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Trasmettere la fede celebrandola in famiglia (2Tim 1,1-7) (Carlo Maria Martini)

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Trasmettere la fede celebrandola in famiglia (2Tim 1,1-7)

Questa grazia chiediamo: che le nostre famiglie – anche quelle magari un po’ più lontane – sappiano insegnar così la catechesi. È facile, perlomeno non così difficile, far pregare i bambini, incominciando appunto con qualche preghiera legata soprattutto alle feste, alle ricorrenze principali. E così, a poco a poco quel pensiero di Dio oggi tanto lontano dal nostro mondo occidentale, talora oltretutto presentato così astratto, diventerà di nuovo concreto e vitale…

Poiché questa nostra è una lectio divina, prima di ascoltare la Parola di Dio prolunghiamo ulteriormente l’invocazione al Signore, implorando il dono di una lettura feconda.
 
Spirito Santo,
che hai ispirato queste parole della Scrittura,
donaci di penetrarle con animo libero,
di conoscere la tua grazia, la misericordia del Padre,
la potenza di Gesù, e di sentirle nel nostro cuore!
Per Cristo nostro Signore.
Amen
 
Sostiamo a questo punto sui versetti iniziali di 2Tim 1, facendone occasione di riflessione con qualche domanda, che mi permetterò di rivolgere direttamente allo stesso Timoteo, provando ad ascoltarne le risposte che saprebbe fornirci.
 
[1.1] Paolo, apostolo di Cristo Gesù per volontà di Dio, per annunziare la promessa della vita in Cristo Gesù, [1.2] al diletto figlio Timòteo: grazia, misericordia e pace da parte di Dio Padre e di Cristo Gesù Signore nostro.
[1.3] Ringrazio Dio, che io servo con coscienza pura come i miei antenati, ricordandomi sempre di te nelle mie preghiere, notte e giorno; [1.4] mi tornano alla mente le tue lacrime e sento la nostalgia di rivederti per essere pieno di gioia. [1.5] Mi ricordo infatti della tua fede schietta, fede che fu prima nella tua nonna Lòide, poi in tua madre Eunìce e ora, ne sono certo, anche in te.
[1.6] Per questo motivo, ti ricordo di ravvivare il dono di Dio che è in te per l’imposizione delle mie mani. [1.7] Dio infatti non ci ha dato uno Spirito di timidezza, ma di forza, di amore e di saggezza.
[1.8] Non vergognarti dunque della testimonianza da rendere al Signore nostro, né di me, che sono in carcere per lui; ma soffri anche tu insieme con me per il vangelo, aiutato dalla forza di Dio! [1.9] Egli infatti ci ha salvati e ci ha chiamati con una vocazione santa, non già in base alle nostre opere, ma secondo il suo proposito e la sua grazia; grazia che ci è stata data in Cristo Gesù fin dall’eternità, [1.10] ma è stata rivelata solo ora con l’apparizione del salvatore nostro Cristo Gesù, che ha vinto la morte e ha fatto risplendere la vita e l’immortalità per mezzo del vangelo, [1.11] del quale io sono stato costituito araldo, apostolo e maestro.
                                                                                                             (2Tim 1,1-11)
 
1. Un mondo di affetti intensi
Nel Nuovo Testamento questa seconda lettera a Timoteo (2Tim) – insieme alla prima a Timoteo (1Tim), nonché a quelle inviate a Tito (Ti) e Filemone (Filem) –, è una delle poche scritte a destinatari singoli e «privati», dal momento che la maggioranza delle lettere paoline e delle restanti apostoliche sono per lo più indirizzate a comunità.
In questo pacchetto di lettere indirizzate a singoli destinatari, la 2Tim possiede l’originalità di essere certamente la più affettuosa e ricca di emozioni, la più intima e familiare. Traboccante di affetti profondi, merita d’essere letta proprio con tutta la profondità del nostro cuore.
Nell’intestazione (quella che di solito apponiamo sopra la busta, indicando chi scrive – cioè Paolo – e a chi si scrive – appunto a Timoteo–) Paolo si qualifica come apostolo di Cristo, dotato quindi di un’autorità proveniente da Cristo stesso, per volontà di Dio, quindi in obbedienza al disegno di salvezza di Dio sull’umanità. Il tutto nel nome del compito apostolico: «per annunziare la promessa della vita in Cristo Gesù». Scopo di Paolo apostolo è quindi di infondere speranza, conforto, gioia, apertura di cuore. Così, egli si rivolge a Timoteo chiamandolo «mio diletto» – cioè amato –, anzi: «mio diletto figlio», forse perché appunto suo figlio spirituale nel Battesimo, avendolo lui generato alla fede. Vorrei attualizzare, considerando come, a mia propria volta, anch’io potrei senz’altro rivolgermi così a Mons. Merisi, come diletto figlio, perché per parte mia l’ho generato nel sacramento dell’episcopato. E provo a parafrasare così: A te, diletto Timoteo, a te, Mons. Giuseppe Merisi – e naturalmente per estensione a tutti voi qui presenti, eccomi propiziare e augurare, nella speciale comunione liturgica – questi tre doni divini meravigliosi – grazia, misericordia, e pace da parte di Dio Padre, e di Gesù Signore nostro –  doni che escludono ogni amarezza, timore, o sospetto, e ci immettono nella serenità, limpidità, trasparenza del Padre e del Figlio.
Appena dopo l’intestazione consueta, la lettera esordisce con il solito ringraziamento dell’apostolo elevato a Dio per tutti i suoi benefici. Qui però il ringraziamento è molto breve: anzi, nemmeno ne viene espresso il motivo, sentendosi Paolo subito sollecitato a passare all’intensità delle memorie. Memoria anzitutto di sé, del proprio impegno al servizio di Dio: «Ringrazio Dio, che io servo con coscienza pura come i miei antenati». Colpisce qui che Paolo consideri la propria fede, il proprio apostolico servizio di Dio collocandolo nella identica linea di continuità dei suoi stessi antenati, cioè, evidentemente, in virtù della sua fede ebraica! Certo, c’è stato il fatto di Gesù, straordinario. Ma Gesù non ha rotto questa continuità, sicchè anche in questa occasione, Paolo è in perfetta comunione con i suoi antenati, così come già in At 23, là dove, a un certo momento, in mezzo ad una concitatissima assemblea, rivolgendosi ai suoi fratelli ebrei, soprattutto farisei, esclama: «Fratelli, io sono un fariseo, figlio di farisei; sono chiamato in giudizio a motivo della speranza nella risurrezione dei morti!» (At 23,6). Evidentemente Paolo non avverte nessuna sostanziale diversità rispetto alla loro fede, al contrario si riconosce in perfetta continuità, anche se è intervenuta la grande novità di Cristo (ma in continuità perfetta con ciò che credevano i suoi antenati).
Questo Paolo, che si sente in forte e lineare continuità con il proprio popolo, si ricorda sempre di Timoteo nelle sue preghiere, notte e giorno (2Tim 1,3). Permettetemi un’altra attualizzazione personale: anch’io a Gerusalemme prego notte e giorno per tutte le intenzioni di mia conoscenza, qui a Milano, in Lombardia, e del mondo intero, e posso quindi capire cosa voglia dire: «mi ricordo di te nelle preghiere». In particolare, tornano alla mente di Paolo le lacrime di Timoteo (1,4). Nella prospettiva di una lettera molto sensibile alla dimensione personale, probabilmente Paolo va rammentando qui il momento del loro congedo, quando cioè Timoteo dovette distaccarsi  proprio da lui, suo maestro e padre nel vangelo. Aggiungendo subito: «sento la nostalgia di rivederti per essere pieno di gioia»,  si dimostra pieno di sentimenti e di affetto vivi (come quando scrive ai Filippesi e la prima ai Tessalonicesi). Sull’onda dei ricordi, Paolo ha poi ben presente la fede schietta di Timoteo,«fede che fu prima nella tua nonna Lòide, poi in tua madre Eunìce e ora, ne sono certo, anche in te» (1,5). Anche qui, nessuna soluzione di continuità. Tra la mamma e la nonna di Timoteo da un lato e lo stesso Timoteo dall’altro, è intervenuto nientemeno che Gesù, morto e risorto. Ma Nonna Lòide e Mamma Eunìce credevano con quella medesima fede comunque giunta aanche a Timoteo, e che a propria volta raggiunge la sua pienezza con la fede nella risurrezione di Gesù, in ogni caso fondata sulla stessa solidità su cui sta fondata la fede dei suoi antenati.
 
