Archive pour la catégorie 'FILOSOFIA (studi interessanti)'

Il pensiero ebraico: La creazione

dal sito:

http://www.linguaggioglobale.com/filosofia/oriente/eb_crea.htm

Il pensiero ebraico:  La creazione

Il concetto di creazione sembra proprio che sia originario dell’ebraismo. Sembra che l’idea della creazione quale dono, per generosità, sia assente dal pensiero umano conosciuto, salvo in questo punto: nella zona ebraica o ceppo ebraico.
Nessun’altra cultura antica sembra averlo partorito. È nel testo che si trova all’inizio delle nostre Bibbie (nella Genesi), nel documento che gli studiosi chiamano Codice sacerdotale, che la metafisica della creazione è espressa nella maniera più sistematica. Questa creazione è pensata ed espressa come un atto libero sovrano. La creazione è dunque pensata come un dono, come manifestazione e come espressione di bellezza e di eccellenza. L’uomo è eminentemente manifestazione dell’Assoluto, perché unico, fra tutte le creature, è creato « ad immagine e somiglianza » dell’Assoluto. La ragione della creazione (poiché ciò non è né una mancanza, né un bisogno, né un divenire della divinità), la ragione della creazione è quello che in greco si chiama l’agape di Dio. Il pensiero ebraico distingue con cura tra l’essere assoluto e il mondo fisico, afferma la realtà del mondo fisico e la realtà dell’essere assoluto, distinto dal mondo fisico. Bisogna dunque distinguere nettamente due specie di esseri: l’essere increato e l’essere creato. È l’idea di creazione.

Che cosa significa in particolare?
Significa, in primo luogo, che il mondo fisico, con tutto quello che contiene, esiste obiettivamente. È proprio reale. Non è un sogno, né un’apparenza, né un’illusione (a differenza di quello che pensa molta parte del pensiero orientale, come vedremo). L’idea della creazione del mondo e degli esseri ha senso solamente se il mondo esiste realmente, esso e tutti gli esseri che racchiude. Se non sono che un’apparenza o un’illusione, la questione sparisce con loro.
In secondo luogo, significa che l’universo fisico non è l’essere assoluto e non è autosufficiente. L’universo fisico in questa tradizione è de-divinizzato, desacralizzato. Esso è, ma non è l’essere assoluto. Non è sufficiente a se stesso e per esistere ha bisogno di ricevere l’essere da Colui che, solo, può darglielo: lo stesso essere assoluto, che gli Ebrei chiamano Dio.
In terzo luogo, l’idea della creazione, nella tradizione biblica, significa che Dio, per dare l’essere al mondo, non è partito da una materia preesistente, né da un caos originario. Questo mito del caos originario, i teologi ebrei lo conoscevano molto bene e l’hanno espressamente e totalmente respinto. Notiamo che l’espressione tohou wa bohou, dal secondo versetto del primo capitolo della Genesi, non significa per niente caos originario ma semplicemente: quando Dio ha creato il cielo e la terra (cioè l’universo intero), la terra, prima che egli la coprisse di piante e di animali, non aveva nulla, era deserta, era vuota. Tohou e bohou significano appunto il deserto e il vuoto e non il caos originario delle antiche mitologie egiziane e assiro-babilonesi.
L’idea della creazione significa che l’universo non è originato dalla sostanza divina. Non è fatto con la sostanza divina. Gli esseri del mondo iniziano ad esistere, assolutamente, perché sono stati creati. L’idea di creazione implica dunque un inizio dell’essere in maniera assoluta, senza nessuna preesistenza. Inoltre la creazione del mondo e degli esseri che lo popolano non determina, non implica nessuna trasformazione in Dio né implica alcuna modificazione in Dio.
L’idea della creazione significa ancora che gli esseri che costituiscono il mondo sono creati quale dono benevolo di Dio, per un atto di generosità, di liberalità, in modo che Dio, il creatore, potrà essere chiamato « padre », poiché egli dà la vita liberamente e per bontà. Il mondo è stato creato non per una necessità e nemmeno per una successione di tragedie. Il Dio degli Ebrei è invece pace in sé, shalom. Per questa ragione nella tradizione ebraica, la creazione fisica è sempre considerata eccellente, stupenda, meravigliosa. Al contrario nelle metafisiche dell’oriente e della Grecia antica l’accento è in genere messo sul carattere illusorio e desolante del mondo, la liberazione è vista come fuga dal mondo sensibile, la stessa esistenza sensibile è considerata come cattiva, colpevole, penosa. Nella tradizione ebraica, al contrario, l’esistenza cosmica, fisica, biologica, è considerata come giubilo. Tutti gli esseri creati esultano a causa della loro esistenza e lodano l’unico Creatore. L’esistenza è sempre considerata un bene e la non esistenza un male. L’esistenza è amata, approvata e non disprezzata. Ed è amata perché il Creatore stesso la ama e la vuole. L’esistenza degli esseri è dichiarata a più riprese molto bella e molto buona: tov in ebraico significa contemporaneamente bello e buono.

