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La tomba di Maria a Gerusalemme, altre immagini sul sito e, sotto, il testo già riportato della Custodia di Terra Santa a Gerusalemme

La tomba di Maria a Gerusalemme, altre immagini sul sito e, sotto, il testo già riportato della Custodia di Terra Santa a Gerusalemme dans immagini e testi, z14visita

Venerdì, 15 agosto 2003  – Celebrazione dell’Assunta a Gerusalemme

http://198.62.75.1/www1/ofm/sbf/segr/ntz/foto2003/album2003z.html

Publié dans:immagini e testi, |on 11 août, 2009 |Pas de commentaires »

IL MARTIRIO DI STEFANO, ICONA, ILLUSTRAZIONE (E MEDITAZIONE)

IL MARTIRIO DI STEFANO, ICONA, ILLUSTRAZIONE (E MEDITAZIONE)  dans IMMAGINI (DI SAN PAOLO, DEI VIAGGI, ALTRE SUL TEMA) 01_Martirio_di_Stefano

http://www.piccoloeremodellequerce.it/Mostra%20Tralucere%20L%27Infinito/Catalogo/01_martirio_di_Stefano.htm

IL MARTIRIO DI STEFANO
Tempera su tavola, 50×40

di Donatella Capograssi
Allieva della Glikophilousa

Il nostro itinerario contemplativo sulle orme luminose dell’apostolo Paolo ha inizio con la raffigurazione del martirio di Stefano, che compie efficacemente la parola di Gesù: «In verità, in verità vi dico: se il chicco di grano, caduto in terra, non muore, rimane solo; se invece muore, produce molto frutto» (Gv 12,24).

Stefano, il seme. Paolo, il frutto. «Uomo pieno di fede e di Spirito Santo» (At 6,5), il giovane diacono cade, marcisce e muore mentre, tra i persecutori, l’irreprensibile fariseo di Tarso presto sarà il germoglio nuovo della sua indefettibile testimonianza.

L’icona annuncia questa fecondità maturata nel sangue del martirio senza trascurare la rappresentazione dell’intolleranza sprezzante che deraglia nel linciaggio di un innocente, come ammetterà lo stesso Paolo riferendo di sua una sua visione al tempio di Gerusalemme: «Signore, …facevo imprigionare e percuotere nelle sinagoghe quelli che credevano in te; e quando si versava il sangue di Stefano, tuo testimone, anche io ero presente e approvavo, e custodivo i vestiti di quelli che lo uccidevano» (At 22,19-20).

Nell’icona, lo sfondo architettonico rimanda alla città di Gerusalemme. Gli edifici si stagliano nel grigiore di un’ostentata freddezza. Le forme scarne e i colori ferrigni sottolineano il bieco livore degli oppositori che si scagliano contro Stefano, ma soprattutto il raggelante rifiuto di riconoscere in Gesù il Messia.

È insomma il disseccarsi del cuore che, nel torbido offuscarsi della ragione, si abbandona ad un’inaudita violenza, come notifica il testo biblico: «erano furibondi in cuor loro e digrignavano i denti contro Stefano» (At 7,54).

In primo piano, Stefano e, sulla sinistra, Saulo: il martire e il persecutore. Il primo, ardente seguace della Via (cfr. At 9,2), raffigurato nell’elevatezza spirituale dell’ardimento, fissa lo sguardo sulla gloria di Dio. È ritto in piedi  e celebra solennemente la vittoria di Cristo sul male e sulla morte: il suo martirio è infatti «la manifestazione della forza della risurrezione, perché nei martiri Cristo soffre e vince la morte» (W. Rordorf).  Già davanti alla divina maestà, è vestito di bianco, essendo tra «quelli che vengono dalla grande tribolazione e che hanno lavato le loro vesti, rendendole candide nel sangue dell’Agnello» (Ap 7,14).
 

Tra le mani regge il turibolo e il rotolo della Parola. Con la sinistra, il turibolo, quasi oscillandolo nell’atto di spargere la fragranza dell’incenso per indicare il soave profumo della sua offerta.

«Vi esorto, per la misericordia di Dio, – scriverà più tardi l’apostolo Paolo – a offrire i vostri corpi come sacrificio vivente, santo e gradito a Dio; è questo il vostro culto spirituale» (Rm 12,1), in ciò forse esaltando anche il giovane martire. Di certo, ben consapevole che «l’offerta del giusto arricchisce l’altare, il suo profumo sale davanti all’Altissimo. Il sacrificio dell’uomo giusto è gradito, il suo ricordo non sarà dimenticato» (Sir 35,8-9).

Con la destra, Stefano stringe il rotolo della Scrittura: egli ha servito il Cristo nella diakonía istituita per il servizio quotidiano delle mense, ma ha anche predicato efficacemente spezzando con sapienza il pane della Parola. Ed ora con fierezza, nell’acme del martirio, rinnova la sua fede sostenuta dalla promessa di Gesù: «Se uno mi ama, osserverà la mia parola e il Padre mio lo amerà e noi verremo a lui e prenderemo dimora presso di lui» (Gv 14,23).

Sulla candida tunica dell’integrità provata, egli indossa un manto rosso riccamente adornato, che rinvia alla magnificenza dei paramenti sacerdotali e ci sottrae alla vicenda cruenta della lapidazione per trasferirci sul piano di una liturgia in atto: con la sua passione e morte, egli partecipa al sacrificio di Cristo nell’alleanza nuova della Chiesa nascente ed eleva in pienezza il suo battesimo.

