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IL CONCETTO DI SAPIENZA NEL TESTO BIBLICO (RAV LUCIANO MEIR CARO)

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IL CONCETTO DI SAPIENZA NEL TESTO BIBLICO (RAV LUCIANO MEIR CARO)

Tutta la Bibbia parla trasversalmente della Sapienza – Kochmà, ma più diffusamente ne parlano il libro dei Proverbi, attribuito al re Salomone e il libro di Giobbe.
Ma cos’è questa Kochmà? Per noi la sapienza è la scoperta delle cose, la conoscenza, la loro origine e la loro natura. La conoscenza delle cose allo scopo di cercare di intuire qual è il vantaggio che ne possiamo trarre per la nostra vita quotidiana. Capiamo subito, perciò, che l’argomento è straordinariamente ampio.
E in quanto vi ho appena detto, rientra anche lo studio della storia, perché anche questo può darci delle indicazioni di saggezza. Un passo notevole del libro del Deuteronomio dice: « Considerate i giorni della storia; riflettete e cercate di capire il significato degli anni delle generazioni precedenti » (Dt 32, 7). Probabilmente questo invito è allo scopo di non ricadere negli errori già commessi nel passato; cosa che, invece, facciamo tutti.
Nel libro dei Proverbi, che è una fonte inesauribile in questo settore, si danno delle indicazioni di carattere generale. Scopo dell’acquisizione della sapienza è conoscere l’etica, cioè il comportamento che dobbiamo tenere nei confronti degli altri uomini. Secondo altri passi lo scopo sarebbe quello di imparare la cosiddetta Binah. Binah è un altro termine biblico, simile a quello di Kochmah, che indica il capire la differenza che c’è tra le cose.
Secondo un’altra indicazione che ricaviamo sempre dal libro dei Proverbi, lo scopo è quello di capire la strada della giustizia.
Vedete quindi che c’è come un intreccio tra la conoscenza della morale e dell’etica, tra il riconoscere l’essenza delle cose e il perseguire la giustizia.
Rientra nella Kochmah anche il potere capire le espressioni, perché molto spesso la sapienza è contenuta in alcune espressioni, che noi dobbiamo imparare a interpretare. Quindi è anche dal testo, da locuzioni particolari, che riusciamo a imparare cosa sia la sapienza. Finalmente è la capacità di capire le parole dei saggi e i loro enigmi.
Vorrei provare a chiarire un po’ meglio questo elemento. Molto spesso la sapienza è rivestita da espressioni, che dobbiamo cercare di capire e che non sono immediatamente percepibili. Una specie di gioco di Settimana enigmistica. Dobbiamo cioè cercare di entrare all’interno dell’espressione stessa, per poter capire; non si tratta di rimanere alla superficie. E questo è un meccanismo che troviamo molto spesso nel testo biblico, quando l’Eterno, in alcune occasioni, parla con l’uomo, e dice ovviamente delle cose giuste, ma l’uomo non sempre riesce a capirlo.
Faccio solo due esempi rapidissimi. All’inizio del libro della Genesi, quando Dio si rivolge all’uomo e dice: « Non dovete mangiare il frutto, altrimenti morirete » (Gen 3, 3). La prima cosa che viene in mente è che la morte derivi dal fatto che il frutto è velenoso; invece impariamo, dal proseguio del testo, che non era quello il significato. Ma la morte, preannunciata da Dio, deriva dal fatto che l’uomo sarà cacciato dal giardino e non avrà la possibilità di mangiare del frutto dell’albero della vita. Quindi la morte deriva dalla disobbedienza, per cui mangio il frutto, che mi sottrae la possibilità di accedere all’albero della vita.
Il secondo esempio riguarda Rebecca, la moglie di Isacco. Sappiamo che questa donna aveva dei problemi di gestazione e per lungo tempo non poté avere figli; finalmente, però, rimane incinta di due gemelli e, allorché si accorge che i figli si muovevano nel suo grembo, dice: « Ma cosa mi sta succedendo? » e Dio risponde con una specie di enigma, che noi capiamo subito, ma che per lei forse non era subito così chiara: « Nel tuo ventre ci sono due nazioni e dal tuo utero si separeranno due popoli e l’uno sarà superiore all’altro e il più grande servirà il più giovane » (Gen 25, 23).
E’ la storia dei conflitti tra Esaù e Giacobbe. Ma per lei che significato poteva avere, in quel momento? Non credo che lei abbia capito, tant’è vero che non ha reagito.
Questo modo di procedere di Dio si chiama Kidah ed è un mezzo col quale si introduce qualcuno al mondo della sapienza, proprio facendo in modo che la persona cerchi di capire, attraverso un suo sforzo intellettuale. A dire che la sapienza si acquisisce mediante lo sforzo.
Secondo il libro dei Proverbi la Sapienza non ha lo scopo principale di insegnarci a vivere, ma di aiutarci a capire qual è la volontà di Dio.
Secondo il Talmud si cercava di introdurre anche i bambini in questo contesto di sapienza e lo si faceva insegnando loro le qualità di Dio, cioè cercando di far capire loro come si comporta Dio nei confronti dell’uomo. E reso noto questo, si sperava che il bambino si attivasse per cercare di imitare Dio nei suoi comportamenti e atteggiamenti. Da questo sforzo, allora, nasceva la sapienza.
Per es. se Dio si preoccupa del povero, allora anch’io devo preoccuparmene. Dio va a visitare i malati e altrettanto devo fare io.
Ma per rimanere in tema, dobbiamo dire che anzitutto l’iniziazione dei bambini avveniva attraverso lo studio dell’alfabeto. Sappiamo che le lettere dell’alfabeto ebraico sono il materiale del quale Dio si è servito per creare il mondo; quindi se noi riusciamo a capire qual è il significato delle singole lettere, diventiamo, in qualche modo, creativi e ci avviciniamo alle capacità di Dio di produrre qualche cosa.
Ci sono alcuni sinonimi del termine Kochmah, che ritornano all’interno del testo biblico. Il termine da’at, cioè « conoscenza »; poi etzah, « consiglio »; qualche volta troviamo anche il termine tachbulah, che significa « dare dei consigli un po’ pericolosi, in forma tale che chi li ascolta potrebbe interpretarli male ». Tachbulah viene dalla radice chavàl, che vuol dire « ferire »; cioè è un qualcosa che può essere sì positivo, ma nello stesso tempo può portare un danno a qualcun altro.
Analogamente quando io causo una lesione a qualcuno, posso farlo perché voglio causargli del male, la potrei anche farlo, cercando di fargli del bene. Pensate a un chirurgo. C’è questo intreccio tra le cose positive e negative.
C’è anche il termine binah, già citato prima, che significa « discernimento » e deriva dall’espressione bein, cioè « tra » e appunto vuole significare la capacità di distinguere le differenze « tra » una cosa e un’altra.
Ancora abbiamo il termine mezimmah, che amplia ulteriormente la prospettiva. Deriva dalla radice zamah, che vuol dire « mettere la museruola ». E cosa centra questo? Di solito quando mettiamo la museruola a un animale, lo facciamo per evitare che ci morda; quindi si tratta di un’azione che vuole rendere difficile a qualcuno il creare dei danni.
La Kochmah si può chiamare mezimmah perché è un artifizio tale che mette la museruola all’uomo per disciplinare le sue azioni. Possiamo avere l’istinto di fare tante cose, ma se siamo coerenti con la sapienza, se siamo coscienti di essa, questa cosa può limitarci, può fermarci. E questo vale per le azioni e per la parola. Sappiamo che il saggio è uno che parla poco. I nostri maestri dicono: « Il silenzio è uno sbarramento a difesa della sapienza ». Più uno parla, più dimostra di essere stolto.
Vorrei darvi una panoramica generale.
Come tutte le cose di questo mondo, anche la sapienza può avere un aspetto negativo.
Pensate che per indicare la sapienza si adopera anche l’espressione ‘ormah, un termine che troviamo a proposito del serpente, quando parla con la donna. ‘ormah, da cui abbiamo ‘arum, che vuol dire « scaltro » e vuol dire anche « nudo » e per noi rimane difficile capire quale sia l’analogia fra i due significati. Qualche volta la sapienza può essere adoperata come scaltrezza per ottenere qualcosa che non è così positivo.
Un’altra radice è tuschiah; piuttosto rara e presente soprattutto nel libro di Giobbe. Richiama certamente l’espressione iiesh, « c’è ». Quindi tuschiah è qualcosa che esiste. Qualcuno però dice che il termine deriva dalla radice nashah, cioè « dimenticare ». La sapienza potrebbe essere il mezzo attraverso il quale noi facciamo dimenticare a Dio le nostre cattive azione. Quasi volessimo presentare a Dio la nostra saggezza, perché egli ne tenga conto benevolmente, in modo da fargli dimenticare le cose negative.
Talvolta troviamo il termine Hachàm, cioè « saggio » associato al termine tzaddìk, il « giusto ». Un vero saggio è quello che è anche giusto e si comporta bene. Ma non sempre! Infatti a volte abbiamo esempi biblici in cui il saggio è certamente intelligente, sa come muoversi, come manipolare le cose, ma lo fa con scopi negativi. Un esempio è quello di Amnòn, figlio di Davide, che violenta la sorellastra Tamàr. E come arriva a questo? Essendo lui molto innamorato di Tamàr e non potendola possedere, era molto triste; un altro fratellastro, Ionadav, vedendo Amnòn così triste, gli chiede cosa sia successo e, saputo del suo desiderio, gli dà dei consigli intelligenti, ma negativi dal punto di vista morale. Gli suggerisce di far finta di essere malato e di volere il cibo preparato da Tamàr; così venendo lei da lui, che era a letto, subisce la violenza. Inoltre la passione amorosa di prima, si trasforma in odio. Tutto questo a causa del consiglio di Ionadàv.
Anche Geremia sottolinea questo aspetto, quando dice: « Sono saggi, esperti, per fare il male » (Ger 4, 22).
Un’altra accezione di questo termine Kochmah è quello di capacità tecnica e inventiva e lo troviamo, nel libro dell’Esodo, allorché Dio assegna il compito di costruire il tabernacolo nel deserto e in seguito anche il santuario. E il testo dice che la costruzione fu fatta da tutte quelle persone a cui Dio aveva infuso kochmah (Es 31, 6), quindi capacità tecnica, non solo di costruire, ma anche di inventare, di progettare.
Nella Bibbia ebraica ci sono due tipi di Kochmah, quella degli Ebrei e anche quella degli altri popoli. Viene riconosciuta anche quella degli altri popoli, ma c’è una superiorità della nostra sapienza, data dal fatto che noi abbiamo la Torah e mettendo in pratica la Torah, noi diventiamo saggi.
Un passo del Deuteronomio afferma che il mettere in pratica le leggi e le norme della Torah costituisce la nostra sapienza e la nostra intelligenza agli occhi dei popoli, i quali diranno che noi siamo un popolo saggio e intelligente (Dt 4, 6). Siamo superiori, avendo una Legge superiore; la nostra superiorità consiste nel mettere in pratica la Torah; se non lo facciamo, siamo assolutamente come gli altri. Tutti dovrebbero imparare da noi come ci si comporta e arrivare alla conclusione: se si comportano così, è perché Dio ha dato a loro un insegnamento speciale e perciò dovremmo imparare anche noi.
Non esiste una superiorità intrinseca del popolo ebraico, ma la superiorità deriva dal nostro comportamento di obbedienza alla Torah.
Perché Dio ha dato questa norma proprio agli Ebrei e non ad altri? Forse perché riteneva che noi fossimo più preparati a mettere in pratica questo compito. Attenzione! Questo significa anche che Dio ha distribuito la sua sapienza, la sua capacità a tanti altri popoli. Gli Ebrei sono incaricati, mediante l’osservanza della Legge, a portare la gente a riconoscere che c’è un Dio unico. Ad altri popoli ha dato altre prerogative. Noi non siamo più bravi degli altri. E’ come un padre che ha tanti figli e, avendo capito le prerogative dei diversi figli, affida ad ognuno un compito specifico, a secondo dei doni e delle capacità. In fondo questa è la storia dell’umanità. Quante cose abbiamo imparato da popolazioni orientali? Se ci guardiamo attorno, pensate all’estetica, alla normativa, che abbiamo imparato dai Greci e dai Romani e così via.
Ci sono tanti saggi in tutte le nazioni; saggi riconosciuti. Per es., parlando di Salomone si dice che lui era il più saggio di tutti e il testo biblico dice esplicitamente che la sua sapienza era superiore a quelli di tutti i sapienti del mondo. Anche la regina di Saba, che era sapientissima, va a Gerusalemme per verificare se quello che aveva sentito dire di lui era vero.
Ancora. Pensate che Giuseppe Flavio racconta, ma solo in base ad un’antica leggenda senza base storica, che erano famose le gare di intelligenza fra Salomone e il re di Tiro, Chiràm.
Quindi si riconosce che l’essere sapienti non è una nostra prerogativa, ma la nostra sapienza diventa speciale, quando riusciamo a riconoscere che abbiamo ricevuto la Legge di Dio e siamo chiamati a metterla in pratica, per insegnare qualcosa agli altri attraverso il nostro esempio. Ma non perché noi siamo più bravi, belli, intelligenti, ecc.
Ci sono anche elementi accessori. Qual è la sede della sapienza, nell’uomo? Innanzi tutto la sapienza viene da Dio; se uno ce l’ha è perché Dio gliel’ha data e da soli è più difficile conseguirla. Qualche volta si parla del cuore – lev – come sede dell’intelligenza, della sapienza, come facoltà del ragionare. Questo diversamente da quanto si sente dire in Occidente, che il cuore sarebbe la sede dei sentimenti, mentre non è vero.
Una cosa interessante e carina è che circolava nell’antichità, ma circola ancora oggi, l’idea che la vera sapienza si trova negli anziani. Il libro di Giobbe invece dice il contrario e cioè che Dio sottrae la sapienza agli anziani; essi hanno, sì, una grande esperienza, ma invece di adoperarla per il bene, la adoperano in senso cattivo. Quindi, dice Giobbe, non bisogna imparare dagli anziani, perché danno dei buoni insegnamenti, ma dei cattivi esempi. Secondo un proverbio l’anziano si compiace di dare dei buoni consigli, perché l’età non gli permette più di dare cattivi esempi.
Nel Qohelet si dice chiaramente: « E’ meglio un ragazzino povero, ma sapiente di un re anziano e stolto » (Qo 4, 13).
Notate che anche il libro, che parla di questo argomento, presenta queste figure di anziani, che discutono con Giobbe sulla giustizia, il peccato, la sofferenza, ecc., ma in tutto il loro sproloquiare non riescono a venirne fuori; poi, alla fine, il libro ci presenta un ragazzo giovane che entra nella discussione e mette in crisi i grandi sapientoni. Dice che si era messo ad ascoltarli con deferenza, in quanto anziani, mentre non ha imparato proprio nulla, perché loro sono pieni solo di se stesso.
Anche la donna può essere dotata di sapienza e spesso si dimostrano più sagge degli uomini. Ci sono episodi della Bibbia in cui compaiono delle figure femminili eccezionali, che sanno entrare in azione proprio nei momenti più critici della nostra storia. Questo dimostra che hanno una capacità eccezionale di lungimiranza, sicuramente superiore a quella degli uomini.
Si parla delle donne anche a proposito della costruzione del tabernacolo, quando parteciparono alla confezione di opere molto belle.
Ma pensate alla madre di Sisarà, un generale nemico di Israele; il testo ce la mostra mentre attende il ritorno del figlio dalla battaglia, ma il figlio non torna, perché è morto in battaglia. Lei si esprime con parole ricche di sapienza, alle quali fanno eco le risposte delle sue amiche, anch’esse ricche di sapienza e convincenti, cercando di rassicurarla. Il testo sacro le chiama proprio « le più sagge » (Gdc 5, 29).
Qohelet dice anche che il cibo, le sostanze, non appartengono ai saggi, cioè il saggio può anche essere molto saggio, ma questo non lo rende particolarmente ricco.
Un’altra cosa interessante che ricaviamo dal testo biblico è che Dio ha dato saggezza anche agli animali, allo scopo che gli uomini apprendano da loro cose utili. Per es. il libro dei Proverbi invita il pigro ad andare dalla formica, che si comporta con molta saggezza.
Si racconta che Salomone parlava con gli alberi e imparava da loro. Persino ci sono alcuni passi del libro dei Proverbi, passi un po’ oscuri, per la verità, che affermano che persino le cose inanimate possono avere della saggezza. Il ferro, in quanto materia, ha una forma di intelligenza che a noi sfugge.
Le leggi della natura riguardano l’uomo, ma anche gli esseri inanimati. Il creatore è lo stesso, perciò noi umani non dobbiamo darci delle arie, pensando di essere gli unici ad aver ricevuto da Dio delle qualità particolari. Siamo sì importanti, ma non siamo i soli.
Questo è uno dei motivi che fanno dire ai maestri: « Perché l’uomo è stato creato per ultimo? ». Aveva forse bisogno di esercitarsi, Dio? Non sappiamo come siano andate le cose, ma almeno, quando ci troviamo davanti a qualcuno che si dà delle arie, possiamo aiutarlo a ridimensionarsi, facendogli notare che, nell’atto della creazione, per es., perfino le pulci l’hanno preceduto.
Dovremmo accennare anche al fatto che la mitologia entra in gioco, quando si parla della sapienza. Spesso nei Proverbi la sapienza è paragonata a una donna, attribuendole capacità superiori all’uomo e questa donna, in senso allegorico, viene rappresentata come colei che è capace di gestire l’economia della casa. Viene detto che la donna è capace di apprendere più degli altri dalle circostanze; questo in particolare contrapposizione con gli stolti, che invece, cercano tutti i modi per mandare in rovina gli altri, per condurli all’errore. La donna, invece, è proiettata verso un futuro migliore. Se ne può ricavare che la donna è ispirata da Dio, che la pone nel mondo come un mezzo di promozione e progresso. E’ così di fatto.
Ci sono altri miti babilonesi,di cui troviamo reminiscenze vaghissime nel testo biblico, secondo i quali la sapienza, la saggezza dell’uomo è derivata da un animale mitico venuto dal mare, che avrebbe insegnato all’uomo i rudimenti dell’intelligenza. Qualcuno pone la domanda se quel mito del serpente non potrebbe essere un qualcosa del genere? Il serpente, in fondo, è un animale strano, perché prima aveva le gambe, poi inizia a strisciare. Però il suo insegnamento non è andato a buon fine; ha insegnato male; in fondo la sua non era saggezza, ma piuttosto scaltrezza. Qualcosa del genere si trova anche nella mitologia babilonese.
Vorrei che teneste conto anche di questo elemento. Parlavo prima di dimenticanza, in riferimento al fatto che i nostri atti, derivati dalla sapienza che abbiamo ricevuto da Dio, inducono Dio stesso a dimenticare, a non tenere conto dei nostri errori. Ma c’è un’altra forma mitologica, che noi troviamo nelle fonti talmudiche successive. Si racconta che, quando nasce un uomo, nel momento in cui nasce, è già dotato della massima saggezza possibile; poi arriva un angelo e gliela sottrae. Quindi essere saggi significa recuperare delle capacità che avevamo in origine; imparare qualcosa, vuol dire ricordare qualcosa che sapevamo già e non vuol dire imparare da zero. Sapevamo tutto, ma ci è stato sottratto, forse proprio perché ci diamo da fare per recuperarlo.
Di libri sapienziali ci sono altre esemplificazioni nei rotoli del Mar Morto, che non fanno parte del canone biblico, che hanno poi influenzato moltissimo la letteratura successiva.
Volevo anche dire che già nei libri di Samuele e dei Re troviamo citato un testo « Espressione degli antichi », un compendio di elementi di saggezza provenienti dal mondo antico.
Prima di concludere, vorrei parlarvi di un personaggio della letteratura post-biblica, una donna straordinariamente saggia, la famosa Bruriah, vissuta nel II secolo dell’Era volgare. Nel Talmud si parla di questa donna che era l’unica donna che partecipava alle discussioni dei sapienti, allo scopo di trovare la normativa. Lei partecipava e molto spesso i sapienti accettavano la sua opinione. Lei dava i suoi consigli, senza darsi tante arie. Si racconta che lei assistesse ai convegni dei sapienti, tra cui era presente anche il marito, rabbì Meir, mentre spazzava per terra e mentre lavorava, interveniva nella discussione su problemi anche molto seri.
Un maestro diceva di lei: « Bruriah parla bene », cioè sa quello che dice. Di lei si diceva che nonostante il suo grande impegno per mantenere la sua casa, studiava trecento norme al giorno, da trecento saggi diversi. Quindi adoperava il tempo come si deve.
Si racconta che un giorno un tale la incontrò per strada e le ha chiesto: « Come facciamo ad andare a Lod? » e lei: « O Galileo stolto, non hai imparato niente? Non sai che un testo talmudico dice che non bisogna parlare troppo con la donna? ». Si sarebbe riferita al fatto che questo signore ha adoperato un’espressione sbagliata, perché aveva usato il plurale: « Come facciamo…’ », quasi volesse coinvolgerla nel suo viaggio. Avrebbe dovuto dire: « Come si fa ad andare a Lod? ».
Si racconta ancora che un giorno il marito, grande maestro, stava pronunciando degli improperi nei confronti di certi ignoranti, che lo insultavano e non lo rispettavano. La moglie riprende il marito dicendogli che non doveva imprecare contro le persone e pregare che i peccatori scompaiano dalla terra, ma doveva pregare perché il peccato scompaia dalla terra. E il marito accoglie il rimprovero.
Di lei si dice anche che avesse subito molte disgrazie. Il padre, anche lui un grande maestro, era morto sotto le torture dei Romani e lei aveva assistito alla tortura subita da un fratello; le sue sorelle erano state rapite e messe in case di prostituzione dei Romani. Ma si racconta anche che aveva, nei confronti della sua vita, una grande saggezza. Di sabato erano morti i suoi due figli, ma lei non vuole dire nulla al marito, per non turbare il giorno sacro dello Shabbàt; quindi copre i cadaveri e li porta in una stanza. Il marito, tornato a casa alla fine della festa del sabato, chiede dei ragazzi e lei, per tutta risposta, gli racconta una storia. E dice: « Se qualcuno ci affida qualcosa in deposito, poi gliela dobbiamo rendere? E lui: « Certamente! ». Allora lo porta davanti ai cadaveri dei figli e dice: « Dio ce li ha dati, Dio ce li ha richiesti ».
Siccome lei era anche molto bella, il marito sospettava che lei approfittasse della sua bellezza, per sedurre qualcuno. Così incarica un suo giovane allievo di provare a sedurre sua moglie, per metterla alla prova. Lei se ne accorge e, avendo constatato la poca fiducia del marito, si suicida. Così dice la storia.
Penso che possiamo concludere con questa citazione del libro dei Proverbi: « L’inizio della sapienza è il timor di Dio » (Pr 1, 7). Nelle nostre fonti temere Dio vuol dire non fare delle cose che sappiamo essere negative nei confronti dei nostri simili. Questo indipendentemente dal credo religioso.
Ma vorrei spendere ancora qualche secondo per sottolineare una cosa. Tenete conto dell’espressione: « L’inizio della sapienza »: reshìt kochmah. Reshìt, per combinazione, è la prima parola del testo biblico: Bereshìt barà Elohìm… (Gen 1, 1). Qualcuno dice che Dio ha creato il mondo non al principio;

