Archive pour la catégorie 'LETTERE PASTORALI (Le)'

«O TIMOTEO, CUSTODISCI IL DEPOSITO»

http://www.30giorni.it/articoli_id_20434_l1.htm

«O TIMOTEO, CUSTODISCI IL DEPOSITO»

Le Lettere pastorali di san Paolo mostrano che la custodia del depositum fidei è garantita dall’azione dello Spirito Santo, attraverso la grazia dell’imposizione delle mani e la grazia che risplende nelle opere buone. Eppure proprio queste Lettere, che costituiscono il fondamento della Chiesa-istituzione, «non isolano più la Chiesa dal mondo profano, al contrario ve la impiantano con un ottimismo e una sicurezza rimarchevoli». Riproponiamo alcune pagine del commentario di Ceslas Spicq alle Lettere pastorali

di Lorenzo Cappelletti

Da parecchi mesi l’espressione deposito della fede o il suo equivalente latino depositum fidei campeggia in titoli e articoli di 30Giorni. Ma il copyright non è di 30Giorni. «O Timoteo, custodisci il deposito» è la raccomandazione finale fatta da san Paolo nella prima Lettera indirizzata al suo discepolo prediletto. Ripetuta, poco prima di andare incontro al martirio, nella seconda Lettera. Prima di allora quell’espressione non era stata mai usata da san Paolo (e neanche dagli altri scrittori neotestamentari). Proprio nel momento in cui il suo sangue stava per essere sparso, san Paolo avvertiva che poteva disperdersi il tesoro che come un vaso debole eppure forte aveva custodito. Come avvertì quell’altro Paolo più vicino a noi quando scrisse il Credo del popolo di Dio. La grande alternativa – è stato scritto di recente – per la vita di un uomo e di un popolo è, infatti, tra ideologia e tradizione.
Forse non è appena un caso che le cosiddette Lettere pastorali (denominazione che insieme alle due Lettere a Timoteo ricomprende anche quella a Tito) siano venute di recente alla ribalta. Ad esse è stato dedicato il convegno dell’Associazione biblica italiana tenutosi lo scorso settembre a Termoli, la cittadina molisana che custodisce le reliquie di Timoteo nel suo Duomo incantevole. In attesa che vengano pubblicati gli atti di quel convegno ci facciamo accompagnare nella lettura di qualche brano di quelle Lettere dal grande esegeta domenicano Ceslas Spicq. È suo infatti il commento, apparso in terza edizione giusto cinquant’anni fa (Saint Paul. Les Épîtres pastorales, Éd. Gabalda, Paris 1947), che anche gli eminenti studiosi che si sono succeduti dopo di lui non possono fare a meno di tenere a modello.

Il deposito
«O Timoteo, custodisci il deposito; evita le chiacchiere profane e le obiezioni della cosiddetta gnosi, professando la quale taluni hanno deviato dalla fede» (1Tm 6, 20).
Può essere di aiuto anzitutto capire cosa sia l’istituto giuridico del deposito, al quale si ispira san Paolo. «A Roma “c’è deposito quando si mette una cosa al sicuro presso una persona che si impegna a custodirla e a renderla quando gliela si richiederà”. A differenza della cessione in modo fiduciario, dove c’è un vero trasferimento di proprietà, non c’è nel deposito che una cessione provvisoria di detenzione. Il depositario non possiede per sé stesso ma per il depositante; non è che un custode e conserva i beni a disposizione del tradens, che conserva i diritti legati alla proprietà. Peraltro, come il contratto di fiducia, il deposito si fa volentieri presso un amico che lo conserva gratuitamente. A lungo il deposito effettuato attraverso la semplice consegna (traditio), fu sprovvisto d’efficacia giuridica, essendo un atto senza forma» (p. 331).
Colpito evidentemente dalle caratteristiche di questo istituto, che come contratto «era una novità [datava infatti solo dall’epoca del triumvirato di Ottaviano] e una novità assai sorprendente perché è uno dei primi contratti non solenni» (p. 329), san Paolo lo adotta proprio nel momento del massimo pericolo per la fede. «Fino a quel momento l’Apostolo aveva insistito soprattutto sulla fedeltà al suo ministero, sulla lealtà verso i suoi discepoli; ora è condotto dal pericolo delle nascenti eresie a considerare l’integrità della dottrina per sé stessa, della quale è stato stabilito “araldo, apostolo e maestro”. L’ha ricevuta con incarico di trasmetterla, non gli appartiene. Presentendo la sua prossima fine, Paolo percepisce più vivamente ancora la responsabilità che gli incombe di custodire intatto questo tesoro; fino al termine fissato egli deve preservare la parola di Dio (1Tm 4, 6) da ogni errore e corruzione. È, infatti, un deposito che Dio gli ha confidato ed è prossimo il giorno in cui il divino creditore gliene chiederà conto. Questo deposito Paolo l’ha ricevuto da Dio, e più precisamente da Cristo, sulla strada per Damasco. Visto che questo contratto reale non presupponeva, in origine, per il suo modo di formazione che una semplice rimessa del possesso dei beni, è dunque al momento di questo incontro iniziale che è nato fra il Signore e il suo apostolo questo accordo – l’accordo delle loro due volontà – generatore d’obbligazione fin dal momento della trasmissione dell’oggetto affidato. Il contenuto di questo deposito è il Vangelo. La legge non autorizzava, salvo stipulazioni contrarie, alcun uso dei beni affidati. Ora, l’Apostolo non si è mai considerato che come un amministratore, un dispensatore, dei misteri divini (1Cor 4, 1). A differenza dei maestri che insegnano una dottrina originale, frutto di loro speculazioni, egli non è che un delegato. Quel che predica non lo inventa, non lo trasforma, l’ha appreso e ricevuto e deve trasmettere intatto – come un deposito – questo tesoro che è la parola divina ovvero l’oggetto della fede [...]. Ha terminato la corsa, il momento della sua dipartita è arrivato (2Tm 4, 6-8); esorta Timoteo a vegliare sul deposito che gli trasmette; è suonata l’ora in cui sta per comparire davanti a Dio che giudicherà il suo fedele depositario» (pp. 332-333).

Ma sarà sufficiente l’esortazione di Paolo perché Timoteo, giovane e timido per natura, possa conservare il deposito?
«Con l’ordine di conservare il deposito, Paolo indica il mezzo di esservi fedele. Il compito non è facile. Molti hanno abbandonato la fede e l’Apostolo stesso sta per andarsene, ma lo Spirito Santo dimora nella Chiesa e illuminerà e fortificherà i suoi ministri (cfr. 2Tm 1, 7). San Paolo non ne dubita (cfr. 2Tm 1, 12). Questi due ultimi versetti fondano l’insegnamento cattolico relativo alla tradizione. Gli apostoli hanno ricevuto dal Signore la verità cristiana; loro stessi l’hanno trasmessa oralmente, specialmente ai loro collaboratori e ai loro successori nel ministero; ma questi ultimi hanno il dovere di conservarla in tutta la sua purezza e di non comunicarla a loro volta che a degli uomini provati e capaci di assicurare una nuova trasmissione (cfr. 2Tm 2, 2). Ora, questa conservazione e questa trasmissione non possono essere garantite a sufficienza dalle forze umane. È lo Spirito Santo che le preserva da ogni alterazione e da ogni deviazione e, secondo il versetto 7, si può precisare che questa azione dello Spirito Santo si esercita con una efficacia particolare nei membri della gerarchia ecclesiastica» (p. 320). In altre parole, Timoteo dovrà e potrà fare appello alla grazia dell’ordinazione ricevuta da Paolo stesso, che gli scrive:
«6Per questo motivo ti ricordo di ravvivare il dono di Dio che è in te per l’imposizione delle mie mani. 7Dio infatti non ci ha dato uno Spirito di timidezza, ma di forza, di amore e di saggezza. 8Non vergognarti dunque della testimonianza da rendere al Signore nostro, né di me, che sono in carcere per lui; ma soffri anche tu insieme con me per il vangelo, aiutato dalla forza di Dio. 9Egli infatti ci ha salvati e ci ha chiamati con una vocazione santa, non già in base alle nostre opere, ma secondo il suo proposito e la sua grazia; grazia che ci è stata data in Cristo Gesù fin dall’eternità, 10ma è stata rivelata solo ora con l’apparizione del salvatore nostro Cristo Gesù, che ha vinto la morte e ha fatto risplendere la vita e l’immortalità per mezzo del vangelo, 11del quale io sono stato costituito araldo, apostolo e maestro.
12È questa la causa dei mali che soffro, ma non me ne vergogno: so infatti a chi ho creduto e son convinto che egli è capace di conservare il mio deposito fino a quel giorno. 13Prendi come modello le sane parole che hai udito da me, con la fede e la carità che sono in Cristo Gesù. 14Custodisci il buon deposito con l’aiuto dello Spirito Santo che abita in noi» (2Tm 1, 6-14).
In questo come nell’altro passaggio (1Tm 4, 14) in cui rammenta a Timoteo l’imposizione delle mani, «san Paolo designa il dono divino così comunicato con la medesima parola. Tale parola non è impiegata nelle Lettere pastorali che in questi due testi sull’ordinazione. Come nelle lettere precedenti, essa designa una specie particolare di grazia, che mette in rilievo un aspetto della sua gratuità; è donata meno per il beneficio del soggetto che per il bene della comunità cristiana, “l’utilità comune” (1Cor 12, 7), per edificare la Chiesa (1Cor 14, 12)» (p. 325). Spicq cita in nota, a questo proposito, il padre Lemonnyer, autore della voce Carismi nel Supplément au Dictionnaire de la Bible: «Questo carisma, la cui ricezione ha fatto di Timoteo il personaggio ufficiale che è, è il carattere sacramentale dell’Ordine. Il sacramento dell’Ordine, generatore della gerarchia ecclesiastica, e il sacramento della Confermazione, con cui sono costituiti i milites Christi, sono essenzialmente dei sacramenti carismatici. La gerarchia sacra è fatta di autorità e di capacità ugualmente soprannaturali. Questa capacità è stata sempre identificata in primo luogo col carattere impresso dall’Ordine a tutti quelli che lo ricevono, in qualunque grado, e che a dire di san Tommaso è una potentia, quasi una facoltà soprannaturale, un carisma di rango più elevato che abilita i membri della gerarchia a tutte le funzioni del loro ufficio. Al quale eventualmente s’aggiunge la concessione extra-sacramentale di carismi complementari: apostoli, dottori, predicatori, pastori etc. Ben lungi dall’essere fondata sulla scomparsa dei carismi, la gerarchia da sempre è fondata su dei carismi» (p. 325 nota 1).
«Bisogna sottolineare che il dono di Dio… in te…; Dio ci ha dato uno Spirito… (2Tm 1, 6. 7) non è senza legame con il deposito la cui conservazione si fa attraverso lo Spirito Santo che abita in noi (2Tm 1, 14). [...] Vuol dire che l’ordinazione assicura la perpetuità della dottrina ortodossa; questa è un legato santo, un “deposito”. La sua integrità in parte dipende senza dubbio dalla docilità e dalla fedeltà dei predicatori, non insegnare dottrine diverse(1Tm 1, 3); ma alla fin fine lo Spirito Santo ne è il primo custode e solo può preservare i ministri cristiani dall’errore. Si è dunque in diritto di identificare in qualche modo la grazia trasmessa con l’imposizione delle mani con l’azione immanente dello Spirito Santo che garantisce il deposito della fede da ogni pericolo d’alterazione. I pastori e i predicatori, avendo ricevuto il carisma dell’ordinazione, godono dell’assistenza dello Spirito Santo nella diffusione e nella conservazione della verità evengelica: «Chiesa del Dio vivente, colonna e fondamento della verità (1Tm 3, 15). Questo è il fondamento della dottrina cattolica sulla tradizione orale come norma della fede. Avendo ricevuto l’imposizione delle mani Timoteo ha la sicurezza di avere sempre la forza e l’attitudine soprannaturali per compiere degnamente il suo ufficio evangelico» (pp. 325-326). Spicq esplicita ulteriormente: «Non si tratta tanto di sforzi ascetici per acquisire un’energia umana, una forza di carattere, quanto della fedeltà alla grazia dell’ordinazione (2Tm 1, 6.7.8.12). Timoteo dovrà mettere in opera i poteri e la forza soprannaturali che ha ricevuto, esercitarli al meglio, a dispetto delle sofferenze e delle fatiche penose che comporta il suo ministero; ma per l’Apostolo con la grazia si può tutto!» (p. 340).

