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Monache di clausura nel cuore di Milano – (per la memoria di Santa Giovanna Maria de Chantal)

dal sito:

http://www.chiesadimilano.it/or4/or?uid=ADMIesy.main.index&oid=2506504

Monache di clausura  nel cuore di Milano

(per la memoria di Santa Giovanna Maria de Chantal)

Nella festa della Visitazione e per il quarto centenario di fondazione dell’Ordine, il cardinale Tettamanzi celebrerà l’Eucaristia in via Santa Sofia. Qui si esprime «amore, dolcezza e umiltà davanti a Dio e agli uomini» Approfondimenti

Comunità unita nella preghiera
Il monastero, uno scrigno d’arte
 
29.05.2010
di Luisa BOVE

Il Monastero Santa Maria della Visitazione di Milano è in festa per il quarto centenario di fondazione dell’Ordine. Da tre anni le monache di clausura di via Santa Sofia, nel cuore di Milano, si stanno preparando all’evento. «È bello coinvolgere anche le persone all’esterno», dice madre Maria Silvia, ma l’anniversario deve essere un’occasione che «porta qualcosa di più anche per noi: una revisione nella nostra vita per valutare se abbiamo ancora quell’ardore e quel fuoco di amore per il Signore che muoveva le prime Sorelle quando c’erano ancora i fondatori», vale a dire san Francesco di Sales e santa Giovanna Francesca Chantal. «La celebrazione più bella e solenne», assicura la monaca, sarà quella di domani 31 maggio, festa della Visitazione, «quando alle 17 il cardinal Tettamanzi celebrerà l’Eucaristia insieme ad alcuni sacerdoti».
Oggi i monasteri della Visitazione sparsi nel mondo sono 153 di cui 30 solo in Italia: Europa (94), America del Nord (15), America Centro-sud (35), Africa (7), Asia (2).
Quella delle monache di clausura è una vita donata al Signore «nel silenzio e nella preghiera», segno vivo anche in una grande città: mentre la popolazione corre e si affanna tra lavoro, impegni e proeoccupazioni, c’è chi si ferma e prega. «Per tutti», dice madre Maria Silvia.

Ma come l’immagine della Visitazione si concilia con la vostra “stanzialità” dal momento che vivete in clausura?
Si esprime nella dolcezza e nell’umiltà del cuore di Gesù. Lo avevano intuito i nostri fondatori, tanto che lo stemma dell’Ordine della Visitazione è il cuore di Gesù circondato dalla corona di spine e con due lance che lo trafiggono. È tutto fondato sull’amore, la dolcezza e l’umiltà, innanzitutto davanti a Dio e poi agli uomini. Gesù diceva infatti: “Non sono venuto per essere servito, ma per servire”.

Un monastero nel cuore di Milano che cosa rappresenta?
È il motore propulsore dell’amore del Signore che dovrebbe essere richiamato a tutti gli uomini. Il monastero supplisce a ciò che gli altri non fanno: ringraziare il Signore, implorarlo, chiedergli perdono, offrirgli tutto l’amore possibile… Noi siamo qui non perché abbiamo dimenticato chi è “fuori”, ma per ricordarli meglio e di più. Preghiamo per tutte le situazioni (non solo per quelle che conosciamo) e le presentiamo al Signore dicendogli: “Tu sai dove c’è bisogno di riparare, di implorare, di ringraziare e di supplicare”. Molte persone si rivolgono a noi per chiedere preghiere telefonando o venendo qui, hanno bisogno a volte di parlare delle sofferenze che vivono in famiglia (con il marito, la moglie, i figli…) e noi le facciamo nostre. Adesso stiamo pregando anche per il fratello di una nostra Sorella perché è malato e per i suoi parenti, in particolare la madre, che potrebbe soffrirne di più.

Come vi informate sulle situazioni del mondo?
Noi riceviamo sempre l’“Osservatore Romano” e il quotidiano “Avvenire”, poi abbiamo qualche rivista missionaria. Le notizie le abbiamo sempre. Anche quando arrivano da fuori o le sentiamo alla radio preghiamo subito per le situazioni di sofferenza: sia per chi le procura (come una guerra) sia per le vittime e i parenti nel caso di un terremoto, poi cerchiamo di capire che cosa il Signore vuole dirci attraverso queste calamità.

Quante monache conta la vostra comunità?
Purtroppo adesso siamo soltanto 10, perché a marzo è morta una Sorella, come pure l’anno scorso. Negli ultimi dodici anni ne sono mancate 25-30. Inoltre non abbiamo avuto “ricambi”: diverse persone vorrebbero entrare, ma non hanno vera vocazione, vogliono solo “sistemarsi” e questo fa male a loro e a noi. Altre due invece sembrerebbero avere la vocazione, ma non sono ancora libere dagli impegni familiari, una ha la mamma malata di alzheimer e la seconda ha qualche difficoltà e prima di entrare deve sistemare tutto, altrimenti non è tranquilla. Il fondatore diceva: “Anche di età avanzata, ma che abbiano la capacità di vivere il minimo della Regola, purchè sia una vera vocazione”. E aggiungeva che devono essere “Non calzate nei piedi, ma scalzate nella testa”, cioè che “sappiano deporre il proprio io per accogliere l’obbedienza”.

