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Trasmettere la fede celebrandola in famiglia (2Tim 1,1-7) (Carlo Maria Martini)

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Trasmettere la fede celebrandola in famiglia (2Tim 1,1-7)

Questa grazia chiediamo: che le nostre famiglie – anche quelle magari un po’ più lontane – sappiano insegnar così la catechesi. È facile, perlomeno non così difficile, far pregare i bambini, incominciando appunto con qualche preghiera legata soprattutto alle feste, alle ricorrenze principali. E così, a poco a poco quel pensiero di Dio oggi tanto lontano dal nostro mondo occidentale, talora oltretutto presentato così astratto, diventerà di nuovo concreto e vitale…

Poiché questa nostra è una lectio divina, prima di ascoltare la Parola di Dio prolunghiamo ulteriormente l’invocazione al Signore, implorando il dono di una lettura feconda.
 
Spirito Santo,
che hai ispirato queste parole della Scrittura,
donaci di penetrarle con animo libero,
di conoscere la tua grazia, la misericordia del Padre,
la potenza di Gesù, e di sentirle nel nostro cuore!
Per Cristo nostro Signore.
Amen
 
Sostiamo a questo punto sui versetti iniziali di 2Tim 1, facendone occasione di riflessione con qualche domanda, che mi permetterò di rivolgere direttamente allo stesso Timoteo, provando ad ascoltarne le risposte che saprebbe fornirci.
 
[1.1] Paolo, apostolo di Cristo Gesù per volontà di Dio, per annunziare la promessa della vita in Cristo Gesù, [1.2] al diletto figlio Timòteo: grazia, misericordia e pace da parte di Dio Padre e di Cristo Gesù Signore nostro.
[1.3] Ringrazio Dio, che io servo con coscienza pura come i miei antenati, ricordandomi sempre di te nelle mie preghiere, notte e giorno; [1.4] mi tornano alla mente le tue lacrime e sento la nostalgia di rivederti per essere pieno di gioia. [1.5] Mi ricordo infatti della tua fede schietta, fede che fu prima nella tua nonna Lòide, poi in tua madre Eunìce e ora, ne sono certo, anche in te.
[1.6] Per questo motivo, ti ricordo di ravvivare il dono di Dio che è in te per l’imposizione delle mie mani. [1.7] Dio infatti non ci ha dato uno Spirito di timidezza, ma di forza, di amore e di saggezza.
[1.8] Non vergognarti dunque della testimonianza da rendere al Signore nostro, né di me, che sono in carcere per lui; ma soffri anche tu insieme con me per il vangelo, aiutato dalla forza di Dio! [1.9] Egli infatti ci ha salvati e ci ha chiamati con una vocazione santa, non già in base alle nostre opere, ma secondo il suo proposito e la sua grazia; grazia che ci è stata data in Cristo Gesù fin dall’eternità, [1.10] ma è stata rivelata solo ora con l’apparizione del salvatore nostro Cristo Gesù, che ha vinto la morte e ha fatto risplendere la vita e l’immortalità per mezzo del vangelo, [1.11] del quale io sono stato costituito araldo, apostolo e maestro.
                                                                                                             (2Tim 1,1-11)
 
1. Un mondo di affetti intensi
Nel Nuovo Testamento questa seconda lettera a Timoteo (2Tim) – insieme alla prima a Timoteo (1Tim), nonché a quelle inviate a Tito (Ti) e Filemone (Filem) –, è una delle poche scritte a destinatari singoli e «privati», dal momento che la maggioranza delle lettere paoline e delle restanti apostoliche sono per lo più indirizzate a comunità.
In questo pacchetto di lettere indirizzate a singoli destinatari, la 2Tim possiede l’originalità di essere certamente la più affettuosa e ricca di emozioni, la più intima e familiare. Traboccante di affetti profondi, merita d’essere letta proprio con tutta la profondità del nostro cuore.
Nell’intestazione (quella che di solito apponiamo sopra la busta, indicando chi scrive – cioè Paolo – e a chi si scrive – appunto a Timoteo–) Paolo si qualifica come apostolo di Cristo, dotato quindi di un’autorità proveniente da Cristo stesso, per volontà di Dio, quindi in obbedienza al disegno di salvezza di Dio sull’umanità. Il tutto nel nome del compito apostolico: «per annunziare la promessa della vita in Cristo Gesù». Scopo di Paolo apostolo è quindi di infondere speranza, conforto, gioia, apertura di cuore. Così, egli si rivolge a Timoteo chiamandolo «mio diletto» – cioè amato –, anzi: «mio diletto figlio», forse perché appunto suo figlio spirituale nel Battesimo, avendolo lui generato alla fede. Vorrei attualizzare, considerando come, a mia propria volta, anch’io potrei senz’altro rivolgermi così a Mons. Merisi, come diletto figlio, perché per parte mia l’ho generato nel sacramento dell’episcopato. E provo a parafrasare così: A te, diletto Timoteo, a te, Mons. Giuseppe Merisi – e naturalmente per estensione a tutti voi qui presenti, eccomi propiziare e augurare, nella speciale comunione liturgica – questi tre doni divini meravigliosi – grazia, misericordia, e pace da parte di Dio Padre, e di Gesù Signore nostro –  doni che escludono ogni amarezza, timore, o sospetto, e ci immettono nella serenità, limpidità, trasparenza del Padre e del Figlio.
Appena dopo l’intestazione consueta, la lettera esordisce con il solito ringraziamento dell’apostolo elevato a Dio per tutti i suoi benefici. Qui però il ringraziamento è molto breve: anzi, nemmeno ne viene espresso il motivo, sentendosi Paolo subito sollecitato a passare all’intensità delle memorie. Memoria anzitutto di sé, del proprio impegno al servizio di Dio: «Ringrazio Dio, che io servo con coscienza pura come i miei antenati». Colpisce qui che Paolo consideri la propria fede, il proprio apostolico servizio di Dio collocandolo nella identica linea di continuità dei suoi stessi antenati, cioè, evidentemente, in virtù della sua fede ebraica! Certo, c’è stato il fatto di Gesù, straordinario. Ma Gesù non ha rotto questa continuità, sicchè anche in questa occasione, Paolo è in perfetta comunione con i suoi antenati, così come già in At 23, là dove, a un certo momento, in mezzo ad una concitatissima assemblea, rivolgendosi ai suoi fratelli ebrei, soprattutto farisei, esclama: «Fratelli, io sono un fariseo, figlio di farisei; sono chiamato in giudizio a motivo della speranza nella risurrezione dei morti!» (At 23,6). Evidentemente Paolo non avverte nessuna sostanziale diversità rispetto alla loro fede, al contrario si riconosce in perfetta continuità, anche se è intervenuta la grande novità di Cristo (ma in continuità perfetta con ciò che credevano i suoi antenati).
Questo Paolo, che si sente in forte e lineare continuità con il proprio popolo, si ricorda sempre di Timoteo nelle sue preghiere, notte e giorno (2Tim 1,3). Permettetemi un’altra attualizzazione personale: anch’io a Gerusalemme prego notte e giorno per tutte le intenzioni di mia conoscenza, qui a Milano, in Lombardia, e del mondo intero, e posso quindi capire cosa voglia dire: «mi ricordo di te nelle preghiere». In particolare, tornano alla mente di Paolo le lacrime di Timoteo (1,4). Nella prospettiva di una lettera molto sensibile alla dimensione personale, probabilmente Paolo va rammentando qui il momento del loro congedo, quando cioè Timoteo dovette distaccarsi  proprio da lui, suo maestro e padre nel vangelo. Aggiungendo subito: «sento la nostalgia di rivederti per essere pieno di gioia»,  si dimostra pieno di sentimenti e di affetto vivi (come quando scrive ai Filippesi e la prima ai Tessalonicesi). Sull’onda dei ricordi, Paolo ha poi ben presente la fede schietta di Timoteo,«fede che fu prima nella tua nonna Lòide, poi in tua madre Eunìce e ora, ne sono certo, anche in te» (1,5). Anche qui, nessuna soluzione di continuità. Tra la mamma e la nonna di Timoteo da un lato e lo stesso Timoteo dall’altro, è intervenuto nientemeno che Gesù, morto e risorto. Ma Nonna Lòide e Mamma Eunìce credevano con quella medesima fede comunque giunta aanche a Timoteo, e che a propria volta raggiunge la sua pienezza con la fede nella risurrezione di Gesù, in ogni caso fondata sulla stessa solidità su cui sta fondata la fede dei suoi antenati.
 
2. Una buona grammatica di fede: verbi, aggettivi, nomi e metafore di Dio
Proprio questa solida fede ebraica vorrei un poco approfondire, magari di nuovo interpellando direttamente a Timoteo, domandandogli:
 «Timoteo, qual era questa tua  fede, qual era la fede della tua nonna, la fede di tua madre?».
E ho ragion di credere che egli potrebbe risponderci più o meno così:
 «È come la vostra, certamente. Forse con qualche diversa sfumatura, perché voi – direbbe Timoteo –, voi occidentali, partite sempre dall’alto delle definizioni concettuali. Dovendo parlare di Dio, cercate subito un nome altisonante e grandioso, come p. es. “motore immobile” (Aristotele parlava così), o “essere supremo”, o “principio e fine di ogni cosa”. Cercate cioè un nome con cui definire Dio. Invece, nella nostra fede di matrice ebraica, noi non abbiamo cercato anzitutto questo nome. Infatti la grammatica – per così dire – della nostra fede, partiva  e parte piuttosto dai verbi, che dai nomi, passa per gli aggettivi, e arriva ai nomi soltanto in conclusione, e sempre intendendoli come metafore. Non abbiamo mai tentato di dare un nome a questo essere misterioso che pure si è davvero definito “Sono Colui che sono!”, ma restando quindi nell’ombra del mistero».
A questo figlio diletto di Paolo, torniamo allora a chiedere:
 «Spiegaci un po’ questa grammatica della tua fede. Quali sono questi verbi attraverso i quali voi avete conosciuto Dio, non passando per una definizione astratta, ma attraverso la percezione di un agire concreto?».
«Ebbene – risponderebbe ancora Timoteo –, se ne potrebbero menzionar molti di questi verbi. Ma io ve ne menziono solo qualcuno».
Potremmo dire anzitutto: Dio crea il cielo, la terra, l’uomo, tutto ciò che abita nella terra, come dice il profeta: «Il Signore Dio crea i cieli e li dispiega, distende la terra con ciò che vi nasce, dà il respiro alle genti che la abitano e l’alito a quanti camminano su di essa» (Is 42,5). Ecco come è concreta questa descrizione! Inoltre, Dio è «Colui che fa promesse, per esempio ad Abramo: «Giuro per me stesso, oracolo del Signore, io ti benedirò con ogni benedizione, renderò molto numerosa la tua discendenza come le stelle del cielo, e come la sabbia che è sul lido del mare» (Gen 22,16-17). Quindi, un Dio che promette. Ma anche un Dio che libera. Dice a Mosè: «Di’ agli Israeliti, io vi libererò dalla loro schiavitù (degli Egiziani) e vi libererò con braccio teso e con grandi castighi» (Es 6,6). Dio libera, Dio riscatta, Dio salva. «Non temere» – dice – «perché io ti ho riscattato, ti ho chiamato per nome» (Is 43,1). Dio quindi libera, riscatta, salva, comanda: «osserva dunque ciò che io oggi ti comando. Queste sono le cose che il Signore ha comandato di fare» (Es 34,11;35,1).
Si dice anche, in quella bella apertura della trasmissione radiofonica che io ascolto ogni mattina a Gerusalemme: SHEMÂ ISRA’EL, ’ADONAJ ’ELOHENU, ’ADONAJ ’EHAD: «Ascolta Israele: il Signore tuo Dio è uno solo! Amerai dunque il Signore tuo Dio con tutto il tuo cuore» (Dt 6,4ss.),… .Dio comanda, ordina.
Ancora qualche altro verbo per Dio che guida e che perdona:
 «Ricordatevi» – dice al popolo, dopo il cammino nel deserto – «ricordatevi di tutto il cammino per cui il Signore vi ha guidato in questi quarant’anni nel deserto» (Dt 6,2ss.).«Pesano su di noi le nostre colpe» – confessa il Sl 64,4– «ma tu perdoni i nostri peccati!». E poi ancora tantissimi altri verbi, che troviamo leggendo la Scrittura: Dio chiama Mosè dal roveto ardente; Dio sceglie il suo popolo per amore…Tutti questi verbi designano non tanto un essere misterioso, sconosciuto, al di là delle nubi, ma Qualcuno che si coinvolge con l’uomo, viene a toccare la nostra esistenza, si fa nostro partner – per così dire, – e che ci coinvolge nel suo stesso coinvolgimento. Per questo la parola chiave spesso usata è patto (berit), cioè il rapporto liberamente instaurabile tra due soggetti, rapporto che deve essere fatto di lealtà, di fedeltà, di amore. Quindi è un Dio la cui indipendenza è chiara, ma è come presupposta. Ci importa soprattutto il fatto che in ogni caso egli opera per noi, ci è vicino. Fa – per così dire – il tifo per noi, si mette dalla nostra parte, ci sorregge, ci spinge, ci chiama, ci anima.
Ecco la fede ebraica, come l’aveva ricevuta Timoteo prima del battesimo: concepita non astrattamente, ma a partire da esperienze concrete, dalle azioni messe in opera da Dio, espresse attraverso tutti questi verbi.
Ma da questa molteplicità di suoi interventi espressi dai verbi, si ricavano poi gli aggettivi che servono a qualificare questo essere misterioso così vicino all’uomo.
Ricordiamo tutti l’impressionante serie di aggettivi di Es 34,5-7, là dove Mosè, mentre Dio gli passa davanti (di spalle, tuttavia, perché faccia a faccia sarebbe un incontro insostenibile per chiunque: Es 33,18-23), lo sente gridare lui stesso il proprio nome:
 
«Il Signore, il Signore,
Dio misericordioso e pietoso,
 lento all’ira, ricco di grazia e di fedeltà,
che conserva il suo favore per mille generazioni,
che perdona la colpa, la trasgressione…!».
 
Ecco dunque anche degli aggettivi – ricavati dai verbi – capaci di qualificare questo Dio.
I verbi vengono dunque per primi, a indicare le azioni costanti di Dio. Per secondi, invece, intervengono gli aggettivi, che tentano di caratterizzarne l’azione costante (p. es. Es 34,6-7). Solo in terzo luogo, ecco allora arrivare i nomi di Dio, non vere e proprie definizioni dell’essere supremo, ma più spesso semplici ed efficacissime metafore, distinte dagli esegeti in diverse categorie, quando – per esempio – parlano di metafore di governo piuttosto che di metafore di sostegno.
Metafore di governo sono quelle che proclamano che Dio è giudice (Sal 7; 9; 75; 94; 96), re (Is 6; Dn 4; Sal 29; 96; 145), guerriero vittorioso (Es 15,1-18; Is 40,10; 52,10). Dio è padre (Dt 32,6; Is 63,10; 64,7; Ger 3,19-20; Mal 2,10; Sal 103,9-14), madre (Dt 32,18; Is 66,13).
Metafore di sostegno: Dio è pastore (Is 40,10-11; Sal 23), artista (Gen 2,7-8; Is 45,9.11.18…), vignaiolo (Es 15,17; Is 5,1-7; Ger 2,21…), guaritore (Dt 32,39; Os 6,1). In ogni caso, tutte metafore[2].
«Ecco la nostra fede» – direbbe Timoteo –, «quella che ho ricevuto da mia mamma Eunìce e da mia nonna Loide, la fede che fu ed è capace di accogliere Gesù, come la presenza di Dio che si fa vicino alla nostra storia!».
 
