Archive pour la catégorie 'COMMENTI EBRAICI ALLA SCRITTURA'

Shabbat, 31 maggio 2008 / 26 Iyar, 5768 – D’VAR TORAH – Bamidbar, Numeri 1,1-4,20

dal sito:

http://lnx.levchadash.info/index.php?option=com_content&task=view&id=137&Itemid=44

LA PARASHAH DELLA SETTIMANA

Bamidbar, Numeri 1,1-4,20

Shabbat, 31 maggio 2008 / 26 Iyar, 5768

Haftarah, 1Samuele 20,18-42 

D’VAR TORAH

La spiritualità del deserto

di Jonathan E. Blake

Traduzione dall’inglese di Roberto H. Tonetti 

«Nel primo giorno del secondo mese, nel secondo anno dall’uscita dalla terra d’Egitto il Signore parlò a Mosè nel deserto del Sinai, nella tenda della radunanza, dicendo così» (Num 1,1).
L’esperienza del deserto copre più di metà della Torah e dà il nome alla porzione di questa settimana nonché, in ebraico, al 4° libro: Bamidbar significa infatti ‘nel deserto’.
Non è cosa comune vivere in un deserto, anche chi tra noi vive in zone scarsamente popolate trova facilmente i conforti della civiltà. Questo testo è stato scritto a pochi chilometri dalla metropoli di New York, ma arriva in ogni luogo del pianeta che abbia una connessione a internet.
Non è comunque un caso che noi, come popolo, siamo diventati ‘maggiorenni’ nel deserto: è lì, secondo il racconto della Torah, che passammo 40 anni di peregrinazione e conquistammo il rispetto di noi stessi in quanto popolo, non più schiavo di Faraone. La Torah individua il suo nucleo legislativo-rituale nell’esperienza del deserto. Gli autori della Torah vollero suggerirci che le norme basilari della vita ebraica ebbero origine e furono adottate, ancora prima che il popolo mettesse piede nella Terra Promessa, in un’area aperta e non appartenente a nessuno: così il deserto fu una fonte di ispirazione per i nostri antenati.
Anche noi possiamo trarre della saggezza dal deserto.
Lo scorso febbraio mi recai in Israele con una delegazione della mia congregazione: viaggiammo a nord sino a Haifa e a sud sino a Eilat. Passammo una giornata a esplorare il Negev, lo stupendo deserto che occupa il 60% della superficie d’Israele ed è abitato dal 10% della popolazione. Il Negev non è un deserto di dune di sabbia come il Sahara: è più simile alla parte mediana rocciosa dell’Arizona.
Visitammo Timna, un parco archeologico di miniere di rame che risalgono alla fine del II millennio a.e.v., quando arrivarono dal sud delle spedizioni di minatori per fondere il rame destinato ai grandi templi egizi. Andammo verso nord al cratere Ramon, che è un fenomeno geologico chiamato machtesh: si tratta di una massa d’acqua delimitata che gradualmente fuoriesce da una stretta apertura; l’erosione crea così una impronta profonda nel mezzo della cima di un monte. Risalimmo il canyon della fonte idrica Ein Avedat e fummo stupiti dal panorama che si vedeva dall’alto. Scorgemmo la tomba di David Ben-Gurion nell’ampio midbar che si estende sino all’orizzonte. Ben-Gurion sognava un futuro stato ebraico che avrebbe coltivato e abitato il Negev: mise il suo denaro nel luogo dei suoi desideri andando a vivere in quel luogo selvaggio di frontiera, ancora oggi popolato solo in parte. È una terra eccezionalmente difficile, anche dal punto di vista economico, da irrigare e da abitare.
In queste esplorazioni desertiche potevamo immaginarci equipaggiati come i nostri antenati nomadi che andavano a piedi nel deserto roccioso, si accampavano nelle oasi coi cammelli carichi, cercavano l’ombra di una rupe nel caldo estivo. Nel deserto facemmo esperienza di un risveglio spirituale in assoluta sintonia con l’ambiente naturale: nel deserto udimmo due messaggi ebraici.

