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SEMPLICITÀ DEL NATALE – CARLO MARIA MARTINI SJ

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SEMPLICITÀ DEL NATALE – CARLO MARIA MARTINI SJ

«Il presepio è qualcosa di molto semplice, che tutti i bambini capiscono». Una meditazione da Gerusalemme del cardinale Carlo Maria Martini

del cardinale Carlo Maria Martini sj

Gerusalemme, dicembre 2006

Il presepio è qualcosa di molto semplice, che tutti i bambini capiscono. È composto magari di molte figurine disparate, di diversa grandezza e misura: ma l’essenziale è che tutti in qualche modo tendono e guardano allo stesso punto, alla capanna dove Maria e Giuseppe, con il bue e l’asino, attendono la nascita di Gesù o lo adorano nei primi momenti dopo la sua nascita. Come il presepio, tutto il mistero del Natale, della nascita di Gesù a Betlemme, è estremamente semplice, e per questo è accompagnato dalla povertà e dalla gioia. Non è facile spiegare razionalmente come le tre cose stiano insieme. Ma cerchiamo di provarci. Il mistero del Natale è certamente un mistero di povertà e di impoverimento: Cristo, da ricco che era, si fece povero per noi, per farsi simile a noi, per amore nostro e soprattutto per amore dei più poveri. Tutto qui è povero, semplice e umile, e per questo non è difficile da comprendere per chi ha l’occhio della fede: la fede del bambino, a cui appartiene il Regno dei cieli. Come ha detto Gesù: «Se il tuo occhio è semplice anche il tuo corpo è tutto nella luce» (Mt 6, 22). La semplicità della fede illumina tutta la vita e ci fa accettare con docilità le grandi cose di Dio. La fede nasce dall’amore, è la nuova capacità di sguardo che viene dal sentirsi molto amati da Dio. Il frutto di tutto ciò si ha nella parola dell’evangelista Giovanni nella sua prima lettera, quando descrive quella che è stata l’esperienza di Maria e di Giuseppe nel presepio: «Abbiamo veduto con i nostri occhi, abbiamo contemplato, toccato con le nostre mani il Verbo della vita, perché la vita si è fatta visibile». E tutto questo è avvenuto perché la nostra gioia sia perfetta. Tutto è dunque per la nostra gioia, per una gioia piena (cfr. 1Gv 1, 1-3). Questa gioia non era solo dei contemporanei di Gesù, ma è anche nostra: anche oggi questo Verbo della vita si rende visibile e tangibile nella nostra vita quotidiana, nel prossimo da amare, nella via della Croce, nella preghiera e nell’eucaristia, in particolare nell’eucaristia di Natale, e ci riempie di gioia. Presepe, Luca della Robbia il Giovane, XVI secolo, convento domenicano di Santa Maria Maddalena, Caldine, Firenze Presepe, Luca della Robbia il Giovane, XVI secolo, convento domenicano di Santa Maria Maddalena, Caldine, Firenze Povertà, semplicità, gioia: sono parole semplicissime, elementari, ma di cui abbiamo paura e quasi vergogna. Ci sembra che la gioia perfetta non vada bene, perché sono sempre tante le cose per cui preoccuparsi, sono tante le situazioni sbagliate, ingiuste. Come potremmo di fronte a ciò godere di vera gioia? Ma anche la semplicità non va bene, perché sono anche tante le cose di cui diffidare, le cose complicate, difficili da capire, sono tanti gli enigmi della vita: come potremmo di fronte a tutto ciò godere del dono della semplicità? E la povertà non è forse una condizione da combattere e da estirpare dalla terra? Ma gioia profonda non vuol dire non condividere il dolore per l’ingiustizia, per la fame del mondo, per le tante sofferenze delle persone. Vuol dire semplicemente fidarsi di Dio, sapere che Dio sa tutte queste cose, che ha cura di noi e che susciterà in noi e negli altri quei doni che la storia richiede. Ed è così che nasce lo spirito di povertà: nel fidarsi in tutto di Dio. In Lui noi possiamo godere di una gioia piena, perché abbiamo toccato il Verbo della vita che risana da ogni malattia, povertà, ingiustizia, morte. Se tutto è in qualche modo così semplice, deve poter essere semplice anche il crederci. Sentiamo spesso dire oggi che credere è difficile in un mondo così, che la fede rischia di naufragare nel mare dell’indifferenza e del relativismo odierno o di essere emarginata dai grandi discorsi scientifici sull’uomo e sul cosmo. Non si può negare che può essere oggi più laborioso mostrare con argomenti razionali la possibilità di credere, in un mondo così. Ma dobbiamo ricordare la parola di san Paolo: per credere bastano il cuore e la bocca. Quando il cuore, mosso dal tocco dello Spirito datoci in abbondanza (cfr. Rm 5, 5; Gv 3, 34), crede che Dio ha risuscitato dai morti Gesù e la bocca lo proclama, siamo salvi (cfr. Rm 10, 8-12). Tutte le complicazioni, tutti gli approfondimenti che talora ci confondono, tutto ciò che è stato sovrimposto attraverso il pensiero orientale e occidentale, attraverso la teologia e la filosofia, sono riflessioni buone, ma non ci devono far dimenticare che credere è in fondo un gesto semplice, un gesto del cuore che si butta e una parola che proclama: Gesù è risorto, Gesù è Signore! È un atto talmente semplice che non distingue fra dotti e ignoranti, tra persone che hanno compiuto un cammino di purificazione o che devono ancora compierlo. Il Signore è di tutti, è ricco di amore verso tutti coloro che lo invocano. Giustamente noi cerchiamo di approfondire il mistero della fede, cerchiamo di leggerlo in tutte le pagine della Scrittura, lo abbiamo declinato lungo vie talora tortuose. Ma la fede, ripeto, è semplice, è un atto di abbandono, di fiducia, e dobbiamo ritrovare questa semplicità. Essa illumina tutte le cose e permette di affrontare la complessità della vita senza troppe preoccupazioni o paure. Per credere non si richiede molto. Ci vuole il dono dello Spirito Santo che egli non fa mancare ai nostri cuori e da parte nostra occorre fare attenzione a pochi segni ben collocati. Guardiamo a ciò che successe accanto al sepolcro vuoto di Gesù: Maria Maddalena diceva con affanno e pianto: «Hanno portato via il Signore e non sappiamo dove l’hanno posto». Pietro entra nel sepolcro, vede le bende e il sudario piegato in un luogo a parte e ancora non capisce. Capisce però l’altro discepolo, più intuitivo e semplice, quello che Gesù amava. Egli «vide e credette», riferisce il Vangelo, perché i piccoli segni presenti nel sepolcro fecero nascere in lui la certezza che il Signore era risorto. Non ha avuto bisogno di un trattato di teologia, non ha scritto migliaia di pagine sull’evento. Ha visto piccoli segni, piccoli come quelli del presepio, ma è stato sufficiente perché il suo cuore era già preparato a comprendere il mistero dell’amore infinito di Dio. Talora noi siamo alla ricerca di segni complicati, e va anche bene. Ma può bastare poco per credere se il cuore è disponibile e se si dà ascolto allo Spirito che infonde fiducia e gioia nel credere, senso di soddisfazione e di pienezza. Se siamo così semplici e disponibili alla grazia, entriamo nel numero di coloro cui è donato di proclamare quelle verità essenziali che illuminano l’esistenza e ci permettono di toccare con mano il mistero manifestato dal Verbo fatto carne. Sperimentiamo come la gioia perfetta è possibile anche in questo mondo, nonostante le sofferenze e i dolori di ogni giorno.

IL COMBATTIMENTO SPIRITUALE – EF 6,10-20 – CARLO MARIA MARTINI

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IL COMBATTIMENTO SPIRITUALE

(S. PAOLO, LETTERA EFESINI 6,10-20)

DEL CARD. CARLO MARIA MARTINI

 » Rivestitevi dell’armatura di Dio ,
per poter resistere e superare tutte le prove « 
Dalla lettera di San Paolo apostolo agli Efesini (6,10-20)

« …Fratelli, attingete forza nel Signore e nel vigore della sua potenza. Rivestitevi dell’armatura di Dio, per poter resistere alle insidie del diavolo. La nostra battaglia infatti non è contro creature fatte di sangue e di carne, ma contro i Principati e le potestà, contro i dominatori di questo mondo di tenebra, contro gli spiriti del male che abitano nelle regioni celesti.
Prendete perciò l’armatura di Dio, perché possiate resistere nel giorno malvagio e restare in piedi dopo aver superato tutte le prove. State dunque ben fermi, cinti i fianchi con la verità, rivestiti con la corazza della giustizia, e avendo come calzatura ai piedi lo zelo per propagare il vangelo della pace. Tenete sempre in mano lo scudo della fede, con il quale potrete spegnere tutti i dardi infuocati del maligno; prendete anche l’elmo della salvezza e la spada dello Spirito, cioè la parola di Dio. Pregate inoltre incessantemente con ogni sorta di preghiere e di suppliche nello Spirito, vigilando a questo scopo con ogni perseveranza e pregando per tutti i santi… ».
Il testo di Paolo in Ef 6, 10-17 presenta il cristiano come colui che ha lottato fino in fondo contro il nemico e l’ha vinto con la propria morte. È un brano molto denso, ricco di mètafore. Occorre vedere quali realtà Paolo voleva annunziare attraverso tali metafore.
Il brano può essere diviso in tre parti: la prima parte contiene due esortazioni; segue poi, nella seconda, il motivo di queste esortazioni; infine, nella terza, l’elenco dell’armatura spirituale di cui rivestirci.
1) Le due esortazioni sono: fortificatevi nello Spirito e rivestitevi dell’armatura di Dio.
Si tratta quindi di un consiglio dato a qualcuno che si trova di fronte a una situazione difficile.
L’esortazione ad armarsi, a rivestirsi, la troviamo pure in Rm 13, 12 e in 2 Cor 10, 4. Quello agli Efesini è però il brano nel quale maggiormente viene svolta la metafora della panoplia, l’armatura completa del servitore di Dio, di colui che segue da vicino Gesù.
2) Il motivo: perché dobbiamo armarci così? Perché la nostra lotta è una lotta spirituale, contro i principati, le potestà, gli spiriti maligni. Possiamo tradurre facilmente queste espressioni in una realtà comprensibile perché essa è di evidenza quotidiana. Dobbiamo, cioè, vivere in un’atmosfera – lo spazio tra terra e cielo – che è invasa da elementi maligni, contrari al Vangelo, nemici di Dio. L’atmosfera in cui viviamo è satura di potenze contrarie a Cristo e quindi la nostra lotta si annuncia difficile. Questa mentalità, questa atmosfera che è frutto in parte della potenza del male e in parte dell’uomo soggiogato da questa potenza del male, crea una situazione nella quale siamo immersi e che ci minaccia da ogni parte. Da qui la necessità di armarsi con l’armatura di Dio.

3) Tale armatura viene descritta con sei metafore: la cintura, la corazza, i calzari, lo scudo, l’elmo, la spada.

