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SAN JOSEMARÍA – QUELLA CROCE È LA TUA CROCE: QUELLA D’OGNI GIORNO

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SAN JOSEMARÍA

TESTI DI SAN JOSEMARÍA

QUELLA CROCE È LA TUA CROCE: QUELLA D’OGNI GIORNO

Cristo Gesù, pur essendo di natura divina, non considerò un tesoro geloso la sua uguaglianza con Dio; ma spogliò se stesso, assumendo la condizione di servo e divenendo simile agli uomini; apparso in forma umana, umiliò se stesso facendosi obbediente fino alla morte e alla morte di croce.
Lettera di San Paolo ai Filippesi, 2,6-11)

Intorno al 320 d. C, l’imperatrice Elena di Costantinopoli trovò la Vera Croce, la croce su cui morì Nostro Signore Gesù Cristo.
Molti anni dopo, nel 614, il re Cosroe II di Persia invase e conquistò Gerusalemme e portò via la Croce. Ma nel 628 l’imperatore Eraclio la recuperò e la portò di nuovo a Gerusalemme, il 14 settembre di quello stesso anno. La Croce fu portata attraverso la città dall’imperatore in persona. Da allora questo giorno è incluso nel calendario liturgico come festa dell’Esaltazione della Croce.
Nel celebrare la festa dell’Esaltazione della Santa Croce, supplicasti il Signore, con tutte le fibre dell’anima, di concederti la sua grazia per “esaltare” la Croce Santa nelle tue facoltà e nei tuoi sensi… Una vita nuova! Un sigillo: per dare solidità all’autenticità del tuo messaggio…, tutto il tuo essere sulla Croce!
— Vedremo, vedremo.
Forgia, 517
Segno di vittoria
Nell’ambiente c’è una specie di paura della Croce, della Croce del Signore. Il fatto è che hanno incominciato a chiamare croci tutte le cose sgradevoli che accadono nella vita, e non sanno sopportarle con senso di figli di Dio, con visione soprannaturale. Tolgono persino le croci piantate dai nostri avi lungo le strade!
Nella Passione, la Croce ha cessato di essere simbolo di castigo, per divenire segno di vittoria. La Croce è l’emblema del Redentore: in quo est salus, vita et resurrectio nostra: lì è la nostra salvezza, la nostra vita, la nostra risurrezione.
Via Crucis, II stazione, 5
Come una scultura
Ogni giorno un po’ di più — come quando si scolpisce una pietra o un pezzo di legno —, bisogna limare le ruvidezze, togliere i difetti della nostra vita personale, con spirito di penitenza, con piccole mortificazioni, che sono di due tipi: quelle attive — che noi cerchiamo, come piccoli fiori che raccogliamo durante la giornata —, e quelle passive, che vengono dall’esterno, e che ci costa accettare. Poi, Gesù provvede a ciò che manca.
— Che Crocifisso meraviglioso diventerai, se corrispondi con generosità, con gioia, completamente!
Forgia, 403
I veri ostacoli che ti separano da Cristo — la superbia, la sensualità…, si superano con la preghiera e la penitenza. E pregare e mortificarsi è anche occuparsi degli altri e dimenticarsi di se stessi. Se vivi così, vedrai che la maggior parte dei tuoi contrattempi spariranno.
Via Crucis, X stazione, 4
Una conquista
Questa accettazione soprannaturale del dolore è, al tempo stesso, la massima conquista. Gesù, morendo sulla Croce, ha vinto la morte: Dio suscita dalla morte la vita. Il contegno di un figlio di Dio non è quello di chi si rassegna a una tragica sventura, quanto piuttosto di chi si rallegra pregustando la vittoria. In nome dell’amore vittorioso di Cristo, noi cristiani dobbiamo percorrere tutti i cammini della terra per essere, con le parole e le opere, seminatori di pace e di gioia. Dobbiamo lottare in questa guerra di pace contro il male, l’ingiustizia, il peccato, proclamando che l’attuale condizione umana non è quella definitiva e che l’amore di Dio manifestato nel Cuore di Cristo otterrà il glorioso trionfo spirituale degli uomini.
È Gesù che passa, 168
Prima di cominciare a lavorare, metti sul tavolo o accanto ai tuoi attrezzi di lavoro, un crocifisso
Prima di cominciare a lavorare, metti sul tavolo o accanto ai tuoi attrezzi di lavoro, un crocifisso. Ogni tanto, lanciagli uno sguardo… Quando giungerà la fatica, i tuoi occhi si volgeranno a Gesù, e troverai nuova forza per proseguire nel tuo impegno. Perché quel crocifisso è più che il ritratto di una persona amata —i genitori, i figli, la moglie, la fidanzata…—; Egli è tutto: tuo Padre, il tuo Fratello, il tuo Amico, il tuo Dio, e l’Amore dei tuoi amori.
Via Crucis, XI stazione, 5
Con gioia
Ricordate le parole di Gesù: Se qualcuno vuol venire dietro a me, rinneghi se stesso, prenda la sua croce ogni giorno e mi segua. Vedete? La croce ogni giorno. Nulla dies sine cruce!, non un giorno senza croce; non un giorno in cui non portiamo la croce del Signore, in cui non accettiamo il suo giogo. Proprio per questo, a suo tempo non ho mancato di ricordarvi che la gioia della Risurrezione è la conseguenza del dolore della Croce.
Tuttavia non abbiate timore, perché è lo stesso Gesù che ci dice: Venite a me, voi tutti, che siete affaticati e oppressi, e io vi ristorerò. Prendete il mio giogo sopra di voi e imparate da me, che sono mite e umile di cuore, e troverete ristoro per le vostre anime. Il mio giogo infatti è dolce e il mio carico leggero. San Giovanni Crisostomo commenta:”Venite a me, non perché voglia chiedervi conto delle vostre colpe, ma per liberarvi dai vostri peccati; venite a me, non perché io abbia bisogno della gloria che potete procurarmi, ma perché ho bisogno della vostra salvezza… Non abbiate timore se sentite parlare di giogo, perché esso è soave; non abbiate timore se vi parlo di peso, perché esso è leggero”.
Il cammino della nostra santificazione personale passa quotidianamente per la Croce: non è un cammino di infelicità, perché Cristo stesso ci aiuta, e lì dove è Lui non c’è posto per la tristezza. Mi piace ripetere: In laetitia, nulla dies sine cruce! Con l’anima penetrata di gioia, non un giorno senza croce.
È Gesù che passa, 176
La pazienza e la Croce
Nella seconda tentazione, quando il diavolo gli propone di gettarsi dall’alto del Tempio, Gesù rifiuta di nuovo di servirsi del suo potere divino. Egli non cerca la vanagloria, lo spettacolo, la commedia umana di chi pretende servirsi di Dio come scenario della propria eccellenza. Gesù vuole compiere la volontà del Padre senza affrettare i tempi né anticipare l’ora dei miracoli; vuole percorrere passo per passo il faticoso sentiero degli uomini, l’amabile cammino della Croce.
È Gesù che passa, 61
Quel piccolo sacrificio, quel sorriso a un importuno, il cominciare dall’occupazione meno piacevole ma più urgente, la cura dei dettagli di ordine…
Possumus! [Mt 20, 22], possiamo vincere anche questa battaglia, con l’aiuto del Signore. Siate convinti che non è difficile trasformare il lavoro in un dialogo di preghiera (…). Perché ci pervade la certezza che Egli ci vede, mentre ci richiede continui superamenti: quel piccolo sacrificio, quel sorriso a un importuno, il cominciare dall’occupazione meno piacevole ma più urgente, la cura dei dettagli di ordine, la perseveranza nel compimento del dovere quando sarebbe così facile interromperlo, il non rimandare a domani ciò che dobbiamo concludere oggi…, tutto per far piacere a Lui, a Dio nostro Padre! E magari, sul tavolo di lavoro o in un posto opportuno, che non richiama l’attenzione ma che a te serve da svegliarino dello spirito contemplativo, collochi il crocifisso, che per la tua anima e per la tua mente è il manuale da cui apprendi le lezioni di servizio.
Amici di Dio, n. 67
Perché tutti siano salvati
Dobbiamo far diventare vita nostra la vita e la morte di Cristo. Morire per mezzo della mortificazione e della penitenza, perché Cristo viva in noi per mezzo dell’Amore. E dunque seguire le orme di Cristo, con l’anelito di corredimere tutte le anime.
Dare la vita per gli altri. Soltanto così si vive la vita di Gesù Cristo e diventiamo una sola cosa con Lui.
Via Crucis, XIV stazione
Il Signore ci ha regalato la vita, i sensi, le facoltà, innumerevoli grazie: e noi non abbiamo il diritto di dimenticare che siamo degli operai fra i tanti, nel podere in cui egli ci ha collocati, per collaborare nel compito di procurare alimento agli altri. Il nostro posto è questo, entro questi limiti; qui dobbiamo spendere la vita ogni giorno con Lui, aiutandolo nella sua opera di redenzione.
Amici di Dio, 49
Se ti decidi ad avviarti per questi cammini contemplativi, ti sentirai immediatamente amico del Maestro, con il divino incarico di aprire i sentieri divini della terra a tutta l’umanità
Se ti decidi — senza singolarità, senza abbandonare il mondo, nel bel mezzo delle tue occupazioni abituali — ad avviarti per questi cammini contemplativi, ti sentirai immediatamente amico del Maestro, con il divino incarico di aprire i sentieri divini della terra a tutta l’umanità. Sì: con il tuo concreto lavoro contribuirai ad estendere il regno di Cristo in tutti i continenti. Una dopo l’altra si succederanno le ore di lavoro offerte per le nazioni lontane che si aprono alla fede, per i popoli orientali ai quali è barbaramente impedito di professare liberamente la religione, per i paesi di antica tradizione cristiana in cui sembra che la luce del Vangelo si sia offuscata e che le anime si dibattano nelle tenebre dell’ignoranza… in questo modo, che grande valore assume un’ora di lavoro, perseverare con impegno costante ancora per un po’, qualche minuto ancora, per terminare tutto bene! Stai trasformando, in modo semplice e pratico, la contemplazione in apostolato, come un’imperiosa necessità del cuore che batte all’unisono con il dolcissimo e misericordioso Cuore di Gesù, Signore nostro.