Ecumenismo
Le Lettere pastorali mostrano dunque che la custodia del deposito è garantita dal carattere sacramentale dell’istituzione ecclesiastica. Eppure proprio queste Lettere che costituiscono il fondamento della Chiesa-istituzione (pare un paradosso) «non isolano più la Chiesa dal mondo profano, al contrario ve la impiantano con un ottimismo e una sicurezza rimarchevoli. L’esperienza ha provato che ogni cristiano è chiamato a vivere in mezzo ai suoi vecchi compagni d’errore e di peccato. Lungi dal disprezzarli e dal combatterli, si mostrerà loro come un uomo trasformato dalla grazia» (p. CXCVIII). Nelle Lettere pastorali si esprime al massimo grado l’ecumenismo di Paolo. Come si mostra in particolare in 1Tm 2, 1-5:
«1Ti raccomando dunque, prima di tutto, che si facciano domande, suppliche, preghiere e ringraziamenti per tutti gli uomini, 2per i re e per tutti quelli che stanno al potere, perché possiamo trascorrere una vita calma e tranquilla con tutta pietà e dignità. 3Questa è una cosa bella e gradita al cospetto di Dio, nostro salvatore, 4il quale vuole che tutti gli uomini siano salvati e arrivino alla conoscenza della verità. 5Uno solo, infatti, è Dio e uno solo il mediatore fra Dio e gli uomini, l’uomo Cristo Gesù, 6che ha dato sé stesso in riscatto per tutti».
Commenta Spicq, citando san Giovanni Crisostomo: «Bisogna rendere grazie a Dio anche dei beni che egli accorda agli altri, per esempio che faccia risplendere il suo sole sui cattivi e sui buoni, che faccia piovere sui giusti e sugli ingiusti. Vedi come l’Apostolo non solo con le suppliche ma con l’azione di grazie ci unisce e ci lega insieme» (p. 53). E prosegue: «Tutte queste preghiere non sono limitate a interessi personali, né a una cerchia ristretta di fedeli; hanno di mira il prossimo e avranno un’applicazione universale “per tutti gli uomini”. Questo universalismo è una caratteristica del culto “cattolico”. La preghiera ha la stessa estensione della carità; l’una e l’altra lo stesso universalismo della salvezza (cfr. 1Tm 1, 15; Tt 2, 11). Non c’è nessuno, di qualsivoglia nazione o religione, per il quale la Chiesa non debba pregare, nessuno, nemmeno uno scomunicato di cui almeno l’esistenza non sia un motivo di rendere grazie a Dio» (p. 53). Commentando poi il versetto 3 («Questa è una cosa bella e gradita al cospetto di Dio»), Spicq aggiunge: «Questa intercessione che il popolo cristiano compie come un sacerdozio regale in favore di tutti gli uomini è una cosa a un tempo moralmente buona, eccellente in sé stessa, come un’opera eminente di carità, e bella e gradita al cospetto di Dio – hapax nel NT – può essere considerato come esplicativo di cioè “bello a vedersi”), perché è la migliore cooperazione che ci sia al piano divino di salvare gli uomini» (p. 57).

Le opere belle cioè buone
L’aggettivo “bello” è il vocabolo che più caratterizza le Pastorali. Delle 44 ricorrenze di esso nel corpus paolinum, ben 24 (più della metà) appartengono alle Pastorali. Tanto che Spicq si meraviglia di come proprio in età ormai avanzata «questa bellezza sembri essere diventata agli occhi di san Paolo una nota distintiva della vita cristiana, un’espressione della nuova fede; tutte le età, tutte le condizioni, ogni sesso, sono come rivestiti di bellezza» (p. 290). Ciò è tanto più notevole dal momento che «Aristotele ritiene che i vecchi non vivono più per il bello (cfr. Retorica II, 13, 1389b, 36); è un segno della forza di rinnovamento e di ringiovanimento della grazia nell’anima dell’Apostolo» (p. 290 nota 1). È «la prova estetica della speranza», scriveva Massimo Borghesi nel numero scorso di 30Giorni (n. 12, dicembre 1997, p. 84). Che si rivela, come abbiamo visto sopra, nella preghiera, come prima opera di carità, e nella carità in senso stretto, cioè in quelle buone opere cui proprio «le Lettere pastorali hanno donato il senso tecnico che la tradizione cristiana ha conservato [...], identificandole giustamente con le opere di misericordia» (pp. 294 e 282), scrive Spicq commentando la Lettera a Tito 3, 3-8:
«3Anche noi un tempo eravamo insensati, disobbedienti, traviati, schiavi di ogni sorta di passioni e di piaceri, vivendo nella malvagità e nell’invidia, degni di odio e odiandoci a vicenda. 4Quando però si sono manifestati la bontà di Dio, salvatore nostro, e il suo amore per gli uomini, 5egli ci ha salvati non in virtù di opere di giustizia da noi compiute, ma per sua misericordia mediante un lavacro di rigenerazione e di rinnovamento nello Spirito Santo, 6effuso da lui su di noi abbondantemente per mezzo di Gesù Cristo, salvatore nostro, 7perché giustificati dalla sua grazia diventassimo eredi, secondo la speranza, della vita eterna. 8Questa parola è degna di fede e perciò voglio che tu insista in queste cose, perché coloro che credono in Dio si sforzino di essere i primi nelle opere buone. Ciò è bello e utile per gli uomini».
Tito, che era di origine pagana, conosceva per esperienza il valore di queste parole. «Com’è possibile», si chiede Spicq nel commento a questo brano, «fare da un pagano un cristiano? È l’opera della sola grazia, gratis et gratiose. Il versetto Tt 3, 4 è parallelo a Tt 2, 11. Come i doveri reciproci dei cristiani erano fondati sull’iniziativa e la forza educatrice [Spicq più avanti parlerà, in contrasto con la pretesa pelagiana, di una «paideia della grazia» (p. 282)] della grazia di Dio in Cristo, così i doveri dei cristiani di fronte al mondo sono fondati sulla bontà e l’amore di Dio per gli uomini [...]. È l’amore di Dio per gli uomini la causa della conversione di pagani ciechi e peccatori a una vita santa. Questo amore s’è manifestato concretamente in un momento storico e sotto una duplice forma che contrasta con l’odio e la gelosia degli uomini gli uni per gli altri; mentre essi si detestavano, Dio li amava tutti teneramente e voleva loro bene. Anzitutto la benignità. Secondo l’etimologia, significa “quello di cui ci si può servire” e si impiega specialmente per gli alimenti di buona qualità [...]. La è dunque una delicata amabilità, ma implica anche liberalità» (p. 275). E poi la, cioè «una simpatia efficace; equivale al latino humanitas, che significa rispetto per l’uomo in quanto uomo [...]. Dunque un sinonimo di ma accentuando l’universalità di questo favore» (p. 276).
Preghiera, benignità, rispetto per l’uomo in quanto uomo: cose belle, cioè buone, gradite al cospetto di Dio.

 

Publié dans:Lettera a Timoteo - prima |on 17 février, 2015 |Pas de commentaires »

TITO 2,11-14; 3,4-7

http://www.nicodemo.net/NN/commenti_p.asp?commento=Tito%202,11-3,7

TITO 2,11-14; 3,4-7

Carissimo, 11 è apparsa la grazia di Dio, apportatrice di salvezza per tutti gli uomini, 12 che ci insegna a rinnegare l’empietà e i desideri mondani e a vivere con sobrietà, giustizia e pietà in questo mondo, 13 nell’attesa della beata speranza e della manifestazione della gloria del nostro grande Dio e salvatore Gesù Cristo. 14 Egli ha dato se stesso per noi, per riscattarci da ogni iniquità e formarsi un popolo puro che gli appartenga, zelante nelle opere buone.
3,4 Quando si sono manifestati la bontà di Dio, salvatore nostro, e il suo amore per gli uomini, 5 egli ci ha salvati non in virtù di opere di giustizia da noi compiute, ma per sua misericordia mediante un lavacro di rigenerazione e di rinnovamento nello Spirito Santo, 6 effuso da lui su di noi abbondantemente per mezzo di Gesù Cristo, salvatore nostro, 7 perché giustificati dalla sua grazia diventassimo eredi, secondo la speranza, della vita eterna.

COMMENTO
Tito 2,11-3,7

Battesimo e salvezza in Cristo
La lettera a Tito inizia con il prescritto (1,1-4) a cui fa seguito una breve introduzione riguardante la missione di Tito (1,5-9). Il corpo della lettera inizia e termina con la messa in guardia nei confronti dei falsi dottori (1,10-16; 3,9-11). Al centro si trovano alcune esortazioni pratiche che Tito deve rivolgere ai membri della comunità riguardanti i rapporti fra di loro (2,1-15) e con gli estranei (3,1-8). In ciascuno di questi due brani viene dato ampio spazio alla motivazione teologica. Il brano liturgico riporta anzitutto la motivazione teologica della prima esortazione, riguardante la manifestazione della grazia di Dio (2,11-14) e poi quella della seconda, nella quale è descritta l’opera salvifica di Dio (3,4-7).

La manifestazione della grazia di Dio (Tt 2,11-14)
Dopo aver dato a Tito l’incarico di portare sulla retta via tutti i membri della comunità, l’autore della lettera gli indica il motivo per cui deve impegnarsi a fondo nella sua opera pastorale. Egli si riferisce a un evento di importanza determinante per tutta l’umanità: «È apparsa infatti la grazia di Dio, che porta salvezza a tutti gli uomini» (v. 11). Tutto è cominciato per iniziativa di Dio, il quale ha manifestato (epefanê) la sua grazia (charis), cioè la sua bontà e il suo amore per gli uomini (cfr. Tt 3,4). Ci troviamo quindi davanti a una epifania divina, che ha avuto luogo nel tempo e nello spazio. Dio manifesta la sua grazia conferendo la «salvezza» a tutti gli uomini. Con il termine «salvezza» (hê sôtêrios) si allude a colui anche è il salvatore, Gesù Cristo (cfr. 2,13; 3,4-5), il quale ha attuato un piano divino di ampiezza universale. Per il Paolo autentico la salvezza di tutta l’umanità era prevalentemente un evento escatologico, cioè che si realizzerà alla fine dei tempi (cfr. Rm 5,1-11; 13,11). Ora invece è diventata una realtà già attuale a cui tutti possono accedere.
Mediante la sua grazia, Dio ha dato una profonda direttiva di vita: «e ci insegna a rinnegare l’empietà e i desideri mondani e a vivere in questo mondo con sobrietà, con giustizia e con pietà» (v. 12). L’insegnamento di Dio non consiste in norme o leggi imposte con la sua autorità, ma in una istruzione (paideuô), analoga a quella data dai saggi, che si incarna nella vita e nell’esperienza umana. L’insegnamento di Dio ha come effetto una rottura con il passato, che consiste nel rinnegamento dell’empietà (asebeia), cioè della negazione di Dio, e dei desideri mondani (kosmikai epithymiai), cioè dell’attaccamento alle cose di questo mondo. In positivo esso dà al credente la possibilità di vivere in questo mondo con sobrietà (sôfronôs), giustizia (dikaiôs) e pietà (eusebôs), cioè esercitando correttamente il proprio rapporto con se stesso, con il prossimo e con Dio. Per il Paolo autentico, sullo sfondo del 10° comandamento, la vita cristiana è una lotta contro i desideri della carne (Rm 8,5-8), visti come la manifestazione per eccellenza del peccato. In questa sintesi invece si tratta dei desideri di questo mondo, a cui corrisponde, come antidoto, l’adozione di tre virtù che sono tipiche anche dell’insegnamento morale dei filosofi.
Il comportamento dei credenti ha una forte valenza escatologica: «… nell’attesa della beata speranza (elpis) e della manifestazione (epifaneia) della gloria del nostro grande Dio e salvatore Gesù Cristo» (v. 13). La vita cristiana è dunque connotata dalla speranza. Vi sono dunque due epifanie divine, una delle quali ha già avuto luogo mediante la prima venuta di Cristo, mentre la seconda si attuerà in un imprecisato momento futuro mediante il suo ritorno nella gloria. La prima manifestazione dà quindi fondamento alla speranza in un compimento finale. Nella seconda epifania la manifestazione del nostro grande Dio è abbinata a quella del salvatore Gesù Cristo. A prima vista sembra che Dio sia identificato con Cristo: ciò comporterebbe un’affermazione esplicita della divinità di Cristo. Questa interpretazione si fonda sul fatto che un solo e medesimo articolo determinato, tou, è posto davanti a due sostantivi, Dio e Gesù Cristo, collegati con un kai (e), dando così l’impressione che si tratti di due appellativi di un’unica persona. Questa interpretazione però non è condivisa da molti studiosi, secondo i quali l’identificazione di Gesù Cristo con Dio non fa ancora parte della teologia delle pastorali. Resta quindi incerto il significato esatto di questa espressione, la quale però apre comunque la strada a un’affermazione esplicita della divinità di Cristo.
Il motivo per cui è stato assegnato a Cristo il ruolo di salvatore è cosi formulato: «Egli ha dato se stesso per noi (edôken heauton hyper êmôn), per riscattarci da ogni iniquità e formare per sé un popolo puro che gli appartenga, pieno di zelo per le opere buone» (v. 14). Il dono di sé praticato da Gesù allude a una funzione sacerdotale, la quale però si attua non in un tempio, ma nella vita: con essa si indica una vita di servizio a Dio e agli uomini spinta fino alle sue ultime conseguenze. Il suo scopo è espresso con due termini: riscattare e purificare. Anzitutto Cristo ci riscatta (lytroô), cioè porta a termine l’opera di Dio descritta nell’AT come una liberazione degli schiavi di cui è autore JHWH in quanto go<el, cioè il parente prossimo che interviene in aiuto di chi è bisognoso, con riferimento agli israeliti schiavi in Egitto (cfr. Es 6,6; Is 41,14); qui però si attua non una liberazione politica, ma unicamente la liberazione dall’iniquità (anomia) (cfr. Rm 3,24; Mc 10,45). In secondo luogo, Cristo «forma» (katharizô, purificare) un popolo di sua proprietà (laos periousios): questa espressione richiama la particolare condizione del popolo eletto dell’AT (cfr. Es 19,5; Dt 7,6; 14,2; 26,18) che ora diventa prerogativa dei credenti in Cristo. Questo popolo nuovo si caratterizza per il fatto di essere pieno di zelo (zêlôtês) per le opere buone. Il compimento delle opere buone (non le «opere della legge») è quindi lo scopo della redenzione. Per ottenere questo scopo, Cristo diventa, con la sua totale dedizione al Padre, modello e guida di quanti credono in lui.
La motivazione teologica termina con una nuova esortazione: «Questo devi insegnare, raccomandare e rimproverare con tutta autorità. Nessuno ti disprezzi!» (v. 15).