Fagocitato nel suo zelo arrogante, Saulo invece, a sinistra, regge il mantello dei complici ed assiste, approvandolo, all’annientamento del giusto. Il suo sguardo fissa il martire, ma i suoi occhi sono accecati dall’odio: non scorge il chiarore luminoso del santo sedotto da Cristo, imbavagliato com’è nella sua presunta verità, miseramente scaduta in violenza ideologica e integralista. Il rigore morale del suo afflato religioso si è ormai inabissato nel magma della più fredda e spietata intransigenza. A nulla è valso il principio del suo maestro, il saggio Gamaliele: «Non occupatevi di questi uomini e lasciateli andare. Se infatti questo piano o quest’opera fosse di origine umana, verrebbe distrutta; ma, se viene da Dio, non riuscirete a distruggerli. Non vi accada di trovarvi addirittura a combattere contro Dio!» (At 5,38-39).

Scrive san Fulgenzio di Ruspe: «Sostenuto dalla forza della carità, Stefano vinse Saulo che infieriva crudelmente, e meritò di avere compagno in cielo colui che ebbe in terra persecutore. Ed ecco che ora Paolo è felice con Stefano, con Stefano gode della gloria di Cristo, con Stefano esulta, con Stefano regna. Dove Stefano, ucciso dalle pietre di Paolo, lo ha preceduto, là Paolo lo ha seguito per le preghiera di Stefano».

suor Renata Bozzetto

suor Rossana Leone 

Quel segno della Tutta Santa; La Grande Panaghia

Quel segno della Tutta Santa; La Grande Panaghia  dans immagini e testi, panagia2
http://digilander.libero.it/bianco14/02.html

dal sito:
http://www.stpauls.it/madre/0807md/0807md08.htm

ARTE – La Grande Panaghia

(per l’immagine originale vedere il sito, io metto un’immagine da una altro sito)

 di JEAN-PAUL HERNANDEZ sj
Quel segno della Tutta Santa
  

Detta anche la Vergine del Segno, la Grande Panaghia indica una figura frontale di Maria in piedi con le braccia aperte, nel gesto dell’orante, e che porta nel seno il Figlio. L’icona della Panaghia è una catechesi sulla santità come segno e ostensione del Dio incarnato. Chi vede la santità umana, vede Dio.
 

Uno degli schemi teologicamente più ricchi nella storia dell’iconografia mariana è quello della Grande Panaghia. Si indica così una figura frontale di Maria in piedi con le braccia aperte (nel gesto dell’orante) e che porta nel seno il Figlio, rappresentato all’interno di un medaglione (o clipeo). Da parte e dall’altra della testa di Maria si situano due angeli, anche loro all’interno del rispettivo clipeo.

Troviamo un famoso esempio di questo schema nella Grande Panaghia di Yaroslav, icona scritta all’inizio del secolo XIII per la cattedrale di Kiev (vedi illustrazione a destra). All’ostensione di una simile immagine si era attribuito nel 1170 la miracolosa salvezza della città di Novgorod dopo un feroce assedio intrapreso dai soldati di Suzdal.

Da allora la Panaghia viene chiamata anche Vergine del Segno. Segno di protezione contro l’assediante, certo, ma prima di tutto segno di pace profetizzato da Isaia: «Il Signore stesso vi darà un segno: ecco, la Vergine concepirà e partorirà un figlio che chiamerà Emmanuele» (Is 7,15). Che una vergine diventi madre pur rimanendo vergine, questo è il «segno» dell’intervento divino. Per il Nuovo Testamento Maria di Nazareth è il compimento di questa profezia (cf Mt 1,22-23). Il «Segno» è la sua verginità. Panaghia significa infatti « Tutta santa ». Così la tradizione accosta santità e segno, santità e compimento visibile delle promesse. Sant’Ireneo commenta: «Perciò il Signore stesso ci dette un segno, in profondità e in altezza, segno che l’uomo non domandò, perché non si sarebbe mai aspettato che una vergine potesse concepire e partorire un figlio continuando ad essere vergine, e il frutto di questo parto fosse Dio-con-noi».

La presenza del Dio-con-noi diventa «segno», cioè diventa visibile, nella santità di Maria, e in seguito in ogni santità umana. L’icona della Panaghia è così una catechesi sulla santità come segno, come « ostensione » del Dio incarnato che vediamo nel clipeo. Chi vede la Tutta Santa vede il Verbo incarnato, chi vede la santità umana vede Dio. Ma in quali gesti si realizza questa santità?

Le braccia alzate

Il gesto più evidente nella Vergine del Segno è la sua posizione orante, cioè con le braccia alzate. Per i primi cristiani questo gesto richiama il Crocifisso. Ma già in epoca pre-cristiana troviamo questo gesto come gesto pagano della preghiera e dell’invocazione. Gli stessi templi greci con le loro colonne calcolate secondo le proporzioni dell’avambraccio umano sono stati molto presto interpretati come «foreste di avambracci alzati per la preghiera». E Tertulliano lancia ai pagani: «Senza saperlo, quando pregate, voi fate il gesto del nostro Salvatore sulla croce».

