Archive pour la catégorie 'EBRAISMO – STUDI'

Quella mistica ebraica in cui Dio « dà i numeri » (2006)

dal sito:

http://www.stpauls.it/jesus06/0607je/0607je52.htm

(7 LUGLIO 2006)

Quella mistica ebraica in cui Dio « dà i numeri »

di Matilde Passa 

In passato il termine evocava ostiche verità esoteriche e chi vi si dedicava aveva fama di seguace dell’occulto. Il filone mistico dell’ebraismo ha spesso suscitato interesse e qualche curiosità morbosa. Dopo decenni di oblio, la qabbalà oggi è tornata di moda, complice la voglia di originalità di qualche star hollywoodiana. E con l’esplosione del fenomeno, è diventato difficile distinguere la seria ricerca spirituale dalla superstizione o, peggio, dal mero affarismo sotto le mentite spoglie di nuovi movimenti religiosi di sapore New Age.
I media l’hanno battezzata Pop Kabbalah per la sua penetrazione nel mondo dello spettacolo. Da quando l’ha scoperta, Madonna indossa magliette con la scritta «Kabbalists do it better», durante i concerti si attorciglia nei tefillin, le strisce con il testo della Torà che gli ebrei osservanti usano per la preghiera mattutina, aggiunge al suo nome d’arte cattolico quello di Esther, moglie ebrea di Mardocheo re di Persia, della quale è ritenuta la reincarnazione, indossa il braccialetto rosso contro il malocchio (Evil eye), si dice stia per acquistare un villino a Rosh Pina, nel centro dello wadi, il luogo che dovrebbe accogliere i passi del prossimo messia nell’angolo di Galilea più sacro per i cabalisti. Soprattutto, la poliedrica rockstar versa milioni di dollari nelle lussureggianti casse del Kabbalah Centre che, grazie alle sue donazioni, ha aperto una succursale a Londra.
Non è da meno Britney Spears, fotografata con un tatuaggio (espressamente vietato nella Bibbia) che combina misticamente lettere ebraiche e decora la sua sexy nuca proprio in corrispondenza della componente ossea destinata, secondo la cultura ebraica tradizionale, a non decomporsi perché da lì dovrebbe partire la resurrezione. E ancora: a Elisabeth Taylor «la qabbalà ha donato una luce per attraversare le tenebre»; a Demi Moore ha «insegnato a dare valore alle cose che contano davvero»; a un nugolo di star hollywoodiane, che annovera tra le sue fila Barbra Streisand, Gwyneth Paltrow, Diane Keaton, nonché a miti del pallone come David Beckham, ha offerto una via alternativa all’altrettanto in voga Scientology; ai rotocalchi di tutto il mondo ha regalato un surplus di folclore religioso con il quale impepare le stanche pagine del gossip; ai cacciatori di sette e di bufale ultraterrene, materiale per riempire pagine di dossier; agli avvocati, laute parcelle per le cause intentate dagli adeptipentiti che si ritengono truffati dalle promesse di pseudo-cabalisti dell’ultima ora. Al Kabbalah Centre un fiume di denaro proveniente dai centri sparsi in tutto il mondo: una decina negli Stati Uniti e più di 50 nel mondo.
Insomma: da Hollywood è partita la nuova moda di sapore New Age, che si avvale degli antichissimi testi esoterici, linfa del misticismo ebraico, per secoli avvolti nel mistero e riservati ai pochi studiosi in grado di penetrarne i significati arcani, di decifrarne le complesse simbologie, di attraversarne l’oscuro linguaggio. Un universo di parole dove è possibile perdersi se non si hanno in mano le chiavi per aprirne le serrature e che i custodi dell’ortodossia avevano da sempre riservato agli iniziati disposti a dedicar loro la vita.
Con il suo misto di astrologia, numerologia, psicologia, pratiche ai confini della magia, vendite di amuleti e acque sante che si dice siano in grado di depurare anche i corsi d’acqua inquinati dall’apocalisse di Cernobyl, Philip Berg, fondatore del Kabbalah Centre, ha costruito un vero e proprio impero che oggi conta tra i manager del gruppo anche la moglie Karen (vera mente affarista della coppia, sembra) e i figli. Dal 2000 al 2003, secondo quanto riportato dai giornali, cinque fondazioni del Centro di Berg hanno ricevuto importi per 60 milioni di dollari.
Mentre i rabbini ultraortodossi si indignano, arrivando a volgari insulti per la scelta di Madonna-Esther come icona del movimento, e altri liquidano il fenomeno con frasi del tipo «gli insegnamenti di Berg stanno alla vera qabbalà come l’astrologia sta all’astronomia» o «come la pornografia sta al vero amore», il gruppo della famiglia Berg ha superato in fama ed entrate la potentissima Scientology. E soprattutto ha dato la stura alla qabbalmania, che ormai si sta diffondendo – grazie anche a centinaia di siti internet – ben oltre le coste degli Stati Uniti, e al di là dei ristretti confini demarcati dalla presenza delle comunità ebraiche della diaspora.
Ma cosa cercano e cosa trovano gli ebrei e i non ebrei che si rivolgono al Kabbalah Centre di rav Berg? Franco Kalonymos, quarantenne scrittore di cinema, di famiglia ebraica emigrata in Israele nel 1980, racconta così la sua esperienza: «Anni fa ero a Los Angeles per lavoro, spesso passavo davanti al Kabbalah Centre ma non vi ero mai entrato. Poi un giorno mi sono fermato a parlare con una signora molto gentile che mi ha invitato a trascorrere lo Shabat con lei al Kabbalah Centre. Ho esitato un poco ma poi mi sono detto: che male c’è a provare? Appena entrato mi sono accorto che il rabbino in sala stava dicendo: « Stiamo entrando nel mese dello scorpione… ». Sono rimasto enormemente colpito perché io sono uno studioso di astrologia e per la prima volta ascoltavo un rabbino che prendeva l’astrologia sul serio e la incuneava nella mistica ebraica. A parte questi aspetti, la qabbalà ha una capacità di trasformazione che nessun’altra esperienza mi ha fornito. Ti insegna a distinguere l’istinto buono da quello cattivo. Ti dà modo di gestire gelosia, ira, paura e di trasformare queste passioni negative in un’energia positiva».