2. Una buona grammatica di fede: verbi, aggettivi, nomi e metafore di Dio
Proprio questa solida fede ebraica vorrei un poco approfondire, magari di nuovo interpellando direttamente a Timoteo, domandandogli:
 «Timoteo, qual era questa tua  fede, qual era la fede della tua nonna, la fede di tua madre?».
E ho ragion di credere che egli potrebbe risponderci più o meno così:
 «È come la vostra, certamente. Forse con qualche diversa sfumatura, perché voi – direbbe Timoteo –, voi occidentali, partite sempre dall’alto delle definizioni concettuali. Dovendo parlare di Dio, cercate subito un nome altisonante e grandioso, come p. es. “motore immobile” (Aristotele parlava così), o “essere supremo”, o “principio e fine di ogni cosa”. Cercate cioè un nome con cui definire Dio. Invece, nella nostra fede di matrice ebraica, noi non abbiamo cercato anzitutto questo nome. Infatti la grammatica – per così dire – della nostra fede, partiva  e parte piuttosto dai verbi, che dai nomi, passa per gli aggettivi, e arriva ai nomi soltanto in conclusione, e sempre intendendoli come metafore. Non abbiamo mai tentato di dare un nome a questo essere misterioso che pure si è davvero definito “Sono Colui che sono!”, ma restando quindi nell’ombra del mistero».
A questo figlio diletto di Paolo, torniamo allora a chiedere:
 «Spiegaci un po’ questa grammatica della tua fede. Quali sono questi verbi attraverso i quali voi avete conosciuto Dio, non passando per una definizione astratta, ma attraverso la percezione di un agire concreto?».
«Ebbene – risponderebbe ancora Timoteo –, se ne potrebbero menzionar molti di questi verbi. Ma io ve ne menziono solo qualcuno».
Potremmo dire anzitutto: Dio crea il cielo, la terra, l’uomo, tutto ciò che abita nella terra, come dice il profeta: «Il Signore Dio crea i cieli e li dispiega, distende la terra con ciò che vi nasce, dà il respiro alle genti che la abitano e l’alito a quanti camminano su di essa» (Is 42,5). Ecco come è concreta questa descrizione! Inoltre, Dio è «Colui che fa promesse, per esempio ad Abramo: «Giuro per me stesso, oracolo del Signore, io ti benedirò con ogni benedizione, renderò molto numerosa la tua discendenza come le stelle del cielo, e come la sabbia che è sul lido del mare» (Gen 22,16-17). Quindi, un Dio che promette. Ma anche un Dio che libera. Dice a Mosè: «Di’ agli Israeliti, io vi libererò dalla loro schiavitù (degli Egiziani) e vi libererò con braccio teso e con grandi castighi» (Es 6,6). Dio libera, Dio riscatta, Dio salva. «Non temere» – dice – «perché io ti ho riscattato, ti ho chiamato per nome» (Is 43,1). Dio quindi libera, riscatta, salva, comanda: «osserva dunque ciò che io oggi ti comando. Queste sono le cose che il Signore ha comandato di fare» (Es 34,11;35,1).
Si dice anche, in quella bella apertura della trasmissione radiofonica che io ascolto ogni mattina a Gerusalemme: SHEMÂ ISRA’EL, ’ADONAJ ’ELOHENU, ’ADONAJ ’EHAD: «Ascolta Israele: il Signore tuo Dio è uno solo! Amerai dunque il Signore tuo Dio con tutto il tuo cuore» (Dt 6,4ss.),… .Dio comanda, ordina.
Ancora qualche altro verbo per Dio che guida e che perdona:
 «Ricordatevi» – dice al popolo, dopo il cammino nel deserto – «ricordatevi di tutto il cammino per cui il Signore vi ha guidato in questi quarant’anni nel deserto» (Dt 6,2ss.).«Pesano su di noi le nostre colpe» – confessa il Sl 64,4– «ma tu perdoni i nostri peccati!». E poi ancora tantissimi altri verbi, che troviamo leggendo la Scrittura: Dio chiama Mosè dal roveto ardente; Dio sceglie il suo popolo per amore…Tutti questi verbi designano non tanto un essere misterioso, sconosciuto, al di là delle nubi, ma Qualcuno che si coinvolge con l’uomo, viene a toccare la nostra esistenza, si fa nostro partner – per così dire, – e che ci coinvolge nel suo stesso coinvolgimento. Per questo la parola chiave spesso usata è patto (berit), cioè il rapporto liberamente instaurabile tra due soggetti, rapporto che deve essere fatto di lealtà, di fedeltà, di amore. Quindi è un Dio la cui indipendenza è chiara, ma è come presupposta. Ci importa soprattutto il fatto che in ogni caso egli opera per noi, ci è vicino. Fa – per così dire – il tifo per noi, si mette dalla nostra parte, ci sorregge, ci spinge, ci chiama, ci anima.
Ecco la fede ebraica, come l’aveva ricevuta Timoteo prima del battesimo: concepita non astrattamente, ma a partire da esperienze concrete, dalle azioni messe in opera da Dio, espresse attraverso tutti questi verbi.
Ma da questa molteplicità di suoi interventi espressi dai verbi, si ricavano poi gli aggettivi che servono a qualificare questo essere misterioso così vicino all’uomo.
Ricordiamo tutti l’impressionante serie di aggettivi di Es 34,5-7, là dove Mosè, mentre Dio gli passa davanti (di spalle, tuttavia, perché faccia a faccia sarebbe un incontro insostenibile per chiunque: Es 33,18-23), lo sente gridare lui stesso il proprio nome:
 
«Il Signore, il Signore,
Dio misericordioso e pietoso,
 lento all’ira, ricco di grazia e di fedeltà,
che conserva il suo favore per mille generazioni,
che perdona la colpa, la trasgressione…!».
 
Ecco dunque anche degli aggettivi – ricavati dai verbi – capaci di qualificare questo Dio.
I verbi vengono dunque per primi, a indicare le azioni costanti di Dio. Per secondi, invece, intervengono gli aggettivi, che tentano di caratterizzarne l’azione costante (p. es. Es 34,6-7). Solo in terzo luogo, ecco allora arrivare i nomi di Dio, non vere e proprie definizioni dell’essere supremo, ma più spesso semplici ed efficacissime metafore, distinte dagli esegeti in diverse categorie, quando – per esempio – parlano di metafore di governo piuttosto che di metafore di sostegno.
Metafore di governo sono quelle che proclamano che Dio è giudice (Sal 7; 9; 75; 94; 96), re (Is 6; Dn 4; Sal 29; 96; 145), guerriero vittorioso (Es 15,1-18; Is 40,10; 52,10). Dio è padre (Dt 32,6; Is 63,10; 64,7; Ger 3,19-20; Mal 2,10; Sal 103,9-14), madre (Dt 32,18; Is 66,13).
Metafore di sostegno: Dio è pastore (Is 40,10-11; Sal 23), artista (Gen 2,7-8; Is 45,9.11.18…), vignaiolo (Es 15,17; Is 5,1-7; Ger 2,21…), guaritore (Dt 32,39; Os 6,1). In ogni caso, tutte metafore[2].
«Ecco la nostra fede» – direbbe Timoteo –, «quella che ho ricevuto da mia mamma Eunìce e da mia nonna Loide, la fede che fu ed è capace di accogliere Gesù, come la presenza di Dio che si fa vicino alla nostra storia!».
 
3. Trasmettere la fede celebrando la festa in famiglia
A questo punto legittimamente voi tutti mi domanderete: ma da questa visione del passato quali conclusioni derivano per la nostra trasmissione della fede, per la nostra catechesi?
Voglio riferirmi ancora qui all’esperienza del popolo ebraico, quella che quotidianamente vado facendo in Israele, dove per trasmettere la fede non ci sono catechismo, catechisti, e nemmeno ore di religione. Come viene allora trasmessa la fede? In famiglia, non attraverso delle definizioni astratte, fatte imparare a memoria, ma attraverso la celebrazione delle varie feste. Le feste sono il grande luogo di insegnamento della fede per il bambino ebraico. E le feste, per esempio in questi giorni – io sono stato assente, ma l’anno scorso ero presente, si celebrava la festa bellissima del capodanno ebraico, Rosh-haschanah, che cade a settembre, appunto all’inizio dell’anno. Poi la festa  autunnale di Sukkot, cioè dei Tabernacoli o delle Tende, legata al raccolto dei frutti della terra, quando, nel giardino di casa o sul piccolo terrazzo, o sul balconcino ogni famiglia, con qualche semplice stuoia o frasca, si costruisce una casetta dove per una settimana si reca a pregare e a mangiare certi cibi, per non dimenticarsi dei quarant’anni di cammino nel deserto, quando Israele, prima di vivere dei frutti della terra promessa, veniva sostentato gratuitamente tutti i giorni dalla mano provvida di Dio. Successivamente ecco lo Yom-Kippur, il giorno solennissimo dell’espiazione, liturgicamente parlando più importante, di digiuno totale. Poi la festa di Chanukkah, che celebra la rinnovazione del tempio. Poi ancora Purim, una parola che vuol dire «sorti», il carnevale ebraico, quando si festeggia il cambio delle sorti con cui gli ebrei, destinati a sterminio, furono salvati per coraggiosa intercessione di Ester presso il re Assuero. E infine la grande festa di Pesach, della Pasqua di liberazione del popolo dalla schiavitù di Egitto, che è solennissima come da noi, cui segue la festa della Pentecoste, della Simchat-Torah,  cioè della «gioia-per-il-dono-della-Legge».
Va detto che ognuna di queste diverse feste è vissuta in famiglia con speciale intensità. Ognuna ha le sue preghiere proprie, che la mamma fa recitare a tutta la famiglia, a tutti i bambini. Per ognuna ci sono giochi, canti e colori propri. E quindi i bambini imparano così, celebrando nella vita, udendo raccontare la storia del popolo e di questo Dio misericordioso, vicino, fedele, presente, attraverso l’esperienza quotidiana.
Tornando a noi, certamente sono molto importanti il catechismo e la catechesi, e come vorrei che quest’ultima fosse promossa e attuata in maniera vigorosa! Ma dobbiamo anche ritornare a scommettere sulla trasmissione in famiglia. E anche qui, appunto, non pretendendo dai genitori di trasformarsi in piccoli teologi che insegnano delle formule a memoria – questo lo potranno quanti sono in grado di farlo – ma soprattutto perché i genitori facciano pregare i figli e celebrino con loro le feste liturgiche nel tempo e modo dovuto.
Ho potuto perciò vedere con gioia un vostro libro di preghiere per la famiglia. Ma queste preghiere vanno inculcate insieme al senso delle diverse festività, per cui abbiamo moltissime splendide occasioni: l’Avvento, il Natale, la Quaresima, la Pasqua, la Pentecoste, il mese di maggio, le feste della Madonna, le feste dei Santi, le feste del santo Patrono.
Se ogni famiglia, in qualche maniera saprà dare anche solo un segno per ognuna di queste feste – non solo nella preghiera, ma anche nel cibo, nei piccoli regali, anche in qualche ornamento esteriore –, allora ecco che il bambino avrà appreso senza bisogno di speciali artifizi di memoria, perchè questa gli si fisserà indelebilmente nelle cose, nell’esperienza vissuta e quindi memorabile, consentendogli di entrare in modo graduale, simpatico, gioioso nell’atmosfera, nel mondo della fede. Ed è così che Paolo poteva appunto far conto sulla fede di Timoteo, e dirgli: «la fede che tu hai ricevuto dalla tua mamma e dalla tua nonna, e che ora è anche in te» (2Tim 1,5).
Questa grazia dunque chiediamo: che le nostre famiglie – anche quelle magari un po’ più lontane – sappiano insegnar così la catechesi. È facile, perlomeno non così difficile, far pregare i bambini, incominciando appunto con qualche preghiera legata soprattutto alle feste, alle ricorrenze principali. E così, a poco a poco quel pensiero di Dio oggi tanto lontano dal nostro mondo occidentale, talora oltretutto presentato così astratto, diventerà di nuovo concreto e vitale; e allora ci sarà quella gioia sentita di chi vive la fede profonda in Dio, in Gesù; di chi vive la gioia della Risurrezione del Signore, l’attesa del suo ritorno, la pienezza della grazia di Dio sparsa sull’umanità intera.
E vorrei quindi concludere come il brano della Lettera a Timoteo, dicendo anzitutto a me e al mio carissimo confratello, mons. Giuseppe Merisi: «Ravviviamo il dono di Dio che è in noi per l’imposizione delle mani!» (cf 2Tim 1,6). Un appello questo valido certo per tutti i presbiteri, i diaconi, i vescovi; ma anche estensibile proprio alle famiglie, che vivono del sacramento del matrimonio, e a tutti quanti i credenti senza differenze in forza del sacramento del Battesimo e della Cresima.
«Dio infatti non ci ha dato uno Spirito di timidezza». In tanti modi e non senza motivo, di questi giorni si va scrivendo di una certa paura e timidezza dell’Europa, quasi quella afasica di chi se ne sta così, a bocca aperta, senza parlare nè sapersi pronunciare. Ebbene, poiché «Dio non ci ha dato questo spirito di timidezza, ma di forza, di amore e di saggezza!» (1,7), proprio questo Spirito auguro e invoco per il vostro Vescovo, per tutti voi, per l’intera Chiesa italiana: ma anche per tutte le nostre realtà, perché sappiamo proclamare con fermezza, gioia e fede che il Signore è risorto e vive, ci ama, ed è qui in mezzo a noi.
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[1] Giuseppe Merisi Vescovo di Lodi, Educare alla fede oggi: il coraggio di raccogliere la sfida. Piano Pastorale Diocesano 2006-2009, Sollicitudo Arti Grafiche Lodi 2006.
[2] Per parlare di Dio con le metafore bibliche dominanti, come pure secondo la sequenza qui proposta (verbi-aggettivi-nomi), si consulti W. Brueggemann, Teologia dell’Antico Testamento. Testimonianza, dibattimento, perorazione (BB 27),  Queriniana Brescia 2002, 198-418.
(Teologo Borèl) Novembre 2006 – autore: card. Carlo Maria Martini

