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LA PREGHIERA IN PAOLO DI TARSO E IN DUNS SCOTO

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LA PREGHIERA IN PAOLO DI TARSO E IN DUNS SCOTO

Lauriola Giovanni ofm

La scia delle celebrazioni paoline e scotiane ci invitano ancora a riflettere su Paolo di Tarso, l’Apostolo delle Genti, e Giovanni Duns Scoto, il teologo del Primato dell’Incarnazione. Così dopo il precedente articolo dottrinale “Sulle orme di Paolo con Duns Scoto”, sembra utile planare nella pratica della vita quotidiana atterrando sulla pista della “preghiera”, così da interpretare il pensiero di Paolo con il motto del Beato “Ora et Cogita, Cogita et Ora” che contempla sempre i due aspetti della realtà, quello dottrinale e quello pastorale, come unico momento vivo di ogni umana azione, che solo per comodità didattico-espositiva viene distinsto in due fasi, ma bisogna interiormente considerarli sempre intrinsecamente uniti e interdipendenti. Tale, del resto, è l’insegnamento che viene dal pensiero di Paolo sul quale il Beato ha elevato con la sua ardita specilazione una maestosa cattedrale gotica di rara bellezza e di grandiosa maestosità, ancor tutta da gustare. Questo intreccio tra elemento biblico, offerto da Paolo, e speculazione teologica, maturata dal genio di Duns Scoto, viene dipinto in cinque tratti con i quali è possibile evidenziare la struttura portante della preghiera, che è la conseguenza pratica della stessa visione speculativa, nell’auspicio che possa essere utile al lettore per poter orientare la sua pesonale preghiera. Punto di partenza di ogni tratto sarà sempre un testo di Paolo con relativa riflessione interpretativa dell’insegnamento paolino, ispirato alla visione cristocentrica universale di Duns Scoto, senza alcuna velleità di volere ritenere concluso il discorso, che resta sempre aperto a ulteriori indagini e prospettive. Primo tratto: “Piacque a Dio rivelarmi il Cristo”(Gal 1, 16) Principio fondamentale. La preghiera in Paolo è proporzionata alla conoscenza della persona di Cristo, con il quale si è scontrato senza dargli più requie, come testimonia il testo autobiografico da cui è tratto il versetto, oggetto della nostra riflessione: “piacque a Dio rivelarmi il Cristo… ”. Ascoltiamo il passo della sua vocazione che è anche il nostro contesto generale e specifico: “Vi dichiaro, fratelli, che il Vangelo da me annunziato non è modellato sull’uomo; infatti, io non l’ho ricevuto né imparato da uomini, ma per rivelazione di Gesù Cristo. Voi avete certamente sentito parlare della mia condotta di un tempo nel giudaismo, come io perseguitassi fieramente la Chiesa di Dio e la devastassi, superando nel giudaismo la maggior parte dei miei coetanei e connazionali, accanito com’ero nel sostenere le tradizioni dei padri. Ma quando colui che mi scelse fin dal seno di mia madre e mi chiamò con la sua grazia si compiacque di rivelare a me suo Figlio, perché lo annunziassi in mezzo ai pagani, subito, senza consulatre nessun uomo, senza andare a Gerusalemme da coloro che erano apostoli prima di me, mi recai in Arabia e poi ritornai a Damasco” (Gal 1, 11-17). Come si vede Paolo distingue chiaramente due periodi della sua vita: quello del fariseo persecutore e quello dell’apostolo cristiano. Lo spartiacque è l’incontro-scontro sulla via di Damasco con la persona del Cristo, che gli rivela il grande mistero nascosto nei tempi antichi: il rapporto degli uomini con Dio si definisce in modo definitivo col nuovo colore “cristocentrico”, nel senso che Paolo parla al Padre “nel nome del Signore nostro Gesù Cristo (Ef 5, 20)”, come a dire: Dio parla agli uomini nel Cristo e gli uomini possono parlare a Dio nel Cristo. Cristo, infatti, come “unico mediatore” costituisce l’unica via di accesso al Padre, mediante la “figliolanza adottiva”. Pensiero che viene confermato da altri testi – (Gal 4, 6; Rm 8, 15) – che ci illuminano. Il primo recita: “E che voi siete figli ne è prova il fatto che Dio ha mandato nei nostri cuori lo Spirito del suo Figlio che grida: Abbà, Padre!”; e l’altro: “e voi non avete ricevuto uno spirito da schiavi per ricadere nella paura [di satana], ma avete ricevuto uno spirito da figli adottivi per mezzo del quale gridiamo: Abbà, Padre!”. Priorità del Padre. Questa priorità del Padre si riferisce alla sua iniziativa d’amore nel comunicarci il dono di sé: “nella pienezza del tempo, Dio mandò il suo Figlio nato da donna…, perché ricevessimo l’adozione a figli” (Gal 4, 4-5s), cioè fossimo in comunione col suo Figlio Incarnato (1Cor 1, 9), predestinandoci a essere suoi figli adottivi in Cristo Gesù (Ef 1, 4). Come mediatore unico, Cristo Gesù ci ha fatto conoscere il Padre e ci ha dato il potere di diventare figli adottivi di Dio. Pertanto, le nostre preghiere – scrive Paolo – devono avere come unico intermediario solo Cristo: “per mezzo di Cristo Gesù” e “nel nome suo”. Significativa è l’espressione ai Colossesi: “tutto quello che fate in parole ed opere, tutto sia nel nome del Signore Gesù, rendendo per mezzo di lui grazie a Dio Padre”(Col 3, 17), che indica la profonda ed essenziale unione-comunione personale tra Cristo e il credente, espressa nella compagine del corpo mistico di Cristo (1Cor 12, 27; Rm 12, 5; Ef 5, 30), tradotta dall’autore della lettera agli Ebrei con la potente espressione “colui che santifica e coloro che sono santificati provengono tutti da una stessa origine”(Eb 2, 11), con grande rilevanza a livello teoretico per conoscere sia l’essere sia l’esistenza. Conseguenze. Paolo insiste tanto su questa unione radicale fondamentale essenziale con Cristo, perché non solo vuole affermare ma anche coinvolgere il credente a pregare il Padre come lo pregava lo stesso Gesù e con le sue stesse parole. Difatti traduce il termine aramaico “Abbà” di Marco (14, 36) pronunciato nella straziante preghiera del Getsemani, con il termine greco “Padre”. L’importanza dell’identificazione – Abbà-Padre – rivela e riassume nella preghiera l’aspetto trinitario delle Persone divine. L’appello al Padre nella preghiera in Cristo manifesta il mistero della Trinità. Difatti, l’attività interiore di Cristo nel credente si esercita mediante lo Spirito Santo, il quale realizza ciò che il Cristo ha operato nell’uomo, per volontà del Padre e per missione da lui ricevuta. Così scrive “se qualcuno non ha lo Spirito di Cristo, non appartiene a Cristo” (Rm 8, 9). E Paolo precisa: l’adozione a figli è stata conferita all’uomo mediante il Cristo, e sono figli di Dio “coloro che vengono mossi dallo Spirito di Dio”, che abita in noi mediante Cristo. Il dono dello Spirito è il dono della vita divina: è lo Spirito del Padre e lo Spirito di Cristo, che nel credente grida e fa esclamare “Abbà, Padre”. Lo stesso Spirito che pregava in Gesù, ora prega nel credente. Per questo, la preghiera, per Paolo, è una misteriosa e stupenda simbiosi, come un’onda travolgente dello Spirito, che è il mutuo amore del Padre e del Figlio, per cui l’uomo ama Dio e Dio ama se stesso nell’uomo. Pensiero che certamente ha ispirato la profonda intuizione del Beato Giovanni Duns Scoto nel descrivere l’inizio dell’azione dello Spirito: “in primo luogo, Dio ama se stesso; in secondo luogo, Dio ama se stesso negli altri; in terzo luogo, Dio vuole essere amato degnamente da un amore estrinseco; e in quarto luogo, prevede l’unione ipostatica, che lo può amare degnamente, cioè Cristo” (Rep Par, III, d. 7, q. 4, nn. 3-4; ed. minor n. 65-69). Con questa profonda intuizione, Duns Scoto pensa di dare una plausibile spiegazione sia all’Essere-Agire di Dio sia all’evento dell’Incarnazione come espressione massima della sua libertà d’amore, con il quale evento si autorivela pienamente nella storia e nell’uomo. In questo modo, la speculazione teologica del Beato sgancia completamente il legame del mistero dell’Incarnazione dal mistero del peccato e, di conseguenza, da quello della Redenzione, che viene letto invece come altra manifestazione del mistero d’amore liberissimo di Cristo, interprete fedele della Volontà del Padre, con il qule si identifica. L’interpretazione di Duns Scoto si gioca esclusivamente sulla massima e assoluta libertà del mistero di Dio nell’autorivelarsi ad extra, e nella massima e assoluta libertà di Cristo nell’accettare tale Volontà e compierla ugualmente nella totale libertà, senza alcuna possibile e immaginabile costrizione estrinseca o di qualsiasi condizionamento di qualsiasi genere. Una volta accettata liberamente la Volontà del Padre, l’azione del Cristo procede nella storia come una logica conseguenza del suo amore, come una specie di “necessità conseguente”. Certo, davanti a Dio, tutto è presente eternamente nell’attimo del suo amore. L’uomo invece necessita distinguere almeno logicamente nell’eterno presente diversi istanti, secondo i limiti delle proprie capacità intellettive e anche delle sue scelte ermeneutiche. Secondo tratto: “Ringrazio continuamente il mio Dio in Cristo Gesù”(1Cor 1, 4) La preghiera in genere indica la risposta dell’uomo alla Divinità, da cui si crede di dipendere e a cui eleva spontaneo il suo sentimento di ringraziamento e di richiesta. Per poter rispondere, si suppone una chiamata almeno in modo generico, percepita con libertà razionale. La risposta dipende dal grado di conoscenza che si ha della Divinità, per analogia al principio affermato sopra dallo stesso Paolo. Due sono le conoscenze principali della Divinità: in modo impersonale e in modo personale. La prima è la massima conclusione razionale raggiunta dall’uomo, senza alcun apporto con la fede, ed è sempre una conoscenza imperfetta. La conoscenza personale invece ha come fondamento la rivelazione, cioè l’autorità stessa che si crede e che perfeziona la conoscenza umana della stessa Divinità. La preghiera fondamentalmente ha due aspetti: quello rivolto al Dio impersonale e quello rivolto al Dio personale. Il nostro riferimento è certamente basato sulla fede in Dio che, secondo Poalo, si auto-rivela pienamente in Cristo Gesù. E sempre secondo Paolo, anche la preghiera rivolta al Dio personale si estrinseca principalmente in due momenti direttamente proporzionati alla conoscenza che si ha di Cristo Gesù, il momento del ringraziamento e il momento della domanda, l’uno con l’altro intrecciantesi. Pensiero che il Beato Duns Scoto utilizza speculativamente attraverso le due auto-definizioni bibliche di Dio: “Io sono colui che sono e colui che agisco” (Es 3,14), e “Dio è carità” (1Gv 1, 4), per fondare la sua interpretazione della storia della salvezza, dando vita a una specifica metafisica e a una specifica teologia in chiave di prospettiva cristocentrica. Ascoltiamo l’Apostolo delle Genti: “Paolo, chiamato ad essere apostolo di Gesù Cristo per volontà di Dio, … alla Chiesa di Dio che è in Corinto… Ringrazio continuamente il mio Dio per voi, a motivo della grazia di Dio che vi è stata data in Cristo Gesù, perché in lui siete stati arricchiti di tutti i doni, quelli della parola e quelli della scienza. La testimonianza di Cristo si è infatti stabilita tra voi così saldamente che nessun dono di grazia più vi manca, mentre aspettate la manifestazione del Signore nostro Gesù Cristo. Egli vi confermerà sino alla fine, irreprensibili nel giorno del Signore nostro Gesù Cristo: fedele è Dio, dal quale siete stati chiamati alla comunioe del Figlio suo Gesù Cristo, Signore nostro!” (1Cor 1, 1.4-9). Primo principio: gloria di Dio. Cristo con la sua avventura storica rivela due avvenimenti essenziali: l’auto-rivelazione di Dio e il suo disegno di salvezza. Di fronte a questa meraviglia, la memoria di ciò che Dio ha fatto sollecita nel credente sentimenti fondamentali di lode e di ringraziamento. Dall’iniziativa divina nasce nel credente il sentimento contemplativo della lode e del ringraziamento come risposta e dovere. Questo agire divino tecnicamente Paolo lo chiama con l’espressione “gloria di Dio”, che indica la stessa natura divina manifestata con segni sensibili. La “gloria” può chiamarsi anche irradiamento esteriore dell’infinità di Dio, e in forza di questo elemento esteriore e sensibile la “gloria” può essere oggetto di contemplazione da parte del credente. Nell’AT sono documentate alcune manifestazioni di Dio nel “culto” per mezzo del fuoco o della nube (al Sinai, all’ingresso del Tabernacolo… Es 16,10. 