LA SHOAH E LA MEMORIA: IL VIOLINISTA DI AUSCHWITZ

http://www.la-shoah-e-la-memoria.it/mostre/poesie.htm

LA SHOAH E LA MEMORIA
(poesie composte nei lager, o successivamente dai sopravvissuti)

IL VIOLINISTA DI AUSCHWITZ

A Jack-Yaacov Strumsa
– superstite di Salonicco

Ogni mattino
anche quando per caso
non c’è stato nessun incubo
quando non mi son destato
in un sudore freddo,
quando non mi sono alzato nello spavento,
nel terrore delle SS.
Proprio ogni mattino.

Mi domando
dove andrò oggi?
Mi vesto, bevo il tè,
avvio l’auto
e parto ?
per dove?

Il motore ronza sommesso
i luoghi scorrono via veloci
il viale, i semafori
la strada s’inerpica,
su per la collina,
il cancello aperto.
Ogni mattino
Yad Va’Shem ?
il Memoriale dell’Olocausto.

Lo stesso borbottio
le stesse voci
le stesse note
la stessa musica
la marcia
la piccola città in fiamme.
La musica guida la mia auto,
mi trascina come una calamita
come un cavo
come la catena di un argano
a Yad Va’Shem.

La Tenda della Memoria
il Lume Perpetuo
candele
la Sala dei Nomi
foto, occhi,
denti, dentiere d’oro, capelli umani.
Qui stanno le camere a gas,
i forni,
i crematori
e gli ebrei in informi abiti a strisce
che spostano corpi.
Donne nude che cercano invano
di celare la loro vergogna
sul ciglio della fossa comune.
Mancano soltanto
il fetore, il fumo e la musica.

Cosa significano il rumore,
la cadenza dei passi
“Links, sinistra, sinistra…!”
La frusta, gli spari,
“Il lavoro rende liberi”
sull’arco sopra il cancello.
E tutt’intorno
mura, cani, e filo spinato;
elenchi di nomi e di numeri
e c’è una mano ? Yad, mani.
Nella parata, chi viene, chi va
da dove, per dove?

