Archive pour la catégorie 'immagini e testi,'

icone di San Paolo e una litania in francese, alcune delle icone le avete già viste, ma alcune credo di no, Allez voir! (link)

http://imagessaintes.canalblog.com/archives/2008/07/05/9821200.html

Publié dans:immagini e testi,, in lingua francese |on 29 septembre, 2009 |Pas de commentaires »

La cathédrale de St. Paul (Minnesota) élevée au rang de sanctuaire national (francese, inglese, link)

La cathédrale de St. Paul (Minnesota) élevée au rang de sanctuaire national

storia ed immagini, in francese, l’originale, al quale ci si può collegare, in inglese:

http://americatho.over-blog.com/article-32757562.html

dipinto di Adam Elsheimer

dipinto di Adam Elsheimer  dans immagini e testi, 9428_g

http://www.culturacattolica.it/default.asp?id=241&id_n=9428

Autore: Riva, Sr. Maria Gloria  Curatore: Mangiarotti, Don Gabriele
Fonte: CulturaCattolica.it

Questo dipinto di Adam Elsheimer è piccolissimo.

 Misura poco più del palmo di una mano d’uomo (17 x 21) è un dipinto a olio realizzato su rame.
Elsheimer maturò la sua formazione dapprima in patria, in Germania e poi in Italia, a Venezia. Con Elsheimer la natura e il paesaggio, normalmente promessi al decorativo, iniziarono ad essere protagonisti e ad assumere un ruolo predominante nell’opera.
Questo quadretto raffigura due episodi narrati negli Atti degli Apostoli. L’opera benché di carattere miniaturistico lascia emergere a tutto tondo la vita di Paolo, Apostolo delle genti.
Egli, in un brano memorabile rivolto ai Corinti (2 Cor 11, 24-28), confessa il suo assillo per le chiese vissuto dentro a peripezie di ogni genere: Cinque volte dai Giudei ho ricevuto i trentanove colpi; tre volte sono stato battuto con le verghe, una volta sono stato lapidato, tre volte ho fatto naufragio, ho trascorso un giorno e una notte in balìa delle onde. Viaggi innumerevoli, pericoli di fiumi, pericoli di briganti, pericoli dai miei connazionali, pericoli dai pagani, pericoli nella città, pericoli nel deserto, pericoli sul mare, pericoli da parte di falsi fratelli; fatica e travaglio, veglie senza numero, fame e sete, frequenti digiuni, freddo e nudità. E oltre a tutto questo, il mio assillo quotidiano, la preoccupazione per tutte le Chiese.
Tutto questo è rappresentato da Adam nell’incerta luce di un notturno in cui le forze della natura sembrano essersi scatenate contro la Chiesa di Dio e i suoi apostoli. È noto che l’Apostolo nel 60 d. C salpò con altre 275 persone per recarsi a Roma, ma l’imbarcazione fu sorpresa da una tempesta che obbligò Paolo e i suoi compagni a riparare su un isola, l’isola di Malta dove vi rimase per 3 mesi (Atti cap 27-28).
Il naufragio avvenne di giorno, ma l’artista tedesco lo rilegge, appunto, dentro un suggestivo notturno che non è pura (ed oltre a tutto erronea) annotazione cronologica, bensì evocazione del dramma che visse Paolo come Apostolo ed evangelizzatore delle genti.
Cielo e paesaggio occupano la parte maggiore del dipinto. Nell’oscurità della notte, bagliori di luce lasciano intravedere il dramma. Flutti minacciosi si abbattono sulla costa e un pino sulla destra, scosso dal vento rivela un tronco a forma di croce.
Si annuncia così la natura pasquale dell’evento: nulla è casuale per chi crede, ma ogni evento è permesso o predisposto dalla provvidenza divina per la nostra e altrui salvezza.
Sull’estrema destra della tavoletta si vedono i superstiti appendere abiti inzuppati d’acqua a un filo e quindi, asciugarsi al fuoco.
Dentro a questo gesto apparentemente naturale si legge la necessità per l’apostolo di spogliarsi del proprio habitus, del proprio costume, per testimoniare Cristo là dove viene mandato aderendo pienamente alla realtà del luogo senza precomprensioni o schemi devianti.
Fu questa una delle esperienze di Paolo, specialmente in Grecia, laddove pensò di citare i poeti locali per entrare in dialogo con le persone, accorgendosi poi che quegli stessi versi da Lui evocati venivano compresi dagli uditori in modo diverso e lontano dalla verità per la quale Paolo citava e interpretava quegli autori.
Da quel momento Paolo si radicò in una sola cosa: Cristo e questi crocifisso. Paolo comprese cioè che la sofferenza, accanto all’amore, è quel linguaggio universale che tutti possono intendere al di là e al di sopra di ogni lingua, religione e cultura.
La croce e la nudità sono perciò gli elementi predominanti nella parte destra dell’opera di Elsheimer Una catena di macchie di colore rosso, il colore appunto dell’amore, collegano la donna che stende i panni ad asciugare, al fuoco di sinistra dove troviamo finalmente l’apostolo Paolo.
Con l’unico ausilio del bagliore del falò scorgiamo Paolo mentre si scrolla dal dito un serpente che sta cadendo nel fuoco.
L’episodio è narrato dagli Atti: Una volta in salvo, venimmo a sapere che l’isola si chiamava Malta. Gli indigeni ci trattarono con rara umanità; ci accolsero tutti attorno a un gran fuoco, che avevano acceso perché era sopraggiunta la pioggia ed era freddo. Mentre Paolo raccoglieva un fascio di sarmenti e lo gettava sul fuoco, una vipera, risvegliata dal calore, lo morse a una mano. Al vedere la serpe pendergli dalla mano, gli indigeni dicevano tra loro: “Certamente costui è un assassino, se, anche scampato dal mare, la Giustizia non lo lascia vivere”. Ma egli scosse la serpe nel fuoco e non ne patì alcun male. Quella gente si aspettava di vederlo gonfiare e cadere morto sul colpo, ma, dopo avere molto atteso senza vedere succedergli nulla di straordinario, cambiò parere e diceva che era un dio (Atti 28,1-6).

