Archive pour la catégorie 'Card. C.M. Martini †'

IL “NON SO” DEL CARD. MARTINI, di PIERO STEFANI

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IL “NON SO” DEL CARD. MARTINI, di PIERO STEFANI [Il riferimento biblico è al Paolo degli Atti degli apostoli (20,17-38)]

Posted on 8 settembre 2012

Il pensiero della settimana, n. 397

Vi sono due esperienze comuni nella vita di ciascuno. La prima è di non saper motivare fino infondo sul piano argomentativo le scelte qualificanti della propria esistenza, la seconda è di sperimentare le conseguenze impreviste di alcune decisioni liberamente e consapevolmente assunte. Se si domandano a ciascuno di noi le motivazioni profonde del perché sia credente o agnostico, del perché abbia sposato quella determinata persona, del perché abbia scelto quella determinata professione e così via, dalla bocca uscirebbero certo parole, tuttavia si resterebbe nell’intimo, in parte, insoddisfatti; avverrebbe qualcosa di simile a quel che capita quando si racconta un proprio sogno: anche quando si vuol essere precisi si avverte che qualcosa ci sfugge; il discorso resta al di sotto delle immagini. Allorché si prendono decisioni fondamentali per la propria vita si è consapevoli di non poter controllare la distesa del possibile che ci si squaderna davanti, si ignora però quali specifiche situazioni prenderanno effettivamente piede e se, per caso, irromperà una di quelle che vanifica alcuni presupposti di fondo della scelta compiuta.
Dieci anni fa, al termine del suo lungo mandato episcopale, Carlo Maria Martini comunicò la propria volontà di trascorrere a Gerusalemme gli ultimi anni della sua vita. Quella città avrebbe dovuto essere anche il luogo della sua sepoltura. Si trattò di una scelta qualificante. Essa suscitò non poco sconcerto in molti di coloro che vedevano la grande guida spirituale allontanarsi dall’Italia.
Parlando a Efeso il 18 giugno 2002, nel corso di un pellegrinaggio diocesano, Martini commentò di persona la scelta da lui compiuta. Nel farlo espresse la propria incapacità di motivare in maniera conveniente la decisione già assunta: «Tante volte mi è stato chiesto negli ultimi mesi: perché vuole andare a Gerusalemme, una volta terminato il suo ministero a Milano? E ho risposto: non lo so. Vado “avvinto dallo spirito”, come dice Paolo, mosso interiormente dallo Spirito Santo. Mi pare quindi di partecipare molto fortemente ai suoi sentimenti e di viverli nel cuore. E vado senza sapere ciò che mi accadrà. Nessuno sa che cosa può accadere a Gerusalemme dove avvengono tante cose dolorose e strazianti» (C.M. Martini, Verso Gerusalemme, Feltrinelli, Milano 2002, p.11).
Il riferimento biblico è al Paolo degli Atti degli apostoli (20,17-38). In quel passo si afferma appunto che egli andrà a Gerusalemme «avvinto dallo Spirito (…) senza sapere ciò che gli accadrà». L’attualizzazione a cui alludeva il cardinale riguardava invece i giorni terribili degli attentati terroristici: poche ore prima era saltato in aria un autobus provocando la morte di una ventina di studenti. Nel riferire a se stesso le parole di Paolo, Martini pensava probabilmente che sarebbe potuto capitare anche a lui di essere casualmente colpito da qualche strumento di morte mentre si trovava per le strade della «città santa». L’eventualità rafforzava in lui la convinzione che era bene abitare là dove il dramma della storia umana si fa più intenso e autentico.
Il Vangelo di Luca rimarca con forza il momento di svolta dell’itinerario fisico e spirituale di Gesù. Ciò avviene evocando la figura del «servo del Signore» che indurì il proprio volto (Is 50, 7). Così fece anche Gesù quando si mise in cammino verso Gerusalemme (Lc 9,51). Giunto là sapeva che sarebbe dovuto morire. Il racconto lucano non lascia spazio a incertezze: «Però è necessario che oggi, domani e il giorno seguente io prosegua il cammino, perché non è possibile che un profeta muoia fuori da Gerusalemme» (Lc 13,33).
In quel frangente della sua vita Martini guardò però non già al Vangelo bensì all’altra opera di Luca, gli Atti, in cui il rapporto di Paolo con Gerusalemme è contraddistinto da una nota meno sicura: in quella città non si sa cosa possa accadere. Sembra tuttavia di capire che l’animo del cardinale allora, per quanto insicuro del modo in cui sarebbe morto a Gerusalemme dove «avvengono tante cose dolorose e strazianti», non avesse messo in preventivo che proprio la sua malattia sarebbe stata la causa maggiore che gli avrebbe impedito di chiudere per sempre gli occhi nella città alle cui porte Gesù gridò «Elì». Il dilagare progressivo del Parkinson e la crescente necessità di essere accudito hanno, invece, spinto Martini a ritornare in provincia di Milano. In modo inatteso la sua parabola finale si è consumata in terra ambrosiana.
Per chi ha studiato filosofia Gallarate evoca i volumi, più volte consultati, dell’ Enciclopedia filosofica. Per chi è più addentro nelle questioni accademiche richiama anche l’Aloisianum, vecchia sede della Pontificia Facoltà di Filosofia (dove studiò anche il giovane Martini). Tutto questa è storia passata: la Facoltà è chiusa da decenni e ora il Centro studi di Gallarate, scombinando un poco gli orientamenti geografici, ha sede a Padova. La decrescita numerica e il progressivo invecchiamento dei gesuiti italiani hanno indotto a trasformare la sede dell’Aloisianum in casa di riposo per i membri anziani dell’ordine. Là Martini ha trovato la sua «residenza assistita». Al pari di Ignazio di Loyola – in altre circostanze da lui esplicitamente citato a questo riguardo – Martini avrebbe desiderato vivere e morire a Gerusalemme. La crescente debolezza sua e della Compagnia di Gesù nel suo insieme lo hanno condotto invece a morire lontano dalle mura di Gerusalemme e prossimo ai luoghi in cui fu pastore. Tuttavia proprio questo reditus, che appare per più versi come un fallimento, è inscritto più profondamente nella paradossale logica salvifica della croce di quanto non sarebbe stato un congedo dalla vita terrena avvenuto nella città di Davide. L’ininterrotto pellegrinaggio alla sua salma ospitata nel Duomo di Milano è stato il segno pubblico di quanto la sua figura e la sua opera abbiano inciso in terra ambrosiana.

    
PIERO STEFANI

LA PAROLA DI DIO DALLA PRIMA LETTURA. IL LIBRO DELLA SAPIENZA (2). – C.MARIA MARTINI

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LA PAROLA DI DIO DALLA PRIMA LETTURA. IL LIBRO DELLA SAPIENZA (2).

RIFLESSIONE DI C.MARIA MARTINI

SAP 7

22In lei c’è uno spirito intelligente, santo,
unico, molteplice, sottile,
agile, penetrante, senza macchia,
schietto, inoffensivo, amante del bene, pronto,
23libero, benefico, amico dell’uomo,
stabile, sicuro, tranquillo,
che può tutto e tutto controlla,
che penetra attraverso tutti gli spiriti
intelligenti, puri, anche i più sottili.
24La sapienza è più veloce di qualsiasi movimento,
per la sua purezza si diffonde e penetra in ogni cosa.
25È effluvio della potenza di Dio,
emanazione genuina della gloria dell’Onnipotente;
per questo nulla di contaminato penetra in essa.
26È riflesso della luce perenne,
uno specchio senza macchia dell’attività di Dio
e immagine della sua bontà.
27Sebbene unica, può tutto;
pur rimanendo in se stessa, tutto rinnova
e attraverso i secoli, passando nelle anime sante,
prepara amici di Dio e profeti.
28Dio infatti non ama se non chi vive con la sapienza.
29Ella in realtà è più radiosa del sole e supera ogni costellazione,
paragonata alla luce risulta più luminosa;
30a questa, infatti, succede la notte,
ma la malvagità non prevale sulla sapienza.

 

“Il tuo Spirito buono mi guidi in terra piana” (Salmo 143,10)
Dobbiamo riconoscere che normalmente della Santissima Trinità sentiamo più familiari le persone del Padre e del Figlio, mentre facciamo fatica a considerare una persona della Trinità lo Spirito Santo. Può venirci in aiuto ciò che il papa Giovanni Paolo II ha scritto nella sua enciclica, “Dominum et vivificantem”, definendo lo Spirito Santo “Persona-amore”.
Poiché l’amore si manifesta nel dono possiamo dire che lo Spirito Santo ne è uno splendido esempio perché ci regala non uno ma sette doni: sapienza, intelletto, consiglio, fortezza, scienza, pietà e timor di Dio.
Incontriamoli uno a uno per conoscerli da vicino e gustarli fino in fondo.
LA SAPIENZA
La parola sapienza deriva dal latino “sàpere”: “aver sapore, essere gustoso”. Grazie a questo dono diventiamo capaci di comprendere la bellezza del creato, il sapore delle cose della vita.
Anche l’esistenza più modesta e nascosta trova meraviglie e diventa essa stessa motivo di meraviglia e apre il pensiero a Dio Creatore.
Ancor più la sapienza ci aiuta a distinguere il bene dal male.Il re Salomone chiedendo a Dio il dono della sapienza, chiedeva di diventare “sapiente” proprio in questo senso. “Signore – pregava – io sono un ragazzo, non so come regolarmi: concedimi un cuore docile perché sappia distinguere il bene dal male”.
Il dono della “Sapienza”, è dunque, il dono che illumina la mente e la rende capace di vedere nel creatola meravigliosa opera di Dio e illumina il cuore, facendogli capire e distinguere il bene dal male.“La sapienza è quel dono che ci fa scoprire il “sapore” delle cose vere, delle persone care, degli affetti più profondi ti visita come la luce del mattino: ti rivela il bene che c’è in te, il cammino da compiere e quale sia la fonte inesauribile della speranza. E ti capita di sentirti stringere il cuore per le occasioni perdute, per i gesti, le parole, le dimenticanze maldestre con cui hai fatto soffrire le persone che ami di più. La sapienza ti suggerisce come chiedere perdono, come regalare di nuovo la gioia. E la gioia dell’agire si ridesta, il correre delle ore ritrova un ordine. Finalmente la vita ritrova in gesti di carità il suo sapore”.