Anche la tradizione ebraica conosce lo stesso gesto di preghiera. Quando Israele combatte contro Amalek, Mosè sale sul monte e la sua preghiera con le braccia alzate garantisce la vittoria del suo popolo. Il suo gesto è così indispensabile che quando sentirà le sue braccia stanche, Mosè chiederà ad Aronne e a Cur di reggergli le braccia in alto (cf Es 17). Così il gesto della Panaghia era già in Mosè sinonimo di vittoria sul nemico. Ma nell’Antico Testamento, Dio stesso ha «steso le mani» per implorare «verso un popolo ribelle» (Is 65,2). Perciò i primi cristiani vedranno nelle braccia tese del Crocifisso la preghiera di Dio all’uomo prima della preghiera dell’uomo a Dio. La croce di Cristo è la preghiera di quel Padre misericordioso che davanti alla tristezza del fratello maggiore «uscì fuori a pregarlo» (Lc 15,28). A pregarlo di entrare nella festa.

Il mistero della preghiera

Allora ogni nostra preghiera non è che un partecipare all’unica preghiera che è la croce. Perciò la Panaghia non fa altro che prolungare lo stesso gesto che il Figlio compie nel suo seno. Essa è Vergine del Segno perché formata, plasmata, dall’unico segno di salvezza che è quello della croce. Ma per lei il gesto della croce coincide con l’accogliere nel grembo il Dio-con-noi, coincide cioè con l’incarnazione. Croce e incarnazione sono così riuniti nel mistero della preghiera. Perciò pregare è il più grande gesto di amore che possiamo fare. Pregare è una passione, ma è anche proseguire l’incarnazione.  
    
Perciò l’arte paleocristiana ha rappresentato la figura dell’orante in molti contesti che richiamano al tempo stesso la Passione e l’immedesimazione fra il Cristo e il cristiano (l’incarnazione continuata). Una delle varianti più frequenti è il Daniele orante nella fossa dei leoni. Daniele è una prefigurazione di Cristo (già nel vangelo di Matteo il sepolcro di Cristo viene descritto con un implicito accenno alla fossa di Daniele). Ma Daniele offre anche un’immedesimazione con il cristiano pre-costantiniano che nelle persecuzioni si ritrova concretamente fra le belve. Quando questo schema è rappresentato su un sarcofago, allora è il defunto quel nuovo Daniele (e nuovo « Cristo ») che attraverserà la fossa della morte per arrivare al giorno della risurrezione.

Ma nell’arte paleocristiana, il gesto dell’orante è anche attribuito a personaggi come Noè, i tre giovani nella fornace, o a singole figure femminili che rappresentano la comunità. A Sant’Apollinare in Classe (Ravenna), nel secolo VI, esso diventa il gesto liturgico del pastore.

La figura di Maria nell’atteggiamento dell’orante è attestata già nel sec. IV, nel mausoleo di sant’Agnese a Roma. Alla fine del secolo VI la troviamo sulla croce in argento di Agnello conservata nel Museo diocesano di Ravenna; nel secolo VIII a Bawit, in Egitto; verso l’anno 1000 a Sant’Angelo in Formis (Caserta).

Nel Medioevo bizantino, la più celebre immagine della Vergine orante era venerata dal secolo VII a Costantinopoli, in fondo al Corno d’oro, nel quartiere di Blacherne. Si trovava in una chiesa costruita per ricevere la reliquia del santo velo della Vergine, il maforion, portato da Gerusalemme sotto il regno di Leone I (457-474). Presto il gesto della Blachernitissa viene interpretato come gesto di protezione contro i nemici. Il patriarca Fozio (secolo IX) la descrive come «muro incrollabile». E l’imperatore Andronico II Paleologo (secolo XIII) esprime la sua gratitudine verso «colei che vigila sulla nostra tranquillità in mille circostanze e respinge i nostri nemici».

Erede di questa tradizione, la Grande Panaghia offre un gesto orante, rinforzato dalla lieve inflessione delle mani che orienta il palmo verso l’alto. È un atteggiamento di attesa che fa di Maria un ricettacolo. La preghiera, e dunque la santità, è prima di tutto un atteggiamento di attesa e una disponibilità a essere colmato.

La Grande Panaghia è però quella variante di Vergine orante che porta nel seno il medaglione del Figlio. La nostra figura è dunque la sintesi di due tipi iconografici: l’orante e il portascudo. Ma nella nostra immagine lo scudo è diventato grembo. E in esso vediamo il Figlio, anche lui in posizione orante.

Superiore a tutta la creazione

Il clipeo sta a indicare la radicale alterità di Cristo rispetto a Maria. Si tratta della presenza di Dio stesso. La liturgia bizantina canta: «Colui che le immensità celesti non possono contenere, tu lo hai accolto nel tuo seno, o Pura». Perciò questa figura viene anche chiamata la Platytera, cioè la «Più vasta». Più vasta dei cieli, si intende. La liturgia di san Basilio esclama: «O Vergine, superiore ai cherubini e ai serafini, più vasta del cielo e della terra, tu sei apparsa superiore, senza confronto, a tutta la creazione visibile e invisibile». La porpora dell’omoforion (manto) sottolinea questa dignità regale.

Maria nell’atteggiamento dell’orante: affreschi di Bawit (Egitto), secolo VIII.

Diventare portatori di Cristo

«Tenda dell’Infinito», «Dimora di Colui che non abita in nessun luogo», la Platytera rappresenta il mistero dell’inabitazione divina nel fedele. «Chiunque fa la volontà del Padre mio, che è nei cieli, mi è fratello, sorella e madre», aveva detto Gesù (Mt 12,50). Allora pregare significa diventare portatori di Cristo, « madre » di Gesù. Questa è la santità. San Paolo potrà dire: «Io sono stato crocifisso con Cristo e non sono più io che vivo ma è Cristo che vive in me» (Gal 2,20). La preghiera è il gesto più vicino a questo «essere stato crocifisso con Cristo» e dunque a questa inabitazione.