3. Trasmettere la fede celebrando la festa in famiglia
A questo punto legittimamente voi tutti mi domanderete: ma da questa visione del passato quali conclusioni derivano per la nostra trasmissione della fede, per la nostra catechesi?
Voglio riferirmi ancora qui all’esperienza del popolo ebraico, quella che quotidianamente vado facendo in Israele, dove per trasmettere la fede non ci sono catechismo, catechisti, e nemmeno ore di religione. Come viene allora trasmessa la fede? In famiglia, non attraverso delle definizioni astratte, fatte imparare a memoria, ma attraverso la celebrazione delle varie feste. Le feste sono il grande luogo di insegnamento della fede per il bambino ebraico. E le feste, per esempio in questi giorni – io sono stato assente, ma l’anno scorso ero presente, si celebrava la festa bellissima del capodanno ebraico, Rosh-haschanah, che cade a settembre, appunto all’inizio dell’anno. Poi la festa  autunnale di Sukkot, cioè dei Tabernacoli o delle Tende, legata al raccolto dei frutti della terra, quando, nel giardino di casa o sul piccolo terrazzo, o sul balconcino ogni famiglia, con qualche semplice stuoia o frasca, si costruisce una casetta dove per una settimana si reca a pregare e a mangiare certi cibi, per non dimenticarsi dei quarant’anni di cammino nel deserto, quando Israele, prima di vivere dei frutti della terra promessa, veniva sostentato gratuitamente tutti i giorni dalla mano provvida di Dio. Successivamente ecco lo Yom-Kippur, il giorno solennissimo dell’espiazione, liturgicamente parlando più importante, di digiuno totale. Poi la festa di Chanukkah, che celebra la rinnovazione del tempio. Poi ancora Purim, una parola che vuol dire «sorti», il carnevale ebraico, quando si festeggia il cambio delle sorti con cui gli ebrei, destinati a sterminio, furono salvati per coraggiosa intercessione di Ester presso il re Assuero. E infine la grande festa di Pesach, della Pasqua di liberazione del popolo dalla schiavitù di Egitto, che è solennissima come da noi, cui segue la festa della Pentecoste, della Simchat-Torah,  cioè della «gioia-per-il-dono-della-Legge».
Va detto che ognuna di queste diverse feste è vissuta in famiglia con speciale intensità. Ognuna ha le sue preghiere proprie, che la mamma fa recitare a tutta la famiglia, a tutti i bambini. Per ognuna ci sono giochi, canti e colori propri. E quindi i bambini imparano così, celebrando nella vita, udendo raccontare la storia del popolo e di questo Dio misericordioso, vicino, fedele, presente, attraverso l’esperienza quotidiana.
Tornando a noi, certamente sono molto importanti il catechismo e la catechesi, e come vorrei che quest’ultima fosse promossa e attuata in maniera vigorosa! Ma dobbiamo anche ritornare a scommettere sulla trasmissione in famiglia. E anche qui, appunto, non pretendendo dai genitori di trasformarsi in piccoli teologi che insegnano delle formule a memoria – questo lo potranno quanti sono in grado di farlo – ma soprattutto perché i genitori facciano pregare i figli e celebrino con loro le feste liturgiche nel tempo e modo dovuto.
Ho potuto perciò vedere con gioia un vostro libro di preghiere per la famiglia. Ma queste preghiere vanno inculcate insieme al senso delle diverse festività, per cui abbiamo moltissime splendide occasioni: l’Avvento, il Natale, la Quaresima, la Pasqua, la Pentecoste, il mese di maggio, le feste della Madonna, le feste dei Santi, le feste del santo Patrono.
Se ogni famiglia, in qualche maniera saprà dare anche solo un segno per ognuna di queste feste – non solo nella preghiera, ma anche nel cibo, nei piccoli regali, anche in qualche ornamento esteriore –, allora ecco che il bambino avrà appreso senza bisogno di speciali artifizi di memoria, perchè questa gli si fisserà indelebilmente nelle cose, nell’esperienza vissuta e quindi memorabile, consentendogli di entrare in modo graduale, simpatico, gioioso nell’atmosfera, nel mondo della fede. Ed è così che Paolo poteva appunto far conto sulla fede di Timoteo, e dirgli: «la fede che tu hai ricevuto dalla tua mamma e dalla tua nonna, e che ora è anche in te» (2Tim 1,5).
Questa grazia dunque chiediamo: che le nostre famiglie – anche quelle magari un po’ più lontane – sappiano insegnar così la catechesi. È facile, perlomeno non così difficile, far pregare i bambini, incominciando appunto con qualche preghiera legata soprattutto alle feste, alle ricorrenze principali. E così, a poco a poco quel pensiero di Dio oggi tanto lontano dal nostro mondo occidentale, talora oltretutto presentato così astratto, diventerà di nuovo concreto e vitale; e allora ci sarà quella gioia sentita di chi vive la fede profonda in Dio, in Gesù; di chi vive la gioia della Risurrezione del Signore, l’attesa del suo ritorno, la pienezza della grazia di Dio sparsa sull’umanità intera.
E vorrei quindi concludere come il brano della Lettera a Timoteo, dicendo anzitutto a me e al mio carissimo confratello, mons. Giuseppe Merisi: «Ravviviamo il dono di Dio che è in noi per l’imposizione delle mani!» (cf 2Tim 1,6). Un appello questo valido certo per tutti i presbiteri, i diaconi, i vescovi; ma anche estensibile proprio alle famiglie, che vivono del sacramento del matrimonio, e a tutti quanti i credenti senza differenze in forza del sacramento del Battesimo e della Cresima.
«Dio infatti non ci ha dato uno Spirito di timidezza». In tanti modi e non senza motivo, di questi giorni si va scrivendo di una certa paura e timidezza dell’Europa, quasi quella afasica di chi se ne sta così, a bocca aperta, senza parlare nè sapersi pronunciare. Ebbene, poiché «Dio non ci ha dato questo spirito di timidezza, ma di forza, di amore e di saggezza!» (1,7), proprio questo Spirito auguro e invoco per il vostro Vescovo, per tutti voi, per l’intera Chiesa italiana: ma anche per tutte le nostre realtà, perché sappiamo proclamare con fermezza, gioia e fede che il Signore è risorto e vive, ci ama, ed è qui in mezzo a noi.
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[1] Giuseppe Merisi Vescovo di Lodi, Educare alla fede oggi: il coraggio di raccogliere la sfida. Piano Pastorale Diocesano 2006-2009, Sollicitudo Arti Grafiche Lodi 2006.
[2] Per parlare di Dio con le metafore bibliche dominanti, come pure secondo la sequenza qui proposta (verbi-aggettivi-nomi), si consulti W. Brueggemann, Teologia dell’Antico Testamento. Testimonianza, dibattimento, perorazione (BB 27),  Queriniana Brescia 2002, 198-418.
(Teologo Borèl) Novembre 2006 – autore: card. Carlo Maria Martini

Le tenebre dell’uomo Paolo (Carlo Maria Martini)

 dal sito:

http://www.atma-o-jibon.org/italiano7/martini_confessioni_di_paolo3.htm
 
CARLO MARIA MARTINI
 
Le tenebre dell’uomo Paolo

Ci proponiamo in questa meditazione di approfondire un aspetto dell’evento di Damasco: «la cecità» che segue immediatamente la conversione. Le tenebre non soltanto del Paolo storico, ma di Paolo come uomo che vive questo momento di tenebra.
Il tema è difficile perché tocca le tenebre che sono in noi e che non vorremmo mai affrontare. È un tema penitenziale. Chiediamo la grazia dello Spirito Santo per entrarvi con verità e con apertura di cuore:
O Signore, tu ci scruti e ci conosci, sai quanto siamo incapaci di comprendere il tuo e il nostro mistero. Conosci la nostra incapacità a parlare di queste cose con verità. Ti chiediamo, o Padre, nel nome di Gesù: manda a noi il tuo Spirito che scruta le profondità dell’uomo, che sa ciò che c’è dentro di noi, perché ci renda capaci di conoscerci come siamo conosciuti da te nelle profondità del nostro male, con amore e con misericordia. Fa’ che noi guardiamo con occhio vero ciò che c’è in noi di peso, opacità e opposizione a te; fa’ che sappiamo guardarlo nella luce misericordiosa che viene dalla morte e risurrezione del tuo Figlio, Gesù Cristo nostro Signore, che con lo Spirito vive e regna con te per tutti i secoli. Amen.
È stato importante definire la conversione di Paolo come « rivelazione e illuminazione ». Ora ci domandiamo come mai dopo la conversione Paolo è cieco.
Questo fatto è sottolineato, con una certa enfasi, dal racconto degli Atti: «Saulo si alzò da terra ma, aperti gli occhi, non vedeva nulla. Cosi, guidandolo per mano, lo condussero a Damasco, dove rimase tre giorni senza vedere e senza prendere né cibo né bevanda» (At 9, 8-9). Si direbbe che l’illuminazione di Cristo, invece di riempirlo di gioia, di luce, di chiarezza, lo abbatte, quasi gli fosse caduta addosso una grave malattia; è incapace a vedere, a nutrirsi, è bisognoso di essere condotto.
La stessa cosa viene ripresa più avanti: «E poiché non ci vedevo più, a causa del fulgore di quella luce, guidato per mano dai miei compagni, giunsi a Damasco» (At 22, Il). E acquistò la vista quando Anania gli si accostò dicendogli: «Saulo, fratello, torna a vedere! E in quell’istante io guardai verso di lui e riebbi la vista» (At 22, 13).
Perché Paolo è colpito da cecità dopo che gli è stato rivelato il mistero luminoso di Cristo?
La cecità nella Scrittura è chiaramente collegata col peccato, col disorientamento dell’uomo, con il suo barcollare incapace di trovare una direzione. È un castigo: Elimas a Cipro viene colpito da cecità per castigo: « Saulo, detto anche Paolo, pieno di Spirito Santo, fissò gli occhi su di lui e disse: « O uomo pieno di ogni frode e di ogni malizia, figlio del diavolo, nemico di ogni giustizia, quando cesserai di sconvolgere le vie diritte del Signore? Ecco, la mano del Signore è sopra di te: sarai cieco e per un certo tempo non vedrai il sole » » (At 13, 9-11). Nel caso di Elimas però il significato simbolico della cecità è molto ben spiegato: egli deve smettere di sconvolgere le vie diritte del Signore, di opporsi, con il suo modo di agire, alla vera immagine di Dio. Quindi è il simbolo dell’uomo incapace di trovare la via giusta, dell’uomo prigioniero delle forze di Satana, «figlio del diavolo, nemico di ogni giustizia », « pieno di frode e di ogni malizia ». È chiaramente l’immagine del peccato, di ciò che nel peccato parte dall’interno: «frode e malizia »; di ciò che parte dall’esterno: «figlio del diavolo »; e nelle conseguenze: «nemico di ogni giustizia ».
Per la cecità di Paolo non è facile invece rispondere, perché gli Atti degli Apostoli non ce la spiegano, ma si limitano a descrivere il fatto a cui l’Apostolo non sembra mai accennare nelle sue lettere.
Cercando di riflettere e di entrare nel suo animo, possono emergere due motivi.
La cecità come riflesso dello splendore di Dio
C’è anzitutto un motivo biblico ricorrente: «L’uomo non può vedere Dio senza morire ». La visione di Dio è luce ma per la carnalità dell’uomo è motivo di spavento e fa percepire all’uomo tutta l’oscurità in cui si trova. A contatto con Dio che è luce, l’uomo si riconosce tenebra. Paolo vive cosi il cammino penitenziale che non era mai stato capace di vivere prima. La conoscenza della gloria di Cristo si riflette nella conoscenza della propria oscurità, vissuta da Paolo simbolicamente, con un simbolo reale, finché la parola della Chiesa, la parola di Anania, non interverrà a dargli il senso della sua accettazione nella Chiesa e della sicurezza di camminare nella via di Dio.
La cecità è il riflesso negativo della gloria di Dio che gli è stata manifestata. È tipico della conversione cristiana il fatto che l’uomo venga a conoscere molto di più se stesso e a spaventarsi delle proprie tenebre quando conosce la luce di Dio, che non attraverso un esame rigoroso, quasi una psicanalisi delle proprie profondità. È al contatto col volto di Cristo che l’uomo si scopre tenebra!
La cecità come cammino penitenziale
Il secondo motivo che può spiegare la cecità è la partecipazione di Paolo al peccato del mondo, la sua inserzione nell’umanità peccatrice.
Ci chiediamo come l’ha vissuta e come gli si è presentata.
Non è necessario lavorare di fantasia, perché Paolo ha avuto modo di esprimere in diverse occasioni la propria visuale della peccaminosità di ogni uomo, dell’abisso di tenebre che è in agguato, sempre, in ciascuno di noi. Esso è vinto soltanto dalla forza di Dio, ma potrebbe riemergere ad ogni momento se Dio non fosse continuamente vincente. E quando la forza di Dio è da noi rifiutata o trascurata, allora torna a galla ciò che Paolo chiamerà il peccato personificato.
Riflettere sulle tenebre che sono nel cuore dell’uomo non è semplicemente fare una meditazione descrittiva di qualcosa che è lontano da noi, ma è realtà che è in noi, anzi è in agguato dentro di noi. La dolorosa esperienza storica di ciascuno di noi sa che questo essere in agguato può trasformarsi, certe volte, rapidamente ed in maniera imprevista, in realtà. È questo un discorso impopolare e difficile da tradurre in linguaggio quotidiano.
Noi oscilliamo sempre fra due posizioni. Da una parte talora deploriamo la malizia dell’uomo, quando vediamo fatti sconcertanti. Intendo accennare alle violenze, a forme di crudeltà tipiche del terrorismo, la crudeltà stessa delle prigioni, con le uccisioni tra detenuti, dove si raggiunge una situazione da inferno e le persone si odiano, pur essendo sottoposte alla stessa pena. Noi stessi rimaniamo attoniti di fronte a certi omicidi barbari che succedono vicino a noi, nel tempo e nello spazio. Dall’altra parte ci culliamo nell’idea degli uomini di buona volontà: tutti hanno buona volontà, tutti sono abbastanza buoni.
Non riusciamo mai a cogliere veramente il fondo di queste due posizioni e ad accordarle tra loro: ci muoviamo un po’ in senso moralistico-deplorativo e un po’ in senso di bonaria comprensione per tutto. Spesso ci manca lo sguardo che sappia vedere il male dell’uomo, ma con misericordia, e non soltanto in maniera deplorativa e pessimistica.
Quali sono dunque le dimensioni delle tenebre e dell’oscurità di cui Paolo ci parla nelle sue lettere, riflettendo su quanto gli è accaduto nel momento della conversione?
Possiamo esprimerle secondo tre livelli diversi:
a) il livello del peccato personale;
b) il livello del peccato fondamentale;
c) il livello del peccato strutturale.

Il peccato personale
A tal proposito i testi da segnalare sono due: «Del resto le opere della carne sono ben note: fornicazione, impurità, libertinaggio, idolatria, stregoneria, inimicizie, discordia, gelosia, dissensi, divisioni, fazioni, invidie, ubriachezze, orge e cose del genere; circa queste cose vi preavviso, come già ho detto, che chi le compie non erediterà il regno di Dio» (Gal 5, 19-21). Siamo al livello dei peccati singoli, personali: è un elenco impressionante dei quattordici atteggiamenti negativi dell’uomo, che Paolo trae dalla esperienza sua e del suo tempo. Una visuale molto realistica ed insieme pessimistica dell’uomo che si muove nell’ambito dei propri interessi.
Sono le opere della carne. Sono le opere che nascono nell’uomo che vive nell’ambito del proprio puro tornaconto. L’uomo si rivela allora come un essere pieno di «fornicazione, impurità, libertinaggio, idolatria, stregonerie, inimicizie, discordia… ». È uno sguardo drammatico sulla società e la gente del suo tempo.
L’altro testo riprende questo quadro con nuove pennellate, facendo una lista di ventuno atteggiamenti negativi: «Poiché hanno disprezzato la conoscenza di Dio, Dio li ha abbandonati in balia d’una intelligenza depravata, sicché commettono ciò che è indegno, colmi come sono di ogni sorta di ingiustizia, di malvagità, di cupidigia, di malizia; pieni d’invidia, d’omicidio, di rivalità, di frodi, di malignità; diffamatori, maldicenti, nemici di Dio, oltraggiosi, superbi, fanfaroni, ingegnosi nel male, ribelli ai genitori, insensati, sleali, senza cuore, senza misericordia» (Rm 1, 2831). È una descrizione che sembra persino retorica tanto è gonfiata nelle parole, ma reale, dei fatti e della società del suo tempo.
Rileggendo queste due liste ci domandiamo che tipo di descrizione è. Sono peccati sociali, cioè peccati nel comportamento verso il prossimo: tutto il modo distorto dell’uomo di agire verso il fratello, frutto di una errata cognizione di Dio, e in ultima analisi di una sbagliata concezione della vita fondata sull’egoismo.
L’Apostolo vuole dimostrare alla gente del suo tempo – che era orgogliosa tanto quanto la nostra, che pensava di avere cultura, civiltà, diritto, leggi, di essere infinitamente superiore ai barbari – che sono dei poveri uomini in preda ad ogni forma di depravazione perché cercano il proprio tornaconto personale.
Paolo fa una descrizione delle cose così come le vive e le vede, ma sa benissimo che ciò che descrive ha radice anche in lui. Secondo la parola fondamentale di Gesù nel cap. 7 di Marco ai vv. 21-22: «Dal cuore dell’uomo nascono queste cose ». E non soltanto dal cuore di un uomo che per caso è nato in situazione disgraziata, ma dal cuore di ogni uomo.
Confrontando la lista paolina con quella di Gesù, cogliamo l’insegnamento fondamentale: tutte queste cose sono dentro di noi.
Sapere che sono dentro di noi ci spinge a prenderle molto più sul serio e a riflettere con attenzione. Pensiamo per esempio a un tema che ricorre in tutte e due le liste: l’invidia. Oppure ai dissensi, divisioni, fazioni. Com’è vero che sono sentimenti che albergano nel nostro cuore! Clemente Romano scrive che Paolo è stato ucciso per invidia: non è stata la persecuzione, la cattiveria dei pagani, ma l’invidia di alcuni che, essendo suoi rivali, lo hanno denunciato. Ciò vuol dire che la comunità cristiana era soggetta a dissensi, rivalità, divisioni, fazioni che ad un certo punto si avvalevano dei pagani per le proprie manovre e le proprie vendette. C’era certamente l’autorità pagana che portava avanti la persecuzione ma non sarebbe arrivata a tanto, nei riguardi di Paolo, se i cristiani fossero stati più uniti.
La stessa morte di Pietro viene attribuita ad invidia, a delazioni e a spinte venute dall’interno del gruppo dei credenti giudeo-cristiani, o di gruppi rivali.
Pensiamo ad altre parole di quella lista: diffamatori e maldicenti, e ci accorgiamo che spesso lo siamo anche noi nel modo di parlare degli altri.
Se continuiamo a rileggere l’elenco, scopriamo come esso è vicino all’esperienza nostra di ogni giorno e che talora questi atteggiamenti emergono in maniera clamorosa, proprio perché è mancata la vigilanza e l’attenzione a cogliere il male dentro di noi e a sottoporlo continuamente alla luce di Dio. Non c’è niente di più dannoso come il venir meno alla vigilanza evangelica che è una delle virtù fondamentali.
Anche il prete che non vigila o che comincia a non vigilare più su di sé, che pensa con la forza dell’abitudine di aver trovato un certo modo di vivere, può soccombere sotto il peso di qualcuna di quelle forze negative descritta da Paolo, che emergono e si affermano in lui.
Queste opere della carne che troviamo nelle lettere dell’ Apostolo servivano da liste penitenziali sulle quali si esaminavano i catecumeni e su cui si confrontavano i cristiani nella loro esperienza di penitenza.
Questo livello del peccato personale ci tocca tutti, perché sono cose immediatamente percepibili nei loro effetti di ingiustizia e sono in noi con le loro radici, nelle propensioni negative che abbiamo.

