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QUEL LUME ALLA FINESTRA – DUE RACCONTI: GERUSALEMME 164 A.E.V; A BUCHENWALD NEL 1944

http://digilander.libero.it/parasha/varie/librohanuka/sei.htm

QUEL LUME ALLA FINESTRA

DUE RACCONTI: GERUSALEMME 164 A.E.V; A BUCHENWALD NEL 1944

RAV SCIALOM BAHBOUT

La storia di Hanukkah, così com’è narrata nel Talmud, è molto strana e ancora più strano è il fatto che i Maestri abbiano fatto dell’episodio dell’ampolla d’olio e dell’accensione dei lumi l’elemento centrale della festa, una festa che è bene ricordare è l’unica stabilita in epoca postbiblica accettata da tutto Israele nel corso delle generazioni. Hanukkah deriva da una radice ebraica che ha vari significati e può essere tradotta con inaugurazione, in ricordo dell’inaugurazione del Tempio fatta dai Maccabei, oppure con consacrazione e destinazione di un oggetto alla sua funzione: quindi nel caso specifico, significa riconsacrazione del Tempio profanato dagli Ellenisti, per restituirlo alla sua primitiva funzione. La radice Hanukkah, da cui derivano Hanukkah e hinnukh (educazione), significa anche « educare ». La rivolta ebraica scoppiò quando il nemico greco tentò di colpire proprio le radici culturali e religiose del popolo e più precisamente, quando i Seleucidi, dominatori della Giudea, imposero agli ebrei di abbandonare progressivamente le proprie tradizioni, costringendoli ad adorare gli idoli nel Tempio di Gerusalemme. Di fronte al pericolo della perdita della propria identità, gli ebrei si opposero e organizzarono una resistenza che fondava le proprie basi sull’adesione all’educazione ebraica. Contro un nemico militarmente più agguerrito, gli ebrei opposero la propria determinazione nel difendere la propria cultura e il diritto alla diversità contro il livellamento culturale imposto dalla cultura ellenista imperante. Non sappiamo con certezza quale sia il significato della storia dell’ampolla d’olio rimasta pura tra le macerie del Tempio: forse essa rappresenta il manipolo di persone sempre pronto a lottare per difendere la propria identità e dignità ebraica, a Gerusalemme come a Buchenwald. L’olio, che sembra bastare per una sola generazione, si rivela sufficiente per alimentare lo spirito ebraico non per sette generazioni (un numero che rappresenta la sopravvivenza dell’uomo nei limiti della natura e della storia), ma per sette + uno, cioè per infinite generazioni, per un tempo che trascende la storia e la natura. Il miracolo di Hanukkah è davvero strano: gli ebrei credono che ogni anno, nel momento in cui un ebreo accende il proprio lume, il miracolo si compia ancora: è il miracolo della sopravvivenza di una piccola minoranza in un mondo che non ha ancora assimilato l’idea che si può essere diversi, ma godere di eguali diritti. Il lume di Hanukkah va acceso vicino alla finestra, in modo che sia ben visibile dall’esterno. Questo gesto ha sì lo scopo di rendere pubblico il miracolo e quindi rendere partecipi anche gli altri della gioia e del mistero della sopravvivenza del popolo ebraico, ma è anche un invito a tutti gli uomini a non lasciarsi intimidire da ogni sorta di prevaricazioni e sopraffazioni. Ma in questa lotta per i propri diritti, pur muovendosi tra le macerie, a Gerusalemme come ad Buchenwald, ieri come oggi, importante è riuscire a non perdere mai di vista i valori che devono caratterizzare la vita dell’uomo. Per l’ebreo questi valori si devono affermare salvaguardando la propria dignità umana ed ebraica, anche nelle condizioni più disperate. Mantenere la Kedushà (santità) dell’immagine divina che è in ogni uomo è stata una delle imprese più difficili per gli ebrei che sono passati attraverso l’esperienza terribile dei campi di concentramento nazisti. La resistenza ebraica al nazismo viene identificata con la rivolta armata del Ghetto di Varsavia e degli altri Ghetti, una lotta attraverso la quale gli ebrei avrebbero riguadagnato la propria dignità e il proprio diritto alla vita. Non dobbiamo tuttavia dimenticare un’altra resistenza, meno eclatante, ma non per questo meno importante: molti ebrei sono riusciti a mantenere alto l’onore d’Israele rifiutandosi di accettare la logica dell’assassino che voleva distruggere l’ebreo nella sua umanità ebraica, prima ancora che nel suo corpo. La resistenza armata è stata per molto tempo giustamente messa in primo piano: c’è da chiedersi se non sia doveroso oggi ricordare con orgoglio anche la resistenza che, giorno dopo giorno, gli ebrei sono stati capaci di opporre al nazismo nei campi di concentramento. La nostra generazione, che ha avuto il privilegio di vedere ricostruito il « corpo » d’Israele, ha anche la responsabilità di muoversi con urgenza e determinazione per ricostruire lo « spirito » e la cultura d’Israele. Per accendere, ancora una volta, la propria Hanukkah.

DUE RACCONTI A Gerusalemme intorno all’anno 164 A.E.V. Cosa è Hanuklah? Hanno insegnato i Maestri: il 25 del mese di Kislev iniziano gli otto giorni di Hanukhah, giorni in cui non si possono fare manifestazioni di lutto e non si può digiunare. Quando i greci entrarono nel Tempio, resero impuro tutto l’olio, e gli Asmonei, dopo aver sconfitto il nemico greco, cercarono e non trovarono che una sola ampolla d’olio, che era rimasta pura, perché ancora chiusa con il sigillo del Sommo sacerdote. Questa ampolla sarebbe bastata per illuminare il Tempio un solo giorno. Accadde un miracolo con quella ampolla, e così essi poterono accendere il lume per otto giorni. L’anno seguente stabilirono di rendere quei giorni, giorni di festa e di lode. (Talmud Shabbath 21b)

A Buchenwald nel 1944 Inverno 1944. Campo di concentramento di Buchenwald. Blocco 62. 400 internati ebrei. Dopo cinque anni e mezzo di terrore, 400 internati ebrei, ormai ridotti a scheletri, quasi larve umane. Sui giacigli di legno si ammassano per dormire fino a 14 persone, uno sull’altro. Non ci si può rigirare nel letto senza svegliare tutti gli altri, quasi si trattasse di una catena umana. È l’ora della distribuzione del cibo. Vengono portate due grandi pentole e due internati di turno provvedono alla distribuzione. Il tedesco di guardia controlla la situazione. Ognuno riceve 150 grammi di pane: la razione giornaliera; un bicchiere di acqua calda che osano chiamare té e qualche volta una razione di margarina. Duecento grammi di margarina da dividere in 16 parti. Finita la distribuzione del cibo, gli addetti alla distribuzione chiedono all’S.S. tedesco cosa fare dei resti di margarina avanzati nella pentola. Il tedesco si fa portare la pentola. Prende i pezzi più grossi di margarina, quelli ancora solidi e divertito grida: « ora li getto per aria e chi li prende sono suoi ». A Buchenwald non mancano davvero persone che per la fame e per le molte sofferenze, hanno perso il senso della propria dignità ed ora sono lì, pronte a gettarsi ai piedi del tedesco pur di racimolare un po’ di margarina che forse permetterà loro di sopravvivere alla prossima selezione. Ed ecco che un terribile groviglio umano si forma ai piedi del tedesco. Ed egli gode alla vista ditale spettacolo. Nel blocco 62 c’è un vecchio. Non sembra aver paura delle selezioni. Quella margarina a lui non sembra importare. Egli mantiene uno sguardo e un portamento altero. Anche in quell’inferno non ha perduto la sua umanità e cerca di aiutare gli altri come può: con una buona parola, o privandosi di una parte del suo cibo. E neppure la sua dignità ha perduto il vecchio. Per questo non fa mai parte del groviglio umano che si gettava ai piedi del tedesco per conquistarsi un avanzo di margarina. Ecco un giorno, finita la distribuzione, il solito terribile rito si ripete. Il pane, il tè e la margarina sono ormai stati distribuiti e gli internati del blocco 62 assistono ad un insolito spettacolo: il vecchio che si getta sulla margarina e rimane disteso per terra finché non è ben sicuro che la margarina che è riuscito a racimolare è al sicuro. Anche lui, il vecchio, quello che sembrava essere il simbolo della dignità da non perdere, aveva ceduto, era crollato di fronte a una realtà disumanizzante. Anche lui aveva venduto la propria dignità per un po’ di margarina. Il vecchio si alza lentamente e qualcuno degli internati, mosso a pietà, gli consegna il proprio pezzo di margarina. E tra la meraviglia dei presenti, il vecchio li accetta. Poi, rifugiatosi in un angolo, il vecchio ebreo aspetta che il tedesco esca. Fa freddo a Buchenwald e la margarina nelle mani del vecchio è solida, ma lui la tiene vicino al bicchiere di té caldo e la margarina comincia a sciogliersi. Sembra impazzito, tira con forza i bottoni dalla sua vecchia divisa da internato e li strappa via. Anche lui a Buchenwald ha ceduto alle lusinghe della pazzia, convengono gli altri internati. Con gesti convulsi prende a sfilare alcuni fili dai lembi del vestito. Il vecchio si alza in piedi, ha in mano i bottoni, i fili e la margarina liquida e grida ai 400 internati del blocco 62 di Buchenwald: « Ebrei! oggi è Hanukkah » Dopo cinque anni e mezzo di terrore, quel vecchio, senza calendario ebraico, senza radio, senza alcun collegamento con l’esterno, era riuscito a tenere i conti, non aveva perso la nozione del tempo ed era riuscito a stabilire la data di Hanukkah. Sapeva con precisione quando cadeva Hanukkah e in quale giorno della festa si trovavano: aspettava solo il giorno della distribuzione della margarina. Prende i bottoni e li mette per terra; poi prende i fili e li infila nei bottoni e versa un po’ di margarina sui bottoni. Ecco… adesso aveva tutto ciò che gli era necessario per accendere i lumi di Hanukkah. Una persona arrotola un pezzo di carta e, dopo essersi arrampicato sulle spalle di un altro internato, lo accende usando il fuoco della lampada a nafta che illuminava debolmente il blocco. Poi lo consegna al vecchio, che, in piedi, in mezzo ai quattrocento internati, accende e i lumi recitando le benedizioni: Benedetto sii Tu, o Signore, Dio nostro re del mondo che ci hai consacrato con i tuoi precetti e ci hai comandato di accendere i lumi di Hanuklah. Benedetto sii Tu, o Signore, Dio nostro re del mondo che hai operato miracoli ai nostri padri in quei giorni, in questo tempo. Benedetto sii Tu, o Signore, Dio nostro re del mondo che ci hai mantenuto in vita e d hai fatto giungere a questo tempo. Solo allora, tutti i prigionieri che avevano seguito la scena in silenzio, cominciano a cantare, dapprima a bassa voce, ma poi sempre con maggior forza Maoz zur yeshuati. Il canto dei 400 internati si fa sempre più forte, nel blocco 62 del campo di concentramento di Buchenwald. La porta del blocco viene aperta con violenza, e al Kapò e all’SS di guardia del blocco, si presenta uno spettacolo incredibile: i quattrocento internati, per un momento, avevano riacquistato la loro libertà, come al tempo degli Asmonei: cinque anni e mezzo di terrore avevano fiaccato il loro corpo, ma non il loro spirito. Racconto orale (L’episodio è citato anche in Pardes Harlukkà, Petachia Rosenwasser, Ed. Zekher JeruBalem, pag. 327)