Là io suonavo il violino,
fui selezionato
per l’orchestra
che ogni giorno accompagnava, con la musica,
gli ebrei spinti
nelle camere a gas
sull’orlo dell’abisso ?
al luogo da cui nessuno fa ritorno,
nessuno torna indietro
è soltanto rimosso, cadavere
per gli inceneritori.

Non v’è più bisogno di correre
nessun motivo di terrore
ma quella melodia echeggia ancora nella mia testa.

E così arriverò
qui, oggi ieri
domani,
davanti alla foto dei suonatori:
un’orchestra che guida
la processione infinita di quelli che camminano
nella Valle dell’Ombra della Morte.

Sì, ora sono un nonno
dai capelli bianchi;
rimane ben poco di me
ma i miei tratti somigliano ancora,
un po’, al violinista, a me,
là sulla foto
di Auschwitz.

E può accadere
che un visitatore di Yad Va’Shem mi osservi,
fissi la parete, e resti sorpreso.
Come se vedesse qualcuno
al di là di uno spartiacque ?
un’apparizione che, per lui,
appartiene all’altro mondo;
che, per me, è
quel mondo che fu.

Mattino dopo mattino
giorno dopo giorno
arriverò qui,
con quella musica che mi perseguita,
a quelle immagini sulla parete
a quel fetore nelle narici
che solo io posso avvertire.

Questo è il mio luogo, gli appartengo.
Non sono una “statua vivente”:
son vivo.
Di questo monumento
sono una parte.
Questo Yad Va’Shem ?
Mano e Nome ?
e corpo:
il mio.

Moshé Liba

 

Publié dans:EBRAISMO, EBRAISMO: SHOAH, POEMI |on 15 octobre, 2014 |Pas de commentaires »

COMMISSIONE PER I RAPPORTI RELIGIOSI CON L’EBRAISMO NOI RICORDIAMO: UNA RIFLESSIONE SULLA SHOAH (1998)

http://www.vatican.va/roman_curia/pontifical_councils/chrstuni/documents/rc_pc_chrstuni_doc_16031998_shoah_it.html

COMMISSIONE PER I RAPPORTI RELIGIOSI CON L’EBRAISMO

NOI RICORDIAMO: UNA RIFLESSIONE SULLA SHOAH

Al Signor Cardinale
EDWARD IDRIS CASSIDY
Presidente della Commissione
per i Rapporti Religiosi con l’Ebraismo

In numerose occasioni durante il mio Pontificato ho richiamato con senso di profondo rammarico le sofferenze del popolo ebreo durante la Seconda Guerra Mondiale.
Il crimine che è diventato noto come la Shoah rimane un’indelebile macchia nella storia del secolo che si sta concludendo.
Preparandoci ad iniziare il terzo millennio dell’era cristiana, la Chiesa è consapevole che la gioia di un Giubileo è soprattutto una gioia fondata sul perdono dei peccati e sulla riconciliazione con Dio e con il prossimo. Perciò Essa incoraggia i suoi figli e figlie a purificare i loro cuori, attraverso il pentimento per gli errori e le infedeltà del passato. Essa li chiama a mettersi umilmente di fronte a Dio e ad esaminarsi sulla responsabilità che anch’essi hanno per i mali del nostro tempo.
È mia fervida speranza che il documento: Noi ricordiamo: una Riflessione sulla Shoah, che la Commissione per i Rapporti Religiosi con l’Ebraismo ha preparato sotto la Sua guida, aiuti veramente a guarire le ferite delle incomprensioni ed ingiustizie del passato. Possa esso abilitare la memoria a svolgere il suo necessario ruolo nel processo di costruzione di un futuro nel quale l’indicibile iniquità della Shoah non sia mai più possibile. Possa il Signore della storia guidare gli sforzi di Cattolici ed Ebrei e di tutti gli uomini e donne di buona volontà così che lavorino insieme per un mondo di autentico rispetto per la vita e la dignità di ogni essere umano, poiché tutti sono stati creati ad immagine e somiglianza di Dio.

Dal Vaticano, 12 marzo 1998.

COMMISSIONE PER I RAPPORTI RELIGIOSI CON L’EBRAISMO
NOI RICORDIAMO: UNA RIFLESSIONE SULLA SHOAH

I. La tragedia della Shoah ed il dovere della memoria
Si sta rapidamente concludendo il XX secolo e spunta ormai l’aurora di un nuovo millennio cristiano. Il Bimillenario della nascita di Gesù Cristo sollecita tutti i cristiani, e invita in realtà ogni uomo e ogni donna, a cercare di scoprire nel fluire della storia i segni della divina Provvidenza all’opera, come pure i modi in cui l’immagine del Creatore presente nell’uomo è stata offesa e sfigurata.
Questa riflessione riguarda uno dei principali settori in cui i cattolici possono seriamente prendere a cuore il richiamo loro rivolto da Giovanni Paolo II nella Lettera apostolica Tertio millennio adveniente: « È giusto pertanto che, mentre il secondo Millennio del cristianesimo volge al termine, la Chiesa si faccia carico con più viva consapevolezza del peccato dei suoi figli nel ricordo di tutte quelle circostanze in cui, nell’arco della storia, essi si sono allontanati dallo spirito di Cristo e del suo Vangelo, offrendo al mondo, anziché la testimonianza di una vita ispirata ai valori della fede, lo spettacolo di modi di pensare e di agire che erano vere forme di antitestimonianza e di scandalo ».(1)
Il secolo attuale è stato testimone di un’indicibile tragedia, che non potrà mai essere dimenticata: il tentativo del regime nazista di sterminare il popolo ebraico, con la conseguente uccisione di milioni di ebrei. Uomini e donne, vecchi e giovani, bambini ed infanti, solo perché di origine ebraica, furono perseguitati e deportati. Alcuni furono uccisi immediatamente, altri furono umiliati, maltrattati, torturati e privati completamente della loro dignità umana, e infine uccisi. Pochissimi di quanti furono internati nei campi di concentramento sopravvissero, e i superstiti rimasero terrorizzati per tutta la vita. Questa fu la Shoah: uno dei principali drammi della storia di questo secolo, un fatto che ci riguarda ancora oggi.
Dinanzi a questo orribile genocidio, che i responsabili delle nazioni e le stesse comunità ebraiche trovarono difficile da credere nel momento in cui veniva perpetrato senza misericordia, nessuno può restare indifferente, meno di tutti la Chiesa, in ragione dei suoi legami strettissimi di parentela spirituale con il popolo ebraico e del ricordo che essa nutre delle ingiustizie del passato. La relazione della Chiesa con il popolo ebraico è diversa da quella che condivide con ogni altra religione.(2) Non è soltanto questione di ritornare al passato. Il futuro comune di ebrei e cristiani esige che noi ricordiamo, perché « non c’è futuro senza memoria ».(3) La storia stessa è memoria futuri.
Nel rivolgere questa riflessione ai nostri fratelli e sorelle della Chiesa cattolica sparsi nel mondo, chiediamo a tutti i cristiani di unirsi a noi nel riflettere sulla catastrofe che colpì il popolo ebraico, e sull’imperativo morale di far sì che mai più l’egoismo e l’odio abbiano a crescere fino al punto da seminare sofferenze e morte.(4) In modo particolare, chiediamo ai nostri amici ebrei, « il cui terribile destino è divenuto simbolo dell’aberrazione cui può giungere l’uomo, quando si volge contro Dio »,(5) di predisporre il loro cuore ad ascoltarci.

II. Che cosa dobbiamo ricordare
Nel dare la sua singolare testimonianza al Santo di Israele ed alla Torah, il popolo ebraico ha grandemente patito in diversi tempi ed in molti luoghi. Ma la Shoah fu certamente la sofferenza peggiore di tutte. L’inumanità con cui gli ebrei furono perseguitati e massacrati in questo secolo va oltre la capacità di espressione delle parole. E tutto questo fu fatto loro per la sola ragione che erano ebrei.
La stessa enormità del crimine suscita molte domande. Storici, sociologi, filosofi politici, psicologi e teologi tentano di conoscere di più circa la realtà e le cause della Shoah. Molti studi specialistici rimangono ancora da compiere. Ma un simile evento non può essere pienamente misurato attraverso i soli criteri ordinari della ricerca storica. Esso richiama ad una « memoria morale e religiosa » e, in particolare tra i cristiani, ad una riflessione molto seria sulle cause che lo provocarono. Il fatto che la Shoah abbia avuto luogo in Europa, cioè in paesi di lunga civilizzazione cristiana, pone la questione della relazione tra la persecuzione nazista e gli atteggiamenti dei cristiani, lungo i secoli, nei confronti degli ebrei.

III. Le relazioni tra ebrei e cristiani
La storia delle relazioni tra ebrei e cristiani è una storia tormentata. Lo ha riconosciuto il Santo Padre Giovanni Paolo II nei suoi ripetuti appelli ai cattolici a considerare il nostro atteggiamento nei confronti delle nostre relazioni con il popolo ebraico.(6) In effetti il bilancio di queste relazioni durante i due millenni è stato piuttosto negativo.(7)
Agli albori del cristianesimo, dopo la crocifissione di Gesù, sorsero contrasti tra la Chiesa primitiva ed i capi dei giudei ed il popolo ebraico i quali, per ossequio alla Legge, a volte si opposero violentemente ai predicatori del Vangelo e ai primi cristiani. Nell’impero romano, che era pagano, gli ebrei erano legalmente protetti dai privilegi garantiti loro dall’Imperatore e le autorità in un primo tempo non fecero distinzione tra le comunità giudee e cristiane. Ben presto, tuttavia, i cristiani incorsero nella persecuzione dello Stato. Quando, in seguito, gli imperatori stessi si convertirono al cristianesimo, dapprima continuarono a garantire i privilegi degli ebrei. Ma gruppi esagitati di cristiani che assalivano i templi pagani, fecero in alcuni casi lo stesso nei confronti delle sinagoghe, non senza subire l’influsso di certe erronee interpretazioni del Nuovo Testamento concernenti il popolo ebraico nel suo insieme. « Nel mondo cristiano — non dico da parte della Chiesa in quanto tale — interpretazioni erronee e ingiuste del Nuovo Testamento riguardanti il popolo ebreo e la sua presunta colpevolezza sono circolate per troppo tempo, generando sentimenti di ostilità nei confronti di questo popolo ».(8) Tali interpretazioni del Nuovo Testamento sono state totalmente e definitivamente rigettate dal Concilio Vaticano II.(9)
Nonostante la predicazione cristiana dell’amore verso tutti, compresi gli stessi nemici, la mentalità prevalente lungo i secoli ha penalizzato le minoranze e quanti erano in qualche modo « differenti ». Sentimenti di antigiudaismo in alcuni ambienti cristiani e la divergenza che esisteva tra la Chiesa ed il popolo ebraico, condussero a una discriminazione generalizzata, che sfociava a volte in espulsioni o in tentativi di conversioni forzate. In una larga parte del mondo « cristiano », fino alla fine del XVIII secolo, quanti non erano cristiani non sempre godettero di uno status giuridico pienamente garantito. Nonostante ciò, gli ebrei diffusi in tutto il mondo cristiano rimasero fedeli alle loro tradizioni religiose ed ai costumi loro propri. Furono per questo considerati con un certo sospetto e diffidenza. In tempi di crisi come carestie, guerre e pestilenze o di tensioni sociali, la minoranza ebraica fu più volte presa come capro espiatorio, divenendo così vittima di violenze, saccheggi e persino di massacri.
Tra la fine del XVIII secolo e l’inizio del XIX secolo, gli ebrei avevano generalmente raggiunto una posizione di uguaglianza nei confronti degli altri cittadini nella maggioranza degli Stati, e un certo numero di loro giunse a ricoprire ruoli influenti nella società. Ma in questo stesso contesto storico, in particolare nel XIX secolo, prese piede un nazionalismo esasperato e falso. In un clima di rapido cambiamento sociale, gli ebrei furono spesso accusati di esercitare un’influenza sproporzionata rispetto al loro numero. Allora cominciò a diffondersi in vario grado, attraverso la maggior parte d’Europa, un antigiudaismo che era essenzialmente più sociopolitico che religioso.
Nello stesso periodo, cominciarono ad apparire delle teorie che negavano l’unità della razza umana, affermando una originaria differenza delle razze. Nel XX secolo, il nazionalsocialismo in Germania usò tali idee come base pseudo-scientifica per una distinzione tra le così dette razze nordico-ariane e presunte razze inferiori. Inoltre, una forma estremistica di nazionalismo fu stimolata in Germania dalla sconfitta del 1918 e dalle condizioni umilianti imposte dai vincitori, con la conseguenza che molti videro nel nazionalsocialismo una soluzione ai problemi del Paese e perciò cooperarono politicamente con questo movimento.
La Chiesa in Germania rispose condannando il razzismo. Tale condanna apparve per la prima volta nella predicazione di alcuni tra il clero, nell’insegnamento pubblico dei Vescovi cattolici e negli scritti di giornalisti cattolici. Già nel febbraio e marzo 1931, il Cardinale Bertram di Breslavia, il Cardinale Faulhaber ed i Vescovi della Baviera, i Vescovi della Provincia di Colonia e quelli della provincia di Friburgo pubblicarono lettere pastorali che condannavano il nazionalsocialismo, con la sua idolatria della razza e dello Stato.(10) L’anno stesso in cui il nazionalsocialismo giunse al potere, il 1933, i ben noti sermoni d’Avvento del Cardinale Faulhaber, ai quali assistettero non soltanto cattolici, ma anche protestanti ed ebrei, ebbero espressioni di chiaro ripudio della propaganda nazista antisemitica.(11) A seguito della Kristallnacht, Bernard Lichtenberg, prevosto della Cattedrale di Berlino, elevò pubbliche preghiere per gli ebrei. Egli morì poi a Dachau ed è stato dichiarato Beato.
Anche il Papa Pio XI condannò il razzismo nazista in modo solenne nell’Enciclica Mit brennender Sorge,(12) che fu letta nelle chiese di Germania nella Domenica di Passione del 1937, iniziativa che procurò attacchi e sanzioni contro membri del clero. Il 6 settembre 1938, rivolgendosi ad un gruppo di pellegrini belgi, Pio XI asserì: « L’antisemitismo è inaccettabile. Spiritualmente siamo tutti semiti ».(13) Pio XII, fin dalla sua prima enciclica, Summi Pontificatus,(14) del 20 ottobre 1939, mise in guardia contro le teorie che negavano l’unità della razza umana e contro la deificazione dello Stato, tutte cose che egli prevedeva avrebbero condotto ad una vera « ora delle tenebre ».(15)