Card. Tettamanzi – Omelia per i Vespri della Solennità di tutti i Santi (1999) – 2 Cor 6, 16b; 7, 1: Noi siamo il tempio del Dio vivente

dal sito:

http://www.diocesi.genova.it/documenti.php?idd=455

Noi siamo il tempio del Dio vivente

Omelia per i Vespri della Solennità di tutti i Santi (1999) – 2 Cor 6, 16b; 7, 1

(dovrebbe trattarsi dei secondi vespri ossia: 2 Cor 6, 16b; 7, 1 « Noi siamo il tempio del Dio vivente, come Dio stesso ha detto: Abiterò in mezzo a loro e con loro camminerò e sarò il loro Dio, ed essi saranno il mio popolo (Lv 26, 11-12; Ez 37, 27). In possesso dunque di queste promesse, carissimi, purifichiamoci da ogni macchia della carne e dello spirito, portando a compimento la nostra santificazione, nel timore di Dio. »)

Cattedrale,
1 novembre 1999

La breve lettura che abbiamo ora ascoltato, tratta dalla seconda lettera di Paolo ai Corinzi, ci invita a riflettere ancora una volta sulla santità, come nostra vocazione, nostra grazia, nostro compito e nostro destino nel tempo e nell’eternità.

1. Che significa essere santi? Non dobbiamo avere alcuna paura di fronte a questa domanda, perché essere santi non è un privilegio offerto a pochi ma è una consegna data a tutti. Proprio per questo non possiamo sfuggire all’interrogativo così semplice e decisivo: che significa essere santi?
Ci risponde l’apostolo Paolo, sollecitandoci a fissare il nostro sguardo non su noi stessi ma innanzi tutto su Dio e sul suo amore, sul disegno mirabile ch’egli ha voluto progettare per noi. E’ un disegno che viene indicato con le parole di una solenne promessa, che tante volte è stata fatta al popolo di Dio. Leggiamo nel libro del Levitico: « Stabilirò la mia dimora in mezzo a voi e io non vi respingerò. Camminerò in mezzo a voi, sarò vostro Dio e voi sarete il mio popolo » (Lev 26, 11-12). E nel libro del profeta Ezechiele: « In mezzo a loro sarà la mia dimora: io sarò il loro Dio ed essi saranno il mio popolo » (Ez 37, 27).
Dunque c’è una promessa da parte di Dio: nessuno di noi, allora, può dubitare. Siamo certi che Dio è assolutamente fedele alla sua parola: egli compie quanto dice! Il disegno che promette è una realtà viva per noi e in noi. Dio non solo abita in mezzo a noi, non solo cammina con noi: egli è in noi, nell’intimo del nostro essere e del nostro cuore. Come scrive l’apostolo Paolo: « Noi siamo il tempio del Dio vivente » (2 Cor 6, 16).
Santo è chi vive con il Signore, chi gode della sua presenza, di una presenza così silenziosa e soave ed insieme così eloquente e forte, quella di Dio uno e trino, del Padre e del Figlio e dello Spirito Santo. Questa esperienza spirituale Dio la offre a tutti i cristiani che vivono in grazia, secondo la parola esplicita di Gesù: « Se uno mi ama, osserverà la mia parola e il Padre mio lo amerà e noi verremo a lui e prenderemo dimora presso di lui » (Gv 14, 23).
E’ un’esperienza che tutti noi cristiani siamo chiamati a percepire nella fede e a vivere nell’amore in una maniera più intensa durante l’imminente Grande Giubileo del 2000, ordinato com’è alla glorificazione della santissima Trinità. Proprio in questa direzione ho inteso attirare l’attenzione di tutti con la Lettera pastorale « Nel cuore della Trinità ». Certo, non a tutti il Signore dà la grazia della contemplazione e della gioia dei mistici. A tutti però egli chiede di crescere nella vita di grazia e di santità, e dunque di essere più consapevoli della Trinità presente e operante nel nostro cuore. I grandi santi, con la loro testimonianza, possono ravvivare il nostro desiderio e intensificare il nostro impegno. Riascoltiamo, ad esempio, qualche risonanza della straordinaria esperienza di santa Caterina da Siena, che nella sua preghiera infuocata così si esprime: « Tu, Trinità eterna, sei come un mare profondo, in cui più cerco e più trovo; e quanto più trovo, poù cresce la sete di cercarti. Tu sei insaziabile; e l’anima, saziandosi nel tuo abisso, non si sazia, perché permane nella fame di te, sempre più te brama, o Trinità eterna, desiderando di vederti con la luce della tua luce… O abisso, o Trinità eterna, o Deità, o mare profondo! E che potevi dare a me che te medesimo? Tu sei un fuoco che arde sempre e non si consuma. Sei tu che consumi col tuo calore ogni amor proprio dell’anima. Tu sei fuoco che toglie ogni fredezza, e illumini le menti con la tua luce, con quella luce con cui mi hai fatto conoscere la tua verità. Specchiandomi in questa luce ti conosco come sommo bene, bene sopra ogni bene, bene felice, bene incomprensibile, bene inestimabile. Bellezza sopra ogni bellezza. Sapienza sopra ogni sapienza. Anzi, tu sei la stessa sapienza. Ti cibo degli angeli, che con fuoco d’amore ti sei dato agli uomini. Tu vestimento che ricopre ogni mia nudità. Tu cibo che pasci gli affamati con la tua dolcezza. Tu sei dolce senza alcuna amarezza. O Trinità eterna! » (Dal « Dialogo della Divina Provvidenza »).

