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IL MEMORIALE NEL LUNGO CAMMINO DI ISRAELE E CONTINUITÀ DI QUELLO CRISTIANO [*]

http://www.nostreradici.it/memoriale-Fozzati.htm

(ci sono delle immagini sul sito, da vedere)

IL MEMORIALE NEL LUNGO CAMMINO DI ISRAELE

E CONTINUITÀ DI QUELLO CRISTIANO [*]

DI RENZA FOZZATI

“La fede e la vita religiosa del popolo ebraico così come sono professate e vissute ancora oggi, possono aiutare a comprendere meglio alcuni aspetti della vita della Chiesa … È ancora il memoriale che ci viene dalla tradizione ebraica”. (Giovanni Paolo II)
1. Il memoriale: quando «allora» diventa «ora»
2. Il memoriale nel lungo cammino di Israele
3. Il memoriale e la benedizione pietra di fondamento

1. Il Memoriale: quando « allora » diventa « ora » (T. Merton)   
“La salvezza è nel ricordo” (Baal Shem Tov)
Nel silenzio di una notte di primavera, nella raccolta intimità di “una sala al piano superiore” (« cenaculum magnum stratum ») in Gerusalemme (Lc 22,12) un giovane Rabbi « celebra » una cena rituale insieme ai suoi discepoli : una dozzina di uomini in quel momento commossi e sconcertati. E pronuncia, compiendo gesti antichi, parole nuove: « Eis ten emèn anàmnesin: fate questo in memoria di me » (I Cor 11, 24-25).
Venti secoli dopo, il massimo magistero della Chiesa cattolica affermerà: « Il nostro Salvatore istituì il sacrificio eucaristico per affidare alla Chiesa il memoriale della sua morte e della sua resurrezione » (cfr. « Sacrosanctum Concilium », 47). È vero che il Concilio di Trento aveva già proclamato che per mezzo della Messa doveva essere « rappresentato quel sacrifìcio cruento compiuto una volta sulla croce cosicché « la sua memoria perdurasse fino alla fine del tempo » (cfr. Sess. XXII, Ds 1740).
Ma – commenta B. Neunheuser – la teologia medievale ha trascurato i termini ‘commemoratio’, ‘memoriale’, ‘memoria’ come meno appropriati. La situazione cambierà solo negli ultimi decenni. Lo studio rinnovato ed intenso delle fonti nel campo dell’esegesi e della patristica ci ha insegnato a comprendere e valutare di nuovo il concetto di memoriale nel suo senso pieno.
II memoriale è una memoria-reale, la ripresentazione (re-presentatio) di ciò che è commemorato, la presenza reale di ciò che è storicamente passato e che qui e ora si comunica in modo efficace.
Oggi si è pienamente concordi nel ritenere che il retroterra dell’ordine di Cristo: “fate questo in memoria di me” vada ricercato nel mondo biblico-giudaico del Primo Testamento. Forme della radice z k r ricorrono nella Bibbia ebraica circa 288 volte. Questo verbo gioca un ruolo essenziale nella auto-rivelazione di Dio. Questa memoria di Dio non è un semplice ‘ricordarsi’ ma è piuttosto un comportamento di Dio. Ciò riveste una particolare importanza in quei passi in cui z k r esprime l’obbligo che Israele ha di dedicarsi alla memoria cultuale ».
Pertanto, all’interno dell’Alleanza l’istituzione cultuale di Dio è, da parte dell’uomo, attualizzazione e ‘perennizzazione’ dell’azione salvifica storica compiuta una volta da Dio. Un tema fondante, dunque, ma quasi mai preso in considerazione nel tempo (molto meno di alleanza, elezione, patto). È merito del Concilio Vaticano II l’aver recuperato a fondamento del suo insegnamento del mistero liturgico la centralità della memoria celebrata: così Cristo ritrova il suo posto nel cuore stesso di quel mistero di cui è il fondamento.
Questa può essere la motivazione base della riflessione su queste pagine. Non può essere l’unica visto che non ci è lecito ridurre l’inesauribile e inesausta ricchezza dell’azione di Dio all’opera per e con il suo popolo ebraico, a pura premessa dell’oggi cristiano. Si tratta più propriamente di un doveroso atto di riconoscimento dell’identità di Israele e del suo significato perenne.
Per tutti questi motivi (e altri ancora: di studio di scoperta, di gratitudine) torniamo a quella notte nella « sala superiore » di una Gerusalemme in preghiera e cerchiamo quale consapevolezza quale senso di appartenenza fremeva nell’intimo del giovane Rabbi Gesù.
Noi non faremo riferimento se non al senso del memoriale biblico-giudaico, tacendo del suo rapporto con la realtà cristiana.
Riemergente lungo tutte le Scritture di Israele, l’evento fondante di tutta la sua realtà storico-teologica – Mar Rosso – Sinai – si condensa soprattutto nel libro dell’Esodo e del Levitico.
Gesù ha presente tutta la forza epica del racconto dell’uscita dall’Egitto, del cammino nel deserto e tutta la minuziosa, appassionata normativa degli olocausti (di espiazione, di comunione, pacifici) della consacrazione sacerdotale con il rito del lavacro. Questo Gesù lo sapeva. Questo era sempre stato nella sua riflessione e nella sua preghiera. Da quelle profondità approda il gesto di Gesù sulla tovaglia del Cenacolo.
In quelle parole arcaiche velate di incenso, fragranti di oli e di pani, popolate di sacerdoti e di vittime, nobilitate dalla imponenza del Tempio risonante delle invocazioni possenti del sacro qãhãl, santificato dalla Shekinah, Gesù « ha abitato » con tutta l’intensità della sua giovinezza fedele.
Scrive il pensatore ebreo A. J. Heschel: « L’esperienza di Dio non è per Israele il frutto di una ricerca. Non è stato Israele a scoprire Dio; Israele piuttosto è stato scoperto da Dio. E la Bibbia è la testimonianza dell’accostarsi di Dio al suo popolo. Infatti nella Bibbia si trovano più affermazioni che testimoniano l’amore di Dio per Israele, che non viceversa. Non siamo stati noi a scegliere Dio, è stato Lui che ha scelto noi.
Non c’è nessun concetto nella Bibbia di un Dio eletto, ma c’è invece l’idea di un popolo eletto.
Tormentati, perseguitati da torti e inimicizie, i nostri padri hanno continuato, malgrado tutto, a gioire di essere ebrei. In quanto parte di Israele, noi possediamo una rara e preziosa consapevolezza: la consapevolezza di non vivere nel vuoto. Mai ci sentiamo straziati dall’ansia e dal terrore di vagare in un vuoto di tempo.
A noi appartiene il passato e, di conseguenza, non abbiamo paura del futuro. Ricordiamo l’inizio e crediamo in una fine. La nostra vita si svolge tra due poli della storia: il Sinai e il Regno di Dio » (Dio alla ricerca dell’uomo. Ed. Borla).
II Dio biblico è il Dio della storia, che cammina alla testa del suo popolo che esce dalla schiavitù dell’Egitto, che lo guida attraverso il Mar Rosso, che lo accompagna, umiliato Nome, tra prigionieri umiliati, nell’esilio assiro e babilonese.
Ben diverso dagli dèi cananei, egiziani e assiri, dèi della natura, dei fiumi, della fertilità, delle greggi delle stagioni, della fecondità dei campi, dei « a dimora fissa » ; è un Dio che cammina nel deserto e abita sotto una tenda.
Il Dio biblico non è un Dio che venga fuori da una serie di sillogismi, è lontanissimo dal Dio dei filosofi greci con le loro sublimi architetture logiche. Dire « il Dio di Abramo, di Isacco e di Giacobbe » non è come dire « il Dio della verità, della bontà e della bellezza ». Abramo, Isacco, Giacobbe, non sono idee e princìpi. Sono persone in carne e ossa con una storia, con una vita drammaticamente densa di eventi.
Nell’ambito delle culture cananee ogni tempio, ogni stele e persino ogni casa venivano rese sacre da un sacrifìcio o rito d’alleanza con la divinità locale. Ciò che distingue queste iniziative dalla grande alleanza di cui Israele si sente privilegiato, a partire dall’elezione di Abramo e dall’alleanza stipulata con lui e la sua discendenza da parte dell’unico Dio, sancita sul Sinai con Mosé, confermata a Sichem da Giosuè, ampliata con David, restaurata dopo l’esilio con Esdra, sta nel punto di partenza dell’iniziativa. Nelle alleanze cananee era l’uomo che, per paura o per chiedere protezione, proponeva un patto alle varie divinità e se le propiziava con offerte e sacrifìci: erano cioè alleanze nate da atti sacri compiuti in risposta a una domanda di protezione. Per gli ebrei è esattamente il rovescio: l’alleanza, il Patto è partito non dall’uomo ma da Dio stesso in una scelta totalmente gratuita che ha trasformato un piccolo popolo seminomade in una « sua proprietà, popolo sacerdotale e nazione santa » (Es 19,5-6).
La Parola convocante costituisce la comunità: Israele non è « preso tra i popoli » perché ancora non esisteva. Comincia ad esistere quando Dio gli parla. La nostra mentalità occidentale ci porta a considerare le parole esclusivamente come veicolo del pensiero che vogliamo esprimere. Per lo spirito ebraico invece, la parola è qualcosa di più. È piuttosto veicolo di una forza. La mentalità semitica concepisce la parola come una realtà vivente che ha in se stessa potenza, dinamismo. La parola ebraica « dabar » non indica una « parola-pensiero », bensì una « parola-azione », « parola-fatto ».
« La parola uscita dalla mia bocca… opererà tutto quello che io voglio e compirà quelle cose per le quali l’ho mandata » (Is 55,11).
E poiché l’azione di Dio è per tutto Israele (l’Israele dei tempi, del presente e del futuro e per il futuro di tutta l’umanità, « le genti ») , Israele racconta. E nascono i primi racconti che si condenseranno poi in segni sul papiro e sulla pergamena (e fino ai nostri computer!).
Nasce il libro dell’Esodo, al cui centro è cantata la testimonianza teologica della solidarietà di Dio con un popolo oppresso, un legame divino-umano che sostituisce legami di oppressione con un patto di alleanza e sigilla la solidarietà del Dio liberante con il popolo liberato. Liberato per obbedire a Dio: « Noi faremo e ascolteremo » (Es 24,7).
Israele racconta e ricorda. E nasce il memoriale, questo « unicum » di Israele che fonde storia e cronaca, ieri e oggi, in tutta l’estensione dell’azione di Dio coinvolto nella storia dell’uomo. Che nobilita il presente e dà senso, un orizzonte di senso, all’esistenza dell’uomo, che fonda la speranza, che libera dalla spirale del ripetitivo, che squarcia i cieli.
Il memoriale è un rivivere vibrante: ora dolente, ora esaltato, ora rallegrantesi, ora stupito, contemplante, lodante, ringraziante. Con i gesti, le parole, i silenzi, le cose. Se si prende sul serio l’impegno di Dio con la creatura, capiamo perché il memoriale sia il luogo indispensabile, imprescindibile in cui si dice Dio. Questo Israele ha intuito: Dio è sempre lo stesso, è l’identico. L’uomo cambia. Il memoriale fa sì che l’Eterno abiti il tempo e ciò che è temporale abiti l’eternità e l’infinito. E tanto è vero che questo è nella linea del pensiero divino che niente è più consono alla nostra natura di uomini che ripetere i grandi momenti del nostro vissuto. Israele non può prescindere dal memoriale. Attraverso la categoria del memoriale, Israele mostra di aver « sentito » l’amore del suo Dio.
Dio asseconda – perché le ha create – le dinamiche della relazione: riunirsi, incontrarsi, raccontare, riconoscersi. Il memoriale è dell’ordine strutturante, non accessorio. Nella relazione con Dio il solo ricordo storico rimarrebbe qualcosa di incompiuto, di non vitale. Ma non può esistere rapporto con il Vivente che non attenga all’ordine dell’esistenziale.
Per questo Israele non solo ricorda e racconta. Il suo ricordare e raccontare (Magnalia Dei) si fa celebrazione. « Il memoriale è un rispondere alla presenza di un Vivente. È entrare nell’esperienza totale di Dio. Il memoriale immette radicalmente nell’oggi di Dio » (Maggioni).
E questo non nel senso di una ri-presentazione dell’evento fondatore (Esodo-Sinai) al popolo, bensì nel senso di una ri-presentazione del popolo all’evento fondatore.
L’evento fondatore rimane un evento unico (ephapax) irripetibile. È la comunità cultuale che ritorna al mare, poiché nella fede dei padri era già là, poiché nella fede con cui essa celebra il rito superando ogni limite di tempo e di spazio, effettivamente è sulla riva del mare, è ai piedi della santa montagna. Ancora oggi il padre di famiglia, durante il Seder ammonisce; « Ognuno è tenuto a vedersi come essendo proprio lui uscito dall’Egitto » (Haggadah).
Tutta la Liturgia ebraica scaturisce dal Memoriale. Il culto si forma in Israele attorno alla memoria storica delle gesta del Signore. Per Israele il culto è il momento in cui tutto il popolo diventa contemporaneo dei grandi fatti della storia biblica.
Israele arriva solo in un secondo momento a percepire Dio come Creatore. Fondamento di Israele è la ri-memorazione di Dio Liberatore. La storia è interpretata come storia di salvezza, manifestandosi in tutta la sua unità e continuità! C’è un unico disegno di Dio sull’umanità. Ne fanno fede i tre grandi « Credi » : Dt 6, 20-25. 26, 5- 10; Gs 24, 2-13. La nota distintiva dei culto è quella di rendere attuale il passato e trasformarlo in memoria esistenziale per il credente.
