Archive pour la catégorie 'LETTERE PASTORALI (Le)'

San Lorenzo, dai « Discorsi » di Sant’Agostino (1Tm, Fil, Col)

su San Lorenzo martire, dal sito: 

http://liturgia.silvestrini.org/santo/240.html

Dai «Discorsi» di sant’Agostino, vescovo
Fu ministro del sangue di Cristo

Oggi la chiesa di Roma celebra il giorno del trionfo di Lorenzo, giorno in cui egli rigettò il mondo del male. Lo calpestò quando incrudeliva rabbiosamente contro di lui e lo disprezzò quando lo allettava con le sue lusinghe. In un caso e nell’altro sconfisse satana che gli suscitava contro la persecuzione. San Lorenzo era diacono della chiesa di Roma. Ivi era ministro del sangue di Cristo e là, per il nome di Cristo, versò il suo sangue. Il beato apostolo Giovanni espose chiaramente il mistero della Cena del Signore, dicendo: «Come Cristo ha dato la sua vita per noi, così anche noi dobbiamo dare la vita per i fratelli» (1 Gv 3, 16). Lorenzo, fratelli, ha compreso tutto questo. L’ha compreso e messo in pratica. E davvero contraccambio quanto aveva ricevuto in tale mensa. Amò Cristo nella sua vita, lo imitò nella sua morte.
Anche noi, fratelli, se davvero amiamo, imitiamo. Non potremmo, infatti, dare in cambio un frutto più squisito del nostro amore di quello consistente nell’imitazione del Cristo, che «patì per noi, lasciandoci un esempio, perché ne seguiamo le orme» (1 Pt 2, 21). Con questa frase sembra quasi che l’apostolo Pietro abbia voluto dire che Cristo patì solamente per coloro che seguono le sue orme, e che la passione di Cristo giova solo a coloro che lo seguono. I santi martiri lo hanno seguito fino all’effusione del sangue, fino a rassomigliarli nella passione. Lo hanno seguito i martiri, ma non essi soli. Infatti, dopo che essi passarono, non fu interrotto il ponte; né si é inaridita la sorgente, dopo che essi hanno bevuto.
Il bel giardino del Signore, o fratelli, possiede non solo le rose dei martiri, ma anche i gigli dei vergini, l’edera di quelli che vivono nel matrimonio, le viole delle vedove. Nessuna categoria di persone deve dubitare della propria chiamata: Cristo ha sofferto per tutti. Con tutta verità fu scritto di lui: «Egli vuole che tutti gli uomini siano salvati, e arrivino alla conoscenza della verità» (1 Tm 2, 4). Dunque cerchiamo di capire in che modo, oltre all’effusione del sangue, oltre alla prova della passione, il cristiano debba seguire il Maestro. L’Apostolo, parlando di Cristo Signore, dice: «Egli, pur essendo di natura divina, non considerò un tesoro geloso la sua uguaglianza con Dio». Quale sublimità!
«Ma spogliò se stesso, assumendo la condizione di servo e divenendo simile agli uomini; apparso in forma umana, umiliò se stesso» (Fil 2, 7-8). Quale abbassamento! Cristo si é umiliato: eccoti, o cristiano l’esempio da imitare. Cristo si é fatto ubbidiente: perché tu ti insuperbisci? Dopo aver percorso tutti i gradi di questo abbassamento, dopo aver vinto la morte, Cristo ascese al cielo: seguiamolo. Ascoltiamo l’Apostolo che dice: «Se siete risorti con Cristo, cercate le cose di lassù, dove si trova Cristo assiso alla destra di Dio» (Col 3, 1).(Disc. 304, 14; PL 38, 1395-1397).

LE LETTERE PASTORALI: 1 E 2 TIMOTEO, LETTERA A TITO – INTRODUZIONE

LE LETTERE PASTORALI:

LETTERE 1 E 2 A TIMOTEO

LETTERA A TITO

riguardo le lettere pastorali l’autenticità di esse è discussa, non solo in passato, ma mi sembra ancora oggi, ossia se siano di Paolo o di qualche suo discepolo, cioè pseudoepigrafiche; presento, per prima cosa, uno stralcio della introduzione dal libro sotto citato, tuttavia trovo delle dissonanze, dei pareri diversi, propongo qualcosa anche di questi, ma brevemente,

dal libro di: Reynier C., Trimaille M., Vanhye A., Lettere di Paolo, Edizioni San Paolo, Cinisello Balsamo (MI) 2000; Trimaille M., Lettere 1 e 2 Timoteo e Tito;

« INTRODUZIONE

L’insieme formato dalle due lettere a Timoteo e dalla lettera a Tito ha ricevuto, nel corso del XVIII secolo, il nome di , perché sono le uniche a essere indirizzate a pastori e a trattare di quella che a noi oggi chiamiamo .