Il peccato fondamentale
Paolo va ancora in profondità e, seguendo l’insegnamento di Gesù, denuncia il peccato fondamentale che sta alla radice di tutti gli altri: «E poiché hanno disprezzato la conoscenza di Dio, Dio li ha abbandonati in balia d’una intelligenza depravata, sicché commettono ciò che è indegno» (Rm 1, 28).
È questo uno degli aspetti del peccato radicale a cui l’uomo è inclinato e a cui ciascuno di noi è profondamente proteso e inevitabilmente attratto, se la forza di Dio non venisse in nostro soccorso.

Qual è questo peccato fondamentale?
Si può esprimerlo in tanti modi e ciascuno a partire dalla propria esperienza. È «il peccato» di cui Giovanni parla nel quarto vangelo usando quasi sempre il singolare. È, sostanzialmente, il non voler riconoscere Dio come Dio, è il peccato che sta alla radice della rivolta di Satana: non riconoscere che la nostra vita è determinata solo dall’ascolto di Dio.
La radice nascosta, e quindi non facilmente esplicitabile, di tutto ciò che è chiamato laicismo sta proprio qui. Non si tratta di una propensione cattiva, come ad esempio nella scelta del furto, dell’ingiustizia, della menzogna. Il peccato sta nel dire che non c’è bisogno dell’ascolto di Dio, che non è la Parola di Dio a determinare la vita ma, ultimamente, la nostra sola scelta.
Ecco il peccato fondamentale da cui tutto il resto deriva, al quale sono sottese tutte le mancanze personali. Per Paolo la distorsione fondamentale è quella di non riconoscere il Dio del Vangelo; . è la tendenza a negare che l’uomo è fatto per l’ascolto di Dio, a vivere della sua Parola; è il rifiuto istintivo e diabolico in sé, perché irragionevole, di lasciarsi amare e salvare da Dio e di vivere del suo amore. Questo rifiuto può assumere, come in Paolo, persino il colore dello zelo: vantandosi della sua tradizione, della sua onorabilità, egli di fatto rifiutava la misericordia di Dio come determinante per la sua vita.
È il peccato che veramente ha bisogno di essere curato nell’uomo, perché sia curata la radice delle opere della carne. Ingiustizia, malvagità, cupidigia, malizia, invidia non sono semplici fragilità e debolezze ma derivano da un’origine più profonda.
L’uomo è maledettamente scontento di sé e la sua scontentezza è venuta fuori in forme paradossali, abnormi. Questa scontentezza di sé è, in radice, il rifiuto di essere amato, di lasciarsi amare; il fissarsi talmente nella propria autonomia da farsene un idolo, con tutte le reazioni di tristezza o di disperazione che ne seguono e con tutte le conseguenze di crudeltà, di ingiustizia che sono l’apice della malvagità umana. Solo così possiamo spiegare i grandi massacri, anche recenti, della storia, le uccisioni spietate che sono avvenute e che avvengono in momenti di rivolgimenti politici, sociali, in cui si sfoga un’interiore disperazione dell’uomo. Chi è scontento di sé infierisce sugli altri.
Grazie a Dio solo raramente noi incontriamo nella vita questi casi limite: però li incontriamo, ci sono e fanno la storia. Ciò che è avvenuto infatti nei campi di concentramento al tempo di Hitler non si può spiegare se non con questo sorgere del demoniaco rifiuto di Dio.
Paolo parlando di questo peccato ci sconcerta perché, riferendolo a se stesso e ad ogni uomo, sottolinea che è invincibile.
« Sappiamo infatti che la legge è spirituale, mentre io sono di carne, venduto come schiavo del peccato.
Io non riesco a capire neppure ciò che faccio: infatti non quello che voglio io faccio, ma quello che detesto. Ora, se faccio quello che non voglio, io riconosco che la legge è buona; quindi non sono più io a farlo, ma il peccato che abita in me. lo so infatti che in me, cioè nella mia carne, non abita il bene; c’è in me il desiderio del bene, ma non la capacità di attuarlo; infatti io non compio il bene che voglio, ma il male che non voglio» (Rm 7, 14-19).
È una impotenza umana storica, misteriosa, paradossale fino a sfiorare l’assurdo. L’uomo desidera il bene ma si accorge che non lo realizza. Condizionato dalle vicende, dalle tensioni, dalle difficoltà, dalle opposizioni che deve superare, si indurisce e, indurendosi, si rinchiude in sé, si arriccia contro le difficoltà, si rinchiude nel possesso e nell’autodifesa e così rifiuta la dipendenza da Dio, dalla sua Parola e dalla sua misericordia.
Nei casi peggiori resta travolto e nega la trascendenza di Dio. Nei casi migliori, l’uomo arriva a vivere il dualismo per cui nei momenti buoni gli sembra di essere teso all’ascolto della Parola, e poi, nell’incalzare delle circostanze, specialmente avverse – amarezze, delusioni, odii, contrasti, ingiustizie che subisce e che ha voglia di ritorcere – si difende ad ogni costo, si oppone agli altri e soprattutto non fa più riferimento alla Parola di Dio.
Paolo ha toccato con quel « peccato che abita in me » la profonda miseria dell’uomo, difficile a capirsi, però sperimentabile negli effetti, nelle conseguenze, nelle situazioni storiche.

Il peccato strutturale
È la condizione dell’uomo storico per cui, di fatto, nelle durezze della vita si restringe in se stesso e, senza volerlo, diventa avido, ingiusto, difensore del proprio bene ad ogni costo. Non è evidentemente soltanto il frutto della malizia individuale ma è la condizione culturale nel senso vasto della parola, sociale, dell’uomo storico. È il peccato inserito nei sistemi di vita, nella mentalità, nelle idee ricevute; è un modo di essere e di vivere che la Scrittura chiama « mondo », in senso negativo, in cui, aldilà delle belle parole, prevale il tornaconto, il bisogno di sopraffare gli altri, di contrattaccare, di polemizzare per primo per non essere sottomesso. Questa realtà conflittuale noi non l’abbiamo scelta e potremmo, come don Abbondio, pensare di esserne a lato. Resta però il fatto che ci accorgiamo di non poterla sfuggire.
La condizione umana che lo stesso Paolo analizza in modo molto drammatico, non possiamo dire che non sia vera; se riflettiamo con attenzione vediamo che noi stessi ne siamo condizionati. Non poche delle idee ricevute come ovvie sono frutto di questa mentalità, non poche delle nostre scelte istintive sono dovute a questa mentalità. Quando esaminiamo la storia del passato e ci meravigliamo che si siano compiute alcune scelte, anche nella storia della Chiesa – come la tortura o la guerra – dovremmo capire che quella gente viveva secondo le idee ricevute. Era praticamente impossibile per loro sottrarsi ad una certa mentalità, che poteva portare a commettere ingiustizie. Fa parte del cammino storico dell’uomo il vivere sottomessi alla mentalità del proprio tempo e compiere delle scelte inavvertite che forse fra uno o due secoli appariranno sbagliate ma che oggi, istintivamente, compiamo.
Questo peccato strutturale, inserito nella vita sociale, economica e nella mentalità, Paolo lo denuncia, ed è un aspetto della realtà perché, mentre lo denuncia, afferma che nel più profondo del cuore dell’uomo c’è una mentalità opposta: l’apertura a Dio.
L’uomo è prima aperto a Dio che chiuso; però storicamente la chiusura a Dio è quella che scoppia e si manifesta in determinate circostanze.
La salvezza che Dio offre all’uomo è il ritrovare, il rivivere per grazia e per misericordia, nella pienezza dell’incontro con Cristo, la potenzialità di quell’apertura originaria che crea la mentalità del bene, la cultura positiva.
L’uomo non può riconoscere tutto questo se prima non ha la percezione del male. Tale conoscenza del male non dev’essere fonte di pessimismo sistematico; essa è un fatto che ci permette un giudizio vero sulla realtà.
Può spiegare meglio ciò che ho detto sul peccato strutturale e sul modo con cui ci avvolge, un esempio della vita di Gesù. È l’episodio che prelude alla passione: «Gesù si trovava a Betania nella casa di Simone il lebbroso. Mentre stava a mensa, giunse una donna con un vasetto di alabastro, pieno di olio profumato di nardo genuino di gran valore; ruppe il vasetto di alabastro e versò l’unguento sul suo capo. Ci furono alcuni che si sdegnarono fra di loro: « Perché tutto questo spreco di olio profumato? Si poteva benissimo vendere quest’olio a più di trecento denari e darli ai poveri! « . Ed erano infuriati contro di lei. Allora Gesù disse: « Lascia tela stare; perché le date fastidio? Ella ha compiuto verso di me un’opera buona » » (Mc 14, 3-6).
Si tratta di un giudizio su un’azione particolare. Gesù e la donna si trovano soli e coloro che li circondano, agendo per motivi istintivi, condannano quel gesto, non lo sanno capire. È un caso tipico della forza della mentalità che si comunica dall’uno all’altro e non permette l’apertura alla verità di un gesto che ha un significato profetico. Agendo con le convinzioni ordinarie, con quello che sembra il comune buon senso, tutti si mettono contro Gesù che rimane solo.
Paolo vive in sé, e con il mondo con cui si sente solidale, tutta la realtà di questa mentalità comune quando dice: «lo sono uno sventurato! Chi mi libererà da questo corpo votato alla morte? » (Rm 7, 24). In altri termini: non c’è scampo per me di fronte alla realtà di questa situazione. E subito aggiunge: «Sia-. no rese grazie a Dio per mezzo di Gesù Cristo nostro Signore! » (Rm 7, 25).
Nella sua cecità l’Apostolo è penetrato, fino in fondo – al di là di quello che è dato all’uomo normale nel mistero delle tenebre dell’uomo e ha così potuto comprendere la potenza della luce di Cristo e delle sue capacità di rifare un mondo nuovo.
Nell’esperienza delle tenebre ha percepito la potenza dell’illuminazione battesimale a cui, allora, si è sottoposto volentieri per mano di Anania, ricevendo nella Chiesa e dalla Chiesa la potenza di salvezza.
L’enciclica «Dives in misericordia », parlando della inquietudine e delle fonti di inquietudine, dice:
«Evidentemente un fondamentale difetto o piuttosto un complesso di difetti, anzi un meccanismo difettoso, sta alla base dell’economia contemporanea e della civiltà materialistica, la quale non consente alla famiglia umana di staccarsi da situazioni così radicalmente ingiuste» (n. Il). Il Papa applica alla realtà della famiglia umana quella incapacità che Paolo applicava all’uomo: vedo, voglio e non posso. Viene estesa ad una situazione di struttura la realtà che l’uomo sperimenta già nel fondo di sé, nel peccato strutturale che sta in lui.

Paolo e Barnaba: conversione e rottura (C.M. Martini)

dal sito:

http://www.atma-o-jibon.org/italiano7/martini_confessioni_di_paolo6.htm

PAOLO E BARNABA

Conversione e rottura

Rifletteremo sopra un altro episodio fortemente drammatico e oscuro della vita di Paolo: la rottura con Barnaba.
Negli ultimi istanti della sua vita Paolo, ripensando ai momenti che più l’hanno scosso, non avrà dato probabilmente molto peso alla prigionia, alle percosse, ai naufragi, ai trentatré colpi di flagello, insomma alla lista della 2 Cor, 11. Niente pare l’abbia segnato più di questo evento.
Paolo non ne parla mai nelle sue lettere. Questo episodio difficile anche per la nostra interpretazione fa parte di quelle oscurità dell’esistenza attraverso le quali l’uomo di Dio passa, si raffina e si purifica.
Chiediamo al Signore, nella preghiera, di aprirci gli occhi del cuore per capire il significato di questi eventi oscuri nella vita della Chiesa primitiva, nella vita della Chiesa di tutti i tempi e della nostra vita.
Signore Gesù, tu sai che noi passiamo per tanti eventi difficili a capirsi ed incontriamo intorno a noi, nella storia della Chiesa e dei tuoi Santi, tanti avvenimenti di cui non comprendiamo bene il senso. Signore, non ti chiediamo di capire, vorremmo invece saper amare di più, vorremmo trarre da ciò che possiamo comprendere la capacità di amare, perché noi siamo certi che niente ci può separare dal tuo amore, niente ci può separare dalla forza dello Spirito diffusa nei nostri cuori.
Che la forza dello Spirito sia ora presente in noi mentre leggiamo la Scrittura.
Concedici, o Maria, Madre del Signore, che se non sappiamo capire, sappiamo almeno amare. E tutto questo chiediamo a Dio Padre, fonte dell’amore e della luce, che vince ogni oscurità per mezzo di Cristo luce del mondo, nello Spirito fuoco che illumina la nostra notte, per Cristo nostro Signore. Amen.
Procederemo domandandoci:

- prima di tutto chi era Barnaba;
- poi chi era Barnaba per Paolo;
- che cosa è successo;
- con quali conseguenze;
- come Paolo ha vissuto questa lacerazione traumatica.

Chi era Barnaba
Uno dei giganti della Chiesa primitiva, uno dei primissimi che aveva preso sul serio il Vangelo. Non aveva probabilmente conosciuto il Signore, ma era tanto meritevole che Pietro, Andrea, Giacomo e Giovanni, che erano stati col Signore, gli avevano dato fiducia.
È uno dei primi a credere alla parola degli apostoli, uno dei primi che si butta, il primo che vende tutto. Ci viene presentato negli Atti: «Giuseppe, soprannominato dagli apostoli Barnaba, che significa » figlio dell’esortazione », un levita originario di Cipro, che era padrone di un campo, lo vendette e ne consegnò l’importo deponendolo ai piedi degli apostoli» (At 4, 36). In un momento in cui la comunità ancora non significava quasi niente, era un gruppo sparuto di uomini, che potevano apparire fanatici, lui ha creduto, si è sbarazzato di tutto e si è messo totalmente dalla parte degli apostoli e di Cristo. Per questo è chiamato «figlio dell’esortazione, figlio della consolazione ».
Come personalità, Barnaba, era un uomo ricco di sapienza, di ottimismo, irradiava fiducia, e volentieri gli altri camminavano con lui e facevano affidamento su di lui.
Infatti lo vediamo adoperato in missioni di somma importanza. Ritorna il suo nome nel cap. 11 degli Atti: quando si tratta di verificare quello che sta succedendo ad Antiochia, da Gerusalemme inviano Barnaba. Barnaba va ad Antiochia e « quando questi giunse e vide la grazia del Signore, si rallegrò e, da uomo virtuoso qual era e pieno di Spirito Santo e di fede, esortava tutti a perseverare con cuore risoluto nel Signore. E una folla considerevole fu condotta al Signore» (At 11, 23-24).
Barnaba è l’uomo che ha saputo riconoscere l’autenticità del cristianesimo di Antiochia da cui è nato tutto il cristianesimo dell’occidente greco e dell’Asia Minore.
Senza di lui la Chiesa sarebbe rimasta ancora chissà quanto tempo prigioniera delle pastoie giudeo-cristiane di Gerusalemme. Barnaba ha una intuizione profonda, è libero da pregiudizi, da paure, e capisce che ad Antiochia sta operando lo Spirito. È capace anche di mediare: di rassicurare Gerusalemme e di incoraggiare Antiochia, evitando le rotture. Uomo, perciò, prezioso per la primitiva cristianità.