IL VOLTO NASCOSTO E TRASFIGURATO DI CRISTO, Maria Pia Pagani, Bruno Forte, Vincenzo Bertolone, Blandina Schlömer

http://www.artcurel.it/ARTCUREL/RELIGIONE/TEOLOGIA%20SIMBOLICA/VoltonascostoetrasfiguratodiCristo-Vcongresso.htm

IL VOLTO NASCOSTO E TRASFIGURATO DI CRISTO

Atti dal V Congresso Internazionale sul Volto di Cristo
Pontificia Università Urbaniana
Roma 20-21 OTTOBRE 2001

IL VOLTO DI CRISTO NEL VOLTO DEI « FOLLI » DELLA RUSSIA CRISTIANA
Prof. Maria Pia Pagani

Nessuna nazione cristiana venera tanti santi cosiddetti « folli », come Russia. Nonostante le apparenze potessero facilmente trarre in inganno, l’anima dei santi ‘folli’ non era folle. Agli occhi dei devoti ortodossi essi erano i semplici di spirito che nella vita quotidiana rivelavano, nella dolorosa esperienza della malattia, della solitudine, dell’abbandono, dell’incomprensione e dello scherno, la costante presenza del Salvatore, il cui Volto si rifletteva sfumato nel volto di questi suoi testimoni sui generis. Casti e innocenti, avevano deciso di affrontare l’ardua prova della vita di stultus propter Christum conducendo un’esistenza nell’eccesso, nella provocazione, nel paradosso e nello scandalo – un ruolo assai complesso, questo, che li vide protagonisti di un’eccezionale spettacolo sacro nei monasteri, nelle corti, nelle piazze del paese. Liberi dagli istinti e dalle ambizioni terrene, essi proclamavano la beatitudine della povertà e della rassegnazione, il rifiuto del mondo del peccato e delle tentazioni. Nella loro assoluta indigenza essi volevano essere icone viventi del Volto nascosto di Cristo, trasfigurato da penitenza, stenti, insania – tutte caratteristiche che la pietà popolare considerava virtuosi segni di inequivocabile santità.
I santi ‘folli’ della Russia Cristiana testimoniarono in modo autentico e sincero il loro essere ‘in Cristo’ accettando con animo lieto di essere considerati degli insensati agli occhi del mondo, consapevoli di ottenere in tal modo il dono della vera fede e della totale libertà dello spirito. La loro demenza, infatti, era considerata uno stato di grazia, il segno della loro eccezionale vicinanza al Regno dei Cieli. Tuttavia il problema della distinzione tra follia e normalità è delicato e ricco di insidie che rendono difficile stabilire un ben delineato confine di distinzione tra il malato mentale, l’istrione e il santo.
La nudità dei santi « folli » era ambigua, agli occhi delle alte gerarchie ecclesiastiche ortodosse, poiché poteva alludere sia alla purezza dei semplici che alla tentazione diabolica.
Il fatto che il patronato dei santi « folli » e dei « giullari di Dio » della Russia Cristiana fosse affidato a due donne – S. Anastasia e S. Parasceve -, nel cui volto, secondo l’iconografia, si celavano i tratti del Volto di Cristo, apre una significativa riflessione su quella che, nella tradizione cristiana, fu la imitatio Christi femminile.
Uno dei primi santi « folli » della Russia Cristiana canonizzati dal metropolita Makarij nel sinodo del 1547 fu Maksim, che era particolarmente venerato a Mosca, la città in cui trascorse tutta la vita. La lezione presenta numerose altre figure di santi « folli ».

FACCIAMO QUI TRE TENDE. LA TRASFIGURAZIONE, BELLEZZA CHE SALVA IL MONDO
Mons. Bruno Forte
La Trasfigurazione è la porta della bellezza che non tramonta, entrata nella storia per essere per chiunque creda nella Parola fatta carne la bellezza che salva nel tempo e per l’eternità: « Signore, è bello per noi restare qui; se vuoi, farò qui tre tende, una per te, una per Mosè e una per Elia » (Mt 17,4).
Un duplice dato evangelico aiuta a comprendere in che senso la bellezza rivelata sul Tabor e constatata nello stupore e nella gioia dall’Apostolo Pietro sia la via nuova e vivente che Cristo è venuto ad aprirci per andare al Padre. Il primo dato consiste nel fatto che il Pastore, che raccoglie le pecore nell’unità del Suo gregge, è presentato come il « bel Pastore », secondo l’esatta traduzione del testo greco evangelico. L’ora pasquale rivelerà il volto di questa bellezza nell’Uomo dei dolori che si consegna alla morte per amore nostro.
C’è però anche un altro dato evangelico che aiuta a riconoscere nella bellezza la via del Vangelo: la testimonianza, via preziosa per l’annuncio del Vangelo, è inseparabile dallo sfolgorio della bellezza negli atti del discepolo interiormente trasfigurato dallo Spirito: dove la carità si irradia, lì s’affaccia la bellezza che salva, lì è resa lode al Padre celeste, lì cresce l’unità dei discepoli dell’Amato, uniti a Lui come discepoli del Suo amore crocifisso e risorto. Alcuni testi del teologo russo Florenskij illuminano in maniera straordinaria questa lettura dell’episodio della trasfigurazione.
È dunque la rivelazione del Tabor che insegna a cogliere nella bellezza la via della salvezza donata dall’alto: essa educa a cogliere nella morte del Figlio di Dio nella tenebra del Venerdì Santo e nel Suo risorgere alla vita il frammento dove si è compiuta una volta per sempre l’irruzione del Tutto.

Il Volto Trasfigurato di Cristo
Dalla « VIA AMORIS » alla « VIA TRANSFIGURATIONIS »
P. Vincenzo Bertolone
Intento della lezione è ricordare le modalità per le quali l’uomo – creato ad immagine di Dio – è capax Dei e per mezzo della conoscenza dell’amore può realizzare questa metamorfosi trasfigurativa fino al punto di sentirsi « immortale, divino ed eterno ». È’ questa la sola dimensione che può dare un senso alla vita dell’uomo. L’uomo si eternizza e si divinizza perché tale è il sogno su di lui di Dio?Padre?Amore, rivelato in Cristo Gesù. E’ fondamentale cogliere il significato del termine amore perché l’uomo naufrago nel mare della pura possibilità vive in una società senza padre, senza memoria, senza senso della storia, senza dialogo, in pieno smarrimento nonostante la sete di autenticità, di spontaneità, di vera fede e di vero « amore ».
Dopo aver richiamato la terminologia attinente all’amore nelle varie sfumature, dalla cultura greca al mondo ebraico veterotestamentario e alla romanità cristiana, l’Autore si chiede: è possibile « semplificare » tutto ciò e tradurre con poche, umili ed essenziali parole, che cosa è « questo » amore divino? Mettendo al posto della parola « carità » la persona umano?divina di Gesù, tutto coincide perfettamente. Gesù è amore, è carità; Dio è amore, è carità. Cristo è l’icona di questo amore. Cristo Gesù è la « fotografia », la rappresentazione storica e visibile di questo amore. La carità?amore è Lui stesso.
Se l’agàpe è la risorsa, la via ed il « tèlos » della Chiesa e si identifica con Cristo stesso, Gesù, facendosi carne in noi attraverso il sacramento eucaristico, arriva a coinvolgere il nostro amore umano e il nostro cuore di carne e a convertirlo sempre più in amore verso i fratelli, nel cui volto ed attraverso gli occhi del nostro volto trasfigurato in Cristo, noi vediamo il Volto di Dio.
Il Volto di Cristo è icona trasparente di mistero, tanto in direzione della profondità di Dio, quanto in direzione antropologica.

LA BELLEZZA DEL VOLTO DI GESU’ O L’EVENTO DAL NOME « VERONICA »
Suor Blandina Schlömer
La studiosa del Volto di Manoppello descrive innanzitutto l’esperienza che, sin dall’infanzia, l’ha spinta a cercare l’immagine, non solo esteriore ma anche interiore, del Volto di Cristo, poi trovata nel Volto della Sindone, vera risposta alla sete di bellezza.
Dopo aver illustrato la parte avuta nella propria ricerca dall’esperienza mistica delle sante donne di Hefta Santa Matilde e Santa Gertrude – della quale cita significativi testi -, Suor Blandina richiama i lunghi studi condotti sul Volto Santo di Manoppello, da considerarsi la celebre « Veronica » romana che, dal 1527, non si conserva più nella basilica vaticana. Resasi conto che le proporzioni del Volto della Sindone e del Volto di Manoppello sono effettivamente equivalenti, ha cercato di individuarne i lineamenti interiori che ella ravvisa nella semplicità, nella riverenza e nell’innocenza. La sua conclusione è che, come autore della sua creazione e utilizzando le sue regole e i suoi mezzi, Gesù ci ha lasciato, molto prima che gli uomini intervenissero con la fotografia uno splendido capolavoro di questa « arte », non come opera delle sue mani, bensì, per così dire, nel suo ultimo passaggio, come ultima traccia della sua presenza reale nella nostra vita mortale. Tutti noi, che crediamo esclusivamente come Tommaso, quando apriamo gli occhi sui Volti della Sindone e di Manoppello, possiamo effettivamente vedere il Signore.
Avvalendosi anche di richiami anche alla Novo Millennio Ineunte, nonché ai testi evangelici, Suor Blandina è convinta che il doppio Volto, della Sindone e della Veronica, da cui, in un certo senso, traspare il sorriso di Dio, possano anche esserci d’aiuto a ritrovare un nuovo accesso al cuore ed alla bellezza di Dio. Se veramente siamo i suoi figli, anche secondo la parola dell’Apostolo « …saremo chiamati figli di Dio, e lo siamo », così la sua bellezza sarà la nostra bellezza e sulla trama della nostra vita sarà visibile il Volto di Gesù.

“ LA (DOMENICA DELLA) TRASFIGURAZIONE DEL SIGNORE “

http://www.webdiocesi.chiesacattolica.it/cci_new/documenti_diocesi/205/2015-02/28-150/altri104.doc.