IV. Antisemitismo nazista e la Shoah
Non si può ignorare la differenza che esiste tra l’antisemitismo, basato su teorie contrarie al costante insegnamento della Chiesa circa l’unità del genere umano e l’uguale dignità di tutte le razze e di tutti i popoli, ed i sentimenti di sospetto e di ostilità perduranti da secoli che chiamiamo antigiudaismo, dei quali, purtroppo, anche dei cristiani sono stati colpevoli.
L’ideologia nazionalsocialista andò anche oltre, nel senso che rifiutò di riconoscere qualsiasi realtà trascendente quale fonte della vita e criterio del bene morale. Di conseguenza, un gruppo umano, e lo Stato con il quale esso si era identificato, si arrogò un valore assoluto e decise di cancellare l’esistenza stessa del popolo ebraico, popolo chiamato a rendere testimonianza all’unico Dio e alla Legge dell’Alleanza. A livello teologico non possiamo ignorare il fatto che non pochi aderenti al partito nazista non solo mostrarono avversione all’idea di una divina Provvidenza all’opera nelle vicende umane, ma diedero pure prova di un preciso odio nei confronti di Dio stesso. Logicamente, un simile atteggiamento condusse pure al rigetto del cristianesimo, e al desiderio di vedere distrutta la Chiesa o per lo meno sottomessa agli interessi dello Stato nazista.
Fu questa ideologia estrema che divenne la base delle misure intraprese, prima per sradicare gli ebrei dalle loro case e poi per sterminarli. La Shoah fu l’opera di un tipico regime moderno neopagano. Il suo antisemitismo aveva le proprie radici fuori del cristianesimo e, nel perseguire i propri scopi, non esitò ad opporsi alla Chiesa perseguitandone pure i membri.
Ma ci si deve chiedere se la persecuzione del nazismo nei confronti degli ebrei non sia stata facilitata dai pregiudizi antigiudaici presenti nelle menti e nei cuori di alcuni cristiani. Il sentimento antigiudaico rese forse i cristiani meno sensibili, o perfino indifferenti, alle persecuzioni lanciate contro gli ebrei dal nazionalsocialismo quando raggiunse il potere?
Ogni risposta a questa domanda deve tener conto del fatto che stiamo trattando della storia di atteggiamenti e modi di pensare di gente soggetta a molteplici influenze. Ancor più, molti furono totalmente ignari della « soluzione finale » che stava per essere presa contro un intero popolo; altri ebbero paura per se stessi e per i loro cari; alcuni trassero vantaggio dalla situazione; altri infine furono mossi dall’invidia. Una risposta va data caso per caso e, per farlo, è necessario conoscere ciò che precisamente motivò le persone in una specifica situazione.
All’inizio, i capi del Terzo Reich cercarono di espellere gli ebrei. Sfortunatamente, i Governi di alcuni Paesi occidentali di tradizione cristiana, inclusi alcuni del Nord e Sud America, furono più che esitanti ad aprire i loro confini agli ebrei perseguitati. Anche se non potevano prevedere quanto lontano sarebbero andati i gerarchi nazisti nelle loro intenzioni criminali, i capi di tali nazioni erano a conoscenza delle difficoltà e dei pericoli a cui erano esposti gli ebrei che vivevano nei territori del Terzo Reich. In quelle circostanze, la chiusura delle frontiere all’immigrazione ebraica, sia che fosse dovuta all’ostilità antigiudaica o al sospetto antigiudaico, a codardia o limitatezza di visione politica o a egoismo nazionale, costituisce un grave peso di coscienza per le autorità in questione.
Nelle terre dove il nazismo intraprese la deportazione di massa, la brutalità che accompagnò questi movimenti forzati di gente inerme, avrebbe dovuto suscitare il sospetto del peggio. I cristiani offrirono ogni possibile assistenza ai perseguitati, e in particolare agli ebrei?
Molti lo fecero, ma altri no. Coloro che aiutarono a salvare quanti più ebrei fu loro possibile, sino al punto di mettere le loro vite in pericolo mortale, non devono essere dimenticati. Durante e dopo la guerra, comunità e personalità ebraiche espressero la loro gratitudine per quanto era stato fatto per loro, compreso anche ciò che Pio XII aveva fatto personalmente o attraverso suoi rappresentanti per salvare centinaia di migliaia di vite di ebrei.(16) Molti Vescovi, preti, religiosi e laici, sono stati per tale ragione onorati dallo Stato di Israele.
Nonostante ciò, come Papa Giovanni Paolo II ha riconosciuto, accanto a tali coraggiosi uomini e donne, la resistenza spirituale e l’azione concreta di altri cristiani non fu quella che ci si sarebbe potuto aspettare da discepoli di Cristo. Non possiamo conoscere quanti cristiani in paesi occupati o governati dalle potenze naziste o dai loro alleati, constatarono con orrore la scomparsa dei loro vicini ebrei, ma non furono tuttavia forti abbastanza per alzare le loro voci di protesta. Per i cristiani questo grave peso di coscienza di loro fratelli e sorelle durante l’ultima guerra mondiale deve essere un richiamo al pentimento.(17)
Deploriamo profondamente gli errori e le colpe di questi figli e figlie della Chiesa. Facciamo nostro ciò che disse il Concilio Vaticano II con la Dichiarazione Nostra aetate, che inequivocabilmente afferma: « La Chiesa… memore del patrimonio che essa ha in comune con gli Ebrei, e spinta non da motivi politici, ma da religiosa carità evangelica, deplora gli odi, le persecuzioni e tutte le manifestazioni dell’antisemitismo dirette contro gli ebrei in ogni tempo e da chiunque ».(18)
Ricordiamo e facciamo nostro quanto Papa Giovanni Paolo II, nel rivolgersi ai capi della comunità ebraica di Strasburgo nel 1988 affermò: « Ribadisco nuovamente insieme con voi la più ferma condanna di ogni antisemitismo e di ogni razzismo, che si oppongono ai principi del cristianesimo ».(19) La Chiesa cattolica, pertanto, ripudia ogni persecuzione, in qualsiasi luogo e in qualsiasi tempo, perpetrata contro un popolo o un gruppo umano. Essa condanna nel modo più fermo tutte le forme di genocidio, come pure le ideologie razziste che l’hanno reso possibile. Volgendo lo sguardo su questo secolo, siamo profondamente addolorati per la violenza che ha colpito gruppi interi di popoli e di nazioni. Ricordiamo in modo particolare il massacro degli armeni, le vittime innumerevoli nell’Ucraina degli anni ’30, il genocidio degli zingari, frutto anch’esso di idee razziste, e tragedie simili accadute in America, in Africa e nei Balcani. Né vogliamo dimenticare i milioni di vittime dell’ideologia totalitaria nell’Unione Sovietica, in Cina, in Cambogia ed altrove. Neppure possiamo dimenticare il dramma del Medio Oriente, i cui termini sono ben noti. Anche mentre noi facciamo la presente riflessione, « troppi uomini continuano ad essere vittime dei propri fratelli ».(20)

V. Guardando insieme ad un futuro comune
Guardando al futuro delle relazioni tra ebrei e cristiani, in primo luogo chiediamo ai nostri fratelli e sorelle cattolici di rinnovare la consapevolezza delle radici ebraiche della loro fede. Chiediamo loro di ricordare che Gesù era un discendente di Davide; che dal popolo ebraico nacquero la Vergine Maria e gli Apostoli; che la Chiesa trae sostentamento dalle radici di quel buon ulivo a cui sono stati innestati i rami dell’ulivo selvatico dei gentili (cfr Rm 11,17-24); che gli ebrei sono nostri cari ed amati fratelli, e che, in un certo senso, sono veramente i « nostri fratelli maggiori ».(21)
Al termine di questo Millennio la Chiesa cattolica desidera esprimere il suo profondo rammarico per le mancanze dei suoi figli e delle sue figlie in ogni epoca. Si tratta di un atto di pentimento (teshuva): come membri della Chiesa, condividiamo infatti sia i peccati che i meriti di tutti i suoi figli. La Chiesa si accosta con profondo rispetto e grande compassione all’esperienza dello sterminio, la Shoah, sofferta dal popolo ebraico durante la seconda Guerra Mondiale. Non si tratta di semplici parole, bensì di un impegno vincolante. « Rischieremmo di far morire nuovamente le vittime delle più atroci morti, se non avessimo la passione della giustizia e se non ci impegnassimo, ciascuno secondo le proprie capacità, a far sì che il male non prevalga sul bene, come è accaduto nei confronti di milioni di figli del popolo ebraico… L’umanità non può permettere che ciò accada di nuovo ».(22)
Preghiamo che il nostro dolore per le tragedie che il popolo ebraico ha sofferto nel nostro secolo conduca a nuove relazioni con il popolo ebraico. Desideriamo trasformare la consapevolezza dei peccati del passato in fermo impegno per un nuovo futuro nel quale non ci sia più sentimento antigiudaico tra i cristiani e sentimento anticristiano tra gli ebrei, ma piuttosto un rispetto reciproco condiviso, come conviene a coloro che adorano l’unico Creatore e Signore ed hanno un comune padre nella fede, Abramo.
Infine, invitiamo gli uomini e le donne di buona volontà a riflettere profondamente sul significato della Shoah. Le vittime dalle loro tombe, e i sopravvissuti attraverso la vivida testimonianza di quanto hanno sofferto, sono diventati un forte grido che richiama l’attenzione di tutta l’umanità. Ricordare questo terribile dramma significa prendere piena coscienza del salutare monito che esso comporta: ai semi infetti dell’antigiudaismo e dell’antisemitismo non si deve mai più consentire di mettere radice nel cuore dell’uomo.

16 Marzo 1998.

Cardinale Edward Idris Cassidy
Presidente

Pierre Duprey
Vescovo tit. di Thibar
Vice-Presidente

Remi Hoeckman O.P.
Segretario

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I LUOGHI DELLA DEPORTAZIONE DEGLI EBREI DI ROMA.

http://www.gliscritti.it/approf/shoa/sh_pic/mostra.htm

VICINO A NOI

I LUOGHI DELLA DEPORTAZIONE DEGLI EBREI DI ROMA.