Rav Scialom Bahbout 

LA HANUKKAH DEI PATRIARCHI – RAV RICCARDO DI SEGNI

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LA HANUKKAH DEI PATRIARCHI

RAV RICCARDO DI SEGNI

Secondo un principio stabilito dai Rabbini del Talmud, « i Patriarchi biblici osservarono l’intera Torà (che non era stata ancora promulgata), conoscendola grazie ad una sacra ispirazione », e l’intera Torà comprende, secondo Rashì (commento a Gen. 26:5), anche la tradizione rabbinica. È un principio che solleva molte perplessità, anche davanti ad esplicite contraddizioni, ma che se viene esaminato in profondità mostra una concezione della storia e della Torà particolarmente forte ed originale. Restando nell’ottica di questo principio ci si potrebbe chiedere se e quando i Patriarchi celebrarono Hanukkah. La domanda sembra apparentemente assurda; Hanukkah è una festa istituita molto più tardi, nel II secolo avanti l’era volgare, per ricordare un avvenimento storico preciso. Eppure la riflessione su questa domanda provocatoria, apparentemente senza senso, aiuta a comprendere sia le motivazioni della strana idea rabbinica sul rapporto dei Patriarchi con la Torà, che il significato profondo di Hanukkah. Il precetto fondamentale di Hanukkah, come è ben noto, è l’accensione dei lumi, preceduta dalla recitazione di benedizioni, di cui la più specifica dice: « Benedetto… il Signore… che ci hai comandato di accendere i lumi di Hanukkah ». Ma il precetto di accensione dei lumi è senza dubbio una norma rabbinica, di cui la Torà ovviamente non parla. Ma allora perché attribuire al Signore l’origine di un obbligo che è invece chiaramente di istituzione umana? Altri precetti rabbinici si segnalano per lo stesso paradosso, ma solo per questo di Hanukkah il Talmud (Shabbat 23a) si interroga (« Dove mai ci ha comandato? ») alla ricerca di una spiegazione. La risposta ‘tecnica’ è che quando i Rabbini stabiliscono una norma e danno un precetto, hanno una sorta di delega divina, per cui è come se l’ordine fosse stato dato dal Signore stesso. Eppure il fatto che proprio su questa norma di Hanukkah il Talmud sollevi una questione di legittimità, per risolverla con una generica dichiarazione di principio sull’autorità rabbinica, deve far riflettere sui significati più profondi e nascosti della festa. Hanukkah è il luogo di tanti paradossi e contraddizioni, e la sua istituzione sembra venire di necessità a colmare uno strano vuoto. Ciò perché malgrado la sua tarda istituzione i significati più o meno nascosti della festa sono tanti, di origine remota e possibilmente conflittuali. Non c’è solo l’opposizione tra la commemorazione di una rivolta militare (che portò al potere una dinastia che avrebbe perseguitato i rabbini) e un significato religioso (il miracoloso aiuto divino a chi lotta per difendere la propria identità); ma c’è anche la celebrazione di un evento del ciclo annuale (il solstizio invernale), potenzialmente carico di rischi di festa pagana; e c’è un legame con il ciclo agricolo, quello del tempo della raccolta delle olive. Di tutto questo la tradizione ha privilegiato senza dubbio l’elemento religioso, la lotta in difesa del culto monoteistico, l’eliminazione dell’idolatria, la scelta sofferta di accettazione della Torà da parte della comunità di Israele, la preparazione al servizio divino con un nuovo altare restaurato, e tutto questo nella fiducia nell’aiuto divino, che protegge il suo popolo dai suoi nemici nel momento in cui Israele torna a cercare il Signore. Nella coscienza rabbinica, ma anche nella percezione collettiva del popolo ebraico, questo tema non può essere legato ad un unico evento storico, ma rappresenta una situazione che si ripete. E allora la domanda se vi sia nella Torà e in particolare nelle storie dei Patriarchi un modello di Hanukkah antica e primordiale non è più una stranezza e un paradosso, ma una legittima richiesta di ricerca storica e ideologica. In effetti è possibile identificare una situazione con molti punti di contatto nella storia dei Patriarchi, in Genesi 35 (Parashath Wayshlach). Subito dopo il drammatico episodio di Dinà, Giacobbe riceve l’ordine di partire verso Beth El con tutta la sua famiglia; Giacobbe quindi ordina alla famiglia di « allontanare gli dei stranieri » prima della partenza. Beth El era il luogo in cui Giacobbe aveva visto in sogno la scala e dove aveva eretto una stele, giurando di trasformarla in casa divina. Al suo ritorno nella terra di Canaan giunge per Giacobbe il tempo di mantenere la promessa, ma si frappongono molti ostacoli, e per ultimo l’episodio di Dinà, con tutte le sue conseguenze: pericolo di vendetta da parte dei popoli vicini, ma anche pericolo di assimilazione e di paganesimo. « Gli dei stranieri » che Giacobbe comanda di eliminare, erano, secondo il midrash, quelli presi dal bottino di Shekhem (cft. Rashi a Gen. 35:2) il che dimostra da un lato che malgrado la circoncisione loro imposta i Sichemiti non avevano rinunciato all’idolatria (cfr. Nachai Qedumim a Gen. 34:13), e dall’altro che il pericolo di idolatria e di influenze negative esterne era forte nella stessa famiglia di Giacobbe e nella stessa terra di Canaan. Per questo Giacobbe ordina l’eliminazione dell’idolatria e la purificazione, secondo uno schema che sarà ricorrente nella Bibbia, con le stesse parole (cfr. Gios. 27:23, Giud. 10:16, I Sam. 7:3, 2 Cron. 33:15), e che rappresenta costantemente il desiderio di ritorno della comunità al Signore e la condizione per il ritorno del Signore alla protezione della sua comunità. Solo dopo questo è possibile partire per Beth El ed erigervi una casa e un altare, che sono, a confronto con la primitiva stele, il segno di un nuovo culto, in cui il popolo partecipa in comunione e riceve i precetti divini (cfr. N. Leibowitz, ‘Yiurum besefer Bereshith 270-275). Accettando questo giogo, viene in soccorso l’aiuto divino: « la paura del Signore fu sulle città… » (Gen. 35:). Malgrado gli aspetti terribili del fatto di Shekhem, e l’esplicita condanna che ne fa Giacobbe (che rappresentano un modello primordiale delle perplessità rabbiniche sul tema della violenza armata che caratterizza la rivolta dei Maccabei e il trionfo della casa Asmonea), esistono nelle motivazioni dei protagonisti delle componenti positive, come l’intenzione di lottare contro l’idolatria e in particolare contro coloro che con la forza o la seduzione vogliono conquistare le persone e le anime di Israel. Non a caso uno dei due combattenti è Levi, antenato di Pinchas e antenato dopo molti secoli della famiglia dei Maccabei. Dunque l’intero racconto è quello di una sorta di Hanukkah patriarcale, dove compare il motivo della lotta contro l’idolatria esterna ed interna, il paradosso della violenza e della sua difficile valutazione, e poi la purificazione e l’erezione dell’altare, sotto l’ala protettrice divina. Manca solo il lume, ma l’olio già c’è, nelle due prime volte che viene citato nella Bibbia: quando Giacobbe lo versa sulla stele che ha eretto a Beth El, e quando viene nuovamente versato sull’altare alla fine del racconto.