Che cosa significa ciascuna di queste metafore? Prima di esse c’è una esortazione che permette di comprendere la situazione nella quale ci si trova: «State in piedi»; tenetevi in piedi. Si tratta, quindi, di persona pronta alla battaglia; ed è in questa situazione di prontezza che viene descritta l’armatura.La prima metafora è la cintura della verità. Quale verità è arma per noi? Per capire bene bisogna notare che questa metafora, come pure le altre, sono attinte largamente dal Vecchio Testamento. Chi scriveva questo brano conosceva a memoria interi passi del Vecchio Testamento e ne supponeva la conoscenza anche nei suoi lettori. Soprattutto due brani del Vecchio Testamento sono qui utilizzati per questa descrizione. - Il primo brano è tratto da 1s 11, il germoglio di Jesse, del quale viene descritta la veste, il modo di presentarsi e di combattere; 

- il secondo brano è tratto da 1s 59, in cui si descrive, a un certo punto, l’armatura di Dio. Nell’Antico Testamento, quindi, è l’armatura di Dio stesso, oppure dell’inviato, del prediletto di Dio, ad essere descritta.
Qui l’armatura di Dio è trasferita al servo di Dio, a: colui che segue Gesù. Dice 1s 11, 5: «Cintura dei suoi fianchi è la fedeltà» (trad. della C.E.I); nella Bibbia dei LXX il vocabolo usato è alétheia, la verità e il testo greco lo riporta esattamente.
La verità di cui si cinge, come di una veste stabile, colui che combatte è, quindi, la coerenza; è quella fedeltà che è coerenza piena, stile coerente di vivere e di agire.
Per poter combattere contro l’atmosfera maligna, l’atmosfera pestifera nella quale viviamo, occorre essere armati di una profonda coerenza fra ciò che proclamiamo e ciò che dobbiamo internamente sentire e vivere tra noi.
E questa coerenza è tanto più importante in quanto noi predichiamo la parola di Dio. Chi non vive ciò che predica si mette a poco a poco nella condizione di essere esposto agli assalti del nemico.
Se la nostra predicazione fosse continuamente confrontata con ciò che sentiamo interiormente, con ciò di cui siamo persuasi, sarebbe più facile e più accessibile a tutti.
È vero che questo profondo confronto fra coerenza interiore ed esteriore farà talora riconoscere di essere lontani da ciò che si predica, ma l’umiltà del riconoscerlo è già un aspetto della coerenza, è un modo di mostrare che desideriamo averla.
La metafora seguente è la corazza della giustizia. In Is 59, 17 si descrive l’armatura di Dio. Dio si è rivestito di giustizia come di una corazza.
La giustizia è qui espressa come l’attività di Dio che salva i poveri e umilia i peccatori. Dio che impetuosamente compie le sue opere, che è salvezza e punizione. Nella nostra situazione, dovremmo tradurla come il partecipare allo zelo di Cristo per la giustizia del Padre. Questa corazza che ci cinge completamente, che ci difende, è il rivestirci di quei sentimenti che fanno gridare a Cristo per le strade di Palestina: «A Dio ciò che è di Dio »; cioè, che gli fanno proclamare la giustizia del Padre, e, come giustizia, l’opera di salvezza per chi si pente e il castigo per chi non si pente. Per noi, il partecipare all’intimo zelo di Cristo per la giustizia del Padre, è questa corazza che ci cinge, ci avvolge, che ci difende dai nemici.
La terza metafora: calzati i piedi di alacre zelo per il Vangelo della pace. Si descrive qui piuttosto una situazione. Pronti a partire per l’annuncio del Vangelo della pace. La realtà della metafora è la prontezza a portare il Vangelo.
In Is 52, 7 troviamo: «Come sono belli i piedi del messaggero che annuncia la pace, messaggero di bene che annunzia la salvezza … ».
Fuori di metafora viene indicato l’ardore, il desiderio di predicare il Vangelo, sapendo che è beneficio per gli uomini e che porta loro la pace. Quindi anche la gioia di chi ha trovato il tesoro (la donna che ritrova la dracma e chiama le vicine piena di gioia: Le 15, 8ss).
Questa è una caratteristica importante del ministero del Vangelo, soprattutto oggi, in cui il ‘pluralismo’ – quando diventa pluralismo filosofico, culturale, religioso – sembra in qualche modo togliere l’ ardore di predicare il Vangelo della pace.
della pace.
Ci chiediamo se ci sia una soluzione a questa difficoltà. La soluzione c’è e non è certamente quella di abolire il pluralismo. Credo anzi che quanto più cresce il dialogo, tanto più deve crescere l’approfondimento della vita evangelica, Se queste due cose crescono insieme, allora è possibile ed è facile conciliare un immenso rispetto per tutte le culture, razze, valori, con un immenso ardore di portare il Vangelo, che è una proposta trascendentale, non commensurabile con nessun altro valore, ma capace di illuminarli e trasformarli tutti.
Quindi questa arma, questa disposizione è estremamente importante per difendersi dall’atmosfera che invece tende piuttosto a livellare tutti i valori. Conciliare l’ardore del Vangelo con la stima dei valori altrui e l’opera mirabile a cui è chiamata la Chiesa di oggi, se vuole conservare il suo slancio missionario.
Quarta metafora: in tutte le occasioni, impugnate lo scudo della fede. I dardi infuocati lanciati dal maligno (l’espressione è presa dal Salmo 11) sono le mentalità del mondo di peccato che, dal mattino alla sera e dalla sera al mattino, ci circonda e ci invita ad interpretare cose e situazioni della nostra vita con metri esclusivamente psicologi, sociologi, economici, assalendoci da ogni parte per toglierci il tesoro della fede.
Lo scudo per opporsi a questa mentalità è lo scudo della fede, cioè la considerazione evangelica di tutta la realtà umana, continuamente richiamata.
Quinta metafora: l’elmo della salvezza, anzi l’elmo dell’opera salvifica, come dice il testo greco. L’espressione è presa da I s 59, 17, e in Isaia vuol dire che Dio è pronto a salvare. Il greco ha un verbo (dexasthe) che vuole dire accettare l’elmo della salvezza; quindi accettate l’azione salvifica di Dio in voi come unica vostra protezione, unica vostra speranza; vi protegge il capo perché essa è la cosa più essenziale.
Sesta metafora: la spada dello Spirito che è la parola di Dio. Cos’è la spada dello Spirito? Ci sono tre passi che possono aiutarci: Is 49, 2 dove si parla di « bocca come spada »; Eh 4,12 dove si parla di « spada come parola»; infine Is 11, 4 dove si dice che « con il soffio delle sue labbra ucciderà l’empio ».
La parola di Dio non è qui il logos, cioè la predicazione, ma il rhéma, cioè gli oracoli divini. Quindi penserei come «spada dello Spirito» non tanto la predicazione di Gesù, ma la sua lotta contro Satana, quando si difende citando gli oracoli di Dio. «Sta scritto … »; cioè, gli oracoli di Dio furono per Lui, e sono per noi, difesa.
Quando siamo assediati dalla mentalità del mondo che ci vorrebbe fare interpretare tutte le cose in maniera puramente umana, dobbiamo ricorrere ai grandi oracoli di Dio nella Bibbia per avere una parola di chiarezza su queste cose e respingere le interpretazioni sbagliate della storia del mondo e della nostra esistenza.

Queste le esortazioni di Paolo.
Possiamo concludere riassumendo: quali situazioni suppongono e quali esortazioni offrono queste parole? .
a) Suppongono prima di tutto che noi siamo in una situazione veramente rischiosa; cioè che nel mondo di oggi è rischioso e pericoloso vivere il Vangelo fino in fondo. Dobbiamo avere questo senso della difficoltà perché esso è realismo. Se ci troviamo di fronte a realtà avverse senza osare guardarle in faccia; se viviamo pensando che ci circondano continue difficoltà e rischi, possiamo vivere in una perpetua e sterile apprensione. Ma quando abbiamo analizzato il fondo, sulla base della Scrittura e abbiamo conosciuto l’avversario, vedendo le vie attraverso le quali il mondo è portato al male e come esse si manifestano, allora anche davanti a tutto il mistero del male, nella sua interezza, possiamo sentirci pieni della forza di Dio.
Una profonda analisi e sintesi del mistero della perversione fatto con l’aiuto della Scrittura può metterci davanti ad una situazione di rischio, di timore, di pericolo, ma non di paura, perché vediamo con chiarezza tutta la vastità dell’avversario e tutta la potenza di Dio.
b) Seconda osservazione: si tratta di una lotta che non ha né sosta né quartiere; cioè, contro un avversario astuto e terribile che è fuori di noi e dentro di noi. Questo; oggi, lo si dimentica troppo spesso, vivendo in una atmosfera di ottimismo deterministico per cui tutte le cose devono andare di bene in meglio, senza pensare alla drammaticità e alle fratture della storia umana, senza sapere che la storia ha le sue tragiche regressioni e i suoi rischi, i quali minacciano proprio chi non se l’aspetta, cullato in una visione di un evoluzionismo storico che procede sempre per il meglio.
c) Terza osservazione: solo chi si arma di tutto punto potrà resistere. Qui vorrei ricordare una delle regole di Sant’Ignazio il quale aveva chiarissima l’idea che il nemico attacca valutando la situazione del cristiano. Bisogna conoscerlo bene, perché il nemico gira per vedere se c’è anche soltanto un elemento mancante nell’armatura. È quindi una lotta che deve prenderci tutti e trasformarci, santificandoci completamente.
Un’ultima parola a proposito di un’assenza rilevabile in questo brano: la preghiera. In realtà la preghiera viene nominata, ma non qui. La si ricorda alla fine del brano e con un’esortazione intensissima: «Con ogni sorta di preghiere e di suppliche pregate incessantemente mossi dallo Spirito … » (Ef 6, 18).
Tutte queste armi vanno, quindi, continuamente affinate nell’esercizio della preghiera che non le supplisce – la preghiera non supplisce lo zelo, lo spirito di fede, l’impegno, la capacità di donarsi – ma è quella nella quale tutte quante sono avvolte e nella quale vengono continuamente ritemprate nella lotta.

 

 

C. M. MARTINI – LA TRASFORMAZIONE DI CRISTO E DEL CRISTIANO ALLA LUCE DEL TABOR

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C. M. MARTINI – LA TRASFORMAZIONE DI CRISTO E DEL CRISTIANO ALLA LUCE DEL TABOR

Un corso di esercizi spirituali

VII MEDITAZIONE

Le dimensioni della trasformazione battesimale
È facile cadere nell’equivoco di ridurre la trasformazione battesimale alla dimensione etica e ascetica: mi sforzo di cambiare la mia vita e di comportarmi meglio con gli altri, di pregare di più. Certamente è importante la dimensione etica o ascetica, ma se ci limitiamo a questa tutto si riduce allo sforzo personale e a un certo punto ci si stanca. In realtà l’orizzonte è più vasto e possiamo parlare di quattro dimensioni della trasformazione battesimale.

