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IL DIO DELLE BENEDIZIONI NELLA TRADIZIONE DI ISRAELE (Nm 6 24-27) [post per il 17 gennaio, la giornata della memoria]

dal sito: 

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 IL DIO DELLE BENEDIZIONI NELLA TRADIZIONE DI ISRAELE

(Numeri 6, 24-47)
 
Giuseppe Laras, Rabbino Capo della Comunità ebraica di Milano, in occasione della celebrazione del 17 gennaio 2004: Giornata dell’Ebraismo
 
Siamo qui questa sera, all’uscita del sabato, per celebrare insieme la giornata dell’ebraismo del 17 gennaio. Già l’anno scorso abbiamo celebrato con analoga cerimonia questa giornata: è stato un momento molto emozionante e molto ricco, e quindi vogliamo proseguire questa esperienza all’insegna di una riflessione che farà da filo conduttore, e che è: « Il Dio delle benedizioni nella tradizione d’Israele ». Faremo un percorso all’interno e intorno alla benedizione; speriamo che ci possa aiutare nei nostri rispettivi cammini, nelle nostre esperienze comuni, nelle nostre vite, in vista di una sempre maggiore e pacifica collaborazione nel nome del Dio unico e della pace.
La Berakhà – benedizione – è un bene universale di cui tutti abbiamo bisogno. Leggiamo nel libro di Rut che quando Boaz arrivava nel campo per visitare i suoi mietitori, si rivolgeva loro con: Ha-Shem  ‘immakhem – « Il Signore sia con voi! » – e i mietitori gli rispondevano: « Ti benedica il Signore! ». Abbiamo tutti bisogno di Berakhà. È una parola importante, ma nasconde un contenuto difficile, di difficile attuazione. Molti hanno parlato, parlano e parleranno di benedizione, ma forse sono stati e sono lontani dalla benedizione. C’è la benedizione che rivolge l’uomo a un altro uomo, c’è la benedizione che rivolge l’uomo a Dio, e c’è la benedizione che rivolge Dio all’uomo, al mondo. Sono tutte benedizioni, ma sono benedizioni diverse, perché sicuramente la benedizione autentica, sicuramente vera, è la benedizione di Dio. Tutte le altre sono benedizioni, ma potrebbero essere dei simulacri di benedizioni, potrebbero non essere portatrici di risultati perché, se ci mettiamo nell’ottica umana, è molto difficile immaginare un risultato sicuro, continuo, automatico da parte della benedizione pronunciata.
È scritto nel Trattato delle benedizioni del Talmud babilonese che chiunque goda di qualcosa di questo mondo senza aver detto la benedizione commette peccato di appropriazione. Il riferimento è a colui che mangia qualche cosa senza aver recitato la benedizione. « Benedetto Tu, o Signore Dio nostro, Re del mondo, che hai creato, che hai fatto… » (a seconda o dei frutti o delle cose che vengono mangiati). E perché questa affermazione così categorica? Perché nel momento in cui noi godiamo delle risorse del mondo dobbiamo subito collegare queste risorse a Colui che le ha date, al padrone di queste risorse; e quindi, goderne senza aver benedetto, ringraziato Dio è un qualche cosa che viene definito come appropriazione indebita.
Ovviamente il presupposto per la benedizione è la disponibilità a sentire e a vedere Dio come padrone del mondo, a cui noi dobbiamo un ringraziamento e una benedizione. È chiaro che ci muoviamo all’interno del difficile percorso della religiosità: benedire Dio, avere fede in Dio, sentire Dio, sentirlo vicino anche se è lontano. Sono dei percorsi molto difficili ma, se condotti bene, ci portano alla comprensione autentica della benedizione. In fondo, quando l’uomo benedice l’uomo, intende auspicare che su quella creatura scenda la grazia di Dio, scenda lo Spirito, scenda la benedizione di Dio, il consenso di Dio. Ma, dicevo, la vera benedizione, sicura, autentica, è quella che scende dall’alto, che scende da parte di Dio nei confronti dell’uomo.
Vorrei, a proposito di benedizioni umane, attirare la vostra attenzione su uno strano episodio raccontato nella Torà, nel libro dei Numeri, che ebbe come protagonista il mago Balaam, che Balak re di Moab aveva convinto a tentare di risolvere il suo problema, che era rappresentato dagli ebrei, attraverso la forza contraria alla benedizione, cioè attraverso la maledizione. In sostanza Balak aveva pagato Balaam perché distruggesse con la maledizione il popolo di Israele. Sappiamo che sebbene Balaam, per così dire, ce la mettesse tutta (anche perché, se avesse fatto quello che il suo committente richiedeva, ne avrebbe ricavato delle ricchezze), nonostante i suoi sforzi, invece delle maledizioni uscivano dalla sua bocca delle benedizioni, delle bellissime benedizioni, tra le più belle benedizioni che mai su Israele siano state pronunciate. In alcuni profeti viene ricordato e sottolineato questo stupefacente evento: il Signore che ha trasformato la maledizione in benedizione.
