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COMMEMORAZIONE DI TUTTI FEDELI DEFUNTI – 2 NOVEMBRE – G.RAVASI

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COMMEMORAZIONE DI TUTTI FEDELI DEFUNTI – 2 NOVEMBRE

Gianfranco Ravasi

Giobbe 19, 1.23-27; Romani 5, 5-11; Giovanni 6, 37-40

L’Ordo Exequiarum si apre con una premessa che potrebbe idealmente illuminare questa celebrazione di origine medievale e monastica spesso deviata da forme pietistiche e persino superstiziose. «Nei riti funebri per i suoi figli la Chiesa celebra con fede il Mistero pasquale, nella fiduciosa speranza che coloro i quali sono diventati, per il battesimo, membri del Cristo morto e risorto, attraverso la morte passino con lui alla vita». Il destino glorioso del Cristo uomo e Dio è lo stesso destino del fedele a lui «conformato» nella fede e nel battesimo. La morte non è, allora, l’estuario tragico nel baratro del nulla, ma l’ingresso nella comunione piena con Dio già gustata in frammento durante l’arco limitato dell’esistenza terrestre. Questo è anche il messaggio del lezionario della prima Messa odierna per tutti i fedeli defunti. In apertura abbiamo un passo denso ed oscuro di quel capolavoro in assoluto che è il libro di Giobbe. Il nucleo tematico centrale di questo poema non è tanto il problema del male quanto piuttosto l’analisi della vera fede contro tutti i surrogati teologici e filosofici (gli «amici» di Giobbe): essa nel dolore innocente sperimenta la sua «agonia» più lacerante ma anche rischia la sua soluzione più alta e mistica. Giobbe a metà del suo tempestoso e torrenziale contendere con Dio si ferma e intravede un barlume di speranza. Esso è contenuto nella nostra pericope. La Vulgata, molti Padri Latini e la liturgia hanno esplicitato l’oscuro testo ebraico originale ed hanno visto in questa pagina una dichiarazione di fede nella risurrezione: Scio quia redemptor meus vivit et in novissimo die surrecturus sum et rursus circumdabor pelle mea et in carne mea videbo Deum meum (S. Gerolamo). Il «redentore» (in ebraico go’el) di cui parla Giobbe è Dio stesso, il «redentore» di Israele dalla schiavitù d’Egitto, è colui che deve nella tribù salvare dalla schiavitù e dalla miseria il parente prossimo (vedi Gb 16, 18-22). Nello schema di tipo giuridico dell’Alleanza si chiarisce, allora, la speranza del grande sofferente biblico: il «difensore-redentore» divino, come nel dibattimento processuale, interverrà per liberare l’uomo umiliato. Egli è l’«ultimo», viene dopo tutti gli altri falsi difensori umani rivelatisi in realtà accusatori (gli amici), e difenderà Giobbe ormai vicino alle soglie della morte giustificandolo davanti a tutti. Gobbe, ridotto allora a pelle e ossa, vicino alla polvere della tomba, sentirà la parola giudicatrice e liberatrice di Dio. La mutua immanenza del Cristo nel fedele e del fedele in Cristo è anche per Giovanni la causa del recupero integrale dell’essere umano a Dio. L’idea è sviluppata anche nell’odierna pericope evangelica che, pur essendo inserita nel grandioso discorso sul pane di vita pronunciato da Gesù a Cafarnao, ha però un’organizzazione e una storia indipendenti. I versetti celebrano la volontà del Padre che gli uomini abbiano la sua stessa vita e che per questo siano risuscitati nella comunione di vita finale con lui (6, 40). Chi crede nel Figlio ha già ora la vita eterna (cioè la vita divina): essa sarà portata a pienezza nella risurrezione finale. La salvezza presente e futura è conseguenza della comunione personale col Figlio mediante la fede. La vita di grazia che ora possediamo si proietta sul futuro («ultimo giorno»). Non è un possesso statico, ma è un dinamismo che si apre sull’eternità ed esclude quindi il nulla e la distruzione. Nello sviluppo del discorso Giovanni applicherà la relazione fede-vita-risurrezione anche all’eucaristia costruendo la nuova sequenza eucaristia-vita-risurrezione. Dice infatti Gesù in 6, 54: «Colui che mangia la mia carne e beve il mio sangue ha la vita eterna ed io lo risusciterò nell’ultimo giorno». La comunione col Cristo nella fede e nell’eucaristia ci strappano dalla morte e dal nulla e ci inseriscono nella stessa esistenza di Dio: «A colui che ha sete darò gratuitamente acqua della fonte della vita. Chi sarà vittorioso erediterà questi beni; io sarò il suo Dio ed egli sarà mio figlio» (Apoc 21, 7).

SPUNTI PASTORALI 1.    La celebrazione odierna è una ripresa della liturgia pasquale e come tale entra correttamente anche nel culto domenicale. Cristo, attraversando la nostra realtà più specifica, la morte, la vince e irradia in noi la sua realtà più specifica, la vita divina. 2.    La liturgia odierna è, perciò, sostanzialmente centrata sulla speranza, una speranza che nasce dalla fede nella Pasqua. La morte resta sempre un oscuro passaggio, una lotta («agonia») e un mistero. Ma la morte e la risurrezione del fratello Cristo diventa radice di speranza. Il rischio si illumina; conquistati dalla sua vita siamo strappati al nulla). 3.    Il lezionario odierno, contro ogni nichilismo, pessimismo e contro ogni materialismo gaudente, ripropone il mistero che è seminato nell’essere di ogni uomo. Attraverso l’amore del Cristo (II lettura) e la nostra comunione con lui (Vangelo) noi siamo conquistati alla vita e siamo in qualche modo «resi divini e infiniti» (Elisabetta della Trinità). Il valore dell’uomo va, perciò, al di là dei beni che possiede, cose inesorabilmente morte. 4.     È necessario purificare la morte cristiana da ogni «pornografia» della morte, come è stato scritto a proposito di certe celebrazioni funebri statunitensi che tentano di cancellare con la retorica consumistica o con la magia questa drammatica realtà umana. Dignità, dolore, sincerità, realismo, vicinanza sono virtù umane da conoscere e da far conoscere anche al bambino che spesso è tenuto lontano da qualsiasi cenno alla morte. Ma il cristiano deve conoscere anche la fiducia, la speranza e la contemplazione pasquale

da: Gianfranco Ravasi – Celebrare e vivere la Parola, Commenti al lezionario festivo anni A-B-C Àncora editrice, 1997, pp 839-842