2. IL MEMORIALE NEL LUNGO CAMMINO DI ISRAELE            
In questa parte della riflessione si è fatta la scelta motivata di « non fare riferimento se non al senso del memoriale biblico-giudaico, tacendo del suo rapporto con la realtà cristiana », ampiamente trattato nei altri capitoli.
Ripartiamo dunque dal Cenacolo, ma per subito incamminarci lungo il percorso di Israele. Quello che per i pellegrini cristiani è il Cenacolo in Gerusalemme, ora è un edificio a due navate, diviso da tre maestose colonne di chiara impronta gotica trecentesca. Un « mihrab », cioè la nicchia di orientamento per la preghiera verso la Mecca, ne rivela la perentoria trasformazione in moschea.
Gli ebrei sono soliti dire che « non Israele ha custodito il sabato, ma il sabato (la sua amorosa, fedele osservanza) ha custodito Israele ».
Si può con altrettanta verità dire che « non Israele ha custodito il Memoriale, ma il Memoriale ha custodito, vivificato Israele, nella sua pluri-millenaria, spesso tragica storia ».
L’uscita dall’Egitto è l’avvenimento più ricordato nella tradizione ebraica. Esso è presente nella vita dell’ebreo non solo durante gli otto giorni di Pesach ma tutto l’anno, in molti passi della liturgia quotidiana.
Il cristianesimo ha preso molto presto le distanze da quella che pure era e rimane la sua radice.
Lo ha fatto con estrema veemenza proprio a proposito della Pasqua quando nel 325, al Concilio di Nicea, decise di dissociare la data della festa cristiana da quella ebraica, con parole come queste: « Sarebbe indegno che noi ci conformassimo alle usanze degli ebrei che hanno sporcate le loro mani con i più atroci crimini e sono rimasti ciechi spirituali. Non vogliamo avere più nulla in comune con il popolo ebraico ».
Ma Israele continua il suo cammino. Aveva scritto Paolo: « I doni e la chiamata di Dio sono senza pentimento » (Rm 11,29) e, dopo secoli di negazioni, Giovanni Paolo II proclamerà: (Magonza, novembre 1980): « L’antica alleanza non è mai stata revocata ». Il nostro Catechismo degli adulti sintetizza così efficacemente questo densissimo cammino: « Già in epoca biblica questo piccolo popolo rischia ripetutamente di essere distrutto dai potenti vicini e ripetutamente, contro ogni ragionevole previsione, riesce a salvarsi: così con gli egiziani, con i filistei, con gli assiri, con i babilonesi, con Antioco Epifane. Le aggressioni proseguono nei secoli della nostra era. Non è possibile dimenticare le ribellioni duramente represse dai romani, i sanguinosi tumulti popolari antigiudaici nel medioevo, la cacciata dalla Spagna nel secolo XV, l’insurrezione cosacca nel secolo XVII, infine lo sterminio nazista di milioni di ebrei. Una tragica catena di violenze, una tradizione di martirio. È davvero sorprendente che sopravviva e conservi la propria identità una minoranza, privata della sua terra, dispersa in mezzo a molte nazioni, emarginata e perseguitata. La Bibbia, per quanto riguarda le crisi più antiche, attribuisce esplicitamente l’imprevedibile salvezza alla fedeltà di Dio: è da pensare la stessa cosa per quelle successive » (n.445).
Ricordare celebrando non è iniziativa di Israele. È volere di Dio. « Ricordati di queste cose o Giacobbe, o Israele, perché tu sei mio servo, io ti ho fatto. Tu sei mio servo, o Israele. Non ti dimenticare di me ». (Isaia 44,21).
L’esodo, così difficilmente identificabile nei suoi contorni storici sfumati dalle lontananze secolari è quanto di più presente all’identità ebraica nel tempo. Diventerà la chiave interpretativa delle diverse fasi storiche di questo popolo. Il secondo Isaia (cc. 30-55) canterà il ritorno concesso da Ciro (VI secolo a.C.) adottando tutte le categorie simboliche e teologiche del libro dell’Esodo. E la Sapienza (cc. 11-19) (I secolo a.C.) celebrerà su questa traccia l’ingresso della storia nella pienezza escatologica.
A partire da Giosué (5,10-12) la Pasqua è memoriale.
Nel deserto la Pasqua dev’essere stata celebrata con la manna. È ancora una Pasqua di miracolo. Da Giosué comincia la Pasqua-racconto. Ed è estremamente toccante nella sua asciutta severità la constatazione dell’autore sacro: « mangiarono dei frutti della terra, pani azzimi … e non ci fu più manna per Israele ». ( Gs 5,11-12).
Israele continua a essere Popolo perché continua a celebrare l’Alleanza con il suo Dio. Anche oggi è così.
Dai secoli è così. Perché in Israele il fare memoria non è « dire » soltanto, ma è « sperimentare ».
Questa è l’inaudita intuizione di Israele :aver percepito che Dio sempre opera e che lui, Israele, vivrà finché si lascerà « lavorare » da Dio, cooperando.
La tradizione non è un fatto di illuministica citazione. È l’impegno travolgente di continuare a vivere. Scrive il premio Nobel per la pace (1986) Elie Wiesel: « Che è essere ebrei? È essere. Essere presenti nel mondo, inventare ogni giorno il nostro ruolo in una storia incomprensibile. Essere, e custodire la memoria che è alla base di questo essere. Essere e aspettare ». E scrive il Card Ratzinger:  » A Israele (distrutto il Tempio) fu dato di vivere una nuova esperienza. Non poteva celebrare nessuna liturgia … Poteva solo soffrire per amore di Dio. I suoi spiriti più grandi colsero per illuminazione di Dio che questa sofferenza dell’Israele credente era il vero sacrificio, il nuovo, grande culto con cui presentarsi davanti a Dio … ». Fede, speranza, sofferenza, nel corso dei secoli si condensano e si esprimono in quell’ « unicum » liturgico e anche letterario che è l’Haggadah, la narrazione che innerva tutta la interminabile cena pasquale, il Seder che la famiglia ebraica celebra ogni anno al plenilunio del mese primaverile di Nissan.
Il filo d’oro della liturgia familiare, che si annoda direttamente alla liturgia del Tempio scomparso nel ’70, con il quale scompare anche l’agnello sacrificato, è il segno di una continuità mai spezzata. La traccia minuziosa si ritrova nel trattato « Pesahim » del codice giuridico ebraico chiamato « Mishnah » (dalla radice « Shanah », ripetere) che risale a dopo la distruzione del Tempio ma raccoglie tutte le indicazioni precedenti, molto più antiche.
Impossibile – e non è nostro compito qui – percorrere tutto il complesso e lunghissimo cammino dello strutturarsi dell’Haggadah che compare oggi sulle mense pasquali ebraiche. Diciamo soltanto che esso è l’unico libro liturgico illustrato; che dal 1482 a oggi sono uscite circa 3000 edizioni diverse di Haggadah le quali cominciano ad apparire illustrate dal 1320 con splendide miniature; che dal 1550 dovranno avere l’imprimatur della Inquisizione (!); che ogni famiglia, nella fedeltà alla sostanza « personalizza » la propria Haggadah (se è vero che su una rivista ebraica italiana si è potuto simpaticamente leggere di recente: « Una Haggadah on line: il sito « www.torah.it » pubblica una Haggadah traslitterata completa di traduzione e note. Chiunque può scaricarla in formato word per stamparla e anche modificarla ad uso del proprio Seder di Pesah ».
Il Pesach ebraico ha lo scopo di ricordare e di insegnare, e lo si festeggia particolarmente in casa, in famiglia con una cena chiamata Sèder, cioè ordine. Ordine in quanto si sviluppa e dipana con una serie ordinata e codificata di rituali consistenti in domande e risposte, letture, canti, cibi che hanno un loro significato e simbolismo.
Nel vassoio al centro del tavolo c’è l’azzima, a ricordo del pane non lievitato nella fretta della partenza; c’è l’erba amara, a ricordo dell’amarezza della schiavitù; e l’impasto di frutta (charòset) che simboleggia il fango con cui gli schiavi ebrei erano obbligati a fabbricare mattoni. C’è la zampa d’agnello, a ricordo del sacrificio dell’agnello in quella drammatica notte; e c’è l’uovo, che simboleggia i cambiamenti della sorte umana.
Tutti ascoltano le domande che il figlio o i figli rivolgono al padre sul significato di una tale sera così diversa dalle altre. Commenta il Pastore Martin Cunz:  » II seder non è un pasto memoriale molto pio. La salvezza di un tempo diventa davvero presente attraverso il ricordo concreto tramite i cibi simbolici e i racconti esplicativi. E come si lascia la porta socchiusa per il profeta Elia, così durante il seder, si affaccia su quanti vi partecipano la salvezza futura, che sarà salvezza per Israele e per l’umanità intera. « 
« A uscire dall’Egitto non è stato soltanto Israele », dicono i rabbini spiegando Es 12,38. « Con esso, dalla casa di schiavitù è uscita l’intera umanità » (Exodus Rabbà,18).
Si può ancora osservare che l’Haggadah non ha una riga di accento trionfalistico: non è un Te Deum per la vittoria. E non nomina mai Mosé: la liberazione è opera di Dio solo: « Non per mano di un angelo, ma il Santo, benedetto sia, egli stesso con la sua gloria ».
ALTRE PARTI ED ESEMPLARI DI HAGGADAH
Non è una festa « contro ». Ancora oggi i primogeniti ebrei digiunano la vigilia, in ricordo dei primogeniti egiziani.
Abrabanel (Maestro tra il 1400 e 1500) fa notare che « noi versiamo gocce di vino mentre nominiamo le piaghe per diminuire la nostra allegria con la triste constatazione che la nostra liberazione è costata la sofferenza di altri esseri umani « .
Sarebbe affascinante e soprattutto molto istruttivo percorrere con Israele i millenni, soffermandoci a considerare come esso abbia vissuto le sue diverse Pasque, a seconda dei tempi e dei luoghi: notti di gioia pacifica in mezzo a popolazioni capaci almeno di rispetto, raramente. Notti di trepidazione e paura in mezzo a vicini ostili, sotto tante latitudini, più spesso purtroppo. E ancora sarebbe necessario fermarsi a riflettere, sulla traccia delle parole dei Maestri, su ciascuno dei momenti così ricchi di significati e di tradizione. Non è possibile. Nella nostra inadeguata riflessione prenderemo solo due punti estremi nel tempo: la stagione dei ghetti e quella della Shoah e le tre parole-chiave:
PESACH – MATZAH – MAROR di cui Rabban Gamliel, maestro di Paolo dice: »Chi non pronuncia queste tre parole non fa Pasqua ».
Ecco alcune spiegazioni tratte dall’Haggadah.
PESACH (agnello pasquale).
L’agnello pasquale che i nostri padri mangiavano quando il Santuario esisteva, perché lo mangiavano? Perché il Signore Santo e Benedetto passò oltre le case dei nostri padri in Egitto, come è detto: « Direte : Questo è il sacrificio della Pasqua del Signore, il quale passò oltre alle case dei figli di Israele in Egitto, quando Egli colpì gli Egiziani e salvò le nostre case, il popolo si inchinò e si prostrò ».
Pressoché sterminata la raccolta di riflessioni sull’agnello. Il Targum di Lev 22,27 vede Isacco come agnello del sacrificio e l’idea di un agnello predisposto è così forte che la tradizione continuerà a parlare di agnello anche se il testo dell’Esodo parla di ariete, e situerà a Pasqua il sacrificio di Isacco. Un’altra tradizione afferma che questo agnello appartiene alle dieci cose create prima della creazione del mondo, vi vede la figura di Mosè liberatore e soprattutto trasferisce sugli uomini l’immagine dell’agnello pasquale. Il Salmo 33,21 dice del giusto: « Il Signore preserva tutte le sue ossa, neppure uno sarà spezzato ».
Diversi passi del Targum legheranno il suo sangue a quello della circoncisione, dando a entrambi valore espiatorio. Ma soprattutto, dal periodo dei Maccabei, sono tutti gli Israeliti a essere visti come agnelli. Questo sentimento riemergerà ai tempi della Shoah, nella riflessione del termine aramaico « talya » che significa sia « agnello » che « Servo », illuminandosi dolorosamente di tutta la misteriosa luce del Servo di cui dice Isaia.
MATZAH (azzima).
Questo pane azzimo che noi mangiamo, perché lo mangiamo? Perché l’impasto dei nostri padri in Egitto non ebbe tempo per lievitare, essendosi ad essi rivelato il Re dei Re, il Santo e Benedetto Iddio, ed avendoli subito liberati, come è detto: « Ed essi fecero cuocere la pasta, che avevano portata fuori d’Egitto, in focacce azzime, sebbene non fosse lievitata perché, essendo scacciati dagli Egiziani non si erano potuti trattenere, non avevano potuto preparare alcuna provvista ».
La matzàh rappresenta una corsa verso la libertà.
I nostri saggi chiesero: « Perché assaggiamo la matzàh – che rappresenta la libertà – prima del maror – che rappresenta la schiavitù, se nel corso della nostra storia essi si succedono in modo inverso?
La risposta fu: Ciò si spiega col fatto che solo dopo aver gustato il sapore della libertà abbiamo cominciato a capire ed a provare l’amarezza dell’esilio.
MAROR (erba amara).