Siamo ricondotti anche qui all’ambiguità del segno. La vipera fu in un primo tempo, per quegli isolani, il segno di un destino schiacciante che condannava Paolo alla morte a causa di una colpevolezza certa. Colui che era scampato al naufragio non poté scampare alla morte a causa del morso di un rettile velenoso.
Ma Paolo non morì ed ecco che la vipera divenne ulteriore prova dell’innocenza dell’apostolo.
La fede, ci insegna Elsheimer, vince ogni tribolazione: i flutti del mare, ancora ingombri dei resti della nave allo sfascio, s’infrangono come d’incanto davanti a questa piccola folla di uomini rischiarata da un fuoco che non è più semplicemente il fuoco del bivacco, ma è la fiamma della fede che contagia.
Gli abitanti di fronte al “segno della vipera” credettero che Paolo fosse un dio. Non pervennero alla conoscenza del vero senso del segno, cioè la vittoria di Cristo sulle forze del male e della morte, se non in virtù della testimonianza di Paolo. Il segno è, per sua natura, debole perchè il segno chiede la nostra libertà. Don Giussani diceva che la nostra libertà si gioca nell’interpretazione del segno.
Il segno della vipera ha rimandato ad altro, per i maltesi ha rimandato a Paolo, e Paolo è stato pienamente apostolo, cioè inviato, per non aver trattenuto costoso a sé ma per averli rimandati a quell’Unico, a quell’Altro che solo è Signore della vita e della morte.
Rimanendo presso quegli uomini tre mesi egli dimostrò che la testimonianza è il compito della vita e che la missione è annuncio di un Altro. Senza questo, anche il miracolo sarebbe rimasto lettera morta.
Chi lo crederà – scriverà Paolo nelle sue lettere – senza che nessuno ascolti? E chi potrà ascoltare senza che alcuno lo annunci? E chi lo annuncerà senza la grazia della predicazione?
A noi- diceva don Giussani – è stata data la grazia di credere. Il nostro compito è testimoniare quello che ci è stato dato, perchè questa é la carità più grande che possiamo avere con tutti i nostri amici e con coloro che incontriamo sulla strada del vivere (cfr Carron Esercizi Spirituali alla Fraternità 2008 pag 40).
Anche per Paolo questa fu la carità più grande: la missione, l’urgenza di rendere evidente la Presenza di Cristo che libera e salva in tutte le circostanze affinché l’uomo creda.
Bagliori di luce, simili a quelli del falò sulla spiaggia, si ritrovano all’Orizzonte proprio laddove le nubi lasciano trapelare raggi di luce, essi vanno a illuminare la croce. Proprio sotto, flutti minacciosi lambiscono la riva dove uomini stanno mettendo in salvo i pochi resti della nave. È la croce ad essere segno di questa carità più grande, quella che ha spinto Gesù a dare la vita. Ma senza qualcuno che lo testimoni, senza il piccolo giudeo calvo persecutore ed ora Apostolo del Cristo crocifisso, anche la croce resterebbe un segno incomprensibile.

