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PREGARE CON L’ICONA – IL CONCILIO DI GERUSALEMME

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PREGARE CON L’ICONA – IL CONCILIO DI GERUSALEMME

PREGARE CON L'ICONA - IL CONCILIO DI GERUSALEMME dans IMMAGINI (DI SAN PAOLO, DEI VIAGGI, ALTRE SUL TEMA) 09.Concilio_di_Gerusalemme

di Clara Olivari

Allieva della Glikophilousa

Ecco l’icona della collegialità apostolica. Essa raffigura il Concilio di Gerusalemme del 49-50, durante il quale si risolve definitivamente la questione dei rapporti tra cristianesimo e legge mosaica. Un accenno al dibattito: i pagani possono diventare cristiani senza prima farsi ebrei devoti? Ossia: la legge data da Mosè continua ad essere normativa per il cristiano? È ancora necessaria la circoncisione? Ad Antiochia ferve la polemica. Paolo e Barnaba condividono il dissenso dei pagani neo-convertiti che rifiutano la circoncisione. La questione è improcrastinabile: bisogna interpellare «gli apostoli e gli anziani», depositari del messaggio autentico del Risorto, e giungere ad un accordo. L’assemblea conciliare, presenti Paolo e Barnaba, pone fine alla spinosa vicenda. «Dopo una lunga discussione» (At 15,7) si arriva ad un accordo e all’unanimità si mette nero su bianco: «Gli Apostoli e gli anziani, vostri fratelli, ai fratelli di Antiòchia, di Siria e di Cilìcia, che provengono dai pagani, salute! […] È parso bene, infatti, allo Spirito Santo e a noi, di non imporvi altro obbligo ai di fuori di queste cose necessarie: astenersi dalle carni offerte agli idoli, dal sangue, dagli animali soffocati e dalle unioni illegittime. Farete cosa buona a stare lontani da queste cose. State bene!» (At 15,23.28-29).
Nell’icona, Gerusalemme, sede geografica del concilio e luogo spirituale di unità, è visibile dalla volta di un edificio che fa da sfondo ai convenuti. Tutti i presenti, santificati da Dio e da Lui scelti, sono circonfusi da nimbi dorati, e tra loro vicinissimi, quasi a dire: tante sono le membra, diverse le opinioni, «ma uno solo è il corpo» (1Cor 12,12) e noi siamo uno in Cristo Gesù (cfr. Gal 3,28), «ricompaginati in un’unica sottomissione, sottomessi al vescovo…nella concordia di Dio, …sotto la presidenza del vescovo che tiene il posto di Dio» (sant’Ignazio di Antiochia).
I loro volti, disposti frontalmente o a tre quarti, manifestano una luminosa limpidezza che lascia intuire la presenza dominante dello Spirito, accentuata dalla ieraticità dei corpi allungati, talora ricurvi verso il centro spirituale dell’icona, nel nostro caso, su Pietro, attorno a cui si concentra l’azione dello Spirito, come ribadisce il testo scritturistico: « È parso bene, infatti, allo Spirito Santo e a noi…» (At 15,28). E come esige l’icona, che rappresenta lo slancio dell’uomo divinizzato, i loro visi non sono colti nell’atto, ancora umano, del discutere, ma nell’atteggiamento pacato dell’unanime assenso: è il linguaggio del mondo a venire. Anche la carnagione, di una tonalità bruna molto dolce, simile al colore della terra baciata dal sole, esprime l’afflato del cuore: «L’amore del Cristo ci possiede» (2Cor 5,14). Tra loro, scrive Nicola Cabasilas, teologo laico del secolo XIV, «nessuno ha da sé la santità, ed essa non è opera di virtù umana, ma tutti la ricevono da Cristo e mediante lui; come se molti specchi fossero posti sotto il sole: tutti brillano e mandano raggi, così che crederesti di vedere molti soli, ma in realtà è unico il sole che brilla in tutti». Su una predella, segno di riconosciuta autorità, si erge Pietro, celebrato nel primato spirituale conferitogli da Gesù: «Tu sei Pietro e su questa pietra edificherò la mia Chiesa» (Mt 16,18). Le insegne episcopali lo ribadiscono, così come la lettera, indirizzata ai fratelli convertiti dal paganesimo, che lui regge con la mano sinistra, mentre con la destra accenna al gesto della benedizione. La sua fisionomia iconografica corrisponde alle caratteristiche canoniche della tradizione: tratti marcati, capelli e barba grigi e un po’ ricciuti. Le vesti, che cadono sul santo con solenne gravità, non fanno emergere la sinuosità del corpo, ma esprimono la sua vocazione ed esaltano il carattere spirituale del ‘somigliantissimo’: non è più l’uomo impastato di terra, ma è terra redenta, impregnata di cielo.
Accanto a lui, a sinistra, l’apostolo Paolo, che umilmente, chinato il capo, sta in devoto ascolto. L’icona lo mostra come un virgulto fremente di vita che s’inarca flessuoso su Pietro per obbedire allo Spirito. Il suo sguardo è fisso sul rotolo dispiegato e preannuncia lo zelo con cui percorrerà le città per trasmettere ai credenti «le decisioni prese dagli apostoli e dagli anziani di Gerusalemme» perché le osservino (At 16,4). A destra, l’apostolo Giacomo indica il contenuto del cartiglio: nell’assemblea conciliare è lui che con acutezza dirime il dibattito. Ma, al contempo, ostende verso di noi la palma aperta dell’accoglienza. Anch’egli accetta come ispirata dallo Spirito la risoluzione definitiva dell’assemblea raccolta attorno a colui che – ribadisce sant’Ignazio d’Antiochia – «presiede alla carità», Pietro. Giacomo, e con lui Paolo e tutti gli altri, sembrano ribadire con forza: «Dove è Pietro, lì è la Chiesa» (sant’Ambrogio).

