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LA BELLEZZA DEL RACCONTARE DIO

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LA BELLEZZA DEL RACCONTARE DIO

sintesi della relazione di Brunetto Salvarani

Verbania Pallanza, 31 marzo 2001

Il tema della bellezza è stato affrontato nel corso in modo serio, andando oltre la superficie, cercando di rispondere alla domanda di quale bellezza salverà il mondo. In questa prospettiva parlerò della bellezza del raccontare, del narrare in un primo momento, per poi passare in un secondo momento al tema sempre più attuale della presenza dell’altro nelle nostre città e nelle nostre chiese e sulla necessità di creare occasioni delle persone appartenenti alle varie culture possano incontrarsi. Qui sta la vera bellezza.
la bellezza del raccontare
Il racconto è la modalità espressiva più tipica della bibbia. Raramente si trovano argomentazioni, dimostrazioni, asserzioni dogmatiche. Si trovano invece poesie, simboli, miti, racconti.
Il narrare è forse l’eco della risata di Dio sulla terra, l’eco di quel ritornello ripetuto sette volte in Genesi 1 (Dio vide che tutto era bello e buono « tov »). La prima parola di Dio sul mondo riguarda la sua bontà e bellezza.
La narrazione ha una funzione terapeutica, come per quel nonno storpio, discepolo di Baal Schem, che racconta con tale passione del maestro, da guarire.
Il parlare di Dio è poi un parlare creativo. Non sono parole vuote che si perdono nel vento ma si traducono in un avvenimento.
Il primo credo ebraico, Deut 26,5-9, non è tipo dogmatico, argomentativo, ma è un credo narrativo (« mio padre era un arameo errante, vi stette come un forestiero, con poca gente e vi diventò una nazione grande forte e numerosa. Gli egiziani ci maltrattarono, ci umiliarono e ci imposero una dura schiavitù. Allora gridammo al Signore, al Dio dei nostri padri. E il Signore ascoltò la nostra voce… »).
C’è qui la storia palpitante di un popolo.
Nell’autocoscienza ebraica è fortissima la dimensione dell’essere stati forestieri.
Il cuore di questo piccolo credo è la memoria di un uomo, Giacobbe, che ha combattuto contro Dio, ed anche la memoria della sofferenza.
Ciò che crea legame all’interno di una comunità non è tanto il credere in un dogma, ma avere una memoria collettiva.
La storia di Israele è una storia di una comunità che racconta (salmo 78,3-4). Così pura la storia delle prime comunità cristiane e così dovrebbe essere ancora oggi. Purtroppo oggi c’è la difficoltà di comunicare tra generazioni diverse, di raccontare la propria fede alle generazioni successive.
Il ricordo (ziqqaron), non è il ricordo oggettivo, ma il memoriale che fa entrare in un avvenimento passato. È questo un elemento che collega strettamente ebraismo e cristianesimo: come il seder pasquale ebraico in cui si fa memoria del passato di schiavitù e di liberazione così è l’eucaristia cristiana in cui si aggiunge il ricordo dell’ultima cena. Anche l’eucaristia è essenzialmente un racconto, non solo nella liturgia della parola ma anche in quella eucaristica.
Il racconto nella bibbia coinvolge anche il creato « I cieli narrano la gloria di Dio… » (salmo 19,1-2). Non solo il pio ebreo o la comunità sono orientati a raccontare, ma la creazione tutta. Sta a noi ascoltare e interpretare queste storie.
Oggi c’è un ritorno al raccontare. Nella chiesa cattolica hanno prevalso nettamente le ragioni del dogma, contro quelle, ritenute poco valide, del racconto.
La teologia narrativa è tornata sulla scena proprio nel secolo in cui si è arrivati al punto più basso della comunicazione. Come dice Benjamin « È come se fossimo privati di una facoltà che sembrava inalienabile: la capacità di scambiare esperienze ».
Due sono le figure che esprimono bene questa situazione. La figura del reduce, del reduce dal fronte bellico, che non racconta a nessuno ciò che ha vissuto, perché ritiene che sia talmente orribile da temere di non essere creduto.
L’altra figura è quella di Ireneo Funes (Borges), che ha una memoria infallibile e mostruosa, ricordando tutto. Ma proprio il ricordare tutto senza poter selezionare porta alla paralisi. Ha miliardi di ricordi, ma non la memoria, la capacità di cogliere ciò che è importante per noi.
Sia il reduce che Ireneo indicano l’incapacità di riandare alle antiche voci di salvezza.
Adorno si chiede se fosse ancora possibile scrivere dopo Auschwitz.
Oggi la ripresa del narrare è avvenuta grazie al pensiero teologico, alla teologia narrativa. L’esigenza di tornare a narrare le storie di Dio, le storie della bibbia, ritraducendole nella cultura di oggi. Oggi c’è un bisogno irrefrenabile di tornare ai grandi racconti, ai grandi miti, che possano attrarre i grandi e non solo i piccoli (Natale Terrin).
Il rischio è di intercettare male questo bisogno, come nel caso della New Age (De Mello, Coelho…)
l’irruzione dell’altro
È in atto un profondo cambiamento, « l’irruzione dell’altro », che è avvenuto silenziosamente e che ha spaventato e sta spaventando molti, con una spaccatura all’interno della chiesa.
Dopo la morte di Dio si parla di rivincita di Dio. Dopo la secolarizzazione, l’eclissi del sacro, il fatto che si sia spenta la spinta propulsiva delle grandi religioni, data l’attuale crisi dello stato sociale, degli stati assistenziali, che rispondevano a una serie di bisogni, si chiede la soluzione alla parola forte e autorevole della bibbia, dei testi sacri. Si propone (fondamentalismi) una risposta forte a questa crisi sociale grazie alla religione. Succede nell’islam, in buona parte dell’ebraismo israeliano, nel mondo cattolico e protestante, e anche nell’induismo.
C’è poi il bisogno una spiritualità ridotta a tecniche, che faccia poco i conti con l’etica, che non impegni troppo in profondità, che trae la propria ispirazione da un insieme di elementi presi dalle diverse tradizioni religiose sia occidentali che orientali, in un cocktail appetibile, anche se confuso ed eterogeneo (new e next age).
Anche questo tipo di bisogni andrebbe non demonizzato ma intercettato, dato che probabilmente un certo cristianesimo, giocato spesso in termini sociali, ha trascurato ambiti più personali, come quello della malattia e della guarigione, della morte, dell’al di là. Espressione di questo bisogno di spiritualità è il fenomeno in netta crescita anche in Italia del pentecostalismo, che tende a dare minore importanza alla dimensione dogmatica in favore del carattere mistico ed entusiastico, della partecipazione anche corporea (danza, ritmo…).
Ma tutti questi fenomeni esprimono un autentico bisogno di Dio, la rivincita di Dio, oppure il bisogno del tutto umano del sacro, del religioso?
Tutti questi fenomeni hanno favorito la crescita nel nostro paese di un pluralismo religioso, di un mosaico della fede, che pur presente nel passato (la comunità ebraica più antica e i valdesi) oggi è più visibile e reclama un’idea di laicità che riconosca il valore delle minoranze, viste piuttosto come ricchezza che non come fonte di problemi.
La ricerca anche faticosa di occasioni di incontro passa anche attraverso il lavoro sulla identità narrativa. Dialogare non significa necessariamente risolvere un problema: invece di argomentare o dimostrare si può anche raccontare o ascoltare la storia di un altro.
Deve essere data la possibilità ai molti del nostro paese che vogliono raccontare la propria storia di poterlo fare, moltiplicando le occasioni per entrare in contatto con gli autoctoni, per cui il nostro racconto si incroci con il loro racconto. È quanto è avvenuto con l’ondata migratoria dal meridione. L’incontrarsi giorno dopo giorno nelle scuole, nelle fabbriche ha consentito di vivere un’esperienza di socializzazione integrante.
Proprio la riscoperta della dimensione narrativa del cristianesimo, della teologia narrativa ha reso più facile l’incontro con l’ebraismo, che si è sempre maggiormente autocompreso attraverso la narrazione che non attraverso la riflessione dogmatica. L’argomentazione dogmatica tende a chiudere mentre la narrazione apre all’incontro del reciproco ascolto.

VIAGGI DI SAN PAOLO IN GRECIA – ASPETTI ARCHEOLOGICI – PARTE I

Ihttp://www.instoria.it/home/viaggi_san_paolo_grecia_I.htm

(la seconda parte domani, ci sono delle citazioni, credo in greco traslitterato – se le lasciavano in orginale forse era più semplice – io non le leggo, però lo studio è interessante)

