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I santi e i morti negli scritti di don Mazzolari

dal sito:

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A 50 ANNI DALLA SUA MORTE, IL PARROCO DI BOZZOLO CI PREPARA VIVERE LA FESTIVITÀ DEI SANTI E LA COMMEMORAZIONE DEI DEFUNTI

I santi e i morti negli scritti di don Mazzolari

Secondo don Primo, il santo è il «capolavoro di Dio, la cattedrale di Dio». Si tratta di non concentrare l’attenzione solo sul risultato finale, dimenticando il percorso verso la santità. Se i santi sono i « nostri maestri », anche i defunti lo sono. L’episodio della moneta dell’aldilà e di due linguaggi. Come parroco, don Mazzolari si chiede cosa serve andare al camposanto se non si coltiva la fede nel Risorto.
Nell’omelia della festa di Ognissanti del 1933 don Primo Mazzolari definisce la santità una «bontà un po’ più su della solita bontà della buona gente». La santità serve «a far stare in piedi il mondo; è il lubrificante di un meccanismo spaventoso; è la forza ricostruttrice di fronte alle forze demolitrici». La santità non è una connotazione morale, ma il frutto della grazia di Dio nella persona umana e nella chiesa. Il santo è il «capolavoro di Dio, la cattedrale di Dio». Nulla è da confrontare fra gli splendori del creato a un’anima buona. L’incarnazione prova che a Dio sta più a cuore un’anima che ogni altra realtà del creato. Il santo si fa attraverso l’incontro di due amori: l’amore di Dio e l’amore di un po’ di polvere. Il disegno e la volontà di Dio su ognuno di noi è che noi diventiamo santi, è il nostro destino.
La virtù è luminosissima e agisce con efficacia. Quanto risente dell’ispirazione cristiana ricrea veramente e fa respirare. Il vangelo è lievito. La santità è «anormalità. C’è nella santità un’irragionevolezza spaventosa. Chi ragiona, nel senso piccolo della parola, non diventerà mai un santo; bensì un pedante, uno scocciatore. Niente di più fuori di posto che cercare delle teorie di santità. I santi sono dei capolavori della grazia di Dio. Vorrete mettere forse delle regole, delle misure allo Spirito che soffia dove vuole?».
Secondo don Mazzolari, l’importante è non concentrare l’attenzione solo sul risultato finale, dimenticando il percorso verso la santità. Occorre « ridonare l’animo al santo », cioè farlo vivere nel suo sforzo di purificazione e di espiazione, cogliendo che non c’è nulla di inumano e di antinaturale in lui.
La santità comincia sempre dall’evangelico: « Va’, vendi ciò che hai ». Senza questa preliminare valutazione sul valore dei beni di questo mondo, non c’è libertà, sapienza e vera esperienza di fede. Ci si mette alla ricerca di Dio quando si è presa distanza dai piccoli e brutti padroni del presente; quando non si cerca più la terra, si arriva a poter alzare gli occhi al cielo. Nel regno di Dio « non si entra con lo zaino ». Un secondo elemento importante sulla via della santità è l’amore alla persona di Cristo. Non si sta senza « padroni ». L’uomo non basta a se stesso, ha bisogno di « seguire » qualcuno, ma «il padrone migliore è Gesù».
Il terzo fattore comune ai santi è amare e servire Cristo nei fratelli. Egli è presente nei fratelli e specialmente nei poveri. Si ama Gesù volendosi bene vicendevolmente.
Il primo gradino della santità consiste nell’accettare con spirito umile e penitente la propria condizione interiore, di trasporto o di freddezza, in rapporto all’obiettivo finale che è la purificazione e l’elevazione del cuore. L’oscurità e la fragilità testimoniano più chiaramente l’affidamento al Signore. Perché più che i doni del Signore, dobbiamo cercare il Signore. Il « desiderio di Dio » è la molla dell’autentica santità.
La santità viene posta in circolo ed è ricchezza comune. «Non si può vivere in egoismo nella famiglia spirituale. Quello che uno guadagna spiritualmente viene unito ai meriti di Gesù e ricade in benedizione anche sugli altri. Questa consolante certezza si chiama comunione dei santi. Santi? Sì, i cristiani: quelli che sono uniti in comunione con Gesù e con la chiesa. Quando non si è in comunione con Gesù e con la chiesa, non si riceve e le comunicazioni sono interrotte. La comunione dei santi abbraccia vivi e defunti, purgatorio e paradiso. Le tre chiese (militante, purgante e trionfante) sono una sola chiesa: soffre, combatte e prega».
A chi gli parla di « spiritismo » per mettersi in comunicazione con i trapassati, don Mazzolari risponde di preferire il suo «non sapere nulla all’infuori di quanto rivelato dal vangelo e insegnato dalla chiesa». Quello che offre la fede della chiesa nella comunione dei santi, cioè lo scambio misterioso ma reale attraverso Gesù Cristo tra la vita di quaggiù e di lassù, «è bastevole se non per la mia curiosità, per la continuità e tranquillità della mia vita affettiva».

