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LA PREGHIERA IN PAOLO DI TARSO E IN DUNS SCOTO

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LA PREGHIERA IN PAOLO DI TARSO E IN DUNS SCOTO

Lauriola Giovanni ofm

La scia delle celebrazioni paoline e scotiane ci invitano ancora a riflettere su Paolo di Tarso, l’Apostolo delle Genti, e Giovanni Duns Scoto, il teologo del Primato dell’Incarnazione. Così dopo il precedente articolo dottrinale “Sulle orme di Paolo con Duns Scoto”, sembra utile planare nella pratica della vita quotidiana atterrando sulla pista della “preghiera”, così da interpretare il pensiero di Paolo con il motto del Beato “Ora et Cogita, Cogita et Ora” che contempla sempre i due aspetti della realtà, quello dottrinale e quello pastorale, come unico momento vivo di ogni umana azione, che solo per comodità didattico-espositiva viene distinsto in due fasi, ma bisogna interiormente considerarli sempre intrinsecamente uniti e interdipendenti. Tale, del resto, è l’insegnamento che viene dal pensiero di Paolo sul quale il Beato ha elevato con la sua ardita specilazione una maestosa cattedrale gotica di rara bellezza e di grandiosa maestosità, ancor tutta da gustare. Questo intreccio tra elemento biblico, offerto da Paolo, e speculazione teologica, maturata dal genio di Duns Scoto, viene dipinto in cinque tratti con i quali è possibile evidenziare la struttura portante della preghiera, che è la conseguenza pratica della stessa visione speculativa, nell’auspicio che possa essere utile al lettore per poter orientare la sua pesonale preghiera. Punto di partenza di ogni tratto sarà sempre un testo di Paolo con relativa riflessione interpretativa dell’insegnamento paolino, ispirato alla visione cristocentrica universale di Duns Scoto, senza alcuna velleità di volere ritenere concluso il discorso, che resta sempre aperto a ulteriori indagini e prospettive. Primo tratto: “Piacque a Dio rivelarmi il Cristo”(Gal 1, 16) Principio fondamentale. La preghiera in Paolo è proporzionata alla conoscenza della persona di Cristo, con il quale si è scontrato senza dargli più requie, come testimonia il testo autobiografico da cui è tratto il versetto, oggetto della nostra riflessione: “piacque a Dio rivelarmi il Cristo… ”. Ascoltiamo il passo della sua vocazione che è anche il nostro contesto generale e specifico: “Vi dichiaro, fratelli, che il Vangelo da me annunziato non è modellato sull’uomo; infatti, io non l’ho ricevuto né imparato da uomini, ma per rivelazione di Gesù Cristo. Voi avete certamente sentito parlare della mia condotta di un tempo nel giudaismo, come io perseguitassi fieramente la Chiesa di Dio e la devastassi, superando nel giudaismo la maggior parte dei miei coetanei e connazionali, accanito com’ero nel sostenere le tradizioni dei padri. Ma quando colui che mi scelse fin dal seno di mia madre e mi chiamò con la sua grazia si compiacque di rivelare a me suo Figlio, perché lo annunziassi in mezzo ai pagani, subito, senza consulatre nessun uomo, senza andare a Gerusalemme da coloro che erano apostoli prima di me, mi recai in Arabia e poi ritornai a Damasco” (Gal 1, 11-17). Come si vede Paolo distingue chiaramente due periodi della sua vita: quello del fariseo persecutore e quello dell’apostolo cristiano. Lo spartiacque è l’incontro-scontro sulla via di Damasco con la persona del Cristo, che gli rivela il grande mistero nascosto nei tempi antichi: il rapporto degli uomini con Dio si definisce in modo definitivo col nuovo colore “cristocentrico”, nel senso che Paolo parla al Padre “nel nome del Signore nostro Gesù Cristo (Ef 5, 20)”, come a dire: Dio parla agli uomini nel Cristo e gli uomini possono parlare a Dio nel Cristo. Cristo, infatti, come “unico mediatore” costituisce l’unica via di accesso al Padre, mediante la “figliolanza adottiva”. Pensiero che viene confermato da altri testi – (Gal 4, 6; Rm 8, 15) – che ci illuminano. Il primo recita: “E che voi siete figli ne è prova il fatto che Dio ha mandato nei nostri cuori lo Spirito del suo Figlio che grida: Abbà, Padre!”; e l’altro: “e voi non avete ricevuto uno spirito da schiavi per ricadere nella paura [di satana], ma avete ricevuto uno spirito da figli adottivi per mezzo del quale gridiamo: Abbà, Padre!”. Priorità del Padre. Questa priorità del Padre si riferisce alla sua iniziativa d’amore nel comunicarci il dono di sé: “nella pienezza del tempo, Dio mandò il suo Figlio nato da donna…, perché ricevessimo l’adozione a figli” (Gal 4, 4-5s), cioè fossimo in comunione col suo Figlio Incarnato (1Cor 1, 9), predestinandoci a essere suoi figli adottivi in Cristo Gesù (Ef 1, 4). Come mediatore unico, Cristo Gesù ci ha fatto conoscere il Padre e ci ha dato il potere di diventare figli adottivi di Dio. Pertanto, le nostre preghiere – scrive Paolo – devono avere come unico intermediario solo Cristo: “per mezzo di Cristo Gesù” e “nel nome suo”. Significativa è l’espressione ai Colossesi: “tutto quello che fate in parole ed opere, tutto sia nel nome del Signore Gesù, rendendo per mezzo di lui grazie a Dio Padre”(Col 3, 17), che indica la profonda ed essenziale unione-comunione personale tra Cristo e il credente, espressa nella compagine del corpo mistico di Cristo (1Cor 12, 27; Rm 12, 5; Ef 5, 30), tradotta dall’autore della lettera agli Ebrei con la potente espressione “colui che santifica e coloro che sono santificati provengono tutti da una stessa origine”(Eb 2, 11), con grande rilevanza a livello teoretico per conoscere sia l’essere sia l’esistenza. Conseguenze. Paolo insiste tanto su questa unione radicale fondamentale essenziale con Cristo, perché non solo vuole affermare ma anche coinvolgere il credente a pregare il Padre come lo pregava lo stesso Gesù e con le sue stesse parole. Difatti traduce il termine aramaico “Abbà” di Marco (14, 36) pronunciato nella straziante preghiera del Getsemani, con il termine greco “Padre”. L’importanza dell’identificazione – Abbà-Padre – rivela e riassume nella preghiera l’aspetto trinitario delle Persone divine. L’appello al Padre nella preghiera in Cristo manifesta il mistero della Trinità. Difatti, l’attività interiore di Cristo nel credente si esercita mediante lo Spirito Santo, il quale realizza ciò che il Cristo ha operato nell’uomo, per volontà del Padre e per missione da lui ricevuta. Così scrive “se qualcuno non ha lo Spirito di Cristo, non appartiene a Cristo” (Rm 8, 9). E Paolo precisa: l’adozione a figli è stata conferita all’uomo mediante il Cristo, e sono figli di Dio “coloro che vengono mossi dallo Spirito di Dio”, che abita in noi mediante Cristo. Il dono dello Spirito è il dono della vita divina: è lo Spirito del Padre e lo Spirito di Cristo, che nel credente grida e fa esclamare “Abbà, Padre”. Lo stesso Spirito che pregava in Gesù, ora prega nel credente. Per questo, la preghiera, per Paolo, è una misteriosa e stupenda simbiosi, come un’onda travolgente dello Spirito, che è il mutuo amore del Padre e del Figlio, per cui l’uomo ama Dio e Dio ama se stesso nell’uomo. Pensiero che certamente ha ispirato la profonda intuizione del Beato Giovanni Duns Scoto nel descrivere l’inizio dell’azione dello Spirito: “in primo luogo, Dio ama se stesso; in secondo luogo, Dio ama se stesso negli altri; in terzo luogo, Dio vuole essere amato degnamente da un amore estrinseco; e in quarto luogo, prevede l’unione ipostatica, che lo può amare degnamente, cioè Cristo” (Rep Par, III, d. 7, q. 4, nn. 3-4; ed. minor n. 65-69). Con questa profonda intuizione, Duns Scoto pensa di dare una plausibile spiegazione sia all’Essere-Agire di Dio sia all’evento dell’Incarnazione come espressione massima della sua libertà d’amore, con il quale evento si autorivela pienamente nella storia e nell’uomo. In questo modo, la speculazione teologica del Beato sgancia completamente il legame del mistero dell’Incarnazione dal mistero del peccato e, di conseguenza, da quello della Redenzione, che viene letto invece come altra manifestazione del mistero d’amore liberissimo di Cristo, interprete fedele della Volontà del Padre, con il qule si identifica. L’interpretazione di Duns Scoto si gioca esclusivamente sulla massima e assoluta libertà del mistero di Dio nell’autorivelarsi ad extra, e nella massima e assoluta libertà di Cristo nell’accettare tale Volontà e compierla ugualmente nella totale libertà, senza alcuna possibile e immaginabile costrizione estrinseca o di qualsiasi condizionamento di qualsiasi genere. Una volta accettata liberamente la Volontà del Padre, l’azione del Cristo procede nella storia come una logica conseguenza del suo amore, come una specie di “necessità conseguente”. Certo, davanti a Dio, tutto è presente eternamente nell’attimo del suo amore. L’uomo invece necessita distinguere almeno logicamente nell’eterno presente diversi istanti, secondo i limiti delle proprie capacità intellettive e anche delle sue scelte ermeneutiche. Secondo tratto: “Ringrazio continuamente il mio Dio in Cristo Gesù”(1Cor 1, 4) La preghiera in genere indica la risposta dell’uomo alla Divinità, da cui si crede di dipendere e a cui eleva spontaneo il suo sentimento di ringraziamento e di richiesta. Per poter rispondere, si suppone una chiamata almeno in modo generico, percepita con libertà razionale. La risposta dipende dal grado di conoscenza che si ha della Divinità, per analogia al principio affermato sopra dallo stesso Paolo. Due sono le conoscenze principali della Divinità: in modo impersonale e in modo personale. La prima è la massima conclusione razionale raggiunta dall’uomo, senza alcun apporto con la fede, ed è sempre una conoscenza imperfetta. La conoscenza personale invece ha come fondamento la rivelazione, cioè l’autorità stessa che si crede e che perfeziona la conoscenza umana della stessa Divinità. La preghiera fondamentalmente ha due aspetti: quello rivolto al Dio impersonale e quello rivolto al Dio personale. Il nostro riferimento è certamente basato sulla fede in Dio che, secondo Poalo, si auto-rivela pienamente in Cristo Gesù. E sempre secondo Paolo, anche la preghiera rivolta al Dio personale si estrinseca principalmente in due momenti direttamente proporzionati alla conoscenza che si ha di Cristo Gesù, il momento del ringraziamento e il momento della domanda, l’uno con l’altro intrecciantesi. Pensiero che il Beato Duns Scoto utilizza speculativamente attraverso le due auto-definizioni bibliche di Dio: “Io sono colui che sono e colui che agisco” (Es 3,14), e “Dio è carità” (1Gv 1, 4), per fondare la sua interpretazione della storia della salvezza, dando vita a una specifica metafisica e a una specifica teologia in chiave di prospettiva cristocentrica. Ascoltiamo l’Apostolo delle Genti: “Paolo, chiamato ad essere apostolo di Gesù Cristo per volontà di Dio, … alla Chiesa di Dio che è in Corinto… Ringrazio continuamente il mio Dio per voi, a motivo della grazia di Dio che vi è stata data in Cristo Gesù, perché in lui siete stati arricchiti di tutti i doni, quelli della parola e quelli della scienza. La testimonianza di Cristo si è infatti stabilita tra voi così saldamente che nessun dono di grazia più vi manca, mentre aspettate la manifestazione del Signore nostro Gesù Cristo. Egli vi confermerà sino alla fine, irreprensibili nel giorno del Signore nostro Gesù Cristo: fedele è Dio, dal quale siete stati chiamati alla comunioe del Figlio suo Gesù Cristo, Signore nostro!” (1Cor 1, 1.4-9). Primo principio: gloria di Dio. Cristo con la sua avventura storica rivela due avvenimenti essenziali: l’auto-rivelazione di Dio e il suo disegno di salvezza. Di fronte a questa meraviglia, la memoria di ciò che Dio ha fatto sollecita nel credente sentimenti fondamentali di lode e di ringraziamento. Dall’iniziativa divina nasce nel credente il sentimento contemplativo della lode e del ringraziamento come risposta e dovere. Questo agire divino tecnicamente Paolo lo chiama con l’espressione “gloria di Dio”, che indica la stessa natura divina manifestata con segni sensibili. La “gloria” può chiamarsi anche irradiamento esteriore dell’infinità di Dio, e in forza di questo elemento esteriore e sensibile la “gloria” può essere oggetto di contemplazione da parte del credente. Nell’AT sono documentate alcune manifestazioni di Dio nel “culto” per mezzo del fuoco o della nube (al Sinai, all’ingresso del Tabernacolo… Es 16,10. 24, 17); nella “storia” al passaggio del Mar Rosso, miracolo della manna… (Es 14, 4-18); i Salmisti celebrano la gloria di Dio nella creazione; i Profeti annunciano che un giorno la “gloria di Dio” si sarebbe manifestata su tutta la terra a vantaggio degli uomini. Gli agiografi del NT hanno visto l’adempimento della profezia nel mistero dell’Incarnazione: nascita morte resurrezione e ascensione al cielo di Cristo Gesù, con le dovute differenze tra autore e autore. I Sinottici, per es., concentrano la loro attenzione sul segno della Trasfigurazione, per esprimere la “gloria di Dio”; Giovanni, invece, presentando i miracoli come “segni”, inculca l’idea che gli stessi miracoli manifestano la “gloria di Dio”; Paolo, infine, parla della “gloria” di Gesù con riferimento alla resurrezione e ascensione al cielo, e, quindi, con significato escatologico. Paolo sintetizza al massimo questo primo aspetto della preghiera con la pienezza della rivelazione di Dio in Cristo Gesù, come Mediatore, per il dono dell’esistenza; come Redentore, per il dono della grazia; e come Glorificatore, per il dono della gloria. Secondo principio: la domanda. La preghiera di domanda se considerata in sé, cioè avulsa da ogni riferimento al Regno o alla Gloria di Dio, potrebbe impantanarsi e isterilirsi, perché le richieste non sempre sono in armonia con la salvezza. Per evitare tale pericolo, Paolo enuncia un principio generale: “Sia che mangiate, sia che beviate, sia che facciate qualsiasi altra cosa, fate tutto per la gloria di Dio” (1Cor 10,31). Dietro qualsiasi domanda, Paolo è come cristallizzato intorno alla gloria di Dio, nel senso che alterna ringraziamento e implorazione, come il movimento dell’onda del mare verso la riva, del flusso e riflusso, come quello della cozza che si apre per mangiare e si chiude per digerire, o come quello del cuore in diastole e in sistole: ogni implorazione deve avere il suo termine e compimento nel ringraziamento definitivo del Regno. In questo modo la preghiera conserva il suo valore di fede e di dedizione “per completare ciò che manca ancora alla fede”(1Ts 3,10) di coloro ai quali ha fatto conoscere il Vangelo, perché crescano nella speranza e facciano crescere la carità, fino “alla pienezza della conoscenza di Dio con ogni sapienza e intelligenza spirituale” (Col 1,9-10), al fine di “comprendere quale sia la lunghezza, la larghezza, l’altezza e la profondità della carità di Cristo, che sorpassa ogni conoscenza” (Ef 3,18-19). Principio che in Duns Scoto si traduce con il relativo motto “Ora et Cogita, Cogita et Ora” (pregare studiando e studiare pregando), che da un lato sintetizza alla perfezione il metodo di indagine del Pensatore francescano tra fede e ragione, tra divino e umano, tra teoria e prassi, tra pensare e agire, tra speculazione e attività, tra contemplazione e apostolato; e dall’altro costituisce il vero e autentico pensare cristiano e francescano, senza eccedere nell’uno o nell’altro scoglio del dilemma, anche se a volte nella storia sembrano esserci delle profonde eccezioni Terzo principio: pregare sempre. In sintonia con il precetto di Cristo di “pregare sempre, senza stancarsi” (Lc 18,1), Paolo è in continuo movimento di preghiera e di lavoro, in perenne atteggiamento di orante, in continuo stato d’animo permanente, in costante disposizione dello spirito. Più che pregare si può dire che è preghiera. Sublime sintesi del suo pensiero spirituale. E questo suo stato d’animo, lo richiede anche ai suoi fedeli. Così per es., scrive: “state sempre lieti, pregate senza posa, in ogni cosa rendete grazie; questa è la volontà di Dio in Cristo Gesù verso di voi” (1Ts 5,18). La volontà di Dio si riferisce all’intera triade gioia-preghiera-rendimento di grazie, che costituisce anche la maniera non solo di pregare ma anche di vivere, dal momento che tra pregare e vivere c’è profonda unità e comunione. La gioia o la perfetta letizia – come effetto della salvezza – è assicurata e alimentata dalla preghiera, che feconda le radici dello spirito. E così ritorna il ciclo ermeneutico espresso agli Efesini: “Benedetto sia Dio, Padre del Signore nostro Gesù Cristo, che ci ha benedetti con ogni benedizione spirituale nei cieli, in Cristo. In lui ci ha scelti prima della crezione del mondo, per essere santi e immacolati al suo cospetto nella carità, predestinandoci a essere suoi figli adottivi per opera di Gesù Cristo” (Ef 1, 3-5). La preghiera allora è la nostra risposta di fede al dono divino: quanto più è sentita la chiamata, tanto più è semplice e profonda la risposta, che si riveste di gioia e di pace al presente e al futuro. La disponibilità alla preghiera se da un lato esclude ogni formalismo, dall’altro si esprime in ogni forma dello Spirito, così che il colloquio interiore con Dio si riflette anche negli atteggiamenti e nelle parole. E’un modo di esprimere la continuità della preghiera nella vita e con la vita, come il motto del Beato ha ben tradotto e consegnato alla storia “Ora et Cogita, Cogita et Ora”, fatto proprio dal cristiano che si lascia incantare ed entusiasmare dalle meraviglie dell’amore divino nella sua massima libertà, che il Pensatore francescano ha saputo interpretare e costruire una perfetta e armonica visione teologica imperniata nella persona del Cristo, fondamento cuore e culmine del disegno di Dio, modello esemplare di ogni perfezione umana e spirituale e dono giusto per chiunque lo accetta con fede e lo vive nell’amore. Terzo tratto: “L’amore di Cristo ci spinge”(2Cor 5, 14) Con questo tratto si vuole accennare alla dimensione mistica della preghiera in Paolo, come esempio e modello anche per la nostra vita di preghiera. Se per vita mistica s’intende comunemente un senso spirituale di passività nei confronti dell’azione di Dio, e un’ansia apostolica di annunciare la parola divina, allora Paolo è non solo un vero mistico, ma è anche il più grande di tutti i mistici della storia della santità. Il primo aspetto dell’esperienza mistica di Paolo può essere chiamato “mistica contemplativa” (dal greco epìgnosis o conoscenza profonda del mistero), mentre il secondo aspetto “mistica dinamica” (dal greco dynamis o investitura della missione di evangelizzare). Questi due aspetti della vita mistica di Paolo hanno origine nell’esperienza unica e irripetibile della cristofania sulla via di Damasco: c’è la rivelazione del Cristo che illumina Paolo fin nel profondo, e anche la presa divina che essa comporta. Ascoltiamo Paolo: “Poiché l’amore del Cristo ci spinge, al pensiero che uno è morto per tutti e quindi tutti sono morti. Ed egli è morto per tutti, perché quelli che vivono non vivano più per se stessi, ma per colui che è morto e risuscitato per loro. Cosicché ormai noi non conosciamo più nessuno secondo la carne; e anche se abbiamo conosciuto Cristo secondo la carne, ora non lo conosciamo più così. Quindi se uno è in Cristo, è una creatura nuova; le cose vecchie sono passate, ecco ne sono nate di nuove” (2Cor 5,14-17). Tenendo presente questo contesto insieme ad altri significativi passi sparsi un po’ per tutte le sue lettere, si può distinguere la riflessione in due momenti principali, come suggeriscono gli stessi termini epìgnosis e dynamis, ossia contemplazione e potenza, carattere contemplativo e carattere dinamico. Il primo, quello della mistica contemplativa, può essere fondato sulla meravigliosa espressione “l’amore del Cristo ci spinge”, che riporta all’esperienza interiore fatta del Cristo risorto che segna profondamente l’esistenza e l’attività spirituale di Paolo. La cristofania del mistero della resurrezione viene da Paolo stesso paragonata alla conoscenza del Cristo: “conoscere Cristo e la potenza della sua resurrezione” (Fil 3,10). E’ un “conoscere” non basato solo sull’esperienza esteriore del comune processo conoscitivo umano, ma è un “conoscere” basato su un’esperienza interiore, il cui germe di vita nuova gli è stato gettato nell’animo dallo stesso Cristo, quando lo invase sulla via di Damasco. La “nuova creatura” in Paolo è dono di Cristo e costituisce anche il modello per tutte le “nuove creature” che si svilupperanno all’ombra della fede in Cristo. La differenza tra l’esempio di Paolo e gli altri fedeli è dato dal fatto che in Paolo il dono dell’esperienza divina è completo diretto e immediato, anche se la consapevolezza è soggetta alle leggi del progresso storico-esistenziale, mentre nell’uomo il dono di fede viene dato in germe da sviluppare e crescere con il contributo fattivo del ricevente, riconfermando ancora una volta il principio della lettera agli Ebrei: “Colui che santifica e coloro che sono santificati appartengono alla stessa origine o natura” (Eb 2,11). Il termine che richiede una certa attenzione è quello di “conoscere”(epìgnosis), che Paolo utilizza nell’esprimere la conoscenza del mistero di Cristo risorto, e che s’identifica con quello di “fede” e di “amore”, con la precisazione che la fede è più statica, mentre la conoscenza è progresso e crescita conformemente al progresso della carità, che detiene sempre un certo primato (cf 1Cor 13,13). Oltre a questa differenza teologica, c’è anche una differenza essenziale insita nella stessa semantica del termine conoscere in base al termine episteme, nel senso che si conosce una cosa quando se ne conosce la causa. Nella classicità due sono i significati più importanti del termine “conoscere”: quello strettamente intellettuale e quello che si estende verso la sua operosità; il primo è un sapere per il sapere, l’altro un sapere per agire. Entrambi questi significati poggiano su impegno e forze proprie dell’uomo, e si aprono al massimo verso la contemplazione di una Divinità impersonale, cioè che non ha né può avere alcun legame o relazione con il mondo umano e tanto meno con il cosmo. In Paolo invece il termine epìgnosis ha un ardente tensione verso il Dio personale “il Quale è al di sopra a tutti, agisce per mezzo di tutti ed è presente in tutti” (Ef 4,6), e dal cui amore in Cristo Geù niente può separarlo “né morte né vita, né presente né avvenire… né alcun’altra creatura” (Rm 8,38). Questa conoscenza del mistero o epìgnosis non appartiene all’ordine umano del processo conoscitivo, ma è dono e frutto dello Spirito di Sapienza e di rivelazione. Per questo motivo è stato avvicinato alla stessa natura della fede e dell’amore. Evidente quindi che l’oggetto di tale conoscenza forte o biblica riguarda direttamente il mistero del disegno di Dio rivelato in Cristo Gesù prima della fondazione del mondo… Il secondo momento, invece, quello della mistica dinamica, deriva ugualmente dal termine epìgnosis, che rivela nello stesso tempo la dimensione operativa e dinamica, perché da esso riceve forza ed efficacia. In molti passi delle sue lettere, Paolo insiste su questo punto specialmente in quelle in cui rivelano il tratto autobiografico. Per es., ai Galati rivendica la sua autorità apostolica di fronte ai falsi apostoli: “Colui che mi scelse fin dal seno di mia madre e mi chiamò con la sua grazia si compiacque di rivelare a me suo Figlio, perché lo annunciassi in mezzo ai pagani” (Gal 1, 15-16). Da questo riferimento autobiografico, si può ricavare anche il significato dato all’aspetto di “mistica dinamica”: annunciare il Vangelo, testimoniare il Cristo risorto e convertire i pagani. Caratteristiche che coincidono pure con i grandi temi della mistica dinamica di Paolo. E’ convinto che la grazia dello Spirito gli infonde sia l’ardore missionario, sia la forza che sostiene la sua fragilità. Così trova riscontro il versetto “l’amore del Cristo ci spinge”, ci domina, ci comprime. Paolo sperimenta in sé la potenza dello Spirito che con il suo dinamismo interiore lo obbliga ad avangelizzare: “guai a me se non non annunciassi il Vangelo”(1Cor 9,16). Questa potenza dello Spirito è lo stesso Spirito di Cristo a cui dà testimonianza: “Sono stato crocifisso con Cristo e non sono più io che vivo, ma Cristo vive in me” (Gal 2,20). Di questa esperienza mistica Paolo ne è pienamente consapevole, dal momento che scrive: “Io Paolo, il primogenito di Cristo per voi Gentili”(Ef 3,1). A questa esperienza mistica di Paolo rivelata dallo Spirito, può essere avvicinata con molta convinzione l’esperienza mistica del Beato Giovanni Duns Scoto, che ha avuto l’ardire speculativo di penetrare con il suo ardente cuore, pazzo di Cristo, nel maestoso e sublime disegno di Dio, fondamento di ogni mistica umana, secondo la teoria degli istanti logici dell’agire divino, già citato sopra ma lo si richiama per la sua potente bellezza: “In primo luogo, Dio ama se stesso; in secondo luogo, Dio ama se stesso negli altri; in terzo luogo, Dio vuole essere amato da un altro che lo possa amare sommamente, e parlo di un amore a lui estrinseco; e in quarto luogo, prevede l’unione [ipostatica] della natura umana destinata ad amarlo sommamente, anche se nessuno avesse dovuto peccare”. Intuizione di ineffabile fecondità, perché rivela l’agire di Dio nel suo mistero d’amore in sé e fuori di sé, che costituiscono i due misteri principali della fede cristiana: unità e trinità di Dio e Incarnazione della seconda persona divina. Misteri che solo la stessa autorivelazione di Dio, come abbiamo più volte affermato, ha potuto concedere all’uomo di conoscere in Cristo, l’unico rivelatore di Dio e unica sua immagine visibile. Solo in Cristo si può conoscere il mistero di Dio e anche il suo disegno d’azione amorosa. Su questa intuizione del Primato di Cristo, il Beato ha costruito la più ardita visione teologica della storia della salvezza nel suo complesso che abbraccia anche la dimensione cosmica. Quarto tratto: “Piacque a Dio fare abitare in Cristo ogni pienezza” (Col 1, 19) Questo versetto appartiene al famoso e stupendo inno cristologico che ora leggiamo per intero, così da avere presente il contesto immediato: “Egli [Cristo] è immagine del Dio invisibile, generato prima della creazione del mondo; poiché per mezzo di lui sono state create tutte le cose, quelle nei cieli e quelle sulla terra, quelle visibili e quelle invisibili… Tutte le cose sono state create per mezzo di lui e in vista di lui. Egli è prima di tutte le cose e tutte sussistono in lui. Egli è anche il capo del corpo, cioè della Chiesa; il principio, il primogenito di coloro che risuscitano, per ottenere il primato su tutte le cose. Perché piacque a Dio di fare abitare in lui ogni pienezza” (Col 1, 15-18). Come si vede Paolo presenta le credenziali della persona di Cristo nel disegno della salvezza di Dio. Nel v. 15 è presentato Cristo nella sua identità sostanziale con Dio-Padre attraverso la meravigliosa affermazione “immagine visibile di Dio invisibile”. Che Dio sia invisibile è insegnamento esplicito e formale come Scrittura così della Filosofia. Lo afferma con chiarezza ed evidenza anche Giovanni alla fine del Prologo: “Dio nessuno l’ha mai visto” proprio Cristo “lo ha rivelato” (Gv 1,18). Il v. 16 descrive di Cristo la sua azione di unico Mediatore con la creazione di tutto ciò che esiste, nei cieli e sulla terra, “e tutte le cose sussistono in Cristo”, che abbiamo già commentato nell’articolo precedente, a cui è bello aggiungere la specifica di Giovanni “tutto è stato fatto per mezzo di Cristo [cioè da Cristo], e senza Cristo niente è stato fatto di tutto ciò che esiste” (Gv 1,3), che perfeziona e completare la forza dell’affermazione di Paolo. Il v. 18 descrive la funzione ecclesiale di Cristo: è Capo della Chiesa e principio di coloro che risusciteranno per partecipare alla vita della gloria eterna di Dio, come aveva già scritto ai Galati: “perché ricevessimo l’adozione a figli… ed essere erede per volontà di Dio” (Gal 4,5-7). Nel versetto 19 “piacque a Dio di fare abitare in Cristo ogni pienezza”, il termine che necessità di essere chiarito è quello di “pienezza”. Si possono distinguere due sensi generali di “pienezza”: uno comune, con il significato di “riempire qualcosa o qualcuno perché sia pieno, completo o perfetto”; e uno escatologico che abbraccia vari significati, come per es. “pienezza del tempo”, “compimento della volontà di Dio”, “essere pieni dello Spirito Santo”, “pienezza di Cristo”, ecc. Come esempio del primo senso si può utilizzare l’elogio di Giovanni Battista fatto da Gesù: è il più grande del VT, ma è il più piccolo nel NT; l’espressione di Luca per la Vergine: “piena di grazia”; la differenza dichiarata da Paolo tra peccato e grazia: in Adamo abbondò il peccato, in Cristo sovrabbondò la grazia. Del secondo senso, si possono tener presente i rispettivi significati: di Paolo ai Galati, “quando venne la pienezza del tempo, Dio mandò suo Figlio nato da donna” (Gal 4,4), per indicare che il tempo è compiuto ed arrivato per manifestare il disegno della salvezza di Dio, nell’evento di Cristo, che per sé non rientra nelle condizioni o attese umane, ma è esclusivo dono di Dio. Come compimento della volontà di Dio si può tener presente il passo ai Romani in cui Paolo afferma che il compimento della legge trova la sua massima pienezza nell’amore o nella carità, che viene confermato anche da Matteo: “chi ama il prossimo ha adempiuto la legge” (Mt 22,39); e da Giovanni: “tutta la legge trova la sua pienezza nell’amore” (Gv 13, 44). Anche il senso di “pieno di Spirito” ha molti esempi, tra cui: Giovanni Battista che è pieno di Spirito Santo fin dal seno materno (Lc 1); di Gesù al battesimo: “pieno di Spirito Santo, Gesù si allontanò dal Giordano” (Lc 4, 1); alla Pentecoste “tutti furono pieni di Spirito Santo” (At 2, 4). Per quanto riguarda il significato cristologico dato da Paolo all’espressione “ogni pienezza”, bisogna precisare alcune cose. Già nei versetti precedenti aveva elencato le caratteristiche divine di Cristo, per cui non può riverirsi alla pienezza della “divinità” già affermata, ma deve riferirsi a tutto ciò che è fuori del concetto divino, cioè deve riguardare tutto ciò che la natura umana (eccetto il peccato) esige ed esprime alla perfezione. Difatti il successivo testo “in Cristo abita corporalmente tutta la pienezza della divinità” (Col 2, 9), è una conferma nel senso che il Padre in Cristo vuole partecipare la divinità anche ai “figli di adozione”, come viene confermato in più punti da Paolo: “In Cristo anche voi… avete ricevuto il suggello dello Spirito Santo” (Ef 1,13-14), che permetterà “di comprendere… quale sia l’ampiezza, la lunghezza, l’altezza e la profondità… di Cristo, che sorpassa ogni conoscenza, perché siete stati ricolmi di tutta la pienezza di Dio” (Ef 3, 18). Come si può vedere l’espressione paolina è molto complessa e di non facile soluzione. Alla luce della visione teologica del Beato, si può così riassumere il senso dell’espressione paolina: l’Incarnazione è il mistero principale che rivela il mistero di Dio e il suo disegno di salvezza, e con il suo Primato la natura umana del Cristo è alla testa della famiglia umana e dell’intero universo creato, per partecipare il dono della salvezza generale (Ef 1, 10; Rm 8,19-22; 1Cor 3,22; 15, 20-28), così da interpretare anche l’affermazione: “Benedetto, sia Dio, Padre del nostro Signore Gesù Cristo, ch ci ha benedetti con ogni benedizione spirituale nei cieli in Crsto… predestinandoci a essere suoi figli adottivi in Cristo” (Ef 1, 3). A fondamento del pensiero teologico di Duns Scoto c’è proprio tutto Paolo e anche Giovanni, come ha notato stupendamente anche Paolo VI nella sua immemorabile Lettera Apostolica Alma parens del1966: “Lo spirito e l’ideale di San Francesco d’Assisi si celano e fervono nell’opera di Giovanni Duns Scoto, dove fa alitare lo spirito serafico del Patriarca Assisiate, subordinando al sapere il ben vivere. Asserendo egli la eccellenza della carità sopra ogni scienza, l’universale primato di Cristo, capolavoro di Dio, glorificatore della Santissima Trinità e Redentore del genere umano, Re nell’ordine naturale e soprannaturale, al cui lato splende di originale bellezza la Vergine Immacolata, Regina dell’universo, fa svettare le idee sovrane del la Rivelazione evangelica, particolarmente ciò che San Giovanni Evangelista e San Paolo Apostolo videro nel piano divino della salvezza sovrastare in grado eminente” (n. 9). Quinto tratto: “La gloria di Dio è sul volto di Cristo”(2Cor 4, 6) In quest’ultimo tratto si vuole evidenziare l’aspetto conclusivo della preghiera autentica che sfocia nella gloria finale del Regno. Ai Romani Paolo scrive “tutti hanno peccato e sono privi della gloria di Dio” (Rm 3,23). Poiché ciò che unisce a Dio è la “grazia”, si possono considerare come sinonimi sia la “grazia” che la “gloria”, con la differenza che la grazia è sempre mezzo per entrare nella gloria, che oltre alla ragione di fine esprime anche la stabilità della stessa grazia. Autore della grazia e della gloria è Cristo Gesù, allora l’espressione “la gloria di Dio” s’identifica con lo stesso Cristo Gesù, onniabbracciante tutte le fasi preistoriche storiche e metastoriche della salvezza, cioè predestinazione incarnazione redenzione e glorificazione. In questo modo, si può anche dire che “la gloria di Dio” è auto-rivelazione di Dio, irradiamento esteriore della sua infinita maestà, ossia l’immagine visibile di Dio invisibile, e come tale può essere oggetto di studio, di contemplazione e di culto. Oltre al contesto ai Corinzi circa il valore della predicazione del Vangelo, Paolo descrive “la gloria di Cristo” anche come conseguenza del suo profondo abbassamento, descritto specialmente anche nella lettera ai Filippesi: “Gesù Cristo, pur essendo di natura divina, non considerò un tesoro geloso la sua uguaglianza con Dio; ma spogliò se stesso, assumendo la condizione di servo e divenendo simile agli uomini; apparso in forma umana, umiliò se stesso facendosi obbediente fino alla morte e alla morte di croce. Per questo Dio l’ha esaltato e gli ha dato il nome che è al di sopra di ogni altro nome; perché nel nome di Gesù ogni ginocchio si pieghi nei cieli, sulla terra e sotto terra; e ogni lingua proclami che Gesù Cristo è il Signore, a gloria di Dio Padre”(Fil 2,5-11). Il testo ai Corinzi così recita: “Se il nostro vangelo rimane velato, lo è per coloro che si perdono, ai quali il dio di questo mondo ha accecato la mente incredula, perché non vedano lo splendore del glorioso vangelo di Cristo, che è immagine di Dio… E Dio disse: ‘Rifulga la luce dalle tenebre’, rifulse nei nostri cuori, per far risplendere la conoscenza della gloria divina che rifulge sul volto di Cristo”(2Cor 4,3-6). In questi testi, Paolo vuole affermare che la gloria di Dio rifulge nell’abbassamento del Verbo nell’Incarnazione, cioè in Cristo Gesù. E, con una scelta di termini ben oculata, cerca di esprimere al meglio il significato del soggetto della nostra riflessione “la gloria di Dio è sul volto di Cristo”. Difatti, il termine “forma”del testo ai Filippesi indica il modo con cui un essere è e si manifesta; il suo manifestarsi riflette esternamente il suo essere interiore. Ed è anche il senso forte del termine “immagine” [Cristo è Immagine visibile di Dio invisibile]. Per sé, quindi, Cristo avrebbe dovuto riflettere sempre esteriormente sul suo volto la gloria di Dio. Invece, ordinariamente Cristo appariva a chi lo vedeva come un semplice “uomo”, nessuno ha potuto sospettare che dietro all’essere umano ci fosse anche il vero Dio, perché divenne tutto simile agli uomini, eccetto il peccato (Eb 4,15). E questo costituisce il significato di “abbassamento” o “umiliazione”, che lo faceva apparire nella “condizione o forma di schiavo”, cioè in un modo in cui l’esteriore non manifestava l’interiore di Cristo, perché non ancora era giunta la sua “ora”. Quindi, c’è un atto di volontà e di scelta, da parte di Cristo, che una volta solo ha voluto parteciparla ad alcuni dei discepoli sul monte Tabor, con il fenomeno della Trasfigurazione, in cui la sua umanità divenne veramente in senso forte “forma” [morphè], da fare esclamare a Pietro “E’ stupendo stare qui”! Ed è proprio questo lembo d’irradiamento della gloria di Cristo, che Paolo contemplò sulla via di Damasco, il giorno della sua chiamata, quando “lo avvolse una luce dal cielo” (At 9,3), che lo rese cieco, fino al momento di ricevere in dono la fede. Appena giunse l’ora di Cristo, quella della Croce, accettata in perfetta obbedienza per la glorificazione del Padre e per l’amore degli uomini, avviene il trionfo dell’esaltazione “attirerò tutti a me”. E’ l’ora della Risurrezione e dell’Ascensione, i due aspetti o momenti della Glorificazione definitiva dell’umanità di Cristo, al cospetto del Padre. Paolo: “Dio l’ha esaltato e gli ha dato il nome che è al di sopra di ogni altro nome; perché nel nome di Gesù ogni ginocchio si pieghi nei cieli, sulla terra e sotto terra; e ogni lingua proclami che Gesù Cristo è il Signore, a gloria di Dio Padre”(Fil 2,9-11). Così Cristo è proclamato e riconosciuto nell’ordine celeste, nell’ordine terrestre e nell’ordine degli ìnferi come Re dell’Universo assoluto, come viene affermato teologicamente dal Beato Giovanni Duns Scoto con il Primato ontologico di Cristo. Dal contesto di 2Cor 4,3-6, si evince che la “gloria di Dio” meritata da Cristo viene partecipata agli uomini unicamente mediante la fede in Cristo stesso, credere cioè che Cristo è veramente vero Dio e vero Uomo, in tutta la sua triplice portata di unico Mediatore, di unico Redentore e di unico Glorificatore. Così Paolo: “Se confesserai con la bocca che Cristo è il Signore, e crederai con tuo cuore che Dio lo ha risuscitato dai morti, sarai salvo. Con il cuore infatti si crede e con la bocca si fa la professione di fede per avere la salvezza. E’ scritto: ‘Chiunque crede in lui non sarà deluso ’ (Is 28, 16). Poiché non c’è distinzione tra Giudeo e Greco, dato che il Signore è di tutti. E’ scritto: ‘Chiunque invocherà il nome del Signore sarà salvato ’ (Gl 3,5) ”. Ora, come potranno invocarlo senza aver prima creduto in lui? E come potranno credere, senza averne sentito parlare? E come potranno sentirne parlare senza che uno lo annunzi? E come lo annunzieranno, senza essere invitati… La fede dunque dipende dalla predicazione e la predicazione a sua volta si attua per la parola di Cristo” (Rm 10, 9-17). Ancora Paolo: “E noi tutti, a viso scoperto, riflettendo come in uno specchio la gloria del Signore, veniamo trasformati in quella medesima immagine, di gloria in gloria, secondo lo Spirito del Signore” (2Cor 3,18). Testi che esprimono in sintesi il modo come viene partecipata e comunicata agli uomini la gloria di Cristo. Nel primo, la successione degli atti: missione dell’apostolo, annuncio del Vangelo, adesione alla Parola mediante il dono della fede con il battesimo; nell’altro testo, la vita divina viene presentata con il termine di “gloria”. Quasi certamente, qui nel secondo testo, Paolo rivive l’esperienza dell’irradiazione esteriore della gloria di Dio, che segnò la sua chiamata. I due termini – grazia e gloria – non sono perfettamente identici, hanno delle differenze: la gloria dà l’idea della forza invincibile, della pienezza, della luce e dello splendore. Da questo momento della fede, inizia, secondo il Beato Duns Scoto, l’immagine della vita cristiana come una corsa instancabile nello stadio della vita per raggiungere il traguardo della perfezione ed entrare interamente e pienamente nella gloria di Cristo, così da poter esclamare: non sono più io che vivo, ma è Cristo che vive in me. Tutti siamo nello stadio della vita e tutti corriamo per ottenere il premio finale, la glorificazione nel Regno di Dio. Immagine espressa dal Beato anche con quella di raggiungere la Verità con la continua applicazione del suo metodo, di fede e di riflessione in continuo dinamismo. La Verità rende liberi e, quindi, maturi per il premio della gloria Ecco tracciato lo schema dell’avventura umana come ricerca continua di Dio, rivelato dal suo disegno in Cristo Gesù, di cui ogni uomo ne porta immagine e significazione, per identificarsi e partecipare della sua Gloria. Paolo di Tarso e Duns Scoto sono due esempi per gli aspiranti campioni.