L’opera salvifica di Dio (Tt 3,4-7)
La seconda esortazione inizia con la descrizione del comportamento che i cristiani sono tenuti ad avere con gli estranei. A tal fine viene riportato un piccolo catalogo che comprende le seguenti virtù: sottomissione alle autorità, compimento delle opere buone, non parlare male di nessuno, evitare le liti, mansuetudine e mitezza verso tutti (vv. 1-2). Per dare più consistenza alle sue parole, l’autore passa poi bruscamente a descrivere la situazione in cui i suoi interlocutori si trovavano prima di essere raggiunti dalla grazia di Dio. A tale scopo si serve di un altro catalogo, questa volta di vizi, ricordando che sia lui che loro un tempo erano «insensati, disobbedienti, corrotti, schiavi di ogni sorta di passioni e di piaceri, vivendo nella malvagità e nell’invidia, odiosi e odiandoci a vicenda» (v. 3). Con questi termini, in gran parte di repertorio, l’autore non intende descrivere il comportamento dei suoi interlocutori prima della loro conversione e neppure di alcuni di loro, ma semplicemente vuole circoscrivere un comportamento lontano da Dio, comunque si manifesti.
L’autore riprende poi il tema dell’intervento passato di Dio, in forza del quale la situazione dei destinatari è totalmente cambiata: «Ma quando apparvero la bontà di Dio, salvatore nostro, e il suo amore per gli uomini, egli ci ha salvati, non per opere giuste da noi compiute, ma per la sua misericordia (vv. 4-5a). In questo testo si tratta della prima manifestazione di Dio, presentato lui stesso come «salvatore» (sôtêr). Ciò che egli ha manifestato sono due dei più importanti attributi che gli competono: la sua «bontà» (chrêstotês) e «amore per gli uomini» (filanthrôpia). Sono essi infatti che lo spingono ad agire in favore dell’umanità.
Lo strumento di cui Dio si è servito per manifestare la sua bontà è stato «un’acqua che rigenera e rinnova nello Spirito Santo, che Dio ha effuso su di noi in abbondanza per mezzo di Gesù Cristo, salvatore nostro» (vv. 5b-6). Con questa frase si fa riferimento al battesimo, che si compie mediante l’acqua e lo Spirito Santo (cfr. Mc 1,8; At 8,36). Di questo dono il mediatore è Gesù Cristo (cfr. At 2,38). Infine viene indicato lo scopo finale di tutta l’opera divina: «affinché, giustificati per la sua grazia, diventassimo, nella speranza, eredi della vita eterna» (v. 7). L’eredità è il dono che Dio fa ai suoi figli in seguito alla giustificazione che ha dato loro per mezzo di Cristo. Essa non è ancora conferita nella sua pienezza, ma è oggetto di speranza. Il tema è certamente paolino, ma il Paolo autentico avrebbe parlato piuttosto di «giustificazione mediante la fede» (cfr. Rm 3,21-31).
Come conclusione l’autore sottolinea l’autorevolezza di ciò che ha detto e insiste sulla necessità che i credenti, praticando queste direttive, si sforzino di distinguersi nel fare il bene (v. 8).

Linee interpretative
Al centro di questo testo vi è l’intervento salvifico di Dio che ha avuto luogo una prima volta mediante Gesù Cristo. In esso la grazia di Dio si è manifestata come bontà e amore per gli uomini. Lo scopo di questa manifestazione è stata la formazione di un nuovo popolo redento e purificato mediante il battesimo, che comporta il dono dello Spirito. Ma un giorno ci sarà una nuova manifestazione di Dio mediante Gesù Cristo, che porterà a compimento le promesse, specialmente quella di conferire ai credenti l’eredità. Nel frattempo essi sono chiamati a vivere nella speranza: se Dio ha già dato loro tante grazie, non potrà non realizzare alla fine le promesse fatte.
Nell’attuazione del suo piano di salvezza Dio ha associato a sé Gesù Cristo, mediante il quale egli ha attuato e attuerà alla fine la sua manifestazione all’umanità. L’unione tra Dio e Gesù Cristo è talmente profonda da provocare il passaggio dall’uno all’altro dell’appellativo di salvatore. Anche se non si accetta l’identificazione di Gesù con Dio, bisogna tuttavia riconoscere che l’autore della lettera è già in possesso di una cristologia molto alta, in forza della quale il significato di Gesù si può cogliere solo nel suo rapporto con Dio. Egli però non perde di vista la sua esperienza umana, che si è espressa mediante il dono di sé a Dio in favore degli uomini. Nonostante l’orientamento cultuale di questa espressione, si può ancora intuire la percezione di una vita offerta a Dio in quanto è stata spesa per i fratelli.
Da questo dono di Dio in Cristo deriva per i credenti la possibilità di distaccarsi dai desideri egoistici tipici dell’umanità per vivere una vita santa. L’esercizio delle virtù non deriva dunque né dalla legge né dallo sforzo della volontà, ma da un dono interiore che trasforma l’uomo cambiando in profondità la sua mentalità e spingendolo spontaneamente al bene.
>

Publié dans:Lettera a Tito, NATALE 2014 |on 23 décembre, 2014 |Pas de commentaires »

ANTICHE PROFESSIONI DI FEDE CRISTIANE – (tre testi di San Paolo)

http://www.storico.org/nascita_cristianesimo/professioni_fede.html

ANTICHE PROFESSIONI DI FEDE CRISTIANE -

(in esame: la Prima Lettera ai Corinzi 15, 1-11, che riveste un’importanza tutta particolare, la Lettera ai Romani 1, 3-4, che è una «formula di fede», quasi un «credo» in miniatura, e la Prima Lettera a Timoteo 3, 16)

Formule di fede, acclamazioni, inni contenuti in particolare nell’epistolario paolino ci informano su quale fosse la fede delle prime comunità cristiane

di Simone Valtorta

In che cosa credevano i primi Cristiani? Per saperlo, è inutile riferirsi – come fanno purtroppo molte persone, anche di buona cultura – a quanto è scritto in romanzi di basso o nullo valore culturale, o in pseudo-saggi composti non da storici ma da «professionisti della penna», giornalisti, uomini politici, attori che spacciano per rivelazioni clamorose notizie inventate di sana pianta; chiunque sia interessato all’argomento (ma questo vale per qualsiasi ricerca storica) deve «in primis» riferirsi ai testi dell’epoca, inserendoli nel contesto culturale e religioso della società che li ha prodotti. È quello che faremo in questo breve articolo.
Numerosi passi del Nuovo Testamento, principalmente nelle Lettere di Paolo, contengono frammenti antichissimi (pre-paolini) di confessioni di fede vere e proprie, acclamazioni, inni e tramandano «la fede apostolica comune, precedente la riflessione paolina. Non sono la teologia paolina, ma la base da cui Paolo parte per costruirla. Numerosi indizi lo provano» (Bruno Maggioni in Introduzione alla storia della salvezza, Torino 1973, pagina 223). Questi frammenti non vogliono semplicemente fare una «cronaca» di certi avvenimenti, bensì destare una fede che è accettazione personale e vissuta dell’azione salvifica di Dio a favore degli uomini, nella storia.
Tra i vari passi che si possono citare, ne esamineremo tre: la Prima Lettera ai Corinzi 15, 1-11, che riveste un’importanza tutta particolare, la Lettera ai Romani 1, 3-4, che è una «formula di fede», quasi un «credo» in miniatura, e la Prima Lettera a Timoteo 3, 16, un «inno», il cui contesto originario è quello delle celebrazioni liturgiche.

Prima Lettera ai Corinzi 15, 1-11
«Vi rendo noto, fratelli, il vangelo che vi ho annunziato e che voi avete ricevuto, nel quale restate saldi, e dal quale anche ricevete la salvezza, se lo mantenete in quella forma in cui ve l’ho annunziato. Altrimenti, avreste creduto invano!
Vi ho trasmesso dunque, anzitutto, quello che anch’io ho ricevuto: che cioè Cristo è morto per i nostri peccati secondo le Scritture, fu sepolto ed è stato risuscitato il terzo giorno secondo le Scritture, e che apparve a Cefa e quindi ai Dodici. In seguito apparve a più di cinquecento fratelli in una sola volta: la maggior parte di essi vive ancora, mentre alcuni sono morti. Inoltre apparve a Giacomo, e quindi a tutti gli Apostoli. Ultimo fra tutti apparve anche a me come all’aborto. Io infatti sono l’infimo degli Apostoli, e non sono degno neppure di essere chiamato Apostolo, perché ho perseguitato la Chiesa di Dio. Per grazia di Dio però sono quello che sono, e la Sua grazia in me non è stata vana; anzi ho faticato più di tutti loro, non io però, ma la grazia di Dio che è con me. Pertanto, sia io che loro, così predichiamo e così avete creduto».
Il brano è stato scritto nell’anno 56 dopo Cristo, e rappresenta una delle pagine più antiche (forse addirittura la più antica in assoluto) che abbiamo sulla risurrezione di Gesù; Paolo inoltre richiama la sua precedente predicazione a Corinto (anni 51-52), ma anche allora egli aveva semplicemente trasmesso «alla lettera» ciò che lui stesso aveva ricevuto, quindi bisogna risalire o al tempo della sua permanenza ad Antiochia (verso il 40), o addirittura al tempo della sua conversione (35 circa). Questa data è la più probabile, per ragioni sia linguistiche che stilistiche, e si colloca ad un tempo vicinissimo all’«evento fondatore» della Chiesa (Gesù viene ucciso nell’anno 30).
Ciò che fa problema agli abitanti di Corinto non è tanto la risurrezione di Gesù, quanto la risurrezione dei morti: probabilmente i Corinzi, di cultura greca, sono debitori della mentalità dualistica del tempo, in base alla quale la morte è considerata come il momento della separazione dell’anima dal corpo, quest’ultimo visto come prigione perché tutto ciò che ha a che fare con la materia è caduco, è destinato alla dissoluzione, è fonte di male e di infelicità; ciò che alcuni di essi rifiutano è la risurrezione dei corpi.
Paolo fa notare, citando Menandro, proprio un noto esponente della cultura greca, che «se i morti non risorgono, allora “mangiamo e beviamo, ché domani morremo”» (Prima Lettera ai Corinzi 15, 32): se non v’è risurrezione dei morti, viene meno un elemento fondamentale della speranza cristiana, non c’è più vera salvezza, per cui tanto vale dedicarsi allo stile di vita pagano, alla cura di sé e del proprio piacere, prima che tutto si dissolva. L’annuncio di Paolo è invece incentrato sull’affermazione che Gesù, quel medesimo Gesù che è morto sulla croce, è vivo, è risorto (in tutta la Sua realtà personale, quindi anche con il Suo corpo, benché trasformato), aprendo così per chi crede in Lui un futuro di vita e di speranza.
Il brano inizia con una dichiarazione solenne: Paolo precisa qual è il fulcro della fede cristiana, che lui non ha inventato, ma ricevuto: che Gesù è morto (un fatto storico, che accomuna la Sua sorte a quella di tutti gli uomini) per i nostri peccati – è finito sulla croce perché, pur essendosi fatto uomo per portare la salvezza agli uomini immersi nel peccato, è stato respinto e ha scelto di condividere fino alle estreme conseguenze la sorte degli uomini, legata al peccato e alla morte, mostrando così fino a che punto giunge la volontà di salvezza di Dio nei confronti dell’umanità peccatrice continuamente proclamata dalle Scritture, già nel Primo (o Antico) Testamento (Dio è Colui che è alleato del Suo popolo, che non lo abbandona nonostante le sue infedeltà, che non vuole la morte del peccatore, ma che si converta e viva). Paolo inoltre precisa che Gesù fu sepolto: per gli Ebrei, chi è sepolto è definitivamente morto, diviene polvere e non appartiene più alla comunità dei viventi.
Ma Gesù «è stato risuscitato»: l’immagine è quella del «risveglio» di un dormiente o del «rizzarsi» di uno che giace a terra, ma la risurrezione di Cristo non è la semplice rianimazione di un cadavere, il ritorno allo stato di vita precedente (come Lazzaro, o il giovane di Nain) – il Risorto dopo la Sua morte è in uno stato di vita del quale noi non abbiamo esperienza, per cui non ne possiamo parlare se non per immagini, che vogliono far intuire una realtà, non certo descriverla. E la menzione che è avvenuto il terzo giorno (nel Primo Testamento il terzo giorno era spesso considerato come il giorno della liberazione, della salvezza, della vittoria sulla morte e su ogni forma di schiavitù, dopo un intervallo di smarrimento, di crisi, di «prova»: il terzo giorno Giuseppe libera i suoi fratelli dal carcere, il terzo giorno Dio appare sul Sinai e stringe un’alleanza con il Suo popolo, il terzo giorno Giona viene liberato dal ventre della balena…), questa menzione, dicevamo, non intende precisare una data, ma suggerisce che la risurrezione di Gesù è l’evento decisivo di salvezza, di liberazione: Dio interviene a salvare chi si è affidato alla Sua volontà fino a dare la vita, non lascia il giusto nella morte, ma lo fa risorgere, inaugurando così il tempo della salvezza definitiva. Anche la risurrezione di Gesù è quindi secondo le Scritture: la Bibbia parla della potenza di Dio come di una potenza di vita e di salvezza che non si arresta di fronte a nessun ostacolo, che anche dalla morte e dal nulla sa far scaturire la vita.
Poi Gesù «si è fatto vedere», «si mostrò», «apparve»: non si tratta di un semplice farsi vedere, ma di un andare incontro all’uomo, di un entrare in dialogo con lui. Il Risorto si mostra nelle apparizioni come una persona che prende l’iniziativa di un contatto personale, in vista di un compito da svolgere da parte dei discepoli ai quali si richiede il coinvolgimento personale, la testimonianza vitale. Il linguaggio è quello narrativo, quello che si riferisce a fatti reali, ad avvenimenti fuori discussione quanto a veridicità ed a controllabilità storica: in questo senso si muove anche la lista dei personaggi che vengono citati, tutti testimoni oculari, la cui attendibilità è fuori discussione, alcuni conosciuti personalmente da Paolo.
Abbiamo innanzitutto Cefa (Simon Pietro) e i Dodici, il gruppo di discepoli che Gesù aveva costituito attorno a Sé durante la Sua vita terrena, e la cui testimonianza godeva di particolare autorità all’interno della prima comunità cristiana; poi sono menzionati cinquecento «fratelli» (qui «fratelli» sta per «Cristiani», «credenti»), molti dei quali sono ancora viventi, quindi possono essere direttamente interpellati (con tutta evidenza, erano persone di cui si sapeva il nome). Questa apparizione non è ricordata altrove nel Nuovo Testamento; viceversa, Paolo non menziona le donne (citate nei Vangeli) come destinatarie delle apparizioni: per i dubbiosi di Corinto erano necessarie testimonianze sicure, indiscutibili, e la testimonianza femminile, allora, non godeva di questi requisiti. Si menzionano quindi Giacomo (evidentemente «Giacomo, il fratello [cugino] del Signore»), che occupava una posizione influente in particolare nella Chiesa di Gerusalemme, di cui con Pietro e Giovanni era una delle «colonne», e «tutti gli Apostoli», non solo i Dodici già precedentemente ricordati ma anche altre persone, soprattutto, sembra, alcune figure di missionari, note nella Chiesa primitiva, che hanno particolarmente contribuito alla diffusione del vangelo di Cristo nel mondo di allora. Paolo cita se stesso come ultimo, riferendosi verosimilmente al suo incontro con il Cristo sulla via di Damasco: un incontro «fisico», a «tu per tu», non un’«illuminazione»; dal momento che Paolo era stato, fino a quel momento, un persecutore dei Cristiani, la sua chiamata e l’efficacia della sua predicazione mostrano con particolare evidenza la forza e la gratuità della potente azione di Dio.
«Nella Prima Lettera ai Corinzi, scritta molto prima dei nostri Vangeli, ci è dunque tramandata un’antica testimonianza sulla risurrezione, che Paolo già a Corinto predicò come “vangelo” (annuncio di gioia), che egli stesso precedentemente aveva “ricevuto” e che “trasmise” fedelmente, in accordo con la predicazione degli altri Apostoli (versetto 11). Contenuto di questo vangelo è un evento unico, straordinario e non esprimibile adeguatamente nel nostro linguaggio: Cristo morì e fu sepolto; Egli è stato risuscitato poco dopo la Sua morte secondo le promesse di salvezza dell’Antico Testamento ed è apparso a persone di cui si fa il nome e la cui attendibilità per i Corinzi era fuori discussione. Solo la fedeltà a questa “parola”, predicata fin dall’inizio nella Chiesa, porta, secondo Paolo, la salvezza» (J. Kremer, La testimonianza di 1 Cor 15, 3-8 sulla risurrezione di Cristo, in Autori Vari, Dibattito sulla risurrezione di Gesù, Brescia 1969).
La risurrezione di Cristo apre un futuro di vita per tutto l’uomo, in tutta la sua realtà personale (compreso il corpo); è inoltre una salvezza che riguarda tutti gli uomini: il destino di Gesù è il nostro stesso destino. L’ultima parola di Dio è una parola di vita, non di morte: la vicenda dell’umanità intera non è nelle mani del caso o del destino, ma ha un senso, e un senso di vita, di salvezza; chi non ha capito questo, non ha capito l’elemento centrale della fede cristiana, anzi, non conosce Dio, quel Dio di cui parlano le Scritture e che non lascia nella morte coloro che fino alla morte si sono impegnati ad eseguire la Sua volontà: alla morte segue la risurrezione. Questo è il vangelo che Paolo annuncia!