suor Renata Bozzetto
suor Rossana Leone

HONOR PETER, HONOR PAUL and prayer

Sts Peter & Paul

 

Honor Peter, honor Paul;
Separated in the body,
Joined as one in faithful call.
Peter, foremost Gospel witness,
Paul, with labors without cease,
Both now stand in robes of glory
At the throne of Christ our Priest.

Let us now with hymns of gladness

Honor their apostolate,
Sing their glorious Epistles,
Laud their common martyr’s fate:
Peter, who for love of Jesus
Bore his death upon the cross,
And the headsman’s cruel sword-stroke
Brought for Paul his gain, not loss.
Let us now with endless glory
Praise the Father and the Son
And the everlasting Spirit,
Ever Three and ever One.
From the mouth of Paul and Peter,
From the choir of saints, ascend
Hymns of glory, praise, and blessing,
Sounding now and without end.

http://communio.stblogs.org/index.php/2010/06/page/2/

 

 

« GLORIA » DI SAN PAOLO – (Arte)

http://www.centrostudibeppefenoglio.it/PatrimonioArtistico/scultura_scheda.php?ID=1

« GLORIA » DI SAN PAOLO

AUTORE:Audagna Virgilio
SOGGETTO: »Gloria » di San Paolo con Santi e Personaggi
DATAZIONE:1942
UBICAZIONE ATTUALE:Alba, Tempio di San Paolo
TECNICA:basso e alto rilievo in marmo di Carrara