È interessante notare che il Figlio rappresentato nel clipeo non è la figura di un bambino, bensì piuttosto di un adulto, e in certe varianti addirittura di un anziano. Si tratta del Verbo eterno del Padre, che esiste prima di ogni creatura. Con la sua mano destra egli fa il gesto della benedizione, che è anche il gesto dell’oratore quando prende la parola. Egli è appunto la Parola fatta carne e in questo diventata Parola di benedizione per ogni carne. Nella sua mano sinistra la maggior parte delle varianti rappresenta un rotolo. Egli è la Parola vivente che porta a compimento la Parola scritta, il rotolo della Torah, le promesse di Israele. I colori rosso e blu dei suoi vestiti rimandano rispettivamente alla sua divinità e alla sua umanità.

Gli altri due medaglioni, in alto a sinistra e in alto a destra dell’immagine, rappresentano due angeli. Essi portano la sfera del cosmo segnata da una croce. Queste due figure possono rappresentare Gabriele e Michele. Nelle basiliche paleocristiane essi erano messi da parte e dall’altra dell’arco trionfale per richiamare i due « passaggi » della vita di Cristo: l’incarnazione (Gabriele è l’angelo dell’Annunciazione) e la Pasqua (Michele simboleggia la vittoria pasquale). Maria, abbiamo visto, riunisce questi due passaggi nella sua preghiera.

Ma alcuni studiosi vedono in questi due clipei l’immagine dei due angeli dell’episodio dell’Ascensione (At 1,10). Essi allora sono anche i due angeli che delimitano il «luogo della manifestazione», sul kaporet (propiziatorio) che copre l’arca dell’alleanza nel Santo dei Santi del tempio di Gerusalemme. Allora Maria è quell’arca dell’alleanza che diventa «luogo della manifestazione», epifania. Segno nel senso più forte della parola.

Jean-Paul Hernandez   

Il miracolo della nevE (dal sito: ART AND UFOs? NO THANKS, ONLY ART, altre immagini e seguito del testo sul sito, molto interessante)

Il miracolo della nevE (dal sito: ART AND UFOs? NO THANKS, ONLY ART, altre immagini e seguito del testo sul sito, molto interessante)  dans immagini e testi, Masolino_Miracolo_Neve

Masolino da Panicale « Il Miracolo della neve » (circa 1428)
(Museo e Gallerie Nazionali di Capodimonte, Napoli)

« Il Miracolo della Neve » venne dipinto da Tommaso di Cristoforo Fini, detto Masolino da Panicale, su ordine del papa Martino V Colonna per la chiesa di Santa Maria Maggiore di Roma intorno al 1428. Faceva parte di un trittico a due facce e Vasari lo attribuì a Masaccio che invece realizzò solo uno dei pannelli laterali con i santi Girolamo e Battista. Questo è uno dei più citati « dipinti ufologici », già proposto a partire dai primi anni ’70 come testimonianza di avvistamenti di oggetti volanti non identificati (S. Boncompagni, Clypeus n.29, 1970; D. Bedini, Notiziario UFO n. 81, 1979; E. Massa, Il Giornale dei Misteri n. 107, 1980).

http://www.bibliotecapleyades.net/ufoart/UFOArt2/arteufo06.htm

Publié dans:immagini e testi, |on 4 août, 2009 |Pas de commentaires »

IL PERDONO DI ASSISI (TESTO ED IMMAGINI)

IL PERDONO DI ASSISI (TESTO ED IMMAGINI) dans immagini e testi, Porziuncola05

IL PERDONO DI ASSISI

IL RACCONTO E DIVERSE BELLE IMMAGINI

http://www.tanogabo.it/religione/il_perdono_di_assisi.htm

Publié dans:immagini e testi, |on 1 août, 2009 |Pas de commentaires »

PREGHIERE A SAN PAOLO APOSTOLO, LINK (testo ed immagini)

dal sito:

http://www.webalice.it/imsangel/Pagine/pregasanpaolo.html

PREGHIERE A SAN PAOLO APOSTOLO

del Beato Giacomo Alberione (1884-1971)
fondatore della Famiglia Paolina

(forse ho già messo qualcosa di queste preghiere, ma su questa pagina sono messe insieme e vi sono diverse belle immagini, anche per questo non copio perché possiate veder le immagini)

« Pregare con l’icona »: San Pancrazio « “Lo Sposo è il Verbo, la Sposa è la nostra umanità” (testo biblico Efesini 6,10-20)

San Pancrazio

Icona del Laboratorio

« La Glikophilousa »

DAL SITO: PREGARE CON L’ICONA:

http://www.piccoloeremodellequerce.it/gliko/Preghiere%20con%20l’icona/san_Pancrazio.htm

San Pancrazio

““Lo Sposo è il Verbo, la Sposa è la nostra umanità”

sant’Agostino

INTRODUZIONE

 La riscoperta delle icone orientali è uno dei frutti più vistosi della comunione spirituale tra la Chiesa d’Oriente e la Chiesa d’Occidente. Oggi le icone sono un po’ dappertutto: nelle chiese, nelle cappelle, nelle abitazioni. Sono l’angolo bello, il luogo della chiesa domestica, l’armoniosa presenza della continuità fra liturgia e vita che rendono familiare la comunione con i santi, con Cristo, con la Madre di Dio e invitano alla preghiera. Se vogliamo andare al di là della moda, le icone diventano ambienti di preghiera contemplativa, quindi un forte invito al raccoglimento, una presenza che attira, una via alla contemplazione del mistero.