SENZA UMILTÀ LA PREGHIERA DEGENERA IN PRESUNZIONE – LECTIO DIVINA PER LA XXX DOMENICA DEL T.O.

http://www.zenit.org/it/articles/senza-umilta-la-preghiera-degenera-in-presunzione

SENZA UMILTÀ LA PREGHIERA DEGENERA IN PRESUNZIONE

LECTIO DIVINA DI MONSIGNOR FRANCESCO FOLLO PER LA XXX DOMENICA DEL TEMPO ORDINARIO

ROMA, 24 OTTOBRE 2013 (ZENIT.ORG) FRANCESCO FOLLO

Monsignor Francesco Follo, osservatore permanente della Santa Sede presso l’UNESCO a Parigi, offre oggi la seguente riflessione sulle letture liturgiche per la XXX.ma domenica del Tempo Ordinario – Anno C.
Come di consueto, il presule propone anche una lettura spirituale.
***
Senza umiltà la preghiera degenera in presunzione

Rito romano
XXX Domenica del Tempo Ordinario – Anno C – 27 ottobre 2013

Sir 35, 15-17.20-22; Sal 33; 2 Tm 4,6-8.16-18; Lc 18, 9-14

Rito ambrosiano
I Domenica dopo la Dedicazione del Duomo di Milano,
At 13,1-5a; Sal 95; Rm 15,15-20; Mt 28,16-20

            1) LA PREGHIERA DEVE ESSERE UMILE.

            La Liturgia della Parola di Domenica scorsa ci ha insegnato che la preghiera per essere vera deve essere pura, fiduciosa, vigilante e costante. Oggi la stessa Liturgia completa l’insegnamento, sottolineando che la preghiera è vera quando è umile.
            Nell’introduzione al commento del Padre Nostro, San Tommaso d’Aquino scrive: “La preghiera deve essere umile perché Dio “si volge alla preghiera dell’umile e non disprezza la sua supplica” (Sal 102,18). Vedi anche la parabola del fariseo e del pubblicano (Lc 18,10 14) e la preghiera di Giuditta: “Tu sei il Dio degli umili, sei il soccorritore dei derelitti” (Gdt 9,11). ?E questa umiltà è osservata nel Padre nostro. Infatti, si ha vera umiltà quando uno non presume assolutamente nelle proprie forze, ma aspetta tutto dalla potenza divina alla quale si rivolge supplichevole”.
            Per pregare in verità occorre l’umiltà che rende contrito il cuore e avvicina Dio all’uomo, come dice il Salmo: “Dio è vicino a chi ha il cuore spezzato, salva gli spiriti affranti, riscatta la vita dei suoi servi; non condanna chi in lui si rifugia » (Sal 33/34, 19 e 23). Questo salmo ci può anche aiutare a capire bene la parabola evangelica del fariseo e del pubblicano (Lc 18,9-11), che ci è proposta in questa Domenica e che ci parla della preghiera umile. Un’umiltà espressa non solo dalle parole usate dal pubblicano ma anche dall’atteggiamento di quest’uomo, che si riconosce peccatore. Quando preghiamo, non conta solamente quello che diciamo al Signore, ma come Glielo diciamo. E’ in gioco “il come” viviamo il nostro rapporto con Dio.
            Di conseguenza, ciò che va corretto o migliorato nella nostra preghiera non sono le parole che diciamo, ma il modo di vivere la nostra relazione con Dio, magari iniziando il nostro momento di raccoglimento dicendo: “Signore, prima di parlare con me, perdonami” (Antequam discutias mecum, Domine, miserere mei -Antifona ambrosiana).
            Esaminiamo ora brevemente i due protagonisti di questo racconto evangelico.
            Iniziamo dal fariseo, che dalla mentalità corrente è considerato il vero praticante. Quest’uomo osserva scrupolosamente le pratiche della sua religione e ha molto spirito di sacrificio. Non si accontenta dello stretto necessario, ma fa di più. Non digiuna soltanto un giorno alla settimana, come prescriveva la legge, ma due.
            Però Cristo dice che costui non è giustificato, non è salvato. Perché? Egli osserva tutte le prescrizioni della legge e non può essere accusato di essere ipocrita, ma commette l’errore di essere sicuro della propria giustizia. Si ritiene in credito presso Dio: non attende la Sua misericordia, non attende la salvezza come un dono gratuito, immeritato, ma piuttosto come una ricompensa dovuta per il dovere compiuto. Dice: «O Dio, ti ringrazio» e Gli fa l’elenco di quanto lui sa fare nella sua vita di praticante, facendo in tal modo presente a Dio la propria giustizia. Ma ha di fatto perduto l’originaria e gratuita dipendenza da Dio che ci è Padre perché ci ama e non perché “deve” ripagarci di quanto abbiamo fatto. Tanto è vero che questo fariseo a parte quel «ti ringrazio» detto all’inizio non prega: non guarda a Dio, non si confronta con Lui, non attende nulla da Lui, né gli chiede nulla. Si concentra su di sé e si confronta con gli altri, giudicandoli duramente. In questo suo atteggiamento non c’è nulla della preghiera. Non chiede nulla, e Dio non gli dà nulla.
            Passiamo ora al secondo personaggio della parabola: un pubblicano che sale al tempio a pregare, e il cui atteggiamento è esattamente l’opposto di quello del fariseo. Si ferma a distanza, si batte il petto e dice: «O Dio, abbi pietà di me peccatore»[1] (Lc 18, 13). Riconoscendosi peccatore dice la verità: è al soldo dei romani invasori e pagani, ed è esoso nell’esigere le tasse. E’ certamente un peccatore, ma è consapevole di esserlo peccatore, si sente bisognoso di cambiamento e, soprattutto, sa di non poter pretendere nulla da Dio. Non ha nulla da vantare, non ha nulla da pretendere. Può solo chiedere. Conta su Dio, non su se stesso. Quest’uomo ha il capo chinato ma il cuore è proteso verso l’Alto, da cui attende la misericordia.
            La conclusione è chiara e semplice: l’unico modo corretto di mettersi di fronte a Dio nella preghiera e, ancor prima, nella vita è quello di sentirsi costantemente bisognosi del Suo perdono e del Suo amore. Le opere buone dobbiamo farle, ma non è il caso di vantarle. Come pure non è il caso di fare confronti con gli altri.