La pienezza della nostra trasformazione
1. La prima dimensione è appunto la trasformazione etica, cioè dei costumi, del modo di vivere, di agire, di pensare, la trasformazione delle attitudini, degli atteggiamenti, dei sentimenti. Essere figlio di Dio significa avere nuovi atteggiamenti, nuove abitudini, nuovi costumi, usi, sentimenti, nuove reazioni. Lo abbiamo visto già in Rm 12, 2: «Trasformatevi rinnovando la vostra mente» per discernere ciò che piace a Dio, la sua volontà. «Non conformatevi alla mentalità di questo secolo», cioè: non agite come tutti gli altri che ricercano il proprio tornaconto, interesse, guadagno, comodità. Altra è la nostra via, l’unica che crea l’uomo vero. la donna vera, che forma quella civiltà dall’amore senza la quale la terra è «un’aiuola che ci fa feroci», un luogo di combattimento di belve.
2. C’è poi la trasformazione che chiamo mistica, o passiva, quella che avviene per riflesso della luce che brilla sul volto di Gesù. Non siamo più noi a darci da fare, ma ci preoccupiamo unicamente di lasciare brillare su di noi il volto di Gesù.
San Paolo ne parla in 2 Cor 3, 18: «E noi tutti, riflettendo come in uno specchio la gloria del Signore, veniamo trasformati in quella medesima immagine, di gloria in gloria, secondo l’azione dello Spirito del Signore». È moto bello e confortante questo versetto, perché ci insegna che non siamo noi a darci da fare; è la gloria del Signore che si riflette in noi. Da un certo punto in avanti non conta più principalmente il nostro sforzo, la nostra ascesi, la nostra lotta contro le tentazioni, la nostra resistenza al male.
Così si spiega la forza dei santi. Non che avessero una dose di buona volontà molto più grande della nostra; hanno lasciato che Gesù si rispecchiasse in loro. È bello per esempio ciò che scrive santa Teresa di Gesù Bambino a proposito della sua «piccola via»: è Gesù che la porta, è Gesù l’ascensore che la fa salire, che la trasforma a immagine di sé.
Un’altra espressione della trasformazione mistica è l’identificazione, che Paolo descrive come propria esperienza in Fil 1, 2 1: «Per me infatti il vivere è Cristo e il morire un guadagno». E aggiunge in Gal 2, 20: «Sono stato crocifisso con Cristo e non sono più io che vivo, ma Cristo vive in me. Questa vita nella carne, io la vivo nella fede del Figlio di Dio che mi ha amato e ha dato se stesso per me».
Noi non dobbiamo avere paura di tale esperienza, quasi fosse riservata ai santi. Senza di essa rischiamo di restare sempre nella palude, nella pianura, sempre con la nostra fragilità che non ci consente di elevarci al di sopra della mediocrità e di una certa onestà umana, importantissima, ma con la quale non si va molto avanti nel regno di Dio.
Non sarà dunque mia acquisizione la trasformazione cristiana, bensì sarà grazia.
3. Ricordo poi la dimensione escatologica. La trasformazione piena in Cristo si avrà alla manifestazione del regno di Dio, a cui dobbiamo guardare. Noi spesso teniamo gli occhi rivolti verso terra, come gli animali, e invece il nostro sguardo deve essere alto.
Cosi Paolo ammonisce la comunità di Filippi: «Molti, ve l’ho già detto più volte e ora con le lacrime agli occhi ve lo ripeto, si comportano da nemici della croce di Cristo» (può accadere anche ai cristiani di essere nemici della croce di Cristo, pur portandola in processione). «La perdizione però sarà la loro fine, perché essi, che hanno come dio il loro ventre, si vantano di ciò di cui dovrebbero vergognarsi, tutti intenti alle cose della terra.» t una religione carnale, che si accontenta di pratiche esteriori, di forme superficiali e in parte superstiziose. «La nostra patria invece è nei cieli e di là aspettiamo come salvatore il Signore Gesù Cristo, il quale trasfigurerà il nostro misero corpo per conformarlo al suo corpo glorioso, in virtù del potere che ha di sottomettere a sé tutte le cose» (Fil 3,18-21).
È la pienezza della nostra trasformazione simboleggiata sul monte della Trasfigurazione. Gesù darà una forma diversa (metaschematísei) al corpo della nostra umiltà conformandolo al suo corpo di gloria. E già ora dal cielo ci attrae e trasfigura.
La civiltà medievale e le civiltà antiche in genere avevano radicato il senso della vita eterna. Oggi viviamo in una civiltà che opera come se Dio non esistesse, come se la morte fosse la fine di tutto, e non a caso si cerca in tutti i modi di esorcizzarla. Proprio per questo non dobbiamo dimenticare la nostra meta e che ogni segno di malattia o di vecchiaia è un segno del bussare di Gesù alla porta del cuore. Il battesimo ci assicura che la nostra pienezza è nei cieli.
4. L’ultima dimensione é propria del presbitero, di colui che è chiamato ad avere responsabilità di altri.
Lo sottolinea un versetto della Lettera ai Galati: «Figlioli miei, che io di nuovo partorisco nel dolore finché non sia formato Cristo in voi» (Gal4, 19).
L’esperienza di san Paolo è tipica del prete, il quale soffre talora i dolori dei parto, per far vivere Cristo Gesù in una persona. Questa intima sofferenza l’hanno patita tutti i santi che hanno avuto responsabilità di altri.
Ho esposto quattro dimensioni della trasformazione cristiana e mi sembra opportuno ritornare sulla prima, che è quella più ovvia: la trasformazione etica, del costume, degli atteggiamenti, delle reazioni, dei sentimenti, dei modi di fare.

L’etica delle beatitudini
Tralascio di riprendere le pagine del Nuovo Testamento dove si descrivono gli atteggiamenti del cristiano che ha rinnovato la sua vita secondo Cristo. Preferisco riferirmi al quadro più provocante, più completo, più organico della trasformazione della mente, del cuore e dei sentimenti in Cristo: il Discorso della montagna.
Evidenzio quattro aspetti del testo di Matteo (capitoli 5, 6 e 7), che partono tutti da una beatitudine e sono indicativi di molti altri.
1. «Beati i poveri in spirito.» È l’atteggiamento di chi non si monta la testa, non pretende di essere e di possedere chissà che cosa, di chi vive disinteressatamente. t un atteggiamento straordinario, in un mondo nel quale normalmente si vive per interesse: mi chiedi questo, ma che cosa mi dai in cambio? Cosa ne guadagno? Al contrario il battezzato è capace di disinteresse, e se ha un ministero nella Chiesa lo vive gratuitamente. Sappiamo infatti che sulla gratuità del ministero sta o cade la Chiesa. è chiaro che il ministro avrà un suo sostentamento, e tuttavia non compie il suo servizio per un guadagno o per accrescere il proprio potere. Gesù è esplicito: «Gratuitamente avete ricevuto, gratuitamente date» (Mt 10, 8).
La grande sorpresa per le popolazioni dei Paesi di missione viene dal capire che il missionario vive gratuitamente, non cerca niente per sé. Perché la gratuità è un riflesso di Dio, è un riflesso dell’essere divino che si dona gratuitamente a noi, senza aspettare niente in cambio.
Molto belle le esortazioni con cui si conclude l’insegnamento sull’elemosina, sulla preghiera e sul digiuno; per tre volte si ripete: «Il Padre tuo, che vede nel segreto, ti ricompenserà» (Mt 6, 4. 6. 18). A dire: non aspettarti gratificazioni al di fuori, non aspettarti lodi o riguardi particolari. Potrai forse averne, magari ne avrai in abbondanza, ma proprio perché non li hai cercati.
Questo è il modo di essere di Gesù e qualifica un modo di essere nuovo.
2. Un secondo frutto della trasformazione etica lo leggo nella beatitudine dei miti: «Beati i miti». Gesù stesso dirà: «Imparate da me, che sono mite e umile di cuore» (Mt 11, 29). Miti sono quelli che non rispondono alla violenza.
È il comportamento evangelico di cui parla Gesù in Mt 5, 3 8: «Se uno ti percuote la guancia destra, tu porgigli anche l’altra; e a chi ti vuol chiamare in giudizio per toglierti la tunica, tu lascia anche il mantello. E se uno ti costringerà a fare un miglio, tu fanne con lui due. Da a chi ti domanda e a chi desidera da te un prestito non volgere le spalle». Questo comportamento può apparire inattuabile, perché presuppone la disponibilità a perdere tutto. In realtà ci sono situazioni o condizioni nelle quali io posso esigere e chiedere qualcosa proprio per amore della giustizia, però al fondo ci deve essere nel cristiano la disponibilità a soffrire l’ingiustizia piuttosto che compierla, la disponibilità a perdonare.
Il cristianesimo non ci pone fuori della realtà, ci chiede ciò che è necessario per vivere umanamente in questo mondo. Gesù non insegna atteggiamenti estranei all’esistenza quotidiana; rivela come si può instaurare una civiltà dell’amore, una convivenza vivibile.
Sempre dal Discorso della montagna mi piace citare un altro versetto molto forte: «Io vi dico: amate i vostri nemici e pregate per i vostri persecutori, perché siate figli del Padre vostro celeste» (5, 44-45).
La mitezza è la condizione battesimale di colui che è figlio.
Lo stesso Paolo, in una situazione di litigio comunitario, faceva appello a tale principio: «È già per voi una sconfitta avere liti vicendevoli! Perché non subire piuttosto l’ingiustizia? Perché non lasciarvi piuttosto privare di ciò che vi appartiene?» (1 Cor 6, 7). Il cristiano può certamente possedere qualcosa e legittimamente difenderla. Sotto a questo principio di giustizia umana c’è però una giustizia più profonda e capace anche di cedere e di accettare l’ingiustizia, così che ne venga un bene maggiore.
Sono convinto che le conflittualità umane non saranno mai risolte se non ci si deciderà ad accogliere l’immagine di uomo nuovo presentata dal Discorso della montagna.
3. «Beati i misericordiosi», beato chi si occupa efficacemente degli altri, dimenticando se stesso. È una beatitudine più facile da comprendere. Molti giovani, anche non credenti, fanno del volontariato, donando il loro tempo agli altri.
La misericordia cristiana dona con gioia, perché parte dal Vangelo, da Gesù, dall’amore che Dio ha per noi. Così san Paolo, al termine del suo discorso a Mileto, afferma con parole incisive: «In tutte le maniere vi ho dimostrato che lavorando così si devono soccorrere i deboli, ricordandoci delle parole del Signore Gesù, che disse: « Vi è più gioia nel dare che nel ricevere! »» (At 20, 35). E in Rm 12, 8 ammonisce: «Chi fa opere di misericordia, le compia con gioia».
4. La quarta beatitudine che vorrei ricordare è: «Beati i pacifici, beati gli operatori di pace», beati coloro che, contrariamente a quanto spesso si fa, non seminano zizzania o calunnia. Beati coloro che portano pace nelle comunità, che aiutano a superare le litigiosità quotidiane e vivono per questo un’esistenza pacifica e senza affanni. t lo stile di vita cristiana, è il comando di Gesù: «Non affannatevi» (Mt 6, 2 5), ed è forse il comando che trasgrediamo di più. Siamo sempre affannati per noi, per gli altri, per il futuro, per la paura di quanto può succedere. Ma Gesù continua: «Di tutte queste cose si preoccupano i pagani; il Padre vostro celeste infatti sa che ne avete bisogno» (v. 33). Qui risulta nuovamente il nostro essere figli.
Le giuste previsioni sono lecite, non però quell’affanno che divora l’esistenza, non permette di pregare, di rilassarsi, di trovare pace con se stessi e di portare pace agli altri.
5. Oltre le quattro beatitudini che ho ripreso, desidero evocare la bellissima esortazione che leggiamo nel capitolo 7 di Matteo: «Non giudicate per non essere giudicati; perché col giudizio con cui giudicate sarete giudicati, e con la misura con la quale misurate sarete misurati» (vv. 1-2). Molte volte passiamo il tempo a giudicare, a misurare, a tagliare i panni addosso agli altri, e ciò è segno di spirito non cristiano.
È davvero possibile?
Mi piace concludere tentando di rispondere a una domanda che sorge in noi, sempre un po’ scettici e impazienti: davvero avviene questa trasformazione? E quando? Qualcuno di noi potrebbe pensare: le pagine evangeliche sono bellissime, ma se guardo la mia comunità, se guardo me stesso, vedo tutti i difetti, vedo divisioni, contese, contrasti, litigi. Qualcun altro si chiederà: come mai tante guerre, tante violenze, tante stragi? Dove sta di casa la trasformazione cristiana se il mondo va cosi male e la mia esperienza mi fa sentire quasi sempre più la pesantezza della vita che non la gioia e la libertà battesimale?
Vi offro qualche risposta agli interrogativi dello scettico e dell’incredulo che è in noi.
- In primo luogo, la trasformazione battesimale avviene perché avviene: ci sono i santi, quindi avviene. Quando sono stato in Kosovo ho visitato i luoghi delle memorie infantili di Madre Teresa di Calcutta, era figlia di una buona famiglia di Skopje, una brava ragazza, ben educata, che frequentava scuole di alto livello, e amava cantare, recitare. Una ragazza come tante altre. E il Signore l’ha trasformata attraverso il servizio ai più poveri. La trasformazione battesimale, che c’era già in sostanza, è divenuta in lei matura, luminosa, sfolgorante.
- Per lo più tuttavia la trasformazione avviene lentamente e senza che ce ne accorgiamo. Dobbiamo accettare i tempi lunghi, progressivi.
E avviene di solito senza che l’interessato lo noti. Anzi l’interessato nota di più le sue debolezze, quasi crescessero, le sue fragilità, le sue paure, le sue vigliaccherie e le sue meschinità. Chi lo incontra si accorge invece che c’è in lui un crescendo di pace, di equilibrio, di umanità.
Più difficile – e concludo – è rispondere alla domanda: la trasformazione avviene anche a livello collettivo?
Certamente avviene nella Chiesa attraverso la moltiplicazione dei santi. Avviene pure nella società, nel mondo, nella storia che Cristo ha redento col suo sangue?
Non si può negare che nel Vangelo si trovano frasi un po’ enigmatiche e pessimistiche. Per esempio in Luca, alla fine della parabola della vedova importuna, Gesù pone una domanda a bruciapelo: «Ma il Figlio dell’uomo, quando verrà, troverà la fede sulla terra?» (1 8, 8). Dunque non è affatto detto che il mondo cresca per il meglio. Anzi varie pagine apocalittiche fanno pensare a un raffreddarsi della carità e a un moltiplicarsi dell’iniquità.
In ogni caso dobbiamo riconoscere che ci sono esempi di trasformazione molto chiari, e se facciamo attenzione li vediamo. Penso a com’erano considerati cinquant’anni fa gli handicappati, sempre chiusi in casa perché le famiglie se ne vergognavano. Oggi l’handicappato è entrato nella vita pubblica, nella scuola, ha un peso nella legislazione. t, un grandissimo progresso, è un segno dell’opera dello Spirito Santo.
Per quanto riguarda il tema della pace e della guerra, sappiamo benché l’Europa è vissuta per secoli tra guerre nazionalistiche. Dopo l’ultima guerra mondiale, si sono compiuti passi straordinari verso l’unificazione. La coscienza è molto mutata, sia nella Chiesa sia nella società. E, pur essendoci gravi ambiguità nei fenomeni pacifisti, l’Europa è un esempio di convivenza e mutua accettazione, indicata anche dalla rinuncia a battere moneta propria, che era prerogativa assoluta di ogni Stato.
Indubbiamente lo Spirito Santo è all’opera dietro questi fatti; l’importante è intuire le linee secondo cui lavora, che sono le linee del Discorso della montagna.
Se leggiamo gli eventi con la mente e con il cuore trasfigurati dalla grazia del battesimo, possiamo riconoscere la trasformazione personale e quella collettiva – con tanti vai e vieni, con sconfitte e resistenze -; la possiamo riconoscere in atto nella storia e ringraziarne Dio.