Questa icona in particolare raffigura il giovane martire Pancrazio, ritto in piedi con l’armatura di soldato, in un’ambientazione tutta d’oro. Sullo sfondo, le montagne, dalle quali svetta la croce del martirio. Ai suoi piedi, il Maligno nell’immagine apocalittica del drago e, in alto a sinistra, la mano benedicente di Dio che fuoriesce dal globo.

L’icona presenta il grande tema della lotta contro il male e ne annuncia la vittoria definitiva grazie al sangue di Cristo che, per mezzo della croce, ha schiacciato il capo del nemico antico (cfr. Ef 2,13-19, Gn 3,15-3; Sal 68,22).
 

Il testo biblico (Ef 6,10-20)

«Attingete forza nel Signore e nel vigore della sua potenza. Rivestitevi dell’armatura di Dio, per poter resistere alle insidie del diavolo. La nostra battaglia infatti non è contro creature fatte di sangue e di carne, ma contro i Principati e le Potestà, contro i dominatori di questo mondo di tenebra, contro gli spiriti del male che abitano nelle regioni celesti. Prendete perciò l’armatura di Dio, perché possiate resistere nel giorno malvagio e restare in piedi dopo aver superato tutte le prove. State dunque ben fermi, cinti i fianchi con la verità, rivestiti con la corazza della giustizia, e avendo come calzatura ai piedi lo zelo per propagare il vangelo della pace. Tenete sempre in mano lo scudo della fede, con il quale potrete spegnere tutti i dardi infuocati del maligno; prendete anche l’elmo della salvezza e la spada dello Spirito, cioè la parola di Dio. Pregate inoltre incessantemente con ogni sorta di preghiere e di suppliche nello Spirito, vigilando a questo scopo con ogni perseveranza e pregando per tutti i santi, e anche per me, perché quando apro la bocca mi sia data una parola franca, per far conoscere il mistero del vangelo, del quale sono ambasciatore in catene, e io possa annunziarlo con franchezza come è mio dovere».

E’ sul fondamento della Scrittura che si radica il tema della lotta – la panoplia – contro “i Principati e le Potestà, contro i dominatori di questo mondo di tenebra, contro gli spiriti del male che abitano nelle regioni celesti”. Già l’Antico Testamento infatti presenta Jahvé come un guerriero “che prenderà per armatura il suo zelo e armerà il creato per castigare i nemici; indosserà la giustizia come corazza e si metterà  come elmo un giudizio infallibile; prenderà come scudo una santità inespugnabile; affilerà la sua collera inesorabile come spada e il mondo combatterà con lui contro gli insensati” (Sap 5,17ss). Ora l’Apostolo Paolo, riecheggiando questa simbologia, esorta i cristiani ad equipaggiarsi adeguatamente per affrontare il combattimento spirituale, identificando l’esistenza dell’uomo con un campo di battaglia in cui si schierano, in lotta perenne, il bene e il male.

Ma chi sono veramente gli avversari contro cui ferve la lotta? I demoni, con a capo Satana, la cui forza distruttiva cerca di soffocare la speranza dell’uomo ed impedirgli di guardare in alto. La Bibbia indica l’influsso del Maligno sulla storia con termini impressionanti:

è “il principe di questo mondo” (Gv 12,31);

“il grande drago, il serpente antico…che seduce tutta la terra” (Ap 12,9);

“omicida fin da principio…e padre della menzogna” (Gv 8,44),

“colui che della morte ha il potere (Eb 2,14);

“colui che domina tutto il mondo” (1Gv 5,9).

Bisogna dunque vedere in lui “un essere vivo, spirituale, pervertito e pervertitore” (Paolo VI) che, attraverso un’illusione di vita, organizza sistematicamente la perdizione e la morte. La lingua mobile e lo sguardo trasversale, non diretto, del drago che qui lo rappresenta, ne esprime bene la forza seduttrice che inganna con le sue macchinazioni subdole e perverse.

Tuttavia, se è pur vero che siamo fragili e vulnerabili e se è inquietante la forza del male e tremenda la lotta contro le sue insidie, molto più potente, anzi infinitamente più potente, è la forza che viene da Dio in Cristo Gesù. E’ lui “il più forte” (Lc 11,22) che viene – e viene continuamente nella nostra vita! – per vincere il Maligno, strappandogli l’armatura  iniqua della malvagità nella quale confida per manipolare e traviare il cuore dei credenti. Possiamo vincere infatti solo ricorrendo “al più forte di lui”, consapevoli d’aver bisogno del sostegno divino perché la nostra volontà non ceda dinanzi all’astuzia del male. Non a caso l’Apostolo Paolo ci esorta ad attingere potenza nel Signore e nella forza del suo vigore pregando incessantemente. La preghiera è infatti è come una cerniera che unisce e rende salda in noi l’armatura di Dio.