Lettera ai Romani 1, 3-4
«…riguardo al Figlio Suo, nato dalla stirpe di Davide secondo la carne, costituito Figlio di Dio con potenza secondo lo Spirito di santità dalla risurrezione dei morti, Gesù Cristo, nostro Signore».
Si tratta di una formula di fede antichissima, che Paolo ha inserito nella solenne apertura di questa sua lettera di presentazione ai Cristiani di Roma: la sua fede ha al centro «Gesù Cristo, nostro Signore», che manifesta pienamente Se stesso e tutta l’azione salvifica di Dio nei confronti degli uomini con la Sua risurrezione. Chi risorge non è però semplicemente un Dio in forma umana, ma un uomo preciso, vissuto in un certo modo, dotato di una inconfondibile individualità storica. Il Figlio si è fatto veramente uomo, è diventato uno di noi, partecipe della nostra vicenda terrena; è nato alla vita come nascono tutti i figli dell’uomo e in un popolo preciso, destinatario delle promesse di Dio: è della stirpe di Davide, e «Davide è tutta la storia di Israele e la speranza che un giorno possa trovare il proprio coronamento glorioso» (F. J. Leenhardt, L’épître de Saint Paul aux Romains, Neuchâtel-Paris 1957, pagina 22). L’esistenza umana e terrestre di Gesù sbocca sulla risurrezione che dà inizio alla vita che più non muore, quella alla destra del Padre.
L’idea è quella dell’esaltazione: secondo le promesse del Primo Testamento, il Messia viene riconosciuto come tale ed esaltato, intronizzato come dominatore sui popoli e sulla storia; la risurrezione di Gesù apre per tutti i popoli del mondo, per tutti gli uomini, un futuro di vita e di salvezza. Gesù, il Figlio, nascendo tra noi come uno di noi, rivela la potenza di Dio, la forza con la quale Dio sconfigge la morte, ed anche dal nulla sa far sorgere la vita.

Prima Lettera a Timoteo 3, 16
«Dobbiamo confessare che grande è il mistero della pietà:
Colui che si è manifestato nella carne,
è stato giustificato nello Spirito,
è stato presentato agli angeli,
è stato annunziato alle nazioni,
è stato creduto dal mondo,
è stato elevato nella gloria».
Nella vita della primitiva comunità cristiana, uno dei luoghi caratteristici dell’annuncio è la liturgia: nell’assemblea di culto la comunità dei discepoli sperimenta e vive quello che predica, celebra quello che crede; le formule usate traducono la fede comune dei partecipanti alla celebrazione liturgica, e costituiscono quindi un’espressione significativa del modo con il quale i primi Cristiani leggevano il mistero da essi creduto ed annunciato. Ha scritto C. H. Dodd, in La predicazione apostolica e il suo sviluppo (Brescia 1973, pagina 83), che «quando la Chiesa diede un assetto stabile alla propria vita, il contenuto del kerygma [annuncio] entrò a far parte della “regola di fede” riconosciuta dai teologi del II e III secolo come presupposto della teologia cristiana. Dalla “regola di fede” a sua volta venne fuori il “credo”… Nello stesso tempo il kerygma esercitò un influsso moderatore sulla formazione della liturgia. Mentre la teologia progrediva oltre le posizioni stabilite da Paolo e Giovanni, la forma e il linguaggio della Chiesa orante restarono più aderenti al modello del kerygma. Forse proprio in alcuni punti delle grandi liturgie della Chiesa ci troviamo maggiormente vicini alla predicazione apostolica originaria».
È interessante allora accostare anche testi originariamente liturgici, rintracciabili nella produzione neotestamentaria; questo è il caso della Prima Lettera a Timoteo 3, 16, un inno (o frammento di inno) celebrativo-liturgico inserito solo in un secondo tempo nella lettera al discepolo e collaboratore di Paolo, Timoteo.
L’inno è tutto giocato sul parallelismo antitetico terra-cielo: il mistero della glorificazione di Cristo si realizza tra due sfere contrapposte («carne», «nazioni», «mondo» da un lato; «Spirito», «angeli», «gloria» dall’altro: mondo terrestre e mondo celeste), che accostate alludono al creato preso nella sua interezza. Si parla della manifestazione di Gesù nell’umiliazione della carne e nella gloria dello Spirito.
Questi pregnanti versetti, che coinvolgono il cielo e la terra, sono espressione dell’universalità della rivelazione salvifica di Dio in Gesù Cristo: in Lui si riconciliano il cielo e la terra.
Questo è il kerygma che viene annunziato: la sua diffusione trascende i confini angusti di una cultura e di una razza, per essere universale («nazioni» non abbraccia solo i pagani in quanto differenziati da Israele, unico «popolo di Dio», ma l’intera umanità, includendo perciò anche Israele, attraverso cui è giunta la promessa e la benedizione).
Al centro del «mistero della pietà» c’è il Cristo glorificato: dimorante nella gloria di Dio, ma la cui azione di salvezza penetra nel profondo tutto il mondo e tutta la storia.

Conclusione
Dai testi esaminati emerge chiaramente la centralità della Pasqua di Cristo nella vita di fede della prima comunità cristiana; questa centralità è evidente nella testimonianza della predicazione, nelle professioni di fede, nelle celebrazioni liturgiche… ciò cui si rivolge la fede degli Apostoli e dei primi discepoli non è la vicenda storica di Gesù, ma è la conclusione, la morte e risurrezione: quel Gesù che è stato crocifisso è risuscitato ed è vivo, per la nostra salvezza. Il Signore Gesù non ha abbandonato i Suoi discepoli dopo la Sua morte: Egli è ancora in mezzo a loro, e si è mostrato vivo in diversi modi. Ciò che i primi Cristiani credono nella fede, annunciano nella predicazione, celebrano nella liturgia e testimoniano nella vita, non è un coacervo inestricabile di verità astratte o una serie di avvenimenti slegati tra loro, ma ha un suo punto di riferimento originario, preciso e inconfondibile: la Pasqua di Cristo.
La «buona notizia» che ci è testimoniata è che Gesù, morendo, non è scomparso nel nulla, ma è giunto a Dio: Egli è vivo, assunto con tutta la Sua realtà personale in quella pienezza di vita che supera ogni nostra aspettativa, che sfugge ad ogni nostro tentativo di comprensione esaustiva. È con il Padre.
Ed ha aperto per noi la strada: là dove è Lui, saremo anche noi.

“SE MORIAMO CON CRISTO…”, 2 Tim. 2,11-13; Tito 3,4-7

http://www.adonaj.net/old/preghiera/lectio12.htm

LECTIO DIVINA 12

“SE MORIAMO CON CRISTO…”, 2 Tim. 2,11-13; Tito 3,4-7

Introductio: Preghiamo la Madonna, con l’Ave Maria, perché ci assista nell’accogliere lo Spirito Santo.

“Vieni, Spirito Santo, nei nostri cuori e accendi
In essi il fuoco del tuo amore. Vieni, Spirito Santo,
e donaci per intercessione di Maria che ha saputo
Contemplare, raccogliere gli eventi della vita di
Cristo e farne memoria operosa, la grazia di
Leggere e rileggere le Scritture per farne anche
In noi memoria viva e operosa.
Donaci, Spirito Santo, di lasciarci nutrire da questi
Eventi e di riesprimerli nella nostra vita.
E donaci, Ti preghiamo, una grazia ancora più
Grande, quella di cogliere l’opera di Dio nella
Chiesa visibile e operante nel mondo”. Amen.

Lectio. Leggiamo i testi molto attentamente.