24, 17); nella “storia” al passaggio del Mar Rosso, miracolo della manna… (Es 14, 4-18); i Salmisti celebrano la gloria di Dio nella creazione; i Profeti annunciano che un giorno la “gloria di Dio” si sarebbe manifestata su tutta la terra a vantaggio degli uomini. Gli agiografi del NT hanno visto l’adempimento della profezia nel mistero dell’Incarnazione: nascita morte resurrezione e ascensione al cielo di Cristo Gesù, con le dovute differenze tra autore e autore. I Sinottici, per es., concentrano la loro attenzione sul segno della Trasfigurazione, per esprimere la “gloria di Dio”; Giovanni, invece, presentando i miracoli come “segni”, inculca l’idea che gli stessi miracoli manifestano la “gloria di Dio”; Paolo, infine, parla della “gloria” di Gesù con riferimento alla resurrezione e ascensione al cielo, e, quindi, con significato escatologico. Paolo sintetizza al massimo questo primo aspetto della preghiera con la pienezza della rivelazione di Dio in Cristo Gesù, come Mediatore, per il dono dell’esistenza; come Redentore, per il dono della grazia; e come Glorificatore, per il dono della gloria. Secondo principio: la domanda. La preghiera di domanda se considerata in sé, cioè avulsa da ogni riferimento al Regno o alla Gloria di Dio, potrebbe impantanarsi e isterilirsi, perché le richieste non sempre sono in armonia con la salvezza. Per evitare tale pericolo, Paolo enuncia un principio generale: “Sia che mangiate, sia che beviate, sia che facciate qualsiasi altra cosa, fate tutto per la gloria di Dio” (1Cor 10,31). Dietro qualsiasi domanda, Paolo è come cristallizzato intorno alla gloria di Dio, nel senso che alterna ringraziamento e implorazione, come il movimento dell’onda del mare verso la riva, del flusso e riflusso, come quello della cozza che si apre per mangiare e si chiude per digerire, o come quello del cuore in diastole e in sistole: ogni implorazione deve avere il suo termine e compimento nel ringraziamento definitivo del Regno. In questo modo la preghiera conserva il suo valore di fede e di dedizione “per completare ciò che manca ancora alla fede”(1Ts 3,10) di coloro ai quali ha fatto conoscere il Vangelo, perché crescano nella speranza e facciano crescere la carità, fino “alla pienezza della conoscenza di Dio con ogni sapienza e intelligenza spirituale” (Col 1,9-10), al fine di “comprendere quale sia la lunghezza, la larghezza, l’altezza e la profondità della carità di Cristo, che sorpassa ogni conoscenza” (Ef 3,18-19). Principio che in Duns Scoto si traduce con il relativo motto “Ora et Cogita, Cogita et Ora” (pregare studiando e studiare pregando), che da un lato sintetizza alla perfezione il metodo di indagine del Pensatore francescano tra fede e ragione, tra divino e umano, tra teoria e prassi, tra pensare e agire, tra speculazione e attività, tra contemplazione e apostolato; e dall’altro costituisce il vero e autentico pensare cristiano e francescano, senza eccedere nell’uno o nell’altro scoglio del dilemma, anche se a volte nella storia sembrano esserci delle profonde eccezioni Terzo principio: pregare sempre. In sintonia con il precetto di Cristo di “pregare sempre, senza stancarsi” (Lc 18,1), Paolo è in continuo movimento di preghiera e di lavoro, in perenne atteggiamento di orante, in continuo stato d’animo permanente, in costante disposizione dello spirito. Più che pregare si può dire che è preghiera. Sublime sintesi del suo pensiero spirituale. E questo suo stato d’animo, lo richiede anche ai suoi fedeli. Così per es., scrive: “state sempre lieti, pregate senza posa, in ogni cosa rendete grazie; questa è la volontà di Dio in Cristo Gesù verso di voi” (1Ts 5,18). La volontà di Dio si riferisce all’intera triade gioia-preghiera-rendimento di grazie, che costituisce anche la maniera non solo di pregare ma anche di vivere, dal momento che tra pregare e vivere c’è profonda unità e comunione. La gioia o la perfetta letizia – come effetto della salvezza – è assicurata e alimentata dalla preghiera, che feconda le radici dello spirito. E così ritorna il ciclo ermeneutico espresso agli Efesini: “Benedetto sia Dio, Padre del Signore nostro Gesù Cristo, che ci ha benedetti con ogni benedizione spirituale nei cieli, in Cristo. In lui ci ha scelti prima della crezione del mondo, per essere santi e immacolati al suo cospetto nella carità, predestinandoci a essere suoi figli adottivi per opera di Gesù Cristo” (Ef 1, 3-5). La preghiera allora è la nostra risposta di fede al dono divino: quanto più è sentita la chiamata, tanto più è semplice e profonda la risposta, che si riveste di gioia e di pace al presente e al futuro. La disponibilità alla preghiera se da un lato esclude ogni formalismo, dall’altro si esprime in ogni forma dello Spirito, così che il colloquio interiore con Dio si riflette anche negli atteggiamenti e nelle parole. E’un modo di esprimere la continuità della preghiera nella vita e con la vita, come il motto del Beato ha ben tradotto e consegnato alla storia “Ora et Cogita, Cogita et Ora”, fatto proprio dal cristiano che si lascia incantare ed entusiasmare dalle meraviglie dell’amore divino nella sua massima libertà, che il Pensatore francescano ha saputo interpretare e costruire una perfetta e armonica visione teologica imperniata nella persona del Cristo, fondamento cuore e culmine del disegno di Dio, modello esemplare di ogni perfezione umana e spirituale e dono giusto per chiunque lo accetta con fede e lo vive nell’amore. Terzo tratto: “L’amore di Cristo ci spinge”(2Cor 5, 14) Con questo tratto si vuole accennare alla dimensione mistica della preghiera in Paolo, come esempio e modello anche per la nostra vita di preghiera. Se per vita mistica s’intende comunemente un senso spirituale di passività nei confronti dell’azione di Dio, e un’ansia apostolica di annunciare la parola divina, allora Paolo è non solo un vero mistico, ma è anche il più grande di tutti i mistici della storia della santità. Il primo aspetto dell’esperienza mistica di Paolo può essere chiamato “mistica contemplativa” (dal greco epìgnosis o conoscenza profonda del mistero), mentre il secondo aspetto “mistica dinamica” (dal greco dynamis o investitura della missione di evangelizzare). Questi due aspetti della vita mistica di Paolo hanno origine nell’esperienza unica e irripetibile della cristofania sulla via di Damasco: c’è la rivelazione del Cristo che illumina Paolo fin nel profondo, e anche la presa divina che essa comporta. Ascoltiamo Paolo: “Poiché l’amore del Cristo ci spinge, al pensiero che uno è morto per tutti e quindi tutti sono morti. Ed egli è morto per tutti, perché quelli che vivono non vivano più per se stessi, ma per colui che è morto e risuscitato per loro. Cosicché ormai noi non conosciamo più nessuno secondo la carne; e anche se abbiamo conosciuto Cristo secondo la carne, ora non lo conosciamo più così. Quindi se uno è in Cristo, è una creatura nuova; le cose vecchie sono passate, ecco ne sono nate di nuove” (2Cor 5,14-17). Tenendo presente questo contesto insieme ad altri significativi passi sparsi un po’ per tutte le sue lettere, si può distinguere la riflessione in due momenti principali, come suggeriscono gli stessi termini epìgnosis e dynamis, ossia contemplazione e potenza, carattere contemplativo e carattere dinamico. Il primo, quello della mistica contemplativa, può essere fondato sulla meravigliosa espressione “l’amore del Cristo ci spinge”, che riporta all’esperienza interiore fatta del Cristo risorto che segna profondamente l’esistenza e l’attività spirituale di Paolo. La cristofania del mistero della resurrezione viene da Paolo stesso paragonata alla conoscenza del Cristo: “conoscere Cristo e la potenza della sua resurrezione” (Fil 3,10). E’ un “conoscere” non basato solo sull’esperienza esteriore del comune processo conoscitivo umano, ma è un “conoscere” basato su un’esperienza interiore, il cui germe di vita nuova gli è stato gettato nell’animo dallo stesso Cristo, quando lo invase sulla via di Damasco. La “nuova creatura” in Paolo è dono di Cristo e costituisce anche il modello per tutte le “nuove creature” che si svilupperanno all’ombra della fede in Cristo. La differenza tra l’esempio di Paolo e gli altri fedeli è dato dal fatto che in Paolo il dono dell’esperienza divina è completo diretto e immediato, anche se la consapevolezza è soggetta alle leggi del progresso storico-esistenziale, mentre nell’uomo il dono di fede viene dato in germe da sviluppare e crescere con il contributo fattivo del ricevente, riconfermando ancora una volta il principio della lettera agli Ebrei: “Colui che santifica e coloro che sono santificati appartengono alla stessa origine o natura” (Eb 2,11). Il termine che richiede una certa attenzione è quello di “conoscere”(epìgnosis), che Paolo utilizza nell’esprimere la conoscenza del mistero di Cristo risorto, e che s’identifica con quello di “fede” e di “amore”, con la precisazione che la fede è più statica, mentre la conoscenza è progresso e crescita conformemente al progresso della carità, che detiene sempre un certo primato (cf 1Cor 13,13). Oltre a questa differenza teologica, c’è anche una differenza essenziale insita nella stessa semantica del termine conoscere in base al termine episteme, nel senso che si conosce una cosa quando se ne conosce la causa. Nella classicità due sono i significati più importanti del termine “conoscere”: quello strettamente intellettuale e quello che si estende verso la sua operosità; il primo è un sapere per il sapere, l’altro un sapere per agire. Entrambi questi significati poggiano su impegno e forze proprie dell’uomo, e si aprono al massimo verso la contemplazione di una Divinità impersonale, cioè che non ha né può avere alcun legame o relazione con il mondo umano e tanto meno con il cosmo. In Paolo invece il termine epìgnosis ha un ardente tensione verso il Dio personale “il Quale è al di sopra a tutti, agisce per mezzo di tutti ed è presente in tutti” (Ef 4,6), e dal cui amore in Cristo Geù niente può separarlo “né morte né vita, né presente né avvenire… né alcun’altra creatura” (Rm 8,38). Questa conoscenza del mistero o epìgnosis non appartiene all’ordine umano del processo conoscitivo, ma è dono e frutto dello Spirito di Sapienza e di rivelazione. Per questo motivo è stato avvicinato alla stessa natura della fede e dell’amore. Evidente quindi che l’oggetto di tale conoscenza forte o biblica riguarda direttamente il mistero del disegno di Dio rivelato in Cristo Gesù prima della fondazione del mondo… Il secondo momento, invece, quello della mistica dinamica, deriva ugualmente dal termine epìgnosis, che rivela nello stesso tempo la dimensione operativa e dinamica, perché da esso riceve forza ed efficacia. In molti passi delle sue lettere, Paolo insiste su questo punto specialmente in quelle in cui rivelano il tratto autobiografico. Per es., ai Galati rivendica la sua autorità apostolica di fronte ai falsi apostoli: “Colui che mi scelse fin dal seno di mia madre e mi chiamò con la sua grazia si compiacque di rivelare a me suo Figlio, perché lo annunciassi in mezzo ai pagani” (Gal 1, 15-16). Da questo riferimento autobiografico, si può ricavare anche il significato dato all’aspetto di “mistica dinamica”: annunciare il Vangelo, testimoniare il Cristo risorto e convertire i pagani. Caratteristiche che coincidono pure con i grandi temi della mistica dinamica di Paolo. E’ convinto che la grazia dello Spirito gli infonde sia l’ardore missionario, sia la forza che sostiene la sua fragilità. Così trova riscontro il versetto “l’amore del Cristo ci spinge”, ci domina, ci comprime. Paolo sperimenta in sé la potenza dello Spirito che con il suo dinamismo interiore lo obbliga ad avangelizzare: “guai a me se non non annunciassi il Vangelo”(1Cor 9,16). Questa potenza dello Spirito è lo stesso Spirito di Cristo a cui dà testimonianza: “Sono stato crocifisso con Cristo e non sono più io che vivo, ma Cristo vive in me” (Gal 2,20). Di questa esperienza mistica Paolo ne è pienamente consapevole, dal momento che scrive: “Io Paolo, il primogenito di Cristo per voi Gentili”(Ef 3,1). A questa esperienza mistica di Paolo rivelata dallo Spirito, può essere avvicinata con molta convinzione l’esperienza mistica del Beato Giovanni Duns Scoto, che ha avuto l’ardire speculativo di penetrare con il suo ardente cuore, pazzo di Cristo, nel maestoso e sublime disegno di Dio, fondamento di ogni mistica umana, secondo la teoria degli istanti logici dell’agire divino, già citato sopra ma lo si richiama per la sua potente bellezza: “In primo luogo, Dio ama se stesso; in secondo luogo, Dio ama se stesso negli altri; in terzo luogo, Dio vuole essere amato da un altro che lo possa amare sommamente, e parlo di un amore a lui estrinseco; e in quarto luogo, prevede l’unione [ipostatica] della natura umana destinata ad amarlo sommamente, anche se nessuno avesse dovuto peccare”. Intuizione di ineffabile fecondità, perché rivela l’agire di Dio nel suo mistero d’amore in sé e fuori di sé, che costituiscono i due misteri principali della fede cristiana: unità e trinità di Dio e Incarnazione della seconda persona divina. Misteri che solo la stessa autorivelazione di Dio, come abbiamo più volte affermato, ha potuto concedere all’uomo di conoscere in Cristo, l’unico rivelatore di Dio e unica sua immagine visibile. Solo in Cristo si può conoscere il mistero di Dio e anche il suo disegno d’azione amorosa. Su questa intuizione del Primato di Cristo, il Beato ha costruito la più ardita visione teologica della storia della salvezza nel suo complesso che abbraccia anche la dimensione cosmica. Quarto tratto: “Piacque a Dio fare abitare in Cristo ogni pienezza” (Col 1, 19) Questo versetto appartiene al famoso e stupendo inno cristologico che ora leggiamo per intero, così da avere presente il contesto immediato: “Egli [Cristo] è immagine del Dio invisibile, generato prima della creazione del mondo; poiché per mezzo di lui sono state create tutte le cose, quelle nei cieli e quelle sulla terra, quelle visibili e quelle invisibili… Tutte le cose sono state create per mezzo di lui e in vista di lui. Egli è prima di tutte le cose e tutte sussistono in lui. Egli è anche il capo del corpo, cioè della Chiesa; il principio, il primogenito di coloro che risuscitano, per ottenere il primato su tutte le cose. Perché piacque a Dio di fare abitare in lui ogni pienezza” (Col 1, 15-18). Come si vede Paolo presenta le credenziali della persona di Cristo nel disegno della salvezza di Dio. Nel v. 15 è presentato Cristo nella sua identità