I destinatari

Timoteo e Tito sono due tra i compagni più noti di Paolo. Secondo Atti 16, 1-3, Paolo ha conosciuto Timoteo passando da Listra, nel corso del suo secondo viaggio. Deciso ad associarlo alla sua équipe (con Sila o Silvano), lo fece circoncidere, dal momento che, se la madre era ebrea, il padre era pagano (in Atti: per riguardo ai Giudei). La sua presenza a fianco di Paolo è quasi costante: è cofondatore delle chiese di Tessalonica, Berea, Corinto; è con Paolo mentre questi è prigioniero ad Efeso (Fm 1) e si trova a Corinto quando l’Apostolo vi scrive la lettera ai Romani (Rm 16,21). Paolo ne fa il coautore di quattro lettere: 1Tessalonicesi, Filippesi, Filemone e 2 Corinzi.

Di Tito, un greco convertito, l’autore degli Atti degli Apostoli non parla mai, ma sappiamo che Paolo lo condusse a Gerusalemme (Gal 2), dove le autorità rinunciarono a farlo circoncidere. È l’uomo di fiducia di Paolo nell’ambito dei suoi difficili rapporti con la chiesa di Corinto (2Cor 2,13; 7,6-7.13-16) e sarà lui a condurre in porto la colletta per Gerusalemme (2Cor 8,6.16-24).

La successione delle lettere pastorali

(Trimaille scrive che l’ordine che troviamo nelle nostre Bibbie non è quello nel quale furono scritte, seguendo alcune considerazioni propone questa successione di redazione: Tito, 1Timoteo e 2Timoteo.)

La critica storica

Si può riscrivere secondo quest’ordine la sequenza degli avvenimenti evocati nelle tre lettere: Paolo ha soggiornato a lungo a Creta dove ha lasciato Tito (Tt 1,5), probabilmente mentre si sta recando ad Efeso…Da Efeso Paolo parte per la Macedonia (1Tm 1,3), poi per Nicopoli, sulla costa albanese (Tt 3,12), dove Tito lo raggiunge (2Tm 4,10). In 2 Tm Paolo è a Roma, detenuto in attesa della condanna e della morte. Queste soste e questi spostamenti fanno pensare a un periodo di tempo di almeno tre anni. »

il professore prosegue valutando la storicità di questi dati, ritiene, però, difficile collocarli nella vita di Paolo in quanto, ad esempio, l’imprigionamento in 2Tm non può essere la residenza di Atti 28, i tempi non sono verosimili, il racconto richiederebbe un tempo maggiore di quello che si conosce degli ultimi anni della vita romana di Paolo;

il titolo successivo della introduzione è: « Deuteropaolinismo o pseudoepigrafia »;

praticamente l’autore propende per la pseudeoepigrafia di queste lettere che è un artificio letterario, conosciuto già nella letteratura greco-romana, per conferire autorità ad un documento, non è, come si potrebbe ritenere oggi, un falso, ma un modo per presentare un argomento, attribuendolo ad un autore autorevole, dal testo: « per attualizzare il pensiero di un maestro celebre del passato, uno scrittore gli faceva affrontare problemi nuovi. Allo stesso modo in cui nell’Antico Testamento il Deuteronomio si presenta come una nuova versione della legge di Mosè, così le pastorali sono una nuova espressione del pensiero paolino in circostanze ulteriori di qui il nome di deuteropaolinismo »

devo dire che, consultando la presentazione delle lettere paoline in alcune Bibbie – non trascrivo perché è lungo – alcuni le ritengono autentiche, ossia vengono fatti i confronti con i tempi storici della vita di Paolo e, per alcuni, è possibile concordare i fatti conosciuti dagli scritti sicuramente autentici con quelli di queste lettere, non tutti, quindi, concordano con la pseudoepigrafia, ma credono nella possibilità che siano paoline;

anche la Bibbia di Gerusalemme, però, sembra ritenerle non autentiche, il testo originale francese introduce le tre lettere in questo modo (traduco dal francese): « Indirizzate a due dei più fedeli discepoli di Paolo, le due lettere a Timoteo e la lettera a Tito offrono delle direttive per l’organizzazione e la condotta della comunità che era a loro affidata. L’autenticità di queste lettere « pastorali » è discussa. Se la « 1Timoteo può essere stata scritta la Paolo, le preoccupazioni quasi burocratiche di rispettabilità e di integrazione alla società (all’ambiente, atmosfera) dei ministri della Chiesa che si esprime in 1Tm e Tt contrasta con il dinamismo missionario e l’entusiasmo nello Spirito della Chiesa di Paolo »

