Archive pour la catégorie 'IMMAGINI (DI SAN PAOLO, DEI VIAGGI, ALTRE SUL TEMA)'

San Paolo Apostolo – detail from ‘Conversion of Saint Paul’, by Fra Angelico, Museo di San Marco, Florence, Italy

San Paolo Apostolo -  detail from 'Conversion of Saint Paul', by Fra Angelico, Museo di San Marco, Florence, Italy dans IMMAGINI (DI SAN PAOLO, DEI VIAGGI, ALTRE SUL TEMA) saint-paul-the-apostle-38

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Paolo tessitore, A. Platone , Disegno realizzato da Amelia Platone (1927) e custodito ad Asti nella Chiesa di S. Paolo.

Paolo tessitore, A. Platone , Disegno realizzato da Amelia Platone (1927) e custodito ad Asti nella Chiesa di S. Paolo. dans IMMAGINI (DI SAN PAOLO, DEI VIAGGI, ALTRE SUL TEMA) p-0107

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AVVICINARSI AL CIELO: « L’ASCENSIONE DI GESÙ » DIPINTA DA GIOTTO NELLA CAPPELLA DEGLI SCROVEGNI A PADOVA

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AVVICINARSI AL CIELO:

AVVICINARSI AL CIELO

« L’ASCENSIONE DI GESÙ » DIPINTA DA GIOTTO NELLA CAPPELLA DEGLI SCROVEGNI A PADOVA

(l’ho messa

Roma, 06 Maggio 2013 (Zenit.org) Rodolfo Papa

La solennità dell’Ascensione di Cristo è uno degli eventi della vita di Gesù più amati dalla storia dell’arte. Numerose sono, infatti, le sublimi rappresentazioni artistiche di questo mistero; una particolarmente bella si trova nella cappella degli Scrovegni a Padova, dipinta da Giotto.
Come è noto, Giotto fu chiamato ad affrescare la cappella di nuova edificazione, situata su quello che un tempo era stato un anfiteatro romano, acquistata dalla famiglia degli Scrovegni intorno all’anno 1300.
Giotto ricevette l’incarico di dipingere la Cappella tra il 1303 e il 1304, direttamente da Enrico Scrovegni, figlio di quel Reginaldo ricordato da Dante come usuraio nel canto XVII dell’Inferno. Dal fatto che Dante collochi Reginaldo tra gli usurai, possiamo dedurre sia l’immensa fama delle ricchezze accumulate da quest’uomo, sia  la probabile impopolarità della famiglia Scrovegni. È possibile che Enrico intendesse riscattarsi dalla cattiva fama della famiglia, proprio attraverso l’erezione di questa Cappella che aprì alla visita della intera cittadinanza, dopo averla fatta interamente affrescare da Giotto e dopo aver ottenuta l’indulgenza da Papa Benedetto XI.
La decorazione pittorica effettuata da Giotto sulle pareti si estende su quattro zone sovrapposte, utilizzando un complesso e rigoroso programma iconografico, organizzato su soggetti tratti dalla Legenda Aurea del domenicano Jacopo da Varazze: nel primo registro in alto, la Storia di Gioacchino ed Anna e la Storia di Maria; nel secondo e terzo, cioè nei registri centrali, le Storie di Gesù; in quello inferiore le rappresentazioni allegoriche dei Vizi e delle Virtù inframezzate da specchiature in finto marmo; nella controfacciata il Giudizio finale.
Il penultimo pannello del terzo registro, partendo dall’alto, nella parte sinistra di chi guarda entrando nella cappella, presenta la scena della Ascensione di Gesù al cielo.  Per comprendere bene  questo dipinto, è utile fare ricorso al prezioso testo di Jacopo da Varazze, che ne è alla base.
Nel capitolo LXXII della Legenda Aurea, Jacopo da Varazze scrive: «L’ascensione del Signore avvenne quaranta giorni dopo la sua resurrezione. Vi sono sette considerazioni a proposito dell’ascensione, e sono nell’ordine: 1 da dove ascese; 2 perché non ascese subito dopo la resurrezione ma aspettò tanti giorni;3 in che modo ascese; 4 con chi ascese; 5 per quale ragione ascese; 6 dove ascese; 7 perché ascese».
ll legame tra il dipinto di Giotto ed il testo della Legenda Aurea ci fanno, peraltro, comprendere quale attenzione avesse la cultura nei confronti dell’arte, e come ci fosse una rispondenza tra testo e immagine tale da offrire al predicatore strumenti validi per l’oratoria e al fedele immediata visione di immagini parlanti ed edificanti.