sostanziale con Dio-Padre attraverso la meravigliosa affermazione “immagine visibile di Dio invisibile”. Che Dio sia invisibile è insegnamento esplicito e formale come Scrittura così della Filosofia. Lo afferma con chiarezza ed evidenza anche Giovanni alla fine del Prologo: “Dio nessuno l’ha mai visto” proprio Cristo “lo ha rivelato” (Gv 1,18). Il v. 16 descrive di Cristo la sua azione di unico Mediatore con la creazione di tutto ciò che esiste, nei cieli e sulla terra, “e tutte le cose sussistono in Cristo”, che abbiamo già commentato nell’articolo precedente, a cui è bello aggiungere la specifica di Giovanni “tutto è stato fatto per mezzo di Cristo [cioè da Cristo], e senza Cristo niente è stato fatto di tutto ciò che esiste” (Gv 1,3), che perfeziona e completare la forza dell’affermazione di Paolo. Il v. 18 descrive la funzione ecclesiale di Cristo: è Capo della Chiesa e principio di coloro che risusciteranno per partecipare alla vita della gloria eterna di Dio, come aveva già scritto ai Galati: “perché ricevessimo l’adozione a figli… ed essere erede per volontà di Dio” (Gal 4,5-7). Nel versetto 19 “piacque a Dio di fare abitare in Cristo ogni pienezza”, il termine che necessità di essere chiarito è quello di “pienezza”. Si possono distinguere due sensi generali di “pienezza”: uno comune, con il significato di “riempire qualcosa o qualcuno perché sia pieno, completo o perfetto”; e uno escatologico che abbraccia vari significati, come per es. “pienezza del tempo”, “compimento della volontà di Dio”, “essere pieni dello Spirito Santo”, “pienezza di Cristo”, ecc. Come esempio del primo senso si può utilizzare l’elogio di Giovanni Battista fatto da Gesù: è il più grande del VT, ma è il più piccolo nel NT; l’espressione di Luca per la Vergine: “piena di grazia”; la differenza dichiarata da Paolo tra peccato e grazia: in Adamo abbondò il peccato, in Cristo sovrabbondò la grazia. Del secondo senso, si possono tener presente i rispettivi significati: di Paolo ai Galati, “quando venne la pienezza del tempo, Dio mandò suo Figlio nato da donna” (Gal 4,4), per indicare che il tempo è compiuto ed arrivato per manifestare il disegno della salvezza di Dio, nell’evento di Cristo, che per sé non rientra nelle condizioni o attese umane, ma è esclusivo dono di Dio. Come compimento della volontà di Dio si può tener presente il passo ai Romani in cui Paolo afferma che il compimento della legge trova la sua massima pienezza nell’amore o nella carità, che viene confermato anche da Matteo: “chi ama il prossimo ha adempiuto la legge” (Mt 22,39); e da Giovanni: “tutta la legge trova la sua pienezza nell’amore” (Gv 13, 44). Anche il senso di “pieno di Spirito” ha molti esempi, tra cui: Giovanni Battista che è pieno di Spirito Santo fin dal seno materno (Lc 1); di Gesù al battesimo: “pieno di Spirito Santo, Gesù si allontanò dal Giordano” (Lc 4, 1); alla Pentecoste “tutti furono pieni di Spirito Santo” (At 2, 4). Per quanto riguarda il significato cristologico dato da Paolo all’espressione “ogni pienezza”, bisogna precisare alcune cose. Già nei versetti precedenti aveva elencato le caratteristiche divine di Cristo, per cui non può riverirsi alla pienezza della “divinità” già affermata, ma deve riferirsi a tutto ciò che è fuori del concetto divino, cioè deve riguardare tutto ciò che la natura umana (eccetto il peccato) esige ed esprime alla perfezione. Difatti il successivo testo “in Cristo abita corporalmente tutta la pienezza della divinità” (Col 2, 9), è una conferma nel senso che il Padre in Cristo vuole partecipare la divinità anche ai “figli di adozione”, come viene confermato in più punti da Paolo: “In Cristo anche voi… avete ricevuto il suggello dello Spirito Santo” (Ef 1,13-14), che permetterà “di comprendere… quale sia l’ampiezza, la lunghezza, l’altezza e la profondità… di Cristo, che sorpassa ogni conoscenza, perché siete stati ricolmi di tutta la pienezza di Dio” (Ef 3, 18). Come si può vedere l’espressione paolina è molto complessa e di non facile soluzione. Alla luce della visione teologica del Beato, si può così riassumere il senso dell’espressione paolina: l’Incarnazione è il mistero principale che rivela il mistero di Dio e il suo disegno di salvezza, e con il suo Primato la natura umana del Cristo è alla testa della famiglia umana e dell’intero universo creato, per partecipare il dono della salvezza generale (Ef 1, 10; Rm 8,19-22; 1Cor 3,22; 15, 20-28), così da interpretare anche l’affermazione: “Benedetto, sia Dio, Padre del nostro Signore Gesù Cristo, ch ci ha benedetti con ogni benedizione spirituale nei cieli in Crsto… predestinandoci a essere suoi figli adottivi in Cristo” (Ef 1, 3). A fondamento del pensiero teologico di Duns Scoto c’è proprio tutto Paolo e anche Giovanni, come ha notato stupendamente anche Paolo VI nella sua immemorabile Lettera Apostolica Alma parens del1966: “Lo spirito e l’ideale di San Francesco d’Assisi si celano e fervono nell’opera di Giovanni Duns Scoto, dove fa alitare lo spirito serafico del Patriarca Assisiate, subordinando al sapere il ben vivere. Asserendo egli la eccellenza della carità sopra ogni scienza, l’universale primato di Cristo, capolavoro di Dio, glorificatore della Santissima Trinità e Redentore del genere umano, Re nell’ordine naturale e soprannaturale, al cui lato splende di originale bellezza la Vergine Immacolata, Regina dell’universo, fa svettare le idee sovrane del la Rivelazione evangelica, particolarmente ciò che San Giovanni Evangelista e San Paolo Apostolo videro nel piano divino della salvezza sovrastare in grado eminente” (n. 9). Quinto tratto: “La gloria di Dio è sul volto di Cristo”(2Cor 4, 6) In quest’ultimo tratto si vuole evidenziare l’aspetto conclusivo della preghiera autentica che sfocia nella gloria finale del Regno. Ai Romani Paolo scrive “tutti hanno peccato e sono privi della gloria di Dio” (Rm 3,23). Poiché ciò che unisce a Dio è la “grazia”, si possono considerare come sinonimi sia la “grazia” che la “gloria”, con la differenza che la grazia è sempre mezzo per entrare nella gloria, che oltre alla ragione di fine esprime anche la stabilità della stessa grazia. Autore della grazia e della gloria è Cristo Gesù, allora l’espressione “la gloria di Dio” s’identifica con lo stesso Cristo Gesù, onniabbracciante tutte le fasi preistoriche storiche e metastoriche della salvezza, cioè predestinazione incarnazione redenzione e glorificazione. In questo modo, si può anche dire che “la gloria di Dio” è auto-rivelazione di Dio, irradiamento esteriore della sua infinita maestà, ossia l’immagine visibile di Dio invisibile, e come tale può essere oggetto di studio, di contemplazione e di culto. Oltre al contesto ai Corinzi circa il valore della predicazione del Vangelo, Paolo descrive “la gloria di Cristo” anche come conseguenza del suo profondo abbassamento, descritto specialmente anche nella lettera ai Filippesi: “Gesù Cristo, pur essendo di natura divina, non considerò un tesoro geloso la sua uguaglianza con Dio; ma spogliò se stesso, assumendo la condizione di servo e divenendo simile agli uomini; apparso in forma umana, umiliò se stesso facendosi obbediente fino alla morte e alla morte di croce. Per questo Dio l’ha esaltato e gli ha dato il nome che è al di sopra di ogni altro nome; perché nel nome di Gesù ogni ginocchio si pieghi nei cieli, sulla terra e sotto terra; e ogni lingua proclami che Gesù Cristo è il Signore, a gloria di Dio Padre”(Fil 2,5-11). Il testo ai Corinzi così recita: “Se il nostro vangelo rimane velato, lo è per coloro che si perdono, ai quali il dio di questo mondo ha accecato la mente incredula, perché non vedano lo splendore del glorioso vangelo di Cristo, che è immagine di Dio… E Dio disse: ‘Rifulga la luce dalle tenebre’, rifulse nei nostri cuori, per far risplendere la conoscenza della gloria divina che rifulge sul volto di Cristo”(2Cor 4,3-6). In questi testi, Paolo vuole affermare che la gloria di Dio rifulge nell’abbassamento del Verbo nell’Incarnazione, cioè in Cristo Gesù. E, con una scelta di termini ben oculata, cerca di esprimere al meglio il significato del soggetto della nostra riflessione “la gloria di Dio è sul volto di Cristo”. Difatti, il termine “forma”del testo ai Filippesi indica il modo con cui un essere è e si manifesta; il suo manifestarsi riflette esternamente il suo essere interiore. Ed è anche il senso forte del termine “immagine” [Cristo è Immagine visibile di Dio invisibile]. Per sé, quindi, Cristo avrebbe dovuto riflettere sempre esteriormente sul suo volto la gloria di Dio. Invece, ordinariamente Cristo appariva a chi lo vedeva come un semplice “uomo”, nessuno ha potuto sospettare che dietro all’essere umano ci fosse anche il vero Dio, perché divenne tutto simile agli uomini, eccetto il peccato (Eb 4,15). E questo costituisce il significato di “abbassamento” o “umiliazione”, che lo faceva apparire nella “condizione o forma di schiavo”, cioè in un modo in cui l’esteriore non manifestava l’interiore di Cristo, perché non ancora era giunta la sua “ora”. Quindi, c’è un atto di volontà e di scelta, da parte di Cristo, che una volta solo ha voluto parteciparla ad alcuni dei discepoli sul monte Tabor, con il fenomeno della Trasfigurazione, in cui la sua umanità divenne veramente in senso forte “forma” [morphè], da fare esclamare a Pietro “E’ stupendo stare qui”! Ed è proprio questo lembo d’irradiamento della gloria di Cristo, che Paolo contemplò sulla via di Damasco, il giorno della sua chiamata, quando “lo avvolse una luce dal cielo” (At 9,3), che lo rese cieco, fino al momento di ricevere in dono la fede. Appena giunse l’ora di Cristo, quella della Croce, accettata in perfetta obbedienza per la glorificazione del Padre e per l’amore degli uomini, avviene il trionfo dell’esaltazione “attirerò tutti a me”. E’ l’ora della Risurrezione e dell’Ascensione, i due aspetti o momenti della Glorificazione definitiva dell’umanità di Cristo, al cospetto del Padre. Paolo: “Dio l’ha esaltato e gli ha dato il nome che è al di sopra di ogni altro nome; perché nel nome di Gesù ogni ginocchio si pieghi nei cieli, sulla terra e sotto terra; e ogni lingua proclami che Gesù Cristo è il Signore, a gloria di Dio Padre”(Fil 2,9-11). Così Cristo è proclamato e riconosciuto nell’ordine celeste, nell’ordine terrestre e nell’ordine degli ìnferi come Re dell’Universo assoluto, come viene affermato teologicamente dal Beato Giovanni Duns Scoto con il Primato ontologico di Cristo. Dal contesto di 2Cor 4,3-6, si evince che la “gloria di Dio” meritata da Cristo viene partecipata agli uomini unicamente mediante la fede in Cristo stesso, credere cioè che Cristo è veramente vero Dio e vero Uomo, in tutta la sua triplice portata di unico Mediatore, di unico Redentore e di unico Glorificatore. Così Paolo: “Se confesserai con la bocca che Cristo è il Signore, e crederai con tuo cuore che Dio lo ha risuscitato dai morti, sarai salvo. Con il cuore infatti si crede e con la bocca si fa la professione di fede per avere la salvezza. E’ scritto: ‘Chiunque crede in lui non sarà deluso ’ (Is 28, 16). Poiché non c’è distinzione tra Giudeo e Greco, dato che il Signore è di tutti. E’ scritto: ‘Chiunque invocherà il nome del Signore sarà salvato ’ (Gl 3,5) ”. Ora, come potranno invocarlo senza aver prima creduto in lui? E come potranno credere, senza averne sentito parlare? E come potranno sentirne parlare senza che uno lo annunzi? E come lo annunzieranno, senza essere invitati… La fede dunque dipende dalla predicazione e la predicazione a sua volta si attua per la parola di Cristo” (Rm 10, 9-17). Ancora Paolo: “E noi tutti, a viso scoperto, riflettendo come in uno specchio la gloria del Signore, veniamo trasformati in quella medesima immagine, di gloria in gloria, secondo lo Spirito del Signore” (2Cor 3,18). Testi che esprimono in sintesi il modo come viene partecipata e comunicata agli uomini la gloria di Cristo. Nel primo, la successione degli atti: missione dell’apostolo, annuncio del Vangelo, adesione alla Parola mediante il dono della fede con il battesimo; nell’altro testo, la vita divina viene presentata con il termine di “gloria”. Quasi certamente, qui nel secondo testo, Paolo rivive l’esperienza dell’irradiazione esteriore della gloria di Dio, che segnò la sua chiamata. I due termini – grazia e gloria – non sono perfettamente identici, hanno delle differenze: la gloria dà l’idea della forza invincibile, della pienezza, della luce e dello splendore. Da questo momento della fede, inizia, secondo il Beato Duns Scoto, l’immagine della vita cristiana come una corsa instancabile nello stadio della vita per raggiungere il traguardo della perfezione ed entrare interamente e pienamente nella gloria di Cristo, così da poter esclamare: non sono più io che vivo, ma è Cristo che vive in me. Tutti siamo nello stadio della vita e tutti corriamo per ottenere il premio finale, la glorificazione nel Regno di Dio. Immagine espressa dal Beato anche con quella di raggiungere la Verità con la continua applicazione del suo metodo, di fede e di riflessione in continuo dinamismo. La Verità rende liberi e, quindi, maturi per il premio della gloria Ecco tracciato lo schema dell’avventura umana come ricerca continua di Dio, rivelato dal suo disegno in Cristo Gesù, di cui ogni uomo ne porta immagine e significazione, per identificarsi e partecipare della sua Gloria. Paolo di Tarso e Duns Scoto sono due esempi per gli aspiranti campioni.