Ecco, qui stiamo parlando del confronto fra la benedizione vera e la benedizione presunta, o addirittura il contrario della benedizione. C’è un passo del Deuteronomio, al cap. 26, a proposito della decima (la decima è una parte del prodotto agricolo che gli agricoltori di Israele ogni terzo anno dovevano devolvere ai leviti, ai forestieri, agli orfani, alle vedove per sovvenirli). Dopo che l’agricoltore aveva separato la decima e l’aveva data a chi di dovere, doveva pronunciare una formula che affermava che lui aveva fatto secondo la prescrizione che Dio gli aveva comandato, e quindi continuava: hashqìfa mimmeòn qodshekà min ha-shamàim – “guarda dalla sede della tua santità, dal cielo, e benedici il tuo popolo Israele e la terra che ci hai dato ». Viene fatto notare che qui è l’unica volta in cui l’espressione hashqìfa, che vuol dire « guardare dall’alto verso il basso », è in senso di Berakhà, positivo e di benedizione. In tutti gli altri punti della Torà in cui ricorre questa espressione essa è in senso negativo. Una simile espressione che subito viene in mente è quella collegata alla contemplazione della distruzione di Sodoma: allora lo sguardo era dall’alto verso il basso. I Maestri dicono che l’espressione « contempla, o Signore” (cioè dall’alto verso il basso) è qui in senso positivo perché si tratta di un soggetto che ha attuato i suoi doveri, ha eseguito la volontà di Dio e quindi chiede un segno di consenso da parte della divinità.
Si chiedono però anche un’altra cosa i Maestri a proposito di questo verso: « e benedici il tuo popolo e Israele ». Bastava dire “il tuo popolo”; era chiaro che si trattava di Israele. Oppure “il tuo popolo Israele”; ma non et ‘ammekhà et Israel. Deve esserci un perché. I nostri Maestri sono curiosi. Essi in qualsiasi espressione non usuale vedono un segnale che vuole trasmettere un insegnamento. Ebbene, l’insegnamento è questo: “benedici il tuo popolo”; il popolo nella sua interezza e globalità deve essere benedetto. “Israele” vuol dire: anche se i singoli del popolo non sono tutti osservanti della volontà di Dio, cioè se sono peccatori. Il popolo è meritevole sicuramente di benedizione; Israele, tutti individualmente, anche quelli che forse non la meriterebbero, indicati midrashicamente nel testo stesso come la “terra”. Dio ama la terra d’Israele. Quindi la benedice nel suo insieme senza privarla della benedizione, anche se c’è qualche cosa che può non piacere. La terra è la terra. Così il popolo è benedetto e i figli di Israele, anche se presentano delle macchie, sono coinvolti comunque nella benedizione. La benedizione è qualcosa che aiuta a colmare i limiti e i difetti di alcuni singoli rispetto alla maggioranza della comunità del popolo che segue la volontà di Dio. Quindi coinvolgimento di tutti nel segno della benedizione.
Un punto centrale della Torà in cui si parla espressamente e solennemente di benedizione è in Numeri (6, 22-27) a proposito della benedizione sacerdotale. La benedizione che i sacerdoti dovevano impartire al popolo viene così annunciata: ko tevarekhù et benè Israel amòr lahèm –  » così benedirete i figli di Israele dicendo per loro”; e incomincia la formula della triplice benedizione, composta cioè di tre versi. Il primo verso è composto di tre parole, il secondo di cinque, il terzo di sette. Quindici parole: è difficile non vedere un riferimento a un qualche cosa di importante, che, sviluppato nel suo valore numerico, ammonta a 15, cioè Ja, che vuol dire Dio, il Nome di Dio. Questa benedizione ci coinvolge e ci avvicina alla presenza di Dio. E come deve essere espressa e recitata? La benedizione dei sacerdoti deve essere espressa e recitata solo in quel preciso modo stabilito dalla Torà. Ci sono altri modi, è vero, per esprimere e porgere la benedizione – quella dell’uomo verso l’uomo, come abbiamo detto; ma i sacerdoti tuttavia sono delle persone particolari, che vivono un rapporto intenso di religione e di particolare vicinanza con la divinità, e quindi appaiono più qualificati per poter accompagnare il popolo in questo cammino verso la benedizione. La triplice formula è rigida:

« Ti benedica il Signore e ti protegga.
Illumini il Signore il Suo viso e ti conceda la grazia.
Rivolga il Signore il Suo viso verso di te e ponga su di te la pace ».

Questa la traduzione della formula della benedizione sacerdotale; come tutte le traduzioni è una traduzione sommaria; in realtà il testo della Berakhà dei Cohanim nasconde un’infinità di preziosi ammaestramenti ed è stata oggetto di attenta riflessione e analisi. Vediamo di ricavarne qualche insegnamento.
« Ti benedica il Signore e ti protegga ». La prima osservazione è abbastanza evidente: se il Signore ti benedice, è ovvio che ti protegge. Quindi se c’è la Berakhà c’è tutto. Allora ci chiediamo: che cosa vuol dire: « Ti benedica il Signore »? Vuol dire: ti dia felicità, serenità, prosperità esterna ed interna; ti dia compiutezza di gioia e di felicità e di serenità. In questa espressione c’è anche  la felicità materiale, nel senso di serenità per una vita tranquilla. Ma se c’è tutto questo, che cosa vuol dire « ti protegga »? Ebbene, alcuni Maestri dicono: attenzione, perché quello stato di grazia indotto dalla benedizione – « ti benedica » – potrebbe portare la persona a considerare se stessa come artefice di questa benedizione, di questa felicità, di questo successo. E allora è necessario anche che il Signore “ti protegga”. Da che cosa? Dal tuo istinto malvagio, dalla tentazione maligna a cui tutti soggiaciamo che insinua in noi: « sei tu il più grande, sei tu il più bravo, sei tu che crei, sei tu che determini… ». Se subentra questa tentazione e questo atteggiamento, è chiaro che quella Berakhà iniziale va riducendosi e perdendo forza. Ecco allora che accanto alla benedizione è necessaria anche l’assicurazione contro l’istinto malvagio, quello che viene chiamato “jetzer-harà”. È questa soltanto una piccola riflessione che può essere fatta su questa prima parte della Berakhà dei sacerdoti.
« Illumini il Signore il suo viso e ti dia la grazia ». Che cos’è l’illuminazione del volto di Dio nei confronti dell’uomo? È il “volto” consenziente di Dio, il volto che trasmette felicità (quando noi guardiamo, sorridendo, una persona mettiamo quella persona nello stato, nella condizione di aspettarsi qualche cosa di buono e di positivo da noi). Si può dire anche: “Il Signore illumini il Suo viso verso di te, trasmettendo al tuo viso un po’ della Sua luce”. Potremmo pensare, in questo contesto di riflessione sulla “luce” divina, facendo ovviamente le debite differenze, alla luce che traspariva dal volto di Mosè dopo essere stato per 40 giorni e 40 notti al cospetto della divinità sul Monte Sinài: quando discese gli risplendeva talmente il volto, che fu necessario coprirlo con un velo perché quella luce splendente non poteva essere vista, contemplata e sopportata. Quindi: che il Signore ti renda, per così dire, partecipe della sua luce.
Wichunnèkka. Abbiamo tradotto: “e ti conceda la grazia ». Che cosa vuol dire l’espressione “ti conceda la grazia”? Intanto può voler dire: ti renda grazioso, simpatico, attraente, degno di affettuosa attenzione da parte degli altri. Analogamente a quanto capitava a Giuseppe che, qualunque cosa facesse, riusciva e prosperava, perché egli suscitava consenso e simpatia. Forse anche perché, nonostante le sofferenze e le ansie, risplendeva sul suo viso un po’ della luce di Dio. Ma l’espressione « che il Signore ti conceda la grazia », può anche voler dire “che faccia posare” (dalla radice verbale di chanà che significa posarsi, accamparsi), nel senso che faccia scendere la luce della sua provvidenza su di te. Provvidenza e luce sono bene collegabili fra di loro.
« Rivolga il Signore il suo viso verso di te, e ponga su di te la pace ». Assistiamo ad un crescendo: ti benedica, ti protegga, indirizzi il suo sguardo di luce verso di te, ti riempia di grazia e di luce. E infine « rivolga il Signore il suo viso verso di te e ponga su di te la pace”. Che cosa significa: rivolga il Signore il suo viso verso di te? C’è un momento in cui Dio può non guardarci? Forse sì, quando noi commettiamo delle colpe, non ci comportiamo bene, agendo come se Dio non ci vedesse: è quello che i teologi chiamano hastarat-panim, nascondimento del volto. Qui si prega Dio che voglia orientare il suo volto in direzione della creatura. E chi è sotto lo sguardo di Dio, è in pace: « e ponga su di te la pace ». La condizione per vivere integralmente la compiutezza della pace è di essere sotto lo sguardo di Dio. Sul tema della pace tante sarebbero le cose da dire. La pace è intanto sicuramente un dono che viene dall’alto, ma è anche uno strumento nostro per poter accelerare, aumentare, incrementare la discesa dello Spirito di Dio. C’è una espressione dei Maestri che suona così: “Chi opera per rendersi puro riceve un aiuto dal Cielo. Chi opera per rendersi impuro, riceve anche un aiuto dal Cielo”. In prospettiva dello Shalom è importante l’iniziativa che assumiamo noi. Non si può rimanere in posizione statica, limitandoci ad aspettare la grazia dal Cielo. Noi non conosciamo con esattezza e precisione i misteriosi percorsi della benedizione e della pace. Sappiamo però, in proposito, due cose importanti: che esse ci provengono da Dio, ma che anche noi, nonostante i limiti che ci caratterizzano come creature umane, abbiamo parte – una parte importante – nella discesa della benedizione e della pace su di noi.