I santi « nostri maestri »

Per la Solennità dei santi del 1928 don Primo denuncia l’errata consuetudine di accedere ai santi come a degli avvocati o ad aiuti deresponsabilizzanti il credente. Bisogna andare dai santi come dai «maestri, per imparare a diventare buoni, senza deleghe e sostituzioni». La vita dei santi obbliga a pronunciare il nome di Dio non come quello di un morto, ma di un vivente. Nei santi non si manifesta il Dio impersonale. Il Dio che edifica queste « cattedrali viventi » non può essere una fantasia dell’immaginazione umana! Senza Dio, il santo è «un assurdo, una pazzia». Infine la vita dei santi obbliga a porsi non solo di fronte a Dio, ma anche di fronte all’uomo: la potenza e la debolezza.
Nell’omelia di Ognissanti del 1933 don Mazzolari abbozza una sequenza di intuizioni, bisognose di approfondimento: credere alla santità significa riconoscere che Dio c’è ed è presente; non si può diffidare di tutti, il « santo » è a portata di mano; diventare buoni è possibile e va sfatato l’alibi che è difficile.
La chiesa indica i santi per incoraggiare ad imitarli: l’unica tristezza consiste nel non essere santi; tra la santità passata, presente e futura c’è continuità, avendo la stessa sorgente, e l’una aiuta l’altra (la comunione dei santi). Nell’omelia vi è un breve accenno alle beatitudini, come grandi strade della libertà, e alla maggior facilità odierna ad essere santi.
I santi sono «la faccia del Signore», qualcuno degli infiniti aspetti del suo adorabile volto. Di qui la varietà infinita nei santi: la santità è libertà. L’imitazione di Cristo è un campo senza limiti e senza strade: ognuno deve farsi la propria strada, sviluppare l’immagine seminale del Cristo che la grazia gli ha messo nel cuore. I santi sono tutti unici, non si copiano: ognuno ha una forma di virtù, un’anima propria di santità. I santi, con Cristo, non si ripetono; si fanno rivivere. Ognuno è chiamato a porsi la domanda: « Che farebbe Gesù al mio posto, qui ed ora »? Il Cristo vive in noi nella misura in cui egli domina tutto in noi, facoltà e attività: quando in noi tutto viene da lui, quando pensiamo come lui e vogliamo ciò che egli vuole e tutto a lui sottomettiamo, allora regna in noi. La santità è il suo completo dominio in noi. L’importante, infatti, non è cambiare intorno a noi, ma rendere la propria natura libera al di dentro, anche a costo di essere soli in questa avventura. La santità è «aratura di se stessi», che genera pietà verso chi non cammina sulla medesima strada e riconoscenza a Dio per il privilegio avuto.
Per don Mazzolari i santi sono nostri fratelli: sono fango, su cui si è piegata la grazia, a cui il fango rispose: sono disponibile! I santi sono i più umili e i più consapevoli della propria condizione di peccatori. I peggiori sono coloro che si ritengono più buoni, perché hanno rotto lo « specchio », Cristo, con cui confrontarsi. I santi sono i più grandi « debitori », perché riconoscono il loro debito verso Dio, il quale fa ancora credito.
Secondo don Primo, il santo in Cristo è anzitutto un « espiatore »: per questo il dolore è l’azione più bella. Il santo espia per sé, in quanto peccatore ed esposto al contagio del male, ed espia per gli altri, offrendo per loro la propria vita. È l’applicazione della passione di Cristo, perché gli uomini hanno bisogno di qualcuno che paga i debiti col Signore. I santi sono «gli spazzini dell’umanità. Se sorgeranno, l’umanità si salverà per pochi buoni, altrimenti non so a quali conclusioni andremo incontro. L’alba del mondo nuovo è data dal moltiplicarsi di anime che diventano un olocausto. Perché non basta essere dalla parte della verità, ma occorre operare con lo spirito e il metodo della verità, la quale non dispensa da alcuna fatica».