Autori come Nietzsche e altri hanno diffuso l’idea che il sentimento di colpevolezza verso il mondo sensibile e l’esistenza fisica ci vengano dalla tradizione giudeo-cristiana. Ebbene, questo è un completo controsenso. È vero proprio il contrario. Se da qualche parte nella storia del pensiero umano sono apparsi l’idea della radicale eccellenza dell’esistenza fisica, cosmica, sensibile, materiale e il giubilo dell’esistenza creata, se da qualche parte l’ottimismo fondamentale è apparso nel pensiero umano, lo è presso gli Ebrei. Confrontate con quello che insegnano l’India o l’antica Grecia e potrete constatarlo.
Un’ultima osservazione legata alla creazione. Parlando di creazione non si può non parlare del tempo. Ebbene, il pensiero ebraico biblico intende la temporalità come irreversibile. Essa rifiuta l’idea del ciclo cosmico continuo ed eterno, tipico di molte altre culture orientali. Sono gli ebrei che hanno inventato, se così può dirsi, l’idea a noi familiare del tempo suddiviso nelle tre dimensioni di passato, presente e futuro. La creazione è irreversibile e lo è, quindi, anche il tempo poiché il tempo è solo una nozione astratta per indicare il progresso della creazione, irreversibile e diretta verso un termine definitivo.  

Ma quale Averroé? I monaci di Mont Saint-Michel diffusero la filosofia classica

questo post fa seguito ad una ricerca che ho fatto oggi pomeriggio, mi è arrivato sul mio Blog francese questa domanda:

J’ai une question, pourquoi l’Archange St Michel s’est retrouvé en haut du Mont St Michel ?

(Ho una domanda, perché l’Arcangelo San Michele è stato trovato in cima del Mont Saint Michel?)

mi ci è voluto tutto il pomeriggio per venire a capo del problema ed ho trovato qualcosa di molto interessante, per quanto riguarda Mont Saint-Michel e l’Arcangelo Michele ho postato due intressanti articoli sul Blog « In cammino verso Gesù Cristo », qui metto quello che mi sembra il più importante dal punto di vista della storia della filosofia, come vedete dal titolo sotto, potete andare a veder sull’altro Blog per quanto riguarda i due articoli…è inevitabile che qualche volta i post che propongo siano intressanti per entrambi i blog questo e l’altro italiano (oltre quello francese), dal sito:

STORIA/ Ma quale Averroé? I monaci di Mont Saint-Michel diffusero la filosofia classica
Redazione martedì 10 marzo 2009

Sylvain Gouguenheim, medievista all’École Normale Supérieure di Lione, ha recentemente pubblicato un libro (Aristotele contro Averroè. Come Cristianesimo e Islam salvarono il pensiero greco) che ha scatenato un’accesa polemica sia in patria che in Italia.

In buona sostanza, le posizioni dello storico francese invitano a considerare con maggiore ponderatezza il debito dell’Europa medievale nei confronti della vicina cultura araba. Partendo da una serie di riflessioni ed evidenze storiche, Gougenheim ha ritenuto possibile impugnare e confutare l’ipotesi che l’Europa debba esclusivamente al mondo islamico la conoscenza di Aristotele e dunque la nascita del proprio pensiero filosofico.

Non si tratta, è chiaro, di un problema secondario. Come ricorda l’autore, dietro alla teoria del “debito dell’Europa” sta la convinzione che l’Occidente medievale sia uscito dalla barbarie e dalla rozzezza culturale solo grazie all’apporto benefico degli arabi. «Tutto l’Occidente nel suo insieme è stato edificato sull’innegabile apporto dell’islam […]. È grazie ai pensatori arabi che l’Europa ha conosciuto il razionalismo» (Zeinab Abdel Aziz).