DOMENICA 2 OTTOBRE – XXVII SETTIMANA DEL TEMPO ORDINARIO

DOMENICA 2 OTTOBRE – XXVII SETTIMANA DEL TEMPO ORDINARIO

MESSA DEL GIORNO LINK:

http://www.maranatha.it/Festiv2/ordinA/A27page.htm

MESSA DEL GIORNO

Seconda Lettura  Fil 4,6-9
Mettete in pratica queste cose e il Dio della pace sarà con voi.

Dalla lettera di san Paolo apostolo ai Filippesi
Fratelli, non angustiatevi per nulla, ma in ogni circostanza fate presenti a Dio le vostre richieste con preghiere, suppliche e ringraziamenti.
E la pace di Dio, che supera ogni intelligenza, custodirà i vostri cuori e le vostre menti in Cristo Gesù.
In conclusione, fratelli, quello che è vero, quello che è nobile, quello che è giusto, quello che è puro, quello che è amabile, quello che è onorato, ciò che è virtù e ciò che merita lode, questo sia oggetto dei vostri pensieri.
Le cose che avete imparato, ricevuto, ascoltato e veduto in me, mettetele in pratica. E il Dio della pace sarà con voi!

http://www.bible-service.net/site/1261.html

Philippiens 4,6-9
Paul a une tendresse particulière pour les chrétiens de la ville de Philippes. Le passage de ce dimanche se situe vers la fin de la lettre. C’est parce que « le Seigneur est proche » que les Philippiens n’ont aucune raison d’être inquiets. La proximité du Royaume proclamée dans les évangiles (Matthieu 3,2) devient la proximité du Seigneur lui-même. Les chrétiens sont porteurs de la paix du Christ.
Peut-être est-ce cette allusion à la paix de Dieu qui pousse Paul à faire l’hommage de ce qu’il voit chez les païens de « vrai et noble, juste et pur, digne d’être aimé et qui mérite des éloges, de ce qui s’appelle vertu ». Veut-il suggérer à ses amis de Philippes que les païens sont eux aussi détenteurs, à leur manière, de la paix de Dieu ?

Filippesi 4,6-9
Paolo ha una particolare predilezione per i cristiani della città di Filippi. Il passaggio di questa Domenica si situa verso la fine della lettera. Questo perché « il Signore è vicino » rispetto ai Filippesi non ha motivo di essere preoccupato. La prossimità del Regno annunciato nei Vangeli (Matteo 3,2) diviene la prossimità al Signore stesso. I cristiani sono portatori della pace di Cristo. Forse è questa alla pace di Dio. Forse è questa allusione alla pace di Dio che spinge Paolo a fare l’omaggio di quello che vede ai pagani: di vero e di nobile, giusto e puro, degno di essere amato e che merita degli elogi di quello che si chiama virtù. Vuole suggerire ai suoi amici di Filippi che i pagani siano così detentori, al loro modo, della pace di Dio?

AGGIUNGO IO LA NOTA DELLA BBIBBIA CEI A 4,8-9:
Paolo raccomanda (v.8) un’ideale di condotta di cui tutti i termini erano correnti presso i moralisti greci del suo tempo (è la sola volta che usa la parola « virtù », ma inviita (v.9) a metterlo in pratica secondo gli insegnamenti e soprattutto l’esempio che egli ne ha dato (3,17; cf 2Ts 3,7+)

UFFICIO DELLE LETTURE

Prima Lettura
Dalla prima lettera a Timoteo di san Paolo, apostolo 1, 1-20

La missione di Timoteo.  Paolo ministro del Vangelo
Paolo, apostolo di Cristo Gesù, per comando di Dio nostro salvatore e di Cristo Gesù nostra speranza, a Timòteo, mio vero figlio nella fede: grazia, misericordia e pace da Dio Padre e da Cristo Gesù Signore nostro.
Partendo per la Macedonia, ti raccomandai di rimanere in Efeso, perché tu invitassi alcuni a non insegnare dottrine diverse e a non badare più a favole e a genealogie interminabili, che servono più a vane discussioni che al disegno divino manifestato nella fede. Il fine di questo richiamo è però la carità, che sgorga da un cuore puro, da una buona coscienza e da una fede sincera. Proprio deviando da questa linea, alcuni si sono volti a fatue verbosità, pretendendo di essere dottori della legge mentre non capiscono né quello che dicono, né alcuna di quelle cose che danno per sicure.
Certo, noi sappiamo che la legge è buona, se uno ne usa legalmente; sono convinto che la legge non è fatta per il giusto, ma per gli iniqui e i ribelli, per gli empi e i peccatori, per i sacrileghi e i profanatori, per i parricidi e i matricidi, per gli assassini, i fornicatori, i pervertiti, i trafficanti di uomini, i falsi, gli spergiuri e per ogni altra cosa che è contraria alla sana dottrina, secondo il vangelo della gloria del beato Dio che mi è stato affidato.
Rendo grazie a colui che mi ha dato la forza, Cristo Gesù Signore nostro, perché mi ha giudicato degno di fiducia chiamandomi al ministero: io che per l’innanzi ero stato un bestemmiatore, un persecutore e un violento. Ma mi è stata usata misericordia, perché agivo senza saperlo, lontano dalla fede; così la grazia del Signore nostro ha sovrabbondato insieme alla fede e alla carità che è in Cristo Gesù.
Questa parola è sicura e degna di essere da tutti accolta: Cristo Gesù è venuto nel mondo per salvare i peccatori e di questi il primo sono io. Ma appunto per questo ho ottenuto misericordia, perché Gesù Cristo ha voluto dimostrare in me, per primo, tutta la sua magnanimità, a esempio di quanti avrebbero creduto in lui per avere la vita eterna.
Al Re dei secoli incorruttibile, invisibile e unico Dio, onore e gloria nei secoli dei secoli. Amen.
Questo è l’avvertimento che ti do, figlio mio Timoteo, in accordo con le profezie che sono state fatte a tuo riguardo, perché, fondato su di esse, tu combatta la buona battaglia con fede e buona coscienza, poiché alcuni che l’hanno ripudiata hanno fatto naufragio nella fede; tra essi Imeneo e Alessandro, che ho consegnato a satana perché imparino a non più bestemmiare.

Responsorio    1 Tm 1, 14. 15; Rm 3, 23
R. La grazia del Signore nostro ha sovrabbondato, insieme alla fede e alla carità. * Cristo Gesù è venuto nel mondo per salvare i peccatori.
V. Tutti hanno peccato e sono privi della gloria di Dio.
R. Cristo Gesù è venuto nel mondo per salvare i peccatori.

Seconda Lettura
Dalla «Regola pastorale» di san Gregorio Magno, papa
(Lib. 2, 4 PL 77, 30-31)

Il pastore sia accorto nel tacere, tempestivo nel parlare
Il pastore sia accorto nel tacere e tempestivo nel parlare, per non dire ciò ch’è doveroso tacere e non passare sotto silenzio ciò che deve essere svelato. Un discorso imprudente trascina nell’errore, così un silenzio inopportuno lascia in una condizione falsa coloro che potevano evitarla. Spesso i pastori malaccorti, per paura di perdere il favore degli uomini, non osano dire liberamente ciò ch’è giusto e, al dire di Cristo ch’è la verità, non attendono più alla custodia del gregge con amore di pastori, ma come mercenari. Fuggono all’arrivo del lupo, nascondendosi nel silenzio.
Il Signore li rimprovera per mezzo del Profeta, dicendo: «Sono tutti cani muti, incapaci di abbaiare» (Is 56, 10), e fa udire ancora il suo lamento: «Voi non siete saliti sulle brecce e non avete costruito alcun baluardo in difesa degli Israeliti, perché potessero resistere al combattimento nel giorno del Signore» (Ez 13, 5). Salire sulle brecce significa opporsi ai potenti di questo mondo con libertà di parola per la difesa del gregge. Resistere al combattimento nel giorno del Signore vuol dire far fronte, per amor di giustizia, alla guerra dei malvagi.
Cos’è infatti per un pastore la paura di dire la verità, se non un voltar le spalle al nemico con il suo silenzio? Se invece si batte per la difesa del gregge, costruisce contro i nemici un baluardo per la casa d’Israele. Per questo al popolo che ricadeva nuovamente nell’infedeltà fu detto: «I tuoi profeti hanno avuto per te visioni di cose vane e insulse, non hanno svelato le tue iniquità, per cambiare la tua sorte» (Lam 2, 14). Nella Sacra Scrittura col nome di profeti son chiamati talvolta quei maestri che, mentre fanno vedere la caducità delle cose presenti, manifestano quelle future.
La parola di Dio li rimprovera di vedere cose false, perché, per timore di riprendere le colpe, lusingano invano i colpevoli con le promesse di sicurezza, e non svelano l’iniquità dei peccatori, ai quali mai rivolgono una parola di riprensione.
Il rimprovero è una chiave. Apre infatti la coscienza a vedere la colpa, che spesso è ignorata anche da quello che l’ha commessa. Per questo Paolo dice: «Perché sia in grado di esortare con la sua sana dottrina e di confutare coloro che contraddicono» (Tt 1, 9). E anche il profeta Malachia asserisce: «Le labbra del sacerdote devono custodire la scienza e dalla sua bocca si ricerca l’istruzione, perché egli è messaggero del Signore degli eserciti» (Ml 2, 7).
Per questo il Signore ammonisce per bocca di Isaia: «Grida a squarciagola, non aver riguardo; come una tromba alza la voce» (Is 58, 1).
Chiunque accede al sacerdozio si assume l’incarico di araldo, e avanza gridando prima dell’arrivo del giudice, che lo seguirà con aspetto terribile. Ma se il sacerdote non sa compiere il ministero della predicazione, egli, araldo muto qual’è , come farà sentire la sua voce? Per questo lo Spirito Santo si posò sui primi pastori sotto forma di lingue, e rese subito capaci di annunziarlo coloro che egli aveva riempito.