Di Timoteo abbiamo già riferito nella Lectio precedente. Aggiungiamo solo che Paolo lo esorta fedelmente al Vangelo, e per questo gli rammenta di ravvivare il dono di Dio che è in lui per l’imposizione delle mani. Aggiunge, inoltre, che lo Spirito Santo non gli ha donato uno spirito di timidezza, ma di forza, di amore e di saggezza. Quindi prosegue dicendogli di non vergognarsi della testimonianza da rendere al Signore, di soffrire con Paolo stesso (si trovava in carcere) per il Vangelo, aiutato dalla forza di Dio, perché il Padre lo ha sanato e lo ha chiamato con una vocazione santa, non in base alle opere, ma secondo il suo proposito e la sua grazia; grazia donata da Cristo Gesù fin dall’eternità, ma rivelata solo ora con l’apparizione del salvatore Cristo Gesù.
Poiché Gesù ha vinto la morte e ha fatto risplendere la vita e l’immortalità per mezzo del Vangelo, del quale egli è stato costituito araldo, apostolo e maestro.
Tito fu discepolo e compagno di Paolo, prima di Timoteo. Sembra certo che fosse nativo di Antiochia, di discendenza pagana, e chiamato da Paolo “figlio”, il che ci fa supporre che fosse stato battezzato dall’Apostolo. Poiché Tito non era giudeo, a Gerusalemme esigevano che ricevesse il rito della circoncisione, attribuendo il valore di norma a quel caso particolare e mirando con ciò a respingere la dottrina di libertà predicata da Paolo; il quale però non cedette, e Tito rimase incirconciso. Durante il terzo viaggio missionario di Paolo, Tito gli fu a fianco nella sua permanenza ad Efeso e lo coadiuvò nel sedare i torbidi intrighi della comunità di Corinto, prodigandosi nei fatti rammentati nella seconda lettera ai Corinzi.
Per gli ultimi anni qualche isolata notizia si ricava dalle Pastorali. Verso il 65 Tito giunge a Creta con Paolo, e lì lasciato per ampliare l’evangelizzazione dell’isola e provvedere alla sua organizzazione.
Egli doveva nominare presbiteri in ogni città, secondo le istruzioni di Paolo, il quale aveva specificato che il candidato deve essere irreprensibile, sposato una sola volta, con figli credenti e che non possano essere accusati di dissolutezza o siano insubordinati. Aggiunge ancora che il vescovo, come amministratore di Dio, deve essere correttissimo: non arrogante, non iracondo, non dedito al vino, non violento, non avido di guadagno disonesto, ma, al contrario, ospitale, amante del bene, assennato, giusto, pio, attaccato alla dottrina sicura, secondo l’insegnamento trasmessogli, perché sia in grado di esortare con la sana dottrina e di confutare coloro che contraddicono. Quindi spiega a Tito che vi sono, soprattutto fra quelli che provengono dalla circoncisione, molti spiriti insubordinati, chiacchieroni e ingannatori della gente. Afferma anche che a questi tali bisogna chiudere la bocca, perché mettono lo scompiglio in molte famiglie, insegnando per amore di un guadagno disonesto cose che non si devono insegnare.

Meditatio.
Se moriamo con Cristo, vivremo anche con lui; se con lui perseveriamo, con lui anche regneremo. Se lo rinneghiamo, anch’egli rinnegherà noi; se noi manchiamo di fede, egli rimane fedele, perché non può rinnegare se stesso” (2 Tim. 2,11-13).
Paolo, avendo rammentato la “potenza” di Dio, comunicata a Timoteo nella sua ordinazione, sviluppa il tema dell’assoluta gratuità della “salvezza” mediante la fede in Cristo e nel suo “vangelo”, di cui egli è stato stabilito “araldo, apostolo e maestro”. Si tratta del motivo che ha Timoteo per essere forte e coraggioso; non si può respingere a cuor leggero la “vocazione” di Dio alla salvezza e alla “immortalità, sia nel corpo sia nell’anima, costi quel che costi”.
I versetti citati assomigliano ad un antico “inno” liturgico, usato forse durante il rito battesimale per esprimere il mistero di vita e di morte rappresentato dal battesimo stesso. Esso consta di quattro proposizioni, e tutte iniziano con “se” e rette dalla legge semitica del parallelismo.
L’idea del “morire” con Cristo e del “soffrire” con lui è tipicamente di Paolo. Il proposito del “morire insieme” ci ricorda l’uso in vigore presso qualche popolo antico, dove i soldati più fedeli e amici del re morivano insieme con lui: in tal caso Paolo, riprende l’immagine militare, per enunciare una verità di fede.
“Quando si sono manifestati la bontà di Dio, salvatore nostro, e il suo amore per gli uomini, egli ci ha salvati non in virtù di opere di giustizia da noi compiute, ma per la sua misericordia mediante un lavacro di rigenerazione e di rinnovamento nello Spirito Santo, effuso da lui su di noi abbondantemente per mezzo di Gesù Cristo, salvatore nostro, perché giustificati dalla sua grazia diventassimo eredi, secondo la speranza, della vita eterna” ( Tito 3, 4-7).
Questi versetti sono molto importanti, giacché costituiscono una forma breve di riassunto della dottrina della salvezza, di cui si descrivono gli elementi costitutivi e le condizioni.
Autore della salvezza è Dio Padre: è lui, infatti, il “Salvatore nostro Iddio” di cui, ad un certo punto della storia “apparve” la “benignità” e lo sviscerato “amore per gli uomini”. Questa “epifania” dell’amore del Padre si è avuta soprattutto nell’Incarnazione. E sono da escludere come causa della salvezza pretese opere di “giustizia”. Infatti, Paolo, afferma: “Noi riteniamo che l’uomo è giustificato per la fede indipendentemente dalle opere della Legge”. La frase va interpretata nel senso che più che sulla fede, insiste sulla necessità del battesimo che ovviamente presuppone, almeno per gli adulti, la “fede”.
Il battesimo è presentato come causa strumentale (“mediante…”) della salvezza: è descritto come “lavacro di rigenerazione e di rinnovamento nello Spirito Santo”. Tale purificazione pertanto non è solo esterna, ma attinge le radici stesse dell’essere che è intrinsecamente trasformato e rinnovato: il battesimo opera perciò una vera interiore “rigenerazione”, con conseguente “rinnovamento” di tutta la struttura dell’essere. In quest’intima trasformazione consiste la “giustificazione”, la quale perciò non può essere una mera dichiarazione “forense” d’opere di giustizia.
In possesso di tale giustizia, che, di fatto, ci costituisce “figli di Dio”, è chiaro che abbiamo diritto alla “eredità” della “vita eterna”, la quale non sarà altro che l’efflorescenza della presente vita di grazia. Tale diritto però non è ancora un’effettiva immissione in possesso; infatti, è solo nella “speranza” che siamo già cittadini del cielo. E’ certo però che tale speranza “non delude”, perché abbiamo già la “caparra” della “vita eterna” nella presenza dello Spirito Santo in noi. Infatti, tutte queste meraviglie di “rinnovazione” le opera lo Spirito Santo, “effuso in abbondanza sopra di noi” dal Padre, in virtù dei meriti di Gesù Cristo Salvatore nostro”, nel giorno del nostro battesimo.
Come possiamo notare tutta la S.S. Trinità è all’opera nella realizzazione della salvezza: il Padre, poiché ideatore di questo stupefacente disegno d’amore; il Figlio, in quanto esecutore di tale progetto mediante l’incarnazione e in quanto causa meritoria dell’effusione dello Spirito sopra i redenti mediante la sua morte di croce; lo Spirito Santo , in quanto diretto autore dell’opera di “rigenerazione e di rinnovamento” delle anime.
Paolo, a più riprese, presenta la vita cristiana come una nuova “creazione”, una “vita nuova” in Cristo, una “rinnovazione” della mente; il cristiano ha rinnegato “l’uomo vecchio” ed è diventato “uomo nuovo”.

Contemplatio.
Gesù, Signore nostro, le tue parole, le tue promesse ci sono venute incontro e noi, commossi ed esultanti, le abbiamo interiorizzate nel cuore e nella mente. Per questo ti lodiamo, ti adoriamo, ti benediciamo, ti glorifichiamo, ti contempliamo ed eleviamo a te canti e preghiere di ringraziamento, per il tuo amore che riversi su ognuno di noi. Le nostre vicende di cristiani, membri della nuova umanità, devono ricalcare quella tua Gesù. Se come te e insieme con te noi affrontiamo e sopportiamo la morte, avremo come te e con te la vita e il regno. Al contrario, se non resteremo fedeli, saremo da te giustamente rinnegati; tu invece rimani sempre fedele alle tue promesse. Questa è una realtà che noi non scorderemo, infatti, con la tua resurrezione, la parola più nuova, la forza più rinnovatrice è entrata nel mondo. Tutto ciò ci riguarda personalmente: Gesù, tu sei risuscitato per salvarci. Le nostre immancabili sofferenze, debolezze, prove e peccati sono stati innestati nella tua morte per esserlo nella tua risurrezione; perdendo la loro amarezza. Il nostro essere cristiano è teso fra tre tempi: la morte già realizzata nel battesimo, le sofferenze dell’esistenza, il regno futuro. Gesù, ciò che ci lega è la “speranza”, che è certezza d’attesa operosa. Vivere alla tua sequela è rivivere la tua esistenza pasquale: il presente raccorda e domina il passato e il futuro ne trae energie per il compimento pieno. Perciò mettiamo al bando paure e varie questioni che smorzano la fede e la speranza.
Oggi noi abbiamo rievocato il tempo primo della conversione con le colpe che ci caratterizzavano. Tuttavia, per la misericordia di Dio Salvatore si è verificata mediante il battesimo, la decisiva trasformazione. Il tuo dono gratuito nel battesimo, lo Spirito Santo, con i suoi effetti ci ha rinati e rinnovati. Mansuetudine e dolcezza verso tutti sono due vite squisitamente e appartenenti a noi cristiani. Noi, in genere, non siamo portati alla mitezza: infatti, essa esige continua lotta contro di noi stessi, dominio di sé, rinnegamento del nostro egoismo; comporta pazienza, costanza e coraggio, rinuncia e sacrificio. Più noi cristiani sviluppiamo la bontà nella nostra vita, più essa diventa contagiosa fino a sommergere l’ambiente che ci circonda. La dolcezza educa alla comprensione, alla clemenza, all’umiltà, alla piena e continua comunanza con Dio, sorgente d’ogni bontà. La mansuetudine ne è l’espressione più alta e delicata, perché dimenticando noi stessi si vive e si spera per gli altri. Di questo noi ti siamo grati, perché tutto proviene da te nel dono effuso con lo Spirito Santo.

Conclusio.
Se Dio non mi avesse fermato, se mi avesse abbandonato ai miei soli pensieri e alle mie sole forze, senza dubbio avrei preso la strada che porta alla morte e alla perdizione. Nel numero dei ribelli, sono vissuto anch’io, un tempo, con i desideri della mia carne, seguendo le voglie della carne e i desideri cattivi; ed ero per natura meritevole d’ira, come gli altri. Ma tu Dio, ricco di misericordia, per il grande amore con il quale mi hai amato, da morto che ero per i peccati, mi hai fatto rivivere con Cristo a nuova vita: per grazia, infatti, sono stato salvato. Mi hai anche risuscitato nel battesimo e mi hai fatto sedere nei cieli in Cristo Gesù Redentore. Il mio sguardo di fede non si svolge soltanto verso l’avvenire di gioia, ma si sofferma anche a considerare la disgrazia e la sventura che mi sono state risparmiate dal salvatore Gesù, tuo Figlio Diletto.

Grazie, Gesù Signore! Benedetto sia il tuo nome, sempre!

Amen.

 

IL DEPOSITO DELLA FEDE (Timoteo)

