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SABATO 19 FEBBRAIO 2011 – VI SETTIMANA DEL T.O.

SABATO 19 FEBBRAIO 2011 – VI SETTIMANA DEL T.O.

MESSA DEL GIORNO

Prima Lettura   Eb 11, 1-7
Per fede, noi sappiamo che i mondi furono formati dalla parola di Dio.

Dalla lettera agli Ebrei
Fratelli, la fede è fondamento di ciò che si spera e prova di ciò che non si vede. Per questa fede i nostri antenati sono stati approvati da Dio.
Per fede, noi sappiamo che i mondi furono formati dalla parola di Dio, sicché dall’invisibile ha preso origine il mondo visibile.
Per fede, Abele offrì a Dio un sacrificio migliore di quello di Caino e in base ad essa fu dichiarato giusto, avendo Dio attestato di gradire i suoi doni; per essa, benché morto, parla ancora.
Per fede, Enoch fu portato via, in modo da non vedere la morte; e non lo si trovò più, perché Dio lo aveva portato via. Infatti, prima di essere portato altrove, egli fu dichiarato persona gradita a Dio. Senza la fede è impossibile essergli graditi; chi infatti si avvicina a Dio, deve credere che egli esiste e che ricompensa coloro che lo cercano.
Per fede, Noè, avvertito di cose che ancora non si vedevano, preso da sacro timore, costruì un’arca per la salvezza della sua famiglia; e per questa fede condannò il mondo e ricevette in eredità la giustizia secondo la fede.

UFFICIO DELLE LETTURE

Seconda Lettura
Da un discorso «Agli sposi novelli» di Pio XII, papa
(Discorsi e radiomessaggi, 3, 385-390; 11 marzo 1942)

La sposa è il sole della famiglia
Nel volgere della vostra vita, diletti sposi novelli, il ricordo, che della casa del Padre comune e della sua benedizione apostolica porterete con voi, vi accompagnerà come dolce conforto e augurio nel cammino che iniziate con mille liete speranze, sotto la protezione divina, in un tempo turbinoso qual è il presente, verso una meta che più o meno vi lascia intravedere la caligine del futuro. Ma davanti a questa caligine il cuor vostro non teme: l’ardore e l’ardimento della giovinezza vi assiste; l’unione degli animi e dei desideri, dei passi e della vita, il medesimo sentiero che calcate non vi turbano la tranquillità dello spirito, anzi ve la rinnovellano e dilatano. Entro le pareti domestiche voi siete felici; non vedete caligine; la vostra famiglia ha un proprio sole, la sposa.
Udite come ne parla e ragiona la Sacra Scrittura: La grazia di una donna diligente rallegra il suo marito e il sapere di lei lo rende alacre ed ilare. Dono di Dio è una donna silenziosa, e un animo ben educato è cosa senza pari. Grazia sopra grazia è una donna santa e vereconda, e non vi è prezzo che uguagli un’anima casta. Come il sole che si leva sul mondo nel più alto dei cieli, così la bellezza di una donna virtuosa è l’ornamento della sua casa (cfr. Sir 26, 13-16).
Si, la sposa e la madre è il sole della famiglia. E’ il sole con la sua generosità e dedizione, con la sua costante prontezza, con la sua delicatezza vigile e provvida in tutto ciò che vale a far lieta la vita al marito e ai figli. Intorno a sé ella diffonde luce e calore; e, se suol dirsi che allora un matrimonio è benavventurato, quando ognuno dei coniugi, nel contrarlo, mira a far felice non se stesso, ma l’altra parte, questa nobile sentimento e intento, pur concernendo ambedue, è però prima virtù della donna, che nasce coi palpiti di madre e col senno del cuore: quel senno che, se riceve amarezze, non vuol dare che gioie; se riceve umiliazioni, non vuol rendere che dignità e rispetto; al pari del sole che rallegra il nebuloso mattino coi suoi albori e indora i nembi coi raggi del suo tramonto.
La sposa è il sole della famiglia con la chiarezza del suo sguardo e con la vampa della sua parola; sguardo e parola che penetrano dolcemente nell’anima, la piegano e inteneriscono e la sollevano fuori del tumulto delle passioni, e richiamano l’uomo alla letizia del bene e della conversazione familiare, dopo una lunga giornata di continuo e talvolta penoso lavoro professionale o campestre, o d’imperiosi affari di commercio o d’industria. Il suo occhio e il suo labbro gettano un lume e un accento, che hanno mille fulgori in un lampo, mille affetti in un suono. Sono lampi e suoni che balzano dal cuore di madre, creano e vivificano il paradiso della fanciullezza, e sempre irraggiano bontà e soavità, anche quando ammoniscono o rimproverano, perché gli animi giovanili, che più forte sentono, più intimamente e profondamente accolgono i dettami dell’amore.
La sposa è il sole della famiglia con la sua candida naturalezza, con la sua dignitosa semplicità e col suo cristiano e onesto decoro, così nel raccoglimento e nella rettitudine dello spirito, come nella sottile armonia del suo portamento e del suo abito, del suo acconciamento e del suo contegno insieme riservato e affettuoso. Sentimenti tenui, leggiadri cenni di volto, ingenui silenzi e sorrisi, un condiscendente moto del capo le danno la grazia di un fiore eletto e pur semplice, che apre la sua corolla a ricevere a riflettere i colori del sole. Oh se voi sapeste quali profondi sentimenti d’affezione e riconoscenza una tale immagine di sposa e di madre suscita e imprime nel cuore del padre di famiglia e dei figli!

Omelia sulla prima lettura Eb 7,1ss : Cristo Gesù è la nostra salvezza

dal sito:

http://www.lachiesa.it/calendario/omelie/pages/Detailed/14532.html

Omelia (21-01-2009) 

Monaci Benedettini Silvestrini

Cristo Gesù è la nostra salvezza

Più volte nel corso della lettera agli Ebrei si parla di Gesù sacerdote secondo l’ordine o alla maniera di Melchìsedek. Questi è l’unico personaggio biblico conosciuto come sacerdote, pur non essendo della famiglia sacerdotale di Aronne. Melchìsedek, secondo il racconto della Genesi (14, 18-20), re di Gerusalemme, si fa incontro ad Abramo e lo benedice. Nel salmo 109 il re ideale, discendente di Davide a Gerusalemme, è proclamato da Dio “sacerdote al modo di Melchìsedek”. L’autore della nostra lettera applica questo titolo a Gesù perché egli è il Cristo, cioè il Messia discendente di Davide. Chi è Gesù per noi? Balbettiamo una risposta con parole antiche e nuove. Egli è il Signore potente, il sacerdote mediatore tra noi e Dio, il re della giustizia e della pace. Che cosa vuole veramente Dio? È la domanda che pone Gesù a quelli che lo stanno osservando nella sinagoga, nel giorno di riposo, davanti ad un uomo handicappato che può essere guarito in giorno di sabato. Gesù non ha esitazioni. La legge del riposo sacro è subordinata al criterio etico fondamentale: fare il bene vuol dire difendere e promuovere la vita. Gesù fa la sua scelta a favore dell’essere umano anche a rischio della sua stessa vita. Tutta la logica che guida l’azione storica di Gesù, modello per i credenti, è racchiusa in questo piccolo brano evangelico di Marco. 

Omelia (15-01-2011) Eb 4,15

dal sito:

http://www.lachiesa.it/calendario/omelie/pages/Detailed/21390.html

Omelia (15-01-2011) 

Eremo San Biagio

Dalla Parola del giorno
Non abbiamo un sommo sacerdote che non sappia prendere parte alle nostre debolezze: egli stesso è stato messo alla prova in ogni cosa come noi, escluso il peccato. Eb 4,15

Come vivere questa Parola?
Le pericopi precedenti della lettera agli Ebrei ci hanno fatto contemplare il Cristo, pieno compimento della creazione, nel suo essere assiso presso il Padre, partecipe del suo riposo.
Una grandezza che tuttavia non crea barriere, perché egli ha voluto farsi solidale con noi in tutto, tranne che nel peccato. Il suo abbracciare la nostra fragilità, il sottoporsi alla fatica di essere uomo, il non sottrarsi alla stessa tentazione, ce lo rende veramente fratello, capace di comprendere le difficoltà e i mali in cui ci dibattiamo. Grazie a lui, possiamo guardare con serenità i nostri limiti, gli stessi sbagli, da cui egli ci dà la certezza di poter riemergere.
La sua presenza presso il Padre è motivo di fiduciosa speranza perché egli, quale sommo sacerdote, intercede a nostro favore per ottenerci misericordia e soccorso.
Alimentare il quotidiano di queste certezze, dà ali per riprendersi dopo eventuali cadute, coraggio di affrontare le difficoltà, incentivo per andare avanti con ottimismo. Sì, Dio è dalla nostra parte. Non solo ha percorso un tempo queste nostre stesse strade, ma continua ad essere presente nel nostro vissuto: a soffrire e lottare con me, a gioire con me. Che aspetto a tuffarmi tra le sue braccia, abbandonandomi a lui senza timore, ma con la consapevolezza che sto immergendomi nel suo riposo!

