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PROTOISAIA: ACCOSTANDOCI AL PROFETA ISAIA PREMETTO ALCUNE OSSERVAZIONI

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AVVENTO

PROTOISAIA: ACCOSTANDOCI AL PROFETA ISAIA PREMETTO ALCUNE OSSERVAZIONI

anzitutto c’è un elemento di fondo dell’AT per cui tutto l’AT nel suo insieme è il massimo dell’espressione profetica. Esso infatti raccoglie fatti e parole di Dio che si riferiscono al passato, ma che al tempo stesso riguardano il futuro. L’AT è posto in mezzo al cammino tra le promesse di Dio realizzate e da realizzarsi per il popolo ebraico lungo certe tappe della sua storia, poi in Gesù e poi alla fine dei tempi. Compito suo è ricordare le promesse e la loro graduale realizzazione, tenendo desta l’attesa del compimento ultimo. In questo quadro si collocano i singoli profeti, ciascuno col proprio messaggio, tutti però con un compito unico, che è dialogare con qualcuno (Israele, Giuda, i sacerdoti, il re, ecc.) per fargli scoprire la sua particolare situazione di quel momento davanti a Dio. Quando parliamo di Isaia però ci riferiamo a un periodo storico molto complesso e doloroso per il popolo di Dio, di cui ricordiamo alcune tappe fondamentali: nell’anno 970 prima di Cristo (circa) era morto Davide a cui era succeduto il figlio Salomone che muore a sua volta nel 931 circa, dopo un regno estremamente prospero e pacifico. Anche a lui succede il figlio Roboamo; ma sotto di lui le tribù del popolo che risiedono nel Nord (Samaria) si separano da quelle del Sud (Giudea e dintorni di Gerusalemme), fanno uno stato in proprio sotto l’impulso di Geroboamo che si fa ungere loro Re (la vicenda è raccontata in 1 Re 12). Da questo momento gli Ebrei sono divisi in due stati sovrani, ciascuno con una vita propria, e partecipano alla vita politica delle nazioni intorno a sé, finché nel 721 il regno del Nord cade in mano agli Assiri e la popolazione è deportata. Qualche decennio dopo, nel 701 durante il regno di Ezechia, anche il Sud sarà invaso, pur continuando a esistere con alterne vicende fino al 598 quando Gerusalemme è presa e la popolazione deportata a Babilonia. Vediamo ora in sintesi il Profeta più da vicino I 66 capitoli che la Tradizione scritturistica ci ha tramandato come « LIBRO DEL PROFETA ISAIA » raccolgono in realtà, come è ormai noto, l’insegnamento di almeno tre diversi maestri: a)Protoisaia cui si ascrivono i capitoli da 1 al 39, eccettuata qualche sezione; b)Deuteroisaia per i capitoli 40-55; c)Tritoisaia per i capitoli 56-66. Non possiamo dilungarci sul come e perché e da chi queste fatti siano stati raccolti e messi assieme. Ci basti per ora sapere che i tre maestri corrispondono a tre periodi contigui della storia del regno di Giuda. Quando ci riferiamo ad uno di essi in particolare, li distinguiamo in ProtoIs, DeuteroIs, TritoIs. Mentre, quando si intende il libro nel suo complesso, diciamo soltanto Isaia. Consideriamo ora il ProtoIsaia, autore dei capp.1-39. Stando alle sue stesse indicazioni, la sua vocazione risale al 740 prima di Cristo, quando Amos e Osea sono scomparsi e Michea ha appena iniziato la sua attività. Vive e predica nel regno del Sud, mentre quello del Nord è agli sgoccioli e vive una prosperità che ha in sé i sussulti dell’agonia. La sua vocazione avviene nel Tempio (6,1-13) ed egli riceve il mandato di annunciare la rovina di Israele e di Giuda. Seguono infatti anni di guerre e di grandi sofferenze, la più grande delle quali è la guerra fra i due regni (la cosiddetta guerra siro-efraimita in cui il regno del Nord, cioè Efraim, è alleato degli Arami, cioè i Siri) scoppiata qualche anno dopo, che vede l’uno contro l’altro il regno d’Israele alleato degli Aramei e il regno di Giuda alleato dell’Assiria. Questo conflitto accelera il processo di decadenza del regno del Nord, e il Sud si trova quindi responsabile della rovina dei suoi stessi fratelli. Tale politica del regno del Sud è guidata dal re Akaz, cui fa seguito Ezechia che, viceversa, cercherà una politica di intesa con l’Egitto (30,1-5) fino al 701, anno in cui il re assiro Sennacherib invade la Palestina e assedia Gerusalemme. Con questi fatti termina il libro del ProtoIs. E quello che sappiamo di lui direttamente; però possiamo aggiungere ancora qualcosa. Raramente si trova un testo raffinato e smagliante come questo. Esso testimonia, da parte di colui che pronunciò questi oracoli (e in parte li scrisse o fece scrivere egli stesso: 8,16-18 e 30,8) vivacità di cultura, conoscenza profonda della cultura dei popoli vicini e grande creatività poetica. Non sempre perciò è facile capire e apprezzare il ProtoIs. Certo doveva essere un uomo di condizione sociale elevata, capace di stare a corte come una persona di rango, in grado di guidare le vicende politiche e di intervenire nei rapporti internazionali della corte. Tutto questo in una visione della vita e del suo ministero che, più che religiosa, diremmo sacrale ( non scordiamo che il Signore lo chiama nel Tempio e lo purifica col carbone dell’altare). Il Protols. Si occupa della politica perché è un uomo di Dio, l’interprete verace della realtà; colui che, essendo scelto, si lascia guidare e può a sua volta indicare la strada sicura al popolo intero senza compromessi. La struttura del ProtoIs. È molto complessa e varia. Gli annunci del Profeta non sono disposti per argomento né per ordine cronologico se non in maniera molto relativa. Capita a volte che nel bel mezzo di un gruppo di oracoli che si riferiscono agli stessi fatti, ce ne sia uno del DeuteroIs.o simili. Di questo non dobbiamo stupirci, perché il ProtoIs. Come tutti i profeti, avrà certo scritto ben poco di suo pugno. Molto hanno scritto gli allievi o persone che lo hanno amato e seguito, preoccupate più di raccogliere il messaggio che di lasciare un documento secondo la nostra mentalità. Vediamo la struttura del libro nella sua ossatura fondamentale. Ci limitiamo a scendere nel particolare solo là dove sia strettamente necessario per la comprensione del Testo. Quanto ai brani di data dubbia, ne rimandiamo ad altro tempo la discussione. Capp. 1-5 oracoli che precedono la guerra siro-efraimita. In questa sezione si alternano minacce e promesse. Da notare in 5,1-7 il canto della vigna, perché il simbolo della vigna (=popolo di Dio) è tipico dell’AT e sarà ripreso da Gesù in Mt.21,33-44 e Gv.15,1-2. Capp.6-12 oracoli del tempo della guerra siro-efraimita, detti anche « Libro dell’Emmanuele », con il solito alternarsi di promesse e minacce, esortazioni e parole di giudizio. La sezione si apre con la vocazione del profeta in 6,1-13 alla fine della quale troviamo proprio l’annuncio della guerra. Fermiamo però la nostra attenzione su 7,10-25 dove viene preannunziata la vittoria di Giuda col segno dell’Emmanuele, la nascita cioè del principe ereditario del trono di Gerusalemme, che la tradizione ha poi interpretato come oracolo messianico. In 8.1-4 il Profeta ci dà qualche notizia di sé. Vediamo (come ad esempio per Osea) che il Profeta dà a tale notizia un peso tutto speciale per la predicazione, come mostrano i nomi simbolici dei figli, qui e in 7,3. In 8,16-20 abbiamo conferma del fatto che il Profeta avesse degli allievi. Notiamo anche che egli ha una coscienza altissima e ben chiara del suo ruolo e della sua scuola. In 10,5-19 e 24-34 si parla dell’invasione dell’anno 701 e quindi andrebbero letti accanto ai capitoli 36-39. In 11,10-16 i versetti meritano un discorso a parte: parlano di un nuovo esodo, di un ritorno dall’esilio. Dunque sono versetti del DeuteroIs. E descrivono il ritorno dall’esilio di Babilonia. Non è facile dire come si trovino qui. Certo è che appartengono ad un altro tempo e non sono del Profeta. Capp.13-23 oracoli su popoli stranieri (anche qui i capp.13 e 14 sono senz’altro posteriori. Capp.24-27 sezione apocalittica, cioè oracoli che vanno oltre i fatti più o meno vicini nel tempo per contemplare il mistero del giudizio di Dio. Con ogni probabilità questi capp. Sono i più tardi di tutto il libro di Isaia; se cioè volessimo mettere tutti i discorsi di questo libro in ordine cronologico (ammesso che si possa fare e che sia una cosa utile) questi andrebbero messi in fondo. Ci soffermiamo a notare queste cose per renderci consapevoli di quanto sia complesso a volte interpolare il testo e quanta prudenza e dedizione si rendano necessari. 25,6-12 il banchetto messianico degli ultimi tempi; 26,1-6 l’esaltazione di Gerusalemme; l’eco di questi brani si sente in tutto il NT, è bene quindi dedicargli un’attenzione speciale. 27,2-5 controcanto di 5,1-7.

Capp.28-36 oracoli diversi su Israele e Giuda. In particolare 29,1-10 grande carme su Ariel (=Gerusalemme); 30,1-5 contro l’ambasciata in Egitto per stipulare un trattato di alleanza anti-assira; 32,15-20 e 35,1-10 carmi del DeuteroIs. Per il ritorno dall’esilio di Babilonia.

