienziati hanno molta intelligenza, ma a volte manca loro questa sapienza del cuore. E’ quanto ci dice ancora Paolo nella lettera agli Efesini: Dio ha riversato tutti questi doni su di noi con abbondanza e li ha riversati con ogni sapienza e intelligenza, facendoci conoscere il mistero della sua volontà, facendoci conoscere il perché di questo universo. Questa è la sapienza della fede, la sapienza dell’amore, la sapienza della preghiera. I nostri scienziati esplorano il come dell’universo con i telescopi e con gli acceleratori di particelle. Il cristiano esplora il perché dell’universo attraverso la parola di Dio e la preghiera. E se – per concludere – l’esplorazione del come dell’universo ci riempie giustamente di orgoglio e di entusiasmo sarà solo quando capiremo il perché di questo stesso universo, alla luce della fede, sarà solo quando leggeremo in esso un segno dell’amore del Padre per ciascuno di noi alla luce della parola di Dio, sarà allora che troveremo non solo entusiasmo e orgoglio, ma riceveremo anche la consolazione, troveremo la pace, scopriremo la gioia, ci sarà svelato il senso delle nostre vite e potremo allora unirci alla lode del salmista che dice: O Dio, o Signore nostro Dio, quanto è grande il tuo nome su tutta la terra.

LA VITA CRISTIANA COME CAMMINO VERSO LA PIENA COMUNIONE CON DIO – Ef 2,4-6 [4]

http://www.parrocchie.it/calenzano/santamariadellegrazie/CatecheSanto%20Padre.htm

LA VITA CRISTIANA COME CAMMINO VERSO LA PIENA COMUNIONE CON DIO

Lettura: Ef 2,4-6 [4] Ma Dio, ricco di misericordia, per il grande amore con il quale ci ha amati, [5]da morti che eravamo per i peccati, ci ha fatti rivivere con Cristo: per grazia infatti siete stati salvati. [6]Con lui ci ha anche risuscitati e ci ha fatti sedere nei cieli, in Cristo Gesù,