http://www.gesuemaria.it/il-deposito-della-fede.html

IL DEPOSITO DELLA FEDE

di s. ecc.za rev.ma antonio santucci – vescovo emerito di trivento  

L’Apostolo Paolo scrivendo al suo collaboratore e discepolo prediletto Timoteo, da lui messo a capo della Chiesa d’Efeso come Vescovo, così si esprime: “O Timoteo custodisci il deposito, evita le chiacchiere profane e le obiezioni della così detta scienza professando le quali taluni hanno deviato dalla Fede” (1 Tm 6,20). Cosa è il deposito? In senso giuridico indica un bene di cui il depositario non è proprietario, ma soltanto fedele custode. Nel linguaggio della Chiesa la parola “deposito” indica le verità di Fede contenute nella Rivelazione divina, integra e completa, che troviamo nella Tradizione divino – apostolica e nella Sacra Scrittura. Appartengono a questo deposito soltanto la verità di Fede che fanno parte della Rivelazione pubblica, che riguarda cioè tutti i fedeli e che si è conclusa con la morte degli Apostoli. Sono fuori le rivelazioni private, che si sono verificate lungo i secoli, anche se sono state riconosciute genuine e di grande importanza come le apparizioni della Madonna a Lourdes ed a Fatima. I fedeli sono strettamente obbligati a credere con fermezza tutto ciò che è contenuto nel deposito della Fede. Nella sua seconda lettera allo stesso discepolo Timoteo, l’Apostolo Paolo, rivolgendosi sempre al discepolo Timoteo, così lo ammonisce: “Tu dunque, figlio mio, attingi sempre forza nella grazia che è in Cristo Gesù e le cose che hai udito da me in presenza di molti testimoni, trasmettili a persone fidate, le quali siano in grado di ammaestrare a loro volta anche altri” (2 Tm 2,1-2). In queste due lettere pastorali, San Paolo delinea una particolare dottrina del deposito della Fede. La pienezza della Rivelazione è Cristo Gesù, il Verbo fatto carne. Egli ha consegnato la Verità del Vangelo agli Apostoli, i quali a loro volta hanno consegnato questa verità ricevuta ai loro successori. In tale contesto, l’Apostolo usa una parola che nella traduzione in latino è il verbo “tradere” (in italiano consegnare); di qui viene fuori la parola che indica questo passaggio: la Tradizione. La verità di fede passa da una generazione all’altra, attraverso la successione apostolica. A Timoteo è consegnata la dottrina che lui, vescovo successore degli Apostoli, deve affidare ad uomini degni che sappiano istruire a loro volta altre persone. La prima lettera a Timoteo culmina con l’esortazione riportata all’inizio: “O Timoteo, custodisci il deposito”. l’ammonizione che probabilmente faceva parte di un’antica formula del rito dell’ordinazione al ministero episcopale (cfr. vv. 12-16), mette in chiara evidenza che il deposito (e vale a dire tutto il complesso della fede cristiana) deve essere mantenuto intatto e inalterato fino alla parusìa, la venuta di Gesù nella gloria alla fine di questo mondo. Il richiamo alla parusìa e l’accorato avvertimento a guastarsi dagli eretici, dalle false dottrine e dalla falsa scienza, mostrano che il contenuto del “depositario” altro non è che il Vangelo fissato nel Credo e contestato dagli eretici ed indica due importanti conseguenze: 1 – il depositario della Fede può essere custodito solo con l’aiuto dello Spirito Santo e che tale custodia deve essere attuata con atto di fede e d’amore. 2 – coloro che con la consacrazione sono costituiti successori degli Apostoli assumono una grande responsabilità per la purezza e la genuinità del deposito loro affidato. Colui al quale è stata affidata la sana tradizione ha degli obblighi e delle responsabilità particolari: “Ti scongiuro di conservare senza macchia e irreprensibile il comandamento, fino alla manifestazione del Signore nostro Gesù Cristo” (1 Tm 6,14). Gesù, il Vivente risorto, è in grado di proteggere il Vangelo affidato alla Chiesa non solo durante la vita dei primi apostoli, ma anche oltre, pur fra le tempeste che le generazioni future dovranno attraversare, fino al giorno del giudizio: “So in chi ho creduto e sono persuaso che è capace di custodire fino a quel giorno il deposito che mi è stato affidato” (2 Tm 1,12). La stessa cosa è attestata a conclusione dell’Apocalisse: “Dichiaro a chiunque ascolta le parole profetiche di questo libro, a chi vi aggiungerà qualche cosa, Dio gli farà cadere addosso i flagelli descritti in questo libro; e chi toglierà qualche parola di questo libro profetico, Dio lo priverà dell’albero della vita e della città santa, descritti in questo libro” (Ap 22,18-19). La trasmissione pura e genuina del Vangelo, attuata nella Chiesa attraverso la successione apostolica, è l’unica norma dell’autenticità e della certezza della Fede. I primi scrittori cristiani lo affermano unanimi, ci basti citare ci basti citarne qualcuno. “La Tradizione è la regola della Fede, immutabile e irreformabile, che la Chiesa ha ricevuto dagli Apostoli, gli Apostoli da Cristo, Cristo da Dio” (Origene). “Bisogna credere quella sola verità che in nessun modo è discorde dalla Tradizione apostolica ed ecclesiastica” (Origene) “Non abbandonerai i precetti del Signore, ma conserverai ciò che hai ricevuto, senza aggiungere nulla” (Didachè). Il Catechismo della Chiesa Cattolica afferma che il deposito della fede, contenuto nella Sacra Tradizione e nella Sacra Scrittura è stato affidato dagli Apostoli alla totalità della Chiesa, così com’è affermato nel Concilio: “Aderendo ad esso tutto il popolo santo, unito ai suoi Pastori, persevera costantemente nell’insegnamento degli Apostoli e nella comunione, nella frazione del pane e nelle orazioni, in modo che nel ritenere, praticare, professare la fede trasmessa, si crei una singolare unità di spirito tra vescovi e fedeli” (DV 10). La responsabilità di interpretare in modo autentico e senza possibilità d’errore la Parola di Dio, sia trasmessa oralmente sia scritta, da Gesù è stata affidata solo a Pietro e agli Apostoli. Ecco alcuni passi della Sacra Scrittura: “Tu sei Pietro e su questa pietra edificherò la mia Chiesa e le porte degli inferi non perverranno contro di essa” (Mt 16,18). “Simone, Simone, ecco satana vi ha cercato per vagliarvi come il grano, ma io ho pregato per te, che non venga meno la tua fede; e tu, una volta ravveduto, conferma i tuoi fratelli” (Lc 22, 31). “Chi ascolta voi, ascolta me, chi disprezza voi disprezza me. E chi disprezza me, disprezza colui che mi ha mandato” (Lc 10, 16). Il giorno di Pasqua, Gesù apparendo agli Apostoli chiusi nel cenacolo, disse loro: “Pace a voi. Come il Padre ha mandato me, anch’io mando voi” (Gv 20, 21). Successore di Pietro, crocifisso sul colle Vaticano, è il Vescovo di Roma; successori degli Apostoli sono i Vescovi in comunione con il Sommo Pontefice. Il Sommo Pontefice ed i Vescovi in comunione gerarchica con Lui, sono i soggetti del Magistero autentico che non è superiore alla Parola di Dio, ma è a suo servizio, insegnando con autorità a tutti gli uomini le verità e le leggi divine, senza possibilità d’errore e d’adulterazione. Gesù per questo ha assicurato l’assistenza dello Spirito Santo: “Quando verrà il Consolatore che io vi manderò dal Padre, lo Spirito di verità che procede dal Padre egli mi manderà testimonianza e anche voi mi renderete testimonianza, perché siete con me fin da principio”  (Gv 15, 26-27). Sempre nel mondo sono serpeggiate idee contrarie alla Fede. Oggi purtroppo gli errori hanno a loro servizio mezzi di comunicazione sempre più potenti per diffondersi. Non dobbiamo lasciarci ingannare da teorie che addormentano lo spirito, non dobbiamo lasciarci travolgere dalla sete del piacere smodato che sollecita e accarezza le nostre passioni sregolate. Purtroppo, talvolta anche in riviste che si dicono cattoliche non è riportato con fedeltà il magistero autentico e, piange il cuore a dirlo, avviene che qualche Sacerdote si presta ad annacquare il Vangelo nelle sue inderogabili esigenze. Ricordiamo le parole severe del Signore: “Voi siete il sale della terra; ma se il sale perdesse il sapore con che cosa lo si potrà rendere salato? A null’altro serve che ad essere gettato via e calpestato dagli uomini” (Mt 5,13). Il Signore ci ha lasciato un mezzo sicuro per non imboccare strade sbagliate nel cammino della salvezza: il magistero autentico della Chiesa. S. Agostino giungeva a dire: “Non crederei al Vangelo se non fosse la Chiesa ad insegnarmelo”. Ricordiamo infine quanto già scriveva il nostro sommo poeta: “Avete il Vecchio e il Nuovo Testamento ed il Pastor della Chiesa che vi guida, questo basti a vostro salvamento”.

 + Antonio Santucci  

Publié dans:Lettera a Timoteo - prima |on 27 novembre, 2013 |Pas de commentaires »

BRANO BIBLICO SCELTO: 2 TIMOTEO 4,6-8.16-18

http://www.nicodemo.net/NN/commenti_p.asp?commento=2%20Timoteo%204,6-8.16-18

BRANO BIBLICO SCELTO: 2 TIMOTEO 4,6-8.16-18

Carissimo, 6 il mio sangue sta per essere sparso in libagione ed è giunto il momento di sciogliere le vele. 7 Ho combattuto la buona battaglia, ho terminato la mia corsa, ho conservato la fede.
8 Ora mi resta solo la corona di giustizia che il Signore, giusto giudice, mi consegnerà in quel giorno; e non solo a me, ma anche a tutti coloro che attendono con amore la sua manifestazione.
16 Nella mia prima difesa in tribunale nessuno mi ha assistito; tutti mi hanno abbandonato. Non se ne tenga conto di loro. 17 Il Signore però mi è stato vicino e mi ha dato forza, perché per mio mezzo si compisse la proclamazione del messaggio e potessero sentirlo tutti i Gentili: e così fui liberato dalla bocca del leone.
 18 Il Signore mi libererà da ogni male e mi salverà per il suo regno eterno; a lui la gloria nei secoli dei secoli. Amen.

COMMENTO
2 Timoteo 4,6-8.16-18
La corona di giustizia
La lettera si apre con il prescritto e il ringraziamento epistolare, nel quale l’autore ricorda la fede di Timoteo, ricevuta dalla madre e dalla nonna (1,1-5). Viene poi il corpo della lettera in cui sono svolti i seguenti temi: A. Il vero pastore (1,6-18); B. Il comportamento di  Timoteo (2,1-26); C. Gli ultimi tempi (3,1-17); D) Il testamento di Paolo (4,1-18). Il testo liturgico riprende la seconda parte del testamento di Paolo, dove l’Apostolo fa una sintesi del suo apostolato (vv. 6-8) e dà a Timoteo le sue ultime istruzioni (vv. 16-18). Vengono omessi i vv. 9-15 che contengono l’indicazione di alcuni compiti specifici affidati a Timoteo.
Paolo rivolge anzitutto lo sguardo al passato: «Io infatti sto già per essere versato in offerta ed è giunto il momento che io lasci questa vita. Ho combattuto la buona battaglia, ho terminato la corsa, ho conservato la fede» (vv. 6-7). Paolo è ormai alla vigilia del martirio o dell’esecuzione capitale e  dà una visione retrospettiva della sua attività. Il modello qui adottato è quello dei discorsi di addio, che viene utilizzato per esempio nel saluto di Paolo ai presbiteri di Mileto, dove ricorre la stessa immagine della corsa (cfr. At 20,24). Da questo genere letterario deriva il tono elogiativo con cui si presenta la vita passata dell’Apostolo. La prospettiva della morte imminente è evocata con le immagini del sacrificio e della partenza, mutuate dalla lettera ai Filippesi (cfr. Fil 1,23; 2,17). La morte dell’apostolo è presentata come un sacrificio: nella tradizione giudeo-ellenistica e, più tardi, in quella rabbinica, la morte del martire è interpretata come un sacrificio in quanto riconcilia il popolo con Dio. Essa è anche l’approdo alla meta definitiva. Riguardo al passato, la vita apostolica di Paolo è descritta come una battaglia e come una competizione sportiva. Il linguaggio è quello adottato da Paolo stesso, che paragona l’impegno e il rischio della sua missione apostolica alle gare nello stadio (cfr. 1Cor 9,24-27). Lo stesso linguaggio è adottato anche altrove nella Pastorali (cfr. 1Tm 6,12;  2Tm 2,5). Secondo una formula fissa, in uso nei pubblici riconoscimenti, si afferma che Paolo ha «tenuto fede» agli impegni di apostolo, missionario e maestro. Anche questo motivo della fedeltà o pieno compimento della missione rientra nel linguaggio dei discorsi di addio (cfr. At 20,20.27; Gv 17,4.6). Egli diventa così il modello o prototipo dei pastori e di tutti i credenti non solo nella sua vita e attività, ma anche nella sua morte.
 Lo sguardo si rivolge poi al futuro, con il ricorso nuovamente alle immagini delle gare sportive o della lotta: «Ora mi resta soltanto la corona di giustizia che il Signore, il giudice giusto, mi consegnerà in quel giorno; non solo a me, ma anche a tutti coloro che hanno atteso con amore la sua manifestazione» (v. 8). Al vincitore spetta l’incoronazione con il serto di alloro o con rami di sempreverde. Il simbolo della corona per l’ambiente greco-ellenistico è carico di connotazioni come onore, gioia, immortalità e trionfo. La corona viene qualificata con il genitivo «di giustizia»: non si tratta dunque di un riconoscimento umano, ma di quello che viene da Dio, basato sull’acquisizione della giustizia in quanto rapporto pieno con lui. Questa corona verrà conferita nel contesto escatologico dal Signore, che allora si manifesterà come «giusto giudice», che non delude quelli che per lui si sono impegnati senza riserve. La sorte di Paolo è un pegno per tutti i credenti che sono solidali con il suo destino (cfr. 1Ts 2,19). Essi sono definiti come quelli che vivono nell’attesa della gloriosa manifestazione del Signore. È scomparsa la componente di impazienza che deriva dalla credenza in un imminente ritorno del Signore, lasciando il posto all’impegno quotidiano per vivere secondo gli insegnamenti e l’esempio di Gesù.
Nei versetti omessi dalla liturgia, Paolo esorta Timoteo a raggiungerlo comunicandogli che i suoi compagni Dema, Crescente e Tito lo hanno lasciato solo. Con lui c’è solo Luca. A Timoteo dice ancora di portare con sé Marco e accenna all’invio di Tichico a Efeso. E aggiunge di portargli il mantello e le pergamene che ha lasciato a Troade e infine lo mette in guardia nei confronti di Alessandro. Questi accenni, che dovrebbero essere le prove dell’autenticità della lettera, sono invece chiaramente artificiosi e si riferiscono a situazioni non controllabili, anzi a volte inverosimili, soprattutto nel caso di uno che sta per essere giustiziato.
Nella seconda parte del brano si ritorna sulla situazione attuale dell’Apostolo: «Nella mia prima difesa in tribunale nessuno mi ha assistito; tutti mi hanno abbandonato. Nei loro confronti, non se ne tenga conto» (v. 16). In questo sfogo si sente il rammarico per l’abbandono da parte dei suoi. Verso di loro Paolo ha parole di perdono. È difficile sapere se si tratta di un ricordo storico o del semplice motivo del giusto abbandonato dai suoi amici, come era stato per Gesù. La solitudine di Paolo è riempita dalla vicinanza del Signore: «Il Signore però mi è stato vicino e mi ha dato forza, perché io potessi portare a compimento l’annuncio del Vangelo e tutte le genti lo ascoltassero: e così fui liberato dalla bocca del leone» (v. 17). Paolo è consapevole che solo con la grazia di Dio ha potuto portare a termine la sua missione. Questo risultato è espresso con l’immagine della lotta vittoriosa dei gladiatori contro i leoni nel circo. Non si tratta però di una vittoria umana, bensì del successo dell’opera di evangelizzazione, che può benissimo coesistere con l’imminente martirio.
L’esperienza del conforto che gli viene dal Signore apre infine il cuore alla speranza: «Il Signore mi libererà da ogni male e mi porterà in salvo nei cieli, nel suo regno; a lui la gloria nei secoli dei secoli. Amen» (v. 18). La liberazione a cui tende l’Apostolo non è più quella che si attua in questo mondo ma quella che consiste nell’ingresso nel regno, che appare ormai come una realtà che ha sede nei cieli. Alla visione del regno come trasformazione di questo mondo si è ormai sostituita quella di una nuova situazione che si raggiunge dopo la morte, quando l’anima si ricongiunge definitivamente con Dio.