(Catechesi mistagogica della II Domenica di Quaresima / B)

“ LA DOMENICA DELLA TRASFIGURAZIONE DEL SIGNORE “

L’antifona d’ingresso (sal 26/27,8-9) ci invita a fissare il nostro sguardo sul volto del Signore, cercando rifugio presso di lui. Nelle prove e nei pericoli non perdiamoci d’animo, perché il Signore ci sostiene e ci infonde coraggio. Di fronte agli assalti dei nostri nemici spirituali non temiamo alcun male, perché i nostri cuori sono rivolti al Signore, luce, salvezza e difesa della nostra esistenza. Cerchiamo il Signore mentre si fa trovare; invochiamo il suo santo nome per essere salvati. Ricerchiamo il volto del Signore nostro Gesù Cristo nelle sacre scritture, nei divini misteri, nei suoi fratelli più piccoli, nell’attesa di vederlo così com’è (cf. 1 Gv 3,3) in paradiso. Rallegriamoci ed esultiamo nel riconoscere che siamo stati creati a immagine e somiglianza del volto di Dio. In questa quaresima contempliamo il volto di Cristo nella preghiera, “fondamento assoluto di ogni nostra azione pastorale” (Giovanni Paolo II, Novo millennio ineunte, 15).
La Colletta evidenzia la chiamata che il Padre ci rivolge ad ascoltare il suo amato Figlio (cf. Mc 9,7b), nutrendo la nostra fede con la sua Parola (cf. Rm 10,17), collirio spirituale che purifica gli occhi del nostro cuore (cf. Ap 3,18c), perché possiamo godere la visione beatifica della sua gloria (cf. 1 Cor 13,12b).
La Colletta alternativa sottolinea la bontà misericordiosa del Padre che non ha risparmiato il suo Figlio unigenito, ma lo ha dato per la nostra salvezza (cf. Rm 8,32). A Lui chiediamo di farci progredire nel pellegrinaggio della fede, che è ubbidienza alla sua rivelazione (cf. Rm 16,26; 2 Cor 10,5-6; Dei verbum, 5), – sull’esempio di Abramo e di Maria (cf. Lumen gentium, 58) – perché seguiamo fedelmente le orme del suo Figlio ( cf. 2 Pt 2,21) per essere con lui trasfigurati nella luce della sua gloria (cf. Fil 3,21). Cristo, infatti, vuole condividere la sua gloria con noi battezzati nella sua morte e resurrezione.
L’autore del libro della Genesi (22, 1-2. 9a. 10-13. 15-18) ha presentato il sacrificio di Isacco, figura della passione di Gesù, il Figlio unico del Padre. Abramo, nostro padre nella fede, si è reso disponibile alla divina chiamata con il suo “eccomi”. Dio gli chiede una prova di amore. Abramo, che già si era allontanato dalla sua casa e dalla sua terra, ora è invitato ad esprimere la sua fiducia in Dio distaccandosi dal possesso egoistico di Isacco, il figlio della promessa, dono divino avuto nella vecchiaia. Abramo è messo alla prova con la richiesta di sacrificare il figlio – unica possibilità per la discendenza promessa – sul monte Moira, identificato col monte di Gerusalemme, ove è costruito il tempio (cf. 2 Cr 3,1). Alla divina richiesta Mosè risponde salendo sul monte, immagine del cammino della fede, che conosce incertezze, dubbi, fallimenti, peccati. Come Abramo, abbiamo fiducia in Dio nelle vicende lieti e tristi o contraddittorie della vita, credendo fermamente nella sua Parola che è spirito e vita, parola che non delude. Abramo nella fede accoglie il misterioso progetto divino e per la sua obbedienza gli viene risparmiato il figlio. Il patriarca è veramente animato dal timore di Dio, che gli ridona il figlio Isacco, ricevuto di nuovo con riconoscenza, senza più considerarlo “proprietà privata”. Ora ha imparato a relazionarsi nel modo corretto col suo unico figlio, che rimanda al Dio amante della vita. Non a caso, egli, invece dell’agnello – simbolo del figlio – , offre in olocausto un ariete impigliato con le corna in un cespuglio – “simbolo della sua paternità bloccata” (S. Carotta). Si tratta di un sacrificio sostitutivo, al quale Dio stesso provvede. Il racconto genesiaco esprime la condanna del sacrificio umano ed esalta la fede ubbidiente di Abramo, che Dio benedice con una discendenza numerosa. Contempliamo la sapiente pedagogia di Dio che ci chiede di abbandonarci completamente nelle sue mani, riconoscendo che cose e persone sono dono gratuito del suo amore. L’amore compassionevole di Dio, che non permise al patriarca di sacrificare Isacco, si è manifestato in pienezza quando ha inviato il suo Figlio unigenito per la nostra salvezza.
Il salmo 115/116, 10.15-19 è una preghiera di ringraziamento, un rendimento di grazie al Signore che ci salva nelle afflizioni. Anche nelle tribolazioni e nella tristezza crediamo nel Signore, ai cui occhi è preziosa la morte dei suoi fedeli, i martiri, “perché la sua grazia vale più della vita” (sal 63,4). Riconosciamoci servi liberati dal Signore Gesù, che ha spezzato le catene del peccato e della morte con la sua beata passione. Pertanto, come Chiesa offriamo continuamente a Dio Padre il rendimento di grazie per eccellenza, il sacrificio eucaristico del Corpo e del Sangue del suo Figlio. Nutrendoci dell’Eucarestia, noi siamo in comunione con il Corpo e il Sangue di Gesù, che ci salva e ci colma di ogni grazia e benedizione celeste (cf. Prima Preghiera eucaristica, Anamnesi e offerta). Con tutto il popolo santo di Dio aderiamo a Lui in atteggiamento eucaristico, nell’attesa di cantare pienamente le sue lodi nella Gerusalemme del cielo.
L’apostolo Paolo nella Lettera ai Romani (8,31b-34) canta un inno all’amore di Dio verso di noi, che si è realizzato con il dono del suo Figlio Gesù. Dio è per noi, è dalla nostra parte e ci rende partecipi della sua fortezza. Colui che vorrebbe essere contro di noi – l’accusatore, l’avversario, il nemico infernale – è reso impotente. Gesù Cristo, che è morto e risorto per la nostra riconciliazione – salvezza – giustificazione, è il nostro avvocato (cf. 1 Gv 2,1-2) che intercede per noi peccatori presso il Padre, mediatore e garante della perenne effusione dello Spirito Santo, che è la remissione dei nostri peccati. Ringraziamo il Padre che con il suo Figlio ci ha elargito la pienezza del suo amore che ci salva.
L’evangelista Marco (9,2-10) narra la trasfigurazione dopo aver presentato la professione di fede di Pietro (8,27-30), il primo annuncio della passione (8,31-33) e le condizioni per seguire Gesù (8,34-38). Dopo che Pietro ha riconosciuto in Gesù il Cristo (8,29), Gesù si rivela come Messia sofferente, che “doveva soffrire molto ed essere rifiutato dagli anziani, dai capi dei sacerdoti e dagli scribi, venire ucciso e, dopo tre giorni, risorgere” (8,31). Successivamente spiega le regole per essere suoi seguaci – discepoli: “se qualcuno vuol venire dietro a me, rinneghi se stesso, prenda la sua croce e mi segua” (8,34). Dopo questo evento Gesù prende con sé Pietro, Giacomo e Giovanni – che staranno con lui nel Getsemani, alla vigilia della Passione – e li portò con sé su un alto monte, il Tabor, secondo la tradizione. Da soli, stanno in disparte. Gesù fu trasfigurato davanti a loro, ovvero la sua umanità lasciò trasparire in sé la sua gloria eterna e divina, anticipando la sua risurrezione. Qui rimbalza sulla sua umanità quella gloria che gli spettava di diritto, che possedeva nella sua preesistenza (cf. Gv 17,5), di cui volle privarsi per riceverla dal Padre come ricompensa per il sacrificio della sua croce (cf. Fil 2,6-11). Le vesti di Gesù trasfigurato diventano sfolgoranti di luce, bianchissime. Il colore bianco è proprio degli esseri celesti. Il riferimento dell’evangelista ai lavandai sottolinea la natura straordinaria della visione.
Appaiono Mosè – che rappresenta la legge – ed Elia – che rappresenta i profeti. Gesù viene a portare a compimento la legge e le profezie dell’AT. Mosè ed Elia conversano con Gesù della “sua dipartita che avrebbe portato a compimento a Gerusalemme” (Lc 9,31). Essi avevano visto la gloria del Signore sul monte (cf. Es 34,29-30; 1 Re 19,1-14), preannunciando le sofferenze del Messia (cf. Lc 24,27). Pietro prende la parola chiedendo a Gesù Maestro di rendere eterno questo momento di gloria per impedirgli l’ora della passione nella città santa. E’ davvero bella e dolce l’esperienza del Tabor e Pietro vorrebbe fare tre capanne, una per Gesù, una per Mosè e una per Elia. Questo indizio ci fa comprendere che la trasfigurazione avvenne durante la festa delle capanne; nel settimo giorno (cf. v.2) tutti si vestivano di bianco e il tempio si illuminava a festa. Gesù si manifesta, dunque, come la vera tenda e il tempio vero della divina presenza. Pietro è smarrito: non sapeva che cosa dire. Gli apostoli erano spaventati, provando timore dinanzi all’esperienza divina. Sopraggiunge una nube che li coprì con la sua ombra. E’ il segno della manifestazione di Dio (cf. Es 16,10; 40,38).