Giotto organizza l’affresco di questa scena in modo apparentemente semplice, ma totalmente coerente con le profondissime analisi teologiche svolte nel testo letterario.
In basso gli apostoli sono dipinti in ginocchio, divisi in due gruppi insieme a Maria che, un po’ separata dal gruppo di sinistra, emerge in tutta la sua figura con il volto orante e insieme rapito da quello che uno degli angeli le dice, indicando la figura di Gesù, che, come su una nuvola, con le braccia alzate quasi fuoriesce dal quadro visivo.
Giotto non costruisce i piani delle sfere celesti, come ci potremmo aspettare in una composizione gotica, ma si limita a farci comprendere che il luogo verso cui Gesù sta ascendendo è oltre la dimensione del quadro, fuori. Infatti, Jacopo da Varazze scrive: «Cristo ascese oltre tutti questi cieli fino al cielo supersustanziale. Che ascese al di sopra di tutti i cieli materiali si deduce da ciò che è detto nel Salmo: “La tua magnificenza è stata esaltata sopra i cieli” (Sal 8,2)».
Giotto dipinge Gesù mentre ascende al cielo, tra due schiere di angeli, una alla sua destra e l’altra alla sua sinistra; questi angeli risultano come trepidanti, in movimento ordinato e nel contempo ondulatorio, che trova rispondenza ancora nelle parole di Jacopo da Varazze: «salì al cielo con letizia, fra il giubilo degli angeli; per questo dice il Salmo: “Ascende Iddio fra le acclamazioni” (Sal 46,6)».
Sopra le prime due file di angeli, si notano altre figure, che possiamo individuare grazie a quanto scrive Jacopo da Varazze relativamente al punto quarto ovvero “Con chi ascese”: «si nota che salì al cielo con un grande bottino di uomini e con una grande moltitudine di angeli».
Ma dove ascende e perche? Quel luogo, verso il quale ascende, che è fuori del quadro visivo è il centro di tutto il dipinto, è il luogo dell’arte di Giotto, è il cuore della nostra fede. Scrive ancora Jacopo da Varazze: «Infatti come il Primo Adamo aprì le porte dell’Inferno così il Secondo aprì quelle del Paradiso […] L’ascensione di Cristo è il pegno della nostra ascesa; perché là dove è salito il capo c’è speranza che possa salire anche il corpo […] “Vado a preparare un posto per voi” (Gv 14,2)».
Costituisce un meraviglioso accompagnamento a questo quadro, una omelia di Benedetto XVI, nella Solennità dell’Ascensione del 2009: «L’Ascensione di Cristo significa dunque, in primo luogo, l’insediamento del Figlio dell’uomo crocifisso e risorto nella regalità di Dio sul mondo […]  C’è però un senso più profondo non percepibile immediatamente. Nella pagina degli Atti degli Apostoli si dice dapprima che Gesù fu “elevato in alto” (v. 9), e dopo si aggiunge che “è stato assunto” (v. 11). L’evento è descritto non come un viaggio verso l’alto, bensì come un’azione della potenza di Dio, che introduce Gesù nello spazio della prossimità divina.
La presenza della nuvola che “lo sottrasse ai loro occhi” (v. 9), richiama un’antichissima immagine della teologia veterotestamentaria, ed inserisce il racconto dell’Ascensione nella storia di Dio con Israele, dalla nube del Sinai e sopra la tenda dell’alleanza del deserto, fino alla nube luminosa sul monte della Trasfigurazione. Presentare il Signore avvolto nella nube evoca in definitiva il medesimo mistero espresso dal simbolismo del “sedere alla destra di Dio”.
In Cristo asceso al cielo, l’essere umano è entrato in modo inaudito e nuovo nell’intimità di Dio; l’uomo trova ormai per sempre spazio in Dio. Il “cielo”, questa parola cielo, non indica un luogo sopra le stelle, ma qualcosa di molto più ardito e sublime: indica Cristo stesso, la Persona divina che accoglie pienamente e per sempre l’umanità, Colui nel quale Dio e uomo sono per sempre inseparabilmente uniti. L’essere dell’uomo in Dio, questo è il cielo. E noi ci avviciniamo al cielo, anzi, entriamo nel cielo, nella misura in cui ci avviciniamo a Gesù ed entriamo in comunione con Lui. Pertanto, 1′odierna solennità dell’Ascensione ci invita a una comunione profonda con Gesù morto e risorto, invisibilmente presente nella vita di ognuno di noi» [1].