Chi è stato Barnaba per Paolo
È stato d’importanza fondamentale: dopo Anania è l’uomo a cui Paolo deve di più. Anzi ad Anania deve il primo ingresso, la prima accoglienza, ma poi tutto il resto lo deve a Barnaba. Egli è stato per Paolo colui che l’ha cercato (l’abbiamo accennato parlando del periodo doloroso di Tarso), l’ha capito, l’ha sostenuto. È stato l’amico, il padre spirituale, il maestro di apostolato, quello che l’ha introdotto nell’esperienza apostolica.
Vediamo qualche testo. Dopo essere fuggito da Damasco, Saulo va a Gerusalemme: «Cercava di unirsi con i discepoli, ma tutti avevano paura di lui, non credendo ancora che fosse un discepolo» (At 9, 26). Le diffidenze che c’erano state tra Gerusalemme ed Antiochia, ci sono ora, a Gerusalemme, verso questo nuovo arrivato che non si sa bene cosa voglia.
Il testo continua: «Barnaba lo prese con sé, lo presentò agli apostoli e raccontò loro come durante il viaggio aveva visto il Signore che gli aveva parlato, e come in Damasco aveva predicato con coraggio nel nome di Gesù» (At 9, 27).
È molto bello poter commentare questo testo parola per parola. «Barnaba lo prese con sé »: il verbo greco è « epilabòmenos », lo stesso che viene usato per Gesù che prende per mano Pietro che sta per affondare nel lago durante la tempesta (cf. Mt 14, 31). L’immagine che possiamo avere davanti è quella di Paolo smarrito a Gerusalemme: tutti gli chiudono la porta in faccia, non ha neanche dove dormire, e Barnaba va, gli tende la mano e gli dice: «Vieni con me, ti accompagno, ti presento io ».
Per Paolo, attraverso Barnaba, le porte si riaprono. Dicono gli Atti: «Così egli poté stare con loro e andava e veniva a Gerusalemme parlando apertamente nel nome del Signore» (At 9, 28).
Anche in seguito, quando si tratta della comunità di Antiochia, Barnaba è il primo dei profeti: «C’erano nella comunità di Antiochia profeti e dottori: Barnaba, Simeone soprannominato Niger, Lucio di Cirene, Manaen, compagno di infanzia di Erode tetrarca, e Saulo » (At 13, 1). Dunque la gente di Antiochia riconosce i profeti, ma il primo è Barnaba e Saulo è l’ultimo venuto, e sappiamo come: «Barnaba poi partì alla volta di T arso per cercare Saulo e trovatolo lo condusse ad Antiochia; Rimasero insieme un anno intero in quella comunità e istruirono molta gente; ad Antiochia per la prima volta i discepoli furono chiamati cristiani » (At 11, 25-26).
Dietro a questo versetto c’è l’immagine di una meravigliosa collaborazione tra Barnaba e Paolo: Barnaba è il primo dei profeti, Paolo è l’ultimo venuto, ma Barnaba lo sa valorizzare e lo introduce in una attività che diventa la più fruttuosa di tutta la Chiesa antica, quella da cui nasce una cristianità, che si impone talmente che il nome di cristiani deriva da lì. È la comunità che ha cominciato veramente a farsi notare nella storia.
Barnaba è stato tutto questo per Paolo.
Barnaba è anche il primo scelto dallo Spirito per la missione. È descritto l’inizio della missione che poi diventerà la grande missione ai pagani: «Mentre essi – questi profeti – stavano celebrando il culto del Signore e digiunando, lo Spirito Santo disse: Riservate per me Barnaba e Saulo per l’opera alla quale li ho chiamati» (At 13, 2). Barnaba è il primo e Saulo è l’aggiunto. Barnaba è il capo della nuova spedizione; descrivendola, l’autore menziona per primo sempre Barnaba. L’ordine non è mai indifferente: Barnaba è colui che viene riconosciuto ufficialmente capo della missione: al v. 7 dice che arrivarono dal proconsole, persona di senno, « che aveva fatto chiamare a sé Barnaba e Saulo e desiderava ascoltare la parola di Dio ».
Ed ecco che, molto rapidamente, in questa missione la personalità di Paolo comincia ad emergere. Pochi versetti dopo, noi vediamo che l’attore principale della situazione in cui il mago Elìmas viene accecato è Saulo: «Saulo, detto anche Paolo, pieno di Spirito Santo, fissò gli occhi su di lui e disse: O uomo pieno di ogni frode e di ogni malizia» (At 13, 9); e più avanti: «Salpati da Pafo, Paolo e i suoi compagni giunsero a Perge di Panfilia» (13, 13). Barnaba è già ridotto al rango di « compagno ».
Possiamo qui cogliere lentamente il cambiamento psicologico che è avvenuto e la mutazione di ruoli in questa primitiva spedizione.
E purtroppo, proprio poco dopo, quando la mutazione di ruoli è ormai quasi codificata – il primo discorso di missione del cap. 13 degli Atti è attribuito a Paolo e non a Barnaba: «Si alzò Paolo e, fatto cenno con la mano, disse: Uomini di Israele… » (At 13, 16) – accade che. Giovanni-Marco se ne va e la spedizione si restringe di numero.
Durante tutta la prima missione noi assistiamo ad una alternanza di primato tra Barnaba e Paolo.
Nell’episodio di Listra, quando i pagani vedono la guarigione dell’uomo paralizzato e scambiano i due missionari per esseri divini, il testo dice: «Chiamavano Barnaba Zeus e Paolo Hermes » (At 14, 12). In questo caso Barnaba era l’anziano, l’uomo dalla lunga barba che si imponeva come figura di vecchio, Paolo era l’uomo attivo, intraprendente, che sapeva parlare. Quindi i ruoli erano divisi e la gente oscillava nel riconoscere l’uno o l’altro come principale: «Sentendo ciò gli apostoli Barnaba e Paolo si strapparono le vesti e si precipitarono tra la folla, gridando: Cittadini, perché fate questo? » (At 14, 14-15). Barnaba torna ad essere primo nell’ordine.
Poco dopo, nasce un’opposizione radicale alla loro missione ed è Paolo – come dice il testo – ad essere preso a sassate e trascinato fuori dalla città. È chiaro che pur essendo ancora un po’ incerta la designazione di chi era il capo reale della missione, gradualmente Paolo prende importanza di fronte agli occhi della gente. La missione termina senza rotture, a parte l’incidente dell’allontanamento di Marco che lascia amareggiati i due missionari, ma non causa, per il momento, difficoltà.
Il capitolo seguente, il 15 degli Atti, mostra Paolo e Barnaba in strettissima collaborazione, ormai però sempre nell’ordine, prima Paolo e poi Barnaba. I due sono pienamente d’accordo, agiscono con piena concertazione e condivisione di scopi là dove si tratta di resistere all’ingiunzione dei giudaizzanti di circoncidere i pagani convertiti. Tutto il cap. 15 è presentato ancora sotto il segno di una precisa collaborazione fra i due.

Che cosa è accaduto
Verso la fine del capitolo 15 viene presentato il dramma della rottura.
C’è stato il Concilio di Gerusalemme. La lettera è stata consegnata a Paolo, a Barnaba e ad altri due fratelli, Giuda-Barsabba e Sila, perché la portassero ad Antiochia. Scendono ad Antiochia, rimangono là ad insegnare, ad annunciare la Parola di Dio e poi Paolo decide di riprendere la missione. Leggiamo il testo:
« Dopo alcuni giorni Paolo disse a Barnaba: « Ritorniamo a far visita ai fratelli in tutte le città nelle quali abbiamo annunziato la Parola del Signore, per vedere come stanno » » (At 15, 36). Non è più la comunità che manda Barnaba e Saulo, ma è Paolo che si sente responsabile di tutta l’attività dell’Asia Minore e vuole rivisitare i fratelli. « Barnaba voleva prendere insieme anche Giovanni, detto Marco, ma Paolo riteneva che non si dovesse prendere uno che si era allontanato da loro nella Panfilia e non aveva voluto partecipare alla loro opera. Il dissenso fu tale che si separarono l’uno dall’altro; Barnaba, prendendo con sé Marco, s’imbarcò per Cipro. Paolo invece scelse Sila e partì, raccomandato dai fratelli alla grazia del Signore» (At 15, 37-40).
Che cosa è successo? Dal punto di vista immediato il racconto è evidente: un dissenso su un collaboratore. Per Barnaba andava bene, per Paolo no. Si aggiungeva il fatto imbarazzante che Barnaba era cugino di Giovanni-Marco, e probabilmente difende anche un po’ se stesso, l’immagine di famiglia.
Paolo si irrigidisce su una questione di principio: « Il dissenso fu tale che si separarono» (At 15, 39). Discutono forse per parecchi giorni, forse la comunità cerca di riconciliarli, di convincerli; ma la discussione raggiunge un punto tale di tensione che pare davvero meglio che ciascuno se ne vada per conto proprio. Questo culmine è indicato nel greco con la parola « paraxusmòs », «parossismo », anche se, in altri casi, ha un significato più blando, cioè provocazione o stimolo.
Ma in At 17, 16 questo termine viene usato per dire che Paolo fremeva Bel suo spirito, al vedere la città piena di idoli. Possiamo immaginare come fosse il fremito di Paolo e a quale incandescenza fosse giunta la discussione con Barnaba.
C’è anche un altro uso del verbo, là dove Paolo, nella prima lettera ai Corinti, descrive le qualità della carità: la carità « ou paroxunetai » (1 Cor 13, 5), non si adira, non giunge a questi eccessi di irritazione.
È interessante pensare che forse Paolo fa qui un giudizio su se stesso perché lui stesso è arrivato a quell’eccesso e non era stato capace di frenarsi nella discussione con Barnaba.
È naturale chiederci se un punto di vista diverso a proposito di un collaboratore possa giustificare una rottura così drammatica; o se in realtà sia stato solo un pretesto. Non c’era dietro qualcosa di più? Non ci poteva essere, dal punto di vista psicologico, quel crescente imbarazzo su chi doveva essere il capo missione tra Paolo e Barnaba? Barnaba era l’uomo di grande autorità, che fin dai tempi di Gerusalemme era noto a tutta la Chiesa. Come poteva lasciare il posto a un uomo nuovo, che ancora molti non conoscevano, che a Gerusalemme era inviso, e per questo avrebbe magari screditato la figura della missione? Oppure motivi psicologici più profondi: Barnaba era a disagio nell’avere da una parte la responsabilità e accorgersi, d’altra parte, che in fondo era Paolo a prendere le decisioni. Paolo dal canto suo aveva l’imbarazzo opposto. Non possiamo sapere quanto questi elementi abbiano giocato nella decisione finale.
C’è un altro fatto: Paolo stava tirando la corda per la rottura con i giudaizzanti e Barnaba invece era l’uomo delle grandi amicizie con la Chiesa giudeo-cristiana e vedeva più opportuno non tirare troppo la corda, perché le conseguenze sarebbero state gravi. Barnaba già intravedeva la spaccatura con la Chiesa giudeocristiana, che poi è avvenuta, e avrebbe voluto a tutti i costi evitarla. Anche Paolo diceva a parole di volerla evitare, ma in realtà agiva in maniera da irritare ed esasperare gli avversari.
Pensiamo ancora al fatto di Pietro ad Antiochia: Paolo scriverà che Barnaba si è lasciato attirare dalla ipocrisia dei Giudei (cf. Gal 2, 11-14).
Ci è impossibile storicamente determinare cosa sia stato. Tuttavia, dobbiamo concludere che quella lacerazione è stata molto dolorosa e drammatica per entrambi.

Con quali conseguenze?
Una conseguenza paradossale, dal punto di vista dell’incontro tra le persone. Paolo che aveva goduto della fiducia di Barnaba e, grazie a questa fiducia, si era salvato ed era stato rimesso in circolazione, non riesce a dare fiducia a Barnaba per Marco.
La sofferenza di Barnaba è assai dolorosa: si sente respinto forse anche come amico, non per una volontà cattiva di Paolo, ma come conseguenza delle cose che stavano accadendo.
Barnaba, dopo questo episodio, scompare. Un gigante della Chiesa primitiva, ad un certo punto, non lascia quasi più traccia di sé. Lo ricorda ancora Paolo come una persona che si conosceva e che aveva buona reputazione (cf. 1 Cor 9,6), e un’altra volta, in modo indiretto che sembra riparatorio: «Vi salutano Aristarco, mio compagno di carcere, e Marco, il cugino di Barnaba, riguardo al quale avete ricevuto istruzioni; se verrà da voi, fategli buona accoglienza» (Col 4, lO). Paolo si è riconciliato con Marco e, menzionandolo come cugino di Barnaba, pare voler dire: «quello che io non avevo accolto un tempo ».
Al di fuori di questi brevissimi ricordi, di Barnaba sappiamo solo quel poco che ci dice la tradizione. Rinchiusosi a Cipro, non ha più fatto grandi viaggi missionari, ma, ritornato in patria, vi è rimasto. Tutta la sua enorme capacità si è ridotta entro un limite ristretto.
Un testo su S. Paolo sempre classico, anche se di qualche anno fa, è quello dello Hollzner: «L’Apostolo Paolo ». L’autore riflette sui fatti narrati e dice: «Guardando le cose da un punto di vista umano forse l’atteggiamento di Barnaba ci potrebbe apparire il più simpatico, mentre Paolo avrebbe giudicato con troppa severità il giovane Marco. Anche di fronte a Barnaba egli ci può apparire duro e quasi ingiusto: doveva pur nutrire verso di lui della riconoscenza per il suo intervento che lo aveva tratto dall’ombra ». E più avanti: «Il suo spirito doveva progredire di conoscenza in conoscenza, passo passo e così la sua totale immedesimazione col Cristo avveniva per gradi successivi ». E qui cita un altro autore tedesco che scrisse una vita di Paolo e che commenta così: «Non pervenne Paolo sempre a rendersi padrone del tempestoso palpito del suo cuore; riuscì a uno soltanto di camminare sulla terra senza raccogliere nemmeno un granello della sua polvere, a colui che non aveva nessun peccaminoso legame di natura con Adamo ». Poi conclude: «È sempre cosa dolorosa lo spezzarsi di una antica e santa amicizia e quanto più profondo era il vincolo tanto più riesce doloroso il distacco ». « Quante volte avrà rievocato il tempo in cui Barnaba era il solo che credeva in lui, mentre tutti ne diffidavano, specialmente il giorno indimenticabile nel quale egli si era portato a Tarso per cercarlo, e quella notte quando a Listra, Barnaba, con l’animo pieno di angoscia si era chinato piangente sull’amico che credeva morto. Non si lacerano simili legami senza che il cuore ne sanguini».
Chi aveva ragione? Il tempo ha dato ragione a Barnaba; tuttavia gli eventi si sono svolti così e, da un certo punto, ciascuno ha dovuto adattarsi alla nuova situazione.
Potremmo fare ancora una riflessione e dire cosa sarebbe stato per la Chiesa primitiva se i due non si fossero separati. Forse Barnaba avrebbe operato da mediatore e da moderatore e le Chiese giudeo-cristiane non sarebbero giunte alla rottura a cui giunsero. È difficile fare delle ipotesi su ciò che non è avvenuto. Tuttavia è probabile che, in seguito, Paolo abbia più volte rimpianto la capacità mediatrice, l’affabilità, il senso della misura di Barnaba, che in parecchie situazioni avrebbe contribuito a chiarire le cose. Eppure l’Apostolo ha dovuto camminare per questa via, in fondo senza aver nulla da rimproverarsi, oppure ben poco, perché era venuta fuori un’esasperazione senza che nessuno capisse bene cosa stesse accadendo.
Negli anni successivi Paolo imparerà a convivere con queste difficoltà e con questi problemi.