I SALMI CON RAVASI E «GIACOMINO»

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I SALMI CON RAVASI E «GIACOMINO»

«La preghiera è pensare al senso della vita, e il pensare non è altro che ringraziare». È con queste parole che monsignor Gianfranco Ravasi ha dato inizio, lo scorso 10 aprile nella Basilica di San Miniato al Monte, alla sua lezione su «Una vita in compagnia dei salmi», inaugurando così il convegno organizzato dall’Associazione Biblia e dall’Ufficio Catechistico Diocesano «Salmi e cantici della Bibbia», davanti ad una folla di persone interessate e curiose di ascoltare dal vivo una delle voci più autorevoli nel campo dell’esegesi biblica.
DI JACOPO MASINI

Parole chiave: bibbia (114)
I salmi con Ravasi e «Giacomino»
16/04/2008 di Archivio Notizie

di Jacopo Masini

«La preghiera è pensare al senso della vita, e il pensare non è altro che ringraziare». È con queste parole che monsignor Gianfranco Ravasi ha dato inizio, lo scorso 10 aprile nella Basilica di San Miniato al Monte, alla sua lezione su «Una vita in compagnia dei salmi», inaugurando così il convegno organizzato dall’Associazione Biblia e dall’Ufficio Catechistico Diocesano «Salmi e cantici della Bibbia», davanti ad una folla di persone interessate e curiose di ascoltare dal vivo una delle voci più autorevoli nel campo dell’esegesi biblica.
«La mia vita, il mio percorso intellettuale e spirituale è stato dettato dal camminare assieme ai salmi, alla lode e all’invocazione che in un simile testo si alternano con un’armonia senza pari», ha raccontato Ravasi, facendo accenno proprio a quanto nei salmi si fondano e si compenetrino «poesia e pensiero, fede e ragione. La Bibbia non è soltanto un libro storico e dunque un documento insostituibile per la ricerca scientifica – ha proseguito il Presidente del Pontificio Consiglio per la Cultura – ma è anche un libro di preghiere che Dio ha ispirato nel cuore dell’uomo perché siano rivolte a Lui stesso. L’uomo interroga Dio e Dio risponde suscitando risposte e ulteriori domande in un continuo scambio di significati, di suggestioni profonde, di sguardi in cui è l’amore ad essere il grande protagonista».
Un canale di comunicazione, uno strumento fondamentale di relazione con il divino che cerca l’uomo, un mezzo privilegiato di introspezione e di dialogo con il Creatore. «Se lo schema e la struttura del salmo ne costituiscono lo scheletro, è l’analisi letteraria, con tutti i suoi infiniti e inesauribili simbolismi, ad essere la carne viva di un testo così denso di ispirazione e di teologia», ha spiegato Ravasi.
La fisicità della preghiera, la descrizione del gusto e della corporeità dell’orazione. Altri temi che il relatore ha voluto soltanto sfiorare con delicatezza, semplicità e accessibilità di linguaggio. «La fame e la sete sono riferimenti continui nei salmi, metafore di un desiderio insaziabile dell’uomo nei confronti di Dio, un Dio che penetra col suo sguardo il grembo della madre per conoscere tutto dell’uomo ancor prima che nasca».
Una lezione che si è tramutata in un momento stesso di preghiera per i molti che seguivano incantati le riflessioni e le immagini proposte dal Vescovo: «Custodiscimi come pupilla degli occhi canta il salmo 16, in cui l’uomo è innalzato alla dignità dello sguardo di Dio, eredità finale dell’uomo stesso, porto sicuro a cui la vita di ogni uomo approda alla fine del viaggio».
Alle parole di Mons. Ravasi ha fatto eco la testimonianza di Giacomo Poretti, il popolare attore del trio «Aldo Giovanni e Giacomo», che si è esibito nella lettura di alcuni salmi, non prima di aver ceduto il passo al racconto di che cosa sia stata e sia ancora la preghiera nella sua vita. «Quand’ero piccolo pregavo Dio per chiedergli tante cose, soprattutto di diventare alto», ha detto l’artista, ripercorrendo con semplicità ed ironica schiettezza le fasi del proprio percorso di credente, per poi concludere con un originale dialogo fra sé e Dio: «A proposito Giacomo – chiede Dio – volevi diventare alto oppure grande?». Racconti di episodi, il ricordo della famiglia credente che lo aveva educato alla preghiera, il rapporto difficile negli anni dell’adolescenza e la riscoperta durante l’età più adulta: «Quando si ammalò una cara amica di famiglia, e purtroppo senza possibilità di guarigione, mi resi conto che sarebbe stato più importante chiedere che la persona non avesse paura. Fu ciò che accadde e capii che Dio voleva realizzare grandi cose grazie all’aiuto e alla preghiera degli uomini».
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Due testimonianze diverse eppure così affini hanno portato tutte le persone, in gran parte laici, che si sono strette nella Basilica ad immergersi nella bellezza e nell’intensità di un messaggio di spiritualità non solo letterario ma anche concreto. «Un’occasione – ha detto lo stesso Ravasi – per sentirmi ancor più legato alla città di Firenze».