2. « Noi siamo il tempio del Dio vivente ». Questa realtà di grazia, che è dono e frutto della promessa divina che si compie, coinvolge la nostra libertà e impegna la nostra responsabilità: se Dio è il nostro Dio e noi siamo il suo popolo, la nostra vita concreta – ossia i nostri pensieri, sentimenti, desideri, propositi, scelte e azioni – deve svolgersi alla presenza di Dio, anzi deve realizzarsi in intima comunione di amore e di vita con Dio. Sempre, in ogni momento o di gioia o di sofferenza e in ogni attività, anche la più umile e faticosa, noi siamo il tempio del Dio vivente.
Di qui il compito preciso che ci viene affidato: non dobbiamo rovinare o sciupare la bellezza spirituale di questa fisionomia e dignità che Dio ha plasmato in noi. L’esperienza di Israele e di ciascuno di noi ci fa avvertiti della triste possibilità – che è anche per noi – di rifiutare l’amore di Dio o comunque di non corrispondere adeguatamente alla sua tenerezza di Padre e di Sposo. Possiamo svuotare di significato l’alleanza di Dio con noi. Possiamo romperla. Proprio per questo l’apostolo Paolo ci invita a percorrere ogni giorno la via della conversione: « purifichiamoci da ogni macchia della carne e dello spirito, portando a compimento la nostra santificazione, nel timore di Dio » (2 Cor 7, 1).

Non è forse questa la grande grazia che l’Anno Santo ci chiede di accogliere nel nostro cuore, come fonte di vita nuova?

X Dionigi Tettamanzi
Arcivescovo di Genova

Dionigi Tettamanzi: Omelia « Tota pulchra es Maria » (1999)

dal sito:

http://www.diocesi.genova.it/documenti.php?idd=642

Tota pulchra es Maria

Omelia della S. Messa nella Solennità dell’Immacolata Concezione della Beata Vergine Maria (1999)

Dionigi Tettamanzi
Arcivescovo di Genova

Genova, Basilica di S. Maria Immacolata,
8 dicembre 1999

Carissimi,

la Chiesa ci chiede oggi di rivolgere il nostro sguardo a Maria Santissima, contemplandola nel dono-privilegio di essere stata concepita, unica fra le donne, piena di grazia e senza quel peccato originale che Adamo ed Eva hanno trasmesso a tutti i loro discendenti.

Ti schiaccerà la testa

Di questo peccato ci parla il libro della Genesi, presentandoci Adamo che si nasconde, pieno di paura, davanti al Signore che viene a visitarlo: « Ho udito – dice Adamo – il tuo passo nel giardino: ho avuto paura perché sono nudo, e mi sono nascosto » (Genesi 3, 10). « Perché sono nudo »: ma anche prima lo era, eppure rimaneva in piena serenità, tanta era la sua armonia interiore. Ora invece questa « nudità » gli fa paura. E’ il segno che è radicalmente cambiata la relazione di Adamo con il Signore: non più l’amico della cui parola e compagnia godere, ma il giudice severo e il castigatore inflessibile da temere. Ma il cambiamento della relazione con Dio causa il cambiamento delle altre relazioni: dell’uomo con se stesso, con gli altri, con il mondo delle cose create. Sì, il cuore dell’uomo si è inquinato: non è aperto a Dio e alla sua grazia, bensì chiuso nel proprio egoismo e pronto al male.

Per disegno di Dio, che vuole l’umanità come una famiglia solidale e unita, la colpa di Adamo si trasmette in un certo modo anche ai loro discendenti. Come scriverà l’apostolo Paolo: « Come a causa di un solo uomo il peccato è entrato nel mondo e con il peccato la morte, così anche la morte ha raggiunto tutti gli uomini, perché tutti hanno peccato » (Romani 5, 12). In realtà, il disegno di Dio va ben oltre e testimonia il suo immenso amore compassionevole e misericordioso: tra il serpente tentatore e la donna, tra la stirpe del serpente e quella della donna egli pone inimicizia e assicura la vittoria alla donna: « questa ti schiaccerà la testa e tu le insidierai il calcagno » (Genesi 3, 15).