Il concetto di pace è un concetto complesso, articolato, difficile. A questo proposito desidero far osservare che la Berakhà dei sacerdoti deve essere recitata in ebraico: kò tevarekhù, “così benedirete i figli di Israele », cioè: in questa precisa formulazione. A differenza di alcune preghiere del formulario, essa non può essere pronunciata in altra lingua, che non sia l’ebraico. La Berakhà dei sacerdoti è qualcosa di speciale il cui contenuto non può essere reso nella sua sacrale autenticità in altra lingua. Ne è prova il fatto che mentre il testo della Torà è accompagnato, in alcune importanti edizioni, dalla traduzione aramaica (la lingua appresa dai nostri padri in Babilonia) nel punto della benedizione essa non compare. Almeno per quanto riguarda la traduzione aramaica di Jonatàn ben Uzziel. E perché non c’è? Intanto per sottolineare che non ce n’è bisogno, dato che la benedizione deve ritualmente essere pronunciata in ebraico. Ma poi anche per un motivo profondo che è questo: dato che alla fine della Benedizione è invocato lo Shalom, la pace, e la dimensione dello Shalom è illimitata – nel senso che nessuno di noi può coglierne l’infinito potenziale – il termine Shalom non può essere tradotto in nessun’altra lingua, ma pronunciato e sentito nella sua lingua originale. Questo ci aiuta a introdurre anche un’altra considerazione.
La Berakhà dei sacerdoti inizia con la benedizione « ti benedica il Signore… » e finisce con lo Shalom “e ponga su di te la pace ». Questo sottolinea che – come affermano i Maestri – il Santo Benedetto non trova veicolo migliore per il trasporto della benedizione dello Shalom, la pace. Questo vuol dire che, se vogliamo attenderci abbondante misura di benedizione dall’alto, occorre che ci provvediamo di un contenitore di trasporto che è lo Shalom. Se non c’è lo Shalom, non può arrivare la benedizione. Posizione dinamica e non statica, quindi, pur lasciando alla Berakhà di Dio tutta la sua valenza di dono, la sua indipendenza e la sua imperscrutabilità. Sicuramente nella formazione e nell’avvento dello Shalom noi sentiamo di avere una parte molto importante. Se non costruiamo dentro di noi e in mezzo a noi lo Shalom, è difficile attenderci la Berakhà. La Berakhà ha bisogno dello Shalom. Senza Shalom la Berakhà rischia di perdersi per strada e, quindi, di non arrivare fino a noi.
Prima di concludere vorrei recitare una preghiera molto breve, ma anche molto intensa, recitata da Salomone nel giorno della inaugurazione del Tempio di Gerusalemme: « Sia il Signore nostro Dio con noi, come lo fu con i nostri padri. Non ci lasci e non ci abbandoni mai ». Questa preghiera vorrei che la sentissimo e la recitassimo con la mente e con il cuore tutti insieme, perché è una invocazione di benedizione perpetua per tutti noi nel ricordo dei Padri.
Vorrei infine leggere una preghiera molto semplice scritta da un grande maestro dell’ebraismo della fine del ‘700, il Rabbino Nachman di Breslav, che nella sua vita quotidiana si preoccupava di trasmettere dei valori che esaltassero la sintesi tra etica e religione. Non si può essere religiosi in senso verticale soltanto o in senso orizzontale soltanto. Questo è il messaggio della religione: essere disponibili e aperti con gli altri come condizione necessaria per poter entrare in collegamento verticale con Dio.
« Ti sia gradito, Signore Dio nostro e Dio dei nostri padri, Signore della pace, re cui la pace appartiene, di porre la pace nel tuo popolo Israele. E la pace si moltiplichi fino a penetrare tutti coloro che vengono al mondo. E non ci siano più né gelosie, né rivalità, né vittorie, né motivi di discordia tra gli uomini, ma solo amore e pace fra tutti. E ognuno conosca l’amore del suo prossimo in quanto suo prossimo, cerchi il suo bene, desideri il suo amore, agogni al suo costante successo al fine di potersi incontrare con lui e a lui unirsi per parlare insieme e dirsi l’un l’altro la verità in questo mondo. Un mondo che passa come un batter di ciglio, come un’ombra, ma non come l’ombra di una palma o di un muro, ma come l’ombra di un uccello che vola ». 