 VIAGGI DI SAN PAOLO IN GRECIA

ASPETTI ARCHEOLOGICI – PARTE I

di Maria Cristina Ricci

La cronologia relativa a San Paolo è stata oggetto di svariati studi, ed ancora oggi gli esegeti non sono del tutto concordi; nel testo è stata seguita la datazione proposta da R. Fabris, che colloca il secondo viaggio missionario di San Paolo negli anni 50-52 d.C.; A. Penna propone una cronologia compresa tra gli anni 50-53 d.C., mentre M. Adinolfi tra il 49 ed il 52 d.C. Il viaggio si svolse per terra e per mare.
Tra le strade percorse da Paolo va ricordata la via Egnazia. Costruita con chiari intenti militari, da Apollonia-Dyrrachion attraversava i Balcani, toccando in Macedonia Eraclea, Edessa, Pella, quindi i centri interessati dal viaggio di san Paolo, da Tessalonica a Neapoli. Superata la Tracia, la strada giungeva fino all’Ellesponto e a Bisanzio. La sua cronologia è ancora motivo di discussione: F.W. Walbank ritiene possibile che la strada sia stata costruita qualche anno dopo la riduzione a provincia della Macedonia (146 a.C.).
Al contrario G. Molisani tende ad alzare la cronologia agli anni immediatamente successivi al 168 a.C., quando i Romani sconfissero Perseo, in base a due iscrizioni che riportano il nome di Cn. Egnatius: la prima (Suppl. CIL III,98), scoperta a Corinto sul basamento di una statua, secondo Molisani è precedente al 146 a.C. (anno in cui Corinto fu distrutta), la seconda, trovata a Lucus Feroniae, è di età repubblicana (lo studioso pur con qualche incertezza suggerisce di sciogliere l’abbreviazione PR PR di quest’ultima iscrizione con praetor proconsole; anche se gli ex pretori potevano governare province di media importanza, va però detto che questo scioglimento è piuttosto insolito).
F.W. Walbank tuttavia non accetta una datazione così alta e ritiene più plausibile che il Cn. Egnatius della strada omonima sia stato, nel 145 a.C., il diretto successore di Metellus Macedonicus, primo governatore della provincia macedone. Inoltre non è escluso che la persona citata nell’epigrafe di Corinto abbia vissuto in questa città anche dopo il 168, periodo in cui avrebbe comunque potuto offrire i propri servizi a L. Antonius Damonicus, i cui figli fecero costruire la statua dedicatoria.
Anche sull’interpretazione di PR PR data da G. Molisani lo studioso ha sollevato alcuni dubbi, notando che il miliario scoperto a Gallico, in cui compare il nome di Cn. Egnatius, presenta l’abbreviazione PRO COS (proconsul), che, in base a quanto riportato, andrebbe sciolta come praetor proconsule, dando luogo ad una evidente forzatura.
Per Aik. Romiopoulou Cn. Egnatius appartenne alla tribù Stellatina, rivestendo la carica di proconsole tra gli anni 146 e 120 a.C.; St. Samartzidou, che ha esaminato un altro miliario (Kavala Museum L 1209) trovato ad Amygdaleon, con un’iscrizione bilingue in cui compare il nome di Cn. Egnatius, si limita a presentare le varie ipotesi avanzate dai suoi predecessori.
Il viaggio di Paolo per Atene invece si svolge per mare, probabilmente partendo da Pidna o da Dium; è probabile che la rotta abbia costeggiato la Tessaglia passando successivamente per il mare Euboicum attraverso lo stretto dell’Euripo e doppiando il Capo Sunio. Molte fonti attestano il passaggio delle navi attraverso lo stretto dell’Euripo, nonostante fosse largo solo 60 m. e le sue correnti, in base alla testimonianza di Strabone (Strabo IX 403), Seneca (Sen. Herc. Oet. 779-781), Plinio (Nat. Hist. II 219) e Pomponio Mela (Pompon. Chor. II 108), cambiassero frequentemente corso di giorno e di notte; anche il Casson sostiene che San Paolo lo abbia attraversato. Di diverso avviso è il Fabris, che considerando la pericolosità di questo tratto di mare, ha ipotizzato che l’Apostolo sia passato al largo dell’Eubea.
Da Atene a Corinto, mancando elementi interni al testo che indichino un viaggio per nave, forse Paolo seguì un tratto della via Sacra e la via Scironiana; da questa strada, attraversato il Diolkos, si poteva raggiungere Corinto da nord, passando per il porto del Lechaion, oppure da sud, superando Isthmia e Kenkreai.
Il viaggio in Asia Minore si era concluso con l’imbarco da Troade in Frigia alla volta della Macedonia, dove San Paolo ed il suo seguito approdano dopo aver oltrepassato Samotracia.
NEAPOLI
(AT. 16,11)
Il porto che li accoglie è quello di Neapoli, punto di scalo della più importante Filippi, ad esso collegata dalla Via Egnazia; questo centro portuale, tappa di passaggio per Paolo, non ha lasciato grandi tracce della sua passata esistenza (At. 16,11: ‘Anacqšntej dš ¢pÕ TrJ£doj eÙqudrom»samen e„j Samoqr®khn, tÍ dš ™pioÚsV e„j Nšan pÒlin; sul suo sito è sorta l’odierna Kavala, la cui presenza non ha permesso di condurre in quest’area opportune indagini archeologiche.
Al contrario, lungo il tratto di strada di circa 12 miglia che unisce l’antica Neapoli a Filippi, nella località di Vassilaki vicina al villaggio di Amygdaleonas, sono stati riportati alla luce i resti di una fonte e di alcuni pozzi, identificabili con la statio Fons co; segnalata nella Tabula Peutingeriana segm. VII,3 tra Filippi (It. Ant. 320,5 mpm XXXIII; It. Hier. 603,10 mil. 10) e Nespoli (It. Ant. 321,1 mpm XII; It. Hier. 603,9 mil. 9) col disegno stilizzato di un tempio; per i Levi indicava la presenza di alloggi per i viandanti, mentre per Bosio un importante centro cultuale che avesse anche la funzione di mansio.
La via Egnazia da Neapoli si dirigeva verso ovest, lungo un percorso che fu successivamente ripreso in età medievale dalla strada lastricata del monastero di San Silas; attraversato lo stretto passaggio tra le pendici del monte Symbolon la strada girava intorno ad una collina fortificata, ai cui piedi sono stati trovati i resti della fonte, superava l’odierna Amygdaleon per proseguire nella piana di Filippi con orientamento SE-NO.
FILIPPI
(AT. 16,12-40)
All’altezza della località Megalo Lithari, dove fu eretto il monumento al legionario Gaio Vibio Quarto (CIL X,647) e dove la presenza di una fonte aveva inizialmente portato a credere che qui si trovasse Fons CO, la strada piegava bruscamente ad angolo retto e si dirigeva ad ovest, nella città di Filippi, che sorgeva al centro di una zona molto fertile, ricca di fiumi e ruscelli; oggi la sua posizione è messa in evidenza da un’ansa piuttosto accentuata della strada Kavala-Dramas, a circa 12 km a nord di Kavala. Dalla grande Porta di Neapoli, difesa da due torri avanzate, la Via Egnazia, passando lungo il lato settentrionale del foro, attraversava la città della quale era l’asse urbano principale.
Qui San Paolo inizia a diffondere il nuovo Credo, rivolgendosi soprattutto alla comunità ebraica del posto che, per celebrare i propri riti (il luogo di preghiera probabilmente era un recinto a cielo aperto), si riuniva il sabato fuori da Filippi oltre la porta occidentale, nei pressi di un fiume (At.16,13 tÍ te ¹mšrv tîn sabb£twn ™x»lqomen œcw tÁj pÚlhj par¦ potamÕn oá ™nom…zomen proseuc¾n eŒnai, kaˆ kaq…santej ™laloàmen ta‹j sunelqoÚsaij gunaic…n).
Probabilmente i Giudei non volevano celebrare i loro riti in un ambiente in cui prevalevano i culti pagani; inoltre non è da escludere che questa comunità fosse talmente piccola da non potersi permettere di costruire una sinagoga. Durante il suo regno Claudio aveva emanato una legge secondo cui gli ebrei, a causa dei recenti tumulti che avevano causato, non potevano risiedere a Roma; è possibile che qualche colonia abbia seguito l’esempio della capitale.
La frase ™x»lqomen œcw tÁj pÚlhj par¦ potamÕn si riferisce con ogni probabilità ad una porta, identificata da alcuni con una volta monumentale, ancora esistente ai tempi di Collart, che sorgeva presso le sponde del fiume Angites. L’arco, dalle linee semplici e a fornice singolo, era stato costruito sulla linea del pomerium; la zona compresa tra questo e la cinta muraria era considerata sacra.
Tuttavia, se lo si confronta con monumenti simili (ad es. ad Aosta e a Gerasa) si nota che in genere la loro distanza dalle mura non supera i 400 m, mentre in questo caso raggiunge i 2 km.; di conseguenza il Frothingham ha considerato il monumento di Filippi un arco territoriale che marcava la zona rurale della città, non quella urbana.
 Secondo altri studiosi invece questo monumento commemorava la battaglia di Filippi che in effetti si era svolta nelle vicinanze, mentre Koukouli-Khrysantaki identifica più semplicemente l’arco con la porta occidentale della città, e riconosce nel fiume citato uno dei tanti ruscelli che scorrono nel territorio di Filippi; tuttavia ogni ipotesi presentata non ha avuto finora conferma, quindi la questione è ancora aperta.
Invece sulla presenza di ebrei a Filippi è stata scoperta di recente, presso il cimitero ovest, una stele molto interessante, che conferma l’esistenza di questa comunità.
Si tratta di una lastra in marmo locale, la cui larghezza diminuisce verso la base, lavorata rozzamente, priva di cornice, con sommità curva. Le numerose scheggiature presenti lungo i bordi, specialmente quelle sul lato sinistro e sulla sommità, non impediscono la lettura dell’epigrafe greca che al primo rigo è preceduta da una foglia d’edera. Le dimensioni sono: altezza 90 cm, larghezza alla sommità 70 cm, larghezza alla base 58 cm; lo spessore varia dai 10 ai 15 cm; le dimensioni delle lettere hanno un’altezza tra i 3 ed i 5,5 cm. Catalogazione: trovata nel cimitero occidentale di Filippi, è oggi conservata nel museo della città (N° inv. L1529).