IL MATRIMONIO CRISTIANO – CARLO MARIA MARTINI (anche Paolo)

IL MATRIMONIO CRISTIANO – CARLO MARIA MARTINI

La famiglia
Rivestitevi dunque, come amati di Dio, santi e diletti, di sentimenti di misericordia, di bontà, di umiltà, di mansuetudine, di pazienza. San Paolo esorta gli abitanti di Colossi a vivere con quelle virtù che nascono dall’essere risorti con Cristo, santi perché scelti e amati da Dio. Sono virtù che si riassumono nella carità: al di sopra di tutto poi vi sia la carità, che è il vincolo di perfezione.
Alla luce della carità le virtù cristiane vengono descritte in modi diversi e con delicate modulazioni: i fedeli sono esortati a mostrarsi ricchi di quella misericordia che è tenerezza e che sa compatire; ricchi di bontà generosa, di umiltà, di mansuetudine, di dolcezza, una dolcezza che non giudica severamente gli altri. Quando avessero motivo di ritenersi offesi e di lamentarsi nei riguardi degli altri, sappiano dare alla loro carità anche le dimensioni della sopportazione vicendevole e della prontezza al perdono, sull’esempio e a motivo del Signore.
Da questo atteggiamento profondo e costante nasce quella pace che è dono di Cristo e che caratterizza interiormente e esteriormente le condizioni dei membri della comunità. Come alimento, mezzo e garanzia per mantenerci in questo fervore e fuoco di carità, c’è da una parte il richiamo costante alla parola di Dio, che sia sempre presente in mezzo ai fedeli e dimori abbondantemente tra di essi e, dall’altra parte, la preghiera incessante, cantando a Dio di cuore e con gratitudine salmi, inni e cantici spirituali. Di fronte a richiami così ricchi che descrivono alcune connotazioni essenziali della vita della Chiesa, vogliamo applicare l’esortazione di San Paolo a quella particolare e reale figura della chiesa che è la famiglia cristiana.

Amore reciproco
Per poter offrire la testimonianza della fedeltà a Dio ed essere segno e strumento del suo amore, ogni famiglia deve vivere l’amore al suo interno. È il primo sentiero della carità, come dice papa Paolo VI quando afferma che il primo compito della famiglia è di vivere fedelmente la realtà della comunione nell’impegno costante di sviluppare un’autentica comunità di persone.
Amore vissuto tra marito e moglie, tra genitori e figli, tra fratelli e sorelle, tra parenti e familiari. Amore che dice buon accordo, buona intesa, serenità reciproca, capacità di sorridere, di comprendere, di dare corda al discorso altrui; assenza di pregiudizi reciproci, superamento delle distanze, delle reticenze, delle diffidenze che sovente vengono a turbare i rapporti familiari; capacità di realizzare tra le diverse generazioni scambi, condivisioni, arricchimenti reciproci.
Amore che si declina con quelle modulazioni ricche e realistiche suggerite dall’apostolo Paolo e che rimanda, come a suo alimento e garanzia, all’ascolto costante della parola di Dio in famiglia, alla preghiera in famiglia. Si tratta perciò di assicurare questi momenti e spazi preziosi e insostituibili, pur nei ritmi logoranti della giornata e per tutte le difficoltà pratiche che possono sorgere. È il significato del tempo di deserto applicato alla famiglia.
Trovare, cioè, tutti insieme il coraggio, la forza, la gioia di congiungere le mani e di esprimere a Dio i sentimenti più profondi del cuore. E tra i tanti modi possibili per pregare in famiglia e ascoltare la Parola in famiglia, mi permetto ricordare tre semplici modi: pregare insieme con le parole che sappiamo; pregare insieme un salmo; pregare insieme una pagina del Vangelo.
All’interno di questo discorso generale c’è il gradino seguente: considerare la posizione precisa degli sposi in ordine al farsi prossimo. Ci sorreggono anche qui le indicazioni dell’Apostolo, molto semplici: amarsi scambievolmente e rispettarsi come si conviene nel Signore, cioè nel più autentico spirito cristiano, che nella lettera agli Efesini verrà approfondito con il riferimento al rapporto misterioso di amore tra Cristo e la Chiesa. Farsi prossimo tra marito e moglie vuol dire, ancora una volta, amore, carità, tenerezza in tutte le sue molteplici e realistiche sfaccettature: comunione profonda, comprensione vicendevole, confidenza su ogni evento bello o triste della propria esperienza, sincerità disarmata e cordiale, rispetto totale e talora anche silenzio come possibilità di comunione e di comunicazione connaturale alle realtà più vere e ineffabili.
Questa donazione e accoglienza mutua riguarda tutto quanto gli sposi posseggono e anche tutto ciò che essi sono. Per questo, il contenuto del dono è la totalità del loro essere, fatto di spiritualità, affettività, corporeità. Ne deriva uno stile di vita ricco e arricchente, fatto di momenti di incontro, di dialogo, di preghiera, di disciplina del corpo e dello spirito.
Le giovani famiglie
Le giovani famiglie, trovandosi in un contesto di nuovi valori e di nuove responsabilità, sono più esposte, specialmente nei primi anni di matrimonio, a eventuali difficoltà, come quelle create dall’adattamento alla vita comune e dalla nascita dei figli. Propongo un’immagine biblica, che trovo in un’icona del monastero delle benedettine del Monte degli Ulivi: è l’immagine di Gesù, Giuseppe e Maria nei primi anni di matrimonio. Giuseppe abbraccia con il braccio destro Maria, mentre il sinistro raggiunge il braccio destro di lei, che si congiunge col suo insieme con la mano sinistra di Gesù, cosicché le tre mani si uniscono nel davanti dell’icona, mentre tutta la Madonna risulta abbracciata da Giuseppe ed essa, a sua volta, tende il braccio verso Gesù che è al centro. Non si capisce neppure se è appoggiato di più all’uno o all’altra, è appoggiato a entrambi, diritto, sicuro, sereno, con la mano in atto di benedizione. Giuseppe ha lo sguardo fisso verso una certa lontananza, ha bisogno di guardare l’avvenire, Maria, invece, ha lo sguardo fisso piuttosto su Gesù, ma i tre sguardi fanno un’unità. È un’icona che esprime, con l’affetto e i colori, ciò che vorremmo dire.
Cerchiamo anzitutto di impostare la domanda: qual è l’importanza dei primi anni di matrimonio? Sembra una domanda ovvia, ma è importante rispondervi. Intanto si affacciano problemi nuovi, difficoltà inedite che per la prima volta bisogna superare. Inoltre si pongono le basi di ciò che sarà il domani; una convivenza ben impostata nei primi anni pone anche le premesse per un lungo avvenire, mentre una convivenza che si sfilaccia dolorosamente fin dall’inizio rischia di durare davvero poco. Sono, questi, motivi psicologici, ovvi, dell’importanza dei primi anni di matrimonio. Vorrei poi aggiungere dei motivi teologici, spiegandoli più a fondo, perché è proprio nei primi anni che gli sposi giovani possono per la prima volta fare quella che si chiama mistagogia: con questa parola difficile si vuol dire che uno è dentro al mistero.
Posso darne un esempio personale, che riguarda la mia esperienza sponsale come vescovo di una Chiesa. Era molto diverso per me, prima di vivere l’esperienza di vescovo, parlare dell’episcopato; conoscevo i testi teologici, sapevo citare i testi biblici, ma è tutt’altra cosa quando uno comincia a vivere la grazia dell’episcopato da dentro, giorno per giorno, sollecitato a rispondervi con le forze che ha, necessitato a scavare a fondo nella grazia del sacramento per rispondere alle esigenze quotidiane che l’esistenza propone. E se uno vive con fede questo momento, incomincia a scavare nelle ricchezze della grazia sacramentale in una maniera prima inaudita, inesplicabile a chi è fuori.
Quante famiglie potrebbero fare molto di più in questo lavoro di scavo, lasciandosi aiutare a scavare nella grazia del loro matrimonio, che è la grazia fondamentale del loro esistere, invece di cercare puntelli al di fuori o, peggio, di fuggire! Cerchiamo soprattutto dentro di noi la forza della grazia che ci abita! Prima non l’avevamo, e nessuno ce la poteva spiegare, ma attraverso il sacramento ci è data. È una riserva formidabile quella di poter attingere alla grazia dello Spirito Santo, che è nostra e di nessun altro, e che quindi nessuno ci può far comprendere così autenticamente come può farlo ciascuno di noi per se stesso.