L’opera più imponente che decora l’interno del Tempio di San Paolo è sicuramente la maestosa scultura dell’Altare Maggiore, realizzata da Virgilio Audagna nel 1942, un anno dopo l’inaugurazione dell’Altare. Alto otto metri, larga quattro, con le sue 450 ton. di peso, la possente icona in marmo di Carrara è considerata la più colossale opera statuaria del Novecento. Scolpita a basso ed alto rilievo ha come soggetto principale l’Apostolo Paolo, cui la basilica è dedicata.
La figura del Santo in primo piano, domina sugli altri personaggi, accentrando su di sé lo sguardo del fedele. In piedi su una nuvola, cinto dal svolazzante panneggio della tunica, l’Apostolo solleva la mano destra verso l’alto, puntando l’indice a Cristo, che fa capolino fra un nugolo di angioletti. San Paolo mostra dunque ai discepoli, disposti ai suoi piedi, colui che gli ha indicato la via verso la Gloria. Cristo con sguardo sereno e con regale pacatezza infonde luce e gioia nei cieli; il suo volto così tranquillo contrasta con quello accigliato di San Paolo. In alto a destra, un angelo in volo mostra al Maestro Divino lo stemma della Famiglia Paolina.
Ai piedi dell’Apostolo, sulla stessa nuvola che lo sorregge, ci sono due putti, quello a sinistra ha la spada, quello a destra sorregge un libro aperto, su cui è scritto: Christus heri et hodie, ipse et in specula (Cristo ieri e oggi e nei secoli).
Chiudono la scena in basso, poggiando direttamente sul basamento dell’altare, sei personaggi; partendo da sinistra individuiamo: San Crisostomo, grande ammiratore di San Paolo, che con la mano destra sorregge il pastorale e solleva la sinistra verso il Santo. La sua casula dalle ricche pieghe svolazzanti lambisce la lesena grigia, che incornicia l’opera. Accanto a lui San Luca, avvolto dal manto, in atto di scrivere; egli fu molto legato a San Paolo e gli offrì anche assistenza medica.
L’unica figura femminile, al centro della scena, è quella di Santa Tecla, giovane donna che Paolo fece convertire al cristianesimo. Sopra di lei fa capolino il volto di Mons. Giuseppe Re, vescovo di Alba. Se il suo corpo è appena abbozzato a basso rilievo, molto interessante è il particolare del viso, vero ritratto ad alto rilievo, che emerge con sguardo severo dallo sfondo. Dietro di lui si trova il busto di un altro personaggio albese, don Giacomo Alberione, fondatore della Società di San Paolo, egli, in qualità di erede del Santo, ricopre il ruolo di contemporaneo predicatore del Vangelo. Per accentuarne l’effetto realistico, lo scultore ha inserito sul suo volto un paio di occhiali color oro, vero tocco di originalità. Infine, all’estremità destra, c’è San Timoteo, anch’egli di spalle, con sguardo adorante ammira San Paolo.
Lo stile barocco piemontese, che caratterizza la decorazione interna del Tempio trova forse il suo apice nella scultura dell’altare, maestoso elogio al Santo patrono della basilica. In quest’opera troviamo affiancati San Paolo, il suo Maestro Gesù Cristo e tutti coloro che ne seguirono l’esempio, facendosi portavoce della Sua Parola nel mondo; compresi il committente della chiesa don Alberione e il vescovo di Alba che la consacrò.
Lo scultore coniuga, dunque, nell’opera la tradizione figurativa con la realtà contemporanea, in un linguaggio formale ricco di fascino e di bellezza. L’impianto strutturale realizzato con rigore compositivo, vibra nell’accentuazione dei volumi e nell’eleganza del modellato, che dialoga con lo spazio circostante, coinvolgendo il fedele nella narrazione.
Audagna nasce nel 1903 a Cannes e iscrittosi all’Accademia Albertina di Torino, si perfeziona nell’arte del cesellato e nella lavorazione del marmo sotto la guida del Maestro Gaetano Cellini. Nel 1919 apre lo studio a Torino e nel 1922 partecipa, a soli diciannove anni, alla « Promotrice », dando inizio ad una brillante carriera artistica, rivolta soprattutto alla scultura, che lo vede partecipe di oltre cinquanta mostre nazionali ed internazionali; le sue opere sono esposte in tutto il mondo.

A Cura di Chiara Borgogno

DA PREGARE CON L’ICONA: SAN PANCRAZIO

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DA PREGARE CON L’ICONA: SAN PANCRAZIO

DA PREGARE CON L'ICONA: SAN PANCRAZIO dans ARTE san-Pancrazio01

““Lo Sposo è il Verbo, la Sposa è la nostra umanità”
sant’Agostino

INTRODUZIONE

La riscoperta delle icone orientali è uno dei frutti più vistosi della comunione spirituale tra la Chiesa d’Oriente e la Chiesa d’Occidente. Oggi le icone sono un po’ dappertutto: nelle chiese, nelle cappelle, nelle abitazioni. Sono l’angolo bello, il luogo della chiesa domestica, l’armoniosa presenza della continuità fra liturgia e vita che rendono familiare la comunione con i santi, con Cristo, con la Madre di Dio e invitano alla preghiera. Se vogliamo andare al di là della moda, le icone diventano ambienti di preghiera contemplativa, quindi un forte invito al raccoglimento, una presenza che attira, una via alla contemplazione del mistero.
Questa icona in particolare raffigura il giovane martire Pancrazio, ritto in piedi con l’armatura di soldato, in un’ambientazione tutta d’oro. Sullo sfondo, le montagne, dalle quali svetta la croce del martirio. Ai suoi piedi, il Maligno nell’immagine apocalittica del drago e, in alto a sinistra, la mano benedicente di Dio che fuoriesce dal globo.
L’icona presenta il grande tema della lotta contro il male e ne annuncia la vittoria definitiva grazie al sangue di Cristo che, per mezzo della croce, ha schiacciato il capo del nemico antico (cfr. Ef 2,13-19, Gn 3,15-3; Sal 68,22).