MERCOLEDÌ 29 GIUGNO 2011 – SANTI PIETRO E PAOLO, APOSTOLI (SOLENNITÀ)

MERCOLEDÌ 29 GIUGNO 2011 – 13 SETTIMANA DEL TEMPO ORDINARIO

SANTI  PIETRO E PAOLO, APOSTOLI (SOLENNITÀ)

MESSA DEL VESPERTINA LINK:

http://www.maranatha.it/Festiv2/festeSolen/0629Page.htm

MESSA VESPERTINA

Seconda Lettura   Gal 1,11-20
Dio mi scelse fin dal seno di mia madre.

Dalla lettera di san Paolo ai Gàlati
Fratelli, vi dichiaro che il Vangelo da me annunciato non segue un modello umano; infatti io non l’ho ricevuto né l’ho imparato da uomini, ma per rivelazione di Gesù Cristo.
Voi avete certamente sentito parlare della mia condotta di un tempo nel giudaismo: perseguitavo ferocemente la Chiesa di Dio e la devastavo, superando nel giudaismo la maggior parte dei miei coetanei e connazionali, accanito com’ero nel sostenere le tradizioni dei padri.
Ma quando Dio, che mi scelse fin dal seno di mia madre e mi chiamò con la sua grazia, si compiacque di rivelare in me il Figlio suo perché lo annunciassi in mezzo alle genti, subito, senza chiedere consiglio a nessuno, senza andare a Gerusalemme da coloro che erano apostoli prima di me, mi recai in Arabia e poi ritornai a Damasco.
In seguito, tre anni dopo, salii a Gerusalemme per andare a conoscere Cefa e rimasi presso di lui quindici giorni; degli apostoli non vidi nessun altro, se non Giacomo, il fratello del Signore. In ciò che vi scrivo – lo dico davanti a Dio – non mentisco.

MESSA DEL GIORNO LINK:

http://www.maranatha.it/Festiv2/festeSolen/0629Page.htm

MESSA DEL GIORNO:

Seconda Lettura   2 Tm 4,6-8.17.18
Ora mi resta soltanto la corona di giustizia.

Dalla seconda lettera di san Paolo a Timoteo
Figlio mio, io sto già per essere versato in offerta ed è giunto il momento che io lasci questa vita. Ho combattuto la buona battaglia, ho terminato la corsa, ho conservato la fede.
Ora mi resta soltanto la corona di giustizia che il Signore, il giudice giusto, mi consegnerà in quel giorno; non solo a me, ma anche a tutti coloro che hanno atteso con amore la sua manifestazione.
Il Signore però mi è stato vicino e mi ha dato forza, perché io potessi portare a compimento l’annuncio del Vangelo e tutte le genti lo ascoltassero: e così fui liberato dalla bocca del leone.
Il Signore mi libererà da ogni male e mi porterà in salvo nei cieli, nel suo regno; a lui la gloria nei secoli dei secoli. Amen

UFFICIO DELLE LETTURE

Prima Lettura
Dalla lettera ai Galati di san Paolo, apostolo 1, 15 – 2, 10
 
Incontro di Pietro e Paolo a Gerusalemme
Fratelli, quando colui che mi scelse fin dal seno di mia madre e mi chiamò con la sua grazia si compiacque di rivelare a me suo Figlio perché lo annunziassi in mezzo ai pagani, subito, senza consultare nessun uomo, senza andare a Gerusalemme da coloro che erano apostoli prima di me, mi recai in Arabia e poi ritornai a Damasco.
In seguito, dopo tre anni andai a Gerusalemme per consultare Cefa, e rimasi presso di lui quindici giorni; degli apostoli non vidi nessun altro, se non Giacomo, il fratello del Signore. In ciò che vi scrivo, io attesto davanti a Dio che non mentisco. Quindi andai nelle regioni della Siria e della Cilicia. Ma ero sconosciuto personalmente alle Chiese della Giudea che sono in Cristo; soltanto avevano sentito dire: «Colui che una volta ci perseguitava, va ora annunziando la fede che un tempo voleva distruggere». E glorificavano Dio a causa mia.
Dopo quattordici anni, andai di nuovo a Gerusalemme in compagnia di Barnaba, portando con me anche Tito: vi andai però in seguito ad una rivelazione. Esposi loro il vangelo che io predico tra i pagani, ma lo esposi privatamente alle persone più ragguardevoli, per non trovarmi nel rischio di correre o di aver corso invano. Ora neppure Tito, che era con me, sebbene fosse greco, fu obbligato a farsi circoncidere. E questo proprio a causa dei falsi fratelli che si erano intromessi a spiare la libertà che abbiamo in Cristo Gesù, allo scopo di renderci schiavi. Ad essi però non cedemmo, per riguardo, neppure un istante, perché la verità del vangelo continuasse a rimanere salda tra di voi.
Da parte dunque delle persone più ragguardevoli — quali fossero allora non m’interessa, perché Dio non bada a persona alcuna — a me, da quelle persone ragguardevoli, non fu imposto nulla di più. Anzi, visto che a me era stato affidato il vangelo per i non circoncisi, come a Pietro quello per i circoncisi — poiché colui che aveva agito in Pietro per farne un apostolo dei circoncisi aveva agito anche in me per i pagani — e riconoscendo la grazia a me conferita, Giacomo, Cefa e Giovanni, ritenuti le colonne, diedero a me e a Barnaba la loro destra in segno di comunione, perché noi andassimo verso i pagani ed essi verso i circoncisi. Soltanto ci pregarono di ricordarci dei poveri: ciò che mi sono proprio preoccupato di fare. 

Responsorio   Cfr. Mt 16, 18-19
R. Tu sei Pietro e su questa pietra edificherò la mia Chiesa e le potenze dell’inferno non la vinceranno. * A te darò le chiavi del regno dei cieli.
V. Tutto ciò che legherai sulla terra sarà legato nei cieli e tutto ciò che scioglierai sulla terra sarà sciolto nei cieli.
R. A te darò le chiavi del regno dei cieli.

Seconda Lettura
Dai «Discorsi» di sant’Agostino, vescovo
(Disc. 295, 1-2. 4. 7-8; PL 38, 1348-1352)
 
Questi martiri hanno visto ciò che hanno predicato
Il martirio dei santi apostoli Pietro e Paolo ha reso sacro per noi questo giorno. Noi non parliamo di martiri poco conosciuti; infatti «per tutta la terra si diffonde la loro voce ai confini del mondo la loro parola» (Sal 18, 5). Questi martiri hanno visto ciò che hanno predicato. Hanno seguito la giustizia. Hanno testimoniato la verità e sono morti per essa.
Il beato Pietro, il primo degli apostoli, dotato di un ardente amore verso Cristo, ha avuto la grazia di sentirsi dire da lui: «E io ti dico: Tu sei Pietro» (Mt 16, 18). E precedentemente Pietro si era rivolto a Gesù dicendo: «Tu sei il Cristo, il Figlio del Dio vivente» (Mt 16, 16). E Gesù aveva affermato come risposta: «E io ti dico: Tu sei Pietro e su questa pietra edificherò la mia Chiesa» (Mt 16, 18). Su questa pietra stabilirò la fede che tu professi. Fonderò la mia chiesa sulla tua affermazione: «Tu sei il Cristo, il Figlio del Dio vivente». Tu infatti sei Pietro. Pietro deriva da pietra e non pietra da Pietro. Pietro deriva da pietra, come cristiano da Cristo.
Il Signore Gesù, come già sapete, scelse prima della passione i suoi discepoli, che chiamò apostoli. Tra costoro solamente Pietro ricevette l’incarico di impersonare quasi in tutti i luoghi l’intera Chiesa. Ed è stato in forza di questa personificazione di tutta la Chiesa che ha meritato di sentirsi dire da Cristo: «A te darò le chiavi del regno dei cieli» (Mt 16, 19). Ma queste chiavi le ha ricevute non un uomo solo, ma l’intera Chiesa. Da questo fatto deriva la grandezza di Pietro, perché egli è la personificazione dell’universalità e dell’unità della Chiesa. «A te darò» quello che è stato affidato a tutti. E` ciò che intende dire Cristo. E perché sappiate che è stata la Chiesa a ricevere le chiavi del regno dei cieli, ponete attenzione a quello che il Signore dice in un’altra circostanza: «Ricevete lo Spirito Santo» e subito aggiunge: «A chi rimetterete i peccati saranno rimessi e a chi non li rimetterete, resteranno non rimessi» (Gv 20, 22-23).
Giustamente anche dopo la risurrezione il Signore affidò allo stesso Pietro l’incombenza di pascere il suo gregge. E questo non perché meritò egli solo, tra i discepoli, un tale compito, ma perché quando Cristo si rivolge ad uno vuole esprimere l’unità. Si rivolge da principio a Pietro, perché Pietro è il primo degli apostoli.
Non rattristarti, o apostolo. Rispondi una prima, una seconda, una terza volta. Vinca tre volte nell’amore la testimonianza, come la presunzione è stata vinta tre volte dal timore. Deve essere sciolto tre volte ciò che hai legato tre volte. Sciogli per mezzo dell’amore ciò che avevi legato per timore.
E così il Signore una prima, una seconda, una terza volta affidò le sue pecorelle a Pietro.
Un solo giorno è consacrato alla festa dei due apostoli. Ma anch’essi erano una cosa sola. Benché siano stati martirizzati in giorni diversi, erano una cosa sola. Pietro precedette, Paolo seguì. Celebriamo perciò questo giorno di festa, consacrato per noi dal sangue degli apostoli.
Amiamone la fede, la vita, le fatiche, le sofferenze, le testimonianze e la predicazione.