Quest’erba amara che noi mangiamo, perché la mangiamo? Perché gli Egiziani amareggiarono la vita dei nostri padri in Egitto, come è detto:’amareggiarono la loro vita con dura schiavitù, impiegandoli in lavori con argilla e mattoni, e in ogni servizio nei campi: tutta la schiavitù alla quale li sottoponevano, era aspra ».

Il maror viene mangiato da tutti, come se tutti noi fossimo schiavi. I nostri saggi preferivano mangiare il maror con foglie di lattuga, sedano dolce, per spiegare il carattere della nostra schiavitù in Egitto.

La nostra oppressione ebbe inizio con le accattivanti parole degli Egiziani, ma finì poi in fatica amara. Così il maror acquista per noi lo stesso sapore della schiavitù, che comincia con dolcezza e finisce con l’amarezza. Ma ciò che dà inequivocabilmente la percezione di quanto sia rimasto nel passare dei secoli e nella sconfinata diversità dei luoghi e delle situazioni – è l’impianto totalmente pedagogico dell’Haggadah. Tutta la struttura della cena pasquale è costruita attorno ai figli, per loro. « Dirai ai tuoi figli » è il comando del Signore. Nasce per Israele la speranza: così saranno figli – il futuro – a fare domande. Gabriel Marcel parla di tradizione come « fedeltà creatrice ». E i maestri dicono: « È parlando al bambino che si esce dall’Egitto ». L’Haggadah è un ricordo che profuma di futuro. l’Israele nomade biblico, con le vesti cinte e il bastone del pellegrino frettoloso è il paradigma dell’Israele dei tempi che si traduce nei figli. Le domande del figlio mostrano che si tratta di ritrovare un significato al passato che sia valido per la generazione presente. La risposta del padre sottolinea come il passato degli antenati sia vissuto realmente nell’oggi: sono « le nostre case … » la « mia uscita dall’Egitto … ». « In ogni generazione ciascuno ha il dovere di considerarsi come se egli stesso fosse uscito dall’Egitto, come è detto: « in quel giorno racconterai a tuo figlio dicendogli: questa celebrazione ha luogo per quello che mi fece il Signore quando uscii dall’Egitto » (Es 12,13). « … Perché il Santo, benedetto egli sia, non liberò soltanto i nostri padri, ma noi pure liberò insieme con loro; come è detto: noi egli fece uscire di là, per condurci e dare a noi la terra che aveva giurato ai nostri padri » (Dt 6) .
Il Targum a Esodo 12 dice: « La Pasqua è la notte fissata e riservata per la salvezza di tutte le gene razioni d’Israele » per cui ognuno nella sua generazione deve considerare se stesso liberato.
L’Haggadah parla di quattro figli che simbolizzano quattro tipi: il saggio, il cattivo, l’ingenuo e colui che non sa fare domande. Il « saggio » è colui che conosce la pasqua, sperimentandone la libertà e la gioia. Egli si esprime: « Quali sono i precetti, gli statuti e le leggi che il Signore ci ha comandato? ». E la risposta non può essere che una: « Impara i precetti della Pasqua »; cioè: penetra sempre più nella realtà di pesah, la casa e il fondamento della libertà e della verità. Il « cattivo” è l’esatto contrario: ignora la pasqua ed è ignaro dell’esperienza della libertà. È incapace di « domandare » e quindi anche di apprendere: “Che cosa dice il malvagio? Che cosa è per voi questa cerimonia? Per voi, non per lui, escludendo se stesso dalla comunità, egli nega il fondamento della religione. Tu mettilo a tacere rispondendogli: Per quello che fece a me il Signore quando uscii dall’Egitto. A me e non a lui: se fosse stato là non sarebbe stato liberato ». L’ »ingenuo » è l’uomo superficiale, incapace di « vere domande »e, quindi, di evolvere, di cambiare e di camminare. È l’uomo che chiede « perché questo? », ma come battuta retorica e non per esigenza reale. È l’uomo che crede di sapere e che, per questo, vittima della sua illusione, resta condannato all’ignoranza. Il « non ingenuo » è « colui che non sa fare domande », che sa di non sapere ma che è disponibile ad apprendere: « Per colui che non sa fare domande incomincia tu stesso al posto suo come è detto: « Racconterai a tuo figlio quel giorno: per quello che fece a me il Signore, quando uscii dall’Egitto » (Es 13,8) ».
Rabbi Levi Yishaq di Berditchev giungeva al brano dell’Haggadah che narra dei quattro figli e leggendo la parte dedicata al quarto figlio, colui che non sa cosa domandare, diceva: « Sono io. Levi Yishaq di Berditchev colui che non sa cosa domandare. Io non so come rivolgermi a te. Signore del mondo, ma anche se lo sapessi non sarei in grado di farlo. Come oserei chiederti … perché siamo spinti da un esilio all’altro, o perché i nostri nemici hanno la possibilità di tormentarci tanto? ». Ma l’haggadah, citando la Torah dove è scritto: « E racconterai a tuo figlio … » impegna il padre di chi non sa domandare a dare egli stesso una risposta al figlio. « Signore del mondo, diceva Levi Yishaq di Berdichtev, non sono forse tuo figlio? ».
Doveva essere ben difficile rispondere alle domande dei figli in tempi duri come quelli del ghetto o quelli della persecuzione nazista. Bisogna essere un popolo ben speciale per arrivare a tanto. Israele è un popolo ben speciale. « All’esterno, gli uomini del ghetto possono essere apparsi come un popolo di mercanti, ma all’interno del ghetto essi crearono una comunità di intensa spiritualità, ricolma di fede messianica e di tutti gli aspetti di una pietà che informava la vita quotidiana » (F. Friedman – Da Cohen a Benjamin – Giuntina ’95).
E, accettando lo stile del tempo, non suoneranno significative le parole del romano Angelo Orvieto, scritte nel 1928? « Chiusi nel ghetto, dal consorzio esclusi, come appestati in odio all’umano genere, noi conservando e venerando gli usi, il fuoco manterremo sotto la cenere. Non conteranno gli anni, chi ci impose quest’ardua porta che ci serra in bando, l’aprirà quando ad Altri piaccia … Noi non l’aspetteremo con mani irose. Ma, scritto il Santo Nome sugli spigoli (la mezuzah, ndr) aspetteremo che la porta cigoli ». 1928: siamo ormai nell’imminenza della persecuzione nazista, quando come si esprime il Pastore Martin Cunz: « l’Europa ha perso la sua anima ».
Elie Wiesel racconta l’ultima Pasqua della sua famiglia, nel villaggio di Sighet, in Transilvania, già invaso dai nazisti. « Ci sono i tedeschi. Con le autoblindo, le macchine decapottabili, le motociclette. Portano uniformi nere, nere da far paura, vengono avanti senza uno sguardo né a destra né a sinistra… Pessah è vicina: è la festa della memoria e della speranza. La vigilia, un decreto ha ordinato la chiusura delle sinagoghe. I miei amici e io ci separiamo tristi dalla nostra, quella dei giovani. Contemplo i muri un’ultima volta: affido loro i sacri rotoli, i libri del Talmud. Li ritroveremo?… Mio padre e io assistiamo al servizio del Rabbi di Borshe. Recitiamo l’Hallèl, canto di ringraziamento, una serie di salmi, di lodi a Dio per ringraziarlo della sua bontà verso il suo popolo. Abbiamo il cuore stretto, tuttavia cantiamo anche se a bassa voce. Ci lasciamo stringendoci le mani, e augurandoci a vicenda: « Buona festa, buona festa! » A casa la tavola è preparata. Tovaglia bianca, sei candelieri, argenteria brillante. Mia nonna, vestita per la festa, è ancora più raccolta del solito. Anche la piccola Tsipuka…Mio padre ci presenta il nostro ospite: è Moishele, lo Scaccino … Mio padre prende Tsipuka sulle ginocchia e declama: « Ecco il pane della nostra miseria e della nostra afflizione … I nostri antenati l’hanno mangiato in terra d’Egitto … » Faccio la prima delle quattro domande rituali.
« Perché questa notte è diversa da tutte le altre? . Il padre risponde: « … Perché un tempo vivevamo in schiavitù, sotto il Faraone, in Egitto. Un’idea mi attraversa la mente: e, se fosse lui il profeta Elia travestito da scaccino? Non si dice che stasera visiti tutte le famiglie ebree dove si ricorda e dove si bevono quattro coppe di vino in onore della liberazione? A metà del pasto, Moishele si mette a parlare con voce dolce e ardente: « Reb Shloime la ringrazio per avermi invitato … Vorrei raccontarle ciò che vi attende. Glielo devo ».
Intorno al tavolo gli sguardi sono sospesi alle sue labbra aride. Bella e dolce, bella e seria da spezzarmi il cuore, la mia sorellina, seduta compostamente sulle ginocchia di mio padre, si mette una mano sugli occhi come per scacciare un’immagine penosa. Mio padre la rassicura accarezzandole i capelli. « Non ora, » dice a Moishele lo scaccino. « Le sue storie sono tristi e la legge ci proibisce di essere tristi la sera di Pessah …
Sarà la mia ultima Pessah – e la mia ultima festa – a casa ». (E.Wiesel, Tutti i fiumi vanno al mare. Bompiani ’96).
Disperso finalmente l’orribile fumo dei camini, Israele, per il quale « sopravvivere diventa il 614° precetto », ricomincia a celebrare Pasqua. In diaspora e in terra d’Israele. Scrive il Card. Martini: « Questo popolo – pur così colpito – non ha chiesto vendetta, non ha percorso l’Europa con cortei di fuoriusciti, non ha seminato il terrorismo sanguinario: sta solo cercando da 50 anni una sicurezza nella sua terra e nei nostri Paesi ».
Quante Pasque – fino a oggi – sconvolte da attentati? Nei paesi della diaspora e in terra d’Israele, la notte di ogni Pasqua si leva un canto da ogni casa ebraica: « … Pertanto è nostro dovere rendere omaggio, lodare, celebrare, glorificare, esaltare, magnificare, encomiare Colui che fece ai nostri padri e a noi tutti questi prodigi. Che ci trasse dalla schiavitù alla libertà, dalla soggezione alla redenzione, dal dolore alla letizia, dal lutto alla festa, dalle tenebre a splendida luce; diciamo dunque davanti a Lui: Alleluja ».
3. IL MEMORIALE E LA BENEDIZIONE PIETRA DI FONDAMENTO       
« Noi abbiamo bisogno dei fratelli ebrei perché essi hanno con le Scritture una « connivenza » incomparabile, perché essi sanno le gravi benedizioni che fanno della vita una liturgia; essi ricordano ai cristiani la necessaria tensione escatologica » (Olivier Clément).
Torniamo per la terza e ultima volta nella « sala adorna al piano superiore » quel « cenaculum magnum stratum » di Gerusalemme (Lc 22,12), dove in una silenziosa notte primaverile, nel cuore di una città in preghiera, un giovane Rabbi celebra una cena rituale insieme ai suoi discepoli.
Siamo in pieno clima pasquale. È il mese di Nissan: il mese in cui, secondo la tradizione ebraica, il mondo è stato creato e il Messia viene, e fiorisce la pace per tutto l’universo.
Questo è anche il mese in cui la tradizione ebraica pone l’evento liberante dell’Esodo.
Una splendida preghiera conclude il banchetto pasquale (era già nota nel III secolo e sicuramente risale a forme precedenti):
« L’anima di ogni vivente benedica il Tuo Nome, Signore, Iddio nostro, e lo spirito di ogni creatura magnifichi ed esalti la Tua memoria, o nostro Re, sempre. Dall’eternità e in eterno tu sei Dio, e all’infuori di Te non abbiamo re, né redentore, né salvatore, né liberatore, che ci salvi, ci nutra, e abbia pietà di noi in ogni momento d’angustia e bisogno. Non abbiamo re all’infuori di Te, Dio dei tempi primordiali e dei tempi ultimi. Dio di ogni creatura. Signore di tutte le generazioni, lodato con molte lodi, che conduce il Suo mondo con grazia e le Sue creature con misericordia. Il Signore non sonnecchia, né dorme. Egli sveglia i dormienti, desta i torpidi; fa parlare i sordi, libera i prigionieri, sostiene i cadenti, rialza i curvi.
Te, Te solo noi ringraziamo. Se le nostre bocche fossero piene di canto come il mare, e le nostre lingue di cantici come la moltitudine delle sue onde, e le nostre labbra di lode come le distese del firmamento, se i nostri occhi fossero lucenti come il sole e la luna e le nostre mani aperte come le ali delle aquile del cielo, e i nostri piedi veloci come quelli delle gazzelle, non saremmo sufficienti a lodarti. Signore nostro Dio, e Dio dei nostri padri, e a benedire il Tuo Nome per una sola delle miriadi e infinite volte che ci ha beneficati, noi e i nostri padri. Tu ci hai redento dall’Egitto, Signore Iddio nostro, dalla casa di schiavitù ci hai liberato; nella fame ci hai nutrito, nell’abbondanza ci hai sostenuto; ci hai salvato dalla spada, ci hai scampato dai flagelli e da gravi malattie; hai dato sollievo a noi fiduciosi. Fino ad ora ci ha aiutato la Tua misericordia, né ci ha abbandonato la Tua grazia. Non ci respingerai, Signore Dio nostro, in eterno! Perciò ogni membro che ci hai dato, lo spirito e l’anima che hai spirato nelle nostre narici, e la lingua che hai posto nella nostra bocca, ecco: esse confesseranno e benediranno e loderanno e magnificheranno ed esalteranno e celebreranno il Tuo Nome, e proclameranno la Tua santità e la Tua regalità, o nostro re. Infatti ogni bocca Ti confesserà; ogni lingua giurerà a Te, e ogni ginocchio si piegherà davanti a Te; ogni altezza si prostrerà al Tuo cospetto, e ogni cuore Ti temerà. L’interno di ogni uomo canterà lodi al Tuo Nome, come sta scritto: ‘Ogni osso dirà: Signore, chi come Te?. Tu salvi il povero da chi è più forte di lui e il povero e il misero da chi lo depreda. Chi Ti assomiglia o chi Ti pareggia, e chi può essere messo a confronto con Te, Dio grande e forte, venerando, Dio eccelso, che hai creato il cielo e la terra?’.