 

SCRITTI DEI PAPI SULL’ADORAZIONE – GIOVANNI PAOLO I (1978)

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SCRITTI DEI PAPI SULL’ADORAZIONE

GIOVANNI PAOLO I

Durante l’Angelus del 10 settembre 1978

“Noi siamo oggetti da parte di Dio di un amore intramontabile. Sappiamo: ha sempre gli occhi aperti su di noi, anche quando sembra ci sia notte. E’ papà; più ancora è madre”.
Conversazione sulla preghiera :“Io non sono un mistico” di Albino Luciani, quando era vescovo di Vittorio Veneto.

Il Signore ci fa tante raccomandazioni, nel Vangelo, sulla preghiera. L’insistenza. Non basta domandare una volta. Non è come suonare il pianoforte: tocchi il tasto, ne esce il suono. «Signore, dammi questa grazia». Pronti, servito! A tamburo battente. Non è così. Il Signore stesso ha detto che non è così. Voglio che domandiate. Ha raccontato anche la parabola. C’era un giudice iniquo in una città. Non gliene importava niente né di Dio né dei poveri mortali. Una vedova andava ogni giorno da lui: «Rendimi giustizia, rendimi giustizia!». «Via, Via! Non ho tempo, non ho tempo». Ma la vedova tornava. Finalmente un giorno il giudice ha detto tra sé: «Anche se non temo Dio e non ho nessun riguardo per gli uomini, poiché questa vedova viene sempre ad importunarmi e non mi lascia più in pace, le voglio fare giustizia, così non l’avrò più tra i piedi». Conclusione di Gesù Cristo: questo lo fa un giudice iniquo e per un motivo egoistico, e il Padre vostro, quando voi insisterete nel domandargli che vi faccia giustizia, il Padre vostro dei cieli, che vi ama, non ve lo farà?
E abbiamo già sentito dal Concilio: Bisogna pregare sempre: pregare senza interruzione. Il nostro primo dovere è di insegnare alla gente a pregare, perché quando abbiamo dato loro questo mezzo potente, si arrangiano anche loro ad ottenere le grazie del Signore. Io non posso fare un trattato sulla preghiera, anche perché forse ne sapete più di me. Accennerò solo a qualche cosa. Forse battiamo molto sulla preghiera di petizione: «Signore, ricordati di me; Signore perdonami!». Bellissimo! Però Gesù quando ci ha insegnato il Pater noster, ci ha detto: «Pregate così», e la sua preghiera l’ha divisa in due parti. La prima: «Sia santificato il tuo nome, venga il tuo regno, sia fatta la tua volontà». È questa la parte che riguarda il nostro rapporto con Dio. Solo dopo si passa alla seconda: «Dacci il nostro pane, ecc.». Quindi anche nelle proprie preghiere si deve seguire questo metodo: fare prima la preghiera di adorazione, di lode, di ringraziamento; e solo dopo quella di domanda.
Nelle epistole di san Paolo: «Gratias agamus, Deo gratias, Deo autem gratias…». Queste espressioni, non le ho contate io, ricorrono più di centocinquanta volte. San Paolo rende grazie continuamente. Ma osservate anche le altre preghiere: «Ave Maria, piena di grazia, il Signore è con te». Dopo viene la domanda: «Prega per noi, peccatori». Prima si fa un bel complimento alla Madonna. Bisogna essere diplomatici: si fa una lode, e poi si chiede. Anche gli oremus antichi, non quelli moderni, hanno tutti all’inizio la lode, il complimento. «Deus qui corda fidelium Sancti Spiritus illustratione docuisti…», fatta una bella lode: «da nobis quaesumus…», viene la domanda. Invece: «Concede nobis, famulis tuis…», questo è un oremus moderno; comincia subito col domandare qualcosa. Non ha capito niente, non ha capito niente, chi lo ha composto.
E anche le litanie della Madonna: «Mater purissima», l’elogio, «ora pro nobis», la domanda; tutte così. Questo metodo dobbiamo usarlo nelle nostre preghiere. Preoccuparsi un po’ anche… Non ha bisogno il Signore delle nostre preoccupazioni, ma gli fa certamente piacere che ci occupiamo un po’ di lui. C’è un libro molto bello di padre Faber: Tutto per Gesù; non è “alto”, cose umili; e dice proprio che bisogna preoccuparsi degli interessi di Dio, prima che degli interessi nostri. Dicevo: l’adorazione: «Tu sei lassù, o Dio immenso onnipotente, e io sono qui, piccolo piccolo, Signore», questo senso di adorazione, di stupore davanti a Dio. «Ti devo tutto, Signore!». Il ringraziamento. Il sentirsi sempre piccoli, miseri, davanti a Dio. Bisogna aiutarli, i fedeli, ad adorare, a ringraziare il Signore. Nessuno è grande davanti a Dio. Davanti a Dio anche la Madonna s’è sentita guardata, piccola.
È importantissimo sentirci guardati da Dio. Sentirci oggetto dell’amore che Dio ci porta. San Bernardo, quand’era piccolissimo, in una notte di Natale, s’è addormentato in chiesa e ha sognato. Gli è parso di vedere Gesù bambino che diceva, additandolo: «Eccolo là, il mio piccolo Bernardo, il mio grande amico». S’è svegliato, ma l’impressione di quella notte non si è più cancellata e ha avuto un’enorme influenza sulla sua vita. Sentiamoci piccoli, perché siamo piccoli. Se non ci sentiamo piccoli è impossibile la fede. Chi alza la cresta, chi si vanta troppo, non ha fiducia in Dio. Tu sei grandissimo, Signore, io, di fronte a te, piccolissimo. Non mi vergogno di dirlo. E farò volentieri quello che mi chiedi. Tanto più che non chiedi per prendere, ma per dare, non chiedi a vantaggio tuo, ma nell’interesse mio! Manzoni dice: «L’uomo, mai è più grande di quando si inginocchia davanti a Dio». Nelle preghiere che si fanno manca sempre di più quello che è il senso dell’adorazione. È invece uno degli atteggiamenti fondamentali di tutta la religione cristiana.
Quali preghiere e con quale metodo? Voi siete maestri in Israele; sapete che la preghiera più bella è, per sé, quella passiva, dove ci si abbandona all’azione della grazia. Così è di qualche anima che viene addirittura catturata da Dio, lavorata, dominata, santificata. È la cosiddetta preghiera mistica, di quelli che si danno alla contemplazione. E su questo non posso dirvi niente, perché sinceramente io non sono un mistico. Mi dispiace. L’ho insegnato anche a scuola, ho studiato i vari sistemi, le varie tendenze, i carmelitani di qua, i gesuiti di là… Però santa Teresa, che era una donna molto esperta, dice: «Io ho conosciuto dei santi, dei veri santi, che non erano contemplativi, e ho conosciuto dei contemplativi che avevano grazie di orazione superiore, che però non erano santi». Il che vuol dire che, «salvo meliore iudicio», non sarebbe necessaria la contemplazione alla santità. Sulla contemplazione quindi non posso perciò intrattenervi, perché sinceramente non me ne intendo, anche se ho letto qualche libro. Perciò mi fermo alla semplice orazione, quella umile, quella delle anime semplici.
Io mi spiego di solito con un esempio molto semplice e pratico. Sentite: c’è il papà che festeggia l’onomastico: in casa hanno organizzato un po’ di festicciola. Arriva il momento: lui sa già di che si tratta, e dice: «Adesso vediamo cosa mi fanno di bello!». Per primo viene il più piccolo dei suoi bambini: gli hanno insegnato la poesia a memoria. Povero piccolo! È lì di fronte al papà, recita la sua poesia. «Bravo!», dice il papà, «ho tanto piacere, ti sei fatto onore, grazie, caro». A memoria. Va via il piccolino, e si presenta il secondo figliolo, che fa già le medie. Ah, non si è mica degnato di imparare una poesiola a memoria; ha preparato un discorsetto, roba sua, farina del suo sacco. Magari breve, ma si impanca da oratore. «Non avrei mai creduto», il papà, «che tu fossi così bravo a far discorsi, caro». È contento il papà: ma guarda che bei pensieri!… Non sarà un capolavoro, ma… Terza, la signorina, la figliola. Questa ha preparato semplicemente un mazzetto di garofani rossi. Non dice niente. Va davanti al papà, neanche una parola: però è commossa, è così rossa che non si sa se sia più rossa lei o i garofani. E il papà le dice: «Si vede che mi vuoi bene, sei così emozionata». Ma neanche una parola. Però i fiori li gradisce, specialmente perché la vede tanto commossa e così piena di affetto. Poi c’è la mamma, c’è la sposa. Non dà niente. Lei guarda suo marito e lui guarda lei: semplicemente uno sguardo. Sanno tante cose. Quello sguardo rievoca tutto un passato, tutta una vita. Il bene, il male, le gioie, i dolori della famiglia. Non c’è altro.
Sono i quattro tipi di orazione. Il primo è l’orazione vocale: quando dico il rosario con attenzione, quando dico il Pater noster, l’Ave Maria; allora siamo dei bambini. Il secondo, il discorsetto, è la meditazione. Penso io e faccio il mio discorso col Signore: bei pensieri e anche profondi affetti, intendiamoci. Il terzo, il mazzo di garofani, è l’orazione affettiva. La ragazzina tanto emozionata e tanto affettuosa. Qui non occorrono molti pensieri, basta lasciar parlare il cuore. «Mio Dio, ti amo». Se uno fa anche solo cinque minuti di orazione affettiva, fa meglio che la meditazione. Quarto, la sposa, è l’orazione della semplicità o di semplice sguardo, come si dice. Mi metto davanti al Signore, e non dico niente. In qualche maniera lo guardo. Sembra che valga poco, questa preghiera, invece può essere superiore alle altre. Fate qualche considerazione su ciascuna di queste forme di preghiera. Anche la prima. Si dice: è un bambino, comincia appena. Ma santa Teresa scrive: si può diventar santi con la prima orazione. Certa povera gente non ha imparato a meditare, ma dice bene le preghiere, con cuore, le preghiere vocali. Santa Bernadette è diventata santa solo per questo. Diceva bene il rosario, ubbidiva alla sua mamma. È diventata santa.
Ed ora lasciate che vi raccomandi la devozione alla Madonna, giacché devo fare un cenno al rosario, che in parte è una preghiera vocale. Il rosario è anche la Bibbia dei poveri. Mai tralasciare il rosario, e recitarlo bene. Io sono molto preoccupato dei miei fedeli: ce ne sono ancora di quelli che fanno la preghiera in casa, ma non dicono più il rosario. Quando i figli in famiglia vedono il papà che prega, che prega insieme a tutti, questo ha un effetto sull’educazione, che le nostre prediche non avranno mai, siatene certi. Quindi nella visita pastorale faccio anche questa domanda: «Recitano la preghiera in casa?». Purtroppo pregano poco. Peccato! Allora lo dico in chiesa: «Fate il piacere! Dovete guardare la televisione, capisco. Ma se non potete dire il rosario, tutte le cinque poste, ditene almeno una, dieci Ave Maria, un mistero solo. Vi raccomando tanto, almeno questo. E anche voi insistete sulla devozione alla Madonna. Un giorno mi hanno anche chiesto, sono curiose queste pie anime: «Lei quale Madonna preferisce? Quella del Carmine? Perché, vede, io sono devota della Madonna del Carmine». È gente piuttosto alla buona e io ho risposto: «Se lei mi permette un consiglio, io le suggerirei la Madonna dei piatti, delle scodelle e delle minestre». Guardate che la Madonna si è fatta santa senza visioni, senza estasi, si è fatta santa con queste piccole cose di lavoro quotidiano. Volevo dire: molta devozione alla Madonna. Sì al rosario, la fiducia in lei, ma anche l’imitazione delle sue virtù. Quindi non stancatevi di raccomandare la devozione a Maria