MARTEDÌ 28 GIUGNO 2011 – 13 SETTIMANA DEL T.O.

MARTEDÌ 28 GIUGNO 2011 – 13 SETTIMANA DEL T.O.

SANT’IRENEO  (m)

MESSA DEL GIORNO

Prima Lettura  2 Tm 2, 22b-26
Il servo del Signore deve essere mite con tutti, dolce nel riprendere.

Dalla seconda lettera di san Paolo apostolo a Timòteo
Carissimo, cerca la giustizia, la fede, la carità, la pace, insieme a quelli che invocano il Signore con cuore puro. Evita inoltre le discussioni sciocche e non educative, sapendo che generano contese.
Un servo del Signore non dev’essere litigioso, ma mite con tutti, atto a insegnare, paziente nelle offese subite, dolce nel riprendere gli oppositori, nella speranza che Dio voglia loro concedere di convertirsi, perché riconoscano la verità e ritornino in sé sfuggendo al laccio del diavolo, che li ha presi nella rete perché facessero la sua volontà.

UFFICIO DELLE LETTURE

Seconda Lettura
Dal «Trattato contro le eresie» di sant’Ireneo, vescovo
(Lib. IV, 20, 5-7; SC 100, 640-642. 644-648)

L’uomo vivente è gloria di Dio; vita dell’uomo è la visione di Dio

La gloria di Dio dà la vita; perciò coloro che vedono Dio ricevono la vita. E per questo colui che è inintelligibile, incomprensibile e invisibile, si rende visibile, comprensibile e intelligibile dagli uomini, per dare la vita a coloro che lo comprendono e vedono. E’ impossibile vivere se non si è ricevuta la vita, ma la vita non si ha che con la partecipazione all’essere divino. Orbene tale partecipazione consiste nel vedere Dio e godere della sua bontà.
Gli uomini dunque vedranno Dio per vivere, e verranno resi immortali e divini in forza della visione di Dio. Questo, come ho detto prima, era stato rivelato dai profeti in figura, che cioè Dio sarebbe stato visto dagli uomini che portano il suo Spirito e attendono sempre la sua venuta. Così Mosè afferma nel Deuteronomio: Oggi abbiamo visto che Dio può parlare con l’uomo e l’uomo aver la vita (cfr. Dt 5, 24).
Colui che opera tutto in tutti nella sua grandezza e potenza, è invisibile e indescrivibile a tutti gli esseri da lui creati, non resta però sconosciuto; tutti infatti, per mezzo del suo Verbo, imparano che il Padre è unico Dio, che contiene tutte le cose e dà a tutte l’esistenza, come sta scritto nel vangelo: «Dio nessuno lo ha mai visto; proprio il Figlio Unigenito, che è nel seno del Padre, lui lo ha rivelato» (Gv 1, 18).
Fin dal principio dunque il Figlio è il rivelatore del Padre, perché fin dal principio è con il Padre e ha mostrato al genere umano nel tempo più opportuno le visioni profetiche, la diversità dei carismi, i ministeri e la glorificazione del Padre secondo un disegno tutto ordine e armonia. E dove c’è ordine c’è anche armonia, e dove c’è armonia c’è anche tempo giusto, e dove c’è tempo giusto c’è anche beneficio.
Per questo il Verbo si è fatto dispensatore della grazia del Padre per l’utilità degli uomini, in favore dei quali ha ordinato tutta l’«economia» della salvezza, mostrando Dio agli uomini e presentando l’uomo a Dio. Ha salvaguardato però l’invisibilità del Padre, perché l’uomo non disprezzi Dio e abbia sempre qualcosa a cui tendere. Al tempo stesso ha reso visibile Dio agli uomini con molti interventi provvidenziali, perché l’uomo non venisse privato completamente di Dio, e cadesse così nel suo nulla, perché l’uomo vivente è gloria di Dio e vita dell’uomo è la visione di Dio. Se infatti la rivelazione di Dio attraverso il creato dà la vita a tutti gli esseri che si trovano sulla terra, molto più la rivelazione del Padre che avviene tramite il Verbo è causa di vita per coloro che vedono Dio.

DOMENICA 20 MARZO – II DI QUARESIMA

DOMENICA 20 MARZO – II DI QUARESIMA

MESSA DEL GIORNO LINK:

http://www.maranatha.it/Festiv2/quaresA/QuarA2Page.htm

MESSA DEL GIORNO

Seconda Lettura   2 Tm 1, 8b-10
Dio ci chiama e ci illumina.

Dalla lettera di san Paolo apostolo a Timòteo
Figlio mio, con la forza di Dio, soffri con me per il Vangelo. Egli infatti ci ha salvati e ci ha chiamati con una vocazione santa, non già in base alle nostre opere, ma secondo il suo progetto e la sua grazia. Questa ci è stata data in Cristo Gesù fin dall’eternità, ma è stata rivelata ora, con la manifestazione del salvatore nostro Cristo Gesù. Egli ha vinto la morte e ha fatto risplendere la vita e l’incorruttibilità per mezzo del Vangelo.

http://www.bible-service.net/site/377.html

2 Timothée 1,8-10
Paul est prisonnier (1,8), sur la fin de sa vie (4,6). Il adresse un dernier message à son disciple préféré, qui est pour lui un enfant bien-aimé (1,2 ; 2,1). Il l’encourage à continuer son chemin de croyant. Chemin rude, vers l’inconnu, comme ce fut le cas pour Abraham Le passage que nous lisons aujourd’hui reprend avec force un des points les plus fermes de la doctrine paulinienne : le salut par le Christ, le salut comme signe de la grâce de Dieu. On sera attentif au rôle que Paul fait jouer au Christ dans l’histoire du salut : il l’embrasse totalement, il la dirige, il en est le maître. La grâce dont nous prenons possession au cours de notre vie sur cette terre, c’est cette grâce qui « nous avait été donnée dans le Christ Jésus avant tous les siècles (1,9). Tel est depuis toujours le projet du Dieu d’amour sur l’humanité (cf. Éphésiens 1,3-14). Le temps présent, inauguré par la naissance de Jésus (cf. Galates 4,4), est la pleine manifestation de ce plan divin. La passion et la résurrection de Jésus sont discrètement évoquées à la fin du passage : il est « notre Sauveur », il a « détruit la mort » et fait « resplendir la vie ». L’annonce de l’Évangile, commencée par Jésus et reprise au cours des âges par ses disciples, contient en germe cette vie nouvelle. On comprend que Paul présente la vie chrétienne comme une « vocation sainte ».

2 Timoteo 1,8-10
Paul è un prigioniero (1,8) sulla fine della sua vita (4.6). Paolo invia un messaggio finale al discepolo prediletto che è per lui un figlio amato (1.2, 2.1), e lo incoraggia a continuare il suo percorso di credente. Cammino aspro, percorso verso l’ignoto, come è avvenuto per Abramo. Nel brano che leggiamo oggi è ripreso con forza uno dei punti più forti della dottrina paolina: la salvezza per mezzo di Cristo, la salvezza come un segno della grazia di Dio. Saremo attenti al ruolo che Paolo fa giocare a Cristo nella storia della salvezza: l’abbraccia completamente, la dirige, ne è il padrone. La grazia che noi possediamo nella nostra vita sulla terra è questa grazia che « ci era stata data in Cristo Gesù prima dei secoli (1,9).Questo è sempre stato il progetto di amore di Dio per l’umanità (cfr Ef 1,3-14). Il tempo presente inaugurato dalla nascita di Gesù (cfr Gal 4,4), è la piena manifestazione del disegno divino. La passione e la risurrezione di Gesù sono evocati in modo discreto alla fine del brano:  egli è « il nostro Salvatore, » ha « vinto la morte » e fa « risplendere la vita ». L’annuncio del Vangelo, iniziato da Gesù e portato nel corso dei secoli dai suoi seguaci, contiene i semi della nuova vita. Sappiamo che Paolo presenta la vita cristiana come una « vocazione santa santa ».

UFFICIO DELLE LETTURE

Prima Lettura
Dal libro dell’Esodo 13, 17 – 14, 9

Il cammino del popolo fino al Mare Rosso
Quando il faraone lasciò partire il popolo, Dio non lo condusse per la strada del paese dei Filistei, benché fosse più corta, perché Dio pensava: «Altrimenti il popolo, vedendo imminente la guerra, potrebbe pentirsi e tornare in Egitto». Dio guidò il popolo per la strada del deserto verso il Mare Rosso. Gli Israeliti, ben armati uscivano dal paese d’Egitto. Mosè prese con sé le ossa di Giuseppe, perché questi aveva fatto giurare solennemente gli Israeliti: «Dio, certo, verrà a visitarvi; voi allora vi porterete via le mie ossa». Partirono da Succot e si accamparono a Etam, sul limite del deserto. Il Signore marciava alla loro testa di giorno con una colonna di nube, per guidarli sulla via da percorrere, e di notte con una colonna di fuoco per far loro luce, così che potessero viaggiare giorno e notte. Di giorno la colonna di nube non si ritirava mai dalla vista del popolo, né la colonna di fuoco durante la notte.
Il Signore disse a Mosè: «Comanda agli Israeliti che tornino indietro e si accampino davanti a Pi-Achirot, tra Migdol e il mare, davanti a Baal-Zefon; di fronte ad esso vi accamperete presso il mare. Il faraone penserà degli Israeliti: Vanno errando per il paese; il deserto li ha bloccati! Io renderò ostinato il cuore del faraone ed egli li inseguirà; io dimostrerò la mia gloria contro il faraone e tutto il suo esercito, così gli Egiziani sapranno che io sono il Signore!».
Essi fecero in tal modo. Quando fu riferito al re d’Egitto che il popolo era fuggito, il cuore del faraone e dei suoi ministri si rivolse contro il popolo. Dissero: «Che abbiamo fatto, lasciando partire Israele, così che più non ci serva!».
Attaccò allora il cocchio e prese con sé i suoi soldati.
Prese seicento carri scelti e tutti i carri di Egitto con i combattenti sopra ciascuno di essi. Il Signore rese ostinato il cuore del faraone, re di Egitto, il quale inseguì gli Israeliti mentre gli Israeliti uscivano a mano alzata. Gli Egiziani li inseguirono e li raggiunsero, mentre essi stavano accampati presso il mare: tutti i cavalli e i carri del faraone, i suoi cavalieri e il suo esercito si trovarono presso Pi-Achirot, davanti a Baal-Zefon.