I defunti « nostri » fratelli

Secondo don Mazzolari, i defunti non sono ombre; sono la realtà, noi siamo nell’ombra, la vita vera è di là. Il loro giudizio ci deve interessare perché sono nella luce e non possono ingannarsi né ingannare, avendo compiuto l’esperienza.
Il pensiero della morte ha sempre accompagnato il parroco di Bozzolo, toccato profondamente dalla perdita del fratello Peppino al fronte e dai tanti caduti incontrati come cappellano militare. Nell’ottobre del 1949 scrisse: «La morte è un mistero che sgomenta: ed io pure ne sono spaventato sempre. Poi, ci vedo « il resto » e mi abbandono a un mistero che non può non essere buono per il fatto che io non lo capisco. Per non lasciarci travolgere bisogna andare « di là » con chi va, invece di fissare il vuoto che è rimasto « di qua » e che cerca d’inghiottirci».
Nell’omelia del 2 novembre 1927 don Primo definisce il cimitero «la prima chiesa del villaggio, cioè una scuola, una casa di giustizia e una casa di riparazione. Se anche tacessero le campane sul campanile, se la chiesa domani non fosse più e il prete non potesse più parlare, finché rimarrà il cimitero in un paese, Dio avrà il suo profeta e la religione i suoi preti. Perché i morti sono i profeti e gli angeli di Dio, i quali gridano a noi: fratelli la vita non è qui, ma lassù».
La spiritualità maturata da don Mazzolari è stata cristologica, centrata sul Crocifisso. La morte non è il traguardo di una vita che finisce, ma il punto di partenza di una vita che incomincia davvero: «Bisogna morire, se vogliamo rispondere bene e completamente alle nostre attese».
La contemplazione del mistero pasquale fa riflettere Mazzolari sul tema dell’agonia. Cristo è l’agonizzante, «il lebbroso dell’amore per l’uomo», il rifiutato. Quaggiù ogni vita è un’agonia: l’agonia è il retaggio di ognuno. Tutto è conquista, tutto domanda sforzo e dolore: dall’aria al pane, dal sapere alla bontà… Ma «questa non è la tua agonia, Signore. Tu muori per guadagnarti il diritto di dare…». Ogni persona (ricco o povero, servo o padrone, oppresso o tiranno, italiano o di altra nazionalità) è un predestinato a Cristo; infatti, nessuno può sfuggire al suo sguardo, alla sua parola, alla croce. Ogni persona, infatti, è schiacciata dal mistero dell’agonia e della morte, che la sospinge sempre più dentro di sé e verso l’eterno: due dimensioni che esprimono l’altezza e l’orrore del Calvario.
Il 2 novembre 1925 don Mazzolari scrive nel Diario: «Ecco chi ci viene incontro, oggi: la morte! Non illudetevi di poterla scansare: l’avete tenuta lontana per un anno, con ogni cautela dai vostri pensieri. Ed ora, eccovela davanti, la morte, com’è… Per dire a voi che morirete tutti, presto o tardi non importa, che fra meno di un secolo quanti son qui non ci saranno più, ci vuole un profeta? Occorre aver studiato?… Chi ci perdonerà di aver soffocato la parola ai nostri morti? Essi non ci domandano preghiere: lo sanno bene che molti di noi non sanno più pregare. Per loro non contano né i vostri denari né le vostre cose. Non voi dovete dare ad essi. Sono loro che ci vogliono fare la carità, che vogliono metterci nel cuore una verità che un giorno anch’essi avevano dimenticato e fu l’errore più grande della loro vita. Ecco la carità dei nostri morti: « Figliuoli, si muore e c’è Qualcuno dietro la morte ». Aprite la vostra anima per raccogliere questa verità che i morti vi ricordano, oggi. Uscendo di qui, prima di soffocare la voce, pensateci. Potreste scrivere anche la vostra eterna condanna». L’amore è prova di immortalità: poco ama chi non si sente eterno.

La moneta per l’aldilà e i due linguaggi

Il 1° novembre 1957 don Mazzolari tenne un’omelia, che risentiva della morte improvvisa di Vittoria Fabrizi de Biani, nella sua canonica, il 27 ottobre. Certamente efficace l’immagine utilizzata: la moneta italiana, quando ci si reca in un altro paese, non vale: bisogna fare il cambio. All’altro mondo niente vale di questo denaro che noi abbiamo messo insieme. È anche inutile far stampare dei biglietti da visita e aggiungervi delle piccole vanità che rappresentano qualche cosa davanti agli uomini ma non valgono niente davanti a Dio. «Nulla tiene!.. Io sono uno « zero » quando mi presento di là: voi, perdonatemi, siete altrettanti « zeri ». Allora, vedete, davanti all’uomo buono, di questa bontà che è una briciola, Dio, con le mani forate del suo Cristo, ci mette un « uno ». Egli ha tracciato, davanti ai miei « zeri », il valore, l’unità: « uno ». Ecco, il cambio è avvenuto. Chi c’era lì, all’ufficio del cambio? Non ci avete mai pensato? Forse vi siete dimenticati d’incontrarlo… Guardate che bisogna tenere delle buone relazioni con quelli che sono al di là della frontiera, all’ »ufficio cambio », dove vale solo la bontà e la sua misericordia. Si chiama Cristo!».
Un’altra immagine è il linguaggio degli uomini, che si divide soltanto in due lingue: quella di Abele e quella di Caino. Ma nel mondo di Dio c’è soltanto una lingua che tiene: quella di Abele. È il fratello che vuol bene e parla da fratello, non fa mai la voce grossa e il prepotente, non minaccia mai e non ha una parola di odio. L’invito è a domandare ai nostri morti «ad apprendere questo linguaggio, perché, dopo averla domandata ai nostri morti la chiave di questa grammatica nuova, che il Signore ha portato in questa terra, non faremo fatica ad imparare il linguaggio che si parla in paradiso: è il linguaggio di ogni nostra preghiera, che è una preghiera di invocazione, di misericordia e di bontà, è il linguaggio di coloro che si vogliono bene, perché in paradiso finiremo per volerci male e ci vorremo bene per sempre».
Lo sguardo al futuro ultimo e al mondo di Dio illumina e converte il presente: «Ma non sapete che di là il mio e il tuo non esistono? Incominciate a prendere la preghiera che Gesù ci ha insegnato: « Padre nostro… pane nostro ». Ecco, mio e tuo non ci sono più… ecco, o miei fratelli, la perfetta uguaglianza nel possesso del Signore! E allora, quando si possiede il Signore, si possiede tutto!» (Discorsi, 397-398).
Dopo tanto amore ricevuto, è possibile dimenticare i propri morti, non fare una preghiera? «L’ingratitudine umana non arriva a questo eccesso: i secoli hanno pensato a questo giorno, la pietà lo ha adornato, la religione consacrato. Oggi prega l’uomo che piange, prega e piange la natura moribonda. Tutto è pianto, tutto è preghiera!».