Stupore radicale
La quiete del midbar attirò la nostra attenzione: qui per la prima volta nei nostri viaggi in Israele avemmo difficoltà di collegamento coi nostri apparecchi cellulari; evitammo il traffico di Gerusalemme e di Tel Aviv, la folla di palazzi negozi e ristoranti, i vistosi supermercati di Eilat. Camminavamo, ciascuno secondo il suo ritmo, in uno spazio privato entro il deserto non sentendo altro che il rumore dei ciottoli sotto le suole, e il suono del nostro respiro.
Tutti provammo la sensazione di essere trasformati da quei pochi minuti di silenzio desertico: Heschel avrebbe parlato di meraviglia o di stupore radicale. « La meraviglia o lo stupore radicale è la caratteristica principale dell’attitudine dell’uomo religioso verso la storia e la natura. … Egli sa che vi sono delle leggi che regolano il corso degli eventi naturali; è consapevole delle regolarità e degli schemi degli enti. Quando osserva il mondo, dice: ‘Ecco l’opera del Signore: una meraviglia ai nostri occhi’ (Salmo 118,23) ». (Heschel, Dio alla ricerca dell’uomo) Oggi non è facile formulare quel pensiero. Heschel osserva ancora che « con l’avanzare della civilizzazione declina il senso del meraviglioso ». Per lui lo stupore radicale è propedeutico a ogni consapevolezza religiosa: alle volte ci vuole un deserto per risvegliarla!

Umiltà
L’ampio vuoto del deserto ci fece sentire piccoli: non insignificanti ma piuttosto colpiti dall’enormità di quanto ci circondava. Coscienti della scarsità delle zone ancora incontaminate nel mondo e del danno che quotidianamente causiamo all’ambiente, ci sentimmo umili davanti a quell’austero paesaggio che rappresentava un quadro del mondo su cui l’uomo non aveva messo le mani.
Alan Weisman ha scritto un libro, The World Without Us [Il mondo senza di noi] (New York: Thomas Dunne Books, 2007), in cui rappresenta, tramite le scienze esatte e l’agile immaginazione, un mondo improvvisamente privo della presenza umana. Weisman indaga su « come le nostre possenti infrastrutture crollerebbero e infine svanirebbero senza la presenza dell’uomo; ciò che delle nostre cose rimarrebbe immortalato come fossili: i tubi di rame e i cavi sarebbero appiattiti in orme su rocce rossastre; le nostre costruzioni più antiche sarebbero la testimonianza architettonica più longeva; la plastica, le sculture bronzee, le onde radio e certe molecole assemblate dall’uomo potrebbero essere i nostri doni più duraturi lasciati nell’universo » (cfr. la recensione su
www.worldwithoutus.com/about_book.html). Questa visione di un midbar sollevato dalla presenza umana ci rende umili, a dir poco.
Il soggiorno nel deserto riaggiusta la nostra prospettiva: non ci sentiamo più al centro dell’universo; nel deserto arriviamo a comprendere il poeta:

Vi è un piacere nei boschi senza sentieri,
Vi è un’estasi sulle spiagge solitarie,
Vi è una società dove nessuno invade,
Presso il mare profondo, e musica nel suo fragore:
Non amo di meno l’uomo, ma di più la Natura.
(George Gordon, Lord Byron, da « Childe Harold’s Pilgrimage »)

Quando è stata l’ultima volta che vi siete raccolti nella solitudine, lontano dalla civiltà? Uscite per un po’ di tempo: lontano dai palazzi, dalle auto, dai cavi e dall’altra gente. Spegnete i cellulari per un quarto d’ora. Sedete in disparte: chissà che cosa scoprirete!

Rabbi Jonathan E. Blake è rabbino associato del Reform Temple di Westchester a Scarsdale, New York, Stati Uniti d’America. Laureatosi allo Amherst College (1995), fu ordinato allo Hebrew Union College-Jewish Institute of Religion nel 2000 e ha contribuito alle pagine web di « 10 Minutes of Torah » nel 2005-06. 