Responsorio    Cfr. Sal 113, 1. 2; Es 13, 21

R. Quando Israele uscì dall’Egitto, la casa di Giacobbe da un popolo straniero, * Giuda divenne il santuario, Israele il dominio del Signore.
V. Il Signore marciava alla loro testa con una colonna di nube, per guidarli sulla via.
R. Giuda divenne il santuario, Israele il dominio del Signore.

Seconda Lettura
Dai «Discorsi» di san Leone Magno, papa
(Disc. 51, 3-4. 8; PL 54, 310-311. 313)

La legge fu data per mezzo di Mosè, la grazia e la verità vennero per mezzo di Gesù Cristo
Il Signore manifesta la sua gloria alla presenza di molti testimoni e fa risplendere quel corpo, che gli è comune con tutti gli uomini, di tanto splendore, che la sua faccia diventa simile al fulgore del sole e le sue vesti uguagliano il candore della neve.
Questa trasfigurazione, senza dubbio, mirava soprattutto a rimuovere dall’animo dei discepoli lo scandalo della croce, perché l’umiliazione della Passione, volontariamente accettata, non scuotesse la loro fede, dal momento che era stata rivelata loro la grandezza sublime della dignità nascosta del Cristo.
Ma, secondo un disegno non meno previdente, egli dava un fondamento solido alla speranza della santa Chiesa, perché tutto il Corpo di Cristo prendesse coscienza di quale trasformazione sarebbe stato soggetto, e perché anche le membra si ripromettessero la partecipazione a quella gloria, che era brillata nel Capo.
Di questa gloria lo stesso Signore, parlando della maestà della sua seconda venuta, aveva detto: «Allora i giusti splenderanno come il sole nel regno del Padre loro» (Mt 13, 43). La stessa cosa affermava anche l’apostolo Paolo dicendo: «Io ritengo che le sofferenze del momento presente non sono paragonabili alla gloria futura che dovrà essere rivelata in noi» (Rm 8, 18). In un altro passo dice ancora: «Voi infatti siete morti e la vostra vita è ormai nascosta con Cristo in Dio! Quando si manifesterà Cristo, la vostra vita, allora anche voi sarete manifestati con lui nella gloria» (Col 3, 3. 4).
Ma, per confermare gli apostoli nella fede e per portarli ad una conoscenza perfetta, si ebbe in quel miracolo un altro insegnamento. Infatti Mosè ed Elia, cioè la legge e i profeti, apparvero a parlare con il Signore, perché in quella presenza di cinque persone di adempisse esattamente quanto è detto: «Ogni cosa sia risolta sulla parola di due o tre testimoni» (Mt 18, 16).
Che cosa c’è di più stabile, di più saldo di questa parola, alla cui proclamazione si uniscono in perfetto accordo le voci dell’Antico e del Nuovo Testamento e, con la dottrina evangelica, concorrono i documenti delle antiche testimonianze?
Le pagine dell’uno e dell’altro Testamento si trovano vicendevolmente concordi, e colui che gli antichi simboli avevano promesso sotto il velo viene rivelato dallo splendore della gloria presente. Perché, come dice san Giovanni: «La Legge fu data per mezzo di Mosè, la grazia e la verità vennero per mezzo di Gesù Cristo» (Gv 1, 17). In lui si sono compiute le promesse delle figure profetiche e ha trovato attuazione il senso dei precetti legali: la sua presenza dimostra vere le profezie e la grazia rende possibile l’osservanza dei comandamenti.
All’annunzio del Vangelo si rinvigorisca dunque la fede di voi tutti, e nessuno si vergogni della croce di Cristo, per mezzo della quale è stato redento il mondo.
Nessuno esiti a soffrire per la giustizia, nessuno dubiti di ricevere la ricompensa promessa, perché attraverso la fatica si passa al riposo e attraverso la morte si giunge alla vita. Avendo egli assunto le debolezze della nostra condizione, anche noi, se persevereremo nella confessione e nell’amore di lui, riporteremo la sua stessa vittoria e conseguiremo il premio promesso.
Quindi, sia per osservare i comandamenti, sia per sopportare le contrarietà, risuoni sempre alle nostre orecchie la voce del Padre, che dice: «Questi è il Figlio mio prediletto, nel quale mi sono compiaciuto. Ascoltatelo» (Mt 17, 5).

Responsorio    Cfr. Eb 12, 22. 24.25
R. Vi siete accostati a Gesù, mediatore della nuova alleanza. * Guardatevi dal rifiutare colui che parla.
V. Gli Ebrei per aver rifiutato colui che promulgava decreti sulla terra non trovarono scampo, molto meno lo troveremo noi, se volteremo le spalle a colui che parla dai cieli.
R. Guardatevi dal rifiutare colui che parla. 

LUNEDÌ 14 FEBBRAIO 2011 – VI SETTIMANA DEL T.O.

LUNEDÌ 14 FEBBRAIO 2011 – VI SETTIMANA DEL T.O.

SANTI CIRILLO, monaco e METODIO, vescovo

MESSA DEL GIORNO

Prima Lettura  At 13,46-49

Noi ci rivolgiamo ai pagani.

Dagli Atti degli Apostoli

In quei giorni, [ad Antiòchia di Pisìdia] Paolo e Bàrnaba con franchezza dichiararono [ai Giudei]: «Era necessario che fosse proclamata prima di tutto a voi la parola di Dio, ma poiché la respingete e non vi giudicate degni della vita eterna, ecco: noi ci rivolgiamo ai pagani. Così infatti ci ha ordinato il Signore:
“Io ti ho posto per essere luce delle genti,
perché tu porti la salvezza sino all’estremità della terra”».
Nell’udire ciò, i pagani si rallegravano e glorificavano la parola del Signore, e tutti quelli che erano destinati alla vita eterna credettero. La parola del Signore si diffondeva per tutta la regione.

UFFICIO DELLE LETTURE

Prima Lettura
Dalla lettera a Tito di san Paolo, apostolo 1, 7-11; 2, 1-8

La dottrina dell’Apostolo sulle doti e i compiti del vescovo
Carissimo, il vescovo, come amministratore di Dio, dev’essere irreprensibile: non arrogante, non iracondo, non dedito al vino, non violento, non avido di guadagno disonesto, ma ospitale, amante del bene, assennato, giusto, pio, padrone di sé, attaccato alla dottrina sicura, secondo l’insegnamento trasmesso, perché sia in grado di esortare con la sua sana dottrina e di confutare coloro che contraddicono.
Vi sono infatti, soprattutto fra quelli che provengono dalla circoncisione, molti spiriti insubordinati, chiacchieroni e ingannatori della gente. A questi tali bisogna chiudere la bocca, perché mettono in scompiglio intere famiglie, insegnando per amore di un guadagno disonesto cose che non si devono insegnare.
Tu però insegna ciò che è secondo la sana dottrina: i vecchi siano sobri, dignitosi, assennati, saldi nella fede, nell’amore e nella pazienza. Ugualmente le donne anziane si comportino in maniera degna dei credenti; non siano maldicenti né schiave di molto vino; sappiano piuttosto insegnare il bene, per formare le giovani all’amore del marito e dei figli, ad essere prudenti, caste, dedite alla famiglia, buone, sottomesse ai propri mariti, perché la parola di Dio non debba diventare oggetto di biasimo.
Esorta ancora i più giovani a essere assennati, offrendo te stesso come esempio in tutto di buona condotta, con purezza di dottrina, dignità, linguaggio sano e irreprensibile, perché il nostro avversario resti confuso, non avendo nulla di male da dire sul conto nostro.

Responsorio   Cfr. At 20, 28; 1 Cor 4, 2
R. Vegliate sul gregge, in mezzo al quale lo Spirito Santo vi ha posti come vescovi, * per guidare la Chiesa di Dio, acquistata nel sangue del suo Figlio.
V. A chi amministra, si chiede di essere fedele,
R. per guidare la Chiesa di Dio, acquistata nel sangue del suo Figlio.

Seconda Lettura
Dalla «Vita» in lingua slava di Costantino
(Cap. 18; Denkshriften der kaiserl. Akademie der Wissenschaften, 19, Vienna 1870, p. 246)

Fa’  crescere la tua Chiesa e raccogli tutti nell’unità
Costantino Cirillo, stanco dalle molte fatiche, cadde malato e sopportò il proprio male per molti giorni. Fu allora ricreato da una visione di Dio, e cominciò a cantare così: Quando mi dissero: «andremo alla casa del Signore», il mio spirito si è rallegrato e il mio cuore ha esultato (cfr. Sal 121, 1).
Dopo aver indossato le sacre vesti, rimase per tutto il giorno ricolmo di gioia e diceva: «Da questo momento non sono più servo né dell’imperatore né di alcun uomo sulla terra, ma solo di Dio onnipotente. Non esistevo, ma ora esisto ed esisterò in eterno. Amen».
Il giorno dopo vestì il santo abito monastico e aggiungendo luce a luce si impose il nome di Cirillo. Così vestito rimase cinquanta giorni.
Giunta l’ora della fine e di passare al riposo eterno, levate le mani a Dio, pregava tra le lacrime, dicendo: «Signore, Dio mio, che hai creato tutti gli ordini angelici e gli spiriti incorporei, che hai steso i cieli e resa ferma la terra e hai formato dal nulla tutte le cose che esistono, tu che ascolti sempre coloro che fanno la tua volontà e ti temono e osservano i tuoi precetti; ascolta la mia preghiera e conserva nella fede il tuo gregge, a capo del quale mettesti me, tuo servo indegno ed inetto.
Liberali dalla malizia empia e pagana di quelli che ti bestemmiano; fa’ crescere di numero la tua Chiesa e raccogli tutti nell’unità.
Rendi santo, concorde nella vera fede e nella retta confessione il tuo popolo, e ispira nei cuori la parola della tua dottrina. E’ tuo dono infatti l’averci scelti a predicare il Vangelo del tuo Cristo, a incitare i fratelli alle buone opere e a compiere quanto ti è gradito.
Quelli che mi hai dato, te li restituisco come tuoi; guidali ora con la tua forte destra, proteggili all’ombra delle tue ali, perché tutti lodino e glorifichino il tuo nome di Padre e Figlio e Spirito Santo. Amen».
Avendo poi baciato tutti col bacio santo, disse: «Benedetto Dio, che non ci ha dato in pasto ai denti dei nostri invisibili avversari, ma spezzò la loro rete e ci ha salvati dalla loro voglia di mandarci in rovina».
E così, all’età di quarantadue anni, si addormentò nel Signore.
Il papa comandò che tutti i Greci che erano a Roma e i Romani si riunissero portando ceri e cantando e che gli dedicassero onori funebri non diversi da quelli che avrebbero tributato al papa stesso; e così fu fatto.