Oggi, nella mia pausa contemplativa, semplicemente mi immergerò in Dio mio riposo, gustando della sua presenza.

Gesù, mio amico e fratello, fa’ che non stacchi mai la mano dalla tua, perché attraverso le esperienze della vita io approdi a quel riposo che il Padre da sempre mi offre.

La voce di una santa dottore della Chiesa
Cristo è il ponte. L’unico ponte che va dalla terra al cielo. fuori di lui è l’abisso.
S. Caterina da Siena 

Omelia (14-01-2011) Eb 4,11

dal sito:

http://www.lachiesa.it/calendario/omelie/pages/Detailed/21345.html

Omelia (14-01-2011) 
Eremo San Biagio

Dalla Parola del giorno
Affrettiamoci a entrare in quel riposo. (Eb 4,11)

Come vivere questa Parola?
A questo punto la lettera agli Ebrei parla di un riposo da cui gli Israeliti si autoesclusero e che oggi viene offerto a noi.
Il richiamo alla Genesi orienta a leggere questo riposo in relazione alla creazione che, secondo la mentalità biblica, non è un atto in sé concluso, ma un farsi nel tempo, un divenire che corre verso la pienezza annunciata da Gesù nell’avvento del Regno e in lui realizzata con la resurrezione.
È lui, l’uomo nuovo, il vero vertice e coronamento dell’intera creazione. In lui ogni uomo, ogni generazione è chiamata ad entrare nel riposo di Dio, di cui, la terra promessa era segno. Si può accogliere l’invito o resistergli come l’antico popolo di Dio, e per lo stesso motivo, anche se inconfessato: non si ha il coraggio di fidarsi di lui. Siamo più propensi ad afferrarci alle foglie caduche delle nostre pseudo-sicurezza che all’albero della sua fedeltà mai smentita.
Una subdola tentazione può, inoltre, spingere a trasferire questo riposo in un futuro di cui solo la morte apre l’ingresso, mentre la sollecitazione è rivolta al presente: « Affrettiamoci ad entrare ».
Ora, oggi, in questo oggi della mia vita così fugace e così determinante, io accolgo o respingo la possibilità di entrare in questo riposo, in questa pienezza del mio essere e del mio essere in relazione con gli altri e con l’intero cosmo, in questa armonia di cui sono parte e che sono chiamato a costruire, anticipo e realizzazione del Regno.

Oggi, nella mia pausa contemplativa, mi soffermerò a pensare al valore di ogni istante, di ogni frammento della mia vita, in cui posso accogliere e sperimentare il riposo di Dio.

Donami, Signore, di non cedere alla tentazione di fidarmi più di me stesso che di te quando mi viene richiesto di impegnarmi per vie inedite.

La voce di un religioso giornalista e politico francese
Vado dove Dio mi porta, incerto di me stesso, ma sicuro di Lui.
Lacordaire 

Omelia (11-01-2011) (Eb 2,5-6)

dal sito:

http://www.lachiesa.it/calendario/omelie/pages/Detailed/21342.html

Omelia (11-01-2011) 
Eremo San Biagio

Dalla Parola del giorno
Non certo a degli angeli Dio ha sottomesso il mondo futuro, del quale parliamo. Anzi, in un passo della Scrittura qualcuno ha dichiarato: Che cos’è l’uomo perché di lui ti ricordi o il figlio dell’uomo perché te ne curi?

Come vivere questa Parola?
Leggendo questo passo della lettera agli Ebrei che riecheggia il salmo 8, c’è solo da contemplare stupiti l’impensabile grandezza a cui siamo chiamati.
Pur creati, sebbene di poco, inferiori agli angeli, a noi, e non a loro, Dio ha sottomesso ogni cosa. La stessa espressione la ritroviamo in contesti diversi delle lettere paoline, applicata a Cristo. L’incarnazione ha quindi esaltato quell’essere immagine di Dio che è nel DNA umano, rendendoci partecipi di ciò che compete al Figlio in forza della natura divina.
Viene però subito alla mente la situazione segnata da precarietà, in cui ci dibattiamo ancor oggi. Altro che coronati di gloria e di onore, altro che esaltati nella nostra signoria su tutte le cose! È la constatazione che fa lo stesso Paolo, ma per richiamare l’attenzione sul piano di Dio che comunque procede verso la sua piena attuazione. Nell’umanità, totalmente condivisa con noi, del Verbo, possiamo contemplare il disvelamento e l’anticipo di ciò che siamo chiamati ad essere fin d’ora. Un divenire che conosce le doglie del parto, il faticoso divincolarsi dalle strettoie del limite per schiudersi in pienezza.
È il senso della sofferenza e della morte a cui Cristo si è volontariamente sottomesso, per aprirci un varco di luce nel grigiore di un quotidiano che a volte risulta pesante.

Oggi, nella mia pausa contemplativa, lascerò che il mio cuore si schiuda allo stupore e alla riconoscenza per quanto Dio ha operato in questo piccolo frammento della creazione che sono io.

Ti rendo lode, o Signore, perché veramente mi hai fatto come un prodigio: sono stupende le tue opere! Aiutami a secondare la tua azione creatrice perché in me e nei miei fratelli si sveli e sia rispettata quella dignità di cui ci hai fatto dono.

La voce di un martire
L’uomo avanza quando arriva a capire la vera natura dell’io, vi medita sopra e cerca di seguirne le buone inclinazioni. Ma se non fa questo, andrà verso il fallimento.
Mahatma Gandhi 

Lettera agli Ebrei II conferenza (P. Paolo Garuti)

dal sito:

http://www.predicazione.it/libri/ebrei/Garuti2.html

Lettera agli Ebrei

P. Paolo Garuti

Seconda Conferenza
26 ottobre 2000

A titolo di introduzione alla seconda omelia, o secondo percorso, vorrei parlare di due cose che apparentemente non c’entrano ma che invece giocano un loro ruolo in questo testo anche se l’autore dell’epoca non aveva la nostra coscienza di certi fenomeni.
Il primo fenomeno è il gioco. Suppongo che tra voi ci siano educatori, educatrici che hanno a che fare con questa realtà, il gioco. Quando ero adolescente usci un libro di Johan Huizinga, Homo Ludens, in traduzione italiana, che era appunto dedicato al gioco. Parlava di questa dimensione dell’esistenza umana come di una dimensione indispensabile all’equilibrio psichico e fisico degli individui e delle società umane (panem et circenses). Ne tratta in tutte le sue sfaccettature ma soprattutto nel suo elemento fondamentale: la necessità per l’essere umano di uscire dal ritmo stretto che gli è imposto dall’esigenza biologica di nutrirsi e di riprodursi. In senso più vasto, dall’esigenza del lavoro, della promozione della propria persona e della famiglia, della stirpe, del gruppo.
Una sorta di seconda vita, di vita parallela, che proprio perché in qualche misura estranea dalla vita  « comune » ha anche il sapore della morte.
Spesso noi connettiamo la morte col gioco: ricordate il film di Bergman, Il Settimo Sigillo, dove la morte gioca a scacchi.
È una dimensione indispensabile all’individuo e al gruppo per prendere coscienza di quello che è.
Cos’è un gioco? È una sosta dal quotidiano in cui si seguono regole diverse, in cui, se possibile, si usufruisce di uno spazio diverso, il cui tempo ha un valore diverso, e in cui le persone svolgono dei ruoli tendenzialmente gratuiti, fortuiti. Prendiamo l’esempio classico che tutti noi conosciamo: il gioco dei bambini. I bambini delimitano quasi naturalmente uno spazio per il gioco: o è loro dato, il campetto da football all’asilo o nella parrocchia, o se lo fanno in casa, hanno l’angolo dei giochi, dove escono dalla normalità, dai compiti, dal rapporto coi genitori: è l’angolo tutto loro. I tempi non sono quelli normali. Le persone si estraniano dalla loro realtà, anche temporale. Stupendo in italiano il linguaggio dei bambini: io ero il re, io ero Robin Hood, con quell’ero che porta alla dimensione prima della persona, della sua età: non io sono Robin Hood.
Huizinga osa inserire nelle categorie del gioco anche la categoria del sacro, dal punto di vista evidentemente psico-sociologico.
Il sacro cos’è? È quel cercare uno spazio comune tra l’uomo e Dio, tra l’essere umano e la divinità, tale che gli permetta di entrare in contatto con essa. E, siccome Dio è re et essentia a mundo distinctus, è completamente diverso da ciò che esiste in questo mondo e ogni religione percepisce questa distanza, questa diversità, inesorabilmente noi cerchiamo di andare a Dio con la dimensione del gioco. Ci ritagliamo degli spazi speciali, le chiese, i templi, i boschetti sacri, i fiumi sacri, spazi che già fisicamente ci dicono che non sono spazi quotidiani (è terribile quando lo diventano, quando un povero prete è costretto a pensare a riscaldare una Chiesa, che è fatta per tutto meno che per essere riscaldata). Tempi speciali: il ritmo delle feste. Gesti speciali che hanno la caratteristica della gratuità, della non quotidianità. Infatti, ci offende quando il tempio diventa mercato, ma non perché non ci rendiamo conto che anche gli operatori religiosi hanno bisogno di mangiare possibilmente tre o almeno due volte al giorno. È perché qualcosa ci offende nel profondo. Il gioco si svela.
E c’è bisogno di persone, di persone che in qualche misura vivano in questa dimensione del gioco, si vestano in modo strano, non quotidiano, possibilmente scomodissimo, anche se elegante (come nel caso dei domenicani), si comportino facendo dei gesti che non sono gesti quotidiani, per significare che quello spazio, quel tempo, quelle persone sono fatte per uscire dal ritmo banale della quotidianità ed entrare piuttosto in contatto con Dio che è gratuità.
Qual è il pericolo? Il pericolo è l’alienazione. È la separazione netta tra vita e rito, fra vita e gioco. È quando il gioco diventa perversione, diventa vizio, diventa mania, perché finisce con l’uccidere la vita. Torniamo all’esempio del gioco: può essere divertente giocare a carte con gli amici, ma quando su quattro pezzettini di carta giochi la fortuna della tua famiglia la rotta di collisione tra la realtà vita vera e gioco incomincia a diventare pericolosa, incomincia a diventare alienante.
Cosa è indispensabile al gioco, tanto nei bambini quanto negli adulti? È indispensabile la serietà, dice ancora Huizinga. Il gioco non si gioca bene se non ci si crede, se non si è seri, profondamente seri: il bambino quando gioca non ride, e anche l’adulto quando gioca seriamente non ride. È indispensabile che esistano delle regole. Non c’è niente di più severo delle regole di un gioco. Voi potete consegnare un lavoro anche urgente con una mezz’ora di ritardo, non potete fare un goal dopo lo scadere dei novanta minuti, o dei tempi supplementari o dei rigori; basta! La regola è più forte. Ma è una cosa scema buttare una palla dentro una porta! Si, verissimo! Però la regola è ferrea.
Dietro queste regole si nasconde anche il ruolo di maschera che il gioco ci fa assumere, nel senso positivo del termine. Vi è anche il ruolo di chi talvolta mette in crisi il gioco: esso conosce due possibili personaggi che ne alterano l’equilibrio.
Uno rafforza le regole del gioco ed è il baro. Il baro è colui che non mette assolutamente in discussione le regole del gioco, guai! Però le sfrutta a suo vantaggio. Guai se un baro dicesse che un pezzo di carta con sopra un asso non vale la fortuna di una famiglia: avrebbe finito di fare il baro.
L’altro, invece, è il guastafeste. Egli è colui che apre gli occhi e che dice: guardate ragazzi che state giocando. Guardate che non state vivendo una vita vera. Guarda che è stupido affidare a quattro pezzettini di carta la fortuna della tua famiglia. Il guastafeste è la negazione del gioco, il guastafeste va buttato fuori dal gioco se si vuole continuare a giocare.
Questo è vero anche nel sacro. C’è chi ci gioca col sacro, ci sono i bari, ma ci sono anche i guastafeste, coloro che a un certo punto ti dicono: va bene, però la realtà è altrove.
La seconda parolina che metterei a titolo di introduzione e che è conseguenza di quello che vi dicevo fa parte della logica del sacro: la separazione. Tant’è vero che l’Antico Testamento addirittura pone Dio nel suo atto creatore come un separatore: in principio Dio creò il cielo e la terra e poi separò le tenebre dalla luce, separò le acque dalla terra; separò, separò, separò. Questa logica di separazione noi la sentiamo come indispensabile a quel gioco che è il gioco del sacro. Dobbiamo, ve lo dicevo già prima, delimitare un terreno, un territorio, la zona sacra, dobbiamo delimitare dei tempi, i tempi sacri, dobbiamo delimitare delle persone, separare delle persone che possono entrare in questa zona neutra che è la zona dove convivono l’umano e il divino. Un tempo nelle chiese nel presbiterio potevano entrare soltanto i preti, si chiamava presbiterio per quello, e c’era dietro una profonda coscienza religiosa. Oggi noi, per esempio, saremmo offesi di trovare uno qualsiasi seduto dentro un confessionale; nel confessionale ci sta il prete, perché? Perché sono queste zone intermedie in cui avviene lo scambio tra l’umano e il divino ed è richiesta una logica di separazione. Nell’Antico Testamento questa separazione è strettamente connessa al concetto di peccato. All’inizio c’è l’umanità, Adamo ed Eva, non c’è separazione tra loro e Dio, nè separazione tra loro. Dio scende nel giardino al pomeriggio, chiacchiera con Adamo e con Eva. Il peccato comincia ad inserire una separazione: il giardino è vietato ai due. Ma questa separazione va avanti nella storia: con più l’umanità si separa da Dio con più Dio tenta di ritagliarsi degli spazi all’interno dell’umanità e saranno prima il popolo eletto, poi all’interno del popolo eletto i Leviti, all’interno dei Leviti i sacerdoti, all’interno dei sacerdoti i Sommi Sacerdoti: tutte logiche di famiglia, di tribù, perché in qualche modo si crei una piramide che possa anche fisicamente raggiungere la dimensione del divino. Questa è la condizione di tutte le religioni, almeno quelle evolute. Ho incominciato ieri sera dicendo: il cristianesimo prima della religione. Non è un prima temporale: il cristianesimo è nato in un contesto religioso ed è essenzialmente religioso. Ma prima logicamente. Ed è su questo che l’autore della Lettera agli Ebrei mette il suo indice perché sperimenta sulla sua pelle, vi dicevo già ieri sera, un distacco dalla religione istituzionale.