I defunti speranza nell’aldilà

Come parroco, don Mazzolari si chiede cosa serve andare al camposanto se non si coltiva la fede nel Risorto. I defunti costituiscono la ragione della consolazione e della speranza di chi è ancora pellegrino nel tempo. Chi ha dimenticato Dio per tanto tempo ha bisogno di ritrovarlo vicino alle soglie dell’eternità! È l’unica certezza, l’unica cosa ferma, questa mano di morente che prende la mano di colui che ci garantisce che di là c’è qualcuno che ci aspetta! C’è una misericordia che fa dimenticare tutte le colpe e nella quale un giorno ci ritroveremo con tutti coloro che siamo costretti un momento a lasciare… Quando non si può più dare nulla ai propri cari, resta solo la « speranza ».
Pur avvertendo talvolta il senso di colpa verso i propri parenti per il comportamento tenuto quando erano in vita, se, nell’ora estrema, si potrà mettere nel loro cuore il lievito di speranza e di disposizione verso l’eternità, essi ci benediranno. Da loro abbiamo ricevuto la vita: restituire la vita eterna vuol dire confermare un vincolo. Allora troveremo che «in ogni morte, anche la più dura a portare, c’è la presenza del Cristo, che prende figura nello strazio di un povero volto, baciandolo. Dopo che l’avrete preparato a morire, sentirete di baciare il volto del Signore» (Discorsi, 393-396).
Nell’omelia della vigilia del 2 novembre 1956, don Mazzolari invita non a pregare per i defunti, ma ad invocarli per i vivi, per questo povero mondo che sta di nuovo riprendendo la strada della follia. «Loro sono i santi di casa nostra, sono le anime care che vedono meglio di noi e ci sono dentro quelli più vicini a noi, ci sono dentro anche coloro che hanno più sofferto nell’altra e in questa guerra. Ci sono i nostri poveri soldati silenziosi, eroici, sacrificati; ci sono le loro mamme, le loro vedove e i loro orfani. Si può dire che tutto il nostro cimitero ha una piaga nel cuore creata dalla guerra… Io prendo tutta la vostra pena, tutto il vostro martirio, tutta la vostra speranza e, prima di portarla all’altare, la metto nelle mani dei nostri morti. Parleranno per noi a Dio» (Discorsi, p. 375.377).
Ricordando i trecento preti uccisi da fascisti, nazisti e comunisti dal 1943 al 1948 nel triangolo della morte dell’Emilia, don Mazzolari ha scritto Anche i preti sanno morire, un testo che termina con queste parole: «I cimiteri non lanciano sfide: nessuna voce di vendetta sale da questo calvario su cui la croce disegna un perdono senza fine. Non gridano i nostri morti: attendono in pace l’ora della pace, quando, spezzata la spirale degli odi e delle vendette, qui riposeranno insieme i morti che non hanno odiato e i morti che hanno creduto di poter salvare la patria e il popolo uccidendo chi non poteva odiare… Sul tuo sepolcro appena chiuso, o Signore, già splende la luce della pasqua. Pur chi non crede cammina nella luce del tuo sepolcro glorioso, dove la vita ha vinto la morte, e l’amore l’odio (Discorsi, p. 127).
La morte è un fatto naturale; la risurrezione di Cristo è di ordine soprannaturale. Per constatare il primo bastano i sensi; per accettare la risurrezione i sensi non bastano, ci vuole la fede, cioè riconoscere che la nostra maniera di vivere è sbagliata, conduce alla morte, e avvertire che l’unica via di salvezza è quella offerta dal vangelo. La solidarietà del soffrire è poca cosa se non ci mettiamo il fondamento della vera solidarietà: il Signore crocifisso in ogni sofferenza.

Il « testamento spirituale » di don Mazzolari

Nel suo testamento spirituale egli chiede scusa alla sua gente di non averle dedicato tutto il suo tempo: ma al funerale si vide che non c’era stato il più piccolo angolo della parrocchia che egli non aveva visitato; anche i cosiddetti « lontani » si sentirono a lui vicini.
Il suo testamento è una pagina stupenda, che sintetizza tutto il suo stile di vita: «Chiudo la mia giornata come credo di averla vissuta in piena comunione di idee e di obbedienza alla chiesa… So di averla amata e servita con fedeltà e disinteresse completo… Non possiedo niente. La roba non mi ha fatto gola e tanto meno occupato. Non ho risparmi, se non quel poco che potrà sì e no bastare alle spese del funerali che desidero semplicissimi, secondo il mio gusto e l’abitudine della mia casa e della mia chiesa. Dopo la messa, il dono più grande: la parrocchia… Lo stesso amore mi ha reso a volte violento e straripante… Ho inteso rimanere in ogni circostanza sacerdote e padre di tutti i miei parrocchiani…».
Senza desiderare la morte, per la stanchezza don Primo sente ormai familiare il pensiero di poter riposare nella misericordia di Dio, confidando che la giustizia di Dio sarà placata dalla preghiera di quanti gli hanno voluto bene. Ormai è proiettato al futuro ultimo: «Di là sono atteso: c’è il grande Padre celeste e il mio piccolo padre contadino. La Madonna e la mia mamma. Gesù morto per me sul Calvario e Peppino morto per me sul Sabotino. I santi, i miei parenti, i miei soldati, i miei parrocchiani. I miei amici tanti e carissimi. Verso questa grande casa dell’eterno, che non conosce assenti, m’avvio confortato dal perdono di tutti, che torno a invocare ai piedi di quell’altare che ho salito tante e tante volte con povertà sconfinata, sperando che nell’ultima messa il sacerdote eterno, dopo avermi fatto posto sulla sua croce, mi serri fra le sue braccia dicendo anche a me: « Entra anche tu nella pace del tuo Signore »».