 

GIANFRANCO RAVASI – UNO SPICCHIO DI CIELO

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04/01/2011

GIANFRANCO RAVASI – UNO SPICCHIO DI CIELO

Ma cosa credete, che non veda il filo spinato, non veda i forni crematori, non veda il dominio della morte? Sì, ma vedo anche uno spicchio di cielo, e in questo spicchio di cielo che ho nel cuore io vedo libertà e bellezza. Non ci credete? Invece è così! Il filo spinato, il fumo denso che esce dai comignoli dei forni, le urla degli aguzzini, uomini e donne stremati per i lavori forzati, un odore di morte e un respiro di disperazione. Tutto questo è il lager nazista di Auschwitz. In quella folla di vittime c’è una giovane donna ebrea olandese dotata di una straordinaria intelligenza e di un cuore mistico. Nei fogli sgualciti di un taccuino annota il suo « diario » e il suo sguardo non si perde nel grumo oscuro del male che la avvolge, ma si leva lassù, in quello spicchio di cielo che riesce a intravedere nella baracca in cui è relegata. Ed è in quella contemplazione che «il dominio della morte» circostante scompare e appaiono i campi infiniti del firmamento e la danza delle stelle, e in quei segni brillano la libertà e la bellezza che invano gli oppressori cercano di cancellare sulla terra. Nel cuore fiorisce, allora, la speranza, la pace, la serenità. Noi che, invece, abbiamo tutto spesso non crediamo che questo sia possibile e siamo incupiti, insoddisfatti, agitati. Scriveva ancora questa donna: «La mia vita è un ininterrotto ascoltare – dentro me stessa e gli altri – Dio. In realtà è Dio che ascolta dentro di me- Di sera, quando, coricata sul letto, mi raccolgo in te, mio Dio, lacrime di gratitudine mi inondano il volto ed è questa la mia preghiera». Tra le vittime delle camere a gas di Auschwitz del 30 settembre 1943 – secondo un rapporto della Croce Rossa – c’era anche lei, Etty (Ester) Hillesum di 29 anni.

Publié dans:c.CARDINALI, Card. Gianfranco Ravasi |on 12 octobre, 2015 |Pas de commentaires »