Buscemi presenta le due posizioni, tuttavia ritiene che vadano valutate caso per caso: « … ci riportano…elementi decisamente genuini molto utili per ricostruire la vita di Paolo, l’ambiente in cui è vissuto e gli sviluppi del suo pensiero »;

questo è quello che sono riuscita a capire;

HO COMBATTUTO LA BUONA BATTAGLIA (2Tm 4,6.8)

HO COMBATTUTO LA BUONA BATTAGLIA

(il titolo è tratto dalla seconda Lettera a Timoteo cap.4, 6-8)

« Quanto a me, il mio sangue sta per essere sparso in libagione ed è giunto il momento di sciogliere le vele. Ho combattuto la buona battaglia, ho terminato la mia corsa, ho conservato la fede. Ora mi resta solo la corona di giustizia che il Signore, giusto giudice, mi consegnerà in quel giorno; e non solo a me, ma anche a tutti coloro che attendono con amore la sua manifestazione « 

http://www.prayerpreghiera.it/padri/padri.html

Dalle « Omelie » di san Giovanni Crisostomo, vescovo
(Om. 2, Panegirico di san Paolo; PG 50,480-484)
Ho combattuto la buona battaglia

Paolo se ne stava nel carcere come se stesse in cielo e riceveva percosse e ferite più volentieri di coloro che ricevono il palio nelle gare: amava i dolori non meno dei premi, perché stimava gli stessi dolori come fossero ricompense; perciò li chiamava anche una grazia divina. Ma sta’ bene attento in qual senso lo diceva. Certo era un premio essere sciolto dal corpo ed essere con Cristo (cfr. Fil 1,23), mentre restare nel corpo era una lotta continua; tuttavia per amore di Cristo rimandava il premio per poter combattere: cosa che giudicava ancora più necessaria.
L’essere separato da Cristo costituiva per lui lotta e dolore, anzi assai più che lotta e dolore. Essere con Cristo era l’unico premio al di sopra di ogni cosa. Paolo per amore di Cristo preferì la prima cosa alla seconda.
Certamente qui qualcuno potrebbe obiettare che Paolo riteneva tutte queste realtà soavi per amore di Cristo. Certo, anch’io ammetto questo, perché quelle cose che per noi sono fonti di tristezza, per lui erano invece fonte di grandissimo piacere. Ma perché io ricordo i pericoli ed i travagli? Poiché egli si trovava in grandissima afflizione e per questo diceva: « Chi è debole, che anch’io non lo sia? Chi riceve scandalo che io non ne frema? » (2Cor 11,29).
Ora, vi prego, non ammiriamo soltanto, ma anche imitiamo questo esempio così magnifico di virtù. Solo così infatti potremo essere partecipi dei suoi trionfi.
Se qualcuno si meraviglia perché abbiamo parlato così, cioè che chiunque avrà i meriti di Paolo avrà anche i medesimi premi, può ascoltare lo stesso
Apostolo che dice: « Ho combattuto la buona battaglia, ho terminato la mia corsa, ho conservato la fede. Ora mi resta solo la corona di giustizia che il Signore, giusto giudice, mi consegnerà in quel giorno, e non solo a me, ma anche a tutti coloro che attendono con amore la sua manifestazione » (2Tm 4,7-8). Puoi vedere chiaramente come chiama tutti alla partecipazione della medesima gloria.
Ora, poiché viene presentata a tutti la medesima corona di gloria, cerchiamo tutti di diventare degni di quei beni che sono stati promessi.
Non dobbiamo inoltre considerare in lui solamente la grandezza e la sublimità delle virtù e la tempra forte e decisa del suo animo, per la quale ha meritato di arrivare ad una gloria così grande, ma anche la comunanza di natura, per cui egli è come noi in tutto. Così anche le cose assai difficili ci sembreranno facili e leggere e, affaticandoci in questo tempo così breve, porteremo quella corona incorruttibile ed immortale, per grazia e misericordia del Signore nostro Gesù Cristo, a cui appartiene la gloria e la potenza ora e sempre, nei secoli d secoli. Amen.
 