Ed ecco il centro luminoso del disegno di Dio: è Gesù Cristo (cfr Romani 5, 15-19), il figlio di Maria, il Salvatore del mondo, Colui che con il dono del suo Spirito crea il cuore nuovo, il cuore colmo di grazia divina e libero dal peccato.

Il primo cuore nuovo, frutto di questo disegno d’amore, è quello di Maria: la sua novità è del tutto singolare, perché sin dal concepimento e per sempre lei è ripiena della grazia del Signore ed è esente da ogni peccato, anche dalla colpa dei progenitori. Questa è la splendida verità che troviamo nel saluto dell’angelo Gabriele che Dio ha mandato a Nazaret alla vergine Maria: « Ti saluto, o piena di grazia, il Signore è con te » (Luca 1, 28).

La Chiesa nel corso della sua storia, di secolo in secolo, ha meditato con l’intelligenza della fede, che ad essa viene donata dallo Spirito Santo, sia le parole di Dio rivolte al serpente antico sia quelle che l’angelo ha indirizzato alla fanciulla di Nazaret, ed è così giunta al convincimento comune e certo che Maria Santissima, sola fra tutte le donne, è stata sempre immune dal peccato originale: un convincimento, questo, che è stato proclamato nel 1854 davanti a tutta la Chiesa con la definizione del Papa Pio IX con le seguenti parole: « …con l’autorità del Signore Nostro Gesù Cristo, dei beati Apostoli Pietro e Paolo, e Nostra, dichiariamo, pronunciamo e definiamo che la dottrina la quale ritiene che la beatissima Vergine Maria, nel primo istante della sua concezione, per singolare grazia e privilegio di Dio onnipotente, ed in vista dei meriti di Gesù Cristo Salvatore del genere umano, sia stata preservata immune da ogni macchia di colpa originale, è dottrina rivelata da Dio, e perciò da credersi fermamente e costantemente da tutti i fedeli » (Bolla Ineffabilis Deus).

« Da tutti i fedeli ». Pio IX non pensava solo ai fedeli di allora, ma anche a quelli che sarebbero venuti in seguito: in un certo senso, pensava anche a noi. E noi oggi, proprio in questa meravigliosa Basilica dell’Immacolata che ha l’onore di essere nel mondo la prima costruita a ricordo della proclamazione del dogma dell’Immacolata Concezione di Maria, vogliamo confessare con fermezza la nostra fede: una confessione che può diventare più significativa se penetriamo con amore e insieme a Maria quanto scrive l’evangelista san Luca.

A queste parole ella rimase turbata

Egli ci riferisce la reazione della Madonna al saluto dell’angelo: « A queste parole ella rimase turbata e si domandava che senso avesse un tale saluto » (Luca 1, 29). Ma perché « turbata »? Per il contenuto inaspettato di quel saluto, e dunque per quella « pienezza di grazia » che le veniva attribuita, anzi che in qualche modo definiva il suo nome, la sua identità. In termini ancora più vivi e personali, Maria era turbata per quella « comunione » che il Signore, secondo l’angelo, aveva instaurato con lei.

La vergine non pensava certo al suo proprio concepimento, tutto avvolto e penetrato di santità e di grazia. Comunque questo suo « turbamento » era solo l’inizio di una meraviglia e di uno stupore ancora più sconcertanti, quelli che in lei avrebbe suscitato l’angelo con le successive parole sul concepimento nel suo grembo verginale del Figlio di Dio: « Ecco concepirai un figlio, lo darai alla luce e lo chiamerai Gesù. Sarà grande e chiamato Figlio dell’Altissimo; il Signore Dio gli darà il trono di Davide suo padre e regnerà per sempre sulla casa di Giacobbe e il suo regno non avrà fine » (Luca 1, 31-33). Un concepimento, questo, del tutto inimmaginabile e impossibile sotto il profilo della razionalità umana. Eppure, proprio nel contesto di una sterilità, volontariamente scelta da questa fanciulla con la sua verginità, lo Spirito di Dio sprigiona il miracolo di una fecondità inedita e sorprendente: « Lo Spirito Santo scenderà su di te, su te stenderà la sua ombra la potenza dell’Altissimo; colui che nascerà sarà dunque santo e chiamato Figlio di Dio » (Luca 1, 35). Oggi siamo chiamati a fare nostra la reazione di Maria, purificandola da ogni ombra di turbamento e di sconcerto e arricchendola di ammirazione e di gaudio spirituale: all’umiltà della serva, Dio risponde con la magnanimità del suo amore. Questo amore, pienamente libero e gratuito, è all’origine di tutti i doni di grazia che colmano il cuore di Maria: il dono supremo della divina maternità della Vergine di Nazaret e tutti gli altri doni, compreso il dono che oggi liturgicamente viene esaltato, quello dell’immacolata concezione. E così questi due singolarissimi doni dell’amore di Dio si collegano intimamente: Maria è voluta immacolata in vista della nascita verginale e santissima del Figlio Gesù. In tal senso la Chiesa all’inizio della Messa d’oggi si rivolge a Dio: « Nell’immacolata Concezione della Vergine hai preparato una degna dimora per il tuo Figlio, e in previsione della morte di lui l’hai preservata da ogni macchia di peccato » (Colletta). E nel Prefazio la Chiesa canta: « Tu (o Dio onnipotente ed eterno) hai preservato la Vergine Maria da ogni macchia di peccato originale, perché, piena di grazia, diventasse degna Madre del tuo Figlio ».