Come Paolo ha vissuto la rottura
Paolo ha vissuto questa rottura certamente con sofferenza, sentendo il peso della solitudine. E anche questo evento gli ha fatto approfondire sempre meglio l’intuizione fondamentale della prima visione di Damasco. Il Signore è il solo amico perfetto, di sempre, il solo fedele, il solo che capisce .fino in fondo, che non ci abbandona mai.
Comprendendo l’animo affettuoso e vulcanico di Paolo, possiamo intuire come si sia chiarito in lui quell’amore personale per Cristo, amato fino in fondo, in maniera tenerissima, ardente, che lo caratterizzerà sempre più. Ancora oggi leggiamo con stupore le frasi meravigliose delle sue lettere che non possono essere nate se non da un travaglio di sofferenza, dall’aver capito che il Signore è davvero tutto. Lui ci ha fatto e ci conosce fino in fondo; le amicizie umane, per belle e grandi che siano, impallidiscono di fronte alla forza della « conoscenza di Cristo nostro Signore» .
«Tutto ormai io reputo una perdita di fronte alla sublimità della conoscenza di Cristo Gesù, mio Signore, per il quale ho lasciato perdere tutte queste cose e le considero come spazzatura, al fine di guadagnare Cristo e di essere trovato in lui, non con una mia giustizia derivante dalla Legge, ma con quella che deriva dalla fede in Cristo, cioè con la giustizia che deriva da Dio, basata sulla fede. E questo perché io possa conoscere lui, la potenza della sua risurrezione, la partecipazione alle sue sofferenze, diventandogli conforme nella morte, con la speranza di giungere alla risurrezione dai morti» (Fil 3, 8-11). « Per me vivere è Cristo» (Fil 1, 21). Cristo è divenuto l’inseparabile e per questo potrà scrivere nella lettera ai Romani: «Chi ci separerà dall’amore di Cristo? » (Rm 8, 35). Di fronte a qualunque possibile infedeltà egli mi amerà ancora e mi chiamerà a sé.
Attraverso vicende diverse, non tutte chiare e limpide come noi vorremmo, Paolo gradualmente viene condotto dalla misericordia di Dio a concentrare sempre di più la sua attenzione dall’impresa apostolica come impresa sua, verso l’impresa apostolica come impresa di Dio, dal Regno di Dio verso il Re Gesù Signore.
Matura in lui l’identificazione del Regno di Cristo con Cristo stesso: era stato il faticoso cammino che Gesù aveva fatto seguire agli apostoli durante tutta la sua vita e che ci è presentato, in particolare, dal Vangelo di Marco. Nella prima parte, Gesù è il grande guaritore, il taumaturgo, l’uomo la cui opera entusiasma. Nella seconda parte si rivela il mistero messianico: Gesù stesso è il Regno, Gesù nella sua morte e nella sua risurrezione è la pienezza del Regno.
Paolo ha capito che l’essenziale per lui è Cristo: tutto il resto che egli fa, opera, predica con tutto l’entusiasmo di cui è capace non è se non Cristo che vive in lui. La sua inseparabilità da Cristo è la radice di tutto.
Egli è colui nel quale ogni altra amicizia acquista senso, significato, bellezza. L’Apostolo ritornerà spesso sul tema dell’amicizia con i suoi, con la comunità, con i collaboratori, perché certamente sapeva anche collaborare, pur avendo momenti così difficili. Ma ritroverà sempre meglio questa bontà profonda a partire dall’esperienza che non delude: l’amicizia piena col Cristo che è la sua vita.
Chiediamo anche noi che, attraverso le vicende del cammino apostolico, la nostra esperienza pastorale ci si chiarisca sempre più come dipendente dall’amicizia con Cristo nostra vita.

C.M.Martini, Vita di Mosé: ‘Propheta traditus ‘

dal sito:

http://www.atma-o-jibon.org/italiano7/martini_moses6.htm

Carlo Maria Martini

vita di Mosè – vita di Gesù – esistenza pasquale

sesta meditazione
Mosè: ‘Propheta traditus ‘

Il tema fondamentale di questa meditazione sarà quello della cosiddetta « passione» di Mosè. A questo proposito terremo presente il rapporto tipologico che il Nuovo Testamento rivela tra Mosè e Gesù: al coinvolgimento di Mosè fino alla sofferenza corrisponde il coinvolgimento di Gesù fino alla morte, nella loro opera profetica; al servo sofferente Mosè corrisponde il servo sofferente Gesù. D’altronde, già sappiamo che Mosè è chiamato il «servo di Jahvé »; e probabilmente i famosi quattro canti del servo di Jahvé nel Deuteroisaia sono stati scritti ispirandosi proprio a Mosè e puntando lo sguardo verso un misterioso personaggio messianico. Abbiamo allora tre figure davanti a noi: il Mosè sofferente, il servo di Jahvé – di cui non potremo parlare a lungo -, infine Gesù di fronte alla sua passione.
L’uso di un’espressione latina (propheta traditus) nel titolo di questa meditazione dipende dal fatto che non credo sia possibile trovare in italiano un verbo che, al pari del tradere latino, corrisponda ai tre significati dello stesso verbo greco paradidonai, che il Nuovo Testamento usa in tre accezioni diverse, in riferimento a Gesù. Vediamo un esempio per ciascuno di questi significati.
Nel suo discorso presso il portico di Salomone Pietro dice: «Il Dio di Abramo di Isacco e di Giacobbe, il Dio dei nostri padri ha glorificato il suo Figlio Gesù, che voi avete tradito (paredokate)»(At. 3, 13). Voi, dice Pietro, lo avete consegnato e rinnegato di fronte a Pilato. Quindi Gesù è « tradito» dagli uomini, tradito da noi.
In Rom. 8, 32 lo stesso verbo indica l’azione del Padre: «Che cosa diremo: se Dio è in nostro favore, chi sarà contro di noi? Colui che non ha risparmiato il suo Figlio, ma per noi tutti lo ha consegnato (paredoken auton) ». Quindi Gesù è stato dal Padre consegnato nelle nostre mani, perché ne facessimo «quello che volevamo»: lo accogliessimo, lo adorassimo, lo amassimo; con la nostra libertà, però, eravamo in grado anche di non amarlo, di non accoglierlo, di respingerlo, di contestarlo, addirittura di ucciderlo. E il Padre lo ha comunque consegnato all’umanità.
Il terzo significato del nostro verbo compare in Gal. 2, 20, ove esso ha per soggetto il Cristo stesso. Dice Paolo: «Vivo non più io, vive in me Cristo; ciò che ora vivo nella carne lo vivo nella fede del Figlio di Dio, che mi ha amato e si è consegnato per me (kai paradontos eauton upèr emou) ». Qui è Gesù stesso che si è consegnato per noi. Mediante l’incrocio di questi tre significati dello stesso verbo, noi possiamo contemplare il mistero della croce, lo svelamento del segreto del roveto ardente: il Padre che consegna il Figlio liberamente agli uomini, il Figlio che si consegna per la nostra salvezza e l’umanità che lo tradisce. Queste realtà saranno l’oggetto della nostra meditazione, che però noi concentreremo sulla figura di Mosè, in quanto tipo di Gesù; Mosè, infatti, è il profeta consegnato nel senso indicato: il profeta che Dio consegna al suo popolo, che consegna se stesso al suo popolo, che il popolo fa soffrire. Mosè non andrà fino alla morte, non darà la vita. È Gesù che dà la vita. Però Mosè soffrirà’ nella sua carne il rigetto da parte del popolo. La prima parte della meditazione, dunque, consisterà nell’esaminare alcune situazioni di sofferenza di Mosè; nella seconda. parte, poi, richiamerò alcune situazioni analoghe, o diverse ma pur sempre corrispondenti, di sofferenza di Gesù: la sofferenza di Mosè ci aiuterà a contemplare e ad intendere meglio la profondità dell’amore di Gesù. La nostra sarà allora davvero contemplazione del mistero del Padre che dona il Figlio e del Figlio che gratuitamente si dona, malgrado il tradimento nostro, e che continua a donarsi nonostante il rifiuto.

1. Le sofferenze di Mosè
Tra i molti episodi narrati nei libri dell’Esodo e dei Numeri, che ci descrivono i vari guai patiti da Mosè, ne ho scelti quattro, che ho intitolato cosi: a) la leggerezza di Mosè; b) le paure di Mosè; c) l’insicurezza di Mosè; d) la pazienza di Mosè.
Come introduzione a questi episodi, vorrei leggere qualche brano di André Neher, un autore ebreo che è un classico in materia. Egli ha pubblicato nel 1955 un libro dal titolo L’essenza del profetismo, nel quale tenta di formulare la fenomenologia dell’esperienza profetica in un quadro di storia delle religioni; e non gli mancano le intuizioni acute. A proposito di Mosè, dice cosi: «Un’esperienza nuova caratterizza Mosè come profeta, che Abramo non aveva conosciuto. È un’esperienza che introduce nel profetismo biblico un dato capitale: Mosè è il primo che prova la sofferenza della vocazione profetica. Abramo accetta tutte le offerte divine con lo stesso cuore: esce dal paese dei Caldei, fa i viaggi che il Signore gli fa fare, affronta le difficoltà; perfino quando si descrive il sacrificio del figlio non c’è una parola sui suoi sentimenti, quasi che egli vivesse tutto con fede assoluta. Egli è il profeta della certezza. Mosè invece è il profeta del dubbio, del rifiuto, della rivolta, ed è a lui che noi ritorniamo incessantemente, quando cerchiamo l’esempio di una profezia nel dolore ». Quindi Neher contrappone direttamente Abramo a Mosè: «Abraham est un prophète abrité, Moïse est un prophète livré; Abramo è un profeta protetto, Mosè è un profeta consegnato ». Ecco la differenza fra i due: «Con Mosè la rivelazione prende un carattere più tragico ». Poi l’autore si domanda perché questo aspetto tragico del servizio della parola, della profezia, venga sottolineato con Mosè e non con Abramo. E dà questa risposta: «Ciò deriva dal fatto che il profeta secondo Abramo è un individuo, il profeta secondo Mosè è inserito nella storia di un popolo. Abramo è il profeta da solo, è da lui che nasce il popolo; la missione di Mosè, invece, lo introduce nell’ambiente di una comunità umana. E allora necessariamente si crea il conflitto, la lotta concreta, il dialogo con gli uomini. Ed è un dialogo molto più difficile e molto differente dal semplice dialogo con Dio, perché è molto più sottomesso al rischio dello scacco». Finché uno tratta col suo Dio, lo scacco è soltanto in lui; se accetta, è in pace con Dio; ma se deve essere profeta per gli altri, allora tutto il suo profetare è sottomesso all’accettazione o al rifiuto, alla pigrizia o alle resistenze degli altri. Mosè è al centro di questo dramma. Questo è tanto vero, dice l’autore, che talora, « quando lo scacco sembra vicino (cioè quando Israele è tutto in rivolta e la sua storia sembra che stia per finire), Dio permette a Mosè di scegliere di diventare un nuovo Abramo, un profeta-patriarca: ‘ Io farò di te un nuovo popolo ‘ ». Mosè, come sappiamo, allora reagirà: «No, voglio continuare con il mio popolo ». E Neher conclude: «La realizzazione della rivelazione fatta a Mosè dipende congiuntamente sia dalla fede di lui che dalla fede del popolo ».
Mi pare molto profondo questo concetto, perché mostra anche quello che è il dramma di Gesù. Gesù può essere accolto o respinto. Non è semplicemente il Gesù che passa glorioso proclamando la parola; l’opera di Gesù è il seme che cade nella terra e che viene o calpestato o mangiato o soffocato, oppure produce frutti. Ma questa alternativa non riguarda soltanto il servizio della parola, bensì anche tutti gli altri servizi, nel senso che essi non dipendono solo da noi che li prestiamo, ma P-\lre da coloro che dovrebbero riceverli. Tante volte pensiamo, ad esempio, che il servizio del pane e dell’acqua, il più umile e il più semplice, viene sempre e comunque ben accolto. Ma noi sappiamo che non è così: molti missionari e missionarie che facevano servizio nei lebbrosari sono stati mandati via. Perché? Perché si è ragionato come se tutto dipendesse soltanto da coloro che intendevano prestare quel certo servizio; non ci si è chiesto che cosa ne pensavano i destinatari di esso, se lo volevano davvero, se era veramente il servizio che in quel momento fosse più utile. Di qui il dramma di servizi offerti con tanto coraggio e fiducia, ma non accettati. Non accettati per molti motivi: talora per gli sbagli di chi li offre, ma talora anche per il rifiuto sbagliato di chi non li accetta. Ad ogni modo l’interpretazione proposta da Neher mi pare molto valida: Mosè soffre perché vuole vivere con la gente; se si contentasse del dialogo con Dio, potrebbe starsene tranquillo, ma il suo coinvolgimento ad un certo punto lo stritola. Ugualmente, il coinvolgimento di Gesù con la gente farà sì che ad un certo punto egli resti schiacciato.
Cercheremo allora di meditare su questa dimensione della sofferenza di Mosè e di Gesù. Vediamo dunque dapprima i quattro episodi della vita di Mosè, su cui vi invito a riflettere.

a) La leggerezza di Mosè
Il primo episodio (Bs. 4, 18-26) consiste in una scena molto misteriosa.
Mosè, obbediente alla volontà di Dio, «partì e tornò da Jetro suo suocero e gli disse: ‘Lascia che io parta e torni dai miei fratelli che sono in Egitto per vedere se sono ancora vivi! ‘ … Jetro disse a Mosè: ‘ va ‘ pure in pace! ‘… Mosè prese la moglie e i figli (notate qui la stessa frase ripresa da Matteo per descrivere il ritorno di Gesù dall’Egitto), li fece salire sull’asino e tornò nel paese d’Egitto. Mosè prese in mano il bastone di Dio ». Mosè, pieno di fiducia e d’abbandono al Signore, con la moglie e i figli si mette in viaggio verso l’Egitto. Però, « mentre si trovava in viaggio, nel luogo dove pernottava, il Signore gli venne incontro e cercò di farlo morire. Allora Zippora prese una selce tagliente, recise il prepuzio del figlio e con quello gli toccò i piedi e disse: ‘ Per me tu sei uno sposo di sangue! ‘. E (il Signore) si ritirò da lui. Essa aveva detto ‘ sposo di sangue ‘ a causa della circoncisione ».
Questo episodio ci spaventa, tanto è misterioso. Anche gli esegeti si chiedono quali tradizioni vi si siano raccolte. Noi cerchiamo di interpretarlo così come ci appare nel suo contesto attuale. In fondo, Mosè ha pensato che la chiamata ricevuta si ponesse più o meno al livello delle cose che faceva prima: tornare in Egitto col gregge, la moglie e i figli e ricominciare un certo lavoro. Il Signore invece gli vuol far capire che le cose sono cambiate e che lui ha preso alla leggera le sue parole, quando ha concepito la missione alla maniera borghese. . . E qui, anche se non riusciamo a capire tutto, capiamo però come Dio gli preannuncia che non si tratterà affatto di un’impresa tranquilla, bensì di qualcosa che lo coinvolgerà fino alla morte.
L’episodio, proprio perché misterioso, può risultare particolarmente ricco di insegnamenti. Il fatto è che seguire la vita evangelica, dandosi ad un apostolato non faraonico, ma di servizio, non comporta soltanto qualche piccolo cambiamento di metodo, qualche aggiustamento nel linguaggio, ma implica un atteggiamento totalmente diverso. Noi siamo sempre tentati di ridurre la novità del Vangelo, con la sua sconvolgente capacità di travolgerci, ad un discorso circa le modalità operative: ma il Signore ci dice che si tratta di ben altro: «Non vi immaginate nemmeno a che cosa vi ho chiamati! ». Mosè, dal canto suo, ora si rende conto che l’impresa cui Dio lo ha chiamato è davvero cominciata, anche se lui non l’aveva capita: l’aveva ridotta alla sua piccola misura, ma Dio glielo impedisce, ricorrendo anche a gesti clamorosi, come quello capitato quella notte.