            2) IL PERDONO RICREA
            Dunque, il pubblicano “tornò a casa sua giustificato”. Fu perdonato non perché migliore o più umile del fariseo (Dio non si merita, neppure con l’umiltà), ma perché si aprì – come una porta che si socchiude al sole – a un Dio più grande del suo peccato, a un Dio che non si merita, ma si accoglie, a un Dio che con il perdono ricrea e rende il cuore del pubblicano innocente come quello di un bambino.
            Come Dio ha reso “giusto” il pubblicano peccatore, egli è “propizio” a noi quali peccatori sinceramente pentito, e saremo resi “giusti”, cioè riammessi nella divina amicizia, resi santi, purificati, restituiti alla vita di fede.
            Il fariseo è condannato. Perché? Perché disse “non sono rapace, ingiusto, adultero come il resto degli uomini” – e fin qui la genericità non offende nessuno – ma proseguì “o anche come questo Pubblicano” (Lc 18, 11). Così si mise contro il suo prossimo, lontano e vicino, nell’ingiustizia versi di esso e, quindi, verso Dio, che aveva detto: “Misericordia voglio più che sacrificio” (Os 6,6, ) e lo aveva confermato per bocca del Suo Figlio: “Andate e imparate che significa. Misericordia voglio, più che sacrificio” (Mt 9,13) e insistito: “Se voi aveste compreso che significa: Misericordia voglio più che sacrificio allora non avreste condannato gli innocenti” (Mt 12,7). Il peccato del fariseo formalmente sta nella condanna del fratello, ma soprattutto nella causa di questa condanna: “Chiunque si esalta sarà umiliato, e chi si umilia sarò esaltato (Lc 18, 14). E la stessa frase già usata per gli invitati presuntuosi che volevano occupare i posti migliori al banchetto (cfr. Lc 14, 11).
            Imitiamo Cristo che non esaltò se stesso anzi si “svuotò” la sua Divinità nella più abbietta umiliazione quella della croce. Per questo Dio l’ha esaltato sopra ogni altro nome (cfr. Fil 2.)
            Le Vergini consacrate sono chiamate a vivere in modo speciale quest’umiltà di Cristo nella preghiera e nella vita. Queste donne hanno accolto in modo particolare l’invito del Salvatore: «Imparate da me che sono mite e umile di cuore, e troverete riposo alle anime vostre» (Mt 11, 29). “E se vuoi conoscere il nome di questa virtù, cioè come essa è chiamata dai filosofi, sappi che l’umiltà su cui Dio rivolge il suo sguardo è quella stessa virtù che i filosofi chiamano atyphía oppure metriótês. Noi possiamo peraltro definirla con una perifrasi: l’umiltà è lo stato di un uomo che non si gonfia, ma si abbassa. Chi infatti si gonfia, cade, come dice l’Apostolo, «nella condotta del diavolo» – il quale appunto ha cominciato col gonfiarsi di superbia -; l’Apostolo dice: «Per non incappare, gonfiato d’orgoglio, nella condanna del diavolo» (I Tm 3, 6).«Ha guardato l’umiltà della sua ancella»: Dio mi ha guardato dice Maria – perché sono umile e perché ricerco la virtù della mitezza e del nascondimento”. (Origene, Omelie sul Vangelo di Luca, VIII, 5-6). Questa umiltà le rende spiritualmente feconde. Esse vivono il modo particolare lo spirito della Vergine Maria e “se secondo la carne, una sola fu la madre di Cristo, secondo la fede tutte le anime generano Cristo: ognuna infatti accogli in sé il Verbo di Dio” (Sant’Ambrogio di Milano, Esposizione del Vangelo secondo Luca, 2, 26-27). Nella preghiera di invio il Vescovo prega su di loro: “Gesù nostro Signore, fedele sposo di quelle che a Lui sono consacrate, vi doni, con la sua Parola, una vita felice e feconda” (Rituale di Consacrazione delle Vergini, n. 77). In tal modo, invita loro, e con il loro esempio invita ciascuno di noi, a fare in modo che nel nostro cuore, nella nostra vita il Signore trovi la sua dimora. Ma non solo dobbiamo portarlo nel cuore, dobbiamo “generarlo” e portarlo nel nostro tempo e nel mondo intero.
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LETTURA SPIRITUALE
CARD. JOHN-HENRI NEWMAN
UMILTÀ DI SPIRITO E SANTITÀ
Le parole del pubblicano: «O Dio, abbi pietà di me che sono peccatore » (Lc, 18, 13) ci danno quella che potremmo chiamare la nota caratteristica della religione cristiana, la nota che la distingue dalle altre forme di culto e scuole religiose diffuse sulla terra nell’antichità e in epoche più recenti. Si tratta di una confessione del peccato e di una implorazione di grazia. I concetti di trasgressione e di perdono non furono certo introdotti dal cristianesimo né rimasero ignorati al di fuori della sua influenza. È facile anzi osservare che simboli della colpa e dell’impurità come pure riti di riparazione e di espiazione sono, più o meno, comuni a ogni religione. Ma la particolare caratteristica della nostra fede, e, prima ancora, della fede ebraica, consiste in questo: il riconoscimento del peccato si connette all’idea stessa della più eccelsa santità, e i credenti esemplari, come anche gli eroi della storia della Chiesa, sono ed altro non possono essere che creature redente, peccatori riconquistati alla grazia. Il ricordo eterno di quello che sono stati è caro ai loro cuori ed essi ne portano con sé anche in cielo l’estatica, aperta confessione.
È una confessione che non esce unicamente dalle labbra dei catecumeni o di chi è caduto; non è neppure esclusiva proprietà della gente comune, sempre alle prese con ogni sorta di tentazione nel vasto mondo. Anche i santi, per quanto avanzati siano nelle vie dello spirito, non sollevano mai il capo dalla loro posizione di supplica né mai cessano di battersi il petto nel tentativo di allontanare da sé il peccato, nei giorni dell’esistenza terrena. Gli stessi beati delle schiere celesti, che «hanno imbiancato le loro vesti nel san­gue dell’Agnello (Ap., 7, 14), mai non dimenticano la propria origine; si confessano, tutti e ciascuno, figli di Adamo e della stessa natura dei loro fratelli, pieni di debolezze per quanto grande sia stata la grazia loro concessa e la generosità con cui le hanno corrisposto. Gli altri potranno guardarli con ammirazione, ma essi guardano a Dio; gli altri potranno lodarne i meriti, ma essi continuano a par­lare solo delle proprie infedeltà. I giovani senza macchia come i vecchi pieni di esperienza, colui che meno ha peccato come colui che più sinceramente si è pentito, i freschi volti innocenti come le fronti canute, si uniscono nell’unica supplica: « O Dio, sii propizio a me peccatore! ».
Questa profonda umiltà è l’insegna e il pegno più caratteristico dei servi di Cristo, come il Signore stesso, che disse: «Non sono venuto a chiamare i giusti ma i peccatori » (Mt., 9, 13), lo riconosce e lo conferma concludendo la sua parabola: « Chi si esalta sarà umiliato e chi si umilia sarà esaltato » (Lc, 18, 14).
Siamo, lo si vede, molto lontani dal riconoscimento puramente generale della colpevolezza dell’uomo e del bisogno di espiazione proprio delle antiche religioni, popolari in altri tempi e ancor oggi esistenti nel mondo. Per esse la colpa è un peso che incombe sull’individuo singolo, su determinati paesi, sulla condotta di un popolo, sugli stati o sui loro governanti: i colpevoli sono tenuti ad espiare. In taluni casi l’espiazione ha carattere cultuale, e cioè un rito di chi si avvicina per esempio al sacrificio o viene introdotto ad una funzione sacra, più che un atto veramente personale. Si tratta senza alcun dubbio di antichi avanzi della vera religione, di testimonianze in favore di essa, non prive di utilità in sé e in quello che sottintendono. Ma non si elevano certo al grado di chiarezza e di perfezione pro­prio dell’insegnamento cristiano: «Non vi è alcun giusto, neppure uno » (Rom., 3, 10) – « Tutti hanno peccato e rimangono lontani dalla gloria di Dio (Rom., 3, 23) – « Egli ci salvò non per opere di giustizia fatte da noi ma secondo la sua misericordia » (Tt., 3, 5) – insegna san Paolo. Gli aderenti ad altre religioni e filosofie hanno pensato e pensano che, se numerosi sono i cattivi, ci sono anche dei buoni, sia pure in piccolo numero. Gli spiriti più eletti poi, elaborando i concetti della massa ignorante e illusa, e lasciando addirittura da parte il concetto di colpa, sono assurti ad una concezione dell’uomo fatta di verità e di sapienza, perfetta e immutabile. Le loro descrizioni di personaggi religiosamente perfetti sono spesso ammirevoli e si prestano ad essere interpretate in modo assai istruttivo: hanno però un grave difetto, di non fare cioè alcun accenno al peccato e di non annoverare il pentimento e l’umiliazione tra le qualità dell’uomo virtuoso.
(Estratto dal Sermone: The Religion of the Pharisee, the Religion of Mankind, 1856 SVO, 2, 15-29)
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NOTE

[1] Il testo greco dice: “O Dio, sii propizio a me, peccatore.”: La formula viene anche dai Salmi (50,1; 78,9). Sono parole che escono dal cuore contrito e umiliato. Il pubblicano non sa dire di più, perché davanti alla Presenza santa le parole mancano dolorosamente. Inoltre lui sa che le parole non a nulla servirebbero. Si rimette semplicemente al suo Dio, nella trepida fiducia, sapendo che Lui scruta i cuori e i reni degli uomini, tutto comprende e, se vuole, tutto perdona: tutti riconcilia. 

Publié dans:LA PREGHIERA (SULLA), LECTIO DIVINA |on 25 octobre, 2013 |Pas de commentaires »

PREGATE INCESSANTEMENTE

http://www.opusdei.it/art.php?p=49609

PREGATE INCESSANTEMENTE

Come cristiani comuni, che vogliono seguire da vicino Gesù in tutti i crocevia del mondo, dobbiamo vivere sempre uniti a Dio mediante una continua preghiera.

(OPUS DEI)

03 agosto 2012

San Luca è l’evangelista che sottolinea maggiormente il significato della preghiera nel ministero di Cristo[1]. Soltanto lui ci ha trasmesso tre parabole di Gesù sulla preghiera.
La seconda è questa: C’era in una città un giudice che non temeva Dio e non aveva riguardo per nessuno. In quella città c’era anche una vedova, che andava da lui e gli diceva: “Fammi giustizia contro il mio avversario”. Per un certo tempo egli non volle. Ma poi disse tra sé: “Anche se non temo Dio e non ho rispetto di nessuno, poiché questa vedova è così molesta le farò giustizia, perché non venga continuamente a importunarmi”. E il Signore soggiunse: “Avete udito ciò che dice il giudice disonesto. E Dio non farà giustizia ai suoi eletti che gridano giorno e notte verso di lui, e li farà a lungo aspettare?”[2].
Opus Dei – Nel presentare la parabola, san Luca scrive: Disse loro una parabola sulla necessità di pregare sempre, senza stancarsi[3]. E poco dopo riferisce altre parole di Gesù sulla necessità della vigilanza: “Vegliate e pregate in ogni momento, perché abbiate la forza di sfuggire a tutto ciò che deve accadere, e di comparire davanti al Figlio dell’Uomo”[4].
Come si può osservare, il terzo evangelista ha fissato la propria attenzione sul fatto che Gesù attribuisce molta importanza alla costanza nella preghiera, perché comanda ai suoi discepoli di perseverarvi: “giorno e notte”, “in ogni momento”. Dal tono che il Signore usa, appare chiaro inoltre che la preghiera continua è qualcosa che Gesù ha ordinato: si tratta di un comando e non semplicemente di un consiglio.
Per seguire da vicino il Signore, è necessario pregare senza interruzione, perché Egli stesso ci dà l’esempio e prega incessantemente Dio, suo Padre. Così racconta san Luca: Gesù si ritirava in luoghi solitari a pregare[5]; e più oltre: Si trovava in un luogo a pregare e quando ebbe finito uno dei discepoli gli disse: “Signore, insegnaci a pregare, come anche Giovanni ha insegnato ai suoi discepoli[6].
Nel terzo Vangelo sono raccontate diverse scene dove notiamo che, prima dei momenti decisivi della sua missione, Gesù prega. Per esempio, prima del Battesimo, prima della Trasfigurazione, prima di scegliere e di chiamare i Dodici, prima di dare compimento con la sua Passione al disegno d’amore del Padre[7].
Per seguire da vicino il Signore, è necessario pregare senza interruzione, perché Egli stesso ci dà l’esempio e prega incessantemente Dio, suo Padre.A proposito della preghiera del Signore, san Josemaría commenta: Quanto amore suscitò nei primi discepoli la figura di Cristo in orazione! Dopo aver contemplato la preghiera assidua del Maestro, gli domandano: Domine, doce nos orare, Signore insegnaci a pregare come tu fai[8].
Negli Atti degli Apostoli san Luca descrive, con tre pennellate, la maniera di pregare dei primi fedeli: Tutti questi erano assidui e concordi nella preghiera, insieme con alcune donne e con Maria, la madre di Gesù[9]. Poco dopo aggiunge: Erano assidui nell’ascoltare l’insegnamento degli apostoli e nell’unione fraterna, nella frazione del pane e nelle preghiere[10]. Quando poi Pietro viene catturato per aver predicato audacemente la verità, una preghiera saliva incessantemente a Dio dalla Chiesa per lui[11].
Dopo san Luca, è san Paolo che più degli altri si fa eco del precetto di Gesù sulla preghiera continua, perché spesso esorta i fedeli a metterlo in pratica; per esempio, a quelli di Tessalonica: pregate incessantemente[12]; e a quelli di Efeso: pregate incessantemente con ogni sorta di preghiere e di suppliche nello Spirito[13]. San Paolo ce ne dà poi un esempio quando dice che prega continuamente per i suoi notte e giorno, di continuo[14].
Seguendo gli insegnamenti biblici, anche alcuni Padri della Chiesa e antichi scrittori ecclesiastici esortano i cristiani a condurre una vita di preghiera incessante. Uno di loro, per esempio, scrive: «Sebbene alcuni assegnino alla preghiera determinate ore – per esempio, la terza, la sesta e la nona -, il cristiano perfetto prega durante l’intera sua vita sforzandosi di vivere con Dio per mezzo della preghiera»[15].