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BASA TO CAMWSO
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›terwn nškun kataqš
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“Nikostratos Aurelios Oxycholios stesso ha costruito questa tomba. Se qualcuno vi deporrà il cadavere di altri pagherà una multa alla sinagoga”.
Dallo studio dei nomi di vari ebrei stabilitisi in Grecia è emerso che era piuttosto comune usare la lingua e l’onomastica greca (Nikostratos Oxycholios) oltre al gentilicium romano (Aurelios); tuttavia ciò non dimostra che questa minoranza si fosse integrata con la gente del posto.
In particolare l’analisi del nome ricordato nella stele permette la datazione della tomba, poiché il gentilicium indica una data non antecedente al 212 d.C., anno della Constitutio Antoniniana, e il cognomen greco Oxycholios compare solo a partire dal III sec. d.C. Di conseguenza la tomba è d’epoca posteriore al viaggio di San Paolo, ma costituisce una testimonianza tangibile dell’esistenza a Filippi di una comunità ebraica nel III sec.
La predicazione in questa città si rivelò fruttuosa e portò alla conversione di Lidia, una commerciante di porpora, e della sua famiglia (At. 16,14 kaˆ tij gun¾ ÑnÒmati Lud…a, porfurÒpwlij pÒlewj Quate…rwn sebomšnh tÕn qeÒn, ½kouen, Âj Ð kÚrioj d»noixen t¾n kard…an prosšcein to‹j laloumšnoij ØpÕ toà PaÚlou. 15 æj dš ™bapt…sqh kaˆ Ð oŒkoj aÙtÁj).
La guarigione di una schiava posseduta, che aveva la facoltà di predire il futuro, fu per i padroni motivo di profondo risentimento nei confronti di San Paolo, a tal punto che lo condussero nella pubblica piazza affinché fosse giudicato dai capi della città.
L’agorà cui si fa riferimento nel testo greco (At.16,18 ›lkusan e„j t¾n ¢gor¦n ™pˆ toÝj ¥rcontaj) oggi presenta solo resti di fase antonina; le indagini di scavo hanno mostrato che alcuni edifici pubblici, tutti orientati a NE-SO, sono stati rifondati, con le stesse funzioni ma con un’architettura più imponente, sullo stesso sito occupato dalle strutture preesistenti.
Il lato occidentale della piazza aveva carattere prevalentemente amministrativo, quello orientale era dedicato al culto dell’imperatore e della sua famiglia, mentre lungo il lato meridionale erano disposte delle botteghe.
Il lato settentrionale infine era chiuso da una fila di monumenti che fiancheggiavano la tribuna degli oratori, o bema, formato da una struttura indipendente (infatti non era il prolungamento del pronao di un tempio, né dipendeva da una scalinata anteriore), addossata alle mura del Foro e alla strada, in modo da dominare così tutta l’area della piazza.
Secondo alcuni Paolo fu giudicato proprio di fronte al bema, sebbene altri propongano di cercare il luogo del processo tra gli edifici del lato occidentale dell’agorà, dove, nell’angolo NO, è stata localizzata la curia, sede degli strategoi o archontes, cui era affidato il compito di giudicare i reati di tradimento e di impietas (asebeia, capo di accusa contro Paolo secondo la voce del popolo).
Anche questa struttura fu ricostruita nel II secolo d.C. nello stesso sito occupato durante la fase giulio-claudia.
Nell’area centrale del foro si ergevano numerosi monumenti e statue dedicati a cittadini di rilievo(vedi ad esempio l’iscrizione per M. Lollius di I sec. a.C.), ad antichi re traci (vedi l’iscrizione per Roemitalces, che si schierò con Roma per reprimere varie ribellioni sviluppatesi in Tracia nel corso del primo trentennio del I sec. d.C.) e ad imperatori tra cui spiccano un ritratto di marmo in onore del giovane Ottaviano o di Gaio Cesare, risalente ai primi venti anni del I sec. d.C., ed un altro di Lucio Cesare, dello stesso periodo.
Con le loro accuse i padroni della schiava riuscirono a far rinchiudere in prigione Paolo e Sila (At.16,23 poll£j te ™piqšntej aÙto‹j plhg¦j ™/balon e„j fulak¾n paragge…lantej tù desmofÚlaki ¢sfalîj thre‹n aÙtoÚj), finché un terremoto di notevole intensità, verificatosi nella notte, non convinse i capi a liberare i due prigionieri, che nel frattempo avevano reso noto il loro stato di cittadini romani (At.16,26 ¥fnw dš seismÕj ™gšneto mšgaj éste saleuqÁnai t¦ qemšlia toà desmwthr…ou: º neócqhsan dš paracrÁma aƒ qÚrai p©sai kaˆ p£ntwn t¦ desm¦ ¢nšqh … 35 `Hmšraj dš genomšnhj ¢pšsteilan oƒ strathgoˆ toÝj ·abdoÚcouj lšgontej: ¢pÒluson toÝj ¢nqrèpouj ™ke…nouj. 36 ¢p»ggeilen dš Ð desmofÚlac toÝj lÒgouj toÚtouj prÕj tÕn Paàlon Óti ¢pšstalkan oƒ strathgoˆ †na ¢poluqÁte: nàn oân ™celqÒntej poreÚesqe ™n e„r»nV. 37 Ð dš Paàloj ™/fh prÕj aÙtoÚj: de…rantej ¹m©j dhmos…v ¢katakr…touj, ¢nqrèpouj `Roma…ouj Øp£rcontaj, œbalan e„j fulak»n, kaˆ nàn l£qrv ¹m©j ™kb£llousin; oÙ g£r, ¢ll¦ ™lqÒntej aÙtoˆ ¹m©j ™xagagštwsan. 38 ¢p»ggeilan dš to‹j strathgo‹j oƒ ·abdoàcoi t¦ ·»mata taàta. ‘Efob»qhsan dš ¢koÝsantej Óti `Roma‹o… e„sin, 39 kaˆ ™lqÒntej parek£lesan aÙtoÝj kaˆ ™cagagÒntej ºrètwn ¢pelqe‹n ¢pÕ tÁj pÒlewj).
Per lungo tempo è stata identificata con la prigione una struttura romana, probabilmente una cisterna, inglobata nel cortile rettangolare che precedeva l’atrio della Basilica A (V sec.); la presunta prigione diventò luogo di culto cristiano dal periodo in cui vennero distrutte la Basilica A e l’Ottagono (fine VI – inizi VII sec.), come attestano gli affreschi lì ritrovati.
Recentemente M. Torelli ha ipotizzato che in origine il cortile appartenesse a un tempio romano orientato come l’ala occidentale del Foro, con cui comunicava tramite la scalinata collegata con l’arco d’ingresso e visibile davanti alla cisterna.
Ch. Koukouli Chrysantaki sostiene che la cisterna fosse annessa ad un edificio romano inglobato nel complesso della Basilica A, insieme ad un altro edificio esistente ai tempi di Paolo, un piccolo tempio formato da un pronaos ed una cella e costruito in marmo (probabilmente questo edificio templare risale al IV sec. a.C., ed era connesso con il culto di Filippo II, come fa supporre un’iscrizione riutilizzata in un muro della basilica).
Ripreso il viaggio, Paolo e Sila si diressero verso la città di Tessalonica; il percorso della Via Egnazia a questo punto attraversava il ponte scoperto nei pressi del villaggio di Mavrolefki e la piana di Filippi fino alla mutatio ad Duodecimum, citata solo nell’Itinerarium Hierosolymitanum, 604,2, ed individuata tra la stazione ferroviaria di Fotalivi e il raccordo con la strada Eleutheropolis – Drama.
A questo punto, arrivata alle pendici settentrionali del monte Pangeo, la strada formava un arco e raggiungeva la mutatio Domerus (It. Hier. 604,3), il cui nome è la forma corrotta della parola doberus (“castello” in macedone).
Il sito di questa tappa potrebbe trovarsi presso il moderno villaggio di Straviki (Draviskos).
ANFIPOLI
(AT. 17,1)
Da qui la strada, dirigendosi a sud, conduceva direttamente ad Anfiboli (It. Ant. 320,4; Tabula Peutingeriana segm. VII,2 mp XXXIII da Tessalonica; It. Hier. 604,4 mil XIII da Domerus), sorta su una collina (154 m s.l.m.) sulla riva destra della grande ansa che il fiume Strymon forma poco prima di sfociare nel Golfo di Orfani. Questo centro è citato in At. 17,1 DiodeÚsantej dš ‘Amf…polin, come semplice punto di passaggio: il tratto meridionale delle mura cittadine presenta un’interessante porta rinforzata con una torre rettangolare all’interno ed una simile all’esterno, separate da un cortile: in età augustea la porta fu restaurata, secondo quanto riportato dalle iscrizioni di due basamenti di statue poste ai suoi lati. Forse questa porta costituiva l’uscita dalla città della via Egnazia, che entrava ad Anfipoli da nord, probabilmente in corrispondenza con il ponte ligneo tramite cui nel 424 a.C. Brasida riuscì a penetrare nella periferia della città e a conquistarla (Thuc. 5.10.6).
Prima di giungere alla città di Tessalonica la Via Egnazia passava per le tappe Pennana (It. Hier. 604,5) e Perpidis (It. Hier. 604,6), forse identificabile con l’Argilo citata da Erodoto (VII, 115), oggi individuata presso Asprovalta; da qui la strada costeggiava il golfo fino alla moderna Kato Stavròs per poi penetrare nell’entroterra e arrivare a Peripidis (nelle strette vicinanze di Rendìna), situata sulle coste orientali del lago Volvi (l’antico Bolbe), e ritenuta il luogo dove fu sepolto Euripide (la parola Peripidis è una forma corrotta per Euripidis).
APOLLONIA
(AT. 17,1)
Sulle coste meridionali del lago sorgeva Apollonia (It. Hier. 605,1; It. Ant. 320,3; Tab. Peut. segm. VII,2), altro punto di passaggio nel viaggio missionario di San Paolo (At. 17,1 DiodeÚsantej dš ‘Amf…polin kaˆ t¾n ‘Apollwn…an); la situazione di questa città è unica tra tutte quelle ricordate, perché non è ancora stata individuata con certezza la sua posizione, sebbene si siano susseguite numerose ricerche nel corso degli anni, dalla fine del secolo XIX ad oggi; in base agli studi più recenti il sito potrebbe essere localizzato nella zona compresa tra i fiumi Megalo Reuma e Cholomontas Reuma (gli antichi Amnites ed Olinthiakos), lungo la strada Apollonia – Marathousa, dove sono stati trovati sia frammenti ceramici risalenti all’età classica ed ellenistica, sia i resti di una cinta muraria.
TESSALONICA
(AT. 17,1-9)
La Via Egnazia, proseguendo il suo percorso, raggiungeva Herakleustibus (It. Hier. 605,2) sorta a metà strada tra i laghi Volvi e Koronia, dove oggi sorge il villaggio di Stivos.
Oltrepassati questi siti arrivava a Melissurgin (It. Ant. 320,2 mpm XX da Tessalonica; per la Tab. Peut. mp XVIII, segm. VII,2) (Aghios Vassilikos), presso le coste sud-occidentali del Lago Koronia; quindi la strada si dirigeva a nord fino a Duodecimum o Duodea (It. Hier. 605,3), che probabilmente si trovava nella zona compresa tra i villaggi di Laina e Kisla.
Con una larga curva la strada girava verso sud entrando nella città di Tessalonica (Tab. Peut. segm. VII,2), l’ultima delle tappe citate negli Atti raggiungibili tramite la via consolare romana.
La via Egnazia collegava la Porta Cassandreotica (Porta Calamaria) ad est con la Porta d’Oro (oggi Porta Vardar) ad ovest, probabilmente lungo il tracciato di una strada urbana di età ellenistica.
Nella città esisteva una fiorente comunità ebraica, cui facevano riferimento tutti i Giudei di questa zona della Macedonia. San Paolo si diresse subito tra loro e per tre sabati predicò nella sinagoga (At. 17,2 kat¦ dš tÕ e„wqÕj tù PaàlJ e„sÁlqen prÕj aÙtoÝj kaˆ ™pˆ s£bbata tr…a dielšcato aÙto‹j ¢pÕ tîn grafîn, 3 diano…gwn kaˆ paratiqšmenoj Óti tÕn cristÕn œdei paqe‹n kaˆ ¢nasqÁnai ™k nekrîn kaˆ Óti oátÒj ™stin Ð cristÕj ‘Ihsoàj Ön ™gë kataggšllw Øm‹n. 4 ka… tinej ™c aÙtîn ™pe…sqhsan kaˆ proseklhrèqhsan tù Paulù tù kaˆ tù Sil´ tîn te sebomšnwn `Ell»nwn plÁqoj polÚ, gunaikîn te tîn prètwn oÙk Ñl…gai).
Il successo riscosso soprattutto tra i greci e tra le nobildonne del posto causò una violenta ribellione tra i Giudei, che decisero di portare di fronte ai capi della città Sila e Paolo; non avendoli trovati a casa di Giasone, che li aveva ospitati, portarono lui ed altri cristiani davanti al popolo (At. 17,5 Zhlèsantej dš oƒ ‘Iouda‹oi kaˆ proslabÒmenoi tîn ¢gora…wn ¥ndraj tin¦j ponhroÝj kaˆ Ñclopoi»santej ™qorÚbon t¾n pÒlin kaˆ ™pist£ntej tÍ o„k…v ‘I£sonoj ™z»toun aÙtoÝj proagage‹n e„j tÕn dÁmon: 6 m¾ eØrÒntej dš aÙtoÝj œsuron ‘I£sona ka… tinaj ¢delfoÝj ™pˆ toÝj polit£rcaj boîntej Óti oƒ t¾n o„koumšnhn ¢nastatw/santej oátoi kaˆ enq£de p£reisin, 7 oÞj Øpodšdektai ‘I£swn: kaˆ oátoi p£ntej ¢pšnanti tîn dogm£twn Ka…saroj pr£ssousin basilša ›teron lšgontej eŒnai ‘Ihsoàn).
Della sinagoga e della casa di Giasone, come di numerosi edifici citati da altre fonti, non sono state rinvenute tracce, mentre alcuni saggi di scavo nell’agorà tardo romana condotti al di sotto del lastricato pavimentale hanno riportato alla luce una statua di Atlante tardo ellenistica e frammenti ceramici di età poco precedente, che documentano l’esistenza della fase ellenistica dell’agorà.
Non mancano testimonianze risalenti ad età repubblicana: ad O dell’agorà si apre uno spazio libero in cui probabilmente in età romana fu edificato un luogo di culto imperiale (BCH LXXXI 1958, pag. 759), come attestato da una statua di Augusto (BCH LXIII 1939, pag. 315) venuta alla luce nel 1939; inoltre in una casa di Via dell’Olimpo è stata scoperta un’iscrizione del 60 a.C. (IG X I, No. 5). In base a quanto riportato da Cicerone, (Cic. Planc., XLI.[99]) che visse per un certo periodo a Tessalonica, c’era un Quaestorium di cui non si sa nulla, come sono sconosciuti il palazzo e la piazza con un tesoro seppellito al centro di cui parla Diodoro Siculo (Diod. Sic. XXXII, 15,2); secondo Vickers si potrebbe ipotizzare che il palazzo fosse quello di Filippo V, il quale trascorse gli ultimi anni della sua vita a Tessalonica.