IL COMBATTIMENTO SPIRITUALE – Ef 6, 10-20 – C.M. Martini

http://www.oessg-lgimt.it/OESSG/cultura/ilcombattimentospiritualeCarloMariaMartini.htm

IL COMBATTIMENTO SPIRITUALE (S. Paolo, Lettera Efesini 6,10-20)

del Card. Carlo Maria Martini

 » Rivestitevi dell’armatura di Dio ,
per poter resistere e superare tutte le prove « 
Dalla lettera di San Paolo apostolo agli Efesini (6,10-20)

« …Fratelli, attingete forza nel Signore e nel vigore della sua potenza. Rivestitevi dell’armatura di Dio, per poter resistere alle insidie del diavolo. La nostra battaglia infatti non è contro creature fatte di sangue e di carne, ma contro i Principati e le potestà, contro i dominatori di questo mondo di tenebra, contro gli spiriti del male che abitano nelle regioni celesti.
Prendete perciò l’armatura di Dio, perché possiate resistere nel giorno malvagio e restare in piedi dopo aver superato tutte le prove. State dunque ben fermi, cinti i fianchi con la verità, rivestiti con la corazza della giustizia, e avendo come calzatura ai piedi lo zelo per propagare il vangelo della pace. Tenete sempre in mano lo scudo della fede, con il quale potrete spegnere tutti i dardi infuocati del maligno; prendete anche l’elmo della salvezza e la spada dello Spirito, cioè la parola di Dio. Pregate inoltre incessantemente con ogni sorta di preghiere e di suppliche nello Spirito, vigilando a questo scopo con ogni perseveranza e pregando per tutti i santi… ».
Il testo di Paolo in Ef 6, 10-17 presenta il cristiano come colui che ha lottato fino in fondo contro il nemico e l’ha vinto con la propria morte. È un brano molto denso, ricco di mètafore. Occorre vedere quali realtà Paolo voleva annunziare attraverso tali metafore.
Il brano può essere diviso in tre parti: la prima parte contiene due esortazioni; segue poi, nella seconda, il motivo di queste esortazioni; infine, nella terza, l’elenco dell’armatura spirituale di cui rivestirci.
1) Le due esortazioni sono: fortificatevi nello Spirito e rivestitevi dell’armatura di Dio.
Si tratta quindi di un consiglio dato a qualcuno che si trova di fronte a una situazione difficile.
L’esortazione ad armarsi, a rivestirsi, la troviamo pure in Rm 13, 12 e in 2 Cor 10, 4. Quello agli Efesini è però il brano nel quale maggiormente viene svolta la metafora della panoplia, l’armatura completa del servitore di Dio, di colui che segue da vicino Gesù.
2) Il motivo: perché dobbiamo armarci così? Perché la nostra lotta è una lotta spirituale, contro i principati, le potestà, gli spiriti maligni. Possiamo tradurre facilmente queste espressioni in una realtà comprensibile perché essa è di evidenza quotidiana. Dobbiamo, cioè, vivere in un’atmosfera – lo spazio tra terra e cielo – che è invasa da elementi maligni, contrari al Vangelo, nemici di Dio. L’atmosfera in cui viviamo è satura di potenze contrarie a Cristo e quindi la nostra lotta si annuncia difficile. Questa mentalità, questa atmosfera che è frutto in parte della potenza del male e in parte dell’uomo soggiogato da questa potenza del male, crea una situazione nella quale siamo immersi e che ci minaccia da ogni parte. Da qui la necessità di armarsi con l’armatura di Dio.
3) Tale armatura viene descritta con sei metafore: la cintura, la corazza, i calzari, lo scudo, l’elmo, la spada.
Che cosa significa ciascuna di queste metafore? Prima di esse c’è una esortazione che permette di comprendere la situazione nella quale ci si trova: «State in piedi»; tenetevi in piedi. Si tratta, quindi, di persona pronta alla battaglia; ed è in questa situazione di prontezza che viene descritta l’armatura.
La prima metafora è la cintura della verità. Quale verità è arma per noi? Per capire bene bisogna notare che questa metafora, come pure le altre, sono attinte largamente dal Vecchio Testamento. Chi scriveva questo brano conosceva a memoria interi passi del Vecchio Testamento e ne supponeva la conoscenza anche nei suoi lettori.
Soprattutto due brani del Vecchio Testamento sono qui utilizzati per questa descrizione.
- Il primo brano è tratto da 1s 11, il germoglio di Jesse, del quale viene descritta la veste, il modo di presentarsi e di combattere;
- il secondo brano è tratto da 1s 59, in cui si descrive, a un certo punto, l’armatura di Dio. Nell’Antico Testamento, quindi, è l’armatura di Dio stesso, oppure dell’inviato, del prediletto di Dio, ad essere descritta.
Qui l’armatura di Dio è trasferita al servo di Dio, a: colui che segue Gesù. Dice 1s 11, 5: «Cintura dei suoi fianchi è la fedeltà» (trad. della C.E.I); nella Bibbia dei LXX il vocabolo usato è alétheia, la verità e il testo greco lo riporta esattamente.
La verità di cui si cinge, come di una veste stabile, colui che combatte è, quindi, la coerenza; è quella fedeltà che è coerenza piena, stile coerente di vivere e di agire.
Per poter combattere contro l’atmosfera maligna, l’atmosfera pestifera nella quale viviamo, occorre essere armati di una profonda coerenza fra ciò che proclamiamo e ciò che dobbiamo internamente sentire e vivere tra noi.
E questa coerenza è tanto più importante in quanto noi predichiamo la parola di Dio. Chi non vive ciò che predica si mette a poco a poco nella condizione di essere esposto agli assalti del nemico.
Se la nostra predicazione fosse continuamente confrontata con ciò che sentiamo interiormente, con ciò di cui siamo persuasi, sarebbe più facile e più accessibile a tutti.
È vero che questo profondo confronto fra coerenza interiore ed esteriore farà talora riconoscere di essere lontani da ciò che si predica, ma l’umiltà del riconoscerlo è già un aspetto della coerenza, è un modo di mostrare che desideriamo averla.
La metafora seguente è la corazza della giustizia. In Is 59, 17 si descrive l’armatura di Dio. Dio si è rivestito di giustizia come di una corazza.
La giustizia è qui espressa come l’attività di Dio che salva i poveri e umilia i peccatori. Dio che impetuosamente compie le sue opere, che è salvezza e punizione. Nella nostra situazione, dovremmo tradurla come il partecipare allo zelo di Cristo per la giustizia del Padre. Questa corazza che ci cinge completamente, che ci difende, è il rivestirci di quei sentimenti che fanno gridare a Cristo per le strade di Palestina: «A Dio ciò che è di Dio »; cioè, che gli fanno proclamare la giustizia del Padre, e, come giustizia, l’opera di salvezza per chi si pente e il castigo per chi non si pente. Per noi, il partecipare all’intimo zelo di Cristo per la giustizia del Padre, è questa corazza che ci cinge, ci avvolge, che ci difende dai nemici.
La terza metafora: calzati i piedi di alacre zelo per il Vangelo della pace. Si descrive qui piuttosto una situazione. Pronti a partire per l’annuncio del Vangelo della pace. La realtà della metafora è la prontezza a portare il Vangelo.
In Is 52, 7 troviamo: «Come sono belli i piedi del messaggero che annuncia la pace, messaggero di bene che annunzia la salvezza … ».
Fuori di metafora viene indicato l’ardore, il desiderio di predicare il Vangelo, sapendo che è beneficio per gli uomini e che porta loro la pace. Quindi anche la gioia di chi ha trovato il tesoro (la donna che ritrova la dracma e chiama le vicine piena di gioia: Le 15, 8ss).
Questa è una caratteristica importante del ministero del Vangelo, soprattutto oggi, in cui il ‘pluralismo’ – quando diventa pluralismo filosofico, culturale, religioso – sembra in qualche modo togliere l’ ardore di predicare il Vangelo della pace.
Qualcuno vorrebbe addirittura sostituire e correggere l’imperativo di Matteo « Andate e predicate a tutte le genti» (Mt 28, 19) con l’esortazione « Andate e imparate da tutte le genti », perché ci sono valori ovunque e si dice, non conta tanto portare il messaggio quanto ascoltare umilmente ciò che gli altri hanno da dirci. E si rischia di perdere l’ansia di predicare il Vangelo della pace.
Ci chiediamo se ci sia una soluzione a questa difficoltà. La soluzione c’è e non è certamente quella di abolire il pluralismo. Credo anzi che quanto più cresce il dialogo, tanto più deve crescere l’approfondimento della vita evangelica, Se queste due cose crescono insieme, allora è possibile ed è facile conciliare un immenso rispetto per tutte le culture, razze, valori, con un immenso ardore di portare il Vangelo, che è una proposta trascendentale, non commensurabile con nessun altro valore, ma capace di illuminarli e trasformarli tutti.
Quindi questa arma, questa disposizione è estremamente importante per difendersi dall’atmosfera che invece tende piuttosto a livellare tutti i valori. Conciliare l’ardore del Vangelo con la stima dei valori altrui e l’opera mirabile a cui è chiamata la Chiesa di oggi, se vuole conservare il suo slancio missionario.
Quarta metafora: in tutte le occasioni, impugnate lo scudo della fede. I dardi infuocati lanciati dal maligno (l’espressione è presa dal Salmo 11) sono le mentalità del mondo di peccato che, dal mattino alla sera e dalla sera al mattino, ci circonda e ci invita ad interpretare cose e situazioni della nostra vita con metri esclusivamente psicologi, sociologi, economici, assalendoci da ogni parte per toglierci il tesoro della fede.
Lo scudo per opporsi a questa mentalità è lo scudo della fede, cioè la considerazione evangelica di tutta la realtà umana, continuamente richiamata.
Quinta metafora: l’elmo della salvezza, anzi l’elmo dell’opera salvifica, come dice il testo greco. L’espressione è presa da I s 59, 17, e in Isaia vuol dire che Dio è pronto a salvare. Il greco ha un verbo (dexasthe) che vuole dire accettare l’elmo della salvezza; quindi accettate l’azione salvifica di Dio in voi come unica vostra protezione, unica vostra speranza; vi protegge il capo perché essa è la cosa più essenziale.
Sesta metafora: la spada dello Spirito che è la parola di Dio. Cos’è la spada dello Spirito? Ci sono tre passi che possono aiutarci: Is 49, 2 dove si parla di « bocca come spada »; Eh 4,12 dove si parla di « spada come parola»; infine Is 11, 4 dove si dice che « con il soffio delle sue labbra ucciderà l’empio ».
La parola di Dio non è qui il logos, cioè la predicazione, ma il rhéma, cioè gli oracoli divini. Quindi penserei come «spada dello Spirito» non tanto la predicazione di Gesù, ma la sua lotta contro Satana, quando si difende citando gli oracoli di Dio. «Sta scritto … »; cioè, gli oracoli di Dio furono per Lui, e sono per noi, difesa.
Quando siamo assediati dalla mentalità del mondo che ci vorrebbe fare interpretare tutte le cose in maniera puramente umana, dobbiamo ricorrere ai grandi oracoli di Dio nella Bibbia per avere una parola di chiarezza su queste cose e respingere le interpretazioni sbagliate della storia del mondo e della nostra esistenza.