Carlo Maria Martini

A CINQUANT’ANNI DALL’ENCICLICA HAURIETIS AQUAS DI PAPA PIO XII. UNA MEDITAZIONE DEL CARDINALE CARLO MARIA MARTINI – 2006

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A CINQUANT’ANNI DALL’ENCICLICA HAURIETIS AQUAS DI PAPA PIO XII. UNA MEDITAZIONE DEL CARDINALE CARLO MARIA MARTINI – 2006

La devozione al Sacro Cuore di Gesù
Lo scorso 15 maggio papa Benedetto XVI ha inviato al generale della Compagnia di Gesù una lettera in occasione dei cinquant’anni dell’enciclica Haurietis aquas. Pio XII a sua volta aveva scritto quell’enciclica per celebrare e ricordare a tutti il primo centenario dell’estensione all’intera Chiesa della festa del Sacro Cuore di Gesù. In questo modo, approfittando della concatenazione degli anniversari, il Papa ha voluto riallacciarsi al filo ininterrotto di quella devozione che da secoli accompagna e conforta tanti cristiani nel loro cammino. In questa occasione abbiamo chiesto alcune riflessioni al cardinale Martini, ed egli ci ha inviato il testo che segue.

del cardinale Carlo Maria Martini sj
Apparizione del Sacro Cuore a santa Margherita Maria Alacoque, mosaico di Carlo Muccioli, Basilica di San Pietro, Città del Vaticano
Apparizione del Sacro Cuore a santa Margherita Maria Alacoque, mosaico di Carlo Muccioli, Basilica di San Pietro, Città del Vaticano
Ricordo molto bene il tempo in cui uscì l’enciclica Haurietis aquas in gaudio. Io ero allora studente di Sacra Scrittura e membro della comunità del Pontificio Istituto Biblico, dov’era professore l’illustre biblista padre Agostino Bea, poi fatto cardinale da papa Giovanni XXIII. Padre Bea era uno stretto collaboratore di papa Pio XII, e si diceva nella comunità, penso con buone ragioni, che egli avesse contribuito a preparare questo documento. Certamente colpiva l’impostazione biblica di tutto il testo, a partire dal titolo, che è una citazione dal libro di Isaia (12, 3). Perciò l’enciclica (che portava la data del 15 maggio 1956) fu letta con molta attenzione dalla comunità dell’Istituto Biblico, che ne apprezzava in particolare il fondamento sui testi della Scrittura. Nel passato invece tale devozione, che di per sé ha una lunga storia nella Chiesa, si era sviluppata tra il popolo a partire soprattutto da cosiddette “rivelazioni” di tipo privato, come quelle a santa Margherita Maria nel secolo XVII. La percezione di come in essa venisse sintetizzato concretamente il messaggio biblico dell’amore di Dio era qualcosa che ci riavvicinava a questa devozione tradizionale, che nel passato recente era stata molto sentita soprattutto nella Compagnia di Gesù, in particolare nella sua lotta contro il rigorismo giansenista.
Il fatto che papa Benedetto abbia voluto scrivere una lettera per ricordare questa enciclica proprio al superiore generale della Compagnia di Gesù si deve certamente anche al fatto che i Gesuiti si consideravano particolarmente responsabili della diffusione di questa devozione nella Chiesa. Ciò veniva anche affermato da santa Margherita Maria, secondo la quale questo incarico era stato voluto dallo stesso Signore che si manifestava a lei.
Fu così che la devozione al Sacro Cuore mi fu presentata nel noviziato dei Gesuiti, negli anni Quaranta del secolo passato. Ciò mi portava a riflettere sul modo con cui fosse possibile vivere questa devozione e d’altra parte lasciarsi ispirare nella propria vita spirituale dalla ricchezza e dalla meravigliosa varietà della parola di Dio contenuta nelle Scritture.
Benedetto XVI con il cardinale Carlo Maria Martini
Benedetto XVI con il cardinale Carlo Maria Martini
E questa domanda si poneva con tanta più insistenza in quanto anche il mio personale cammino cristiano si era imbattuto in qualche modo fin dalla fanciullezza con questa devozione. Essa mi era stata instillata da mia madre con la pratica dei primi venerdì del mese. In questo giorno la mamma ci faceva alzare presto per andare alla messa nella chiesa parrocchiale e fare la comunione. C’era la promessa che chi si fosse confessato e avesse fatto la comunione per nove primi venerdì del mese di seguito (non era permesso saltarne uno!) poteva essere certo di ottenere la grazia della perseveranza finale. Questa promessa era molto importante per mia madre. Ricordo che per noi ragazzi c’era anche un altro motivo per recarsi così presto alla messa. Infatti si prendeva allora la colazione in un bar con una buona brioche.
Una volta fatta la comunione per nove primi venerdì di seguito, era opportuno ripetere la serie, per essere sicuri di ottenere la grazia desiderata. Ne venne poi anche l’abitudine di dedicare questo giorno al Sacro Cuore di Gesù, abitudine che poi da mensile era divenuta settimanale: ogni venerdì dell’anno era dedicato in qualche modo al Cuore di Cristo.
Così era nel mio ricordo la devozione di allora. Essa era concentrata soprattutto sull’onore e sulla riparazione al Cuore di Gesù, visto un po’ in sé stesso, quasi separato dal resto del corpo del Signore. Alcune immagini riproducevano infatti soltanto il Cuore del Signore, coronato di spine e trafitto dalla lancia.
Uno dei meriti dell’enciclica Haurietis aquas era proprio di aiutare a porre tutti questi elementi nel loro contesto biblico e soprattutto di mettere in risalto il significato profondo di tale devozione, cioè l’amore di Dio, che dall’eternità ama il mondo e ha dato per esso il suo Figlio (Gv 3, 16; cfr. Rm 8, 32, ecc.).
Così il culto del Cuore di Gesù è cresciuto in me col passare del tempo. Forse si è un po’ affievolito per quanto riguarda il suo simbolo specifico, cioè il cuore di Gesù. È diventato, per me e per tanti altri nella Chiesa, una devozione verso l’intimo della persona di Gesù, verso la sua coscienza profonda, la sua scelta di dedizione totale a noi e al Padre. In questo senso il cuore viene considerato biblicamente come il centro della persona e il luogo delle sue decisioni. È così che vedo come questa devozione ci aiuta ancora oggi a contemplare ciò che è essenziale nella vita cristiana, cioè la carità. Comprendo anche meglio come essa è in stretta relazione con la Compagnia di Gesù, la quale è generata spiritualmente dagli Esercizi di sant’Ignazio di Loyola. Infatti gli Esercizi sono un invito a contemplare a lungo Gesù nei misteri della sua vita, morte e resurrezione, per poterlo conoscere, amare e seguire.
Alcuni episodi della vita di Gesù tratti dalla Maestà di Duccio di Buoninsegna, Museo dell’Opera, Siena; qui sopra, l’ultima cena, particolare
Alcuni episodi della vita di Gesù tratti dalla Maestà di Duccio di Buoninsegna, Museo dell’Opera, Siena; qui sopra, l’ultima cena, particolare
Grande merito di questa devozione è stato dunque quello di avere portato l’attenzione sulla centralità dell’amore di Dio come chiave della storia della salvezza. Ma per cogliere questo era necessario imparare a leggere le Scritture, a interpretarle in maniera unitaria, come una rivelazione dell’amore di Dio verso l’umanità. L’enciclica Haurietis aquas segnò un momento decisivo di questo cammino.
Come si è avuto e si avrà ancora in futuro uno sviluppo positivo dei semi lanciati dall’enciclica nel terreno della Chiesa? Penso che un momento fondamentale è stato quello del Concilio Vaticano II, nella sua costituzione Dei Verbum. Essa ha esortato l’intero popolo di Dio a una familiarità orante con le Scritture. Di qui anche le diverse “devozioni” ricevono approfondimento e nutrimento solido.
Il punto di arrivo odierno lo potremmo vedere nella enciclica di papa Benedetto XVI Deus caritas est. Egli scrive: «Nella storia d’amore che la Bibbia ci racconta, Dio ci viene incontro, cerca di conquistarci – fino all’Ultima Cena, fino al Cuore trafitto sulla croce, fino alle apparizioni del Risorto…»; e conclude dicendo: «Allora cresce l’abbandono in Dio e Dio diventa la nostra gioia (cfr. Sal 73 [72], 23-28)». Si tratta perciò di leggere con sempre maggiore intelligenza spirituale le Sacre Scritture, tenendo desta l’attenzione a ciò che sta alla radice di tutta la storia di salvezza, cioè l’amore di Dio per l’umanità e il comandamento dell’amore del prossimo, sintesi di tutta la Legge e dei Profeti (cfr. Mt 7,12).
In questo modo saranno messe a tacere anche oggi quelle che sono state lungo i secoli le obiezioni al culto del Sacro Cuore, che lo accusavano di intimismo o di fomentare un atteggiamento passivo, a scapito del servizio del prossimo. Pio XII ricordava e confutava queste difficoltà, che non sono scomparse neppure ai nostri tempi, se Benedetto XVI può scrivere nella sua enciclica: «È venuto il momento di riaffermare l’importanza della preghiera di fronte all’attivismo e all’incombente secolarismo di molti cristiani impegnati nel lavoro caritativo» (n. 37).
Un altro merito dell’enciclica Haurietis aquas consisteva nel sottolineare l’importanza dell’umanità di Gesù. In questo riprendeva le riflessioni dei Padri della Chiesa sul mistero dell’Incarnazione, insistendo sul fatto che il cuore di Gesù «dovette indubbiamente palpitare d’amore e d’ogni altro affetto sensibile» (cfr. nn. 21-28). Perciò l’enciclica aiuta a difendersi da un falso misticismo che tenderebbe a superare l’umanità di Cristo per avvicinarsi in maniera in qualche modo diretta al mistero ineffabile di Dio. Come hanno sostenuto non solo i Padri della Chiesa, ma anche i grandi santi come santa Teresa d’Avila e sant’Ignazio di Loyola, l’umanità di Gesù rimane un passaggio ineliminabile per comprendere il mistero di Dio. Non si tratta quindi di venerare soltanto il Cuore di Gesù come simbolo concreto dell’amore di Dio per noi, ma di contemplare la pienezza cosmica della figura di Cristo: «Egli è prima di tutte le cose e tutte sussistono in lui… perché piacque a Dio di far abitare in lui ogni pienezza» (Col 1, 17.19).
Crocifissione, particolare
Crocifissione, particolare
La devozione al Sacro Cuore ci ricorda anche come Gesù abbia donato sé stesso “con tutto il cuore”, cioè volentieri e con entusiasmo. Ci viene dunque detto che il bene va fatto con gioia, perché «vi è più gioia nel dare che nel ricevere» (At 20, 35) e «Dio ama chi dona con gioia» (2Cor 9, 7). Ciò tuttavia non deriva da un semplice proposito umano ma è una grazia che Cristo stesso ci ottiene, è un dono dello Spirito Santo che rende facile ogni cosa e ci sostiene nel cammino quotidiano, anche nelle prove e nelle difficoltà.
Infine vorrei far menzione di quello che è chiamato Apostolato della preghiera, che è nato nel secolo XIX, a opera di padri gesuiti, in stretta connessione con la devozione al Sacro Cuore. Ritengo che esso metta a disposizione di tutti i fedeli, con l’offerta quotidiana della giornata in unione con l’offerta eucaristica che Gesù fa di sé, uno strumento molto semplice per mettere in pratica quanto dice san Paolo nell’inizio della seconda parte della Lettera ai Romani, dando una sintesi pratica della vita cristiana: «Vi esorto dunque, fratelli, per la misericordia di Dio, ad offrire i vostri corpi come sacrificio vivente, santo e gradito a Dio; è questo il vostro culto spirituale» (Rm 12, 1).
Tante persone semplici possono trovare nell’apostolato della preghiera un aiuto per vivere il cristianesimo in maniera autentica. Esso ci ricorda anche l’importanza della vita interiore e della preghiera. A Gerusalemme si sente in maniera particolare come la preghiera, e in particolare l’intercessione, costituisca una priorità. Non naturalmente soltanto la povera preghiera di ciascun singolo, ma una preghiera unita all’intercessione di tutta la Chiesa, la quale a sua volta non è che un riflesso dell’intercessione di Gesù per tutta l’umanità.
Quest’intercessione si eleva senza interruzione da parte di Gesù al Padre per la pace tra gli uomini e per la vittoria dell’amore sull’odio e sulla violenza. Abbiamo tanto bisogno di questo ai nostri giorni, soprattutto in questa “città della preghiera” e “città della sofferenza” che è Gerusalemme.