I TRE FILI DEL CONCILIO – DEL CARDINALE GIANFRANCO RAVASI

http://www.stpauls.it/vita/1210vp/editoriale.htm

I TRE FILI DEL CONCILIO

DEL CARDINALE GIANFRANCO RAVASI

È difficile resistere alla memoria autobiografica: giunsi a Roma, non ancora ventenne, per iniziare i miei studi in teologia proprio nel pomeriggio dell’11 ottobre 1962. Ero, quindi, anch’io presente quella sera tra l’immensa folla che, in piazza San Pietro, ascoltava l’ormai celebre « discorso della luna » di Giovanni XXIII, così come sono stato tra coloro che, tre anni dopo, l’8 dicembre 1965 assistevano alla solenne conclusione dell’assise conciliare con Paolo VI, per non parlare poi delle varie volte in cui – attraverso l’autorizzazione di un vescovo – avevo partecipato alle sessioni in San Pietro, seguendo gli interventi dei Padri conciliari. Il concilio Vaticano II, però, non è intrecciato con la mia vita solo per ragioni biografiche. Lo è per un dato più radicale che è condiviso anche da tutti coloro che non misero mai piede a Roma in quegli anni, eppure furono in modo benefico « contaminati » da quell’evento.
Naturalmente, di fronte alla massa enorme della documentazione conciliare e alla relativa sterminata bibliografia dalle tonalità più diverse e fin antitetiche, anzi, davanti anche soltanto all’eredità ufficiale di quell’assise con le sue quattro costituzioni, nove decreti e tre dichiarazioni, è difficile identificare in maniera semplificata un nodo d’oro che tutto tenga insieme, decifri il senso ultimo e delinei l’anima genuina. Preferirei, allora, ricorrere piuttosto a una trilogia fatta di fili robusti che percorrono e reggono quel tessuto così complesso, ornato e policromo.
Il primo di questi fili è, in verità, molto fluido, simile quasi a una trama che ha attraversato, fin dall’annuncio dell’indizione da parte di Giovanni XXIII il 25 gennaio 1959 nella basilica di San Paolo, tutto il Concilio e l’intero mezzo secolo che abbiamo alle spalle. Si è, infatti, respirata e vissuta un’atmosfera intensa e unica, un fremito che paradossalmente faceva guardare la Chiesa lungo due direzioni antitetiche eppure complementari. Da un lato, infatti, ci si proiettava verso il mondo in evoluzione e, quindi, verso orizzonti futuri, facendo risuonare quella parola allora un po’ emozionante, « aggiornamento ». Ma d’altro lato, si voleva liberare dal manto un po’ polveroso di una storia secolare il cuore pulsante del Vangelo, la vitalità delle origini cristiane, la matrice ecclesiale originaria, compiendo una sorta di sguardo retrospettivo. Proprio per quest’ultimo aspetto alcuni Padri considerati « progressisti » ribattevano ai colleghi obiettori di essere loro stessi i veri servatores, i « conservatori » dello spirito genuino della tradizione, mentre gli oppositori in ultima analisi si rivelavano novatores, sostenendo tesi e prassi posteriori. Il clima di riscoperta delle radici cristiane come autentica « novità » era vissuto allora in modo forte, talora fin frenetico: si spiegano così anche la successiva degenerazione e il parallelo allentarsi di quella tensione spirituale. Tuttavia, penso che questa eredità d’indole generale non si sia mai spenta del tutto, tant’è vero che ancor oggi l’aggettivo « conciliare » suscita sempre un palpito, una vibrazione, una scossa interiore, un appello a vivere più efficacemente il cristianesimo.
Un secondo filo che si dipana non solo in tutti i documenti conciliari, ma che è divenuto un raggio solare che ha illuminato fino ai nostri giorni tutta la Chiesa, è stato quello della parola di Dio. Essa, certo, ha avuto la sua stella polare nella costituzione significativamente denominata Dei Verbum. Inizialmente si era ipotizzato un titolo più riduttivo, De Sacra Scriptura, rimandando esclusivamente alla Bibbia. Ma poi, si è marcato il fatto che la parola di Dio precede ed eccede la Sacra Scrittura: quest’ultima, infatti, è l’attestazione oggettiva della rivelazione di Dio che echeggia già nella creazione e nella storia e che si effonde attraverso lo Spirito Santo successivamente illuminando la Scrittura nella tradizione, in cui si compie quanto suggestivamente dichiarava san Gregorio Magno in un’omelia su Ezechiele: Scriptura cum legente crescit. Ecco, allora, il titolo finale De divina revelatione.
Non per nulla, volendo riportare ancora nel centro vitale della Chiesa la parola di Dio a distanza di decenni da quel documento conciliare, Benedetto XVI a suggello del Sinodo del 2008 ha posto come incipit della sua esortazione apostolica post-sinodale la formula Verbum Domini. La Parola, infatti, col Concilio ha brillato in modo rigoroso e netto nella liturgia, nella catechesi, nella spiritualità (la lectio divina!), nella pastorale, nella cultura, nella teologia. A quest’ultimo proposito, ricordo in quegli anni l’ardua transizione che i docenti dell’Università gregoriana avevano dovuto compiere, rendendo i loro corsi sempre più modellati sulla Bibbia come sorgente, superando l’uso secondo cui era la riflessione speculativa a convocare i passi biblici a supporto delle tesi già elaborate. Un’inversione metodologica che ora è normale nei trattati teologici ma che allora sembrava una rivoluzione, anche se altro non era che un ritorno alle origini. I Padri della Chiesa, infatti, com’è stato fatto notare da molti, non parlavano (o scrivevano) della Bibbia, ma parlavano la Bibbia.
Giungiamo, così, al terzo e ultimo filo, quello del confronto e del dialogo col mondo, con la società e con la cultura contemporanea. Emblematica, al riguardo – come tutti riconoscono – fu la Gaudium et spes, un ampio testo di ben 93 paragrafi, capace di dipingere un affresco dell’orizzonte nel quale la Chiesa si trovava immersa. In realtà, tutto il patrimonio dottrinale e pastorale del Vaticano II era in filigrana animato dall’istanza di comprendere e di incontrare un tempo che si rivelava sempre più complesso e incline ad allontanarsi dalla fede non solo cristiana, ma anche dal puro e semplice ambito del religioso e del sacro. Ecco, allora, il configurarsi di un’antropologia che potesse frenare la corsa alla secolarizzazione, alla
È così che il Concilio volle delineare il ritratto della persona umana nella sua dignità di « immagine » divina, nella sua libertà, coscienza, intelligenza, nei suoi splendori e miserie. Questo ritratto era collocato all’interno della società attraverso la ricerca del bene comune e l’affermazione dell’autonomia della politica e delle realtà terrene. Senza ignorare le degenerazioni che intaccano il singolo, la famiglia, la comunità universale, l’approccio adottato era, però, sempre positivo, anche quando ci si confrontava con fenomeni articolati e delicati come la scienza, l’economia e persino l’ateismo e le crisi spirituali. Certo, la mappa socioculturale descritta dal Concilio può risultare in alcune aree superata o datata (si pensi solo all’attuale civiltà informatica).
Ma questo si trasforma proprio in un insegnamento. Certo, il messaggio evangelico è in ogni tempo unico, è lo stesso ieri, oggi e sempre, come afferma per il Cristo la Lettera agli Ebrei (13,8). Esso, però, deve continuamente incarnarsi nelle mutevoli coordinate storiche entro le quali siamo innestati. Questa « contemporaneità » permanente di Cristo e della sua parola è il grande monito costante del concilio Vaticano II. Un po’ come affermava il filosofo danese Soeren Kierkegaard: «L’unico rapporto che si può avere con Cristo è la contemporaneità. Rapportarsi a un defunto è un rapporto estetico: la sua vita ha perduto il pungolo, non giudica la mia vita, mi permette solo di ammirarlo». Il Vivente, invece, com’è il Cristo risorto, «mi costringe a giudicare la mia vita in senso definitivo». Ed è ciò che il concilio Vaticano II ha ribadito con passione e convinzione a tutta la Chiesa.

Vita Pastorale n. 9 ottobre 2012

CARD. RAVASI : AL SUONO DELLA TROMBA

http://www.novena.it/catechesi/catechesi17.htm

CARD. RAVASI : AL SUONO DELLA TROMBA

 » Il Signore, alla voce dell’arcangelo e al suono della tromba di Dio, discenderà dal cielo. E prima risorgeranno i morti in Cristo e quindi noi, ancora vivi, saremo rapiti con loro… » (1 Tessalonicesi 4,16-17)