Le Scritture e l’epoca di Gesù – 7 : Atti 2 – La Pentecoste

dal sito:

http://www.nostreradici.it/Atti-Pentecoste.htm

Le Scritture e l’epoca di Gesù – 7 

Atti 2 – La Pentecoste

Una premessa consuntiva

Fino ad ora abbiamo condotto le nostre riflessioni sui vangeli. Abbiamo constatato come essi non possano essere compresi se non sullo sfondo dell’epoca nella quale sono vissuti Gesù e i primi discepoli. Anche chi per assurdo volesse conservare solo il Nuovo Testamento e ritenere inutile l’Antico, cadrebbe in una situazione grottesca: sarebbe come leggere un testo senza capirne la lingua. Ma quello che è ancora peggio, crederebbe di capire i vangeli e gli altri libri neotestamentari, solo perché sono stati tradotti nella propria lingua.

Purtroppo questo è avvenuto in modo ricorrente nel passato; ma oggi gli strumenti critici che abbiamo, le maggiori conoscenze raggiunte e il rifiuto di una interpretazione faziosa e…ignorante, ci obbligano a leggere correttamente il vangelo. Il lungo cammino fatto dagli interpreti della Bibbia, le scoperte di sempre nuovi documenti dell’epoca, primi fra tutti, i testi delle grotte di Qumran, una località presso le rive del Mar Morto, dov’è vissuta per alcuni secoli una fiorente comunità giudaica in rotta col clero di Gerusalemme, tutto questo ci ha aperto gli occhi sull’epoca di Gesù, su come la pensavano, su quello che dicevano, su come vivevano.

L’esperienza che i primi seguaci di Gesù hanno fatto è stata espressa non solo con la lingua corrente, l’aramaico, ma anche con i mezzi espressivi a disposizione per capire chi era Gesù, che cosa aveva fatto e che cosa voleva dai suoi seguaci. Gli esempi che abbiamo visto negli articoli precedenti fanno comprendere quello che sto dicendo. Una lingua non è un codice matematico, astratto e senza tempo, ma un codice vivo che riflette una visione della realtà: che cosa si crede, come si crede, che cosa si desidera. Il Nuovo Testamento è la risposta ebraica degli ebrei del I sec. d.C. a quello che storicamente è avvenuto e che li ha interpellati.

Quello che abbiamo visto finora verrà confermato da un testo importante preso dal libro degli Atti degli Apostoli, scritto pure da Luca dopo il vangelo: l’episodio della Pentecoste al secondo capitolo.

Dopo la Pasqua, ancora una festività ebraica

Atti 2,1-11: “Si compiva il giorno della Pentecoste , ed essi stavano riuniti nello stesso luogo. 2 D’ improvviso vi fu dal cielo un rumore, come all’ irrompere di un vento impetuoso, che riempì tutta la casa in cui si trovavano. 3 Apparvero ad essi delle lingue come di fuoco che si dividevano e che andarono a posarsi su ciascuno di essi. 4 Tutti furono riempiti di Spirito Santo e cominciarono a parlare in altre lingue, secondo che lo Spirito dava ad essi il potere di esprimersi. 5 Si trovavano allora in Gerusalemme Giudei devoti, provenienti da tutte le nazioni del mondo. 6 Al prodursi di questo rumore incominciò a radunarsi una gran folla, eccitata e confusa, perché ciascuno li udiva parlare nella propria lingua. 7 Fuori di sé per la meraviglia dicevano: «Tutti costoro che parlano non sono forse Galilei? 8 Come mai ciascuno di noi li ode parlare nella propria lingua nativa? 9 Parti, Medi, Elamiti, abitanti della Mesopotamia, della Giudea e della Cappadocia, del Ponto e dell’ Asia, 10 della Frigia e della Panfilia, dell’ Egitto e delle regioni della Libia presso Cirene, Romani qui residenti, 11 sia Giudei che proseliti, Cretesi e Arabi, tutti quanti li sentiamo esprimere nelle nostre lingue le grandi opere di Dio!».

Sappiamo dai tre vangeli sinottici, Matteo, Marco e Luca, che Gesù istituì l’eucarestia nel quadro della celebrazione della pasqua ebraica. Il contenuto di quest’ultima, il ricordo della liberazione dalla schiavitù egiziana, non veniva eliminato dal Signore, ma inglobato in un nuovo e più ampio contenuto: la redenzione da lui apportata e resa accessibile sacramentalmente grazie all’eucarestia.

 Ora, secondo il calendario liturgico ebraico, sancito nella legge mosaica, dopo la festa della Pasqua nel primo mese, cioè a primavera, gli ebrei dovevano contare cinquanta giorni (“pentecoste” in greco, come greca è la parola “eucarestia”) e al cinquantesimo dovevano (e debbono) celebrare la “festa delle Settimane” (Lev 23,15-22). Tale avvenimento festivo si rifaceva ad un’antica festa agricola che cadeva nel terzo mese, quello delle messi. Israele, pur mantenendo questa antica cornice stagionale, aveva però sostituito al contenuto precedente uno nuovo, quello dell’alleanza al Sinai e del dono della Legge. Questa operazione, simile a quella fatta per la Pasqua, cioè la sostituzione di un rito antico con uno nuovo legato alla storia della salvezza d’Israele, è stata compiuta soprattutto a partire dall’epoca dopo l’esilio babilonese (VI-V sec. a.C), quando il popolo giudaico si è in qualche modo ri-fondato e ha aperto la strada a quella forma altissima di civiltà culturale e religiosa che sarebbe stato il giudaismo. Da allora in poi, la festa delle Settimane o di Shavuot era diventata per sempre la celebrazione del popolo liberato dalla schiavitù ed eletto da Dio ad essere il suo popolo mediante un’alleanza perenne, esplicitata e resa concreta dalla Legge di Mosé, da rinnovare annualmente nella liturgia, così come noi oggi rinnoviamo ogni anno le promesse battesimali.