«Secondo me, Philip Berg ha compiuto un lavoro molto pulito di apertura ai non ebrei», commenta Yaov Dattilo, psicologo e da molti anni studioso della qabbalà e della sua diffusione nel mondo. «Nella domanda di spiritualità che ha investito la società contemporanea mancava qualcosa che facesse riferimento alla tradizione ebraica e lui l’ha fornita. Lo straordinario successo, il dilagare dei suoi centri, hanno trasformato l’iniziale impresa in una sorta di multinazionale, ma io credo che l’ispirazione sia giusta e che la sua operazione non sia riconducile solo alla spettacolarizzazione o all’affarismo. I suoi gruppi svolgono un’importante attività umanitaria, lavorano insieme ai cristiani…».
Tutto bene, ma le vendite dell’acqua santa, i braccialetti contro il malocchio, e tutti gli altri contenuti magici nel messaggio di Berg, sono compatibili con la tradizione autentica della qabbalà? «Esiste una qabbalà pratica, ovviamente, ma la magia è distante ed espressamente vietata», risponde Dattilo. «Le pratiche sono finalizzate esclusivamente a fare emergere la nostra forza interiore. Ogni elemento è denso di significati spirituali, la ghematria (che studia il valore numerico di ogni parola), la fisiognomica sono strumenti per entrare in contatto con il mistero, così come i precetti sono canali metafisici per lavorare con i mondi superiori, un modo per portare il sacro in ogni piccolo gesto. Anche nel gruppo di Berg, quando si fa riferimento all’apertura del Mar Rosso, (che si dice sia stata operata da Mosè attraverso la contemplazione dei 72 nomi di Dio, che si ottengono combinando le 22 lettere dell’alfabeto ebraico) si rimanda all’interiorità dell’individuo quando si afferma « sei tu che devi aprire il Mar Rosso »».
Ebrei ultraortodossi pregano al Muro del pianto,
a Gerusalemme (foto AP/O. Balilty).
Però il merchandising fiorisce, come d’altra parte in altre tradizioni religiose che decidono di affidarsi ai miracoli. «Soprattutto fiorisce la banalizzazione di una tradizione di grande profondità», afferma Guido Vitale, ebreo ortodosso, direttore di
www.mosaicocem.it, il sito ufficiale della Comunità ebraica di Milano. E aggiunge non senza una punta di orgoglio che «l’ebraismo è una delle rare culture umane che non fa proselitismo. Questo suscita un interesse quasi morboso da parte di chi vorrebbe aderire alla religione ebraica, e ci sono alcuni che offrono delle scorciatoie. C’è un illuminante passaggio nel Talmud dove si riporta la seguente leggenda ebraica: un viandante fuori dalle mura di Gerusalemme chiede a un bambino la via per arrivare al Tempio. Il bambino risponde: « Vuoi la strada breve che invece è lunga o la strada lunga che invece è breve? ». Questo per dire che i segreti dell’ebraismo non sono preclusi ma difficili da raggiungere».
Per districarsi nel caleidoscopico labirinto della tradizione cabalistica, che attrae per la visionarietà, la capacità di rendere pulsante di sacro il prodotto dell’uomo, che, per citare Gershom Sholem, ci insegna come «la via mistica verso Dio è l’inverso della via per la quale procediamo da Dio», insomma per arrivare al cuore dell’insegnamento non basta una vita di studi.
Ed è quanto spiegano le decine di gruppi che negli ultimi tempi hanno scelto la via della propaganda religiosa telematica, mettendo online la tradizione mistica ebraica. Per chi si accosta al tema non è facile, nel pulviscolo di internet, distinguere la scintilla divina che ci condurrà davvero verso la luce, dal granello di polvere che brilla di luce riflessa, anche se ci sono centri molto seri che si dedicano alla diffusione della qabbalà. Ma non c’è dubbio che questa nuova passione abbia portato molte persone a guardare all’ebraismo con un interesse diverso, non sempre superficiale.
«Sì, potrebbe sembrare una moda», esordisce Riccardo Di Segni, rabbino capo di Roma, «e la banalizzazione è scandalosa, però l’apertura della tradizione cabalistica ai non ebrei non è affatto una novità. Ci sono stati periodi nei quali i cabalisti hanno avuto un grande impatto sulla cultura del mondo circostante. Già nei primi secoli dell’era volgare tra la gnosi e la qabbalà ci furono scambi di teorie mistiche, per non parlare dell’epoca rinascimentale quando si diffuse tra filosofi e scienziati cristiani. La qabbalà ritiene necessario il fatto che i suoi concetti vengano conosciuti, anche perché è una dottrina rivoluzionaria che, sotto l’effige della tradizione, modifica profondamente le cose mettendo in evidenza aspetti meno considerati dell’ebraismo, al fine di creare un sistema di armonia e di pace interiore. Mi sembra, però, che la recente moda tenda a divulgarne gli elementi esteriori indulgendo sull’aspetto psicologico-estatico che è quello di più facile presa».
Sorride, Riccardo di Segni, stimato primario ospedaliero a Roma, e aggiunge: «Vede, l’altro giorno mio figlio si è laureato in Fisica, discutendo una tesi con un titolo del quale io non sono riuscito a decifrare neppure una parola. Quando si entra in mondi diversi ci vogliono anni solo per carpire il significato di un sostantivo… Figuriamo per penetrare i segreti di una tradizione così complessa come quella cabalistica».