Ora è la seconda città della Grecia, importante nodo stradale e commerciale, ricca di monumenti bizantini. Allora era la capitale della Macedonia e san Paolo ricordava con piacere l’accoglienza fraterna che gli avevano riservato i pagani, ma con amarezza anche la dura reazione degli Ebrei là residenti, che avevano contro di lui ordito una sommossa popolare costringendolo a una fuga indecorosa (Atti 17,1-10). Il fedele discepolo Timoteo aveva poi recato all’Apostolo, che si trovava a Corinto, notizie della neonata Chiesa tessalonicese e dei suoi primi problemi. Paolo aveva deciso, allora, di inviare un messaggio a quella comunità, «da leggersi a tutti i fratelli».
È l’anno 51: è questo il primo scritto paolino a noi giunto e quasi certamente il primo testo (cronologicamente parlando) del Nuovo Testamento. A chi vorrà leggerlo integralmente verranno incontro tonalità differenti. C’è il registro autobiografico dei ricordi, segnato dalla nostalgia, aperto però alla speranza di un nuovo incontro. C’è il filone teologico che si sviluppa attorno a tre temi: l’amore fraterno, il mistero pasquale di Cristo e la sua parousía o ritorno finale a suggello della storia. C’è, poi, anche il tema morale e pastorale: l’Apostolo, in 5,12-28, esorta la comunità a vivere un’esistenza cristiana perfetta e pura e lo fa attraverso una sequenza di quattordici imperativi.
Il nostro frammento testuale si innesta nel filone teologico, affrontando il tema del ritorno di Cristo alla fine della storia. Lo scenario che san Paolo tratteggia è, però, modulato sul linguaggio apocalittico a quel tempo dominante che ricorreva a immagini, metafore e simboli. Così, stando sul vago, cerca di risolvere un quesito che rodeva l’anima dei cristiani tessalonicesi, convinti che quell’ultimo evento fosse imminente. Essi domandavano: in quell’istante supremo in cui risorgeranno coloro che sono morti in pace e in comunione con Cristo, i cristiani ancora vivi quale sorte avranno?L’Apostolo ricalca l’apparato delle visioni epifaniche apocalittiche: cori celesti, trombe divine, vortici, nubi, cieli squarciati. Non è, quindi, una descrizione puntuale, ma una rappresentazione simbolica di quel passaggio dal tempo all’eterno, dallo spazio terreno all’infinito di Dio. I morti e gli ancora viventi entreranno nell’orizzonte trascendente: ai Corinzi, poi, dirà che «non tutti dovremo morire [in quel momento estremo], tutti però saremo trasformati» (1Corinzi 15,51). Soddisfatta questa curiosità dei Tessalonicesi, ciò che a Paolo preme è ribadire che il destino di tutti i fedeli è quello di «andare incontro al Signore… e così essere per sempre con lui» (4,17).
Per completezza dobbiamo, però, aggiungere una nota conclusiva. Contro l’eccitazione di coloro che, convinti dell’imminenza di quel momento ultimo, abbandonavano le loro responsabilità e i quotidiani impegni terreni, Paolo raccomanda di «fare tutto il possibile per vivere in pace, occupandosi delle proprie cose e lavorando con le proprie mani, come vi abbiamo ordinato, conducendo una vita decorosa di fronte agli estranei [i non credenti], senza aver bisogno di nessuno » (4,11-12). In passato abbiamo già avuto occasione di registrare come questo appello sia andato a vuoto, perché – nella Seconda Lettera che egli indirizzerà ai cristiani di Tessalonica – l’Apostolo sarà costretto a rivolgere loro una tirata d’orecchi ricordando che «chi non vuole lavorare, neppure mangi!» (si legga 2Tessalonicesi 3,6-15). 

Publié dans:c.CARDINALI, Card. Gianfranco Ravasi |on 29 septembre, 2015 |Pas de commentaires »

DIO E L’INFINITO NELLA BIBBIA – CARD. GIANFRANCO RAVASI

http://www.aleteia.org/it/religione/documenti/dio-e-infinito-nella-bibbia-1973001

DIO E L’INFINITO NELLA BIBBIA

Praticamente assente come categoria filosofica e fisica, l’infinito si intreccia alla dimensione dello spazio e al suo costituirsi come orizzonte di incontro di Dio con l’uomo