Mostra fotografica di Francesco Rosa e Luca Servo

(foto sul sito, il testo si legge bene)

La mostra fotografica Vicino a noi. I luoghi della deportazione degli ebrei di Roma, ripercorre la storia di questo evento avvenuto sotto gli occhi della città.
La rassegna, nata all’interno del Centro culturale Due Pini, continuata dalla Commissione per il dialogo con l’ebraismo della Diocesi di Roma e dal Centro culturale L’Areopago ed, infine, dal Centro culturale Gli scritti, presso il quale sono oggi depositati i materiali fotografici, presenta immagini odierne dei luoghi che hanno visto la deportazione degli ebrei di Roma. Le foto sono state scattate dai fotografi Francesco Rosa e Luca Servo. I testi che accompagnano le foto sono tratti dal volume di Fausto Coen, 16 ottobre 1943.La grande razzia degli ebrei di Roma, Giuntina, Firenze, 1993.
La targa del Collegio Militare sul Lungotevere che ricorda le due notti passate dagli ebrei romani in quel luogo prima della partenza per Auschwitz
Kappler prese in modo autonomo l’iniziativa della estorsione dei 50 chili d’oro agli ebrei romani.
Il progetto si rivela astuto e infame e agisce in varie direzioni. Prima di tutto Kappler farà credere agli ebrei romani che da loro non si vuole di più e lasciandoli in questa illusione tragica consentirà di fatto che si realizzi quel blitz di sorpresa che Himmler avrebbe voluto per il 1° ottobre ma che il rifiuto di un appoggio militare da parte di Kesselring aveva reso impossibile per quella data. In secondo luogo Kappler darà all’esecutore materiale del piano (che sarà Dannecker) tutto il tempo necessario per organizzare la grande retata con metodo e garanzie di riuscita… Domenica 26 settembre alle 10 del mattino il dottor Gennaro Cappa, Capo del Servizio Razza della Questura di Roma, informava il dottor Dante Almansi, Presidente della Unione delle Comunità Israelitiche Italiane, e l’avvocato Ugo Foà, Presidente della Comunità Israelitica di Roma, che alle ore 18 di quella stessa Domenica dovevano recarsi a Villa Volkonsky dove li aspettava nel suo Ufficio di “Sicurezza Politica” il tenente colonnello Herbert Kappler per importanti comunicazioni… Così Foà racconta l’incontro con Kappler : “Cambiando improvvisamente tono ed accento, mentre il suo sguardo diveniva tagliente e duro, fece ai suoi interlocutori il seguente discorso: Voi ed i vostri correligionari avete la cittadinanza italiana, ma di ciò a me importa poco. Noi tedeschi vi consideriamo unicamente ebrei e come tali nostri nemici. Anzi, per essere più chiari, noi vi consideriamo come un gruppo distaccato, ma non isolato, dei peggiori fra i nemici contro i quali stiamo combattendo. E come tali dobbiamo trattarvi. Però non sono le vostre vite né i vostri figli che vi prenderemo se adempirete alle nostre richieste. E’ il vostro oro che vogliamo per dare nuove armi al nostro Paese. Entro 36 ore dovrete versarmene 50 chilogrammi. Se lo verserete non vi verrà fatto alcun male. In caso diverso duecento fra voi verranno presi e deportati in Germania alla frontiera russa o altrimenti resi innocui…”
Trentasei ore: la consegna dunque doveva avvenire entro le 12 del 28 settembre.
Nella lunga fila che per 36 ore si snodò sul marciapiede che costeggia il Lungotevere Cenci, dove, accanto alla Sinagoga principale, si trovano gli uffici comunitari, c’erano ricchi e poveri, intellettuali e commercianti, artigiani e venditori ambulanti, gente colta e sprovveduta, ben vestita o dismessa. Alcuni recavano con sé pacchetti di una certa consistenza, altri involtini assai più piccoli. La rinuncia a un esile anello, a un paio di orecchini consunti, a una vecchia spilla o a un modesto braccialetto, esibiti al Tempio solo nelle feste solenni di Rosh Hashanà (il Capodanno) o di Kippur (il giorno dell’espiazione), è stata per i più poveri una ferita dolorosa. Erano oggetti che ricordavano miniàn, nozze, milot, nascite, persone scomparse. Quegli oggetti avevano scandito alcuni momenti felici. Quel mucchietto di oro era stato un muto testimone della propria storia di famiglia… In quella lunga fila non c’erano solo ebrei. C’erano persone alle quali Kappler non aveva chiesto nulla ma che avevano voluto esprimere la loro solidarietà a una minoranza offesa e in pericolo. Erano quegli stessi “uomini giusti” che cinque anni prima, nel 1938, avevano mostrato la loro solidarietà agli ebrei colpiti dalle inique leggi razziali e che la propaganda fascista aveva indicato al disprezzo generale come “pietisti”. E tra costoro non mancarono in quelle 36 ore nella lunga fila anche alcuni sacerdoti… La S. Sede faceva sapere in via ufficiosa al Presidente della Comunità che ove non fosse stato possibile raggiungere i 50 chili nel termine fissato avrebbe coperto la quantità mancante. La Comunità l’avrebbe restituita “quando – ricorda Foà – fosse stato in grado di farlo…”. Era un prestito, non un dono, al quale però non fu necessario ricorrere, perché col passare delle ore cresceva sorprendentemente il numero degli offerenti. In ogni caso la disponibilità vaticana sollevò la Comunità dall’incubo di non raggiungere la taglia imposta da Kappler.
Lungotevere Cenci, davanti la Sinagoga Maggiore Di Roma
La consegna dell’oro doveva avvenire non già a Villa Volkonsky ma a Via Tasso, nella palazzina n. 155 che non era ancora il luogo sinistro delle torture e del terrore, ma almeno formalmente “l’Ufficio di Collocamento dei Lavoratori italiani per la Germania”… Alle ore 16 in Via Tasso Kappler non si presentò. Non aveva voluto abbassarsi alla meschina formalità di ricevere quell’oro che aveva estorto. Si era fatto sostituire da un ufficiale di grado inferiore, il capitano Kurt Schutz, che rivelò subito modi arroganti e diffidenti. Lo Schutz si era fatto assistere da un orafo romano, di cui non si è mai saputo il nome, e da un altro ufficiale delle SS inviato da Berlino con un corriere speciale. La pesatura fu eseguita con una bilancia della portata di 5 chili. Ogni pesata veniva registrata contemporaneamente da Dante Almansi e da un ufficiale tedesco, che si trovavano alle due estremità del tavolo. Alla fine dell’operazione, mentre Almansi aveva segnato dieci pesate, il capitano Schutz dichiarava risentito che le pesate erano nove. Le proteste di tutti gli ebrei presenti irritarono ancor di più il capitano che si opponeva anche a quella che era la via più semplice per sciogliere ogni dubbio: cioè ripetere l’operazione. Finalmente, di fronte alle vive insistenze da parte ebraica, il capitano Schutz diede ordine di ripetere le pesate. Dovette arrendersi alla realtà: i chili erano proprio 50 e gli ebrei non erano imbroglioni.
La palazzina al n.155 di via Tasso, nei pressi di S.Giovanni in Laterano, carcere delle SS, con le caratteristiche finestre a bocca di lupo che impedivano di vedere dall’esterno. Oggi è sede del Museo della Resistenza Romana
(Alcuni giorni dopo) tutto il complesso degli edifici che comprendono il Tempio Maggiore e gli uffici comunitari fu circondato da un cordone di SS. Ogni uscita fu bloccata e agli impiegati fu intimato di non muoversi dai loro posti. Subito dopo un gruppo di ufficiali e sottoufficiali tedeschi dei quali alcuni esperti in lingua ebraica “… cominciarono una minuziosa perquisizione di tutto l’edificio dalla cupola della Sinagoga fino al sottostante Oratorio di rito spagnolo e alle cantine”… Nonostante la perquisizione non avesse portato alla scoperta di “documenti segreti”, una grande quantità di carte venne ugualmente prelevata forzando armadi e cassetti quando non venivano subito reperite le chiavi.
Tra le carte vennero prelevati anche i ruoli dei contribuenti che saranno, a guerra finita, al centro di discussioni e polemiche. Mentre gli schedari anagrafici di stato civile e i fogli di famiglia erano stati prudentemente messi al sicuro, quei ruoli considerati solo documenti tributari erano rimasti negli uffici senza tener conto che anch’essi recavano le generalità e gli indirizzi dei contribuenti… La mattina del 30 settembre, Capodanno secondo il calendario ebraico, due ufficiali tedeschi tornavano a Lungotevere Cenci questa volta per ispezionare le biblioteche del secondo e del terzo piano. Erano due orientalisti, uno dei quali col grado di capitano si era qualificato professore di lingua ebraica in un Istituto superiore di Berlino. Il giorno successivo, il 1° ottobre, i due tornavano per esaminare con più attenzione i volumi esprimendo spesso meraviglia e ammirazione e prendendo numerosi appunti.
Eichmann decideva allora di inviare a Roma per la “Judenrazzia” Theo Dannecker, un esperto di sua fiducia, relatore per gli affari ebraici “che aveva dato il via ai rastrellamenti di ebrei a Parigi…”. Dannecker, per non dare nell’occhio, fissava il suo quartier generale non in via Tasso ma in una modesta pensione in via Po. Dopo pochi giorni arrivava anche il suo reparto speciale, formato da quattordici ufficiali e sottoufficiali e trenta militi delle SS che in parte provenivano dalle formazione specializzate nella “bonifica antiebraica” sul fronte orientale, le famigerate “ Einsatzgruppen”.
Alle ore 23 di venerdì 15 i coniugi Sternberg – Monteldi, entrambi ebrei che provenivano da Trieste e avevano preso alloggio a Roma all’albergo Vittoria, pur essendo muniti di passaporto svizzero vennero arrestati dalle SS e sottoposti ad interrogatorio. Da nessun documento risultava che fossero ebrei, nè i loro nomi figuravano su nessuno degli elenchi di Dannecker. E’ impossibile stabilire come la loro presenza fosse stata segnalata alle SS… La grande razzia cominciò attorno alle 5,30. Vi presero parte un centinaio circa di quei 365 uomini (di cui 9 ufficiali e 30 sottoufficiali) che erano il totale delle forze impiegate per la “Judenoperation”… I tedeschi tentarono di dare alla brutale operazione il carattere di un “trasferimento”. Volevano un gregge inconsapevole e cercavano di evitare possibili gesti inconsulti, atteggiamenti ostili, disordini. Cercavano di evitare intoppi e contrattempi che potevano rallentare l’operazione. Volevano soprattutto fare presto.
A questo fine avevano consegnato a ciascuno un ordine bilingue:
Insieme con la vostra famiglia e con gli altri ebrei appartenenti alla vostra casa sarete trasferiti.
Bisogna portare con sè viveri per almeno 8 giorni, tessere annonarie, carta d’identità e bicchieri.
Si può portare via una valigetta con effetti e biancheria personali, coperte, eccetto., danaro e gioielli.
Chiudere a chiave l’appartamento e prendere la chiave con sè.
Ammalati, anche casi gravissimi, non possono per nessun motivo rimanere indietro. Infermeria si trova nel campo.
Venti minuti dopo la presentazione di questo biglietto, la famiglia deve essere pronta per la partenza.
Si voleva far credere alle vittime ad una destinazione non definitiva. “Chiudere a chiave l’appartamento e prendere la chiave con sé” faceva supporre un possibile ritorno. “Tessere annonarie e di identità” implicavano una destinazione nella quale questi documenti avrebbero potuto servire. Ma perché allora “ammalati anche gravissimi non possono restare indietro”?
Via del Portico d’Ottavia, il cuore del quartiere ebraico, che fu circondato alle 5.30 del mattino
Le SS entrarono di casa in casa arrestando le intere famiglie in gran parte sorprese ancora nel sonno. Quando le porte non vennero subito aperte le abbatterono col calcio dei fucili o le forzarono con leve di ferro. Tutte le persone prelevate vennero raccolte provvisoriamente in uno spiazzo che si trova poco al di là dello storico Portico d’Ottavia attorno ai resti del Teatro di Marcello. La maggior parte degli arrestati erano adulti, spesso anziani e assai più spesso vecchi. Molte le donne, i ragazzi, i fanciulli. Non venne fatta nessuna eccezione né per persone malate o impedite, né per le donne in stato interessante, né per quelle che avevano ancora i bimbi al seno. Per nessuno.