Matilde Passa

Publié dans:EBRAISMO - STUDI |on 27 avril, 2011 |Pas de commentaires »

Il deserto: la vera scuola di Torah e di fede – Midbar Mdaber

dal sito:

http://www.midbar.it/la_vera_scuola_di_torah_e_di_fede.html

Il deserto: la vera scuola di Torah e di fede

MIDBAR MEDABER

di Daniela Abravanel – Migdal Lago di Tiberiade (Israele)

La storia ebraica inizia nel deserto, luogo dove gli Ebrei ricevettero la Torah e si costituirono come popolo, imparando, nei quarant’anni di viaggio in questo spazio fisico, a mantenere uno stato di perfetta unione tra se stessi (le dodici tribù) e Dio. A corredo di questo articolo utilizzerò delle immagini della ricerca fotografica di Noah Fulberg sul Sinai, come sfondo ad alcune riflessioni sul significato della peregrinazione nel deserto.
Da sempre il viaggio nel deserto significa viaggio nell’interiorità, rinascita spirituale.
Andiamo al Libro della Genesi, alla prima comunicazione tra Dio e Abramo. Il primo ebreo, Avraham ha-ivrì, cioè l’uomo che aveva scelto di stare dall’altra parte, non riuscendo più a tollerare il materialismo che lo circondava, ricevette, come primo messaggio divino, l’ordine di mettersi in viaggio: Lekh Lekhà (Lekh, vai via, abbandona l’esteriorità e Lekhà, va’ dentro te stesso). Vai nella Terra che Io ti mostrerò. E il luogo da attraversare per arrivare alla Terra Promessa è il deserto, che non è solo un luogo geografico, ma uno stato di coscienza, grazie al quale Avraham può ubbidire al comando Lekh Lekhà.
È lecito chiedersi perché per giungere a tale stato di coscienza sia necessario un viaggio di tipo fisico. La risposta a questo interrogativo è che in genere, nella Torah, ogni descrizione della realtà fisica, di ogni qualità materiale, è la metafora di un qualcosa di spirituale (la bellezza degli occhi di Rachel allude alla sua elevata statura morale, la purezza dell’Acqua – che scende dall’Alto al basso – rappresenta la Torah, etc.).
Per quanto riguarda il viaggio nel deserto in particolare è fondamentale soffermarsi sul significato della parola Derekh, cammino, in due passaggi susseguentisi nel Deuteronomio (VIII 2,6):
« Ti ricorderai di tutto il cammino (derekh) lungo il quale il Signore Tuo Dio ti ha fatto camminare per quarant’anni nel deserto. »
« Osserverai i comandamenti dell’Eterno, tuo Dio, camminando per le Sue Vie (bederakhai) e avendo Timore di Lui. Perché l’Eterno il Tuo Dio ti conduce in un paese pieno di rivi d’acqua, di torrenti che si spandono nella valle e sulla montagna. »
Nella seconda parte dell’ultimo paragrafo notiamo che l’esperienza del mondo fisico (il viaggio nel deserto, tra i suoi rivi d’acqua etc.) si rivela chiaramente come uno strumento per portarci ad un secondo tipo di viaggio (a conoscere le vie, derakhai, del Signore).
Partendo dalla pista del deserto arriviamo quindi alla pista dentro di noi che ci conduce all’ascolto della parola di Dio.
La lingua ebraica ci aiuta ulteriormente a capire tale connessione. Midbar, deserto, significa anche ciò che parla, medaber. Esso è il luogo in cui la parola divina viene trasmessa al popolo, lo spazio fisico (Poh) che diviene luogo della emissione della Parola (Peh)[1].
Resta ora da capire cosa rappresenti il deserto, perché è un viaggio nel deserto del Sinai anziché sugli alti picchi dell’Himalaya a iniziare gli Ebrei alla spiritualità.
Il deserto è la terra di nessuno, il luogo in cui la presenza rassicurante degli oggetti fisici viene a mancare: nel deserto non si vede un albero, una casa, non si scorge nulla di ben definito. Funzione del deserto quindi è ridare all’immaginazione il suo massimo potenziale, ispirare il sentimento delle infinite possibilità di evoluzione, liberare dalla ripetitività del già definito, degli schemi fissi.
È quindi il deserto che ci avvicina gradualmente a Dio, che nella Torah si autodefinisce Dio della libertà. Il primo dei dieci comandamenti ci avverte subito che l’ebraismo non è una religione per schiavi: Io sono il Signore Tuo Dio che ti ha liberato dal paese d’Egitto (Egitto in ebraico è Mitzraim, luogo stretto). E il deserto è il mediatore privilegiato di questo messaggio di libertà assoluta, della costante possibilità per l’uomo di scegliere tra la vita e la morte. Di scegliere tra il passaggio in Erez Israel o l’arresa al deserto che, nel momento in cui l’uomo rinuncia alla lotta contro la morte e il male (concetti che nella Torah coincidono, essendo Dio definito come Dio della Vita) lo inghiotte, immobilizzandolo sotto il sale, la sabbia, la roccia.
E nella dialettica tra deserto e vegetazione (perfettamente espressa a Ein Gedi, nel deserto di Giuda in Israele, dove ogni giorno i primi pionieri strappavano al deserto un metro dopo l’altro di terreno arido e sabbioso da coltivare) che sono contenuti i due poli dell’esistenza umana, la scelta tra la devekut, l’attaccarsi a Dio e alla Vita, assumendo il controllo della propria esistenza, o il permettere alle forze del male di trionfare, rendendo sterile (come il deserto) ogni nostro potenziale di creazione e di rinascita.

Afferma il profeta Isaia:

« Che gioiscano deserto e terra arida,
che esulti e fiorisca la steppa,
che si ricopra di fiori,
che gioisca e gridi di allegria.
La gloria del Libano le è concessa[2].
………………………………….
allora gli occhi del cieco si apriranno
e le orecchie del sordo udiranno;
allora lo zoppo salterà come un cervo
e la bocca del muto canterà,
perché nel deserto le acque scorreranno
come torrenti nella steppa
e la terra bruciata diventerà un lago
e il paese della sete si riempirà di rivi d’acqua. »

Senza la continua vigilanza contro le forze della distruzione, il male che dovrebbe essere sottomesso ci dominerà, il deserto che dovremmo coltivare ci inghiottirà. La lotta per la vita è costante. Se tu non fai il bene – è detto a Caino – il peccato ti aspetta alla porta. Ma tu lo puoi dominare.
Così come nel deserto i nostri Padri impararono a scegliere tra la vita e la morte, anch’io non avrei potuto assimilare la Torah appresa sui libri, rendendola in questo modo parte integrante del mio vissuto interiore, senza alcuni viaggi compiuti nel deserto. Per rendere più comprensibili queste mie affermazioni vorrei riportare alcune mie esperienze provate durante una scalata semi impossibile intrapresa per un sentiero sbagliato.
Assetata e stanca, di fronte ai vertiginosi baratri, avevo ormai raggiunto la consapevolezza costante che senza la protezione divina ad ogni passo avrei potuto mettere il piede sulla roccia sbagliata, rotolando così giù come alcune pietre che avevo visto franare. Ad un certo punto scorsi però uno stambecco spiccare un salto senza esitazione tra due rocce, ed ecco allora che ebbi questa intuizione: compresi finalmente il significato della preghiera Hashem mia Roccia (Tzurì) e mio Salvatore (veGoalì). Dio può essere il tuo Salvatore quando scegli di vivere in uno stato di costante Teshuvà [3], pentimento. Questo ci permette di venire illuminati, di scegliere come l’ayal, lo stambecco tanto caro al re David, la roccia giusta, di collocarci cioè nell’adeguato stato di coscienza rispetto alla Roccia. Dopo l’insegnamento dello stambecco cominciai a provare una fede vera nel Dio che nella mia esistenza diventava l’unica mia pietra (Hashem Tzurì) che non vacillava.
Man mano che proseguivo nella scalata (che non potevo interrompere dato il timore del baratro sottostante) facevo Teshuva. Ogni volta che posavo il piede su una pietra poco rassicurante mi liberavo di ogni fantasia idolatra che mi poneva al centro del mondo. Ogni pietra un voto, di cui ne mantengo ancora stranamente molti.
Ad un certo punto la stanchezza divenne tale che persino cento grammi nel mio sacco divennero zavorra insostenibile. Iniziai allora a lasciare dietro di me oggetti e cibo per proseguire solo con una bottiglia d’acqua. Così come accadde ai nostri Padri l’acqua era divenuta l’unica necessità per la mia sopravvivenza. E come insegnano i Saggi dell’ebraismo, l’acqua rappresenta la Torah, la Fede.
Purtroppo a volte tale consapevolezza mi abbandona: invece di quarant’anni, alla scuola del deserto, ho passato solo pochi giorni.