La notte dello stesso giorno in cui Giasone ed i cristiani che con lui erano stati portati a giudizio vennero liberati, Paolo e Sila furono costretti a riprendere il loro viaggio verso Berea (Tab. Peut. segm. VII,1).

LA STELLA CHE GUIDA MOLTI MAGI – Riflessione di Angelo del Favero

http://www.zenit.org/article-34817?l=italian

LA STELLA CHE GUIDA MOLTI MAGI

Riflessione sulla Solennità dell’Epifania

Angelo del Favero

ROMA, Thursday, 3 January 2013 (Zenit.org).

Is 60,1-6
« Alzati, rivestiti di luce, perché viene la tua luce, la gloria del Signore brilla su di te. Poiché, ecco, la tenebra ricopre la terra, nebbia fitta avvolge i popoli; ma su di te risplende il Signore, la sua gloria appare su di te.. ».
Ef 3,2-3a.5-6
« Fratelli…: per rivelazione mi e’ stato fatto conoscere il mistero…: che le genti sono chiamate, in Cristo Gesù, a condividere la stessa eredita’, a formare lo stesso corpo e ad essere partecipi della stessa promessa per mezzo del Vangelo. ».
Mt 2,1-12
« Nato Gesù a Betlemme di Giudea, al tempo del re Erode, ecco, alcuni Magi vennero da oriente a Gerusalemme e dicevano: « Dov’è colui che è nato, il re dei Giudei? Abbiamo visto spuntare la sua stella e siamo venuti ad adorarlo ». All’udire questo, il re Erode resto’ turbato e con lui tutta Gerusalemme (…).
Allora Erode, chiamati segretamente i Magi, si fece dire da loro con esattezza il tempo in cui era apparsa la stella e li inviò a Betlemme dicendo: « Andate e informatevi accuratamente  sul bambino e, quando l’avrete trovato, fatemelo sapere, perché anch’io venga ad adorarlo ». Udito il re, essi partirono.
Ed ecco, la stella che avevano visto spuntare, li precedeva, finchè giunse e si fermò sopra il luogo dove si trovava il bambino. Al vedere la stella, provarono una gioia grandissima. Entrati nella casa, videro il bambino con Maria, sua madre, si prostrarono e lo adorarono. Poi aprirono i loro scrigni e
gli offrirono in dono oro, incenso e mirra. Avvertiti in sogno di non tornare da Erode, per un’ altra strada fecero ritorno al loro paese ».
« Alzati, rivestiti,..viene la tua luce, la gloria del Signore brilla sopra di te… su di te. (…)..su di te. » (Is 60,1s): la Parola di Dio interpella oggi ognuno di noi come se fosse l’unico a dover essere illuminato. Il profeta Isaia sembra fissarci uno per uno: « …su di te… su di te », e Paolo fa intendere che i pagani di un tempo sono diventati i cristiani di oggi, i battezzati, che non si alzano più nemmeno per andare a Messa il giorno di Natale.
Sono dunque anzitutto io che mi devo svegliare dal sonno, mi devo rivestire, mi devo preparare; perché il Signore viene proprio da me, la sua luce è un faro puntato su di me. Egli viene per me! E’ allora insufficiente che io mi accontenti di trovare risposte a queste domande: « Che genere di uomini erano quelli che Matteo qualifica come Magi venuti dall’Oriente? Perché si sono mossi da così lontano? ». E’ meglio piuttosto che mi chieda: perché sono ancora addormentato e non mi decido ad alzarmi? Non vedo forse tutta la luce che mi avvolge? Non mi interessa? Preferisco ancora la luce del teleschermo? ».
Ecco, se ho bisogno di conferme che faccio anch’io parte dei Magi, ne trovo subito una assai autorevole: « Questi uomini sono dei predecessori, dei precursori, dei ricercatori della verità, che riguardano tutti i tempi.(…) Rappresentano l’attesa interiore dello spirito umano, il movimento delle religioni e della ragione umana incontro a Cristo ». (Benedetto XVI, L’infanzia di Gesù).
Allora, il fatto che il mondo intero vada dietro a maghi e astrologi, e che oggi chiunque accenda una stella più luccicante delle altre subito trova mille compagni di illusione che gli vanno dietro, non mi deve distrarre dalla cosa che viene per prima: che io non sia uno di
loro!
Sì, perché quella dei Magi di Matteo non e’ una favola. L’epifania del Signore è la più grande e la più vera storia mai accaduta e raccontata. Ed è anche la storia più « sociale » e più « comune » di tutte, dato che il protagonista è Uno di noi, Uno nato come noi, Uno che e’ morto come noi, Uno che ha a che fare con ognuno di noi.
Perciò qui importa solo questo: che sia io il primo ad alzarmi, senza fermarmi prima a vedere chi è sveglio e chi non lo è. Importa che sia io a rivestirmi, non di vestiti alla moda, ma della luce che promana dal Bambino più famoso e più dimenticato del mondo; vale a dire che mi metta in ginocchio ad adorarlo, così come sto, ancora in pigiama.
E lo posso fare veramente in questo stato, perché il Bambino adorato dai Magi è il Dio che ha creato la mia anima facendola della sua stessa Luce, sicché basta che mi guardi dentro, con umiltà e stupore, e la luce mi investirà come al sorgere dell’aurora. Anzi, molto di più: Cristo infatti sta come un sole sopra la mia anima di battezzato, e, se mi deciderò a spalancargli le porte, la sua Luce mi inonderà.
Ma cosa significa spalancare le porte a Cristo? Risponde uno che le teneva chiuse da molto tempo prima di aver visto spuntare la sua stella: « Sempre e in ogni istante abbiate presente che bisogna amare Dio e il prossimo: Dio con tutto il cuore, con tutta l’anima, con tutta la mente; e il prossimo come se stessi. Questo dovete sempre pensare, meditare e ricordare, praticare e attuare.
L’amore di Dio è il primo come comandamento, ma l’amore del prossimo è il primo come attuazione pratica. Siccome pero’ Dio tu non lo vedi ancora, amando il prossimo ti acquisti il merito di vederlo; amando il prossimo purifichi l’occhio per poter vedere Dio. Amando il prossimo e prendendoti cura di lui, tu cammini. E dove ti conduce il cammino se
non al Signore? Al Signore non siamo ancora arrivati, ma il prossimo l’abbiamo sempre con noi. Aiuta dunque il prossimo con il quale cammini, per poter giungere a Colui con il quale desideri rimanere » (S. Agostino, dai Trattati su Giovanni, 17,7-9).

