Archive pour la catégorie 'c.CARDINALI'

Mons.Gianfranco Ravasi : Paolo ai cristiani di Roma

dal sito: 

http://www.novena.it/ravasi/ravasi9.htm

GIANFRANCO RAVASI (2001)

Paolo ai cristiani di Roma

Se stiamo al computo dei versetti – la cui numerazione è stata introdotta per la prima volta nel 1528 da Sante Pagnini in un’edizione della Bibbia pubblicata a Lione -, le tredici lettere che portano il nome di Paolo ne contano 2.003 su un totale di 5.621 dell’intero Nuovo Testamento.
Siamo, quindi, in presenza di un vasto materiale che però, nonostante sia letto a brani ogni domenica e spesso durante le settimane dalla liturgia, rimane lontano da una conoscenza approfondita da parte dei cristiani.
Eppure l’apostolo ha esercitato un influsso profondo non solo sulla teologia, ma anche sull’intera cultura dell’Occidente.
Noi ora durante la Quaresima vorremmo dedicare la nostra rubrica alla lettera più importante, quella ai Romani, considerata come il capolavoro teologico paolino, ma anche come uno dei testi capitali della storia della cristianità e della stessa civiltà occidentale.
Uno dei commentatori di questo scritto, Paul Althaus, affermava: «Le grandi ore della storia della Chiesa sono state le grandi ore della lettera ai Romani».
Basti solo pensare alle lezioni che Lutero tenne su queste pagine paoline nel 1515- 16, alle soglie di quella svolta che sarà la riforma protestante.
È curioso notare che l’autografo di quelle note che sono state tradotte e commentate ottimamente da un mio amico e collaboratore, Franco Buzzi per le edizioni San Paolo – è stato, sì, scoperto, Berlino nel 1908, ma una copia era già venuta alla luce nel 1889 nientemeno che nella Biblioteca Vaticana.
Ed è altrettanto curioso osservare che la lettera ai Romani causa di divisione e tensione nella cristianità, è divenuta ai nostri giorni uno strumento di dialogo ecumenico: è. infatti, con la versione di questa lettera che è iniziata nel 1967 in Francia la pubblicazione della Traduzione ecumenica della Bibbia.
Quest’opera paolina, considerata da Filippo Melantone (uno dei padri con Lutero della Riforma protestante) «il compendio della dottrina cristiana», «è attraversata, come un cielo da lampi, da grida di dolore e di gioia, da dialoghi concreti e da confessioni drammatiche» (così la descriveva un noto esegeta cattolico ora scomparso, Salvatore Garofalo).
Paolo la scrive da Corinto tra il 55 e il 58 con l’aiuto di uno scriba di nome Terzo che si firma in 16,22 («Vi saluto nel Signore anch’io, Terzo, che ho scritto la lettera»).
Noi ovviamente non potremo né vorremmo offrire un commento ai 432 versetti di questa lettera indirizzata alla Chiesa insediata nel cuore dell’impero, in una Roma che allora ospitava forse un milione di abitanti, tra i quali si contavano cinquantamila ebrei con ben tredici sinagoghe.
Il nostro sarà solo uno sguardo dall’alto, cercando di cogliere i temi e i simboli delle pagine più intense ed esaltanti, attingendo soprattutto alla prima parte dell’opera, quella che esprime il cuore del pensiero paolino (capitoli 1-11).

Mons. Gianfranco Ravasi : Il fascino di Paolo

dal sito: 

http://www.novena.it/ravasi/ravasi2000/articoli2000.htm

MONS. GIANFRANCO RAVASI 

IL FASCINO DI PAOLO (2000) 