«O Timoteo, custodisci il deposito»

dal sito:

http://www.30giorni.it/it/articolo.asp?id=16392

«O Timoteo, custodisci il deposito»

Le Lettere pastorali di san Paolo mostrano che la custodia del depositum fidei è garantita dall’azione dello Spirito Santo, attraverso la grazia dell’imposizione delle mani e la grazia che risplende nelle opere buone. Eppure proprio queste Lettere, che costituiscono il fondamento della Chiesa-istituzione, «non isolano più la Chiesa dal mondo profano, al contrario ve la impiantano con un ottimismo e una sicurezza rimarchevoli». Riproponiamo alcune pagine del commentario di Ceslas Spicq alle Lettere pastorali

di Lorenzo Cappelletti

      Da parecchi mesi l’espressione deposito della fede o il suo equivalente latino depositum fidei campeggia in titoli e articoli di 30Giorni. Ma il copyright non è di 30Giorni. «O Timoteo, custodisci il deposito» è la raccomandazione finale fatta da san Paolo nella prima lettera indirizzata al suo discepolo prediletto. Ripetuta, poco prima di andare incontro al martirio, nella seconda lettera. Prima di allora quell’espressione non era stata mai usata da san Paolo (e neanche dagli altri scrittori neotestamentari). Proprio nel momento in cui il suo sangue stava per essere sparso, san Paolo avvertiva che poteva disperdersi il tesoro che come un vaso debole eppure forte aveva custodito. Come avvertì quell’altro Paolo più vicino a noi quando scrisse il Credo del popolo di Dio. La grande alternativa – è stato scritto di recente – per la vita di un uomo e di un popolo è, infatti, tra ideologia e tradizione.
      Forse non è appena un caso che le cosiddette Lettere pastorali (denominazione che insieme alle due lettere a Timoteo ricomprende anche quella a Tito) siano venute di recente alla ribalta. Ad esse è stato dedicato il convegno dell’Associazione biblica italiana tenutosi lo scorso settembre a Termoli, la cittadina molisana che custodisce le reliquie di Timoteo nel suo duomo incantevole. In attesa che vengano pubblicati gli atti di quel convegno ci facciamo accompagnare nella lettura di qualche brano di quelle lettere dal grande esegeta domenicano Ceslas Spicq. È suo infatti il commento, apparso in terza edizione giusto cinquant’anni fa (Saint Paul. Les Épîtres pastorales, Paris, Éd. Gabalda, 1947), che anche gli eminenti studiosi che si sono succeduti dopo di lui non possono fare a meno di tenere a modello.      
      Il deposito
      «O Timoteo, custodisci il deposito; evita le chiacchiere profane e le obiezioni della cosiddetta gnosi, professando la quale taluni hanno deviato dalla fede» (1 Tm 6, 20).      
      Può essere di aiuto anzitutto capire cosa sia l’istituto giuridico del deposito, al quale si ispira san Paolo. «A Roma “c’è deposito quando si mette una cosa al sicuro presso una persona che si impegna a custodirla e a renderla quando gliela si richiederà”. A differenza della cessione in modo fiduciario, dove c’è un vero trasferimento di proprietà, non c’è nel deposito che una cessione provvisoria di detenzione. Il depositario non possiede per se stesso ma per il depositante; non è che un custode e conserva i beni a disposizione del tradens, che conserva i diritti legati alla proprietà. Peraltro, come il contratto di fiducia, il deposito si fa volentieri presso un amico che lo conserva gratuitamente. A lungo il deposito effettuato attraverso la semplice consegna (traditio), fu sprovvisto d’efficacia giuridica, essendo un atto senza forma» (pag. 331).
      Colpito evidentemente dalle caratteristiche di questo istituto, che come contratto «era una novità [datava infatti solo dall’epoca del triumvirato di Ottaviano] e una novità assai sorprendente perché è uno dei primi contratti non solenni» (pag. 329), san Paolo lo adotta proprio nel momento del massimo pericolo per la fede. «Fino a quel momento l’Apostolo aveva insistito soprattutto sulla fedeltà al suo ministero, sulla lealtà verso i suoi discepoli; ora è condotto dal pericolo delle nascenti eresie a considerare l’integrità della dottrina per se stessa, della quale è stato stabilito “araldo, apostolo e maestro”. L’ha ricevuta con incarico di trasmetterla, non gli appartiene. Presentendo la sua prossima fine, Paolo percepisce più vivamente ancora la responsabilità che gli incombe di custodire intatto questo tesoro; fino al termine fissato egli deve preservare la parola di Dio – lógow tÜw pístevw (1 Tm 4, 6) – da ogni errore e corruzione. È, infatti, un deposito che Dio gli ha confidato ed è prossimo il giorno in cui il divino creditore gliene chiederà conto. Questo deposito Paolo l’ha ricevuto da Dio, e più precisamente da Cristo, sulla strada per Damasco. Visto che questo contratto reale non presupponeva, in origine, per il suo modo di formazione che una semplice rimessa del possesso dei beni, è dunque al momento di questo incontro iniziale che è nato fra il Signore e il suo apostolo questo accordo – l’accordo delle loro due volontà – generatore d’obbligazione fin dal momento della trasmissione dell’oggetto affidato. Il contenuto di questo deposito è il Vangelo. La legge non autorizzava, salvo stipulazioni contrarie, alcun uso dei beni affidati. Ora, l’Apostolo non si è mai considerato che come un amministratore, ˜phréthw, un dispensatore, oÉkónomow, dei misteri divini (1 Cor 4, 1). A differenza dei maestri che insegnano una dottrina originale, frutto di loro speculazioni, egli non è che un delegato. Quel che predica non lo inventa, non lo trasforma, l’ha appreso e ricevuto e deve trasmettere intatto – come un deposito – questo tesoro che è la parola divina ovvero l’oggetto della fede [...]. Ha terminato la corsa, il momento della sua dipartita è arrivato (2 Tm 4, 6-8); esorta Timoteo a vegliare sul deposito che gli trasmette; è suonata l’ora in cui sta per comparire davanti a Dio che giudicherà il suo fedele depositario» (pagg. 332-333).
     
      L’imposizione delle mani
      Ma sarà sufficiente l’esortazione di Paolo perché Timoteo, giovane e timido per natura, possa conservare il deposito?
      «Con l’ordine di conservare il deposito, Paolo indica il mezzo di esservi fedele. Il compito non è facile. Molti hanno abbandonato la fede e l’Apostolo stesso sta per andarsene, ma lo Spirito Santo dimora nella Chiesa e illuminerà e fortificherà i suoi ministri (cfr. 2 Tm 1, 7). San Paolo non ne dubita (cfr. 2 Tm 1, 12). Questi due ultimi versetti fondano l’insegnamento cattolico relativo alla tradizione. Gli apostoli hanno ricevuto dal Signore la verità cristiana; loro stessi l’hanno trasmessa oralmente, specialmente ai loro collaboratori e ai loro successori nel ministero; ma questi ultimi hanno il dovere di conservarla in tutta la sua purezza e di non comunicarla a loro volta che a degli uomini provati e capaci di assicurare una nuova trasmissione (cfr. 2 Tm 2, 2). Ora, questa conservazione e questa trasmissione non possono essere garantite a sufficienza dalle forze umane. È lo Spirito Santo che le preserva da ogni alterazione e da ogni deviazione e, secondo il versetto 7, si può precisare che questa azione dello Spirito Santo si esercita con una efficacia particolare nei membri della gerarchia ecclesiastica» (pag. 320). In altre parole, Timoteo dovrà e potrà fare appello alla grazia dell’ordinazione ricevuta da Paolo stesso, che gli scrive:      
      «6Per questo motivo ti ricordo di ravvivare il dono di Dio che è in te per l’imposizione delle mie mani. 7Dio infatti non ci ha dato uno Spirito di timidezza, ma di forza, di amore e di saggezza. 8Non vergognarti dunque della testimonianza da rendere al Signore nostro, né di me, che sono in carcere per lui; ma soffri anche tu insieme con me per il vangelo, aiutato dalla forza di Dio. 9Egli infatti ci ha salvati e ci ha chiamati con una vocazione santa, non già in base alle nostre opere, ma secondo il suo proposito e la sua grazia; grazia che ci è stata data in Cristo Gesù fin dall’eternità, 10ma è stata rivelata solo ora con l’apparizione del salvatore nostro Cristo Gesù, che ha vinto la morte e ha fatto risplendere la vita e l’immortalità per mezzo del vangelo, 11del quale io sono stato costituito araldo, apostolo e maestro.
      12È questa la causa dei mali che soffro, ma non me ne vergogno: so infatti a chi ho creduto e son convinto che egli è capace di conservare il mio deposito fino a quel giorno. 13Prendi come modello le sane parole che hai udito da me, con la fede e la carità che sono in Cristo Gesù. 14Custodisci il buon deposito con l’aiuto dello Spirito Santo che abita in noi» (2 Tm 1, 6-14).      
      In questo come nell’altro passaggio (1 Tm 4, 14) in cui rammenta a Timoteo l’imposizione delle mani, «san Paolo designa il dono divino così comunicato con la medesima parola: xárisma. Questa non è impiegata nelle Lettere pastorali che in questi due testi sull’ordinazione. Come nelle lettere precedenti, essa designa una specie particolare di xáriw [grazia], che mette in rilievo un aspetto della sua gratuità; è donata meno per il beneficio del soggetto che per il bene della comunità cristiana, “l’utilità comune” (1 Cor 12, 7), per edificare la Chiesa (1 Cor 14, 12)» (pag. 325). Spicq cita in nota, a questo proposito, il padre Lemonnyer, autore della voce Carismi nel Supplément au Dictionnaire de la Bible: «Questo carisma, la cui ricezione ha fatto di Timoteo il personaggio ufficiale che è, è il carattere sacramentale dell’Ordine. Il sacramento dell’Ordine, generatore della gerarchia ecclesiastica, e il sacramento della Confermazione, con cui sono costituiti i milites Christi, sono essenzialmente dei sacramenti carismatici. La gerarchia sacra è fatta di autorità e di capacità ugualmente soprannaturali. Questa capacità è stata sempre identificata in primo luogo col carattere impresso dall’Ordine a tutti quelli che lo ricevono, in qualunque grado, e che a dire di san Tommaso è una potentia, quasi una facoltà soprannaturale, un carisma di rango più elevato che abilita i membri della gerarchia a tutte le funzioni del loro ufficio. Al quale eventualmente s’aggiunge la concessione extra-sacramentale di carismi complementari: apostoli, dottori, predicatori, pastori etc. Ben lungi dall’essere fondata sulla scomparsa dei carismi, la gerarchia da sempre è fondata su dei carismi» (pag. 325 nota 1).
      «Bisogna sottolineare che tò xárisma toû yeoû… •n soí…; ¥dvken ämîn ¿ yeòw pneûma [il dono di Dio… in te…; Dio ci ha dato uno Spirito… ] (2 Tm 1, 6. 7) non è senza legame con la parayÄkh [deposito] la cui conservazione si fa dià Pneúmatow ‡gíou toû •noikoûntow •n ämîn [attraverso lo Spirito Santo che abita in noi] (2 Tm 1, 14). [...] Vuol dire che l’ordinazione assicura la perpetuità della dottrina ortodossa; questa è un legato santo, un “deposito”. La sua integrità in parte dipende senza dubbio dalla docilità e dalla fedeltà dei predicatori, mÎ ÷terodidaskaleîn [non insegnare dottrine diverse](1 Tm 1, 3); ma alla fin fine lo Spirito Santo ne è il primo custode e solo può preservare i ministri cristiani dall’errore. Si è dunque in diritto di identificare in qualche modo la grazia trasmessa con l’imposizione delle mani con l’azione immanente dello Spirito Santo che garantisce il deposito della fede da ogni pericolo d’alterazione. I pastori e i predicatori, avendo ricevuto il carisma dell’ordinazione, godono dell’assistenza dello Spirito Santo nella diffusione e nella conservazione della verità evengelica: ¸Ekkhlsía yeoû zÓntow, stûlow kaì ÷draívma tÜw Òlhyeíaw [Chiesa del Dio vivente, colonna e fondamento della verità] (1 Tm 3, 15). Questo è il fondamento della dottrina cattolica sulla tradizione orale come norma della fede. Avendo ricevuto l’imposizione delle mani Timoteo ha la sicurezza di avere sempre la forza e l’attitudine soprannaturali per compiere degnamente il suo ufficio evangelico» (pagg. 325-326). Spicq esplicita ulteriormente: «Non si tratta tanto di sforzi ascetici per acquisire un’energia umana, una forza di carattere, quanto della fedeltà alla grazia dell’ordinazione (2 Tm 1, 6.7.8.12). Timoteo dovrà mettere in opera i poteri e la forza soprannaturali che ha ricevuto, esercitarli al meglio, a dispetto delle sofferenze e delle fatiche penose che comporta il suo ministero; ma per l’Apostolo con la grazia si può tutto!» (pag. 340).
     