Linee interpretative
In questo brano si tende ad avvalorare l’autenticità paolina della lettera, mentre invece esso ne dimostra chiaramente l’origine tardiva, pur situandosi nell’alveo della tradizione paolina. La figura idealizzata di Paolo, il martire fedele e coraggioso, viene riproposta plasticamente ai cristiani grazie ad alcuni dati biografici ripresi e rielaborati dalle fonti tradizionali paoline, lettere e Atti degli Apostoli. In tal modo l’insegnamento dell’apostolo assume un valore permanente e la sua vicenda diventa paradigmatica per tutti i cristiani. Quello che si sottolinea maggiormente è la sua fedeltà fino alla fine nel compimento della missione a lui affidata di annunziatore del vangelo.
Questa rilettura idealizzata di Paolo, il prigioniero del Signore e il testimone fedele, si ispira al modello biblico del giusto abbandonato dagli amici e vicini, attaccato dai suoi nemici, il quale ripone la sua fiducia solo in Dio che lo protegge e lo libera e così alla fine può rendere grazie a Dio. Sullo sfondo di questo schema letterario diventa perfettamente plausibile la contrapposizione tra l’abbandono di tutti e la presenza del Signore che dà all’apostolo la forza per la testimonianza evangelica e alla fine lo salva in modo definitivo, conferendogli una vita nuova nel suo regno. Questa presentazione deve servire come incoraggiamento ai cristiani che come lui testimoniano il vangelo in mezzo alle sofferenze e alle contraddizioni di questo mondo.

LA PRIMA EPISTOLA DI PAOLO A TIMOTEO – CAPITOLO 6, COMMENTO

http://www.bibbiaweb.org/hr/hr_1timoteo.html#T06

(credo che sia un sito della Chiesa Evangelica) – (è un lungo commento a tutta la lettera, naturalmente metto solo il capitolo 6)

LA PRIMA EPISTOLA DI PAOLO A TIMOTEO

CAPITOLO 6, COMMENTO

6.1 Doveri dei servi
Vers. 1-2: — «Tutti quelli che sono sotto il giogo della schiavitù, stimino i loro padroni degni di ogni onore, perché il nome di Dio e la dottrina non vengano bestemmiati. Quelli che hanno padroni credenti, non li disprezzino perché sono fratelli, ma li servano con maggiore impegno, perché quelli che beneficiano del loro servizio sono fedeli e amati. Insegna queste cose e raccomandale».

Questi versetti contengono le istruzioni per i servi. L’apostolo, innanzitutto, tratta dei loro rapporti coi padroni increduli. Parlando a tutti i servi, si indirizza infatti soltanto a coloro che fanno parte della casa di Dio. Li riconosce in una posizione di dipendenza e di inferiorità rispetto agli uomini liberi; eppure, lungi dall’insorgere contro i loro padroni, anche se la loro condotta era tirannica, dovevano stimarli degni di ogni onore. Abbiamo visto più sopra (5:17) ciò che questa parola significa. Questa raccomandazione ha una grande portata. Non si tratta qui di obbligarli ad una soggezione forzata sotto un giogo subìto con impazienza; ma il servo cristiano riconosce al suo padrone, qualunque egli sia, ogni dignità, e gli rende moralmente ed effettivamente ogni servizio. Con quale scopo? Affinché il nome di Dio, di cui questi servi erano i portatori, e la dottrina, segno distintivo della «casa» della fede di cui facevano parte, non fossero biasimati da questi padroni increduli. Da quel momento, questi servi cristiani erano posti da Dio presso tali padroni per fare conoscere loro il Suo nome e la dottrina di Cristo, affidata, perché se ne renda testimonianza, alla casa di Dio quaggiù; dottrina sulla quale è fondata tutta la vita pratica del cristiano.
L’apostolo si rivolge in seguito ai servi che hanno dei padroni credenti. C’è il pericolo di essere portati a comportarsi verso di loro in modo differente che verso padroni increduli, ad esempio disprezzandoli. Un tale sentimento carnale andrebbe contro l’autorità stabilita da Dio e contraddirebbe tutti i principi della sana dottrina. Il servo, anziché elevarsi al livello del suo padrone cristiano o di abbassarlo al suo livello, deve essere felice di servirlo e amarlo, poiché un tale padrone è un fedele, quanto alla sua testimonianza verso il Signore, e un diletto, nel cuore di Dio e nel mezzo della famiglia cristiana.
Incombeva a Timoteo di dare questa esortazione, come pure l’insegnamento che essa comportava, perché l’una e l’altra facevano parte del dono di questo caro «figlio» in fede dell’apostolo Paolo (4:13).

6.2 Esortazioni e raccomandazioni generali
Vers. 3-5: — «Se qualcuno insegna una dottrina diversa e non si attiene alle sane parole del Signore nostro Gesù Cristo e alla dottrina che è conforme alla pietà, è un orgoglioso e non sa nulla; ma si fissa su questioni e dispute di parole, dalle quali nascono invidia, contese, maldicenza, cattivi sospetti, acerbe discussioni di persone corrotte di mente e prive della verità, le quali considerano la pietà come una fonte di guadagno».
Ecco, dunque, ciò che Timoteo doveva insegnare nell’esortare i servi. Colui che insegna in altro modo e non si attiene alle sane parole di Cristo, come pure alla sua dottrina, è orgoglioso e ignorante. La sana dottrina ha in vista la pietà, ed ha lo scopo di produrre delle relazioni di timore e di fiducia fra l’anima e Dio; tutto ciò che non ha questo carattere non può essere la dottrina di Gesù Cristo. Essa deve condurci sempre a coltivare le nostre relazioni con Dio, a gioirne e a valorizzare il suo carattere dinanzi al mondo. Se non si segue questo cammino, si è orgogliosi e si ignora lo scopo e i pensieri di Dio; si disputa sulle parole, segno di un triste declino nella casa di Dio, e il risultato non può essere né la pace, né l’amore, ma delle tristi querele, da cui nascono i cattivi sentimenti che riempiono il cuore di amarezza e di odio. È lo stato di spiriti completamente estranei alla verità e che cercano di trarre un profitto materiale da questa apparenza di pietà, che si danno a dispute religiose che non hanno niente a che vedere con la dottrina della pietà. L’odio, la scontentezza prodotti da queste dispute, la dimenticanza completa di relazioni con Dio, caratterizzano questi uomini.

***

Vers. 6-8: — «La pietà, con animo contento del proprio stato, è un grande guadagno. Infatti non abbiamo portato nulla nel mondo, e neppure possiamo portarne via nulla; ma avendo di che nutrirci e di che coprirci, saremo di questo contenti».
Quale contrasto tra l’uomo dei versetti 3 a 5 e il credente fedele dei versetti 6 a 8! Vi è, infatti, un grande guadagno in queste due cose: la pietà che ha la promessa della vita presente e della vita a venire (4:8), e l’animo contento del proprio stato, che non cerca guadagno nelle cose di quaggiù. Il cristiano d’animo contento sa benissimo che non porterà via nulla delle cose delle quali può essergli dato di godere per un momento; starà attento, dunque, a non mettervi il cuore. Questo cristiano è semplice. Avendo tutto il suo interesse nelle cose future che gli sono promesse, è ampiamente soddisfatto che Dio gli assicuri quaggiù il nutrimento e il vestire, e ne gioisce con azioni di grazie. Qualsiasi altra cosa per lui è piuttosto un ostacolo, perché sa che non può portare via nulla da questo mondo, dove non ha portato niente (Salmo 49:17; Ecclesiaste 5:15); se si attaccasse a qualche cosa, sarebbero dei legami che un giorno dovrebbe spezzare. Godendo delle cose eterne, nelle quali la pietà si compiace, e sapendo che il possesso delle cose visibili dividerebbe il suo cuore fra questi due centri, la terra e il cielo, la sua pietà preferisce le cose invisibili che durano sempre, perché delle prime nulla resterà e nulla si porterà nell’eternità.
Il guadagno reale della pietà non è quello a cui gli uomini ambiscono, perdendosi in vane dispute e discussioni religiose con le quali pensano di acquistarsi reputazione, guadagno e profitto; la vera pietà introduce sempre più l’anima del fedele nella gioia delle sue relazioni con Dio, e troverà il suo coronamento quando godrà di queste relazioni senza alcuna nube, nel cielo.

***
Vers. 9-10: — «Invece quelli che vogliono arricchire cadono vittime di tentazioni, di inganni e di molti desideri insensati e funesti, che affondano gli uomini nella rovina e nella perdizione. Infatti l’amore del denaro è radice di ogni specie di mali; e alcuni che vi si sono dati, si sono sviati dalla fede e si sono procurati molti dolori».
In generale, coloro che cercano di conquistare la ricchezza cadono in ogni genere di male. (Parlerà più tardi di coloro che sono ricchi secondo la dispensazione del governo di Dio al versetto 17). Questo desiderio e questa ricerca di guadagno gettano l’uomo nella rovina e nella perdizione. Possiamo parlare dettagliatamente di tutte le miserie che sono, per il mondo e il cristiano, la conseguenza dell’amore del denaro:
la tentazione e l’insidia nella quale cadono;
diversi desideri insensati e perniciosi, potendosi concedere la soddisfazione delle bramosie della loro carne;
la rovina materiale e morale, poi la perdizione eterna.
L’uomo ha creduto di soddisfarsi con le ricchezze ed ecco che è inghiottito, lontano da Dio, nell’abisso!
Alcuni di coloro che appartengono alla casa di Dio hanno, purtroppo, ambito questa parte. La conseguenza è stata per loro più ancora che la rovina materiale. Si sono trafitti di molti dolori, dolori incessanti, per la minaccia di perdere tutto, per le preoccupazioni continue. Ma ancor più, si sono sviati dalla fede. Questo stato non è il naufragio della fede (1:19), né l’apostasia della fede (4:1), o il rifiuto della prima fede (5:12); è uno stato meno grave dei precedenti, ma che getta l’anima del cristiano in una miseria senza nome. Essi si sono allontanati, sviati, staccati dalla fede per non ritrovarla mai più. Questa ha perduto per loro tutto il suo sapore, tutto il suo interesse (si tratta qui dell’insieme delle verità che la costituiscono), perché l’hanno sostituita con l’interesse per le cose più attraenti, anche se più vuote, di questo mondo.
La fede è la felicità, la salvaguardia, la delizia di coloro che sono rimasti fedeli e che sono i portatori della testimonianza di Dio quaggiù. Ma gli altri, quando saranno sul punto di lasciare questo mondo per comparire davanti a Dio, saranno trovati «vestiti»? Dove sarà la loro corona? Sarà data ad altri! Chi fra noi cristiani oserebbe augurare il benessere materiale in cambio della gioia, della sicurezza e della pace che danno il possesso delle cose celesti?