Noi Ti lodiamo. Ti celebriamo, Ti magnifichiamo, benediciamo il Tuo Nome Santo come è detto da David: ‘Benedici, anima mia il Signore, e tutto quello che è dentro di me benedice il Nome Suo santo’ « .
Tutta Israele, da secoli, in ogni latitudine, fa memoria con queste parole. Israele ricorda lodando e benedicendo. Israele « dice bene » di Dio. Anima del memoriale, anima della preghiera ebraica è la benedizione. Un autore la chiama: « pietra e fondamento »; un altro, con espressione più dinamica e strutturante: « nucleo generativo’. Benedizione in ebraico si dice « Berakah » e d’ora in avanti useremo questa suggestiva espressione ebraica, le cui radici sono le consonanti BRK, per cui viene collegata anche – allusivamente – a “berek »: ginocchio. Struttura fondante della berakah è : « Benedetto sei tu. Signore, nostro Dio, Re dell’universo perché … » ma le variazioni sono infinite.
Da chi impara Israele a benedire? Israele impara da Dio. La berakah è all’inizio della storia dell’uomo (« Dio li benedisse dicendo … » Gen 1,22) e di Israele (« Io ti benedirò … e tu sarai una benedizione » Gen 12,2-3). È improprio assimilarla a una delle tante formule di preghiera: la berakah è la modalità per la quale Dio, l’uomo e il mondo entrano in relazione, per la quale si orienta a Dio la realtà. Insegnano i maestri: « È vietato all’uomo assaggiare qualcosa prima di aver detto una berakah. Resta vietato all’uomo di godere di quello che è di questo mondo senza dire una berakah. Chi gode dei beni di questo mondo senza dire una berakah commette un atto di infedeltà, è come se godesse illecitamente delle cose sacre, come è detto: ‘Del Signore è la terra nel Salmo 21,1′  » (Ber 35 a) . « Chi gode dei beni di questo mondo senza dire una berakah fa come se depredasse il Santo, benedetto sia, e la comunità di Israele » (Ber 35 b). Benedire per ogni cosa, in ogni istante del giorno, per quanto si percepisce come dono e persino per il mistero del dolore e della morte.
L’ebreo in lutto prega: « Sia magnificato e santificato il suo grande Nome, nel mondo che egli ha creato secondo la sua volontà: venga il suo regno, durante la vostra vita e i vostri giorni e durante la vita di tutta la casa di Israele, fra breve e nel tempo prossimo. (Si dice:) Amen. Sia il suo grande nome benedetto per tutti i secoli dei secoli. Sia lodato, glorificato, esaltato, innalzato, dichiarato eccelso, splendido, elevato e celebrato il Nome del Santo, egli sia benedetto; egli è al di sopra di ogni benedizione, canto, lode e parola di consolazione che si pronunci nel mondo. (Si dice:) Amen. Sia concessa pace grande dal cielo e vita prospera sopra di noi e sopra Israele. Amen. Colui che rei luoghi eccelsi stabilisce la pace, nella sua misericordia stabilisca la pace sopra di noi e sopra tutto Israele. Amen. Benedite il Signore, degno di lode.
Benedite il Signore, degno di lode in eterno e per sempre ». In questo testo non si fa cenno al dolore né alla morte, ma – trovata la forza di questo atto di fede pura e di abbandono incondizionato – chi recita il qaddish allude chiaramente alla resurrezione e alla vittoria sulla morte.
Benedire svegliandosi al mattino, coricandosi la sera, benedire per un viaggio, per un dono ricevuto, per la dolcezza di un amore e per la tenerezza di un tramonto, per un albero in fiore, per la primizia di un frutto, per l’incontro con un amico. Preghiera solitaria, silenziosa, segreta; preghiera corale, liturgica, cantata: la berakah permea, intride, attraversa tutta la quotidianità dell’ebreo osservante.
« Berakah è uno di quei termini in cui si condensa tutta la ricchezza e l’originalità del pensiero ebraico; forse il termine per eccellenza in cui si riassume l’antropologia ebraica: il suo modo di porre l’uomo di fronte a Dio e di fronte al mondo. Infatti la berakah definisce un triplice rapporto: con Dio, con il mondo e con i propri simili. Ma più che di un triplice rapporto si tratta, in realtà, di un unico rapporto, che si potrebbe definire triangolare. La berakah non solo impedisce di separare Dio dall’uomo (teologia speculativa) e dal mondo (teologia disincarnata), o l’uomo da Dio (antropologia atea) e dal mondo (antropologia pseudo-spirituale) o il mondo da Dio (cosmologia secolarizzata) e dall’uomo (cosmologia estetizzante) ma, mantenendo uniti e inseparabili i tre poli, ne fissa le condizioni grazie alle quali permangono nella verità. Rispetto all’uomo e al mondo. Dio è « la fonte » e la « norma »: pone in essere l’uomo e il mondo e ne stabilisce le modalità di fruizione e di fruttificazione. Rispetto a Dio e al mondo, l’uomo è l’interprete e il beneficiario: è oggetto dell’attenzione divina e destinatario dei beni della terra. Rispetto a Dio e all’uomo, il mondo è sacramento e dono: segno della benevolenza divina e dono concreto per l’uomo. Con la preghiera di benedizione, l’israelita riconosce questi tre poli e la qualità della loro relazione. Pronunciando la formula: « Benedetto sei tu, Signore, per i frutti della terra … » riconosce Dio come origine e « proprietario » delle cose; il mondo come dono da accogliere e da condividere; gli uomini come fratelli con i quali partecipare all’unico banchetto della vita. In tal modo la berakah coglie la vera intenzionalità del mondo e si pone come condizione per la realizzazione del Regno. » (C. Di Sante – La preghiera di Israele – Marietti 2000).
La citazione è lunga, ma è improbabile dire meglio che cosa sia – nella sua più intima sostanza – questa altissima forma di preghiera che da secoli Israele ci insegna. Ancora: l’ebreo benedice il Signore anche per il dono della Torah: « Benedetto sei tu. Signore Dio nostro. Re dell’universo, che ci hai dato la Torah della verità e hai piantato in mezzo a noi la vita eterna ».
Se è tutta la Torah che diviene occasione di benedizione, lo diventano soprattutto i suoi capisaldi fondamentali: il Patto, il Tempio e la Promessa messianica.
Questa consapevolezza produce un sano timore, perché collega le cose all’amore di Dio ponendole sotto il suo sguardo creativo e provvidente. Grazie alla berakah l’universo diventa un immenso santuario da attraversare con venerazione e contemplazione.
Ancora: la benedizione toglie all’uomo il potere sulle cose per affidarlo alle mani di Dio. Dio è il vero proprietario. L’uomo si percepisce come beneficiario: Dio lo colma di doni. Ma questi non sono esclusivamente per lui: l’uomo impara la gioia spoglia della condivisione. Non solo: ma l’uomo percepisce che – se donate, dunque non possedute in assoluto – le cose vanno accolte con rispetto, assecondando l’intenzionalità del Donatore.
Tutto questo è percepito in uno sfondo di gioia e sicurezza. La gioia di cui fa dono la benedizione nasce dal sapersi oggetto di tenerezza divina in un mondo capace di armonia. La berakah non mette santità nelle cose: piuttosto riconosce in esse una espressione dell’amore gratuito di Dio e per questo lo loda. Per l’ebreo le cose sono nella loro dimensione ontologica un dono.
Ecco ancora i Maestri: R. Pinchas, R. Levi e R. Jochanan in nome di R. Menachem di Galilea dissero: « Nel tempo futuro tutti i sacrifici cesseranno, ma il sacrificio di lode non cesserà mai, tutti gli inni cesseranno ma l’inno di lode non cesserà mai, come sta scritto: Voce di giubilo e voce di gioia, voce di sposo e voce di sposa, voce di coloro che dicono: Lodate il Signore delle schiere. » (Gen 33,11) (Levitico Rabba XVII.12).
La berakah è talmente legata alla essenzialità del vivere per la cultura biblica, che la sola berakah « comandata » dalla Torah scritta riguarda il nutrimento: »… quando avrai mangiato e sarai sazio, rendi grazie al Signore tuo Dio … », brano che va letto all’interno dello splendido contesto di tutto il capitolo (Deut. 8,10).
Nasce la benedizione per il cibo, che si articola nei due momenti: prima e soprattutto dopo, la »birkath ha mazon », la lunga, articolata lode la cui origine risale al periodo del secondo Tempio, anche se la tradizione ne attribuisce addirittura la paternità a Mosè, Giosuè e Salomone rispettivamente: « La prima benedizione che inizia con le parole: « tu che nutri » è stata istituita per Israele da Mosè nel periodo in cui dal cielo scese la manna. La seconda fu istituita da Giosuè quando gli ebrei presero possesso della terra. Infine Davide e Salomone istituirono la terza, che si conclude con le parole: ‘tu che costruisci Gerusalemme’ »(Talmud bab.Ber 48b).
Questa berakah è sentita come opera corale dei Maestri di Israele e loda Dio per il cibo. per la terra, per l’alleanza, per la legge, evocando così la manna. l’Esodo, il Sinai, Israele, collocandosi nel cuore del tempo, della storia e del senso stesso di Israele e dell’umanità.
LA PRIMA PARTE DICE:
« Benedetto sii tu. Signore, nostro Dio, re dell’universo che nutri il mondo intero nella tua bontà con favore, grazia e misericordia, che dai il cibo ad ogni creatura perché la tua grazia è eterna. Per la tua grande bontà, il cibo non ci è mai mancato e mai ci mancherà. Per il tuo grande nome tu nutri e sostieni ogni cosa, concedi i tuoi benefici a tutti e prepari il cibo a tutte le tue creature che hai create. Benedetto sii tu, o Signore, che nutri tutti gli esseri ».
LA SECONDA BENEDIZIONE SI FA STORICA E PUNTUALE.
« Ti rendiamo grazie. Signore nostro Dio, di aver dato ai nostri padri un paese delizioso, bello e vasto, di averci fatto uscire. Signore Dio nostro, dal paese di Egitto e di averci liberato dalla casa della schiavitù; per l’alleanza che hai suggellato nella nostra carne, per la legge che ci hai consegnato, per i precetti che ci hai fatto conoscere; per la vita, la pietà e la clemenza di cui ci hai gratificati, e per il nutrimento che ci procuri costantemente, ogni giorno, sempre e dovunque. Signore nostro Dio, ti rendiamo grazie e ti benediciamo per tutto. Che il tuo nome sia benedetto dalla bocca di tutti i viventi, sempre e per l’eternità, conforme a quanto è scritto: ‘Quando avrai mangiato e ti sarai saziato, benedirai il Signore tuo Dio per il paese che ti ha donato’. Benedetto sii tu. o Signore, per la terra e per il nutrimento ».
La terza benedizione ringrazia Dio per i suoi molteplici interventi a favore del suo popolo e, in particolare, invoca Dio e lo benedice come « ricostruttore di Sion ».
« Benedetto sii tu. Signore, nostro Dio, re dell’universo. Dio, padre nostro, re nostro, protettore nostro, creatore nostro, liberatore nostro, formatore nostro. Santo nostro, il Santo di Giacobbe, pastore nostro, il pastore di Israele, re buono e amorevole per tutti, che ogni giorno ci hai fatto del bene, ce ne fai ancora e sempre ce ne farai. Egli ci ha colmati, ci colma e ci colmerà sempre di favori, di grazia e di misericordia, di prosperità, di liberazione, di vittoria, di benedizione, di salute, di soccorso, di sussistenza, di nutrimento, di misericordia, di pace e di ogni bene. Egli non ci fa mancare niente ».
Tutto questo (e quanto ancora!) canta nel cuore dell’ebreo osservante Gesù, quella sera, nel Cenacolo.
« Prese il pane e rese grazie … prese il calice e rese grazie … » narrano i Vangeli, rievoca Paolo. Gesù nel Cenacolo è un ebreo innamorato della Parola e dei Precetti, che si ostina a osservarli tutti, scrupolosamente, fino alla fine. Gesù fa memoria « dicendo – bene » di Dio. Ben lo sapeva la chiesa della Didaché che insegnava: « Rendete grazie in questi termini. Prima sul calice: « Ti rendiamo grazie, Padre nostro, per la santa vigna di Davide tuo servo. Gloria a Te nei secoli. Amen! » Poi sul pane spezzato: « Ti rendiamo grazie o Padre nostro, per la vita e la conoscenza che ci hai concesse attraverso Gesù tuo servo. Gloria a Te nei secoli. » (9,1-3).
Successivamente, allontanandosi sempre più dal mondo ebraico e sotto l’influsso platonico del paganesimo, la tradizione cristiana si orienterà a benedire le cose, quasi a porre in esse una sacralità mancante, perdendo di vista la berakah che invece riconosce e rivela la loro intima relazione con il Creatore. Per questo, nei nostri vecchi libri liturgici, per tanto tempo noi abbiamo letto a proposito del Gesù dell’Ultima Cena: « Prese il pane, lo benedisse … prese il calice, lo benedisse … ».
È merito della riforma conciliare biblico-liturgica se torniamo giustamente a dire: « Prese il pane, pronunciò la preghiera di benedizione » e « prese il calice, pronunciò la preghiera di benedizione… » recuperando finalmente l‘ intimo sentire dell’ebreo Gesù nell’ “Ora Sua », quando il patire, il morire, il risorgere, il donarsi, il tempo e l’eterno confluiscono nel Pane e nel Vino del rito, nella celebrazione dell’amore che benedice il Padre e – consegnandosi – ci fa a nostra volta capaci di benedizione.
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[*] Pubblicato sul periodico « In Dialogo » della Fraternità Ecumenica Santi Nicola e Sergio. Abbazia di san Giovanni in Argentella – 00018 Palombara Sabina (Roma).