      Ecumenismo
      Le Lettere pastorali mostrano dunque che la custodia del deposito è garantita dal carattere sacramentale dell’istituzione ecclesiastica. Eppure proprio queste lettere che costituiscono il fondamento della Chiesa-istituzione (pare un paradosso) «non isolano più la Chiesa dal mondo profano, al contrario ve la impiantano con un ottimismo e una sicurezza rimarchevoli. L’esperienza ha provato che ogni cristiano è chiamato a vivere in mezzo ai suoi vecchi compagni d’errore e di peccato. Lungi dal disprezzarli e dal combatterli, si mostrerà loro come un uomo trasformato dalla grazia» (pag. CXCVIII). Nelle Lettere pastorali si esprime al massimo grado l’ecumenismo di Paolo. Come si mostra in particolare in 1 Tm 2, 1-5:      
      «1Ti raccomando dunque, prima di tutto, che si facciano domande, suppliche, preghiere e ringraziamenti per tutti gli uomini, 2per i re e per tutti quelli che stanno al potere, perché possiamo trascorrere una vita calma e tranquilla con tutta pietà e dignità. 3Questa è una cosa bella e gradita al cospetto di Dio, nostro salvatore, 4il quale vuole che tutti gli uomini siano salvati e arrivino alla conoscenza della verità. 5Uno solo, infatti, è Dio e uno solo il mediatore fra Dio e gli uomini, l’uomo Cristo Gesù, 6che ha dato se stesso in riscatto per tutti».      
      Commenta Spicq, citando san Giovanni Crisostomo: «Bisogna rendere grazie a Dio anche dei beni che egli accorda agli altri, per esempio che faccia risplendere il suo sole sui cattivi e sui buoni, che faccia piovere sui giusti e sugli ingiusti. Vedi come l’Apostolo non solo con le suppliche ma con l’azione di grazie ci unisce e ci lega insieme» (pag. 53). E prosegue: «Tutte queste preghiere non sono limitate a interessi personali, né a una cerchia ristretta di fedeli; hanno di mira il prossimo e avranno un’applicazione universale “per tutti gli uomini”. Questo universalismo è una caratteristica del culto “cattolico”. La preghiera ha la stessa estensione della carità; l’una e l’altra lo stesso universalismo della salvezza (1 Tm 1, 15; Tt 2, 11). Non c’è nessuno, di qualsivoglia nazione o religione, per il quale la Chiesa non debba pregare, nessuno, nemmeno uno scomunicato di cui almeno l’esistenza non sia un motivo di rendere grazie a Dio» (pag. 53). Commentando poi il versetto 3 («Questa è una cosa bella e gradita al cospetto di Dio»), Spicq aggiunge: «Questa intercessione che il popolo cristiano compie come un sacerdozio regale in favore di tutti gli uomini è una cosa a un tempo moralmente buona, eccellente in se stessa (kalów), come un’opera eminente di carità, e bella e gradita al cospetto di Dio (Òpódektow – hapax nel NT – può essere considerato come esplicativo di kalów, cioè “bello a vedersi”), perché è la migliore cooperazione che ci sia al piano divino di salvare gli uomini» (pag. 57).      
      Le opere belle cioè buone
      L’aggettivo “bello” (kalów) è il vocabolo che più caratterizza le Pastorali. Delle 44 ricorrenze di esso nel corpus paolinum, ben 24 (più della metà) appartengono alle Pastorali. Tanto che Spicq si meraviglia che proprio in età ormai avanzata «questa bellezza sembri essere diventata agli occhi di san Paolo una nota distintiva della vita cristiana, un’espressione della nuova fede; tutte le età, tutte le condizioni, ogni sesso, sono come rivestiti di bellezza» (pag. 290). Ciò è tanto più notevole dal momento che «Aristotele ritiene che i vecchi non vivono più per il bello (cfr. Retorica II, 13, 1389b, 36); è un segno della forza di rinnovamento e di ringiovanimento della grazia nell’anima dell’Apostolo» (pag. 290 nota 1). È «la prova estetica della speranza», scriveva Massimo Borghesi nel numero scorso di 30Giorni (n. 12, dicembre 1997, pag. 84). Che si rivela, come abbiamo visto sopra, nella preghiera, come prima opera di carità, e nella carità in senso stretto, cioè in quelle buone opere (kalà ¥rga) cui proprio «le Lettere pastorali hanno donato il senso tecnico che la tradizione cristiana ha conservato [...], identificandole giustamente con le opere di misericordia» (pagg. 294 e 282), scrive Spicq commentando la lettera a Tito 3, 3-8:      
      «3Anche noi un tempo eravamo insensati, disobbedienti, traviati, schiavi di ogni sorta di passioni e di piaceri, vivendo nella malvagità e nell’invidia, degni di odio e odiandoci a vicenda. 4Quando però si sono manifestati la bontà (xrhstóthw) di Dio, salvatore nostro, e il suo amore per gli uomini (filanyrvpía), 5egli ci ha salvati non in virtù di opere di giustizia da noi compiute, ma per sua misericordia mediante un lavacro di rigenerazione e di rinnovamento nello Spirito Santo, 6effuso da lui su di noi abbondantemente per mezzo di Gesù Cristo, salvatore nostro, 7perché giustificati dalla sua grazia diventassimo eredi, secondo la speranza, della vita eterna. 8Questa parola è degna di fede e perciò voglio che tu insista in queste cose, perché coloro che credono in Dio si sforzino di essere i primi nelle opere buone. Ciò è bello e utile per gli uomini».      
      Tito, che era di origine pagana, conosceva per esperienza il valore di queste parole. «Com’è possibile» si chiede Spicq nel commento a questo brano «fare da un pagano un cristiano? È l’opera della sola grazia, gratis et gratiose. Il versetto Tt 3, 4 è parallelo a Tt 2, 11. Come i doveri reciproci dei cristiani erano fondati sull’iniziativa e la forza educatrice [Spicq più avanti parlerà, in contrasto con la pretesa pelagiana, di una «paideia della grazia» (pag. 282)] della grazia di Dio in Cristo, così i doveri dei cristiani di fronte al mondo sono fondati sulla bontà e l’amore di Dio per gli uomini [...]. È l’amore di Dio per gli uomini la causa della conversione di pagani ciechi e peccatori a una vita santa. Questo amore s’è manifestato concretamente in un momento storico e sotto una duplice forma che contrasta con l’odio e la gelosia degli uomini gli uni per gli altri; mentre essi si detestavano, Dio li amava tutti teneramente e voleva loro bene. Anzitutto la benignità. Secondo l’etimologia, xrhstów significa “quello di cui ci si può servire” e si impiega specialmente per gli alimenti di buona qualità [...]. La xrhstóthw è dunque una delicata amabilità, ma implica anche liberalità» (pag. 275). E poi la filanyrvpía, cioè «una simpatia efficace; equivale al latino humanitas, che significa rispetto per l’uomo in quanto uomo [...]. Dunque un sinonimo di xrhstóthw ma accentuando l’universalità di questo favore» (pag. 276).
      Preghiera, benignità, rispetto per l’uomo in quanto uomo: cose belle, cioè buone, gradite al cospetto di Dio. 

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