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Le Scritture e l’epoca di Gesù – 7 : Atti 2 – La Pentecoste

dal sito:

http://www.nostreradici.it/Atti-Pentecoste.htm

Le Scritture e l’epoca di Gesù – 7 

Atti 2 – La Pentecoste

Una premessa consuntiva

Fino ad ora abbiamo condotto le nostre riflessioni sui vangeli. Abbiamo constatato come essi non possano essere compresi se non sullo sfondo dell’epoca nella quale sono vissuti Gesù e i primi discepoli. Anche chi per assurdo volesse conservare solo il Nuovo Testamento e ritenere inutile l’Antico, cadrebbe in una situazione grottesca: sarebbe come leggere un testo senza capirne la lingua. Ma quello che è ancora peggio, crederebbe di capire i vangeli e gli altri libri neotestamentari, solo perché sono stati tradotti nella propria lingua.

Purtroppo questo è avvenuto in modo ricorrente nel passato; ma oggi gli strumenti critici che abbiamo, le maggiori conoscenze raggiunte e il rifiuto di una interpretazione faziosa e…ignorante, ci obbligano a leggere correttamente il vangelo. Il lungo cammino fatto dagli interpreti della Bibbia, le scoperte di sempre nuovi documenti dell’epoca, primi fra tutti, i testi delle grotte di Qumran, una località presso le rive del Mar Morto, dov’è vissuta per alcuni secoli una fiorente comunità giudaica in rotta col clero di Gerusalemme, tutto questo ci ha aperto gli occhi sull’epoca di Gesù, su come la pensavano, su quello che dicevano, su come vivevano.

L’esperienza che i primi seguaci di Gesù hanno fatto è stata espressa non solo con la lingua corrente, l’aramaico, ma anche con i mezzi espressivi a disposizione per capire chi era Gesù, che cosa aveva fatto e che cosa voleva dai suoi seguaci. Gli esempi che abbiamo visto negli articoli precedenti fanno comprendere quello che sto dicendo. Una lingua non è un codice matematico, astratto e senza tempo, ma un codice vivo che riflette una visione della realtà: che cosa si crede, come si crede, che cosa si desidera. Il Nuovo Testamento è la risposta ebraica degli ebrei del I sec. d.C. a quello che storicamente è avvenuto e che li ha interpellati.

Quello che abbiamo visto finora verrà confermato da un testo importante preso dal libro degli Atti degli Apostoli, scritto pure da Luca dopo il vangelo: l’episodio della Pentecoste al secondo capitolo.

Dopo la Pasqua, ancora una festività ebraica

Atti 2,1-11: “Si compiva il giorno della Pentecoste , ed essi stavano riuniti nello stesso luogo. 2 D’ improvviso vi fu dal cielo un rumore, come all’ irrompere di un vento impetuoso, che riempì tutta la casa in cui si trovavano. 3 Apparvero ad essi delle lingue come di fuoco che si dividevano e che andarono a posarsi su ciascuno di essi. 4 Tutti furono riempiti di Spirito Santo e cominciarono a parlare in altre lingue, secondo che lo Spirito dava ad essi il potere di esprimersi. 5 Si trovavano allora in Gerusalemme Giudei devoti, provenienti da tutte le nazioni del mondo. 6 Al prodursi di questo rumore incominciò a radunarsi una gran folla, eccitata e confusa, perché ciascuno li udiva parlare nella propria lingua. 7 Fuori di sé per la meraviglia dicevano: «Tutti costoro che parlano non sono forse Galilei? 8 Come mai ciascuno di noi li ode parlare nella propria lingua nativa? 9 Parti, Medi, Elamiti, abitanti della Mesopotamia, della Giudea e della Cappadocia, del Ponto e dell’ Asia, 10 della Frigia e della Panfilia, dell’ Egitto e delle regioni della Libia presso Cirene, Romani qui residenti, 11 sia Giudei che proseliti, Cretesi e Arabi, tutti quanti li sentiamo esprimere nelle nostre lingue le grandi opere di Dio!».

Sappiamo dai tre vangeli sinottici, Matteo, Marco e Luca, che Gesù istituì l’eucarestia nel quadro della celebrazione della pasqua ebraica. Il contenuto di quest’ultima, il ricordo della liberazione dalla schiavitù egiziana, non veniva eliminato dal Signore, ma inglobato in un nuovo e più ampio contenuto: la redenzione da lui apportata e resa accessibile sacramentalmente grazie all’eucarestia.

 Ora, secondo il calendario liturgico ebraico, sancito nella legge mosaica, dopo la festa della Pasqua nel primo mese, cioè a primavera, gli ebrei dovevano contare cinquanta giorni (“pentecoste” in greco, come greca è la parola “eucarestia”) e al cinquantesimo dovevano (e debbono) celebrare la “festa delle Settimane” (Lev 23,15-22). Tale avvenimento festivo si rifaceva ad un’antica festa agricola che cadeva nel terzo mese, quello delle messi. Israele, pur mantenendo questa antica cornice stagionale, aveva però sostituito al contenuto precedente uno nuovo, quello dell’alleanza al Sinai e del dono della Legge. Questa operazione, simile a quella fatta per la Pasqua, cioè la sostituzione di un rito antico con uno nuovo legato alla storia della salvezza d’Israele, è stata compiuta soprattutto a partire dall’epoca dopo l’esilio babilonese (VI-V sec. a.C), quando il popolo giudaico si è in qualche modo ri-fondato e ha aperto la strada a quella forma altissima di civiltà culturale e religiosa che sarebbe stato il giudaismo. Da allora in poi, la festa delle Settimane o di Shavuot era diventata per sempre la celebrazione del popolo liberato dalla schiavitù ed eletto da Dio ad essere il suo popolo mediante un’alleanza perenne, esplicitata e resa concreta dalla Legge di Mosé, da rinnovare annualmente nella liturgia, così come noi oggi rinnoviamo ogni anno le promesse battesimali.

Negli ultimi secoli prima di Cristo, il rinnovo dell’alleanza tra Dio e il suo popolo è stato messo sempre più in relazione con lo Spirito Santo. Gli ebrei di quel tempo credevano fermamente che i profeti mandati in passato da Dio perché si convertissero dalla disobbedienza alla Legge all’obbedienza ad essa, fossero inviati e animati dallo Spirito di Dio. La parola con cui essi lo chiamavano, ruach, significava anche vento impetuoso, respiro, alito di vita. Lo Spirito richiamava quell’energia vitale presente quando Dio aveva creato il mondo (vedi Gen 1,2). Proprio quello Spirito era diventato la forza del carisma dei profeti (vedi Ez 2,2: “…uno Spirito entrò in me, mi fece alzare in piedi e io ascoltai colui che mi parlava…”). E tuttavia, la fallibilità della natura umana aveva prevalso e le disgrazie si erano abbattute su Israele: così dicevano i profeti. Ma essi amavano il proprio popolo e hanno prospettato ugualmente una salvezza futura, escatologica, una nuova alleanza animata dallo Spirito di Dio:

“«Ecco: verranno giorni, oracolo del Signore, in cui stipulerò con la casa di Israele e con la casa di Giuda un’ alleanza nuova. Non come l’ alleanza che ho stipulato con i loro padri nel giorno in cui li presi per mano per farli uscire dal paese di Egitto, poiché essi violarono la mia alleanza, benché io fossi loro Signore, oracolo del Signore. Ma questa sarà l’ alleanza che stipulerò con la casa di Israele alla fine di quei giorni, oracolo del Signore: io porrò la mia legge in mezzo a loro e sul loro cuore la scriverò; e io sarò per essi il loro Dio ed essi saranno per me il mio popolo. E non si ammaestreranno più l’ un l’ altro a vicenda, dicendo: « Riconoscete il Signore! », perché tutti mi riconosceranno dal più piccolo fino al più grande di essi, oracolo del Signore, perché io perdonerò la loro iniquità e i loro peccati non li ricorderò più»” (Ger 31,31-34).

“Vi prenderò di tra le genti, vi radunerò da tutte le parti del mondo e vi condurrò al vostro paese. Vi aspergerò di acqua pura e sarete purificati da tutte le vostre impurità e da tutti gl’ idoli con cui vi macchiaste. Vi darò un cuore nuovo e metterò dentro di voi uno spirito nuovo. Toglierò il cuore di pietra dal vostro corpo e vi metterò un cuore di carne. Metterò il mio spirito dentro di voi, farò sì che osserviate i miei decreti e seguiate le mie norme” (Ez 36,24-27; vedi anche Is 55,3).

I profeti poi erano spariti e con loro, sembrava, anche lo Spirito divino. Il cielo non si apriva più e sembrava muto. Gli ebrei avevano però la parola divina pronunziata dai profeti e sapevano che un giorno si sarebbe avverata. Quel giorno, come aveva detto un altro profeta: “Ecco, tu (Gerusalemme) chiamerai gente che non conoscevi; accorreranno a te popoli che non ti conoscevano, a causa del Signore tuo Dio, del Santo d’Israele, perché egli ti ha onorato” (Is 55,5; leggi anche tutto il c. 60) .