b) Le paure di Mosè
Fermiamoci ora a riflettere sulle « paure» di Mosè. Mosè ha avuto spesso paura: in particolare quando vede che non può esercitare la sua missione stando dall’altra parte del tavolo, ma deve buttarcisi ‘dentro e correre gli stessi rischi del popolo, anzi più rischi ancora…
Fin dall’inizio Mosè: ha intravisto come si sarebbero messe le cose; perciò cerca di difendersi. In Es. 4, 10 dice: «Mio Signore, non sono un buon parlatore; non lo sono stato mai prima e neppure da quando tu hai cominciato a parlare al tuo servo; sono impacciato di bocca e di lingua ». E poi, al v. 13, dopo il dialogo in cui Dio cerca di aiutarlo, quando Mosè capisce che le cose che gli sono chieste sono superiori alle sue forze fisiche – si sente intimorito di fronte a ciò che lo aspetta, allora dice quello che veramente ha nel cuore: «Perdonami, mio Signore, manda chi vuoi mandare! », cioè «manda un altro». Queste parole sono le stesse che dirà il profeta Isaia (cfr. Is. 6, 4-8). Ma Isaia è un altro tipo e le sue parole hanno tutt’altro significato: «Manda chi vuoi mandare », cioè « manda me ». Mosè invece diceva: «Non ci riesco ». Allora la collera del Signore si accende contro di lui: le esigenze della sua chiamata, infatti, non sono qualcosa da cui Mosè può ritirarsi quando vuole; ormai ha preso l’impegno e deve starci fino in fondo.
Un altro momento della paura di Mosè si manifesta nel suo lamento in Es. 5,22-23: «Mio Signore, perché maltratti questo popolo? Perché dunque mi hai inviato? Da quando sono venuto dal faraone per parlargli in tuo nome, egli ha fatto del male al tuo popolo e tu non hai fatto nulla per liberare il tuo popolo ». Mosè si era immaginato una liberazione facile, mentre le cose vanno molto diversamente; allora comincia ad avere paura e si chiede:« Ma che cosa mai vorrà da me? Attraverso quali vie mi vuole portare? ».
Un altro aspetto ancora della paura di Mosè si esprime in Es. 17, 4: «Mosè invocò l’aiuto del Signore, dicendo: ‘Che farò per questo popolo? Ancora un poco e mi lapideranno! ‘ ».
Mosè è passato attraverso esperienze difficili, nelle quali ha sentito tutta la sua debolezza. Se vogliamo poi trovare nel Nuovo Testamento un testo che ci aiuti a capire la paura di Mosè, possiamo leggere Mc. 10, 32, ove ci viene presentata la paura degli apostoli: «Mentre erano in viaggio i Dodici con Gesù per salire a Gerusalemme, Gesù camminava davanti a loro, ed essi erano stupiti: coloro che venivano dietro erano pieni di timore ». Gesù corre avanti e gli altri seguono impauriti: «Dove andiamo? Dove ci porta? Ma perché andare a Gerusalemme dove la gente è maldisposta? ». Ecco la paura che il Signore non ha risparmiato ai suoi profeti. Diventare profeta, diventare servo del Vangelo non vuol dire andare allegramente avanti con l’animo pieno di entusiasmo: vuol dire soffrire tutta l’angoscia di situazioni nelle quali non si vede apparentemente una via d’uscita. È così che il Signore ci chiama alla fede nella sua parola.

c) L’insicurezza di Mosè
Malgrado i molti colpi che subisce, Mosè resiste; ad un certo punto, però, la sua psicologia sembra venir meno ed egli attraversa una grave crisi, che è descritta nella Bibbia, anche in questo caso, con parole misteriose e velate, tali però da farci capire che qualcosa di grave è successo nell’animo di Mosè.
Si tratta dell’episodio avvenuto presso le acque di Meriba, che ci è raccontato in Num. 20, 3-13: «Il popolo ebbe una lite con Mosè, dicendo: ‘Magari fossimo morti quando morirono i nostri fratelli davanti al Signore! Perché avete condotto la comunità del Signore in questo deserto per far morire noi e il nostro bestiame? E perché ci avete fatti uscire dall’Egitto, per condurci in questo luogo inospitale? Non è un luogo dove si può seminare, non ci sono fichi, non vigne, non melograni e non c’è acqua da bere ». Tutta l’amarezza del popolo si sfoga qui contro Mosè e Aronne. Allora questi due poveretti si allontanano e si prostrano per pregare: quindi il Signore dice a Mosè: «Prendi il bastone … convocate la comunità… parlate alla roccia ». Perciò, Mosè prende il bastone, alza la mano e dice: «’ Ascoltate, o ribelli: vi faremo noi, forse, uscire acqua da questa roccia? ‘. Mosè alzò la mano e percosse la roccia con il bastone due volte e ne uscì acqua in abbondanza; ne bevvero la comunità e tutto il bestiame… Ma il Signore disse a Mosè e ad Aronne: ‘ Poiché non avete avuto fiducia in me, per dar gloria al mio santo nome agli occhi degli Israeliti, voi non introdurrete questa comunità nel paese che io le do ‘ ».
Qui veramente siamo un po’ sconcertati. Questo Mosè che ha obbedito in tutto fino a questo punto, ora è preso da una crisi interiore, che prende corpo in una « mancanza », di cui resta per noi misterioso il significato. Mosè avrebbe forse mancato di fede colpendo due volte la roccia? Secondo un’altra tradizione, invece, Mosè verrebbe punito a causa del popolo che si era rifiutato di salire da Cades verso Canaan. In Deut. 1, 37s., Mosè dice: «Contro di me si adirò il Signore per causa vostra e disse: ‘Neanche tu vi entrerai, ma vi entrerà Giosuè figlio di Nun che sta al tuo servizio ‘». Questo testo e altri passi paralleli (cfr. Deut. 3, 26; 4, 21) sembrerebbero attribuire il castigo di Mosè non tanto all’episodio delle acque, quanto all’aver consentito che la gente non entrasse dal sud e che invece prendesse la strada dell’est, del Giordano. In quell’occasione, Mosè aveva avuto pietà del suo popolo, che si era spaventato alla notizia dei giganti che abitavano in quella terra; in tal modo aveva mancato di fiducia verso Dio. Non so quale spiegazione preferire. Ma certo è molto umano tutto questo. Noi crediamo di ascendere di virtù in virtù, ma certe volte improvvisamente c’è un crollo, o un momento difficile: non si regge più a quel peso che forse si era retto bene per anni. È un fatto a cui anche Mosè ha dovuto soggiacere. Egli ha avuto un momento di grave crisi interiore, che poi avrà le sue conseguenze, accettate da Mosè con molta dignità, con molta umiltà, con molta semplicità di cuore. Mosè si rimprovererà di aver avuto troppa compassione del suo popolo, fino al punto che per proteggerlo si. è staccato dalla Parola di Dio.
Questo capita quando ci si lascia coinvolgere con la gente! E il Signore non ci promette l’indefettibilità né ci risparmierà le conseguenze dell’aver agito in maniera sbagliata; ci promette bensì il perdono e la misericordia.

d) La pazienza di Mosè
L’ultimo aspetto che caratterizza il coinvolgimento doloroso e umiliante di Mosè nel servizio del suo popolo è quello della « pazienza». Anche a questo proposito la figura di Mosè appare grande per il rapporto che c’è in lui tra fragilità, dedizione e fiducia in Dio, che ne fa un’anima complessa, un uomo sofferente. Prendiamo in considerazione un episodio molto interessante, specialmente per la psicologia di Mosè: «Maria ed Aronne parlarono contro Mosè a causa della donna etiope che aveva sposata. Infatti aveva sposato un’Etiope (cioè una donna straniera), E dissero: ‘ Il Signore ha forse parlato soltanto per mezzo di Mosè? Non ha parlato anche per mezzo nostro? ‘ » (Num. 12,1-2).
Il motivo che li fa parlare cosi, in fondo, è l’invidia: un’invidia assai umiliante per Mosè, Aronne e Maria, che costituiscono l’équipe dirigente d’Israele e che non vanno d’accordo tra loro. La situazione è pure assai umiliante, perché Maria è colei che ha salvato Mosè dalle acque, e quindi si sente un po’ la sua protettrice. Fatto sta che «il Signore disse: ‘… Come non avete temuto di parlare contro il mio servo Mosè?  » E l’ira del Signore si accese contro di loro ed egli se ne andò; la nuvola si ritirò di sopra la tenda; ed ecco che Maria era lebbrosa, bianca come neve. Aronne guardò Maria ed ecco era lebbrosa» (12, 6-10). Mosè, però, ormai sa pazientare; perciò pregherà perché sia guarita e così ritornerà la pace in famiglia.
Qui noi vediamo .Mosè, l’uomo paziente, che ha imparato a tacere e a lasciar fare al Signore, sopportando anche la sofferenza più intima, quella di non essere capito nel suo rapporto con Dio dagli stessi familiari.

2. Gesù: il servo sofferente
La seconda parte di questa meditazione è dedicata alla figura di Gesù, al quale si applicano, punto per punto, le considerazioni fatte in precedenza. Anche qui suggerisco molto brevemente quattro considerazioni, che per contrasto o per analogia ci consentono di cogliere quale sia stato il coinvolgimento di Gesù con la gente.
Il primo elemento è quello della chiaroveggenza di Gesù. Mentre Mosè comincia con una certa faciloneria la sua missione (l’asinello, la moglie, i figli, il proposito di passare la vita in campagna, ecc.), Gesù fin dall’inizio sa dove andrà (Lc 9, 21-22). Quando la gente lo acclama per i miracoli e grida al successo, Gesù dice: «Il Figlio dell’uomo dovrà essere tradito ». Gesù ha visto chiaramente che il suo coinvolgimento con la gente doveva essere pagato fino in fondo, e non siè tirato indietro.
Il secondo elemento è quello della paura di Gesù, È questa un’espressione terribile che noi non avremmo mai usata, se essa non comparisse nel Vangelo. In Mc. 14, 33s., Gesù ,« sente paura» e dice: «La anima mia è triste fino alla morte », quasi .come Elia, il quale dice: «Signore, non ne posso più» (cfr. 1 Re 19, 4). E qui vediamo anche un parallelo fra Mosè e Gesù: Mosè ha avuto paura e anche Gesù ha voluto aver paura, mostrando così che il servizio del Vangelo non esime dall’angoscia di fronte alle situazioni catastrofiche che talora ci possono cascare addosso.
Il terzo elemento, che farei corrispondere all’insicurezza di Mosè presso le acque di Meriba, è quello della decisione di Gesù. In Gv 10, 11 ss., dice: «Io do la mia vita per le mie pecore ». Si tratta di un amore totale, insieme con un ascolto pieno del Padre. Mentre Mosè, posto fra il popolo e Dio, perde l’equilibrio emotivo e si butta sul popolo, Gesù offre la sua vita per amore nostro, ma in obbedienza alla parola del Padre. Qui potremmo meditare anche su Lc. 23, 46: «Padre, nelle tue mani affido il mio spirito ». Mentre Mosè non è riuscito ad affidare il suo spirito nel giorno di Meriba, come pure di fronte al tumulto sollevatosi all’arrivo degli esploratori, Gesù, l’artefice della nostra fede, si è affidato nelle mani del Padre per noi.
Infine, l’ultimo elemento da contemplare è quello della pazienza di Gesù. Tra i tanti episodi che si potrebbero citare ho scelto Gv. 18, 22-23: Gesù viene schiaffeggiato in casa di Anna. Mi sembra che ci sia un parallelismo con l’episodio di Mosè schiaffeggiato moralmente da Maria ed Aronne. Mosè non risponde niente a Maria e ad Aronne, e lascia la sua causa a Dio; Gesù invece risponde: « Se ho parlato male, dimostrami dov’è il male; ma se ho parlato bene, perché mi percuoti? ». Gesù, quindi, non si è contentato di accettare, ma ha voluto evangelizzare e proporsi come segno di autenticità a quel povero funzionario, forse mal pagato, pieno di frustrazioni e sempre sottomesso, come è proprio degli inferiori posti tra un capo tirannico e i sudditi scontenti: un uomo amareggiato, che a un certo punto non trova di meglio che sfogare la sua ira contro un debole qualunque, magari per guadagnarsi un po’ di favore. Ebbene, Gesù potrebbe accettare in silenzio; invece preferisce fare qualcosa di più, e dice: «Guarda in te stesso. Perché mi hai colpito? Quali sono le radici del tuo atto? Se sono buone, io sono pronto a lasciarmi colpire; ma se non hai una ragione fondata, perché fai cosi? Perché questa scontentezza, perché questa amarezza e questa frustrazione? Che cosa c’è in te che non va? ». Insomma, Gesù colpito compie opera di evangelizzazione e di liberazione nei confronti di un uomo che non aveva mai visto, né rivedrà mai più: l’uomo che l’ha offeso, umiliandolo pubblicamente. Gesù non reagisce con un silenzio sdegnato, ma con una pazienza attiva, che lo fa « essere Vangelo », che lo fa «essere Parola di Dio », data a quell’uomo fino in fondo, senza riserve: Gesù è davvero il profeta che si consegna totalmente agli uomini!

Pasqua (Card. Carlo Maria Martini)

dal sito:

http://www.qumran2.net/ritagli/ritaglio.pax?id=6150

Pasqua

(Card. Carlo Maria Martini)

Mentre il Natale evoca istintivamente l’immagine di chi si slancia con gioia (e anche pieno di salute) nella vita, la Pasqua è collegata con rappresentazioni più complesse. È una vita passata attraverso la sofferenza e la morte, una esistenza ridonata a chi l’aveva perduta. Perciò se il Natale suscita un po’ in tutte le latitudini, anche presso i non cristiani e i non credenti, un’atmosfera di letizia e quasi di spensierata gaiezza, la Pasqua rimane un mistero più nascosto e difficile. Ma la nostra esistenza, al di là di una facile retorica, si gioca prevalentemente sul terreno dell’oscuro e del difficile.
Mi appare significativo il fatto che Gesù nel suo ministero pubblico si sia interessato soprattutto dei malati e che Paolo nel suo discorso di addio alla comunità di Efeso ricordi il dovere di «soccorrere i deboli». Per questo vorrei che questa Pasqua fosse sentita soprattutto come un invito alla speranza anche per i sofferenti, per le persone anziane, per tutti coloro che sono curvi sotto i pesi della vita, per tutti gli esclusi dai circuiti della cultura predominante, che è (ingannevolmente) quella dello « star bene » come principio assoluto. Vorrei che il senso di sollievo, di liberazione e di speranza che vibra nella Pasqua ebraica dalle sue origini ai nostri giorni entrasse in tutti i cuori.
In questa Pasqua vorrei poter dire a me stesso con fede le parole di Paolo nella seconda lettera ai Corinti: «Per questo non ci scoraggiamo, ma anche se il nostro uomo esteriore si va disfacendo, quello interiore si rinnova di giorno in giorno. Infatti il momentaneo, leggero peso della nostra tribolazione ci procura una quantità smisurata ed eterna di gloria, perché noi non fissiamo lo sguardo sulle cose visibili, ma su quelle invisibili. Le cose visibili sono d’un momento, quelle invisibili sono eterne». (2Corinti 4,16-18). È così che siamo invitati a guardare anche ai dolori del mondo di oggi: come a «gemiti della creazione», come a «doglie del parto» (Romani, 8,22) che stanno generando un mondo più bello e definitivo, anche se non riusciamo bene a immaginarlo. Tutto questo richiede una grande tensione di speranza.
Più difficile è però per me l’esprimere che cosa può dire la Pasqua a chi non partecipa della mia fede ed è curvo sotto i pesi della vita. Ma qui mi vengono in aiuto persone che ho incontrato e in cui ho sentito come una scaturigine misteriosa dentro, che li aiuta a guardare in faccia la sofferenza e la morte anche senza potersi dare ragione di ciò che seguirà. Vedo così che c’è dentro tutti noi qualcosa di quello che san Paolo chiama «speranza contro ogni speranza» (ivi, 4,17), cioè una volontà e un coraggio di andare avanti malgrado tutto, anche se non si è capito il senso di quanto è avvenuto. È così che molti uomini e donne hanno dato prova di una capacità di ripresa che ha del miracoloso. Si pensi a tutto quanto è stato fatto con indomita energia dopo lo tsunami del 26 dicembre di due anni fa o dopo l’inondazione di New Orleans. Si pensi alle energie di ricostruzione sorte come dal nulla dopo la tempesta delle guerre.
È così che la risurrezione entra nell’esperienza quotidiana di tutti i sofferenti, in particolare dei malati e degli anziani, dando loro modo di produrre ancora frutti abbondanti a dispetto delle forze che vengono meno e della debolezza che li assale. La vita nella Pasqua si mostra più forte della morte ed è così che tutti ci auguriamo di coglierla.

La natura misteriosa della preghiera (su Rm 8, 26-27) [C.M. Martini]

dal sito:

http://www.atma-o-jibon.org/italiano9/martini_preghiera.htm

La natura misteriosa della preghiera (su Rm 8, 26-27)

di S. Em. Card. Carlo Maria Martini

Meditazione ai sacerdoti della diocesi di Milano tenuta il 30 ottobre 1991 a Rozzano diocesi di Milano. Il testo è tratto da: Carlo Maria Martini, Briciole dalla Tavola della Parola, Edizioni Piemme, Casale Monferrato, 1996, pp. 55-61.