NOTE:

1. Poh, qui e Peh, bocca, in ebraico sono scritte con le medesime lettere Pe – Hei).
2. della sua verde vegetazione.
3. Teshuva, tradotto con pentimento, deriva dal verbo lashuv, voltarsi, fare ritorno a Dio.

Publié dans:EBRAISMO - STUDI |on 29 mars, 2011 |Pas de commentaires »

Shabbat, 31 maggio 2008 / 26 Iyar, 5768 – D’VAR TORAH – Bamidbar, Numeri 1,1-4,20

dal sito:

http://lnx.levchadash.info/index.php?option=com_content&task=view&id=137&Itemid=44

LA PARASHAH DELLA SETTIMANA

Bamidbar, Numeri 1,1-4,20

Shabbat, 31 maggio 2008 / 26 Iyar, 5768

Haftarah, 1Samuele 20,18-42 

D’VAR TORAH

La spiritualità del deserto

di Jonathan E. Blake

Traduzione dall’inglese di Roberto H. Tonetti 

«Nel primo giorno del secondo mese, nel secondo anno dall’uscita dalla terra d’Egitto il Signore parlò a Mosè nel deserto del Sinai, nella tenda della radunanza, dicendo così» (Num 1,1).
L’esperienza del deserto copre più di metà della Torah e dà il nome alla porzione di questa settimana nonché, in ebraico, al 4° libro: Bamidbar significa infatti ‘nel deserto’.
Non è cosa comune vivere in un deserto, anche chi tra noi vive in zone scarsamente popolate trova facilmente i conforti della civiltà. Questo testo è stato scritto a pochi chilometri dalla metropoli di New York, ma arriva in ogni luogo del pianeta che abbia una connessione a internet.
Non è comunque un caso che noi, come popolo, siamo diventati ‘maggiorenni’ nel deserto: è lì, secondo il racconto della Torah, che passammo 40 anni di peregrinazione e conquistammo il rispetto di noi stessi in quanto popolo, non più schiavo di Faraone. La Torah individua il suo nucleo legislativo-rituale nell’esperienza del deserto. Gli autori della Torah vollero suggerirci che le norme basilari della vita ebraica ebbero origine e furono adottate, ancora prima che il popolo mettesse piede nella Terra Promessa, in un’area aperta e non appartenente a nessuno: così il deserto fu una fonte di ispirazione per i nostri antenati.
Anche noi possiamo trarre della saggezza dal deserto.
Lo scorso febbraio mi recai in Israele con una delegazione della mia congregazione: viaggiammo a nord sino a Haifa e a sud sino a Eilat. Passammo una giornata a esplorare il Negev, lo stupendo deserto che occupa il 60% della superficie d’Israele ed è abitato dal 10% della popolazione. Il Negev non è un deserto di dune di sabbia come il Sahara: è più simile alla parte mediana rocciosa dell’Arizona.
Visitammo Timna, un parco archeologico di miniere di rame che risalgono alla fine del II millennio a.e.v., quando arrivarono dal sud delle spedizioni di minatori per fondere il rame destinato ai grandi templi egizi. Andammo verso nord al cratere Ramon, che è un fenomeno geologico chiamato machtesh: si tratta di una massa d’acqua delimitata che gradualmente fuoriesce da una stretta apertura; l’erosione crea così una impronta profonda nel mezzo della cima di un monte. Risalimmo il canyon della fonte idrica Ein Avedat e fummo stupiti dal panorama che si vedeva dall’alto. Scorgemmo la tomba di David Ben-Gurion nell’ampio midbar che si estende sino all’orizzonte. Ben-Gurion sognava un futuro stato ebraico che avrebbe coltivato e abitato il Negev: mise il suo denaro nel luogo dei suoi desideri andando a vivere in quel luogo selvaggio di frontiera, ancora oggi popolato solo in parte. È una terra eccezionalmente difficile, anche dal punto di vista economico, da irrigare e da abitare.
In queste esplorazioni desertiche potevamo immaginarci equipaggiati come i nostri antenati nomadi che andavano a piedi nel deserto roccioso, si accampavano nelle oasi coi cammelli carichi, cercavano l’ombra di una rupe nel caldo estivo. Nel deserto facemmo esperienza di un risveglio spirituale in assoluta sintonia con l’ambiente naturale: nel deserto udimmo due messaggi ebraici.

Stupore radicale
La quiete del midbar attirò la nostra attenzione: qui per la prima volta nei nostri viaggi in Israele avemmo difficoltà di collegamento coi nostri apparecchi cellulari; evitammo il traffico di Gerusalemme e di Tel Aviv, la folla di palazzi negozi e ristoranti, i vistosi supermercati di Eilat. Camminavamo, ciascuno secondo il suo ritmo, in uno spazio privato entro il deserto non sentendo altro che il rumore dei ciottoli sotto le suole, e il suono del nostro respiro.
Tutti provammo la sensazione di essere trasformati da quei pochi minuti di silenzio desertico: Heschel avrebbe parlato di meraviglia o di stupore radicale. « La meraviglia o lo stupore radicale è la caratteristica principale dell’attitudine dell’uomo religioso verso la storia e la natura. … Egli sa che vi sono delle leggi che regolano il corso degli eventi naturali; è consapevole delle regolarità e degli schemi degli enti. Quando osserva il mondo, dice: ‘Ecco l’opera del Signore: una meraviglia ai nostri occhi’ (Salmo 118,23) ». (Heschel, Dio alla ricerca dell’uomo) Oggi non è facile formulare quel pensiero. Heschel osserva ancora che « con l’avanzare della civilizzazione declina il senso del meraviglioso ». Per lui lo stupore radicale è propedeutico a ogni consapevolezza religiosa: alle volte ci vuole un deserto per risvegliarla!