Capp.36-39 appendice storica, la cui narrazione si trova in 2 Re 18-20. Notiamo a questo proposito che non è il Profeta a parlare e a raccontare il fatto, ma c’è qualcuno che lo riferisce indirettamente. Il passo è quindi aggiunto agli oracoli del Profeta per ricordare il suo intervento nella storia del regno nel suo momento più delicato. Come si vede, il messaggio del ProtoIs. È non solo ricco, ma anche complesso, ed espresso in forme per noi oscure. Teniamo presente, come già abbiamo accennato, che il Profeta è un poeta, e un poeta autentico; usa immagini talora fuori della nostra portata e un linguaggio non sempre chiaro neppure per i raffinati conoscitori del Testo originale. Per accostarci di più al Testo, seguiamo alcune indicazioni che esso stesso ci offre, o, per meglio dire, seguiamo alcuni temi familiari al Profeta e attorno ai quali egli, per così dire, unifica il suo messaggio; per esempio: a) raccogliamo tutto ciò che il Profeta dice attorno a Gerusalemme (17,12-14; 10,27b-34; e cap:39) e mettiamolo a confronto con Salmo46, Salmo48, Salmo 76, Mi.7,8-13; che tipo di salvezza prospetta al popolo minacciato e che tipo di atteggiamento gli chiede nei confronti di Dio; che senso ha per il Profeta la parola contemplazione in questo quadro? Si può dire che è salvato colui che davvero contempla? Gerusalemme è chiaramente per il ProtoIs. Un segno di salvezza che viene da Dio: conserviamo questa cosa nel nostro cuore; vedremo in seguito come DeuteroIs. E TritoIs. Considerano la Città Santa. b) E’ centrale nel ProtoIs. L’idea della giustizia. Facciamo un lavoro di pazienza: rincorriamo questa parola nel Testo e vediamone il significato. Si tratta solo di una virtù morale? O è invece la vera e unica risposta dell’uomo a Dio? Esercitare la giustizia che cosa coinvolge e perché? Come punto di partenza per questa indagine prendiamo Is:1-2. Già qui è delineato chiaramente che tipo di rapporto il Signore avesse instaurato con gli uomini e come essi abbiano risposto e che cosa Egli ora si aspetti, quando il suo Profeta parla di giustizia. c) Direttamente legato a questi due temi di indagine ne propongo un terzo, che pare più connesso al Tempo d’Avvento; parlo cioè dell’Unto del Signore. Anche qui è necessario inseguire le parole che lo riguardano per tutti i 39 capitoli del ProtoIs.: vedremo quasi subito che il Messia è indissolubilmente legato a Gerusalemme e ha poteri particolari e che ha un rapporto speciale con Dio, perché da Dio ha avuto una speciale missione di cui i poteri suddetto sono il segno. Una figura complessa quindi il Principe della pace, e anch’essa da custodire nel cuore per confrontarla con quella che propongono il DeuteroIs. E il TritoIs. Ricordiamo che questa ricerca , forse faticosa in un primo tempo, serve soprattutto a renderci familiari col Testo Biblico, penetrandolo più che si può; ma serve anche per creare fra noi un nuovo stile di rapporto fraterno con lo scambio, cioè con l’interrogarci e con l’istruirci reciprocamente, costruendo sulla base stessa di Cristo, di cui il Libro ci parla, una vera collaborazione tra anima e anima, che ci faccia reciprocamente crescere nella fede. Ricordiamo infine che non si può avere con la Sacra Scrittura un rapporto che non coinvolga la nostra fede. Non si tratta quindi tanto di crescere nella competenza o nella conoscenza del Testo in senso scientifico, quanto di crescere nell’adesione di fede al patto che Dio ha stabilito col suo popolo. Patto che è sempre iniquo, lo sappiamo, perché il popolo che è il secondo contraente, è sempre infedele, e solo Dio ne è il garante fedele.

L’APOSTOLO DELLE GENTI FRA GIUDAISMO E CULTURA ELLENISTICA – LA MATRICE EBRAICA DI PAOLO

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L’APOSTOLO DELLE GENTI FRA GIUDAISMO E CULTURA ELLENISTICA – LA MATRICE EBRAICA DI PAOLO

(Osservatore Romano, 21 maggio 2009)

Il 20 maggio si apre, presso il Pontificio Istituto Biblico a Roma, il simposio internazionale « Paul in his Jewish Matrix » organizzato dal Centro Cardinal Bea per gli studi giudaici della Pontificia Università Gregoriana in collaborazione con l’Università Ebraica di Gerusalemme, con l’Università Cattolica di Lovanio e con la basilica di San Paolo fuori le Mura. Pubblichiamo – nella traduzione di Maria Brutti – alcune parti di una delle due letture pubbliche in programma.

di Ed Parish Sanders Duke University (Durham, North Carolina)