Introduzione

Sono stato molto colpito dalla prima lettura della messa feriale di oggi, mercoledì della trentesima settimana «per annum», in particolare dove si dice: «Allo stesso modo anche lo Spirito viene in aiuto alla nostra debolezza, perché nemmeno sappiamo che cosa sia conveniente domandare, ma lo Spirito intercede con insistenza per noi, con gemiti inesprimibili; e colui che scruta i cuori sa quali sono i desideri dello Spirito, perché egli intercede per i credenti secondo i disegni di Dio» (Romani 8, 26-27).
È un brano che mi ha sempre affascinato, incuriosito anche inquietato, perché non facile da spiegare, in quanto si riferisce alla natura misteriosa della nostra preghiera. Possiamo farci aiutare nella nostra riflessione dalla spiegazione che Agostino dà delle parole di san Paolo.
Nella Lettera a Proba che viene proposta nell’Ufficio di Lettura delle settimane venticinquesima e ventiseiesima del tempo «per anno» – il Vescovo di Ippona risponde alla domanda: Che cosa vuol dire pregare?
A proposito dei vv. 26-27 della Lettera ai Romani po ne l’obiezione fondamentale: Che cosa significa che lo Spirito intercede per i credenti? E risponde: «Non dobbiamo intendere questo nel senso che lo Spirito santo di Dio, il quale nella Trinità è Dio immortale e un solo Dio con il Padre e con il Figlio, interceda per i santi, come uno che non sia quello che è, cioè Dio» (1).
Dunque, se san Paolo sembra non avere difficoltà ad affermare che lo Spirito santo, cioè Dio, prega Dio, noi però teologicamente l’abbiamo.
Possiamo capire che il Figlio, in quanto incarnato in Gesù, prega il Padre; ma lo Spirito come fa a pregare il Padre?
Dietro a questo problema dogmatico, affrontato da Agostino, c’è poi tutto il problema della preghiera conscia e inconscia, della preghiera di cui ci accorgiamo o meno e quindi il brano della Lettera ai Romani costituisce una porta molto interessante per costringerci a entrare in questo mondo immenso.
Vorrei cercare di socchiudere almeno un poco quella porta incominciando col porre due premesse, quindi riprendendo l’espressione: lo Spirito intercede, prega, geme per noi.

Le due definizioni della preghiera

In una prima premessa richiamo le due definizioni tradizionali della preghiera, che non sembrano andare tanto d’accordo.
 - La preghiera è elevatio mentis in Deum, un elevare la mente a Dio. Il riferimento è anzitutto alla preghiera di lode, di ringraziamento, di esaltazione, quella che troviamo bene espressa nel cantico di Maria: «L’anima mia magnifica il Signore e il mio spirito esulta in Dio mio salvatore». O, ancora, nella recita del Padre nostro, quando diciamo: «che sei nei cieli», parole che indicano l’innalzamento degli occhi, la dimensione verticale dell’orazione, che sale dal basso verso l’alto.
- L’altra definizione è petitio decentium a Deo, che probabilmente è complementare alla precedente. La richiesta a Dio di ciò che conviene è una preghiera che si esprime soprattutto nella domanda, nella supplica, nell’implorazione, nella petizione. Se circa una metà dei salmi sono di lode e di esaltazione, l’altra metà sono di petizione, di supplica, di richiesta di perdono. Così pure il Padre nostro, se nella prima parte è elevatio mentis in Deum, nella seconda parte è petitio, richiesta di cose convenienti (il pane, la liberazione dalla tentazione, il perdono). Anche l’Ave Maria incomincia con l’elevazione della mente a Maria e a Gesù e poi si fa richiesta di preghiera per noi peccatori.
Ci sono dunque due linee che si intersecano, quella orizzontale e quella verticale, e costituiscono nel loro insieme la preghiera cristiana. Può essere allora utile, parlando della preghiera, mettere a fuoco ora l’uno ora l’altro dei due elementi, che si alternano anche nella nostra esistenza: a volte siamo più portati a elevare la mente a Dio (nel «prefazio» della messa, per esempio), in altri momenti alla petitio decentium a Deo (come nelle orazioni della messa).

Come si realizza questo secondo elemento della preghiera, che è la richiesta di cose convenienti?

Scrive Agostino nella Lettera a Proba: «Il pregare consiste nel bussare alla porta di Dio e invocarlo con insistente e devoto ardore del cuore. Il dovere della preghiera si adempie meglio con i gemiti che con le parole, più con le lacrime che con i discorsi. Dio infatti “pone davanti al suo cospetto le nostre lacrime »(Salmo 55, 9), e il nostro gemito non rimane nascosto (cf. Salmo 37, 10) a lui che tutto ha creato per mezzo del suo Verbo, e non cerca le parole degli uomini» (2).
Risuona la parola di Gesù: Quando pregate, non pensate di ottenere attraverso il vostro molto pregare, perché il Padre sa benissimo ciò di cui avete bisogno. Tuttavia Gesù stesso ci insegna a esprimere i nostri bisogni. Non tanto però – dice Agostino – con la moltiplicazione delle parole in quanto tale, bensì con una moltiplicazione che esprima il gemito del credente. Viene così introdotta la nozione di «gemito» che ritroviamo nella pagina di san Paolo.
Concludendo, la preghiera di richiesta deve partire dal cuore, non va fatta superficialmente, deve essere un gemito, un desiderio profondo. Gemere, infatti, significa anelare a qualcosa di cui si ha estremo bisogno; anche fisicamente il gemito è l’espressione di chi, mancando di aria, cerca di aspirarla.

Che cos’è conveniente chiedere nella preghiera

Una seconda premessa, limitandoci alla preghiera di petizione: che dobbiamo chiedere? La formula patristica dice: decentium, cose convenienti. E comincia il problema: che cosa ci conviene? Perché Dio non ci dona ciò che non conviene, pur se lo domandiamo. Non a caso Matteo conclude la riflessione sulla preghiera con queste parole: «quanto più il Padre vostro celeste darà cose buone a coloro che gliele chiedono», cose che convengono (Matteo 7, 11).
Paolo insegna che noi non sappiamo che cosa ci con viene («Nemmeno sappiamo che cosa sia conveniente domandare») e quindi dobbiamo istruirci sulle cose convenienti per poter pregare bene.
I Padri insistono soprattutto su una cosa conveniente, che esprimono con un’unica parola, ben indicata nella Lettera a Proba: «Quando preghiamo non dobbiamo mai perderci in tante considerazioni, cercando di sapere che cosa dobbiamo chiedere e temendo di non riuscire a pregare come si conviene. Perché non diciamo piuttosto col salmista: « Una cosa ho chiesto al Signore, questa sola io cerco: abitare nella casa del Signore tutti i giorni della mia vita, per gustare la dolcezza del Signore e ammirare il suo santuario » (Salmo 26, 4)?».
E Agostino specifica: si tratta della «vita beata» (3). Tale formula sintetica ha il vantaggio di una lunga tradizione filosofica: parte da Aristotele, è ripresa dallo stoicismo, riappare in Cicerone, è usata da Ambrogio.
La sola cosa che dobbiamo chiedere, l’unico oggetto fondamentale della richiesta è la vita beata, la vita felice. Continua la Lettera a Proba: «Per conseguire questa vita beata, la stessa vera Vita in persona ci ha insegnato a pregare, non con molte parole, come se fossimo tanto più facilmente esauditi, quanto più siamo prolissi (…). Potrebbe sembrare strano che Dio ci comandi di fargli delle richieste quando egli conosce, prima ancora che glielo domandiamo, quello che ci è necessario. Dobbiamo però riflettere che a lui non importa tanto la manifestazione del nostro desiderio, cosa che egli conosce molto bene, ma piuttosto che questo desiderio si ravvivi in noi mediante la domanda perché possiamo ottenere ciò che egli è già disposto a concederci (… ). Il dono è davvero grande, tanto che né occhio mai vide, perché non è colore; né orecchio mai udì, perché non è suono; né mai è entrato in cuore d’uomo, perché è là che il cuore dell’uomo deve entrare (…). E perciò che altro vogliono dire le parole dell’Apostolo: « Pregate incessantemente » (1 Tessalonicesi 5, 17) se non questo: desiderate, senza stancarvi, da colui che solo può concederla, quella vita beata che niente varrebbe se non fosse eterna?» (4).
La domanda che Dio esaudisce sempre, la domanda che è oggetto di gemito è la pienezza della vita, la vita eterna.
Ogni richiesta che non è orientata a questa non è conveniente e non può né deve essere oggetto di preghiera.
E quando non sappiamo se ciò che chiediamo è o non è ordinato alla vita beata, allora lo è sotto condizio ne, lo è se e in quanto ci è utile per tale vita.
Mi sembra molto importante capire qual è la cosa fondamentale nella quale si riassume ogni nostro desiderio e ogni nostra richiesta. Noi, uomini e donne, noi persone umane storiche, siamo ciò che desideriamo; il nostro desiderio è il farsi della personalità. Se dunque il nostro desiderio culmina in questa pienezza di vita, diventiamo davvero in Cristo questa pienezza di vita.
Ma se i nostri desideri sono limitati, inferiori, noi stessi finiamo con l’essere persone limitate, blocchiamo il nostro sviluppo verso la pienezza della vita.
Forse a noi dice poco il termine «vita beata» che, invece, era tanto significativo per gli antichi. Lo stesso Nuovo Testamento usa un’altra espressione: «Regno di Dio»; le richieste «venga il tuo Regno», «sia fatta la tua volontà» sottolineano dunque che il desiderio e le invocazioni della seconda parte del Padre nostro sono subordinate al Regno, sono mezzi, condizioni per il suo avvento. E ancora, il Nuovo Testamento parla di «Spirito santo».
Gesù, conclude l’istruzione sulla preghiera nel vangelo secondo Luca, dopo aver esortato a cercare, a bussare, a chiedere, con queste parole: «Se dunque voi che siete cattivi, sapete dare cose buone ai vostri figli, quanto più il Padre vostro celeste darà lo Spirito santo» (Matteo dice: «cose buone») «a coloro che glielo chiedono» (Luca 11, 13). L’oggetto della domanda è lo Spirito santo, che significa la vita con Cristo, l’essere con lui, la pienezza della vita beata che consiste nell’essere incorporati per sempre a Gesù nella Chiesa.

Le diverse espressioni (vita beata, Regno, Spirito santo) in realtà si completano, si integrano, si sovrappongono come l’oggetto fondamentale della preghiera di domanda, e quindi come l’oggetto del gemito, dell’attesa.

Proclamando, per esempio: «nell’attesa della tua venuta», esprimiamo il nostro desiderio di fondo, cioè che la pienezza del Regno si realizzi, che lo Spirito santo venga e purifichi ogni realtà, che l’umanità si ritrovi presto nella vita beata, nella perfetta pace e nella perfetta giustizia. Sant’Ambrogio usa anche un altro termine: il bene sommo, summum bonum, che ha forse il vantaggio di dire insieme l’essere di Dio e il suo comunicarsi a noi nello Spirito, nel Regno, in Gesù, nella Chiesa, nella Grazia, nella pienezza della redenzione.
Questo dunque è ciò che dobbiamo chiedere, con  assoluta certezza di ottenerlo, alla luce della Sacra Scrittura e dell’insegnamento dei Padri.

[1] Lettera a Proba 130, 14, 27 – 15, 28; CSEL 44, 71-73.
[2]  Ibid., 130, 9, 18 – 10, 20: CSEI. 44, GO-63
[3]  130, 8, 15.17 – 9, 18: CSEL 44, 56-57.59-60
[4]  Ibidem.

Passio Pauli, Passio Christi (di Carlo Maria Martini)

dal sito:

http://www.atma-o-jibon.org/italiano7/martini_confessioni_di_paolo8.htm

di  CARLO MARIA MARTINI

Passio Pauli, Passio Christi

La parola « passio Pauli », passione di Paolo, si usa comunemente per indicare i capitoli degli Atti degli Apostoli che vanno dal 21 al 28, cioè l’ultima parte del libro: dalla prigionia a Gerusalemme alla prigionia a Roma.
Vogliamo estendere la «passione di Paolo» anche alle sofferenze successive che conosciamo in parte dagli accenni delle lettere e in parte dalla tradizione. È singolare che gli Atti degli Apostoli non ci narrino tutta la vita di Paolo, ma si fermino ad un certo punto, introducendo poi i capitoli sulla sua « passione ». L’attività apostolica è descritta in tanti capitoli quanti sono quelli che descrivono l’imprigionamento, il processo, fino alla prigionia a Roma.
Anche nei Vangeli, la Passione di Cristo ha un trattamento amplissimo rispetto alla brevità della vita narrata in precedenza. L’evangelista corre per brevi note su due o tre anni della vita pubblica di Cristo, mentre descrive la Passione quasi ora per ora, minuto per minuto.
Comprendiamo da questo fatto l’importanza che l’evangelista, la Chiesa primitiva, danno alla Passione di Cristo e alla passione di Paolo.
Gli evangelisti hanno compreso che Cristo era Messia e rivelatore del Padre soprattutto nella Passione.
Lo stesso accade per Paolo, testimone di Cristo non soltanto nei discorsi travolgenti o dotti o pieni di tenerezza ma anche quando viene imprigionato, portato davanti ai tribunali, trasferito da un carcere all’altro, con sorte incerta, con limitazioni gravi della libertà, con il timore della morte.

Come grazia specifica di questa meditazione possiamo chiedere di comprendere la frase misteriosa della lettera ai Filippesi: «Perché io possa conoscere lui, la potenza della sua risurrezione, la partecipazione alle sue sofferenze» (Fil 3,10). Paolo desidera conoscere Gesù entrando in misteriosa comunione anche fisica con le sue sofferenze.

Tu conosci, Padre di misericordia, quanto è importante per noi la misteriosa comunione con le sofferenze del Cristo. Tu sai come ci è difficile, lontana dalla nostra mentalità, smentita continuamente dal linguaggio quotidiano. Per questo ti chiediamo umilmente, insieme con Paolo, di aprirci gli occhi della mente e del cuore perché conosciamo Cristo, la potenza della sua Risurrezione, la comunicazione alle sue prove, per potere con lui offrire la nostra vita per il corpo di Cristo.
Illumina, o Signore, la nostra mente perché possiamo comprendere le parole della Scrittura, riscalda il nostro cuore perché avvertiamo che non sono lontane ma, in realtà, le stiamo vivendo e sono la chiave della nostra esperienza presente, della situazione di tante persone oggi nel mondo.
Te lo chiediamo, Padre, insieme con Maria, Madre addolorata, con Paolo, per la gloria di Gesù, morto e risorto per noi, che vive e regna nella Chiesa e nel mondo per tutti i secoli dei secoli. Amen.

Propongo di procedere rispondendo alle domande:
- quali sono le similitudini e le diversità fra la passione di Cristo e la passione di Paolo;
- qual è la passione del cristiano;
- come Paolo vive la passione;
- come noi dobbiamo viverla.

Similitudini e diversità
della «Passio Christi» e della «Passio Pauli»

Cerchiamo di vedere alcune tappe della Passione di Cristo paragonandola con quella di Paolo. Sottolineo tre momenti:

- l’arresto di Cristo e l’arresto di Paolo;
- Cristo e Paolo ai tribunali;
- le sofferenze fisiche e morali di Cristo e di Paolo.

L’arresto di Cristo e l’arresto di Paolo

« Mentre egli ancora parlava, ecco una turba di gente; li precedeva colui che si chiamava Giuda, uno dei Dodici, e si accostò a Gesù per baciarlo. Gesù gli disse: « Giuda, con un bacio tradisci il Figlio dell’uomo? ». Allora quelli che erano con lui, vedendo ciò che stava per accadere, dissero: « Signore, dobbiamo colpire con la spada? » » (Lc 22, 47-49).
Paolo si trovava nel tempio, aspettando i giorni della Purificazione, «quando i Giudei della provincia di Asia, vistolo nel tempio, aizzarono tutta la folla e misero le mani su di lui gridando: Uomini di Israele, aiuto! Questo è l’uomo che va insegnando a tutti e dovunque contro il popolo, contro la legge e contro questo luogo; ora ha introdotto perfino dei Greci nel tempio e ha profanato il luogo santo! » (At 21, 2727). Tutta la città è in subbuglio. Paolo è trascinato fuori del tempio, chiudono le porte, cercano di ucciderlo. Quando giunge il tribuno con la coorte, lo arrestano e lo legano con due catene. Da questo momento, Paolo è in prigione per lunghissimo tempo. Che cosa hanno in comune le due scene pur nella loro diversità?
In entrambi i casi, l’arresto è proditorio, ingiusto; è un arresto fatto alle spalle, con un agguato. Agguato per Gesù ed agguato anche per Paolo, suscitato ad arte dai suoi nemici.
Per entrambi l’arresto avviene nel momento in cui si spendevano per il loro popolo. Per Gesù avviene nella ‘notte della preghiera, per Paolo nel momento dell’offerta quando, dopo aver portato doni per il suo popolo, ha spinto la sua condiscendenza fino a volersi purificare nel tempio. Sono toccati nell’istante della loro dedicazione apostolica, del loro servizio.