Il tema del miracolo di Hanukkah dunque è molto più antico di quello dei tempi dei Maccabei, così come l’olio che brucia in ogni hanukkià esprime una speranza sofferta e complessa, profondamente radicata nella coscienza ebraica senza limiti di tempo.

Rav Riccardo Di Segni

ALLA VIGILIA DEL KIPPÙR – IL GIORNO DELL’ESPIAZIONE (14 SETTEMBRE, QUEST’ANNO) – DI RICCARDO DI SEGNI

http://www.vatican.va/news_services/or/or_quo/commenti/2008/235q01b1.html

ALLA VIGILIA DEL KIPPÙR – IL GIORNO DELL’ESPIAZIONE

(quest’anno era il 14 di settembre)

DI RICCARDO DI SEGNI

RABBINO CAPO DI ROMA

Nel calendario liturgico ebraico il giorno dell’Espiazione – Kippùr o Yom Kippùr o Yom haKippurìm – è il più importante dell’anno; in aramaico è yomà, « il giorno » per eccellenza che dà il titolo al trattato della Mishnà che ne espone le regole. « Il giorno » cade il 10 di Tishri, primo mese autunnale, quest’anno corrispondente alla sera dell’8 e al giorno del 9 ottobre 2008.
Di questo giorno parla in più occasioni la Bibbia e la fonte principale è il capitolo 16 del Levitico. Qui si descrive un complesso ordine cerimoniale affidato al Gran Sacerdote, che deve scegliere estraendo a sorte tra due capretti; uno, dedicato al Signore, viene offerto in sacrificio; l’altro riceve con un gesto simbolico il carico delle colpe di tutta la collettività e viene quindi inviato a morire nel deserto. Di qui l’espressione e il concetto di « capro espiatorio ». Lo stesso brano biblico si conclude spiegando che in quel giorno è d’obbligo affliggere la propria persona e non lavorare, perché « in questo giorno espierà per voi purificandovi da tutte le vostre colpe, vi purificherete davanti al Signore » (versetto 30).
Dai tempi della sua istituzione biblica Kippùr è il giorno dell’anno in cui le colpe vengono cancellate e il destino futuro di ogni uomo viene stabilito, dopo il giudizio cui è stato sottoposto nei giorni precedenti del Capodanno. La tradizione rabbinica si è dilungata a spiegare quali colpe possano essere cancellate del tutto o in parte, o sospese, in base alla loro gravità. La forza espiatrice del Kippùr si misura con l’obbligo principale dell’uomo nei giorni che lo precedono:  la tesciuvà; letteralmente è il « ritorno » ed è il termine con il quale si indica il pentimento, nel senso di ritorno alla retta via. Questo ritorno comporta la consapevolezza di avere sbagliato, l’intenzione di non commettere nuovamente l’errore, la confessione pubblica e collettiva. Tutto questo si basa necessariamente sulla fede in un Dio misericordioso e clemente che viene incontro a chi ha sbagliato. In ogni caso la cancellazione delle colpe si riferisce a quelle commesse nei rapporti dell’uomo con il Signore; le colpe tra uomini vengono cancellate solo dagli uomini. Per questi motivi la vigilia del Kippùr è dovere per ognuno andare a chiedere scusa alle persone che sono state da lui offese.
Per tutto il periodo di esistenza del Tempio di Gerusalemme le cerimonie del giorno di Kippùr rappresentavano il complesso liturgico più complesso e solenne. Solo in quel giorno era consentito al Gran Sacerdote accedere al Santo dei Santi. Il rispetto dei dettagli prescritti era essenziale, richiedeva una preparazione prolungata e minuziosa, e un’esecuzione attenta su cui vigilava con ansia l’intera collettività raccolta nel Tempio. Di tutto questo dopo la distruzione del Tempio è rimasto solo il ricordo nostalgico, che nella liturgia del Kippùr avviene con la lettura, al mattino, del brano del Levitico e nel primo pomeriggio con una lunga evocazione poetica del cerimoniale.
La liturgia sinagogale tocca in questo giorno il vertice dell’impegno; lunghe e solenni preghiere la sera d’inizio, e una seduta praticamente ininterrotta dal mattino successivo fino al comparire delle stelle. Sono momenti speciali quelli della lettura di brani di suppliche, la lettura al mattino di Isaia 57, che descrive come vero digiuno la pratica della giustizia, e al pomeriggio il libro di Giona, che è una grandiosa rappresentazione della misericordia divina. La presenza del pubblico nelle sinagoghe raggiunge il massimo annuale in questo giorno, specialmente nei momenti più solenni di apertura e chiusura.
Essenziale nel Kippùr è il coinvolgimento personale, soprattutto con un digiuno totale senza bere né mangiare per circa 25 ore – dal quale sono esenti i malati – insieme ad altre forme di astensione (lavarsi, usare creme profumate, indossare scarpe di cuoio, evitare i rapporti sessuali). Poi c’è la dimensione familiare e sociale, nei pasti che precedono e seguono il digiuno e nelle riunioni delle famiglie in Sinagoga per ricevere la benedizione sacerdotale, impartita dai Cohanim, i discendenti di Aharon.
Malgrado l’austerità, la solennità e le forme imposte di afflizione fisica il Kippùr è vissuto collettivamente con serenità e gioia nella consapevolezza che comunque non verrà meno la misericordia divina.
A conclusione di queste brevi note esplicative, considerando la sede autorevole e certamente non abituale dove vengono pubblicate, può essere interessante proporre una riflessione sul senso che il Kippùr ha avuto, e può avere oggi, nel confronto ebraico-cristiano. Questo perché nella formazione del calendario liturgico cristiano le origini ebraiche hanno avuto un ruolo decisivo, come modello da riprendere e trasformare con nuovi significati:  il giorno di riposo settimanale passato dal sabato alla domenica, la Pasqua e la Pentecoste. In alcuni casi la Chiesa ha persino festeggiato il ricordo dell’osservanza di precetti biblici tipicamente ebraici (la festa della Purificazione del 2 febbraio; un tempo l’1 gennaio quella della Circoncisione). Ma l’intero ciclo autunnale, di cui Kippùr è il giorno più importante, è come se fosse stato cancellato. Probabilmente ciò è dovuto al fatto che i simboli del Kippùr riguardano alcune differenze inconciliabili tra i due mondi. I temi del gran sacerdozio, del Tempio, del sacrificio, del capro espiatorio, della cancellazione delle colpe che nella tradizione ebraica si unificano nel Kippùr sono stati rielaborati dalla Chiesa, ma fuori dall’unità originaria. Semplificando le posizioni contrapposte:  un cristiano, in base ai principi della sua fede, non ha più bisogno del Kippùr, così come un ebreo che ha il Kippùr non ha bisogno della salvezza dal peccato proposta dalla fede cristiana.