Per essere santi e immacolati

Giustamente, dunque, la liturgia ci invita alla contemplazione gioiosa delle « grandi cose » che il Signore si è degnato di compiere in Maria: « Abbiamo contemplato, o Dio, le meraviglie del tuo amore ». Ma c’è di più. Questa gioia per i doni riservati alla Vergine ci ricorda che nel disegno di amore di un Dio che è Creatore e Padre di tutti viene resa possibile una gioia che riguarda anche la sorte di ciascuno di noi. E dunque anch’io posso ripetere le parole del Magnificat: « Grandi cose ha fatto in me l’Onnipotente » (Luca 1, 49). E’ per la verità l’apostolo Paolo ad invitarci ad elevare al Signore un inno di benedizione: « Benedetto sia Dio, Padre del Signore nostro Gesù Cristo, che ci ha benedetti con ogni benedizione spirituale nei cieli, in Cristo » (Efesini 1, 3).

In che consiste questa « benedizione »? L’apostolo così risponde: « In Lui (Cristo) ci ha scelti prima della creazione del mondo, per essere santi e immacolati al suo cospetto nella carità, predestinandoci ad essere suoi figli adottivi per opera di Gesù Cristo, secondo il beneplacito della sua volontà » (Efesini 1, 4-6). Per essere « santi e immacolati »: questo è il nostro destino, il nostro traguardo finale, e quindi per noi esso giunge solo alla fine e sempre in modo inadeguato; per lei, invece, per Maria esso è sin dall’inizio: sin dal primo istante del suo essere e lungo tutta la sua vita. Così Maria è nostro modello insuperabile e insieme affascinante.

A lei dobbiamo guardare come alla donna perfetta: perfetta nella grazia e santità, perfetta nell’umanità. Nel mezzo di un’umanità peccatrice Dio ha voluto accendere questo segno luminoso di vita e di grazia, per essere punto di riferimento del suo cammino di lotta contro il male, di purificazione dal peccato, di amore e di adesione al bene. Ci è chiesto di guardare a Maria e di lodarla così come ama fare la Chiesa: Tota pulchra es Maria, et macula originalis non est in te.

Ci è chiesto soprattutto di pregarla. Immersi in un clima di superficialità, di indifferenza e non poche volte di spregio degli ideali della bellezza morale e spirituale, sino a esserne quasi insensibilmente contagiati, si fa in noi più vivo il bisogno di rivolgerci all’Immacolata e di pregarla così:

Aiutaci, o tota pulchra,
a capire e a gustare il dono della grazia
e il valore di « una vita immacolata »;
con la tua materna dolcezza e delicata compassione
risana in noi « le ferite di quella colpa »
che non t’ha mai neppure sfiorata;
il tuo splendore di santità
ci affascini e ci sproni a camminare incontro al Signore
con l’adesione piena al vero e al bene;
la tua perfetta fedeltà all’azione dello Spirito
che ti ha colmata di grazia
sostenga anche noi, tuoi figli devoti e da te teneramente amati,
nel rispondere con generosità
ai grandi disegni di amore e di salvezza
ai quali, prima della creazione del mondo, Dio ci ha destinati,
a lode e gloria della sua grazia.
Amen.

Dionigi card. Tettamanzi: « Quando venne la pienezza del tempo, Dio mandò il suo Figlio… » (Galati 4,4). (ottava di Natale nella liturgia Ambrosiana, 2008)

dal sito:

http://www.chiesadimilano.it/or/ADMI/apps/docvescovo/files/1205/Ottava_nella_Circoncisione.doc

CHIESA DI MILANO

Dionigi card. Tettamanzi
Arcivescovo di Milano

Ottava del Natale nella Circoncisione del Signore
41ª Giornata per la Pace
Omelia

Milano – Duomo, 1° gennaio 2008
 
Da Dio il grande dono della pace
attraverso la famiglia  
 
« Quando venne la pienezza del tempo, Dio mandò il suo Figlio… » (Galati 4,4).