Umiltà
L’ampio vuoto del deserto ci fece sentire piccoli: non insignificanti ma piuttosto colpiti dall’enormità di quanto ci circondava. Coscienti della scarsità delle zone ancora incontaminate nel mondo e del danno che quotidianamente causiamo all’ambiente, ci sentimmo umili davanti a quell’austero paesaggio che rappresentava un quadro del mondo su cui l’uomo non aveva messo le mani.
Alan Weisman ha scritto un libro, The World Without Us [Il mondo senza di noi] (New York: Thomas Dunne Books, 2007), in cui rappresenta, tramite le scienze esatte e l’agile immaginazione, un mondo improvvisamente privo della presenza umana. Weisman indaga su « come le nostre possenti infrastrutture crollerebbero e infine svanirebbero senza la presenza dell’uomo; ciò che delle nostre cose rimarrebbe immortalato come fossili: i tubi di rame e i cavi sarebbero appiattiti in orme su rocce rossastre; le nostre costruzioni più antiche sarebbero la testimonianza architettonica più longeva; la plastica, le sculture bronzee, le onde radio e certe molecole assemblate dall’uomo potrebbero essere i nostri doni più duraturi lasciati nell’universo » (cfr. la recensione su
www.worldwithoutus.com/about_book.html). Questa visione di un midbar sollevato dalla presenza umana ci rende umili, a dir poco.
Il soggiorno nel deserto riaggiusta la nostra prospettiva: non ci sentiamo più al centro dell’universo; nel deserto arriviamo a comprendere il poeta:

Vi è un piacere nei boschi senza sentieri,
Vi è un’estasi sulle spiagge solitarie,
Vi è una società dove nessuno invade,
Presso il mare profondo, e musica nel suo fragore:
Non amo di meno l’uomo, ma di più la Natura.
(George Gordon, Lord Byron, da « Childe Harold’s Pilgrimage »)

Quando è stata l’ultima volta che vi siete raccolti nella solitudine, lontano dalla civiltà? Uscite per un po’ di tempo: lontano dai palazzi, dalle auto, dai cavi e dall’altra gente. Spegnete i cellulari per un quarto d’ora. Sedete in disparte: chissà che cosa scoprirete!

Rabbi Jonathan E. Blake è rabbino associato del Reform Temple di Westchester a Scarsdale, New York, Stati Uniti d’America. Laureatosi allo Amherst College (1995), fu ordinato allo Hebrew Union College-Jewish Institute of Religion nel 2000 e ha contribuito alle pagine web di « 10 Minutes of Torah » nel 2005-06. 

DAVAR ACHER

La parashah Bamidbar: tutti quei Numeri!

di Stephen J. Einstein

Se vi domandassi il nome del 4° libro della Torah forse rispondereste ‘Numeri’ anziché ‘Bamidbar’: mentre i titoli ebraici derivano dalla prima parola importante in ciascun libro (tralasciando le espressioni standard come Vayedaber Ado-nai el Mosheh, « Il Signore parlò a Mosè »), quelli italiani hanno derivazione tematica, da un evento-chiave descritto nel libro. Noi siamo in generale più abituati a questi titoli.
Il libro dei Numeri si apre col censimento dei figli d’Israele tribù per tribù e famiglia per famiglia: considerando la prassi comune ebraica è sorprendente che un tale censimento sia stato completato e registrato: nel corso di buona parte della nostra storia il conteggio delle persone ha destato preoccupazione. Certamente nei tempi biblici era necessario sapere quanti uomini potevano essere armati per autodifesa, ma abbiamo sempre scoraggiato una contabilità precisa.
Pensate al minyan: per eseguire un servizio di culto pubblico sono richiesti dieci Ebrei adulti: che siano maschi o donne è motivo di disaccordo tra i vari movimenti giudaici; nelle congregazioni Reform non vi è differenza rispetto al minyan. Tuttavia la prassi è di non contare direttamente gli individui. Si adopera invece un modo speciale ebraico di numerazione: « Non uno, non due, non tre etc. » Un altro metodo è scandire una parola ebraica dopo l’altra da un versetto mentre si passano in rassegna le persone: ovviamente il versetto deve avere 10 parole! Sovente usiamo il testo ebraico del Salmo 28,9: « Hoshiah et amecha uvareich et nachalatecha ureim v’naseim ad haolam » (Riscatta e benedici questo Tuo popolo; nutrilo e sostienilo per sempre).
Perché non ci piace contare direttamente? credo che ciò abbia a che fare col concetto di ‘ayin hara‘, l’occhio malvagio. La vita è di per sé pericolante e noi cerchiamo di evitare il peggio: alcuni penseranno che sia superstizione, altri, costume popolare.
Dunque quale tipo di conteggio è permesso, anzi incoraggiato, dalla nostra tradizione? Un conteggio intimo, come dice il Salmo 90,12: « Insegnaci a contare correttamente i nostri giorni, così avremo un cuore saggio. »
Rabbi Stephen J. Einstein è rabbino alla Congregazione B’nai Tzedek, Fountain Valley, California, Stati Uniti d’America.
Il libro dei Numeri è la storia di un viaggio: rispetto allo sfondo del Levitico, con la sua assenza di movimento, Numeri si occupa essenzialmente del movimento. Il viaggio come tema letterario ricorre sovente nella letteratura mondiale, dall’epica di Gilgamesh (il libro più antico a noi noto) e l’Odissea sino alle Avventure di Alice e il Mago di Oz. Il viaggio rispecchia un’esperienza reale ed è una metafora viva della vita umana: una connessione tra il mondo letterario e quello dei sogni in cui ricorrono i temi del viaggio. Il viaggio in letteratura può essere l’esperienza di un singolo o di un gruppo: nel nostro libro è entrambe le cose. È il viaggio del popolo d’Israele dal Sinai sino ai confini di Canaan, dal luogo della costituzione del patto fino al posto in cui esso dev’essere compiuto; è anche il viaggio di Mosè dal Monte Sinai al Monte Abarim: dal luogo dove vide Dio sino a quello dove morirà.
Dobbiamo leggere il racconto di Numeri immaginando ciò che viene rappresentato: una grande massa di persone (603.550 maschi adulti più i maschi giovani e gli anziani, e ancora le donne di ogni età), ossia un’intera nazione, in marcia – con un miracolo visibile, la colonna di fuoco, e una nutrizione miracolosa, la manna, che avvengono in loro presenza costantemente per un periodo di 40 anni. È la sola epoca biblica in cui il miracolo è un fatto quotidiano. C’è un’organizzazione nel viaggio, una gerarchia nella vita comunitaria (Mosè, i giudici e i sacerdoti) e dei rituali formali cronologici (Shabbat, feste e noviluni) e spaziali (sacrifici, incenso, abbigliamento, il Tabernacolo, le frange agli abiti). C’è una meta anticipata in un futuro a cui alcuni accederanno, e altri no. Il popolo è in una condizione precaria, conscio della vita in Egitto alle sue spalle e di quella promessa davanti. La loro mentalità è quella di schiavi, vi sono vari gruppi e individui tra loro che hanno interesse a posizioni di comando: stando a quanto viene narrato, essi sono profondamente impauriti.
Rispetto a questa situazione la divinità viene vista frequentemente nell’atto di parlare e agire in risposta a degli eventi umani anziché divini. I discorsi della divinità sono minori e più brevi che nei libri precedenti: il Levitico si occupa principalmente di Dio che dà le leggi al popolo, ma Numeri si concentra sulle loro prime esperienze di vita sotto quelle leggi, e sulla risposta di Dio al corso delle azioni da essi intrapreso. Rispetto all’insieme dei comandamenti del Levitico, Numeri è la narrazione di un popolo che prende coscienza del suo ordinamento costitutivo legale, e del fatto che le leggi hanno una relazione sacra con la divinità. In mezzo a tutto ciò sta Mosè. Il racconto verte sul popolo e Dio, ma si focalizza senz’altro su Mosè, la sua personalità e specialmente i suoi conflitti.