Questa è l’atmosfera e questa era la preparazione degli animi dei seguaci di Cristo il giorno della Pentecoste, così come ci riferiscono gli Atti degli Apostoli. Ancora una cornice liturgica ebraica (Atti 2,1), nella quale gli antichi contenuti si realizzano nelle forme e nelle espressioni che animavano le attese dei credenti ebrei. Lo Spirito di Dio, vento impetuoso, irrompe nell’assemblea di coloro (v. 2) che attendevano, secondo le istruzioni date da Gesù al momento dell’Ascensione (cf. Atti 1,4-7). È come se fosse avvenuta una nuova creazione. Lo Spirito Santo riempie i presenti e pone sulle loro lingue, come in passato per i profeti, un annuncio comprensibile a tutti i popoli della terra accorsi a Gerusalemme (vv. 4-11). La predicazione antica si fa realtà presente e realtà che anticipa il programma futuro della Chiesa: unificare in una comunicazione universalmente comprensibile, dopo che lo Spirito Santo ha abbattuto il muro d’incomprensione sorto in seguito al peccato della Torre di Babele (Gen 11,1-9), tutti i popoli della terra nella ricezione del messaggio di salvezza rivolto a tutta la famiglia umana. La promessa divina ad Abramo di divenire benedizione per tutte le genti della terra (Cf.Gen 12,3) era divenuta realtà.

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Atti 2,12-41 : “Tutti erano sbalorditi e non sapevano che pensare e andavano domandandosi gli uni agli altri: «Che cosa vuol dire tutto ciò?». 13 Altri poi beffandoli dicevano: «Sono ubriachi di mosto dolce!». 14 Allora Pietro, in piedi con gli Undici, levò alta la voce e parlò loro così: «Voi, Giudei, e abitanti tutti di Gerusalemme, fate attenzione a ciò che sto per dire e porgete l’ orecchio alle mie parole. 15 Costoro non sono ubriachi, come voi pensate, poiché sono soltanto le nove del mattino; 16 si sta invece verificando ciò che fu detto per mezzo del profeta Gioele:

17 Negli ultimi giorni, dice il Signore, effonderò il mio spirito su ogni essere umano e profeteranno i vostri figli e le vostre figlie, i vostri giovani vedranno visioni e i vostri anziani sogneranno sogni; 18 certo, sui servi miei e sulle mie ancelle effonderò in quei giorni il mio spirito e profeteranno. 19 Farò prodigi in alto nel cielo e segni prodigiosi giù sulla terra, sangue e fuoco e vapori di fumo. 20 Il sole si trasformerà in tenebre e la luna in sangue, prima che venga il giorno del Signore, il gran giorno sfolgorante. 21 Allora chiunque invocherà il nome del Signore sarà salvo. 22 Uomini d’ Israele, udite queste parole: Gesù il Nazareno fu un uomo accreditato da Dio presso di voi con prodigi, portenti e miracoli, che per mezzo di lui il Signore operò in mezzo a voi, come voi ben sapete; 23 Dio, nel suo volere e nella sua provvidenza, ha permesso che egli vi fosse consegnato: e voi, per mano di empi senza legge, lo avete ucciso inchiodandolo al patibolo. 24 Ma Dio lo ha risuscitato, liberandolo dalle doglie della morte; poiché non era possibile che la morte lo possedesse. 25 Dice infatti Davide a suo riguardo:

Contemplavo il Signore davanti a me continuamente, perché egli è alla mia destra, affinché non vacilli. 26 Perciò si rallegrò il mio cuore e le mie parole sono piene di letizia; ed anche la mia carne riposerà nella speranza, 27 perché non abbandonerai l’anima mia negli inferi né permetterai che il tuo Santo veda la corruzione. 28 Mi hai fatto conoscere i sentieri della vita, mi colmerai di gioia con la tua presenza. 29 Fratelli, parliamoci francamente. Il nostro patriarca Davide morì e fu sepolto e il suo sepolcro si trova in mezzo a voi fino a questo giorno. 30 Ma egli era profeta e sapeva che Dio gli aveva giurato solennemente di far sedere sul suo trono uno della sua discendenza. 31 Perciò, prevedendo il futuro, parlò della risurrezione del Cristo, quando disse che non sarebbe stato abbandonato negli inferi, né la sua carne avrebbe visto la corruzione. 32 Questo è quel Gesù che Dio ha risuscitato, e noi tutti ne siamo i testimoni. 33 Egli è stato dunque esaltato alla destra di Dio, ha ricevuto dal Padre il dono dello Spirito Santo secondo la promessa e ha effuso questo stesso Spirito, come voi ora vedete e ascoltate. 34 Infatti Davide non ascese al cielo; tuttavia egli dice:

Disse il Signore al mio Signore: siedi alla mia destra, 35 finché ponga i tuoi nemici sgabello dei tuoi piedi. 36 Sappia dunque con certezza tutta la casa d’ Israele che Dio ha costituito Signore e Cristo questo Gesù che voi avete crocifisso!» 37 A queste parole furono profondamente turbati e dissero a Pietro e agli altri apostoli: «Che cosa dobbiamo fare, fratelli?». 38 Pietro rispose loro: «Pentitevi e ciascuno di voi si faccia battezzare nel nome di Gesù Cristo per ottenere il perdono dei vostri peccati: e riceverete il dono del Santo Spirito. 39 Per voi infatti è la promessa e per i figli vostri e per tutti coloro che sono lontani, che il Signore Dio nostro chiamerà». 40 E con molte altre parole li scongiurava e li esortava: «Salvatevi da questa generazione perversa». 41 Essi allora accolsero la sua parola e furono battezzati, e in quel giorno si aggiunsero a loro quasi tremila persone”.

La lunga citazione di quanto rimane del capitolo nel quale si parla dell’evento della Pentecoste è necessaria, perché sia davanti a noi il testo in tutta la sua pregnanza e il suo significato teologico. Come si diceva nella prima parte, la cornice di una festa ebraica, appunto la Pentecoste, offre ricetto al nuovo grande evento salvifico strettamente connesso con la Pasqua: la discesa dello Spirito Santo sulla prima comunità apostolica.

Soffermarsi ad una comprensione piana e superficiale del testo biblico, quasi vi si leggesse una cronaca, non rende ragione della portata di quanto Luca vuole comunicarci. In realtà, egli usa un codice culturale, cioè lingua, immagini e concetti che devono significare questo: le attese ebraiche, i sogni, le figure che hanno nutrito generazioni di credenti fino a quel momento, con la morte e resurrezione di Gesù hanno raggiunto la loro piena realizzazione.

La salvezza ultima e definitiva è descritta con le parole dei Profeti e dei Salmi, cioè con le Sacre Scritture (vedi la parabola del ricco Epulone in Lc 16,27-31, l’episodio dei discepoli di Emmaus in Lc 24,25-27); i particolari dell’episodio attingono all’interpretazione giudaica delle stesse Scritture, che si faceva in quel tempo. Pietro, capo della Chiesa nascente e primo interprete dei segni divini, cita dapprima Gioele 3,1-5 (Atti 2,17-21), il quale annunciava un futuro strepitoso caratterizzato da segni grandiosi: la capacità di ogni fedele, giovane o vecchio, uomo o donna, di vedere le prossime gesta salvifiche di Dio al suo arrivo nel grande “giorno di ”; la discesa su ciascuno dello Spirito Santo e la capacità di esser salvato dal tremendo giudizio divino, invocando il nome del Signore. Più avanti, Pietro cita il Sal 16,8-11 (Atti 2,25-28), che interpreta alla maniera giudaica, facendone cioè una profezia pronunziata da David, a quel tempo ritenuto anch’egli profeta, perché ispirato dallo Spirito divino (cf. 1 Sam 16,13) come tutti i profeti.

Un’altra citazione dai Salmi si ha ai vv. 34s, dove è citato il Sal 110,1. Alla citazione dei Profeti e dei Salmi non si deve dimenticare di aggiungere quello che dicevamo nella prima parte di questo articolo e che ha a che fare con Genesi 11,1-9, la confusione delle lingue. L’evento di Pentecoste permette di abbattere il muro dell’incomprensione tra i popoli, facendo loro capire nella propria lingua l’annunzio evangelizzatore di Pietro (vedi al v. 6).