Queste le esortazioni di Paolo.
Possiamo concludere riassumendo: quali situazioni suppongono e quali esortazioni offrono queste parole? .
a) Suppongono prima di tutto che noi siamo in una situazione veramente rischiosa; cioè che nel mondo di oggi è rischioso e pericoloso vivere il Vangelo fino in fondo. Dobbiamo avere questo senso della difficoltà perché esso è realismo. Se ci troviamo di fronte a realtà avverse senza osare guardarle in faccia; se viviamo pensando che ci circondano continue difficoltà e rischi, possiamo vivere in una perpetua e sterile apprensione. Ma quando abbiamo analizzato il fondo, sulla base della Scrittura e abbiamo conosciuto l’avversario, vedendo le vie attraverso le quali il mondo è portato al male e come esse si manifestano, allora anche davanti a tutto il mistero del male, nella sua interezza, possiamo sentirci pieni della forza di Dio.
Una profonda analisi e sintesi del mistero della perversione fatto con l’aiuto della Scrittura può metterci davanti ad una situazione di rischio, di timore, di pericolo, ma non di paura, perché vediamo con chiarezza tutta la vastità dell’avversario e tutta la potenza di Dio.
b) Seconda osservazione: si tratta di una lotta che non ha né sosta né quartiere; cioè, contro un avversario astuto e terribile che è fuori di noi e dentro di noi. Questo; oggi, lo si dimentica troppo spesso, vivendo in una atmosfera di ottimismo deterministico per cui tutte le cose devono andare di bene in meglio, senza pensare alla drammaticità e alle fratture della storia umana, senza sapere che la storia ha le sue tragiche regressioni e i suoi rischi, i quali minacciano proprio chi non se l’aspetta, cullato in una visione di un evoluzionismo storico che procede sempre per il meglio.
c) Terza osservazione: solo chi si arma di tutto punto potrà resistere. Qui vorrei ricordare una delle regole di Sant’Ignazio il quale aveva chiarissima l’idea che il nemico attacca valutando la situazione del cristiano. Bisogna conoscerlo bene, perché il nemico gira per vedere se c’è anche soltanto un elemento mancante nell’armatura. È quindi una lotta che deve prenderci tutti e trasformarci, santificandoci completamente.
Un’ultima parola a proposito di un’assenza rilevabile in questo brano: la preghiera. In realtà la preghiera viene nominata, ma non qui. La si ricorda alla fine del brano e con un’esortazione intensissima: «Con ogni sorta di preghiere e di suppliche pregate incessantemente mossi dallo Spirito … » (Ef 6, 18).
Tutte queste armi vanno, quindi, continuamente affinate nell’esercizio della preghiera che non le supplisce – la preghiera non supplisce lo zelo, lo spirito di fede, l’impegno, la capacità di donarsi – ma è quella nella quale tutte quante sono avvolte e nella quale vengono continuamente ritemprate nella lotta.

L’UNIVERSO? È ARMONICO – CARD. CARLO MARIA MARTINI

http://www.atma-o-jibon.org/italiano4/rit_martini2.htm

IDEE, Spia di un intrinseco « finalismo »,

l’evoluzione del cosmo passa dalla materia fino allo spirito:
una riflessione del Cardinale Martini.

L’UNIVERSO? È ARMONICO

«Gli astronomi e i fisici parlano da tempo di « multiverso »,
ed è un concetto che interroga la fede».
Un itinerario che parte da San Paolo e attraverso Pascal arriva a Teilhard de Chardin.

CARD. CARLO MARIA MARTINI
(« Avvenire », 15/12/’07)

Che cosa può significare l’ »universalismo » nel rapporto fra religioni e culture? Per rispondere a questa domanda, personalmente mi sarei piuttosto ispirato prima alla scienza, poi alle Scritture. Sarei partito cioè dalla definizione fisica di universo, così come viene data dagli astronomi e dai fisici.
Essi parlano anzi oggi di «multiverso» intendendo così che non riusciamo a cogliere i limiti delle realtà nelle quali siamo immersi e che forse esistono altre realtà analoghe con le quali, almeno per il momento, non comunichiamo. Ciò ha a che fare anche con il desiderio che sentiamo di totalità e insieme con l’impossibilità pratica di raggiungerla. Anche se rimane vera la frase di Pascal: «Tous les corps, les firmaments, les étoiles, la terre et ses royaumes, ne valent pas le moindre des esprits: car il connait tout cela, et soi», rimane parimenti vero che tutto in questo universo nostro è costruito a partire dalla materia, che è quindi la prima «universalità», pur se debole, che noi tocchiamo senza riuscire a misurarla a fondo.
Questo universo è in continua evoluzione, almeno l’universo che noi conosciamo. Un’evoluzione che passa per tutti i gradi dell’essere e arriva dalla materia fino al pensiero e all’amore. E qui citerei ancora le parole di Pascal, che con grande coraggio supera l’incantesimo prodotto dalla quantità illimitata di materia per giungere a dire che un atto di bontà, un sorriso, un atto d’amore, valgono immensamente più di tutte le misure possibili e immaginabili: «De tous les corps et esprits, on n’en saurait tirer un mouvement de vraie charité: cela est impossibile, et d’un autre ordre».
Il punto finale a cui tende questa evoluzione potrebbe essere espresso con le parole misteriose di San Paolo: «Quando tutto gli (al Figlio) sarà stato sottomesso, anche lui, il Figlio, sarà sottomesso a Colui che gli ha sottomesso ogni cosa, perché Dio sia tutto in tutti» (l Cor 15, 28).
È in questo «tutto in tutti» che vedo concretamente indicato l’universo, che rappresenta perciò chiaramente non un dato già costruito ma un punto di arrivo.
Ciò è espresso anche nella « Lettera agli Efesini », quando essa nomina «la pienezza di colui che si realizza interamente in tutte le cose» (1, 23), «che ascese al di sopra di tutti i cieli per riempire ogni cosa» (4, l0). C’è dunque una universalità che è il termine di tutto il cammino umano. Non si tratta però di una universalità debole, per « entropia », cioè di qualcosa di amorfo e di gelatinoso; ma di una universalità forte, nella quale le singole individualità personali sono riunite in unica e perfetta armonia.
E qui non potrei non ricordare le pagine mirabili scritte da Teilhard de Chardin a questo proposito.
Per esempio, là dove parla di quella tensione gradualmente accumulatasi tra l’umanità e Dio che toccherà un giorno i limiti prescritti dalle possibilità di questo mondo. E allora sarà la fine. Nell’azione finalmente liberata delle vere affinità degli esseri, gli « atomi spirituali » del mondo saranno portati al loro pieno sviluppo e collegati da una forza generatrice, dal potere di coesione proprio dell’universo e occuperanno il posto designato per loro nella struttura vivente del « Pleroma » (« Le milieu divin »).
Si potrebbero citare molte altre pagine dello stesso autore, in particolare dell’ »Inno dell’universo », dove egli esalta questa pienezza totale che non è cancellazione delle singole individualità, ma affermazione piena della individualità di ciascuno in una perfetta armonia.
Guardando le cose da questo punto di vista, si vede allora come non sono da promuovere le singole individualità semplicemente in quanto opposte le une alle altre, ma in quanto esiste in loro una forza di convergenza che permette di superare il loro stato presente di chiusura e aprirsi sempre più a quella pienezza cui sono chiamate. In questo senso occorrerebbe considerare le diversità culturali e anche le opposizioni delle diverse religioni. Non si tratta di esasperarle e neppure di banalizzarle o « omologarle » o ridurle a un minimo denominatore, ma di far emergere quegli elementi a partire dai quali esse possono raggiungere una sempre maggiore convergenza, anche attraverso le necessarie purificazioni.

 

GERUSALEMME: STORIA, MISTERO E PROFEZIA – Card. Carlo Maria Martini

http://www.artcurel.it/ARTCUREL/TERRASANTA/gerusalemmestoriamisteroprofezia.htm

GERUSALEMME : STORIA , MISTERO E PROFEZIA

Card. Carlo Maria Martini

A Gerusalemme salgono le moltitudini del Signore
C’è una domanda preliminare: come si può parlare di Gerusalemme? « Gerusalemme, » per citare Chateaubriand nell’Itinerario da Parigi a Gerusalemme, « il cui nome evoca tanti misteri, colpisce l’immaginazione, sembra che tutto debba essere straordinario, in questa straordinaria città »?
Credo che una prima premessa sia questa: non si può parlare di Gerusalemme senza amarla. Amarla di quell’amore con cui l’ha amata Davide, nell’interpretazione moderna di Carlo Coccioli, che gli fa dire:
 » Ah! se avevo amato Gerusalemme, se l’avevo amata contemplandola dall’esterno, ne impazzii letteralmente, pazzia d’amore, valutando dall’interno la sua bellezza indescrivibile. Certo non vi era al mondo altrettanto desiderabile città, eco inebriante di una dimensione spirituale dello spazio, dove il cielo si chinava sulla terra e la sposava. Come non invidiare Sion, l’incomparabile? ».
Oppure, per esprimersi con la parola di un midrash: « Dieci porzioni di bellezza sono state accordate al mondo dal Creatore, e Gerusalemme ne ha ricevute nove. Dieci porzioni di scienza sono state accordate al mondo dal Creatore, e Gerusalemme ne ha ricevute nove. Dieci porzioni di sofferenza sono state accordate al mondo dal Creatore e Gerusalemme ne ha ricevute nove ».
Tra le domande che qualificano l’esistenza storica e problematica di ogni uomo e donna del nostro tempo, insieme ad altre domande drammatiche che riguardano la guerra, l’amore, il perdono, la fame e via dicendo, c’è certamente, anche questa domanda: tu, che dici di Gerusalemme? In che rapporto ti senti con Gerusalemme?
Il « dossier » gerosolimitano è immenso: biblico, rabbinico, filosofico, teologico, letterario. Da David a Dante Alighieri a Hegel ai nostri giorni: è un dossier senza fine.
Vorrei fare una presentazione quasi in stile rapsodico, attraverso una trama di citazioni. Indicare piste, domande, luoghi di ricerca, temi possibili di approfondimento, per rispondere alla domanda fondamentale: tu, che dici di Gerusalemme? Cerchiamo di ordinare la tematica attorno alle tre linee indicate: Gerusalemme, storia, mistero e profezia, anche se, evidentemente. non è possibile una divisione rigida di questi tre momenti.