PURIM L’OSSERVANZA DEL GIORNO

http://www.morasha.it/speciali/purim_2osservanza.html

PURIM L’OSSERVANZA DEL GIORNO

Ci sono quattro Mitzvòt che sono prescritte a Purim. Queste Mitzvòt sono state istituite dal Sanhedrin e dai Profeti. E sono:

1. leggere la Meghillat Estèr;
2. fare un pasto abbondante e gioioso;
3. regalare dolci (Mishlo’ach manot);
4. dare regali ai poveri.

Più tardi i Chachamim hanno stabilito di leggere il passo « E Amalèk venne » dalla Parashà di Beshallàch, che parla della guerra contro Amalèk nel deserto, e di aggiungere la preghiera di Al ha-Nissim nell’Amidà e nella Birchat ha-Mazon. L’Hallel, comunque, non si dice a Purim; una prima ragione è perché la lettura della Meghillà è in se stessa una forma di Hallel (lode) a D-o. Altri, invece, ritengono che non si debba recitare l’Hallel per un miracolo avvenuto fuori dalla terra di Israele.
Le Mitzvòt di Purim devono essere osservate sia dalle città con mura che da quelle senza, ognuna nel giorno in cui celebra Purim.
Sono proibiti sia i digiuni che gli encomi funebri, sia il quattordici che il quindici di Adar, in tutti i luoghi. Inoltre, negli anni bisestili questo divieto vale anche per Adar Rishon. Chi è in lutto non deve manifestarne nessun segno pubblico in questi giorni (come sedersi per terra o togliersi le scarpe), ma osserverà solo gli aspetti privati del lutto, come farebbe di Shabbat.
Sebbene il lavoro non sia proibito a Purim, è ciò nondimeno considerato improprio. I Chachamim dicono: « chi lavora a Purim non trarrà nessun beneficio (da quel lavoro). » Ovviamente, il lavoro di cui parlano i Maestri non è un lavoro che implichi l’osservanza di una Mitzvà o un lavoro per Purim stesso, ma parlano di un lavoro ai fini di lucro. Quelli che celebrano Purim il quattordici possono, comunque, lavorare il quindici e viceversa.

1) LA LETTURA DELLA MEGHILLÀ
Per uscire d’obbligo bisogna leggere la Meghillà almeno due volte, una la sera e l’altra durante il giorno. Per quanto riguarda la sera, la lettura può essere fatta dall’uscita delle stelle fino al sorgere del sole, mentre per quanto riguarda il giorno, la lettura può essere fatta dall’alba al tramonto.
La Mitzvà della lettura della Meghillà è valida sia per gli uomini che per le donne. Ed è preferibile che venga fatta al Beth ha-Keneseth alla presenza di un Minian; ma anche se ci fosse un Minian a casa di qualcuno, sarebbe comunque preferibile leggerla al Beth ha-Keneseth. Questo perché una delle ragioni per cui si legge la Meghillà è quella di rendere noto il miracolo di Purim ed è, quindi, meglio leggerla in pubblico al Beth ha-Keneseth.
La lettura della Meghillà ha la precedenza sull’adempimento di tutte le Mitzvòt ‘Assè della Torà, perfino lo studio della Torà è sospeso durante la lettura. L’unica Mitzvà che ha la precedenza sulla lettura è quella di seppellire un morto.
Si esce d’obbligo anche ascoltando la lettura della Meghillà poiché l’ascolto è considerato come se fosse una lettura. Chi ascolta, però, deve stare bene attento a sentire ogni parola perché, altrimenti, non uscirebbe d’obbligo. Infatti, sarebbe meglio che chi ascolta abbia davanti a sé una copia della Meghillà in modo da poter seguire silenziosamente la lettura. In questo modo, si può essere certi che, anche se non si è sentita una parola della Meghillà, la si è letta per conto proprio e si è usciti d’obbligo.
La Meghillà viene letta srotolandola completamente e non, invece, come si usa fare con i rotoli della Torà che rimangono sempre avvolti, questo perché c’è un verso della Meghillà stessa (9:31) che denomina questo racconto come una lettera e, come si fa quando si legge una lettera, cioè aprendola tutta, così si deve fare per la Meghillat Estèr.
E’ ormai tradizione consolidata quella di fermarsi durante la lettura dei quattro versi (2:5, 8:15, 8:16, 10:3) che parlano della redenzione di Israele, affinché anche il pubblico reciti tali versi. Dopodiché il lettore ripete gli stessi versi e continua la lettura. Il fine di questa usanza è quello di intensificare la gioia e di non far addormentare i bambini, di modo che la storia del grande miracolo eseguito per il popolo ebraico ai tempi di Mordechày ed Estèr si imprima nei loro cuori per sempre. Inoltre, si usa leggere il verso « Quella notte il sonno del re fu disturbato »"(6:1) con una tonalità più forte rispetto al resto della melodia perché questo è il punto in cui inizia la salvezza di Israele.
Il nome dei dieci figli di Hamàn, le parole « cinquecento uomini » che li precedono e la parola « dieci »" che li segue (9:6-10) vengono lette tutte d’un fiato per indicare che essi sono stati uccisi tutti nello stesso istante. I cinquecento uomini erano seguaci dei figli di Hamàn e ufficiali del loro esercito. Comunque, se il lettore non legge questo passaggio tutto di un fiato, uscirà d’obbligo lo stesso.

LE BERAKHÒT RECITATE SULLA MEGHILLÀ
La persona che legge la Meghillà recita tre Berakhot prima di iniziare e una dopo aver completato la lettura. Egli deve avere l’espresso intento di far uscire d’obbligo quelli che lo stanno ascoltando. La congregazione deve rispondere Amèn a queste Berakhòt e deve avere l’espresso intento di uscire d’obbligo attraverso colui che legge. La risposta Barukh Hu u’varuch Shemò, che solitamente si dice dopo la prima parte di una Berakhà, non viene detta per non interrompere la Berakhà. E’ usanza riavvolgere il rotolo della Meghillà dopo averla letta e prima di recitare l’ultima Berakhà perché è considerato irrispettoso lasciare la Meghillà aperta.

LE BERAKHÒT SONO:
Benedetto sii Tu, o Signore, D-o nostro, Re del mondo che ci ha santificato con i tuoi precetti e ci ha comandato la lettura della Meghillà.
Benedetto sii Tu, o Signore, nostro D-o, Re del mondo che ha compiuto miracoli per i nostri padri, in quei giorni, in questo periodo.
Benedetto sii Tu, o Signore, nostro D-o, Re del mondo che ci ha fatto vivere, ci ha mantenuto e ci ha fatto giungere a questo momento.
Benedetto sii Tu, o Signore, nostro D-o, Re del mondo, D-o che contende la nostra causa, ci rende giustizia, fa la nostra vendetta, ripaga secondo le loro azioni tutti i nostri nemici, castiga per noi i nostri avversari. Benedetto sii Tu, o Signore che castiga per il suo popolo Israel tutti i suoi avversari, D-o che porta salvezza.
Le tre Berakhòt recitate la sera vengono ripetute prima della lettura anche il giorno seguente, anche se ci sono comunità in cui l’usanza è quella di recitare She-hecheyanu solo prima della lettura serale.
Se uno legge la Meghillà da solo deve recitare solo le Berakhot prima della lettura, omettendo quella dopo.
Quando la Meghillà viene letta per le donne si cambia il testo della prima Berakhà perché le donne hanno l’obbligo di ascoltare la Meghillà, non di leggerla. Nelle comunità sefardite, le Berakhòt non vengono recitate quando la Meghillà è letta per le donne.

2) FESTEGGIARE E GIOIRE
La seconda Mitzvà è quella di fare un pasto abbondante e pieno di Simchà.
La Seudà deve includere carne e vino. Deve essere fatta durante il giorno, se no non si esce d’obbligo, e bisogna indossare abiti da festa. E’ usanza cominciare questa Seudà di pomeriggio, dopo aver recitato Minchà, e poi continuare fino a sera.
Se Purim cade di venerdì, la Seudà si comincia presto e deve finire molto prima di Shabbat così si potrà godere del pasto Shabbatico con un buon appetito.
Il miracolo di Purim è legato al vino: la cacciata di Vashtì avvenne durante un banchetto a base di vino e, in seguito a questo, Estèr prese il suo posto. La caduta di Hamàn avvenne ad un pranzo sempre a base di vino che preparò Estèr. La nostra Seudà deve essere a base di vino perché deve correggere il peccato degli Ebrei che parteciparono al banchetto di Achashverosh.
I Chachamim hanno ordinato che si deve bere fino all’ubriachezza, fino al punto in cui non si distingue la differenza fra le parole « maledetto sia Hamàn » e le parole « benedetto sia Mordechày ». Ma se si ha paura che ciò possa arrecare un danno alla propria salute o che possa portare all’esecuzione di atti irresponsabili, allora si è esentati dal bere fino all’ubriachezza, anche se si deve bere comunque più del solito.
IL SIGNIFICATO DEL PASTO FESTIVO DI PURIM
La Seudà di Purim ha un significato speciale, perché esso eleva l’anima e allo stesso tempo dà piacere al corpo. Lo Zoar scrive che a Purim si può raggiungere la stessa elevazione spirituale, ma con piacere del corpo, che si ottiene a Yom Kippur affliggendo il corpo.
I figli di Israele sono santi, sia fisicamente che spiritualmente, perciò le loro azioni sono impregnate di santità ed essi le devono compiere proprio per santificare e servire D-o. Tra l’altro, i Chachamim dicono che la glorificazione di D-o è più grande quando viene dal regno fisico piuttosto che da quello spirituale. Comunque, finché esisterà Amalèk, la corruzione si insinuerà continuamente nelle azioni del popolo ebraico introducendo un elemento di peccato nelle loro azioni. Mentre quando il potere di Amalèk è debole e il suo popolo è sottomesso, allora le azioni di Israele si impregnano subito di purità e sono compiute solo per amore di D-o e questa è la Sua massima glorificazione.
La gioia associata alla Seudà di Purim è particolarmente grande, perché sta a significare che Israele ha rettificato il peccato di cui si era macchiato ai tempi di Hamàn, partecipando al banchetto di Achashverosh.
FINO A CHE NON DISTINGUIAMO
Perché i nostri Maestri ci hanno ordinato di bere fino a non distinguere tra « maledetto sia Hamàn » e « benedetto sia Mordechày »? In fondo, ci sono molte altre feste in cui il vino è una componente essenziale, eppure non ci viene mai richiesto di perdere completamente le nostre facoltà mentali.
Il fatto è che la salvezza di Israele avvenuta all’epoca di Mordechày ed Estèr non fu temporanea, essa segna la definitiva ed eterna salvezza del popolo ebraico per tutte le generazione future. Fino a quel momento il futuro di Israele era misurato su una scala altalenante tra il peccato e la redenzione. Essi potevano raggiungere un punto di corruzione tale da non poter più pentirsi ed essere quindi punibili con la distruzione totale.
All’epoca di Achashverosh il popolo ebraico era sull’orlo dell’annientamento, perché aveva commesso una serie di peccati molto gravi. Si erano prostrati all’idolo di Nevuchadnetzar e avevano partecipato al banchetto di Achashverosh, banchetto che era stato dato appositamente per celebrare la distruzione di Israele. Il loro destino sembrava ormai segnato, ma essi si pentirono sinceramente, la misericordia divina si risvegliò e uno spiraglio di salvezza si aprì per loro.
La Misericordia si presentò al cospetto di D-o e disse: « Maestro dell’Universo, i Tuoi figli hanno peccato ed è stato rettificato un decreto che segna la loro distruzione. Ma due giusti come Estèr e Mordechày sono intervenuti e hanno fatto sinceramente pentire il popolo ebraico e così il decreto è stato revocato. Ma cosa succederà se dovessero peccare ancora e non ci fossero giusti come Mordechày ed Estèr tra loro e i figli di Israele non sapessero come espiare il loro peccato?È possibile che i figli di Israele, i Tuoi figli, vengano distrutti (D-o non voglia) senza misericordia? »
In quel momento la via della salvezza si aprì eternamente e divenne la speranza di ogni generazione. Anche se i peccati di Israele diventassero estremamente gravi e arrecassero danni fino in cielo, i suoi nemici non potrebbero distruggerlo. I nemici di Israele possono perire, ma Israele non perirà mai. Anche in quella generazione essi non furono salvati attraverso il loro pentimento, ma solo attraverso alla misericordia e alla compassione. E questi cancelli della misericordia e della compassione, una volta aperti, non possono più essere chiusi.
Proprio perché la salvezza di cui godette Israele allora non avvenne grazie ai loro meriti, così anche noi, attraverso il modo in cui celebriamo Purim, dimostriamo che la nostra salvezza è basata unicamente sulla compassione e sulla misericordia piuttosto che sui nostri meriti. Mangiamo e beviamo fino al punto in cui perdiamo la capacità di distinguere perfino la destra dalla sinistra, e con grande fede ci mettiamo completamente nelle mani di D-o che ci protegge da tutti i nemici e gli oppressori, da tutti i peccati e le iniquità, adesso e per sempre.