Così, nella predicazione dell’Apostolo troviamo realizzato il principio interpretativo tanto caro a Luca e agli altri autori del Nuovo Testamento: l’evento di Gesù va interpretato e compreso sulla base della Legge (Genesi fa parte del Pentateuco, quindi della Legge), dei Profeti e dei Salmi (vedi ancora Lc 16,29; 24,27.44 e inoltre Mt 5,17-18). Ma, come si diceva sopra, non è semplicemente la Sacra Scrittura quella che illumina il senso di Atti 2, bensì anche le concezioni giudaiche diffuse in quel tempo e che venivano ormai via via trascritte in quelli che si chiamavano Midrashim, cioè traduzioni commentate dell’AT, e in quei testi che avrebbero costituito le tradizioni della successiva vasta letteratura rabbinica. Ad esempio, il Midrash del libro dell’Esodo racconta che al Sinai, allorché Dio si manifestò a Mosè per dargli la Legge (Es 19), i tuoni che si sentivano erano in realtà la voce di Dio che si suddivideva in settanta voci, cioè settanta lingue, tante quanti si credeva fossero i popoli della terra secondo Gen 10: il che voleva dire che la Legge vale per tutta l’umanità. Il filosofo ebreo Filone, contemporaneo di Gesù, commentando lo stesso brano afferma che la voce di Dio si articolava in parole rese visibili da forme di fiamma.

Come si può notare, la somiglianza di tali immagini con quelle usate da Luca è sorprendente. Tutte queste immagini vanno poi inquadrate in quelle aspettative apocalittiche delle quali abbiamo già parlato. Il popolo d’Israele attendeva con ansia, immaginandoselo in modo fantasmagorico, il momento dell’avvento del Signore, con il quale egli avrebbe giudicato gli uomini e il mondo e avrebbe ripristinato per la seconda volta le istituzioni antiche, in maniera però definitiva e portentosa, perché opera dello Spirito creatore di Dio.

Possiamo allora anche capire meglio il senso della conclusione dell’episodio di Pentecoste. Gli astanti chiedono compunti a Pietro che cosa debbano fare e Pietro risponde: «Pentitevi e fatevi battezzare nel nome di Gesù Cristo e riceverete il dono dello Spirito Santo» (vv. 37-39). Le parole di Gioele 3,5 trovavano finalmente il loro senso ultimo e la loro piena realizzazione: l’invocazione del nome di Gesù è la più bella affermazione del loro significato recondito. Si tratta dello stesso intendimento dell’inno cristologico che Paolo pronuncia in Fil 2,5-11: “… perché nel nome di Gesù ogni ginocchio si pieghi nei cieli, sulla terra e sottoterra e ogni lingua proclami che Gesù Cristo è il Signore a gloria di Dio Padre”.

Papa: Pentecoste, nasce la Chiesa del Credo, missionaria e “romana” (pentecoste 2007 anno C)

dal sito:

http://www.asianews.it/notizie-it/Papa:-Pentecoste,-nasce-la-Chiesa-del-Credo,-missionaria-e-%E2%80%9Cromana%E2%80%9D-9378.html

27/05/2007 12:20

(PENTEOSTE 2007 – ANNO C)

VATICANO

Papa: Pentecoste, nasce la Chiesa del Credo, missionaria e “romana”

Con la discesa dello Spirito su Maria e gli apostoli, emerge la Chiesa una, santa, cattolica e apostolica. Benedetto XVI aggiunge che la Chiesa è missionaria e “romana”, cioè “fedele alle origini” e capace di abbracciare tutti i popoli. Presenti in piazza bande musicali dal Nord Europa.

Città del Vaticano (AsiaNews) – Una piccola catechesi sulle note caratteristiche della Chiesa, come le si recita nel Credo, è stata offerta da Benedetto XVI con le parole che precedono la preghiera del Regina Caeli, davanti a decine di migliaia di pellegrini radunati in piazza san Pietro.

Ricordando la festa di oggi, la Pentecoste, in cui si commemora la discesa dello Spirito Santo su Maria e gli apostoli riuniti nel Cenacolo, il papa ha detto che con questo avvenimento “la Chiesa ebbe il suo solenne inizio”.

“In questo straordinario avvenimento – ha continuato – troviamo le note essenziali e qualificanti della Chiesa: la Chiesa è una, come la comunità di Pentecoste, che era unita nella preghiera e ‘concorde’: ‘aveva un cuore solo e un’anima sola’ (At 4,32). La Chiesa è santa, non per i suoi meriti, ma perché, animata dallo Spirito Santo, tiene fisso lo sguardo su Cristo, per diventare conforme a Lui e al suo amore. La Chiesa è cattolica, perché il Vangelo è destinato a tutti i popoli e per questo, già all’inizio, lo Spirito Santo fa sì che essa parli tutte le lingue. La Chiesa è apostolica, perché, edificata sopra il fondamento degli Apostoli, custodisce fedelmente il loro insegnamento attraverso la catena ininterrotta della successione episcopale”.

Proprio il carattere “cattolico”, capace di incontrare tutti i popoli in tutte le lingue, la rende “missionaria”. “La Chiesa  – ha aggiunto il pontefice – è per sua natura missionaria, e dal giorno di Pentecoste lo Spirito Santo non cessa di spingerla sulle strade del mondo, fino agli estremi confini della terra e fino alla fine dei tempi”

Il papa ha aggiunto un’altra “nota essenziale”: quella di essere “romana”, non tanto come una rivendicazione locale limitante, ma come espressione di cattolicità e missionarietà: “Nel Libro degli Atti – ha spiegato il papa – … si descrive il passaggio del Vangelo dagli Ebrei ai pagani, da Gerusalemme a Roma. Roma sta ad indicare il mondo dei pagani, e così tutti i popoli che sono al di fuori dell’antico popolo di Dio. In effetti, gli Atti si concludono con l’arrivo del Vangelo a Roma. Si può allora dire che Roma è il nome concreto della cattolicità e della missionarietà, esprime la fedeltà alle origini, alla Chiesa di tutti i tempi, a una Chiesa che parla tutte le lingue e va incontro a tutte le culture”.

Dopo la preghiera mariana, Benedetto XVI ha salutato in varie lingue i pellegrini. Fra essi erano presenti varie bande musicali da Germania, Austria e Svizzera, che hanno suonato alcuni inni sacri della tradizione tedesca.

Omelai di Pasqua: del metropolita di Mosca Filarete Drozdow (†1867)

dal sito:

http://www.tradizione.oodegr.com/tradizione_index/commentilit/omeliapasquafilarete.htm

OMELIA DI PASQUA

del metropolita di Mosca Filarete Drozdow (†1867)

Cristo è risorto!

Quante volte abbiamo già ripetuto ora ed ancora non ci stanchiamo di ripetere, e speriamo che anche voi non vi stanchiate di ascoltare così spesso le stesse parole: “Cristo è risorto!”. Che meravigliose parole! Come per loro effetto si trasforma l’aspetto esterno di tutto ciò che esiste! Fin’ora molti tra gli uomini conoscevano solo la terra, sulla quale essi sono presenti per un breve periodo di tempo, e subito dopo scompaiono non si sa dove. Alcuni già hanno sentito parlare dell’inferno come di un abisso che minaccia di inghiottire tutti e non restituisce nessuno. Non molti hanno meditato sul cielo come se fosse una dimora posta in alto alla quale porta una scala, che qualcuno ha visto solo nel sogno e su cui si vedevano salire gli Angeli, ma non gli uomini.

Ora che il Cristo è risorto, che cosa è la terra? Essa è un luogo da cui ci si slancia verso il cielo, una vita di breve durata e destinata alla distruzione dell’uomo nel corpo, diremo con le parole ciò che in realtà esprime il rito pasquale nella reciproca manifestazione di gioia. La vita dell’uomo nel corpo è quella iniziale di un uccellino nell’uovo, al quale, nel momento in cui si spezza il guscio, si palesa un ambito di vita più alto e più ampio. È necessario solo che l’embrione dell’uccellino sia abbracciato, penetrato e svegliato dal tepore del sangue materno. In altri termini è necessario che l’embrione della vita celeste nell’uomo sia abbracciato, penetrato e svegliato dalla forza vitale del sangue di Cristo.

Ora che il Cristo è risorto e che a lui, in quanto Dio-Uomo “è stato dato ogni potere sui cieli e sulla terra” (Matteo 28, 18), non solo il cielo è giunto a nostro contatto, ma addirittura s’è unito con la terra, tanto che è difficile trovare tra loro un confine. Poiché anche sulla terra si manifesta la divinità ed in cielo l’umanità. Gli angeli, che Giacobbe vide salire e scendere sulla scala celeste, ora in schiere si muovono sulla terra, messaggeri del Figlio dell’Uomo, che domina sui cieli.

Che cos’è l’inferno dopo che il Cristo, il quale vi è sceso, è risorto? Una fortezza nella quale, sotto l’aspetto esteriore di un prigioniero, il Cristo è entrato come vincitore; un carcere, le cui porte sono state spezzate e le sentinelle disperse… Ora si comprende come qualcuno sperava di attraversare addirittura l’inferno senza alcun pericolo: “Anche se andrò tra le tenebre della morte, non temerò il male, poiché tu sei con me” (Salmo 22, 4). Tu, che per noi sei sceso dal cielo e, simile a noi, hai camminato sulla terra, sei sceso nell’ombra della morte per aprire ai tuoi seguaci la via nella luce della vita.