Giovedì 29 giugno si celebrerà, come ogni anno, la festa dei Ss. Pietro e Paolo che in quest’anno giubilare rivestirà un aspetto più solenne. Vorremmo in questo breve spazio far risaltare una figura di altissimo rilievo nel Nuovo Testamento, quella di Paolo, l’apostolo per eccellenza al quale sono attribuite dal Canone 13 lettere. In verità la nostra rubrica, a prima vista, non pan-ebbe adattarsi a questo missionario del vangelo. Infatti san Girolamo, il grande traduttore e interprete della Bibbia, non aveva esitato a scrivere che Paolo «non si preoccupava più di tanto delle parole, una volta che aveva messo al sicuro il significato».
E, secoli dopo, un altro grande studioso delle Scritture, Erasmo da Rotterdam, morto nel 1536, ribadiva che, «se si suda a spiegare le idee di poeti e oratori, con questo scrittore (Paolo) si suda ancor più a capire cosa voglia e a che cosa miri». Il suo effettivamente è un linguaggio strano, travolto dall’irrompere del suo pensiero e della sua passione: egli impedisce che l’incandescenza del messaggio da comunicare si raggeli negli stampi freddi dello stile e delle regole, insomma di un bel testo.
Ma proprio questa ribellione diventa la ragione del fascino che l’apostolo ha sempre esercitato coi suoi scritti, a partire dal vescovo e grande oratore francese Bossuet che in un paneginco del 1659 esaltava «colui che non lusinga le orecchie ma colpisce diritto al cuore», mentre un altro francese, il romanziere Victor Hugo nel suo William Shakespeare (1864) inseriva Paolo tra i genii, «santo per la Chiesa, grande per l’umanità, colui al quale il futuro è apparso: nulla è superbo come questo volto stupìto dalla vittoria della luce».
Conquistato dall’apostolo e dai suoi scritti era stato anche Pier Paolo Pasolini che nel 1968 aveva pensato di dedicargli un film del quale è ilmasto solo un abbozzo di sceneggiatura, pubblicato postumo nel 1977 col titolo San Paolo (ed. Einaudi). Il notissimo scrittore e regista pensava di trasporre la vicenda e il messaggio dell’apostolo ai nostri giorni, sostituendo le antiche capitali del potere e della cultura visitate da Paolo con New York, Londra, Parigi, Roma e la Germania. Scriveva, infatti, Pasolini:
«Paolo è qui, oggi, tra noi. Egli demolisce rivoluzionariamente, con la semplice forza del suo messaggio religioso, un tipo di società fondata sulla violenza di classe, l’imperialismo, lo schiavismo».
Certo, quella parola disadorna, «senza sublimità di discorso o di sapienza», come Paolo stesso confessava ai Corinzi (I Cor 2,1), ha incrinato tante strutture e tanti luoghi comuni del potere e della cultura imperiale romana. Ma la forza, la passione, l’entusiasmo del suo “messaggio religioso” erano nell’amore per Gesù Cristo. Un amore che gli fa dettare le pagine più intense e splendide. Per questo è del tutto insufficiente e fuorviante la definizione di «Lenin del cristianesimo» che gli riserverà una persona pur acuta e sincera come Antonio Gramsci. Per capire Paolo è necessario prendere in mano e leggere quelle sue lettere che – come diceva il nostro grande poeta Mario Luzi – s’insediano «nell’inquieta aspettativa degli uomini per dare un senso alla speranza». 

Mons. Gianfranco Ravasi : Inno alla carità (1Cor 13)

dal sito: 

http://www.novena.it/ravasi/ravasi2000/articoli2000.htm

MONS. GIANFRANCO RAVASI 

INNO ALLA CARITÀ 

Nell’atmosfera luminosa e gioiosa della Pasqua e alle soglie del mese primaverile di maggio che è scelto da molti fidanzati per la celebrazione delle loro nozze abbiamo pensato di ricorrere a una pagina bellissima della Bibbia, al celebre canto dell’agape, cioè dell’amore cristiano che Paolo ha intessuto nel capitolo 13 della sua prima Lettera ai Corinzi: «Se pure parlassi le lingue degli uomini e degli angeli, ma non avessi l’amore, sarei un bronzo echeggiante o un cembalo tintinnante…». Ci spiace di non poter citare integralmente questo inno meraviglioso; possiamo, però, invitare i nostri lettori a rileggerlo su una loro Bibbia.
Significativa è la scelta del vocabolo da parte dell’apostolo: i Greci per indicare l’amore usavano soltanto il termine eros; Paolo preferisce agape che esprime soprattutto la donazione, la totalità, la consacrazione di sé all’altro, mentre l’eros suppone ancora possesso, godimento e appagamento. L’apostolo ci ricorda che anche tre doni altissimi, come la profezia, la conoscenza e la fede, se privi dell’amore, sono uno zero. La stessa generosità eroica e il distacco dai beni, se non animati dall’amore, sono solo atti di autoglonficazione o gesti spettacolari.
Un profeta brasiliano contemporaneo, Paulo Suess, ha così ripreso la prima parte dell’inno paolino: «Anche se parlassi la lingua di tutte le tribù viventi / e persino dei popoli scomparsi dalla terra e dalla memoria, / se non ho l’amore, / sono un trombone di gelida latta, un computer trilingue. / Anche se distribuissi tutte le mie scarpe e i viveri / per soccorrere il popolo scarso e denutrito, se non ho l’amore, / sono una delle tante Cavie rivoluzionarie, / un cacciatore di farfalle o un poeta sognatore».
La seconda parte dell’inno – che per la precisione inizia nel v. 4 del capitolo 13 – è simile a un fiore i cui petali sono altrettante qualità dell’amore-agape: magnanimità, bontà, umiltà, disinteresse, generosità, rispetto, benignità, perdono, giustizia, verità, tolleranza, costanza… E il corteo delle virtù che accompagnano l’amore. Se l’amore si spegnesse, le virtù umane e religiose si eclisserebbero.
Il nostro scrittore Giovanni Teston (1923-1993) ha voluto tradurre nel 1991 la prima Lettera ai Corinzi in una forma quasi poetica e ha esaltato in modo sorprendente la forza dolce di questo canto profondamente evangelico.
Ma un altro scrittore, l’autore della famosa Fattoria degli animali, l’inglese George Orwell, in un suo romanzo Fiorirà l’aspidistra (1936) compirà un audace stravolgimento dell’inno paolino, una deformazione che è purtroppo reale nella storia dell’umanità. Egli, infatti, ha sostituito alla parola amore-agape quella quasi antitetica del “denaro”. Il canto si è, allora, trasformato in questa lode biasfema dell’idolo più venerato dagli uomini:
«Anche se parlassi tutte le lingue, se non ho denaro, divengo un bronzo risonante… Se non ho denaro, non sono nulla… Il denaro tutto crede, tutto spera, tutto sopporta…». Il poeta latino Ovidio nella sua Ars amatoria era convinto che «con l’oro ci si procura anche l’amore» (2,278). In realtà con l’oro si può acquistare il sesso ma non l’amore. 