CARLO MARIA MARTINI, INDOMITO PORTATORE DELLA « SPERANZA CHE NON DELUDE » – OMELIA CARD. SCOLA

http://www.zenit.org/it/articles/carlo-maria-martini-indomito-portatore-della-speranza-che-non-delude

CARLO MARIA MARTINI, INDOMITO PORTATORE DELLA « SPERANZA CHE NON DELUDE »

L’OMELIA DEL CARDINALE ANGELO SCOLA NELLA MESSA IN SUFFRAGIO DELL’ARCIVESCOVO EMERITO DI MILANO

Milano, 31 Agosto 2013 (Zenit.org)

Riprendiamo di seguito l’omelia pronunciata questa sera in Duomo dal cardinale arcivescovo di Milano, Angelo Scola, nella Messa in suffragio del cardinale Carlo Maria Martini, nel primo anniversario della sua morte.

***
«Il popolo che abitava nelle tenebre vide una grande luce, per quelli che abitavano in regione e ombra di morte una luce è sorta» (Vangelo, Mt 4,16). L’evangelista Matteo, per descrivere l’inizio del ministero pubblico di Gesù, utilizza le parole di una profezia di Isaia (cf. Is 8,23-9.1). Una descrizione efficace, che ben esprime l’iniziativa di Dio nei confronti della umana condizione.
Non si può forse dire di ogni uomo che “abita in regione e ombra di morte”? Questa, come un sordo rumore di fondo, accompagna tutta la nostra vita. Non è proprio la morte, soprattutto quella delle persone a noi care e quella degli innocenti, ad aprire dolorosamente l’interrogativo circa il bene della vita? Se non c’è, infatti, risposta alla morte, se non esiste una luce in grado di dissipare l’ombra della morte, uno scetticismo dalle molte sfumature s’impadronisce di noi. Nessuno può sottrarsi a queste domande. Esse attraversano, senza distinzione, l’esistenza di credenti e di non credenti, incamminati sulla stessa strada.
Nell’iniziativa che Gesù prende dopo la cattura di Giovanni, si apre a noi una strada per guardare in faccia la bruciante questione della morte: in prima persona nel territorio intorno a Cafarnao Gesù «incominciò a predicare e a dire: “Convertitevi, perché il regno di Dio è vicino”». E allora «il popolo vide una grande luce…» (Vangelo, Mt 4,16-17). «Cristo è morto per noi» (Epistola, Rm 5,18): così Paolo esplicita il cuore abbagliante di questa grande luce.
Celebrare l’Eucaristia nel primo anniversario della dipartita dell’Arcivescovo Carlo Maria è un’occasione privilegiata per rendere grazie a Dio del bene compiuto nel suo ministero episcopale. Il suo sguardo appassionato per tutti gli uomini continua ad accendere la speranza «che non delude» (Epistola, Rm 5,5). Non delude perché proviene dall’amore stesso di Dio che gratuitamente si riversa nei nostri cuori. Non viene meno neppure quando siamo «deboli…» «peccatori…» e «nemici» (Epistola, Rm 5,6-8).
L’Arcivescovo Carlo Maria fu indomito portatore di questa «speranza affidabile» (Spe salvi 1 e 2) che deriva dalla fede incrollabile nella Risurrezione di Gesù. Fra le pagine che il Cardinale ha dedicato alla morte e alla risurrezione ve n’è una assai penetrante che narra della straordinaria modalità con cui Gesù appare, risorto, ai suoi. Reincontrando la Maddalena, i discepoli di Emmaus, Pietro sul lago di Tiberiade Gesù, che avrebbe potuto rimproverarli perché, presi dalla paura, l’avevano in vario modo abbandonato, invece «non giudica il comportamento che hanno avuto, non critica, non condanna, non rinfaccia i ricordi dolorosi della loro debolezza, ma conforta e consola» (C. M. Martini, La trasformazione di Cristo e del cristiano alla luce del Tabor. Esercizi spirituali, BUR-Rizzoli, Milano 2004, 166). Consola perché non approfitta«dell’umiliazione altrui per schernire, schiacciare mettere da parte, ma riabilita, ridà coraggio ridà responsabilità» (ibid., 167). Con la luce della Sua risurrezione li inoltra, in pienezza di verità, sulla strada di una responsabile novità.
«Nella conversione e nella calma sta la vostra forza» (Lettura, Is 30,15). Il Cardinal Martini diceva che per poter partecipare, da poveri uomini, a questa forza di «consolazione regale» propria di Gesù bisogna «avere in sé un grande tesoro, una grande gioia» (La trasformazione, 167). La memoria viva del Cardinale si fa per noi questa sera invito ad accogliere, come ci ha detto san Paolo, anche in mezzo alle tribolazioni di varia natura, quella pace che fa fiorire «la pazienza, la virtù provata e la speranza» (cf. Epistola, Rm 5,3-4).
Quella offerta a tutti gli uomini dal grande tesoro che è Gesù Cristo morto e risorto è, insiste Paolo, «la speranza della gloria di Dio» (Epistola, Rm 5,8). Una speranza in forza della quale passato, presente e futuro, inscindibilmente intrecciati dalla misericordia di Dio, formano l’ordito della nostra storia personale, della storia della Chiesa e del mondo. La luce della fede che ci ha portato Gesù (cf. Papa Francesco, Lumen fidei 1), illumina il cammino che la Provvidenza ha donato alla nostra Chiesa. Un’unità che si esprime e risplende nella pluriformità di accenti e di risposte personali alla grazia di Dio.
Significativamente l’Arcivescovo Carlo Maria ha dedicato la sua prima Lettera pastorale alla preghiera contemplativa. In essa egli definisce l’uomo in questi termini: «Aperto al mistero, paradossale promontorio sporgente sull’Assoluto, essere eccentrico e insoddisfatto» (La dimensione contemplativa della vita I).
Apertura, sporgenza, eccentricità, insoddisfazione… non sono tutte categorie appropriate per descrivere la tensione positiva alla vita e alla vita “per sempre” che inquieta il cuore in ogni uomo rendendolo consapevole di non essere lontano da nessun altro uomo? Non esistono domande autentiche di un uomo che non siano di tutti gli uomini; le “periferie esistenziali” – per usare l’espressione di Papa Francesco – sono innanzitutto i confini della stessa esperienza di ciascuno di noi.
La dimensione contemplativa dell’esistenza restituisce l’uomo a se stesso, affermava l’allora Arcivescovo di Milano in quella prima Lettera pastorale. Questo insegnamento riletto ora, alla fine del suo pellegrinaggio terreno, esprime bene il centro della sua personalità, della sua testimonianza di vita, della sua azione pastorale, della sua passione civile, dell’indomito tentativo di indagare gli interrogativi brucianti dell’uomo di oggi. Per questo la ricca complessità della sua persona e del suo insegnamento continuano ad interrogare uomini e donne di ogni condizione. La dimensione contemplativa della vita del Cardinal Martini rappresenta l’antefatto, l’orizzonte, il precedente di tutta la sua riflessione e di tutta la sua azione. Ciò che è stato e che viene detto e scritto sulla sua figura, sul suo pensiero e sulla sua opera diventerebbe facilmente unilaterale se non venisse collocato in questa unificante prospettiva.
Al termine della Santa Messa ci recheremo a pregare sulla tomba del Cardinale. Questo gesto che la liturgia chiama di suffragio – con cui onora la memoria dei defunti e offre il sacrificio eucaristico perché, purificati, possano giungere alla visione beatifica di Dio (cf. Catechismo della Chiesa Cattolica n. 1032) – chiede ad ognuno di noi una risposta personale che ci spalanchi al campo che è il mondo intero. È una conversione che ha la forma – ce lo ha ricordato il profeta nella Lettura – di un «abbandono confidente» (Lettura, Is 30,15). Invochiamo, per intercessione della Santissima Vergine Maria, la grazia di un simile abbandono. Amen.

LA TRASFIGURAZIONE DI PAOLO – CARLO MARIA MARTINI

http://www.atma-o-jibon.org/italiano7/martini_confessioni_di_paolo7.htm

CARLO MARIA MARTINI

LE CONFESSIONI DI PAOLO

MEDITAZIONI

LA TRASFIGURAZIONE DI PAOLO

Partendo dall’episodio storico della sofferenza nella vita di Paolo, riflettiamo sulla trasfigurazione a cui l’ha portato l’interiore purificazione, per meditare poi sulla trasfigurazione del pastore.
Come grazia di questa meditazione chiediamo di potere, attraverso la conoscenza dell’ Apostolo, giungere alla conoscenza di Cristo, la cui gloria risplende sul suo volto e vuole risplendere in noi.
Ti ringraziamo, Padre, per il dono di gloria luminosa, affascinante, che hai posto sul volto del tuo Figlio Risorto. Questa gloria l’hai mostrata alla tua Chiesa, nel tuo servo Paolo, come l’avevi mostrata interiormente a Maria, Madre di Gesù, a Pietro e agli Apostoli.
Ti ringraziamo perché continui a mostrare questa gloria nella storia della Chiesa attraverso i santi. Ti ringraziamo per i santi che abbiamo conosciuto, per tutti coloro i cui scritti, le cui parole ci edificano, per tutti coloro la cui vita ci è di sostegno. Manifesta la gloria del volto di Cristo anche a noi, perché qualcosa di quello splendore risplenda in noi stessi e, interiormente trasformati, possiamo conoscere il tuo Figlio Gesù e farlo conoscere come sorgente di trasformazione della vita di ogni uomo. Te lo chiediamo, Padre, per Cristo nostro Signore. Amen.
Quanto abbiamo detto della sofferenza di Paolo per la rottura con Barnaba può essere esteso ad altri conflitti, che hanno segnato la vita di quest’uomo straordinario: i conflitti con le comunità, soprattutto quelli a cui fanno riferimento la seconda lettera ai Corinti e la lettera ai Galati. In esse Paolo ei appare chiaramente in contrasto con certi modi di agire e in situazioni di tensione, di dolore, di solitudine. Emblematico è il conflitto con Pietro ad Antiochia, in cui Paolo si trova in una situazione estremamente imbarazzante e difficile.
Innanzitutto ciò che dobbiamo ricavare da queste considerazioni è che non ei si deve stupire di queste cose: nella storia della Chiesa questi conflitti nascono. Le difficoltà di collaborazione tra preti, le difficoltà di collaborazione tra parroco e coadiutore sono di origine apostolica, cioè le troviamo già nel Nuovo Testamento.
È una realtà sulla quale dobbiamo, come Paolo, continuamente riflettere per purificarci e per trovarne la soluzione in un approfondimento delle cose e non in una semplice rassegnazione. Non stupirei, ma crescere nella comprensione di noi stessi e degli altri. Se nella vita di Paolo sono entrati, in qualche momento, dei personalismi, quanto più in noi. Bisogna sapersi conoscere, sapere comprendere come nei conflitti che viviamo non sempre è in gioco soltanto l’onore e la gloria di Dio, ma qualche volta anche la nostra personalità. Bisogna saper crescere nella misericordia che è l’atteggiamento con cui Dio considera la storia e le realtà umane.