Il prato davanti al teatro di Marcello, dove furono radunati gli ebrei, prima di essere condotti con i camion al Collegio Militare
Nessun quartiere della città fu risparmiato. In quelli di Trastevere, Monteverde e Testaccio, i più prossimi all’ex Ghetto, si ebbe il maggior numero di arresti.
Così come nelle dimesse case di Portico d’Ottavia anche in quelle borghesi e signorili di Roma si consumò la grande tragedia. Vennero versate lacrime, si diffuse la disperazione, si tentarono fughe disperate. In via Brescia al n.29 i tedeschi si erano avvicinati al letto dove giaceva la signora Sofia Soria vedova Tabet puntandole un’arma per sollecitarla ad alzarsi. La signora Sofia, che aveva 92 anni, morì per lo spavento. Era la suocera del prof. Vittorio Calò, generale medico. Le SS tornarono due giorni dopo al funerale della poveretta sperando di arrestare i famigliari. La mancanza di pietà verso i vegliardi, gli infermi, i bambini appariva incomprensibile per i testimoni di quella giornata. Giulio Anau ricorda che un parente, Beniamino Philipson, fu prelevato nella sua abitazione di via Flavia 84 sulla sedia a rotelle di invalido, perché da molti anni colpito da morbo di Parkinson, “tra la indignazione dei presenti impotenti tuttavia di fronte ai mitra spianati….”.
In via Adalberto, non lontano da piazza Bologna, le SS non trovarono nessuno: solo un bimbo di quattro anni – Ennio Lanternari – che dormiva nel letto dei nonni in quel momento assenti. Le SS lo presero, il bambino si svegliò spaventato e cominciò a piangere. Intanto rientrava la nonna che era scesa un momento per comprare qualcosa. Presero lei e il nipotino.
Un’altra immagine del Portico d’Ottavia oggi. La deportazione non si limitò alla zona del ghetto ebraico, ma abbracciò l’intera città
Settimio Calò si salvò. Anche lui era uscito di casa per fare la fila per le sigarette. ma quando tornò nella sua casa, non trovò più nessuno. Né la moglie né i dieci figli, il più grande dei quali aveva 21 anni e il più piccolo, Samuele, ancora lattante, 4 mesi. “Mi gettai contro le porte, volevo unirmi agli altri, non capivo più niente… poi mi sedetti a terra e cominciai a piangere. Ho vissuto solo perché ho sempre sperato di riaverne almeno uno, magari Samuele. Rimasi vivo io solo e vorrei essere morto“.
L’isola Tiberina, con l’ospedale Fatebenefratelli, dove molti ebrei furono salvati dalla popolazione. Furono travestiti da medici o da pazienti ed ebbero salva la vita
La Chiesa dell’Istituto Gesù e Maria, sulla via Flaminia alla collina Fleming. Qui, come in tante altre case religiose, trovarono rifugio ebrei, che scamparono alla cattura
Alle ore 14 la grande razzia era terminata. I catturati erano 1259: 363 uomini, 689 donne, 207 bambini. Sia gli ebrei del vecchio quartiere sia gli altri furono tutti provvisoriamente sistemati nei locali del Collegio Militare, il vasto e massiccio edificio in Via della Lungara, dominato dal Gianicolo. Gli uomini furono separati dalle donne e dai bambini. Divisi in gruppi, furono distribuiti nelle aule, nei corridoi, nelle palestre e in altri locali di fortuna. Quando questi spazi furono riempiti, gli uomini più benportanti furono disposti sotto il porticato di ingresso. Tutte le imposte delle aule erano state sbarrate con assi di legno inchiodate.
Il pianto incessante delle donne e dei bambini, gli incomprensibili ordini urlati in continuazione dalle sentinelle, la semioscurità, l’inadeguatezza dei servizi igienici crearono molta tensione e grande confusione… All’alba di domenica, dopo un esame minuzioso delle carte di identità e di altri documenti, furono liberati i coniugi e i figli di matrimonio misto, i coinquilini e il personale di servizio non ebrei che al momento della retata si trovavano nelle case dei ricercati. In tutto 237 persone. A Wachsberger fu ordinato sul posto di assumere le funzioni di interprete e di tradurre l’ordine dell’ufficiale:
… coloro che non sono ebrei si mettano da una parte. Se trovo un ebreo che abbia dichiarato di non esserlo, appena la bugia sarà scoperta quello sarà fucilato immediatamente…
Nonostante la gravissima minaccia, sette ebrei riuscirono a inserirsi nel gruppo di coloro che vennero liberati. Sono Giuseppe Durghello con la moglie Bettina Perugia e il figlio Angelo ; Enrico Mariani, Angelo Dina, Bianca Ravenna Levi e la figlia Piera… Dei 1022 infelici, una sola persona non era ebrea. Era una donna cattolica che per non abbandonare un orfanello ebreo malfermo in salute affidato alle sue cure non aveva avuto l’animo di dichiararsi non ebrea e aveva voluto seguire la sua sorte. Nè il bimbo nè la sua generosa protettrice sono più tornati… Nella notte Marcella Perugia Di Veroli, al nono mese di gravidanza, cominciò ad avere le doglie. I tedeschi non permisero di trasferirla all’Ospedale, acconsentirono solo che venisse chiamato un medico. La partoriente fu isolata nel porticato del Collegio Militare e diede alla luce una bimba. Marcella Perugia aveva 23 anni e con lei erano stati arrestati anche i suoi due figli di 5 e 6 anni. Il marito Cesare Di Veroli era riuscito a sfuggire alla retata.
Il Collegio Militare, sul Lungotevere, vicino al carcere di Regina Coeli ed a S.Pietro, dove gli ebrei furono costretti a trascorrere le due notti fra la cattura e la partenza per Auschwitz
Nessun cenno della grande razzia è ovviamente reperibile nei giornali dell’epoca. Essa può essere desunta solo da una notiziola dall’apparenza innocente, quasi una “burocratica informazione di servizio”, sui giornali romani del 18 ottobre. I quali informavano i lettori che “la partenza degli ufficiali per il Nord, fissata oggi alle 9, non può effettuarsi dalla Stazione Tiburtina. Si parte domani da Termini”. La ragione era evidente. Un ben diverso convoglio sarebbe partito quella mattina dallo scalo periferico romano e nessun occhio indiscreto doveva essere testimone di quel crimine.
All’alba di lunedì 18 ottobre gli oltre mille prigionieri furono trasferiti su autocarri dal Collegio Militare allo scalo merci della stazione ferroviaria. Su un binario morto si trovava da alcuni giorni un convoglio composto da 18 carri bestiame. Gli arrestati furono tutti stipati nei vagoni: 50 o 60 su ogni carro, in uno spazio insufficiente. La penosa attesa degli arrestati durò sei ore… In fondo alla rampa su un binario morto rettilineo- scrive Elsa Morante – stazionava un treno che pareva a Ida di lunghezza sterminata. Il vocìo veniva di là dentro. Erano forse una ventina di carri bestiame… Non avevano nessuna finestra se non una minuscola apertura a grata in alto. A qualcuna di quelle grate si sporgevano due mani aggrappate o un paio d’occhi fissi.
La stazione Tiburtina, da cui gli ebrei romani partirono per Auschwitz
Su questa sosta (a Padova), l’ultima in terra italiana, c’è la annotazione sul suo diario giornaliero della ispettrice della Croce Rossa Lucia De Marchi, quel giorno di servizio.
… alle ore 12, non preannunciato, sosta alla nostra stazione centrale un treno di internati ebrei proveniente da Roma. Dopo lunghe discussioni ci viene dato il permesso di soccorso. Alle 13 si aprono i vagoni chiusi da 28 ore! In ogni vagone stanno ammassate una cinquantina di persone, bambini, donne, vecchi, uomini giovani e maturi. Mai spettacolo più raccapricciante s’è offerto ai nostri occhi. E’ la borghesia strappata alle case, senza bagaglio, senza assistenza, condannata alla promiscuità più offensiva, affamata e assetata. Ci sentiamo disarmate e insufficienti per tutti i loro bisogni, paralizzati da una pietà fremente di ribellione, da una specie di terrore che domina tutti, vittime, personale ferroviarie, spettatori, popolo…
Alle ore 23 di venerdì 22 ottobre, dopo un viaggio allucinante di 6 giorni e 6 notti, il treno arrivò ad Auschwitz-Birkenau. Nessuno fu fatto scendere fino al giorno successivo. Il convoglio rimase ancora sigillato e vigilato per tutta la notte… Formatosi, sotto gli ordini urlati dalle SS, un allineamento casuale, arrivò il dottor Josef Mengele, la cui fama sinistra è oggi consegnata alla storia ma allora era un personaggio del tutto ignoto ai nuovi arrivati. Sotto la sua direzione cominciò la selezione: i bambini, i vecchi, i vecchi, i malati e coloro che avevano un aspetto gracile o malaticcio (e anche uomini non vecchi ma coi capelli bianchi) vennero allineati alla destra di Mengele e dei suoi aiutanti. Erano circa cinquecento.
Alla sua sinistra gli uomini e le donne giudicati adatti al lavoro.
Intanto era giunto sul posto il Comandante del campo, Rudolf Hoess. Normalmente Hoess non assisteva alla selezione dei prigionieri ma nei giorni precedenti c’era stata una grande curiosità per l’annunciato arrivo degli ebrei italiani. Gli stessi dirigenti del campo ne erano stati contagiati e vollero assistervi. Era il primo convoglio di italiani che giungeva ad Auschwitz… Il Comandante Hoess ordinò a Wachsberger di tradurre l’annuncio che donne, bambini, ammalati sarebbero stati trasferiti sui camion nei campi “di permanenza” che distavano circa 10 chilometri. Però anche gli abili al lavoro, che si sentivano stanchi e volevano salire su quegli autocarri, potevano farlo.
Duecento uomini e cinquanta donne abbandonarono le file dei “validi” per unirsi agli altri che erano già sugli automezzi.
Il viaggio invece fu brevissimo, meno di un chilometro, percorso in pochi minuti.
Gli autocarri si fermarono davanti alle camere a gas. L’eliminazione fu immediata… Wachsberger racconta che stava per salire anche lui sul camion ma Mengele glielo impedì perché aveva ancora bisogno di un interprete. Più tardi Wachsberger chiese al “dottore” (Mengele amava spesso chiacchierare con lui e si mostrava curioso dell’Italia e soprattutto di Mussolini) perché avevano lasciato salire sui camion anche uomini e donne validi. “Chi non è in grado di fare a piedi dieci chilometri – fu la risposta – non è adatto a fare il lavoro che si deve fare in questo campo”. Ma i più erano saliti sui camion per altre ragioni. Sergio Pace, ad esempio, era stato messo nella fila di quelli destinati al lavoro. Volle salire sull’autocarro per stare assieme al padre e alla madre. Non lo tradì né la “pigrizia” né la stanchezza, ma un sentimento che non era stato mai così forte come in quel momento. E come lui fecero molti altri.
Ci si può chiedere perché i tedeschi comunque in questo modo rinunciavano ad una parte di uomini validi. La ragione vera è che in quei giorni imperversava ad Auschwitz una epidemia di tifo. La immissione di un numero eccessivo di prigionieri aumentava le probabilità che il contagio si estendesse. Questo spiega perché nel convoglio del 23 ottobre la percentuale di coloro che finirono subito nelle camere a gas fu dell’82% (839 su 1022), la più alta in assoluto di tutti i successivi trasporti di deportati dall’Italia.
Delle cinquanta donne destinate al lavoro una sola sopravvisse: Settimia Spizzichino. Allora aveva 22 anni ed era stata presa con la madre e due sorelle in via della Reginella. Solo il padre si era salvato dalla retata. Sulla sorte delle 49 compagne che non sono più tornate la Spizzichino pensa che “… la neve, i lavori pesanti, la cattiva alimentazione, tutto ha contribuito alla decimazione”. Settimia si è salvata perché era stata avviata ad un “blocco di esperimenti” e “… fu aiutata da una infermiera di buon cuore…”. Quando venne liberata aveva 24 anni e pesava 30 chili. E’ persuasa che quello che l’ha aiutata a resistere è stato soprattutto il pensiero che doveva tornare per raccontare…