R. E. Friedman, Commentary on the Torah with a New English Translation and the Hebrew Text, Harper SanFrancisco pp. 421-22.

Mosè parlava con Dio « e tutto il popolo ne fu testimone …. » (Es 20, 18) [Rav Giuseppe Laras, Rabbino Capo di Milano]

dal sito:

http://www.nostreradici.it/gennaio03_Laras.htm

Mosè parlava con Dio « e tutto il popolo ne fu testimone …. » (Es 20, 18)  

Rav Giuseppe Laras, Rabbino Capo di Milano

La testimonianza dell’Esodo ci presenta Mosè come colui al quale Dio chiede di guidare il suo popolo dalla schiavitù alla libertà e come colui attraverso il quale viene donata la Torà, l’insegnamento divino rivelato al Sinai. Secondo la tradizione rabbinica è proprio questo il momento in cui il popolo di Israele comprende il senso della particolare esperienza che sta vivendo e della vocazione a cui il Signore l’ ha destinato « separandolo » dagli altri popoli:
« Ora, se vorrete ascoltare la mia voce a custodirete la mia Alleanza, voi sarete per me la proprietà fra tutti i popoli perché mia è tutta la terra! Voi sarete per me un regno di sacerdoti e una nazione santa » (Es 19,5-6). Si tratta quindi di passare dalla servitù di Faraone al servizio del Signore che ha ascoltato il lamento del suo popolo oppresso e ha deciso di liberarlo rimanendo fedele alle sue promesse (Es 3, 7-10 e Gen 12, 1-4).
Ogni manifestazione di Dio è un evento trascendente di fronte al quale l’uomo è chiamato a riconoscerne la grandezza e la sproporzione rispetto alla propria creaturalità, per questo anche Mosè, a cui il Signore si rivela attraverso il roveto ardente, « nasconde la faccia » poiché teme di « guardare » verso di Lui (Es 3, 6). Tuttavia è proprio Mosè ad essere definito dalla Scrittura e dalla tradizione rabbinica come colui al quale Dio concede una vicinanza e una « visione » della Sua trascendenza solitamente impossibile e pericolosa (Es 19, 12 e 33, 19-23; Esodo Rabbà XXVIII, 6, Levitico Rabbà 1,14), per questo egli può « salire » sul monte e « parlare » con il Signore che gli « risponde » con « una voce » alla quale « può reggere » (Es 19,19; Esodo Rabbà V, 9). 
Tutto il popolo rimane invece ai piedi del Sinai ove comunque i segni della teofania sono evidenti: tuoni, lampi, nube densa, forte suono di tromba (Es 19, 16), ma soprattutto fuoco: « Il monte Sinai era tutto fumante, perché su di esso era sceso il Signore nel fuoco e il suo fumo saliva come il fumo di una fornace » (Es 19,18). Alcuni commenti colgono un particolare rapporto tra la parola del Signore che si rivela e il fuoco che accompagna tale rivelazione , caratteristica che la tradizione ritiene sia comune a molte teofanie (Es 3, 26 e Gen 15, 17) e alle parole stesse della Torà, come sottolineato in un autorevole commento al Deuteronomio che, a un certo punto, afferma: « infatti entrambi (fuoco e Torà) furono dati dal cielo ed entrambi sono eterni » (Sifrè Deuteronomio 143a). 
Siamo quindi di fronte ad un evento divino che, in questo modo, si dà una volta per sempre nell’orizzonte di una mediazione che coinvolge in maniera particolare Mosè, in quanto la rivelazione a lui concessa è la sorgente a cui tutti i profeti successivi hanno attinto: « Ciò che i profeti erano destinati a profetizzare alle generazioni avvenire lo ricevettero dal monte Sinai » (Esodo Rabbà XXVIII, 6).
Il dono della Torà non solo è destinato  a permanere nel tempo, ma è offerto per essere accolto e vissuto. La tradizione rabbinica, a tale proposito, sottolinea due aspetti importanti. Da una parte precisa che Dio si è espresso nelle « settanta lingue dell’umanità » in modo che tutti i popoli potessero comprendere (Esodo Rabbà V,9), dall’altra però fa notare che solo il popolo d’Israele ha accolto i precetti rivelati nella prospettiva di un insegnamento per la vita (Sifrè al Deuteronomio, Pisqa 343).
La Scrittura infatti testimonia che tutto il popolo « vede » i segni della teofania sinaitica ed è testimone di ciò che Dio rivela a Mosè (Es 20, 18), e tutto il popolo si impegna solennemente ad accogliere la Torà con la seguente affermazione: « Tutto ciò che il Signore ha detto/rivelato lo eseguiremo (n’asè) e lo ascolteremo (wenishma’) (Es 24, 7). Gli ebrei che pronunziano queste parole sono gli stessi che hanno vissuto un’esperienza di liberazione unica nel suo genere, e il Dio che li ha liberati mostrando la sua fedeltà alle promesse non può che volere il loro bene, per questo insegna come custodire il patto di Alleanza affinché il medesimo possa durare nel tempo.
Per questo il Suo insegnamento va innanzitutto vissuto e, in questo contesto, « ascoltato », cioè continuamente ricompreso e riconsiderato alla luce dei nuovi eventi della storia Poiché, come la Torà stessa precisa, « non è più in cielo » ma nelle mani degli uomini affinché possano continuare a « scegliere la vita e il bene » (Dt 30, 12-19).
Tutto ciò implica la necessità di comprendere sempre più in profondità una parola che si dà agli uomini nei suoi percepibili molteplici aspetti. Nel Salmo 62 non a caso di legge: « Una parola ha detto Dio, due ne ho udite » (Sal 62,10). La tradizione rabbinica insegna che da ciò si deduce che un versetto della Scrittura può avere diverse interpretazioni, che vanno intese come le scintille prodotte da un martello che spezza la roccia ( Talmud Babilonese, Sanhedrin 34a; Shabbath 88b).
È pertanto importante che la tradizione continui a discutere e ad interrogarsi su come continuare a rimanere fedeli all’insegnamento di libertà del Sinai. Non a caso gli insegnamenti rabbinici, giocando sull’assonanza dei termini ebraici charut (inciso) e cherut (libertà), insegnano a considerare i precetti della Torà « libertà » su tavole anziché prassi « incisa » su tavole (Mishnà, Avot VI, 2), ribadendo così che l’insegnamento rivelato va accolto e vissuto in quanto proveniente dall’unico Dio capace di liberare e di trasformare una storia anonima e perdente in una storia di salvezza.
Ecco allora ciò di cui il popolo ebraico è ancora oggi testimone tra le genti: una libertà che porta all’impegno nella fedeltà al dono della Torà ricevuta attraverso Mosè capace di « parlare con Dio », rivelazione che, come ben ricorda Elia Benamozegh, comprende anche i precetti dati da Dio a Noè dopo il diluvio, i quali costituiscono l’insegnamento per i « giusti » come lui, cioè i « gentili amati da Dio i cui meriti fanno la prosperità tra le nazioni » (E. Benamozegh, Israele e l’umanità, Marietti, Genova, 1990, pp. 209-240).