don Luigi Guglielmoni

SANTA MESSA IN SUFFRAGIO DEI DEFUNTI: OMELIA DI PAOLO VI (1965)

SANTA MESSA IN SUFFRAGIO DEI DEFUNTI

http://www.vatican.va/holy_father/paul_vi/homilies/1965/documents/hf_p-vi_hom_19651102_it.html

OMELIA DI PAOLO VI

Martedì, 2 novembre 1965

Siamo qui riuniti – incomincia il Santo Padre – con il proposito di onorare religiosamente i nostri defunti: coloro cioè che ci hanno preceduti «cum signo fidei et dormiunt in somno pacis». Ognuno – come è ovvio – ricorda anzitutto i propri cari, specie coloro la cui dipartita è meno lontana, sì che la cicatrice del dolore non è ancora rimarginata. Poi il pensiero torna alle persone conosciute, a coloro che hanno avuto con noi vincoli di parentela, o rapporti di professione ed amicizia, che con noi hanno condiviso le vicende del pellegrinaggio terreno, partecipando alla nostra vita sociale.

UN RELIGIOSO SACRO DOVERE
L’animo, il ricordo si volge quindi a tutti gli scomparsi appartenenti alle singole parrocchie, ai paesi, ai centri urbani: specialmente alla città e diocesi di Roma, alla nostra terra, al popolo tra cui viviamo.
L’orizzonte si allarga ancora, e sentiamo doverosa la preghiera per gli altri defunti, a cominciare dalle vittime delle guerre del nostro tempo, sino ai molti caduti anche in questi giorni perché gli uomini non sono capaci di essere fratelli. Si arriva, infine, con tale sentimento di umana pietà, all’aiuto cristiano a quanti sono avvolti dall’oblio, a pro dei quali nessuno prega, e che proprio da noi aspettano l’aiuto per passare dalle sofferenze della espiazione alla luce del Signore.
Un sacro dovere, dunque, di religiosa, universale solidarietà. Si tratta, è vero, d’un obbligo triste e penoso: ed esso rimarrebbe nei termini d’un dolore sconsolato, se noi ci limitassimo solo all’aspetto umano di quanto sentiamo di fronte alla morte. Sappiamo tutti che tale condoglianza non è sufficiente e che il considerare solo in termini terreni ciò che avviene con la morte e dopo la morte, ci atterrisce. Le cognizioni umane, in proposito, non ci dicono nulla: e generano soltanto smarrimento, fantasie, sconforto. Perciò non bastano questi limitati sentimenti a commemorare degnamente e piamente i nostri defunti. Occorre ben altro: ed ecco la lampada della nostra santa Religione venirci incontro per illuminarci, guidarci ed indicare, in ogni momento, quel che si deve pensare e compiere dinanzi al trapasso dalla esistenza nel tempo all’eternità.
Non è che questa lampada dissipi, nel campo in esame, tutte le tenebre, San Paolo ci ricorda che noi, adesso vediamo come per riflesso, in aenigmate. Nondimeno quel che la Religione ci fa intravedere della vita d’oltre tomba è tale da darci grandi certezze, alimentate e sorrette dalle tre virtù teologali. La fede, la speranza, la carità vengono ad impartirci insegnamenti di luce sì da rendere possibile, anzi doverosa, una comunione con i nostri defunti.

VIVREMO NELLA IMMORTALITÀ
Ben oltre i semplici eppur apprezzabili dati della ragione, che arriva a dimostrare l’immortalità dell’anima senza però nulla dirci della vita futura, la fede ci dà il quadro completo della vita, anzitutto di quella presente, per quindi elevare il nostro spirito ed immergerlo nella somma verità: noi siamo immortali. Noi non moriremo più: siamo nati ieri e abbiamo davanti a noi l’eternità da vivere. La morte che può essere vicina e che, comunque, per la durata del tempo, non è lontana, tocca solo in una maniera episodica la nostra esistenza.
Siamo usciti dalle mani di Dio, che ci ha creati, per vivere sempre. Questa coscienza, di cui ora disponiamo, non si spegnerà mai. Ognuno può dire: il mio essere non sarà più assorbito da un sonno di morte, cioè di annullamento e di distruzione.