IL TESTO BIBLICO (Ef 6,10-20)
«Attingete forza nel Signore e nel vigore della sua potenza. Rivestitevi dell’armatura di Dio, per poter resistere alle insidie del diavolo. La nostra battaglia infatti non è contro creature fatte di sangue e di carne, ma contro i Principati e le Potestà, contro i dominatori di questo mondo di tenebra, contro gli spiriti del male che abitano nelle regioni celesti. Prendete perciò l’armatura di Dio, perché possiate resistere nel giorno malvagio e restare in piedi dopo aver superato tutte le prove. State dunque ben fermi, cinti i fianchi con la verità, rivestiti con la corazza della giustizia, e avendo come calzatura ai piedi lo zelo per propagare il vangelo della pace. Tenete sempre in mano lo scudo della fede, con il quale potrete spegnere tutti i dardi infuocati del maligno; prendete anche l’elmo della salvezza e la spada dello Spirito, cioè la parola di Dio. Pregate inoltre incessantemente con ogni sorta di preghiere e di suppliche nello Spirito, vigilando a questo scopo con ogni perseveranza e pregando per tutti i santi, e anche per me, perché quando apro la bocca mi sia data una parola franca, per far conoscere il mistero del vangelo, del quale sono ambasciatore in catene, e io possa annunziarlo con franchezza come è mio dovere».
E’ sul fondamento della Scrittura che si radica il tema della lotta – la panoplia – contro “i Principati e le Potestà, contro i dominatori di questo mondo di tenebra, contro gli spiriti del male che abitano nelle regioni celesti”. Già l’Antico Testamento infatti presenta Jahvé come un guerriero “che prenderà per armatura il suo zelo e armerà il creato per castigare i nemici; indosserà la giustizia come corazza e si metterà come elmo un giudizio infallibile; prenderà come scudo una santità inespugnabile; affilerà la sua collera inesorabile come spada e il mondo combatterà con lui contro gli insensati” (Sap 5,17ss). Ora l’Apostolo Paolo, riecheggiando questa simbologia, esorta i cristiani ad equipaggiarsi adeguatamente per affrontare il combattimento spirituale, identificando l’esistenza dell’uomo con un campo di battaglia in cui si schierano, in lotta perenne, il bene e il male.
Ma chi sono veramente gli avversari contro cui ferve la lotta? I demoni, con a capo Satana, la cui forza distruttiva cerca di soffocare la speranza dell’uomo ed impedirgli di guardare in alto. La Bibbia indica l’influsso del Maligno sulla storia con termini impressionanti:

è “il principe di questo mondo” (Gv 12,31);
“il grande drago, il serpente antico…che seduce tutta la terra” (Ap 12,9);
“omicida fin da principio…e padre della menzogna” (Gv 8,44),
“colui che della morte ha il potere (Eb 2,14);
“colui che domina tutto il mondo” (1Gv 5,9).
Bisogna dunque vedere in lui “un essere vivo, spirituale, pervertito e pervertitore” (Paolo VI) che, attraverso un’illusione di vita, organizza sistematicamente la perdizione e la morte. La lingua mobile e lo sguardo trasversale, non diretto, del drago che qui lo rappresenta, ne esprime bene la forza seduttrice che inganna con le sue macchinazioni subdole e perverse.