            Infine, la resurrezione del Cristo non ha reso diversi anche noi? Crediamo ad uno dei veraci testimoni della resurrezione che anche noi siamo stati rigenerati da essa, se non in realtà, almeno nella speranza. “Benedetto Dio e Padre del Signore nostro Gesù Cristo – esclama l’Apostolo Pietro – il quale per la sua grande misericordia ci ha generati nella viva speranza grazie alla resurrezione dai morti di Gesù Cristo” (1 Pietro 1, 3). Ma, se noi siamo rigenerati per opera della resurrezione del Cristo solo ancora “nella speranza”, ed alla nostra speranza viene dietro la speranza di tutta la creazione, poiché “tutto l’universo aspetta con grande impazienza il momento in cui Dio mostrerà il suo vero volto agli uomini” (Romani 8, 19), tutti i miracoli che produsse la resurrezione del Cristo, sono solo l’inizio di ulteriori miracoli, che egli manifesterà successivamente, particolarmente alla fine dei tempi ed anche nell’eternità che non conosce limiti.

A causa di questi inesauribili miracoli che si sono compiuti e che dovranno compiersi, la resurrezione del Cristo è per noi fonte di meditazione, contemplazione, stupore, gioia, gratitudine. È una fonte da cui sgorga abbondante un’acqua nuova, ogniqualvolta noi da essa attingiamo. E perciò, per quanto siamo certi della resurrezione del Cristo, tuttavia desideriamo annunciare l’uno all’altro, come se fosse una notizia mai udita, che “Cristo è risorto”. Sebbene convinti della verità di questo avvenimento, testimoniato dai testimoni oculari della resurrezione e dimostrato da apparizioni e miracoli, e per di più non messo in discussione dai nemici del Cristianesimo, tuttavia desideriamo udire ripetute le parole: “Cristo è veramente risorto!”.

Se la parola è vita, poiché è detto che “non di solo pane vive l’uomo, ma chi vivrà di ogni parola che esce dalle labbra di Dio” (Deuteronomio 8, 3), così le parole che si riferiscono alla resurrezione del Cristo, come la manna – secondo le parole del Sapiente – “sono atte a procurare tutte le delizie ed a soddisfare tutti i gusti” (Sapienza 16, 1.20). Sei esaurito dal peccato ed hai fame di giustizia? Vieni, saziati: “Cristo è risorto, lui che fu consegnato ai suoi nemici per le nostre iniquità ed è risorto per la nostra giustificazione” (Romani 4, 25). Sei stanco per lo sconforto del giogo della legge e desideri passare da questo stato di schiavitù alla libertà della grazia? Accostati, gusta la Pasqua da te desiderata, “poiché il nostro agnello pasquale è stato già sacrificato” (1 Corinti 5, 7); “Cristo ci ha liberati per farci vivere effettivamente nella libertà” (Galati 5, 1). Sei turbato per la paura della morte? “Cristo è risorto dai morti, primizia di resurrezione per quelli che sono morti” (1 Corinti 15, 20). Sei esaurito nella lotta contro i nemici della tua salvezza? “Gusta la buona parola della resurrezione” ed in essa la vittoriosa potenza dell’età ventura: “risusciterà Dio e si disperderanno i suoi nemici” (Salmo 77, 2). Ti attira il gusto menzognero dell’anima e ti spinge a cercare il nutrimento ai desideri nelle cose corruttibili e vane di questo mondo? Correggilo partecipando alla potenza della resurrezione. “Se voi siete resuscitati con Cristo, cercate le cose del cielo, dove Cristo regna accanto al Padre” (Colossesi 3, 1). Oppure “l’anima tua ha sete del Dio vero e vivo, quando verrai e comparirai al cospetto di Dio?” (Salmo 41, 3). Viva è la speranza della resurrezione, sazia il tormento di questa sete e conserva questa stessa sete, poiché è sana ed apportatrice di salvezza considerando che “quando il Cristo apparirà, lui che è la nostra vita, allora anche voi vi manifesterete con lui nella gloria” (Colossesi 3, 4).

Vedi, Cristiano, quale abbondanza, quale varietà di cibo spirituale ci offre la nostra Pasqua, il Cristo risorto. Si nutre di lui ora la tua anima? Realmente “gusti quant’è buono il Signore?”. Senti nel tuo intimo la potenza della resurrezione del Cristo, che libera dai peccati e dalla maledizione per causa loro, resurrezione che distrugge le passioni ed i desideri dell’uomo vecchio, crea in te un cuore puro, rinnova nel tuo animo lo spirito di giustizia e ti rafforza nella fede e nella speranza che arde nell’amore per il Cristo datore della vita? Oppure alla mensa del Signore tu sei affamato ed assetato e la tua anima non è soddisfatta ed è vuota? – Del resto attraverso questo esame non volgiamo ridurti ad uno stato di turbamento ed avvilimento. No! Sebbene la tristezza per Dio sia apportatrice di salvezza, ora non è il momento di rattristarci, ma quello della gioia, la quale pure può avere una funzione salvatrice: “infatti la gioia del Signore è la nostra forza” (Neemia 8, 10). E così, hai gustato la bontà del Cristo risorto? “si rallegri la tua anima nel Signore” (Salmo 34, 9) e questa gioia ti spinga ad una più stretta unione con lui. Non hai ancora gustato la sua bontà? Tuttavia rallegrati, poiché egli non ti impedisce di provarla, ma anzi ti chiama ad essa dandoti la possibilità di udire la buona notizia della sua resurrezione e di trovarti tra coloro che si sono raccolti in nome di Colui che è risorto, dove, secondo la sua promessa “anche egli si troverà tra loro” (Matteo 18, 20). Se ti senti indegno della gioia, rallegrati per quella meravigliosa bontà che non allontana da sé neppure chi è indegno. Che la letizia per la resurrezione di nostro Signore dia a tutti noi nel nostro intimo anche la potenza della sua resurrezione apportatrice di vita e di salvezza! “Poiché la letizia del Signore è la nostra forza”. Amìn. 

Trad. A.S.

I ROTOLI DELL’EXULTET

dal sito:

http://www.exultet.it/rotoli.html

I ROTOLI DELL’EXULTET

 Il termine Exultet corrisponde alla prima parola del canto liturgico che, dall’alto del pulpito, veniva intonato dal diacono nel corso della cerimonia della notte del Sabato Santo .
Tale canto, denominato praechonium paschale , aveva la funzione di annunciare alla comunità dei fedeli il mistero della Resurrezione e celebrare il rito dell’offerta del cero pasquale .
Per esteso, lo stesso termine è passato ad indicare anche i rotoli sui quali il testo dell’inno è stato più volte trascritto e illustrato tra X e XIV secolo, secondo una prassi attestata pressoché quasi esclusivamente nell’Italia meridionale.

L’Exultet e la liturgia pasquale

I rituali della vigilia del Sabato Santo sono molto antichi.
Essi derivano dall’usanza di restare in attesa per tutta la notte del giorno della Resurrezione. La veglia prevede da sempre una serie di letture e preghiere che si concludono con la messa.
Nel medioevo essa, in quanto simbolo di rinnovamento, coincideva anche con il momento dell’ammissione al Battesimo dei catecumeni.
In tale contesto l’Exultet ha svolto un ruolo fondamentale. La sua proclamazione dall’alto dell’ ambone costituiva infatti il momento culminante di tutto un complesso cerimoniale che comprendeva, se pure con diverse varianti, il rito della benedizione del fuoco nuovo per il cero pasquale , quello dell’accensione del cero stesso da parte del diacono o del vescovo e la cerimonia del Lumen Christi.
Quest’ultima prevedeva che il diacono, spesso a conclusione di una processione, esclamasse per tre volte le parole Lumen Christi (Luce di Cristo).
Ad ogni enunciazione i fedeli dovevano rispondere in modo sempre più trionfante con l’invocazione Deo Gratias (Rendiamo Grazie a Dio).
La lettura solenne dell’Exultet seguiva subito dopo a conclusione del rituale.

Il Testo dell’Exultet

Il testo dell’Exultet che si legge ancora oggi nel corso della veglia pasquale discende da una redazione duecentesca fissata da papa Innocenzo III.
A sua volta, questo si fonda su una tradizione più antica, rimasta pressoché invariata nel corso dei secoli.
Soltanto nell’Italia meridionale l’Exultet ha conosciuto agli albori del suo utilizzo una diversa redazione, denominata « testo di Bari » o della Vetus Itala.
Essa conteneva una formula variata nella prefazio che è stata successivamente normalizzata nel corso del XII secolo sulla base dell’ordo romano .
Soltanto nella parte finale il testo seguiva varianti di volta in volta diverse: esso si concludeva infatti con le commemorazioni liturgiche, cioè formule di intercessione per il clero, i fedeli, i papi, i sovrani e le autorità locali.
Poiché nel corso degli anni si potevano avere serie diverse di reggenti, spettava al diacono ricordare o leggere il nome della autorità del momento, che di solito veniva appuntata sul rotolo mediante note mnemoniche.
Queste ultime offrono oggi preziosi indizi per la datazione e la provenienza dei rotoli.