Publié dans:immagini e testi, |on 22 septembre, 2009 |Pas de commentaires »

SOUNDING THE SHOFAR (ho letto il testo, ma non sono ingrado di tradurre)

SOUNDING THE SHOFAR (ho letto il testo, ma non sono ingrado di tradurre) dans immagini e testi, jub_new_small

SOUNDING THE SHOFAR

This painting is an image of restoration.  The shofar would sound in ancient Israel at the time of the Jubilee. You can read about it in the Book of Leviticus, Chapter 25 in the Old Testament.  It was time for freedom for God’s people.  Sons and daughters came home, debts were forgiven, life was renewed. When the shofar was blown to begin the Jubilee, scriptures call it the joyful sound. As  love began to heal my wounds and make the darkness flee, I had a need to think in a new way.  I did not want to think the way the world had taught me. I did not want to be angry, bitter, vengeful, or rejected any longer.   I had never read the Bible before this time of my life.  I had been raised in a religion that discouraged anyone from looking into the contents of the Bible siting that it needed interpretation from Bible scholars.  What a laugh!  The Bible is for those who read it with childlike faith; for inside the covers of this marvelous book lies the key to the mysteries of life itself.  The book is a love letter from the One who created and designed us.  It is the story of God and Mankind.  Here I found the very treasures to heal my mind and help me to think a new way; to think the truth.  As I consumed its contents like a starving child, I began to have the power to live for the first time in my life.

http://www.jerusalemwalloflife.org/

Publié dans:immagini e testi, |on 20 septembre, 2009 |Pas de commentaires »

San Paolo scrive ai Romani, un dipinto commentato….

San Paolo scrive ai Romani, un dipinto commentato.... dans immagini e testi, 77_small

Petrus Gilberti, illustrateur de la Bible Historiale de Guyart Des Moulins , début 15e, British Library.

Paolo scrive….(tema del dipinto, ho tradotto io…ehm!!!!)

A gauche Paul sous un porche d’une maison où il était assigné à Rome, écrit une lettre –il s’agit de la lettre aux Romains. Sa tête est auréolée. Son attitude est presque prostrée, sérieuse, le front plissé. Il sait qu’il sera martyrisé pour sa foi, il doit former ses disciples pour qu’ils poursuivent son œuvre d’évangélisation. Il apparaît comme un sage, imposant avec sa grande tunique rouge déployée sur ses genoux. et à côté de lui l’épée qui est le symbole de son martyr. Il eut la tête tranchée aux environs de Rome.

À droite, à l’extérieur, dans une campagne sombre, un groupe écoute et reçoit une lettre de la part d’un messager. Celui-ci est envoyé par Paul auprès des hommes hors de la ville. L’homme a une position humble, à genoux, il est simplement vêtu, mais sa longue lance signifie qu’il est prêt à se battre pour sa foi et à pourfendre le paganisme.. Les hommes qui l’écoutent sont richement vêtus, grandes tuniques colorées et chapeaux montrant leur diversité : c’est à tous les peuples que le messager de Paul doit porter son Evangile.

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A sinistra Paolo sotto l’atrio di una casa dove era assegnato a Roma, scrive una lettera – si tratta della Lettera ai Romani. La sua testa è aureolata. Il suo atteggiamento è quasi prostrato, serio, la fronte corrucciata. Sa che sarà martirizzato per la sua fede, deve formare i suoi discepoli affinché seguano la sua opera di evangelizzazione. Egli appare come un saggio, imponente con la sua grande tunica rossa spiegata sui suoi ginocchia. ed accanto a lui la spada che è il simbolo del suo martirio. Egli fu decapitato presso Roma.