CARD. GIANFRANCO RAVASI

Nella fama popolare lo scrittore americano ottocentesco Edgar Allan Poe è rimasto autore di inquietanti gialli di indole metafisica. Egli, però, ci ha lasciato anche vari scritti teorici. In uno di essi, Eureka del 1848, osservava: “La parola ‘infinito’ – come le parole ‘Dio’, ‘spirito’ e alcune altre, i cui equivalenti esistono in tutte le lingue – non è espressione di un’idea, ma espressione dello sforzo verso quell’idea”. Questa considerazione ben s’adatta alla Bibbia, quando essa viene sfogliata alla ricerca di temi teorici, di categorie filosofiche e teologiche simili a quelle che il mondo greco-romano ha sviluppato in modo sistematico sulla via della speculazione. E’ proprio il caso del concetto di infinito: senza esitazioni il Concilio Vaticano I (1870) applicava questo aggettivo a Dio, così come secoli prima il Concilio Lateranense IV (1215) lo definiva “immensus”. Ma per una civiltà come quella semitica, che elaborava il suo pensiero attraverso i simboli e l’esperienza concreta, il concetto di infinito – per usare le parole di Poe –, più che un’idea chiara e distinta, era “espressione di uno sforzo” per conquistare e raffigurare quell’idea.
Accadeva così anche per il concetto di nulla, che veniva rappresentato attraverso il mare, visto in opposizione alla terra abitata (cf Gb 38,8-11), oppure ricorrendo alle tenebre, all’abisso e al deserto (cf Gen 1,2). Per noi queste realtà non sono il nulla, ma in una mentalità simbolica incarnavano l’assenza di terra, di luce, di materia, di vegetazione, considerate come l’essere per eccellenza. Per questo stesso motivo non è possibile cercare la parola “infinito” nella Bibbia; bisognerà procedere per una via simbolica, seguendo lo sforzo degli autori sacri di immaginare quell’idea. Tre sono i percorsi che proponiamo. Il primo è il semplice e immediato: l’infinito è la negazione di un limite, di una frontiera, in ebraico ‘en-sof, “senza confine”, oppure en-qeqez, “senza bordo, fine”. Illuminante è il contrappunto tra finito e infinito in questo versetto salmico: “Di ogni cosa perfetta ho visto il limite: il tuo decreto è esteso, senza limiti” (Sal 119,96). Infinito può essere, però, anche il peccato dell’uomo, le cui iniquità sono innumerevoli (cf Gb 22,5), ma per analogia si può anche parlare di “una folla innumerevole” (Qo 4,16), così come lo sono i libri pubblicati (cf Qo 12,12), l’universo “grande e senza fine, eccelso e senza misura” (Bar 3,25) e le genealogie umane “interminabili” (1Tm 1,4).
E’ però soprattuto Dio ad essere descritto così. L’autore della lettera agli Ebrei, citando il Sal 102,28 ricorda in 1,12 che “gli anni di Dio non finiranno”, mentre del sacerdote Melchisedek, simbolo di Cristo, si afferma che è “senza principio di giorni e fine di vita” (Eb 7,3), evocando in tal mondo l’idea parallela di eternità. Così dell’agàpe, l’amore cristiano, san Paolo dice che “non ha fine” (1Cor 13,8) e usa un avverbio greco che indica il “dappertutto” (oudépote), cercando di rendere visiva questa presenza illimitata e insuperabile. Ma a questo punto è necessario imboccare la seconda via che la Bibbia adotta per evocare il tema dell’infinito. E’ quella più congeniale alle culture antiche (ma non solo), ossia il ricorso ai simboli che, pur essendo di per sé limitati e a livello materiale e fisico, possono rimandare allusivamente a un’immensità innumerevole e a una trascendenza illimitata. E’, ad esempio, il caso dei granelli di polvere del terreno o della sabbia del litorale marino (cf Gen 13,16), oppure quello dello stelle in cielo (cf Gen 15,5). Un’altra simbolica ricorre ai numeri “innumerabili” come il “mille”: la bontà divina si stende per mille generazioni, mentre la sua giustizia solo fino a tre o quattro generazioni (cf Es 20,5-7; 34,7). I cori angelici sono “mille migliaia e miriadi di miriadi” (Dn 7,10).
Un altro paradigma simbolico per esprimere l’infinito è, invece, di taglio alfabetico ed è caro all’Apocalisse: “Io sono l’Alfa e l’Omega” (Ap 1,8; 21,6; 22,13) e talora s’accosta alla formulazione dell’eternità attraverso l’arco integrale del tempo applicato a Dio, “Colui che è, che era e che viene”. La prima e l’ultima lettera dell’alfabeto greco esprimono una figura stilistica detta “polarismo”: attraverso i due estremi si vuole indicare tutto ciò che in essi è contenuto; quindi la totalità dell’essere.
E’ evidente che in questi percorsi simbolici l’elemento di base è una realtà finita che viene tesa a raffigurare l’Oltre e l’Altro infinito ed eterno. Questo discorso, infatti, vale anche per il concetto di “eternità”. Si pensi che in ebraico ‘olam, che spesso è reso con “eternità”, di per sé significa l’arco intero del tempo (e anche dello spazio) ed è così che in greco aiôn – che designa il “secolo” presente, cioè l’intero arco storico – diventa emblema di eternità, soprattuto nella formula “nei secoli” (Lc 1,33), ereditata dalla liturgia cristiana nell’espressione “nei secoli dei secoli”.
Analogo per l’idea di infinito è il ricorso al “cielo”, anzi al superlativo “cieli dei cieli”. Molto nitida al riguardo è una frase delle preghiera di consacrazione del tempio di Salomone, ove il confronto dialettico tra finito (tempio) e infinito è così espresso: “Ma veramente Dio abita sulla terra? Ecco, i cieli e i cieli dei cieli non ti possono contenere, quanto meno lo potrà questo tempio che ho costruito!” (1Re 8,27).
Ed è da questa intuizione che procediamo verso l’ultima via biblica per definire l’infinito, in questo caso secondo una dimensione sempre più teologica, che è di grande pertinenza per lo sviluppo del tema generale di questo libro. Ci sono molti testi che puntano direttamente a illustrare l’onnipresenza, l’onnipotenza e l’onniscienza di Dio, ed è per questa strada che si esalta la sua infinità, che non conosce limiti spaziali o temporali, dato che egli “riempie il cielo e la terra” (Ger 23,24). Egli supera ogni frontiera cosmica, invalicabile all’uomo: “Chi è salito al cielo e ne è disceso?”, si chiede Agur, sapiente orientale citato dal libro dei Proverbi, in una serie di domande retoriche: “Chi ha raccolto il vento nelle sue palme? Chi ha racchiuso le acque nel mantello? Chi ha fissato tutti i confini della terra?” (Pr 30,4; si legga anche Gb 38-39). “La perfezione dell’Onnipotente”, afferma Zofar, il terzo degli amici di Giobbe, “è più alta dei cieli: che cosa puoi fare? E’ più profonda degli inferi: che ne puoi sapere? E’ più estesa della terra nella sua dimensione ed è più vasta del mare” (Gb 11,7-9).
In questa stessa linea si muove l’apostolo Paolo, quando agli Efesini augura di essere capaci di “afferrare, insieme a tutti i santi, la larghezza, la lunghezza, l’altezza e la profondità, cioè a conoscere l’amore del Cristo che trascende ogni conoscenza” (Ef 3,18). Evidente è il paradosso di comprimere nella conoscenza umana ciò che di sua natura è in-comprensibile e trascendente, ossia l’amore divino che travalica le coordinate spaziali dell’essere. Noi, dichiara ancora l’Apostolo nella sua celebre allocuzione all’Aeropago ateniese, “viviamo, ci muoviamo ed esistiamo” in Dio che supera ogni nostro confine e tracciato, inglobandolo e rivelandosi sempre oltre. In questa linea è decisivo il Sal 139 (138), un gioiello poetico, dedicato all’esaltazione dell’onnipresenza del Creatore e quindi alla sua infinità onnicomprensiva, per cui ogni fuga da lui è impossibile, come già riconosceva un testo aramaico di El-Amarna (Egitto): “Se noi saliamo in cielo, se noi scendiamo agli inferi, la nostra testa è sempre nelle tue mani, o Dio”.
Nella prima strofa del Salmo (vv. 1-6) si esalta l’onniscenza divina totale e assoluta. Dio mi conosce “quando mi siedo e quando mi alzo, quando cammino e quando sosto”: sono anche in questo caso “polarismi” che indicano le azioni estreme della vita umana, ma vogliono riassumerne tutte le altre in esse comprese, essendo a lui aperti i segreti profondi dei nostri pensieri e delle nostre parole prima ancora che sboccino. L’infinito divino è celebrato, invece, soprattutto nella seconda strofa (vv. 7-12), quando si descrive il “folle volo” dell’uomo per sottrarsi a Dio. Tutto lo spazio è percorso, dalla verticale cielo-inferi fino all’orizzontale est-ovest (aurora-mar Mediterraneo). Canta il Salmista: “Dove potrei andare lontano dal tuo spirito? Dove fuggire lontano dalla tua presenza? Se scalassi i cieli, là tu sei, se discendessi negli inferi, eccoti. Se prendessi le ali dell’aurora e riuscissi ad abitare all’estremità del mare, anche là mi guiderebbe la tua mano e mi prenderebbe la tua destra” (vv. 7-10).
Ma anche tutto il tempo con la sequenza circadiana (che riguarda, cioè, la sequenza delle ventiquattro ore, e quindi il ciclo notte-giorno) è superato da Dio, che anche in tal modo svela la sua eternità. Nella terza strofa (vv.13-18) anche qualcosa di infinitamente piccolo come l’embrione umano nel grembo della madre è conosciuto in tutto il suo potenziale, destinato a fiorire nella vita fatta di opere e pensieri. Dio è quindi colto come infinito proprio per questa sua capacità di onnipresenza trascendente ed è forse questo il concetto più caro all’autore sacro: la sua ricerca dell’infinito approda non all’infinito filosofico o fisico, ma all’Infinito teologico.
In questa luce potremmo riconoscere – sulla scia delle parole di uno scrittore politico francese lontano da temi religiosi diretti, Georges Sorel (1847-1922), nelle sue Riflessioni sulla violenza del 1908 – che “quello che di migliore v’è nella coscienza umana è il tormento dell’infinito”.