Da tempo si discute su quanto profondamente Paolo fosse influenzato dalla cultura ellenistica o greco-romana. Dal punto di vista storico, gli studiosi del Nuovo Testamento offrono un’ampia gamma di possibilità:  dall’uomo che ellenizzò il cristianesimo al rabbi che modificò e allargò il suo pensiero senza cambiare le caratteristiche della sua visione. Non sono competente per accertare la profondità dell’ellenismo di Paolo, cercherò invece di definire alcuni degli aspetti principali della sua ebraicità, concentrandomi sulle più ampie categorie che sono a noi accessibili, per prima l’istruzione. Nel mondo antico, tutti sapevano che  i  bambini  memorizzano  abbastanza facilmente, e che memorizzare nell’età infantile o giovanile è molto più facile che portare con sé rotoli pesanti  e  girarli  avanti  e  indietro in cerca di un passo. L’istruzione antica era basata sulla lettura ad alta voce, la ripetizione, e spesso la memorizzazione – sia voluta sia casuale – nasceva soltanto dalla ripetizione. I giovani maschi dell’élite del mondo greco-romano imparavano a memoria una grande quantità di poesia greca e i romani anche una notevole quantità di materiale latino. Uno degli scopi dell’istruzione era mettere una persona in grado di tirare fuori la citazione appropriata in tribunale o in senato. Così l’istruzione basata sulla memorizzazione, che a sua volta si esprimeva nella citazione. Paolo stesso scrisse di essere superiore alla maggior parte dei suoi contemporanei nello zelo per le tradizioni dei suoi antenati (Galati, 1, 14). Ritengo che questo significhi che egli era il ragazzo più intelligente nella classe e che imparava di più riguardo agli argomenti che studiava. Quando incontriamo Paolo nelle sue lettere probabilmente aveva circa quaranta o cinquanta anni, e il suo cervello non era così agile come quando ne aveva quindici, ma aveva ancora facilità di ricordare e citare ciò che aveva imparato. Dalle sue citazioni, si può dedurre che Paolo imparò a memoria la Bibbia in greco, almeno ampie parti. Tuttavia nelle lettere giunte fino a noi non cita niente altro se non una sentenza:  « Le cattive compagnie corrompono i buoni costumi » (i Corinzi, 15, 33) che segue immediatamente una citazione da Isaia. Se avesse memorizzato i giusti passi della filosofia greca avrebbe aggiunto una citazione in ii Corinzi (4, 18), dove scrive che ciò che si vede è effimero, ma ciò che non può essere visto è eterno. Anche le opere del suo più anziano contemporaneo, Filone, gli sarebbero venute in aiuto. Allo stesso modo, sarebbe stato facile per uno studioso della filosofia greca usare una citazione a supporto di Filippesi 4, 11:  « Ho imparato a essere auto-sufficiente ». La parola fu riferita a Socrate e usata in varie scuole della filosofia greca, comprese il platonismo e lo stoicismo. Paolo chiaramente non ignorò del tutto il pensiero greco, ma sembra non aver avuto le citazioni appropriate sulle punte delle dita, quindi probabilmente non aveva imparato a memoria molta letteratura greca durante la sua vita di studente, che presumibilmente terminò all’età di quindici o sedici anni. Perciò riguardo all’aspetto fondamentale della matrice ebraica di Paolo, si può ipotizzare che da ragazzo e da giovane studiò la Bibbia greca, imparandola a memoria, tutta o parzialmente. La sua istruzione, se non esclusivamente ebraica, fu comunque fortemente ebraica. Due aspetti dell’uso delle citazioni nell’argomentazione risaltano se considerati alla luce della memorizzazione. In primo luogo Paolo era in grado di lavorare su singole parole. In Galati, 3 cita gli unici passi della Settanta che combinano insieme le radici per i termini « fede » e « giustizia ». Cita anche l’unico  passo della Settanta che combina  le  parole « legge » e « maledizione ». Questo sarebbe facilmente spiegabile se avesse imparato a memoria Genesi, Deuteronomio e Abacuc. Se avesse dovuto davvero trovare ogni singolo uso delle combinazioni di queste parole girando i rotoli, avrebbe impiegato giorni, se non settimane. L’unica spiegazione ragionevole è la memoria. In questo caso particolare non voleva dire in generale che la disobbedienza ai comandamenti procurava una maledizione, ma voleva piuttosto collegare « maledizione » con la parola « legge », e la sua memoria fece emergere il riferimento. Credo che la memoria sia anche responsabile del fatto che molte delle citazioni di Paolo sono combinate insieme. Notiamo infatti che Galati, 3, 8, « tutti i Gentili saranno in Te benedetti », combina Genesi, 12, 3 con 18, 18, mentre Galati, 3, 10 prende in prestito da Deuteronomio, 27, 26 e 28, 58. Una volta che la memoria possiede una parola chiave, produce passi che contengono quella parola, ed è molto più probabile che la conflazione sia il risultato della memoria piuttosto che del girare pagine di un rotolo e prendere deliberatamente una parola da un passo e poche da un altro. Certo il procedimento empirico non è così difficile se si combinano passi a distanza soltanto di pochi capitoli. Ma dove, per esempio, Paolo combina Isaia e Geremia, è molto difficile che il raccordo sia stato ottenuto girando i rotoli con attenzione. Quando propongo a vari colleghi la tesi secondo la quale Paolo aveva imparato a memoria la Bibbia, gli studiosi cristiani considerano l’idea come qualcosa che va da « altamente improbabile » a « totalmente impossibile », mentre quelli ebrei danno per scontato che sia andata così. La lingua di Paolo è impregnata dalle parole della traduzione greca della Scrittura ebraica. Questo va molto al di là delle citazioni formali. Paolo era in grado di scrivere e argomentare senza citare esplicitamente la Scrittura e può darsi che lui predicasse abitualmente ai gentili senza riferirsi in modo manifesto alla Bibbia. In Filemone, i Tessalonicesi, Filippesi e ii Corinzi non c’è una sola esplicita citazione dalla Scrittura ebraica, cioè nessun esempio in cui Paolo scrisse « come sta scritto » o qualcosa di simile. Tuttavia, in tutti questi casi, tranne che in Filemone, la lingua della Bibbia Greca è evidente in numerosi luoghi. Sembra che gli studiosi del Nuovo Testamento pensino che Paolo avesse una grande biblioteca con gli oltre venti rotoli richiesti per contenere la Bibbia, e che possedesse un grande studio con numerosi tavoli sui quali i rotoli potessero essere aperti e confrontati. Questa visione è una versione antica dell’immagine di un professore moderno, ma la realtà è diversa. Per molti anni Paolo trascorse settimane o mesi sulla strada, senza avere asini sufficienti per trasportare un’ampia biblioteca attraverso le Porte della Cilicia o da una parte all’altra della pianura anatolica. Quando era pronto per sedersi a una tavola per lavorare il cuoio o fabbricare tende, non riusciva ad affittare un enorme studio invece di un semplice riparo sulle mura. Le difficoltà finanziarie dell’Apostolo depongono contro tesi di questo genere e fanno pensare che Paolo trasportasse la Bibbia direttamente nel suo cervello. Non dobbiamo però pensare che imparasse a memoria tutto ricordando ogni singola parola di seguito per tutto l’intero testo biblico. Piuttosto, le citazioni di Paolo rivelano ciò che Albert Baumgarten ha chiamato « un’arte di investigazione e di recupero ». Paolo riusciva a trovare nel suo cervello testi che corrispondevano, più o meno bene, alle parole e alle idee di cui aveva bisogno quando ne aveva bisogno. Questo nasce, di solito, da una lettura costante e ripetuta. Se fosse stato in grado di iniziare con il primo libro e recitare a memoria l’intero testo è un problema diverso. Tutto ciò che noi sappiamo riguardo alla sua memoria è che era in grado di fare ciò che le sue citazioni rivelano:  usare a piacimento testi contenenti certe parole quando ne aveva bisogno. Per quello che sappiamo, Paolo conobbe la Bibbia bene anche in ebraico. Possiamo dimostrare solo che egli di solito la citava in forma molto vicina alla Settanta come essa ci è stata tramandata. Ma questo non smentisce la teoria che studiò a Gerusalemme e conobbe la Bibbia in ebraico. Non sono del tutto convinto che Paolo fu istruito solo a Gerusalemme, ma non mi sembra impossibile che parte della sua istruzione sia avvenuta lì. Vorrei ora descrivere molto brevemente  alcuni  degli  aspetti  più  ampi del pensiero di Paolo. Credo che nessuno di essi richieda molta elaborazione né molta prova del massimo della quintessenza dell’ebraicità, ma voglio registrare  il  fatto  che  le  più  importanti categorie del suo pensiero sono ebraiche. Nel senso stretto della parola, la sua teologia fu una forma di monoteismo  modificato.  « Modificato »  significa che oltre il vero o alto Dio si trovò spazio per altri dei, signori e poteri spirituali. Come ha di recente sottolineato Paula Fredriksen, molte persone, non solo ebrei, condividevano questa forma di monoteismo. Nella versione di Paolo, ciò che era ebraico fu che il vero Dio era il Dio di Israele. Tra le fonti giudaiche, le visioni di Paolo sono più vicine ai Rotoli del Mar Morto e ad alcune delle Apocalissi. Egli poi si univa agli ebrei suoi contemporanei nel denunciare l’adorazione di idoli. La visione di Paolo del tempo e della storia era giudaica. La visione greca più comune era che la storia è ciclica. Nel giudaismo, la storia comincia con la creazione e va verso uno scopo stabilito da Dio. Questa fu esattamente la visione di Paolo. La visione di Paolo della storia fu altamente escatologica, incentrata sull’arrivo imminente del climax della storia ordinaria. Molte culture hanno visioni di escatologia individuale:  ricompense e punizioni dopo la morte. Molte forme di giudaismo, comunque, seguendo parti della Bibbia, tendono verso la visione di un grande climax, dopo il quale gli eletti godranno pace, prosperità e sicurezza. Le aspettative dell’Apostolo sono, di nuovo, molto vicine a quanto si trova in alcune Apocalissi. La visione di Paolo riguardo alla sua attività è parte della sua escatologia. Sebbene gli apostoli dei gentili come lui non figurino nelle predizioni dei profeti ebraici, che sembrano aver atteso che i gentili spontaneamente si volgessero al Dio di Israele, la missione di Paolo fu a servizio di una visione giudaica del mondo. L’etica di Paolo fu giudaica. Tutti si opponevano all’assassinio, all’adulterio, al latrocinio, all’estorsione e così via. La più grande distinzione tra il giudaismo e il resto del mondo fu l’atteggiamento verso l’attività omosessuale. Paolo si unì ad altri ebrei nell’esservi totalmente contrario. Egli discute in dettaglio pochi argomenti di morale, ma la maggior parte delle sue opinioni etiche, inclusa la denuncia dell’attività omosessuale, appare nelle liste dei vizi. L’istruzione di Paolo, la giovinezza, la teologia, la visione del mondo, la vocazione e le opinioni riguardo al comportamento corretto sono tutte distintamente e profondamente ebraiche. Ma nonostante l’origine del movimento cristiano come una setta giudaica e l’assoluta ebraicità di Paolo, non dovremmo trascurare nelle sue lettere le indicazioni dove distingue il suo gruppo da ciò che egli chiamava giudaismo. Osserviamo innanzi tutto i passi in cui compare la parola « giudaismo »:  Paolo usa due volte il sostantivo, in Galati, 1, 13-14, e una volta il verbo « giudaizzare », in Galati, 2, 14. Non sono ricorrenze numerose, ma « giudaismo » sembra costituire un’entità del suo passato, non la stessa del suo gruppo attuale. Paolo usa termini specifici per il suo gruppo, senza arrivare alla parola « cristiano » o « cristianesimo » fa riferimento a una distinta terminologia. Gli studiosi spesso ignorano o sottovalutano questo aspetto. In Galati, 6, 16, egli usa la frase « l’Israele di Dio » che indica forse proprio il suo gruppo. Paolo chiama inoltre il suo gruppo, « la chiesa » o, meglio, « la comunità », una parola che occorre da sola e in una molteplicità di frasi. Spesso indica il suo gruppo con una frase che include la parola « Cristo ». I « morti in Cristo » hanno una posizione speciale quando il Signore ritornerà (i Tessalonicesi, 4, 16). Nelle lettere rimaste, Paolo saltuariamente usa una terminologia tripartita:  « Non date scandalo né ai giudei né ai greci né alla chiesa di Dio » (i Corinzi, 10, 32). In Romani distingue « noi » – il suo ambiente – dai giudei e dai gentili, che sono i gruppi dai quali « noi » siamo stati chiamati. I « giudei » e « la chiesa di Dio » sono entità distinte. Dal punto di vista terminologico, allora, Paolo distingue il suo gruppo sia dai giudei sia dai gentili, sia dal giudaismo sia dal paganesimo. La terminologia riflette la realtà sociale che Paolo abitava in un mondo tripartito:  c’erano ebrei, pagani e quelli che appartenevano a Cristo, alcuni dei quali erano appartenuti al giudaismo e alcuni al paganesimo. I convertiti di Paolo, per quanto sappiamo, furono gli ultimi:  i gentili, precedentemente pagani o idolatri. Lo afferma in modo esplicito nel caso dei cristiani di Tessalonica e della Galazia (i Tessalonicesi, 1, 9; Galati, 4, 8), e il desiderio dei suoi convertiti di Corinto di seguire pratiche idolatriche indica un background  di  paganesimo (i Corinzi, 8, 10). Gli Atti mostrano Paolo in origine come un apostolo dei giudei della diaspora, che si rivolse ai gentili solo dopo la delusione per l’esito della sua missione precedente. La visione di Paolo è del tutto differente:  Cristo lo inviò ai gentili. Troviamo la stessa idea quando consideriamo il suo compromesso con gli apostoli di Gerusalemme:  lui e Pietro si divisero il mondo, Pietro sarebbe andato dagli ebrei, Paolo dai gentili (Galati, 2, 7-10). Alcuni studiosi hanno interpretato questa come una divisione geografica, ma l’interpretazione più ovvia del linguaggio – che si riferisce ai « circoncisi » e ai « non circoncisi » – è una divisione etnica. Secondo questo accordo, Paolo non fu apostolo di chiunque dal vicino Oriente all’Europa, ma si dedicò ai pagani. Non voglio dire che avrebbe rifiutato l’opportunità di proporre il vangelo agli ebrei, ma questa non fu la sua missione. La caratteristica sociale dei suoi convertiti era evidente a Paolo, talvolta dolorosamente. Poiché non erano né ebrei né pagani, essi erano isolati, senza una identità sociale riconoscibile. Questa mancanza di identità poteva portare a persecuzioni per la distanza dai culti locali. Anche in assenza di persecuzione, i suoi seguaci dovevano rinunciare a molti dei piaceri della vita civile, come i banchetti di carne rossa, che erano disposti dalle celebrazioni pubbliche religiose. Vediamo così che il vocabolario di Paolo per il suo gruppo riflette accuratamente la nuova realtà sociale che risulta dalla sua predicazione del vangelo di Cristo:  una comunità di gentili che rinuncia all’idolatria, che pratica il culto del Dio di Israele fuori dalla sinagoga, che non conta né come ebraica né come pagana e che riconosce Gesù come suo Salvatore e Signore. Qualcuno potrebbe pensare che proponendo questa distinzione sociale e terminologica tra il gruppo di Paolo e il giudaismo io sostenga che Paolo cessò di essere ebreo. Non è così. La sua auto-identità è un altro problema. Paolo ebreo considerò se stesso come un apostolo ebreo dei gentili. D’altra parte, dobbiamo considerare la sua ferma convinzione che lui e le altre membra della sua comunità avevano acquistato una nuova identità. Paolo era un ebreo diventato un’unica persona con Cristo. E, come scrisse, se qualcuno è in Cristo, è « una nuova creazione » (ii Corinzi, 5, 17). Tuttavia, essere una sola persona con Cristo, parte di una nuova creazione, non rende Paolo stesso un non ebreo. Gesù era un ebreo e credo che per nessun motivo Paolo avrebbe rifiutato la sua identità etnica. Tuttavia la questione presente non è di definire la sua identità, ma piuttosto di chiarire il fatto che egli non pensava al suo gruppo in termini di « giudaismo ». L’unico modo con il quale avrebbe potuto affermare o pensare che le sue chiese costituivano parte del « giudaismo » sarebbe stato facendo una chiara distinzione tra falso e vero Israele. Avrebbe potuto scrivere che la nuova creazione era il vero giudaismo ma, per quanto ne sappiamo, non lo fece. Così egli fu ebreo e anche una persona nuova in Cristo, ma la sua comunità non formava « giudaismo »,  che  rimaneva un’entità  separata. Mentre Paolo riconobbe la distinzione sociale che lui e gli altri stavano creando dalle fondamenta – una nuova identità spirituale, né ebraica né pagana – questa divisione non era né ciò che voleva né ciò che attendeva come esito finale. La sua teologia ebbe un’ottica differente. Secondo lui ci sarebbe stato un unico gruppo universale, che avrebbe incluso ebrei, greci e barbari, tutti in Cristo. Non era accettabile che i membri gentili del suo movimento giudaizzassero, riducendo così il numero dei gruppi a uno solo. La sua opposizione al giudaizzare causò le più forti invettive presenti nelle sue lettere. Il suo gruppo non avrebbe dovuto giudaizzare; piuttosto, chiunque altro si sarebbe dovuto unire. Dal punto di vista teologico, Paolo sapeva quale doveva essere l’esito finale e vedeva anche che il piano presente per giungervi non funzionava perfettamente. La strategia, ricordiamo, prevedeva che lui (e apparentemente altri) avrebbe convertito i gentili alla fede in Cristo. Pietro e presumibilmente gli altri apostoli di Gerusalemme avrebbero persuaso anche gli ebrei a porre la loro fede in Gesù. Allora tutti avrebbero fatto parte del popolo di Dio, uniti dalla fede in Cristo. Secondo la propria opinione, Paolo era vicino alla fine delle sue fatiche. Dopo un trionfo in un dibattito con i Corinzi, infatti, espresse ottimismo sul suo successo apostolico:  « Grazie a Dio, il quale in Cristo ci conduce sempre in processione trionfale e per mezzo nostro diffonde in ogni luogo il profumo che viene dalla sua conoscenza » (ii Corinzi, 2, 14). Nella opinione di Paolo, Pietro aveva lavorato molto meno bene. Questo è evidente dalla innovazione di Romani 11. L’aspettativa comune di un ricongiungimento alla fine dei tempi del popolo di Israele e del volgersi dei gentili verso Dio aveva seguito la sequenza ovvia:  prima Israele, poi i gentili. Questo è in realtà un tema dei primi due capitoli di Romani:  « l’ebreo prima e poi anche il greco » (1, 16; 2, 9-10). Così Pietro avrebbe dovuto preparare gli ebrei, mentre Paolo portava la sua missione coronata da successo ai gentili. Ma gli ebrei non erano pronti. E così Paolo sviluppò un piano alternativo:  i suoi gentili sarebbero entrati per primi nella nuova creazione. Questo avrebbe reso i giudei gelosi e li avrebbe convinti ad affrettarsi, in questo modo Paolo indirettamente avrebbe salvato « alcuni » ebrei assieme ai gentili (Romani, 11, 13-14). Egli ripete lo schema ai versi 25-26:  il « numero totale dei gentili » entrerà e così, in questo modo, « tutto Israele sarà salvato ». Per essere sicuro che il lettore accolga la sua scoperta, lo ripete una terza volta. Gli ebrei sono stati disobbedienti « in modo che, a causa della misericordia mostrata a voi (gentili) anche essi possano ora ricevere misericordia » (11, 30-31). L’uso di « in modo che » – hìna in greco – sottolinea la divina intenzione:  Dio ha reso gli ebrei disobbedienti per un periodo, allo scopo di autorizzare i gentili ad avere accesso per primi, cosa che consentirebbe poi di entrare agli ebrei. Paolo ha da poco scoperto quello che ritiene il vero piano di Dio per salvare tutti, una revisione rispetto a ciò che lui e gli altri avevano pensato in precedenza. Ora vede che proprio la sua missione verso i gentili aiuterà gli ebrei a salvarsi, in modo che tutti ricevano misericordia. Possiamo pensare però che il successo di Paolo come apostolo e la sua teoria sulla gelosia degli ebrei sia piuttosto un filo sottile a cui appendere la speranza della salvezza eterna per tutti. Da Romani, 11, 13 a 11, 32 Paolo offre per tre volte un modo razionale attraverso il quale Dio può salvare il mondo, una sequenza in cui la sua missione gioca un ruolo cruciale. Ma alla fine deve aver fiducia che sarà lo stesso Dio a escogitare un sistema. Il cervello fertile e ingegnoso di Paolo non può immaginare tutto. Siamo partiti dalle distinzioni sociali tra ebreo, pagano e cristiano così come appaiono nelle lettere di Paolo e arrivati alla soluzione teologica/escatologica di Paolo, alla divisione sociale degli esseri umani:  tutti saranno un solo popolo. Gli apostoli dovranno fare del loro meglio per portare tutti nel corpo di Cristo, mentre la storia ordinaria continua, sebbene il tempo sia davvero breve. Ma alla fine del tempo, quando il redentore verrà dal monte Sion, Dio compirà lo scopo – la salvezza del mondo – in un modo che noi non possiamo comprendere. Tornando alla fine di Romani, 11 e alla salvezza dell’umanità non si può immaginare un piano che sia più interamente ebraico. Nel background c’è la dottrina giudaica secondo la quale Dio ha creato il mondo e lo ha dichiarato buono:  questo principio è ovvio nella prima fiammata di universalismo di Paolo, i Corinzi, 15, 22:  « Come tutti muoiono in Adamo, così in Cristo tutti riceveranno la vita ». Questo passo porta immediatamente alla soggezione a Dio alla fine di « tutte le cose » (i Corinzi, 15, 27-28). Proprio come – secondo Romani, 11, 32 – Dio ha rinchiuso gli uomini nella disobbedienza così da salvarli tutti, così come Dio ha sottomesso l’intera creazione alla caducità così da renderla « libera dalla sua schiavitù alla corruzione » quando Lui porterà la storia ordinaria alla sua fine (Romani, 8, 20-21). Che Dio abbia un piano benefico a lungo termine per una fine felice della storia ordinaria è un pensiero profondamente  giudaico,  sebbene  i  beneficiari siano diversi nei differenti corpi della letteratura. Che il piano includa peccato e sofferenza lungo la strada è ugualmente  giudaico.  Allo  stesso modo,  secondo  Giuseppe,  Dio  progettava il trasferimento del potere a Roma e  progettava  la  distruzione del tempio, che doveva essere purificato a causa dello spargimento di sangue e del peccato. Sintetizzando, Paolo viveva e operava in un mondo che parlava greco. Quale che fosse la sua conoscenza di questo contesto, la sua istruzione e la sua educazione furono ebraiche; le categorie principali del suo pensiero furono ebraiche; la sua missione si svolse nel tessuto dell’escatologia ebraica; l’esito finale che desiderava ardentemente fu una forma universale di speranza ebraica. Temporaneamente, egli pensò, creò un terzo gruppo, né ebreo né gentile, come parte della nuova creazione che sarebbe arrivata pienamente quando il Dio di Israele, l’unico vero Dio, avrebbe portato la storia ordinaria alla sua conclusione.