3) REGALI AI POVERI
È Mitzvà dare due regali a due poveri, uno ciascuno, a Purim. Anche una persona povera che vive di carità è obbligata a osservare questa Mitzvà. Si esce d’obbligo attraverso ogni tipo di regalo: cibo e bevande, soldi, vestiti. Sarebbe meglio se il regalo fosse sostanzioso. Se il regalo è in denaro, l’ammontare deve mettere in grado il povero di comprarsi del pane sufficiente almeno per un pasto. Precisamente, ogni regalo dovrebbe valere almeno una Perutàh.
I regali devono essere dati durante il giorno di Purim, non la sera. Sarebbe meglio darli dopo la lettura della Meghillà. Non si devono dare questi regali di Purim dai soldi che erano stati messi da parte per la Tzeddakà e i soldi che si mettono da parte per i regali di Purim non devono essere usati per fare altra Tzeddakà. Comunque, la Mitzvà di dare regali ai poveri a Purim non esenta dalla Mitzvà generale, che ha ogni persona, di fare Tzeddakà.
Questi regali devono essere dati in tempo per permettere alla persona povera di usufruirne a Purim. Comunque, il ricevente può usarli in qualunque modo egli ritenga sia meglio. E non possono essere dati prima di Purim, perché potrebbero essere usati prima e, quindi, il donatore non sarebbe uscito d’obbligo.
« A chiunque tenda la mano deve essere dato un regalo ». Questo è il parametro per determinare a chi bisogna dare i regali perché è troppo difficile stabilire chi sia un povero.
Questa Mitzvà è valida anche per le donne.

4) SCAMBIARSI DONI DI CIBO FRA AMICI – MISHLÒ’ACH MANÒT
È obbligatorio mandare un regalo che consiste di almeno due tipi di cibo ad una persona.È una Mitzvà che vale sia per gli uomini che per le donne e deve essere compiuta durante il giorno di Purim. Per uscire d’obbligo, si deve dare del cibo che può essere consumato senza ulteriori preparazioni come: piatti di carne o di pesce cucinati, cibo bollito, caramelle, dolci, frutta, vino o altre bevande. Non si esce d’obbligo regalando soldi ed è lodevole mandare regali a più amici possibile. È preferibile, comunque, essere più generosi con i regali ai poveri che agli amici.
Anche i poveri sono obbligati a compiere questa Mitzvà.
Sarebbe meglio che la consegna di questi regali fosse fatta da terzi, e non personalmente come avviene solitamente per tutte le altre Mitzvòt, perché è l’espressione stessa « Mislòach Manot », usata nella Meghillà, che lo indica. Infatti, Mislòach significa mandare. Ciò nondimeno, se si portano personalmente, si esce d’obbligo lo stesso.
Le persone che sono in lutto sono esenti da questa Mitzvà.
Amore e unità: uno scudo contro Amalèk
Le Mitzvòt di scambiarsi doni di cibo tra amici e di dare regali ai poveri servono a ricordare il senso di amore e fratellanza tra Ebrei che Mordechày ed Estèr incoraggiarono fra i figli di Israele quando erano minacciati dall’imminente distruzione. Quando c’è unità all’interno del popolo ebraico anche gli empi diventano giusti. La forza di Amalèk si manifesta solo contro quegli Ebrei il cui legame con la Torà si è allentato, mentre se Israele rimane unito il popolo di Amalèk non ha alcun potere. E così come gli Ebrei si salvarono all’epoca di Hamàn grazie alla loro unità, così noi siamo obbligati, in ogni generazione, a rafforzare la nostra unità cosicché i nostri nemici non ci soggiogheranno.
Attraverso le Mitzvòt di Purim noi aumentiamo in particolar modo l’amore fraterno e rafforziamo il senso di comunità e questo serve a proteggerci dal potere di Amalèk.

Publié dans:EBRAISMO, EBRAISMO: LE FESTIVITÀ |on 23 février, 2013 |Pas de commentaires »

PURIM (24-25 fEBBRAIO – 14-15 ADAR

http://www.morasha.it/speciali/purim_index.html

PURIM (24-25 fEBBRAIO – 14-15 ADAR)

A cura di rav Reuven Roberto Colombo

Il tredici di Adar è un giorno di digiuno in ricordo del digiuno osservato da Mordechày, Estèr e da tutto il popolo ebraico. Il tredici di Adar i nemici degli Ebrei avevano progettato di renderli schiavi e poi di distruggerli, ma, al contrario, furono essi a essere sconfitti. Tutte le volte che si è trovato a dover fronteggiare un pericolo, il popolo ebraico ha digiunato. Così troviamo che Moshè ha digiunato prima di entrare in guerra contro Amalèk. La ragione di questi digiuni è per affermare che l’uomo non deve prevalere grazie alla sua forza fisica, ma è solo grazie alla misericordia divina, che si ottiene pregando, che l’uomo può sperare di prevalere e vincere in battaglia. Questo, quindi, era anche lo scopo del digiuno osservato da Israele ai tempi di Hamàn e in ricordo di quel digiuno venne istituito un digiuno annuale da osservare in tutte le generazioni lo stesso giorno. Tramite esso sottolineiamo che D-o accetta la preghiera e il pentimento di ogni persona sia nel momento di pericolo che in quello del bisogno.

Il digiuno viene ricordato come il digiuno di Estèr perché fu lei che per prima chiese al popolo di digiunare e infatti disse a Mordechày: « Vai e raduna tutti gli Ebrei che ci sono a Shushan e digiunate per me. Non bevete e non mangiate per tre giorni, né di giorno né di notte. Anch’io e le mie ancelle digiuneremo in questa maniera. » (Estèr 4:16)

Noi, comunque, non osserviamo il digiuno per tre giorni come avvenne per il digiuno originale. Inoltre, il digiuno originale di Estèr avvenne il tredici, il quattordici e il quindici di Nissan perché fu allora che Mordechày apprese le intenzioni di Hamàn e seppe della lettera del re, scritta il tredici di Nissan, che decretava la distruzione del popolo ebraico. Il nostro digiuno cade, invece, il tredici di Adar per commemorare il digiuno degli Ebrei che si erano riuniti per difendersi; infatti, Estèr propose il primo digiuno per affrontare l’incipiente calamità, e tutti i digiuni decretati successivamente durante quel periodo vengono riportati col suo nome.

Alcuni, comunque, dicono che il nostro digiuno del tredici di Adar sia davvero in ricordo del digiuno di Estèr durato tre giorni. In ogni caso, poiché il digiuno di commemorazione non avrebbe potuto essere osservato a Nissan, perché i digiuni sono proibiti in questo mese, i Chachamim hanno deciso di osservarlo il tredici di Adar che comunque era stato il giorno in cui gli Ebrei avevano digiunato quando si erano riuniti per difendersi. Sebbene il digiuno di Estèr fosse durato tre giorni, i Chachamim furono indulgenti e designarono che il digiuno di commemorazione durasse un giorno solo.

Il digiuno di Estèr: Halachà

Il digiuno di Estèr non è uno dei quattro digiuni pubblici decretati dai profeti, perciò si è di norma più indulgenti per quanto riguarda la sua osservanza: donne incinta, donne che allattano e coloro che sono malati non sono obbligati a osservarlo. Comunque, la preghiera di Anenu nell’Amidà, le Selichot e la lettura speciale della Torà sono obbligatori anche nel digiuno di Estèr.

Se il digiuno di Estèr cade di Shabbat, questo viene spostato al giovedì precedente, l’undici di Adar.

Il mezzo Shekel

E’ usanza a Minchà del tredici di Adar dare tre mezze monete correnti, che verranno date ai poveri. Questo contributo viene fatto in memoria del mezzo Shekel dato da Israele a Rosh Chodesh Adar, quando il Beth ha-Mikdash ancora esisteva.

Questo atto commemorativo viene eseguito prima della lettura della Meghillà, poiché tutto Israele si riunisce nelle sinagoghe per ascoltare la lettura della Meghillà. La donazione dovrebbe essere fatta prima di Minchà, poiché il diligente compie le Mitzvòt il prima possibile.

Il motivo per cui si danno tre mezzi Shekalim è che la parola ebraica Terumà (donazione) e le parole « mezzo-Shekel » sono menzionate tre volte nella Parashà di Ki Tissà, Parashà in cui viene comandata la Mitzvà del mezzo Shekel.

La pratica corrente è quella di vedere questa donazione come non esentante dalla Mitzvà di dare denaro ai bisognosi, che è una Mitzvà specificamente prescritta per Purim.

I giorni di Purim

L’osservanza di Purim come festa fu designata dai Maestri e dai Profeti. Il quattordici e il quindici di Adar sono celebrati come Purim. Il giorno specifico in cui si festeggia Purim dipende dal luogo; nei posti in cui viene celebrato il quattordici, non si celebra il quindici e viceversa; come è scritto nella Meghillà: « per confermare questi giorni di Purim al tempo fissato » (Estèr 9, 31).

Ma perché ci sono giorni diversi in cui si festeggia Purim in base alla città in cui si vive? Perché non hanno scelto un unico giorno in cui festeggiare Purim, come accade per tutte le altre feste?

Notiamo che già ai tempi di Mordechày ed Estèr, Purim veniva celebrato in un giorno diverso a Shushan rispetto che nelle altre città. In tutte le altre città la battaglia ebbe luogo il tredici di Adar, poi la gente si riposò e celebrò il quattordici di Adar. A Shushan comunque la battaglia avvenne il tredici e il quattordici di Adar, poi la gente si riposò e celebrò solo il quindici. Era perciò giusto che solo la città di Shushan dovesse celebrare Purim il quindici di Adar. I Chachamim di quell’epoca però desideravano dare onore a Gerusalemme e alla terra di Israele, che in quel periodo era desolata. Perciò essi stabilirono le seguenti regole:

Shushan, dove avvenne il miracolo, ha un’importanza sua propria e celebra Purim il quindici, anche se non era cinta da mura all’epoca di Yehoshua ben Nun. Le altre città che erano cinte da mura ai tempi di Yehoshua ben Nun, anche se ora sono in stato di rovina e non sono più cinte da mura, sono considerate importanti. Perciò ad esse è accordato lo stesso status di importanza di Shushan e celebrano Purim il quindici. Mentre le città che non erano circondate da mura ai tempi di Yehoshua ben Nun, anche se lo sono adesso, devono celebrare Purim il quattordici di Adar.

Oggi l’unica città che festeggia Purim il quindici di Adar, insieme a Shushan, è Gerusalemme. Sebbene la Meghillà venga letta anche il quindici di Adar in alcune città di Israele (ad esempio, Acre, Jaffa e Tiberiade), questa è solo un’usanza basata sulla possibilità che esse potessero essere circondate da mura ai tempi di Yehoshua ben Nun. Queste città celebrano Purim il quattordici; la lettura addizionale della Meghillà il quindici è basata sul dubbio circa il loro status e perciò non recitano le Berachot durante la lettura del quindici.