[Testo tratto da Gianfranco Ravasi, "Dove sei, Signore?" (Edizioni San Paolo)]

G.F. RAVASI, « SULLE RADICI CRISTIANE, SULLE ANIME DELL’EUROPA »

http://www.gennarocucciniello.it/site/politica/g.f.-ravasi-sulle-radici-cristiane-sulle-anime-delleuropa.html

G.F. RAVASI, « SULLE RADICI CRISTIANE, SULLE ANIME DELL’EUROPA »

Scritto da Gennaro Cucciniello

Mercoledì 18 Luglio 2012

Un saggio sulle radici cristiane, sulle anime dell’Europa.

Pubblico una parte dell’intervento che il cardinale Gianfranco Ravasi ha scritto tempo fa per la rivista “East”, diretta da Vittorio Borelli ed edita da Baldini Castoldi Dalai. Lo faccio perché oggi l’Europa è nel pieno di una crisi gravissima, epocale. Proveniente dal greco “krinein” la parola “crisi” avrebbe un’origine medica e si riferirebbe a quel momento –“krisis”- dell’evoluzione della malattia giudicato pericoloso, difficile, decisivo. Bisogna saper ravvisare quel momento e decidere di fare una scelta che sarà determinante per la guarigione. C’è una frase di Borges per me illuminante: “Qualunque destino, per lungo e complicato che sia, consta in realtà d’un solo momento: quello in cui l’uomo sa per sempre chi è”.
Sui destini d’Europa viviamo tutti un forte disincanto. Ma essa è necessaria, ancor più per quei milioni di giovani che aspettavano l’Europa della conoscenza e dell’innovazione e che stanno vivendo quella della disoccupazione di massa, del precariato e della crisi del Welfare. Come tanti della mia generazione ho creduto in un’Europa unita nella ragione e nella parità delle lingue e delle sue grandissime culture, e ci credo ancora anche se questa Europa non è poi nata, sembra anzi, da quando si è data le sue prime istituzioni, più lontana che mai. Il nostro continente è stato nei secoli un laboratorio di esperienze culturali e di idee politiche e sociali senza equivalenti in nessun’altra parte del mondo e l’identità europea nasce dal dialogo e dal dissenso fra molte culture politiche diverse. Il mondo europeo custodisce nelle sue profondità un apparato d’elaborazione pressoché unico per dare un senso umano alle sfide gigantesche (filosofiche, politiche, estetiche, religiose, tecnologiche, esistenziali) attraverso cui abbiamo posto le basi per il funzionamento dell’intero Occidente. La crisi di oggi è drammatica: il welfare rattrappito, la disuguaglianza crescente, la mancanza di lavoro, la miseria. L’Europa unita serve per scongiurare insieme le sciagure: ieri le guerre, oggi la contrazione economica, la povertà, il mutamento climatico, le possibili guerre civili. Questa è la natura delle nostre menti e dei nostri cuori: persino quando sogniamo, essi provano sempre a salvare dalla distruzione quello che abbiamo vissuto.
Non dimentico, infine, quel motto di David Maria Turoldo voluto dal cardinale Ravasi quale simbolo del “Cortile dei gentili”: “Fratello ateo, nobilmente pensoso,/ alla ricerca di un Dio / che io non so darti / attraversiamo insieme il deserto”.