SANTI MACCABEI, SETTE FRATELLI MARTIRI – (PRIMA LETTURA DEL 10 NOVEMBRE 2013)

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SANTI MACCABEI, SETTE FRATELLI MARTIRI – (PRIMA LETTURA DEL 10 NOVEMBRE 2013)

1 AGOSTO

M. 168 A.C. (?)

Martirologio Romano: Commemorazione della passione dei santi sette fratelli martiri, che ad Antiochia in Siria, sotto il regno di Antioco Epifane, per aver osservato con invitta fede la legge del Signore furono messi crudelmente a morte insieme alla loro madre, la quale patì per ognuno dei suoi figli, ma, come si racconta nel secondo Libro dei Maccabei, in tutti conseguì la vittoria della vita eterna. Insieme si celebra la memoria di sant’Eleázaro, uno degli scribi più stimati, uomo già di età avanzata, che nella stessa persecuzione si rifiutò di cibarsi, per sopravvivere, di carne proibita, preferendo una morte gloriosa a una vita ignominiosa, e precedette per questo di buon grado gli altri al supplizio, lasciando un mirabile esempio di virtù.

Al 1° agosto il martirologio romano riferisce: « Ad Antiochia, la Passione dei Sette ss. fratelli Maccabei, martiri, che soffrirono con la loro madre, sotto il re Antioco Epifane. Le loro reliquie, portate a Roma, furono deposte nella Basilica di S Pietro in Vincoli ».
La loro storia è narrata nel II Mach. 7; ai sette fratelli è dato il nome di Maccabei, soltanto dal libro che ne parla. Il II Mach. è un riassunto della storia, redatta in greco da Giasone, un giudeo di Cirene che scriveva poco dopo il 160 a. C., in cui si narra la persecuzione subita dai Giudei fedeli, ad opera di Antioco IV Epifane; in particolare, il martirio di Eleazaro (cap. 6) e quello dei nostri martiri (cap. 7). La narrazione del cap. 7 è ripresa e assai ampliata nell’apocrifo IV Mach.
Ecco i punti salienti di II Mach. 7: « Sette fratelli, arrestati insieme con la madre si volevano costringere a prendere le carni proibite di porco… Uno di essi, fattosi portavoce di tutti, disse: « Che cosa vorresti domandare o sapere da noi? Siamo pronti a morire piuttosto che trasgredire le leggi paterne ».
Il re, fatti arroventare i padelloni e le caldaie, comandò di tagliare la lingua, scorticare il capo e mutilare le estremità a quello che si era fatto loro portavoce, mentre gli altri fratelli e la madre stavano là a guardare. Quando quello fu cosí completamente mutilato, dette ordine di gettarlo sul fuoco, mentre ancora respirava… Condussero quindi il secondo al ludibrio; anch’egli subí a sua volta il supplizio come il primo. Giunto però all’ultimo respiro disse: « Tu, genio furioso, ci strappi dalla nostra presente vita: ma il Re del mondo farà risorgere all’eterna risurrezione di vita noi che siamo morti per le sue leggi ».
… Alla loro richiesta, il terzo mise fuori subito la lingua e stese avanti le mani coraggiosamente, dicendo con fierezza: « Queste membra le ho ricevute dal cielo e per le sue leggi non ne faccio conto alcuno, ma spero di riaverle nuovamente da lui ».
… Morto anche questo, martoriarono il quarto con le stesse torture. Sul punto di morire, disse: « it preferibile morire per mano degli uomini e avere da Dio la speranza di essere un giorno da lu; risuscitati. Per te certamente non ci sarà risurrezione alla vita ».
… Il quinto condotto alla tortura, fissando il re, disse: « Tu hai un’autorità tra gli uomini e, pur essendo mortale, fai quello che vuoi; ma non credere che la nostra razza sia stata abbandonata da Dio. Quanto a te, abbi pazienza e vedrai come la sua grandiosa potenza tormenterà te e i tuoi discendenti ». Similmente per il sesto… Rimanendo il piú giovane. il re Antioco non solo lo scongiurava con le parole, ma lo assicurava anche con giuramenti di farlo insieme ricco e invidiabile, di averlo come amico e di affidargli uffici governativi, aualora avesse abbandonato le patrie leggi. Siccome il giovane non gli prestava minimamente attenzione, il re chiamò la madre, esortandola a farsi consigliera di salvezza per il giovanetto.
Dopo tanti ammonimenti, ella accettò di persuadere suo figlio. Chinatasi su di lui, per scherno del crudele tiranno, cosí disse nella lingua paterna: « Figlio, abbi pietà di me che ti ho portato in seno… che ti ho educato… Ti prego, o figlio, di osservare il cielo e la terra e di mirare tutte le cose in essi contenute e di dedurne che Dio non le ha fatte da cose preesistenti, e che il genere umano ha la stessa origine. Non temere questo carnefice, ma accetta la morte, mostrandoti degno dei fratelli, affinché io ti possa riavere insieme con i tuoi fratelli al momento della misericordia ».
Stava ella ancora parlando, che il giovane disse: « Che aspettate? Non obbedisco all’ordine del re, ma obbedisco al precetto della legge data ai nostri padri per mezzo di Mosè. Tu, però, che ti sei fatto inventore d’ogni male contro gli Ebrei, non sfuggirai certamente alle mani di Dio. Noi infatti soffriamo a causa dei nostri peccati. Se per nostro castigo e correzione il nostro Dio vivente si è adirato per breve tempo, di nuovo egli si riconcilierà con i suoi servi. Tu, invece, o empio, non ti esaltare invano—perché non sei ancora sfuggito al giudizio di Dio che tutto può ed osserva. Or dunque, dopo aver sopportato un breve tormento, i nostri fratelli sono giunti alla divina alleanza della vita eterna; tu invece riporterai dal giudizio di Dio le giuste pene della tua superbia. Quanto a me, dò anch’io, come i miei fratelli, corpo e anima per le leggi avite, e prego Iddio che si mostri presto mise ricordioso verso il suo popolo, che tu finisca co] confessare, tra prove e flagelli, che solo lui è Dio; e che l’ira dell’Onnipotente, abbattutasi giustamente su tutta la nostra stirpe si arresti su di me e i miei fratelli ».
Allora il re, furioso, usò con lui un trattamento piú feroce che con gli altri, non potendo sopportare lo scherno. Cosí anch’egli passò da questa vita senza affatto macchiarsi, pieno di fiducia nel Signore. UItima, dopo i figli, morí la madre ».
La Bibbia non ci dà i loro nomi, né indica dove si svolse il martirio, fatto loro subire dal re Antioco IV Epifane; né precisa la data (forse 168; a Ge rusalemme? ).
Generalmente si ammette che essi furono martirizzati ad Antiochia, tale è, comunque, la tradizione comune delle Chiese d’Oriente e d’Occidente.
I primi cristiani ammirarono questi valorosi martiri del giudaismo, precursori dei martiri del Cristo. Il loro culto si diffuse rapidamente e la loro festa sembra sia stata universale nella Chiesa verso il sec. V. La storia del culto dei santi martiri è cosí riassunta dalle Vies des Saints (citt. in bibl. ). Già appaiono nel Martirologio Siriaco (412), nei Calendari di Polemius Silvius (448) e di Cartagine (secc. V-VI), e nell’insieme dei mss. del Martirologio Geronimiano. Su questi martiri possediamo testi di s. Gregorio Nazianzeno (PG, XXXV), s. Giovanni Crisostomo, s. Agostino , s. Ambrogio, s. Gaudenzio di Brescia, pseudoLeone.
Secondo s. Girolamo (m. 420), le reliquie dei sette fratelli erano a Modin ed egli si meravigliava che fossero venerate ad Antiochia. L’Itinerarium detto di Antonino (ca. 570) nomina Antiochia in cui riposano con altri santi e s. Giustina « i fratelli Maccabei, in tutto nove tombe, sormontate ciascuna dagli strumenti del loro supplizio ».
Il Martirologio Siriaco nomina i Maccabei « figli di Samunas » ad Antiochia, nel quartiere giudaico, al 1° agosto. I sinassari bizantini offrono sette nomi e la madre è Solomonis. Le liste siriache e armena sono differenti. Il Calendario marmoreo napoletano (sec. IX) congiunge i Maccabei a una santa EELI.
Con ogni probabilità il martirio avvenne ad Antiochia dove le tombe furono venerate fino al sec. VI. Dopo il 551 le reliquie furono portate a Costantinopoli e da 11, almeno in parte, a Roma, sotto Pelagio I (556-561)E’ possibile però si tratti di Pelagio II (579-590) e che le reliquie siano venute direttamente da Antiochia. Esse comunque si venerano a Roma, in S. Pietro in Vincoli, chiesa la cui festa titolare cade in questo stesso giorno, 1° agosto.
Nel 1876 fu ivi trovato un sarcofago a sette compartimenti, contenenti ossa e ceneri con due togli di piombo recanti iscrizioni relative ai sette fratelli, del IX sec. (o sec. XV?).
La festa dei sette fratelli Maccabei non è menzionata nei libri liturgici, sia gallicani, sia romani, eccettuato il Sacramentario gelasiano; il loro culto sarà stato forse eclissato dalla festa di s. Pietro in vinculis.