Publié dans:EBRAISMO, EBRAISMO: LE FESTIVITÀ |on 21 février, 2013 |Pas de commentaires »

Chanukah

http://www.ritornoallatorah.it/public/index.php?option=com_content&view=article&id=109:hannukkah&catid=45:feste&Itemid=77

Chanukah  

(Il 25 di Kislev ha inizio la festa di Chanukah (o Hanukkà, o Chanuccà, ecc.) che dura 8 giorni. dalla Comunità ebraica di Roma – ossia 9-16 dicembre)  

Chanukah o Hannukkah, (in ebraico …anukkah) è  conosciuta anche con il nome di Festa delle Luci. In ebraico la parola « chanukah » significa « dedica » ed infatti la festa commemora la consacrazione di un nuovo altare nel Tempio di Gerusalemme dopo la vittoria dei Maccabei sull’ellenismo propugnato dai Seleucidi, al regno dei quali apparteneva Eretz Israel nel II secolo a.e.v. . Il dominatore greco riteneva di far scomparire la specificità giudaica proibendo la pratica della Legge, ma una rivolta armata guidata da Mattatia, un anziano sacerdote della famiglia degli Asmonei, di Modin, cittadina a nord-ovest di Gerusalemme, permise – secondo Zc 4,6 – la vittoria dello spirito sulla forza brutale che minaccia Israele nella sua vita religiosa e spirituale.
 La festività dura 8 giorni e la prima sera, chiamata Erev Chanukah, inizia al tramonto del 24 del mese di Kislev. Secondo il procedere del calendario ebraico, quindi, il primo giorno della festa cade il 25 di Kislev. È l’unica festività religiosa ebraica che si svolge a cavallo di due mesi, inizia a Chislev e finisce in Tevet. In particolare se Kislev dura 29 giorni finisce il 3 Tevet, mentre quando Kislev ha 30 giorni finisce il 2 Tevet. È, assieme a Purim, la seconda delle feste minori, ovvero delle feste stabilite dopo il dono della Torah.
La storia di Chanukah non è inclusa nel libro del Tanach, ma appare nel primo e nel secondo libro dei Maccabei. I libri, sebbene non facciano parte della Torah, sono parte del complesso deutercanonico. Questo complesso pur non essendo stato codificato per l’ebraismo come parte del testo sacro, lo divenne per la chiesa cattolica e la chiesa ortodossa.
Intorno al 200 a.e.v., gli ebrei vivevano in terra di Israele, in quel tempo sotto il controllo della dinastia Seleucida stabilitasi in Siria. Il popolo ebraico pagava le tasse alla Siria e ne accettava l’autorità legale e per lungo tempo fu libero di seguire la propria fede, di mantenere i propri lavori e di prendere parte ai commerci. Nel 180 a.e.v. Antioco IV Epifane ascese al trono succedendo al fratello Seleuco IV, che morì assassinato. Sotto il suo regno, gli ebrei vennero gradualmente forzati a violare i precetti della propria fede. I templi vennero profanati, spogliati delle loro ricchezze, ed utilizzati come templi pagani per le cerimonie ellenizzanti che Antioco fece organizzare in tutto il suo impero. La forzatura alla trasgressione dei precetti, le profanazioni e la pretesa di ellenizzare la cultura dell’intero impero portò alla rivolta di una parte della popolazione ebraica. Nel 167 a.e.v., in particolare, Antioco consacrò a Zeus un altare costruito nel Tempio di Gerusalemme. Mattatia, un Cohen, insieme ai suoi cinque figli Giovanni, Simone, Giuda, Elazar e Gionata, guidò la ribellione contro Antioco. Giuda divenne noto come Giuda Maccabeo (in ebraico significa Giuda il martello). Nel 166 a.C. Mattatia muore lasciando la guida al figlio Giuda. Nel 165 a.C. la rivolta ebraica contro la monarchia seleucida giunse a successo. Il Tempio di Gerusalemme venne riconquistato e riconsacrato.
La festa di Chanukah venne istituita proprio da Giuda Maccabeo e dai suoi fratelli per celebrare questo evento (Maccabei I, 4;59). Dopo la riconquista di Gerusalemme e del Tempio, Giuda ordinò che il Tempio fosse ripulito, fosse costruito un nuovo tempio e che le luci del Candelabro venissero riaccese, venne ripristinata l’Arca santa. Quando la luce venne riaccesa sul Candelabro, la riconsacrazione dell’altare venne celebrata per otto giorni con sacrifici e canti (Maccabei I 4;36). Un certo numero di storici ritiene che il motivo per gli 8 giorni di durata della festa sia da riferirsi ad un tardivo festeggiamento dei Sukkot. Durante la guerra gli ebrei non furono in condizioni di celebrare Sukkot come prescritto. Anche Sukkot dura otto giorni ed è una festività nella quale l’uso delle luci ha un ruolo preminente durante l’era del Secondo Tempio. Le luci venivano accese anche nelle abitazioni e da qui la festa viene spesso indicata con il nome Festa delle Luci.
Il miracolo di Chanukah è narrato nel Talmud, ma non nel libro dei Maccabei. La festa celebra la sconfitta, per mano di Giuda Maccabeo, dei Seleucidi e la successiva riconsacrazione del Tempio. La festività, durante gli otto giorni, è caratterizzata dall’accensione dei lumi di un particolare Candelabro ad otto braccia chiamato Chanukiah. La ricostruzione riportata nel Talmud, racconta che dopo la riconquista del Tempio, i Maccabei lo spogliarono di tutte le statue pagane e lo sistemarono secondo gli usi ebraici. Scoprirono, inoltre, che la gran parte degli oggetti rituali erano stati profanati. Secondo il rituale, per riconsacrare il tempio, doveva essere bruciato per otto giorni, in una Menorah dell’olio di oliva purificato. Nel tempio però trovarono olio sufficiente solamente per una giornata. Lo accesero comunque mentre si apprestavano a purificarne dell’altro. Miracolosamente, quel poco olio continuò a illuminare il tempio per tutto il tempo necessario a spremere l’olio ed a purificarlo: otto giorni. Per questo motivo si accende ogni giorno della festa una candela in più rispetto al giorno precedente. Nel Talmud sono presentate due consuetudini. Una indica come nel primo giorno si accendano tutte le otto luci della Chanukiah ed ogni giorno se ne spenga una. L’altra, al contrario, prescrive di accendere solo la prima candela nel primo giorno ed aumentare di una candela ogni giorno successivo. I seguaci di Shammai seguono il primo uso, quelli di Hillel il secondo (Talmud, trattato dello Shabbath 21b). Giuseppe ritenne che le luci fossero simbolo della libertà ottenuta dal popolo ebraico nei giorni che Chanukah commemora.                                                                                                                                                                       Prima del XX secolo questa veniva considerata una festa minore. Con la crescente popolarità del natale cristiano come maggiore festività del mondo occidentale e l’istituzione dello Stato di Israele, Chanukah cominciò a rappresentare sia una celebrazione della volontà di sopravvivere del popolo ebraico, sia una festività durante cui fare regali che rappresentasse un sostituto ebraico del natale cristiano. Al giorno d’oggi, la prima sera dei chanukah, c’è l’uso promosso dal movimento Chabad, presso alcune comunità italiane, di celebrare l’accensione della prima candela in maniera pubblica. Numerose persone si ritrovano in una piazza centrale della città dove è stata installata una grande channukia. Il presidente della comunità o il rabbino capo, tengono un breve discorso, recitano la beracha (benedizione) sulle candele e inaugurano la festa. I presenti solitamente intonano inni gioiosi ed eseguono tipici balli ebraici. Dolce tipico della festa è una sorta di bombolone chiamato sufgagnà che, essendo fritto nell’olio, vuole ricordare l’olio consacrato che tenne in vita la luce del tempio.

Publié dans:EBRAISMO, EBRAISMO: LE FESTIVITÀ |on 5 décembre, 2012 |Pas de commentaires »

Il mese delle occasioni – Tishrì – 8 ottobre: Simchat Torah

http://moked.it/blog/2012/09/30/sukkot-il-mese-delle-occasioni/

Il mese delle occasioni – Tishrì – 8 ottobre: Simchat Torah

Osservando le festività del mese di Tishrì con uno sguardo d’insieme, notiamo come esse siano racchiuse fra due inizi. La prima ricorrenza, Rosh haShanah (Capodanno), segna l’inizio di una nuova annata sul calendario, con tutte le speranze e aspettative che ogni novità porta con sé. Ma anche l’ultima delle giornate festive, Simchat Torah (Gioia della Legge), segna un inizio: qui si tratta di ricominciare daccapo la lettura pubblica del Sefer Torah, con tutto lo Studio che l’accompagna. Colpisce senz’altro il fatto che i due inizi, del Calendario e della Lettura, non coincidano. Contro ogni logica apparente: sarebbe stato appropriato che il capitolo della Creazione del mondo (Bereshit) venisse letto il giorno di Rosh haShanah, anniversario della Creazione medesima.
Eppure, i Maestri hanno voluto diversamente. C’è chi spiega la dilazione come un doveroso atto di riguardo per il Sefer Torah: non sarebbe stato dignitoso cominciare una lettura per poi interromperla subito a causa dei Mo’adim. Ma c’è chi dà un’interpretazione diversa. Lo Studio della Torah deve essere intrapreso con gioia, perché la Torah stessa è gioia. Per questo occorre attendere la festa di Sukkot, avere prima sperimentato l’atmosfera gioiosa della Sukkah, il tripudio festoso del Lulav, per poi iniziare il nuovo ciclo di Parashot. Lo Shofar di Rosh haShanah, i Giorni penitenziali e il digiuno di Kippur, con il loro carattere austero, ci richiamano invece il rigore del comportamento. Rigore dell’Azione e Gioia dello Studio sono i due principi fondamentali dell’ebraismo: non a caso essi vengono riaffermati al principio di ogni anno. Rosh haShanah e Yom Kippur vengono prima di Sukkot e Simchat Torah: se non vi è Gioia non vi può essere Studio, ma se non vi è Rigore non vi può essere Gioia. Il mese di Tishrì è chiamato nella Tradizione Yerach ha- Etanim “mese dei Saldi” (I Re 8), cioè dei forti perché, come spiega il Talmud “in esso sono nati i Saldi del Mondo” (Trattato Rosh ha- Shanah 11a), i Patriarchi che sostengono il mondo con i loro meriti. Ma la parola italiana “saldi” può paradossalmente essere intesa anche nel suo significato più quotidiano. I Maestri dicono che Tishrì è “un’occasione” da non perdere per riavvicinarsi a D. Se nel corso dell’anno la Provvidenza non ci manca, pur tuttavia in questo mese Egli è più vicino all’Uomo: “cercate il S. mentre si trova” (Isaia 55). Il duplice inizio di cui abbiamo parlato vuole rinsaldare la nostra fede e il nostro impegno ebraico. Prendiamo l’abitudine di guardare ad ogni cosa con l’ottimismo che caratterizza qualsiasi novità: come se tutti i giorni dell’anno fossero altrettanti inizi! Come è noto, la nostra tradizione riconosce l’esistenza di due Torot, la Torah scritta, ovvero la Bibbia propriamente detta, consegnata a Moshè sul Monte Sinai e nella Tenda della Radunanza e da lui messa immediatamente per iscritto, e la Torah Orale. Quest’ultima raccoglie tutte le interpretazioni della Torah scritta che Moshè tramandò oralmente ai suoi discepoli.
Tali interpretazioni furono a loro volta messe per iscritto in un’epoca molto successiva, allorché si cominciò a temere che le persecuzioni avrebbero potuto privarci di questa eredità spirituale qualora non la si fosse consegnata alla carta. Nacque così la stesura della Mishnah e del Talmud. Naturalmente, il nostro approccio alla Mishnah e al Talmud ha regole e modalità assai diverse da quello verso la Bibbia. La qedushah del Sefer Torah consiste nei canoni fissi attraverso i quali noi tramandiamo la Scrittura: è quindi una qedushah oggettiva. La Torah orale, invece, “santifica il pensiero umano, il cuore dell’uomo e spalanca orizzonti nuovi all’ispirazione della qedushah” ed è dunque una qedushah del soggetto. Non c’è dubbio che la qedushah della Torah scritta, in quanto fatto oggettivo, preceda quella della Torah orale per importanza: il Sefer Torah incarna la qedushah stessa della Parola di D. Ma è anche vero che, su un piano strettamente metodologico, si può pervenire alla qedushah della Torah scritta soltanto se prima si è passati attraverso quella della Torah orale: in pratica, attraverso la Mishnah e il Talmud il cui studio richiede, come si è detto, attenta analisi e riflessione. Sembra che l’andamento delle festività autunnali voglia in qualche modo richiamarci questo principio fondamentale dell’ebraismo. Alla qedushah del Sefer Torah si perviene soltanto alla fine, festeggiando Simchat Torah. Prima si deve affrontare un attento studio di noi stessi, nel lungo periodo penitenziale segnato da Rosh ha-Shanah e Kippur. Questa preparazione è paragonabile ai meccanismi mentali dello studio della Torah orale, fatti di domande e risposte. Non a caso la tradizione adopera lo stesso termine, Teshuvah, per indicare tanto il “pentimento” che la “risposta”. Ma per giungere alla qedushah, occorre anche la ‘anavah, l’umiltà. Se la Teshuvah misura la nostra vicinanza a D., come dice il Profeta: “invocateLo quando è vicino” (Isaia 55, 6), la ‘anavah ci aiuta invece a capire quanta strada dobbiamo ancora affrontare per arrivare a D.
La ‘anavah, ben inteso, non è autoannullamento, accettazione passiva di una presunta nullità; la ‘anavah è consapevolezza attiva della propria finitezza. La ‘anavah è rinuncia ai limiti di un tetto (la dimora nella Sukkah) e tensione verso l’alto (agitazione del Lulav). Le iniziali di queste tre virtù, Teshuvah, Qedushah e ‘anavah, formano la parola tèqa’, con cui si indica il suono dello Shofar: teqà’ be-shofar gadol le-cherutenu, “suona il grande Shofar della nostra Redenzione”. Le-Shanim Rabbot, Tovot u-Mtukkanot.