« Quando si compirono gli otto giorni prescritti per la circoncisione, gli fu messo nome Gesù… » (Luca 2,21).

Questi due passi, che abbiamo ascoltato nella seconda lettura e nel vangelo di oggi, ci ricordano che siamo qui riuniti a celebrare l’incarnazione di Dio, ossia l’ingresso della persona del Figlio nella nostra storia umana attraverso il popolo dell’alleanza, come inizio di un giorno nuovo, di un tempo pieno.
Carissimi, Cristo Signore in questa celebrazione ci doni luce e slancio per vivere le relazioni personali e sociali, che siamo chiamati ad avere con Dio e tra noi, sempre nel segno dell’amore e della pace.
 
L’ottavo giorno: giorno dello shalom eterno

Il Figlio mandato da Dio, Cristo -ricorda san Paolo ai Galati – è « nato da donna », più precisamente da madre ebrea; ed è « nato sotto la legge », perché si è sottomesso al cammino religioso del popolo ebraico (cfr Galati 4,4). Per questo oggi, ottavo giorno di celebrazione del Natale, noi facciamo anche memoria della circoncisione di Gesù, che avvenne precisamente otto giorni dopo la sua nascita, in conformità alla legge giudaica che la prescriveva come segno nella sua carne dell’appartenenza al popolo di Dio (cfr Luca 2,21).
Ora, nel simbolismo del linguaggio biblico, l’ottavo giorno allude al « giorno dopo il sabato », al « sabato senza tramonto » dello shalom eterno, al giorno della risurrezione di Cristo che lo inaugura. In realtà è in tale giorno che nella storia umana hanno fatto irruzione le energie rigeneratrici del Risorto, dando inizio ad una nuova creazione, che solo alla fine dei tempi si manifesterà per sempre come pienezza di vita, di pace e di amore.
Ma all’uomo interiore già oggi è data la possibilità di anticipare e di pregustare qualcosa della pienezza dello shalom: gli occhi dello Spirito gli permettono di poter vedere al di là delle apparenze e di scoprire la segreta bellezza dell’opera di Dio nascosta nei cuori umani. E questo dono dell’interiorità e della vita dello Spirito – dello Spirito che nei nostri cuori grida Abbà, Padre (cfr Galati 4,6) – è la benedizione per eccellenza. Carissimi, non dimentichiamolo mai! Anche per costruire la pace nel mondo l’unica via feconda è quella che incomincia dalla ricerca di riconciliazione e di pacificazione interiore a partire da se stessi e dal proprio cuore.
Qual è, dunque, la benedizione che da Dio riceviamo e che da lui invochiamo? E’ quella dello Spirito santo che opera nell’uomo interiore: tenendoci sotto la mano paterna e propizia di Dio, la benedizione irradia su di noi la luce del suo volto e in noi effonde amore, gioia e pace.  È pertanto risuonata oggi in modo particolarmente significativo e pregnante la berakah biblica di Dio sul suo popolo, cioè la « benedizione sacerdotale » affidata da Dio ai figli di Aronne, come abbiamo ascoltato nella prima lettura: « Ti benedica il Signore e ti protegga. Il Signore faccia brillare il suo volto su di te e ti sia propizio. Il Signore rivolga su di te il suo volto e ti conceda pace » (Numeri 6,24-26). In questa triplice formula di benedizione ricorre solennemente per tre volte il Nome santo e impronunciabile di Dio, il Tetragramma sacro che nella lettura delle Scritture viene sostituito dagli ebrei con il termine Adonai, il « Signore » nella nostra traduzione.
Ora, pronunciare tre volte il Nome santo di Dio in questa solenne benedizione aveva ed ha per il popolo ebraico – e oggi anche per noi – il significato di rinnovare l’alleanza con il Signore.
Così, all’inizio di un nuovo anno civile, giunge a noi la parola che ci invita a rinnovare l’alleanza con Dio, soprattutto rispetto al nostro impegno per la pace nella vita sociale della città, della nazione, del mondo intero. È dunque particolarmente significativo far coincidere oggi – con questa liturgia dell’ottavo giorno di Natale, che appare così ricca di suggestioni – la Giornata mondiale della Pace, che quaranta anni fa Paolo VI ebbe la felice intuizione di istituire nella data del 1° gennaio.
 