TESTO LATINO

Exultet iam angelica turba caelorum! Exultent divina mysteria, et pro tanti regis victoria tuba intonet salutaris. Gaudeat se tantis Tellus inradiata fulgoribus, et aeterni regis splendore lustrata, totius orbis se sentiat amisisse caliginem. Laetetur et Mater Ecclesia, tanti luminis adornata fulgore, et magnis populorum vocibus haec aula resultet. Quapropter adstantibus vobis, fratres carissimi, ad tam miram sancti huius luminis claritatem, una mecum, quaeso, Dei omnipotentis misericordiam invocate. Ut qui me, non meis meritis, intra levitarum numerum dignatus est adgregare, luminis sui gratia infundente, cerei huius laudem implere praecipitat. Per (..) Vere qui dignum et iustum est invisibilem Deum omnipotentem Patrem, Filiumque unigenitum Dominum nostrum Iesum Christum, toto cordis ac mentis adfectu at voci ministerio personare, qui pro nobis aeterno Patri Adae debitum solvit et veteris piaculi cautionem pio cruore detersit. Haec sunt enim festa paschalium, in quibus verus ille agnus occiditur eiusque sanguis postibus consecratur. Haec nox est in qua primum patres nostros, filios Israel, educens de Aegypto, Rubrum mare sicco vestigio transire fecisti. Haec igitur nox est, quae peccatorum tenebras columnae inluminatione purgavit. Haec nox est, quae hodie per universum mundum in Christo credentes, a vitiis saeculi segregatos et caligine peccatorum, reddit gratiae, sociat sanctitati. Haec nox est, in qua destructis vincolis mortis, Christus ab inferis victor ascendit. Nihil enim nobis nasci profuit, nisi redimi profuisset. O mira circa nos tuae pietatis dignatio! O inaestimabilis dilectio caritatis: ut servum redimeres, filius tradidisti! O certe necessarium Adae peccatum, quod Christi morte deletum est! O felix culpa, quae talem ac tantum meruit habere redemptorem! O beata nox, quae sola meruit scire tempus et horam in qua Christus ab inferis resurrexit. Haec nox est, de qua scriptum est: Et nox ut dies inluminabitur, et: Nox inluminatio mea in deliciis meis. Huius igitur sanctificatio noctis fugat scelera, culpas lavat et reddit innocentiam lapsis, maestis laetitiam; fugat odia, concordiam parat et curvat imperia. In huius igitur noctis gratia, suscipe, sancte Pater, incensi huius sacrificium vespertinum, quod tibi in hac cerei oblatione solemni, per ministrorum manus, de operibus apum, sacrosancta reddit Ecclesia. Sed iam columnae huius praeconia novimus, quam in honore Dei rutilans ingnis accendit. Qui licet divisus in partes, mutuati luminis detrimenta non novit: alitur liquantibus ceris quas in substantiam pretiosae huius lampadis apis mater eduxit. Apis ceteris, quae subiecta sunt homini animantibus antecellit. Cum sit minima corporis parvitate, ingentes animos angusto versat in pectore, viribus imbecilla sed fortis ingenio. Haec explorata temporum vice, cum canitiem pruinosa hiberna posuerint, et glaciale senium verni temporis moderata deterserint, statim prodeundi ad laborem cura succedit; dispersaque per agros, libratis paululum pinnibus, cruribus suspensis insidunt, prati ore legere flosculos; oneratis victualibus suis, ad castra remeant, ibique aliae inaestimabili arte cellulas tenaci glutino instruunt, aliae liquantia mella stipant, aliae vertunt flores in ceram, aliae ore natos fingunt, aliae collectis et foliis nectar includunt. O vere beata et mirabilis apis, cuius nec sexum masculi violant, foetus non quessant, nec filii destruunt castitatem; sicut sancta concepit virgo Maria, virgo peperit et virgo permansit. O vere beata nox, que expoliavit Aegyptos, ditavit Hebraeos; nox in qua terrenis caelestia iunguntur. Oramus te, Domine, ut cereus iste, in honore nominis tui consecratus, ad noctis huius caliginem destruendam indeficiens persevert. In odorem suavitatis acceptus, supernis luminaribus miseatur. Flammas eius Lucifer matutinus inveniat, ille inquam Lucifer qui nescit occasum; ille qui regressus ab inferis, humano generi sereno inluxit. Precamur ergo te, Domine (…)

TRADUZIONE ITALIANA

Esulti ormai l’angelica schiera dei cieli!
Esultino i ministri divini, e per la vittoria di sì gran re risuoni la tromba salvifica. Gioisca la Terra irradiata da tanti fulgori e, illuminata dallo splendore del re eterno, senta di essersi liberata dalla tenebra in tutta la sua estensione.
Si rallegri anche la madre Chiesa, adornata dallo splendore di tanta luce, e quest’aula echeggi delle alte voci dei fedeli. Perciò, o fratelli carissimi, essendo voi presenti a sì meravigliosa luce di questa santa fiamma, invocate insieme con me, vi prego, la misericordia di Dio onnipotente; affinché colui il quale, non per meriti miei, si degnò di pormi tra il numero dei leviti, travasandosi la grazia della sua luce, mi insegni a compiere la lode di questo cero.
Per (il nostro signore Gesù Cristo..)
Perché è cosa veramente degna e giusta con tutto lo slancio del cuore e della mente e con l’ausilio della voce proclamare la gloria di Dio invisibile Padre onnipotente e del Figlio unigenito nostro Signore Gesù Cristo, il quale in nostra vece pagò all’Eterno Padre il debito di Adamo e col sangue innocente cancellò l’obbligazione contratta con l’antico peccato.
Sono queste, infatti, le feste pasquali, in cui è sacrificato il vero agnello e il suo sangue è destinato alle porte.
È questa la notte in cui, conducendo fuori dall’Egitto i nostri padri, figli d’Israele, li facesti passare attraverso il Mar Rosso a piedi asciutti.
È questa dunque la notte che ha rimosso le tenebre del peccato con la luce della colonna di fuoco.
È questa la notte che i credenti in Cristo, allontanati dai vizi del mondo e dalle tenebre del peccato, oggi in tutto il mondo restituisce alla grazia, riunisce alla santità. E questa la notte in cui, spezzate le catene della morte, Cristo risorge vittorioso dagli inferi.
A nulla avrebbe giovato a noi l’esser nati, se non ci fosse toccato il bene della redenzione.
O meravigliosa condiscendenza della tua misericordia verso di noi!
O inestimabile amore di carità! Per redimere il servo consegnasti il figlio!
O peccato di Adamo, certo necessario, che è stato cancellato con la morte di Cristo! O colpa felice, alla quale fu concesso di avere tale e tanto redentore!
O notte beata, alla quale sola fu concesso di conoscere il tempo e l’ora in cui Cristo risuscitò dalla morte!
È questa la notte di cui fu scritto: e la notte sarà illuminata come giorno, e ancora: la notte sarà la mia luce nella felicità.
E dunque la santificazione di questa notte fuga i delitti, lava le colpe e ridà l’innocenza ai traviati, letizia agli afflitti; dissipa gli odi, procura la concordia, piega le potenze.
Accetta dunque, padre Santo, in questa notte di grazia, il sacrificio vespertino di questa fiamma che la santa Chiesa per mano dei suoi ministri a te porge in questa solenne offerta del cero, frutto di operosità delle api.
Ma ormai conosciamo gli annunci di questa colonna che a onore di Dio la vivida fiamma accende. Fiamma che, sebbene spartita, non conosce diminuzione della luce distribuita: si alimenta delle molli cere che madre ape ha prodotto per formare la materia di questa preziosa lampada
L’ape è superiore a tutti gli altri esseri viventi che sono soggetti all’uomo.
Pur molto piccola di corpo, rivolge tuttavia nell’angusto petto alti propositi; debole di forze ma forte d’ingegno.
Essa, dopo aver esplorato l’alternare delle stagioni, allorché il gelido inverno depose la canizie e poi il clima moderato della primavera spazzò via il torpore glaciale, subito sente la preoccupazione di uscire al lavoro; e le api sparse per i campi, librando leggermente le ali, si posano appena con le agili zampe per cogliere con la bocca i piccoli fiori del prato, cariche del loro vitto rientrano negli alveari e qui alcune con arte inestimabile costruiscono cellette con tenace glutine, altre stipano il fluido miele, altre tramutano in cera i fiori, altre danno forma ai loro piccoli lambendoli con la bocca, altre incamerano il nettare delle foglie raccolte.
O ape veramente beata e mirabile, di cui i maschi non violano il sesso, né lo turbano i feti, né i figli distruggono la castità; così come, nella sua santità, Maria concepì vergine, partorì vergine e vergine rimase.
O notte veramente beata, che spogliò gli Egizi e arricchì gli ebrei, notte in cui le cose celesti si congiungono con le terrene, Preghiamo te, o Signore, affinché questo cero consacrato in onore del tuo nome persista senza venire meno per dissipare le tenebre.
Possa l’astro del mattino trovare la sua fiamma (ancora accesa), quell’astro di Lucifero, dico, che non conosce tramonto, quell’astro che, ritornando dagl’Inferi suole spargere sereno la sua luce sul genere umano.
Preghiamo dunque te, o Signore, (…)