Autore: Francesco Spadafora

DIO, PAROLA DI VITA TRA CREAZIONE E STORIA

http://www.tempidifraternita.it/archivio/bodratoweb/bodrato12.htm

DIO, PAROLA DI VITA TRA CREAZIONE E STORIA

Che la narrazione dell’origine non sia frutto di una speciale conoscenza di ciò che allora avvenne, ma espressione della più ardita ricerca del senso ultimo e quindi teologico di quanto ci accade nel presente, è puntualmente manifestato dai prologhi che i vangeli antepongono alla narrazione dell’esperienza apostolica di incontro col Nazareno.
Solo Marco ha, infatti, il coraggio di affrontare il suo tema senza preamboli e di presentare in tutta la sua dirompenza la novità teofanica della predicazione, passione, morte e resurrezione di Gesù Cristo. Matteo e Luca premettono a tale evento rivelatore i racconti della nascita e dell’infanzia, corredati di un’opportuna genealogia, che ricollega il loro eroe ad Abramo, padre del popolo dell’alleanza (Matteo), e ad Adamo, capostipite di tutte le nazioni (Luca).
Ma è Giovanni, come bene sappiamo, che tutti li batte in arditezza narrativa e speculativa, introducendo i suoi lettori al racconto della prima manifestazione storica di Gesù con un magnifico inno al Verbo creatore e donatore di luce, che strettamente unisce in sé almeno due dei titoli fondamentali del Dio biblico: quello di essere il supremo ed unico principio di vita e quello di guidare sapientemente la storia con la sua parola. In verità Paolo sembra fare anche di più, nel momento in cui presenta Cristo come « primogenito di tutte le creature, perché in lui sono stati creati tutti gli esseri », « capo del corpo (storico), la Chiesa » e « primizia dei resuscitati » (Colossesi 1, 15-18). Ma l’attenzione al testo giovanneo a noi qui già basta ed avanza per illustrare il carattere della ripresa neotestamentaria del tema creativo.

Un solo Dio, ma un Dio in tensione e dialogo con se stesso
Già questo rapido cenno al diverso modo con cui cinque scritti del Nuovo Testamento affrontano il tema della contestualizzazione del loro racconto, inquadrandolo in una cornice che si richiama: ora alla forza dell’esperienza immediata (Marco), ora alla tradizione storica dell’Alleanza (Matteo), ora al complessivo destino dell’umanità (Luca), ora al fondamento creativo dell’universo (Giovanni), ora all’attesa del rinnovamento radicale della storia e del creato (Paolo), ci dovrebbe far riflettere sul carattere problematico e aperto di tutte queste prospettive teologiche.
Il Dio profetico dell’evento e della legge, quello sapienziale dell’umanità e della creazione, il Dio escatologico dei « nuovi cieli e della nuova terra », affondano le loro radici nell’unica tradizione letteraria e teologica della Bibbia, e a gruppi omogenei si coordinano anche tra loro in modo ragionevole, ma non si sovrappongono. Sono, infatti, portatori di istanze diverse, che riescono a stare insieme solo grazie ad una sapiente e paziente mediazione narrativa e teologica, quella mediazione che è appunto realizzata dalla Bibbia con la sua variegata e complessa unità.
Certo il Dio dell’alleanza, quello della creazione, il Dio dell’incarnazione e quello della Gerusalemme celeste non costituiscono un Panteon di divinità, come furono tentati di pensare alcuni gruppi eretici dei primi secoli, ma proprio in quanto costituiscono un’indivisibile unità, introducono all’interno di tale unità forti tensioni. Sono un unico Dio, presentato nei diversi aspetti del suo agire, ma anche nel mistero della « coincidentia oppositorum ». Sono appunto un Dio di cui non ci si può fare immagine (Es 20, 4), che nessuno può vedere faccia a faccia senza morire (Es 33, 20) e che « solo il Figlio unico che è nel seno del Padre » può raccontare (Gv 1, 18).
Non stupisca questa sottolineatura di tensioni interne alla visione biblico-cristiana di Dio, che tutta la nostra tradizione teologica si è impegnata a sfumare e ricomporre nel complesso e profondissimo mistero della Trinità. Essa non è frutto del nostro sguardo critico moderno, ma sta nelle cose e sta nella pagina biblica al punto da costituire una delle fonti vitali della sua forza teologica e letteraria. Ce lo mostrerà il prologo di Giovanni con estrema chiarezza ed efficacia. Ma è bene prepararsi a comprenderne il rilievo esegetico con qualche cenno ad altri contesti biblici.
L’intero complesso narrativo della Genesi è mosso dal bisogno di ricollegare in qualche modo l’antica fede ebraica nel Dio dell’alleanza abramitica e della liberazione mosaica col Dio della creazione. Si prefigge ciòè di portare a compimento un processo di universalizzazione del Dio particolare di Israele, senza rinnegarne la storica verità. Alla fine l’Antico Testamento affermerà, per un verso, che l’elezione di Israele è in funzione di tutte le genti (Gen 12, 3) e, per un altro, che la legge mosaica, come espressione della divina sapienza, era già, in qualche modo, presente all’atto della creazione (Siracide 24). Il che è, per altro, una specificazione del più affermato tema della coeternità al creato della Sapienza, tipica controfigura universalista della rivelazione storica e dell’elezione (Proverbi 8, 23; Siracide 1, 4).
Il prologo di Giovanni sta in continuità con tutto ciò. E’ figlio di questo secolare processo di rielaborazione concettuale e narrativa, teologica e simbolico-letteraria.

Dal Verbo creatore al Verbo incarnato
Se la lettura di questa affascinante e misteriosa pagina evangelica ci ha sempre coinvolti e, in qualche misura, intimoriti, ora sappiamo perché. Il tema su cui ci chiama a misurarci è tra i più complessi che gli autori biblici abbiano mai affrontato. E’ il tema dell’estensione a tutti gli uomini della portata salvifica di un’esperienza personale. Nel caso Giovanni deve mettere in luce che la figura terrena del Gesù storico, che è stata per lui e per i suoi compagni di fede il culmine decisivo di un nuovo e sconvolgente incontro con Dio, non solo è ricollegabile alla tradizione religiosa secolare dell’intero Israele, ma è il vero fondamento di ogni umana esperienza di Dio e , in quanto tale, è comunicabile a tutti e da tutti accoglibile con pienezza di frutto.
In consonanza con la tradizione biblica, da cui riceve ispirazione e stimolo, egli procede ad una radicale reinterpretazione teologica della figura di Gesù, basata non su concetti ma su simboli. Costruisce cioè un percorso narrativo capace di esprimere sinteticamente l’unificazione di queste tre verità: Gesù è la piena rivelazione di Dio, Gesù è il compimento dell’alleanza e della legge mosaica, Gesù è l’incarnazione del Verbo creatore e quindi principio di vita e di luce per tutti.
Noi sappiamo, per altro verso, che Giovanni non è partito da zero nel suo lavoro. Ha utilizzato un inno preesistente, che si muoveva nella stessa direzione di altri inni citati da Paolo. Anche Paolo nella lettera ai Filippesi (2, 6-11) e nel ricordato passo dei Colossesi, ben prima di quando Giovanni concepisca il suo vangelo, utilizza e integra un canto liturgico già conosciuto. Ma questa notazione filologica non modifica, né complica , il nostro sforzo di comprensione del testo . Se mai, grazie alla migliore conoscenza del suo processo di formazione, lo sostiene.
Così è di fatto. L’inno, ripreso e adattato da Giovanni, ci dice che Giovanni non è solo nell’operazione teologica e letteraria fondamentale che sta compiendo. Non è solo ma non è neppure puramente ripetitivo. Crea in un contesto creativo e crea il « luogo teologico » del « Verbo creatore e incarnato », in continuità coi « luoghi teologici » della « Sapienza salomonica e celeste », e della « kenosi di Dio in Cristo Gesù » (Paolo, Filippesi 2, 6-11).
Ecco perché Giovanni apre il suo vangelo, scritto in greco, con le stesse parole con cui si apre la Bibbia greca dei Settanta: « En arché – In principio », ed ecco perché scandisce la sua versione dell’inno in tappe che progressivamente portano dal Verbo, coeterno a Dio e creatore di ogni essere (1, 1-3 a), a Gesù Cristo, presenza storica di Dio tra gli uomini (1, 14-18).
L’interpretazione del passo è esegeticamente molteplice, perché diverse sono le traduzioni, le ripartizioni e le interpretazioni dei singoli versi. Ma tra le tante a noi sembra davvero stimolante la lettura che ne propone X. Leon-Dufour, che ritiene che il testo non sia una semplice esaltazione della divinità di Cristo e neanche una enunciazione teologica delle diverse modalità di rivelazione della Parola di Dio, ma sia la messa in scena narrativa di un vero e proprio processo di crescita e di sviluppo del rapporto tra Dio e la realtà creata, sviluppo che coinvolge nella dinamica trasformatrice del dialogo tanto l’uomo quanto Dio. Il che, egli ritiene, sia reso evidente dalla possibilità di articolare l’inno in tre blocchi di due strofe ciascuno: il primo dedicato al Verbo creatore (1, 1-3a; 1, 3b-5); il secondo alla Luce di Dio diffusa nel mondo e testimoniata dai profeti nella persona del Battista (1, 6-8; 1, 9-13); il terzo-al Verbo incarnato nel Gesù storico, che Il Battista riconosce e da cui l’autore stesso dichiara di avere ricevuto « grazia su grazia » (1, 14 e 1, 15-18) (Lettura del vangelo secondo Giovanni, vol I, Cinisello Balsamo, 1989).