Di questa armatura è equipaggiato il giovane martire Pancrazio, come dimostra la sua stessa vita consegnata fiduciosamente alla morte per la fede in Cristo. Ecco come ce la presenta la Leggenda aurea:

« Pancrazio era di origine nobilissima. Perse i genitori in Frigia, e fu lasciato sotto la tutela dello zio Dionisio. Rientrarono tutti e due a Roma, dove avevano vasti possedimenti. Proprio in quella zona si stava nascondendo, con i suoi fedeli, il papa Cornelio. Dionisio e Pancrazio ricevettero da lui la fede. Dionisio più tardi morì in pace. Pancrazio invece fu catturato e portato al cospetto dell’Imperatore. Aveva allora circa quattordici anni. Diocleziano gli disse: Ragazzetto, stai attento, che rischi di morire male. Tu sei giovane, ed è facile che ti ingannino; sei di famiglia nobile, e sei stato un caro amico di mio figlio. Voglio da te che tu lasci perdere questa pazzia, e ti considererò come uno dei miei figli. Pancrazio rispose: Anche se il mio aspetto è quello di un ragazzo, il cuore che ho in petto è quello di un uomo maturo. A noi cristiani, per virtù del mio Signore Gesù Cristo, la vostra prepotenza fa paura né più né meno che questi dipinti che noi vediamo. I tuoi dèi, quelli che mi vuoi spingere ad adorare, sono degli impostori; si stupravano tra fratelli, e non risparmiavano neanche i genitori: se tu vedessi far cose simili ai tuoi servi, li faresti subito uccidere. Mi stupisco anzi come tu non ti vergogni ad adorare dèi del genere. L’imperatore, sentendosi battuto dal ragazzo, lo fece decapitare lungo la via Aurelia; era attorno all’anno 287 dopo Cristo. La senatrice Ottavilla fece seppellire il suo corpo.

Dice Gregorio di Tours che se qualcuno giura il falso presso il suo sepolcro, prima di arrivare al cancello del coro, o è preso dal demonio o esce di senno, oppure cade a terra e muore subito. Successe una volta che due persone ebbero una grave lite. Il giudice, che già sapeva bene chi era il colpevole, preso da uno scrupolo di giustizia, li portò davanti all’altare di Pietro, e là il colpevole cominciò a protestare la sua innocenza ­quella che fingeva di avere. Chiese all’apostolo di indicare con un qualche segno la verità. Avendo lui giurato e non essendogli successo nulla, il giudice, che conosceva bene la malizia di quell’uomo, disse: Qui il vecchio Pietro o è troppo indulgente, o per modestia mostra deferenza nei confronti di un suo inferiore: andiamo allora dal giovane Pancrazio, e chiediamo a lui. Giunti là, il colpevole ebbe l’impudenza di giurare il falso, ma non poté ritrarre la mano, e lì poco dopo morì. Tuttora molti badano che, nei casi difficili e dubbi, si giuri sulle reliquie di san Pancrazio » (Iacopo da Varazze, Leggenda Aurea).

Qual è l’armatura di Dio di cui è cinto il giovane martire?

Si tratta di armi spirituali.

“Cingete i fianchi con la verità/fedeltà” – La cintura della verità di Dio è un tutt’uno con la fedeltà. In ebraico infatti verità e fedeltà hanno un’unica radice, aman, che indica fermezza, stabilità, costanza. Fermi, dunque, stabili e costanti, come Cristo, “il Fedele e Verace” (Ap 19,11). Fedele e perciò affidabile, nella verità del suo Vangelo che esige uno stile coerente di vivere e di agire.

“Indossate come corazza la giustizia” – E’ la giustizia di Dio, che ci rende giusti; è il suo modo di rivelarsi a noi nella misericordia, nel dono della libera grazia che continuamente ci salva. E’ quella giustizia che salva i poveri e umilia i peccatori, gridando, come Cristo: “A Dio ciò che è di Dio”.

“Calzari ai piedi il vostro slancio per annunciare il vangelo della pace” -  E’ quella prontezza d’animo che ci rende zelanti, come il Battista, nel preparare la via al Signore (cfr. Mt 3,3), ambasciatori solleciti della bella notizia del Vangelo: “come sono belli i piedi del messaggero che annunzia la pace, messaggero di bene che annunzia la salvezza” (Is 52,7). Pace, “shalom”, che nel linguaggio ebraico racchiude una serie di beni: la salute, la prosperità, la salvezza, la benevolenza, la gioia, la sicurezza, la serenità, la beatitudine, il perdono.

“Afferrate lo scudo della fede” – E’ l’elemento essenziale dell’armatura. Con essa il credente spegne e neutralizza le frecce infuocate del Maligno. Infatti, dice Origene, “non si combatte con il vigore del corpo, ma con la forza della fede”, che è piena adesione a Dio, a qualunque costo, e rifiuto della mentalità del mondo di peccato che ci spinge a interpretare cose e situazioni nella miopia dello sguardo incredulo e indifferente.

“Prendete l’elmo della salvezza” -  Più precisamente: ‘la salvezza della speranza’, che è fiduciosa consegna nelle mani di Colui che dona la salvezza, mentre “schiaccia la testa del drago sulle acque” della nostra umanità continuamente esposta alla tentazione del peccato (Sal 74,13).

“Prendete la spada dello Spirito” – Cioè la Parola di Dio, attraverso cui lo Spirito agisce efficacemente, suggerendo cosa dire e cosa fare nei momenti di prova.

Infine, “Pregate incessantemente” – Pregare per essere capaci di parrhesia, ossia di coraggio e franchezza nel “far conoscere il mistero delle fede”, soprattutto nel tempo della persecuzione, divenendo per Cristo “ambasciatori in catene”, sempre aperti alla lode e inclini alla supplica.