Origini e significato del rotolo

Il testo e la melodia dell’Exultet furono più volte trascritti tra il X e il XIV secolo su rotoli formati da più fogli di pergamena cuciti insieme.
L’origine di questa pratica è attestata quasi esclusivamente in ambito meridionale ed è forse da ricercarsi nei cosiddetti libelli: piccoli libretti composti da uno o più quaternioni destinati alla celebrazione di determinate festività o di particolari azioni liturgiche (il rito di investitura sacerdotale, l’unzione dei malati ed altro).
Essi erano molto diffusi nel medioevo e costituivano manufatti estremamente semplici e di modesto valore.
Di conseguenza, nelle celebrazioni più importanti, venivano talvolta sostituiti da esemplari assemblati nella più nobile forma di rotolo.
L’adozione di questa inconsueta tipologia libraria a fini liturgici richiamava infatti le forme dei papiri dell’antichità.
Essa fu però probabilmente suggerita nel Meridione anche dalla conoscenza dei riti della chiesa greco-orientale.
Questi ultimi prevedevano l’utilizzo di rotoli manoscritti, denominati kontakia, forse già nel V-VI secolo e comunque sicuramente nell’VIII-IX secolo.
La loro conoscenza dovette avvenire in ambito beneventano-cassinese grazie ai monaci italo-greci che, nei secc X-XI, trasmigrarono dalle Calabria e la Sicilia verso la Campania e il Lazio meridionale.
E’ infatti nell’area beneventana che compaiono i primi esemplari di rotoli di Exultet.

Il ciclo iconografico

In quanto genere creato ad hoc, l’Exultet non si conforma ad una tipologia illustrativa già esistente, ma è frutto di una vera e propria invenzione iconografica elaborata intorno al X secolo.
Per questo motivo le decorazioni non seguono uno schema predefinito, ma compongono un ciclo variabile che prevede l’illustrazione di soggetti diversi.
Essi sono sostanzialmente riconducibili a tre ambiti tematici connessi al testo e alla liturgia pasquale: la storia sacra, le cerimonie liturgiche – le più ricorrenti mostrano il diacono che riceve il rotolo dal vescovo, accende il cero pasquale, o recita l’orazione dall’ambone – e i ritratti di contemporanei.
Anche per la traduzione visiva del medesimo concetto vengono inoltre proposte differenti soluzioni.
Ad esempio, l’allegoria della terra, Tellus, chiamata a celebrare la Resurrezione, può essere ritratta in veste di donna riccamente abbigliata, oppure come una figura, o come Cristo in trono con gli animali; la figura della Mater Ecclesia è invece talora indicata dalla comunità dei fedeli raccolti intorno al Vescovo, altre volte da una figura di donna, o da ulteriori varianti.
Le scene bibliche sono numerose e tratte per lo più dal Nuovo Testamento.
Fanno eccezione pochi temi, quali la salvazione delle primogeniture israelitiche, il peccato originale, il passaggio del Mar Rosso, che si ispirano ai brani del Genesi e dell’ Esodo contenuti nel Vecchio Testamento.
Una delle immagini ricorrenti è quella introdotta a corredo della Laus Apium, l’elogio delle api.
Essa segue diverse varianti dettate dagli specifici orientamenti dei miniatori: talvolta assume un carattere fortemente simbolico o decorativo; altre volte è improntata alla narrazione vivace e mostra gli sciami che volano per i campi e i contadini che raccolgono il miele e la cera.
L’Exultet si concludeva con le commemorazioni liturgiche, spesso accompagnate dal ritratto solenne e stereotipato dei personaggi politici e religiosi evocati.

Beato Jan Ruysbroeck: Con tutti i santi

dal sito:

http://www.levangileauquotidien.org/main.php?language=IT&module=commentary&localdate=20091101

Tutti i Santi, solennità : Mt 5,1-12
Meditazione del giorno
Beato Jan Ruysbroeck (1293-1381), canonico regolare
I sette gradi dell’amore

Con tutti i santi

      Nella vita eterna contempleremo con gli occhi dell’intelligenza la gloria di Dio, di tutti gli angeli e di tutti i santi, la ricompensa e la gloria di ognuno in particolare, e in tutti i modi possibili. L’ultimo giorno, al momento del giudizio di Dio, quando risusciteremo con i nostri corpi gloriosi per la potenza del nostro Signore, questi corpi risplenderanno come la neve, più brillanti del sole, trasparenti come il cristallo… Cristo, nostro cantore e maestro del coro, con voce trionfante e soave intonerà un cantico eterno, a lode e gloria del Padre suo celeste. Noi tutti canteremo lo stesso cantico con uno spirito felice e una voce chiara, eternamente e incessantemente. La gloria della nostra anima e la sua felicità si rifletteranno sui nostri sensi e attraverseranno le nostre membra; ci contempleremo vicendevolmente attraverso i nostri occhi glorificati; ascolteremo, diremo e canteremo la lode del nostro Signore con voci che non verrano mai meno.

      Cristo ci servirà; ci mostrerà il suo volto luminoso e il suo corpo glorioso con i segni della fedeltà e dell’amore. Guarderemo anche tutti i corpi gloriosi con tutti i segni dell’amore con i quali hanno servito Dio fin dal principio del mondo… I nostri cuori viventi si infiammeranno di un amore ardente per Dio e per tutti i santi…

      Cristo, nella sua natura umana, condurrà il coro di destra, perché questa è la natura più nobile e sublime che Dio abbia fatto. A questo coro appartengono tutti coloro nei quali vive e che vivono in lui. L’altro coro è quello degli angeli; benché essi siano di natura più elevata, noi uomini abbiamo ricevuto molto di più, in Gesù Cristo, con il quale siamo una sola cosa. Lui stesso sarà il sommo pontefice in mezzo al coro degli angeli e degli uomini, davanti al trono della sovrana maestà di Dio. E offrirà e rinnoverà, davanti al Padre suo celeste, Dio onnipotente, tutte le offerte che furono presentate dagli angeli e dagli uomini; queste si rinnoveranno incessantemente, e continueranno per sempre nella gloria di Dio.

Publié dans:FESTE, SANTI, Santi - scritti |on 1 novembre, 2009 |Pas de commentaires »

Card. Tettamanzi, Arcivescovo di Genova, Omelia: Commemorazione di tutti i fedeli defunti

dal sito:

http://www.diocesi.genova.it/vescovo/tettamanzi/om981102.htm

Dionigi Card. Tettamanzi, Arcivescovo

OMELIE

Genova. Cimitero di Staglieno. Lunedì 2 novembre ’98

COMMEMORAZIONE DI TUTTI I FEDELI DEFUNTI

S.Messa. Omelia

Ci consola la promessa dell’immortalità futura

Nel giorno dei morti, e dunque della vita che finisce, la Chiesa ci parla con coraggio della vita immortale, ossia della vita che non conosce il tramonto. È una grande lezione per noi, che siamo venuti al cimitero; anzi, è una vera e propria sfida alla nostra fede, a noi che ci riteniamo credenti. In realtà, proprio la fede è la ragione più vera del nostro essere qui: non è in questione oggi semplicemente il ricordo dei nostri cari defunti, un ricordo intessuto di gratitudine, di affetto, di preghiera; è in questione piuttosto la nostra fede, che viene provocata in un suo contenuto essenziale e qualificante.

1. Abbiamo ascoltato alcune affermazioni dell’antico Libro della Sapienza sull’immortalità. Sono affermazioni che lasciano sconcertata la cultura materialista di cui è ampiamente imbevuta la nostra società: nel pensiero di molti, infatti, la morte è considerata la fine di tutto. Ma allora non possiamo sottrarci alla domanda: che significato può avere per tante persone la visita al cimitero? Ma c’è di più, perché le affermazioni del Libro della Sapienza lasciano meravigliato lo stesso pensiero spiritualista, che pure è presente, almeno in parte, nella nostra società e cultura. È questo un pensiero che interpreta e dà voce a quel bisogno profondo di non morire che pervade il cuore di ogni uomo: lo ritroviamo, questo pensiero, nell’antica filosofia greca, come ad esempio in Platone, per il quale l’immortalità è una qualità dell’anima umana che è spirituale e quindi incorruttibile. Ben più alto, addirittura inimmaginabile da mente umana, è il concetto di immortalità di cui ci parla l’autore sacro: l’immortalità consiste nella comunione piena con Dio, e quindi è un dono totalmente libero e gratuito di Dio all’uomo, che viene pertanto chiamato a condividere la vita eterna di Dio stesso.