Ora possiamo affrontare questo tema B a cui io ho messo come introduzione i versetti dall’1 al 4 del primo capitolo, ma poi dobbiamo poi subito saltare al capitolo 2 ai versetti dal 5 al 18, dove il nostro autore si riaggancia all’ultima frase del prologo:
(1,4) e diventato tanto superiore agli angeli, quanto lo è il nome che ha ereditato. (2,5) Non certo a degli angeli ha sottomesso il mondo a venire del quale parliamo.
Per gli antichi gli angeli erano delle forze non necessariamente positive. Era tutto ciò che li sovrastava, tutto ciò a cui non sapevano dare una spiegazione. Quindi, un angelo era responsabile del moto dei pianeti come era responsabile di una pestilenza. Gli antichi si sentivano oppressi, schiacciati, da queste forze perché non sapevano dar loro un nome. Ebbene, il nostro autore afferma: non è a questi angeli che è stato affidato il mondo futuro, il mondo a cui siamo destinati, che è quello di cui stiamo parlando. A conferma cita il salmo 8 (2,6-8): Che cos’è l’uomo perché te ne curi, il figlio dell’uomo perché te ne dia pensiero? Eppure l’hai fatto per poco inferiore agli angeli, di gloria e d’onore lo hai coronato, tutto hai posto sotto i suoi piedi.
Da buon esegeta l’autore di questa omelia commenterà quasi parola per parola questo salmo, per come lo intendeva lui. Innanzi tutto: Che cos’è l’uomo perché te ne curi, il figlio dell’uomo perché te ne dia pensiero? Il salmo di per se’ è una contemplazione della volta celeste, che per gli antichi, ripeto, era abitata e pilotata dagli angeli, e dice: se guardo il cielo opera delle tue dita, la luna e le stelle che tu hai fissato che cos’è l’uomo? È, in fondo, un’affermazione di orgogliosa umiltà: tu pensi a me che sono così piccolo quando guardo l’immensità del creato. Sentimento profondamente religioso, ed anche profondamente umano. Ma il nostro autore lo utilizza in un’altra chiave. Legge il testo greco, e il testo greco in quell’espressione figlio dell’uomo che troviamo nel secondo stico, non distingue tra l’ebraico ben adam che vuol dire « uomo qualunque » e l’aramaico bar enosh che significa « Figlio dell’uomo » con la F maiuscola, il Messia, quel termine che Gesù stesso applica a se stesso. E poiché legge sempre il testo greco, brachy (per poco) per lui può voler dire due cose: « di poco », o « per poco tempo ». Questo secondo significato lo applica a Gesù in quanto Messia, per far accettare lo scandalo della sua morte. Così questo salmo possiamo leggerlo di Gesù: che cos’è [quel]l’uomo perché te ne curi, il Messia per cui ti preoccupi? Vi rendete conto di che cosa vuol dire questo? Vuol dire che io del messia, di Gesù Cristo in cui ho riconosciuto il Messia non mi interesso di quello di cui parlavamo ieri sera, della sua incoronazione, della sua potenza, della sua bellezza, come il salmo 44 o altri testi; mi interesso del suo essere uomo. Applicare questo salmo, che è un salmo sulla condizione dell’essere umano, al Messia permette il percorso contrario: il Messia è innanzitutto un essere umano. Il parallelismo tra i primi due stichi lo consente.
Dopodiché il salmo continua con tre affermazioni, che il nostro autore prende come tre momenti di una storia.
Di poco l’hai fatto inferiore agli angeli. Inferiore e quindi sottomesso agli angeli, inferiore come nell’esercito, insomma: c’è un superiore e un inferiore; l’inferiore deve ubbidire.
Di gloria e d’onore lo hai coronato, poi tutto hai posto sotto i suoi piedi. Tre tappe. Il Cristo uomo è inferiore agli angeli (San Paolo addirittura dirà che son gli angeli che lo hanno ucciso: 1 Cor 2,7-8), nel senso che è soggetto al destino umano, è soggetto alle leggi imposte da queste forze che l’essere umano non sapeva e non sa dominare. Una parte della sua storia, per poco tempo, è passata come storia di uomo, ma poi è stato coronato di gloria e di onore, vedremo che questo vuol dire « proclamato sommo sacerdote », e alla fine tutto hai posto sotto i suoi piedi. Nel suo commento il nostro autore parte dall’ultimo punto: noi non vediamo che tutto gli sia ancora sottomesso, ma sappiamo che fu coronato di gloria e di onore. Tutta questa omelia vorrà dimostrare la verità di questo assunto: Gesù, nel momento in cui muore, è consacrato sacerdote. È il sacerdote del nuovo patto. Mediatore in un nuovo regime cultico.
Dobbiamo rifarci ad una cerimonia dell’Antico Testamento: la cerimonia di investitura del Sommo Sacerdote. Come noi abbiamo l’ordinazione sacerdotale, come noi abbiamo dei gradi per arrivare ad essere preti, loro avevano una cerimonia particolare: venivano uccisi degli animali e il sacerdote veniva unto con dell’olio e con del mirro, gesto che noi stessi abbiamo mantenuto, e poi anche col sangue di questi animali. In qualche modo prendeva in sé il potere di mediazione del sangue. Poi una parte delle vittime, alcune parti dell’animale, gli venivano messe nelle mani: era un modo per dire che il sacerdote aveva diritto a una parte dei sacrifici che i fedeli portavano al tempio; banale soluzione al problema del sostentamento del clero direte voi! È vero, però nella versione greca dei testi di consacrazione del sacerdote quest’idea di « riempimento delle mani », siccome piaceva poco il termine ebraico milluim o mille et yad, riempire le mani, venne tradotto con l’idea di perfezionare, di compiere, di riempire nel senso di adempiere, portare a una perfezione. E su queste parole giocherà questa omelia, in buona parte. Gesù compie questo suo sacrificio di consacrazione non quando del sangue altrui gli viene messo sul lobo dell’orecchio o alle estremità del corpo, ma quando il suo stesso sangue è sparso sulla croce.
Dal momento della consacrazione, il Sommo Sacerdote o gli altri sacerdoti potevano entrare nella zona vietata del tempio. Nella locandina che è stata distribuita avete la pianta di Gerusalemme al tempo del secondo tempio: c’erano dei cortili concentrici: in uno poteva entrare chiunque, nell’altro solo gli israeliti, nell’altro solo gli uomini, e, infine, nell’ultimo cortile, solo i sacerdoti; ciò era imposto dall’idea di separazione progressiva di cui vi ho parlato. Per entrare in questo ambito del sacro il sacerdote doveva essere consacrato, cioè messo in una condizione di omogeneità con lo spazio sacro attraverso questa cerimonia. Ora il Cristo, per il nostro autore, è stato consacrato sacerdote nel momento in cui il suo corpo è stato bagnato del suo sangue (questo non lo dice la Lettera agli Ebrei lo dico io) per passare alla dimensione del sacro vera che è il regno di Dio, al di là di questo mondo. Il passaggio era la morte, quella morte che in fondo era simboleggiata da tutta la logica del gioco nel tempio: uscire dall’ambiente del quotidiano per entrare in contatto con Dio in fondo è possibile solo realmente nella morte; tutto il resto è mimo.
(2,10) Ed era ben giusto – continua il nostro autore – che colui per il quale e dal quale sono tutte le cose – cioè Dio – volendo portare molti figli alla gloria – a sé stesso – rendesse perfetto – consacrasse veramente sacerdote – mediante la sofferenza – meglio, mediante le cose che ha subito – il capo della salvezza.