LA FEDE CERTEZZA DEI BENI SUPREMI
Vivrò! Questa nozione, che ci fa contemplare il vero programma e panorama della nostra esistenza, è, da un lato, consolantissima; dall’altro ci prospetta gravi pensieri di arduo dominio. Se siamo fatti per la eternità, che rapporto c’è fra la vita presente e quella futura? Mirabile è la risposta. Noi sappiamo che la morte va considerata come una lanterna posta ad illuminare il mutamento della nostra vita temporale, facendoci ben vedere un rapporto di responsabilità nei confronti del nostro destino eterno. Siamo noi a formare la nostra fisionomia per l’avvenire. Quel che facciamo ora ha una ripercussione nell’eternità. Di qui il peso e il valore della nostra vita presente. «Opera enim illorum sequuntur illos»: è stato letto poco fa nel brano dell’Apocalisse. Le nostre azioni ci seguono: diventano perciò di una importanza enorme. Bisogna pensarle e considerarle appieno; occorre essere perfetti, essere santi. Ogni azione, infatti, ha la sua portata al di là del tempo; incide non nel vuoto, ma nel nostro essere. Saremo, di fronte a Dio, quali ci stiamo plasmando con la nostra volontà, con le nostre virtù.
Consegue doverosa una domanda: come si perverrà a un grado di perfezione, alla piena corrispondenza al supremo destino stabilito da Dio? Rimanendo uniti, sempre, alle fonti della vita: a Cristo Signore benedetto, il Quale ha proclamato: «Ego sum resurrectio et vita»: Io sono la risurrezione e la vita. Così è: questa la norma indefettibile. Quale gioia il ricordare che, nell’imminenza della nostra nascita alla vita soprannaturale, quando abbiamo ricevuto il santo Battesimo, alla richiesta: che cosa cerchi dalla Chiesa? qualcuno ha dato, per noi, la risposta splendente: cerco la fede! E che cosa ti dà la fede? La vita eterna!

«CON LA SPERANZA SIAMO SALVI»
La fede ci inserisce nell’albero dell’eterna vita: Cristo. L’essere uniti con Cristo è necessità essenziale per noi. Se siamo innestati in Lui e cristiani vivi, il nostro destino è bene assicurato e i nostri giorni possono anche consumarsi rapidamente: non importa. Sappiamo d’essere incamminati non verso l’oscurità, l’annullamento, il castigo del nostro essere, ma verso l’oceano della vita: Cristo, la nostra redenzione e salvezza, il nostro premio.
Giunge ora la speranza a fornirci anch’essa i suoi beni. Il primo è il conforto: è il togliere le inquietudini che non hanno sollievo; è il sentire vicino a noi la voce grave e autorevole del Maestro ripeterci: «Noli fiere»: non piangere! Un pianto disperato non è cristiano, lacrime che scorrono senza consolazione non sono lacrime benedette. E Gesù spiega: Sì, tu puoi sentire il dolore, la morte, la separazione dai tuoi, l’intera amarezza retaggio della prima colpa; puoi sì piangere, ma non con la disperazione nel cuore e con gli occhi annebbiati e incapaci di scorgere la luce che ti aspetta.
Non vogliate piangere i scrive San Paolo ai Tessalonicesi – come coloro «qui spem non habent», giacché appunto il Cristianesimo, la nostra fede, la nostra unione con Cristo ci danno l’incrollabile sicurezza. «Spe salvi facti sumus»: già con la speranza siamo salvi. Potenzialmente, anzi, sin d’ora siamo al di là dell’abisso tenebroso, al di là della morte: e possiamo procedere con quella serenità, che rende accetta ed agevole la stessa vita presente.

LA CARITÀ PROSEGUE NEL CIELO
Abbiamo un pegno nella bontà di Dio, nella sua fedeltà, larghezza e misericordia. Egli ci aspetta, ci chiama; perciò sostiene il nostro pellegrinaggio terreno con la sicurezza dell’incontro finale con Lui. Ed ecco la carità. Fiorisce cioè questa eccelsa virtù che, come dice San Paolo, giammai verrà meno, e non si spegnerà. La fede, la speranza si risolveranno nella visione di Dio e nel suo godimento nella vita futura. La carità no: quel che oggi noi compiamo nella ricerca di Dio, nel volergli bene, nel seguirne i precetti e nell’essere uniti a Cristo: questo slancio, che si chiama amore soprannaturale, carità, durerà sempre. Sarà il nostro sentimento indistruttibile. Adesso palpita nel desiderio, domani rifulgerà nella pienezza del possesso: ma rimarrà sempre identico per origine e natura. Sarà sempre l’anelito di congiungerci al Signore: ad esso è assicurato un totale compimento.
Ora, sappiamo che questo vincolo esistente fra Dio e noi arriva a porsi in comunicazione anche con le anime dei nostri defunti. Il messaggio di amore che noi loro mandiamo perviene ad esse attraverso il misterioso canale costituito dalla Comunione dei Santi, il regno della carità. Riusciamo, quindi, a metterci in reale comunicazione con i trapassati e a ricevere da loro qualche messaggio, non fosse altro che il ricordo dei loro atti ed esempi edificanti; e sentirci, così, già in società restituita, anzi piena, con tutti i nostri defunti.
Quale la conclusione di quanto si è qui rammentato? Dobbiamo attuare in esercizio volenteroso i grandi suggerimenti di fede, di speranza e di carità: e guardare sì la vita con il richiamo luminoso che ci viene dai nostri defunti, ma soprattutto possedere questo supremo, vittorioso slancio di amore, che il Signore dà e fa circolare tanto in questa vita quanto in quella della beatitudine.