Temi sapienziali nella Bibbia ebraica: (Giuseppe Barbaglio) (anche Paolo)

dal sito:

http://www.finesettimana.org/pmwiki/index.php?n=Db.Sintesi?num=112

Temi sapienziali nella Bibbia ebraica

sintesi della relazione di Giuseppe Barbaglio

Verbania Pallanza, 16 novembre 1996

La corrente e la letteratura sapienziale presente nella bibbia ebraica non riguarda solo uno o più momenti particolari della storia di Israele, come nel caso della profezia, ma accompagna tutta questa storia. Si ritrova infatti non solo nei testi cosiddetti sapienziali, ma è diffusa ovunque (es. la storia di Giuseppe nella Genesi, alcuni salmi, ecc.).
la corrente sapienziale all’interno della bibbia ebraica
Mentre il profeta è l’uomo della parola, l’apocalittico l’uomo della visione e il narratore storico l’uomo della interpretazione teologica, il sapiente è « il riflessivo », è colui che è capace di individuare quali vie percorrere per raggiungere una esistenza « ben riuscita », risultati positivi.
Mentre il profeta, l’apocalittico e il teologo della storia si collocano dalla parte della rivelazione divina, hanno come destinatari il popolo di Israele e pongono l’attenzione sulle grandi svolte di Israele, il sapiente fa leva sulla ragione e sulla esperienza umana, ha come destinatario ogni uomo, ogni soggetto e pone l’attenzione sull’esistenza a questo mondo di ciascun individuo, sul suo nascere, vivere e morire.

il concetto di sapienza
La sapienza è anzitutto una conoscenza di come vanno le case al mondo, ed è una conoscenza pratica, è l’arte di pilotare la propria esistenza nel mare burrascoso del mondo per giungere alla vita ben riuscita.
Vi è poi una sapienza popolare e una sapienza colta, presente nelle corti e nelle scuole.
È rintracciabile una sapienza ottimistica ed una pessimistica che si pone come critica della prima.
La sapienza, a differenza della profezia, non è peculiare di Israele, ma ha una dimensione internazionale. La si ritrova in Edom, in Egitto, in Mesopotamia.
la sapienza ottimistica dei Proverbi
La sapienza del libro dei Proverbi è la sapienza secolare, più laica rispetto a quella del Siracide.
Il sapiente osserva come vanno le cose a questo mondo, invita a prenderne atto e a regolarsi di conseguenza.
L’appello a farsi sapiente è fatto da chi scrive, altre volte è attribuito ad un sapiente, come ad esempio a Salomone, il re sapiente per eccellenza, oppure alla sapienza personificata. Nella letteratura sapienziale non ci si imbatte in comandi. Il sapiente consiglia, esorta, sollecita, sprona, vuole persuadere non comandare.
La motivazione al vivere secondo sapienza è essenzialmente di tipo utilitaristico: c’è un rapporto di causa ed effetto tra sapienza e riuscita nella vita, successo, ricchezza, onore, ecc. È una visione ottimistica, che si fonda sull’idea di un Dio retributore che premia, in questa vita, il giusto, e punisce l’empio, lo stolto.
Si esaltano i valori dell’amicizia, della laboriosità, della morigeratezza nel bere, del non lasciarsi sedurre dalla adultera o dalla donna straniera.
Il confronto con l’ottimismo sapienziale dei Proverbi non può che essere dialettico, teso a raccogliere valori e limiti di una visione a volte troppo utilitaristica, privatistica, che confonde la sapienza con l’astuzia, con lo spirito levantino. La nostra cultura è diversa, accentua altri valori ed ha altri limiti.
critica del Qoelet alla sapienza ottimistica
Secondo il Qoelet, tutto è inconsistente, tutto è vuoto, anche la sapienza. Certamente è preferibile l’essere sapienti rispetto all’essere stolti, ma tutto alla fine è parificato dall’essere destinati alla morte: sapiente e stolto, uomo e bestia.
Il destino di morte che tutti e tutto accomuna non fonda una visione nichilista. All’uomo spetta il compito di accontentarsi di cogliere quel bene limitato che la vita quotidiana offre (il mangiare, il bere, il godere dei beni…).
critica di Giobbe alla retribuzione qui e ora
Giobbe, innocente, ha quel destino che l’ortodossia del tempo, rappresentata dagli amici, riteneva proprio del malvagio.
Contesta la risposta della sapienza tradizionale che ricercava nel suo comportamento insipiente e malvagio la causa delle disgrazie. Reagisce duramente agli amici, che fanno calcoli con i loro dogmi e non con la realtà che li smentisce. Se la prende con Dio, che chiama in causa in quanto garante del dogma della retribuzione in questa vita.
Dio chiude la bocca a Giobbe facendo leva sulla propria strapotenza. La domanda di Giobbe non ha risposta. Rimane il perché.
Il perché rinvia alla domanda su quale Dio. Il Dio retributore e onnipotente che domina tutto? E allora come conciliarlo con le tragedie umane, con Auschwitz? Oppure il Dio del Gesù crocifisso, il Dio di Alexamenos che adora il crocifisso dalla testa d’asino, il Dio della debolezza, dell’impotenza e della dissennatezza della croce?
Il crocifisso, massimo segno di stupidità e stoltezza per gli uomini è sapienza per Dio, come dice Paolo.