VITTORIA NELLE PROVE – UNA GUIDA ALLA PREGHIERA

http://camcris.altervista.org/preghiera.html

VITTORIA NELLE PROVE

UNA GUIDA ALLA PREGHIERA DURANTE LA PROVA

di Marco deFelice,

Ho scritto queste parole per aiutare una giovane amica che si era trovata ad affrontare una particolare difficoltà. Desidero condividerle con voi nella speranza che possano esservi d’aiuto, in tempi di prova, per tenere i vostri occhi fissi sul nostro Signore Gesù Cristo e per ricordare alcune delle meravigliose verità che Dio ci dà.
Quando ti trovi in una prova difficile (qualunque sia stata la causa) esiste un pericolo spirituale reale, che è maggiore del pericolo della prova stessa. È il pericolo di fissare i tuoi occhi su te stesso e sulla prova, anziché su Dio.
Permettimi di ricordarti alcune verità su cui è importante meditare quando avverti il peso di una prova:
1 Anche noi, dunque, poiché siamo circondati da una così grande schiera di testimoni, deponiamo ogni peso e il peccato che così facilmente ci avvolge, e corriamo con perseveranza la gara che ci è proposta,
2 fissando lo sguardo su Gesù, colui che crea la fede e la rende perfetta. Per la gioia che gli era posta dinanzi egli sopportò la croce, disprezzando l’infamia, e si è seduto alla destra del trono di Dio. (Ebrei 12:1-2)
Questo verso parla del fissare il nostro sguardo su Gesù. Anche in mezzo alle prove più difficile, è importante fissare il tuo sguardo su Cristo, e non sulla prova.
“Poiché questa è la volontà del Padre mio: che chiunque contempla il Figlio e crede in lui, abbia vita eterna; e io lo risusciterò nell’ultimo giorno.”
(Giovanni 6:40)
La parola tradotta qui con “contempla” è un termine greco che vuol dire “osservare e meditare su”.
Ci sono molti altri versi che parlano di come dobbiamo fissare i nostri occhi, ovvero, i nostri pensieri, su Gesù Cristo, e non sulle nostre difficoltà. Quando siamo nelle prove, la chiave è evitare il pericolo di fissare i nostri occhi sulle prove, e se stiamo venendo meno, anche sui nostri fallimenti. Dovremmo SEMPRE pensare innanzi tutto al nostro Salvatore e Signore Gesù Cristo.
Nel mezzo di una grave difficoltà, è bene ricordare verità come questa:
essendo convinto di questo, che colui che ha cominciato un’opera buona in voi, la porterà a compimento fino al giorno di Cristo Gesù
(Filippesi 1:6, N.D.)
DIO PORTERA’ a compimento la Sua buona opera in TE. Egli non permetterà che questa prova impedisca la sua opera nella tua vita. Al contrario, questa prova è PARTE della sua buona opera in te.

Ricorda:
2 Fratelli miei, considerate una grande gioia quando venite a trovarvi in prove svariate, 3 sapendo che la prova della vostra fede produce costanza, 4 e la costanza compia pienamente l’opera sua in voi, perché siate perfetti e completi, di nulla mancanti.
(Giacomo 1:2-4)
Prima di vedere un esempio di preghiera per invogliarti a pregare durante le prove, ricorda l’importanza di essere puro davanti a Dio. Se c’è qualche peccato che non hai confessato, o che stai negando, ignorando, o anche solo rifiutando di confessare a Lui, umiliati davanti a Dio, confessa e abbandona il tuo peccato.
Se esamini te stesso e non trovi alcun peccato in te, chiedi a Dio di mostrarti i peccati nascosti di cui puoi non esserti reso conto, e quindi abbandonali a Lui. Il nostro Dio è un Dio santo. Se gli chiediamo sinceramente di mostrarci il nostro peccato, Egli lo farà. Non dobbiamo essere paranoici pensando di aver dimenticato di confessare qualcosa. Confessa ciò che vedi, e chiedi a Dio di mostrarti i peccati che non hai visto, e passa all’adorazione, al ringraziamento e alla supplicazione.
Ecco una preghiera d’esempio che possiamo pregare durante la prova. Questa NON è una sorta di formula magica che va semplicemente ripetuta. È solo un ESEMPIO di preghiera nella quale permetti allo Spirito Santo di guidare i tuoi pensieri, perché questa preghiera è basata su verità bibliche, che lo Spirito Santo ci ha dato ispirando gli scrittori della Bibbia.
È importante imparare a basare le nostre preghiere sulla VERITA’, e non sulle nostre sensazioni. Questa preghiera ne è un esempio. Puoi usarla come GUIDA, per esserti d’aiuto a crescere nelle tue preghiere.
Puoi aggiungere altre verità bibliche o mettere queste in parole tue. L’importante è pregare non in modo formale, ma di cuore, e secondo verità.
Caro Padre celeste, Ti ringrazio perché sei mio Padre. Tu sei il grande Iddio creatore dell’universo intero. Niente è difficile per Te. Tutta la potenza è Tua. Tu sei sovrano sopra qualunque cosa accade.
Caro Padre, sapendo che Tu sei sovrano su ogni cosa, so per fede che Tu sei sovrano su questa mia prova. Non solo essa non è una sorpresa per Te, ma essa fa parte del Tuo perfetto, meraviglioso piano per trasformarmi a immagine del mio Signore Gesù Cristo.
Padre, io reputo una gioia trovarmi in questa prova, sapendo che Tu la userai per provare la mia fede e produrre in me quella pazienza che mi farà maturare di più. Perciò Ti ringrazio per questa opportunità.
Ti ringrazio anche, caro Padre, perché Tu non mi lascerai mai e non mi abbandonerai. Nonostante come io mi senta, Tu sei proprio qui con me, pienamente al controllo. Io TI RINGRAZIO, caro Padre, per questa verità e per la Tua presenza.
Padre, come in ogni cosa, ho bisogno del Tuo aiuto per risolvere questa difficoltà. Ma so che è nella Tua volontà che io ne esca vittorioso in Te. La mia preghiera è che io possa imparare tutte le lezioni che Tu hai disposto per me in questa prova. Dato che riconosco la mia debolezza, aiutami a conoscere di più della TUA potenza, che opera in me. Ti ringrazio caro Padre per questa meravigliosa verità, che TU sei all’opera in me. Ti ringrazio che la potenza di Cristo è resa manifesta nella mia debolezza. Così, Ti ringrazio per questo aspetto di questa prova. Possa essa aiutarmi a vedere la potenza di Cristo più di prima.
(se la prova è il risultato di essere stato trattato ingiustamente, o di essere accusato falsamente, da un credente o da un non credente.) Padre, il mio Signore Gesù Cristo conosce il dolore di essere accusato falsamente. Egli era perfetto, e fu accusato di essere un terribile peccatore. In contrasto, io ho peccato così spesso, anche se questa particolare accusa è falsa. Padre, mostrami se c’è qualche verità in questa accusa che io vedo come falsa, affinché, se c’è, io possa confessare la mia colpa. Padre, riguardo ciò che invece è falso, Ti ringrazio che Cristo Gesù è la mia giustizia, e Tu conosci il mio cuore. Ti ringrazio che non ti lascerai mai influenzare da false accuse contro di me. Ti ringrazio che Tu, pur non essendo mai l’autore del peccato, controlli quando si pecca contro di me, secondo il Tuo perfetto piano per me. Accetto che questa prova viene da Te, e Ti chiedo di aiutarmi a imparare tutto il possibile da questo. Aiutami a rispondere con amore. Aiutami a pregare per i miei accusatori, come Cristo ha pregato per i suoi. Aiutami a restituire il bene in cambio del male, come Tu hai fatto così spesso con me. Aiutami a perdonare sinceramente e completamente, come anch’io sono stato sinceramente e pienamente perdonato da Te, sebbene i miei peccati contro di Te fossero un’offesa molto più grave di quanto questo peccato lo è verso di me, alla luce della Tua assoluta santità. Aiutami ad aver fiducia nel Tuo tempismo per liberarmi da questa prova. Al momento da Te fissato, o Padre, manifesta la mia innocenza in questa situazione, che sia adesso, o al ritorno del mio Signore Gesù. Allo stesso tempo, fa’ che io resti umile e pronto a riconoscere e confessare i miei peccati. Aiutami a cercare la Tua approvazione, e non quella degli uomini, e al tempo stesso a vivere in modo da non giustificare le accuse contro di me. Di nuovo, Padre, Ti ringrazio, perché per fede comprendo che questa è la prova di cui ho bisogno ora.
(se questa prova è il risultato della persecuzione per la tua fede in Cristo). Padre, è doloroso essere falsamente accusato e perseguitato per la mia fede in Te. Ti ringrazio poiché questa persecuzione mi ricorda che io non appartengo al mondo, ma a Te. Ti ringrazio per la verità che posso rallegrarmi grandemente quando gli uomini mentono contro di me e mi perseguitano a causa di Cristo, perché grande è la mia ricompensa nei cieli. Ti ringrazio per il privilegio di essere maltrattato nel nome del mio Signore Gesù Cristo! Questo è davvero un privilegio, aiutami a vederlo continuamente come tale. Aiutami a comportarmi e a reagire in modo da onorarTi e glorificare il Tuo nome. Possa io vivere in modo tale che coloro i quali mi perseguitano vedano la Tua presenza in me, e Ti glorifichino nel giorno in cui li visiterai.
(se hai una famiglia Cristiana o amici Cristiani) Padre, Ti ringrazio per la preziosa famiglia con la quale Tu mi hai circondato. Anche se io fossi del tutto solo, Tu saresti abbastanza. Ma, nella Tua misericordia, Tu mi hai anche dato una famiglia qui, che sono Tuoi figli, per amarmi e incoraggiarmi. Ti ringrazio per questo dono speciale.
Ti ringrazio per la Tua perfetta sapienza. Tu non hai permesso questa prova prima, quando non ero pronto, e non l’hai rinviata oltre il momento giusto. Ti ringrazio perché è arrivata quando è arrivata. So che sei perfetto nel Tuo tempismo.
Ti ringrazio per la Tua preziosa Parola! Ti ringrazio per le verità che Tu mi permetti di conoscere tramite essa, e che sono un aiuto reale in ogni situazione, ma in modo speciale in questo momento di difficoltà. Ti ringrazio per il Tuo Santo Spirito, che anche adesso mi sta consolando e guidando. Ti ringrazio che quando non so come pregare, Egli prega da parte mia. Ti ringrazio che il mio Signore Gesù Cristo è alla Tua destra ora, e sta intercedendo per ME! Ti ringrazio che sono prezioso ai Tuoi occhi!
Ti ringrazio per la verità che mentre io sono debole, ho la vittoria in Cristo Gesù mio Signore! Ti ringrazio per la Tua grande potenza che è all’opera in me.
Ti ringrazio che posso veramente fare OGNI COSA, non solo da me stesso, ma in CRISTO GESU’ mio Signore, che mi fortifica. Ti ringrazio che Egli mi fortifica davvero, che io me ne renda conto o meno. Aiutami a riconoscere e vivere nella Tua forza, per la quale posso stare saldo nel giorno malvagio.
Ti ringrazio per avermi dato nuova vita in Cristo. Se Tu mi avessi lasciato nei miei peccati, non starei vivendo questa prova, perché sarei cieco e felice di restare nella carne per sempre, lontano dalla Tua presenza. La battaglia che sto combattendo è ancora un’altra prova che Tu mi hai dato un cuore nuovo. Ti ringrazio caro Padre, che il mio cuore desidera TE, che io desidero fare la Tua volontà, grazie alla Tua opera che mi sta trasformando.
Padre, questa prova avrà una fine, come ogni altra prova che dovrò attraversare in questo mondo. Ma il Tuo amore per me non avrà mai fine. Oh Ti ringrazio per questa verità meravigliosa! Ti ringrazio per la speranza viva del paradiso, una speranza sicura e certa che è mia in Cristo Gesù mio Signore e mio Salvatore, perché Egli ha pagato per i MIEI peccati, e ha compiuto un’espiazione completa per me.
Padre, c’è COSI’ TANTO ANCORA per cui potrei ringraziarTi (e quindi se vuoi, fallo), ma per ora, desidero ringraziarTi ancora per la Tua presenza in questa prova. Ti ringrazio per questa prova, che è la prova giusta per me al momento giusto. E più di ogni altra cosa, Ti ringrazio per il Tuo amore per me in Cristo Gesù. Ti ringrazio che NULLA può separarmi dal Tuo amore per me in Cristo Gesù, mio Signore e Salvatore!
Nel nome del mio Signore Gesù Cristo, Amen!