Opus Dei –
Una vita di preghiera continua
Come cristiani comuni, che vogliono seguire da vicino Gesù in tutti i crocevia del mondo, dobbiamo vivere sempre uniti a Dio mediante una preghiera continua: Ogni volta che sentiamo nel cuore il desiderio di essere migliori, di corrispondere con più generosità al Signore, e cerchiamo una luce che ci guidi, un riferimento preciso per la nostra esistenza cristiana, lo Spirito Santo porta alla nostra memoria le parole del Vangelo: è necessario pregare sempre, senza stancarsi [...].
Vorrei che oggi, in questa nostra meditazione, ci persuadessimo una volta per sempre della necessità di avviarci a essere anime contemplative, nel bel mezzo della strada e del lavoro, grazie a un colloquio costante con il nostro Dio, che non deve mai venir meno lungo tutta la giornata. Se vogliamo seguire lealmente le orme del Maestro, è questa l’unica via[16].
Ogni cristiano che vuol essere coerente con la propria fede ha voglia di impegnarsi a trasformare la giornata in una continua e intima conversazione con Dio, in modo tale che la preghiera non sia un atto isolato che si compie e poi si abbandona: La mattina il tuo pensiero è per te e la sera s’innalza la mia preghiera come incenso al tuo cospetto. Tutta la giornata può essere tempo di orazione: dalla sera alla mattina, dalla mattina alla sera. E, più ancora, persino il sonno, ci ricorda la Sacra Scrittura, deve essere preghiera[17].
Quest’ultima affermazione è di alcuni Padri della Chiesa; per esempio, san Girolamo scrive: «L’apostolo ci raccomanda di pregare sempre, e per i santi anche il sonno stesso è orazione»[18].
l’amore è ingegnoso: (…) tutti devono prevedere nella giornata alcune norme di sempre, alcune pratiche di pietà che non si svolgono in un momento determinato.La preghiera continua è certamente un dono divino, che Dio non nega a chi corrisponde con generosità alla sua grazia. Alcune pratiche di pietà cristiana manifestano in modo particolare questo dialogo ininterrotto con il Signore, che riempie l’anima.
Tali pratiche sono, nello stesso tempo, una conseguenza dell’amore e un mezzo per aumentarlo. Questo carattere di mezzo fa sì che se un cristiano vuole arrivare a una vita di orazione continua non può adottare un atteggiamento passivo riguardo alla lotta interiore: deve cercare e mettere in pratica alcuni accorgimenti umani, quasi dei promemoria, capaci di ravvivare in qualunque momento il dialogo divino e la presenza di Dio.
Questi promemoria della vita interiore sono personalissimi, perché l’amore è ingegnoso: saranno diversi a seconda delle diverse situazioni di ognuno, ma tutti devono escogitare i mezzi da adottare per pregare continuamente: tutti devono prevedere nella giornata alcune norme di sempre, alcune pratiche di pietà che non si svolgono in un momento determinato.
Per il cristiano è importante «che il suo rapporto con Dio sia presente sul fondo della nostra anima», e perciò «è necessario tenere sempre desta questa relazione e ricondurvi in continuazione gli avvenimenti quotidiani»[19]. E questo lo otteniamo proponendoci, per esempio, di cercare la presenza di Dio abitualmente, o riflettendo sul fatto che siamo figli di Dio, prima di cominciare un lavoro, o ringraziando il Signore per un favore che ci ha fatto, approfittando di questo per ringraziare anche la persona che ce lo ha procurato.
Opus Dei –
Queste norme di sempre sono profondamente intrecciate tra loro, perché in fondo non sono altro che l’«orientamento che segna totalmente la nostra coscienza, la silenziosa presenza di Dio sul fondo del nostro pensare, meditare ed essere»[20]. In tal modo, per esempio, la presenza di Dio aiuta a percepire le cose buone che Egli ci dà e a dimostrargli la nostra gratitudine.
Chi si propone di ringraziare il Signore per i beni che riceve – anche l’esistenza, la fede, la vocazione cristiana – utilizzando alcune circostanze della giornata, finisce per scoprire altre occasioni per lodarlo continuamente. È questa la “preghiera continua”[21].
San Paolo ci ha dato l’esempio di una vita condotta in continuo ringraziamento: Ringrazio continuamente il mio Dio per voi, a motivo della grazia di Dio che vi è stata data in Cristo Gesù[22].
Su questa stessa linea San Josemaría esorta a trasformare l’intera vita del cristiano in un continuo ringraziamento: Com’è possibile renderci conto di ciò, capire che Dio ci ama, e non divenire a nostra volta pazzi d’amore? [...]. La nostra vita si trasforma allora in continua preghiera, si riempie di buon umore e di pace inesauribili, diventa un atto di ringraziamento rinnovato in ogni istante[23].
La Santissima Vergine è sempre rimasta in continua preghiera, perché ha raggiunto la vetta più alta della contemplazione. Come l’avrà guardata Gesù e come Ella avrà ricambiato lo sguardo di suo Figlio! Non dobbiamo meravigliarci che una realtà tanto ineffabile sia passata sotto silenzio o appena accennata: era tra le cose che Maria conservava nel suo cuore[24].

M. Belda

LA PREGHIERA CONTINUA IN SAN FRANCESCO D’ASSISI

http://digilander.iol.it/benparker/Pinnelli/francesco.htm

(il sito è sull’esicasmo)

APPROFONDIMENTI SULLA PREGHIERA DI GESU’

LEONARDO PINNELLI

PREGHIERA DI GESÙ E PREGHIERA DEL CUORE

 CAPITOLO QUARTO – LA PREGHIERA CONTINUA IN SAN FRANCESCO D’ASSISI

4.1 – La figura di San Francesco
 Abbiamo avuto modo di affermare già in precedenza che la preghiera del cuore è uno “stato” spirituale nel quale l’orante è costantemente immerso in Dio e lo contempla in ogni istante. Se questa affermazione, che abbiamo cercato di presentare nei suoi vari addentellati, nei paragrafi precedenti, è vera, significa che la preghiera del cuore non è da considerarsi una specie di “monopolio” di coloro i quali praticano la preghiera di Gesù – sia essa effettuata secondo il metodo di san Giovanni Climaco o secondo lo schema esicasta – ma può essere raggiunta da tutti. Perché il Signore è vicino a quanti lo invocano, a quanti lo cercano con cuore sincero (Sal 145, 18). Il Signore si mostra  a quanti cercano il suo volto, il suo cuore. Se la preghiera continua è dono dello Spirito Santo, perché è lo Spirito di Dio che continuamente geme di fronte al volto del Signore (Gal 4, 6),  significa che l’orante è abitato in profondità dalla Sua presenza, è pneumatoforo (portatore dello Spirito Santo),  è santo.
In questa prospettiva possiamo certamente allargare l’orizzonte ecclesiale e  culturale della preghiera del cuore. A guardare con obiettività la questione ci si può rendere perfettamente conto che non solo nella Chiesa d’Oriente abita questa possibilità di contemplazione della presenza di Dio, ma anche nella chiesa d’Occidente non mancano le testimonianze in merito a questa “universalità” della preghiera del cuore, perché dove c’è la santità c’è la presenza dello Spirito di Dio.
Ci venga permesso un esempio che vogliamo trarre dagli insegnamenti di Doroteo di Gaza, esempio che non ha, per così dire, nulla di scientifico ma che può aiutarci nell’esplicazione di quanto andremo a trattare in questo paragrafo.
 Supponiamo che per terra ci sia un cerchio, cioè una linea tonda tracciata con un compasso dal centro. Centro si chiama propriamente il punto che sta  in mezzo al cerchio. Adesso state attenti a quello che vi dico. Pensate che questo cerchio sia il mondo, il centro del cerchio sia Dio, e le linee che vanno dal cerchio al centro siano le vie,  ossia i modi di vivere degli uomini. In quanto dunque i santi avanzano verso l’interno, desiderano avvicinarsi a Dio e si avvicinano gli uni agli altri, e quanto più si avvicinano a Dio, tanto più si avvicinano l’un l’altro, e quanto più si avvicinano l’un l’altro, tanto più si avvicinano a Dio. Similmente immaginate anche la separazione. Quando infatti si allontanano da Dio e si rivolgono verso l’esterno, è chiaro che quanto più escono e si dilungano da Dio, tanto più si dilungano gli uni dagli altri, e tanto più si dilungano anche da Dio. Ecco, questa è la natura dell’amore. Quanto più siamo fuori e non amiamo Dio, altrettanto siamo distanti dal prossimo; se invece amiamo Dio, quanto più ci avviciniamo a Dio per mezzo dell’amore per lui, altrettanto ci uniamo all’amore del prossimo, e quanto siamo uniti al prossimo, tanto siamo uniti a Dio[1].
 In questo insegnamento Doroteo di Gaza vuole affermare che la vicinanza tra gli uomini, la fraternità è possibile se si è vicini a Dio; al contrario la fraternità è il criterio per poter capire quanto siamo vicini a Dio e quanto è vera l’esperienza che noi facciamo di Lui. In un senso più ampio, che è quello che vogliamo sottolineare in questo paragrafo, la santità è un’esperienza comune agli uomini che cercano Dio: più si è vicini a Dio più l’esperienza di Santità,  intesa nella maniera appena descritta,  diventa comune.
In questo contesto è vero quanto studiosi come p. Yannis Spiteris[2] e p. Tomáš Špidlík[3] hanno detto in merito a san Francesco o a sant’Ignazio di Loyola i quali, a loro parere, avrebbero avuto il dono della preghiera pura.
In questo paragrafo ci soffermeremo  in maniera particolare sulla figura di san Francesco.
  4.2 – San Francesco: santo ecumenico
 Che San Francesco sia stato un uomo particolarmente carismatico e che la sua santità sembra coniugarsi bene con la spiritualità orientale[4], questo appare in maniera evidente dai suoi scritti, dalle regole che egli ha redatto e dalle varie biografie.
Padre Spiteris nel suo libro “Francesco e l’Oriente cristiano, un confronto” sottolinea molto bene questa concordanza tra l’esperienza francescana e la santità orientale. In uno dei capitolo del suo libro egli affronta il tema della preghiera sottolineando come l’esperienza di preghiera di San Francesco sia un’esperienza di preghiera pura, di preghiera del cuore.
In questo contesto di confronto irenico tra la figura di San Francesco e la santità orientale ci sembra importante sottolineare alcuni dei punti di contatto tra questi due mondi, quelli che a nostro parere sembrano essere più significativi.

4.2.1 – San Francesco: un “Pazzo per Cristo”
 Nella tradizione delle Chiese d’Oriente esiste una tipologia agiografica che non è contemplata nella Chiesa d’Occidente e che è propriamente chiamata “pazzia per Cristo”.
             I pazzi per Cristo sono chiamati in greco saloi e in russo yurodivij.[5] A fondamento di questa categoria di santi c’è un versetto della prima lettera ai Corinzi di san Paolo (1Cor 4,10): «Noi stolti a causa di Cristo».  I pazzi in Cristo hanno rigettato la saggezza umana per acquisire solamente la saggezza spirituale [6]; essi appaiono dapprima nell’ambiente monastico dell’Egitto e della Siria, e solo successivamente – nel XVI sec. – arrivano in Russia.
            Uno degli aspetti peculiari della pazzia per Cristo è il desiderio di identificazione con il Cristo povero e crocifisso e l’atteggiamento di denuncia che essi hanno nei confronti del malcostume degli uomini o dei monaci. Tra i pazzi per Cristo ricordiamo una figura esemplare come quella di  san Nicola Pellegrino detto Kyrie eleison, del quale riportiamo alcuni tratti biografici:
 Nicola nasce nel 1075 circa in un villaggio nei pressi del Monastero di San Luca di Stirion da poveri agricoltori; non riceve alcuna istruzione e, all’età di otto anni circa, è mandato a pascolare le pecore. Illuminato tuttavia dalle increate Energie, un giorno, all’improvviso, comincia a gridare: Kyrie eleison!
La madre ricorre a minacce e botte, nell’intento di far rinsavire il figlio; quando si rende conto di non riuscire a distoglierlo da quella pratica, lo caccia di casa. I monaci chiudono Nicola in una torre, e fermano la porta con un macigno: verso la mezzanotte, ecco un tuono, il macigno rotola e il ragazzo può uscire liberamente e si reca in chiesa, esclamando come al solito Kyrie eleison.
A Oraco e continua a intagliare croci di legno di cedro. E’ così occupato quando gli viene incontro, a cavallo, il monaco Massimo, economo del monastero di Stirio, uomo violento e severo, il santo lo saluta con umiltà e gli dice: – Perché maltratti i lavoratori a te soggetti e li opprimi e affliggi ingiustamente? [7].
 Sotto questo aspetto la figura sembra essere molto affine alla figura di molti pazzi per Cristo. Ricordiamo che san Francesco dice di sé: «Il Signore mi ha rivelato essere suo volere che io fossi pazzo nel mondo: questa è la scienza alla quale Dio vuole che ci dedichiamo»[8]. Nella sua “confessione” poi egli dice di essere un “ignorante e illetterato”[9].
Un altro aspetto che accomuna san Francesco all’esperienza dei saloi è rappresentato dagli episodi della sua vita nei quali egli rimane nudo: all’indomani della sua conversione san Francesco decide di vivere la radicalità evangelica, lascia tutto e si spoglia di fronte al vescovo.[10] Altri episodi sono narrati nelle Fonti Francescane e culminano nell’episodio della sua morte quando vuole essere deposto «nudo sulla terra nuda »:
 Quando sentì vicini gli ultimi giorni, nei quali alla luce effimera sarebbe succeduta la luce eterna, mostrò con l’esempio delle sue virtù che non aveva niente in comune con il mondo. Sfinito da quella malattia così grave, che mise termine ad ogni sua sofferenza, si fece deporre nudo sulla terra nuda, per essere preparato in quell’ora estrema, in cui il nemico avrebbe potuto ancora sfogare la sua ira, a lottare nudo con un avversario nudo[11].