Osservatore Romano 8 ottobre 2008

FESTE EBRAICHE: SUKKOT – 18-27 SETTEMBRE : LE CAPANNE DI NUVOLE

http://www.morasha.it/zehut/gd16_capannenuvole.html

FESTE EBRAICHE: SUKKOT – 18-27 SETTEMBRE

DAVID GIANFRANCO DI SEGNI

LE CAPANNE DI NUVOLE

Durante la festa di Sukkot si abita per sette giorni in capanne precarie fatte di frasche, rami di palma e canne: si mangia in esse e, clima permettendo, ci si dorme. Per una settimana si esce dalla propria casa e ci si trasferisce nella sukkà , nella capanna. L’origine di questa festa è nella Torà, dove è scritto: Per sette giorni abiterete nelle capanne. Ogni cittadino d’Israele abiterà nelle capanne, affinché le vostre generazioni sappiano che Io, il Sig-ore D-o vostro, ho fatto risiedere i figli d’Israele nelle capanne quando li feci uscire dalla terra d’Egitto  » ( Levitico 23: 42-43).
La festa di Sukkot è quindi collegata con l’uscita dall’Egitto. Se è così, si sono chiesti i nostri Maestri, perché Sukkot capita in autunno invece che in primavera, la stagione in cui gli ebrei uscirono dall’Egitto? Per quale motivo l’ordine di costruirsi le capanne non si mette in pratica a Pesach, la festa primaverile che ricorda, appunto, l’uscita dall’Egitto? Si risponde che in primavera, quando arriva la bella stagione, è normale che la gente esca dalle proprie case e vada a vivere all’aperto e al fresco, al riparo di semplici capanne. D’autunno, invece, colui che va ad abitare sotto una capanna rende chiaro a tutti che l’unico motivo per cui ci sta andando è per adempiere un comandamento divino.
Il Chidà (il famoso rabbino Chayim Yosef David Azulai, nato nella terra d’Israele ma venuto a vivere in Italia, a Livorno, nella seconda metà del ’700) scrisse che uno dei significati della festa di Sukkot è sottolineare la precarietà di questo mondo e della nostra vita. Il mondo in cui viviamo non è che una capanna provvisoria e instabile. Non è un caso che Sukkot venga a distanza di soli cinque giorni dopo Kippur, il digiuno d’espiazione, che a sua volta capita dieci giorni dopo Rosh ha-Shanà, il capodanno che è anche il Giorno del Giudizio. Nel capodanno il giudizio è emesso per ciascuno di noi, e questo è poi suggellato nel giorno di Kippur; dunque, uscire dalla propria casa per andare ad abitare in una capanna è come dire: « Siamo pronti ad andare in esilio, siamo pronti ad accettare questo decreto, se così è stato stabilito nel Tribunale celeste, sia come singoli che come collettività ».
Abbiamo detto sopra che secondo la Torà il motivo per cui si abita nelle sukkot per sette giorni è per ricordare che il Sig-ore fece stare gli ebrei, usciti dall’Egitto, sotto le capanne, durante i 40 anni di peregrinazioni nel deserto del Sinai. A questo proposito c’è un’interessante discussione nel Talmud ( Sukkà 11b) fra Rabbi Eliezer e Rabbi Akivà: di che erano fatte le capanne nel deserto? Secondo un’opinione le sukkot del deserto erano delle vere e proprie capanne, fatte di canne e frasche. Secondo l’altra opinione, invece, le sukkot erano capanne fatte di « nuvole », di nuvole della Gloria Divina ( ananè ha-Kavòd ). In altre parole, secondo la prima opinione noi oggi ci costruiamo una capanna di frasche per ricordare le capanne di frasche che i nostri antenati si fecero nel deserto; secondo l’altra opinione noi, con la capanna di frasche che facciamo oggi, ci ricordiamo della sukkà fatta di nuvole, ci ricordiamo della protezione divina che accompagnava gli ebrei. Queste due opinioni non sono in realtà esclusive l’una dell’altra, tanto è vero che non si sa esattamente neanche chi dei due rabbini abbia dato questa o quella interpretazione. In effetti, la sukkà possiede sia una valenza materiale che una spirituale. Sicuramente gli ebrei nel deserto abitavano sotto capanne precarie fatte di materia, ma senza la protezione delle sukkot fatte di « nuvole divine » difficilmente sarebbero potuti sopravvivere.
Una delle caratteristiche specifiche della cultura ebraica è quella di non considerare il dominio dello spirito separato e scisso da quello della materia, bensì di fonderli insieme, di creare una sintesi armoniosa in cui il materiale è compenetrato dallo spirituale e viceversa. È questo un aspetto che ricorre in quasi tutte le mitzwot , ma che risalta in modo particolare nella festa di Sukkot.
La mitzwà di abitare nella sukkà coinvolge tutta una serie di operazioni estremamente fisiche e materiali, con una notevole dose di lavoro manuale necessario per costruire la capanna, come segare assi di legno, inchiodarle, martellare ecc. Una volta fatta la sukkà , si adempie alla mitzwà entrando fisicamente, con tutto il corpo, dentro la sukkà e mangiando al suo interno. È quindi forse la mitzwà più materiale fra tutti i precetti della Torà, quella che più coinvolge il corpo e la materia. D’altra parte, però, lo scopo di questa mitzwà è di « sapere »: come dice il verso della Torà citato sopra, l’ordine di abitare nelle sukkot viene dato affinché le generazioni future sappiano che gli ebrei usciti dall’Egitto risiedettero per 40 anni sotto le capanne.
Altre mitzwot hanno come scopo il « ricordare », come la festa di Pesach, il precetto del talled e dei tefillin e alcune altre. Ma Sukkot è l’unica mitzwà , oltre allo Shabbat, il cui scopo è « sapere ». È interessante notare che di Shabbat, per definizione, ci si deve astenere dall’operare nel mondo della materia, dal « costruire »; di Sukkot, al contrario, bisogna avere a che fare con la materia e costruire. Entrambe queste mitzwot hanno come scopo il « sapere »: lo Shabbat, il giorno della non-materia, serve per sapere che D-o creò il mondo della materia; Sukkot, la festa della materia, ha come scopo il sapere che D-o agisce nella storia e nel mondo dello spirito.
La materia serve per raggiungere la consapevolezza intellettuale di quanto successe più di 3000 anni fa, per sapere che noi discendiamo, in senso culturale e non necessariamente biologico, da coloro che furono liberati dalla schiavitù d’Egitto. La materia è un mezzo per un’identificazione esistenziale con la nostra storia, per entrare nei « panni » e nel corpo, per così dire, di coloro che, schiavi, furono liberati e condotti da Mosè verso la terra promessa.

Ottobre 2000 – Pubblicato su Shalom

Publié dans:EBRAISMO, EBRAISMO: LE FESTIVITÀ |on 16 septembre, 2013 |Pas de commentaires »

ALLA VIGILIA DEL KIPPÙR – DI RICCARDO DI SEGNI

http://www.vatican.va/news_services/or/or_quo/commenti/2008/235q01b1.html

ALLA VIGILIA DEL KIPPÙR

(per il 2013 era il 13 e 14 settembre, si sono sovrapposte alla Festa della Santa Croce, il 14 ed alla domenica, quindi metto qualcosa oggi, articolo del 2008)