Il resto di questo breve spezzone afferma la solidarietà di fondo esistente fra il Cristo uomo e coloro che devono essere grazie a Lui portati a contatto con Dio. Dove si compie ciò?
Non avviene nel tempio, non avviene per una logica di separazione, anzi si opera per una logica di solidarietà. Non avviene fuori dalla vita, termina nel passaggio più ineluttabile della vita, la morte, ciò che subiscono tutti, che lo vogliano o no. Avviene nel cuore del dramma di ogni esistenza umana, e la solidarietà è lì che il Cristo la dimostra. La finalità è un po’ quella che abbiamo trovato nell’omelia di ieri sera, la speranza e la libertà.
Versetti densissimi quelli dal 14 in poi: Poiché dunque i figli hanno in comune il sangue e la carne, anch’egli ne è divenuto partecipe, per ridurre all’impotenza mediante la morte colui che della morte ha il potere, cioè il diavolo, e liberare così quelli che per timore della morte erano soggetti a schiavitù per tutta la vita. Povera traduzione italiana! Il greco ha, poiché può utilizzare l’infinito come sostantivo: erano soggetti alla morte per tutto il loro vivere. Terribile ironia: vivono e vivono nella paura della morte. La solidarietà del Cristo li porta fuori di quella paura, perché sconfigge colui che della morte ha il potere, cioè il diavolo, colui che sin dall’inizio della storia della salvezza ha giocato sul « Dio non vi vuole vivi, seguite me e supererete la paura della morte ».
Per motivi che se leggerete l’introduzione capirete, saltiamo al cap. 5 versetti 1-10, che sono uno dei brani più belli e profondi del Nuovo Testamento. Sono composti a dittico: c’è prima un ritratto del Sommo Sacerdote, di ogni sommo sacerdote, e poi il ritratto del Cristo:
Ogni sommo sacerdote, preso fra gli uomini, viene costituito per il bene degli uomini nelle cose che riguardano Dio, per offrire (prosphero) doni e sacrifici per i peccati. In tal modo egli è in grado di sentire giusta compassione per quelli che sono nell’ignoranza e nell’errore, essendo anch’egli rivestito di debolezza; proprio a causa di questa anche per se stesso deve offrire sacrifici per i peccati, come lo fa per il popolo.
Vi segnalo subito, in questa prima parte del dittico, un paio di termini tecnici: il sacerdote è costituito, cioè c’è bisogno di una istituzione ufficiale. Egli rappresenta un gruppo, rappresenta un popolo, non se stesso: non si è sacerdoti per se stessi. Il secondo termine tecnico è « offrire », prosphero, portare presso, trasferire nello spazio del divino. I latini direbbero sacrum facere, sacrificare. Tra i due pannelli del dittico abbiamo una cerniera: Nessuno può attribuire a se stesso questo onore – aveva detto prima « di gloria e di onore lo hai coronato » -, se non chi è chiamato da Dio, come Aronne. Nello stesso modo Cristo non si attribuì la gloria — ancora il salmo 8 – di sommo sacerdote, ma gliela conferì colui che gli disse: « Mio figlio sei tu, oggi ti ho generato ». Come in un altro passo dice: « Tu sei sacerdote per sempre, alla maniera di Melchìsedek ».
Sta attualizzando il versetto 2,7 (citazione del salmo 8), per poi continuare:
Proprio per questo nei giorni della sua vita terrena egli offrì (prosphero) preghiere e suppliche con forti grida e lacrime a colui che poteva liberarlo da morte e fu esaudito per la sua pietà; pur essendo Figlio, imparò tuttavia l’obbedienza dalle cose che patì e, reso perfetto (consacrato perfettamente sacerdote), divenne causa di salvezza eterna per tutti coloro che gli obbediscono, essendo stato proclamato da Dio sommo sacerdote alla maniera di Melchìsedek.
Vi sono elementi comuni fra il Cristo e ogni sommo sacerdote. Innanzitutto sia il sommo sacerdote, o ogni sacerdote, e il Cristo hanno un doppio rapporto con l’umanità: un rapporto di origine ed un rapporto di vantaggio. Questo è caratteristico di ogni mediazione; chi deve fare da mediatore tra me che voglio un appartamento e chi deve vendermelo, dev’essere solidale con me e con il venditore, perché se no uno dei due lo licenzia. Quindi deve in qualche modo essere collegato nell’interesse all’uno e all’altro e nello stesso tempo deve lavorare a vantaggio dell’uno e dell’altro. Ora, come esprime il nostro autore il fatto che il sommo sacerdote è uomo e viene dagli uomini? Lo esprime con un’espressione apparentemente anodina ma molto forte: preso fra gli uomini, separato da, ex dice il greco (come nel latino ex-tractus). La sua solidarietà si riassume in una separazione. Veniva scelto tra gli uomini secondo precisi criteri: doveva appartenere a una famiglia, a una tribù, doveva essere uomo e non donna, doveva essere sano di corpo e di mente, doveva essere sposato a un’israelita, non a una straniera.
A proposito del Cristo la solidarietà d’origine si esprime con un’espressione temporale: Cristo nei giorni della sua vita terrena. Letteralmente: nei giorni della sua carne, quando era un ammasso di carne, carne che soffre, carne che ama, carne che sente, carne che pensa. Non separato da ma in, nei giorni, un’immersione totale nella realtà dell’essere umano.
E con un’espressione di vantaggio: il sacerdote viene costituito per il bene degli uomini nelle cose che riguardano Dio. Per il bene, si tiene sul generico il nostro autore, per offrire doni e sacrifici per i peccati. È una visione un pochino ridotta quella che ci presenta: il sacerdote viene presentato soprattutto in rapporto al peccato. Però è così: è costituito per il bene degli altri. Invece il Cristo è causa di salvezza, non è un bene generico, è la salvezza totale.
Altro elemento comune è il rapporto con Dio. Ogni sommo sacerdote è preso tra gli uomini, viene costituito per il bene degli uomini nelle cose che riguardano Dio; frase molto elegante, in greco ancora più sintetica; gioca con le cose, un qualcosa di esterno a sé, che in fondo non lo coinvolge. Il Cristo offrì preghiere e suppliche con forti grida e lacrime a Dio? No, a colui che poteva liberarlo da morte: è un pochino più coinvolto, Gesù. C’è dentro lui in questo rapporto con Dio.
Terzo punto in comune: una chiamata divina. Il sommo sacerdote è chiamato secondo l’elezione fatta ad Aronne, capostipite dei sommi sacerdoti, secondo il libro dell’Esodo. Il Cristo secondo l’ordine di Melchisedek.
In entrambi i casi è, quarto punto in comune, istituito: ogni sommo sacerdote, preso tra gli uomini, viene costituito, c’è quindi una proclamazione pubblica. Nel caso del Cristo anche, nel versetto 10: essendo stato proclamato da Dio sommo sacerdote alla maniera di Melchisedek. In entrambi i casi abbiamo un prototipo, Aronne, il sacerdote secondo una stirpe e come vedremo dopo, Melchisedek che invece non è sacerdote secondo una stirpe. Abbiamo in entrambi i casi un’azione sacerdotale. In entrambi i casi leggiamo il verbo prosphero, tutti e due offrono: il sommo sacerdote offre doni e sacrifici, il Cristo offre preghiere e suppliche con forti grida e lacrime. Valuteremo dopo questa differenza. Tutti e due vivono un mistero di compassione sacerdotale. Il sommo sacerdote, siccome è debole lui, può capire quelli che sono nell’errore. Il Cristo è solidale con l’umanità, può capire quel grido dell’umanità che cerca, che anela alla vita. In entrambi i casi pertanto c’è un rapporto con la debolezza. Il sommo sacerdote, in quanto debole, in quanto uomo, in quanto peccatore sente una naturale solidarietà con gli altri. Il Cristo la sua solidarietà la vive ad un altro livello.
Infine, tutti e due offrono un sacrificio per se stessi: il sommo sacerdote è tenuto ad offrire un sacrificio per i suoi peccati prima che per quelli degli altri, deve purificarsi per entrare nella zona del sacro, per poi agire a favore degli uomini, Gesù prega, apparentemente, per aver salva la vita.