Di Mons. Gian Franco Ravasi : Gamaliele, il maestro di San Paolo

Di Mons. Gian Franco Ravasi 

 

Gamaliele, il maestro di San Paolo

Questa domenica, nella prima lettura della liturgia si presenta un brano del capitolo 5 degli Atti degli Apostoli riguardante l’interrogatorio che il Sinedrio, la massima istituzione ebraica, svolge nei confronti degli apostoli, colpevoli di aver violato la diffìda di predicare Cristo e il suo messaggio.

La replica di Pietro è lapidaria: « Bisogna obbedire a Dio piuttosto che agli uomini ».

Ma la lettura liturgica non offre l’intero resoconto che Luca fa di quella seduta sinedriale. In essa, infatti, era entrato in scena un membro di quel consesso, una personalità molto stimata, un dottore della legge, Gamaliele (« Dio mi ha ricompensato »), detto « l’anziano » o Gamaliele I, per distinguerlo dal nipote Gamaliele II che visse attorno al 100 d.C. e che, invece, fu ostile al cristianesimo. Gamaliele I – che nei testi rabbinici riceve la qualifica di rabban, potremmo dire di « Eccellenza » apparteneva a una delle correnti più aperte del giudaismo di quell’epoca, la linea inaugurata da rabbì Hillel, un maestro che un’antica tradizione considerava proprio il padre o il nonno di Gamaliele. L’intervento di questo grande e ascoltato maestro prende l’avvio da due casi storici di rivolta contro i Romani, segnati da un’impronta di sapore messianico.

Un certo Teuda, promettendo che avrebbe replicato il passaggio di Giosuè nel Giordano asciutto, aveva coinvolto 400 seguaci in un’avventura finita in un bagno di sangue da parte dell’esercito romano. Eravamo nel 44 d.C.

Anni prima, nel 6 d.C., durante un censimento del governatore romano Quirinio, un altro personaggio, Giuda il Galileo, si era messo a capo di una rivolta antiromana, arrogandosi anch’egli qualità messianiche. L’esito, però, era stato ugualmente catastrofico. Basandosi su queste due esperienze, Gamaliele suggerisce ai colleghi del Sinedrio una via corretta da seguire nei confronti dei primi cristiani: « Se la loro teoria o attività è di origine umana, verrà distrutta; se essa viene da Dio, non riuscirete a sconfiggerli. Non vi accada, dunque, di trovarvi a combattere contro Dio! » (5,38-39). La proposta è accolta e gli apostoli, fustigati e ammoniti, vengono rimessi in libertà.

C’è un particolare da aggiungere al ritratto di Gamaliele. Ce lo ricordano ancora gli Atti degli Apostoli. Quando Paolo interviene davanti agli abitanti di Gerusalemme, dopo il tumulto scoppiato nel tempio, l’Apostolo inizia la sua breve autobiografia così: « Io sono un giudeo, nato a Tarso di Cilicia, ma cresciuto in questa città, formato alla scuola di Gamaliele nelle più rigide norme della legge paterna… » (22,3).

Gamaliele I, dunque, era stato il maestro per tre o quattro anni, come si usava allora, di Saulo. È sulla base di questa notizia che lo scrittore ebreo austriaco Franz Werfel (1890-1945) nel dramma Paolo tra gli Ebrei (1926) immagina che Gamaliele supplichi il suo antico discepolo: « Per la libertà di Israele, confessa: Gesù era solo un uomo! ». Ma Paolo ormai è irremovibile nella sua fede e con dolore e fermezza respinge l’amato maestro. Tuttavia una tradizione leggendaria farà convertire anche Ganialiele e gli attribuirà persino un vangelo apocrifo! 

Publié dans:Card. Gianfranco Ravasi |on 11 mars, 2008 |Pas de commentaires »
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