IL GIORNO DELL’ESPIAZIONE

DI RICCARDO DI SEGNI – RABBINO CAPO DI ROMA 

Nel calendario liturgico ebraico il giorno dell’Espiazione – Kippùr o Yom Kippùr o Yom haKippurìm – è il più importante dell’anno; in aramaico è yomà, « il giorno » per eccellenza che dà il titolo al trattato della Mishnà che ne espone le regole. « Il giorno » cade il 10 di Tishri, primo mese autunnale, quest’anno corrispondente alla sera dell’8 e al giorno del 9 ottobre 2008.
Di questo giorno parla in più occasioni la Bibbia e la fonte principale è il capitolo 16 del Levitico. Qui si descrive un complesso ordine cerimoniale affidato al Gran Sacerdote, che deve scegliere estraendo a sorte tra due capretti; uno, dedicato al Signore, viene offerto in sacrificio; l’altro riceve con un gesto simbolico il carico delle colpe di tutta la collettività e viene quindi inviato a morire nel deserto. Di qui l’espressione e il concetto di « capro espiatorio ». Lo stesso brano biblico si conclude spiegando che in quel giorno è d’obbligo affliggere la propria persona e non lavorare, perché « in questo giorno espierà per voi purificandovi da tutte le vostre colpe, vi purificherete davanti al Signore » (versetto 30).
Dai tempi della sua istituzione biblica Kippùr è il giorno dell’anno in cui le colpe vengono cancellate e il destino futuro di ogni uomo viene stabilito, dopo il giudizio cui è stato sottoposto nei giorni precedenti del Capodanno. La tradizione rabbinica si è dilungata a spiegare quali colpe possano essere cancellate del tutto o in parte, o sospese, in base alla loro gravità. La forza espiatrice del Kippùr si misura con l’obbligo principale dell’uomo nei giorni che lo precedono:  la tesciuvà; letteralmente è il « ritorno » ed è il termine con il quale si indica il pentimento, nel senso di ritorno alla retta via. Questo ritorno comporta la consapevolezza di avere sbagliato, l’intenzione di non commettere nuovamente l’errore, la confessione pubblica e collettiva. Tutto questo si basa necessariamente sulla fede in un Dio misericordioso e clemente che viene incontro a chi ha sbagliato. In ogni caso la cancellazione delle colpe si riferisce a quelle commesse nei rapporti dell’uomo con il Signore; le colpe tra uomini vengono cancellate solo dagli uomini. Per questi motivi la vigilia del Kippùr è dovere per ognuno andare a chiedere scusa alle persone che sono state da lui offese.
Per tutto il periodo di esistenza del Tempio di Gerusalemme le cerimonie del giorno di Kippùr rappresentavano il complesso liturgico più complesso e solenne. Solo in quel giorno era consentito al Gran Sacerdote accedere al Santo dei Santi. Il rispetto dei dettagli prescritti era essenziale, richiedeva una preparazione prolungata e minuziosa, e un’esecuzione attenta su cui vigilava con ansia l’intera collettività raccolta nel Tempio. Di tutto questo dopo la distruzione del Tempio è rimasto solo il ricordo nostalgico, che nella liturgia del Kippùr avviene con la lettura, al mattino, del brano del Levitico e nel primo pomeriggio con una lunga evocazione poetica del cerimoniale.
La liturgia sinagogale tocca in questo giorno il vertice dell’impegno; lunghe e solenni preghiere la sera d’inizio, e una seduta praticamente ininterrotta dal mattino successivo fino al comparire delle stelle. Sono momenti speciali quelli della lettura di brani di suppliche, la lettura al mattino di Isaia 57, che descrive come vero digiuno la pratica della giustizia, e al pomeriggio il libro di Giona, che è una grandiosa rappresentazione della misericordia divina. La presenza del pubblico nelle sinagoghe raggiunge il massimo annuale in questo giorno, specialmente nei momenti più solenni di apertura e chiusura.
Essenziale nel Kippùr è il coinvolgimento personale, soprattutto con un digiuno totale senza bere né mangiare per circa 25 ore – dal quale sono esenti i malati – insieme ad altre forme di astensione (lavarsi, usare creme profumate, indossare scarpe di cuoio, evitare i rapporti sessuali). Poi c’è la dimensione familiare e sociale, nei pasti che precedono e seguono il digiuno e nelle riunioni delle famiglie in Sinagoga per ricevere la benedizione sacerdotale, impartita dai Cohanim, i discendenti di Aharon.
Malgrado l’austerità, la solennità e le forme imposte di afflizione fisica il Kippùr è vissuto collettivamente con serenità e gioia nella consapevolezza che comunque non verrà meno la misericordia divina.
A conclusione di queste brevi note esplicative, considerando la sede autorevole e certamente non abituale dove vengono pubblicate, può essere interessante proporre una riflessione sul senso che il Kippùr ha avuto, e può avere oggi, nel confronto ebraico-cristiano. Questo perché nella formazione del calendario liturgico cristiano le origini ebraiche hanno avuto un ruolo decisivo, come modello da riprendere e trasformare con nuovi significati:  il giorno di riposo settimanale passato dal sabato alla domenica, la Pasqua e la Pentecoste. In alcuni casi la Chiesa ha persino festeggiato il ricordo dell’osservanza di precetti biblici tipicamente ebraici (la festa della Purificazione del 2 febbraio; un tempo l’1 gennaio quella della Circoncisione). Ma l’intero ciclo autunnale, di cui Kippùr è il giorno più importante, è come se fosse stato cancellato. Probabilmente ciò è dovuto al fatto che i simboli del Kippùr riguardano alcune differenze inconciliabili tra i due mondi. I temi del gran sacerdozio, del Tempio, del sacrificio, del capro espiatorio, della cancellazione delle colpe che nella tradizione ebraica si unificano nel Kippùr sono stati rielaborati dalla Chiesa, ma fuori dall’unità originaria. Semplificando le posizioni contrapposte:  un cristiano, in base ai principi della sua fede, non ha più bisogno del Kippùr, così come un ebreo che ha il Kippùr non ha bisogno della salvezza dal peccato proposta dalla fede cristiana.

(L’Osservatore Romano 8 ottobre 2008)

SUONI E MOVIMENTI TR ELUL E ROSH HASHANAH: LO SHOFAR

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SUONI E MOVIMENTI TR ELUL E ROSH HASHANAH: LO SHOFAR

Contrariamente a quanto si possa pensare, l’unica mitzvà esplicitamente comandata per Rosh HaShanà è quella della Tekiat Shofar, del suono dello Shofar, il resto sono usi e minhaghim.

Il nome con il quale la Torà chiama la festa di Rosh HaShanà è Yom Teruà, non Rosh HaShanà e nemmeno il Giorno dello Shofar, bensì Yom Teruà che è proprio uno dei suoni dello Shofar.

וּבַחדֶשׁ הַשְּׁבִיעִי בְּאֶחָד לַחֹדֶשׁ מִקְרָא קֹדֶשׁ יִהְיֶה לָכֶם כָּל מְלֶאכֶת עֲבֹדָה לֹא תַעֲשׂוּ יוֹם תְּרוּעָה יִהְיֶה לָכֶם:  (במדבר פרק כט פסוק א)

Il settimo mese, il primo giorno del mese terrete una sacra adunanza; non farete alcun lavoro servile; sarà per voi il giorno dell’acclamazione con la teruà Deuteronomio 29, 1.

Nella Torà, quindi, si menziona Rosh HaShanà con il nome di Yom Teruà, Giorno della Teruà, mentre nelle preghiere del Machazor viene chiamato  Yom Hazikkaron, Giorno del Ricordo.

Rosh HaShanà viene quindi a riportare alla mente ciò che è dimenticato per questo è un YOM HAZIKKARON, UN GIORNO DI RICORDO. La maggior parte di noi vive immersa e legata al presente con tutto il peso delle nostre esigenze quotidiane ed immediate. Dimentichiamo spesso il nostro passato ed evitiamo di occuparci del nostro futuro. Per questo motivo esiste il suono dello Shofar la cui prima espressione è la Tekià: un suono limpido e continuo. Ci insegna la necessità di una continuità nella nostra vita. La vita di un uomo si esprime nel legame tra passato, presente e futuro. Un uomo che non pensa al futuro, che non ha aspirazioni, sogni e programmi e che vive tutto il tempo immerso nel passato è un uomo senza percorsi di vita reale. Yom HaZikkaron rappresenta il legame tra passato e futuro, tra l’esigenza di ricordare e non dimenticare le origini della nostra vita e le nostre aspirazioni ebraiche come non ebraiche.

I suoni dello Shofar sono tutti segni interrogativi. Chiedono all’uomo: Cosa sei? Come sei? Dice Rambam in Hilchòt Teshuvà 3,3 che il suono dello shofar ci dice :  » Svegliatevi fate un esame delle vostre azioni, fate teshuvà e ricordatevi del vostro Creatore. »

E la risposte a queste domande sono  l’essenza del significato di Rosh HaShanà: il giorno nel quale rivediamo quello che abbiamo fatto e  progettiamo dove vorremo arrivare.

La vita di ogni persona non è mai caratterizzata da omogeneità di realtà e momenti: ci  possono esistere momenti orizzontali e momenti verticali, periodi più facili di altri.

I suoni dello shofar possono anche rappresentare acusticamente questi momenti diversi.

La Tekia, una voce chiara, forte, ferma, senza esitamenti e pause…

La Teruà e gli shevarim sono invece totalmente differenti, sono un insieme di suoni spezzati, corti, divisi…proprio come un pianto o un lamento: la voce dello shofar riflette la vita.

Rosh HaShana rappresenta la verità della realtà del mondo e ci invita a trasformare questa realtà e la nostra stessa vita ebraica in una tekià ghedolà, in una completa armonia.

Ci si potrebbe chiedere:  » Che tipo di mitzvà è lo Shofar? Lishmoa kol shofar, di ascoltare la voce dello Shofar? » Praticamente una mitzvà passiva: noi ascoltiamo ed un altro suona.

In realtà è esattamente il contrario: ascoltare lo shofar è una mitzvà attiva.

E’ un atto positivo quando il Rambam scrive: « Uru Yeshenim Mitardematechem…Svegliatevi dormienti dal vostro sonno » Intende dire che lo shofar è come una sveglia per la persona.

Dobbiamo ascoltare il suono dello shofar al di là delle grida e dei rumori esterni, dobbiamo connettere la nostra anima alla voce dello Shofar.

Perchè in realtà il valore dello Shofar non è solo quello di essere un suono.

Siamo, durante il suono dello Shofar nel mese di Elul, di fronte ad un gesto arcaico ed antico che accompagna le preghiere delle Selichot, le richieste di perdono e nell’uso spagnolo e portoghese troviamo lo stesso richiamo:

 » Uomo perché dormi? Alzati e urla i tuoi tachanunim! Spargi i tuoi lamenti, Implora il tuo perdono dal Re dei re. »  (Il tuo appello, le tue preghiere di perdono).

Le Selichòt hanno più o meno una struttura concettuale che è questa:

Selichah 

סליחה) —  Perdono. Noi chiediamo perdono…

Chatanu  

חטאנו) —  Noi abbiamo peccato, testo che si dice da Rosh HaShanà, ma dipende dagli usi. E comunque si recita fino a Yom Kippur.  Alla fine si recitano i Tredici Atributi di Dio e poi il vidui, la confessione dei peccati, ripetendo il motivo che. « חטאנו צורנו סלח לנו יוצרנו »,  Abbiamo peccato nostra Rocca, perdonaci nostro Creatore

Techinah

תחינה) — Ebraico per richiesta, petizione.Questa selichà in genere appare alla fine del servizio delle Selichòt.