Negli ultimi secoli prima di Cristo, il rinnovo dell’alleanza tra Dio e il suo popolo è stato messo sempre più in relazione con lo Spirito Santo. Gli ebrei di quel tempo credevano fermamente che i profeti mandati in passato da Dio perché si convertissero dalla disobbedienza alla Legge all’obbedienza ad essa, fossero inviati e animati dallo Spirito di Dio. La parola con cui essi lo chiamavano, ruach, significava anche vento impetuoso, respiro, alito di vita. Lo Spirito richiamava quell’energia vitale presente quando Dio aveva creato il mondo (vedi Gen 1,2). Proprio quello Spirito era diventato la forza del carisma dei profeti (vedi Ez 2,2: “…uno Spirito entrò in me, mi fece alzare in piedi e io ascoltai colui che mi parlava…”). E tuttavia, la fallibilità della natura umana aveva prevalso e le disgrazie si erano abbattute su Israele: così dicevano i profeti. Ma essi amavano il proprio popolo e hanno prospettato ugualmente una salvezza futura, escatologica, una nuova alleanza animata dallo Spirito di Dio:

“«Ecco: verranno giorni, oracolo del Signore, in cui stipulerò con la casa di Israele e con la casa di Giuda un’ alleanza nuova. Non come l’ alleanza che ho stipulato con i loro padri nel giorno in cui li presi per mano per farli uscire dal paese di Egitto, poiché essi violarono la mia alleanza, benché io fossi loro Signore, oracolo del Signore. Ma questa sarà l’ alleanza che stipulerò con la casa di Israele alla fine di quei giorni, oracolo del Signore: io porrò la mia legge in mezzo a loro e sul loro cuore la scriverò; e io sarò per essi il loro Dio ed essi saranno per me il mio popolo. E non si ammaestreranno più l’ un l’ altro a vicenda, dicendo: « Riconoscete il Signore! », perché tutti mi riconosceranno dal più piccolo fino al più grande di essi, oracolo del Signore, perché io perdonerò la loro iniquità e i loro peccati non li ricorderò più»” (Ger 31,31-34).

“Vi prenderò di tra le genti, vi radunerò da tutte le parti del mondo e vi condurrò al vostro paese. Vi aspergerò di acqua pura e sarete purificati da tutte le vostre impurità e da tutti gl’ idoli con cui vi macchiaste. Vi darò un cuore nuovo e metterò dentro di voi uno spirito nuovo. Toglierò il cuore di pietra dal vostro corpo e vi metterò un cuore di carne. Metterò il mio spirito dentro di voi, farò sì che osserviate i miei decreti e seguiate le mie norme” (Ez 36,24-27; vedi anche Is 55,3).

I profeti poi erano spariti e con loro, sembrava, anche lo Spirito divino. Il cielo non si apriva più e sembrava muto. Gli ebrei avevano però la parola divina pronunziata dai profeti e sapevano che un giorno si sarebbe avverata. Quel giorno, come aveva detto un altro profeta: “Ecco, tu (Gerusalemme) chiamerai gente che non conoscevi; accorreranno a te popoli che non ti conoscevano, a causa del Signore tuo Dio, del Santo d’Israele, perché egli ti ha onorato” (Is 55,5; leggi anche tutto il c. 60) .

Questa è l’atmosfera e questa era la preparazione degli animi dei seguaci di Cristo il giorno della Pentecoste, così come ci riferiscono gli Atti degli Apostoli. Ancora una cornice liturgica ebraica (Atti 2,1), nella quale gli antichi contenuti si realizzano nelle forme e nelle espressioni che animavano le attese dei credenti ebrei. Lo Spirito di Dio, vento impetuoso, irrompe nell’assemblea di coloro (v. 2) che attendevano, secondo le istruzioni date da Gesù al momento dell’Ascensione (cf. Atti 1,4-7). È come se fosse avvenuta una nuova creazione. Lo Spirito Santo riempie i presenti e pone sulle loro lingue, come in passato per i profeti, un annuncio comprensibile a tutti i popoli della terra accorsi a Gerusalemme (vv. 4-11). La predicazione antica si fa realtà presente e realtà che anticipa il programma futuro della Chiesa: unificare in una comunicazione universalmente comprensibile, dopo che lo Spirito Santo ha abbattuto il muro d’incomprensione sorto in seguito al peccato della Torre di Babele (Gen 11,1-9), tutti i popoli della terra nella ricezione del messaggio di salvezza rivolto a tutta la famiglia umana. La promessa divina ad Abramo di divenire benedizione per tutte le genti della terra (Cf.Gen 12,3) era divenuta realtà.