Più Bibbia, meno settarismi

http://www.sanpaolo.org/jesus/0705je/0705je86.htm

Più Bibbia, meno settarismi

di Ernesto Borghi  

Nel mondo cattolico italiano, la riscoperta delle Sacre Scritture ha fatto grandi passi avanti negli ultimi quarant’anni. Eppure molto si può ancora fare in questo senso. A partire da un sostegno meno reticente ai laici competenti fino a un insegnamento culturalmente ineccepibile nelle scuole.
È la Bibbia la fonte primaria di riferimento per la vita di ebrei e cristiani e una delle radici essenziali della cultura dell’Occidente? Questo interrogativo appare più che legittimo, quando si considera lo sviluppo storico dell’Occidente almeno negli ultimi duemilacinquecento anni e la prassi esistenziale comune, perlomeno dal secondo dopoguerra a oggi.
La costituzione dogmatica conciliare Dei Verbum, in particolare al n. 25, incoraggia decisamente alla lettura delle Sacre Scritture. Gli ultimi duecentocinquant’anni e, in particolare, soprattutto per i cattolici, gli ultimi quaranta sono stati fondamentali per un rapporto tra i credenti e le Scritture sempre più scientificamente sostenibile ed esistenzialmente maturante. Nelle tre dimensioni costituzionali della vita ecclesiale – la catechesi, la liturgia, la solidarietà sociale fattiva – la Bibbia ha conosciuto e conosce una presenza sempre più significativa.
Il processo « provvidenziale » che ha avuto, tra i suoi decisivi sostenitori, numerosi esponenti storici della Riforma protestante nella prospettiva, variamente fondata, di una centralità scientifica ed esistenziale delle Scritture nella vita della Chiesa, ha trovato le sue affermazioni più autorevoli, tra i cattolici, a partire dalla fine del XIX secolo.
Soprattutto tra cattolici e protestanti riformati si possono oggi vivere itinerari comuni di lettura e approfondimento delle Scritture a livello scientifico-accademico o divulgativo-esistenziale. Ciò avviene anche perché sono sempre più diffuse due persuasioni: le metodologie del filone storico-critico sono la base per qualsiasi approccio non fondamentalistico alla Bibbia (esegesi ed ermeneutica sono momenti distinti ma indissolubili di qualsiasi confronto con i testi biblici); l’ascolto della Parola biblica e il confronto tra essa e la propria vita sono del tutto basilari per qualsiasi discorso formativo anzitutto ebraico e cristiano.
Indubbiamente tanti progressi si sono realizzati rispetto a un passato, anche piuttosto recente, in cui tristi timori e gravi sospetti accompagnavano tutti coloro i quali – fossero anche seminaristi, suore o frati – cercavano di possedere una copia della Bibbia per leggerne personalmente le pagine e approfondire anche individualmente quanto vi era contenuto. Nel contempo aumentano sensibilmente le richieste e le iniziative culturali e pastorali che le reputano fondanti per qualsiasi discorso di autentica formazione spirituale e sociale degli individui e che contribuiscono realmente a farle conoscere e apprezzare.
Un quadro, ricco di « luci », che delinea un dinamismo certamente positivo, nel quale però le ombre e le difficoltà non mancano. Spesso la Bibbia non costituisce il punto di riferimento centrale nella pianificazione pastorale e nelle proposte formative a tutti i livelli del popolo di Dio, perlomeno in Europa. Questo fatto dipende certamente da molte ragioni, tra le quali la carente e datata formazione biblica di una parte del clero (sacerdoti e vescovi), in particolare in Italia: si è spesso in grado di cogliere la bellezza e l’efficacia di una conferenza o di una lectio, ma poco inclini a impostare l’intera azione del loro ministero pastorale a partire dalla Parola di Dio e sulla base di essa.
A questo si aggiunge un altro dato che mi pare assai importante. Vi sono ambienti ecclesiali in cui si considerano, con maggiore rispetto e apprezzamento, gli scritti di questo o quel fondatore di gruppi o movimenti piuttosto che i testi biblici e la libertà spirituale che consegue da una loro matura e seria lettura. Sarebbe molto interessante, per esempio, verificarlo esaminando i progetti formativi e la prassi di vita di gruppi, movimenti e congregazioni che si sono affacciati all’attenzione ecclesiale dalla fine della seconda guerra mondiale a oggi, ossia da quando nella Chiesa cattolica la considerazione della Bibbia ha assunto connotati di serietà scientifica ineguagliabili rispetto al passato.
D’altra parte le energie economiche e umane che sono dedicate in Italia allo studio e alla divulgazione e alla conoscenza seria della Bibbia sono certamente inadeguate. Ed è piuttosto grave il fatto stesso che, ancora oggi, pochissimi di coloro che si dedicano professionalmente a questo campo siano laiche e laici che vivano confortevolmente, insieme alle loro famiglie, di questo lavoro. Favorire in larga scala la presenza di non presbiteri realmente preparati tra gli studiosi della Bibbia (ma anche di altre discipline storico-religiose e teologiche) consentirebbe un’osmosi sempre più ricca tra la ricerca scientifica in campo biblico e teologico e la vita quotidiana della società umana nel suo complesso.
Indubbiamente – per rifarci alla situazione ecclesiale in Svizzera, Germania e Austria negli ultimi vent’anni – taluni « assistenti pastorali » hanno gravemente disatteso il ruolo formativo e testimoniale che avrebbero dovuto svolgere nella vita delle comunità locali. Ciononostante se la Chiesa cattolica vuole vivere realmente lo spirito e la lettera del Concilio Vaticano II, non può che mettere in atto – anche nelle aree di lingua madre neolatina attraverso l’apporto di figure professionali analoghe a quelle appena menzionate – progetti e strategie utili a moltiplicare le occasioni in cui il « popolo di Dio » confronta menti e cuori con la Parola del Signore molto più organicamente di quanto avviene oggi.
Le energie intellettuali per pensare e attuare tutto ciò esistono. E si possono trovare, senza troppi sforzi di fantasia, anche le risorse finanziarie per sostenere adeguatamente le persone in grado di lavorare bene nelle prospettive appena indicate sia nelle facoltà universitarie ecclesiastiche sia nell’azione pastorale tout-court. Basta non averne paura e guardare a esse con fiducia e simpatia, attraverso l’apertura interiore propria di un altro testo conciliare quale la costituzione pastorale Gaudium et spes (cfr. in particolare il n. 44).
Occorre dare spazio crescente e seriamente configurato sotto ogni punto di vista, nelle istituzioni accademiche e pastorali ecclesiali, a donne e uomini ricchi di creatività e competenza scientifica. Sarebbero ben lieti di operare nella Chiesa italiana mettendo le proprie competenze professionali scientifiche e didattiche a disposizione della formazione biblica e teologica garantita da istituzioni accademiche e pastorali in un quadro economico e normativo serio.
Appare molto grave anche il fatto che, nei sistemi scolastici pubblici europei, lo studio dei classici della letteratura assai spesso non contempli l’attenzione alle Scritture bibliche secondo pari dignità rispetto ad altri « monumenti » della letteratura antica, medioevale, moderna e contemporanea. Spesso ci si limita a sostenere, più o meno esplicitamente, che gli insegnamenti scolastici di cultura religiosa, quando esistono, già se ne occupano.
Chi lo afferma, mostra di non rendersi conto che la Bibbia, in virtù anzitutto della sua incidenza storica nel tessuto culturale plurimillenario dell’Occidente, non può né deve essere terreno d’analisi esclusivo delle discipline strettamente religionistiche, in particolare nell’ambito formativo pubblico. Proporre la dimensione religiosa della cultura è certamente essenziale e la disciplina scolastica relativa deve diventare obbligatoria, a mio avviso, proprio a vantaggio della crescita interiore e sociale di tutti. Il confronto con la Bibbia, però, deve essere condotto nel quadro delle discipline letterarie, proprio là dove ci si occupa dei poemi antichi greci e latini e di altre successive testimonianze culturali di analoga rilevanza contenutistica e formale.
Non considerare le Sacre Scritture ebraiche e cristiane significa non capire gran parte dell’identità culturale, in primo luogo, dell’intero Occidente, che, sotto i profili letterario, filosofico e artistico deve moltissimo alla Bibbia.
Non impegnarsi a far entrare lo studio della Bibbia quale componente imprescindibile, per esempio, dei programmi scolastici vuol dire non aver colto l’importanza di questo discorso e contribuire a diminuire l’autocoscienza culturale delle generazioni euro-mediterranee ed euro-atlantiche presenti e future.
La battaglia meritoria che sta conducendo in proposito, in Italia, l’associazione Biblia è degna di ogni sostegno. Per raggiungere tale obiettivo occorrerebbe, però, al di là delle possibili diversificazioni tra letture « laiche » e « credenti » della Bibbia, un impegno comune di singoli e istituzioni, una vera e propria « alleanza », più globale di quanto realizzato sinora, tra tutti coloro che hanno a cuore, anche attraverso la proposta scolastica della lettura biblica, la formazione culturale seria e intensa di bambini e ragazzi del nostro Paese.
Analogo discorso vale per l’ambito universitario non ecclesiastico. Il fatto che le cattedre relative allo studio dell’Antico e del Nuovo Testamento siano numericamente assai esigue in tante istituzioni accademiche è un altro segno indiscutibile di disinteresse culturalmente davvero inqualificabile, in particolare nella società multiculturale odierna.
Enorme è il contributo etico ed estetico che le Scritture ebraiche e cristiane hanno dato nei secoli passati e possono dare all’esistenza contemporanea e a una salvaguardia dell’umanesimo più dinamico e intelligente. Ovviamente se questi terreni non sono adeguatamente investigati sotto il profilo scientifico e seriamente presentati a livello divulgativo, tale apporto risulta difficilmente fruibile, soprattutto in un’epoca come la nostra, ricchissima di opportunità e stimoli culturali, ma anche di settarismi e integralismi di ogni genere e di una superficialità etica ed estetica preoccupante.
Il rapporto dell’individuo con se stesso, quello tra l’uomo e la donna, la relazione degli esseri umani con la natura, il valore del lavoro e dei beni materiali nella vita umana: questi sono quattro ambiti fondamentali dell’esistenza dell’umanità e del mondo nei quali e sui quali i testi biblici hanno molto da proporre nell’interesse della ricerca della felicità di tutti con tutti per tutti.
Chi oggi può legittimamente sostenere il contrario, sapendo realmente quello che dice?
Le donne e gli uomini che popolano il nostro pianeta, segnatamente coloro che sono di identità culturale euro-mediterranea, hanno di fronte a sé una formidabile opportunità: leggere la Bibbia in modo serio e libero. Ciò può avvenire oggi, passo dopo passo, al di fuori di moralismi e devozionismi di corto respiro, senza chiedere sconti alla pazienza di percorrere capitoli, frasi e parole, nel tentativo di capire quello che il testo dice « nel suo contesto originario » e, successivamente, « alla vita odierna » di lettrici e lettori. Per fare tutto questo la paura, l’accademismo fine a se stesso e l’improvvisazione sono del tutto controproducenti.
La Bibbia, complessivamente intesa, propone un’idea di essere umano in cui intelletto e cuore, razionalità ed emotività sono ambiti tra loro integrati e unificati al servizio della solidarietà interumana concreta e quotidiana verso i propri simili. Per comprendere la perennità o meno di questo ideale di vita occorre un confronto continuo tra i testi biblici e le istanze della cultura del nostro tempo, in una logica di dialogo tra ispirazioni diverse che abbiano i diritti e i doveri personali e sociali delle persone al centro della loro attenzione.
Come si vede, si tratta sempre di un discorso formativo al servizio dell’essere umano nella sua integralità e delle sue possibilità di essere felice e sensato anzitutto nella dimensione terrena della sua vita, senza ripiegamenti egocentrici.
La lettura tenace, appassionata e rigorosa della Bibbia è una strada importante in questa direzione. Essa è da percorrere in chiave ecumenica, secondo una prospettiva che valorizzi armonicamente le diversità secondo un effettivo senso di responsabilità, per la Chiesa, a cominciare dalla confessione cristiano-cattolica, e per la società civile italiana di oggi e di domani.