Cosa si intende per trasfigurazione
Diamo alla meditazione il titolo di « trasfigurazione » perché il punto di riferimento è la Trasfigurazione di Cristo: «Mentre pregava, il suo volto cambiò di aspetto e la sua veste divenne candida e sfolgorante» (Lc 9, 29). È interessante osservare che il verbo usato qui è lo stesso che Luca userà nel descrivere la luce nella quale Paolo entra nel momento dell’apparizione di Damasco: anche Paolo vive il riflesso del Cristo trasfigurato.
Per descrivere la stessa scena il Vangelo di Marco parla di trasformazione: «Si trasformò, si trasfigurò» (cf. Mc 9, 2 ss). Il verbo greco è: «metamorfòthe: si trasformò», tradotto « si trasfigurò davanti a loro e le sue vesti divennero splendenti, bianchissime ». Questo verbo è il medesimo che Paolo usa nella lettera scritta ai Corinti per descrivere il processo di trasformazione che lui – e ogni apostolo e pastore dietro di lui ~ esperimentano, riflettendo la gloria di Cristo: «Noi tutti – è chiaro che esprime una sua esperienza che poi vuole condividere con noi – a viso scoperto, riflettendo come in uno specchio la gloria del Signore, veniamo trasformati in quella medesima immagine, di gloria in gloria, secondo l’azione dello Spirito del Signore» (2 Cor 3, 18). È la descrizione di quanto stiamo considerando: Paolo investito della gloria del Signore a Damasco, si trasforma. Ma il verbo è al presente per indicare una azione di continua trasformazione, di gloria in gloria, per la forza dello Spirito di Dio. Si trasforma ad immagine di Gesù, acquista la luminosità di Cristo.
Non dimentichiamo che la festa e l’episodio della Trasfigurazione è ampiamente usato nella liturgia della Chiesa greca per indicare ciò che avviene nel cristiano attraverso l’integrazione progressiva che egli fa dei doni battesimali e, per noi, della grazia dell’Ordinazione.
Parlando di «trasfigurazione» di Paolo voglio riferirmi al crescendo di luminosità e di trasparenza che avviene in lui lungo il suo cammino pastorale e che si riflette in maniera inimitabile nelle grandi lettere.
Leggendole siamo affascinati dalla chiarezza e dallo splendore della sua anima e dopo duemila anni sentiamo che dietro alle parole scritte c’è una persona viva, ricca, palpitante e illuminante.
Il suo aspetto trasfigurato attraeva la gente e costituiva uno dei segreti della sua azione apostolica. Era il risultato del lungo cammino di prova, di sofferenza, di preghiere incessanti, di confidenza rinnovata.
Anche il pastore, come Paolo, è chiamato a diventare, attraverso l’esperienza, le sofferenze, le fatiche, i doni di Dio, luminoso e trasparente.
Nelle sue parole e nella sua azione la gente deve trovare quel sentimento di pace, di serenità, di confidenza, che è indescrivibile ma che si percepisce senza alcun ragionamento.
Ciascuno di noi ha avuto modo, per grazia di Dio, di conoscere preti che sono stati così nella loro vita: irradiavano ciò che Paolo lascia trasparire abbondantemente da tutto il suo modo di parlare e di esprimersi.
Vediamo di descriverlo analiticamente perché possa essere specchio ideale del pastore su cui confrontarci. – Quali sono le caratteristiche della luminosità di Paolo?
Possiamo ricavarle da tre atteggiamenti interiori tipici di questa trasfigurazione e da due più esteriori. – Come raggiungere e mantenere in noi qualcosa di simile a questa trasfigurazione, che è dono di Dio anche per noi?

Gli atteggiamenti interiori della trasfigurazione
a) Il primo atteggiamento, che troviamo in tutte le lettere, anche le più conflittuali, è una grande gioia interiore e pace: «Sono pieno di consolazione, pervaso di gioia in ogni nostra tribolazione» (2 Cor 7, 4). Paolo mette chiaramente insieme le sue moltissime tribolazioni con la gioia, anzi con una gioia sovrabbondante. Che non sia forzata o idealistica lo ricaviamo dalle stesse lettere: «Abbiamo questo tesoro in vasi di creta, perché appaia che la potenza straordinaria viene da Dio e non da noi» (2 Cor 4, 7). Paolo riconosce che questa gioia straordinaria viene da Dio: da sé non potrebbe averla. È tipica della trasfigurazione, non frutto di buon carattere, non dote naturale, non umana. «Siamo infatti tribolati da ogni parte, ma non schiacciati; siamo sconvolti ma non disperati; perseguitati ma non abbandonati; colpiti ma non uccisi, portando sempre e dovunque nel nostro corpo la morte di Gesù, perché anche la vita di Gesù si manifesti nel nostro corpo»(2 Cor 4, 8-10). Non è una situazione di tranquillità; è una gioia vera che fa i conti con tutti i tipi di pesantezze, di difficoltà, di cose spiacevoli che gli avvengono; coi malintesi, coi malumori nei quali vive la sua giornata. Come la viviamo noi. Paolo era un po’ nevrastenico di carattere e perciò soggetto a depressioni e a momenti di sconforto. Egli sperimenta gradualmente nella sua vita che non c’è momento di sconforto in cui non appaia qualcosa di più forte dentro di lui.
Ancora, è una gioia che guarda intorno a sé, è per la sua comunità, non è privata; è gioia per ciò che succede intorno a lui, per le comunità che sta seguendo. « Siamo i collaboratori della vostra gioia» (2 Cor 1, 24). E scrivendo ai Filippesi definisce le comunità come « mia gioia e mia corona» (Fil 4, 1). Non illudiamoci che fosse una comunità ideale, perfetta: anzi dalla lettera sappiamo che Paolo deve scongiurarli, quasi in ginocchio, di non litigare, di non mordersi, di non dividersi: «Non fate nulla per spirito di rivalità, per vanagloria» (Fil 2, 3). Vuole dire che c’erano rivalità e vanagloria, che la comunità non era facile, che gli creava problemi e molestie. Eppure riesce a considerarla come la sua gioia perché gli è stata donata una visuale di fede che va aldilà della considerazione delle cose puramente pragmatica, abituale, di routine. È un vero dono soprannaturale, potenza dello Spirito che era in lui ormai in grado eminente.
b) Il secondo atteggiamento interiore conseguente al primo è la capacità di riconoscenza. Esorta i suoi a ringraziare con gioia il Padre (Coll, 12). È tipico dell’Apostolo unire la gioia al ringraziamento.
Tutte le lettere cominciano con una preghiera di ringraziamento, eccetto quella ai Galati perché è di rimprovero. Paolo sa ringraziare e le sue parole non sono un formulario vuoto ma esprimono ciò che sente. D’altra parte lo stesso Nuovo Testamento incomincia con una preghiera di ringraziamento: infatti, con ogni probabilità, lo scritto più antico del Nuovo Testamento, quello che ha preceduto anche la stesura definitiva dei Vangeli, è la prima lettera ai Tessalonicesi. Quindi, la prima parola del Nuovo Testamento è: «Grazia a voi e pace. Ringraziamo sempre Dio per tutti voi ».
All’opposto, non troviamo mai in Paolo la deplorazione sterile. C’è il rimprovero, non la rassegnata amarezza. Come dono di Dio, nella sua trasfigurazione apostolica ha la capacità di vedere sempre per prima cosa il bene. Cominciare ogni lettera col ringraziamento, vuol dire saper valutare innanzitutto il positivo che c’è nella comunità a cui scrive, anche se poi ci saranno cose gravissime, negative. All’inizio della prima lettera ai Corinti la comunità è lodata come piena di ogni dono, di ogni sapienza; poi vengono i rimproveri; ma non è un’incongruenza. Gli occhi della fede gli permettono di vedere che un briciolo di fede dei suoi poveri pagani convertiti è un dono talmente immenso da fargli lodare Dio senza fine.
Il pastore maturo ha la capacità di riconoscere il bene che c’è intorno e di esprimerlo con semplicità.
c) Il terzo atteggiamento è la lode.
In Paolo abbiamo quelle lodi meravigliose che continuano la tradizione giudaica delle benedizioni. Egli le sa ampliare per tutto quello che riguarda la vita della comunità, nel Cristo. Per esempio: «Benedetto sia Dio, Padre del Signore nostro Gesù Cristo, che ci ha benedetti con ogni benedizione spirituale nei cieli in Cristo» (Ef 1, 3). La preghiera di Paolo, così come la conosciamo nelle lettere, è prima di tutto di lode: diventa anche di intercessione ma spontaneamente la prima espressione che gli viene è di lode. Così può valorizzare i suoi momenti più oscuri: «Sia benedetto Dio, Padre del Signore nostro Gesù Cristo, Padre misericordioso e Dio di ogni consolazione, il quale ci consola in ogni nostra tribolazione perché possiamo anche noi consolare quelli che si trovano in qualsiasi genere di afflizione con la consolazione con cui siamo consolati noi stessi da Dio» (2 Cor 1, 3). Potremmo usare le sue frasi come specchio per domandarci se possiamo dirle in prima persona come espressione di ciò che c’è in noi di più profondo (o se invece sentiamo la fatica di dire queste cose).
La grazia da chiedere a Dio è che questi atteggiamenti tipici del pastore trasfigurato dal Cristo risorto, diventino nostra esperienza abituale. Il demonio ci tenta continuamente per farci ricadere nelle forme mondane della vita: la tristezza è caratteristica dell’uomo che vive nella chiusura delle prospettive. E la tristezza di fondo poi cerca l’evasione, il divertimento, tutto ciò che sembra rendere allegra la vita pur di non affrontare la tristezza.