Tuttavia, se è pur vero che siamo fragili e vulnerabili e se è inquietante la forza del male e tremenda la lotta contro le sue insidie, molto più potente, anzi infinitamente più potente, è la forza che viene da Dio in Cristo Gesù. E’ lui “il più forte” (Lc 11,22) che viene – e viene continuamente nella nostra vita! – per vincere il Maligno, strappandogli l’armatura iniqua della malvagità nella quale confida per manipolare e traviare il cuore dei credenti. Possiamo vincere infatti solo ricorrendo “al più forte di lui”, consapevoli d’aver bisogno del sostegno divino perché la nostra volontà non ceda dinanzi all’astuzia del male. Non a caso l’Apostolo Paolo ci esorta ad attingere potenza nel Signore e nella forza del suo vigore pregando incessantemente. La preghiera è infatti è come una cerniera che unisce e rende salda in noi l’armatura di Dio.
Di questa armatura è equipaggiato il giovane martire Pancrazio, come dimostra la sua stessa vita consegnata fiduciosamente alla morte per la fede in Cristo. Ecco come ce la presenta la Leggenda aurea:
« Pancrazio era di origine nobilissima. Perse i genitori in Frigia, e fu lasciato sotto la tutela dello zio Dionisio. Rientrarono tutti e due a Roma, dove avevano vasti possedimenti. Proprio in quella zona si stava nascondendo, con i suoi fedeli, il papa Cornelio. Dionisio e Pancrazio ricevettero da lui la fede. Dionisio più tardi morì in pace. Pancrazio invece fu catturato e portato al cospetto dell’Imperatore. Aveva allora circa quattordici anni. Diocleziano gli disse: Ragazzetto, stai attento, che rischi di morire male. Tu sei giovane, ed è facile che ti ingannino; sei di famiglia nobile, e sei stato un caro amico di mio figlio. Voglio da te che tu lasci perdere questa pazzia, e ti considererò come uno dei miei figli. Pancrazio rispose: Anche se il mio aspetto è quello di un ragazzo, il cuore che ho in petto è quello di un uomo maturo. A noi cristiani, per virtù del mio Signore Gesù Cristo, la vostra prepotenza fa paura né più né meno che questi dipinti che noi vediamo. I tuoi dèi, quelli che mi vuoi spingere ad adorare, sono degli impostori; si stupravano tra fratelli, e non risparmiavano neanche i genitori: se tu vedessi far cose simili ai tuoi servi, li faresti subito uccidere. Mi stupisco anzi come tu non ti vergogni ad adorare dèi del genere. L’imperatore, sentendosi battuto dal ragazzo, lo fece decapitare lungo la via Aurelia; era attorno all’anno 287 dopo Cristo. La senatrice Ottavilla fece seppellire il suo corpo.
Dice Gregorio di Tours che se qualcuno giura il falso presso il suo sepolcro, prima di arrivare al cancello del coro, o è preso dal demonio o esce di senno, oppure cade a terra e muore subito. Successe una volta che due persone ebbero una grave lite. Il giudice, che già sapeva bene chi era il colpevole, preso da uno scrupolo di giustizia, li portò davanti all’altare di Pietro, e là il colpevole cominciò a protestare la sua innocenza ­quella che fingeva di avere. Chiese all’apostolo di indicare con un qualche segno la verità. Avendo lui giurato e non essendogli successo nulla, il giudice, che conosceva bene la malizia di quell’uomo, disse: Qui il vecchio Pietro o è troppo indulgente, o per modestia mostra deferenza nei confronti di un suo inferiore: andiamo allora dal giovane Pancrazio, e chiediamo a lui. Giunti là, il colpevole ebbe l’impudenza di giurare il falso, ma non poté ritrarre la mano, e lì poco dopo morì. Tuttora molti badano che, nei casi difficili e dubbi, si giuri sulle reliquie di san Pancrazio » (Iacopo da Varazze, Leggenda Aurea).
Qual è l’armatura di Dio di cui è cinto il giovane martire?
Si tratta di armi spirituali.
“Cingete i fianchi con la verità/fedeltà” – La cintura della verità di Dio è un tutt’uno con la fedeltà. In ebraico infatti verità e fedeltà hanno un’unica radice, aman, che indica fermezza, stabilità, costanza. Fermi, dunque, stabili e costanti, come Cristo, “il Fedele e Verace” (Ap 19,11). Fedele e perciò affidabile, nella verità del suo Vangelo che esige uno stile coerente di vivere e di agire.
“Indossate come corazza la giustizia” – E’ la giustizia di Dio, che ci rende giusti; è il suo modo di rivelarsi a noi nella misericordia, nel dono della libera grazia che continuamente ci salva. E’ quella giustizia che salva i poveri e umilia i peccatori, gridando, come Cristo: “A Dio ciò che è di Dio”.
“Calzari ai piedi il vostro slancio per annunciare il vangelo della pace” – E’ quella prontezza d’animo che ci rende zelanti, come il Battista, nel preparare la via al Signore (cfr. Mt 3,3), ambasciatori solleciti della bella notizia del Vangelo: “come sono belli i piedi del messaggero che annunzia la pace, messaggero di bene che annunzia la salvezza” (Is 52,7). Pace, “shalom”, che nel linguaggio ebraico racchiude una serie di beni: la salute, la prosperità, la salvezza, la benevolenza, la gioia, la sicurezza, la serenità, la beatitudine, il perdono.
“Afferrate lo scudo della fede” – E’ l’elemento essenziale dell’armatura. Con essa il credente spegne e neutralizza le frecce infuocate del Maligno. Infatti, dice Origene, “non si combatte con il vigore del corpo, ma con la forza della fede”, che è piena adesione a Dio, a qualunque costo, e rifiuto della mentalità del mondo di peccato che ci spinge a interpretare cose e situazioni nella miopia dello sguardo incredulo e indifferente.
“Prendete l’elmo della salvezza” – Più precisamente: ‘la salvezza della speranza’, che è fiduciosa consegna nelle mani di Colui che dona la salvezza, mentre “schiaccia la testa del drago sulle acque” della nostra umanità continuamente esposta alla tentazione del peccato (Sal 74,13).
“Prendete la spada dello Spirito” – Cioè la Parola di Dio, attraverso cui lo Spirito agisce efficacemente, suggerendo cosa dire e cosa fare nei momenti di prova.
Infine, “Pregate incessantemente” – Pregare per essere capaci di parrhesia, ossia di coraggio e franchezza nel “far conoscere il mistero delle fede”, soprattutto nel tempo della persecuzione, divenendo per Cristo “ambasciatori in catene”, sempre aperti alla lode e inclini alla supplica.