« I Giusti tra tutte le nazioni avranno una parte nel Mondo Avvenire » (Talmud, Sanhedrin 105a)

dal sito:

http://www.ritornoallatorah.it/public/index.php?option=com_content&view=article&id=384:informazioni-e-approfondimenti-sui-precetti-noachidi&catid=57:noachismo&Itemid=113

Informazioni e approfondimenti sui precetti Noachidi       

« I Giusti tra tutte le nazioni avranno una parte nel Mondo Avvenire » (Talmud, Sanhedrin 105a)

Molte religioni del mondo, tra cui il Cristianesimo e l’Islam, si ritengono le uniche fonti di « salvezza dell’anima » e affermano perciò la necessità di predicare per convincere gli appartenenti ad altre fedi a convertirsi e ad accettare il solo vero culto Divino.
Nell’Ebraismo non esiste niente di simile.
Il popolo Ebraico, come spiega Elia Benamozegh, è il primogenito nella famiglia dell’umanità, l’insegnante, il sacerdote e il custode delle Parole di Dio, ma non è il detentore di un’unica via di salvezza.
Secondo l’Ebraismo, il Creatore del mondo ha dato a tutte le nazioni un codice morale da seguire: i precetti Noachidi.
Al popolo Ebraico, che ha un compito particolare e delle maggiori responsabilità, Dio ha dato invece la Torah, una Legge più complessa rivelata sul monte Sinai.
I precetti Noachidi sono sette, ma si tratta in realtà di « canoni legislativi » che possono essere suddivisi in molte specificazioni diverse, e che costituiscono la base su cui ogni nazione deve stabilire la proria legge di stato.
Allo stesso modo, la Torah rivelata ad Israele ha come principi fondamentali i Dieci Comandamenti, e tuttavia essa è composta da seicentotredici precetti (mitzvot).
Mentre gli Ebrei hanno ricevuto leggi molto specifiche che riguardano anche i riti religiosi da eseguire, agli altri popoli sono stati dati solo ordinamenti etici di base, lasciando ampia libertà nell’amministrazione dello stato e soprattutto per quanto riguarda i culti e le preghiere.
Non bisogna pensare che i precetti Noachidi costituiscano una religione che deve essere accettata da tutti; il « Noachismo » è invece un sistema morale universale che può essere seguito anche professando una fede diversa da quella Ebraica.
In Hilchot Melachim 8:11, Maimonide dichiara che i non-Ebrei che osservano le sette leggi riconoscendone l’origine Divina sono chiamati Chasidei Umot HaOlam, ovvero « i Giusti tra le nazioni del mondo », mentre coloro che le osservano soltanto per motivi razionali, avendo riconosciuto la loro validità tramite l’intelletto, sono Chochmei Umot HaOlam, cioè uomini saggi.
Vediamo ora quali sono esattamente i sette precetti e come osservarli.
La seguente lista è basata sull’ordine riportato nel Talmud (Sanhedrin 56). Di solito negli scritti Rabbinici e nella letteratura moderna i precetti vengono invece elencati secondo l’ordine fornito da Maimonide.

1: (IN EBRAICO)-  Dinim (Tribunali)

E’ l’ordine di amministrare la giustizia tramite i tribunali.
Ogni popolo ha il compito di garantire il rispetto delle leggi attraverso un sistema giudiziario equo. Maimonide spiega che le corti di giustizia devono essere istituite in ogni città.
Secondo la halakah (legge rabbinica) tutte le nazioni sono libere di stabilire il proprio sistema giudiziario, e i tribunali che rispettano soltanto alcune delle leggi Noachidi sono da considerarsi come validi solo in parte.

2:(IN EBRAICO)   -  Birchat Hashem (letteralmente « Benedizione del Nome [di Dio]« )

Questo precetto si riferisce alla proibizione di bestemmiare il Nome di Dio.
E’ vietato maledire il Creatore o parlare irriverentemente di Lui. Il precetto non riguarda soltanto il Nome Divino (il Tetragramma Sacro), ma qualsiasi nome usato dal non-Ebreo per identificare Dio.
Dalla storia di Giobbe si impara che non bisogna pronunciare bestemmie neppure quando accadono delle sciagure.

3: (INM EBRAICO)  -  Avodah Zarah (Idolatria. Letteralmente « lavoro estraneo »).

E’ il divieto di credere in una divinità al di fuori di Hashem, l’Unico Dio. E’ proibito rendere culto alle immagini, partecipare a riti pagani e scolpire statue che rappresentino divinità per qualsiasi uso. E’ inoltre vietato divinizzare qualasiasi cosa attribuendogli un’eccessiva importanza: un oggetto, il denaro, una persona, un concetto astratto.

4: (IN EBRAICO)  -  Shefichat Damim (Versare sangue).

Il divieto di spargere sangue è espresso in Genesi 9:5-6.
Si tratta della proibizione di assassinare un altro esere umano, di ferirlo, di commettere il suicidio e di non aiutare qualcuno che si trova in pericolo mortale.
Bisogna quindi riconoscere il valore della vita di ogni persona e fare di tutto per non causare sofferenze al prossimo.

5: (IN EBRAICO) -  Gilui Arayot (Immoralità sessuale. Letteralmente « mostrare le proprie nudità »).

Sono proibiti i rapporti sessuali con la propria madre, con la moglie del proprio padre, con una donna sposata, con la propria sorella, i rapporti tra due uomini e quelli tra esseri umani ed animali.
E’ proibito anche avere atteggiamenti provocanti che possano portare ad un’unione proibita tra quelle appena elencate.
Da questo precetto si ricavano valori morali fondamentali per la società come il rispetto della famiglia e del matrimonio.

6: (IN EBRAICO)  -  Gezel (Furto).

La proibizione del furto comprende l’appropriazione illecita dei beni altrui, il rapimento, lo stupro ed ogni tipo di frode.
Rabbi Aaron HaLevi di Barcellona mette questo precetto in relazione al comandamento della Torah di « Non desiderare alcuna cosa che sia del tuo prossimo »  (Esodo 20:17), e dichiara che ogni uomo dovrebbe rispettare questa proibizione, poichè desiderare le proprietà altrui può portare al furto.

7: (IN EBRAICO)  -  Ever Min HaChai (Organo di un essere vivente).

E’ il divieto di commettere crudeltà nei confronti degli animali (Genesi 9:4).
E’ proibito mangiare una parte di un animale ancora vivo o che gli è stata staccata quando era in vita. Inoltre, non è consentito bere sangue e uccidere animali a scopo ludico.
Mentre all’inizio l’umanità era vegetariana, dopo il Diluvio, con la nuova atmosfera terrestre, fu concesso di mangiare carne animale (anche se, secondo la Torah, il vegetarianesimo rimane la forma più alta di kasherut), ma ciò deve avvenire senza causare eccessiva sofferenza agli altri esseri viventi che l’uomo deve rispettare al massimo.

Publié dans:EBRAISMO - STUDI |on 28 janvier, 2011 |Pas de commentaires »

Menorah

Menorah dans EBRAISMO  - STUDI menorahcandle

http://imagepourmesblog.unblog.fr/2009/05/16/una-bellissima-menorah-spero-che-non-me-la-tolgano-dal-sito/

Publié dans:EBRAISMO - STUDI, immagini sacre |on 26 janvier, 2011 |Pas de commentaires »
1...67891011

Une Paroisse virtuelle en F... |
VIENS ECOUTE ET VOIS |
A TOI DE VOIR ... |
Unblog.fr | Annuaire | Signaler un abus | De Heilige Koran ... makkel...
| L'IsLaM pOuR tOuS
| islam01