LA STORIA
Sotto questa tematica intendiamo tutto ciò che costituisce la storia viva della città. Una storia carica di significati, una storia caratteristica, unica al mondo.
I luoghi della presenza
È interessante notare come, anche a livello archeologico, la ricerca si concentri oggi su due poli: l’identificazione delle mura, con la loro complessa storia e le diverse successioni dei recinti politici della città, e il luogo del tempio. Una ricerca condotta secondo moduli spaziali, secondo i recinti della presenza politica, del popolo, cioè le mura, e della presenza religiosa, di Jahvè, cioè il tempio. E già qui siamo di fronte a una di quelle dualità, o bipolarità, che emergono da tanti aspetti della storia di Gerusalemme, e che potrebbero essere visualizzate con un riferimento biblico: « Tu mi vuoi edificare una casa, io edificherò a te un casato » (2Sam 7, 5.11). Alla casa spaziale si contrappone il casato dinastico, temporale. Heschel direbbe:  » Al tempio Dio preferisce il tempo » in cui anche l’uomo abita con lui. Questa linea di dualità, in cui il tempo viene poi qualificato moralmente come impegno per la giustizia, è la linea che riappare di frequente nel kerygma (annuncio) profetico con la tensione tra culto e obbedienza. « Obbedire è meglio del sacrificio » (1Sam 15, 22); « Detesto i sacrifici fatti nel tempio; ricercate la giustizia » (Is 1, 11.17; cfr. Mic 6,7-8; Os 6,6; Sal 50): il sacrificio richiesto è quello del cuore, anche se alla fine riappaiono i sacrifici e le mura ricostruite.
Questa dialettica è continuamente presente nella storia della città. n primato temporale, esistenziale, la presenza di Dio con l’uomo e l’uomo che cammina con Dio nella giustizia e nella santità, non elide ma illumina la presenza spaziale, quella per cui la gloria di Dio si manifesta nel tempio e abita dentro le mura della città. Fondamentale si potrebbe ritenere, al proposito, la riflessione fatta da Salomone: « Ma è proprio vero che Dio abita sulla terra? Ecco i cieli e i cieli dei cieli non possono contenerti, tanto meno questa casa che io ti ho costruita! ». Ma poco prima Salomone dice: « Il Signore ha deciso di abitare sulla nube. lo ti ho costruita una casa potente, un luogo per la tua dimora perenne » (1Re 8,27.12-13).
Infinità, trascendenza di Dio, immanenza gerosolimitana di Dio.
I rapporti tra i due aspetti si chiariranno nel Nuovo Testamento, ma senza giungere mai, almeno nello spazio temporale dell’esperienza umana, a elidersi a vicenda. Da una parte Gesù accetta il tempio, nella sua funzione di « casa di preghiera » (Mc 11, 11; 15, 17), dall’altra ne prevede la fine (Mc 13).
Anche Paolo (At 21, 26; 24, 6.12.18; 26, 21), anche la comunità primitiva (At 2,46 e 3, 1) frequentano il tempio; ma è in esso che più tardi Paolo sarà catturato, e da questo momento in poi sembra che negli Atti degli Apostoli il tempio sia ormai perso di vista, decaduto come luogo della presenza, o anche soltanto come luogo della preghiera: è divenuto anzi il luogo nel quale Paolo è stato proditoriamente preso. Giovanni vede nel Cristo incarnato (Gv 1, 14) la nuova tenda della Shekinah (eskenosen), in cui contempliamo la gloria del Dio Emmanuele (Emmanuele, uno dei nomi di Gerusalemme, ora viene dato a Gesù; cfr. Mt 1,23).
La stessa idea del corpo del Cristo come tempio è ripresa in chiave pasquale (Gv 2, 19-22 e anche probabilmente Gv 19, 37, dove il lato destro può fare allusione a Zc 12, 10, all’acqua che sgorga dal lato destro del tempio), è il tempio che Marco (14, 58) definisce « non fatto da mano d’uomo ». Qui si può richiamare tutta la polemica sul tempio di At 7. n tema è anche suggerito dalla metafora della porta in Gv 10, 7-9: Gesù è la mediazione per la comunione con Dio, è il santuario in cui questa comunione si attua. Porta e tempio antichi sono ora spezzati, come il velo del tempio (Mc 15, 38) perché il Cristo, nuova via (Gv 14,6), è il centro del culto ed è superiore al tempio stesso (Mt 12,6).
Vi è quindi una nuova Gerusalemme, senza tempio. « Non vidi alcun tempio in essa; perché il Signore Dio, l’Onnipotente e l’Agnello sono il suo tempio » (Ap 21, 22).
A livello storico queste varie dualità si affrontano, questa bipolarità oppositiva o sintetica si esprime in vari modi nella predicazione profetica e anche nel Nuovo Testamento: da una parte la città della pace, città della giustizia e dall’altra Dio fedele, Dio presente; oppure: Dio trascendente, Dio assente e Dio giudice, Dio vendicatore, con tutte le varianti possibili di questa dualità, che segna le drammatiche vicende dei luoghi della presenza del popolo e di Jahvè.

La città contesa
Il destino di Gerusalemme come città contesa, comincia verso l’anno 1000 a.C., quando forse non contava più di duemila abitanti. La sua esistenza come capitale pacifica, pure in mezzo ad avvenimenti travagliati, dura quattrocento anni. Tutto il resto della storia è un susseguirsi di invasioni e di conquiste: egiziani, babilonesi, persiani, tolomei, seleucidi, romani, arabi, cristiani d’occidente, sultani egiziani, turchi, sino agli eventi più recenti.
È pensando a questa storia che André Chouraqui, nel suo libro Vivre pour Jerusalem ha scritto: « È Babel la mostruosa trionfatrice della storia, Babel dalle legioni devastatrici, Babel del saccheggio e delle violazioni, Babel dell’assassinio, Babel di tutte le morti. Babel trionfa in tutte le nostre polluzioni, esulta nei depositi dove si ammassano le armi atomiche, che domani devasteranno la mirabile liturgia della creazione. Ai trionfi di Babel, » egli dice, « Gerusalemme è presente incatenata, cieca, ma viva e presente. Durante tutta la sua storia Gerusalemme è la città martire, la grande crocifissa ». Tuttavia, pur attraverso queste vicende drammatiche di ogni tempo, Gerusalemme è stata, è, ed è destinata a essere la terra dell’incontro.
Continua Chouraqui: « Gerusalemme è centrale per Israele, centrale per la chiesa universale, per la casa dell’lslam e perché essa si erge all’incrocio in cui l’Asia incontra l’Africa e si volge all’Occidente ». Di qui, evidentemente, nasce la speranza che vive ciascuno di noi tutte le volte che va pellegrino a Gerusalemme, la speranza che sia proprio in questa città che possiamo riconoscere in ogni uomo il nostro fratello, così come ci fa intuire il Salmo 87 (vv. 5 e 7).
Scrive Jacquet: « Ogni nazione nella misura in cui riconoscerà la supremazia del Dio d’lsraele riceverà da lui, in virtù di un atto della sua liberalità, il suo brevetto di cittadinanza gerosolimitana. Ai suoi membri è offerta un’iscrizione sul registro dei cittadini della città. Tolta ogni barriera, essi possono d’ora innanzi considerarsi a casa loro con gli israeliti; entro le mura della città. ‘Non hospites et advenae, sed cives sanctorum et domestici Dei’ (Ef2, 19) beneficiando anch’essi delle risorse spirituali dello jahvismo (Is 12,3) ».
Alla stessa idealità di Gerusalemme, città dell’incontro, patria universale, s’ispira un loghion extracanonico di Maometto: « O Gerusalemme, terra eletta da Dio e patria dei suoi servi, è dalle tue mura che il mondo è diventato mondo. O Gerusalemme, la rugiada che cade su di te guarisce ogni male, perché essa discende dai giardini del paradiso ».
Ma ecco affacciarsi il tragico dilemma; riemerge la bipolarità storica, il dualismo: città dell’incontro o semplicemente città della coesistenza? Città in cui tante persone e situazioni si passano vicino, ma non si compenetrano?
Anche qui la realtà può avere un testimone. Davide Shahar in una conversazione racconta le sue esperienze di ragazzo nato a Gerusalemme e di uomo vissuto a Gerusalemme. Egli dice , (ed è un’esperienza che tutti abbiamo fatto): « Gerusalemme è un mondo di coesistenza, non di simbiosi. Voi siete là, per esempio, alla porta di Sichem e potete vedere, gli uni accanto agli altri, un rabbino che va a pregare al Muro, una ragazzina in minigonna che viene da un kibbutz, un musulmano sul suo asino e poi un monaco greco. Non c’è, direi, alcuna interpenetrazione. Ciascuno vive nel suo mondo; non c’è niente di comune tra il mondo del rabbino e quello del monaco greco: sono mondi differenti che coesistono, l’uno a fianco dell’altro. Questo ci dà una città di tensioni terribilmente forti. lo personalmente le sento in tutti gli ambiti della vita. Non parlo soltanto della guerra tra noi e i nostri vicini. lo sono un uomo molto pacifico e, tuttavia, sono passato per cinque guerre. Parlo anche della comunità giudaica, nella quale c’è coesistenza ma non interpenetrazione. È una tensione continua. Tensione tra i praticanti e i non praticanti; tensione tra comunità differenti. È una tensione che, vibra sempre in questa città, e che è sempre piena di guerra. Questa città unica e universale ».

IL MISTERO
Con le frasi e le domande di Shahar entriamo nel mistero di questa città. Che cosa significano tutte queste realtà storiche che verifichiamo e non possiamo negare, di cui siamo in parte i testimoni, di cui ci rallegriamo quando gli aspetti negativi sono soverchiati da quelli positivi, rattristandoci quando avviene il contrario? Che significa tutto ciò in relazione al mistero di pace, prosperità, gioia, giustizia, fraternità che Gerusalemme annunzia col suo nome?
In altre parole potremmo dirci, partendo da un punto di vista specificamente cristiano: il fatto che gli eventi decisivi della salvezza, morte e risurrezione di Gesù (e, nella visione lucana, anche la pentecoste) si siano compiuti a Gerusalemme, permette qualche conclusione sul significato teologico permanente della città, e sull’impatto che le situazioni dolorose della sua storia possono avere sulla storia del mondo?
Il Nuovo Testamento ha cercato in vari modi di penetrare questo mistero di Gerusalemme. È particolarmente ricca in proposito la visione lucana della salvezza, salvezza annunziata in Gerusalemme a Zaccaria, svelata a Gerusalemme con Gesù al tempio, consumata a Gerusalemme: « Ecco, saliamo a Gerusalemme, là si compiranno le cose dette sul figlio dell’uomo » (Lc 18,31). Irradiato da Gerusalemme (Lc 24, 47), l’evangelo comincia da Gerusalemme (At 1,8) e da Gerusalemme in avanti, verso i confini della terra. Gerusalemme è il nuovo Sinai della nuova Legge dello spirito (At 2) e, almeno per un certo tempo, la predicazione primitiva a Gerusalemme ritorna in periodici confronti (At 15 e, a suo modo, GaI 2). Tuttavia, a partire da un certo punto, si ha l’impressione che, per la chiesa antica, la missione della Gerusalemme storica si insabbi, non emerga e non perseveri se non forse in forme minori, come quella del pellegrinaggio. In fondo c’è anche oggi un costante ritorno a Gerusalemme, ed è interessante notare come l’attrattiva di questa città per il cristiano cresca. Anche il cristiano si sente di dire: « l’anno prossimo a Gerusalemme ».
E questo perché? È soltanto una moda, una nostalgia? O c’è qualcosa di più?
A questo riguardo ci si è chiesto, ancora recentemente, che significato teologico può avere la ripresa a Gerusalemme di una comunità di ebrei cristiani, circoncisi, che si dichiara erede del gruppo primitivo di Giacomo; collegata direttamente alle radici sante della nostra fede.
Tutto ciò ci fa riflettere e apre interrogativi cui non è facile dare risposta. E proprio a partire da questa misteriosa permanenza di Gerusalemme, della Gerusalemme storica e teatro degli eventi di salvezza, nasce, continuando la simbologia dell’ Antico Testamento, una lussureggiante simbologia gerosolimitana che si potrebbe definire simbologia della Gerusalemme vissuta e della Gerusalemme sognata, già presente nell’Antico Testamento e ripresa nella letteratura rabbinica e in quella cristiana.
Per brevità ci potremmo riferire a Misrahi per dare una semplice indicazione dei simboli evocati: pietra, acqua, luce, montagna, forza, gioia, sposa, elementi che sono variamente ripresi dalla letteratura successiva su Gerusalemme, dando a ciascuno di essi un significato speciale. Pietra non soltanto perché su colline rocciose, per l’architettura di sassi propria di Gerusalemme, ma anche perché « pietra » sono i tre centri della città: la pietra del Muro del Pianto, la pietra della Cupola, la pietra ribaltata del Sepolcro. È di qui che si avanza verso il simbolismo teologico della roccia, pietra del Signore, roccia e rocca. Così Gerusalemme diviene espressione della fede, della stabilità, della solidità. Come scrive un autore ebraico, il premio Nobel Shemuel Agnon, nei suoi Racconti di Gerusalemme: « Gli doleva il cuore a lasciare Gerusalemme, città santa, per uscirne, come per precipitare nella Geenna. Diceva in cuor suo: sono venuto fin qui e già me ne devo andare, mi pare di essere un uccello in volo, vola e la sua ombra lo accompagna ». Insieme col simbolismo della solidità, del luogo dove si sta al sicuro, c’è il simbolismo dell’acqua. Ecco il Salmo 56, 4-5:

Fremano, si gonfino le sue acque
tremino i monti per i suoi flutti.
Un fiume e i suoi ruscelli rallegrano la città di Dio
la santa dimora dell’Altissimo.

Si tratta dei yeudim meshiym (giudeo-messianici), ebrei che affermano di aver trovato il messia e credono che sia proprio Jeshuah figlio di Miriam di Nazaret. Credono in lui come messia e Signore (Adon), credono nella sua resurrezione e nel suo Vangelo, ma non professano alcuna appartenenza ecclesiale ne intendono rinunciare all’ebraismo.(1)
E dall’esigente enfasi di questa ricchezza d’acqua (che non c’è in realtà a Gerusalemme) si passa alla simbologia di Jahvè, sorgente d’acqua viva in Gerusalemme. Già Filone sottolineava nel De somniis: « Qual è mai questa città dato che la città santa dove si trova il tempio è costruita lontano dal mare e dai fiumi? ». Il senso è evidentemente metaforico. Continua Filone: « In realtà l’onda del Verbo divino, fluendo con continuità, potenza e misura si spande attraverso l’universo e raggiunge ogni cosa ».
Ricordiamo anche il tema della luce, fondamentale in Isaia come quello della montagna. Gerusalemme appare non soltanto come pietra ma anche come montagna: « Il suo monte santo, altura stupenda, è la gioia di tutta la terra » (Sal 48, 3). Montagna, cime e insieme fondamento: « le sue fondamenta sono sui monti santi » (Sal 46, 3-4). Fondamento e culmine proprio in relazione col Salmo 18: « Dio, mia roccia, mia rupe, mio riparo ». Misrahi, perciò, parla addirittura di Dio come simbolo di Gerusalemme, e dice che « se Gerusalemme ha un tale irraggiamento è perché essa è simbolo di Dio. Se Dio è talmente legato a Israele, è perché egli è il simbolo di Gerusalemme ».
Un altro simbolo sfruttato è quello della « porta », « porta della speranza », che, in relazione ai temi precedenti indica una dinamica, un passaggio, una progressione, un entrare e un uscire, anche una fragilità, la fuga e l’esilio e persino la stessa trasgressione.
« Entrare in Gerusalemme, » scrive Misrahi, « è entrare nel combattimento per la giustizia, è assumere la responsabilità della lotta. »
Questa entrata avrà perciò uno sbocco, un’uscita: « da Gerusalemme uscirà la Legge ». Diversi sono gli usi che vengono fatti di queste metafore, a seconda delle situazioni; ma tutti si riferiscono alla potenzialità quasi senza fine di Gerusalemme di rappresentare i diversi aspetti del cammino dell’uomo e dell’esprimersi dell’uomo con Dio.
C’è infine la simbolica della « gioia »: « la Gerusalemme, altopiano roccioso, è ove si danza l’allegria dell’essere, il giardino del re, il giardino dell’essere. L’Eden non è a est, ma al centro, e il centro (riferendoci anche al Cantico dei Cantici e ai salmi) è la simbologia della sposa ».
La Gerusalemme del mistero, bagnata dalla presenza salvifica di Dio, assume significati che possono essere letti in tutti gli aspetti della vita e possono riferirsi a mille realtà della ricerca che Dio fa dell’uomo e del cammino dell’uomo verso Dio.

LA PROFEZIA
Cosa significa interrogarsi su Gerusalemme come profezia, cosa significa interrogarsi sull’influsso che la salvezza finale, rappresentata con immagini gerosolimitane, ha sul momento presente della salvezza e sul cammino della salvezza? Qui andrebbe evocato tutto quanto è detto nel Nuovo Testamento, nell’Apocalisse in particolare, sulla Gerusalemme nuova, sulla città che viene da Dio, la quintessenza di tutte le attese umane, la città in cui non c’è più né pianto, né lutto, dolore; il luogo della perfetta giustizia e della perfetta liberta, Il luogo nel quale si esprime la libertà dei credenti (GaI 4, 26-31). È interessante indicare, con qualche citazione, come questi temi si prolunghino, sia nella riflessione rabbinica, sia in quella cristiana.
Già la speculazione rabbinica sull’apparente duale Jerusalayim passava a riflettere sulla città duale nello spazio e nel tempo: Gerusalemme celeste, Gerusalemme terrestre; Gerusalemme di adesso, Gerusalemme di poi. E cercava di definire i vari rapporti tra le due Gerusalemme: quella di quaggiù, quella di ora; quella di lassù e quella di poi, con diverse armonie e tensioni tra il prima e il dopo. Il cammino dell’uomo non doveva essere allora una semplice ricerca del tempo perduto o un giro a vuoto su se stesso nel cerchio dell’esistenza, ma un passaggio da un prima a un poi, da un quassù a un lassù che dà significato a ogni momento dell’esistenza storica dell’uomo.
Dal punto di vista cristiano i termini sono, evidentemente, molti. Gerusalemme può essere termine del cammino, punto di arrivo, come scrive il Crisostomo commentando il Salmo 47 (48): « Teniamo nel nostro spirito la città di Gerusalemme: contempliamola senza sosta avendo sempre davanti agli occhi le sue bellezze. È la capitale del Re dei secoli, ove tutto è immutabile, ove nulla passa, ove tutte le bellezze sono incorruttibili. Contempliamola per divenire ogni giorno più affettuosi coi nostri fratelli e così ereditare il regno dei cieli ».
Quest’immagine della Gerusalemme terminale, da cui derivano numerose anticipazioni della sua vita nel cammino del popolo di Dio, è espressa variamente dalla teologia medievale.
Abbiamo la tipica triplice distinzione, secondo i tre sensi della scrittura. Sion significa specula o contemplatio, scrive Rabano Mauro, e « designa la chiesa dell’anima credente o la patria celeste. Secondo la storia designa la nazione dei giudei o Gerusalemme, secondo l’allegoria è la santa chiesa, secondo l’analogia è la patria celeste ».
Diverso è lo schema duplice che presenta Tommaso d’Aquino nel commento al Salmo 45: « Duplice è la città di Dio, l’una terrena, cioè la Gerusalemme terrestre, l’altra spirituale, cioè la Gerusalemme celeste. Per l’ Antico Testamento gli uomini erano fatti cittadini della città terrestre, per il Nuovo Testamento della città celeste ». Qui il discorso diventa più complesso e più difficile: già prima di san Tommaso, sant’ Agostino aveva tentato di adattare il discorso alla complessità della storia, dove città terrestre e città celeste si scontrano in una sorta di escatologia realizzata. Allora si affermano nomi diversi per le due città: Gerusalemme e Babilonia. E questa presentazione duale è la stessa che troviamo nel libro dell’ Apocalisse.
Sant’Agostino, nel De Civitate Dei, parlando dei Salmi delle ascensioni (i salmi dal 120 al 134) vedrà Gerusalemme come il punto terminale dell’intera esistenza dell’uomo: « Voi sapete, fratelli miei, che un cantico delle ascensioni non è che un cantico della nostra ascensione, e che questa ascensione non si fa con i nostri piedi, ma con gli slanci del cuore. Corriamo dunque, fratelli miei, corriamo. Noi andremo alla casa del Signore. Corriamo, non stanchiamoci, perché noi arriveremo là, dove non c’è più stanchezza ». E di qua, da questa attrattiva perenne che Gerusalemme esercita sull’uomo come punto di arrivo, come stimolo per il cammino, come chiave per l’interpretazione degli enigmi della storia, delle complessità delle tensioni storiche che agitano gli uomini nasce un’ultima riflessione: Gerusalemme intesa come compito o come sfida.
La domanda posta all’inizio di questa terza riflessione sulla profezia, cioè quale sia l’influsso che ha sul presente della salvezza e sul cammino dell’uomo la salvezza finale rappresentata con immagini gerosolimitane, può anche essere rovesciata. C’è una funzione della Gerusalemme storica rispetto alla Gerusalemme profetica? In che maniera il realismo della Gerusalemme storica e la sua ricchezza molteplice, misteriosa e simbolica, è vissuto nella Gerusalemme profetica che si va costruendo, nel popolo di Dio in cammino? Non potrebbe una maggiore attenzione alla Gerusalemme storica e al suo destino, alle sue ricchezze e alla sua corporeità, assicurare più vigorosamente anche al popolo di Dio una completezza e un’armonia di valori, che ne facciano davvero un corpo di Cristo immerso nella storia? Il richiamo a Gerusalemme non può essere un richiamo a un modo più completo di essere uomo e di essere chiesa?
In questo senso qualcuno ha parlato di ferite iniziali nella primitiva cristianità ancora da risanare, perché il cristianesimo ritrovi nel suo cammino nel tempo, sempre maggiormente, la ricchezza delle sue potenzialità.
E tuttavia la domanda su Gerusalemme come sfida rimane presente e drammatica, anche soltanto riferendoci alla Gerusalemme storica.
Padre Dubois che, come cittadino di Gerusalemme, vive intimamente questa realtà, questa sofferenza e questi desideri, nel suo libro Vigiles à Jerusalem si domanda: « Come situare in rapporto reciproco il valore di segno e il valore di realtà, come accordare la dimensione storica e temporale con la dimensione di eternità? Più precisamente, poi che Gerusalemme esiste e non è soltanto nei cieli, come esserci, dimorarvi, occuparla, possederla; come essere presso di essa a casa propria e contemporaneamente aprirla al mondo, a tutti gli uomini, come patria spirituale e universale? ». Riemerge allora la domanda, propria di ogni uomo: « Tu, che pensi di Gerusalemme? ».

_____________________
1. Cfr. Francesco Rossi de Gasperis, Un nuovo giudeocristianesimo e la sua possibile rilevanza ecclesiale, in Cominciando da Gerusalemme, Piemme, Milano 1997, pp. 140-183.

[Tratto da: Atti della XXVI settimana biblica, Roma, 15-19 settembre 1980, Paideia Brescia 1982]

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