Al centro del dibattito è dunque il cuore dell’identità culturale europea. L’odierna interpretazione afferma che i pensatori medievali siano riusciti ad impossessarsi delle principali opere di Aristotele solo quando – a seguito della conquista cristiana della Spagna – cominciarono a circolarne le traduzioni dall’arabo. La risposta di Gouguenheim si articola sostanzialmente su tre argomentazioni: la ricerca del sapere greco autonomamente promossa dagli europei, il ruolo di Mont-Saint-Michel nella diffusione delle opere aristoteliche prima degli esiti della Reconquista, il rapporto tra islam e filosofia.

Procediamo con ordine. Non è vero, sostiene lo storico, che le vie attraverso le quali Aristotele giunse in Europa siano passate necessariamente dall’Islam. Gli Europei non smisero mai di interrogarsi sul pensiero greco, né avrebbero potuto farlo: l’apporto greco al pensiero cristiano ed il perdurare della tradizione greca all’interno del mondo bizantino (sempre in fecondo contatto con la civiltà medievale europea) costringevano l’Occidente ad un serrato confronto. Dall’attivissimo cantiere intellettuale di Antiochia, ad esempio, giungevano continuamente opere di pensatori e filosofi greci. L’Europa ha dunque cercato consapevolmente i testi greci, senza dover aspettare che gli arrivassero fatalmente in dono dagli arabi. Tra questi testi, vi furono certamente gli scritti di Aristotele.

Lo provano, tra gli altri, i manoscritti prodotti a Mont-Saint-Michel (non a caso il titolo originale del libro è Aristote au Mont-Saint-Michel). Nello scriptorium dell’antica abbazia, verso la prima metà del XII secolo, le opere del grande filosofo furono infatti tradotte direttamente dal greco ad opera dei monaci copisti. Non conosciamo il loro nome, ad eccezione dell’italiano – ma educato a Costantinopoli e perciò grecofono – Giacomo Veneto. A lui dobbiamo la trascrizione della Fisica, della Metafisica e degli Analitici secondi, allora sconosciuti in Europa. Il nodo del dibattito accademico suscitato da Gougenheim ruota soprattutto intorno all’attività di Giacomo, avviata molto prima che da Toledo giungessero le trascrizioni dall’arabo. È una semplice questione di date, sottolinea Gouguenheim: Giacomo ha cominciato le traduzioni prima del 1127 e le ha proseguite fino alla morte (1145-1150); Gerardo da Cremona – colui che per primo tradusse Aristotele dall’arabo – ha iniziato le sue dopo il 1165 (traduce la Fisica nel 1187, esattamente quarant’anni dopo il monaco italiano dell’abbazia normanna). Il punto è fondamentale, poiché Giacomo Veneto ed i suoi compagni benedettini – e non più gli arabi – diventano così «l’anello mancante nella storia del passaggio della filosofia aristotelica dal mondo greco al mondo latino». Le traduzioni del Mont-Saint-Michel ebbero fin da subito una diffusione vastissima: se ne trovano copie a Bologna, a Chartres, ad Oxford. Grazie ad esse le maggiori figure del mondo occidentale hanno avuto accesso ai testi di Aristotele. E con quale immenso profitto, rispetto ai tentativi messi in atto dagli arabi.

Qui giace infatti il terzo fattore considerato dallo storico: gli arabi – egli dice – presero dai greci solo quello che ritenevano utile, senza tuttavia assimilarne lo spirito. La filosofia, per l’Islam, fu quindi semplicemente una “somma di conoscenze”, senza mai diventare un “problema”. In Occidente il confronto fu del tutto diverso. Davanti ad Aristotele, i teologi medievali – avvezzi ad una cultura che si riconosceva radicata nel pensiero greco – seppero interloquire con efficacia, arrivando a modificare e rinnovare la propria concezione del mondo e dello spirito. Perciò, secondo la teoria di Gouguenheim, non solo l’Europa guadagnò Aristotele in assoluta autonomia rispetto all’islam, ma seppe anche appropriarsene con una profondità radicale altresì impossibile alla sensibilità coranica. 

(Andrea Bennegi)

Publié dans:FILOSOFIA (studi interessanti) |on 20 novembre, 2009 |Pas de commentaires »
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