Riuniti per invocare il dono della pace

Proprio per invocare con particolare intensità il dono della pace siamo qui riuniti insieme ai Rappresentanti delle Confessioni che aderiscono al Consiglio delle Chiese Cristiane di Milano. A voi in particolare, fratelli e sorelle in Cristo, rivolgo il mio affettuoso saluto e vi ringrazio per la vostra gradita e importante presenza, una presenza che ci onora e ci dà gioia. Anche sul cammino del Consiglio milanese delle Chiese, che in questo gennaio 2008 compie dieci anni di vita, invochiamo insieme la benedizione di Dio, perché, all’interno della città, coltivi in modo ecumenico la cura pastorale della dimensione interiore dei cristiani di ogni confessione e sappia promuovere un comune annuncio del « Vangelo della pace » a quanti non l’hanno conosciuto, o stanno cercando un senso per la propria vita, o vorrebbero impegnarsi per un mondo nuovo e diverso da quello attuale.   Come Chiesa ambrosiana, intendiamo continuare nel cammino di testimonianza intrapreso e dare particolare rilievo alla comunicazione della fede da parte delle famiglie, che svolgono la loro missione a servizio del Vangelo. Esso sono il luogo primordiale e privilegiato per la trasmissione del sentire, del pensare e del vivere da cristiani.Concludendo la Lettera pastorale alla Diocesi Famiglia comunica la tua fede, esprimevo un auspicio che desidero ripetere all’inizio del nuovo anno: « Lo Spirito santo ci doni le parole per raccontare Gesù, per farlo incontrare ai bambini e ai ragazzi, per renderlo credibile ai giovani e agli adulti, per sentirlo vicino nella carità e per testimoniarlo nella carità. Ci insegni a credere all’amore che è stato riversato nei nostri cuori e a diffonderlo con misura traboccante di tenerezza e profondità » (n. 42).
In particolare rivolgevo l’appello alla famiglia perché, come « scuola dell’amore e del dono di sé », aprisse ogni giorno le sue porte facendo risuonare una « voce di speranza » per la ricostruzione di un tessuto sociale di giustizia, di solidarietà e di pace. Scrivevo, tra l’altro: « Oggi, in modo del tutto particolare, la nostra società ha forte la necessità di riscoprire la famiglia come risorsa insostituibile e decisiva per il suo futuro. Le nostre famiglie, d’altra parte, ricordino che il vincolo di libertà e d’amore che le costituisce è loro donato non solo per se stesse, ma per la vita del mondo » (n. 34). L’amore di Dio è in mezzo a noi: questo è l’annuncio del regno che il Signore ci chiede non solo di approfondire nelle nostre comunità, ma di portare all’intera famiglia umana, perché divenga comunità di pace.
 
Famiglia umana, comunità di pace

Proprio Famiglia umana, comunità di pace è il tema che Benedetto XVI ha proposto per la celebrazione dell’odierna Giornata mondiale della pace.Il messaggio per questa giornata trova il suo cuore nella singola famiglia considerata come « la prima e insostituibile educatrice alla pace ». In realtà, « in una sana vita familiare si fa esperienza di alcune componenti fondamentali della pace: la giustizia e l’amore tra fratelli e sorelle, la funzione dell’autorità espressa dai genitori, il servizio amorevole ai membri più deboli perché piccoli o malati o anziani, l’aiuto vicendevole nelle necessità della vita, la disponibilità ad accogliere l’altro e, se necessario, a perdonarlo » (n. 3). Il messaggio si chiede: « Dove mai l’essere umano in formazione potrebbe imparare a gustare il ‘sapore’ genuino della pace meglio che nel ‘nido’ originario che la natura gli prepara? ». E risponde: « Il lessico familiare è un lessico di pace; lì è necessario attingere sempre per non perdere l’uso del vocabolario della pace. Nell’inflazione dei linguaggi, la società non può perdere il riferimento a quella ‘grammatica’ che ogni bimbo apprende dai gesti e dagli sguardi della mamma e del papà, prima ancora che dalle loro parole » (n. 3). Per questo, come recita la stessa Dichiarazione universale dei diritti umani, la famiglia « ha diritto ad essere protetta dalla società e dallo Stato » (Art. 16/3). E’ un’affermazione, questa, che tocca inevitabilmente il problema della pace, come rileva il messaggio: « Chi anche inconsapevolmente osteggia l’istituto familiare rende fragile la pace nell’intera comunità, nazionale e internazionale, perché indebolisce quella che, di fatto, è la principale ‘agenzia’ di pace. E’ questo un punto meritevole di speciale riflessione: tutto ciò che contribuisce a indebolire la famiglia fondata sul matrimonio di un uomo e una donna, ciò che direttamente o indirettamente ne frena la disponibilità all’accoglienza responsabile di una nuova vita, ciò che ne ostacola il diritto ad essere la prima responsabile dell’educazione dei figli, costituisce un oggettivo impedimento sulla via della pace. La famiglia ha bisogno della casa, del lavoro o del giusto riconoscimento dell’attività domestica dei genitori, della scuola per i figli, dell’assistenza sanitaria di base per tutti. Quando la società e la politica non si impegnano ad aiutare la famiglia in questi campi, si privano di un’essenziale risorsa a servizio della pace » (n. 5).
Il riferimento alla famiglia – ad una realtà domestica – non impedisce al Papa di richiamare con forza le grandi questioni mondiali, come la proliferazione delle armi nucleari, l’ambiente inquinato, lo sfruttamento irresponsabile delle risorse energetiche a scapito dei Paesi poveri, l’ingiusta distribuzione delle ricchezze, ecc. Al contrario il riferimento alla famiglia diviene paradigmatico, nel senso che in essa la grande famiglia umana deve trovare i veri criteri e le giuste linee di sviluppo per una convivenza dalla fisionomia « familiare », e dunque solidale e pacifica. « Anche la comunità sociale, per vivere in pace, è chiamata a ispirarsi ai valori su cui si regge la comunità familiare » (n. 6).
 