IL SUFFRAGIO: SUBLIME ATTO D’AMORE
A che cosa ci obbligano, allora, i rapporti, indicatici dal Signore, con coloro che ci hanno preceduti? Essi ci richiamano proprio a quel dovere che noi stiamo adesso piamente compiendo: suffragare i nostri Morti. La comunicabilità dei meriti è uno dei frutti della sopravvivente carità. Noi possiamo aiutare i cari defunti; possiamo beneficarli. Che cosa non faremmo, se ci fossero vicini? Ebbene: li abbiamo, in certo modo, accanto, e proprio nel circuito della carità. Cerchiamo, perciò, di essere solleciti e generosi con il suffragio. Tutti sanno come esso si esprima: con le opere buone, i sacrifizi, specialmente con le elemosine e con la preghiera.
È quanto facciamo in questo momento, cercando di dilatare il nostro cuore per includervi, insieme con i nostri cari, tutti gli altri a cui la carità ci indirizza: cioè il mondo intero e tutti i defunti che fanno parte della Chiesa in stato di purificazione. Cerchiamo di consolare questa immensa schiera di anime non solo con la nostra memoria, ma proprio con la carità della nostra preghiera, del nostro suffragio.
E quel Dio, che è così buono d’averci dato la vita, quel Dio che veglia sopra di noi e ci ha fatti cristiani, riversando sulle nostre anime tante grazie, mentre sta a vedere se di esse ci accorgiamo, se rispondiamo con amore all’amore, accoglierà certamente il nostro impegno di carità per i diletti Defunti. Ascolterà le nostre preci, affretterà per loro il giorno solare della vita eterna; e darà a noi più salda certezza; anche un anticipo del nostro destino supremo. Saremo salvi per la bontà del Signore. E così sia!                            

2 Novembre : Commemorazione dei defunti

dal sito:

http://www.parrocchiasarnico.it/Pagine/Catechesi/CommemorazioneDefunti.htm

Commemorazione dei defunti

(2 novembre 1980)

La commemorazione dei fedeli defunti al 2 novembre ebbe origine net sec. X nel monastero benedettino di Cluny. Papa Benedetto XV, al tempo della prima guerra mondiale, giunse a concedere a ogni sacerdote la facoltà di celebrare «tre messe» in questo giorno.
«La liturgia cristiana dei funerali è una celebrazione del mistero pasquale di Cristo Signore. Nelle esequie la Chiesa prega che i suoi figli, incorporati per il battesimo a Cristo morto e risorto, passino con lui dalla morte alta vita e, debitamente purificati nell’anima, vengano accolti con i santi e gli eletti nel cielo, mentre il corpo aspetta la beata speranza della venuta di Cristo e la risurrezione dei morti». 
Nella nostra vita noi pensiamo di non avere mai abbastanza: viviamo protesi verso un continuo «domani», dal quale ci attendiamo sempre «di più»: più amore, più felicità, più benessere. Viviamo sospinti dalla speranza. Ma in fondo a tutto il nostro stordirci di vita e di speranza si annida, sempre in agguato, il pensiero della morte: un pensiero a cui è molto difficile abituarci, che si vorrebbe spesso scacciare. Eppure la morte è la compagna di tutta la nostra esistenza: addii e malattie, dolori e delusioni ne sono come i segni premonitori.

La morte: un mistero
La morte resta per l’uomo un mistero profondo. Un mistero che anche i non credenti circondano di rispetto.
Essere cristiani cambia qualcosa nel modo di considerare la morte e di affrontarla? Qual è l’atteggiamento del cristiano di fronte alla domanda, che la morte pone continuamente, sul senso ultimo dell’esistenza umana?
La risposta si trova nella profondità della nostra fede. La morte per il cristiano non è il risultato di un gioco tragico e ineluttabile da affrontare con freddezza e cinismo. La morte del cristiano si colloca nel solco della morte di Cristo: è un calice amaro da bere fino in fondo perché frutto del peccato; ma è pure volontà amorosa del Padre, che ci aspetta al di là della soglia a braccia aperte: una morte che è una vittoria vestita di sconfitta; una morte che è essenzialmente non-morte: vita, gloria, risurrezione.
Come tutto questo avvenga di preciso non lo possiamo sapere. Non è dell’uomo misurare l’immensità delle promesse e del dono di Dio. Il commiato dei fedeli è accompagnato dalla celebrazione eucaristica che è ricordo della morte di Gesù in croce e pegno della sua risurrezione. Uno dei prefazi rivela un accento di umana soavità e di divina certezza: «In Cristo rifulge a noi la speranza delta beata risurrezione, e se ci rattrista la certezza di dover morire, ci consola la promessa dell’immortalità futura. Ai tuoi fedeli, o Signore, la vita non è tolta, ma trasformata; e mentre si distrugge la dimora di questo esilio terreno, viene preparata un’abitazione eterna nel cielo».

A faccia a faccia con Cristo
La morte del cristiano non è un momento al termine del suo cammino terreno, un punto avulso dal resto detta vita. La vita terrena è preparazione a quella celeste, stiamo in essa come bambini nel seno materno: la nostra vita terrena è un periodo di formazione, di lotte, di prime scelte. Con la morte l’uomo si trova di fronte a tutto ciò che costituisce l’oggetto delle sue aspirazioni più profonde: si troverà di fronte a Cristo e sarà la scelta definitiva, costruita con tutte le scelte parziali di questa vita.
Cristo ci attende con le braccia aperte: l’uomo che sceglie di porsi contro Cristo, sarà tormentato in eterno dal ricordo di quello stesso amore che ha rifiutato. L’uomo che si decide per Cristo troverà in quell’amore la gioia piena e definitiva.