Gennaro Cucciniello

“L’Europa non ha quasi mai avuto una unità civica, politica o storica. Ma per secoli ha avuto una sua unità civile, culturale e spirituale. La stella polare di riferimento e contrasto è stato il Cristianesimo, ma anche la filosofia greca, il diritto romano, l’illuminismo liberale e del movimento operaio, inteso come lotta per la giustizia sociale, hanno giocato il loro innegabile ruolo.
C’è un suggestivo gioco di parole che è stato coniato dai giovani dei vari Paesi europei in occasione dei loro incontri di matrice religiosa: essi parlano di Eur-hope, un’Europa dunque da costruire nella speranza e non solo nel realismo dell’economia e della politica. Una comunità che sappia ancora tendere verso ideali e orizzonti più alti, stimolati dalla cultura, da una “politica” che riveli il senso più nobile del termine e da una spiritualità che non è solo confessione religiosa, ma anche ricerca del senso ultimo dell’esistenza e dei valori morali e umani che trascendono interessi e contingenze. Per raggiungere questa meta è paradossalmente necessario risalire lungo il fiume del passato, ritrovando le proprie sorgenti umane e spirituali. E’ ciò che il grande Goethe esprimeva in modo folgorante con la battuta: “La lingua materna dell’Europa è il cristianesimo”. Anche Kant era convinto che “il Vangelo è la fonte da cui è scaturita la nostra civiltà”.
Certo, a prima vista l’Europa si rivela come un mosaico, un vero e proprio arcipelago di culture: c’è l’area latina ma anche quella germanico-baltica, c’è l’area slava e c’è quella celtica. L’Europa non ebbe quasi mai un’unità civica o politica o storica. Tuttavia ebbe sostanzialmente per secoli e secoli una sua unità civile, culturale e spirituale. L’anima di questa unità interiore, spesso appannata o coperta da sedimenti ma mai spenta, ebbe anch’essa molte iridescenze: pensiamo solo al rilievo della filosofia greca o all’incidenza del diritto romano, ma anche, se giungiamo alle epoche più recenti, pensiamo all’influsso dell’Illuminismo liberale o del movimento operaio, cioè della ragione e della lotta per la giustizia sociale. Tuttavia è indubbio che il nodo d’oro che tenne insieme questa molteplicità o il filtro che ne vagliò gli effetti o anche la stella polare di riferimento e di contrasto fu il cristianesimo. (…)
Il cristianesimo, con la sua celebrazione della persona e della dignità umana, con la contemplazione (ora) e l’impegno sociale (labora) del monachesimo, con la riflessione del Medio Evo e con la cultura gloriosa dell’Umanesimo e del Rinascimento, costituiva il grande “codice ideale” dell’Europa. In particolare lo era attraverso la Bibbia, coinvolgendo così anche le matrici ebraiche (…) Il pittore Marc Chagall era convinto che per secoli i pittori hanno intinto il loro pennello in quell’”alfabeto colorato della speranza” che sono le Sacre Scritture, tant’è vero che senza la loro conoscenza è impossibile decifrare l’iconografia dell’arte europea. E’ naturalmente impossibile delineare ora la planimetria di questa storia culturale che ha nel cristianesimo quasi il suo “grande lessico”, per usare un’espressione del poeta francese Paul Claudel. Si tratta, infatti, di un rapporto estremamente complesso, non di rado dialettico e fin conflittuale, che però risulta decisivo per la comprensione della nostra stessa identità. Perciò anche per la storia presente dell’Europa è necessario tener presente l’illuminante contrappunto che Cristo propone in quella sua celebre asserzione: “Rendete a Cesare quello che è di Cesare e a Dio quel che è di Dio” (vedi Matteo 22, 15-22). La sfera politica, economica, “laica” ha una sua dignità e una sua autonomia emblematicamente rappresentata da un parlamento comune e da una moneta, l’euro. Ma c’è un’altra sfera che è distinta ma non antitetica, ed è quella della persona umana, della cultura, della spiritualità ove si configura l’immagine non di Cesare ma di Dio: infatti, “Dio creò l’uomo a sua immagine, a immagine di Dio lo creò” (Genesi 1, 27). L’Europa di Cesare e l’Europa di Dio, cioè immanenza e trascendenza, politica e religione, economia e cultura devono intrecciarsi tra loro, senza reciprocamente prevaricare. In questa luce il cristianesimo è, come affermava Francesco De Sanctis, spirito laico dell’Ottocento, la radice del nostro “sentimento religioso che è lo stesso sentimento morale nel suo senso più elevato” (così nell’opera La giovinezza).
E’ su questa traiettoria che vorremmo, proprio sulla scia dell’anima cristiana che pulsa sotto la superficie della nostra civiltà, proporre un appello che impedisca la dissoluzione della nostra specificità, della nostra autenticità, della nostra identità gloriosa. E’ un discorso passibile di mille sfaccettature: noi ne scegliamo –considerati i limiti di questa riflessione soltanto “provocatoria” e quasi “impressionistica”- solo tre, componendole in un ideale trittico nel quale tutti riescano a riconoscersi e a impegnarsi, dato che “non possiamo non dirci cristiani” per le ragioni che Croce ebbe già a formulare nel suo famoso intervento del 1942 su La Critica.
E’ innanzitutto necessario lottare contro la smemoratezza nei confronti delle proprie radici, dei valori costitutivi, dell’identità genuina dell’Europa. Lo scrittore francese Georges Bernanos in una sua analisi dello svuotarsi dell’anima della nostra società, sviluppata nel saggio “La France contre les robots”, dichiarava: “Una civiltà non crolla come un edificio; si direbbe molto più esattamente che si svuota a poco a poco della sua sostanza finché non ne resta più che la scorza”. C’è il rischio che l’Europa si riduca proprio a scorza, a tronco arido, avendo disseccato la linfa delle sue radici profonde cristiane, votata solo alla “virtualità” (i Robots che si affacciavano sul panorama europeo degli anni Quaranta in cui viveva Bernanos), appiattita su modelli estrinseci come quello americano contemporaneo. Le cattedrali e i gloriosi monumenti si trasformano allora, come diceva il poeta tedesco Whilhelm Willms, in “vuoti gusci di chiocciola”, percorsi solo da distratti sciami di turisti, privi di cuore, di vita, di canti, di voci, di fede. I nobili segni della nostra cultura si riducono, così, a essere conchiglie senza l’eco del mare del passato. (…)
Un seconda lotta è da intraprendere ed è quella, conseguente alla precedente e ad essa connessa, contro la superficialità, la banalità, la vacuità, la volgarità, la bruttezza. E’ un ritorno all’etica e alla bellezza che erano le stelle fisse del cielo della civiltà europea nei secoli, proprio sullo stimolo del messaggio cristiano, un annunzio di giustizia e di bellezza, di verità e di luce, di amore e di armonia. Aveva ragione Benedetto Croce quando in un opuscolo del 1935, Orientamenti, ammoniva: “Non vi date pensiero di dove vada il mondo, ma di dove bisogna che andiate voi per non calpestare cinicamente la vostra coscienza, per non vergognarvi del vostro passato tradito”. E’ necessario un sussulto di moralità, un supplemento di anima, una purificazione alle fonti della bellezza, realtà che hanno reso l’Europa un vessillo tra i popoli del mondo. (…) Sempre più quella sorta di Moloch della comunicazione che è la televisione comunica solo –a folle di persone con le mani alzate in segno di resa o di adorazione- ciò che dobbiamo mangiare, indossare, le mode e i modi della vita. Manca una voce che indichi la rotta, il senso della vita, che ci interpelli sul bene e sul male, sul giusto e sull’ingiusto, sul vero e sul falso, sull’esistere e sul morire.
Infine c’è un ultimo impegno che vogliamo evocare per ritornare a essere autenticamente europei ed è quello della lotta contro gli estremi, gli eccessi, la spirale delle pure antitesi. La cultura greca ci ricordava che il sapiente è un uomo meth’orios, “da crinale”, capace di procedere con intelligenza e cautela sul vertice tagliente di un monte, lungo il quale si distendono due versanti (così l’alessandrino ebreo Filone nel De Somniis). Da un lato, infatti, si può scivolare lungo il versante di un sincretismo che diventa relativismo incolore e che spegne e dissolve la nostra identità specifica. Dostoevskij con veemenza gridava: “L’Europa ha rinnegato Cristo. E’ per questo, è solo per questo che sta morendo”. D’altro lato, c’è il rischio di precipitare lungo il versante del fondamentalismo che diventa esclusivismo acceso e che cancella ogni rispetto e ignora ogni valore altrui, in una sorta di foga iconoclastica, feroce e impaurita al tempo stesso, nei confronti di tutto ciò che è diverso. E’, invece, indispensabile ritrovare la grande tradizione del dialogo, del confronto tra le culture e le religioni, nello spirito di quel cristianesimo genuino –spesso tradito- che vedeva i semina Verbi, cioè i semi del verbo divino nella molteplicità della ricerca umana. (…)
E’, dunque, risalendo lungo il corso del fiume della storia europea sino alle sue sorgenti che riusciamo a riproporre un’Europa che non sia solo geografica o economica. E che questo pellegrinaggio ideale, necessario per credenti e per agnostici, sia decisivo lo ricordava in modo suggestivo uno dei massimi poeti del ‘900, Thomas Stearns Eliot, un americano che scelse l’Europa come patria: “Un cittadino europeo può non credere che il cristianesimo sia vero e tuttavia quel che dice e fa scaturisce dalla cultura cristiana di cui è erede. Senza il cristianesimo non ci sarebbe stato neppure un Voltaire o un Nietzsche. Se il cristianesimo se ne va, se ne va tutta la nostra cultura, se ne va il nostro stesso volto”.