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Atti 2,12-41 : “Tutti erano sbalorditi e non sapevano che pensare e andavano domandandosi gli uni agli altri: «Che cosa vuol dire tutto ciò?». 13 Altri poi beffandoli dicevano: «Sono ubriachi di mosto dolce!». 14 Allora Pietro, in piedi con gli Undici, levò alta la voce e parlò loro così: «Voi, Giudei, e abitanti tutti di Gerusalemme, fate attenzione a ciò che sto per dire e porgete l’ orecchio alle mie parole. 15 Costoro non sono ubriachi, come voi pensate, poiché sono soltanto le nove del mattino; 16 si sta invece verificando ciò che fu detto per mezzo del profeta Gioele:

17 Negli ultimi giorni, dice il Signore, effonderò il mio spirito su ogni essere umano e profeteranno i vostri figli e le vostre figlie, i vostri giovani vedranno visioni e i vostri anziani sogneranno sogni; 18 certo, sui servi miei e sulle mie ancelle effonderò in quei giorni il mio spirito e profeteranno. 19 Farò prodigi in alto nel cielo e segni prodigiosi giù sulla terra, sangue e fuoco e vapori di fumo. 20 Il sole si trasformerà in tenebre e la luna in sangue, prima che venga il giorno del Signore, il gran giorno sfolgorante. 21 Allora chiunque invocherà il nome del Signore sarà salvo. 22 Uomini d’ Israele, udite queste parole: Gesù il Nazareno fu un uomo accreditato da Dio presso di voi con prodigi, portenti e miracoli, che per mezzo di lui il Signore operò in mezzo a voi, come voi ben sapete; 23 Dio, nel suo volere e nella sua provvidenza, ha permesso che egli vi fosse consegnato: e voi, per mano di empi senza legge, lo avete ucciso inchiodandolo al patibolo. 24 Ma Dio lo ha risuscitato, liberandolo dalle doglie della morte; poiché non era possibile che la morte lo possedesse. 25 Dice infatti Davide a suo riguardo:

Contemplavo il Signore davanti a me continuamente, perché egli è alla mia destra, affinché non vacilli. 26 Perciò si rallegrò il mio cuore e le mie parole sono piene di letizia; ed anche la mia carne riposerà nella speranza, 27 perché non abbandonerai l’anima mia negli inferi né permetterai che il tuo Santo veda la corruzione. 28 Mi hai fatto conoscere i sentieri della vita, mi colmerai di gioia con la tua presenza. 29 Fratelli, parliamoci francamente. Il nostro patriarca Davide morì e fu sepolto e il suo sepolcro si trova in mezzo a voi fino a questo giorno. 30 Ma egli era profeta e sapeva che Dio gli aveva giurato solennemente di far sedere sul suo trono uno della sua discendenza. 31 Perciò, prevedendo il futuro, parlò della risurrezione del Cristo, quando disse che non sarebbe stato abbandonato negli inferi, né la sua carne avrebbe visto la corruzione. 32 Questo è quel Gesù che Dio ha risuscitato, e noi tutti ne siamo i testimoni. 33 Egli è stato dunque esaltato alla destra di Dio, ha ricevuto dal Padre il dono dello Spirito Santo secondo la promessa e ha effuso questo stesso Spirito, come voi ora vedete e ascoltate. 34 Infatti Davide non ascese al cielo; tuttavia egli dice:

Disse il Signore al mio Signore: siedi alla mia destra, 35 finché ponga i tuoi nemici sgabello dei tuoi piedi. 36 Sappia dunque con certezza tutta la casa d’ Israele che Dio ha costituito Signore e Cristo questo Gesù che voi avete crocifisso!» 37 A queste parole furono profondamente turbati e dissero a Pietro e agli altri apostoli: «Che cosa dobbiamo fare, fratelli?». 38 Pietro rispose loro: «Pentitevi e ciascuno di voi si faccia battezzare nel nome di Gesù Cristo per ottenere il perdono dei vostri peccati: e riceverete il dono del Santo Spirito. 39 Per voi infatti è la promessa e per i figli vostri e per tutti coloro che sono lontani, che il Signore Dio nostro chiamerà». 40 E con molte altre parole li scongiurava e li esortava: «Salvatevi da questa generazione perversa». 41 Essi allora accolsero la sua parola e furono battezzati, e in quel giorno si aggiunsero a loro quasi tremila persone”.

La lunga citazione di quanto rimane del capitolo nel quale si parla dell’evento della Pentecoste è necessaria, perché sia davanti a noi il testo in tutta la sua pregnanza e il suo significato teologico. Come si diceva nella prima parte, la cornice di una festa ebraica, appunto la Pentecoste, offre ricetto al nuovo grande evento salvifico strettamente connesso con la Pasqua: la discesa dello Spirito Santo sulla prima comunità apostolica.