Amici, come sapete, nessuna preghiera è una formula magica. Ma quando preghiamo secondo le verità bibliche, anche quando non ci viene naturale, ma perché sappiamo che sono le verità che Dio ci ha dato, la preghiera diventa un mezzo potente per conformare i nostri pensieri alle verità di Dio. Se sei in una prova difficile, ti voglio incoraggiare a pregare secondo queste verità, non solo una volta, ma anche più volte al giorno, aggiungendo altre verità bibliche che ti tornano in mente. È importante conformare le nostre preghiere alla verità biblica quando siamo nella prova. Infatti, dovremmo conformare tutte le nostre preghiere alle verità bibliche, poiché in questo modo, possiamo davvero pregare secondo la volontà di Dio, e nel nome del nostro Signore Gesù Cristo.
Possano queste verità essere usate per fortificarti e farti glorificare il nostro Signore,

Marco deFelice – Gennaio, 2001

Tutte le citazioni bibliche sono dalla Nuova Riveduta, eccetto dove indicato diversamente.

Publié dans:LA PREGHIERA (SULLA) |on 5 novembre, 2014 |Pas de commentaires »

PREGARE CON L’ICONA – IL CONCILIO DI GERUSALEMME

http://www.piccoloeremodellequerce.it/Mostra%20Tralucere%20L’Infinito/Catalogo/09_Il_Concilio_di_Gerusalemme.htm

PREGARE CON L’ICONA – IL CONCILIO DI GERUSALEMME

PREGARE CON L'ICONA - IL CONCILIO DI GERUSALEMME dans IMMAGINI (DI SAN PAOLO, DEI VIAGGI, ALTRE SUL TEMA) 09.Concilio_di_Gerusalemme

di Clara Olivari

Allieva della Glikophilousa

Ecco l’icona della collegialità apostolica. Essa raffigura il Concilio di Gerusalemme del 49-50, durante il quale si risolve definitivamente la questione dei rapporti tra cristianesimo e legge mosaica. Un accenno al dibattito: i pagani possono diventare cristiani senza prima farsi ebrei devoti? Ossia: la legge data da Mosè continua ad essere normativa per il cristiano? È ancora necessaria la circoncisione? Ad Antiochia ferve la polemica. Paolo e Barnaba condividono il dissenso dei pagani neo-convertiti che rifiutano la circoncisione. La questione è improcrastinabile: bisogna interpellare «gli apostoli e gli anziani», depositari del messaggio autentico del Risorto, e giungere ad un accordo. L’assemblea conciliare, presenti Paolo e Barnaba, pone fine alla spinosa vicenda. «Dopo una lunga discussione» (At 15,7) si arriva ad un accordo e all’unanimità si mette nero su bianco: «Gli Apostoli e gli anziani, vostri fratelli, ai fratelli di Antiòchia, di Siria e di Cilìcia, che provengono dai pagani, salute! […] È parso bene, infatti, allo Spirito Santo e a noi, di non imporvi altro obbligo ai di fuori di queste cose necessarie: astenersi dalle carni offerte agli idoli, dal sangue, dagli animali soffocati e dalle unioni illegittime. Farete cosa buona a stare lontani da queste cose. State bene!» (At 15,23.28-29).
Nell’icona, Gerusalemme, sede geografica del concilio e luogo spirituale di unità, è visibile dalla volta di un edificio che fa da sfondo ai convenuti. Tutti i presenti, santificati da Dio e da Lui scelti, sono circonfusi da nimbi dorati, e tra loro vicinissimi, quasi a dire: tante sono le membra, diverse le opinioni, «ma uno solo è il corpo» (1Cor 12,12) e noi siamo uno in Cristo Gesù (cfr. Gal 3,28), «ricompaginati in un’unica sottomissione, sottomessi al vescovo…nella concordia di Dio, …sotto la presidenza del vescovo che tiene il posto di Dio» (sant’Ignazio di Antiochia).
I loro volti, disposti frontalmente o a tre quarti, manifestano una luminosa limpidezza che lascia intuire la presenza dominante dello Spirito, accentuata dalla ieraticità dei corpi allungati, talora ricurvi verso il centro spirituale dell’icona, nel nostro caso, su Pietro, attorno a cui si concentra l’azione dello Spirito, come ribadisce il testo scritturistico: « È parso bene, infatti, allo Spirito Santo e a noi…» (At 15,28). E come esige l’icona, che rappresenta lo slancio dell’uomo divinizzato, i loro visi non sono colti nell’atto, ancora umano, del discutere, ma nell’atteggiamento pacato dell’unanime assenso: è il linguaggio del mondo a venire. Anche la carnagione, di una tonalità bruna molto dolce, simile al colore della terra baciata dal sole, esprime l’afflato del cuore: «L’amore del Cristo ci possiede» (2Cor 5,14). Tra loro, scrive Nicola Cabasilas, teologo laico del secolo XIV, «nessuno ha da sé la santità, ed essa non è opera di virtù umana, ma tutti la ricevono da Cristo e mediante lui; come se molti specchi fossero posti sotto il sole: tutti brillano e mandano raggi, così che crederesti di vedere molti soli, ma in realtà è unico il sole che brilla in tutti». Su una predella, segno di riconosciuta autorità, si erge Pietro, celebrato nel primato spirituale conferitogli da Gesù: «Tu sei Pietro e su questa pietra edificherò la mia Chiesa» (Mt 16,18). Le insegne episcopali lo ribadiscono, così come la lettera, indirizzata ai fratelli convertiti dal paganesimo, che lui regge con la mano sinistra, mentre con la destra accenna al gesto della benedizione. La sua fisionomia iconografica corrisponde alle caratteristiche canoniche della tradizione: tratti marcati, capelli e barba grigi e un po’ ricciuti. Le vesti, che cadono sul santo con solenne gravità, non fanno emergere la sinuosità del corpo, ma esprimono la sua vocazione ed esaltano il carattere spirituale del ‘somigliantissimo’: non è più l’uomo impastato di terra, ma è terra redenta, impregnata di cielo.
Accanto a lui, a sinistra, l’apostolo Paolo, che umilmente, chinato il capo, sta in devoto ascolto. L’icona lo mostra come un virgulto fremente di vita che s’inarca flessuoso su Pietro per obbedire allo Spirito. Il suo sguardo è fisso sul rotolo dispiegato e preannuncia lo zelo con cui percorrerà le città per trasmettere ai credenti «le decisioni prese dagli apostoli e dagli anziani di Gerusalemme» perché le osservino (At 16,4). A destra, l’apostolo Giacomo indica il contenuto del cartiglio: nell’assemblea conciliare è lui che con acutezza dirime il dibattito. Ma, al contempo, ostende verso di noi la palma aperta dell’accoglienza. Anch’egli accetta come ispirata dallo Spirito la risoluzione definitiva dell’assemblea raccolta attorno a colui che – ribadisce sant’Ignazio d’Antiochia – «presiede alla carità», Pietro. Giacomo, e con lui Paolo e tutti gli altri, sembrano ribadire con forza: «Dove è Pietro, lì è la Chiesa» (sant’Ambrogio).

suor Renata Bozzetto
suor Rossana Leone

BENEDETTO XVI – La Liturgia, scuola di preghiera: il Signore stesso ci insegna a pregare (2012)

http://www.vatican.va/holy_father/benedict_xvi/audiences/2012/documents/hf_ben-xvi_aud_20120926_it.html

(oggi ricorre il primo anniversario dell dimissioni di Papa Bendetto, mi sembra bello ed utile mettere e meditare solo una sua catechesi, ho scelto questa, sul « desiderio di Dio »)  