  4.2.2 – San Francesco contempla la bellezza del creato: theôria physikê
 Un altro aspetto che accomuna San Francesco alla santità dell’Oriente cristiano è la contemplazione del Creato, quella che i Padri chiamano theôria physikê[12]. Afferma padre Špidlìk :
     La conoscenza di Dio attraverso le opere è proclamata da tutti i Padri. Così ogni uomo è capace di pervenire alla conoscenza di Dio attraverso la creazione. L’universo visibile diventa quindi un libro aperto per gli amici di Dio, una scuola per le anime. Dio vide che ciò era buono (Gen 1,9), perché contemplava i logoi[13] delle cose che sono già pronti per la messa (Gv 4,35)[14].
 La contemplazione della Creazione è una “scala” che ci conduce a Dio, è uno strumento – il più immediato che l’uomo conosca – per poter intravedere la Sua presenza nel mondo. Il Creato ha la capacità di far scorgere all’uomo un lembo del Paradiso, alimenta in lui il desiderio di incontrare il volto dell’Altissimo, suscita in lui un fervente “ricordo di Dio”[15]: Il prof. Panaghiotis Yfantis descrive bene questa dinamica applicandola all’esperienza di San Francesco:
 I Santi considerano la creazione con discrezione: non la divinizzano, né la disprezzano. La rispettano perché in essa vedono un mezzo anagogico, capace di condurre alla visione di Dio. Negli occhi spirituali[16] di Francesco, tutte le creature formano una “scala” verso  il Creatore. Nelle sue biografie leggiamo che amava molto l’allodola, perché questo uccello gli sembrava portare la cuffia monacale ed era umile, e il suo volto simboleggia i frati buoni che isolati dal mondo lodano Dio[…][17] Questo metodo esemplaristico ha il suo corrispettivo nel tentativo continuo dei santi orientali di avere sempre la mente orientata a Dio[18].
 Questa capacità di San Francesco di cogliere la presenza di Dio in ogni cosa, non in modo panteistico, emerge in maniera chiara dalla comprensione che egli stesso ha delle creature. Il santo chiama ognuna “fratello” e  “sorella”.[19] Questo aspetto specifico della spiritualità francescana è risultato essere, nel corso dei secoli, anche il più malinteso tanto che San Francesco, a titolo di esempio,  è diventato il “santo dell’ecologia”[20].
Ma la comprensione che il santo aveva della creazione è ben lungi dall’essere “animalista” od “ecologista”: egli proclamava, semplicemente, la bontà del creato come opera delle mani di Dio. Il mondo è una “teofania” di Dio, un “sacramento” della Sua presenza come tutta la tradizione patristica ha sempre sottolineato[21]. È mirabile questo “sentire” di san Francesco ed egli lo esprime in maniera geniale nel suo Cantico di frate Sole, nel quale sembra farsi presente l’invito di san Paolo:  «State sempre lieti, pregate incessantemente, in ogni cosa rendete grazie» (1 Ts 5, 16-17):
Altissimu, onnipotente, bon Signore,
Tue so’ le laude, la gloria e l’honore et onne benedictione.
Ad Te solo, Altissimo, se konfano,
et nullu homo ène dignu Te mentovare.

Laudato sie, mi’ Signore, cum tucte le Tue creature,
spetialmente messor lo frate Sole,
lo quale è iorno et allumini noi per lui.
Et ellu è bellu e radiante cum grande splendore:
de Te, Altissimo, porta significatione.

Laudato si’, mi’ Signore, per sora Luna e le stelle:
in celu l’ài formate clarite et pretiose et belle.

Laudato si’, mi’ Signore, per frate Vento
et per aere et nubilo et sereno et onne tempo,
per lo quale a le Tue creature dài sustentamento.

Laudato si’, mi’ Signore, per sor’Acqua,
la quale è multo utile et humile et pretiosa et casta.

Laudato si’, mi’ Signore, per frate Focu,
per lo quale ennallumini la nocte:
ed ello è bello et iocundo et robustoso et forte.

Laudato si’, mi’ Signore, per sora nostra matre Terra,
la quale ne sustenta et governa,
et produce diversi fructi con coloriti fiori et herba.

Laudato si’, mi’ Signore, per quelli ke perdonano per lo Tuo amore
et sostengo infirmitate et tribulatione.
Beati quelli ke ’I sosterrano in pace,
ka da Te, Altissimo, sirano incoronati.

Laudato si’, mi’ Signore, per sora nostra Morte corporale,
da la quale nullu homo vivente po’ skappare:
guai a quelli ke morrano ne le peccata mortali;
beati quelli ke trovarà ne le Tue sanctissime voluntati,
ka la morte secunda no ’I farrà male.

Laudate e benedicete mi’ Signore et rengratiate
e serviateli cum grande humilitate[22].

 4.2.3 – Lo  Spirito Santo nella vita di san Francesco: la théosis
 Uno degli aspetti che san Francesco sottolinea volentieri è l’”acquisizione dello Spirito Santo”: anche per lui la santità di una persona deriva dall’intima unione con la SS. Trinità che abita nel cuore del servo di Dio. Sarà lo stesso santo a esortare i suoi frati nella Regola non bollata  ad accogliere questa inabitazione della Trinità[23].
È interessante notare che per san Francesco l’obiettivo principale da raggiungere, lo scopo da conseguire nella vita dei “penitenti” è l’acquisizione dello Spirito[24]: per il santo di Assisi non deve abitare nel cuore altra preoccupazione che non sia quella di rendere operante la grazia di Dio nel proprio cuore; questa grazia si “attiva” solo in un cuore puro da ogni passione:
Ammonisco, poi, ed esorto nel Signore Gesù Cristo, che si guardino i frati da ogni superbia, vana gloria, invidia, avarizia, cure e preoccupazioni di questo mondo, dalla detrazione  e dalla mormorazione.
E coloro che non sanno di lettere, non si preoccupino di apprenderle, ma facciano attenzione che ciò che devono desiderare sopra ogni cosa è di avere lo Spirito del Signore e la sua santa operazione, di pregarlo sempre con cuore puro e avere umiltà, pazienza nella persecuzione e nella infermità e di amare quelli che ci perseguitano e ci riprendono e ci calunniano[25].

Un consiglio simile,  in merito all’acquisizione dello Spirito Santo, è riscontrabile anche in un noto santo della Chiesa Ortodossa, san Serafino di Sarov[26], il quale definisce il fine della vita cristiana in vista dell’inabitazione dello Spirito Santo nell’uomo. Questi, per il santo russo, deve praticare il commercio spirituale: l’uomo è chiamato a pregare per ottenere lo Spirito del Signore e attraverso di Lui il maggior numero possibile di grazie. Riportiamo, a tale proposito, un brano dal “Colloquio con Motovilov”:
Il vero fine della vita cristiana consiste quindi nell’acquisizione di questo Spirito di Dio, mentre la preghiera, le veglie, il digiuno, l’elemosina e le altre azioni virtuose fatte in nome di Cristo sono solo dei mezzi per acquistarlo.
- Come “l’acquisizione”? – Chiesi a Padre Serafino. – Non capisco perfettamente.
-  L’acquisizione è la stessa cosa dell’ottenimento. Sai cosa significa acquisire denaro? Per lo Spirito Santo è lo stesso. Per la gente normale il fine della vita consiste nell’acquisizione del denaro, del guadagno. I nobili inoltre desiderano ottenere onori, medaglie ed altre ricompense per servizi resi allo Stato. Anche l’acquisizione dello Spirito Santo è un capitale, ma un capitale eterno, dispensatore di grazie, analogo ai capitali temporali e che si ottiene con gli stessi procedimenti[27].
[…] – Cerca di ottenere le grazie dello Spirito Santo facendo fruttificare in nome di Cristo tutte le virtù possibili, fanne un commercio spirituale, traffica con quelle che danno il maggior numero di benefici[28].
[…] Come nel commercio il fine è quello di ottenere il maggior guadagno possibile, così nella vita cristiana il fine dev’essere non solo quello di pregare e fare il bene, ma anche quello di ottenere il maggior numero di grazie.[29]
  4.3 – San Francesco preghiera vivente: la preghiera del cuore
 In questo paragrafo vogliamo affrontare in maniera specifica il tema della preghiera nell’esperienza di San Francesco il quale a più riprese nei suoi scritti esorta i frati ad avere sempre un cuore disponibile a Dio e tutto rivolto a Lui[30], sempre pronto alla preghiera, come è scritto nel commento al Padre nostro:
 [Tutti] ti amiamo con tutto il cuore, sempre pensando a te; con tutta l’anima, sempre desiderando te; con tutta la mente, orientando a te tutte le nostre intenzioni e in ogni cosa cercando il tuo onore; e con tutte le nostre forze, spendendo tutte le nostre energie e sensibilità dell’anima e del corpo a servizio del tuo amore e non per altro; e affinché possiamo amare i nostri prossimi come noi stessi, trascinando tutti con ogni nostro potere al tuo amore, godendo dei beni altrui come dei nostri e nei mali soffrendo insieme con loro e non recando nessuna offesa a nessuno[31].

E ancora nella Regola non bollata troviamo questa ammonizione di san Francesco;
 E ovunque, noi tutti, in ogni luogo, in ogni ora e in ogni tempo, e ogni giorno e ininterrottamente crediamo veramente e umilmente e teniamo nel cuore e amiamo, onoriamo, adoriamo, serviamo, lodiamo e rendiamo grazie all’altissimo e sommo eterno Dio, Trinità e Unità, Padre e Figlio e Spirito Santo, Creatore di tutte le cose e Salvatore di tutti coloro che credono e sperano in lui che è senza inizio e senza fine[32].
 Questa necessità di essere sempre alla presenza di Dio richiede che il servo di Dio abbia un cuore puro[33], distaccato – come direbbero i Padri – da ogni attaccamento passionale  e preoccupazione. Così è scritto nella Regola non bollata:
 Sempre costruiamo in noi una casa e una dimora permanente a Lui, che è il Signore Dio Onnipotente, Padre e Figlio e Spirito Santo, e che dice:  Vigilate dunque e pregate in ogni tempo, affinché possiate sfuggire tutti i mali che accadranno e stare davanti al Figlio dell’uomo. E quando vi mettete a pregare, dite: Padre nostro che sei nei cieli. E adoriamolo con cuore puro, poiché bisogna sempre pregare senza stancarsi mai; infatti il Padre cerca tali adoratori [34]
 È interessante vedere come in san Francesco la “purità di cuore” non ha solo l’accezione di una sorta di “pulizia morale” ma è l’atteggiamento che rende possibile la contemplazione di Dio; a tal proposito lo stesso santo nell’Ammonizione XXVII ha un’espressione che ricorda da molto vicino il modo in cui gli esicasti intendevano la purezza del cuore:
 Dove è il timore del Signore a custodire la sua casa (il cuore), ivi il nemico non può trovare via d’entrata[35].
 Per San Francesco la purezza di cuore è dunque la libertà da ogni preoccupazione terrena, è saper custodire la casa interiore[36] da ogni attacco del nemico. Nei paragrafi precedenti abbiamo avuto modo di affrontare questo tema  a proposito della custodia del cuore: solo un cuore puro può vedere il Volto dell’Amato, può contemplarLo.
 La visione di Dio, nella preghiera pura degli esicasti, è detta theoria [37],  essa  ha sempre le radici in un cuore limpido[38], che sa disprezzare le cose del mondo:
 Beati i puri di cuore, poiché essi vedranno Dio. Veramente puri di cuore sono coloro che di­sdegnano le cose terrene e cercano le cose celesti, e non cessano mai di adorare e vedere il Signore Dio, vivo e vero, con cuore ed animo puro[39].
 Un cuore e una mente inquinati dalle passioni, da pensieri impuri, dal peccato non possono assolutamente contemplare la luce divina: per poter godere dello splendore di Dio è necessario che l’uomo riacquisti la bellezza originaria, ritornando alla condizione naturale. L’uomo è trasformato dallo Spirito: passa dall’immagine alla somiglianza con il Prototipo che é Cristo[40].
 Solo così i sensi spirituali possono godere della presenza di Dio: l’uomo prova così anche compassione per tutto il creato, per ogni creatura,  come scrive Isacco di Ninive :
 Quando fai il bene, non darti pensiero dello scopo della ricompensa immediata e sarai ricompensato doppiamente da Dio. E se è possibile, [non agire] neppure per la ricompensa futura. Ma sii virtuoso al di sopra di tutto, per amore del servizio di Dio. Il desiderio dell’amore è più intimo del servizio di Dio, e più di quest’ultimo è intimo nei misteri di lui. Più di quanto l’anima sia intima al corpo […]. Cos’è la purezza? È un cuore misericordioso per ogni creatura […]. E che cos’è un cuore misericordioso? È l’incendio del cuore per ogni creatura: per gli uomini, per gli uccelli, per le bestie, per i demoni e per tutto ciò che esiste. Al loro ricordo e alla loro vista, gli occhi [di un tale individuo] versano lacrime, per la violenza della misericordia che stringe il [suo] cuore a motivo della grande compassione. Il cuore si scioglie e non può sopportare di udire o vedere un danno o una piccola sofferenza di qualche creatura. E’ per questo che egli offre preghiere con lacrime in ogni tempo, anche per gli esseri che non sono dotati di ragione, e per i nemici della verità e per coloro che la avversano, perché siano custoditi e rinsaldati; e perfino per i rettili; a motivo della sua grande misericordia, che nel suo cuore sgorga senza misura, a immagine di Dio[41].
 Anche san Francesco aveva il dono della preghiera continua, «la sua disposizione stabile era tale che, dove poteva, pregava. Questa era la sua normale disposizione del cuore»[42], come viene descritto bene da Tommaso da Celano nella sua biografia seconda:
 Quando [invece] pregava nelle selve e in luoghi solitari, riempiva i boschi di gemiti, bagnava la terra di lacrime, si batteva con la mano il petto; e lì, quasi approfittando di un luogo più intimo e riservato, dialogava spesso ad alta voce col suo Signore: rendeva conto al Giudice, supplicava il Padre, parlava all’Amico, scherzava amabilmente con lo Sposo. E in realtà, per offrire a Dio in molteplice olocausto tutte le fibre del suo cuore, considerava sotto diversi aspetti Colui che è sommamente Uno. Spesso senza muovere le labbra, meditava a lungo dentro di sé e, concentrando all’interno le potenze esteriori, si alzava con lo spirito al cielo. In tale modo dirigeva tutta la mente e l’affetto a quell’unica cosa che chiedeva, Dio: non era tanto un uomo che prega, quanto piuttosto egli stesso tutto trasformato in preghiera vivente[43]. 
  È evidente che per san Francesco la preghiera non è tanto un modo di rapportarsi a Dio ma è  un atteggiamento vitale. Come il corpo ha necessità di respirare, così il cuore dell’uomo ha costantemente bisogno di attingere, nella preghiera,  allo Spirito del Signore, per non morire, per non indurirsi.
Tutti gli aspetti della spiritualità francescana che abbiamo finora esposto sono comunicanti tra loro, infatti:
 à un cuore limpido è purificato dalle passioni e disprezza ogni attaccamento mondano;
à il cuore puro è abitato dallo Spirito del Signore che trasforma dal di dentro l’uomo; l’opera del nemico viene dall’esterno del cuore giacchè, attraverso i logismoi,   egli vuole entrare nel giardino interiore. L’azione dello Spirito Santo, al contrario, opera dal di dentro dell’uomo, lo trasforma dall’immagine alla somiglianza con il Prototipo che é Cristo;
à il cuore purificato ha l’occhio profondo e scorge i logoi in tutta la creazione che non è più nemica dell’uomo.
à ogni creatura diventa “fratello” e “sorella”, anche la morte; la creazione eleva la mente e il cuore a Dio;
à un cuore abitato dallo Spirito del Signore geme continuamente di fronte al volto del Signore; esso ha in dono dal Signore la preghiera continua.