LETTURA DELL’ICONA
Contempliamo ora l’icona. L’adolescente Pancrazio pone i suoi piedi sopra il drago: può infatti camminare sul male perché rivestito dell’armatura di Dio, i cui elementi gli conferiscono fortezza e audacia nella persecuzione. Il suo modo di ergersi sul male è deciso, quasi naturale, come se tale vittoria fosse semplice da ottenersi. Sembra infatti annientare il male senza alcuno sforzo. Ciò gli è dato per la forza e la potenza di quella mano benedicente che lo sostiene e lo conforta. Il principe delle tenebre non può essere infatti sconfessato dalle forze umane: il demonio non è mai obbediente alla parola dell’uomo, però indietreggia sempre davanti alla Parola di Dio. E la Parola di Dio che questo ragazzo proclama è: ”Meglio obbedire a Dio che agli uomini, meglio servire Dio che altri idoli”.
Per questo il ragazzo è rappresentato in un atteggiamento fiero, così come si manifesterà lungo tutto l’interrogatorio e il martirio. Si offre serenamente perché è rivestito di Cristo. L’abito che indossa – la corazza della fede – lo annuncia con le sue sfumature dorate: egli è davvero dentro la luce piena di Dio, nella genuinità della fede di fanciullo e, al contempo, nella maturità adulta dell’uomo fedele. Il mantello rosso richiama invece il sangue dato e versato ed è simbolo della sua stessa missione. Quando si è chiamati ad una particolare missione, infatti, si prende il colore che identifica quel progetto in atto. In questo caso la sua vita “data” per tutti.
Il volto orribile del drago spaventa sempre l’uomo, ma in questo caso si coglie il dominio che il giovane martire ha sul male. Solitamente nell’iconografia il Maligno è rappresentato dentro un antro tenebroso. Qui invece è in un prato di erba molto scura dove striscia insinuandosi con astuzia, così come è stata insidiosa la modalità di processare il giovane Pancrazio. Ancora: il male è sempre rappresentato come qualcosa di animale, di selvaggio, ed appartiene alla terra, mentre ciò che è spirituale è elevato, così come è retta, imponente la figura di questo giovane. E’ una contrapposizione netta, visibile anche nella nostra vita: lo strisciare in basso proprio di colui che cede al peccato, e l’elevarsi verso l’alto di colui che invece si abbandona alla contemplazione del Bello e del Buono.
Il modo celeste, spirituale, il mondo della benedizione è il globo divino da cui fuoriesce la mano. E’ l’altro grande elemento di questa icona. Questo scenario è importante: la mano benedicente esprime infatti la protezione solenne nei confronti di chi vuole vivere autenticamente. E noi, quando la percepiamo? Quando ci ritroviamo riuniti nella semplicità della preghiera, quando ci percepiamo rivestiti di “benevolenza, umiltà, mitezza, magnanimità, sopportazione, perdono, carità, pace e rendimento di grazie (cfr. Col 3,9b-14). Allora è come se fossimo benedetti da quella mano celeste. Ed è allora che nasce il desiderio di lasciar calare nella vita la Parola del Signore che ci indica e ci offre il suo amore. Sì, quando lasciamo riecheggiare in noi parole salmiche che leniscono e rinnovano, quando ci abituiamo a benedire, a raccontar bene del Signore dentro la nostra storia; quando impariamo a lodare Dio per la bellezza e le meraviglie che Lui compie in noi, quando guardiamo gli altri, il mondo e le cose, con gli stessi occhi dell’Altissimo, mentre Lui con la mano benedicente ci guarda e ci ama, come suggerisce l’icona, intercettando la nostra prontezza nel condividere, amare e d essere fedeli.
Il cielo da cui fuoriesce la mano è l’universo con gli astri oscurati dalla presenza del Padre che conforta il giovane nella sua testimonianza di fede.
Le rocce accentuano la simbologia di tutta l’icona. Nel linguaggio iconografico la roccia infatti sottolinea sempre la manifestazione di Dio, una teofania chiara, luminosa che penetra e rinnova.
Le piccole piante poste ai piedi della roccia richiamano la fertilità al cambiamento di vita che avverrà quando san Pancrazio sarà chiamato alla pienezza della vita nell’eternità dell’Amore.
Contemplando quest’icona si percepisce una grande presenza di Dio, di un Dio che veglia sulla fede dei suoi figli e su tutto ciò che accade nella storia di ciascuno. Davanti ad essa si snodano sia i momenti luminosi della fierezza, della forza, dell’impegno, sia i momenti tristi della lotta e martirio. Ma nell’uno e nell’altro caso, Dio è sempre lì, pronto a benedire e consolare, sempre disposto ad essere pienezza di misericordia. Ecco perché possiamo affermare che contemplando questa icona noi impariamo a vedere dentro le fatiche della nostra storia la presenza e l’azione di Dio che ci salva continuamente.