A destra, all’esterno, in una campagna scura, un gruppo ascolta e riceve una lettera da parte di un messaggero, questo è mandato da Paolo vicino agli uomini fuori dalla città. L’uomo ha una posizione umile, in ginocchio, è vestito semplicemente, ma la sua lunga lancia significa che è pronto a battersi per la sua fede ed a combattere il paganesimo.. Gli uomini che l’ascoltano sono vestiti riccamente, grandi tuniche colorate e cappelli mostrando la loro diversità:  sono a tutti i popoli ai quali i messaggeri di Paolo devono portare il Vangelo.

http://cetadnet.cef.fr/meditation_paul-a-timothee-la-mission.html

Publié dans:immagini e testi, |on 17 septembre, 2009 |Pas de commentaires »

SALMO 8,2

 SALMO 8,2  dans A. UN PENSIERO DAI SALMI...PRIMA DELLA NOTTE wall032
http://www.siguiendosuspisadas.com.ar/tapices4.htm

In missione con san Paolo (a chiusura dell’anno paolino)

In missione con san Paolo (a chiusura dell'anno paolino) dans ANNO PAOLINO 0906art6a

l’immagine è nell’articolo, dal sito:

http://www.popoli.info/anno2009/06/0906art6.htm


In missione con san Paolo

Si chiude il 29 giugno l’anno dedicato all’Apostolo delle genti. In queste pagine una riflessione sulla sua eredità per chi è impegnato nell’annuncio del Vangelo al mondo di oggi

Davide Magni S.I.
 
San Paolo apostolo (1975), olio su tavola di Mario Venzo, artista gesuita (1900-1989)
Fra i molti stimoli che l’Anno paolino ha offerto alla Chiesa, uno tra i più significativi è stato l’invito a riflettere sull’atteggiamento che i cristiani devono avere nella relazione con le varie religioni. Al termine dell’anno dedicato al bimillenario della nascita del santo vorremmo riproporre questo stimolo attraverso la proposta di un «esercizio missiologico» per incontrare il Paolo missionario e «missionologo».
Oggi tendiamo a dare per scontato che, poiché ogni religione presenta differenze e particolarità specifiche, il cristiano si debba riferire a ciascuna di esse in maniera differenziata. In realtà, il primo a rendersi conto di questo, e a maturare tale modalità di approccio, fu proprio san Paolo. Egli, partendo dall’esperienza di Cristo che aveva segnato la sua vita e la sua visione del mondo, legge le realtà che incontra ed elabora una riflessione teologica. Questa teologia non è una costruzione astratta, non preesiste alla sua attività missionaria, viceversa ne è il ripensamento. Egli è anzitutto un missionario e poi un teologo.
Uno degli studiosi che hanno riflettuto in maniera particolare sulle forme del dialogo e della missione nell’Apostolo delle genti è stato Pietro Rossano (1923-1991), teologo, responsabile del Segretariato per i non credenti (l’attuale Pontificio Consiglio per il dialogo interreligioso) e rettore dell’Università Lateranense. Rossano spiega bene come, fin dalla prima generazione cristiana, si sia manifestata una pluralità e varietà di espressioni. Dovunque arriva, il messaggio cristiano ha la capacità di innestarsi sul patrimonio spirituale preesistente: questo perché i valori religiosi e umani presenti in ogni popolo vengono assunti, liberati ed elevati in Cristo. Rossano identifica così cinque differenti modelli di evangelizzazione sperimentati da Paolo: agli ebrei della sinagoga di Antiochia di Pisidia (At 13,15-41); ai seguaci del politeismo cosmico di Listra (At 14,1-18); ai filosofi stoici ed epicurei di Atene (At 17,18-31); agli gnostici dell’Asia minore (Efesini e Colossesi) e ai culti politeisti di Corinto (1Cor 10,19-22). Un buon esercizio potrebbe consistere anzitutto nella lettura dei brani appena citati.
Rimanendo ai suggerimenti bibliografici, raccomandiamo un altro teologo prematuramente scomparso, il sudafricano David Bosch (1929-1992). Nel suo testo fondamentale, La trasformazione della missione. Mutamento di paradigma in missiologia (Queriniana, Brescia 2000), traccia una sintesi della missione in Paolo di grande limpidezza e acume. Estrapoliamo qui solo due aspetti di questa stimolante lettura che Bosch propone sulla teologia e la prassi missionaria di Paolo: le «motivazioni» e lo «scopo» della sua missione.