NEL DESERTO DELLA NOSTRA PREGHIERA

http://www.donboscoland.it/articoli/articolo.php?id=2178

NEL DESERTO DELLA NOSTRA PREGHIERA

Nel cammino spirituale il desiderio di Dio può farsi invocazione “affamata” e “assetata”: preghiera che si nutre dell’essenziale per perseverare nell’oscurità…
Molti pensano alla domanda come alla forma più bassa del pregare; più in alto c’è il ringraziamento, la lode… Ma se diamo uno sguardo anche superficiale ai Salmi o ad alcuni testi del Nuovo Testamento (a cominciare dalla preghiera del Padre Nostro), con stupore ci si accorge che la preghiera di domanda è quella più attestata e qualificata nella Scrittura.
La preghiera di domanda, di fatto, si fonda sulla coscienza della propria debolezza, della creaturalità, ed è possibile solo a partire dal riconoscimento della propria radicale condizione di bisogno e di povertà.

Questa è la preghiera dell’uomo biblico.
L’uomo oggi fugge la domanda, la elimina dalla sua preghiera, oppure la strumentalizza, probabilmente perché si sente autosufficiente, contento di sé. È la struttura umana a costruire spesso la cultura d’oggi.
Una preghiera si libera dall’ingordigia che anestetizza il desiderio di Dio quando si colloca nel deserto, nel luogo arido in cui il cibo e l’acqua sono sufficienti per sopravvivere. Questa preghiera sa accontentarsi di poco, di quel tanto che Dio gli invia per poter continuare, nell’attesa, la sua ricerca, il suo viaggio spirituale. Potremmo paragonare questa preghiera all’esperienza di Elia al torrente Cherit (cf. 1Re 17,2-6): un’esperienza di solitudine, di inattività, di aridità, di sopravvivenza; ma anche un’esperienza della fedeltà di Dio, della sua provvidenza nel deserto.
Questa preghiera “affamata”, perseverante, nell’assenza di parole, povera, dipende dalla grazia di Dio; si nutre con ciò che viene dato, non è certamente un’abbondanza, però è il sufficiente per perseverare nell’oscurità.

Essa passa attraverso varie esperienze, che ne costituiscono l’itinerario faticoso e duro.
Anzitutto l’esperienza della fame. In questa esperienza primordiale dell’uomo, quando si sente il bisogno urgente ed essenziale di cibo, si percepisce la propria dipendenza da qualcosa al di fuori di sé. Allora ci rendiamo conto che non possediamo la vita in noi stessi. La preghiera che vive in questa situazione si pone di fronte alla domanda essenziale: da che cosa dipende la mia vita? Ecco perché questa esperienza apre la preghiera alla ricerca di ciò che dà senso alla nostra vita: « Mostrami il tuo volto! Il tuo volto, Signore, io cerco!».
Si comprende allora l’antica prassi ecclesiale, liturgica e monastica, di unire la preghiera al digiuno; limitare il proprio bisogno fisico significa dare libertà, nello spazio della preghiera, al nostro desiderio di vita vera.
Nella fame, sgorga l’autentica preghiera di domanda in cui il credente innalza il suo bisogno e lo trasfigura in desiderio, ponendo un’attesa tra il bisogno e il suo esaurimento ed esercitando un discernimento dei bisogni per compiere la volontà di Dio.
Un’altra esperienza che s’incontra in questo cammino è quella della sete.
È l’aridità che rende così desolato il terreno della preghiera, luogo di solitudine, vero deserto vuoto, senza presenze; quasi un luogo inospitale, da fuggire.
La prova, l’aridità può essere terribile, ma è proprio a partire da questa situazione che si impara a domandare l’acqua. Si impara, cioè, a domandare lo Spirito, l’unico che permette di sopravvivere nel deserto della propria preghiera.
Tale esperienza acquista la sua intensità quando l’assenza percepita è Dio stesso. Esperienza lacerante nella vita del credente, e, pur con diverse intensità, imprescindibile da ogni cammino di fede, ha la sua icona tipica nel Cristo crocifisso. In quella parola gridata nel Salmo 21 con la quale Gesù morente invoca una risposta dal Padre, ma il Padre sta in silenzio. «Dio mio, Dio mio perché mi hai abbandonato?»; Gesù muore con un perché rivolto al Dio della vita, e in questo perché sono racchiusi i silenzi e le parole di ogni uomo che si sente abbandonato da Dio.
Ma sulle labbra di Gesù questa preghiera, paradossalmente senza un interlocutore apparente, diventa una testimonianza di fedeltà.

Adalberto Piovano
da La qualità della preghiera cristiana, Ediz. Glossa,
Milano 2002.

Publié dans:LA PREGHIERA (SULLA) |on 6 août, 2013 |Pas de commentaires »

PREGHIERE DEL CRISTIANO ORTODOSSO

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ORTODOSSIA ITALIANA

PREGHIERE DEL CRISTIANO ORTODOSSO

PREGHIERA INIZIALE
Benedetto il nostro Dio, in ogni tempo, ora e sempre, e nei secoli dei secoli. Amen.
Gloria alla Santa, Consustanziale, Vivificante ed Indivisa Trinità, in ogni tempo, ora e sempre, e nei secoli dei secoli. Amen.
Re Celeste, Consolatore, Spirito di Verità, che sei presente in ogni luogo ed ogni cosa riempi, tesoro di beni che doni la vita, vieni ed abita in noi e purificaci da ogni macchia e salva, o Buono, le anime nostre.
Santo Dio, Santo Forte, Santo Immortale, abbi pietà di noi.
Santo Dio, Santo Forte, Santo Immortale, abbi pietà di noi.
Santo Dio, Santo Forte, Santo Immortale, abbi pietà di noi.
Gloria al Padre, e al Figlio e allo Spirito Santo, ora e sempre, e nei secoli dei secoli. Amen.
Santissima Trinità, abbi pietà di noi; Signore, purifica i nostri peccati; Sovrano, perdona le nostre colpe; Santo, visita e guarisci le nostre infermità, per il tuo nome.
Signore, abbi pietà; Signore, abbi pietà; Signore, abbi pietà.
Gloria al Padre, ed al Figlio e allo Spirito Santo, ora e sempre, e nei secoli dei secoli. Amen.
Padre nostro che sei nei cieli, sia santificato il tuo nome, venga il tuo regno, sia fatta la tua volontà, come in cielo così in terra. Dacci oggi il nostro pane soprasostanziale e rimetti a noi i nostri debiti, come noi li rimettiamo ai nostri debitori e non permettere che siamo indotti in tentazione; ma liberaci dal maligno.
Poiché tuo è il regno, la potenza e la gloria, Padre, Figlio e Spirito Santo, ora e sempre, nei secoli dei secoli. Amen.

GRANDE DOSSOLOGIA
Gloria a Dio nelle altezze e pace sulla terra tra gli uomini di buona volontà. Noi ti lodiamo, ti benediciamo, ti adoriamo, ti rendiamo grazie per la tua gloria immensa! Signore, Re celeste, Dio Padre onnipotente, Signore, Figlio unigenito Gesù Cristo e Spirito Santo!
Signore Dio, Agnello di Dio, Figlio del Padre, tu che togli i peccati del mondo abbi pietà di noi, tu che togli i peccati del mondo accogli la nostra preghiera, tu che siedi alla destra del Padre, abbi pietà di noi, perché tu solo sei il Santo, tu solo il Signore, Gesù Cristo nella gloria di Dio Padre. Amen.
Ogni giorno ti benedirò e loderò il tuo Nome nei secoli e per sempre.
In questo giorno degnati, o Signore, di custodirci senza peccato. Benedetto sei tu, Signore Dio dei nostri Padri, degno d’ogni lode e gloria è il tuo Nome nei secoli. Amen.
Venga su di noi, Signore la tua misericordia, perché abbiamo sperato in Te!
Benedetto sei tu, Signore, insegnami le tue volontà ! (3 volte)
Sei stato per noi un rifugio di generazione in generazione, o Signore! Ho detto: “Signore, abbi pietà di me, sana la mia anima, perché ho peccato contro di te!”.
Signore, presso di te ho trovato rifugio, insegnami a fare la tua volontà, perché tu sei il mio Dio.
Presso di te è la fonte della vita, e nella tua luce vedremo la luce: su quanti ti conoscono estendi la tua bontà.

PROFESSIONE DI FEDE
Credo in un solo Dio, Padre onnipotente, Creatore del cielo e della terra, di tutte le cose visibili ed invisibili. Credo in un solo Signore, Gesù Cristo, unigenito Figlio di Dio, nato dal Padre prima di tutti i secoli; Luce da Luce, Dio vero da Dio vero; generato, non creato; della stessa sostanza del Padre; per mezzo di lui tutte le cose sono state create. Per noi uomini e per la nostra salvezza discese dal cielo; e per opera dello Spirito Santo si è incarnato nel seno della Vergine Maria e si è fatto uomo. Fu pure crocifisso per noi sotto Ponzio Pilato, e morì e fu sepolto e il terzo giorno è risuscitato secondo le Scritture . È salito al cielo e siede alla destra del Padre. E di nuovo verrà, nella gloria, per giudicare i vivi e i morti: e il suo regno non avrà fine. Credo nello Spirito Santo, che è Signore e dà la vita, e procede dal Padre e con il Padre e il Figlio è adorato e glorificato: e ha parlato per mezzo dei Profeti. Credo nella Chiesa Una, Santa, Cattolica ed Apostolica. Professo un solo Battesimo per il perdono dei peccati. Aspetto la resurrezione dei morti e la vita del che verrà. Amen.

PREGHIERE DEL MATTINO
Destatici dal sonno, ci prostriamo davanti a Te, o Dio di bontà e ti cantiamo l’inno degli Angeli, o Dio potente: Santo, Santo, Santo sei, o Dio.
Per l’intercessione della Madre tua, abbi pietà di me.
Gloria al Padre, e al Figlio e allo Spirito Santo, ora e sempre, e nei secoli dei secoli. Amen.
O Signore che mi hai svegliato dal sonno, illumina la mia mente e apri le mie labbra ed il mio cuore per cantarti, Trinità Santa: Santo, Santo, Santo sei o Dio.
Per l’intercessione della Madre di Dio, abbi pietà di noi.
Signore, abbi pietà (12 volte)
Destatomi dal sonno ti ringrazio, o Santa Trinità, che nella tua bontà infinita e paziente non ti sei adirata con me indolente e peccatore e non mi hai condannato per i miei peccati, ma come sempre hai avuto compassione di me, scotendomi dalla mia insensibilità per farmi fin dal mattino adorare la tua gloriosa potenza.
Ed ora illumina gli occhi della mia mente affinché mi istruisca alla tua parola, comprenda i tuoi comandamenti ed adempia la tua volontà ed apri la mia bocca affinché ti lodi con tutto il cuore ed inneggi al Santissimo tuo Nome, Padre, Figlio e Spirito Santo, ora e sempre e nei secoli dei secoli. Amen.

PREGHIERA DI SAN MACARIO
Signore, amico degli uomini, a Te ricorro al mio risveglio, cominciando il compito assegnatomi nella tua misericordia: assistimi in ogni tempo ed in ogni cosa; preservami da ogni seduzione mondana, da ogni influenza del demonio; salvami e introducimi nel tuo Regno eterno.
Tu sei infatti il mio Creatore, la fonte ed il dispensatore di ogni bene: in te riposa tutta la mia speranza, ed io ti rendo gloria ora e sempre e nei secoli dei secoli. Amen.
Mio Dio, purifica me, peccatore, che non ho mai fatto il bene davanti a Te; liberami dal male e fa che si compia in me la tua volontà: affinché senza timore di condanna, apra le mie labbra indegne e celebri il tuo Santo Nome: Padre, Figlio e Spirito Santo, ora e sempre, nei secoli dei secoli. Amen.
Abbi pietà di noi, Signore, abbi pietà di noi, privi di ogni giustificazione, noi peccatori ti rivolgiamo, o nostro Sovrano, questa supplica: abbi pietà di noi.
Gloria al Padre, al Figlio e allo Spirito Santo.
Signore, abbi pietà di noi: in te infatti, abbiamo riposto la nostra fiducia; non ti adirare oltremodo con noi, né ricordare i nostri peccati; ma misericordioso come sei, volgi su di noi il tuo sguardo benigno e liberaci dai nostri nemici.
Tu infatti sei il nostro Dio e noi siamo il tuo popolo; tutti siamo opera delle tue mani ed abbiamo invocato il tuo nome.
Ora e sempre e nei secoli dei secoli. Amen.
Schiudi la porta della tua misericordia, o benedetta Madre di Dio; fa’ che sperando in te, non restiamo delusi, ma siamo liberati per mezzo tuo dalle avversità: tu infatti hai pietà del popolo cristiano.

BACIANDO L’ICONA DEL CRISTO
Veneriamo la tua purissima immagine, o Buono, chiedendo perdono delle nostre colpe, o Cristo Dio. Hai voluto infatti liberamente salire con il tuo Corpo sulla Croce per liberare dalla schiavitù del nemico coloro che tu hai plasmato.
Perciò con riconoscenza gridiamo a te: hai riempito di gaudio l’universo, o nostro Salvatore, venuto a salvare il mondo.

BACIANDO L’ICONA DELLA MADRE DI DIO
O Madre di Dio, fonte di misericordia, rendici degni della tua compassione; rivolgi il tuo sguardo benigno sul tuo popolo che ha peccato; mostra come sempre la tua potenza.
Sperando in te, ti gridiamo: “Salve!”, come un tempo fece Gabriele, principe delle schiere angeliche.

BENEDIZIONE DEL TEMPO
Tu che in ogni tempo ed in ogni ora, nel cielo e sulla terra, sei adorato e glorificato, Cristo; Tu che sei infinitamente paziente, molto compassionevole, molto misericordioso, Tu che ami i giusti ed hai pietà dei peccatori, Tu che chiami a salvezza con la promessa dei beni futuri, Tu, o Signore, accogli anche in quest’ora le nostre preghiere e dirigi la nostra vita secondo i tuoi comandamenti. Santifica le nostre anime, purifica i nostri corpi, dirigi i nostri pensieri, rettifica le nostre idee, liberaci da ogni afflizione, male e dolore. Circondaci con i tuoi santi Angeli, affinché protetti e guidati dalle loro falangi, raggiungiamo l’unità della fede e la cognizione della tua inaccessibile gloria, perché Tu sei benedetto nei secoli dei secoli. Amen.