Cristo e Paolo davanti ai tribunali

Gesù passa vari tribunali: il Sinedrio, il tribunale di Pilato, l’interrogatorio con varie accuse alle quali prima risponde e, da un certo momento in avanti, tace. Il processo di Paolo è descritto più ampiamente ed è segnato da una lunga serie di discorsi: il discorso fatto sui gradini del tempio al cap. 22 degli Atti, quello davanti al Sinedrio nel cap. 23, davanti a Felice nel cap. 24, l’arringa davanti a Festo nel cap. 25 e davanti al re Agrippa nel cap. 26. Una serie di apologie di Paolo che si difende, a differenza di Gesù che dice solo brevi parole.
È interessante notare la diversità delle situazioni: Paolo non è un pedissequo imitatore di Gesù. Sente di avere in sé lo Spirito di Dio e, ispirandosi alla vita del Maestro, vive le situazioni con propria responsabilità e si comporta con dignità e con fermezza. Imita Gesù nella dignità, nel senso della giustizia, nella nobiltà d’animo; però agisce in altro modo, nell’ampiezza e nel calore con cui difende se stesso, nel tentativo di confondere gli avversari; e riesce a dividere il Sinedrio facendo litigare fra loro i suoi accusatori.
Gesù testimonia in brevissime parole la perseveranza nell’affermazione della propria missione e il coraggio della parola: «Tu lo dici, tu dici che io sono re; vedrete il Figlio dell’Uomo seduto alla destra della potenza di Dio ».
In tutti e due i processi, vediamo che dietro a una parvenza di giustizia prevalgono interessi personali, paure, scontri di ambizioni individuali o di gruppi. Sia Gesù che Paolo sono sottoposti alle incertezze del giudizio umano; se Paolo poteva avere qualche speranza – l’aveva sempre fomentata nelle sue lettere, là dove insiste sul rispetto dell’autorità -, si accorge che il tornaconto personale, avido e meschino, prevale anche in chi dovrebbe garantire il diritto.

Le sofferenze fisiche di Cristo e di Paolo

Le sofferenze di Gesù sembrano molto più grandi perché sono descritte ampiamente nel resoconto della Passione. Di Paolo si può solo intuire la situazione pesante dell’essere in prigione: di fatto ha già avuto in precedenza sofferenze notevoli nelle flagellazioni o nelle lapidazioni alle quali è stato sottoposto. Egli le riferisce quasi considerandole come un avvenimento che si aspettava.
Paolo dà più rilievo alle sofferenze morali, soprattutto alla solitudine. Questo aspetto è quello che maggiormente indica cosa accomuna la nostra passione con la passione di Cristo e di Paolo.

Certamente le sofferenze morali più gravi che Cristo sopporta sono dovute all’abbandono totale in cui viene lasciato da parte degli uomini. Tutti fuggono: solo Pietro lo segue da lontano e poi lo rinnega. Gesù che in fondo si era abituato ad avere sempre qualcuno che lo sosteneva – e questa è un’abitudine che ci si fa – si vede rapidamente ridotto alla solitudine più estrema. La solitudine è accresciuta dal misterioso abbandono di Dio che si esprime nel grido: « Dio mio, Dio mio, perché mi hai abbandonato ». È stato scritto moltissimo per cercare di comprendere che cosa significa.
Le pagine più drammatiche e più belle sono forse quelle di Hans Urs von Balthasar nel suo «Mistero pasquale»: egli cerca di interpretare, partendo da queste parole, il venerdì santo di Gesù, l’oscurità che si abbatte nella sua anima e la discesa agli inferi.
Balthasar parte dal principio che possiamo interpretare la passione di Gesù a partire dalla passione dei santi: comprendendo le oscurità, le desolazioni, i momenti drammatici di esperienza di abbandono che i grandi santi hanno vissuto, possiamo cogliere qualcosa di ciò che Gesù ha sperimentato prima di tutti, per tutti, a conforto e sostegno di tutti.

Che cosa dire della sofferenza morale di Paolo?
Paolo sperimenta lungo la sua passio, intesa fino alla fine della sua vita, un abbandono progressivo dei discepoli. Lui, che è così pieno di carica vitale, esce in affermazioni che non riescono a nascondere che è stanco e ha l’impressione di aver sofferto al limite delle forze; dice: «Cerca di venire presto da me sono parole di chi veramente non ne può più – perché Dema mi ha abbandonato avendo preferito. il secolo presente ed è partito per Tessalonica; Crescente è andato in Galazia, Tito in Dalmazia – come dire: eccomi qua solo -. Solo Luca è con me. Prendi Marco e portalo con te, perché mi sarà utile per il ministero ». E continua: «Alessandro, il ramaio, mi ha procurato molti mali. Il Signore gli renderà secondo le sue opere; guardatene anche tu, perché è stato un accanito avversario della nostra predicazione. Nella mia difesa in tribunale nessuno mi ha assistito; tutti mi hanno abbandonato. Non se ne tenga conto contro di loro» (2 Tim 4, 9-11.14-16). Quest’ultima è la frase più dura.

È un Paolo diverso da quello che siamo abituati a conoscere; è stanco anche fisicamente, prostrato dalla prigionia, come appare anche nelle altre lettere « pastorali» a Timoteo e a Tito. A noi qui non interessa stabilire se questi scritti sono di sua mano, se riportano frasi sue; li prendiamo come la Chiesa ce li ha tramandati, come espressione della figura dell’Apostolo così come la Chiesa primitiva l’ha conosciuta e ce la trasmette.
Certamente ci danno l’immagine di un Paolo in parabola discendente. Non è più l’entusiasta della lettera ai Galati, della lettera ai Romani, con le grandi sintesi teologiche. È un uomo che lotta contro le difficoltà quotidiane, nella solitudine, e lascia trapelare anche un certo pessimismo. Denuncia ciò che sta avvenendo e prevede dei mali futuri; il tono oscuro e deplorativo ha preso il posto della speranza, della baldanza, dell’ardore.

Questa prova attraverso cui Paolo è passato, è una prova reale, nella quale riconosce che non ha più un possesso completo delle sue forze, dell’ottimismo, dell’entusiasmo, ma deve fare i conti con la fatica e l’accumularsi di pesi e delusioni. Dio ci vuole mostrare in lui il segno che l’uomo viene purificato in tanti modi e questa è una profonda forma di purificazione.
Ci possiamo chiedere se Paolo abbia provato anche abbandono da parte di Dio, le tenebre interiori, la desolazione, la notte dello spirito. Autobiograficamente non è possibile determinarlo. Tuttavia, parla più volte delle forze oscure del male che cercano di ottenebrare l’uomo, che lo insidiano e non lo risparmiano. Egli conosce, quindi, queste potenze delle tenebre che insidiano continuamente l’intimo di ciascuno di noi.
Se ci basiamo su quello che Balthasar dice di Gesù, dobbiamo pensare che probabilmente anche Paolo ha vissuto momenti in cui la fede è stata avvolta da tenebre e ha dovuto camminare col solo ricordo di tutta la ricchezza posseduta e della forza di Dio non più sensibilmente presente.

La passione del cristiano

Mi ha colpito, qualche tempo fa, un libro che descrive la prova della fede di Teresa di Lisieux. L’ultima parte della vita di questa santa è stata profondamente oscura e, dopo i doni meravigliosi che aveva avuto da Dio, è entrata in uno stato quasi incomprensibile. Ella stessa dice che è una prova dell’anima indicibile ed ha quasi paura di parlarne. Poi scrive: «Suppongo di essere nata in un paese circondato da una bruma spessa, mai ho contemplato l’aspetto ridente della natura inondata, trasfigurata dallo splendore del sole; …d’un tratto le tenebre che mi circondano, divengono più spesse, penetrano nell’anima mia e la avviluppano in tal modo che non riesco più a ritrovare in essa l’immagine così dolce della mia Patria: tutto è scomparso! Quando voglio riposare il cuore stanco delle tenebre che lo circondano; ricordando il paese luminoso al quale aspiro, il mio tormento raddoppia; mi pare che le tenebre, assumendo la voce dei peccatori mi dicano facendosi beffe di me: Tu sogni la luce, una patria dai profumi più soavi, tu sogni di possedere eternamente il Creatore di tutte queste meraviglie, credi di uscire un giorno dalle brume che ti circondano. Vai avanti! Vai avanti! Rallegrati della morte che ti darà non già ciò che speri, ma una notte più profonda, la notte del niente ». E ancora: «Quando canto la! felicità del Cielo, il possesso eterno di Dio non provo gioia alcuna, perché canto semplicemente ciò che voglio credere. A volte, è vero, un minimo raggio scende a illuminare la mia notte, allora la prova si interrompe per un attimo, ma subito dopo, il ricordo di questo raggio, invece di rallegrarmi, rende ancora più fitte le mie tenebre ». «È l’agonia pura – dice il 30 settembre, giorno della morte – senza alcuna traccia di consolazione» .
Sono parole che ci colpiscono. Forse una delle più -dure è quella riferita al processo di beatificazione da una consorella che l’aveva sentita: «Se sapeste in quali tenebre sono immersa; non credo nella vita eterna, mi sembra che dopo questa vita mortale non vi sia più nulla. Tutto è scomparso per me, non mi rimane altro che l’amore ».
Ha l’impressione di non credere più, però sente che l’amore c’è: non è una contraddizione, è la purificazione terribile della carità. Sono esperienze che fanno parte del cammino cristiano.

Possiamo trovare anche in altri santi confessioni di questo tipo.
S. Paolo della Croce durante la sua ultima malattia esce in espressioni che fanno davvero pensare. Confida a un confratello: «Oggi mi sentivo impeti gagliardissimi di andarmene disperso e fuggiasco per queste selve, stimolato a gettarmi da una finestra – quindi tentazioni di suicidio -, e continue gagliardissime tentazioni di disperazione ». E ancora: «Un’anima che ha provato carezze celesti e poi si trova a dover stare del tempo spogliata di tutto, anzi, arrivare a segno di trovarsi, a suo parere, abbandonata da Dio, che Dio non la voglia più, non si curi più di lei e che sia molto sdegnato, onde le pare che tutto ciò che fa una tal anima sia tutto malfatto. Ah, non so spiegarmi come desidero! Le basti sapere che questa è una sorte quasi di pena di danno, pena che supera ogni pena».
E poi; «L’impressione di non avere più né fede né speranza né carità, di sentirsi come sperduto nel profondo di un mare in tempesta senza avere chi gli porga una tavola per sfuggire al naufragio, né dall’alto né dalla terra. Non ha nessun lume di Dio, incapace di un minimo buon pensiero, incapace di trattare alcun argomento di vita spirituale, desolato come i monti di Gelboe e sepolto nel ghiaccio. Nelle orazioni stesse vocali non so far altro che passare i grani della corona».
Racconta un suo confratello: «Entrando nella sua camera quando stava infermo, con voce da muovere a compassione anche le tigri disse per tre volte: « Sono abbandonato » ».
Certamente conta molto il carattere delle persone. Chi è molto sensibile in certi momenti di fatica, di depressione e di malattia giunge a parlare così di sé. Comunque è vero che Dio permette misteriosamente nei suoi santi la prova dell’abbandono. È una situazione reale e quando avviene deve farci pensare che è il cammino percorso da Cristo sulla croce, percorso da Paolo e percorso da tanti santi.
Paolo, scrivendo a Timoteo, subito dopo aver detto: «Tutti mi hanno abbandonato» aveva affermato: « Il Signore però mi è stato vicino e mi ha dato forza… Il Signore mi libererà da ogni male e mi salverà per il suo regno eterno; a lui la gloria nei secoli dei secoli» (2 Tim 4, 17-18).
La potenza dello Spirito in lui gli aveva permesso di superare un momento in cui poteva essere tentato addirittura di disperazione. Non possiamo però sapere se l’ultimo quarto d’ora della sua vita sia stato un tempo di luminosità, di chiarezza, oppure di tenebra. Il mistero del cammino umano va verso l’esperienza della morte.
Proprio per questo dobbiamo riflettere su di noi, sulle sofferenze attraverso le quali altri possono passare e sulla necessità di saper prestare aiuto. Un malato, soprattutto grave, difficilmente apre il suo animo: forse solo a qualcuno di cui ha piena fiducia. La missione è di suscitare questa fiducia per poter essere collaboratori nelle prove contro la fede e contro la speranza che l’uomo prossimo alla morte può vivere.
Si racconta che Teresa di Gesù Bambino verso la fine della sua vita rimase in preda ad un’ agitazione e angoscia inesprimibili, che spaventarono le consorelle. La sentirono dire: «Quanto bisogna pregare per gli agonizzanti! Se si sapesse! ».
Ecco come la vita dei santi può aiutarci a penetrare meglio la passio Christi e la passio Pauli.

Come Paolo ha vissuto la comunione con la passione di Cristo

- Dalle lettere in cui Paolo parla delle sue sofferenze ricaviamo, prima di tutto, che ha da Dio il dono di viverle con grande spirito di fede, valutandone il significato alla luce del piano salvifico. «…il Salvatore nostro Gesù Cristo… del quale io sono stato costituito araldo, apostolo e maestro. È questa la causa dei mali che soffro» (2 Tim 1, 9-11).
Se soffro, soffro per Cristo e « non me ne vergogne: so infatti a chi ho creduto e sono convinto che egli è capace di conservare fino a quel giorno il deposito che mi è stato affidato» (2 Tim 1, 12).

- Lo spirito di fede è intriso di senso ecclesiale per ciò che soffre. « Ricordati che Gesù Cristo, della stirpe di Davide, è risuscitato dai morti, secondo il mio Vangelo, a causa del quale io soffro fino a portare le catene come un malfattore; ma la parola di Dio non è incatenata! Perciò sopporto ogni cosa per gli eletti, perché anch’essi raggiungano la salvezza che è in Cristo Gesù insieme alla gloria eterna» (2 Tim 2, 8-10). lo soffro ma per gli altri, per tutta la Chiesa, per l’opera di Cristo. «Sono lieto delle sofferenze che sopporto per voi e completo nella mia carne quello che manca ai patimenti di Cristo, a favore del suo corpo che è la Chiesa. Di essa sono diventato ministro, secondo la missione affidatami da Dio presso di voi: di realizzare la sua parola» (Col 1, 24-25).
Il profondissimo senso di missione che è la molla interiore di tutto ciò che fa per la Chiesa, non lo abbandona neanche in questi momenti, ma gli dà la grazia di considerarli come il completamento del servizio che vuol compiere fino in fondo.

Domande per noi

Potremmo concludere chiedendoci qual è il nostro atteggiamento.
Innanzitutto dobbiamo riconoscerci estremamente fragili, suscettibili di essere tentati, forse anche in cose da poco e di dover passare per questi momenti difficili. Il senso della fragilità è importante perché, altrimenti, rischiamo di parlare di queste cose con facilità, e quando ci troviamo a viverle reagiamo in modo del tutto contrario, cambiando, per così dire, mondo e linguaggio. La coscienza della nostra fragilità ci permette di collegare meglio ciò che leggiamo con ciò che in realtà viviamo.
Per questo è necessaria la vigilanza di cui abbiamo già parlato e che Paolo ricorda spesso: «E quando si dirà: pace e sicurezza, allora d’improvviso vi colpirà la rovina, come le doglie di una donna incinta; e nessuno scamperà. Ma voi, fratelli, non siete nelle tenebre, così che quel giorno possa sorprendervi come un ladro; V’pi tutti infatti siete figli della luce e figli del giorno; noi non siamo della notte né delle tenebre. Non dormiamo dunque come gli altri, ma restiamo svegli e siamo sobri» (1 Ts 5, .3-6).
«Rivestitevi con la corazza della fede e della carità e avendo come elmo la speranza della salvezza» (1 Ts 5, 8). «Rivestitevi dell’armatura di Dio per poter resistere alle insidie del diavolo. La nostra battaglia infatti non è contro creature fatte di sangue e di carne, ma contro i Principati e le Potestà, contro i dominatori di questo mondo di tenebra, contro gli spiriti del male che abitano nelle regioni celesti. Prendete perciò l’armatura di Dio, perché possiate resistere nel giorno malvagio e restare in piedi dopo aver superato tutte le prove» (Ef 6, 11-13).

L’esistenza cristiana è una prova non da poco perché ci mette di fronte ad un avversario implacabile che continuamente torna ad attaccarci. Quando consideriamo la realtà quotidiana, le cose semplici di ogni giorno, questo linguaggio ci sembra eccessivo; ma se andiamo più a fondo nella nostra storia, nella storia degli altri uomini, nelle prove dolorosissime che la gente vive, nei problemi che portano all’angoscia e alla disperazione, allora vediamo molto più chiaramente che il nemico dell’uomo è all’opera. Esso cerca in tutte le maniere più semplici, più coperte, più subdole, di portare ciascuno di noi a mancare di fede e di speranza, suggerendoci una visione rassegnata della vita, senza la luce interpretativa del piano salvifico di Dio. Continuamente vuol distruggere la scintilla della fede che ci permette di vedere tutto come cammino di Dio in noi e cammino nostro verso di lui.
Il Nuovo Testamento esorta alla vigilanza e alla lotta, perché conosce benissimo la condizione umana e sa che le prove sono riservate a tutti; quando pensiamo che sono passate, sono invece più vicine che mai.

Chiediamo al Signore che nella riflessione sulla passione di Cristo e sulla passione di Paolo, sia dato anche a noi di camminare nella via di Dio e di stare in piedi, di resistere con coraggio nelle difficoltà, e di poter aiutare altri, molti altri, affinché non soccombano nella prova.

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