L’origine come apertura
L’esito di tale ripartizione e interpretazione è evidente: la distinzione, ma anche l’articolata relazione unitaria tra Verbo creatore, Luce storica e Verbo incarnato. Il primo è presso Dio ed è Dio, è vita e luce originaria di ogni essere creato, vita e luce che le tenebre non possono fermare (il verso 1, 5b tradotto « e le tenebre non l’hanno arrestata »). La seconda è la Luce vera che storicamente illumina tutte le genti e che è insieme rifiutata e accolta (« … e i suoi non lo accolsero »… »Ma a tutti coloro che l’accolsero… »). Il terzo è Verbo fatto carne, che dimora fisicamente tra noi, porta la grazia a completamento della legge e, unico, come Figlio che viene dal seno del Padre, può raccontarci Dio (« exegesato » tradotto « raccontare » invece di « rivelare »).
Il che, mentre sottolinea che la divinità di Gesù è per il quarto evangelista una certezza non priva di problemi e di sfumature, contemporaneamente ci consente di dare alla sua successiva confessione di fede cristologica un fondamento universalista, tale da garantire che anche prima dell’incarnazione ogni uomo abbia potuto accogliere la rivelazione naturale e soprannaturale con esiti positivi e orientanti alla prossimità col Cristo. Non solo, ma ci introduce a pensare alla stessa unicità di Dio non in termini di unità statica e immutabile, ma di unità dinamica e vivente, vale a dire di relazione e di dialogo.
L’uomo – possiamo infatti concludere con Leon Dufour – è, ieri come oggi, alla ricerca delle sue origini. Per lunghi secoli ebrei e cristiani hanno risposto a questa ricerca col teologumeno del Dio creatore. Oggi tuttavia sono numerosi coloro che considerano questa risposta come l’appello ad un punto cieco, ad un puro atto di onnipotenza. Non è in questa direzione che ci indirizzano i testi confluiti nell’inizio della Genesi. Per essi l’origine si presenta come un dire di Dio, come un suo atto d’attenzione alla natura e all’uomo, e in Giovanni essa è addirittura una Parola costitutiva di Dio stesso, costantemente tradotta in donazione di vita e di luce e in ultimo di incarnazione.
« Questa semplice annotazione modifica radicalmente la concezione che sovente si ha di Dio. Se la Parola appartiene alla sfera di Dio, è il proprio di Dio. Il che significa che Dio non è un’individualità, per quanto sovrana e del tutto diversa dalla nostra, chiusa in se stessa, ma un essere che è potenza d’espressione di sé, dualità nell’unico e, come tale, fonte di relazione, rivolto verso un’immagine di sé che egli si è dialogicamente posto di fronte. Si potrebbe dire, secondo il prologo, che Dio è in espansione costante da se stesso ». ( X. Leon Dufour, op. cit., p. 208)
Ma si potrebbe anche dire che questa è un’espansione rivolta, al tempo stesso, dentro e fuori di sé. Dentro, come passaggio dal Verbo in Dio a Luce nel mondo e da Luce nel mondo a Verbo incarnato. Fuori, come rivelazione sotto forma di vita delle cose, di luce che le porta a verità, di Figlio che ci racconta l’amore del Padre. E si potrebbe concludere che è proprio in questo percorso da Verbo a Figlio e da Dio a Padre che Dio si rivela come colui che sa comunicare grazia su grazia, e sa rendere l’uomo capace di diventare, da creatura naturale, suo familiare, in un dialogo tra libertà e libertà che nessuna tenebra può ostacolare.
Certo, sono solo alcune tra le infinite cose su cui un accurato commento del prologo giovanneo esigerebbe ci si fermasse, ma sono quelle che bastano a farci capire come la riflessione sul rapporto tra noi e l’origine non possa mai dirsi conclusa e trovi nei vari passi biblici, dedicati alla creazione, più degli indicatori di direzione che dei punti d’arrivo. E sono le cose che ci segnalano la perdita secca appioppata al pensiero dalle teologie che rinunciano ad interrogarsi sulla divinità di Gesù, o perché la danno per scontata o perché la escludono per principio.

Aldo Bodrato

LA SANTITÀ DI DIO

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LA SANTITÀ DI DIO

È interessante considerare che il primo canto che si trova nelle Scritture ha qualcosa in comune con l’ultimo canto dell’Apocalisse: la santità di Dio:
Esodo 15:1,11: « Allora Mosè e i figli d’Israele cantarono questo cantico al Signore: « Io canterò al Signore, perché è sommamente glorioso; ha precipitato in mare cavallo e cavaliere. Il Signore è la mia forza e l’oggetto del mio cantico; egli è stato la mia salvezza. Questi è il mio Dio, io lo glorificherò, è il Dio di mio padre, io lo esalterò. Il Signore è un guerriero, il suo nome è il Signore. Chi è pari a te fra gli dèi, o Signore? Chi è pari a te, splendido nella tua santità, tremendo anche a chi ti loda, operatore di prodigi »?
Apocalisse 15:3-4: « Poi vidi nel cielo un altro segno grande e meraviglioso: sette angeli che recavano sette flagelli, gli ultimi, perché con essi si compie l’ira di Dio. E vidi come un mare di vetro mescolato con fuoco e sul mare di vetro quelli che avevano ottenuto vittoria sulla bestia e sulla sua immagine e sul numero del suo nome. Essi stavano in piedi, avevano delle arpe di Dio, e cantavano il cantico di Mosè, servo di Dio, e il cantico dell’Agnello, dicendo: « Grandi e meravigliose sono le tue opere, o Signore, Dio onnipotente; giuste e veritiere sono le tue vie, o Re delle nazioni. Chi non temerà, o Signore, e chi non glorificherà il tuo nome? Poiché tu solo sei santo ».
Santo è l’attributo che è accostato più di ogni altro al nome di Dio. Nelle sole due occasioni riportate nei testi biblici nelle quali gli uomini riescono a vedere all’interno della stanza del trono dei cieli e a contemplare la pienezza della sua gloria, essi sentono cantare dagli angeli continuamente: « Santo, Santo, Santo è il Signore Dio Onnipotente » Apocalisse 4:8: « E le quattro creature viventi avevano ognuna sei ali, ed erano coperte di occhi tutt’intorno e di dentro, e non cessavano mai di ripetere giorno e notte: « Santo, santo, santo è il Signore, il Dio onnipotente, che era, che è, e che viene ».
Nei canti degli angeli, nessun altro attributo divino « è elevato al cubo », cioè ripetuto tre volte. Osserviamo che gli angeli non cantano « Eterno, Eterno, Eterno », o « Misericordioso, Misericordioso, Misericordioso », oppure « Onnisciente, Onnisciente, Onnisciente », ma « Santo, Santo, Santo ». La santità di Dio occupa un posto di rilievo nel suo intero carattere, un posto più centrale di qualsiasi altro attributo di Dio.
« Al giorno d’oggi si è portati a mettere enfasi sull’amore di Dio, ma non possiamo iniziare ad apprezzarlo come dovremmo se prima non capiamo qualcosa della sua santità. Il concetto che una persona si fa di Dio determina più di ogni altra cosa che tipo di vita quella persona vivrà ». « Dio è intrinsecamente santo. Tutto ciò che fa è santo; Egli non potrebbe agire in nessun altro modo; Dio che fa qualcosa di sbagliato assomiglia al sole che diventa tenebre. La santità proviene e procede da Lui. È iniziata con Lui che è l’ »Antico dei giorni ». Dio è santo di una santità perfetta che non può cambiare, né mutare ». (Thomas Watson)
« La somma della sua eccellenza morale » è santità (Pink).
Egli è assolutamente puro, per nulla lambito dall’ombra del peccato. La santità è l’eccellenza della natura divina. Così come la potenza di Dio è all’opposto della debolezza congenita della creatura, così come la Sua saggezza è totalmente contraria alla mancanza di ragionevolezza, così la Sua santità si trova in antitesi alla bassezza morale. Ecco cosa scrive Abacuc intorno alla santità di Dio Abacuc 1:13: « Tu hai gli occhi troppo puri per vedere il male ».