Per san Tommaso d’Aquino la nube è il simbolo dello Spirito Santo. Dalla nube esce la voce di Dio Padre che nel Battesimo aveva detto: “Tu sei il Figlio mio, l’amato; in te ho posto il mio compiacimento” (Mc 1,11). Ora il Padre accredita il Figlio dinanzi agli apostoli. Gesù è il Figlio prediletto del Padre che va ascoltato, il Vangelo, la Parola, l’inabitazione di Dio, la Verità e la Vita, la nostra potenza e sapienza.
L’identità di Gesù sarà riconosciuta ai piedi della sua croce dal centurione: “Davvero quest’uomo era Figlio di Dio” (Mc 15,39). La fede, che precede dall’ascolto della Parola di Dio, ci fa riconoscere il Messia in Gesù di Nazaret (cf Mc 8,29), il Figlio di Dio in colui che è stato messo in croce. Ascoltando e seguendo Gesù, entriamo in comunione con il Padre grazie al dono dello Spirito che ci fa riconoscere figli e fratelli in Gesù e con Gesù (cf. Rm 8,15). “Ascoltatelo “ è la via che porta alla gloria. Il Risorto ci illumina e ci trasfigura con la sua Parola, che ci dà forza nei giorni più bui del nostro pellegrinaggio terreno. In Gesù troviamo il Padre e ritroviamo noi stessi (cfr. GS 22a). Crediamo in Gesù ascoltandolo ogni giorno, perché in lui c’è la pienezza dell’amore divino che, rivelatosi sulla croce, viene effuso nei nostri cuori per mezzo dello Spirito Santo (Rm 5,5). Seguiamo Gesù trasfigurato, “luce da luce” (Credo), per camminare nella luce da figli della luce (cf. Rm 13,11-14). Improvvisamente gli apostoli rimangono soli con Gesù.
Ci basta Gesù! E’ ”il mediatore e la pienezza di tutta intera la rivelazione” (Dei verbum 2), la parola ultima e definitiva comunicata dal Padre all’umanità.
E’ terminata la visione del Signore trasfigurato, preludio pasquale, concessa agli apostoli perché comprendessero che “solo attraverso la passione possiamo giungere al trionfo della risurrezione” (Prefazio proprio: “La trasfigurazione, annuncio della beata passione” ). Gesù ordina agli apostoli di non riferire a nessuno l’esperienza vissuta, se non dopo la risurrezione dai morti. Essi custodiranno il segreto, interrogandosi sul senso della risurrezione dai morti. Lo Spirito Santo ci conduce alla comprensione del mistero pasquale di Gesù, la Vita che vince la morte, la Luce che vince le tenebre, il datore della vita nuova nello Spirito elargita ai credenti in Lui.
Gesù rimane in compagnia dei suoi apostoli, che sono chiamati a seguirlo e a disporsi “a vivere con Lui il momento doloroso della Passione, per giungere con Lui alla gioia della Risurrezione e a una vita trasfigurata dallo Spirito Santo” (Giovanni Paolo II, Rosarium virginis Mariae, 21).
Alla soglia della vita pubblica di Gesù ci fu il battesimo (Mc 1,9-11), che manifestò il mistero della nostra pasqua battesimale; alla soglia della Pasqua ci fu la trasfigurazione, la quale ci ricorda che “la nostra cittadinanza è nei cieli e di là aspettiamo come salvatore il Signore Gesù, il quale trasfigurerà il nostro misero corpo per conformarlo al suo corpo glorioso, in virtù del potere che egli ha di sottomettere a sé tutte le cose” (Fil 3,20-21), evidenziando anche la necessità di “attraversare molte tribolazioni per entrare nel Regno di Dio” (At 14,22). La trasfigurazione, in sintesi, intende rafforzare la fede degli apostoli nell’imminenza della passione del Divino Maestro. La salita sul Tabor prepara la salita sul Calvario. “Cristo, Capo della Chiesa, manifesta ciò che il suo Corpo contiene e irradia nei sacramenti: <<la speranza della gloria>> (Col 1,27)” [CCC 568].
Ringraziamo Gesù per i momenti di Tabor che ci concede, cioè per le ore di grazia che ci danno la forza per non smarrirci nell’ora del nostro Calvario. L’Eucarestia è il nostro Tabor, il luogo in cui Gesù ci conduce per farci contemplare la sua gloria sotto le specie eucaristiche del pane e del vino consacrati (cf. SC, 7). Accostandoci al convito eucaristico del Corpo e del Sangue di Cristo, il Padre ci trasforma a immagine della sua gloria mediante l’effusione dello Spirito Santo (cf. 2 Cor 3,18; Prefazio II dell’Eucarestia).
San Giovanni Paolo II nell’Esortazione apostolica post-sinodale Vita consecrata presenta le sorgenti cristologico – trinitarie della vita consacrata a partire dall’icona di Cristo trasfigurato (nn. 14-19). Gesù ha stabilito un rapporto particolare con alcuni suoi discepoli, rendendoli partecipi della sua stessa forma di vita (VC 14) per essere nella Chiesa e nel mondo memoria vivente del suo modo di esistere e di agire di fronte al Padre e di fronte ai fratelli (VC 22). A fondamento della vocazione alla vita consacrata c’è “un’ esperienza singolare della luce che promana dal Verbo incarnato” (VC 15). Afferrati, toccati e conquistati dalla divina bellezza, i consacrati possono esclamare con Pietro: “Signore, è bello per noi stare qui!” (Mt 17,4), dedicandosi a Lui, che diventa il tutto della loro esistenza. E’ il Padre che prende l’iniziativa di attirare al suo Figlio “una sua creatura con uno speciale amore e in vista di una speciale missione” (VC 17).
Dicendo “ascoltatelo”, egli invita i consacrati ad accogliere il mistero di Cristo (VC 16) per riprodurne in sé i tratti caratteristici – la verginità, la povertà, l’ubbidienza – e conformare a Lui la propria vita. Le persone consacrate, chiamate dal Padre, si pongono sulle orme di Cristo “per vivere in intimità con Lui e seguirlo dovunque Egli vada” (VC 18). La vita consacrata comporta una speciale vocazione e un particolare dono dello Spirito Santo (VC 14), che rende i consacrati persone cristiformi, “prolungamento nella storia di una speciale presenza del Signore Risorto” (VC 19). Lo Spirito Santo fa sentire l’attrazione dell’amore divino, suscitando nei consacrati il desiderio di rispondere pienamente alla chiamata del Padre, “configurandoli a Cristo casto, povero e obbediente e spingendoli a far propria la sua missione” (VC 19).
“A questa «icona» si riferisce tutta un’antica tradizione spirituale, quando collega la vita contemplativa all’orazione di Gesù «sul monte». Ad essa possono inoltre ricondursi, in qualche modo, le stesse dimensioni «attive» della vita consacrata, giacché la Trasfigurazione non è solo rivelazione della gloria di Cristo, ma anche preparazione ad affrontarne la croce. Essa implica un «ascendere al monte» e un «discendere dal monte»: i discepoli che hanno goduto dell’intimità del Maestro, avvolti per un momento dallo splendore della vita trinitaria e della comunione dei santi, quasi rapiti nell’orizzonte dell’eterno, sono subito riportati alla realtà quotidiana, dove non vedono che «Gesù solo» nell’umiltà della natura umana, e sono invitati a tornare a valle, per vivere con lui la fatica del disegno di Dio e imboccare con coraggio la via della croce” (VC 14) .
L’orazione sulle offerte ci fa chiedere al Padre misericordioso di concederci in virtù dell’offerta del sacrificio eucaristico il perdono dei nostri peccati (cf. Mt 26,28), la santificazione del corpo e dello spirito (cf. 1 Ts 5,23), perché possiamo celebrare le feste pasquali in maniera degna.
Nell’antifona alla Comunione l’assemblea dei fedeli – che si accosta processionalmente alla mensa eucaristica – canta le parole che il Padre rivolge ai discepoli, udite nella proclamazione del Vangelo: “Questo è il mio Figlio prediletto, nel quale mi sono compiaciuto. Ascoltatelo” (Mt 17,5). Ricevendo il Corpo e il Sangue del Signore, prendiamo parte all’evento di grazia vissuto dai tre discepoli prediletti che odono il Padre e contemplano il Cristo trasfigurato sul Tabor.
Nell’orazione dopo la Comunione ringraziamo Dio che nella partecipazione ai suoi gloriosi misteri “a noi ancora pellegrini sulla terra fa pregustare i beni del cielo”. I discepoli quaggiù videro la gloria della Divinità che sfolgorò sul volto di Cristo. Noi quaggiù riconosciamo Cristo nel pane eucaristico, pane del cammino e farmaco dell’immortalità, ascoltando la voce del Padre che nell’intimità del cuore continua a indicarci il suo Figlio prediletto – che agisce come suo Servo nella Passione – perché lo ascoltiamo, essendo l’oggetto del suo compiacimento (cf. Direttorio omiletico n. 68).