PER LA MEDITAZIONE
Mi sembrano utili, a questo punto, quattro osservazioni.
- Anzitutto che spesso anche noi ci troviamo in una situazione rischiosa. È infatti ‘pericoloso’ vivere il Vangelo fino in fondo. Avere il senso del rischio, delle difficoltà è realismo, un realismo che ci permette di vedere le vie dell’avversario, le vie attraverso le quali il Male si fa insidia subdola. Ma sentendoci pieni della forza di Dio. Una profonda analisi e sintesi del mistero della perversione, fatta con l’aiuto della sacra Scrittura, ci mette davanti alle avversità senza paura perché ci è dato di cogliere, insieme alla vastità del male, la potenza di Cristo che opera continuamente nella storia.
- Seconda osservazione: si tratta di una lotta che non ha né sosta, né quartiere, contro un avversario astuto e terribile che è fuori di noi e dentro di noi. Questo, oggi, lo si dimentica spesso, vivendo in un’atmosfera di ottimismo deterministico per cui tutte le cose devono andare di bene in meglio, senza pensare alla drammaticità e alle lacerazioni della storia, senza sapere che la storia ha le sue tragiche regressioni e i suoi rischi che minacciano proprio chi non se l’aspetta, e vive cullandosi nella visione di un evoluzionismo storico che procede sempre per il meglio.
- La terza osservazione: solo chi si arma di tutto punto potrà resistere, dal momento che il nemico si aggira attorno a noi per scoprire se c’è almeno un varco aperto, un elemento mancante nell’armatura cosi da farci cadere nel combattimento.
- L’ultima osservazione, assai importante: tutte le armi, tutti gli elementi dell’armatura vanno continuamente affinati nell’esercizio della preghiera che non li supplisce – non supplisce lo zelo, l’impegno, lo spirito di fede, la capacità di donarsi -, ma è la realtà nella quale tutti siamo avvolti e veniamo ritemprati per la lotta.
Quella in cui il cristiano è ingaggiato è una guerra propriamente escatologica, ossia un battaglia risolutiva per le sorti del mondo e prelude alla definitiva sconfitta delle potenze del male. Non va poi trascurato il risvolto battesimale del termine « indossare » o « rivestirsi » spesso usato da san Paolo. In GaI. 3,27 leggiamo: «Quanti siete stati battezzati, vi siete rivestiti di Cristo». Cosa comporti rivestirsi di Cristo è esplicitato poi in Col 3,9b-14, un testo che si potrebbe definire il « guardaroba del cristiano » con i suoi dieci capi di vestiario: misericordia, benevolenza, umiltà, mitezza, magnanimità, sopportazione, perdono, carità, pace e rendimento di grazie.
Con il battesimo il cristiano s’impegna a rimanere sempre in tenuta militare, perché – al dire dei Padri – egli è un «miles pugnans», un soldato che combatte (CIPRIANO, Lettere, 58,4) e le armi che indossa sono quelle stesse che caratterizzano l’equipaggiamento di Cristo.