Così la nostra fede, accogliendo questa rivelazione divina, apre davanti a noi spazi di speranza e di pace, nonostante tutto. Già ora, in questa « valle di lacrime », siamo nelle mani e nel cuore di Dio, che ci è Padre. Certo, ora non mancano prove e sofferenze, difficoltà e paure, oscurità e tragedie: non è questo, forse, il desolante spettacolo che le famiglie, la società e l’umanità intera sono costrette a vedere e a sperimentare ogni giorno? Certo, la morte sembra un fallimento che nulla riesce a scongiurare. Ma non è qui tutta la realtà! Se veramente crediamo, nonostante tutto siamo nella pace, perché la nostra speranza è « piena di immortalità ».

Riascoltiamo ancora una volta, con una grande calma interiore e chiedendo al Signore che ci rafforzi nella fede, le parole del Libro della Sapienza nella consapevolezza che sono state scritte anche per noi, per ciascuno di noi: « Le anime dei giusti sono nelle mani di Dio, nessun tormento le toccherà. Agli occhi degli stolti parve che morissero; la loro fine fu ritenuta una sciagura, la loro partenza da noi una rovina, ma essi sono nella pace. Anche se agli occhi degli uomini subiscono castighi, la loro speranza è piena di immortalità. Per una breve pena riceveranno grandi benefici, perché Dio li ha provati e li ha trovati degni di sé; li ha saggiati come oro nel crogiuolo e li ha graditi come un olocausto » (Sap 3, 1-6).

Sono parole, queste, che non possono non confortarci, non possono non rendere più certa la nostra speranza e più piena la pace del nostro cuore. Ma ad una condizione: quella di rinnovare con spirituale energia la nostra fede. Questa è la grazia che oggi dobbiamo chiedere al Padre che nel suo amore misericordioso aspetta l’abbraccio perfetto e definitivo con ciascuno dei suoi figli, questa è la grazia che dobbiamo implorare da Gesù risorto che con la potenza dello Spirito vuole rendere partecipe ogni credente della sua risurrezione. Se è giusto che oggi si intensifichi la preghiera di suffragio per i nostri morti, è anche necessario che si faccia più viva la preghiera di implorazione per noi: per la nostra fede, per la nostra fede nella vita immortale.

2. A sostegno della nostra fede, la Chiesa oggi ci offre una stupenda testimonianza: quella dell’Apocalisse di san Giovanni. In questo libro l’evangelista canta la speranza della Chiesa, che la potenza di Dio rende vittoriosa sulle persecuzioni e sugli incubi della storia. È nella Gerusalemme celeste che la speranza cristiana trova, per così dire, la sua « incarnazione ». Qui Giovanni contempla « un nuovo cielo e una nuova terra »: è questo il luogo del bene, del vero, del giusto, dell’ordine, della vita, della pace. Infatti, annota Giovanni, « il cielo e la terra di prima erano scomparsi e il mare non c’era più » (Ap 21, 1). Il mare non c’era più! Ora il mare è il simbolo tenebroso del male, del caos, del nulla: questo mare è stato definitivamente prosciugato, dunque non c’è più. Al centro di questo nuovo cielo e di questa nuova terra sta la « nuova Gerusalemme », che l’evangelista contempla come una bellissima sposa, preparata con splendidi ornamenti per il suo sposo e ormai finalmente congiunta per sempre con lo Sposo. È « la dimora di Dio con gli uomini » (Ap 21, 3). È lo spazio vivo dell’alleanza d’amore tra Dio e l’umanità.

Sì, con l’evangelista Giovanni noi guardiamo al futuro. Ma guardiamo anche al presente, perché questa dimora e questa alleanza d’amore tra Dio e l’uomo è una realtà che oggi è operante nella storia, è dentro di noi e segna profondamente la nostra vita. Il Battesimo che abbiamo ricevuto, l’Eucaristia che celebriamo, la Parola di Dio che ascoltiamo e alla quale rispondiamo con la nostra preghiera, la vita di grazia che lo Spirito di Gesù accende in noi ci dicono che veramente questa alleanza d’amore tra Dio e l’uomo è stampata nell’intimo del nostro stesso essere e trasforma in profondità la nostra vita: proprio grazie a questa alleanza, la nostra vita, pur svolgendosi ancora nel pellegrinaggio terreno, pregusta e in qualche modo anticipa la vita immortale della Gerusalemme celeste.

È per questo che chi crede può sperimentare una gioia che niente e nessuno riescono a cancellare: è la gioia della comunione intima dell’uomo con Dio, una gioia che già ora è in atto, ma che attende di esplodere in pienezza quando Dio ci introdurrà definitivamente nella vita immortale. È vero: i nostri giorni sono spesso pesantemente segnati dalle lacrime, dall’affanno, dal lamento, dalla morte: questo, infatti, è l’invariato panorama che tutti i giorni ci presenta la nostra società. Ma la fede a questa visione non s’arrende: apre, invece, il cuore alla speranza, ad una speranza che non conosce dubbi e incertezze perché è fondata sul disegno onnipotente di Dio. Ecco che cosa farà egli un giorno, nel suo amore per noi: « Tergerà ogni lacrima dai nostri occhi; non ci sarà più la morte, né lutto, né lamento, né affanno, perché le cose di prima sono passate » (Ap 21, 4). Proprio questo è il traguardo della nostra esistenza: ricevere il dono della vita immortale, secondo l’esplicita promessa di Cristo che fa nuove tutte le cose (cfr Ap 21, 5): « A colui che ha sete darò gratuitamente acqua delle fonte della vita » (Ap 21, 6).

3. Così dunque la pagina del Libro della Sapienza e la visione di Giovanni nell’Apocalisse, che brevemente abbiamo commentato, sono un sostegno e un incoraggiamento alla nostra fede e alla nostra speranza nella vita immortale alla quale il Signore ci chiama. Ma è soprattutto Gesù stesso che, proclamando le Beatitudini, rivolge a noi la « lieta notizia » che la morte non ci distruggerà, ma ci renderà più vivi che mai, riportandoci alla casa del Padre. Gesù parla della « grande ricompensa » e dell’allegria festosa che anima la comunione con il Dio della vita. Così il Signore Gesù inizia il discorso delle Beatitudini. « Beati i poveri in spirito, perché di essi è il regno dei cieli » (Mt 5, 3); e, dopo aver proclamato le singole beatitudini, conclude: « Rallegratevi ed esultate, perché grande è la vostra ricompensa nei cieli » (Mt 5, 12).

Sì, Gesù ha parole di verità e di vita, e noi ci fidiamo pienamente di lui. Ma è soprattutto la sua risurrezione da morte la notte di Pasqua a dare fermezza incrollabile alla nostra fede e slancio inarrestabile alla nostra speranza nella vita immortale che Dio ci prepara. Che il Signore ci dia di fare nostra la convinzione assolutamente certa della Chiesa nella risurrezione della carne e nella vita eterna. E con lei preghiamo il Padre: « In Cristo tuo Figlio, nostro salvatore, rifulge a noi la speranza della beata risurrezione, e se ci rattrista la certezza di dover morire, ci consola la promessa dell’immortalità futura. Ai tuoi fedeli, o Signore, la vita non è tolta, ma trasformata; e mentre si distrugge la dimora di questo esilio terreno, viene preparata un’abitazione eterna nel cielo » (Prefazio dei defunti, I). O Padre, ricco di misericordia e di perdono, in questa tua abitazione serba un posto per ciascuno di noi. Amen.

+ Dionigi Card. Tettamanzi

Arcivescovo

Festa della Trsfigurazione del Signore: Dal «Discorso tenuto il giorno della Trasfigurazione del Signore» da Anastasio sinaita, vescovo: E’ bello restare con Cristo! – Da «Le feste cristiane» di Olivier Clément: La trasfigurazione, un bagliore del Regno.

dal sito:

http://liturgia.silvestrini.org/santo/235.html

Trasfigurazione del Signore
Festa del Signore

DAGLI SCRITTI…

Dal «Discorso tenuto il giorno della Trasfigurazione del Signore» da Anastasio sinaita, vescovo: E’ bello restare con Cristo!