Mettiamo ora in risalto le differenze. In entrambi i casi abbiamo un rapporto con l’umanità ma nel caso del sommo sacerdote è una sottrazione dall’umanità, nel caso del Cristo è un’immersione nell’umanità. Se leggete le leggi del Levitico riguardo ai sacerdoti, questa separazione dall’umanità era formale in tutto, soprattutto su un punto: il sommo sacerdote non doveva avere contatto col dolore. Vi ricordate la dimensione del gioco: il dolore fa parte del quotidiano. Trasferito nella dimensione del gioco, il sommo sacerdote non deve toccare ciò che è doloroso, gli era vietato stracciarsi le vesti (cosa che fa invece di fronte al Cristo, tra l’altro prima della festa di Pasqua secondo il racconto dei sinottici). Gli era vietato persino andare al funerale di sua moglie, se fosse morta. Non doveva toccare niente che avesse a che fare col dolore, veniva tenuto isolato in un bel palazzo vicino al tempio di Gerusalemme, almeno finché era in carica. Il Cristo invece questo suo contatto con l’umanità lo vive in un’immersione nel dolore. Non nel dolore in quanto tale, ma nell’umanità, in tutti i suoi aspetti.
La designazione divina: nel caso del sommo sacerdote qualcuno che ha scelto Aronne, Dio, nel caso del Cristo qualcuno che gli parla: Tu sei sacerdote per sempre al modo di Melchisedek. Così la vocazione divina: il sommo sacerdote è scelto da Dio, il Cristo da colui che poteva liberarlo da morte.
E, infine, l’azione sacerdotale: il sommo sacerdote offre doni e sacrifici, il Cristo preghiere e suppliche con forti grida e lacrime. Quella bella scala che partiva dall’umanità, poi ne separava il popolo eletto, poi i leviti, poi le famiglie sacerdotali, poi le famiglie dei sommi sacerdoti, poi il sommo sacerdote, quella bella piramide che arrivava su su a toccare Dio cosa voleva esprimere? Che l’uomo deve uscire da se stesso, deve entrare in estasi, ex-stasis, star fuori da se, per toccare Dio. Ma, quando era il momento di toccare Dio, mandava avanti un agnello. Chi toccava Dio: l’agnello! Vedete il gioco: fare come se. Nel caso del Cristo non è il suo sacrificio che conta, è quel suo grido: il suo sacrificio non è il morire è il non voler morire, è il voler vivere. In quel sacrificio incontra ogni uomo, cos’è l’uomo perché te ne ricordi, il figlio dell’uomo perché tu te ne curi. È un grido, un grido che chiede vita, che chiede Vita con la V maiuscola. Ecco il sacrificio: altro che gioco, altro che alienazione.
E veniamo all’esaudimento. Nel caso del sommo sacerdote non si dice se è esaudito o meno. Nel caso del Cristo si dice: e fu esaudito. Ma come? È morto! Ricordate i versetti del capitolo 2: per liberare coloro che per paura erano schiavi della morte in tutto il loro vivere. Fu esaudito sì, non perché non è stato crocifisso (non vedo in queste preghiere e suppliche con forti grida e lacrime l’agonia nel Getsemani). Ma nella libertà di cui è intrisa tutta la sua vita. Una vita che ha chiesto vita e che proprio perché chiedeva vita la logica del gioco ha dovuto spegnerla. Il guastafeste va eliminato dal gioco. Non è la sua morte, è la sua coerenza con la Vita che è stato il sacrificio. La morte è stato un passaggio. Se non fosse morto sulla croce sarebbe morto di qualcos’altro, come uomo. Ma fu esaudito nella vittoria sulla morte. Quella morte non è stata Morte. Infatti a me non piace troppo parlare di resurrezione perché dà l’idea di un cadavere che cammina, di uno zombi. È la morte che diviene vita nella sua logica profonda. Abbiamo qui due giochi di parole mirabili. Il nostro autore ama i giochi di parole, vi ho detto ieri sera che è un maestro. Un gioco di parole lo trovate in tutti i sussidiari di questo mondo, o almeno si trovava fino a qualche tempo fa. Imparò l’obbedienza dalle cose che patì: imparare è soffrire, in greco mathein, pathein. Un gioco di parole che risale a Eschilo (Agamennone 177) e che probabilmente neanche Eschilo si è inventato, l’avrà appreso sui banchi del suo didascalos, che gli ha insegnato a scrivere: ogni apprendimento è sofferenza; ogni coscienza è sofferenza; ogni passo nella conoscenza è sofferenza; ricordate il libretto dell’Apocalisse: che è dolce in bocca ma brucia le viscere (Ap 10,9). Cosa ha imparato? L’obbedienza. Scandalo per tanti lettori: Cristo figlio di Dio che deve obbedire! A chi obbedisce?! A se stesso no? È la seconda persona della Trinità! Ma anche qui c’è un gioco di parole, che è possibile anche in italiano, più esplicitamente in latino: è lo stesso verbo che forma ubbidire ed esaudire: il verbo udire, ascoltare. In greco è up-akouo, ascoltare dal basso, e eis-akouo, ascoltare verso o da; in latino ob-audio, obedio, ed ex-audio. In realtà questo mistero di obbedienza è di esaudimento è un mistero di ascolto. Quel grido è ascoltato, è l’unico grido che viene ascoltato. Viene eliminata la morte fisica? Viene eliminata la sofferenza? No. Ma la vita è tutt’altra cosa che ciò che può essere limitato dalla morte e dalla sofferenza. Due giochi di parole apparentemente innocenti che nascondono la distruzione di ogni logica di gioco, o meglio svelano la logica del gioco. Cosa diceva nei simboli il sommo sacerdote quando sgozzava la vittima e la portava nel tempio: Signore voglio ridarti la mia vita – intanto ti do quella dell’agnello -, perché tu sei la Salvezza non perché a me piaccia darti la mia vita o perché tu abbia bisogno del mio sangue. Perché tu sei la Salvezza. Il Cristo questo l’ha vissuto non perché si è fatto uccidere ma perché ha accettato di farsi uccidere per coerenza con questo grido che chiedeva vita, che è il grido dell’umanità. Vi risparmio, anche perché il tempo corre, il capitolo 7 che è tutto un commento al tu sei sacerdote per sempre al modo di Melchisedek. Vi do solo due note per capire questo capitolo complessissimo. Melchisedek è un re che appare nel capitolo 14 della Genesi, quindi prima che fosse istituito il sacerdozio di Aronne; dopo la sconfitta dei re, Abramo incontra Melchisedek, il quale viene detto re e sacerdote del Dio Altissimo.
Da buon giurista, il nostro omileta ragiona: c’è un sacerdote che può non essere secondo la stirpe di Aronne, perché Aronne non era ancora nato quando Abramo ha incontrato Melchisedek. Quindi ho il caso precedente. E poi siccome il salmo dice tu sei sacerdote per sempre al modo di Melchisedek, ed è scritto dopo la scelta di Aronne e dei suoi figli come sacerdoti, Dio prima ha istituito un sacerdote, Melchisedek, poi ha creato un secondo sacerdote, Aronne. Ma, se poi promette un sacerdote che non è della stirpe di Aronne (il salmo è posteriore a Mosè, perché attribuito a Davide), ma secondo l’ordine di Melchisedek, questo deve averne le caratteristiche. Essere, dunque, sacerdote per sempre. Il testo italiano non può essere chiaro: per sempre non va inteso nel senso di « per un tempo continuato, anche eternamente ». Per sempre definisce la dimensione (anche spaziale) dell’eternità. I sacerdoti erano consacrati per entrare nello spazio del sacro. Cristo è entrato direttamente nello spazio di Dio. Se tenete presente questi due principi, la dimostrazione giuridica del cap. 7 appare abbastanza evidente.
E passiamo così a qualche nota sul cap. 10, dove si ha un meraviglioso commento al salmo 42:
(10,5) Tu non hai voluto né sacrificio né offerta, un corpo invece mi hai preparato. Mistero questo versetto, perché nel testo ebraico leggiamo mi hai aperto le orecchie. Invece qui l’autore segue il testo greco: un corpo da uomo è lo strumento della sua offerta.
Siamo nell’ambito di quella che chiamiamo cristologia « bassa », una contemplazione dell’umanità di Gesù. La volontà, il dolore, il desiderio, quelle cose di cui abbiamo paura e da cui il sommo sacerdote doveva essere escluso divengono il nodo del rapporto con Dio. Come incontrare, prima delle forme della religione, oserei dire delle forme del gioco, inevitabili e necessarie, l’uomo Cristo Gesù, che è Dio, e ogni uomo – cos’è il figlio dell’uomo perché te ne ricordi -, se non in quel grido: voglio vivere?
Ve l’avevano detto le suore al catechismo che questo grido è il sacrificio di Cristo? È scritto così nella Lettera agli Ebrei.