Gli atteggiamenti esterni di Paolo trasfigurato nel Cristo
a) Il primo atteggiamento esterno è l’instancabile ripresa che ha davvero del prodigioso.
Fin dal primo giorno della sua conversione: predica a Damasco e deve fuggire; va a Gerusalemme, predica e lo fanno partire; a T arso rimane finché la provvidenza non lo richiama; quando lo richiama, dimenticati i risentimenti passati, riparte. Nel suo viaggio missionario praticamente ogni stazione è un ricominciare da capo; predica ad Antiochia di Pisidia, viene cacciato e va a Iconio; a Iconio minacciano un attentato contro di lui, tentano di lapidarlo e va a Listra. A Listra è sottoposto a una gragnuola di sassi. È interessante notare l’impassibilità con cui Luca descrive la scena: «Giunsero da Antiochia e da Iconio alcuni Giudei, i quali trassero dalla loro parte la folla; essi presero Paolo a sassate e quindi lo trascinarono fuori della città, credendolo morto. Allora gli si fecero attorno i discepoli ed egli, alzatosi, entrò in città. Il giorno dopo partì con Barnaba alla volta di Derbe. Dopo aver predicato il Vangelo in quella città e fatto un numero considerevole di discepoli, ritornarono a Listra, Iconio e Antiochia» (At 14, 19-21).
È così un po’ tutta la sua vita: da Atene esce umiliato, preso in giro dai filosofi, eppure va a Corinto e ricomincia, anche se ha l’animo pieno di timore.
Questa ripresa non è umana: un uomo dopo alcuni tentativi falliti, umanamente resta fiaccato. Noi non possediamo la sua instancabilità, nemmeno lui la possedeva: è un riflesso di quella che chiamerà «la carità ». «La carità non si stanca mai» (1 Cor 13, 7). È la carità di Dio: «La carità di Dio è stata riversata nei nostri cuori per mezzo dello Spirito Santo che ci è stato dato» (Rm 5, 5). Il suo modo di agire è riversato dall’alto, è un dono, ed è quello che fa sì che la delusione non sia mai definitiva. «Siamo addirittura orgogliosi delle nostre sofferenze» (Rm 5, 3), «perché sappiamo che la sofferenza produce pazienza, la pazienza una virtù provata e la virtù provata la speranza. La speranza poi non delude, perché l’amore di Dio è stato riversato nei nostri cuori per mezzo dello Spirito Santo che ci è stato dato» (Rm 5, 3-5).
Se queste parole fossero dette da un neo-convertito ai primi inizi dell’entusiasmo, potremmo pensare che parli senza esperienza. Dette da un missionario che ha vissuto vent’anni di prove, acquistano un suono diverso e ci fanno profondamente riflettere. Nessuno sforzo umano può giungere a questo atteggiamento: è la carità di Dio diffusa nei nostri cuori per lo Spirito che ci è dato.
La trasfigurazione di Paolo è, ancora una volta, la forza del Risorto che entra nella sua debolezza e vive in lui.
b) Il secondo atteggiamento esterno è la libertà dello spirito. Sente di avere raggiunto una situazione in cui non agisce più per costrizione o per conformazione volontaristica a modelli esterni: agisce perché è ricco dentro. Può allora assumere atteggiamenti arditi che sarebbe temerario imitare. Vediamo questa libertà di spirito nella lettera ai Galati quando dice che umanamente sarebbe stato più prudente circoncidere Tito secondo le richieste dei giudeo-cristiani: «Ad essi però non cedemmo per riguardo neppure un istante perché la verità del V angelo continuasse a rimanere salda tra di voi» (Gal 2, 5). Paolo è libero da ogni giudizio o opinione corrente: è molto difficile perseverare isolati di fronte ad una mentalità comune, ad una cultura avversa. Lo fa con estrema libertà, senza vittimismi, perché la ricchezza che sente dentro non è paragonabile in peso all’opinione altrui. Questa sua forza gli permette, a un certo punto, di opporsi addirittura a Cefa. È un caso-limite di libertà: «(Ad Antiochia) anche gli altri Giudei imitarono Pietro nella simulazione, al punto che anche Barnaba si lasciò attirare nella loro ipocrisia» (Gal 2, 13). Quella che chiama ipocrisia evidentemente per Barnaba era il desiderio di mediare tra le parti. Paolo non accetta e di qui la sua resistenza che chiarisce la situazione.
Una libertà che non è arbitrio o presunzione ma senso di assoluta e totale appartenenza come schiavo, come servo di Cristo. Lui stesso mette talora in parallelo l’essere servo di Cristo con l’essere libero da tutte le altre opinioni umane.
In questa luce la libertà diventa una forma rigorosissima di servizio: «Cristo ci ha liberati perché restassimo liberi; state dunque saldi e non lasciatevi imporre di nuovo il giogo della schiavitù. Ecco, io Paolo vi dico: Se vi fate circoncidere, Cristo non vi gioverà a nulla. E dichiaro ancora una volta a chiunque si fa circoncidere che egli è obbligato a osservare tutta quanta la legge. Non avete più nulla a che fare con Cristo voi che cercate la giustificazione nella legge; siete decaduti dalla grazia. Noi infatti pei virtù dello Spirito attendiamo dalla fede la giustificazione che speriamo. Poiché in Cristo Gesù non è la circoncisione, ma la fede che opera per mezzo della carità. Correvate così bene; chi vi ha tagliato la strada che non obbedite più alla verità? Questa persuasione non viene sicuramente da colui che vi chiama! Un po’ di lievito fa fermentare tutta la pasta. Io sono fiducioso per voi nel Signore che non penserete diversamente; ma chi vi turba, subirà la sua condanna, chiunque egli sia. Quanto a me, fratelli, se io predico ancora la circoncisione, perché sono tuttora perseguitato? È dunque annullato lo scandalo della croce? Dovrebbero farsi mutilare coloro che vi turbano. Voi fratelli, siete stati chiamati a libertà… Purché questa libertà non divenga pretesto» – e noi sappiamo che sotto la parola libertà c’è molto spesso un pretesto – « per vivere secondo la carne, ma mediante la carità siate a servizio gli uni degli altri» (Gal 5, 1-13). È uno dei pochi passi in cui essere a servizio – in greco essere schiavi – si applica gli uni agli altri. L’assolutezza del servizio di Cristo rende l’uomo libero al punto di non temere di farsi schiavo del fratello. Questa libertà quindi è fonte di servizio umilissimo ed è la radice di quel «con tutta umiltà»che è la caratteristica dell’apostolato di Paolo.
È difficile esprimere queste cose a parole perché si rimpiccioliscono, si banalizzano: il tentativo serve da invito a riprendere i testi di Paolo e a lasciare che agiscano su di noi come parola ispirata, in tutta la loro forza.

La trasfigurazione di Paolo
è modello della trasfigurazione del pastore
Ci proponiamo di riflettere quale sia la metodologia per raggiungere e mantenere questa condizione di trasfigurazione.
Paolo incomincia a diventare un pastore secondo il cuore di Cristo dopo quindici anni di fatiche e sofferenze. Lo diventa per dono di Dio, non per sua conquista.
Riconoscere che Dio nella sua misericordia ci trasfigura è la metodologia fondamentale.
- Il primo modo per ricevere il dono divino è la contemplazione del cuore di Cristo crocifisso, che effonde lo Spirito. Contemplazione che potremmo chiamare eucaristica: prendere sul serio la duplice mensa della Parola di Dio e dell’Eucaristia, lasciarsi nutrire dalla Parola di Dio come forza che chiarisce il significato storico-salvifico del cibo che è Cristo morto e risorto. Questo cibo diventa nostro nutrimento e ci inserisce nella storia di salvezza di cui la Parola di Dio ci comunica la realtà, l’ampiezza, la direzione.
Come per Paolo, anche per noi questa contemplazione è la via della Trasfigurazione. L’Apostolo ha vissuto la preghiera incessante e prolungata che è la contemplazione del Cristo morto e risorto.
- Il dono del cuore trasfigurato nella gioia, nella lode, nella riconoscenza, nella perseveranza, nella libertà, viene per intercessione di Maria.
Maria, come mistero di Dio nella storia della Chiesa e della salvezza, è colei che sostiene e che alimenta in noi la luminosità della fede. Una esperienza cristiana matura sa scoprire il posto .della Vergine come modello e intercessione per raggiungere l’umile dipendenza dalla Parola di Dio che ci trasfigura, assicurando la nostra continua apertura alla forza rinnovatrice dello Spirito. Maria ci richiama a vivere autenticamente quel livello di contemplazione e di ascolto che è il livello che essa occupa nella Chiesa.
- Il dono della trasfigurazione pastorale viene anche dalla condivisione} dalla capacità di mettere la mano nel buio sulla spalla di colui che vede la luce. È questa la nostra comunione ecclesiale e presbiteriale: tenere la mano sulla spalla di chi ha visto la lucei a vicenda.
Si innesta qui il tema della direzione spirituale, del colloquio penitenziale che sono molto importanti perché significano il tenerci la mano gli uni gli altri, la maniera pratica di aprirci e conservare in noi i doni di trasfigurazione che ammiriamo in Paolo.
- Il dono della trasfigurazione ha bisogno della vigilanza evangelica. «Vegliate e pregate per non cadere in tentazione»; «lo spirito è pronto ma la carne è debole»; «vegliate e resistete saldi nella fede». Questo invito ripetuto è l’espressione esortativa della intuizione fondamentale che l’uomo è un essere storico, che si stanca, che di natura sua non è capace di perseveranza.
Ogni cristiano, ogni vescovo, ogni prete deve convincersi che nessuno è assicurato nella perseveranza e che il maggior rischio è in coloro che pensano di aver raggiunto un grado di stabilità tale che le precauzioni non sono più necessarie. La vigilanza neotestamentaria ci dice che fino all’ora della morte il demonio cerca di togliere in noi la gioia, la fede, la lode. Siamo sempre attaccati su questi atteggiamenti fondamentali.
Occorre vigilare sapendo che non c’è tregua in questa lotta e che rapidamente possiamo ritrovarci tristi, stanchi, nervosi, irritati, oppure dissipati in gioie esteriori che infiacchiscono la fede. Paolo ritorna più volte sul tema della vigilanza e della insistenza nella preghiera.
Chiediamo per intercessione di Maria, di poter vigilare con lei, con Gesù e con Paolo perché si compia in noi la trasfigurazione apostolica che assicura una vita pastorale in cui – malgrado le difficoltà, le sofferenze, le delusioni – il fondo di noi è afferrato da Cristo e saldamente posseduto dalla mano di Dio.

L’IGNORANZA DEI DISCEPOLI. APRIRE GLI OCCHI – CARLO MARIA MARTINI

http://www.adpbrindisi.it/rubriche/content/101/2/l-ignoranza-dei-discepoli-aprire-gli-occhi.htm

L’IGNORANZA DEI DISCEPOLI. APRIRE GLI OCCHI

mercoledì 9 gennaio 2013

DEL CARD. CARLO MARIA MARTINI, S.J.

La meditazione che intendo proporre vuole aiutarci nell’approfondimento del senso della penitenza. Chiediamo, quindi, al Signore la grazia di purificarci interiormente.
Come appare nel Vangelo di Marco, questa esperienza di purificazione?
Utilizziamo uno dei passi fondamentali in cui Marco, al capitolo quarto, vuol fare comprendere il mistero del Regno: «A voi è dato il mistero del Regno; a quelli di fuori tutto avviene in parabole» (4,11-12).
Lo scopo di tutta la catechesi marciana è di far passare da una situazione al di fuori, in cui il mistero del Regno appare da angolature sociologiche o fenomenologiche, ma non è colto nella sua sostanza, alla situazione al di dentro.

Entrare nel mistero del Regno
Nel Nuovo Testamento ricorre spesso l’espressione al di fuori per indicare chi non partecipa alla conoscenza interiore del mistero del Regno, cioè della fede, come per esempio i pagani.
Per esempio, nella prima lettera ai Corinti, parlando dei giudizi che devono aversi all’interno della comunità, Paolo dice: «… tocca forse a me giudicare quelli di fuori? . . .» (1 Cor 5, 12-13); e ancora, nella lettera ai Colossesi: «Camminate nella sapienza per riguardo a quelli di fuori» (Col 4, 5) cioè, a quelli che non partecipano al dono del Vangelo e stanno a vedere, e vi guardano giudicandovi da un punto di vista esteriore. Nella prima lettera ai Tessalonicesi, poi, troviamo: «… affinché camminiate in maniera degna, per riguardo a quelli di fuori» (1 Ts 4, 12).
L’espressione è, quindi, abbastanza nota nel Nuovo Testamento e designa la categoria di coloro che non hanno ancora capito il mistero del Regno. Oggi essa comprende non solo i non battezzati ma, di fatto, tutti coloro per i quali i misteri del Regno di Dio e della Chiesa sono ancora qualcosa di esteriore a cui non si partecipa dall’interno, con cui non ci si identifica, al punto che tutto appare enigmatico. Si vede la Chiesa fare certe cose, compiere certe azioni sacre o agire in determinati modi, ma tutto sembra come una grande parata di cui non si capisce il significato.
Bisogna allora entrare con coraggio all’interno di questo mistero per identificarci con esso. Ecco la via catecumenale: da un di fuori in cui i segni appaiono enigmatici, verso un interno in cui essi si identificano con la realtà. Questa via è appunto descritta al capitolo quarto in cui si cita un passo dell’Antico Testamento:

«Affinché, vedendo, non vedano,
ascoltando non odano,
per paura che si convertano
e venga loro perdonato»
(4,12: citaz. di Is 6,9- 10).