 

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IL MONDO DEGLI ANGELI (Rav Luciano Meìr Caro)

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IL MONDO DEGLI ANGELI

(Rav Luciano Meìr Caro)

Nella tradizione ebraica la figura dell’angelo compare molto spesso, anche a partire dal testo biblico; ma si continua a parlare molto degli angeli anche nella letteratura post-biblica, nel Talmud e soprattutto nella mistica.
Che cos’è l’angelo? Intanto diciamo che in lingua ebraica angelo si dice malach.
Di solito, quando nel testo biblico ci si trova davanti un malach, non si tratta di un essere soprannaturale, ma di un essere incaricato di una missione, che può essere semplicemente un uomo qualsiasi. Angelo, dunque, è colui che ha una missione da compiere; missione che può essere consapevole o no. Può capitare che Dio si rivolga a un uomo e gli affidi il compito di una missione particolare, ma può anche capitare che qualcuno sia malach senza saperlo. Qualche volta noi compiamo delle azioni o abbiamo dei comportamenti e crediamo di rispondere a delle esigenze personali, oppure siamo convinti che quello che stiamo facendo sia dovuto semplicemente alle circostanze; ma può darsi che noi siamo intervenuti proprio nel momento giusto nei confronti di chi in quel momento aveva bisogno. Quindi non è che siamo esseri angelici, ma siamo sollecitati a compiere una missione senza rendercene conto; da questo punto di vista siamo come gli angeli. Il discorso è molto più complesso, ovviamente. Comunque, quando nel testo biblico troviamo il termine malach, di solito, – non sempre, ma di solito -, il riferimento è a un essere che si presenta con sembianze umane e deve fare qualche cosa, ha una missione da compiere, oppure deve dire, annunciare qualche cosa.
Può essere utile tentare di spiegare l’etimologia di questo termine. Malach proviene da una radice che non è ebraica. La mem iniziale dà l’idea di essere una lettera servile, che costruisce il sostantivo; ma la radice potrebbe essere lamed, alef, kaf, che però in ebraico non esiste, o quanto meno non si trova da nessuna parte. Gli studiosi dicono che c’è una radice simile nel proto-arabo, nell’ugaritico e anche nella lingua abissina: sarebbe formata da un suono elle, seguito da una muta e poi da una ch aspirata. Questa radice avrebbe il significato di « fare un servizio » o « fare una missione »; quindi il sostantivo indica qualcuno che compie un servizio, una missione.
Qualche volta il testo biblico fa delle confusioni di terminologia; questi esseri, infatti, vengono chiamati sia malach, malachìm, sia navì, cioè « profeta » e così si crea confusione.
Qualche volta si trova anche il termine « figli di Dio », come appare nella Genesi, in un passo stranissimo: quando l’uomo cominciò a diffondersi sulla terra, i figli di Dio videro le figlie dell’uomo che erano belle (tovòt – o buone?) e si unirono a loro. Chi sono questi figli di Dio? Si sta parlando di qualcosa di positivo o negativo? Si dice ancora che in quel tempo c’erano i nefilìm sulla terra – nefilìm deriva da una radice ebraica che vuol dire « cadere »; allora sono « i cadenti » – e dopo che i figli di Dio si erano uniti alle figlie dell’uomo e queste avevano partorito, da essi nacquero eroi molto famosi. Qualcuno dice che questi « figli di Dio » sono degli esseri angelici che si sono uniti alle donne e da questa unione sono nati degli uomini particolarmente dotati. Qualcuno dice che sono i potenti della terra che chiamano se stessi « figli di Dio » e con la forza si sono presi le donne normali.
Non è senza significato che la Vulgata traduca il termine malach qualche volta con angelus e qualche volta nuntius.
Qualcuno ha osservato che ci sono alcuni libri biblici in cui non appare nessun riferimento agli angeli; ad es. nel Levitico, in Amos e in Rut.
La Bibbia non ci dà mai definizioni precise e perciò noi conosciamo la natura e la funzione degli angeli mettendo insieme le diverse informazioni che ci vengono dai vari passi in cui essi appaiono. Non si presentano mai come messaggeri di una volontà propria, ma compiono qualcosa da parte di un altro. Non hanno possibilità di agire indipendentemente. Ci sono delle espressioni caratteristiche, come ad es: « Io non posso fare niente, se non quello che ha deciso Dio ».
Non sono mai oggetto di preghiera; nessuno si rivolge all’angelo per chiedere qualcosa. Non si presentano mai come intermediari tra l’uomo e Dio. Hanno il compito di comunicare decisioni di Dio. Spesso hanno il compito di aumentare la gloria di Dio; una specie di corte che fa da coronamento alla gloria di Dio.
La dottrina su questi angeli si è diffusa abbastanza presto in Israele, qualcuno dice per influenze esterne da parte del mondo orientale. Secondo i miti che circolavano, la divinità è circondata da questi esseri strani, che sono metà uomo e metà divinità.
Torno alle fonti ebraiche. Talvolta gli angeli si presentano non tanto come esseri viventi, persone, ma piuttosto come personificazioni di determinate idee. L’angelo è visto come supporto dell’idea della giustizia, ad es. o di altre realtà. Quindi secondo qualcuno, si adopera il termine malach nel testo biblico non per indicare un essere che fa qualcosa di speciale, ma per evitare di attribuire a Dio delle azioni che sono umane.
Esodo 33: « L’Eterno si rivolse a Mosè dicendo: Vattene di qua tu e il popolo che hai tratto fuori dall’Egitto e manderò davanti a te un malach e caccerò il cananeo… ». Qualcuno dice che si può intendere che il popolo ebraico, nel suo viaggio verso la terra di Israele, è preceduto da un inviato, che deve provvedere a spianare la strada perché il popolo raggiunga la sua terra e a cacciare i nemici ivi presenti. Qualcuno dice che questo malach è Mosè, perché è lui che ha la missione di condurre il popolo. Qualcuno dice che il testo usa quel termine per dire che è Dio stesso in persona che guiderà il popolo e caccerà i nemici; si tratta di un artificio, per evitare di collocare Dio come protagonista di un’azione umana.
Quest’operazione di identificare Dio con un malach, la troviamo anche nella prima traduzione ufficiale della Bibbia, che è quella in aramaico; lì, tutte le volte che ci sono delle azioni umane, ad es. quando si dice che Dio stende la sua mano, che Dio parla, fa, ecc., il traduttore aramaico rende il testo così: « La parola di Dio fece, disse.. ».
Torniamo all’Esodo. Mosè vive il suo primo incontro con Dio: « Gli apparve l’angelo di Dio in una vampata di fuoco da dentro il cespuglio… »; Mosè si avvicina e sente la voce di Dio che gli parla. Anche qui non è detto che gli apparve Dio, ma l’inviato di Dio, il malach. O Mosè ha visto Dio, ha avuto la percezione di Dio, ma non si poteva dire che gli apparve Dio; oppure Mosè ha interpretato che quel roveto che bruciava fosse uno strumento inventato da Dio per sollecitare la sua curiosità. Allora era un angelo, era Dio, ma il testo non ce lo vuol dire, oppure era una sollecitazione?
Nel libro della Genesi il termine malach si trova molte volte; molti angeli compaiono. L’apparizione più famosa è quella dei tre malachìm che si presentano ad Abramo. Ma chi sono questi tre personaggi? Ognuno è libero di leggerlo nella chiave che gli è più congeniale; ci mancherebbe altro! Ma il testo è ambiguo, perché dice che Dio apparve ad Abramo, ma poi afferma che egli alzò gli occhi ed ecco, tre uomini erano davanti a lui. Cos’è successo? Appare Dio e poi vede tre uomini. Questi sono la rappresentazione di Dio; sono la stessa cosa o due cose diverse? Era Dio che gli parlava, o no? C’è una bella interpretazione, molto moderna, che dice che Dio è apparso ad Abramo, egli ha un incontro con Dio, ma quando alza gli occhi e vede i tre uomini, pianta in asso Dio e si occupa degli uomini. Abramo come simbolo di ospitalità, cioè dell’uomo che lascia il colloquio con Dio, per soccorrere degli uomini che potrebbero essere nel bisogno. Di fronte all’esecuzione di precetti che riguardano il nostro approccio con Dio, ha più importanza l’esecuzione di precetti che riguardano l’amore verso l’uomo; quasi fossimo invitati ad occuparci prima degli uomini, che in sé contengono in qualche modo Dio. Qualcuno dice invece che Dio era apparso ad Abramo sotto la sembianza di tre uomini.
Un altro esempio è quello del malach di Dio che si presenta due volte ad Agàr, concubina di Abramo, dalla quale egli ebbe Ismaele; l’angelo invita la donna a ritornare dalla sua padrona Sara, dalla quale stava cercando di fuggire, non sopportando più le sue angherie causate dalla gelosia. Ma chi era questo angelo? Dio in persona, o uno qualsiasi che passava di lì e l’ha invitata a tornare a casa? Ancora una volta appare un malach, quando Agàr viene cacciata da Abramo e si trova nel deserto col bambino che sta morendo di sete. I maestri dicono che una delle cause dell’esilio di Israele è la punizione per questo comportamento di Abramo verso Agàr.
Un’altra volta in cui appare un angelo è nella storia di Bilàm, uno stregone che i moabiti fecero chiamare per maledire Israele, invece di far guerra. Qualcuno vede in questa vicenda la storia successiva del popolo ebraico; nel corso della storia del popolo ebraico c’è stato qualcuno che ci ha combattuto con le armi, ma anche qualcuno che ha cercato di combatterci con le parole e qualche volta le parole sono ancora più dannose. Se voi guardate l’azione delle Nazioni Unite negli ultimi 50, 60 anni, vedete che 8/10 delle risoluzioni intraprese, sono contro Israele, fino ad arrivare ad affermare che il sionismo è sinonimo di razzismo.
Comunque, per tornare al testo biblico, questo stregone, invece di maledire, benedice Israele. Egli parte a cavallo di un asina e, lungo il cammino, gli si fa presente un malach di Dio con una spada sguainata nella mano; lui, però, non lo vede, ma l’asina sì e si ferma intestardita. Dopo varie percosse, l’animale si volta e comincia a parlare: « Perché mi picchi? Non sono io la tua asina con cui viaggi sempre? Se mi comporto così, ci dev’essere un motivo ». Lui risponde: « Se io avessi una spada in mano, ti ucciderei! ». Ma come? Il grande indovino, che doveva imprecare contro Israele e sterminare un popolo intero con le sue parole, ha bisogno di una spada per uccidere una povera asina! Alla fine anche Bilàm vede l’angelo di Dio, che parla a nome di Dio e lo avvisa che comunque lui farà solo quello che dirà l’angelo. Questo malach è un essere materiale, o solo qualcosa di minaccioso che si rende presente?
Ancora. Nella storia di Sansone c’è un angelo che compare alla madre, prima della sua nascita e le annuncia che avrà un figlio che sarà un consacrato di Dio. La donna comunica la cosa al marito, che non le crede. Il giorno dopo l’angelo ricompare e lei corre a chiamare il marito, che alla presenza del malach, si spaventa. Sembrava un essere umano qualsiasi, ma si sentiva la presenza di Dio, tanto che Manòach vuole offrirgli un sacrificio, ma l’angelo dice: « Se vuoi fare un sacrificio, offrilo a Dio » e poi sparisce. Al che i due personaggi rimangono molto spaventati, perché erano convinti di aver visto e vedere Dio significava morire.
Questi malachìm ritornano più volte ai tempi di Davide, ai tempi di Giosuè.
Torno indietro. Anche nella lotta di Giacobbe al fiume Jabbok, c’è un malach. Dopo una notte di lotta, al sorgere dell’alba, l’angelo annuncia che deve partire, ma Giacobbe vuole trattenerlo, perché ha capito che ha lottato contro qualcosa di divino e vuole una benedizione. Qui riceve il nome nuovo di Israele, che contiene delle radici che significano « hai combattuto con Dio ». Tutto il racconto è molto bello. Una delle interpretazioni dei nostri maestri è che l’angelo che aveva combattuto contro Giacobbe era l’angelo protettore di Esaù. Ognuno di noi ha un angelo protettore; Giacobbe si è scontrato contro quello che rappresentava il punto di vista di Esaù. C’è una lotta fisica tra Giacobbe e le idee di suo fratello. La bellezza di quella frase: « Ferma, perché sta per venire il mattino », è intesa in senso messianico: noi, nella notte dei tempi, lottiamo, ma quando si comincia a intravedere la luce, basta, la lotta cessa. Giacobbe si sarà domandato: « Ma io come ho speso la mia vita? Esaù aveva ragione o aveva torto? Io portatore di una cultura, lui di un’altra… »; quasi un confronto profondo tra lui e il fratello. Sapete che la conseguenza di questa lotta è stata fisica: Giacobbe è rimasto leso al nervo sciatico e perciò claudicante per tutta la vita; qualcuno interpreta questo fatto, come l’insorgere di una malattia psicosomatica. Aveva talmente lottato, che ricevette una ferita fisica. C’è una simbologia ben precisa: nell’ebraico biblico si dice che uno nasce dalla coscia di un altro. Questa lotta tra Giacobbe ed Esaù ha avuto delle conseguenze sulle generazioni successive.
Risulterebbe, leggendo con attenzione, che succede sempre che un malach compie una sola missione; se ci sono due missioni da compiere, si chiamano due malachìm e così via. E’ un bell’insegnamento per noi: ognuno ha un incarico da portare avanti. Quindi i tre malachìm che sono apparsi ad Abramo avevano tre scopi diversi: uno quello di comunicargli che sua moglie avrebbe partorito un figlio. Infatti nel capitolo successivo si parla più solo di due malachìm; il terzo, terminata la sua missione, se n’era andato. I due malachìm rimasti, che vanno a Sodoma, hanno due incarichi diversi: uno di salvare Lot e l’altro di sollecitare la distruzione della città.
Apro un altro capitolo molto rapido. C’è tutto un altro settore che lascia spaventosamente perplessi. Qualcuno stabilisce un nesso tra questi malachìm e i famosi cherubini, cherubìm. Nella Bibbia si dice che gli Ebrei nel deserto ebbero l’incarico di costruire il tabernacolo, cioè una specie di santuario portatile, con una serie di dispositivi, con al centro una tenda e dentro una cassetta e dentro di essa le tavole dei comandamenti; sopra questa cassetta c’era un coperchio d’oro e sopra il coperchio due cherubìm. Nessuno sa cosa sono. Siccome il testo dice che i due si guardano l’uno con l’altro e hanno delle ali che si incontrano al di sopra di loro, si deduce che sono figure di angeli. Questo ci lascia molto perplessi, scandalizzati: ma come ? proprio in quel contenitore dove sono le tavole della Legge, che dice di non farsi sculture, ci sono due sculture che sembrano quasi umane! Qualcuno dice che sono due figure umane, che si guardano l’una con l’altra, quasi a sottolineare che il fulcro della norma sta nel fatto che un uomo non può vivere da solo, ma deve vivere in società e dobbiamo guardarci in faccia col nostro prossimo, non possiamo girar le spalle. Qualcun altro dice, invece, che queste statue sono un’indicazione pesante che ci è assolutamente proibito fare atti di idolatria, cioè attribuire valore soprannaturale a cose che, invece, sono fisiche. Questa idolatria va interpretata in modo talmente amplificato, che non si deve nemmeno fare un’idolatria dell’idolatria. Qualcun altro ancora dice che non è vero che si tratti di statue di esseri umani, perché, in realtà, non si sa che cosa significhi cherubìm. Si parla di due elementi che si guardano l’uno con l’altro, ma non necessariamente hanno forma umana; potrebbero essere due pietre una di fronte all’altra. Guardarsi può anche voler dire solo stare uno di fronte all’altro. Le ali farebbero pensare a una struttura a noi sconosciuta, che dovrebbero evocare le nuvole. Una delle denominazioni con cui è chiamato Dio è « colui che cavalca sui cherubini » e l’espressione ebraica rochèv hacherubìm, presenta la stessa radice resh, caf e bet, con metatesi. Ciò significa che Dio è colui che sta al di sopra di tutto; nell’immaginario dell’uomo antico, al di sopra di tutto ci sono le nubi e perciò Dio è Colui che sta al di sopra anche delle nubi e sovrintende al mondo. Perciò quelle figure ricordavano il cielo, quasi a ricordare che la Legge è straordinariamente difficile.
La letteratura post-biblica è ricchissima di elementi riguardanti gli angeli, molto spesso inventati. Si sono dati anche dei nomi: ad es. Michaèl, Rafaèl, Metatròn, Razièl. Chi più ne ha, più ne metta. Questi personaggi sono interpretati come esseri che sovrintendono, per conto di Dio, a determinate situazioni del genere umano. E’ il discorso degli intermediari, cioè il pensare che tra gli uomini e Dio ci siano degli intermediari; ma siamo nella fantasia.
Si dice addirittura che questi esseri siano stati creati prima dell’uomo; anche qui il discorso è difficile. Dal testo biblico si sa che l’uomo è stato l’ultima creazione di Dio, nell’ambito della sua opera creativa, nel sesto giorno. Perché nel sesto giorno e non prima? Qualcuno dice che sia per tenerlo in umiltà, visto che le formiche, ad es. sono state create prima di lui; l’uomo non deve darsi tante arie. Qualcuno dice che l’uomo sia stato creato per ultimo, perché fino alla fine Dio ha avuto dei dubbi se creare l’uomo o no e siccome si rendeva conto che la creazione dell’uomo poteva mettere in forse la creazione di tutto il resto, nella sua infinita sapienza, prima di creare l’uomo, avrebbe interpellato i malachìm, quegli esseri precedenti, forse intesi come tutto il resto del creato, per chiedere se avrebbe dovuto creare l’uomo o no. Il testo talmudico dice che gli angeli si sono divisi in partiti e, conteggiati i voti, è risultata una metà favorevole e l’altra metà contraria; Dio ha messo il suo voto a favore della creazione ed è nato l’uomo. Questi malachìm, allora, sono il prototipo dell’uomo, oppure si tratta delle altre cose create; le stelle, la luna, le piante, la natura, le galassie, che sono strumenti nelle mani di Dio?
Uno dei compiti di questi malachìm, che circondano la gloria di Dio, è quello di lodare Dio e di porgere a Dio le preghiere che facciamo noi.
Qualcuno si domanda se Dio preferisca gli uomini o gli angeli e la risposta è favorevole a noi uomini, perché gli angeli pregano Dio una volta al giorno, mentre noi Lo preghiamo più volte al giorno.
Visto che sono gli angeli a portare le nostre preghiere a Dio, si sollecita a pregare in lingua ebraica, perché gli angeli capiscono solo l’ebraico. Quando preghiamo per la guarigione di un malato, possiamo farlo anche in un’altra lingua, perché noi presupponiamo che al capezzale del malato ci sia Dio in persona, che capisce tutte le lingue.
Qualcuno dice che un altro compito degli angeli è quello di accompagnare i giusti in paradiso.
Il Maimonide, grande filosofo, nel suo trattato filosofico « La guida dei perplessi », parla dei malachìm e dice che non è vero che siano esseri umani, pseudoumani o sovraumani, ma sono idee intellettuali che partono dal nostro corpo. Quando io penso a qualcosa di non materiale; ad es. a Dio, alla giustizia, alla presenza, alla bontà di Dio, queste cose sono degli esseri che hanno la loro vita indipendente, ma non pensate che abbiano la forma di messaggeri, ecc. Sono il prodotto delle nostre considerazioni intellettuali e queste idee si presentano continuamente sotto aspetti diversi. Quando penso a un’ideologia, non è che la penso sempre allo stesso modo, ma, a seconda della mia preparazione, del mio stato d’animo, ecc. la considero da angolature diverse. Maimonide fa riferimento a una famosa frase della Genesi, con cui Dio caccia Adamo ed Eva dal giardino di Eden, perché non mangiassero il frutto della vita e diventassero immortali. Dio mette a guardia del giardino i cherubìm e « il filo della spada affilata che si rivolta », per custodire la strada dell’albero della vita. Questa spada, che si cambia, si sovverte, sono i malachìm, cioè queste idee che noi abbiamo e che si possono presentare in forma diversa. I malachìm sono parti del nostro pensiero e raziocinio.
Si dice che quando Adamo è stato creato, aveva accanto a sé due malachìm; è l’idea secondo la quale noi siamo sempre accompagnati da un malach. Adamo ne aveva due; uno aveva il compito di arrostirgli la carne (non risulta che l’uomo fosse carnivoro allora!) e l’altro aveva il compito di versargli il vino. Questo è uno scherzo, ma il problema è rispondere alla domanda che cosa facesse Adamo dentro questo giardino, come passava il tempo. A contemplare? Tenuto conto che il testo dice che Dio ha messo l’uomo lì dentro allo scopo di lavorarlo e custodirlo; ma come lavorarlo? E custodirlo da che cosa?
Ritorna la faccenda dell’angelo che interviene nei momenti cruciali.
Un midrash racconta che quando Mosè era piccolo ed era stato allevato alla corte di Faraone, gli stregoni avevano detto a Faraone che quel ragazzino gli sarebbe costato il trono. Avendo creduto a questo, faraone prese Mosè e lo pose davanti a una corona e a un tizzone ardente: se Mosè avesse preso la corona, voleva dire che tendeva al regno, al contrario, significava che i maghi avevano torto. Si dice che Mosè stava per prendere la corona, il che gli sarebbe costato la vita; ma è venuto un angelo, che gli ha spostato la mano e gli ha fatto prendere il tizzone ardente e se l’è messo in bocca, come fanno i bambini con tutto quello che prendono in mano. Così Mosè è rimasto balbuziente, ma si è salvato la vita. La stessa cosa sarebbe capitata alla regina Ester. Quando si trovò davanti al re, che le chiedeva cosa volesse da lui, lei voleva dirgli che lui si era comportato nei confronti degli Ebrei come un uomo crudele e nemico, perché aveva firmato i decreti antiebraici e che lei voleva sopprimere questo uomo crudele e nemico; mentre diceva queste cose, Ester puntava il dito contro il re, ma venne un angelo e gli ha spostato il dito verso Amàn.
Questo vuole dirci che tante volte anche noi sentiamo l’istinto di fare una certa cosa, ma poi ci viene un’ispirazione per fare in altro modo; è casuale, è un istinto, oppure c’è qualcosa che ci guida?