Domande:
D: Effettivamente stasera è stata più difficile, è stato più difficile seguire il tutto, e all’inizio io personalmente, quando sono state fatte quelle due proposizioni, una sul gioco l’altra sulla separazione, come tutti noi, non sapevo ancora qual’era la strada in cui ci avrebbe condotto P. Paolo. Poi dopo si è capito qual era il riferimento e il perché di questa premessa. Ecco, io volevo dire una cosa, è una mia impressione ma non so se sia esatta e volevo avere conferma da P. Paolo. Da quanto lui ci ha detto conducendoci per mano nella lettura di questa seconda parte emerge chiaramente un tentativo di colui che ha scritto questa seconda omelia, il tentativo di omologare Cristo a un sacerdote. Ci si ritorna ripetutamente. Allora mi sono domandato: non è questo riduttivo per la figura del Cristo? A questa domanda mi sono in parte risposto e in parte ha risposto P. Paolo nel corso della discussione. No non è riduttivo perché intanto è già a un altro livello: non a caso P. Paolo ripetute volte ha detto: il sacerdote porta sacrifici e fa sacrifici, Cristo invece preghiere e grida, cioè è già a un livello diverso. Però c’è un ultima considerazione che vorrei fare: questa omologazione non è riduttiva della figura di Cristo ma è voluta da colui che l’ha scritto per sottolineare il suo rapporto con l’uomo e la sua natura umana. È così o no?
P.G.: ci sono vari motivi per cui si deve dire che Cristo è sacerdote, o meglio, prima o poi doveva saltare fuori questa idea nella Chiesa. Gesù non fa mai nella sua vita pubblica niente che possa in qualche modo metterlo in concorrenza con i sacerdoti del tempio. Se vi ricordate quando guarisce i lebbrosi dice: andate dai sacerdoti. E non si oppone neanche mai direttamente ai sacerdoti: saranno i sacerdoti a condannarlo, ma sotto la spinta soprattutto della corrente farisaica. Gesù è un laico, non appartiene a nessuna famiglia sacerdotale, è della tribù di Giuda: se vi rileggerete il c. 7 trovate che l’autore lo ammette. Il cap. 7 è un capolavoro di giudaismo legale. È come se io fossi affascinato da una donna che ha le visioni e volessi dimostrare che quella donna, che magari è morta litigando col vescovo e mezzo scomunicata, in realtà era il Papa. E lo volessi fare col diritto canonico. Ora lui lo fa con l’Antico Testamento e dimostra che il Cristo era il vero sommo sacerdote. Perché questo? Innanzitutto perché, come vi dicevo ieri sera e ho ripetuto questa sera, il cristianesimo sta cominciando a darsi una sua identità in contrapposizione alle religioni istituzionali, ma sente la nostalgia della religione istituzionale. Pensate, un esempio che faccio spesso, l’ho già fatto anche a proposito di Apocalisse che gioca su meccanismi simili, pensate a dei cristiani credenti che si trovino improvvisamente in una situazione di persecuzione in un qualche paese del mondo dove non ci siano più preti; allora non puoi confessarti, non puoi andare a messa: queste cose rassicurano anche psicologicamente in fondo, oltre che essere dei sacramenti. Poi uno può dirsi: Dio capirà perché non c’è il prete e non posso andare a confessarmi, però dentro gli rode di non poterlo fare. E allora bisognava dare questa risposta. Ma c’è un altro motivo, estremamente facile da cogliere nell’antichità. Quasi tutti i re dell’antichità, orientale senz’altro, ma anche occidentale, erano al contempo sacerdoti. O meglio, il sacerdozio istituzionale nelle società antiche era una sostituzione della figura del re. Pensate al titolo che aveva l’imperatore romano, pontefice. Il papa quando ha mandato le insegne a Costantinopoli le ha mandate tutte salvo quella, che si è tenuta. Perché era un sacerdote il pontefice: era quello che faceva i ponti ma non in quanto ingegnere, in quanto imbrigliatore del dio Tevere. L’idea di sacerdozio e di regalità erano connesse. Il Cristo re e Messia della stirpe di Davide, necessariamente a un certo punto viene letto nella chiave del sacerdozio. Però con la coscienza della sua laicità rispetto al sacerdozio di Aronne, che era il sacerdozio istituzionale dinastico. Coscienza che porta Ebrei ad affermare, ad esempio, nel cap.7, che se i sacerdoti figli di Aronne erano tali in nome di una dinastia, Melchisedek non lo era. Però era anche un sacerdote superiore alla dinastia, perché se Abramo gli ha dato una decima riconoscendogli un diritto, questo diritto deve essere seguito anche dai figli di Abramo, quindi anche da Aronne che è figlio di Levi, che è figlio di Abramo. Tutta una dimostrazione giuridica, molto stretta, molto stringata. Quindi è un sacerdozio diverso, ed è quello che è stato accolto nella nostra preghiera eucaristica romana, il canone primo: come hai voluto accettare i sacrifici di Abele il giusto, di Abramo nostro padre nella fede e l’oblazione pura e santa di Melchisedek tuo sommo sacerdote. E Aronne? Il Nuovo Testamento non lo considera più, perché è il sacerdozio per dinastia, cosa che la Chiesa non ha accettato. É una logica che non c’è più, come quella dei sacrifici cruenti: non c’è più. Tant’è vero che nella buona dottrina cattolica noi affermiamo che né P. Alberto, né P. Marco, né P. Giancarlo né io siamo sacerdoti realmente: sacerdote è solo Cristo; noi partecipiamo del suo sacerdozio. E questo in un regime di libertà.
Ho dimenticato una cosa, ne approfitto adesso anche se non c’entra con la domanda. Fra gli elementi diversificanti che il capitolo quinto pone fra il sacerdote istituzionale e Gesù Cristo, c’è anche il rapporto col peccato. Gesù impara l’obbedienza dalle cose che patì, il suo è un cammino umano di adeguamento del suo ascolto a quell’ascolto di Dio, quel dialogo profondo, che poi nel capitolo 10 si chiamerà volontà: è per quella volontà che noi siamo stati santificati. Da questa espressione poi nascerà anche un’eresia, il monotelismo, ma all’epoca della Lettera agli Ebrei queste eresie da bizantini non c’erano ancora. Su questo punto la situazione prende dell’ironico. Il sommo sacerdote, che è in cima a quella piramide e poi alla fine ci mette l’agnello, in che cosa è ancora solidale con gli altri uomini? Dice il capitolo 5: deve offrire sacrifici anche per se stesso in quanto peccatore. Quindi, l’unico elemento di solidarietà è il peccato. Il Cristo è solidale in tutto eccetto il peccato. Ora, il peccato può creare solidarietà? Può creare complicità, non solidarietà. Calate questo anche nella storia del primo secolo dove l’intero popolo ebraico stava andando verso la rovina, in parte anche grazie ad un agire non sempre adamantino dei suoi sacerdoti. Questo essere in fondo solidali solo nel peccato, questo avere con gli altri solo dei rapporti di complicità (che in pratica volevan dire che ogni tanto per diventare sommo sacerdote la bustarella a qualcuno la si doveva pur pagare; poi ci si guadagnava bene, era un posto ben pagato, il sommo sacerdote: scomodissimo ma ben pagato. Era un re sostanzialmente, un re vassallo dei romani). Queste forme di compromissione sono solidarietà? Dai tempi di Adamo ed Eva nel peccato non c’è solidarietà. Al momento buono: è colpa sua, è colpa sua, è colpa del serpente. C’è complicità. Nel caso invece del Cristo non c’è complicità, perché nessuno è stato più chiaro di lui nel dirci le cose, in compenso c’è totale solidarietà.
D: lei ci ha fornito una intuizione molto originale per quanto riguarda la consacrazione di Gesù a sacerdote. Con questa sua, diciamo, auto consacrazione perché col suo stesso sangue è diventato sacerdote. Questa è una sua originale intuizione e su che cosa è basato oltre che su quel parallelismo della consacrazione dei sacerdoti israeliti?
P.G.: La cosa essenziale del sacerdozio antico oltre ai sacrifici, certi sacrifici erano fatti anche da laici (il sacrificio pasquale lo faceva la famiglia) era poter entrare nello spazio sacro, in contatto con le cose sacre. Ora, questi spazi sacri, vi ho detto, vengono intuiti in fondo come un non spazio sacro, una finta, una copia. Noi oggi diremo la logica del gioco. Nel caso invece dell’autore della Lettera agli Ebrei o meglio del redattore, da buon medio platonico, avrebbe detto una copia delle cose celesti. Si aveva l’idea che i templi erano una copia della casa del dio in cielo, che è il vero spazio sacro. Questo perché molte leggende di fondazione nascevano dal fatto che un re o un profeta aveva avuto una visione, Mosè nel nostro caso, di com’era la casa di Dio e l’aveva riprodotta. E la vita del tempio, nell’antichità, era la vita della reggia di un sovrano. C’era l’atrio, dove riceveva, c’era la sala da pranzo, il Santo, hekal, e poi c’era il Santo dei Santi: l’appartamento privato. Gli antichi si rendevano conto del gioco, siamo all’epoca in cui l’ebraismo sta maturando profondamente anche riguardo alla sua religione templare tutta una serie di critiche, ma queste stesse critiche nascono anche in ambiente pagano, pensate a Lucrezio o ad altre figure sopratutto legate all’epicureismo e allo stoicismo. Ne deriva quindi l’idea di un’alternativa più profonda, più personale alla religione esteriore. Ora Cristo è entrato nella dimensione dell’eternità attraverso quel passaggio che è la sua morte. Ma, non è la morte che è fondamentale; il fondamentale è la vita che lo ha portato là. Non è più una finta: Cristo è veramente seduto alla destra del Padre, è veramente nella casa di Dio, e là aspetta tutti noi, volendo portare alla gloria molti fratelli diceva il capitolo 2. È quella la nostra destinazione, siamo più grandi delle cose di quaggiù. Questa destinazione è un punto di arrivo, è in continuità col nostro modo di vivere, con la nostra vita. Non nel senso che noi quaggiù lottizziamo il paradiso, sono cose che non hanno senso. Nel senso che questa vita, questo anelito alla vita piena, troverà la sua risposta in Dio. Ecco, nel Cristo questo è avvenuto. Noi oggi diremmo: il tempio è un simbolo, è una logica di simboli, è una logica di gioco, se vogliamo. Però, se ci si ferma lì ci si ferma contro un muro, quello che c’è in fondo ad ogni abside. Quello che ci attende è un altro tempio e non si gioca su una consacrazione esteriore l’essere ammessi a questo tempio, si gioca su una consacrazione interiore. Così diventiamo anche la città, la Gerusalemme. É sempre l’idea di uno spazio sacro. Anche il concetto di elezione diventa un’elezione dell’uomo e non un’elezione estrinseca, perché sei nato in una determinata stirpe. Figlio di Abramo secondo la fede direbbe San Paolo e non secondo le opere, la circoncisione. É tutto un movimento, ma è un movimento che permette al cristianesimo di incontrare ogni uomo in ogni cultura. É un passaggio notevole anche solo nel cammino della civiltà umana.
D: il capo della cristianità, il papa è un sommo sacerdote oppure no?
P.G.: Questo non c’entra con la lettera agli Ebrei. C’entra con la teologia del sacerdozio. Secondo la dottrina cristiana cattolica e ortodossa orientale – per i protestanti si diversifica a seconda delle varie chiese – sacerdote è solo Cristo, mediatore è solo Cristo, la grazia la dà solo Cristo. Non c’è mediazione altra che quella di Cristo. Poi, esiste effettivamente un ceto di persone che vengono associate in maniera ministeriale al sacerdozio di Cristo, al quale siete associati tutti voi (ed adesso lo capite perché siete associati tutti voi: quel forte grido è il grido dell’umanità ed è il vero sacrificio; il resto è « funzionale a »). Il sacerdozio ministeriale è funzionale a che ciascuno esplichi il suo sacerdozio comune: è un servizio, è un ministero. Questo sacerdozio ha tre gradi secondo la Tradizione: il diaconato, il presbiterato e l’episcopato. Nel grado dell’episcopato la figura del romano pontefice ha un primato, punto. Nella storia della Chiesa la teologia veterotestamentaria dei leviti e anche del sommo sacerdote (legato al papa) è risbucata per analogia; ancora oggi, nell’ordinazione dei diaconi, Dio solo sa perché, li si continua a chiamare leviti, quando il canone romano, vi dicevo prima, metteva bene in chiaro: metteva solo dei laici come sacerdoti prima di Gesù, Abele Abramo e Gesù. Talvolta queste idee entrano nella retorica legata ai preti: quanti preti hanno scritto tu sei sacerdote per sempre alla maniera di Melchisedek sul loro santino di ordinazione: è vero che lo sono, ma per il battesimo. Considerate una cosa buffa, un particolare letterario: nel descrivere Melchisedek l’autore della Lettera agli Ebrei dice tutto quello che ha fatto tranne che l’offerta del pane e del vino. Abramo incontra Melchisedek, questi gli offre del pane e del vino e Abramo gli paga le decime, o meglio, nel testo ebraico non è chiaro se è Melchisedek che paga le decime ad Abramo o viceversa. Il nostro autore cosa fa? Toglie subito questa storia del pane e del vino perché lui deve dimostrare che Melchisedek è superiore ad Abramo: se comincia a fargli i regalini di benvenuto le cose cominciano a non funzionare più. E poi dice che è Abramo che paga la decima a Melchisedek, quando probabilmente è vero il contrario. Nel contesto, la grammatica permette entrambe le letture. Nelle raffigurazioni bizantine, a Ravenna per esempio, Melchisedek viene mostrato che offre il pane e il vino, perché è ovvio il riferimento eucaristico, che è proprio quello che la Lettera agli Ebrei vuole evitare di dire, ci passa sopra: si chiama praeteritio, in latino retorico, cioè: faccio finta di voler solo abbreviare le cose e non vi dico quello che a me darebbe fastidio dirvi, do per scontato che lo sappiate e così lo metto in ombra. Qui la problematica è diversa: non è un’applicazione di tipo analogico, poetico, come facciamo noi del sommo sacerdote al papa o del levita al diacono, ecc. È un’applicazione che si vuole formale, siamo alla base della nostra fede, nei testi fondanti. Solo Cristo è sommo sacerdote, solo Cristo è sacerdote, è colui che sacra dat, colui che dà le cose sacre. Solo Lui. Ordinariamente tramite il ministero della Chiesa. Se no, come gli pare, quando gli pare, dove gli pare.  