NOTE

[1] Benedetto XVI, Omelia. Solennità dell’Ascensione del Signore, 24 maggio 2009.

Publié dans:immagini e testi, |on 14 mai, 2013 |Pas de commentaires »

IL MARTIRIO DI STEFANO

http://www.piccoloeremodellequerce.it/Mostra%20Tralucere%20L’Infinito/Catalogo/01_martirio_di_Stefano.htm

IL MARTIRIO DI STEFANO

IL MARTIRIO DI STEFANO dans immagini e testi, 01_Martirio_di_Stefano

Tempera su tavola, 50×40

di Donatella Capograssi
Allieva della Glikophilousa

Il nostro itinerario contemplativo sulle orme luminose dell’apostolo Paolo ha inizio con la raffigurazione del martirio di Stefano, che compie efficacemente la parola di Gesù: «In verità, in verità vi dico: se il chicco di grano, caduto in terra, non muore, rimane solo; se invece muore, produce molto frutto» (Gv 12,24).
Stefano, il seme. Paolo, il frutto. «Uomo pieno di fede e di Spirito Santo» (At 6,5), il giovane diacono cade, marcisce e muore mentre, tra i persecutori, l’irreprensibile fariseo di Tarso presto sarà il germoglio nuovo della sua indefettibile testimonianza.
L’icona annuncia questa fecondità maturata nel sangue del martirio senza trascurare la rappresentazione dell’intolleranza sprezzante che deraglia nel linciaggio di un innocente, come ammetterà lo stesso Paolo riferendo di sua una sua visione al tempio di Gerusalemme: «Signore, …facevo imprigionare e percuotere nelle sinagoghe quelli che credevano in te; e quando si versava il sangue di Stefano, tuo testimone, anche io ero presente e approvavo, e custodivo i vestiti di quelli che lo uccidevano» (At 22,19-20).
Nell’icona, lo sfondo architettonico rimanda alla città di Gerusalemme. Gli edifici si stagliano nel grigiore di un’ostentata freddezza. Le forme scarne e i colori ferrigni sottolineano il bieco livore degli oppositori che si scagliano contro Stefano, ma soprattutto il raggelante rifiuto di riconoscere in Gesù il Messia.
È insomma il disseccarsi del cuore che, nel torbido offuscarsi della ragione, si abbandona ad un’inaudita violenza, come notifica il testo biblico: «erano furibondi in cuor loro e digrignavano i denti contro Stefano» (At 7,54).
In primo piano, Stefano e, sulla sinistra, Saulo: il martire e il persecutore. Il primo, ardente seguace della Via (cfr. At 9,2), raffigurato nell’elevatezza spirituale dell’ardimento, fissa lo sguardo sulla gloria di Dio. È ritto in piedi  e celebra solennemente la vittoria di Cristo sul male e sulla morte: il suo martirio è infatti «la manifestazione della forza della risurrezione, perché nei martiri Cristo soffre e vince la morte» (W. Rordorf).  Già davanti alla divina maestà, è vestito di bianco, essendo tra «quelli che vengono dalla grande tribolazione e che hanno lavato le loro vesti, rendendole candide nel sangue dell’Agnello» (Ap 7,14).
 Tra le mani regge il turibolo e il rotolo della Parola. Con la sinistra, il turibolo, quasi oscillandolo nell’atto di spargere la fragranza dell’incenso per indicare il soave profumo della sua offerta.