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PAOLO DI TARSO E MARIA DI NAZARET – STEFANO DE FIORES, SMM

http://www.stpauls.it/madre/1003md/1003md08.htm

PAOLO DI TARSO E MARIA DI NAZARET

STEFANO DE FIORES, SMM

Si affronta in questo testo, un vero saggio, la dottrina dell’Apostolo per la mariologia.

È raro trovare l’accostamento di Paolo di Tarso a Maria di Nazaret, due figure bibliche senza evidente legame o necessario richiamo. Basti consultare il Dizionario di Paolo e delle sue lettere (G.F. Hawthorne, C.R. Martin e D. Reid, a cura di R. Penna, San Paolo 2000, pp. 1.886, € 61,97), per accorgersi che il nome di Maria è completamente ignorato, anche come donna che ha generato il Figlio di Dio (Gal 4,4), passo saltato perfino nella voce Lettera ai Galati.
A prima vista sembra che in realtà non ci sia niente di comune tra i due personaggi di rilievo nella Chiesa delle origini. Paolo è il missionario teologo, l’apostolo delle genti e il rappresentante di un cristianesimo libero dalla legge di Mosè e aperto all’ellenismo; Maria è una donna tenuta in grande considerazione come madre di Cristo, ma professante come Pietro e Giacomo un giudeo-cristianesimo fedele alle prescrizioni legali in seno alla comunità di Gerusalemme.
Eppure il legame tra Paolo e Maria esiste, dal momento che dobbiamo all’Apostolo il primo testo del Nuovo Testamento dove si parla di Cristo come «nato da donna» (Gal 4,4). Riflettendo sul piano della salvezza e in particolare sull’incarnazione, Paolo non può fare a meno di riferirsi a quella donna d’Israele che ha generato il Messia.
Il quadro normativo per l’annuncio di Maria nella Chiesa. Come è risaputo, i discorsi kerigmatici di Pietro (At 2,14-39; 3,12-26; 4,9-12; 5,29-32; 10,34-46) e di Paolo (At 13,16-30; 17,22-31), mirano a comunicare il contenuto essenziale della storia della salvezza: Cristo morto e risorto. Solo una volta si fa riferimento all’attività sanatrice ed esorcistica di Gesù dopo il battesimo di Giovanni (At 10,38) e solo una volta si menziona la discendenza davidica di Cristo: «Dalla discendenza di lui [Davide], secondo la promessa, Dio trasse per Israele un salvatore» (At 13,23).
In questa prima fase non si nomina mai Maria. La ragione di questo silenzio sulla Madre di Gesù è comprensibile: essa rientra nel più vasto silenzio circa l’intero arco della vicenda storica di Cristo (che sarà oggetto di considerazione accurata da parte degli evangelisti), perché il centro d’interesse degli apostoli è l’annuncio del mistero pasquale.
Paolo rompe il silenzio su Maria offrendo in Gal 4,4 la più antica testimonianza mariana del Nuovo Testamento, che risale al 49 o al massimo al 57 dopo Cristo, cioè una ventina d’anni dopo l’Ascensione.
Occasione della lettera ai Galati è l’infiltrazione nelle comunità della Galazia in Asia Minore (attuale Turchia) di alcuni cristiani giudaizzanti, che insegnavano la validità della legge giudaica per nulla abolita da Cristo. A questi Paolo oppone il suo Vangelo, ossia la salvezza mediante la fede in Cristo. Da autentico teologo, Paolo pone il dilemma: chi ci salva, Cristo o la legge? Se la salvezza viene dalla legge, allora «Cristo è morto invano» (Gal 2,21). Ma se Cristo è il salvatore, allora la legge perde la sua funzione e necessità, sicché le genti possono credere ed essere battezzate senza passare dall’obbedienza alle prescrizioni mosaiche. Con questa soluzione, che raccoglie l’accordo degli apostoli e comunità, il cristianesimo cessa di essere un semplice gruppo ebraico (pur mantenendone la fede monoteistica e la profonda spiritualità), e diviene una comunità universale.
In tale contesto polemico contro i giudaizzanti, Paolo introduce il testo di alto interesse cristologico in cui si fa menzione «tangenzialmente e in forma anonima» di Maria, la «donna» dalla quale nacque Gesù: «Quando venne la pienezza del tempo, Dio mandò il suo Figlio, nato da donna, nato sotto la legge, per riscattare coloro che erano sotto la legge, perché ricevessimo l’adozione a figli» (Gal 4,4).
Nonostante la sua laconicità, tale testo è considerato di altissimo interesse mariano, quasi «una mariologia in germe», in quanto «nucleo germinale» aperto «alle successive acquisizioni del Nuovo Testamento».
Lo storico dei dogmi mariani Georg Söll giunge ad affermare: «Dal punto di vista dogmatico l’enunciato di Gal 4,4 è il testo mariologicamente più significativo del NT, anche se la sua importanza non fu pienamente avvertita da certi teologi di ieri e di oggi. Con Paolo ha inizio l’aggancio della mariologia con la cristologia, proprio mediante l’attestazione della divina maternità di Maria e la prima intuizione di una considerazione storico-salvifica del suo significato».
L’importanza del testo paolino è data dal fatto che esso ha una struttura trinitaria ed insieme storico-salvifica.
Paolo ricorre chiaramente allo schema di invio. Il soggetto della frase è il Padre, che determina la pienezza del tempo, cioè il tempo propizio alla salvezza dopo il periodo di sudditanza e di maturazione (Gal 4,1-2), e decide l’invio di suo Figlio. Questi, che preesiste per poter essere inviato, viene nel tempo secondo due modalità e finalità intimamente connesse e contrapposte: nasce in condizione di fragilità (nato da donna) edi schiavitù (nato sotto la legge) in vista della liberazione dalla schiavitù (per riscattare coloro che erano sotto la legge) e del dono della figliolanza divina reso possibile dallo Spirito (perché ricevessimo l’adozione a figli, Gal 4,6).
Maria è la donna che inserisce il Figlio di Dio nella storia in una condizione di abbassamento, ma ella è situata nella pienezza del tempo e si trova coinvolta nel disegno storico-salvifico della trasformazione degli uomini in figli di Dio.
Nei due versetti (Gal 4,4-6) sono presenti le persone della Trinità in un orizzonte storico-salvifico, sicché si può giustamente osservare che la donna da cui nasce Cristo è incomprensibile al di fuori della sua relazione con le tre persone divine e con la storia della salvezza.
Il «mistero» della donna in Gal 4,4ss è totalmente inserito in un disegno cristologico-trinitario-ecclesiale e posto a garanzia dell’effettiva libertà dei figli di Dio.
La donna, di cui non si menziona neppure il nome, è interamente al servizio dell’evento salvifico che impegna la Trinità intera ed è a vantaggio di tutti gli uomini.
Potremmo dire che Maria è coinvolta nel «complotto» di Dio, meglio nel suo misterioso e sorprendente «disegno», per la salvezza degli esseri umani: «[Maria] è colei che porta in sé Gesù Cristo; ma non vuole conservarlo per sé, perché infine è colei che lo porta al mondo: in questo senso partecipa – come la Chiesa – a quello che si potrebbe chiamare il « complotto » di Dio per salvare il mondo, e si può celebrarla come quella che ha introdotto segretamente tra gli uomini il Cristo, nel quale il regno di Dio è presente».
Il genere paradossale per parlare della Madre di Cristo. Nello stesso breve passo di Gal 4,4 Paolo ricorre al genere paradossale, a lui caro (1Cor 1,21-31; 2Cor 5,21; 8,9; Rm 8,3-4), mettendo insieme realtà contrastanti (paradosso, dal greco pará dóxa = a lato dell’opinione): schiavitù-redenzione, fragilità-figliolanza divina. Esiste in realtà un rapporto antitetico tra la modalità con cui il Figlio di Dio si presenta al mondo e la finalità della stessa sua venuta.
In pratica Paolo applica all’invio del Verbo nella condizione umana la legge storico-salvifica dell’abbassamento-esaltazione che lega la prima alleanza al definitivo Testamento.
Il ribaltamento delle sorti è il messaggio del libro di Ester, dove questa è intronizzata e Vasti ripudiata, Mardocheo è esaltato e Amman ucciso. Soprattutto nel Servo di JHWH si realizza l’antitesi abbassamento-esaltazione: egli è umiliato con la persecuzione e la sofferenza, ma poi viene «esaltato e molto innalzato» (Is 50,6; 52,13).
Quando la comunità cristiana cerca un principio che renda comprensibile la vicenda di Gesù, lo trova nello schema del giusto sofferente ed esaltato. In questa linea si svolge il celebre inno cristologico pre-paolino di Fil 2,6-11, dove si passa dalla fase di umiliazione che raggiunge il climax nella morte di croce all’esaltazione di Gesù come Signore.
Di fronte al testo di Paolo sorgono spontaneamente alcuni interrogativi: come può Cristo «sottomesso alla legge» liberare quanti attendono di esserne affrancati? E come può un «nato da donna» come tutti gli esseri umani conferire la dignità di figli di Dio?
Paolo non scioglie questi enigmi, ma lascia aperto il discorso circa il modo con cui Cristo viene al mondo (per es. verginalmente e nella potenza dello Spirito, come specificheranno i Vangeli dell’infanzia) o è sottoposto alla legge (cioè volontariamente, senza essere obbligato). Il discorso rimane aperto anche circa il tempo, quando si passerà dall’umiliazione all’esaltazione; tale passaggio avverrà sicuramente per Paolo nel mistero pasquale, ma nel passo di Gal 4,4 esso rimane implicito.
Maria è accomunata alla kenosi del Figlio, cioè alla sua incarnazione in stato di svuotamento e di debolezza, di cui lei diviene elemento indispensabile.
Quattro secoli più tardi Agostino riconoscerà in Maria la madre della «debolezza» di Cristo, «non della sua divinità», avendolo generato nella condizione umana. Del resto gli studi biblici e teologici nel Novecento contestualizzeranno la Vergine di Nazaret nella storia spirituale del suo popolo piccolo, disprezzato e calpestato dalle grandi potenze. Ella fa parte dei «poveri di JHWH», apice spirituale d’Israele, come donna in ascolto di Dio che si rivela, al quale fa il dono totale di sé.
Pur avendo generato il Signore dell’universo, ella conduce una vita senza privilegi terreni, in situazione di povertà e di assenza di qualsiasi potere e influsso. La sua suprema kenosi è raggiunta sul Calvario quando sperimenta la spada del dolore. Tuttavia il principio kenotico «sarebbe monco e incompleto qualora non venisse attribuita alla Madre di Gesù anche la sua necessaria conseguenza che è l’esaltazione».
La kenosi di Cristo, cui partecipa Maria, non è che il primo pannello di un dittico che contempla anche la condizione glorificata di entrambi. Il theologumeno storico-salvifico dell’abbassamento-esaltazione che la Vergine applica alla sua vicenda nel Magnificat (Lc 1,47-48), può tradursi oggi con emarginazione-promozione, passività-inserimento attivo nella storia, vuoto di valori-pienezza di significato: Dio ha trasformato la sua insignificanza in momento di salvezza messianica. L’immagine kenotica di Maria controbilancia la tendenza glorificatrice di lei, che la privava della sua consistenza concreta di donna inserita nella storia dell’ebraismo, giungendo ad una certa disumanizzazione della sua figura.

LO STUPORE DAVANTI AL PROFETA – LECTIO SU IV DOMENICA T.O. E 2 FEBBRAIO

http://www.zenit.org/it/articles/lo-stupore-davanti-al-profeta

LO STUPORE DAVANTI AL PROFETA

LECTIO DIVINA SULLE LETTURE LITURGICHE DELLA IV DOMENICA DEL TEMPO ORDINARIO (ANNO B), 1° FEBBRAIO 2015

PARIGI, 30 GENNAIO 2015 (ZENIT.ORG) MONS. FRANCESCO FOLLO

Monsignor Francesco Follo, osservatore permanente della Santa Sede presso l’UNESCO a Parigi, offre oggi la seguente riflessione sulle letture liturgiche della IV Domenica del Tempo Ordinario (Anno B), 1° febbraio 2015.
***

Lo stupore davanti al Profeta
Rito Romano
IV Domenica del Tempo Ordinario – Anno B – 1° febbraio 2015
Dt 18,15-20; Sal 94; 1Cor 7,32-35; Mc 1,21-28[1]
Rito Ambrosiano
IV Domenica dopo l’Epifania.
Sap 19,6-9; Sal 65; Rm 8,28.32; Lc 8,22-25