Publié dans:Lettera agli Ebrei |on 11 janvier, 2011 |Pas de commentaires »

Omelia (10-01-2011) Eb 1,1

dal sito:

http://www.lachiesa.it/calendario/omelie/pages/Detailed/21341.html

Omelia (10-01-2011) 
Eremo San Biagio

Dalla Parola del giorno
Dio, che molte volte e in diversi modi nei tempi antichi aveva parlato ai padri per mezzo dei profeti, ultimamente, in questi giorni, ha parlato a noi per mezzo del Figlio. (Eb 1,1)

Come vivere questa Parola?
Il mistero dell’incarnazione che abbiamo appena celebrato, parla di un Dio vicino, un Dio che abolisce le distanze e stringe con l’uomo un rapporto dialogico di « a tu per tu ».
Anche uno sguardo retrospettivo spinto fino a frugare in quella notte dei tempi che ha visto emergere dal nulla l’intera creazione, registra la costante presenza della Parola. Sì, in principio era il Verbo, quella Parola che è l’alfa e l’omega, abbracciando l’intero corso della storia. Una Parola che cerca un interlocutore a cui dirsi, a cui donare se stessa svelandosi.
Paolo richiama gli antichi patriarchi e i profeti che nei tempi antichi fungevano da portavoce di Dio. Un dono prezioso, ma destinato ad essere superato in maniera umanamente impensabile: Dio stesso è venuto a piantare la sua tenda in mezzo a noi. Una presenza stabile, che non soggiace alla transitorietà degli eventi, così che la Parola ci raggiunge direttamente, « in questi ultimi tempi », cioè oggi.
È stupendo scoprirsi il « tu » di Dio, chiamato per nome ad accogliere le sue confidenze! Non è poesia, ma una sconvolgente realtà che l’abitudine rischia di banalizzare. Quante volte ci troviamo ad ascoltare distratti le parole del vangelo o a sorvolare su di esse perché alle prime battute già sappiamo come la storia va a finire! E si svilisce la Parola di Dio svuotandola di quella forza fecondatrice e creatrice che può renderci creature nuove ogni giorno, se sappiamo metterci umilmente in ascolto.
Oggi, nella mia pausa contemplativa, mi metterò in atteggiamento di docile ascolto della Parola che mi sollecita a una risposta operativa.
Donami, Signore, un cuore docile, capace di ascoltare, ruminare, custodire e tradurre in vita la tua parola.
La voce di un religioso definito la « coscienza inquieta della Chiesa »
Questo è un mondo senza misura e senza gloria, perché si è perso il dono e l’uso della contemplazione… civiltà del frastuono. Tempo senza preghiera. Senza silenzio e quindi senza ascolto… E il diluvio delle nostre parole soffoca l’appassionato suono della sua Parola.
David Maria Turoldo 

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