«Vi esorto, per la misericordia di Dio, – scriverà più tardi l’apostolo Paolo – a offrire i vostri corpi come sacrificio vivente, santo e gradito a Dio; è questo il vostro culto spirituale» (Rm 12,1), in ciò forse esaltando anche il giovane martire. Di certo, ben consapevole che «l’offerta del giusto arricchisce l’altare, il suo profumo sale davanti all’Altissimo. Il sacrificio dell’uomo giusto è gradito, il suo ricordo non sarà dimenticato» (Sir 35,8-9).
Con la destra, Stefano stringe il rotolo della Scrittura: egli ha servito il Cristo nella diakonía istituita per il servizio quotidiano delle mense, ma ha anche predicato efficacemente spezzando con sapienza il pane della Parola. Ed ora con fierezza, nell’acme del martirio, rinnova la sua fede sostenuta dalla promessa di Gesù: «Se uno mi ama, osserverà la mia parola e il Padre mio lo amerà e noi verremo a lui e prenderemo dimora presso di lui» (Gv 14,23).
 Sulla candida tunica dell’integrità provata, egli indossa un manto rosso riccamente adornato, che rinvia alla magnificenza dei paramenti sacerdotali e ci sottrae alla vicenda cruenta della lapidazione per trasferirci sul piano di una liturgia in atto: con la sua passione e morte, egli partecipa al sacrificio di Cristo nell’alleanza nuova della Chiesa nascente ed eleva in pienezza il suo battesimo.
 Fagocitato nel suo zelo arrogante, Saulo invece, a sinistra, regge il mantello dei complici ed assiste, approvandolo, all’annientamento del giusto. Il suo sguardo fissa il martire, ma i suoi occhi sono accecati dall’odio: non scorge il chiarore luminoso del santo sedotto da Cristo, imbavagliato com’è nella sua presunta verità, miseramente scaduta in violenza ideologica e integralista. Il rigore morale del suo afflato religioso si è ormai inabissato nel magma della più fredda e spietata intransigenza. A nulla è valso il principio del suo maestro, il saggio Gamaliele: «Non occupatevi di questi uomini e lasciateli andare. Se infatti questo piano o quest’opera fosse di origine umana, verrebbe distrutta; ma, se viene da Dio, non riuscirete a distruggerli. Non vi accada di trovarvi addirittura a combattere contro Dio!» (At 5,38-39).
 Scrive san Fulgenzio di Ruspe: «Sostenuto dalla forza della carità, Stefano vinse Saulo che infieriva crudelmente, e meritò di avere compagno in cielo colui che ebbe in terra persecutore. Ed ecco che ora Paolo è felice con Stefano, con Stefano gode della gloria di Cristo, con Stefano esulta, con Stefano regna. Dove Stefano, ucciso dalle pietre di Paolo, lo ha preceduto, là Paolo lo ha seguito per le preghiera di Stefano».

suor Renata Bozzetto
suor Rossana Leone

Publié dans:immagini e testi,, SANTI |on 15 avril, 2013 |Pas de commentaires »

Santi Pietro e Paolo

Santi Pietro e Paolo dans IMMAGINI (DI SAN PAOLO, DEI VIAGGI, ALTRE SUL TEMA) editedsts_paul_and_peter-vi

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Toronto Icon of St. Paul (stained glass is reflected on the image from the chapel)

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Olbia San Paolo Apostolo Detail De Facade 45 – Sardaigne

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