Gianfranco Ravasi

NON CEDIAMO AL GRIGIORE, VIVIAMO DAVVERO di Gianfranco Ravasi

http://paroledivita.myblog.it/2010/01/05/non-cediamo-al-grigiore-viviamo-davvero/

NON CEDIAMO AL GRIGIORE, VIVIAMO DAVVERO

di Gianfranco Ravasi

È, questo, l’editoriale più difficile da scrivere, collocato com’è su un crinale da cui si diramano gli orizzonti di due anni. Da un lato, ci si affaccia sulla valle dei giorni ormai finiti, non di rado archiviati col timbro del pessimismo, quasi fossimo sempre in presenza di un annus horribilis. L’ironico ‘Dizionario del diavolo’ dell’americano Ambrose Bierce non aveva esitazioni. Alla voce ‘Anno’ recitava: «Periodo fatto di 365 delusioni». D’altro lato, si allarga la pianura dei giorni futuri sui quali cade, invece, la retorica degli auguri che spargono ottimismo e certezza di felicità e prosperità. Su questo crinale mi avventuro anch’io per condividere, però, coi lettori solo poche e semplici riflessioni. Lo spunto della prima me lo offre un cantautore che tutti conoscono, Claudio Baglioni: «A volte più che di un mondo nuovo, c’è bisogno di occhi nuovi per guardare il mondo».
Siamo spesso afflitti da una sorta di daltonismo spirituale; il nostro sguardo non è più abilitato a cogliere la ricchezza dei colori; indossiamo lenti scure che ci mostrano solo l’ombra della storia, immaginandola soltanto sotto il segno del male, della perversione, della negazione. Ignoriamo che, accanto all’egoismo, all’indifferenza e alla vacuità di molti, c’è una folla di persone che si dedicano silenziosamente ai miseri della terra, attraverso un volontariato sempre più generoso. Ci sono chiese e comunità che assumono anche su di sé il carico della crisi che attanaglia tante famiglie. È quel bene – come ha detto Benedetto XVI – sul quale non si puntano mai i riflettori dell’informazione. C’è un altro pensiero che vorrei condividere coi lettori di Avvenire. Essi hanno ragione di indignarsi nei confronti della corruzione pubblica e privata che anche lo scorso anno si è ben attestata sulla scena mediatica, oppure di sbuffare davanti a una politica così litigiosa e inconcludente. Certo, speriamo che un ritorno di saggezza si manifesti e si insedi nei palazzi del potere politico ed economico, anche sulla base degli appelli del presidente della Repubblica, di tanti pastori e persone stimate e oneste. C’è, però, un’ulteriore necessità primaria che riguarda quello che potremmo chiamare il ritmo del respiro della vita sociale. « Per compiere grandi passi, non dobbiamo solo agire, ma anche sognare; non solo pianificare, ma anche credere ». Era lo scrittore Anatole France a suggerirlo nell’Ottocento, ma l’idea è forse più adatta alla situazione odierna in cui un po’ tutti – e non solo i governanti o i protagonisti della vita pubblica – ci siamo assuefatti al piccolo cabotaggio, all’interesse privato, al vantaggio e alla sicurezza personale o di gruppo. Clint Eastwood in un suo film aveva questa battuta ironica: «Se vuoi una garanzia a tutti i costi, allora comprati un tostapane!». Nella scuola, nella famiglia e talora persino nella religione ci si accontenta sempre più del minimo comun denominatore. Sappiamo, però, che quando ci si abitua alle piccole cose, si diventa incapaci delle grandi. Ecco, infatti, l’incombere dei luoghi comuni, il rinchiudersi a riccio nella propria cerchia, il timore per gli orizzonti vasti che si aprono, l’assenza degli ideali, la caduta della ricerca della verità e dei valori permanenti. Per essere veramente uomini e donne bisogna coltivare sempre un sogno, un progetto, una fede, non rassegnandosi alla banalità, alla bruttezza, al grigiore, alla sopravvivenza. La stessa cura del creato, generatrice di un’armonia serena, a cui ci ha rimandato ieri il messaggio del Papa per la Giornata Mondiale della pace, partecipa di questo respiro più alto. Giungiamo, così, a un’ultima riflessione un po’ scontata. Ogni nuovo anno è una porzione di tempo che ci è offerta. E proprio perché il tempo non è ‘infinito’ come l’eternità, ha in sé la stimmata della fine e, diciamolo pure (anche se questa parola è oggi esorcizzata), può avere in sé anche la morte. L’augurio che, allora, vogliamo proporre a noi e a tutti è quello che ci ha lasciato un grande pensatore come il cardinal Newman: «Non aver paura che la vita possa finire. Abbi invece paura che non cominci mai davvero».

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