LA BIBBIA E LA SANTITÀ DI DIO
« La santità di Dio e la Sua natura non sono due cose diverse, in concreto è la stessa cosa. La santità degli angeli e degli altri servi di Dio non è che una qualità, ma la santità di Dio è l’essenza di Dio » (Thomas Brooks) Date le oltre 600 citazioni della parola « santo », possiamo essere sicuri che questo è l’attributo di Dio che merita la massima attenzione.
Charnock, un puritano, disse che: « La potenza è il braccio o la mano di Dio, l’onniscienza è il suo occhio, la misericordia le sue viscere, l’eternità la sua durata, ma la santità è la sua bellezza ».
Nella Genesi, non si parla mai della santità di Dio, ma nell’Esodo, Israele scopre che Dio è santo. Mosè deve togliersi i calzari perché si trovava su di un terreno sacro Esodo 3:1-5: « Mosè pascolava il gregge di Ietro suo suocero, sacerdote di Madian, e, guidando il gregge oltre il deserto, giunse alla montagna di Dio, a Oreb. L’angelo del Signore gli apparve in una fiamma di fuoco, in mezzo a un pruno. Mosè guardò, ed ecco il pruno era tutto in fiamme, ma non si consumava. Mosè disse: « Ora voglio andare da quella parte a vedere questa grande visione e come mai il pruno non si consuma! » Il Signore vide che egli si era mosso per andare a vedere. Allora Dio lo chiamò di mezzo al pruno e disse: « Mosè! Mosè! » Ed egli rispose: « Eccomi ». Dio disse: « Non ti avvicinare qua; togliti i calzari dai piedi, perché il luogo sul quale stai è suolo sacro ».
Pensiamoci un attimo. Oggi, sembra che alcuni pastori facciano di tutto affinché le persone si sentano a proprio agio con Dio. I servizi di culto, lo stile della musica stesso, le parole che sono usate parlando di Dio, fanno ormai parte di uno stesso linguaggio che deve innalzare il livello di confort a tutti i costi. Che differenza con quello che Dio ha fatto con Mosè! Sembra che le persone oggi adorino un altro dio. Nel caso di Mosè, Dio non lo fece entrare nella terra promessa, e non lo mise « a suo agio ». Dio disse a Mosè che non poteva avvicinarsi a Dio così com’era e gli disse: « Togliti i sandali », rimuovi la tua contaminazione. Se vogliamo avvicinarci a Dio, dobbiamo prima liberarci della nostra lordura. Il Sabato è santo, il sacerdozio è santo; varie offerte e cerimonie simboleggiano la santità o la rimozione dell’impurità. Dio si è servito di vasi santi, di servi santi e di un piano santo. Il risultato è un luogo riempito di gloria, una gloria inaccessibile. La presenza di Dio nel Tabernacolo e nell’Arca del Patto è così potente che anche quando essa cade da dove è posta solo toccarla poteva significare morte immediata. É un santuario santo, non contaminato. Questo ci dice molto riguardo a Dio.
Il Levitico è il libro dove la parola « santo » è usata più frequentemente. Di volta in volta, per quasi 100 volte, leggiamo che le offerte, parti del santuario, l’altare, il popolo di Dio, sono tutte cose che devono essere sante. Ogni volta, c’è la necessità di eliminare la lordura di un uso normale. Anche Giosuè si trovava su di un terreno santo quando incontrò l’Angelo del Signore Giosuè 5:13-15: « Mentre Giosuè era presso Gerico, egli alzò gli occhi, guardò, ed ecco un uomo in piedi che gli stava davanti, tenendo in mano la spada sguainata. Giosuè andò verso di lui, e gli disse: « Sei tu dei nostri, o dei nostri nemici? » E quello rispose: « No, io sono il capo dell’esercito del Signore; arrivo adesso ». Allora Giosuè cadde con la faccia a terra, si prostrò e gli disse: « Che cosa vuol dire il mio Signore al suo servo? ». Il capo dell’esercito del Signore disse a Giosuè: « Togliti i calzari dai piedi; perché il luogo dove stai è santo ». E Giosuè fece così ».
Anna, la madre di Samuele, confessò che Dio era unico nella sua santità 1Samuele 2:1,2: « Allora Anna pregò e disse: « Il mio cuore esulta nel Signore, il Signore ha innalzato la mia potenza, la mia bocca si apre contro i miei nemici perché gioisco nella tua salvezza. Nessuno è santo come il Signore, poiché non c’è altro Dio all’infuori di te; e non c’è rocca pari al nostro Dio ».
I salmi contengono tantissime riferimenti alla santità di Dio:
Ha fatto di Sion un monte santo (2:6; 3:4).
Il Suo tempio è santo (5:7; 11:4).
Il messia è il suo Santo (16:10).
È considerato il santo (22:3).
I credenti credono nel suo nome santo (33:21).
Davide non voleva vedersi togliere il Suo Santo Spirito (51:11).
Dio è il Santo d’Israele (71:22; 78:41; 89:18).
Il braccio di Dio è santo (98:1).
Il Suo nome è santo (99:3).
Il salmista ci invita a benedire il Suo nome santo con tutto ciò che c’è dentro di noi (103:1).
Dobbiamo rendere gloria al Suo nome santo (105:3)
Dio è « santo in tutte le sue opere ». (145:17); per questo la santità coinvolge ogni Suo aspetto. La Sua giustizia è straordinariamente santa, la Sua saggezza è totalmente santa, la Sua potenza è una potenza santa, e la sua verità è sempre santa. La sua misericordia non va oltre la Sua santità.
Dio non è inquinato dal male, nel modo più assoluto. « Così come non c’è oscurità nel Suo comprendere, così non c’è macchia nella Sua volontà; così come nella Sua mente dimora solo la verità, così il suo volere non devia affatto da essa. Egli ama ciò che è vero e buono; odia la falsità e la malignità » (Charnock).
« La santità è il gioiello brillante nella corona di Dio, il nome attraverso il quale è conosciuto ». (Thomas Watson). « La Sua potenza lo rende potente, la Sua santità lo rende glorioso ». La santità non è nemmeno un qualcosa di cui Dio può separarsene. È alla base di ciò che Dio è. Dio è santo ab eterno. Mentre la sua misericordia si è dimostrata dopo la caduta dell’uomo, Dio è inequivocabilmente santo già da prima della creazione. Il profeta ha usato questa parola più di 50 volte; significa poco meno di una volta per capitolo.
Uno dei tipici passaggi presi dall’Antico Testamento per illustrare la santità di Dio è Isaia 6:1-8: « Nell’anno della morte del re Uzzia, vidi il Signore seduto sopra un trono alto, molto elevato, e i lembi del suo mantello riempivano il tempio. Sopra di lui stavano dei serafini, ognuno dei quali aveva sei ali; con due si copriva la faccia, con due si copriva i piedi, e con due volava. L’uno gridava all’altro e diceva: « Santo, santo, santo è il Signore degli eserciti! Tutta la terra è piena della sua gloria! » Le porte furono scosse fin dalle loro fondamenta dalla voce di loro che gridavano, e la casa fu piena di fumo. Allora io dissi: « Guai a me, sono perduto! Perché io sono un uomo dalle labbra impure e abito in mezzo a un popolo dalle labbra impure; e i miei occhi hanno visto il Re, il Signore degli eserciti! » Ma uno dei serafini volò verso di me, tenendo in mano un carbone ardente, tolto con le molle dall’altare. Mi toccò con esso la bocca, e disse: « Ecco, questo ti ha toccato le labbra, la tua iniquità è tolta e il tuo peccato è espiato ». Poi udii la voce del Signore che diceva: « Chi manderò? E chi andrà per noi? » Allora io risposi: « Eccomi, manda me! »
Il profeta Isaia ci descrive il contesto. In quell’anno un re forte e leale muore e viene tolto ad Israele. In un tempo di crisi nazionale e transizione politica, Isaia riceve una visione del Signore. Vide Dio esaltato, altissimo e sul trono. Un sovrano potente, la cui regalità riempie il tempio. Ciò che sta intorno ci parla del Suo essere degno. Sopra il trono ci sono due serafini, creature angeliche. Ognuno ha sei ali. Con queste ali si coprono il volto, i piedi, dalla testa alla punta dei piedi, in modo da simboleggiare la totalità. Due ali sono utilizzate per il volo. Questi esseri spirituali non si avvicinano a Dio con il viso scoperto; la loro naturale contaminazione deve essere velata. Tutti insieme gridano: « Santo, Santo, Santo è il Signore Onnipotente ». La ripetizione è significativa. Normalmente quando la Bibbia ripete qualcosa, significa che è molto importante. Per esempio, quando Gesù dice, « In verità, in verità vi dico », sappiamo che dobbiamo annotare quello che Gesù dice. Gesù parla seriamente, e desidera che prestiamo attenzione al messaggio. A volte nella Scrittura abbiamo anche la ripetizione del nome di un personaggio (Pietro, Marta ecc). Questo « elevamento al quadrato », questo raddoppio indica una forte enfasi. Ma raramente abbiamo l’elevamento alla terza potenza. Qui (ma non solo qui) « Santo » è al terzo livello, così come lo sono pochissimi altri nomi nella Bibbia. Dio è tre volte Santo.
Questo fatto ha portato A. A. Hodge a notare: « La santità di Dio non deve essere concepita come un qualsiasi altro attributo; è, per meglio dire, un termine generale posto a rappresentare la concezione di una perfezione completa e di una gloria totale. È la sua infinita perfezione morale a coronare la sua infinita intelligenza e potenza ».
Dopo di questo, il tempio si scuote e stride. Cosa fa Isaia, quando capisce di essere davanti alla Santità? Non grida e non urla; non si mette a ridere, né si sente orgoglioso di se. Anzi, Isaia dice, « Guai a me, sono perduto! Perché io sono un uomo dalle labbra impure e abito in mezzo a un popolo dalle labbra impure ». Riconosce la sua inabilità; si sente menomato dal peso della gloria di Dio, ed anche una cosa semplice come il parlare riflette la condizione del peccato. È disfatto, come disintegrato. Giobbe, dopo aver avuto a che fare con Dio, mostrò la stessa risposta. Ha confessato di aver sbagliato e di non aver compreso. Una volta messo a confronto con la santità di Dio, si pente con polvere e cenere Giobbe 42:1-6: « Allora Giobbe rispose al Signore e disse: « Io riconosco che tu puoi tutto e che nulla può impedirti di eseguire un tuo disegno. Chi è colui che senza intelligenza offusca il tuo disegno? Sì, ne ho parlato; ma non lo capivo; sono cose per me troppo meravigliose e io non le conosco. Ti prego, ascoltami, e io parlerò; ti farò delle domande e tu insegnami! Il mio orecchio aveva sentito parlare di te ma ora l’occhio mio ti ha visto. Perciò mi ravvedo, mi pento sulla polvere e sulla cenere ».
« Per i peccatori, non esiste un attributo di Dio più terribile della santità ». Man mano che ci avviciniamo a Dio, il nostro peccato diventa sempre più chiaro. Ryle scrive: « Sono convinto che il primo passo verso un più alto livello di santità consiste nel realizzare appieno la sconvolgente bassezza del peccato ».
R. C. Sproul parla dell’incontro di Isaia con Dio come del normale trauma che accade ad una persona che incontra il Dio vivente. Dio scuote il nostro sistema. Lui ci traumatizza con la santità. Non c’è un altro come lui. Calvino osservò, « Quindi il timore e lo sconvolgimento dai quali, così come leggiamo nella Scrittura, le persone consacrate sono colpite e soprafatte quando davanti alla presenza di Dio. Le persone non sono sufficientemente toccate e convinte della loro insignificanza fino a quando non si trovano in contrasto con la maestà di Dio ».
Vedete, noi siamo ormai avvezzi al nostro peccato. Ecco perché quando ci accostiamo alla presenza della vera santità, così come Isaia, noi siamo disfatti. Ci rendiamo conto di quanto siamo veramente miseri. E questo Dio, non potrebbe mai essere immaginato da una mente carnale che ama costantemente essere adulata. Da nessun’altra parte nella religione si riscontra questa santità, tranne che per rivelazione. Gli uomini peccatori non sono in grado di realizzare questa nozione.
Hodge: « I serafini che girano attorno al trono e gridano giorno e notte: « Santo, Santo, Santo è il Signore, » danno un’espressione dei sentimenti di tutte le creature che non sono cadute riguardo all’infinita purezza di Dio. Essi sono rappresentanti dell’intero universo nell’offrire questo omaggio perpetuo alla divina Santità ».
Ma l’episodio di Isaia ha un proseguimento.
Appare anche la grazia di Dio. Sproul nota: « Il Dio Santo è anche un Dio di grazia. Ha rifiutato di lasciare continuare al suo servo la sua lamentela senza un conforto. Si è mosso immediatamente per la purificazione e la ristorazione dello spirito dell’uomo. In questo divino atto di guarigione, Isaia ha sperimentato un perdono che andava oltre la purificazione delle sue labbra. È stato mondato completamente, perdonato totalmente, ma non senza la terribile sofferenza del pentimento. Pietro fa la stessa cosa che ha fatto Isaia, quando si confronta con la santità di Gesù. Un giorno Pietro ed i suoi compagni di lavoro tornano da una notte di pesca. Era andata molto male. Gesù, il quale era stato incontrato da Pietro solo di recente, comanda al pescatore professionista di andare al largo e lì di pescare. Pietro reagisce come reagirebbe un chimico se cercassi di spiegargli come mescolare le sostanze, o come un radiologo se io gli interpretassi delle lastre, in un modo simile ad un pastore che si sente spiegare da una persona senza conoscenza biblica come si deve comportare un pastore. Pietro pensò che sapeva già come si faceva a pescare e che aveva un’esperienza un po’ più importante di quella di Gesù. Non appena lo fa, catturano un’enorme quantità di pesce, da far affondare la barca. È un miracolo grande, e vorrei che riflettiate sulla reazione di Pietro. Non dice: « Accipicchia, è fantastico », e neppure: « Che pescata; posso ritirarmi ». La reazione di Pietro è sorprendente se messa a confronto con la religione odierna, perché denota un trauma. Luca 5:8: « Simon Pietro, veduto ciò, si gettò ai piedi di Gesù, dicendo: « Signore, allontanati da me, perché sono un peccatore ».
Pietro è consapevole del suo peccato quando si trova alla presenza del Signore.