DAVAR ACHER

La parashah Bamidbar: tutti quei Numeri!

di Stephen J. Einstein

Se vi domandassi il nome del 4° libro della Torah forse rispondereste ‘Numeri’ anziché ‘Bamidbar’: mentre i titoli ebraici derivano dalla prima parola importante in ciascun libro (tralasciando le espressioni standard come Vayedaber Ado-nai el Mosheh, « Il Signore parlò a Mosè »), quelli italiani hanno derivazione tematica, da un evento-chiave descritto nel libro. Noi siamo in generale più abituati a questi titoli.
Il libro dei Numeri si apre col censimento dei figli d’Israele tribù per tribù e famiglia per famiglia: considerando la prassi comune ebraica è sorprendente che un tale censimento sia stato completato e registrato: nel corso di buona parte della nostra storia il conteggio delle persone ha destato preoccupazione. Certamente nei tempi biblici era necessario sapere quanti uomini potevano essere armati per autodifesa, ma abbiamo sempre scoraggiato una contabilità precisa.
Pensate al minyan: per eseguire un servizio di culto pubblico sono richiesti dieci Ebrei adulti: che siano maschi o donne è motivo di disaccordo tra i vari movimenti giudaici; nelle congregazioni Reform non vi è differenza rispetto al minyan. Tuttavia la prassi è di non contare direttamente gli individui. Si adopera invece un modo speciale ebraico di numerazione: « Non uno, non due, non tre etc. » Un altro metodo è scandire una parola ebraica dopo l’altra da un versetto mentre si passano in rassegna le persone: ovviamente il versetto deve avere 10 parole! Sovente usiamo il testo ebraico del Salmo 28,9: « Hoshiah et amecha uvareich et nachalatecha ureim v’naseim ad haolam » (Riscatta e benedici questo Tuo popolo; nutrilo e sostienilo per sempre).
Perché non ci piace contare direttamente? credo che ciò abbia a che fare col concetto di ‘ayin hara‘, l’occhio malvagio. La vita è di per sé pericolante e noi cerchiamo di evitare il peggio: alcuni penseranno che sia superstizione, altri, costume popolare.
Dunque quale tipo di conteggio è permesso, anzi incoraggiato, dalla nostra tradizione? Un conteggio intimo, come dice il Salmo 90,12: « Insegnaci a contare correttamente i nostri giorni, così avremo un cuore saggio. »
Rabbi Stephen J. Einstein è rabbino alla Congregazione B’nai Tzedek, Fountain Valley, California, Stati Uniti d’America.
Il libro dei Numeri è la storia di un viaggio: rispetto allo sfondo del Levitico, con la sua assenza di movimento, Numeri si occupa essenzialmente del movimento. Il viaggio come tema letterario ricorre sovente nella letteratura mondiale, dall’epica di Gilgamesh (il libro più antico a noi noto) e l’Odissea sino alle Avventure di Alice e il Mago di Oz. Il viaggio rispecchia un’esperienza reale ed è una metafora viva della vita umana: una connessione tra il mondo letterario e quello dei sogni in cui ricorrono i temi del viaggio. Il viaggio in letteratura può essere l’esperienza di un singolo o di un gruppo: nel nostro libro è entrambe le cose. È il viaggio del popolo d’Israele dal Sinai sino ai confini di Canaan, dal luogo della costituzione del patto fino al posto in cui esso dev’essere compiuto; è anche il viaggio di Mosè dal Monte Sinai al Monte Abarim: dal luogo dove vide Dio sino a quello dove morirà.
Dobbiamo leggere il racconto di Numeri immaginando ciò che viene rappresentato: una grande massa di persone (603.550 maschi adulti più i maschi giovani e gli anziani, e ancora le donne di ogni età), ossia un’intera nazione, in marcia – con un miracolo visibile, la colonna di fuoco, e una nutrizione miracolosa, la manna, che avvengono in loro presenza costantemente per un periodo di 40 anni. È la sola epoca biblica in cui il miracolo è un fatto quotidiano. C’è un’organizzazione nel viaggio, una gerarchia nella vita comunitaria (Mosè, i giudici e i sacerdoti) e dei rituali formali cronologici (Shabbat, feste e noviluni) e spaziali (sacrifici, incenso, abbigliamento, il Tabernacolo, le frange agli abiti). C’è una meta anticipata in un futuro a cui alcuni accederanno, e altri no. Il popolo è in una condizione precaria, conscio della vita in Egitto alle sue spalle e di quella promessa davanti. La loro mentalità è quella di schiavi, vi sono vari gruppi e individui tra loro che hanno interesse a posizioni di comando: stando a quanto viene narrato, essi sono profondamente impauriti.
Rispetto a questa situazione la divinità viene vista frequentemente nell’atto di parlare e agire in risposta a degli eventi umani anziché divini. I discorsi della divinità sono minori e più brevi che nei libri precedenti: il Levitico si occupa principalmente di Dio che dà le leggi al popolo, ma Numeri si concentra sulle loro prime esperienze di vita sotto quelle leggi, e sulla risposta di Dio al corso delle azioni da essi intrapreso. Rispetto all’insieme dei comandamenti del Levitico, Numeri è la narrazione di un popolo che prende coscienza del suo ordinamento costitutivo legale, e del fatto che le leggi hanno una relazione sacra con la divinità. In mezzo a tutto ciò sta Mosè. Il racconto verte sul popolo e Dio, ma si focalizza senz’altro su Mosè, la sua personalità e specialmente i suoi conflitti.