LETTURA DELL’ICONA

Contempliamo ora l’icona. L’adolescente Pancrazio pone i suoi piedi sopra il drago: può infatti camminare sul male perché rivestito dell’armatura di Dio, i cui elementi gli conferiscono fortezza e audacia nella persecuzione. Il suo modo di ergersi sul male è deciso, quasi naturale, come se tale vittoria fosse semplice da ottenersi. Sembra infatti annientare il male senza alcuno sforzo. Ciò gli è dato per la forza e la potenza di quella mano benedicente che lo sostiene e lo conforta. Il principe delle tenebre non può essere infatti sconfessato dalle forze umane: il demonio non è mai obbediente alla parola dell’uomo, però indietreggia sempre davanti alla Parola di Dio. E la Parola di Dio che questo ragazzo proclama è: ”Meglio obbedire a Dio che agli uomini, meglio servire Dio che altri idoli”.

Per questo il ragazzo è rappresentato in un atteggiamento fiero, così come si manifesterà lungo tutto l’interrogatorio e il martirio. Si offre serenamente perché è rivestito di Cristo. L’abito che indossa – la corazza della fede – lo annuncia con le sue sfumature dorate: egli è davvero dentro la luce piena di Dio, nella genuinità della fede di fanciullo e, al contempo, nella maturità adulta dell’uomo fedele. Il mantello rosso richiama invece il sangue dato e versato ed è simbolo della sua stessa missione. Quando si è chiamati ad una particolare missione, infatti, si prende il colore che identifica quel progetto in atto. In questo caso la sua vita “data” per tutti.

Il volto orribile del drago spaventa sempre l’uomo, ma in questo caso si coglie il dominio che il giovane martire ha sul male. Solitamente nell’iconografia il Maligno è rappresentato dentro un antro tenebroso. Qui invece è in un prato di erba molto scura dove striscia insinuandosi con astuzia, così come è stata insidiosa la modalità di processare il giovane Pancrazio. Ancora: il male è sempre rappresentato come qualcosa di animale, di selvaggio, ed appartiene alla terra, mentre ciò che è spirituale è elevato, così come è retta, imponente la figura di questo giovane. E’ una contrapposizione netta, visibile anche nella nostra vita: lo strisciare in basso proprio di colui che cede al peccato, e l’elevarsi verso l’alto di colui che invece si abbandona alla contemplazione del Bello e del Buono.

Il modo celeste, spirituale, il mondo della benedizione è il globo divino da cui fuoriesce la mano. E’ l’altro grande elemento di questa icona. Questo scenario è importante: la mano benedicente esprime infatti la protezione solenne nei confronti di chi vuole vivere autenticamente. E noi, quando la percepiamo? Quando ci ritroviamo riuniti nella semplicità della preghiera, quando ci percepiamo rivestiti di “benevolenza, umiltà, mitezza, magnanimità, sopportazione, perdono, carità, pace e rendimento di grazie (cfr. Col 3,9b-14). Allora è come se fossimo benedetti da quella mano celeste. Ed è allora che nasce il desiderio di lasciar calare nella vita la Parola del Signore che ci indica e ci offre il suo amore. Sì, quando lasciamo riecheggiare in noi parole salmiche che leniscono e rinnovano, quando ci abituiamo a benedire, a raccontar bene del Signore dentro la nostra storia; quando impariamo a lodare Dio per la bellezza e le meraviglie che Lui compie in noi, quando guardiamo gli altri, il mondo e le cose, con gli stessi occhi dell’Altissimo, mentre Lui con la mano benedicente ci guarda e ci ama, come suggerisce l’icona, intercettando la nostra prontezza nel condividere, amare e d essere fedeli.

Il cielo da cui fuoriesce la mano è l’universo con gli astri oscurati dalla presenza del Padre che conforta il giovane nella sua testimonianza di fede.

Le rocce accentuano la simbologia di tutta l’icona. Nel linguaggio iconografico la roccia infatti sottolinea sempre la manifestazione di Dio, una teofania chiara, luminosa che penetra e rinnova.

Le piccole piante poste ai piedi della roccia richiamano la fertilità al cambiamento di vita che avverrà quando san Pancrazio sarà chiamato alla pienezza della vita nell’eternità dell’Amore.

Contemplando quest’icona si percepisce una grande presenza di Dio, di un Dio che veglia sulla fede dei suoi figli e su tutto ciò che accade nella storia di ciascuno. Davanti ad essa si snodano sia i momenti luminosi della fierezza, della forza, dell’impegno, sia i momenti tristi della lotta e martirio. Ma nell’uno e nell’altro caso, Dio è sempre lì, pronto a benedire e consolare, sempre disposto ad essere pienezza di misericordia. Ecco perché possiamo affermare che contemplando questa icona noi impariamo a vedere dentro le fatiche della nostra storia la presenza e l’azione di Dio che ci salva continuamente.

Per la meditazione

Mi sembrano utili, a questo punto, quattro osservazioni.

- Anzitutto che spesso anche noi ci troviamo in una situazione rischiosa. È infatti ‘pericoloso’ vivere il Vangelo fino in fondo. Avere il senso del rischio, delle difficoltà è realismo, un realismo che ci permette di vedere le vie dell’avversario, le vie attraverso le quali il Male si fa insidia subdola. Ma sentendoci pieni della forza di Dio. Una profonda analisi e sintesi del mistero della perversione, fatta con l’aiuto della sacra Scrittura, ci mette davanti alle avversità senza paura perché ci è dato di cogliere, insieme alla vastità del male, la potenza di Cristo che opera continuamente nella storia.