Ernesto Borghi

Publié dans:BIBLICA (sugli studi di) |on 7 novembre, 2012 |Pas de commentaires »

L’amicizia nella Bibbia

http://www.mabible.net/reflexions-sur-la-foi/amitie-dans-la-bible

L’amicizia nella Bibbia

Fra i temi più belli che scorrono nelle pagine della Bibbia sicuramente c’è quello dell’amicizia.
Ogni libro sapienziale non manca mai di rivolgersi a questo grande tema. Perchè si può anche nostro malgrado vivere una vita senza necessariamente trovare la nostra anima gemella, incontro che non dipende certamente da noi, ma a tutti è concesso vivere arrichendo i nostro giorni con l’insostituibile balsamo di un sorriso di un amico.
Vivere l’amore vero, quello tra un uomo e una donnna, per quando se ne dica, non dipende mai completamente da noi. L’eventualità che si venga ricambiati da un sentimento d’amore si verifica spesso di rado, e questo mancato incontro è causa di immensa sofferenza. Ma nessuno potrà mai dirsi non ricambiato da un sentimento di amicizia se questo è vissuto in maniera sincera. Nessuno al mondo potrà mai dirsi non amico, e nessuno potrà dire chi eleggerà suo amico.
Ho deciso di citare alcuni passi molto belli:

« Non lasciare il vecchio amico,
perchè quello nuovo non è uguale a lui.
L’amico nuovo è come il vino nuovo:
lo bevi con piacere quando è invecchiato ».
Siracide (9;10,11)

« L’olio e il profumo raggrelano il cuore
e la dolcezza di un amico
consola l’anima »
Proverbi (27;9,10)

« Leali sono le ferite di un amico,
ingannevoli i baci di un nemico »
Proverbi (27;6,7)

« L’amico fedele è solido rifugio:
chi lo trova, trova un tesoro.
L’amico fedele non ha prezzo,
non c’è misura per il suo valore.
L’amico fedele è medicina che dà vita,
lo troveranno quanti temono il Signore.
Chi teme il Signore è cauto
nelle sue amicizie:
come è lui, tali saranno i suoi amici »
Siracide (6; 14,18)

« Prima di farti un amico mettilo
alla prova,
non confidarti subito con lui.
C’è chi è amico quando gli conviene,
ma non resiste nel giorno
della tua disgrazia.
C’è l’amico compagno dei banchetti,
che si dilegua nel giorno della tua disgrazia »
Siracide (6; 7,10)

Publié dans:BIBLICA (sugli studi di) |on 1 août, 2012 |Pas de commentaires »

L’Antico Testamento che ci manca

http://www.vinonuovo.it/index.php?l=it&art=355

(lo posto per oggi, allora non ci avevo pensato purtroppo)

L’Antico Testamento che ci manca

di Giorgio Bernardelli | 14 marzo 2011

Di fronte alle immagini del Giappone devastato ripetiamo la parola Apocalisse. Ma non abbiamo più lo sguardo dei Salmi sulle catastrofi naturali

«… e lo Spirito di Dio aleggiava sulle acque». Quando rileggo la prima pagina delle Genesi di solito è la parte su cui scivolo via più facilmente. L’ho sempre considerata un retaggio di un vecchio tipo di descrizione scientifica del mondo. Ma ora che guardo alla televisione le immagini che da due giorni ormai ci arrivano dal Giappone sono proprio queste parole le prime che mi vengono alla mente. Insieme alle altre del libro di Qoelet: «Vanità delle vanità: tutto è vanità». O alla constatazione estremamente cruda del salmo 61: «Sono un soffio i figli di Adamo, una menzogna tutti gli uomini: tutti insieme, posti sulla bilancia, sono più lievi di un soffio».

Da che mondo è mondo le catastrofi naturali hanno sempre fatto affiorare nel cuore dell’uomo le grandi domande. E quindi non mi sento particolarmente originale scrivendo queste cose, né ho la pretesa di addentrarmi in un dibattito teologico sul senso dell’ora terribile che il Giappone sta vivendo. Mi colpisce, però, un aspetto: questo terremoto di inizio Quaresima sembrerebbe fatto apposta per scuotere tante nostre certezze. Perché il Giappone è il Paese antisismico per eccellenza; per cui stavolta non c’è neanche uno straccio di polemica a cui aggrapparci sugli allarmi che non hanno funzionato (come nello tsunami in Sri Lanka) o sulla «casa dello studente» costruita male (come nel nostro terremoto all’Aquila). Certo, adesso stiamo un po’ provando a deviare il discorso sulla questione delle centrali nucleari. Ma ugualmente non si scappa: stavolta è proprio con il tema della nostra umana finitezza che questa catastrofe naturale ci chiede di fare i conti. Ed è un tema che ci mette profondamente a disagio.
Tutti noi in queste ore ricorriamo fondamentalmente a due surrogati. Da una parte l’overdose informativa, scandita dalle immagini ad effetto (ho appena sentito il Tg1 dire che a chi vuole le manderanno anche sulla posta elettronica). E dall’altra la solidarietà, ovviamente preziosa per dare una mano a chi ha perso tutto. Ma queste due risposte bastano davvero? E – da sole – non rischiano di diventare un modo per riportare tutto molto in fretta alla normalità di uno schema che siamo in grado di controllare?
Sono domande aperte. A cui io so dare solo uno sprazzo di mia risposta personale. E torno, dunque, all’immagine da cui sono partito: se penso a come leggere un fatto del genere alla luce della Parola di Dio i brani che mi vengono in mente sono tutti tratti dall’Antico Testamento. Perché in questi casi ci riempiamo tutti la bocca con la parola Apocalisse (senza peraltro ricordarci che vuole dire « rivelazione » – e quindi verrebbe comunque da chiedere: di che cosa?). Ma nella Scrittura sono altri i libri in cui si parla del rapporto del cristiano con le catastrofi naturali. Ad esempio i Salmi sono pieni di immagini forti in questo senso: carestie, terremoti, uragani… Perché? Possibile che capitassero sempre tutte a loro? E allora mi viene da pensare che ciò che abbiamo perso è la capacità di far diventare sapienza condivisa questa consapevolezza del nostro limite. La cura di non fare scorrere via questi shock emotivi, ma farli diventare una preghiera di tutti. Perché – invece – oggi abbiamo confinato questo tipo di esperienze al formulario della Messa «in tempo di terremoto», che andiamo a rispolverare giusto in queste occasioni?
È una domanda che ho l’impressione porti lontano e sento le mie gambe non sufficientemente forti per affrontare una strada del genere. Di una cosa, però, sono certo: noi cristiani dovremmo guardare con un po’ meno sufficienza l’Antico Testamento. E ricominciare a prenderlo in mano sul serio. Un bel proposito da inizio Quaresima…

I NOMI DI DIO NELLA BIBBIA

http://www.atma-o-jibon.org/italiano2/i_nomi_di_dio_nella_bibbia.htm

I NOMI DI DIO NELLA BIBBIA

Il mio desiderio è di scoprire insieme a voi i diversi nomi con i quali Dio si rivela nelle Scritture. Il suo nome non ci fornisce delle informazioni concernente la sua identità, ma una rivelazione alla sua persona!
Durante la lode e l’adorazione a volte pronunciamo i diversi nomi attribuiti a Dio « El-Shaddaï, El-Olam,.. » ma non sappiamo cosa vogliono significare. Il nostro scopo è quello di poter approfondire questi termini partendo dal nome originale in Ebraico.
Qui di seguito una lista dei nomi trattati:
Dio – Elohim 
Dio onnipotente – El-Shaddaï Il Signore e Maestro – Adonaï
L’Altissimo – El-Elyon Dio Padre – Abba 
Il Dio che vede – El-Roï Il nome: YHVH 
Il Dio d’Israele – El-Elohé-Israël Io sono – Ehyeh 
Il Dio geloso – El-Kanna L’Eterno è uno – YHVH Ehad 
Il Dio vivente – El-Haï Dio mio rifugio – YHVH Misgav 
Il Dio eterno – El-Olam L’Amen – Amen
Dio – Elohim

Se consideriamo la creazione del mondo, possiamo concludere che l’Eterno ha fatto quello che l’uomo ancora oggi è incapace di fare. Dio ha creato qualcosa a partire da « niente »!
E’ con il nome di Elohim che Dio si rivela per la prima volta nella Bibbia. Nel primo capitolo della Genesi lo ritroviamo per ben 32 volte nel ruolo del Creatore.
La radice del nome Elohim arriva dalla parola « el », che significa forte o onnipotente ed è utilizzato 250 volte nella Bibbia per nominare Dio.
Un altro aspetto importante del termine Elohim è la sua forma al plurale, che indica la presenza e l’azione della Trinità già dalla prima pagina della Bibbia. Dio dice in Genesi 1:26 « Facciamo l’uomo a nostra immagine e a nostra somiglianza… » Questo punto lo ritroviamo ancora in Genesi 1:2, quando ci viene descritto che lo Spirito di Dio aleggiava sulla superficie delle acque, e in Colossesi 1:16 che proclama che in Gesù tutto è stato creato. Il Figlio e lo Spirito Santo erano con il Padre già dal principio e assistevano durante la creazione di ogni cosa.
La potenza e la diversità di Dio nella creazione sono sorprendenti. Se prendiamo per esempio tutta l’umanità: siamo circa in 6 miliardi che popoliamo la terra, eppure ognuno di noi è unico! Così anche ogni persona è unica per Elohim (Padre, Figlio e Spirito Santo). Nel Salmo 139:13 leggiamo « Si, tu hai formato le mie interiora, tu mi hai intessuto nel grembo di mia madre. » Questo passaggio ci dimostra che Elohim ci conosce personalmente e che per ciascuno di noi ha un piano ben stabilito. Ognuno di noi porta l’impronta digitale della mano di Dio!
Dio onnipotente – El-shaddaï

El-Shaddaï lo ritroviamo spesso nei nostri cantici. « El » rappresenta il Dio della potenza e della forza illimitata. E’ il Dio incomparabile e inesauribile, come lo descrive il profeta Isaia 40: non ha solo creato questo vasto universo, ma sostiene e fortifica tutta la sua creazione.
Questo stesso nome è stato utilizzato da Dio quando ha promesso ad Abrahamo, all’età di 99 anni, che lui e sua moglie, avrebbero avuto un figlio. Di una maniera miracolosa, Dio ha oltrepassato le leggi della natura e la sua promessa fu compiuta.
Alcuni commentari biblici sostengono che la radice della parola Shaddaï si collega a « Shad », tradotto da seno, descrivendo così Dio come Colui che nutre e soddisfa. Quando mettiamo insieme El e Shaddaï, diventa così: Colui che è potente per nutrire, soddisfare e provvedere… il Dio che riversa di abbondanti benedizioni e che è una fonte inesauribile di pienezza e di fertilità.
E’ interessante di notare che in questo nome, gli attributi divini di potenza e di tenerezza sono riuniti. Traduce l’immagine di un padre e di una madre, esercitando l’autorità e allo stesso tempo tenerezza in un equilibrio perfetto.
Nelle nostre riunioni parliamo spesso di Dio come padre, ma in Isaia troviamo un passaggio dove viene raffigurato un Dio come madre: (Isaia 66:12-13)
Poiché così parla il SIGNORE: « Ecco, io dirigerò la pace verso di lei come un fiume, la ricchezza delle nazioni come un torrente che straripa, e voi sarete allattati, sarete portati in braccio, accarezzati sulle ginocchia. Come un uomo consolato da sua madre così io consolerò voi. »
El-Shaddaï possiamo riassumerlo in queste quattro parole: NUTRE, SAZIA, PIENO DI AUTORITÀ E DI BONTÀ.
l’Altissimo – El-Elyon