La legge morale comune e il dialogo via alla pace

In realtà, come umanità siamo « una grande famiglia », viviamo tutti « in quella casa comune che è la terra », siamo responsabili gli uni degli altri perché « non viviamo gli uni accanto agli altri per caso; stiamo tutti percorrendo uno stesso cammino come uomini e quindi come fratelli e sorelle » (cfr. n. 6). In questa prospettiva si deve rilevare come punto fondamentale e decisivo il riconoscimento di una legge morale comune: « Una famiglia vive in pace se tutti i suoi componenti si assoggettano ad una norma comune: è questa ad impedire l’individualismo egoistico e a legare insieme i singoli, favorendone la coesistenza armoniosa e l’operosità finalizzata. Il criterio, in sé ovvio, vale anche per le comunità più ampie: da quelle locali, a quelle nazionali, fino alla stessa comunità internazionale. Per avere la pace c’è bisogno di una legge comune, che aiuti la libertà ad essere veramente se stessa, anziché cieco arbitrio e che protegga il debole dal sopruso del più forte » (n. 11). Sono in questione, certo, le norme giuridiche che regolano i rapporti delle persone tra loro, ma ancor prima è in questione la norma morale basata sulla natura delle cose.
La grande sfida – sempre aperta e sempre più complessa in un mondo globalizzato e pluralista – riguarda le modalità con cui possiamo giungere alla conoscenza consensuale e universalmente condivisa di una legge morale comune a tutti gli uomini, su cui fondare anche le norme giuridiche. Sono convinto che il dialogo è e resta la grande, l’unica via di pace per poter arrivare a mete di pace e a rilevare, nello stesso tempo, come un consenso unanime sui principi fondamentali, che presiedono alla convivenza sociale sulla terra e che è indispensabile siano condivisi da parte di tutti, è una meta di pace non facile né ovvia. Proprio per questo oggi è del tutto irrinunciabile ed urgente promuovere il dialogo intessuto di reciproco ascolto e rispetto tra persone che rappresentano ed esprimono visioni e tradizioni differenti, legate alla diversità di etnie, culture, filosofie, teologie, religioni, confessioni, ecc. Sì, persino tra noi cristiani, nelle non facili questioni dell’etica, non abbiamo sempre unanimità di visioni. Si tratta di constatarlo senza irrigidimenti, si tratta di cercare di capire le ragioni altrui senza peraltro sbiadire le proprie o persino rinunciarvi, si tratta di testimoniare la genuinità della fede senza cadere in fondamentalismi confessionali. Dobbiamo aiutarci, tra cristiani di diverse tradizioni confessionali, a non confondere la testimonianza personale e comunitaria, alla quale ci chiama la radicalità del Vangelo, con la testimonianza del nostro apporto civile e laicale alla ricerca del bene comune, che in una società democratica e pluralista è da discernere in dialogo con i contributi espressi dalle diverse sensibilità e visioni. Il Signore ci aiuti nel rinnovare l’impegno – espresso dalla Charta Oecumenica che lo scorso aprile abbiamo firmato come Chiese di Milano e che la terza Assemblea ecumenica europea ha ribadito a Sibiu in Romania nel settembre scorso – « ad essere aperti al dialogo con tutte le persone di buona volontà, a perseguire con esse scopi comuni e a testimoniare loro la fede cristiana », perché « Gesù Cristo, Signore della Chiesa una, è la nostra speranza di riconciliazione e di pace » (Charta Oecumenica 12, conclusione).
 
Cristo, nostra speranza!

Siamo seguaci del Dio dell’Incarnazione ed è proprio della fede cristiana di essere « realistica »: di non nascondersi le « ombre cupe » che pesano sul futuro dell’umanità, le « tensioni crescenti » in Africa e nel Medio Oriente, l’aumentare della corsa agli armamenti, ecc. Ma il realismo dei cristiani non li conduce al pessimismo, perché una grande speranza pervade il loro cuore e la loro vita: è la speranza che crede nella presenza di Dio e del suo amore in ogni stagione storica dell’umanità, che è alimentata dalle tante famiglie che nella quotidianità assolvono il loro compito di « educatrici alla pace », che è sostenuta dall’impegno umile e coraggioso dei moltissimi « operatori di pace ».Confessiamo con gioia a tutti questa nostra fede: Cristo Signore, sei tu la nostra speranza, speranza di riconciliazione e di pace. Non saremo confusi in eterno! 

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