1) La parola dolce, forte, vera del “profeta” Gesù.
Cristo, che è più forte di Giovanni, ha una parola convincente, un insegnamento nuovo che stupisce ed è autorevole
La Liturgia della Parola di questa domenica presenta in risalto la figura di Gesù come il vero profeta, che parla ed agisce in nome di Dio.
Il brano preso dal libro del Deuteronomio descrive le caratteristiche del profeta, la cui missione è profondamente ancorata a Dio. Il profeta è il portavoce di Dio e la sua parola è efficace e creatrice, e chi non l’ascolterà sarà chiamato a renderne conto e guai a chi si spaccia come profeta e non lo è.
Il profeta non è uno che predice l’avvenire. L’elemento essenziale del profeta non è quello di predire i futuri avvenimenti; il profeta è colui che dice la verità perché è in contatto con Dio e cioè si tratta della verità valida per oggi che naturalmente illumina anche il futuro. Dunque anche quando parla del futuro il profeta non predice il futuro nei suoi dettagli, ma rende presente a chi lo ascolta la verità divina e indica il cammino da prendere.
A questo punto, uno può chiedersi si può chiamare profeta il Cristo? Penso proprio di sì. Nel Deuteronomio (cfr I letture di oggi) Mosè profetizza: “Un profeta come me”. La guida liberatrice dall’Egito ha trasmesso ad Israele la Parola e ne ha fatto un popolo, e con il suo “faccia a faccia con Dio” ha compiuto la sua missione profetica, portando gli uomini all’incontro con Dio. Tutti gli altri profeti seguono quel modello di profezia, sempre e nuovamente liberando la legge mosaica dalla rigidità per trasformarla in un cammino vitale.
Padri della Chiesa hanno interpretato questa profezia del Deuteronomio come una promessa del Cristo. Ed hanno ragione, perché il vero e più grande Mosè è quindi il Cristo, che realmente vive “faccia a faccia con Dio” perché ne è il Figlio.
In ciò i Padri della Chiesa non fanno che esplicitare il brano odierno preso dal Vangelo di Marco, che mette in risalto che il profeta annunciato da Mosè è Gesù ed infatti parla con autorità e comanda agli spiriti immondi che gli obbediscono.
Nel brano di oggi del Vangelo di Marco risalta che il profeta annunciato da Mosè è Gesù. Come è solito fare il sabato, il Messia entra nella sinagoga, dove la comunità ebraica locale[2] era solita riunirsi per ascoltare e commentare la Torah, cioè la legge. E proprio in questo contesto che Gesù si manifesta come nuovo profeta, suscitando stima e rispetto nei presenti, che però lo condanneranno per seguire i falsi profeti.
Con questo episodio l’Evangelista Marco inizia il racconto dell’attività pubblica di Gesù e inizia lo svolgimento del suo tema più importante: chi è Gesù?
Due cose sono subito affermate con chiarezza, anche se non ancora svolte compiutamente (l’Evangelista le svilupperà piano piano lungo l’intero suo Vangelo): 1) l’insegnamento di Gesù è nuovo e diverso da quello degli scribi; 2) la sua autorità si impone persino agli spiriti maligni.
2) Lo stupore.
A questo riguardo vorrei sottolineare lo stupore degli ascoltatori di allora perché diventi anche nostro. San Marco ha scritto: “Erano stupiti del suo insegnamento, perché insegnava come uno che ha autorità e non come gli scribi”. La stessa annotazione – con qualche variante – è ripetuta alla fine dell’episodio: “Che è mai questo? Una dottrina nuova insegnata con autorità”.
Tutti erano stupiti, quasi increduli, ma percepivano, nelle parole di lui, la forza superiore della grazia, come scriverà pure San Luca: “erano stupiti, per le parole di grazia che pronunciava” (Lc 4,22).
E’ questa l’autorevolezza di Gesù del quale si dice: “Un grande profeta è sorto tra noi: Dio ha visitato il suo popolo” (Lc 7, 16).
Davanti a questo profeta “definitivo”, l’atteggiamento da avere è quello dell’ascolto pieno stupore. Ascolto che esige un clima di silenzio interiore e di stupita tensione, segno del desiderio di conoscenza, nel quale nasce e cresce un atteggiamento di accoglienza, come ha fatto la Madonna: accoglienza della Parola, che, in Dio, è Persona, quel Verbo eterno, di cui Giovanni dice: “E il Verbo era presso Dio e il Verbo era Dio. Tutto è stato fatto per mezzo di lui e, senza di lui, nulla fu fatto di ciò che è creato” (Gv 1,1-3).
La Parola di Dio non è un semplice suono di voce, che veicola un pensiero, ma parola che opera, e vivifica; Parola che salva e che, per amore, si è fatta carne in Gesù di Nazareth, il Figlio di Maria, la donna dell’ascolto e dell’accoglienza: “Eccomi -fu la sua risposta- avvenga (fiat) in me secondo la tua parola…”(Lc 1,38), quella parola, recata a lei dall’Angelo, che parlava da parte di Dio.
Siamo perseveranti nell’imitare Maria. Di lei, icona dell’ascolto, e nel cui grembo la Parola di Dio prese un corpo, come ogni altro figlio di donna. Il Vangelo dice: “Maria, da parte sua, conservava tutte queste cose, meditandole nel suo cuore”(Lc 2,19). Ed è attorno alla parola e all’ascolto stupito che ruota, oggi, il Vangelo di Marco, un brano brevissimo, che parla appunto di stupore, da parte di quanti, nella sinagoga di Cafarnao, avevano udito Gesù di Nazareth commentare i testi della Scrittura: “Erano stupiti del suo insegnamento, perché insegnava loro, come uno che ha autorità, e non come gli scribi” (Mc 1, 28).
Insisto sull’importanza dello stupore, perché secondo me la certezza della fede fiorisce dallo stupore di fronte a una presenza nella carne. Basta guardare i Vangeli: dai pastori alla culla di Betlemme, fino agli angeli che accolgono il Signore risorto nel suo vero corpo quando ascende al Cielo. Oggi questo tratto distintivo della fede di chi porta il nome cristiano sembra perduto. Tutto si concepisce e si organizza come se la certezza cristiana fosse -solo o soprattutto- conseguenza di una riflessione, di un discorso persuasivo. La Chiesa è Maestra, che insegna la verità, ma è anche Madre che dona la vita e come diceva san Giovanni di Damasco: “I concetti creano gli idoli, lo stupore genera la vita”. Scrivo questo per evitare che il nostro cristianesimo sia ridotto ad un discorso o ad un metodo astratto da insegnare o da apprendere concettualmente, perché i concetti sono l’esplicitazione sempre imperfetta di una conoscenza personale. La sostanza della rivelazione non consiste nell’insegnamento di una dottrina, ma nel manifestarsi di una presenza. Il card. Henri de Lubac ha scritto che “può esistere una idolatria della Parola e del parlare che non è meno dannosa di quella delle immagini”.
Insisto sullo stupore per sottolineare l’importanza della semplicità del cuore e della mente. La semplicità che i poveri di spirito vivono è pure il metodo con cui Dio si fa incontro a noi. Che c’è di più semplice della grotta di Betlemme, della casa di Gesù a Nazareth, della sinagoga a Cafarnao? E il Figlio di Dio vi è entrato. L’avvenimento di Cristo è un fatto nuovo che entra nella vita, semplicemente. Se ognuno di noi spalancherà gli occhi, il cuore, la mente e le braccia, Cristo entrerà nelle nostre case, portando la sua pace e la sua verità.
3) Non solo nelle nostre case ma in noi, Tempio di Dio.
Domani, 2 febbraio, la liturgia celebra la Presentazione[3] di Gesù. Quando Maria e Giuseppe portarono il loro bambino al Tempio di Gerusalemme, avvenne il primo incontro tra Gesù e il suo popolo, rappresentato dai due anziani Simeone e Anna. “Quello fu anche un incontro all’interno della storia del popolo, un incontro tra i giovani e gli anziani: i giovani erano Maria e Giuseppe, con il loro neonato; e gli anziani erano Simeone e Anna, due personaggi che frequentavano sempre il Tempio.” (Papa Francesco).
Alla luce di questa scena evangelica guardiamo alla vita consacrata come ad un incontro con Cristo: è Lui che viene a noi, portato da Maria e Giuseppe, e siamo noi che andiamo verso di Lui, guidati dallo Spirito Santo. Ma al centro c’è Lui. Lui muove tutto, Lui ci attira al Tempio, alla Chiesa, dove possiamo incontrarlo, riconoscerlo, accoglierlo, abbracciarlo.
Il segno specifico della tradizione liturgica di questa Festa sono le candele che irradiano luce. Questo segno manifesta la bellezza e il valore della vita consacrata come riflesso della luce di Cristo; un segno che richiama l’ingresso di Maria nel Tempio: la Vergine Maria, la Consacrata per eccellenza, portava in braccio la Luce stessa, il Verbo incarnato, venuto a scacciare le tenebre dal mondo con l’amore di Dio.
Un modo particolare di vivere ciò e di diventare Tempio e Tabernacolo della Divina presenza è quello delle Vergini consacrate nel mondo, per le quali il Vescovo prega: “Signore nostro Dio, tu che vuoi dimorare nell’uomo, tu che abiti quelle che ti sono consacrate … accorda loro il tuo sostegno e la tua protezione a quelle stanno davanti a Te e che attendono dalla loro consacrazione una accrescimento di speranza e di forza” (RCV 24), perché crescano nel loro credere all’amore, testimoniandolo con il sacrificio di sé nella vita quotidiana. Il loro essere lampade che irradiano la luce della verità e carità di Dio ci aiuti a diventarlo anche noi.
*
NOTE
[1] “Giunsero a Cafàrnao e subito Gesù, entrato di sabato nella sinagoga, insegnava. Ed erano stupiti del suo insegnamento: egli infatti insegnava loro come uno che ha autorità, e non come gli scribi. Ed ecco, nella loro sinagoga vi era un uomo posseduto da uno spirito impuro e cominciò a gridare, dicendo: «Che vuoi da noi, Gesù Nazareno? Sei venuto a rovinarci? Io so chi tu sei: il santo di Dio!». E Gesù gli ordinò severamente: «Taci! Esci da lui!». E lo spirito impuro, straziandolo e gridando forte, uscì da lui. Tutti furono presi da timore, tanto che si chiedevano a vicenda: «Che è mai questo? Un insegnamento nuovo, dato con autorità. Comanda persino agli spiriti impuri e gli obbediscono!». La sua fama si diffuse subito dovunque, in tutta la regione della Galilea.” (Mc 1, 21 -28).
[2] Nella Palestina del tempo c’erano sinagoghe non solo nei grandi centri, ma anche nelle piccole città e nei villaggi. Gli israeliti vi convenivano per la preghiera e per la lettura e la spiegazione della Scrittura. Non solo gli scribi e gli anziani, ma ogni israelita poteva chiedere la parola e intervenire. È così che Gesù, a Cafarnao, entra nella sinagoga e prende la parola per insegnare.
[3] Presentazione del Signore al Tempio – 2 Febbraio – è la Festa delle luci (cfr Lc 2,30-32) e ebbe origine in Oriente con il nome di ‘Ipapante’, cioè ‘Incontro’. Nel sec. VI si estese all’Occidente con sviluppi originali: a Roma con carattere più penitenziale e in Francia con la solenne benedizione e processione delle candele popolarmente nota come la ‘candelora’. La presentazione del Signore chiude le celebrazioni natalizie e con l’offerta della Vergine Madre e la profezia di Simeone apre il cammino verso la Pasqua (Mess. Rom.).
La festività odierna, di cui abbiamo la prima testimonianza nel secolo IV a Gerusalemme, venne denominata fino alla recente riforma del calendario festa della Purificazione della SS. Vergine Maria, in ricordo del momento della storia della sacra Famiglia, narrato al capitolo 2 del Vangelo di Luca, in cui Maria, nel rispetto della legge, si recò al Tempio di Gerusalemme, quaranta giorni dopo la nascita di Gesù, per offrire il suo primogenito e compiere il rito legale della sua purificazione. La riforma liturgica del 1960 ha restituito alla celebrazione il titolo di « presentazione del Signore », che aveva in origine. L’offerta di Gesù al Padre, compiuta nel Tempio, preannuncia la sua offerta sacrificale sulla croce.
Questo atto di obbedienza a un rito legale, al compimento del quale né Gesù né Maria erano tenuti, costituisce pure una lezione di umiltà, a coronamento dell’annuale meditazione sul grande mistero natalizio, in cui il Figlio di Dio e la sua divina Madre ci si presentano nella commovente ma mortificante cornice del presepio, vale a dire nell’estrema povertà dei baraccati, nella precaria esistenza dei migranti e dei perseguitati, quindi degli esuli.
L’incontro del Signore con Simeone e Anna nel Tempio accentua l’aspetto sacrificale della celebrazione e la comunione personale di Maria col sacrificio di Cristo, poiché quaranta giorni dopo la sua divina maternità la profezia di Simeone le fa intravedere le prospettive della sua sofferenza: « Una spada ti trafiggerà l’anima »: Maria, grazie alla sua intima unione con la persona di Cristo, viene associata al sacrificio del Figlio.
Il rito della benedizione delle candele, di cui si ha testimonianza già nel X secolo, si ispira alle parole di Simeone: « I miei occhi han visto la tua salvezza, preparata da te davanti a tutti i popoli, luce per illuminare le genti ». Da questo significativo rito è derivato il nome popolare di festa della « candelora ».