«L’eterno riposo dona loro, o Signore»
Possiamo fare qualcosa per i defunti?
Essi non sono lontani da noi: appartengono tutti alla comunità degli uomini e alla Chiesa, sia quelli che sono morti nell’abbraccio di Dio, come pure tutti coloro dei quali solo il Signore ha conosciuto la fede.
La preghiera per i defunti è una tradizione della Chiesa. In ogni persona infatti, anche se morta in Stato di grazia, può sussistere tanta imperfezione, tanto da purificare dell’antico egoismo! Tutto questo avviene nella morte. Morire significa morire al male. E’ il battesimo di morte con Cristo, nel quale trova compimento il battesimo d’acqua. Questa morte vista dall’altro lato — così crede la Chiesa — può essere una purificazione, il definitivo e totale ritorno alla luce di Dio.
Quanto tempo durerà? Non siamo in grado di determinare né tempo né luogo né come. Ma, partendo dal nostro punto di vista umano, c’è un tempo durante il quale noi consideriamo qualcuno come «trapassato» e lo aiutiamo con la nostra preghiera.
Il Messale Romano presenta tre formulari distinti di orazioni per la celebrazione del 2 novembre. Nella Messa non si dice il Gloria né il Credo.

Moriamo insieme a Cristo, per vivere con lui

Dal libro «Sulla morte del fratello Satiro» di sant’Ambrogio, vescovo
(Lib. 2, 40.41.46.47.132.133; CSEL 73, 270-274, 323-324)
Dobbiamo riconoscere che anche la morte può essere un guadagno e la vita un castigo. Perciò anche san Paolo dice: «Per me il vivere è Cristo e il morire un guadagno» (Fil 1, 21). E come ci si può trasformare completamente nel Cristo, che è spirito di vita, se non dopo la morte corporale?
Esercitiamoci, perciò, quotidianamente a morire e alimentiamo in noi una sincera disponibilità alla morte. Sarà per l’anima un utile allenamento alla liberazione dalle cupidigie sensuali, sarà un librarsi verso posizioni inaccessibili alle basse voglie animalesche, che tendono sempre a invischiare lo spirito. Così, accettando di esprimere già ora nella nostra vita il simbolo della morte, non subiremo poi la morte quale castigo. Infatti la legge della carne lotta contro la legge dello spirito e consegna l’anima stessa alla legge del peccato. Ma quale sarà il rimedio? Lo domandava già san Paolo, dandone anche la risposta: «Chi mi libererà da questo corpo votato alla morte?» (Rm 7, 24). La grazia di Dio per mezzo di Gesù Cristo nostro Signore (cfr. Rm 7, 25 ss.).
Abbiamo il medico, accettiamo la medicina. La nostra medicina è la grazia di Cristo, e il corpo mortale è il corpo nostro. Dunque andiamo esuli dal corpo per non andare esuli dal Cristo. Anche se siamo nel corpo cerchiamo di non seguire le voglie del corpo.
Non dobbiamo, è vero, rinnegare i legittimi diritti della natura, ma dobbiamo però dar sempre la preferenza ai doni della grazia.
Il mondo è stato redento con la morte di uno solo. Se Cristo non avesse voluto morire, poteva farlo. Invece egli non ritenne di dover fuggire la morte quasi fosse una debolezza, né ci avrebbe salvati meglio che con la morte. Pertanto la sua morte è la vita di tutti. Noi portiamo il sigillo della sua morte; quando preghiamo la annunziamo; offrendo il sacrificio la proclamiamo; la sua morte è vittoria, la sua morte è sacramento, la sua morte è l’annuale solennità del mondo.
E che cosa dire ancora della sua morte, mentre possiamo dimostrare con l’esempio divino che la morte sola ha conseguito l’immortalità e che la morte stessa si è redenta da sé? La morte allora, causa di salvezza universale, non è da piangere. La morte che il Figlio di Dio non disdegnò e non fuggì, non è da schivare.
A dire il vero, la morte non era insita nella natura, ma divenne connaturale solo dopo. Dio infatti non ha stabilito la morte da principio, ma la diede come rimedio. Fu per la condanna del primo peccato che cominciò la condizione miseranda del genere umano nella fatica continua, fra dolori e avversità. Ma si doveva porre fine a questi mali perché la morte restituisce quello che la vita aveva perduto, altrimenti, senza la grazia, l’immortalità sarebbe stata più di peso che di vantaggio.
L’anima nostra dovrà uscire dalle strettezze di questa vita, liberarsi delle pesantezze della materia e muovere verso le assemblee eterne.
Arrivarvi è proprio dei santi. Là canteremo a Dio quella lode che, come ci dice la lettura profetica, cantano i celesti sonatori d’arpa: «Grandi e mirabili sono le tue opere, o Signore Dio onnipotente; giuste e veraci le tue vie, o Re delle genti. Chi non temerà, o Signore, e non glorificherà il tuo nome? Poiché tu solo sei santo. Tutte le genti verranno e si prostreranno dinanzi a te» (Ap 15, 3-4).
L’anima dovrà uscire anche per contemplare le tue nozze, o Gesù, nelle quali, al canto gioioso di tutti, la sposa è accompagnata dalla terra al cielo, non più soggetta al mondo, ma unita allo spirito: «A te viene ogni mortale» (Sal 64, 3).
Davide santo sospirò, più di ogni altro, di contemplare e vedere questo giorno. Infatti disse: «Una cosa ho chiesto al Signore, questa sola io cerco: abitare nella casa del Signore tutti i giorni della mia vita, per gustare la dolcezza del Signore» (Sal 26, 4).

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