Soffermarsi ad una comprensione piana e superficiale del testo biblico, quasi vi si leggesse una cronaca, non rende ragione della portata di quanto Luca vuole comunicarci. In realtà, egli usa un codice culturale, cioè lingua, immagini e concetti che devono significare questo: le attese ebraiche, i sogni, le figure che hanno nutrito generazioni di credenti fino a quel momento, con la morte e resurrezione di Gesù hanno raggiunto la loro piena realizzazione.

La salvezza ultima e definitiva è descritta con le parole dei Profeti e dei Salmi, cioè con le Sacre Scritture (vedi la parabola del ricco Epulone in Lc 16,27-31, l’episodio dei discepoli di Emmaus in Lc 24,25-27); i particolari dell’episodio attingono all’interpretazione giudaica delle stesse Scritture, che si faceva in quel tempo. Pietro, capo della Chiesa nascente e primo interprete dei segni divini, cita dapprima Gioele 3,1-5 (Atti 2,17-21), il quale annunciava un futuro strepitoso caratterizzato da segni grandiosi: la capacità di ogni fedele, giovane o vecchio, uomo o donna, di vedere le prossime gesta salvifiche di Dio al suo arrivo nel grande “giorno di ”; la discesa su ciascuno dello Spirito Santo e la capacità di esser salvato dal tremendo giudizio divino, invocando il nome del Signore. Più avanti, Pietro cita il Sal 16,8-11 (Atti 2,25-28), che interpreta alla maniera giudaica, facendone cioè una profezia pronunziata da David, a quel tempo ritenuto anch’egli profeta, perché ispirato dallo Spirito divino (cf. 1 Sam 16,13) come tutti i profeti.

Un’altra citazione dai Salmi si ha ai vv. 34s, dove è citato il Sal 110,1. Alla citazione dei Profeti e dei Salmi non si deve dimenticare di aggiungere quello che dicevamo nella prima parte di questo articolo e che ha a che fare con Genesi 11,1-9, la confusione delle lingue. L’evento di Pentecoste permette di abbattere il muro dell’incomprensione tra i popoli, facendo loro capire nella propria lingua l’annunzio evangelizzatore di Pietro (vedi al v. 6).

Così, nella predicazione dell’Apostolo troviamo realizzato il principio interpretativo tanto caro a Luca e agli altri autori del Nuovo Testamento: l’evento di Gesù va interpretato e compreso sulla base della Legge (Genesi fa parte del Pentateuco, quindi della Legge), dei Profeti e dei Salmi (vedi ancora Lc 16,29; 24,27.44 e inoltre Mt 5,17-18). Ma, come si diceva sopra, non è semplicemente la Sacra Scrittura quella che illumina il senso di Atti 2, bensì anche le concezioni giudaiche diffuse in quel tempo e che venivano ormai via via trascritte in quelli che si chiamavano Midrashim, cioè traduzioni commentate dell’AT, e in quei testi che avrebbero costituito le tradizioni della successiva vasta letteratura rabbinica. Ad esempio, il Midrash del libro dell’Esodo racconta che al Sinai, allorché Dio si manifestò a Mosè per dargli la Legge (Es 19), i tuoni che si sentivano erano in realtà la voce di Dio che si suddivideva in settanta voci, cioè settanta lingue, tante quanti si credeva fossero i popoli della terra secondo Gen 10: il che voleva dire che la Legge vale per tutta l’umanità. Il filosofo ebreo Filone, contemporaneo di Gesù, commentando lo stesso brano afferma che la voce di Dio si articolava in parole rese visibili da forme di fiamma.

Come si può notare, la somiglianza di tali immagini con quelle usate da Luca è sorprendente. Tutte queste immagini vanno poi inquadrate in quelle aspettative apocalittiche delle quali abbiamo già parlato. Il popolo d’Israele attendeva con ansia, immaginandoselo in modo fantasmagorico, il momento dell’avvento del Signore, con il quale egli avrebbe giudicato gli uomini e il mondo e avrebbe ripristinato per la seconda volta le istituzioni antiche, in maniera però definitiva e portentosa, perché opera dello Spirito creatore di Dio.

Possiamo allora anche capire meglio il senso della conclusione dell’episodio di Pentecoste. Gli astanti chiedono compunti a Pietro che cosa debbano fare e Pietro risponde: «Pentitevi e fatevi battezzare nel nome di Gesù Cristo e riceverete il dono dello Spirito Santo» (vv. 37-39). Le parole di Gioele 3,5 trovavano finalmente il loro senso ultimo e la loro piena realizzazione: l’invocazione del nome di Gesù è la più bella affermazione del loro significato recondito. Si tratta dello stesso intendimento dell’inno cristologico che Paolo pronuncia in Fil 2,5-11: “… perché nel nome di Gesù ogni ginocchio si pieghi nei cieli, sulla terra e sottoterra e ogni lingua proclami che Gesù Cristo è il Signore a gloria di Dio Padre”.

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