L’espressione l’Altissimo lo troviamo per la prima volta in Genesi 14:19. In questo passaggio Abramo incontra Melchisedek, il quale ci è presentato come sacrificatore del Dio « altissimo ». Melchisedek ha benedetto Abramo invocando precisamente questo nome:
« Egli (Melchisedek)  benedisse Abramo, dicendo: «Benedetto sia Abramo dal Dio altissimo, padrone dei cieli e della terra! »
Più in là, anche Zaccaria profetizza in merito alla nascita di Giovanni Battista, suo figlio, e sotto l’ispirazione dello Spirito Santo, dice che sarà il profeta dell’Altissimo (Luca 1:76).
Durante l’annuncio a Maria, il figlio che dovrà portare in grembo è presentato come il Figlio dell’Altissimo (Luca 1:32).
Il nome di El-Elyon che noi traduciamo correntemente come l’Altissimo, in ebraico voleva dire « Il più alto ». Il Dio che si rivela nella Bibbia è situato al più alto. Dio e il diavolo sono spesso presentati come delle forze antagoniste, pertanto il nemico delle nostre anime non è che una creatura celeste. E in nessun caso lui è allo stesso livello che l’Eterno (Isaia 40:13-14).
A volte la nozione di « Altissimo » ci fa sembrare che siamo così distanti, così separati dall’Eterno. Visto che si trova così in alto come possono le nostre preghiere arrivare fino a lui, come può ascoltarci? Eppure il Dio Altissimo si rivela ai più umili, ai più semplici e ai più piccoli.
Un altro esempio del carattere del Dio Altissimo si trova nel Salmo 91:1-4:
« Chi abita al riparo dell’Altissimo riposa all’ombra dell’Onnipotente.
Io dico al SIGNORE: «Tu sei il mio rifugio e la mia fortezza, il mio
Dio, in cui confido!» Certo egli ti libererà dal laccio del cacciatore
e dalla peste micidiale. Egli ti coprirà con le sue penne e sotto le
sue ali troverai rifugio. La sua fedeltà ti sarà scudo e corazza. »
E’ al riparo delle ali di colui che è posto al più alto nei cieli e che in qualche modo visiona tutto che noi possiamo trovare rifugio. Prima di tutto è la sicurezza che l’Eterno ci propone.
Le nostre lodi devono essere esclusivamente rivolte a Dio l’Altissimo.
Il Dio che vede – El-roï

Nella Genesi, al capitolo 16, troviamo una storia di una persona abusata, sola nella miseria. La sua situazione era triste, complicata, come lo sono tante altre persone al giorno d’oggi. Agar, la giovane serva di Sarai, moglie di Abramo, scappava lontano dalla crudeltà della sua padrona. Tutto questo era arrivato perché Abramo et Sarai avevano disobbedito a Dio, cercando di avere il figlio promesso sostituendo Agar alla sua padrona. La situazione si è aggravata quando, scoprendo di essere incinta, Agar guardò Sarai con disprezzo et così si è attirata su di lei dei trattamenti duri.
Nonostante ciò, l’Eterno vide tutto quello che stava accadendo e manifestò la sua compassione verso Agar e il bambino che stava crescendo in lei. Nel suo amore inviò un angelo per prendersi cura di le nel deserto dov’era fuggita. L’angelo ha ordinato Agar di ritornare da Sarai e di servirla. Ha continuato dicendo che Dio era cosciente delle sue sofferenze, ma le ha promesso che attraverso di suo figlio, Ismaele, avrà una discendenza numerosa. A questo punto Agar ha reso lode a Dio che si era preso cura di lei. « Tu sei El-Roi », perché disse, « Ho veramente io veduto colui che mi vede? » (Genesi 16:13)
L’Eterno non si è limitato di vedere quello che stava accadendo, ma aveva anche inviato un servitore celeste per consigliare colei che era nella sofferenza.
Dobbiamo anche noi ricordarci di lodare e di onorare l’Eterno che vede i nostri combattimenti quotidiani. Anche quando ci troviamo nel deserto, possiamo avere la certezza che non ci dimenticherà mai, né ci lascerà senza un avvenire. Se rimaniamo fedeli a Lui, allora Lui ci benedirà grandemente. Perché se Dio si è preso cura di una serva, la quale non apparteneva neanche a una tribù del   popolo eletto, e di suo figlio che non era il figlio della promessa, non pensate che farà molto di più per noi?
Il Dio d’Israele – El-Elohé-israël

Normalmente quando amiamo un popolo o una nazione cerchiamo di imparare la loro lingua. Per quel che concerne il popolo d’Israele, popolo scelto da Dio, sappiamo che la loro lingua, l’ebraico, rappresenta una ricchezza incredibile. Lui, il Dio tre volte santo (Isaia 6:3) e dei sette spiriti che si tengono davanti al trono (Apocalisse 1:4), ha dunque dato nascita a una lingua di cui la radice delle parole è di tre lettere e la grammatica contiene sette forme verbali.
L’Eterno ha volontariamente legato il suo nome con un popolo, con la sua lingua ma ugualmente con la sua terra.
L’Eterno è apparso ad Abrahamo quando arrivò nella terra promessa (Genesi 12:6-9). La stessa cosa fu per Giacobbe durante i suoi pellegrinaggi: L’Eterno si rivelò a lui quando era sulla stessa terra; Giacobbe ha chiamato uno di questi luoghi El-Elohé-Israël, che vuol dire: Dio è il Dio d’Israele (Genesi 33:20). Durante l’uscita dall’Egitto, avvenimento storico fondatore del popolo d’Israele, l’Eterno si rivelò a Mosé sul monte Sinai, mentre il popolo era in cammino verso la terra promessa. Il popolo d’Israele rivenne ugualmente da Babilonia dove era in cattività, affinché possa nascere il Messia.
Ugualmente sulla terra d’Israele, sul monte degli Ulivi in faccia a Gerusalemme, che Gesù poserà i suoi piedi durante il suo glorioso ritorno. Ed infine affinché il suo santo nome sia riconosciuto, l’Eterno ricondurrà il popolo d’Israele sulla stessa terra (Ezechiele 36:22-30).
2 Samuele 7:26: « L’Eterno degli eserciti è il Dio d’Israele »
Il Dio geloso – El-kanna

« Non ti prostrerai ad altro dio, poiché l’Eterno, il cui nome è « il Geloso », è un Dio geloso » (Esodo 34:14)
Come un marito si attende di avere la priorità nell’affezione e l’attenzione di sua moglie, anche Dio spera di noi una fedeltà totale, perché è lui che ci ha creati e chiamati a Lui.
In ebraico, la parola « geloso », kanna, è legato ad una parola che significa essere zelante. Lo zelo è definito come una passione seria o ardente per qualcosa o per qualcuno. E’ questo zelo divorante che spinse Gesù a cacciare i mercanti fuori dal tempio di suo Padre, un tempio in cui avevano fatto un luogo di mercato. Questo tipo di gelosia appare quando un amore o una preoccupazione reale per qualcuno è messo in gioco. Sapendo che i motivi di Dio non sono egocentrici, possiamo essere sicuri che lui desidera per noi il meglio quando ci comanda di non servire o adorare un essere o un oggetto qualunque che noi consideriamo come un dio. Agire così avrà solo degli effetti negativi, disastrosi per la nostra vita. Solo l’Eterno può mantenere tutte le promesse e lui solo è degno di ricevere tutto il nostro amore.
L’Eterno ci dice: « … perché io sono Dio e non c’è alcun altro; sono Dio e nessuno è simile a me. » (Isaia 46:9)
La gelosia può arrivare quando l’ingaggiamento in una relazione è rotto. Dobbiamo capire che il grande amore del Signore per noi, il suo amore geloso, è basato sulla nostra relazione personale con lui, relazione nella quale ci promette di restare sempre fedele con noi.
Il Dio vivente – El-HAï

Cos’è la vita? Probabilmente è più facile di spiegare le manifestazioni della vita (es. respirare) che di dare un significato alla vita in sé. In Genesi 2:7 leggiamo che Dio soffiò la vita nelle creature che aveva formato e queste sono diventate degli essere viventi.
La vita è un dono di Dio, una trasmissione della sua propria esistenza. Lui è il Dio vivente, El-Haï. Non dobbiamo pensare a un Dio statico ed immobile, ma di una persona piena di vita, che parla, ride, ascolta, ama e si mette in collera.
Non possiamo programmare Dio, né manipolarlo per farlo agire in nostro favore. Prende da sé le proprie decisioni ed interviene nelle circostanze come lui desidera, sempre fedele alla sua giustizia. E’ vero che Dio è molto attivo, ma a volte vuole semplicemente essere in comunione con noi, per comunicarci la vita con la sua presenza tangibile.
Un altro aspetto della vita che possiamo prendere in considerazione e quello della riproduzione. La vita dà la vita. L’espressione la più straordinaria della vita data all’uomo è un bambino appena nato. Ogni bambino è unico e pertanto riflette l’immagine dei suoi genitori.
Dio vuole riprodurre la sua vita in noi e a traverso di noi. Le nostra capacità naturali e le nostre occupazioni quotidiane devono essere delle dimostrazioni della vita di Dio.
COME IL PADRE VIVENTE MI HA MANDATO
ED IO VIVO A MOTIVO DEL PADRE,
COSÌ CHI SI CIBA DI ME VIVRÀ ANCH’EGLI A MOTIVO DI ME. (Giovanni 6:57)
Il Dio eterno – El-olam

E’ difficile per noi di pensare a qualcuno che è sempre presente, che lo è sempre stato e che lo sarà sempre. Ad esempio un grande calciatore non lo potrà essere per sempre, arriverà il momento che non avrà più le forze o la capacità attuale. Niente di quello che è umanamente creato o compiuto potrà durare in eterno.
Dio, per contro, non è stato creato. In Isaia 43:12-13 troviamo scritto: « …. io sono Dio. Prima dell’inizio del tempo io sono sempre lo stesso… ». Lui è, semplicemente! Uno dei nomi di Dio, El-Olam, significa: eterno, o che dura per sempre. La parola « olam » è vicina alla radice del verbo « néelam » che vuol dire scomparire, e per noi evoca un oggetto che scompare nel vuoto. Tutto questo non possiamo concepirlo veramente, siamo superati da questa concezione di eternità.
Quando un qualcosa si allontana, arriva un momento dove questo scompare completamente. Esiste sempre solo che a noi è nascosta.
La presenza di Dio attraverso la sua creazione è stata, è, e sarà sempre. Anche se tutto questo può essere astratto e superare la nostra intelligenza umana, abbiamo la promessa che un giorno lo conosceremo pienamente (1 Cor. 13:12).
La lezione che possiamo trarne da tutto questo è che dobbiamo essere certi che Colui che ci ama sarà sempre con noi, anche nei momenti difficili e di sofferenza! La promessa di Dio è che non ci lascerà e non ci abbandonerà mai (Ebrei 13:5). Solo Colui che è eterno può fare delle tali promesse a ogni generazione dell’umanità.
Signore e maestro – Adonaï

 La parola Signore é forse una delle più utilizzate nel nostro linguaggio cristiano, però tutto ciò porta a non capirne più il significato iniziale.
Se vogliamo che la nostra vita cambi radicalmente dobbiamo lasciare che Gesù diventi il nostro Signore ed il nostro Maestro, abbandonarci completamente alla Sua volontà e lasciare che sia lui a dirigere le nostre vite.
Possiamo difficilmente avvicinarci al Signore dell’universo senza riconoscere la sua grandezza, la sua potenza ed il suo amore.
Se Gesù Cristo è realmente il Signore, la testa della sua Chiesta, conosceremo una crescita e una maturità che lui solo può dare ai differenti membri del suo Corpo.
Perché Adonaï ha innalzato Gesù e l’ha fatto sedere alla destra di lui dandogli tutta l’autorità, noi proclamiamo Gesù Cristo è Signor! (Ap. 4:11)
Chiediamo al nostro Maestro una nuova rivelazione di tutto questo, affinché che i nostri cuori e la nostra intelligenza siano trasformati.
Dio padre – Abba