Il mistero della sua Trasfigurazione Gesù lo manifestò ai suoi discepoli sul monte Tabor. Egli aveva parlato loro del regno di Dio e della sua seconda venuta nella gloria. Ma ciò forse non aveva avuto per loro una sufficiente forza di persuasione. E allora il Signore, per rendere la loro fede ferma e profonda e perché, attraverso i fatti presenti, arrivassero alla certezza degli eventi futuri, volle mostare il fulgore della sua divinità e così offrire loro un’immagine prefigurativa del regno dei cieli. E proprio perché la distanza di quelle realtà a venire non fosse motivo di una fede più languida, li preavvertì dicendo: Vi sono alcuni fra i presenti che non morranno finché non vedranno il Filgio dell’uomo venire nella gloria del Padre suo (cfr. Mt 16, 28).
L’evangelista, per parte sua, allo scopo di provare che Cristo poteva tutto ciò che voleva, aggiunse: «Sei giorni dopo, Gesù prese con sé Pietro, Giacomo e Giovanni suo fratello e li condusse in disparte, su un alto monte. E là fu trasfigurato davanti a loro; il suo volto brillò come il sole e le sue vesti divennero candide come la luce. Ed ecco apparvero loro Mosé ed Elia, che conversavano con lui» (Mt 17, 1-3). Ecco le realtà meravigliose della solennità presente, ecco il mistero di salvezza che trova compimento per noi oggi sul monte, ecco ciò che ora ci riunisce: la morte e insieme la gloria del Cristo. Per penetrare il contenuto intimo di questi ineffabili e sacri misteri insieme con i discepoli scelti e illuminati da Cristo, ascoltiamo Dio che con la sua misteriosa voce ci chiama a sé insistentemente dall’alto. Portiamoci là sollecitamente. Anzi, oserei dire, andiamoci come Gesù, che ora dal cielo sifa nostra guida e battistrada. Con lui sremo circondati di quella luce che solo l’occhio della fede può vedere. La nostra fisionomia spirituale si trasformerà e si modellerà sulla sua. Come lui entreremo in una condizione stabile di trasfigurazione, perché saremo partecipi della divina natura e verremo preparati alla vita beata. Corriamo fiduciosi e lieti là dove ci chiama, entriamo nella nube, diventiamo come Mosè ed Elia come Giacomo e Giovanni. Come Pietro lasciamoci prendere totalmente dalla visione della gloria divina. Lasciamoci trasfigurare da questa gloria divina. Lasciamoci trasfigurare da questa gloriosa trasfigurazione, condurre via dalla terra e trasportare fuori del mondo. Abbandoniamo la carne, abbandoniamo il mondo creato e rivolgiamoci al Creatore, al quale Pietro in estasi e fuori di sé disse: «Signore, é bello per noi restare qui» (Mt 17, 4).
Realmente, o Pietro, é davvero «bello stare qui» con Gesù e qui rimanervi per tutti i secoli. Che cosa vi é di più felice, di più prezioso, di più santo che stare con Dio, conformarsi a lui, trovarsi nella sua luce? Certo ciascuno di noi sente di avere con sé Dio e di essere trasfigurato nella sua immagine. Allora esclami pure con gioia: «E’ bello per noi restare qui», dove tutte le cose sono splendore, gioia, beatitudine e giubilo. Restare qui dove l’anima rimane immersa nella pace, nella serenità e nelle edilizie; qui dove Cristo mostra il suo volto, qui dove egli abita col Padre. Ecco che gli entra nel luogo dove ci troviamo e dice: «Oggi la salvezza é entrata in questa casa» (Lc 19, 9). Qui si trovano ammassati tutti i tesori eterni. Qui si vedono raffigurate come in uno specchio le immagini delle primizie e della realtà dei secoli futuri.(Nn. 6-10; Mélanges d’archéologie et d’histoire, 67 [1955] 241-244).

Da «Le feste cristiane» di Olivier Clément.
La trasfigurazione, un bagliore del Regno.

(l’ho messo sotto il tag: ortodossia)

Gli evangelisti sinottici – Matteo, Marco, Luca – raccontano l’evento della Trasfigurazione in maniera pressoché identica. Gesù prende con sé Pietro, Giacomo e Giovanni – gli ultimi due sono fratelli -, a più riprese suoi compagni privilegiati «perché erano più perfetti degli altri», dice Giovanni Crisostomo; Pietro perché amava Gesù più degli altri, Giovanni perché più degli altri era amato da Gesù, e Giacomo perché si era unito alla risposta del fratello: «Sì, possiamo bere il tuo calice» (cf Mt 20, 22).
Gesù li conduce in disparte su di un’«alta montagna», luogo per eccellenza delle manifestazioni divine; la tradizione dirà: il monte Tabor. Là egli appare raggiante di una splendida luce, che fluisce sia dal suo volto «splendente come il sole» che dalle sue vesti – opera d’uomo, della cultura umana – e si riversa sulla natura circostante, come mostrano le icone.
Mosè – la legge – ed Elia – i profeti – appaiono e conversano con Gesù. La prima alleanza addita l’alleanza ultima. Luca precisa che la conversazione verte sull’éxodos del Signore. Pietro in estasi suggerisce di piantare tre tende, nella speranza di poter rimanere a lungo in quello stato. Ma tutto è sommerso dalla «nube luminosa» dello Spirito, e in cui risuona nel cuore dei tre discepoli sconvolti, prostrati con la faccia a terra, la voce del Padre: «Questi è il Figlio mio, l’amato, ascoltatelo!». Poi tutto svanisce, e resta Gesù, solo, che ordina a quei testimoni di tacere ciò che hanno appena visto, «finché il Figlio dell’uomo non sia risorto dai morti».
A partire dalla fine delle persecuzioni romane contro i cristiani, ovvero dal IV secolo, furono edificate diverse chiese sul Tabor. La loro dedicazione sembra essere all’origine della festa che, a partire dal VI secolo, si diffuse in tutto il Medio Oriente. Nel calendario occidentale essa fu introdotta stabilmente nel 1457, ad opera di papa Callisto III, in segno di ringraziamento per la vittoria da poco conseguita contro i turchi. Gli evangeli non consentono di fissare, nel ritmo annuale, una data per la Trasfigurazione. Con l’intuizione cosmica che lo caratterizza, l’Oriente fissò quella del 6 agosto, grande mezzogiorno dell’anno, apogeo della luce estiva. In quel giorno si benedicono i frutti della stagione; spesso, nei paesi del bacino mediterraneo, è l’uva a costituire il frutto benedetto per eccellenza. L’occidente, meno sensibile alla portata spirituale dell’evento, pur conservando una festa della Trasfigurazione il 6 agosto, ha preferito aggiungere una seconda celebrazione prima della Pasqua, la seconda Domenica di Quaresima, seguendo in tal modo più da vicino la cronologia della vita di Gesù.
In oriente, la festa pone l’accento sulla divinità di Cristo e sul carattere trinitario del suo splendore. «Conversando con Cristo, Mosè ed Elia rivelano che egli è il Signore dei vivi e dei morti, il Dio che aveva parlato un tempo nella legge e nei profeti; e la voce del Padre, che esce dalla nube luminosa, gli rende testimonianza», recita la liturgia bizantina.
Tuttavia la trasfigurazione non è un trionfo terreno, che sempre Gesù ha rifiutato nella sua vita – e qui sta l’errore di lettura di Callisto III -; essa non è neppure un’emozione spirituale da gustare – ecco l’errore di Petro -. È invece uno sprazzo, un bagliore di quel regno che è il Cristo stesso, una luce che è anche quella di Pasqua, della Pentecoste, della parusia, quando con il ritorno glorioso di Cristo, il mondo intero verrà trasfigurato. Mosè ed Elia, l’abbiamo detto, parlano con Gesù del suo éxodos, cioè della sua passione: solo quest’ultima farà risplendere la luce non in cima al Tabor, la montagna che rappresenta simbolicamente le teofanie e le estasi, ma al cuore stesso delle sofferenze degli uomini, del loro inferno, e infine della morte. La liturgia ci aiuta ancora a capire: «Ascoltate [dice il Padre] colui che attraverso la croce ha spogliato l’inferno e dona ai morti la vita senza fine».
Per la teologia ortodossa, la luce della trasfigurazione è l’energia divina (secondo il vocabolario precisato nel XIV secolo da Gregorio Palamas), vale a dire lo sfolgorare di Dio: Dio stesso che, mentre rimane inaccessibile nella sua «sovraessenza», si rende tuttavia partecipabile agli uomini per una follia di amore. Da cui si comprende l’importanza di questa festa per la tradizione mistica e iconografica.
Lo sfolgoramento, la folgorazione divina è tale da gettare a terra gli apostoli sulla montagna. Eppure sul Tabor essa rimane una luce esterna all’uomo. Ora essa ci è donata – scintilla impercettibile o fiume di fuoco – nel pane e nel vino eucaristici. Allora i nostri occhi si aprono e noi comprendiamo che il mondo intero è intriso di quella luce: tutte le religioni, tutte le intuizioni dell’arte e dell’amore lo sanno, ma è stato necessario che venisse il Cristo e che avvenisse in lui quell’immensa metamorfosi – così chiamano i greci la Trasfigurazione – perché si rivelasse infine che alla sorgente delle falde di fuoco, di pace e di bellezza presenti nella storia, vi è, vincitore della notte e della morte, un Volto.

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