R. E. Friedman, Commentary on the Torah with a New English Translation and the Hebrew Text, Harper SanFrancisco pp. 421-22.

Il roveto ardente : « Moshè guardò ed ecco: il roveto era in fiamme, ma quel roveto non si consumava » (Esodo 3:2). (commento ebraico)

dal sito:

http://www.ritornoallatorah.it/public/index.php?option=com_content&view=article&id=350:il-roveto-ardente&catid=52:interpretazioni&Itemid=63

Il roveto ardente 
 
Scritto da mErA  

« Moshè guardò ed ecco: il roveto era in fiamme, ma quel roveto non si consumava »  (Esodo 3:2).

Il primo liberatore del popolo Ebraico assistette alla visione di uno spettacolo meraviglioso quanto insolito: un roveto sul monte Horeb (il Sinai) che pur essendo in mezzo alle fiamme non veniva bruciato.
Fu la meraviglia suscitata da quel miracolo ad attirarlo verso il luogo in cui il Creatore dell’universo gli parlò per la prima volta, e fu proprio lì che ricevette il compito di salvare i figli d’Israele dall’oppressione.

Quello che Moshè vide non fu però un semplice evento soprannaturale provocato da Dio per attirare la sua attenzione. Dietro all’immagine del roveto ardente si nasconde un significato preciso, un messaggio che nella Torah è di primaria importanza e che perciò è più volte ribadito ed elaborato.

Il Midrash riporta infatti la seguente spiegazione:
« Come questo roveto brucia in mezzo al fuoco, eppure non si consuma, così gli Egiziani non potranno distruggere Israele ».

Moshè aveva visto con i suoi occhi il modo in cui venivano trattati i suoi fratelli Ebrei; I loro dominatori li odiavano e li temevano perchè erano troppo numerosi.
La schiavitù in Egitto fu la prima forma di persecuzione, o di « antisemitismo » (se è lecito usare questo termine anacronistico) a cui i figli d’Israele furono soggetti da quando non erano più una semplice famiglia, ma un popolo vero e proprio.

Gli Egiziani li costrinsero a lavorare aspramente per il Faraone, li sottoposero a molte angherie e cercarono persino di sterminarli uccidendo i loro neonati maschi.
Nonostante tutto ciò, come è scritto nella Torah:
« Più li opprimevano, più essi si moltiplicavano e si estendevano » (Esodo 1:12).