VESPRI NELLA FESTA DELLA PRESENTAZIONE DEL SIGNORE – BENEDETTO XVI (2011)

http://w2.vatican.va/content/benedict-xvi/it/homilies/2011/documents/hf_ben-xvi_hom_20110202_vita-consacrata.html

CELEBRAZIONE DEI VESPRI NELLA FESTA DELLA PRESENTAZIONE DEL SIGNORE

OMELIA DEL SANTO PADRE BENEDETTO XVI

Basilica Vaticana

Martedì, 2 febbraio 2011

Cari fratelli e sorelle!

Nella Festa odierna contempliamo il Signore Gesù che Maria e Giuseppe presentano al tempio “per offrirlo al Signore” (Lc 2,22). In questa scena evangelica si rivela il mistero del Figlio della Vergine, il consacrato del Padre, venuto nel mondo per compiere fedelmente la sua volontà (cfr Eb 10,5-7). Simeone lo addita come “luce per illuminare le genti” (Lc 2,32) e annuncia con parola profetica la sua offerta suprema a Dio e la sua vittoria finale (cfr Lc 2,32-35). È l’incontro dei due Testamenti, Antico e Nuovo. Gesù entra nell’antico tempio, Lui che è il nuovo Tempio di Dio: viene a visitare il suo popolo, portando a compimento l’obbedienza alla Legge ed inaugurando i tempi ultimi della salvezza.
E’ interessante osservare da vicino questo ingresso del Bambino Gesù nella solennità del tempio, in un grande “via vai” di tante persone, prese dai loro impegni: i sacerdoti e i leviti con i loro turni di servizio, i numerosi devoti e pellegrini, desiderosi di incontrarsi con il Dio santo di Israele. Nessuno di questi però si accorge di nulla. Gesù è un bambino come gli altri, figlio primogenito di due genitori molto semplici. Anche i sacerdoti risultano incapaci di cogliere i segni della nuova e particolare presenza del Messia e Salvatore. Solo due anziani, Simeone ed Anna, scoprono la grande novità. Condotti dallo Spirito Santo, essi trovano in quel Bambino il compimento della loro lunga attesa e vigilanza. Entrambi contemplano la luce di Dio, che viene ad illuminare il mondo, ed il loro sguardo profetico si apre al futuro, come annuncio del Messia: “Lumen ad revelationem gentium!” (Lc 2,32). Nell’atteggiamento profetico dei due vegliardi è tutta l’Antica Alleanza che esprime la gioia dell’incontro con il Redentore. Alla vista del Bambino, Simeone e Anna intuiscono che è proprio Lui l’Atteso.
La Presentazione di Gesù al tempio costituisce un’eloquente icona della totale donazione della propria vita per quanti, uomini e donne, sono chiamati a riprodurre nella Chiesa e nel mondo, mediante i consigli evangelici, “i tratti caratteristici di Gesù – vergine, povero ed obbediente” (Esort. ap. postsinod. Vita consecrata, 1). Perciò la Festa odierna è stata scelta dal Venerabile Giovanni Paolo II per celebrare l’annuale Giornata della Vita Consacrata. In questo contesto, rivolgo un saluto cordiale e riconoscente al Monsignor João Braz de Aviz, che da poco ho nominato Prefetto della Congregazione per gli Istituti di Vita Consacrata e per le Società di Vita Apostolica, con il Segretario e i collaboratori. Con affetto saluto i Superiori Generali presenti e tutte le persone consacrate.
Vorrei proporre tre brevi pensieri per la riflessione in questa Festa.
Il primo: l’icona evangelica della Presentazione di Gesù al tempio contiene il simbolo fondamentale della luce; la luce che, partendo da Cristo, si irradia su Maria e Giuseppe, su Simeone ed Anna e, attraverso di loro, su tutti. I Padri della Chiesa hanno collegato questa irradiazione al cammino spirituale. La vita consacrata esprime tale cammino, in modo speciale, come “filocalia”, amore per la bellezza divina, riflesso della bontà di Dio (cfr ibid., 19). Sul volto di Cristo risplende la luce di tale bellezza. “La Chiesa contempla il volto trasfigurato di Cristo, per confermarsi nella fede e non rischiare lo smarrimento davanti al suo volto sfigurato sulla Croce … essa è la Sposa davanti allo Sposo, partecipe del suo mistero, avvolta dalla sua luce, [dalla quale] sono raggiunti tutti i suoi figli … Ma un’esperienza singolare della luce che promana dal Verbo incarnato fanno certamente i chiamati alla vita consacrata. La professione dei consigli evangelici, infatti, li pone quale segno e profezia per la comunità dei fratelli e per il mondo” (ibid., 15).
In secondo luogo, l’icona evangelica manifesta la profezia, dono dello Spirito Santo. Simeone ed Anna, contemplando il Bambino Gesù, intravvedono il suo destino di morte e di risurrezione per la salvezza di tutte le genti e annunciano tale mistero come salvezza universale. La vita consacrata è chiamata a tale testimonianza profetica, legata alla sua duplice attitudine contemplativa e attiva. Ai consacrati e alle consacrate è dato infatti di manifestare il primato di Dio, la passione per il Vangelo praticato come forma di vita e annunciato ai poveri e agli ultimi della terra. “In forza di tale primato nulla può essere anteposto all’amore personale per Cristo e per i poveri in cui Egli vive. … La vera profezia nasce da Dio, dall’amicizia con Lui, dall’ascolto attento della sua Parola nelle diverse circostanze della storia” (ibid., 84). In questo modo la vita consacrata, nel suo vissuto quotidiano sulle strade dell’umanità, manifesta il Vangelo e il Regno già presente e operante.
In terzo luogo, l’icona evangelica della Presentazione di Gesù al tempio manifesta la sapienza di Simeone ed Anna, la sapienza di una vita dedicata totalmente alla ricerca del volto di Dio, dei suoi segni, della sua volontà; una vita dedicata all’ascolto e all’annuncio della sua Parola. “«Faciem tuam, Domine, requiram»: il tuo volto, Signore, io cerco (Sal 26,8) … La vita consacrata è nel mondo e nella Chiesa segno visibile di questa ricerca del volto del Signore e delle vie che conducono a Lui (cfr Gv 14,8) … La persona consacrata testimonia dunque l’impegno, gioioso e insieme laborioso, della ricerca assidua e sapiente della volontà divina” (cfr Cong. per gli Istituti di Vita Consacrata e le Società di Vita Apostolica, Istruz. Il servizio dell’autorità e l’obbedienza. Faciem tuam Domine requiram [2008], 1).
Cari fratelli e sorelle, siate ascoltatori assidui della Parola, perché ogni sapienza di vita nasce dalla Parola del Signore! Siate scrutatori della Parola, attraverso la lectio divina, poiché la vita consacrata “nasce dall’ascolto della Parola di Dio ed accoglie il Vangelo come sua norma di vita. Vivere nella sequela di Cristo casto, povero ed obbediente è in tal modo una «esegesi» vivente della Parola di Dio. Lo Spirito Santo, in forza del quale è stata scritta la Bibbia, è il medesimo che illumina di luce nuova la Parola di Dio ai fondatori e alle fondatrici. Da essa è sgorgato ogni carisma e di essa ogni regola vuole essere espressione, dando origine ad itinerari di vita cristiana segnati dalla radicalità evangelica” (Esort. ap. postsinodale Verbum Domini, 83).
Viviamo oggi, soprattutto nelle società più sviluppate, una condizione segnata spesso da una radicale pluralità, da una progressiva emarginazione della religione dalla sfera pubblica, da un relativismo che tocca i valori fondamentali. Ciò esige che la nostra testimonianza cristiana sia luminosa e coerente e che il nostro sforzo educativo sia sempre più attento e generoso. La vostra azione apostolica, in particolare, cari fratelli e sorelle, diventi impegno di vita, che accede, con perseverante passione, alla Sapienza come verità e come bellezza, “splendore della verità”. Sappiate orientare con la sapienza della vostra vita, e con la fiducia nelle possibilità inesauste della vera educazione, l’intelligenza e il cuore degli uomini e delle donne del nostro tempo verso la “vita buona del Vangelo”.
In questo momento, il mio pensiero va con speciale affetto a tutti i consacrati e le consacrate, in ogni parte della terra, e li affido alla Beata Vergine Maria:

O Maria, Madre della Chiesa,
affido a te tutta la vita consacrata,
affinché tu le ottenga la pienezza della luce divina:
viva nell’ascolto della Parola di Dio,
nell’umiltà della sequela di Gesù tuo Figlio e nostro Signore,
nell’accoglienza della visita dello Spirito Santo,
nella gioia quotidiana del magnificat,
perché la Chiesa sia edificata dalla santità di vita
di questi tuoi figli e figlie,
nel comandamento dell’amore. Amen. 

BENEDETTO XVI – SANTA MESSA NELLA SOLENNITÀ DELL’EPIFANIA DEL SIGNORE (2009 anno paolino)

http://www.vatican.va/holy_father/benedict_xvi/homilies/2009/documents/hf_ben-xvi_hom_20090106_epifania_it.html

SANTA MESSA NELLA SOLENNITÀ DELL’EPIFANIA DEL SIGNORE (2009 anno paolino)

OMELIA DEL SANTO PADRE BENEDETTO XVI

Basilica Vaticana

Martedì, 6 gennaio 2009

Cari fratelli e sorelle!