Secondo una maniera schematica simile possiamo tracciare dei punti per arrivare ad una teshuvà, pentimento e ritorno, consapevole:

Abbandonare il peccato,  

עזיבת החטא

Rimpianto del passato,

חרטא על העבר

Buoni propositi per il futuro,

קבלה על העתיד

Confessione,

וידוי

La confessione dei propri errori, che in realtà è una ammissione di colpa contro la fuga dalle proprie responsabilità, aIl viddui, ha un posto necessario  di  consapevolezza ed ha un posto importante anche nella tefillà pubblica.

E’ in ordine alfabetico ed è al plurale:  una volta gli studenti di Rabbi Itzhak di Vork chesero: perché il viddui di Yom Kippur è secondo l’alfabeto? Rispose il Rav:  » Altrimenti non si saprebbe quando si deve finire di confessare, perché i peccati non hanno fine, ma l’alfabeto sì! »

Per l’ebraismo il viddui tocca punti  profondi dell’animo umano che non fugge dalla responsabilità per azioni che non erano da commettere.

Dobbiamo ascoltare la nostra anima ed arrivare  al secondo passo spirituale e psicologico della nostra teshuvà: la riflessione sui nostri giorni passati.

Camminando da Elul a Rosh HaShana’ al suono dello Shofar, all’ascolto dello Shofar, giungiamo a Yom Kippur. Un passo ed una riflessione alla volta.

ROSH HASHANAH (LA FESTA DELLE TROMBE) ( 2013, 4 Settembre)

http://www.messiev.altervista.org/RoshHaShana.html

(Chiesa Evangelica messianica)

ROSH HASHANAH (LA FESTA DELLE TROMBE) ( 2013 4 Settembre)