Si è discusso a lungo su questo versetto per indicare se è mai possibile che ci sia, da parte di Dio, una volontà di non farsi capire. In realtà si tratta di un modo espressivo per dire cosa succede a chi chiude gli occhi, ed è un versetto molto istruttivo se lo rovesciamo cogliendone l’aspetto positivo. Cioè se ci chiediamo: qual è la via del catecumeno? È la via di colui che vuole aprire gli occhi così da vedere. Molti guardano le cose della Chiesa, ma non le vedono, non ne capiscono il senso. Molti, oggi in posizione di critica verso la Chiesa, sono spesso nell’atteggiamento del guardare e non vedere, dell’ascoltare e non intendere. Bisogna, invece, passare dal guardare al capire, dall’ascoltare al comprendere, in modo da convertirsi ed avere il perdono. Ecco la via positiva che le parole del v. 12 esprimono.

Aprire gli occhi
E si comprende meglio questo, quando si medita il ripetuto invito, nel Vangelo di Marco, ad aprire gli occhi, ad ascoltare e a comprendere. Possiamo, così, dedicare questa meditazione all’ignoranza del discepolo.
San Marco suppone che il punto di partenza della via catecumenale — e per gli stessi Dodici della loro intimità con Gesù — sia una riconosciuta situazione di ignoranza: di un non sapere e non capire, di un non vederci chiaro. Questa attitudine di ignoranza viene più volte ricordata da Gesù ai suoi discepoli, perché si convincano che non hanno ancora veramente visto né capito. Egli ribadisce che è necessario uscire da una tale situazione di sufficienza e mettersi invece in un atteggiamento di riconosciuta ed umile ignoranza, disposta ed attenta all’ascolto.
[...]
Nel capitolo quarto, oltre al già citato v. 12, abbiamo il v. 23 con l’invito: «Se qualcuno ha orecchi per intendere ascolti». Al v. 24, «Guardate bene ciò che udite» e al v. 40: «Perché tanta paura? non avete ancora fede?», cioè, non intuite ancora? Vedremo, poi, quanto il capitolo quarto sia fondamentale, perché segna un passo avanti nella conoscenza di Gesù.
Nel capitolo sesto ritorna lo stesso rimprovero: «Non avevano capito riguardo ai pani, essendo il loro cuore indurito» (6,52). Altro brano di insistenza sull’ignoranza del discepolo e al capitolo ottavo:

«Perché state discutendo che non avete pane?
Ancora non capite, non intendete
(in greco letteralmente: non avete mente)?
Avete il cuore indurito?
Avendo occhi non vedete,
avendo orecchi non udite?
E non vi ricordate . . .» (8,17).

Ci sono presentati cinque rimproveri successivi che passano in rassegna tutti i sensi dell’uomo per fare intendere agli interlocutori che non hanno capito assolutamente niente.
E finalmente al capitolo nono troviamo l’ultimo brano riguardante l’incomprensione: «Ma questi non capivano la parola e avevano paura di interrogarlo» (9,32).
Ecco dunque il punto di partenza per il cammino catecumenale. Tale stadio, anzi, accompagna per qualche tempo questo itinerario ed è caratterizzato dalla situazione di essere in qualche modo con l’animo ancora al di fuori dal centro del messaggio; di intuire confusamente qualcosa, ma di non avere ancora capito il mistero. «A voi è dato il mistero…» (4,lls), ma questo mistero non viene inteso, non viene capito fino in fondo finché non si è percorso tutto il cammino che è segnato dal Vangelo di Marco. Dal capitolo quarto al capitolo nono si sottolinea che si è ancora molto indietro in questa strada.
È un atteggiamento che dovremmo suscitare in noi ogni volta che ci mettiamo di fronte al mistero di Dio. Dovremmo poter dire: «quanto poco conosciamo del mistero di Dio». Perché è soltanto con questo atteggiamento che possiamo metterci in attentissimo ed umile ascolto, pronti a percepire ciò che Dio vuole comunicarci.

Accettiamo la nostra ignoranza

Il primo punto allora è il seguente: il Vangelo di Marco suppone, per un serio cammino catecumenale e per una vera sequela dei Dodici nei riguardi di Gesù, che si parta dalla costatazione dello stato di una certa ignoranza e incomprensione teorica e pratica del mistero di Dio.
Il secondo di questa meditazione vuole rispondere alla domanda: in che cosa consiste concretamente questa ignoranza? Dove si esplica negli apostoli, nei discepoli?
Occorre leggere tutto il Vangelo di Marco e vedere dove e come tale ignoranza affiora. Tra i vari passi che si potrebbero proporre ne ho scelti alcuni, tenendo presente che il Vangelo di Marco viene letto in una situazione di istruzione catecumenale. Ogni episodio di Marco, in fondo, ha lo scopo, soprattutto nella prima parte, di stigmatizzare l’ignoranza del discepolo e fargli capire cosa non va in lui affinché se ne avveda e cerchi di correggersi. Tutta li prima parte, quindi, ha uno scopo penitenziale.

(Estratto da L’itinerario spirituale dei dodici, C.M. Martini, Ed. AdP, 2012)

 L’itinerario spirituale dei dodici
Si tratta di una delle prime (1974) esperienze di Esercizi spirituali, alla luce della Parola di Dio, proposti ami gruppo di vescovi dell’Emilia dall’allora “semplicemente” padre Carlo Maria Martini.
A differenza degli altri il riferimento è meno costante al testo degli Esercizi ignaziani e più rivolto ad approfondire le esigenze della vera sequela di nostro Signore Gesù, secondo un itinerario dell’apostolo,del discepolo e del catecumeno, ben illustrato dal Vangelo di Marco. Mai più stampato dal 1978.ma spesso citato, anche dallo stesso ca,d. Martini.questo corso viene finalmente riproposto in una nuova edizione, raccomandata dall’autore stesso, dopo il successo della recente e analoga rivisitazione degli Esercizi sul Vangelo di Giovanni.

CARLO MARIA MARTINI: TITOLO ORIGINALE: PAOLO NEL VIVO DEL MINISTERO (2Cor)

http://www.atma-o-jibon.org/english/martini_paul_ministry1.htm

(traduzione Google dall’inglese, è complicato tradurre dall’inglese! lascio a voi la traduzione di qualche parola… strana)

CARLO MARIA MARTINI

PAUL IN THE THICK OF HIS MINISTRY

ST PAUL PUBLICATIONS
TITOLO ORIGINALE: PAOLO NEL VIVO DEL MINISTERO, ANCORA, 1989
TRADOTTO DA QUELLO ITALIANO DA DINAH LIVINGSTONE

1. SOFFERENZA E COMFORT
In mezzo alla routine quotidiana
Risonanze della Seconda Lettera ai Corinzi
La lettura e la meditazione, il 2 Cor 1, :3-5
Comfort per le sofferenze
Metti alla prova  La lettura e la meditazione, il 2 Cor 1, :6-11
Comodità Apostolica
L’afflizione mortale
Un rapporto umano

PREFAZIONE
Il nucleo di queste riflessioni è lo studio di brani dalla Seconda Lettera ai Corinzi, in cui troviamo Paolo nel bel mezzo del suo ministero. « Qui troviamo Paolo nel duro slog del suo ministero. Dopo venti anni di esso, durante la quale ha passato attraverso tante prove, delusioni e difficoltà, parla come un servitore del Vangelo in mezzo alla routine quotidiana. » L’approccio crea collegamenti immediati con il suo pubblico, nel nostro caso erano giovani sacerdoti che lavorano in situazioni pastorali che richiedono un grande dispendio di energia per far fronte a tutti i tipi di problemi e difficoltà. Di qui le riflessioni del Cardinale sarà anche di interesse per chiunque altro lavora nel servizio del Vangelo e per questo abbiamo deciso di metterli a disposizione del pubblico.
Mentre andiamo più in profondità nel testo biblico ci viene mostrata la forza irrompente del Verbo. Questo è l’unico modo per descrivere l’approccio ad un passaggio che in un primo momento sembra trasmettere solo le sofferenze e le incomprensioni della vita dell’Apostolo, ma in realtà apre orizzonti inaspettati. Per esempio ci viene ricordato che per il servo del Vangelo disposti ad essere messa alla prova, il comfort viene dalla sofferenza. O in un altro paziente passo far fronte alle difficoltà di molte relazioni e varia dell’Apostolo dà origine a un’esperienza speciale e più maturo della paternità spirituale (vedi le meditazioni prima e la seconda).
A volte è il testo biblico in sé che suggerisce un orizzonte diverso. Parlando di un ministero « dello Spirito », che è superiore a quello della legge e descrivendolo come intrinsecamente un ministero di « riconciliazione », Paul introduce nuove prospettive. La devozione alla Parola che modella il nostro quotidiano servizio alla comunità offre il ministro con gli obiettivi precedentemente inimmaginabili al di là delle sue aspettative (meditazione terzo e quarto).
Infine, l’atmosfera familiare in cui le riunioni tra l’Arcivescovo ei sacerdoti giovani ha avuto luogo 100 a una forma ancora più immediato di comunicazione, negli ultimi due meditazioni. Il primo di questi riflette realisticamente su come consolidare i rapporti con coloro con i quali condividiamo l’opera di predicare il Vangelo in una comunità. La seconda è particolarmente preoccupato di come la vita frammentata di un pastore può ancora mantenere un rapporto profondo con Dio preghiera andare.
Così ci viene dato una buona immagine della vita del pastore servire il Vangelo nella comunità cristiana e aiutare a crescere nella fede. Ci viene mostrata la ricchezza e le possibilità in questa vita, anche se alcuni giorni può essere irto di « sofferenze » e « incomprensioni ».
Franco Brovelli
29 Giugno 1989
Festa dei Santi Pietro e Paolo

1 SOFFERENZA E COMFORT                                                   
« Donaci, Signore, per iniziare la nostra giornata ai tuoi occhi, per capire il vostro piano per noi. Donaci una visione ampia di ciò che chiamate a noi, in modo che possiamo cogliere ogni cosa che accade ai nostri giorni, nel contesto del mistero di amore per l’umanità.
Donaci, o Padre, per capire Cristo, centro della nostra vita e del lavoro pastorale « .