- Seconda osservazione: si tratta di una lotta che non ha né sosta, né quartiere, contro un avversario astuto e terribile che è fuori di noi e dentro di noi. Questo, oggi, lo si dimentica spesso, vivendo in un’atmosfera di ottimismo deterministico per cui tutte le cose devono andare di bene in meglio, senza pensare alla drammaticità e alle lacerazioni della storia, senza sapere che la storia ha le sue tragiche regressioni e i suoi rischi che minacciano proprio chi non se l’aspetta, e vive cullandosi nella visione di un evoluzionismo storico che procede sempre per il meglio.

- La terza osservazione: solo chi si arma di tutto punto potrà resistere, dal momento che il nemico si aggira attorno a noi per scoprire se c’è almeno un varco aperto, un elemento mancante nell’armatura cosi da farci cadere nel combattimento.

- L’ultima osservazione, assai importante: tutte le armi, tutti gli elementi dell’armatura vanno continuamente affinati nell’esercizio della preghiera che non li supplisce – non supplisce lo zelo, l’impegno, lo spirito di fede, la capacità di donarsi -, ma è la realtà nella quale tutti siamo avvolti e veniamo ritemprati per la lotta.

Quella in cui il cristiano è ingaggiato è una guerra propriamente escatologica, ossia un battaglia risolutiva per le sorti del mondo e prelude alla definitiva sconfitta delle potenze del male. Non va poi trascurato il risvolto battesimale del termine « indossare » o « rivestirsi » spesso usato da san Paolo. In GaI. 3,27 leggiamo: «Quanti siete stati battezzati, vi siete rivestiti di Cristo». Cosa comporti rivestirsi di Cristo è esplicitato poi in Col 3,9b-14, un testo che si potrebbe definire il « guardaroba del cristiano » con i suoi dieci capi di vestiario: misericordia, benevolenza, umiltà, mitezza, magnanimità, sopportazione, perdono, carità, pace e rendimento di grazie.

Con il battesimo il cristiano s’impegna a rimanere sempre in tenuta militare, perché -  al dire dei Padri – egli è un «miles pugnans», un soldato che combatte (CIPRIANO, Lettere, 58,4) e le armi che indossa sono quelle stesse che caratterizzano l’equipaggiamento di Cristo.

Quale l’allenamento adeguato per affrontare tale guerra ?

1.   Aprire cuore, bocca, mano rispettivamente a giustizia, verità e pace:
togliendo dal cuore quanto è negativo, malvagio, egocentrico;
esprimendo con la bocca sincerità ed evitando falsità, ipocrisia, maldicenza;
offrendo segni concreti di pacificazione, di riconciliazione, di amicizia, di solidarietà.

2.   In ogni situazione difficile ricorrere alla parola illuminante che «trafigge il cuore» (cf At 2,37), attingendola alle Scritture e lasciandocene impregnare in profondità.

3.   Affidarci alla potenza della preghiera « incessante », che è la « preghiera del cuore »: «Signore,liberaci dal Male», prendendo via via coscienza dai mali che ci minacciano: quelli annidati nel cuore e quelli che ci vengono dall’esterno.  Possiamo fare nostra una preghiera di Isacco di Ninive (306c.-372), monaco siriano: 

Per la preghiera

Sant’Agostino ci avverte che nel combattimento spirituale occorre affidarsi costantemente alla grazia del Signore. Combatte e non è vinto colui che non presume delle proprie forze, colui che «confida in Chi ordina di combattere e vince il nemico aiutato da Chi dà tale ordine» (Enarrationes in pasalmos, 35,6). Ripetiamo: 

Liberaci dal male!

Ti lodo, Padre, medico dei corpi, fonte di Sapienza, che ci prodighi una vita senza male, che dissipi il timore, madre delle angosce, e che custodisci il mio cuore nella purezza, grande è presso di te la redenzione. Ti preghiamo

Liberaci dal male!

Santo sei tu, Signore, che conosci ciascuno per nome, che tutto hai creato per mezzo del tuo Verbo. Santo sei Tu, che sei più forte di ogni forza e che superi ogni lode. Ti preghiamo

Liberaci dal male!

Infinitamente profondi sono i tuoi pensieri, Signore. Signore, ho cercato di penetrarli: Tu sei l’insondabile, il tuo Spirito abita abissi inaccessibili e il tuo pensiero è un mistero inesauribile, perché forte è il tuo amore per noi e la tua fedeltà dura in eterno,

Liberaci dal male!
«Manda soccorso, Signore,
a quelli che si levano nelle difficili battaglie dei demoni,
[condotte] sia manifestamente sia di nascosto,
e la nube della tua grazia li ricopra (cf Lc 1,35)
e poni sul capo della loro mente « l’elmo della salvezza » (Ef 6,17)
e umilia davanti a loro la potenza dell’avversario
e li sostenga sempre il vigore della tua destra,
perché per i loro pensieri non vengano meno
allo sguardo continuo [rivolto] a te,
e fa’ rivestire loro l’arma dell’umiltà,
così che da loro spiri sempre un odore soave,
secondo il tuo beneplacito».  

                            Isacco di Ninive   

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