«Diedi loro i miei statuti e feci loro conoscere i miei decreti, osservando i quali l’uomo vivrà per essi. Inoltre diedi loro i miei sabati, affinché fossero un segno fra me e loro, perché conoscessero che io sono l’Eterno che li santifico» Ezech.20:11,12
Dio ha dichiarato per mezzo del profeta Ezechiele che i Suoi sabati (il giorno di sabato e i giorni di festa) sono un segno fra Lui e Israele e che Egli è Colui che dice di essere, l’Eterno, l’Onnipotente, il Re dei re. Paolo ha detto in Colossesi che i giorni di festa, le lune nuove (Rosh Chodesh, la celebrazione che avviene all’inizio di ogni mese) e i giorni di sabato sono un’ombra di cose future (Col.2:16). La Bibbia è piena di tipi ed ombre. Una delle metafore più particolareggiate degli eventi profetici le troviamo nelle sette feste stabilite da Dio come è scritto in Levitico 23. Le feste di primavera si sono adempiute con la morte, sepoltura e risurrezione di Cristo e poi con la manifestazione dello Spirito santo. La prima festa di autunno è l’inizio del nuovo anno, l’anno civile ebraico, ed è chiamata Rosh HaShanah (Rosh significa testa, capo, HaShanah significa l’anno), il Capo dell’anno. Insieme a Yom Kippur (il Giorno dell’Espiazione, Lev.23:26-32), e Sukkot (la festa delle Capanne o festa dei Tabernacoli, Lev.23:33-36,39-43), sono le feste d’autunno, che cadono nel settimo mese del calendario di Dio, Tishri, e contengono la rivelazione sulla seconda venuta del Messia.
«Parla ai figli d’Israele e di’ loro: Nel settimo mese, il primo giorno del mese avrete un riposo solenne, una celebrazione festiva annunciata a suon di tromba, una santa convocazione. Non farete in essa alcun lavoro servile e offrirete all’Eterno dei sacrifici fatti col fuoco» (Lev.23:24,25)
«Nel settimo mese, nel primo giorno del mese avrete una santa convocazione; non farete alcun lavoro servile; sarà per voi il giorno del suono delle trombe» (Num.29:1)
Rosh HaShanah viene oggi celebrato il primo e il secondo giorno di Tishri. Originariamente esso era un solo giorno di festa; però, a causa della difficoltà di determinare il giorno esatto della nuova luna, i rabbini hanno deciso di fare due giorni di festa. Ci sono 29,5 giorni tra una luna nuova e quella successiva, e nessuno sa con certezza se ricorrerà il 29° giorno o il 30°, il che potrebbe farci riflettere sulla dichiarazione «quel giorno e quell’ora nessuno li conosce». A differenza di tutte le altre feste, questa inizia per mezzo di due testimoni che verificano che la luna nuova è sorta. Secondo l’Enciclopedia Giudaica, la festa, Rosh HaShanah, è conosciuta anche con il nome di Yôm Terû?ah (Giorno del Soffio del Corno), Yôm ha-Din (Giorno del Giudizio) e Yôm ha-Zikkaron (Giorno del Ricordo). Ma il nome più comune con la quale la conosciamo è Festa delle Trombe.
La Festa delle Trombe è la festa meno citata nella Bibbia, e sembra un mistero, un enigma. Mentre ci viene detto che deve essere celebrata il primo giorno del mese al suono dello shofar, non ci viene detto che cosa deve essere celebrato. Le altre feste bibliche sono spiegate con maggiore dettaglio. Lev.23 dice esplicitamente, ad esempio, che la Pasqua è il memoriale dell’esodo dall’Egitto e dei miracoli che l’hanno accompagnato; Pentecoste è una festa agricola; Yôm Kippur è una cerimonia di purificazione e pentimento; la festa delle Capanne è sia una festa del raccolto che un memoriale dell’esperienza d’Israele nel deserto. Ma quando nello stesso capitolo si arriva a parlare del primo giorno del settimo mese, troviamo soltanto alcuni vaghi dettagli, con nessuna spiegazione. Gli altri riferimenti a questo giorno, Num.29:1 e Neh.8:2, offrono ben pochi chiarimenti al riguardo. Oggi gli Ebrei festeggiano questo giorno come memoriale dell’entrata nella terra promessa, e per tradizione è il giorno in cui fu creato Adamo.
Un altro mistero è che, nonostante questo giorno sia chiamato nelle Scritture «Yôm Terû?ah», «giorno del soffio/suono», ha preso il nome di Rosh HaShanah – “la testa dell’anno” ed è riconosciuto tra i Giudei come il capodanno. La Sacra Scrittura, tuttavia, indica che l’anno inizia a primavera, con il mese di Nisan, durante il quale cade la Pasqua. Il mese di Tishri è invece il mese da cui si contavano gli anni di regno e lo shofar veniva utilizzato per l’incoronazione dei re (1Re 1:39). Per questa ragione, i rabbini hanno insegnato che il suono dello shofar di Yôm Terû?ah doveva essere una proclamazione dell’incoronazione del Re dell’universo (Sal.47:5; 98:6). Lo shofar annuncia lo stabilimento del Regno di Dio. Dal significato del numero 7, Tishri che è il settimo mese, è il numero del completamento e si pensa che sia l’anniversario del completamento della creazione di Dio – l’anniversario di quando il Signore ha iniziato a regnare sulla Sua creazione. Questa tradizione insegna che il suono dello shofar a Rosh HaShanah è un ricordo dell’incoronazione del Re dell’universo, e simboleggia la nostra accettazione di Dio come Re. Adesso soffermiamoci su un altro tema di questo giorno santo: la Tešubah, il pentimento.
Nel calendario ebraico, il periodo di quaranta giorni che va dal 1 Elul al 10 Tishri, è noto come Tešubah, che vuol dire “ritorno” o “pentimento”. È considerato un tempo in cui ogni singolo individuo deve esaminarsi e cercare di ripristinare i rapporti con Dio e con i propri fratelli. Durante questo tempo, lo shofar (corno di montone) viene suonato quotidianamente per ricordare/avvertire il popolo che Rosh HaShanah, il tempo del pentimento, è vicino. Il Salmo 27 viene recitato due volte al giorno. Molti ebrei ortodossi si immergono nella mikveh (immersione rituale) come simbolo di purificazione. Maimonide, un famoso rabbino, disse:
« Sebbene sia un ordine divino suonare lo shofar a Rosh Ha-Shanah, nel comando è contenuta la seguente idea: È come dire: Svegliatevi dal vostro sonno, voi che vi siete addormentati in vita, e riflettete sulle vostre azioni. Ricordate il vostro Creatore. Non siate di quelli che perdono di vista la realtà per rincorrere le ombre, e sprecano i loro anni nella ricerca di cose vane, che non possono né dare beneficio e né salvare. Preoccupatevi delle vostre anime e miglioratevi. Che ognuno lasci le sue vie e i suoi pensieri malvagi ».
Gli ultimi dieci giorni di questo periodo, il tempo tra Rosh Hashanah e Yom Kippur, sono noti come Yamim Nora’im – i giorni del timore. Essi sono giorni di ricerca interiore e di pentimento, nonché di paura dato che la gente si prepara ad entrare alla presenza del Giudice di tutta la creazione. Questi dieci giorni costituiscono una sorta di conto alla rovescia.
Nei giorni del Tempio, il sacerdote emetteva tre raffiche di tromba ogni mattina per annunciare l’apertura delle porte del Tempio. Quindi, si è creduto che le prime raffiche dello shofar alla Festa delle Trombe annunciavano l’apertura delle porte del Cielo. Vediamo questa tradizionale immagine di Rosh Hashanah impiegata in Apoc.4:1 quando Giovanni vide una porta aperta nel cielo e sentì una voce come quella di uno shofar che disse: «Sali quassù».
I rabbini hanno insegnato che a Rosh HaShana le porte sono aperte per ricevere le preghiere di pentimento e rimangono aperte fino alla fine del Giorno dell’Espiazione, che si conclude con una lunga raffica di shofar. Quest’ultima annuncia che le porte del cielo sono chiuse e il giudizio è stato completato. E così, lo shofar viene suonato a Rosh Hashanah come un avvertimento che il giudizio è vicino e il tempo per pentirsi è breve.
Un’altra cosa che lo shofar ricorda è quando Dio è sceso sul Monte Sinai con uno shofar divino (Es.19:19). Il suono dello shofar al Sinai era uno dei segni miracolosi che hanno accompagnato il dono della Torah e l’accettazione di essa. Quindi, il suono dello shofar a Rosh HaShanah è un ricordo di quel giorno, quando Israele ha accettato il patto con Dio – una chiamata per ogni individuo a prendere su sé stesso quello che i suoi progenitori hanno fatto quando dissero «faremo e ubbidiremo» (Es.24:7).
Un altro ricordo è quello di farci ricordare le parole dei profeti ed ha a che fare con “l’avvertimento”. Nell’antico Israele, una sentinella suonava lo shofar per dare l’allarme quando un pericolo si avvicinava, esattamente come fanno le sirene oggi. Ezechiele usa questa immagine quando paragona le parole dei profeti al suono d’avvertimento dello shofar: «chiunque ode il suono dello shofar e non fa caso all’avvertimento, se la spada viene e lo porta via, il suo sangue sarà sul suo capo» (Ezech.33:4). In altre parole, se una persona ascolta le parole del profeta, ma non prende sul serio il suo avvertimento, la colpa sarà soltanto sua per quello che gli capiterà. Vediamo questa stessa metafora in Ger.4:19-21. Quindi, il suono del shofar a Rosh Hashanah è un ricordo della necessità di prendere sul serio l’avvertimento dei profeti.
Un altro motivo del suono dello shofar è quello di ricordarci la distruzione del Tempio e il grido di battaglia dei nemici. In Israele e nelle nazioni circostanti, lo shofar veniva suonato come grido di battaglia. Quando i soldati sentivano lo shofar, sapevano di dover far partire l’attacco. Quando l’esercito opposto lo sentiva, sapeva che stava per subire un attacco imminente. I profeti hanno usato spesso questa immagine quando avvertivano della imminente distruzione di Gerusalemme e del Tempio: «ho udito il suono dello shofar, il grido di guerra. Si annunzia rovina sopra rovina, perché tutto il paese è devastato. Improvvisamente le mie tende sono distrutte, i miei padiglioni in un attimo. Fino a quando vedrò la bandiera e udrò il suono dello shofar?» (Ger.4:19-21). I rabbini insegnano che il suono dello shofar a Rosh Hashanah è un ricordo della distruzione del Tempio e una sollecitazione a pregare per la sua ricostruzione.
Un altro ricordo è riferito alla Legatura d’Isacco. Lo shofar si ottiene dal corno di un montone. Il montone più famoso delle Scritture è il montone sacrificato al posto d’Isacco. «E Abrahamo alzò gli occhi, guardò, ed ecco dietro a sé un montone, preso per le corna in un cespuglio» (Gen.22:13). Dio chiese ad Abrahamo di sacrificare il proprio figlio, cosa che lui era disposto a fare, ma poi glielo ha impedito provvedendo un montone in sostituzione di suo figlio Isacco.
Le preghiere che si fanno alla Festa delle Trombe sono piene di riferimenti a questa storia e la legatura d’Isacco è il tema centrale della liturgia festiva. Dato che la comunità prega per il perdono, si chiede a Dio clemenza e grazia così come è avvenuto alla legatura d’Isacco. Ogni volta che il cristiano ascolta il suono dello shofar, dovrebbe ricordare questa profonda lezione di redenzione. La chiesa oggi dovrebbe fare un maggiore uso dello shofar nel culto.
Nel Talmud viene fatta la domanda: « perché suoniamo lo shofar alla Festa delle Trombe? » La risposta è: il Signore ha detto « io richiamerò la legatura d’Isacco in vostro favore e riguarderò ad essa come se voi stessi foste legati davanti a me ».