LE MOTIVAZIONI DI PAOLO
Nel più profondo della motivazione missionaria di Paolo c’è l’esperienza che egli ha fatto dell’amore di Dio in Cristo Gesù. Se va fino alle estremità della terra è perché è stato conquistato da Lui: «Il Figlio di Dio che mi ha amato e ha dato se stesso per me» (Gal 2,20). L’amore di Dio costituisce il vero movente della missione: «Avendo conosciuto (…) cerchiamo di convincere gli uomini» (5,11); «l’amore di Cristo ci spinge» (5,14).
Se, dunque, Paolo proclama il Vangelo a tutti, non è in primo luogo perché vuole salvare chi è perduto o perché ne sente l’obbligo. Il motivo di fondo è che ha coscienza che gli è stato fatto un privilegio: «ha ricevuto la grazia di essere apostolo» (Rm 1,5; 15,15). Privilegio, grazia, riconoscenza sono i concetti che Paolo usa quando parla del suo compito missionario. La coscienza di sapersi debitore si traduce immediatamente in un sentimento di riconoscenza. È facendosi missionario presso i giudei e i pagani, che Paolo esprime la sua riconoscenza per l’amore di Dio manifestato in Cristo. Un amore che «ci ha riconciliati con Dio mentre ancora gli eravamo nemici» (Rm 5,10): è questo amore incredibile e senza misura che Paolo e le sue comunità hanno scoperto e raccontano.
San Paolo ha una preoccupazione che lo spinge. Fuori di Cristo l’umanità perde assolutamente ogni speranza, è votata alla perdizione (1Cor 1,18; 2Cor 2,15). Essa ha un bisogno urgente di salvezza (Ef 2,12). Per tale ragione, deve essere proclamato a tutti che «Gesù ci libera dalla collera che viene». Si sente ambasciatore di Cristo: «In nome di Dio, ve ne supplichiamo, lasciatevi riconciliare con Dio» (2Cor 5,20). Tuttavia la sua grande motivazione non è predicare questa «collera che viene», ma il messaggio positivo: la salvezza che viene attraverso Cristo e il trionfo imminente di Dio. Il Vangelo è una buona notizia, rivolta a gente che ha peccato volontariamente, che è senza scuse e che merita il giudizio di Dio (Rm 1,20-25), ma a cui Dio, nella sua bontà, offre la possibilità di pentirsi (Rm 2,4). La salvezza, per Paolo, è l’esperienza di una liberazione immeritata, grazie all’incontro con il Dio unico, Padre di Gesù Cristo. Paolo ha la missione di condurre gli uomini alla salvezza in Cristo. Ma il suo obiettivo finale non è centrato sull’uomo: è preparare il mondo in vista della gloria di Dio che viene (1Tess 1,9) e per il giorno in cui tutto l’universo lo loderà, nella comunione piena di vita con lui.
Secondo Bosch, per cogliere come Paolo sentiva la responsabilità missionaria è utile richiamare quanto egli scrive a proposito del comportamento dei credenti verso «quelli di fuori»: devono anzitutto prendere coscienza di costituire una comunità di natura speciale, differente. Egli definisce i cristiani «scelti», «amati», «santi» (cioè, «messi da parte per»), conosciuti da Dio. Inoltre, ricorda continuamente che la testimonianza verso «quelli di fuori» esige una condotta esemplare: una condotta di rispetto (1Tess 4,11) e di amore concreto verso tutti (1Tess 3,12), una condotta che non solo attiri stima e ammirazione, ma addirittura inviti a entrare nella comunità.
In altre parole, la caratteristica delle prime comunità cristiane è il comportamento missionario. Esso si esprime non tanto con un’attività missionaria specifica, quanto con lo stile di vita «attrattivo» delle piccole comunità in cui le relazioni umane sono trasformate. Sono relazioni reciproche di attenzione, solidarietà, ospitalità, intense e ricche di emotività, di integrazione sociale tra ricchi e poveri: esse mostrano l’opera di riconciliazione realizzata da Cristo; sono «un segno precursore» dell’alba del mondo nuovo.

LO SCOPO DELLA MISSIONE
Sulla base di queste ragioni che lo spingono, qual è dunque il fine dell’andare alle genti? Nelle prime righe della Lettera ai Romani, Paolo riassume l’obiettivo del suo apostolato. È stato «scelto per annunciare il Vangelo» e incaricato di proclamare che Dio ha effettuato la riconciliazione del mondo con Lui e anche fra di noi. Per questo percorre tutta l’area mediterranea. Dove arriva, fonda Chiese: saranno, spera, manifestazioni della nuova creazione, capaci di resistere alle potenze di questo mondo.
La missione di Paolo si fonda non su promesse incerte, ma su un dato di fatto: la salvezza è già offerta da Dio all’umanità. In retrospettiva, cioè alla luce dell’esperienza dell’amore senza condizioni di Dio, Paolo ha immaginato come sarebbe stata la sua vita senza Cristo: egli ha potuto rendersi conto del terribile abisso in cui sarebbe caduto.
Tuttavia, quando confessa di essere stato salvato grazie a Cristo, non pronuncia un verdetto su quelli che non credono. Paolo non si sofferma sulla sorte dei non credenti, preferisce insistere sulla liberazione che è già stata data. Ha fatto l’esperienza del Vangelo, dell’amore senza condizioni: il suo scopo, lo scopo della sua missione, è di proclamare la salvezza compiuta da Dio. Il suo Vangelo è un messaggio positivo.