Noi abbiamo un Padre nei cieli! Lui è eterno, celeste, santo, giusto. Il nostro padre così perfetto ci ha desiderato e sta gioendo della nostra esistenza!
Troppo spesso crediamo di conoscere Dio come un Padre solo perché ci ha benedetti, perché abbiamo letto la Sua Parola; ma in definitiva noi conosciamo così poco il suo cuore e la sua natura. L’immagine che abbiamo di Dio riflette molto spesso dalla relazione che abbimo avuto con i nostri genitori, e tutto ciò ci porta ad avere una falsa immagine di Dio nostro Padre.
A volte la nostra conoscenza del Padre è solamente teorica, ma tutto ciò può durare solo fino a quando il suo amore ci circonda! E’ Gesù che vuole farci conoscere il Padre per avere una relazione più intima con Lui.
Attraverso della Parola, Gesù rivela la natura della relazione con il Suo Padre. Nella sua umanità, Gesù ebbe il bisogno di vedere il Padre, di ascoltarlo, di parlargli, di essere circondato dal suo amore. Il Padre era costantemente con lui (Gv. 8:16,29). Gesù ha potuto dire « non sono solo » (Gv. 16:32). Se Gesù ne ha avuto bisogno, a forte ragione noi dobbiamo desiderare una relazione più profonda con il nostro Padre Celeste.
E’ la chiave della vera adorazione, in quanto è il Padre stesso che cerca gli adoratori. Si aspetta da noi una profonda relazione in spirito e verità con ognuno dei suoi figliuoli. Se noi non lo conosciamo, non ci sarà neppure una vera adorazione, in quanto possiamo adorare solo ciò che conosciamo (Gv. 4:22-24)
Ma la grande notizia per te oggi è questa: il Figlio è venuto per farlo conoscere! (Gv. 17:26)
Il nome – YHVH

YHVH (Lui è) è il nome ebraico il più utilizzato nell’Antico Testamento per Dio, ed é considerato come il nome di Dio il più sacro di tutti. In italiano, nella maggior parte delle Bibbie, la traduzione di YHVH è Eterno, Signore o Yahvé.
Secondo la storia del popolo giudeo,  questo nome era talmente sacro che le persone non osavano neanche dirlo ad alta voce. Queste quattro lettere si chiamato tetragramma ed alcuni lo esprimono come Jéhovah o Yahvé. Nonostante ciò il popolo giudeo non pronunciano più questo nome da almeno 2’000 anni, ma lo leggono: « ADONAÏ ».
Come vedremo le volte successive troveremo il nome ADONAÏ sotto forma di nome composto (ADONAÏ Yireh, ADONAÏ Tsidkenou,…) i quali si riferiscono sempre al nome YHVH.
Io sono – EHYEH

« Io sono » è la risposta che Dio diede a Mosé quando quest’ultimo resistette all’appello che gli era stato confidato: liberare i figli d’Israele schiavi in Egitto. Mosé dubitava delle proprie capacità e domandò a Dio in virtù di quale autorità doveva agire. Dio gli rispose rivelando l’autorità del suo Essere: « … Io sono colui che sono. E aggiunse: è in questo modo che tu risponderai agli Israeliti: Colui che si chiama « IO SONO » mi ha mandato verso di voi (Esodo 3:14). Assicurò Mosé che non era importante quello che lui era oppure no, ma l’essenziale era che l’eterno IO SONO era con lui. Non cesserà mai di essere Colui che è.
Ehyeh, Io Sono, è la prima persona del verbo « haya » che vuole dire: essere. Il tetragramma YHVH riprende la terza persona di questo stesso verbo. « Haya » assomiglia a « chayah » che vuol dire: vivere. Perché lui è, Dio ha la vita in lui stesso. Dio esiste in maniera totalmente autonoma; la sua vita dipende da niente né da nessuno. E’ un essere indipendente, intero nella sua perfezione.
Il nome YHVH (ADONAÏ) appare per la prima volta in Genesi 2, quando Dio entra in relazione con Adamo ed Eva, fino a questo punto era chiamato con il nome di Elohim, il Dio della creazione. Ma dopo aver modellato l’essere umano dotato di ragione nel comprendere ed apprezzare qui lui è, il nome IO SONO (Ehyeh) o LUI E’ (YHVH) è utilizzato. Tutto ciò accentua il fatto che Dio vuole rivelarsi personalmente alla sua creazione.
Ci vorranno dei secoli per capire tutto il significato di questo nome. Esodo 6:2-3 ci mostra che Abrahamo, Isacco e Giacobbe stessi, i discendenti d’Israele, conoscevano Dio solo come El-Shaddaï, il Dio onnipotente e dell’abbondanza. Non si era ancora rivelato come il grande IO SONO. Ma con Mosé, Dio comincia a svelarsi come un essere personale che desidera la relazione.
E’ molto importante di sapere che se vogliamo trovare la nostra vera identità dobbiamo capire che la nostra esistenza non è basata sul fare, ma sull’ESSERE. Dio ci ama così come siamo, agli occhi di Dio siamo preziosi senza di essere obbligati a fare cose eccezionali.
L’Eterno, IO SONO, in questo momento ti invita ad avere una relazione sincera con lui; quello che ti chiede è di mettere l’IO SONO al centro della tua vita.
L’Eterno è uno – YHVH Ehad

Una chiave per la preghiera efficace è l’UNITA’. E’ ciò che leggiamo in Matteo 18:19 « In verità in verità vi dico che se due di voi si accordano sulla terra per domandare qualunque cosa, questa sarà loro concessa dal Padre mi che è nei cieli. »
Mentre inauguravano il tempio, la casa fu riempita da una nuvola nel momento preciso in cui quelli che suonavano la tromba e quelli che cantavano si univano in un solo accordo per lodare e celebrare l’Eterno (2 Cronache 5:11-14). E’ esattamente quello che succede nel giorno della Pentecoste, frutto di un comune ingaggiamento nella preghiera perseverante (Atti 1:14).
La preghiera di Gesù riprende le stesse parole: « …affinché siano tutti uno, come tu, o Padre, sei in me e io in te; siano anch’essi uno in noi, … » (Giovanni 17:21). Durante questa preghiera Gesù impiega uno dei nomi portati per il Padre, il Figlio e lo Spirito Santo: ADONAÏ Ehad.
Questo nome annunciato già da Mosé est contenuto nella confessione quotidiana dei nostri fratelli giudei:
« Ascolta, Israele: l’Eterno, il nostro Dio, l’Eterno è uno »(Deut. 6:4)
Zaccaria (14:9) profetizzerà che il giorno arriverà dove questa caratteristica sarà ancora più fragrante: « in quel giorno ci sarà soltanto l’Eterno (Ehad) e soltanto il suo nome unico (Ehad) »
E’ incoraggiante notare che lo stesso appello di ADONAÏ Ehad deve essere anche manifestato nelle coppie, quando un uomo ed una donna s’ingaggiano a diventare una sola carne. Già dall’inizio del nostro matrimonio, ci siamo subito accorti, che se vogliamo vivere come coppia, dovevamo essere UNO: non due persone che vivono a fianco a fianco, ma diventando uno nella complementarietà voluta da Dio. L’unità in una coppia non viene tutta sola, ma la si costruisce.
Nel momento in cui ci raduniamo insieme per pregare, accordiamoci su quello che vogliamo domandare al Padre e in seguito avremo la certezza che Gesù risponderà!
Dio mio rifugio – YHVH misgav

« Ma io celebrerò la tua potenza e al mattino loderò ad alta voce la tua benignità, perché tu sei stato per me una fortezza e un rifugio nel giorno dell’avversità. » Salmo 59:16
Penso che ciascuno abbia esperimentato dei momenti dove non sapevamo più a chi rivolgerci o ci sentivamo insicuri; e a quel punto magari correvamo a destra e a sinistra in cerca di un rifugio, di una protezione. In questo salmo il Re Davide ci ricorda che Colui verso chi correremo ci procurerà una più grande sicurezza. E Davide era uno che aveva esperimentato il rifugio di Dio, in quanto ha dovuto far fronte a violenza, tristezza e oppressione.
In diverse parti della Bibbia, Dio è chiamato rifugio o fortezza. In ebraico questi termini sono definiti con le parole « scogliera, o luogo elevato e inaccessibile; difesa, muraglia » e anche per « ritiro, liberazione, mezzo d’evasione, fuga ».
Nei momenti difficili della nostra vita possiamo correre nella braccia di nostro Padre Celeste in tutta libertà, dove troviamo un luogo di protezione e di ristoro dove più niente può accaderci. In Lui troviamo sicurezza, pace e riconforto.
« perché tu sei stato una fortezza per il povero, una fortezza per il misero nella sua avversità, un rifugio contro la tempesta, un’ombra contro il caldo, poiché il soffio dei tiranni è come una tempesta contro il muro. » Isaia 25:4)
Lasciamo che sia il Signore la nostra fortezza. Penso che sia buono in questi momenti di lodare e ringraziare Dio per tutte le volte che ci ha protetto e ci ha accolto a braccia aperte. Il vostro Rifugio si trova in voi e tutt’intorno a voi!
L’amen – amen

Quante volte siamo stati esortati a fissare gli occhi su Gesù ed a credere che Lui risponde alle promesse fatte! Lodare, in un certo modo, è di mettere in azione la nostra fede e ringraziare per ciò che non è ancora visibile, ma che ci è stato promesso. Ad esempio Abramo: credette nell’Eterno che lo mise in conto di giustizia (Genesi 15:6).
La radice ebraica del verbo credere, in questo passaggio, è « AMAN » che significa essere saldi, essere solidi. Credere in tutta la Parola, è dunque essere certi su quello che l’Eterno ha detto e non semplicemente di credere nella sua semplice esistenza.
E’ ugualmente con questa radice che noi abbiamo ereditato il nostro AMEN, così spesso utilizzato nei nostri canti e alla fine delle preghiere, per ingaggiarci ad essere convinti della preghiera.
« Aman », è anche la radice di FEDELTA’ attribuita all’Eterno, e di VERITA’ attribuita alla sua Parola e dunque rivelata pienamente dal suo Unto. E’ ancora uno dei nomi dell’Eterno, il Dio Amen che sarà invocato nei tempi futuri.
Apocalisse 3:14 « queste cose dice l’Amen, il Testimone fedele e verace, » L’auspicio è che la nostra attesa del suo ritorno sia ferma, salda, solida nei nostri cuori come lo proclama la Scrittura:
… Amen! Vieni Signore Gesù! Apocalisse 22:20

ebenezer
Dio vi benedica

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