MONS. GIANFRANCO RAVASI (2003): TIMOTEO, PREZIOSO COLLABORATORE DI PAOLO

dal sito:

http://www.novena.it/ravasi/2003/262003.htm

 

MONS. GIANFRANCO RAVASI (2003)

 

TIMOTEO, PREZIOSO COLLABORATORE DI PAOLO (2 Tim 4,6-8; Eb 13,23; 1Cor 16,10-11)

 

Certo, le figure dominanti di questa domenica sono Pietro e Paolo. Ma per tracciare accuratamente il profilo di ciascuno di loro non basterebbero alcune decine di puntate della nostra rubrica, che, tra l’altro, vuole far emergere solo personaggi di secondo piano. Così, abbiamo deciso di presentare uno dei discepoli più cari a Paolo, quel Timoteo a cui indirizza ben due lettere: anzi, nel brano della seconda, letto nella liturgia di questa domenica, gli consegna anche uno splendido e struggente testamento, mentre l’Apostolo sente avvicinarsi la sua ultima ora (4,6-8).

Timoteo, dal nome greco (“colui che onora Dio”), era nato a Listra di Licaonia, nell’attuale Turchia centrale, da padre greco e da madre giudeocristiana. Le sue origini familiari sono così rievocate da Paolo stesso: «Ricordo la tua fede schietta, che pervase prima tua nonna Loide e poi tua madre Eumce» (2 Timoteo 1,5). La sua figura emerge abbastanza nitidamente nel libro degli Atti degli Apostoli ove è registrato un fenomeno abbastanza curioso. Divenuto suo collaboratore, Paolo decise di far circoncidere Timoteo e questo «per riguardo ai giudei che risiedevano in quelle regioni: tutti, infatti, sapevano che suo padre era greco», cioè pagano (16,3).

È noto che per Paolo «la circoncisione non contava nulla, come l’incirconcisione» (1 Corinzi 7, 19); anzi, egli si era strenuamente battuto perché ai pagani convertiti al cristianesimo non fosse richiesto di transitare prima nel giudaismo circoncidendosi. Ora, però, per realismo pastorale e per quieto vivere, si rassegna a questa soluzione per non provocare i giudeo-cristiani e quell’area dell’Asia minore con la presenza di un predicatore non circonciso. Tuttavia è da notare che l’Apostolo non accetterà questa scelta per l’altro collaboratore più caro, Tito, che, «sebbene fosse greco, non fu obbligato a circoncidersi» (Galati 2,3).

Il nostro Timoteo è di scena ripetutamente nei capitoli 16-20 degli Atti degli Apostoli, durante il secondo viaggio missionario che conduce Paolo prima nella Turchia centrale, poi in Macedonia (a Filippi e a Tessalonica), per approdare infine a Corinto.
In ben sei lettere Paolo lo associa a sé nel saluto iniziale rivolto ai destinatari, corinzi, filippesi, colossesi, tessalonicesi (due lettere), e all’amico Filemone. Fa capolino anche nella finale della Lettera agli Ebrei, che non è però di Paolo: qui si legge che «il nostro fratello Timoteo è stato messo in libertà» (13,23). Forse si fa riferimento alla condivisione della prigionia romana di Paolo.

Certo è che questo prezioso collaboratore fu incaricato dall’Apostolo di missioni delicate, sia a Tessalonica, sia soprattutto a Corinto. In questa turbolenta comunità cristiana fu inviato per «richiamare alla memoria le vie indicate (da Paolo) in Cristo» (1Corinzi 4,17). Anzi, l’Apostolo presenta calorosamente questo suo «figlio amato e fedele nel Signore» perché venga trattato bene: «Quando verrà Timoteo, fate che non si trovi in soggezione presso di voi, giacché anche lui lavora come me per l’opera del Signore. Nessuno, allora, gli manchi di riguardo; al contrario, accomiatatelo poi in pace, quando ritornerà da me: io lo aspetto coi fratelli» (1 Corinzi 16,10-11).

Infine, Paolo lo incaricherà ufficialmente di gestire la comunità di Efeso (la tradizione lo considera il primo vescovo di quell’importante città della Turchia costiera). Scrive, infatti, nella prima Lettera a lui indirizzata: «Partendo per la Macedonia, ti raccomandai di rimanere a Efeso, perché tu invitassi alcuni a non insegnare dottrine diverse e a non badare più a favole…» (1,3-4). La leggenda vuole che egli morisse martire sotto l’imperatore Domiziano, mala notizia non ha fondamento storico ed è solo in un testo apocrifo, gli Atti di Timoteo (IV sec.) 

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