BENEDETTO XVI

UDIENZA GENERALE

Piazza San Pietro

Mercoledì, 26 settembre 2012

La Liturgia, scuola di preghiera: il Signore stesso ci insegna a pregare

Cari fratelli e sorelle,

in questi mesi abbiamo compiuto un cammino alla luce della Parola di Dio, per imparare a pregare in modo sempre più autentico guardando ad alcune grandi figure dell’Antico Testamento, ai Salmi, alle Lettere di san Paolo e all’Apocalisse, ma soprattutto guardando all’esperienza unica e fondamentale di Gesù, nel suo rapporto con il Padre celeste. In realtà, solo in Cristo l’uomo è reso capace di unirsi a Dio con la profondità e la intimità di un figlio nei confronti di un padre che lo ama, solo in Lui noi possiamo rivolgerci in tutta verità a Dio chiamandolo con affetto “Abbà! Padre!”. Come gli Apostoli, anche noi abbiamo ripetuto in queste settimane e ripetiamo a Gesù oggi: «Signore, insegnaci a pregare» (Lc 11,1). Inoltre, per apprendere a vivere ancora più intensamente la relazione personale con Dio abbiamo imparato a invocare lo Spirito Santo, primo dono del Risorto ai credenti, perché è Lui che «viene in aiuto alla nostra debolezza: da noi non sappiamo come pregare in modo conveniente» (Rm 8,26), dice san Paolo, e noi sappiamo come abbia ragione. A questo punto, dopo una lunga serie di catechesi sulla preghiera nella Scrittura, possiamo domandarci: come posso io lasciarmi formare dallo Spirito Santo e così divenire capace di entrare nell’atmosfera di Dio, di pregare con Dio? Qual è questa scuola nella quale Egli mi insegna a pregare, viene in aiuto alla mia fatica di rivolgermi in modo giusto a Dio? La prima scuola per la preghiera – lo abbiamo visto in queste settimane – è la Parola di Dio, la Sacra Scrittura. La Sacra Scrittura è un permanente dialogo tra Dio e l’uomo, un dialogo progressivo nel quale Dio si mostra sempre più vicino, nel quale possiamo conoscere sempre meglio il suo volto, la sua voce, il suo essere; e l’uomo impara ad accettare di conoscere Dio, a parlare con Dio. Quindi, in queste settimane, leggendo la Sacra Scrittura, abbiamo cercato, dalla Scrittura, da questo dialogo permanente, di imparare come possiamo entrare in contatto con Dio. C’è ancora un altro prezioso «spazio», un’altra preziosa «fonte» per crescere nella preghiera, una sorgente di acqua viva in strettissima relazione con la precedente. Mi riferisco alla liturgia, che è un ambito privilegiato nel quale Dio parla a ciascuno di noi, qui ed ora, e attende la nostra risposta. Che cos’è la liturgia? Se apriamo il Catechismo della Chiesa Cattolica – sussidio sempre prezioso, direi indispensabile – possiamo leggere che originariamente la parola «liturgia» significa «servizio da parte del popolo e in favore del popolo» (n. 1069). Se la teologia cristiana prese questo vocabolo del mondo greco, lo fece ovviamente pensando al nuovo Popolo di Dio nato da Cristo che ha aperto le sue braccia sulla Croce per unire gli uomini nella pace dell’unico Dio. «Servizio in favore del popolo», un popolo che non esiste da sé, ma che si è formato grazie al Mistero Pasquale di Gesù Cristo. Di fatto, il Popolo di Dio non esiste per legami di sangue, di territorio, di nazione, ma nasce sempre dall’opera del Figlio di Dio e dalla comunione con il Padre che Egli ci ottiene. Il Catechismo indica inoltre che «nella tradizione cristiana (la parola “liturgia”) vuole significare che il Popolo di Dio partecipa all’opera di Dio» (n. 1069), perché il popolo di Dio come tale esiste solo per opera di Dio. Questo ce lo ha ricordato lo sviluppo stesso del Concilio Vaticano II, che iniziò i suoi lavori, cinquant’anni orsono, con la discussione dello schema sulla sacra liturgia, approvato poi solennemente il 4 dicembre del 1963, il primo testo approvato dal Concilio. Che il documento sulla liturgia fosse il primo risultato dell’assemblea conciliare forse fu ritenuto da alcuni un caso. Tra tanti progetti, il testo sulla sacra liturgia sembrò essere quello meno controverso, e, proprio per questo, capace di costituire come una specie di esercizio per apprendere la metodologia del lavoro conciliare. Ma senza alcun dubbio, ciò che a prima vista può sembrare un caso, si è dimostrata la scelta più giusta, anche a partire dalla gerarchia dei temi e dei compiti più importanti della Chiesa. Iniziando, infatti, con il tema della «liturgia» il Concilio mise in luce in modo molto chiaro il primato di Dio, la sua priorità assoluta. Prima di tutto Dio: proprio questo ci dice la scelta conciliare di partire dalla liturgia. Dove lo sguardo su Dio non è determinante, ogni altra cosa perde il suo orientamento. Il criterio fondamentale per la liturgia è il suo orientamento a Dio, per poter così partecipare alla sua stessa opera. Però possiamo chiederci: qual è questa opera di Dio alla quale siamo chiamati a partecipare? La risposta che ci offre la Costituzione conciliare sulla sacra liturgia è apparentemente doppia. Al numero 5 ci indica, infatti, che l’opera di Dio sono le sue azioni storiche che ci portano la salvezza, culminate nella Morte e Risurrezione di Gesù Cristo; ma al numero 7 la stessa Costituzione definisce proprio la celebrazione della liturgia come «opera di Cristo». In realtà questi due significati sono inseparabilmente legati. Se ci chiediamo chi salva il mondo e l’uomo, l’unica risposta è: Gesù di Nazaret, Signore e Cristo, crocifisso e risorto. E dove si rende attuale per noi, per me oggi il Mistero della Morte e Risurrezione di Cristo, che porta la salvezza? La risposta è: nell’azione di Cristo attraverso la Chiesa, nella liturgia, in particolare nel Sacramento dell’Eucaristia, che rende presente l’offerta sacrificale del Figlio di Dio, che ci ha redenti; nel Sacramento della Riconciliazione, in cui si passa dalla morte del peccato alla vita nuova; e negli altri atti sacramentali che ci santificano (cfr Presbyterorum ordinis, 5). Così, il Mistero Pasquale della Morte e Risurrezione di Cristo è il centro della teologia liturgica del Concilio. Facciamo un altro passo in avanti e chiediamoci: in che modo si rende possibile questa attualizzazione del Mistero Pasquale di Cristo? Il beato Papa Giovanni Paolo II, a 25 anni dalla Costituzione Sacrosanctum Concilium, scrisse: «Per attualizzare il suo Mistero Pasquale, Cristo è sempre presente nella sua Chiesa, soprattutto nelle azioni liturgiche. La liturgia è, di conseguenza, il luogo privilegiato dell’incontro dei cristiani con Dio e con colui che Egli inviò, Gesù Cristo (cfr Gv 17,3)» (Vicesimus quintus annus, n. 7). Sulla stessa linea, leggiamo nel Catechismo della Chiesa Cattolica così: «Ogni celebrazione sacramentale è un incontro dei figli di Dio con il loro Padre, in Cristo e nello Spirito Santo, e tale incontro si esprime come un dialogo, attraverso azioni e parole» (n. 1153). Pertanto la prima esigenza per una buona celebrazione liturgica è che sia preghiera, colloquio con Dio, anzitutto ascolto e quindi risposta. San Benedetto, nella sua «Regola», parlando della preghiera dei Salmi, indica ai monaci: mens concordet voci, « la mente concordi con la voce». Il Santo insegna che nella preghiera dei Salmi le parole devono precedere la nostra mente. Abitualmente non avviene così, prima dobbiamo pensare e poi quanto abbiamo pensato si converte in parola. Qui invece, nella liturgia, è l’inverso, la parola precede. Dio ci ha dato la parola e la sacra liturgia ci offre le parole; noi dobbiamo entrare all’interno delle parole, nel loro significato, accoglierle in noi, metterci noi in sintonia con queste parole; così diventiamo figli di Dio, simili a Dio. Come ricorda la Sacrosanctum Concilium, per assicurare la piena efficacia della celebrazione «è necessario che i fedeli si accostino alla sacra liturgia con retta disposizione di animo, pongano la propria anima in consonanza con la propria voce e collaborino con la divina grazia per non riceverla invano» (n. 11). Elemento fondamentale, primario, del dialogo con Dio nella liturgia, è la concordanza tra ciò che diciamo con le labbra e ciò che portiamo nel cuore. Entrando nelle parole della grande storia della preghiera noi stessi siamo conformati allo spirito di queste parole e diventiamo capaci di parlare con Dio. In questa linea, vorrei solo accennare ad uno dei momenti che, durante la stessa liturgia, ci chiama e ci aiuta a trovare tale concordanza, questo conformarci a ciò che ascoltiamo, diciamo e facciamo nella celebrazione della liturgia. Mi riferisco all’invito che formula il Celebrante prima della Preghiera Eucaristica: «Sursum corda», innalziamo i nostri cuori al di fuori del groviglio delle nostre preoccupazioni, dei nostri desideri, delle nostre angustie, della nostra distrazione. Il nostro cuore, l’intimo di noi stessi, deve aprirsi docilmente alla Parola di Dio e raccogliersi nella preghiera della Chiesa, per ricevere il suo orientamento verso Dio dalle parole stesse che ascolta e dice. Lo sguardo del cuore deve dirigersi al Signore, che sta in mezzo a noi: è una disposizione fondamentale. Quando viviamo la liturgia con questo atteggiamento di fondo, il nostro cuore è come sottratto alla forza di gravità, che lo attrae verso il basso, e si leva interiormente verso l’alto, verso la verità, verso l’amore, verso Dio. Come ricorda il Catechismo della Chiesa Cattolica: «La missione di Cristo e dello Spirito Santo che, nella Liturgia sacramentale della Chiesa, annunzia, attualizza e comunica il Mistero della salvezza, prosegue nel cuore che prega. I Padri della vita spirituale talvolta paragonano il cuore a un altare» (n. 2655): altare Dei est cor nostrum. Cari amici, celebriamo e viviamo bene la liturgia solo se rimaniamo in atteggiamento orante, non se vogliamo “fare qualcosa”, farci vedere o agire, ma se orientiamo il nostro cuore a Dio e stiamo in atteggiamento di preghiera unendoci al Mistero di Cristo e al suo colloquio di Figlio con il Padre. Dio stesso ci insegna a pregare, afferma san Paolo (cfr Rm 8,26). Egli stesso ci ha dato le parole adeguate per dirigerci a Lui, parole che incontriamo nel Salterio, nelle grandi orazioni della sacra liturgia e nella stessa Celebrazione eucaristica. Preghiamo il Signore di essere ogni giorno più consapevoli del fatto che la Liturgia è azione di Dio e dell’uomo; preghiera che sgorga dallo Spirito Santo e da noi, interamente rivolta al Padre, in unione con il Figlio di Dio fatto uomo (cfr Catechismo della Chiesa Cattolica, n. 2564). Grazie.

AMIDÀ (tefillot)

http://www.israeledintorni.net/index.php/2007081932/amid.html

AMIDÀ (Ebraica)
   
Domenica 19 Agosto 2007

L’amidà dopo lo Shemà fà parte delle tefillot basilari dell’ebraismo. L’amidà è anche conosciuta come la preghiera delle 18 benedizioni, anche se in realtà sono 19, una ultima fù aggiunta dopo l’esilio Babilonese.  ebraismo01La si recita rivolti a Gerusalemme in piedi con i piedi uniti, infatti la parola amidà viene da omed che significa stare in piedi ed anche stare: ani OMED lahasot, io sto per fare. Mentre si dice l’amidà non ci si può interrompere fino alla sua conclusione, ricordo che da bambino mi insegnavano che anche ci fossero dei serpenti ai miei piedi è vietato interrompere la preghiera. In genere la si dice sottovoce, e quando c’è un minian l’officiante la ripete ad alta voce, caratteristico è l’uso che il pubblico dice baruch baruch hu scemò (benedetto benedetto il suo nome) ogni volta che l’officiante benedice il Signore, ed alla conclusione della benedizione dice amèn. Escluso durante l’arvit, la preghiera serale, in cui non c’è la ripetizione. Ma quali sono queste benedizioni? Farò un breve sunto con alcuni passi caratteristici che in particolare mi hanno sempre molto colpito.

La prima benedizione è una richiesta di protezione nel nome dei nostri padri.
Dio altissimo che usi benigna misericordia, e di tutto sei il Padrone, che ricordi la pietà dei Patriarchi, e redimi con amore i loro posteri in grazie del Tuo nome.

Dà la vita ed aiuti tutti.
Sostieni i cadenti, risani gli infermi, liberi i carcerati, e mantieni la promessa data a coloro che dormono nella polvere. Chi mai Ti può eguagliare in potenza?

E’ santo.
Dio grande e santo sei tu, Benedetto sii Tu o Signore Dio Santo.

Concede intelligenza e conoscenza.
Concedici dunque in grazia ragione, intelligenza discernimento. Benedetto sii Tu o Signore, che concedi la ragione.

Ci fà tornare all’osservanza delle Tue Leggi.
Benedetto Tu o Signore che gradisci la penitenza.

Perdona i nostri peccati.
Perchè Dio buono e perdonatore Tu sei.

Ci aiuta.
Guarda la nostra miseria, difendi la nostra causa, e liberaci nostro Re in grazia del Tuo Nome.

Ci guarisca.
In quanto Dio guaritore pietoso e leale Tu.

Ci benedica.
E sazia il mondo con la tua benedizione, e dacci benedizione successo e prosperità su ogni opera delle nostre mani.

Annunci la nostra liberazione.
Radunaci presto dai quattro angoli della terra, nella nostra patria.

Ristabilisca i giudici.
Rimetti i giudici come al principio e i nostri consiglieri (ministri) come all’inizio, e regnaci presto solo Tu, con clemenza misericodia e giustizia.

Spezza i cattivi.
Per i calunniatori e per gli eretici non vi sia speranza.

Sia da aiuto ai giusti.
Accorda generosa mercede a tutti coloro che confidano sinceramente nel Tuo nome, e fa che abbiamo la nostra parte con loro.

Ritorni a Gerusalemme.
In Gerusalemme Tua città con misericordia tornerai, e la rifabbricherai quale edificio eterno presto ai giorni nostri.

Faccia giungere il Messia.
La pianta di David tuo servitore presto fiorirà.

Ascolta la nostra voce.
In quanto Padre pieno di pieta sei Tu, e non torneremo a vuoto davanti a Te.

Ristabilisca il culto.
E sarà gradito il culto d’Israele Tuo popolo.

Sia grazia a Te per i miracoli.
Per i prodigi che ogni giorno operi con noi, per i meravigliosi portenti che fai ad ogni istante, sera mattina e mezzogiorno.

Concedi la pace.
Che ci concedesti legge di vita, di amore e di misericordia, carità, benedizione, salvezza, clemenza e pace.

Amèn

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