Quale l’allenamento adeguato per affrontare tale guerra ?
1. Aprire cuore, bocca, mano rispettivamente a giustizia, verità e pace:
togliendo dal cuore quanto è negativo, malvagio, egocentrico;
esprimendo con la bocca sincerità ed evitando falsità, ipocrisia, maldicenza;
offrendo segni concreti di pacificazione, di riconciliazione, di amicizia, di solidarietà.
2. In ogni situazione difficile ricorrere alla parola illuminante che «trafigge il cuore» (cf At 2,37), attingendola alle Scritture e lasciandocene impregnare in profondità.
3. Affidarci alla potenza della preghiera « incessante », che è la « preghiera del cuore »: «Signore,liberaci dal Male», prendendo via via coscienza dai mali che ci minacciano: quelli annidati nel cuore e quelli che ci vengono dall’esterno. Possiamo fare nostra una preghiera di Isacco di Ninive (306c.-372), monaco siriano:

PER LA PREGHIERA
Sant’Agostino ci avverte che nel combattimento spirituale occorre affidarsi costantemente alla grazia del Signore. Combatte e non è vinto colui che non presume delle proprie forze, colui che «confida in Chi ordina di combattere e vince il nemico aiutato da Chi dà tale ordine» (Enarrationes in pasalmos, 35,6). Ripetiamo:

Liberaci dal male!
Ti lodo, Padre, medico dei corpi, fonte di Sapienza, che ci prodighi una vita senza male, che dissipi il timore, madre delle angosce, e che custodisci il mio cuore nella purezza, grande è presso di te la redenzione. Ti preghiamo

Liberaci dal male!
Santo sei tu, Signore, che conosci ciascuno per nome, che tutto hai creato per mezzo del tuo Verbo. Santo sei Tu, che sei più forte di ogni forza e che superi ogni lode. Ti preghiamo

Liberaci dal male!
Infinitamente profondi sono i tuoi pensieri, Signore. Signore, ho cercato di penetrarli: Tu sei l’insondabile, il tuo Spirito abita abissi inaccessibili e il tuo pensiero è un mistero inesauribile, perché forte è il tuo amore per noi e la tua fedeltà dura in eterno,

Liberaci dal male!
«Manda soccorso, Signore,
a quelli che si levano nelle difficili battaglie dei demoni,
[condotte] sia manifestamente sia di nascosto,
e la nube della tua grazia li ricopra (cf Lc 1,35)
e poni sul capo della loro mente « l’elmo della salvezza » (Ef 6,17)
e umilia davanti a loro la potenza dell’avversario
e li sostenga sempre il vigore della tua destra,
perché per i loro pensieri non vengano meno
allo sguardo continuo [rivolto] a te,
e fa’ rivestire loro l’arma dell’umiltà,
così che da loro spiri sempre un odore soave,
secondo il tuo beneplacito».
Isacco di Ninive

 

Publié dans:ARTE, immagini e testi, |on 27 mai, 2014 |Pas de commentaires »

San Paolo Apostolo

San Paolo Apostolo dans IMMAGINI (DI SAN PAOLO, DEI VIAGGI, ALTRE SUL TEMA) 4.Serbia,+Zica,+Apostolo+Paolo,+1300

http://iconaimmaginedio.blogspot.it/2013/05/liconografia-dellapostolo-paolo.html

Apostle Paul. Russian Orthodox icon from the beginning of the 19th century. Fragment from the church iconostasis (deesis row). Northern Russia …

Apostle Paul. Russian Orthodox icon from the beginning of the 19th century. Fragment from the church iconostasis (deesis row). Northern Russia  ... dans IMMAGINI (DI SAN PAOLO, DEI VIAGGI, ALTRE SUL TEMA)
http://mosaicbiblestudy.blogspot.it/2013_09_01_archive.html

Adam Elsheimer – Saint Paul

Adam Elsheimer - Saint Paul dans IMMAGINI (DI SAN PAOLO, DEI VIAGGI, ALTRE SUL TEMA) 436px-Adam_Elsheimer_-_Saint_Paul

http://commons.wikimedia.org/wiki/File:Adam_Elsheimer_-_Saint_Paul.jpg?uselang=it

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