Il seguente midrash talmudico spiega il rapporto tra la Festa delle Trombe e la legatura d’Isacco in maniera ancora più chiara: « dopo che egli aveva legato il figlio, Abramo disse: Tu mi hai promesso una discendenza attraverso Isacco, e quando mi hai ordinato di sacrificarlo ho trattenuto i miei più naturali istinti e non ho esitato. Così, quando i miei discendenti peccheranno, ricordati di questa legatura; considerala come se le ceneri d’Isacco siano state raccolte sull’altare e il suo sangue spruzzato sull’altare e Tu potrai perdonare i loro peccati ». Dio gli ha risposto che nel giorno in cui giudicherà ogni cosa [alla Festa delle Trombe], le future generazioni se vogliono appellarsi al merito della legatura d’Isacco ed essere perdonate, devono suonare lo shofar. Quale shofar? chiese Abramo. Girati e guardalo, gli rispose Dio. E Abramo vide un montone! La Legatura d’Isacco e il corno del montone sono legati, nel pensiero rabbinico, alla venuta del Messia: il corno sinistro del montone d’Isacco è stato suonato al Monte Sinai, e il suo corno destro verrà suonato per proclamare la venuta del Messia » (Tzenah Urenah)
È insegnato in questa tradizione che il suono del shofar a Rosh Hashanah è un ricordo della legatura di Isacco e della preghiera di clemenza per i meriti di un figlio sacrificato. Ma essi non vedono che la loro preghiera non viene concessa per i meriti « di un figlio sacrificato », ma per i meriti « DEL Figlio Sacrificato ».
Un altro motivo offerto dai rabbini si basa su Amos. 3:6: «Se in città si suona la tromba, non si spaventerà forse il popolo?» Come abbiamo già detto, la sentinella Israelita suonava lo shofar per dare l’allarme quando il pericolo si stava avvicinando alla città. Quando gli abitanti della città sentivano il suono dello shofar, essi erano spaventati per un pericolo che stava per venire loro addosso. Questa è la metafora di Amos. I rabbini insegnano che il pericolo che si avvicina a Rosh Hashanah è Dio stesso, il quale appronta la corte divina per il giudizio. I giorni tra la Festa delle Trombe e il Giorno dell’Espiazione, i « Giorni del timore », devono essere giorni di ricerca interiore e di pentimento, ed anche di timore perché la gente si prepara ad entrare alla presenza del Giudice di tutto il creato. Quindi, il suono dello shofar a Rosh Hashanah è un ricordo a temere Dio e cercare di piegare la propria volontà a quella del Creatore, poiché questo è l’unico modo per trovare Dio. Infatti la forma dello shofar ci mostra la posizione che si confà al popolo di Dio, curva. Dobbiamo prendere l’aspetto umile dello shofar, che è curvo o chino nella sottomissione a ciò che Dio ci dice di fare.
Un’altra ragione è quella di far ricordare il gran giorno del giudizio. Il profeta Sofonia ci ricorda che « il giorno dello shofar » è «un giorno d’ira, calamità e angoscia, un giorno di desolazione e distruzione, un giorno di tenebre e caligine, un giorno di nuvole e fitta oscurità» (Sof.1:14-16).
Nella letteratura rabbinica possiamo trovare un altro dettaglio interessante che getta luce sugli eventi profetici associati a questa festa. Secondo la Mishnah (la prima compilazione scritta della tradizione orale giudaica) si crede che in questo giorno tutta l’umanità venga giudicata da Dio. È stato insegnato che durante questo tempo Dio decide chi vivrà e chi morirà nell’anno seguente. Si crede che vengano aperti tre libri, basandosi su un’idea espressa in Os.14:1-9:
1) quello dei giusti
2) quello dei malvagi
3) quello di coloro che stanno in mezzo.
In questo tempo, quelli che si trovano scritti nel libro dei giusti vengono iscritti nel Libro della Vita. Quelli che sono stati trovati scritti nel libro dei malvagi vengono iscritti nel Libro della Morte. Naturalmente, il gruppo più grande si trova in mezzo tra i giusti e i malvagi, ed essi hanno a disposizione il periodo di tempo tra Rosh HaShanah e il Giorno dell’Espiazione per essere giudicati meritori di essere iscritti nel Libro della Vita, altrimenti saranno iscritti nel Libro della Morte. Si dice che il destino di ogni individuo per il prossimo anno è deciso a Yôm Kippur. Per questa ragione, il saluto tradizione tra gli ebrei in questo tempo è “la šana toba tikatebu” – possa il tuo nome essere iscritto per un buon anno. Anche quei giudei che vanno raramente in sinagoga, in questo periodo sono molto assidui. Il popolo ebraico si avvicina a Yamim Nora’im con grande riverenza – comportandosi in maniera particolarmente retta con Dio e l’uomo, perdonando e chiedendo perdono al prossimo, e cercando il perdono e la pace di Dio. Come credenti nel Messia abbiamo bisogno di fare tutta la nostra vita Yamim Nora’im, preparandoci per l’eternità.
Questa festa è un tempo per gettare uno sguardo onesto sui nostri spiriti per assicurarsi che siano in linea con la volontà del Padre per noi. Dobbiamo svegliarci, valutare la nostra condizione spirituale e, se necessario tornare a Dio Padre attraverso il pentimento. Pentimento in ebraico si dice « Teshuvah », la cui radice, « Shub », significa, « girare e tornare ». Non importa quanto lontano Israele avesse vagato, il ritorno era sempre possibile, e così è per tutti i credenti per mezzo di Yeshua. La Teshuvah è stato anche il messaggio inaugurale di Gesù: «Ravvedetevi [fate teshuvah], perché il regno dei cieli è vicino» (Mat.4:17). La teshuvah, più che un obbligo religioso, è la restaurazione di un rapporto. Questi giorni del timore sono un tempo di auto-esame e introspezione. Erano e sono un periodo di umiliazione (potrebbero anche essere chiamati i giorni dell’umiltà). Anche se la Scrittura non chiama mai questi dieci giorni «Giorni del timore», come ha fatto invece la tradizione, il principio del pentimento e dell’aspettazione in «timore» davanti a Dio è implicito nella Scrittura per questo particolare tempo dell’anno. Il suono dello shofar per i credenti in Yeshua haMashiah è un misto di serietà e di gioia. «Beato il popolo che conosce il grido [suono] di giubilo…» (Sal.89:15). In quanto credenti nel Messia sappiamo che i nostri peccati sono perdonati, rendiamo dunque il suono dello shofar un suono di giubilo. Tutto questo, infatti, porterà alla più grande e gioiosa festa dell’anno, la festa delle «Capanne».
Preghiamo che Dio usi questo tempo per aprire gli occhi al popolo giudaico ed alla sua disperata necessità di perdono, per poter riconoscere che l’unico posto dove il perdono può essere trovato è nel Messia Gesù poiché il suono dello shofar è innanzitutto una chiamata per Israele a svegliarsi e a tornare a Dio.
La Festa Delle Trombe celebra una speciale chiamata di Dio per il suo popolo. In Luca 1:69 Gesù è identificato come «il corno della salvezza». Il Messia è stato la voce di Dio sulla terra che ha dichiarato il vangelo del Regno.
Un ulteriore ricordo è la “raccolta” del popolo. L’inizio di Yôm Terû?ah, come ogni altro giorno santo, veniva annunciato con il suono dello shofar. Il Sommo sacerdote, dal parapetto sud-ovest del Tempio suonava lo shofar in modo da essere sentito in tutti i campi circostanti. Non appena la gente sentiva il suono, i lavoratori nel campo smettevano immediatamente il loro lavoro, anche se c’erano ancora delle cose da fare, ed andavano al Tempio per il culto. I rabbini hanno insegnato che questo era un presagio della futura raccolta di tutto Israele, basata in parte su Is.27:13: «In quel giorno avverrà che suonerà il grande shofar e gli sperduti nel paese d’Assiria e i dispersi nel paese d’Egitto verranno e adoreranno l’Eterno sul monte santo, in Gerusalemme». Viene insegnato che la raccolta deve iniziare con la venuta del Messia. Quindi, il suono dello shofar a Rosh Hashanah è un ricordo della raccolta finale d’Israele.
I rabbini hanno anche insegnato che è durante Rosh HaShanah che avrà luogo la risurrezione dei morti. Essi associano Rosh Hashanah al termine « risveglio » che si trova in molti passi della Scrittura in riferimento alla risurrezione. Ad esempio:
«In quel tempo sorgerà Micael, il gran principe, il difensore dei figli del tuo popolo; e ci sarà un tempo di angoscia, come non c’era mai stato da quando esistono le nazioni fino a quel tempo. In quel tempo il tuo popolo sarà salvato, tutti quelli che saranno trovati scritti nel libro. Molti di coloro che dormono nella polvere della terra si risveglieranno, alcuni per vita eterna, altri per vergogna e infamia eterna» (Dan.12:1,2)
«I tuoi morti rivivranno, assieme al mio cadavere risorgeranno. Svegliatevi ed esultate o voi che abitate nella polvere! Poiché la tua rugiada è come la rugiada di una luce sfavillante e la terra darà alla luce i morti» (Is.26:19)
Soprattutto hanno interpretato le parole di Is.18:3 come una profezia indirizzata ai morti: « quando il vessillo sarà issato sui monti, guardate! Quando lo shofar sonerà ascoltate!». Questo è stato inteso a significare che quando verrà suonato l’ultimo shofar, i morti risusciteranno ed ascolteranno nuovamente.
Quindi, il suono del shofar a Rosh Hashanah è anche un ricordo della risurrezione futura dei morti.
Un altro tema di Rosh Hashanah è la cerimonia del matrimonio che si svolge sotto la Chupah (come le nubi al M. Sinai), quando la Torah (il contratto di ketubah o di matrimonio) è stato consegnato ad Israele che, nell’accettazione del patto, è diventata la « fidanzata di Dio ». I rabbini insegnano che verrà un giorno quando Dio ritornerà a prendere la Sua fidanzata per il matrimonio. Tra i passi utilizzati a sostegno dell’idea che Rosh Hashanah presagisce il ritorno di Dio per la Sua fidanzata sono: Deut.29:13; Sal.27:5; 45:13-15.
Tutte le feste bibliche sono delle sante ripetizioni che rivelano degli eventi futuri. I figli d’Israele per circa 1500 anni hanno raccontato la morte, la sepoltura e la risurrezione di Gesù attraverso le feste di Pasqua, Azzimi e Primi Frutti. La Festa delle Settimane o Shavout, si è adempiuta nella manifestazione dello Spirito Santo e nella raccolta dei primi 3000 convertiti. È evidente che anche Rosh Hashanah parla di cose a venire. Non è irragionevole pensare che le feste d’autunno parlano del ritorno del Messia. Gesù stesso richiama alla mente la metafora di Rosh Hashanah quando dice: «vedranno il Figliuol dell’uomo venir sulle nuvole del cielo con gran potenza e gloria. «E manderà i suoi angeli con gran suono di shofar a radunare i suoi eletti dai quattro venti, dall’un capo all’altro dei cieli» (Mat.24:30,31). Forse, il «mistero» che Paolo rivela in 1Cor.15:51,52 è il «mistero» di Rosh Hashanah, la festa che troverà la sua realizzazione profetica quando il Messia verrà sulle nubi, i morti risusciteranno per incontrare il Signore nell’aria e i viventi saranno cambiati in un istante, ovvero quando l’ultima tromba suonerà.
Il giudaismo ha insegnato per secoli che i temi associati a questa festa sono: pentimento, suono dello shofar, risurrezione, nascondimento, due testimoni, giorno d’incoronazione del Re dei re, e matrimonio giudaico; tutti paralleli impressionanti con la rivelazione del rapimento fatta da Paolo nelle sue epistole.
«Ecco, io vi dico un mistero: non tutti morremo, ma tutti saremo mutati in un momento, in un batter d’occhio, al suono dell’ultima tromba; la tromba infatti suonerà, i morti risusciteranno incorruttibili e noi saremo mutati» (1Cor.15:51,52)
«perché il Signore stesso con un potente comando, con voce di arcangelo con la tromba di Dio discenderà dal cielo, e quelli che sono morti in Cristo risusciteranno per primi; poi noi viventi, che saremo rimasti saremo rapiti assieme a loro sulle nuvole, per incontrare il Signore nell’aria; così saremo sempre col Signore» (1Tes.4:16,17)
In tal caso, il suono dello shofar a Rosh Hashanah dovrebbe ricordarci di aspettare il suono dello shofar del Signore, e nello stesso tempo permettere alla sua chiamata di parlare alle nostre anime e penetrare nei nostri cuori.
«Con trombe e col suono del corno, fate acclamazioni al Re, all’Eterno» (Sal.98:6).

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