Rav Alberto Somekh, Pagine Ebraiche, ottobre 2012

Publié dans:EBRAISMO, EBRAISMO: LE FESTIVITÀ |on 8 octobre, 2012 |Pas de commentaires »

Rosh Hashanah 2012/5773 – Capodanno Ebraico domani

http://www.nostreradici.it/Rosh-haShana.htm#rosh

CAPODANNO EBRAICO – DOMANI – 2012/5773

Rosh Hashanà
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Una baraita insegna che Rabbi Eliezer ha detto: come sappiamo che il mondo è stato creato in tishrì? Grazie al passaggio: poi D-o disse: la terra produca verzura, erba che porta seme, alberi da frutto… (Gen 1;11) e in che mese in effetti, la terra produce verzura, alberi da frutto che danno frutto? È nel mese di tishrì, a quell’epoca è autunno: la pioggia cade sulla vegetazione e la fa crescere, come è detto: ma un vapore si levava dalla terra… (Gen. 2,6)

(Baraita (aramaico …: « esterno » o « fuori »; plur. Baraitot (anche Barayata). Anche Baraitha, Beraita, Ashkenazi: Beraisa) designa una tradizione della Legge orale ebraica che non è stata incorporata nella Mishnah. « Baraita » si riferisce quindi agli insegnamenti « esterni » ai sei ordini della Mishnah. Originamente « Baraita » si riferiva probabilmente agli insegnamenti delle scuole al di fuori delle principali yeshivah dell’era mishnaica, sebbene in raccolte successive Baraitot individuali siano spesso state scritte dai saggi della Mishnah (Tannaim).)
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Il nome più noto della festa è sicuramente Rosh HaShanà, capodanno.

Rosh… la memoria della conclusione della creazione del mondo: il venerdì della creazione compiuta nella dimensione materiale (manca il sabato). Facendo memoria della creazione dell’uomo, si contempla il vero inizio del tempo nella sua percezione umana, cioè il momento « zero » dell’esistenza dell’uomo nella realtà.
Per noi che vogliamo vivere questo ricordo significa « tornare in una situazione nella quale il peccato non c’è ». In realtà noi siamo esseri fortemente temporali; è una valenza positiva, ma ci condiziona il fatto che è difficile scardinare l’oggi: « sono così perché ieri ero così ». Invece questo tornare al momento 0 rompe il legame del nesso logico di causa-effetto; il che impedisce che diventiamo il prodotto di un determinismo spaventoso che ci fa rimanere schiavi di ciò che siamo stati e rende vana la redenzione.
Il procedimento non è semplice e non esauribile in toto in un solo momento; ma esso dura tutta la vita e fa sì che il passato, pur restando presente, cambi di segno.
Questo nome della festa dipende da vari motivi. Innanzi tutto, è il momento dell’anno in cui D-o inizia a giudicare l’uomo per le proprie azioni, come afferma il Talmùd Babilonese: Nel capodanno ogni uomo passa davanti a D-o come gli animali del gregge davanti a un pastore. Ossia, così come un pastore fa sfilare le sue pecore una per una davanti a sé per farle entrare nell’ovile, così D-o, guardando il destino di ogni uomo, fa passare davanti a Sé le azioni compiute da ogni persona. In questo modo Egli può giudicare l’operato di ogni persona per sapere in quale libro scrivere il suo nome. Disse, infatti, rabbi Kruspedaì a nome di rabbi Yochanàn:
Tre libri sono aperti davanti a D-o nel giorno di Rosh Hashanà: uno per i giusti (Tzaddìkim) completi, uno per i malvagi (Reshaìm) completi e uno per quelli che stanno a metà strada, che non sono, cioè, né totalmente giusti, né totalmente malvagi (Benonìm). I giusti vengono iscritti immediatamente nel libro della vita, mentre i malvagi vengono iscritti immediatamente nel libro della morte. Per coloro, invece, che sono Benonim D-o attende a dare il giudizio fino al giorno di Yom Kippùr e se avranno fatto teshuvà (penitenza) nei giorni che vanno da Rosh Hashanà a Yom Kippùr, allora verranno iscritti nel libro della vita; altrimenti verranno iscritti nel libro della morte.
Il giudizio implica il peso delle azioni umane, che vale sia per il singolo che per la collettività e, in definitiva, per l’intera umanità. Giudizio rigoroso, che si dipana nei giorni successivi della teshuva.
Ciascuno, cambiando il peso delle proprie azioni, può cambiare il mondo.
Norme rabbiniche precise per la celebrazione di Rosh Hashanà prescrivono il suono dello shofar (corno di ariete) che non a caso ricorre anche a Kippur. L’ariete ricorda la legatura di Isacco. (cfr. approfondimenti in Yom teruà)
Vi riconosciamo l’aspetto collettivo di chiamare alla riunione e invitare al pentimento tutta la comunità ed ogni persona.
Ma lo shofar è anche una citazione della creazione: il primo vero shofar è Adamo (quando Dio gli ha inalato la ruah), il primo che suona lo shofar è D-o. Vi leggiamo la riproposizione delle modalità di rapporto tra materia e spirito. Noi prendiamo da dentro il fiato da insufflare, Dio lo prende da sé. Lo shofar ricorda l’impasto costitutivo dell’essere dell’uomo.

per la pasqua ebraica 7-14 aprile 2012 – il testo non è facile per noi…naturalmente

http://www.laviadellacabala.org/2012/04/pesach-la-pasqua-ebraica-rabbi-nachamn-liqutei-moharan-i-250/

Pesach – Rabbi Nachman Liqutei Moharan

per la pasqua ebraica 7-14 aprile 2012 – il testo non è facile per noi…naturalmente

PESACH – La Pasqua ebraica

Rabbi Nachman di Breslov – Liqutei Moharan I 250
Traduzione dall’ebraico e note esplicative tra parentesi quadre di
Rabbi Avraham Sutton

Il motivo principale della sofferenza umana è la mancanza di daat (coscienza, consapevolezza divina): infatti per chi ha daat e sa che niente accade al di fuori dell’hashgacha (provvidenza) di Dio, la sofferenza non esiste e non sperimenterà mai niente nella vita come buono o cattivo [ma accoglierà tutto con equanimità, perché la Provvidenza di Hashem è esatta e precisa nell'aiutare il singolo individuo e l'umanità nella sua globalit,à a realizzare la sua missione nel mondo pervenendo ad uno stato superiore spirituale-mentale-psicologico e fisico].
Per il popolo ebraico quindi, la causa principale di sofferenza quando è in esilio (galut) è la sua caduta dal livello di daat [quando perde cioè la capacità di percepire la mano della provvidenza di Dio dietro tutto ciò che accade].
Gli ebrei, influenzati dalle ideologie dei poteri dominanti, iniziano, infatti, a pensare che gli avvenimenti personali e globali siano determinati dalla teva (natura) e dal mazal (influssi astrologici), cioè dalle leggi naturali apparentemente immutabili. Gli ebrei soffrono per via dei loro peccati [perché capiscono profondamente che il motivo della loro perdita di daat è causata dai propri peccati, che li disconnettono dal Creatore].
In realtà, tuttavia, la storia del popolo ebraico trascende le “leggi” naturali, perciò quando il Santo Benedetto vuole salvarli [dagli effetti debilitanti] di una determinata civiltà, effonde su di loro [cioè "prende in prestito"] hashgacha [provvidenza] dal sof ha’olam [da oltre i confini del mondo a noi noto].
Perché in futuro Hashem annullerà completamente la “natura” [e diventerà chiaro] che non è mai esistito altro se non la Sua hashgacha-provvidenza…..Israele sarà allora rielevato [al livello di daat, la chiara percezione che Dio è la Causa di tutte le cause].
Partendo da questo concetto, possiamo ora capire che ogni volta che Dio desidera terminare l’esistenza di una civiltà, elevando Israele, Egli riversa su di essi la Sua Hashgacha prelevandola dal sof ha’olam (da oltre i confini del mondo a noi noto).
Perché mangiamo matzah – pane azzimo a Pesach (Pasqua ebraica) e perché è proibito mangiare, e persino possedere, il chametz – lievito?
La matzah rappresenta daat (la consapevolezza), lo stato spirituale di mochin de gadlut (la coscienza matura o espansa), (il livello del nome divino Havayah), è l’intensa consapevolezza dell’hashgachà (divina provvidenza, la continua interazione di Dio con la Sua creazione). Questa è l’essenza di daat, il livello superiore della coscienza di Dio è la capacità di percepire la mano di Dio dietro tutto ciò che accade.
Dal primo Pesach della storia e da allora, ad ogni Pesach, questa consapevolezza di Dio è amplificata enormemente.
Il chametz – lievito, d’altra parte, rappresenta lo stato spirituale di mochin dekatnut (consapevolezza immatura o ristretta), il livello del nome divino Elokim [che incarna l'attributo divino della giustizia e corrisponde quindi] all’aspetto del castigo divino.
Il chametz corrisponde quindi alla chokhmat hateva (lo studio delle scienze fisiche e naturali da un punto di vista solo materialistico) [dove le leggi naturali apparentemente immutabili sono considerate la ragione per negare la realtà della Hashgachah di Hashem].
Questo rifiuto dell’idea del coinvolgimento di Dio nelle nostre viste, a sua volta, è la ragione principale del castigo divino e delle sofferenze che ci colpiscono, Dio non voglia. A questo si allude nell’equivalenza numerica tra la parola hateva (la natura, cioè la fisicità) e Elokim: è da qui [dal nome Elokim] che provengono i castighi divini [e la nostra sofferenza].

Commento di Rabbi Avraham Sutton
Nella Torah, Dio è chiamato YKVK-Elokim, con i due nomi insieme. Il nome divino “YKVK” (pronunciato Yud-Keh-Vav-Keh) indica la trascendenza divina e l’impossibilità del Suo essere costretto o limitato dalle leggi spazio-temporali e naturali. La Yud e la He di questo Nome divino rappresentano rispettivamente il passato e il futuro, mentre la Vav rappresenta il presente temporaneo con i suoi sei giorni e sei direzioni dello spazio. Esso perciò contiene Hayah (Egli fu), Hoveh (Egli è) e Yihiyeh (Egli sarà, alludendo così a Dio e al Suo essere simultaneamente nel passato, presente e futuro.
Il nome divino Elokim incarna l’attributo della giustizia ed è l’unico nome divino usato nel primo capitolo della Genesi, e si riferisce alla manifestazione di delimitazione e definizione. Questo nome è anche equivalente numericamente alla parola HaTeva, “la natura”. Questo indica che Dio creò il mondo con il nome Elokim, così da poter operare secondo alcune leggi naturali definite (le leggi e costanti fisiche).
Queste leggi servono effettivamente allo scopo di occultare la presenza divina immanente nel mondo. Sino a che queste leggi sono vigenti, Dio si limita, per così dire, ad interagire con il mondo secondo i suoi termini e non secondo quelli divini.
Questa distinzione è ulteriormente spiegata nei due racconti biblici della creazione dell’uomo. Nel primo capitolo della Genesi è scritto che: “Elokim creò l’uomo a Sua immagine, ad immagine di Elokim Egli lo creò, maschio e femmina” (Genesi 1:27). Questo significa che un numero rilevante di aspetti dell’esistenza umana, i suoi processi mentali e la sua natura fisica, derivano dal nome Elokim.
Nel secondo capitolo della Genesi è scritto che: “YKVK Elokim formò l’uomo con la polvere del suolo e soffiò nelle sue narici un respiro-anima di vita (nishmat chaim)”. “L’uomo divenne così una creatura vivente (nefesh chayah)” (Genesi 2:7). In questo versetto la Torah parla dell’anima dell’uomo, e quest’aspetto dell’esistenza umana deriva dal nome YKVK, che è superiore ad Elokim….
In generale, il nome divino Havayah (YKVK) incarna l’idea della trascendenza divina, Elokim invece incarna l’idea della Sua immanenza.
Havayah incarna la misericordia divina, e Elokim incarna il giudizio divino.
Come ha fatto notare Rabbi Nachman, Havayah corrisponde ad una consapevolezza matura della presenza di Dio in tutte le cose, Elokim da solo corrisponde ad una coscienza ristretta incapace di vedere la mano nascosta di Dio (la Sua provvidenza sempre all’opera nella nostra vita).

Publié dans:EBRAISMO: LE FESTIVITÀ |on 7 avril, 2012 |Pas de commentaires »
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