IN MEZZO ALLA ROUTINE QUOTIDIANA
Abbiamo preso Seconda lettera di Paolo ai Corinzi come testo di meditazione per il nostro ritiro. Ho riflettuto su di esso per molti anni e sono molto legato ad esso, perché ci mostra Paolo in mezzo del suo ministero. L’Apostolo non è sognare ad occhi aperti, lui non si fa illusioni, come ad esempio potremmo avere nei nostri anni di seminario, quando ci crea fantasie sul nostro futuro ministero. In questo testo troviamo Paolo nel duro slog del suo ministero. Dopo venti anni di esso, durante la quale ha passato attraverso tante prove, delusioni e difficoltà, parla come un servitore del Vangelo in mezzo alla routine quotidiana. Così ci sentiamo lui è molto dose a noi.
Mentre sta scrivendo la lettera di Paolo sta vivendo tre studi principali.
Il primo è sentirsi respinto dalla maggior parte dei suoi fratelli e sorelle ebrei. Pensava che prima intenzione di Gesù ‘è stato quello di dargli con la missione di predicare agli ebrei, come faceva quando andava di città in città predicazione nelle sinagoghe. Immaginò che, nonostante le difficoltà inevitabili, gli ebrei avrebbe capito, ma questo si è rivelato un’illusione e la sua missione a loro non è riuscito. Nella sua lettera ai Romani, datato a circa questo brina, troviamo che ha ancora qualche speranza, ma si sta rassegnarsi al fatto che una rottura è venuto, che lo porta dolore enorme. Nel nostro testo, è facile vedere che questa è stata la prima grande delusione del suo ministero: coloro a cui il Verbo è stato affrontato non rispondono. Per le sofferenze di Paolo si aggiungono le domande: Ma perché Dio ha permesso? Perché le cose accadono in questo modo? Perché la Parola ricevuta da coloro ai quali è stato direttamente e principalmente rivolta?
Questa prova mi ricorda l’angoscia espressa dal cardinale Montini alla alienazione del c1ass di lavoro, il golfo – lo chiamava – che si era creata tra la Chiesa e il mondo della gente comune, che avrebbero dovuto essere i primi ad avere il Vangelo predicato loro.
La seconda prova è sorta dalle dispute interne nelle comunità. L’Apostolo sognato di comunità unite, armoniose, entusiasta e unanime. Invece, la sua amara esperienza – già espresso nella sua prima lettera ai Corinzi, ma qui raggiunge il suo picco – è quello di trovare comunità in cui ci sono molti gravi spaccature. Non solo controversie interne, ma anche opinioni diverse su di lui.
Così la Seconda Lettera ai Corinzi è scritto per chiarire malintesi, mancanza di fiducia e pregiudizi su di lui nella comunità.
La terza prova è interno. Paolo si riferisce ad esso con discrezione, ma chiaramente. E ‘difficile capire che cosa queste sofferenze potrebbero essere. Tenendo conto temperamento di Paolo possiamo immaginare stati d’animo alto e basso, l’entusiasmo alternati a depressione, stanchezza, la noia con il superlavoro ministero,.
La Seconda Lettera ai Corinzi perché porta a noi questi tre studi l’Apostolo sta vivendo sembra più simile a noi e un testo utile per riflettere su durante una pausa nel nostro ministero. Il vostro ministero e la mia. Ognuno di noi ha problemi nella nostra vita ed è importante cercare il modo giusto di trattare con loro. Dire che Paolo è nel bel mezzo del suo ministero significa non solo nel bel mezzo di attività, ma anche di sofferenze.
Quando stavo pensando a questo incontro ho ascoltato di nuovo la lettera e certe cose emerse che io suggerisco a voi in due periodi di lettura della Bibbia. Suggerisco che nel tempo libero di leggere tutta questa lettera fino, al fine di cogliere l’intensità dei sentimenti Paul ‘s.

RISONANZE DELLA SECONDA LETTERA AI CORINZI
Tre stavano le cose quando ho letto tutta la lettera:
1. In primo luogo mi ha colpito l’estrema fiducia nel suo carisma espresso da Paolo in tutto.
In contrasto con le situazioni difficili che abbiamo citato, troviamo un uomo che è assolutamente certo che tutto intorno a lui può rompere, ma non il suo carisma. Anche quando dà sfogo alle sue sofferenze con più forza, emerge assolutamente certo del carisma che è stato dato a lui, la sua vocazione, la sua missione come un dono dello Spirito Santo. Alla luce di questo dono dello Spirito Santo, giudica tutto il resto e, in mezzo ai suoi studi il suo carisma diventa ancora più autentico e radiosa.
Questo è impressionante, perché i suoi guai avrebbe potuto fare lo indeboliscono e diventano paura. Avrebbero potuto si chiese: E ‘davvero questo il mio carisma? E ‘così forte? Devo affidati a l’ultimo?
Fede di Paolo nel suo carisma dà anche la forza per noi. Posso dire che ho spesso riacquistato la mia fede nel mio carisma, come sacerdote e vescovo, ruotando le parole di Paolo ‘s in questa lettera.
Tutto ciò che può fare a meno, ma il carisma rimane sicuro, come Paolo scrive nella Lettera ai Romani: « Chi ci separerà dall’amore di Cristo? » (Rm 8,35). Possiamo soffrire mali interni ed esterni, tante cose può fare a meno, ma niente può separarci dall’amore di Dio che è in Cristo Gesù, nostro Signore, che mi ha scelto e mi ha chiamato.
2. Questa fede forte nella sua carisma persiste in umili, circostanze oscure e dolorose. Anche se ci sono circostanze, per confortare l’Apostolo, nel complesso la situazione è difficile. La sua missione è solo di arrivare a poche persone. Paul sperava di raggiungere un gran numero (almeno il popolo ebraico). Invece è solo raggiungere le comunità di piccole dimensioni con scarso effetto sull’opinione pubblica. Queste condizioni umili, oscuro e doloroso portare problemi quotidiani: malizia persone ‘s, incostanza, il tradimento degli amici, macchinazioni, decidendo che sono vere e che sono falsi apostoli, in un miscuglio di dottrine e rivendicazioni.
Tali circostanze, che normalmente hanno causato confusione, tristezza e sgomento, sono in contrasto con la sua forte fede nel suo carisma: tutto può fallire, ma non questa certezza.
3. Da molte pagine della lettera si nota che tutto questo sta accadendo, mentre al tempo stesso si sente un amore incrollabile per la sua comunità. Vediamo che le persone che sono piuttosto scortese e ostile a Paolo sono costantemente amato teneramente e in modo costruttivo. La comunità ha cercato di spingerlo fuori, di diffamare il suo nome, e lui sta lottando per presentarsi come un padre amorevole che non è né indignata, né amaro. Saluta la sua comunità con autorità e con affetto quasi violento.
C’è qualcosa di straordinario in amore Paul ‘s se si considera quanto sia facile si può chiudere se non sono i benvenuti, o solo da alcuni, mentre altri restano freddi, critica e riservato.
Nella lettera ci sentiamo sofferenza Paul ‘s, ma non troviamo una sola frase che può essere chiamato il ritiro. Infatti questa lettera è la medicina per l’apostolo nella sua difficoltà. È nutrimento, un tonico, perché le sue parole sono piene di forza. E per chi crede che provengono dallo Spirito Santo sono così apposita, ma anche ripristinare la nostra fiducia in noi stessi, il nostro ministero. Ci aiutano a mantenere una visione ampia in mezzo brutte piccole circostanze, e continuare ad amare nonostante tutto.
Si tratta di tre punti per lei a riflettere nella vostra rilettura o ri-audizione della lettera. Ho ascoltato di nuovo a chiedermi alla seguente domanda: come fa Paul affrontare le prove del suo ministero e come faccio a far fronte a situazioni come la sua? Questa domanda fa la lettera molto importante per noi.

LETTURA E LA MEDITAZIONE 2 COR 1:3-5
Con i punti di cui sopra in mente dobbiamo ora cominciare a leggere la prima pagina di questa lettera:
Paolo, apostolo di Cristo Gesù per volontà di Dio, e il fratello Timoteo.
Alla chiesa di Dio che è in Corinto, con tutti i santi che sono in tutta l’Acaia. [Quindi la lettera è scritta in una parrocchia, Corinto, una grande parrocchia urbana e anche a tutti coloro che non nella regione circostante.]
Grazia a voi e pace da Dio Padre nostro e dal Signore Gesù Cristo.
Benedetto sia il Dio e Padre del Signore nostro Gesù Cristo, il Padre delle misericordie e il Dio di ogni consolazione, il quale ci consola in ogni nostra tribolazione, perché possiamo anche noi consolare quelli che si trovano in qualsiasi genere di afflizione, con la consolazione con che noi stessi siamo consolati da Dio. Infatti, come abbondano le sofferenze di Cristo, così per mezzo di Cristo che condividiamo abundant1y anche la nostra consolazione. Quando siamo tribolati, è per la vostra consolazione e salvezza, e se siamo consolati, è per il vostro comfort, che si verificano quando si pazientemente sopportare le medesime sofferenze che soffriamo. La nostra speranza per voi è incrollabile, perché sappiamo che, come siete partecipi delle sofferenze, sarà anche condividere la nostra comodità.
Infatti, noi non vogliamo che tu sia ignorante, fratelli, di afflizione che abbiamo vissuto in Asia, perché eravamo così completamente, insopportabilmente schiacciato da giungere a disperare della vita stessa. Perché, ci siamo sentiti che avevamo ricevuto la sentenza di morte, ma che era per non farci affidamento su noi stessi, ma in Dio che risuscita i morti, ci ha liberato da un pericolo così mortale, ed egli ci libererà, su di lui ci sono posto la nostra speranza che ci libererà ancora. È inoltre necessario aiutarci con la preghiera, in modo che molti ringraziare per nostro conto per le benedizioni che ci ha concesso in risposta alle molte preghiere.

COMFORT PER LE SOFFERENZE
Quindi, quale titolo possiamo dare a questa sezione nel suo complesso? L’edizione Bibbia che sto usando è un eccellente: Sofferenza e comfort. Questo titolo parla da sé, perché non dice: La sofferenza e la gioia, che è la nostra esperienza ordinaria della vita. Nella nostra vita sperimentiamo sofferenze e le gioie, e cercare di trovare un equilibrio tra i due, perché non possiamo immaginare la vita di essere altro che gioia e non abbiamo potuto resistere se fosse nient’altro che sofferenza.
L’atteggiamento di Paolo è molto diverso, non cerca un equilibrio tra la sofferenza e la gioia, ma sperimenta la sofferenza e la comodità e dalla sofferenza. Penso che questa sia una visione rara del suo: non sofferenza e gioia, come elementi costitutivi della vita umana, ma la sofferenza e il comfort che viene dalle prove che sta vivendo.
Lo vediamo chiaramente nel testo: « Dio, Padre del Signore nostro Gesù Cristo, il Padre delle misericordie e Dio di ogni consolazione, il quale ci consola in ogni nostra tribolazione » (cfr vv 3-4). Non è una gioia generale ma un comfort che è nella sofferenza. E viene da dentro di esso. E il verso successivo ci porta ulteriormente in questa relazione tra la sofferenza e la comodità: « W parti e in abbondanza nella sofferenza di Cristo ‘s ». Non sono più di Paolo sofferenze, ma di Cristo, e abbiamo capito che l’Apostolo vive istintivamente le sue sofferenze non come un destino solitario personale, ma come sofferenze di Cristo in lui, perché si verificano all’interno del ministero che il Signore Gesù ha affidato a lui. In questo modo la sua vita è unita a quella di Cristo. Egli li chiama le sofferenze di Cristo in se stesso, perché la loro causa è che egli è entrato il ministero per amore del Signore.
E come tali sofferenze abbondano – sono molti e frequenti, non pochi e sporadici – « così per mezzo di Cristo abbondano anche la nostra consolazione » (v. 5). Vi è una stretta connessione tra la sofferenza di Gesù ‘in lui e la comodità per mezzo di Gesù in lui. Paolo trova il mistero della morte e risurrezione nelle prove personali e comunitarie. Per entrare nel mistero della morte, egli condivide anche abbondantemente nel mistero della risurrezione di Cristo, conforto e consolazione.