1. Dopo aver meditato sul traguardo escatologico della nostra esistenza, cioè sulla vita eterna, vogliamo ora riflettere sul cammino che ad esso conduce. Sviluppiamo per questo la prospettiva presentata nella Lettera Apostolica Tertio Millennio Adveniente: “Tutta la vita cristiana è come un grande pellegrinaggio verso la casa del Padre, di cui si riscopre ogni giorno l’amore incondizionato per ogni creatura umana, ed in particolare per il ‘figlio perduto’ (cfr Lc 15,11-32). Tale pellegrinaggio coinvolge l’intimo della persona allargandosi poi alla comunità credente per raggiungere l’intera umanità” (n. 49). In realtà, ciò che il cristiano vivrà un giorno in pienezza è già in qualche modo anticipato oggi. La Pasqua del Signore è infatti inaugurazione della vita del mondo che verrà. 2. L’Antico Testamento prepara l’annuncio di questa verità attraverso la complessa tematica dell’Esodo. Il cammino del popolo eletto verso la terra promessa (cfr Es 6,6) è come una magnifica icona del cammino del cristiano verso la casa del Padre. Ovviamente la differenza è fondamentale: mentre nell’antico Esodo la liberazione era orientata al possesso della terra, dono provvisorio come tutte le realtà umane, il nuovo “Esodo” consiste nell’itinerario verso la casa del Padre, in prospettiva di definitività ed eternità, che trascende la storia umana e cosmica. La terra promessa dell’Antico Testamento fu perduta di fatto con la caduta dei due regni e con l’esilio babilonese, in seguito al quale si sviluppò l’idea di un ritorno come nuovo Esodo. Tuttavia questo cammino non si risolse unicamente in un altro insediamento di tipo geografico o politico, ma si aprì ad una visione “escatologica” che ormai preludeva alla piena rivelazione in Cristo. In questa direzione si muovono appunto le immagini universalistiche, che nel Libro di Isaia descrivono il cammino dei popoli e della storia verso una nuova Gerusalemme, centro del mondo (cfr Is 56-66). 3. Il Nuovo Testamento annuncia il compimento di questa grande attesa, additando in Cristo il Salvatore del mondo: “Quando venne la pienezza del tempo, Dio mandò il suo Figlio, nato da donna, nato sotto la legge, per riscattare coloro che erano sotto la legge, perché ricevessimo l’adozione a figli” (Gal 4,4-5). Alla luce di questo annuncio la vita presente è già sotto il segno della salvezza. Questa si realizza nell’evento di Gesù di Nazaret che culmina nella Pasqua, ma avrà la sua piena realizzazione nella “parusia”, nell’ultima venuta di Cristo. Secondo l’apostolo Paolo questo itinerario di salvezza che collega il passato al presente proiettandolo nell’avvenire è frutto di un disegno di Dio, tutto incentrato nel mistero di Cristo. Si tratta del “mistero della sua volontà, secondo quanto, nella sua benevolenza, aveva in lui prestabilito per realizzarlo nella pienezza dei tempi: il disegno cioè di ricapitolare in Cristo tutte le cose, quelle del cielo e quelle sulla terra” (Ef 1,9-10; cfr Catechismo della Chiesa Cattolica, 1042s). In questo disegno divino, il presente è il tempo del “già e non ancora”, tempo della salvezza già realizzata e del cammino verso la sua perfetta attuazione: “Finché arriviamo tutti all’unità della fede e della conoscenza del Figlio di Dio, allo stato di uomo perfetto, nella misura che conviene alla piena maturità di Cristo” (Ef 4,13). 4. La crescita verso una tale perfezione in Cristo, e perciò verso l’esperienza del mistero trinitario, implica che la Pasqua si realizzerà e celebrerà pienamente solo nel regno escatologico di Dio (cfr Lc 22,16). Ma l’evento dell’incarnazione, della croce e della risurrezione costituisce già la rivelazione definitiva di Dio. L’offerta di redenzione che tale evento implica si inscrive nella storia della nostra libertà umana chiamata a rispondere all’appello di salvezza. La vita cristiana è partecipazione al mistero pasquale, come cammino di croce e risurrezione. Cammino di croce, perché la nostra esistenza è continuamente sotto il vaglio purificatore che porta al superamento del vecchio mondo segnato dal peccato. Cammino di risurrezione, perché risuscitando Cristo, il Padre ha sconfitto il peccato, per cui nel credente il “giudizio della croce” diventa “giustizia di Dio”, vale a dire trionfo della sua Verità e del suo Amore sulla perversità del mondo. 5. La vita cristiana è in definitiva una crescita verso il mistero della Pasqua eterna. Essa esige pertanto di tenere fisso lo sguardo alla meta, alle realtà ultime, ma al tempo stesso di impegnarsi nelle realtà ‘penultime’: tra queste e il traguardo escatologico non vi è opposizione, ma al contrario un rapporto di mutua fecondazione. Se va affermato sempre il primato dell’Eterno, ciò non impedisce che viviamo rettamente alla luce di Dio, le realtà storiche (cfr CCC, 1048s). Si tratta di purificare ogni espressione dell’umano e ogni attività terrena, perché in esse traspaia sempre più il Mistero della Pasqua del Signore. Come infatti ci ha ricordato il Concilio, l’attività umana, che porta sempre con sé il segno del peccato, è purificata ed elevata a perfezione dal mistero pasquale, cosicché “i beni quali la dignità dell’uomo, la fraternità e la libertà, e cioè tutti i buoni frutti della natura e della nostra operosità, dopo che li avremo diffusi sulla terra nello Spirito del Signore e secondo il suo precetto, li ritroveremo poi di nuovo, ma purificati da ogni macchia, illuminati e trasfigurati, allorquando il Cristo rimetterà al Padre il regno eterno e universale” (Gaudium et spes, 39). Questa luce d’eternità illumina la vita e l’intera storia dell’uomo sulla terra.

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