PREGHIERA AL SIGNORE GESÙ CRISTO (COMPOSTA DA SANT’ISSACO IL SIRO)
O Signore Gesù Cristo, nostro Dio, Tu che hai pianto per Lazzaro versando per lui lacrime di tristezza e di misericordia, ricevi le mie lacrime e con la Tua Passione guarisci le mie passioni. Con le Tue ferite, guarisci le mie ferite. Con il Tuo sangue purifica il mio sangue e mescola nel mio corpo il profumo del Tuo corpo datore di vita. Il fiele che i Tuoi nemici Ti hanno fatto bere addolcisca il fiele che mi ha fatto bere il Nemico. Il Tuo Corpo steso sulla Croce, stenda verso di Te la mia mente trascinata in basso dai demoni. La testa che Tu hai chinata sulla Croce, alzi la mia testa schiaffeggiata dai nemici. Le Tue Santissime Mani, inchiodate dagli empi sulla Croce, mi tirino dall’abisso della perdizione , così come Tu stesso hai promesso. Il Tuo volto beffeggiato con schiaffi e sputi, riempia di splendore il mio volto macchiato dalle iniquità. Il Tuo Spirito che mentre eri crocifisso hai affidato al Padre, mi guidi verso di Te con l’aiuto della Tua grazia. Non ho un cuore addolorato per cercarti. Non ho il pentimento e l’umiltà che fanno ritornare i figli alla loro eredità. Non ho lacrime di consolazione, o Signore. La mia mente è stata offuscata da preoccupazioni mondane, e non è in grado di cercarti con sentimenti di dolore.
A causa di tante tentazioni il mio cuore si è raffreddato e non può riscaldarsi con lacrime d’amore verso di Te. Ma Tu, o Signore Gesù Cristo, nostro Dio, Tesoro di beni, dammi pentimento perfetto ed anima addolorata ed infranta per andare con tutto il cuore alla Tua ricerca; poiché senza di Te, diventerò estraneo ad ogni bene. Dammi dunque, o Buono, la Tua grazia!
Il Padre Tuo, dal quale sei nato prima di tutti i secoli, rinnovi in me la Tua immagine. Ti ho abbandonato, Signore; non abbandonarmi! Mi sono allontanato da Te; esci per ricercarmi. Portami al Tuo pascolo spirituale. Numerami tra le pecore del Tuo gregge eletto. Nutrimi insieme con loro alla erba dei Tuoi divini Sacramenti.
Poiché Tu dimori nelle loro anime pure e risplenda in esse la luce delle Tue rivelazioni.
Il Tuo Splendore è la consolazione ed il riposo di quanti hanno faticato per Te in tentazioni e nelle sofferenze. Di questo Splendore rendi degno, me indegno, con la grazia e l’amore per gli uomini del nostro Salvatore Gesù Cristo, nei secoli dei secoli. Amen!

 PREGHIERA ALLA MADRE DI DIO DI PAOLO, MONACO DEL MONASTERO DI EVERGITIS
Incontaminata, incorrotta, purissima, intatta Vergine, sposa di Dio e Sovrana, che con il tuo gloriosissimo concepimento hai unito Dio Verbo agli uomini e ricongiunta la natura decaduta del genere umano a quella celeste; sola speranza dei disperati, sostegno degli abbandonati, protezione sempre pronta di chi ricorre a Te e rifugio di tutti i cristiani, non disdegnare me peccatore, misero, che con cattivi pensieri, parole ed opere ho reso inutile tutto me stesso, e per debolezza di spirito sono andato dietro ai piaceri della vita.
Ma Tu, quale Madre del Dio amante degli uomini, intenerisciti e sii compassionevole per me peccatore, abbandonato al vizio e ricevi la preghiera che ti offro, anche da labbra indegne; prega per me il tuo Figlio e nostro Sovrano, mettendo in opera la tua audacia materna, affinché apra anche a me le pietose viscere della sua bontà, e senza tener conto delle mie innumerevoli colpe, mi converta a penitenza e mi renda fedele esecutore dei suoi comandamenti.
E restami sempre vicina, come misericordiosa e compassionevole e benigna; nella vita presente, come valida protettrice ed aiuto, respingendo le insidie dell’avversario e guidandomi alla salvezza; al momento della mia morte proteggendo la mia anima abbandonata e allontanando da lei le tenebrose apparizioni dei maligni demoni; e nel giorno terribile del giudizio, liberandomi dalla eterna condanna e facendomi erede della gloria ineffabile del tuo Figlio e Dio nostro.
Fa’ che riceva tutto questo, mia Sovrana, Santissima Madre di Dio, grazie al tuo intervento ed alla tua protezione, per la grazia e la bontà del tuo unigenito Figlio, Signore, Dio e Salvatore nostro Gesù Cristo, a cui si addice ogni gloria, onore e adorazione con il tuo eterno Padre ed il santissimo, buono e vivificante Spirito, ora e sempre, nei secoli dei secoli. Amen.+

 PREGHIERA ALLA VERGINE
Santissima Sovrana, o Madre di Dio, per le tue sante e potenti preghiere, allontana da me, tuo umile e miserabile servitore, ogni scoraggiamento, tiepidezza, pigrizia, errore, ed ogni pensiero impuro, cattivo ed empio proveniente dal mio cuore miserabile e dalla mia intelligenza ottenebrata.
Spegni la fiamma delle mie passioni, perché io sono povero e miserabile.
Liberami dai miei numerosi e cattivi ricordi e azioni e preservami da ogni moto cattivo.
Poiché Tu sei benedetta da tutte le genti e il tuo nome venerando è glorificato nei secoli dei secoli. Amen.

 PREGHIERA ALL’ANGELO CUSTODE
Angelo santo, preposto alla custodia della mia anima miserabile e della mia vita di passioni, non abbandonare me peccatore e non allontanarti da me a causa della mia intemperanza, non lasciare posto al maligno che cerca di impadronirsi di me con la seduzione di questo corpo mortale. Fortifica il mio debole braccio e conducimi nella via della salvezza. Sii, o Santo Angelo di Dio, custode dell’anima mia e del mio corpo miserabili, perdonami tutto quello con cui ti ho offeso tutti i giorni della mia vita; se ho peccato nel giorno trascorso, proteggimi in questa notte, e preservami contro ogni tentazione nemica, in modo che non attiri la collera del mio Dio peccando; prega per me il Signore, affinché mi mantenga nel suo santo timore e faccia di me un servitore degno della sua misericordia.
A Te, o Madre di Dio, invincibile stratega, noi tuoi servi innalziamo l’inno della vittoria e della riconoscenza per essere stati salvati da terribili sciagure. Tu dunque, nella tua insuperabile potenza, liberaci da ogni male, affinché ti esclamiamo: Salve, o Sposa sempre Vergine.

PER LA CHIESA
Ricordati Signore, in primo luogo della tua Chiesa Una, Santa, Cattolica, Apostolica che è tua perché Tu l’hai creata col Tuo sangue prezioso e la guidi mediante il tuo Santo Spirito, confermala, rafforzala, estendila, moltiplicala, pacificala e salvala nei secoli contro le porte dell’inferno; sciogli i dissensi tra le chiese, soffoca gli errori dei pagani, distruggi e sradica rapidamente le eresie che si manifestano e converti ciascuno di noi per la potenza del tuo Santo Spirito.

PER I VESCOVI ED I SACERDOTI
Salva, o Signore, ed abbi pietà di tutti i Vescovi, del nostro Vescovo N., dei Sacerdoti, dei Diaconi, dei Monaci e di tutto il Clero che Tu hai stabilito per pascere il gregge con la tua Parola di Verità.
Dona a tutti l’umiltà, lo spirito di sacrificio e la coscienza della loro missione al servizio al tuo popolo del quale Tu sei l’unico e sommo Pastore. Abbi pietà di loro e salvali.

PER I GENITORI E I PARENTI
Salva, o Signore, ed abbi pietà dei miei genitori N. e N., dei miei fratelli e sorelle N., dei miei parenti secondo la carne, di tutti i congiunti della mia famiglia e degli amici: concedi loro la fede, la salute, la pace, il lavoro e i tuoi doni.

PER I GOVERNANTI
Ricordati, Signore, di coloro che ci governano, fa intendere al loro cuore i buoni consigli riguardo alla tua Santa Chiesa e a tutto il tuo popolo, preservali dal male e dalla corruzione, affinché anche noi, nella pace da loro procurataci, viviamo una vita tranquilla e pacifica, in tutta pietà e santità.

PER TUTTI
Salva, o Signore, ed abbi pietà degli anziani, dei giovani, dei poveri, degli orfani e delle vedove, dei disadattati, dei sofferenti, dei malati, di coloro che sono nel dolore, nelle difficoltà, nelle afflizioni, di coloro che sono rinchiusi nelle prigioni e nei luoghi di detenzione, ed innanzitutto di coloro che sono perseguitati per il tuo nome e per la fede. Ricordati di tutti loro, visitali, fortificali, dona loro presto, per la tua gloria, libertà e liberazione.

Publié dans:CHIESA ORTODOSSA, LA PREGHIERA (SULLA) |on 14 février, 2013 |Pas de commentaires »

JEAN-MARIE LUSTIGER: E’ POSSIBILE PREGARE O MEDITARE SCANDENDO I TEMPI DELLA GIORNATA?

http://www.qumran2.net/ritagli/index.php?parole=santi%20preghiere&p=barra_sx

3. E’ POSSIBILE PREGARE O MEDITARE SCANDENDO I TEMPI DELLA GIORNATA?

JEAN-MARIE LUSTIGER, AVVENIRE DEL 30/11/2008

Ecco i consigli dell’arcivescovo di Parigi: «Obbligatevi a spezzare il ritmo frenetico delle nostre metropoli. Fatelo sui mezzi pubblici e nelle pause del lavoro». Uno scritto inedito del cardinale Francese morto un anno fa.

Come pregare durante il giorno? La tradizione della Chiesa raccomanda di pregare sette volte al giorno. Perché? Una prima ragione è che il popolo d’Israele offriva il proprio tempo a Dio in sette preghiere quotidiane, in momenti fissi, nel Tempio o almeno voltati verso di esso: «Sette volte al giorno io ti lodo» ci rammenta il salmista (Salmo 118,164). Una seconda ragione è che il Cristo stesso ha pregato così, fedele alla fede del popolo di Dio. La terza ragione è che i discepoli di Gesù hanno pregato così: gli apostoli (vedi Atti 3,1: Pietro e Giovanni) e i primi cristiani di Gerusalemme «assidui nelle preghiere» (vedi Atti 2,42; 10,3-4: Cornelio nella sua visione); poi le comunità cristiane e, più tardi, le comunità monastiche. E così anche i religiosi e le religiose, i preti, sono stati chiamati a recitare o a cantare in sette riprese le «ore» dell’«ufficio» (che significa «dovere», «incarico», «missione» di preghiera), facendo una pausa per cantare i salmi, meditare la Scrittura, intercedere per i bisogni degli uomini e rendere gloria a Dio. La Chiesa invita ogni cristiano a scandire la propria giornata con una preghiera ripetuta, deliberata, voluta per amore, fede, speranza.
Prima di sapere se è bene pregare due, tre, quattro, cinque, sei, sette volte al giorno, un consiglio pratico: associate i momenti di preghiera a gesti fissi, a punti di passaggio obbligati che scandiscono le vostre giornate.
Per esempio: per coloro che lavorano e in genere hanno orari stabili, esiste pure un momento in cui lasciate il vostro domicilio e vi recate al lavoro… a piedi o in auto, in metropolitana o in autobus. A un orario preciso. E ciò vi prende un determinato tempo, sia all’andata sia al ritorno. Perché quindi non associare dei tempi di preghiera a quelli di spostamento?
Secondo esempio: siete madre di famiglia e rimanete a casa, ma avete dei figli da portare e riprendere a scuola in momenti precisi della giornata. Un altro obbligo che segna una pausa: i pasti, anche se a causa di forza maggiore o cattiva abitudine mangiate solo un panino o pranzate in piedi. Perché non trasformare queste interruzioni nella giornata in punti di riferimento per una breve preghiera?
Sì, andate a cercare nella vostra giornata questi momenti più o meno regolari di interruzione delle occupazioni, di cambiamento nel ritmo di vostra vita: inizio e fine del lavoro, pasti, tempi di viaggio ecc.
Associate a questi momenti la decisione di pregare, anche solo per un breve istante, il tempo di fare l’occhiolino a Dio. Datevi l’obbligo rigoroso, qualunque cosa accada, di consacrare quindi anche solo trenta secondi o un minuto a dare un nuovo orientamento alle vostre diverse occupazioni sotto lo sguardo di Dio.
La preghiera così, pervaderà quanto vi sarà dato vivere.
Quando andate al lavoro forse intanto rimuginate sui colleghi che ritroverete, sulle difficoltà da affrontare in un ufficio in cui lavorate in due o in tre; le personalità cozzano maggiormente quando la vicinanza è troppo stretta e quotidiana. Chiedete a Dio in anticipo: «Signore, fa’ che io viva questo rapporto quotidiano nella vera carità. Permettimi di scoprire le esigenze dell’amore fraterno nella luce della Passione di Cristo che mi renderà sopportabile lo sforzo richiesto».
Se lavorate in un grande centro commerciale, forse rimuginerete sulle centinaia di volti che vi scorreranno davanti senza che abbiate il tempo di guardarli. Chiedete a Dio in anticipo: «Signore, ti prego per tutte quelle persone che passeranno davanti a me e alle quali cercherò di sorridere.
Anche se non ne ho la forza quando mi insultano e mi trattano come fossi una macchina calcolatrice».
Insomma, approfittate al meglio, durante la vostra giornata, di questi punti di passaggio obbligati, dei momenti in cui disponete di un po’ di margine e vi lasciano, se siete vigili, un piccolo spazio di libertà interiore per riprendere fiato in Dio.
Si può pregare nella metropolitana o sui mezzi pubblici? Io l’ho fatto. Ho utilizzato diversi metodi secondo i momenti della mia vita o le circostanze. Ci fu un tempo in cui mi ero abituato a mettere i tappi nelle orecchie per isolarmi e poter avere un minimo di silenzio, tanto ero esasperato dal rumore. Pregavo così, senza per questo tagliar fuori le persone che mi erano attorno visto che potevo ancora essere presente a essi con lo sguardo, senza però scrutarli, senza fissarli, senza essere indiscreto nel modo di guardarli. Il silenzio fisico dell’orecchio mi permetteva di essere ancora più libero nell’accoglienza. In altri periodi, invece, ho vissuto un’esperienza esattamente contraria. Ognuno di noi fa come può, ma in nessun caso dobbiamo ritenere che sia impossibile pregare.
Ecco un altro suggerimento. Scommetto che lungo il vostro tragitto, dalla stazione della metropolitana o dalla fermata dell’autobus fino a casa o al posto di lavoro, potete incontrare, nel raggio di trecento o cinquecento metri, una chiesa o una cappella (una piccola deviazione vi consentirebbe di camminare un po’). A Parigi si può fare. In quella tal chiesa potete pregare in tranquillità o, al contrario, essere continuamente disturbati; può essere adatta o meno alla vostra sensibilità: questo è un altro discorso. Ma c’è una chiesa con il Santissimo Sacramento. Perciò, camminate per qualche centinaio di metri in più; vi ci vorranno dieci minuti, e un po’ d’esercizio non farà male alla vostra linea… Entrate in chiesa e andate fino al Santissimo Sacramento. Inginocchiatevi e pregate. Se non potete di più, fatelo per dieci secondi. Ringraziate Dio Padre per il mistero dell’Eucaristia nel quale siete inclusi, per la presenza del Cristo nella sua Chiesa. Lasciatevi andare all’adorazione con il Cristo, nel Cristo, tramite la forza dello Spirito. Rendete grazie a Dio. Rialzatevi.
Fatevi un bel segno della croce e ripartite.

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