METTI ALLA PROVA
Passando a meditare sui versetti 3-5, possiamo chiederci: qual è la connessione tra la sofferenza e la comodità nel lavoro pastorale, che permette la comodità di entrare e dalla sofferenza?
Ciò significa che il comfort viene da essere messo alla prova. Comfort non è qualcosa di accessorio, o una ricompensa per la sofferenza. Si tratta in realtà di essere messo alla prova.
Quando siamo messi alla prova, siamo in grado di andare in esso fisicamente, anche psicologicamente e tuttavia non esistenzialmente. In questo modo ci dose di fuori dalla comodità di Cristo. Se non gioco la nostra stessa esistenza, non godere di comfort all’interno di sofferenza.
Si tratta di un fenomeno molto interessante, mi sento che succede a me e cerco di spiegarlo. Le prove del ministero sono vari: esaurimento fisico e nervoso, cattivo umore, la routine quotidiana, stati di ripugnanza, stati negativi in cui si voglia respingere persone e situazioni. Questi stati ci riguardano fisicamente e psicologicamente, eppure ci si può trattenere da loro, perché non li guardi in faccia, li nega, li abbiamo messi da parte, forse perché abbiamo paura che non possiamo affrontare apertamente. In un modo o nell’altro li consideriamo come effetti collaterali della nostra vita, che non dovrebbe accadere, e che sono più ri-assimilato inconsciamente. Si inietta una sorta di anestetico psicologico in queste prove.
Penso che spesso ci priva della forza che può ottenere di entrare in sofferenze di Cristo, perché di fronte a loro tratteniamo il fiato, la dose i nostri occhi, andare avanti lo stesso. Noi non li affrontare in preghiera o in una conversazione con Cristo. Noi non li prende in noi stessi e quindi le nostre prove rimangono come corpi estranei, non sono integrate nella nostra esperienza e quindi non può essere trasformato in comfort.
Ho incontrato molti consigli pastorali parrocchiali e trovo che sperimentano un bel po ‘di questi problemi, forse piccole divisioni interne, difficoltà nel loro rapporto con il parroco, in particolare tensione e pericolo in loro solitudine nella comunità nel suo insieme (la comunità non conoscerci, non ci apprezza, non dà valore il nostro lavoro). Tutto ciò sembra richiedere uno spirito missionario. In realtà io credo che sopportare queste prove con una certa insofferenza istintiva e inconscia, malumore, anche irritazione con se stessi e gli altri. Loro non li sopportano come test di Cristo ‘s, la sofferenza che Cristo e il cristiano deve affrontare, entrando in loro, prendendoli su di sé e poi sentire la forza di Cristo in loro. Perché se sono accettati in questo modo è molto più facile parlare liberamente e coraggiosamente su di loro, quasi imparziale, con il fuoco e la vita del Vangelo tipico di tono Paul ‘s proprio nella seconda Lettera ai Corinzi. L’Apostolo non si la colpa, non recrimina, non si blocca, come comunità fanno molti che sono anche buono e generoso e voglia di servire Cristo. Non hanno ancora capito quello che costano gli apostoli stessi un sacco di fatica a capire: che solo entrando in sofferenza e la croce di Cristo, possiamo condividere la sua comodità. Queste comunità sembrano assumere l’atteggiamento di Pietro: « Dio non voglia, Signore! » (Cfr Mt 16,22). Come può accadere questo? Non dovrebbe accadere. Non hanno raggiunto la seconda fase di Marco ‘s Vangelo, accogliendo Cristo’ s prove, di essere confortato per loro da lui con il suo conforto forte, con la grazia del conforto dello Spirito, che è solo versato quando queste prove sono ha accolto con favore.
Fin dall’inizio della lettera troviamo istruzioni eccellenti per la nostra vita quotidiana e che delle nostre comunità. I versetti 4 e 5, ci hanno offerto un primo pensiero: il conforto delle sofferenze di Cristo in noi. E ‘molto significativo che parla delle sofferenze di Cristo in noi, perché non si tratta di mie debolezze, i miei fallimenti, la mia personale sconfitte (ho pensato che ero un buon predicatore del Vangelo, un apostolo buona, un leader, e in circostanze dei fatti hanno dimostrato il torto, anche se ho ancora un paio di gioie!). Si tratta della sofferenza di Cristo in me e questo rende le cose un aspetto diverso. Capisco che la sofferenza è un modo in cui Cristo opera in me, e che è lui stesso che soffre la mia debolezza nelle difficoltà del ministero e dei problemi a relazionarsi con le persone.

LETTURA E LA MEDITAZIONE 2 COR 1: 6-11
I VERSETTI 6 E 7 DELLO STRESS PRIMO CAPITOLO CHE QUESTO CONFORTO È PER GLI ALTRI.
COMODITÀ APOSTOLICA
Il comfort apostolica generato dallo Spirito nella fedele servitore del Vangelo, il che significa così tanto, non è per se stesso. Questi non sono gioie che potremmo pensare come ricompensa per la sofferenza. E ‘il comfort apostolico per gli altri.
« Quando siamo tribolati, è per la vostra consolazione e salvezza, e se siamo confortati, è per la vostra consolazione » (v. 6).
Paolo vede questa sofferenza seguita da momenti luminosi come un aspetto del suo servizio. La sua afflizione è per gli altri, non è un incidente nel suo ministero, ma un ingrediente di esso. I fallimenti non sono semplicemente incidenti, ma gli ingredienti di istruzione, perché attraverso di loro, raggiungere Dio ‘s educazione e di lavoro d’amore.
Quindi, la comodità per gli altri. Nel versetto 7 ho letto qualcosa che mi ha fatto vergognare: « La nostra speranza per voi è incrollabile, perché sappiamo che, come siete partecipi delle sofferenze, sarà anche condividere la nostra comodità. »
Penso a certi incontri che a volte mi irritano, quando la gente è meschina e gretta perché sono chiuse in se stesse. Incontri straziante con alcuni consigli pastorali, perché non riescono a vedere i segni del Vangelo, o molto pochi di loro. E ‘tutto pesante farlo, frustrazione. Quanto è difficile tutto! Che cosa si deve fare?
Confrontando la mia tentazione con le parole di Paolo ‘s mi rendo conto che non sarei in grado di dire istintivamente: « La nostra speranza per voi è incrollabile, perché sappiamo che, come siete partecipi delle sofferenze, sarà anche condividere la nostra comodità. » Ha bisogno di una forte fede per vedere problemi e difficoltà nella comunità – blocchi, divisioni, pregiudizi – come una sofferenza che porta la libertà. Come riesco a dire a un gruppo di giovani che mi dicono i loro problemi, la mancanza di spirito nel loro gruppo, i loro fallimenti: « In ogni caso la mia speranza per voi è incrollabile, perché sappiamo che, come siete partecipi delle sofferenze , potrete anche condividere il nostro comfort.  »
Stiamo cercando di aiutare una comunità, un gruppo di giovani e questo tipo di lettura ci aiuta a dire queste cose a loro.

L’AFFLIZIONE MORTALE
I versetti 8 e 9 possono essere sottotitolato L’afflizione mortale « Io non voglio che tu sia ignorante, fratelli, della sofferenza che abbiamo vissuto in Asia, perché eravamo così completamente, insopportabilmente schiacciato da giungere a disperare della vita stessa ‘(v. 8 ).
Paolo rivela una crepa nella sua forza, che in altre pagine sembra così inespugnabile.
Ho già detto che in questa lettera Paolo esprime una forte fede nel suo carisma. Qui egli confessa che il processo ha subito in Asia (probabilmente causata dalla persecuzione, litigi, profonda delusione nella comunità, forse guasti temporanei in forza psicologica) lo fece « così completamente, insopportabilmente schiacciato da giungere a disperare della vita stessa ‘.
A volte anche noi possiamo sentire insopportabile schiacciato, oltre le nostre forze. Ma quando facciamo una vera analisi della situazione ci rendiamo conto che potrebbe essere peggio e che il Signore ci ha ancora risparmiato.
Ma anche se non arriva al punto di dire che siamo « assolutamente, insopportabilmente schiacciato » ci sarebbe allora come l’Apostolo « dubitare anche della vita ‘:. Che è, le cose non possono andare avanti, siamo finiti » W e sentire che abbiamo ricevuto la sentenza di morte, ma che è per non farci affidamento su noi stessi, ma Dio che risuscita i morti « (v. 9) Vediamo come il mistero pasquale non è un’astrazione per Paolo Dio che risuscita.. i morti salva anche me da una situazione senza via d’uscita, un vicolo cieco.
Dovremmo meditare ancora e ancora su questi versi alla presenza di Dio ‘s: Signore, qual è il senso della forza del carisma che mi hai dato?
Carisma Paul ‘s è in me attraverso l’imposizione delle mani. Non è un carisma di quelli che si pensa di avere e quindi seguire un certo percorso. Il nostro è un sicuro carisma apostolico, assolutamente garantiti dal gesto fisico della imposizione delle mani, e ci unisce alla grazia che era in Paolo. Grazia di Paul ‘s proprio è venuto a me attraverso l’imposizione delle mani apostoliche.

UN RAPPORTO UMANO
Il tema di versi 10 e 11 è la condivisione della comunità. Paolo dice: (se) ho superato questo momento che, lo confesso, era molto molto difficile (è) anche grazie a voi e le vostre preghiere. Continuate a pregare per me e ringrazio Dio per me.
Mi chiedo: ho mai avuto un rapporto di fiducia con la comunità? Avere uno mai arrivato al punto di dire: Pregate per me, perché mi trovo in una situazione molto difficile? Guarda, 1 era in una situazione molto difficile e l’ho superato grazie alla vostra preghiera e il sostegno?
Quando riusciamo ad avere questo tipo di rapporto, la comunità reagisce molto forte e scuote la loro idea del ministero in cui il ministro è o irraggiungibile e infallibile o criticato come infedele e incompetenti.
La comunità viene ripristinato un rapporto più umano. Il ministro ordinato, il servo di Dio, ha la sua grazia, ma anche la sua debolezza e il bisogno della preghiera. Ha bisogno di sentire che le persone sono unite nella sua lotta e gli sforzi.
Naturalmente è difficile trovare le parole giuste, soprattutto perché la comunità non è abituato a tale confessione e può essere scandalizzati. Ma perché? Non dovremmo essere confortato e rassicurato dal vescovo e il sacerdote? Immagine People ‘s del vescovo o il sacerdote è di qualcuno che mai vacilla mai, non dubita mai, ha problemi, che dovrebbero rassicurare gli altri. Se ha problemi, deve rivolgersi a Dio.
Naturalmente l’immagine opposta è anche sbagliato di un uomo che mostra debolezza ed esigente pietà. Quello di destra si trova da qualche parte tra i due: che la comunità dovrebbe condividere sofferenze del prete, così come il sacerdote partecipa in propria comunità l’.
Leggendo le parole di Paolo ci sono sbalordita per la sua apertura. « Egli ci ha liberato da un pericolo così letale e ci libererà, su di lui abbiamo posto la nostra speranza che ci libererà ancora » (v. 10).
Forse avrete notato che tutto diventa più facile quando questa situazione di sofferenza mortale assume la forma di sofferenza fisica, perché poi si riesce a parlare al riguardo e si ottenere immediatamente la simpatia della comunità. In effetti ci sono comunità che riconciliarsi con il loro pastore, quando diventa gravemente o addirittura mortalmente malato. Le persone si trasformano e la relazione diventa più umano.
Ricordo con commozione un esempio di grave sofferenza fisica in un Vescovo, che è morto recent1y: Filippo Franceschi, vescovo di Padova. Quando la comunità diocesana sentito sul suo stato di salute e ha chiesto di ricevere l’unzione degli infermi pubblicamente, davanti ai sacerdoti, una grande folla raccolte durante le celebrazioni Giovedì Santo, perché le persone erano molto al corrente dello stato loro pastore ‘s debole di salute e la sua sofferenza nella malattia. Si sentivano coinvolti con il loro vescovo. Il loro atteggiamento per lui è diventato più umano e più genuina, hanno smesso di criticare lui e chiedere tutto da lui.
Questo accade spesso. Naturalmente non dobbiamo lo accada, ma è un simbolo di quel rapporto più umano e genuino Paolo sta parlando qui. Ora dobbiamo riflettere su di esso in silenzio davanti a Dio chiedendo:
Signore, come faccio a reagire alle prove Paul ha avuto esperienza? Non riesco a dire lo stesso di lui. Mi sento lo stesso di lui? Quanto io sono di questo atteggiamento? Signore, dammi il conforto del tuo Spirito!

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