Il roveto bruciava, ma senza consumarsi.  Allo stesso modo, il popolo d’Israele soffriva, veniva attaccato continuamente e si disperava, ma non venne mai distrutto e il Faraone non riuscì a sterminarlo del tutto.
I Maestri affermano che il primo esilio Ebraico (quello in Egitto) è l’immagine di tutti gli esilii successivi, e quindi, chiaramente, il messaggio espresso dal roveto è valido per ogni generazione.
Israele è stato dominato da molti nemici e nel corso della storia ha continuamente rischiato di scomparire, ma ciò non è mai successo, non può succedere:
« Quando saranno nel paese dei loro nemici, io non li disprezzerò e non li detesterò fino al punto di annientarli del tutto e di rompere il mio Patto con loro, poichè io sono Hashem, il loro Dio » (Levitico 26:44).

Quello della miracolosa sopravvivenza del popolo Ebraico è un tema comune in tutta la Bibbia, e in essa troviamo infatti molte immagini e molti eventi che nel loro significato più profondo esprimono questo concetto. E’ il caso del patriarca Avraham, che con un piccolo esercito sconfisse quattro grandi nazioni (Genesi 14:14-16), di Yitzhak che fu legato sul monte Moriah per essere sacrificato, ma che venne poi risparmiato (Genesi 22), e anche del re David, che quando era ancora un ragazzo riuscì a prevalere sul Filisteo Goliath combattendo senza armatura (1Samuele 17:40-50).
Il Profeti predissero anche una clamorosa guerra in cui molte nazioni potenti attaccheranno Israele, ma cadranno senza riuscire nel loro intento malvagio.

Tuttavia ognuno può chiedersi: Perchè tutto ciò?
A cosa serve tutta questa sofferenza a cui da sempre gli Ebrei vengono sottoposti?

Nel cercare di rispondere a queste domande si rischia di finire in questioni immensamente complesse, misteriose e incomprensibili che non trovano mai una soluzione completa o del tutto soddisfacente.
La Torah stessa dichiara che, a causa di tutto il male che Israele potrà subire, il popolo avrà questo pensiero: « Non è forse perchè il nostro Dio non è in mezzo a noi che questi dolori ci sono venuti addosso? » (Deuteronomio 31:17).
Tutte queste cose sono parte integrante del peso dell’elezione e delle responsabilità che essa comporta.

A tale proposito si può anche riflettere sul modo in cui iniziò l’odio degli Egiziani verso Israele.
Nel libro di Genesi è scritto che, quando la famiglia di Yaakov (Giacobbe) si trasferì in Egitto per sfuggire alla carestia, quest’ultimo non andò ad abitare nella casa del Faraone o nel centro del paese. Al contrario, secondo la decisione di Yossef (Giuseppe), la famiglia si stabilì a Goshen, una regione separata dal resto dell’Egitto. Lì, vivendo al di fuori dalla civiltà pagana, i figli di Yaakov potevano riuscire a non perdere le loro usanze e a mantenere la loro speciale identità.
Ma con il passare degli anni, gli Israeliti si mescolarono agli Egiziani, divennero ricchi, influenti e temuti, e riempirono tutto il paese. Pur continuando a praticare la circoncisione, essi divennero purtroppo adoratori di idoli.
Sia la Torah che la storia insegnano che quando gli Ebrei rinunciano alla loro identità e si assimilano alle altre nazioni, allora i guai iniziano ad arrivare. Questo principio appare a molti come un controsenso, ma l’evidenza ha ampiamente dimostrato la sua validità.

Attraverso le sofferenze e le persecuzioni, Hashem ricorda al Suo popolo che l’Egitto (o qualsiasi altro luogo) non è la sua casa, e che l’esilio è soltanto una condizione transitoria, poichè la vera patria di Israele è la Terra Santa.

Intanto, però, il roveto non si consuma. 
 

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