L’Epifania, la « manifestazione » del nostro Signore Gesù Cristo, è un mistero multiforme. La tradizione latina lo identifica con la visita dei Magi al Bambino Gesù a Betlemme, e dunque lo interpreta soprattutto come rivelazione del Messia d’Israele ai popoli pagani. La tradizione orientale, invece, privilegia il momento del battesimo di Gesù nel fiume Giordano, quando egli si manifestò quale Figlio Unigenito del Padre celeste, consacrato dallo Spirito Santo. Ma il Vangelo di Giovanni invita a considerare « epifania » anche le nozze di Cana, dove Gesù, mutando l’acqua in vino, « manifestò la sua gloria e i suoi discepoli credettero in lui » (Gv 2,11). E che dovremmo dire noi, cari fratelli, specialmente noi sacerdoti della nuova Alleanza, che ogni giorno siamo testimoni e ministri dell’ »epifania » di Gesù Cristo nella santa Eucaristia? Tutti i misteri del Signore la Chiesa li celebra in questo santissimo e umilissimo Sacramento, nel quale egli al tempo stesso rivela e nasconde la sua gloria. « Adoro te devote, latens Deitas » – adorando, preghiamo così con san Tommaso d’Aquino.
In questo anno 2009, che, nel 4° centenario delle prime osservazioni di Galileo Galilei al telescopio, è stato dedicato in modo speciale all’astronomia, non possiamo non prestare particolare attenzione al simbolo della stella, tanto importante nel racconto evangelico dei Magi (cfr Mt 2,1-12). Essi erano con tutta probabilità degli astronomi. Dal loro punto di osservazione, posto ad oriente rispetto alla Palestina, forse in Mesopotamia, avevano notato l’apparire di un nuovo astro, ed avevano interpretato questo fenomeno celeste come annuncio della nascita di un re, precisamente, secondo le Sacre Scritture, del re dei Giudei (cfr Nm 24,17). I Padri della Chiesa hanno visto in questo singolare episodio narrato da san Matteo anche una sorta di « rivoluzione » cosmologica, causata dall’ingresso nel mondo del Figlio di Dio. Ad esempio, san Giovanni Crisostomo scrive: « Quando la stella giunse sopra il bambino, si fermò, e ciò poteva farlo soltanto una potenza che gli astri non hanno: prima, cioè, nascondersi, poi apparire di nuovo, e infine arrestarsi » (Omelie sul Vangelo di Matteo, 7, 3). San Gregorio di Nazianzo afferma che la nascita di Cristo impresse nuove orbite agli astri (cfr Poemi dogmatici, V, 53-64: PG 37, 428-429). Il che è chiaramente da intendersi in senso simbolico e teologico. In effetti, mentre la teologia pagana divinizzava gli elementi e le forze del cosmo, la fede cristiana, portando a compimento la rivelazione biblica, contempla un unico Dio, Creatore e Signore dell’intero universo.
E’ l’amore divino, incarnato in Cristo, la legge fondamentale e universale del creato. Ciò va inteso invece in senso non poetico, ma reale. Così lo intendeva del resto lo stesso Dante, quando, nel verso sublime che conclude il Paradiso e l’intera Divina Commedia, definisce Dio « l’amor che move il sole e l’altre stelle » (Paradiso, XXXIII, 145). Questo significa che le stelle, i pianeti, l’universo intero non sono governati da una forza cieca, non obbediscono alle dinamiche della sola materia. Non sono, dunque, gli elementi cosmici che vanno divinizzati, bensì, al contrario, in tutto e al di sopra di tutto vi è una volontà personale, lo Spirito di Dio, che in Cristo si è rivelato come Amore (cfr Enc. Spe salvi, 5). Se è così, allora gli uomini – come scrive san Paolo ai Colossesi – non sono schiavi degli « elementi del cosmo » (cfr Col 2,8), ma sono liberi, capaci cioè di relazionarsi alla libertà creatrice di Dio. Egli è all’origine di tutto e tutto governa non alla maniera di un freddo ed anonimo motore, ma quale Padre, Sposo, Amico, Fratello, quale Logos, « Parola-Ragione » che si è unita alla nostra carne mortale una volta per sempre ed ha condiviso pienamente la nostra condizione, manifestando la sovrabbondante potenza della sua grazia. C’è dunque nel cristianesimo una peculiare concezione cosmologica, che ha trovato nella filosofia e nella teologia medievali delle altissime espressioni. Essa, anche nella nostra epoca, dà segni interessanti di una nuova fioritura, grazie alla passione e alla fede di non pochi scienziati, i quali – sulle orme di Galileo – non rinunciano né alla ragione né alla fede, anzi, le valorizzano entrambe fino in fondo, nella loro reciproca fecondità.

Il pensiero cristiano paragona il cosmo ad un « libro » – così diceva anche lo stesso Galileo –, considerandolo come l’opera di un Autore che si esprime mediante la « sinfonia » del creato. All’interno di questa sinfonia si trova, a un certo punto, quello che si direbbe in linguaggio musicale un « assolo », un tema affidato ad un singolo strumento o ad una voce; ed è così importante che da esso dipende il significato dell’intera opera. Questo « assolo » è Gesù, a cui corrisponde, appunto, un segno regale: l’apparire di una nuova stella nel firmamento. Gesù è paragonato dagli antichi scrittori cristiani ad un nuovo sole. Secondo le attuali conoscenze astrofisiche, noi lo dovremmo paragonare ad una stella ancora più centrale, non solo per il sistema solare, ma per l’intero universo conosciuto. In questo misterioso disegno, al tempo stesso fisico e metafisico, che ha portato alla comparsa dell’essere umano quale coronamento degli elementi del creato, è venuto al mondo Gesù: « nato da donna » (Gal 4,4), come scrive san Paolo. Il Figlio dell’uomo riassume in sé la terra e il cielo, il creato e il Creatore, la carne e lo Spirito. E’ il centro del cosmo e della storia, perché in Lui si uniscono senza confondersi l’Autore e la sua opera.
Nel Gesù terreno si trova il culmine della creazione e della storia, ma nel Cristo risorto si va oltre: il passaggio, attraverso la morte, alla vita eterna anticipa il punto della « ricapitolazione » di tutto in Cristo (cfr Ef 1,10). Tutte le cose, infatti – scrive l’Apostolo –, « sono state create per mezzo di lui e in vista di lui » (Col 1,16). E proprio con la risurrezione dai morti Egli ha ottenuto « il primato su tutte le cose » (Col 1,18). Lo afferma Gesù stesso apparendo ai discepoli dopo la risurrezione: « A me è stato dato ogni potere in cielo e sulla terra » (Mt 28,18). Questa consapevolezza sostiene il cammino della Chiesa, Corpo di Cristo, lungo i sentieri della storia. Non c’è ombra, per quanto tenebrosa, che possa oscurare la luce di Cristo. Per questo nei credenti in Cristo non viene mai meno la speranza, anche oggi, dinanzi alla grande crisi sociale ed economica che travaglia l’umanità, davanti all’odio e alla violenza distruttrice che non cessano di insanguinare molte regioni della terra, dinanzi all’egoismo e alla pretesa dell’uomo di ergersi come dio di se stesso, che conduce talora a pericolosi stravolgimenti del disegno divino circa la vita e la dignità dell’essere umano, circa la famiglia e l’armonia del creato. Il nostro sforzo di liberare la vita umana e il mondo dagli avvelenamenti e dagli inquinamenti che potrebbero distruggere il presente e il futuro, conserva il suo valore e il suo senso – ho annotato nella già citata Enciclica Spe salvi – anche se apparentemente non abbiamo successo o sembriamo impotenti di fronte al sopravvento di forze ostili, perchè « è la grande speranza poggiante sulle promesse di Dio che, nei momenti buoni come in quelli cattivi, ci dà coraggio e orienta il nostro agire » (n. 35).
La signoria universale di Cristo si esercita in modo speciale sulla Chiesa. « Tutto infatti – si legge nella Lettera agli Efesini – [Dio] ha messo sotto i suoi piedi / e lo ha dato alla Chiesa come capo su tutte le cose: essa è il corpo di lui, / la pienezza di colui che è il perfetto compimento di tutte le cose » (Ef 1,22-23). L’Epifania è la manifestazione del Signore, e di riflesso è la manifestazione della Chiesa, perché il Corpo non è separabile dal Capo. La prima lettura odierna, tratta dal cosiddetto Terzo Isaia, ci offre la prospettiva precisa per comprendere la realtà della Chiesa, quale mistero di luce riflessa: « Alzati, rivestiti di luce – dice il profeta rivolgendosi a Gerusalemme – perché viene la tua luce, / la gloria del Signore brilla sopra di te » (Is 60,1). La Chiesa è umanità illuminata, « battezzata » nella gloria di Dio, cioè nel suo amore, nella sua bellezza, nella sua signoria. La Chiesa sa che la propria umanità, con i suoi limiti e le sue miserie, pone in maggiore risalto l’opera dello Spirito Santo. Essa non può vantarsi di nulla se non nel suo Signore: non da lei proviene la luce, non è sua la gloria. Ma proprio questa è la sua gioia, che nessuno potrà toglierle: essere « segno e strumento » di Colui che è « lumen gentium », luce dei popoli (cfr Conc. Vat. II, Cost. dogm. Lumen gentium, 1).
Cari amici, in questo anno paolino, la festa dell’Epifania invita la Chiesa e, in essa, ogni comunità ed ogni singolo fedele, ad imitare, come fece l’Apostolo delle genti, il servizio che la stella rese ai Magi d’Oriente guidandoli fino a Gesù (cfr san Leone Magno, Disc. 3 per l’Epifania, 5: PL 54, 244). Che cos’è stata la vita di Paolo, dopo la sua conversione, se non una « corsa » per portare ai popoli la luce di Cristo e, viceversa, condurre i popoli a Cristo? La grazia di Dio ha fatto di Paolo una « stella » per le genti. Il suo ministero è esempio e stimolo per la Chiesa a riscoprirsi essenzialmente missionaria e a rinnovare l’impegno per l’annuncio del Vangelo, specialmente a quanti ancora non lo conoscono. Ma, guardando a san Paolo, non possiamo dimenticare che la sua predicazione era tutta nutrita delle Sacre Scritture. Perciò, nella prospettiva della recente Assemblea del Sinodo dei Vescovi, va riaffermato con forza che la Chiesa e i singoli cristiani possono essere luce, che guida a Cristo, solo se si nutrono assiduamente e intimamente della Parola di Dio. E’ la Parola che illumina, purifica, converte, non siamo certo noi. Della Parola di vita noi non siamo che servitori. Così Paolo concepiva se stesso e il suo ministero: un servizio al Vangelo. « Tutto io faccio per il Vangelo » – egli scrive (1 Cor 9,23). Così dovrebbe poter dire anche la Chiesa, ogni comunità ecclesiale, ogni Vescovo ed ogni presbitero: tutto io faccio per il Vangelo. Cari fratelli e sorelle, pregate per noi, Pastori della Chiesa, affinché, assimilando quotidianamente la Parola di Dio, possiamo trasmetterla fedelmente ai fratelli. Ma anche noi preghiamo per voi, fedeli tutti, perché ogni cristiano è chiamato per il Battesimo e la Confermazione ad annunciare Cristo luce del mondo, con la parola e la testimonianza della vita. Ci aiuti la Vergine Maria, Stella dell’evangelizzazione, a portare a compimento insieme questa missione, e interceda per noi dal cielo san Paolo, Apostolo delle genti. Amen.

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