Publié dans:ANGELI ED ARCANGELI, EBRAISMO |on 1 octobre, 2014 |Pas de commentaires »

Rav Alberto Funaro suona lo Shofar al Tempio Maggiore di Roma

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Publié dans:EBRAISMO, EBRAISMO: LE FESTIVITÀ |on 24 septembre, 2014 |Pas de commentaires »

IN ARRIVO ROSH HASHANAH, IL CAPODANNO EBRAICO

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IN ARRIVO ROSH HASHANAH, IL CAPODANNO EBRAICO

Notizia inserita il 22/9/2014

Al tramonto del 24 settembre in tutte le comunità ebraiche prenderanno il via le celebrazioni dello Rosh Hashanah, il capodanno ebraico: la festa dura due giorni ed è anche occasione di introspezione, bilancio e propositi di miglioramento nel rapporto con il prossimo
La celebrazione di Rosh Hashanah, assieme a Yom Kippur, è parte di uno dei due giorni solenni del calendario biblico. Il termine letteralmente significa « capo dell’anno » e avviene tra il primo ed il secondo giorno del mese di tishrì (settembre-ottobre). Quest’anno esso viene celebrato tra il 24 e il 26 settembre.
Secondo la tradizione ebraica, questo giorno coincide con l’anniversario della creazione di Adamo ed Eva e viene chiamato, perciò, anche Giorno del Ricordo, enfatizzando la particolare relazione tra il Dio Creatore e l’umanità.
Nel Talmud è scritto che «a Rosh Ha-Shanà tutte le creature sono esaminate davanti al Signore». Non a caso tale giorno, nella tradizione ebraica, è chiamato anche « Yom Ha Din », il giorno del giudizio. Il giudizio divino verrà sigillato nel giorno di Kippur, il giorno dell’espiazione. Tra queste due date corrono sette giorni che sommati ai due di Rosh Ha-Shanà e a quello di Kippur vengono detti i « dieci giorni penitenziali ».
Il giorno di Rosh Hashanah pone una certa attenzione sul rapporto di ogni uomo con il proprio prossimo e con Dio, come anche sui propositi di miglioramento.
LO SHOFAR – L’osservanza centrale di Rosh Hashanah è il suono dello shofar, il corno di montone, che rappresenta il suono di tromba eseguito in occasione dell’incoronazione di un re da parte del suo popolo. Il suono dello Shofar rappresenta una chiamata al pentimento (teshuvà), che è altresì connessa al peccato del primo uomo e al pentimento per esso. Lo shofar rammenta, inoltre, il dono della Torah nel Sinai, che fu proprio accompagnato da questo suono e allude anche al passaggio escatologico di Isaia 27:13, che annuncia i tempi messianici e descrive un grande shofar, una « grande tromba ».
Il corno di montone è anche un simbolo connesso al sacrificio di Isacco e alla prontezza di Abrahamo nell’ubbidire al proprio Dio.
Israele, per Rosh Hashanah, supplica Dio che «il merito di Abrahamo possa stare sopra l’intero popolo» sicché Dio, nella sua compassione e misericordia, provveda un anno di vita, salute e prosperità. Durante il servizio del Capodanno, il popolo assiste al suono congiunto di cento shofar. Questo suono, biblicamente, serviva da segno per l’annuncio della santa convocazione, per cui Rosh Hashanah è detta anche la Festa delle Trombe.
I passaggi della Bibbia che descrivono questa celebrazione sono Levitico 23:23-25 e Numeri 29:1-6.

LA CELEBRAZIONE – Per Rosh Hashanah vengono consumati alcuni cibi dolci come una fetta di mela immersa nel miele (simbolo del desiderio di un anno dolce), i chicchi di un melograno (simbolo della richiesta che il popolo possa essere numeroso proprio come i chicchi di questo frutto) e altre pietanze tipiche. Inoltre, vengono recitate delle benedizioni vicendevoli utilizzando le parole Leshanah tovah tikateiv veteichateim (« che tu possa essere iscritto e sigillato per un buon anno ») e ha luogo l’enunciazione del Tashlich, una particolare preghiera recitata in prossimità di una fonte d’acqua (mare, fiume, stagno ecc.), dopo essersi svuotati le tasche, a simboleggiare il disfarsi delle colpe commesse e un impegno simbolico a rigettare ogni cattivo comportamento, evocando il versetto biblico di Michea 7:19 («Getterai i nostri peccati nelle profondità del mare»).
In questo giorno vengono altresì svolte le consuete azioni dei giorni festivi che includono il Kiddush e la benedizione sulla Challah (pane intrecciato tipico del sabato ebraico, lo shabbat).

(a cura di Ambra Marchese)

Publié dans:EBRAISMO, EBRAISMO: LE FESTIVITÀ |on 24 septembre, 2014 |Pas de commentaires »
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