EDUCAZIONE AL DISCERNIMENTO
Dicevamo all’inizio che questa «lettura spirituale» dei testi di Paolo diventa un esercizio missiologico. L’anno scorso papa Benedetto XVI ha ricordato ai gesuiti riuniti per la 35ª Congregazione generale che la loro missione si articola in quattro dimensioni: servizio della fede, promozione della giustizia, inculturazione del Vangelo, dialogo interreligioso. Questo, però, vale per tutti i cristiani. San Paolo è il modello di riferimento, o paradigma, fondamentale.
L’Apostolo ci aiuta a riflettere sull’obiettivo e le motivazioni della missione che noi abbiamo. Si tratta di un’educazione al discernimento delle modalità dell’annuncio del Vangelo nell’attuale contesto delle religioni e delle culture. La Chiesa, ricordava mons. Rossano, consapevole dei limiti e delle imperfezioni che hanno offuscato nella storia l’efficacia della sua testimonianza, si sforza di presentare il messaggio evangelico in tutta la sua pienezza e nella sua potenza liberatrice. Per essere il più vicino possibile allo spirito di Cristo e alle esigenze dell’uomo contemporaneo, essa si trova sempre impegnata in un rinnovamento interiore.
Se il Concilio Vaticano II ha rappresentato il massimo sforzo compiuto dalla Chiesa nei tempi moderni per rendersi più adatta a svolgere la missione che Cristo le ha affidato per tutti gli uomini, l’anno paolino ha senza dubbio reso evidenti alcuni bisogni e desideri. Ad esempio il bisogno di ritrovare la piena unità con i cristiani separati dell’Oriente e dell’Occidente, il desiderio di avere uno sguardo d’amore e fiducia verso i non cristiani, per i quali la Chiesa sa di dover essere come il lievito e il sale.
Pochi mesi prima dell’apertura dell’anno paolino, il 3 dicembre 2007, la Nota dottrinale su alcuni aspetti dell’evangelizzazione, pubblicata dalla Congregazione per la dottrina della fede, ha sollecitato i cristiani a una riflessione non scontata. La Nota induce a prendere consapevolezza di dove ci smarriamo nel nostro andare alle genti. Allo stesso tempo suggerisce che cosa possiamo migliorare, correggere, cambiare e ulteriormente fare nel nostro modo di annunciare (cioè vivere) il Vangelo. La Nota parla innanzitutto delle implicazioni antropologiche dell’evangelizzazione: è la dimensione del servizio, della carità vissuta nell’impegno per la giustizia e la pace, la salvaguardia del creato. Proseguendo, espone le implicazioni ecclesiologiche: ciò richiama la Chiesa a essere luogo di comunione, ovvero a porsi come segno e strumento di riconciliazione fra i popoli e le culture; la comunità è luogo accogliente e riconciliante, attraente perché ci si sente amati e rispettati nella carità. Infine, richiama la dimensione ecumenica dell’evangelizzazione: c’è bisogno della testimonianza dei cristiani adulti nella vita secondo lo Spirito, pronti al dialogo e alla condivisione di doni che promuovono una più profonda conversione a Cristo; l’incontro tra le fedi, insomma.
Dall’incontro con san Paolo e raccogliendo le sollecitazioni della Nota possiamo capire che a nulla o a poco servono l’irrigidimento delle strutture ecclesiali o i discorsi sulla pastorale di tipo tattico-strategico, se si dimentica che il centro ispiratore di ogni azione è Gesù Cristo. Priva di grandi risorse umane, la Chiesa sa che deve contare unicamente sulla presenza di Cristo, il quale prima di congedarsi visibilmente dagli apostoli ha assicurato loro: «Ecco io sarò con voi fino alla fine dei secoli».

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