***
Vers. 11-12: — «Ma tu, uomo di Dio, fuggi queste cose, e ricerca la giustizia, la pietà, la fede, l’amore, la costanza e la mansuetudine. Combatti il buon combattimento della fede, afferra la vita eterna alla quale sei stato chiamato e in vista della quale hai fatto quella bella confessione di fede in presenza di molti testimoni».
L’apostolo ritorna ora al suo caro Timoteo. «Ma tu, uomo di Dio» — gli dice. Questo appellativo, così sovente usato nell’Antico Testamento, è sempre applicato ad uomini che hanno ricevuto una missione speciale da Dio. Tali furono i profeti Elia ed Eliseo e il vecchio profeta di 1 Re 13; tale fu anche Mosè, profeta legislatore, e Davide, il re profeta. Tutti ricevono, assieme al titolo di profeta, anche quello di uomo di Dio (cfr. 2 Pietro 1:21).
Nel Nuovo Testamento, questo titolo si ritrova solo due volte: qui e in 2 Timoteo 3:17, dove si applica prima a Timoteo, poi a colui che, nutrito della Parola, è incaricato, come Timoteo, di una missione speciale in questo mondo. Vediamo l’importanza della missione di quest’ultimo, perché essa gli era stata affidata con una solennità particolare, come dimostrano queste due epistole. Timoteo doveva vegliare sulla dottrina, insegnando come bisognava condursi nella chiesa del Dio vivente; ma egli stesso, in primo luogo, doveva condursi in modo da essere di modello agli altri. È così che, rappresentando Dio di fronte ai suoi fratelli, Timoteo doveva mostrare un carattere che lo facesse accreditare nel suo incarico. Doveva fuggire le cose di cui l’apostolo aveva parlato e procacciare:
La giustizia, quella giustizia pratica che rinnega il peccato e gli impedisce d’introdursi nelle nostre vie.
La pietà, i rapporti d’intimità con Dio, basati sul timore e la fiducia, rapporti impossibili senza la giustizia.
La fede, potenza spirituale per la quale ammettiamo come vera ogni parola uscita dalla bocca di Dio, e per mezzo della quale afferriamo le cose invisibili.
L’amore, il carattere stesso di Dio, conosciuto in Gesù Cristo e manifestato da coloro che sono partecipi della natura divina.
La costanza, che fa attraversare e sopportare tutte le difficoltà in vista dello scopo glorioso da raggiungere.
La mansuetudine, uno spirito benigno e pacifico che è di gran prezzo davanti a Dio (1 Pietro 3:4).
A tutte queste cose Paolo aggiunge due pressanti raccomandazioni. La prima è: «Combatti il buon combattimento della fede». Si tratta qui della lotta nello stadio (1 Corinzi 9:25), al quale si è chiamati per riportare il premio. È di questo «combattimento» che l’apostolo parlava al momento di terminare la sua carriera: «Ho combattuto il buon combattimento, ho finito la corsa, ho conservato la fede» (2 Timoteo 4:7).
La seconda raccomandazione, che si collega alla prima, è: «Afferra la vita eterna». La vita eterna non è qui la vita che abbiamo possedendo Cristo, «il vero Dio e la vita eterna», quella vita divina che ci è comunicata per mezzo della fede in Lui e che ci introduce, già da quaggiù, nella comunione del Padre e del Figlio; essa ci è presentata, in questo passo, come la gioia finale e definitiva di tutte le benedizioni celesti, ricompensa del «buon combattimento della fede». Tuttavia, non è come in Filippesi 3:12 una meta non ancora raggiunta che il cristiano persegue e che cerca di afferrare. L’apostolo vuole che, durante lo svolgimento stesso del combattimento, questa meta sia afferrata come una grande ed assoluta realtà: il possesso e la gioia attuale, per fede, di tutte le cose che appartengono alla vita eterna. Che grazia quando la vita eterna è stata afferrata in questo modo!
È per tali benedizioni che Timoteo era stato chiamato. L’apostolo ci fa risalire all’inizio della carriera del suo caro figlio nella fede. Non appena questa prospettiva di una vita avente un solo scopo e un solo oggetto, quello che l’apostolo stesso s’era imposto (2 Timoteo 4:7), era stata posta dinanzi a lui, egli aveva reso testimonianza e «fatto quella bella confessione di fede in presenza di molti testimoni». La sua confessione riguardava la vita eterna, afferrata come il tutto della chiamata cristiana. La chiamata faceva di Timoteo il campione di questa verità. I numerosi testimoni non sono gente del mondo, ma quelli che facevano parte dell’assemblea del Dio vivente, nella quale il suo ministero doveva svolgersi con l’insegnamento e le esortazioni.
***

Vers. 13-16: — «Al cospetto di Dio che dà vita a tutte le cose, e di Cristo Gesù che rese testimonianza davanti a Ponzio Pilato con quella bella confessione di fede, ti ordino di osservare questo comandamento da uomo senza macchia, irreprensibile, fino all’apparizione del nostro Signore Gesù Cristo, la quale sarà a suo tempo manifestata dal beato e unico sovrano, il Re dei re e Signore dei signori, il solo che possiede l’immortalità e che abita una luce inaccessibile; che nessun uomo ha visto né può vedere; a lui siano onore e potenza eterna. Amen».
Questi versetti sono come un riassunto dello scopo di tutta l’epistola. «Io ti ordino», dice l’apostolo. Timoteo aveva ricevuto da lui un incarico e doveva attenervisi. Essendo stato stabilito per rappresentare l’apostolo durante la sua assenza, doveva dare ordini lui stesso (1:3,5,18; 4:11; 5:7; 6:17). Paolo ordinava a Timoteo molte cose e lo faceva nel modo più solenne, dinanzi al Dio Creatore che egli invocava come Colui che ha chiamato tutto all’esistenza quando non vi era ancora nulla, Colui che si è fatto conoscere a esseri infimi come noi per mezzo di un atto che ha mostrato tutto il suo compiacimento negli uomini. Non è forse un motivo supremo per obbedire? Ma ciò che l’apostolo ordinava lo faceva anche nel cospetto di Gesù Cristo che rese testimonianza «davanti a Ponzio Pilato». Poteva non essere importante per il governatore romano che Gesù fosse Re dei Giudei, e Pilato lo dimostra sia dicendo «Sono io forse Giudeo?», sia scrivendo «Gesù il nazareno, il Re dei Giudei» come motivo d’accusa sulla croce (Giovanni 18:35). Ma Pilato, amico di Cesare, non è indifferente al fatto che oltre all’imperatore vi sia un altro uomo che abbia delle pretese di regnare. Rigettato dai Giudei, come Re, il Signore davanti a Pilato attribuisce al suo regno tutt’altra dimensione quando dice: «Il mio regno non è di questo mondo», perché ha per dominio esclusivo una sfera interamente celeste. E aggiunge: «Ora il mio regno non è di qui». Avrebbe rivendicato più tardi, quaggiù, una sovranità più vasta di quella di Re dei Giudei, ed è ciò che inquieta Pilato e gli fa dire: «Ma dunque, sei tu Re?». A questa domanda Gesù risponde: «Tu lo dici; io sono Re». Rende così testimonianza alla verità, mantenendo ad ogni prezzo il carattere della sua sovranità; e aggiunge: «Io sono nato per questo, e per questo sono venuto nel mondo: per testimoniare della verità». Infatti, dichiarare la sua sovranità per nascita (Matteo 2:1-2) dinanzi a Pilato, amico di Cesare, una sovranità che sorpassava di molto i limiti giudaici, significava firmare egli stesso la propria condanna a morte. Questa confessione è la «bella confessione davanti a Ponzio Pilato» del nostro passo.
Questa bella confessione, il Signore doveva farla per essere fedele alla verità di cui era venuto a rendere testimonianza in questo mondo. La sua sovranità vi partecipava, e se avesse esitato un istante davanti alla necessità di fare questa confessione, non avrebbe potuto aggiungere: «Chiunque è dalla verità ascolta la mia voce». La confessione che egli era Re si legava dunque intimamente al fatto che egli era venuto nel mondo per rendere testimonianza alla verità.
La bella confessione di Timoteo davanti a molti testimoni cristiani non metteva la sua vita in pericolo. Non era nemmeno la testimonianza alla verità, era la bella confessione delle immense benedizioni della fedeltà, benedizioni afferrate da Timoteo nella testimonianza cristiana alla quale dedicava la sua carriera. La bella confessione di Cristo davanti a Ponzio Pilato era la testimonianza alla verità (di cui la sovranità attuale e futura di Cristo, ben più importante della sovranità giudaica, faceva parte), perché «la grazia e la verità sono venute per mezzo di Gesù Cristo». Nulla poteva distogliere il Signore dalla confessione della verità tutt’intera, neppure la morte.
Ma quale immenso privilegio per Timoteo essere associato al Signore Gesù confessando di avere afferrato una meta che nessuno poteva strappargli, come Gesù aveva confessato interamente la verità che la morte stessa non poteva fargli abbandonare!
Al versetto 14, l’apostolo ordina a Timoteo «di osservare questo comandamento», vale a dire ciò che gli aveva ordinato: «fuggi» «ricerca» «combatti» «afferra». Era stato chiamato a realizzare queste cose davanti a testimoni fedeli e davanti al mondo, e doveva serbarle «da uomo senza macchia e irreprensibile». L’apostolo aggiunge al versetto 20: «O Timoteo, custodisci il deposito». È il riassunto del contenuto di tutta l’epistola. L’apostolo aveva già detto, a proposito della sua condotta riguardo agli anziani: «Ti scongiuro… di osservare queste cose senza pregiudizi» (5:21).
Il comandamento Timoteo doveva osservarlo «da uomo senza macchia», senza alcuna falsificazione, e da «irreprensibile», senza che nessuno avesse occasione di riprenderlo o di accusarlo, e innanzi tutto per ricevere l’approvazione del nostro Signore Gesù Cristo fino alla sua «apparizione». È sempre parlato dell’apparizione e non della venuta del Signore quando si tratta della responsabilità del servizio. Ed è per questo che si può parlare «d’amare la Sua apparizione» anche se è sempre accompagnata dalla vendetta sul mondo (2 Tessalonicesi 1:8), La ragione di questo è che se la venuta del Signore è il «giorno di grazia», la sua apparizione è il «giorno delle corone», delle ricompense per i servitori di Cristo.
Quest’apparizione sarà mostrata al tempo stabilito dal beato e unico Sovrano, già chiamato il «beato Dio» (1:11). Allora, il solo Sovrano, Re dei re e Signore dei signori, manifesterà questa gloria. Di chi parla l’apostolo? Di Dio, certamente, ma è impossibile separare Dio da Cristo; Dio è tutto questo quando «manifesta» l’apparizione di Cristo; Cristo sarà tutto questo, quando apparirà come Re dei re e Signore dei signori. È la seconda volta in questa epistola (cfr. 1:17) che la lode suprema s’innalza a Dio nei luoghi eterni. Nel primo caso, per la venuta in questo mondo di Cristo uomo come Salvatore; nel secondo, per la sua apparizione come Signore e uomo vittorioso. Qui, sale a Colui che «solo possiede l’immortalità e che abita una luce inaccessibile; che nessun uomo ha veduto né può vedere; a lui siano onore e potenza eterna. Amen». È dunque proprio del Dio eterno, inaccessibile, invisibile, che qui è parlato, ma noi lo conosciamo nel suo figlio Gesù Cristo: Egli è «il vero Dio e la vita eterna».

***
Vers. 17-19: — «Ai ricchi in questo mondo ordina di non essere d’animo orgoglioso, di non riporre la loro speranza nell’incertezza delle ricchezze, ma in Dio, che ci fornisce abbondantemente di ogni cosa perché ne godiamo; di far del bene, d’arricchirsi di opere buone, di essere generosi nel donare, pronti a dare, così da mettersi da parte un tesoro ben fondato per l’avvenire, per ottenere la vera vita».
Resta ancora un ordine da aggiungere riguardo a coloro ai quali, in mezzo ai suoi, Dio ha elargito dei beni di questo mondo. Si tratta della loro situazione «in questo mondo», situazione che non ha niente a che fare, o piuttosto che è in contrasto, con quella del mondo futuro (vers. 13-16).
Questa non deve esaltarli ai loro propri occhi, perché l’orgoglio per la ricchezza che si ha è una delle tendenze più frequenti fra gli uomini. Bisogna che i cristiani non si lascino trascinare a basarsi sull’incertezza delle ricchezze che possono svanire in un momento; essi devono confidare in Colui che li ha riccamente favoriti dando loro di godere di queste cose. Impieghino, dunque, le loro ricchezze per fare del bene, in buone opere, in prontezza nel dare con liberalità. Tale è lo scopo della ricchezza che è loro dispensata; essa deve sviluppare, nella testimonianza di chi le possiede, delle virtù che non potrebbero mostrarsi se non dove Dio dà dei beni terrestri.
«Così da mettersi da parte un tesoro ben fondato per l’avvenire». Si tratta di abbandonare le cose visibili anche se sono il frutto della bontà di Dio, date ai suoi affinché acquistino «un tesoro ben fondato per l’avvenire» ed afferrino «la vera vita». Tale doveva essere il comportamento dei ricchi. Timoteo, che non possedeva nessuno dei loro vantaggi, si offriva loro ad esempio avendo egli stesso «afferrata la vita eterna».

***
Vers. 20-21: — «O Timoteo, custodisci il deposito; evita i discorsi vuoti e profani e le obiezioni di quella che falsamente si chiama scienza; alcuni di quelli che la professano si sono allontanati dalla fede. La grazia sia con voi».
Timoteo è esortato a custodire il deposito che gli è stato affidato. D’altra parte, vediamo che Paolo confida ciò che ha al Signore, il quale ha la potenza di custodirlo. In Lui è la vita, la potenza per sostenerla e per custodire nel cielo l’eredità di gloria che ci è destinata. Paolo sapeva in chi aveva creduto. Egli non aveva messo la sua fiducia nell’opera, ma in Cristo, che conosceva bene (2 Timoteo 1:12). Qui, è Timoteo che custodisce il deposito che il Signore gli ha affidato. Questo deposito è l’amministrazione della casa di Dio per mezzo della Parola, della dottrina, dell’esempio che egli stesso doveva dare. Il suo compito non era di discutere; doveva schivare le profane vacuità di parole e le opposizioni alla dottrina di Cristo dei ciarlatani che pretendevano di averne conoscenza. E già qualcuno, che professava di possederla, si era allontanato dalla dottrina cristiana.
L’ultima parola dell’apostolo a Timoteo, come a tutti i credenti, è: «Grazia», favore divino per il suo figlio in fede; ed è stata anche quella la sua prima parola (1:2)!

Publié dans:Lettera a Timoteo - prima |on 27 septembre, 2013 |Pas de commentaires »
12345...13

Une Paroisse virtuelle en F... |
VIENS ECOUTE ET VOIS |
A TOI DE VOIR ... |
Unblog.fr | Créer un blog | Annuaire | Signaler un abus | De Heilige Koran ... makkel...
| L'IsLaM pOuR tOuS
| islam01