UN APPROCCIO SBAGLIATO
Non dobbiamo trattare Dio con leggerezza Salmo 11:4-7: « Il Signore è nel suo tempio santo; il Signore ha il suo trono nei cieli; i suoi occhi vedono, le sue pupille scrutano i figli degli uomini. Il Signore scruta il giusto, ma detesta l’empio e colui che ama la violenza. Egli farà piovere sull’empio carboni accesi; zolfo e vento infuocato sarà il contenuto del loro calice. Poiché il Signore è giusto; egli ama la giustizia; gli uomini retti contempleranno il suo volto ».
Dio è tremendo nella Sua santità Esodo 15:11: « Chi è pari a te fra gli dèi, o Signore? Chi è pari a te, splendido nella tua santità, tremendo anche a chi ti loda, operatore di prodigi »? Egli è santo e tremendo:
Salmi 99:3: « Lodino essi il tuo nome grande e tremendo. Egli è santo ».
Salmi 111:9: « Egli ha mandato a liberare il suo popolo, ha stabilito il suo patto per sempre; santo e tremendo è il suo nome ».
La santità di Dio fu infranta dai figli di Core perché il loro approccio fu sbagliato Numeri 16:1-32: « Or Core, figlio di Isar, figlio di Cheat, figlio di Levi, insieme con Datan e Abiram, figli di Eliab, e On, figlio di Pelet, tutti e tre della tribù di Ruben, insorsero contro Mosè con duecentocinquanta Israeliti autorevoli nella comunità, membri del consiglio, uomini rinomati; e, radunatisi contro Mosè e contro Aaronne, dissero loro: « Basta! Tutta la comunità, tutti, dal primo all’ultimo, sono santi, e il Signore è in mezzo a loro; perché dunque vi mettete al di sopra dell’assemblea del Signore? » Quando Mosè ebbe udito questo, si prostrò con la faccia a terra; poi parlò a Core e a tutta la gente che era con lui, e disse: « Domani mattina il Signore farà conoscere chi è suo e chi è santo, e se lo farà avvicinare; farà avvicinare a sé colui che egli avrà scelto…E Core convocò tutta la comunità contro Mosè e Aaronne all’ingresso della tenda di convegno; e la gloria del Signore apparve a tutta la comunità…E il Signore disse a Mosè: « Parla alla comunità e dille: « Allontanatevi dalla dimora di Core, di Datan e di Abiram »"…Mosè disse: « Da questo conoscerete che il Signore mi ha mandato per fare tutte queste cose, e che non le ho fatte di testa mia. Se questa gente muore come muoiono tutti gli uomini, se la loro sorte è la sorte comune a tutti gli uomini, il Signore non mi ha mandato; ma se il Signore fa una cosa nuova, se la terra apre la sua bocca e li ingoia con tutto quello che appartiene a loro e se essi scendono vivi nel soggiorno dei morti, allora riconoscerete che questi uomini hanno disprezzato il Signore ». Appena egli ebbe finito di pronunciare tutte queste parole, il suolo si spaccò sotto i piedi di quelli, la terra spalancò la sua bocca e li ingoiò: essi e le loro famiglie, con tutta la gente che apparteneva a Core e tutta la loro roba. Scesero vivi nel soggiorno dei morti; la terra si richiuse su di loro, ed essi scomparvero dal mezzo dell’assemblea. Tutto Israele che era intorno a loro fuggì alle loro grida; perché dicevano: « Che la terra non ingoi anche noi! » Un fuoco uscì dalla presenza del Signore e divorò i duecentocinquanta uomini che offrivano l’incenso ».
Anche nel Nuovo testamento abbiamo casi simili Atti 5:1-11: « Ma un uomo di nome Anania, con Saffira sua moglie, vendette una proprietà e tenne per sé parte del prezzo, essendone consapevole anche la moglie; e, un’altra parte, la consegnò, deponendola ai piedi degli apostoli. Ma Pietro disse: « Anania, perché Satana ha così riempito il tuo cuore da farti mentire allo Spirito Santo e trattenere parte del prezzo del podere? Se questo non si vendeva, non restava tuo? E una volta venduto, il ricavato non era a tua disposizione? Perché ti sei messo in cuore questa cosa? Tu non hai mentito agli uomini ma a Dio ». Anania, udendo queste parole, cadde e spirò. E un gran timore prese tutti quelli che udirono queste cose. I giovani, alzatisi, ne avvolsero il corpo e, portatolo fuori, lo seppellirono. Circa tre ore dopo, sua moglie, non sapendo ciò che era accaduto, entrò. E Pietro, rivolgendosi a lei: « Dimmi », le disse, « avete venduto il podere per tanto? » Ed ella rispose: « Sì, per tanto ». Allora Pietro le disse: « Perché vi siete accordati a tentare lo Spirito del Signore? Ecco, i piedi di quelli che hanno seppellito tuo marito sono alla porta e porteranno via anche te ». Ed ella in quell’istante cadde ai suoi piedi e spirò. I giovani, entrati, la trovarono morta; e, portatala via, la seppellirono accanto a suo marito. Allora un gran timore venne su tutta la chiesa e su tutti quelli che udivano queste cose ».
Erode è un altro caso che troviamo nel Nuovo Testamento Atti 12:21-23: « Nel giorno fissato, Erode indossò l’abito regale e sedutosi sul trono, tenne loro un pubblico discorso. E il popolo acclamava: « Voce di un dio e non di un uomo! » In quell’istante un angelo del Signore lo colpì, perché non aveva dato la gloria a Dio; e, roso dai vermi, morì ». Anche ai tempi dell’apostolo Paolo, l’approccio con Dio non doveva essere superficiale
1Corinzi 11:28-30: « Ora ciascuno esamini sé stesso, e così mangi del pane e beva dal calice; poiché chi mangia e beve, mangia e beve un giudizio contro sé stesso, se non discerne il corpo del Signore. Per questo motivo molti fra voi sono infermi e malati, e parecchi muoiono ».
È importante pensare all’amore di Dio, alla Sua compassione, alla Sua misericordia, ma anche alla Sua santità! I credenti devono avere un’idea chiara di Dio e non dimenticare che Egli è tre volte santo!

LA NOSTRA ATTITUDINE VERSO DIO
Le reazioni dell’uomo alla santità che abbiamo preso dalla Bibbia descrivono come deve essere la nostra attitudine verso Dio. Se Dio è santo, un approccio casuale o una eccessiva e spensierata familiarità vanno evitate. Noi dobbiamo accostarci in santità. Lo stile stesso dell’adorazione diventa differente se pensiamo alla sua santità. Una cosa è la celebrazione; ma non possiamo permettere che essa escluda la nostra risposta santa al Dio santo Ebrei 12:28,29: « Perciò, ricevendo un regno che non può essere scosso, siamo riconoscenti, e offriamo a Dio un culto gradito, con riverenza e timore! Perché il nostro Dio è anche un fuoco consumante ».
La santità di Dio chiede una santità in noi. C’è una connessione etica tra quest’argomento ed il modo in cui ci comportiamo. La Scrittura rendere chiaro il collegamento: « Siate santi, perché io sono santo »:
Levitico 11:44: « Poiché io sono il Signore, il vostro Dio; santificatevi dunque e siate santi, perché io sono santo. Non contaminate le vostre persone per mezzo di uno qualsiasi di questi animali che strisciano sulla terra.
Levitico 19:2: « Parla a tutta la comunità dei figli d’Israele, e di’ loro: « Siate santi, perché io, il Signore vostro Dio, sono santo.
Levitico 20:7: « Santificatevi dunque e siate santi, perché io sono il Signore vostro Dio.
1Pietro 1:15,16: « Ma come colui che vi ha chiamati è santo, anche voi siate santi in tutta la vostra condotta, poiché sta scritto: « Siate santi, perché io sono santo ».
C’è un collegamento tra Dio e le Sue aspettative per il Suo popolo. Dobbiamo ricordare che ogni volta che pecchiamo, noi non facciamo qualcosa di banale. Stiamo facendo una cosa che Dio odia, e nutrendo un’attitudine che Dio detesta. Invece: « La santità nel credente non è niente di meno che la conformità al carattere morale di Dio ».
Jerry Bridges scrive: « Noi abbiamo bisogno di coltivare nei nostri cuori lo stesso odio che Dio ha del peccato. Odio del peccato come peccato, non come un qualcosa che inquieta e abbatte noi stessi, ma come un qualcosa che dispiace a Dio, che dimora alla base della vera santità. Noi dobbiamo coltivare la stessa attitudine di Giuseppe Genesi 39:7-9: « Dopo queste cose, la moglie del padrone di Giuseppe gli mise gli occhi addosso e gli disse: « Unisciti a me! » Ma egli rifiutò e disse alla moglie del suo padrone: « Ecco, il mio padrone non mi chiede conto di quanto è nella casa e mi ha affidato tutto quello che ha. In questa casa, egli stesso non è più grande di me e nulla mi ha vietato, se non te, perché sei sua moglie. Come dunque potrei fare questo gran male e peccare contro Dio? »
Inoltre senza santità, è impossibile piacere al Signore Ebrei 12:14: « Impegnatevi a cercare la pace con tutti e la santificazione senza la quale nessuno vedrà il Signore ».
La santità, promuove l’umiltà, non l’orgoglio. Direi che ciò che segnala il conoscere Dio nella Sua santità, è l’umiltà che porta frutto nella vita. Se noi non siamo santi, contraddiciamo il progetto di Dio.
« La santità è l’unica cosa che ci differenzia dalla malvagità del mondo » (Watson). Dobbiamo presentare i nostri corpi in sacrificio a Dio, come sacrificio spirituale Romani 12:1: « Vi esorto dunque, fratelli, per la misericordia di Dio, a presentare i vostri corpi in sacrificio vivente, santo, gradito a Dio; questo è il vostro culto spirituale ». Lo Spirito Santo è il nostro santificatore, i nostri corpi sono il tempio dello Spirito Santo 1Corinzi 6:19: « Non sapete che il vostro corpo è il tempio dello Spirito Santo che è in voi e che avete ricevuto da Dio? Quindi non appartenete a voi stessi. Poiché siete stati comprati a caro prezzo. Glorificate dunque Dio nel vostro corpo ». Dobbiamo camminare in modo santo ed irreprensibile Efesini 1:4: « Benedetto sia il Dio e Padre del nostro Signore Gesù Cristo, che ci ha benedetti di ogni benedizione spirituale nei luoghi celesti in Cristo. In lui ci ha eletti prima della creazione del mondo perché fossimo santi e irreprensibili dinanzi a lui ».
Cosa sarebbe Dio se non fosse santo? È ovvio che si tratterebbe di un idolo immaginario, un dio che non potrebbe esistere. Tuttavia per una serie di ragioni siamo portati a minimizzare o ad ignorare la santità. Spesso eleviamo la bontà di Dio al di sopra della sua potenza, o il suo amore al di sopra della sua giustizia. Gli uomini tendono a preferire quel lato del carattere divino che rispetto agli altri li fa sentire meno a disagio. Se fosse per noi, ci piacerebbe definire Dio come esclusivamente « amore », o almeno in predominanza. Il motivo? Il nostro interesse personale. Ci piace Dio per quello che potrebbe fare per noi, non per quello che è in realtà. Tale distorsione, la sottrazione di questo attributo, trasforma Dio in un idolo, in un Dio falso. Siamo inclini ad immaginarlo così come piace a noi Salmo 50:21: « Hai fatto queste cose, io ho taciuto, e tu hai pensato che io fossi come te; ma io ti riprenderò, e ti metterò tutto davanti agli occhi ».
La santità è la vita di Dio, durerà quanto la Sua vita; Egli sarà per sempre estraneo al peccato, non può che vivere nell’odio e nell’avversione di esso. Se cessasse per un solo istante di odiarlo, sarebbe come cessare di vivere. Per essere un Dio santo è essenziale per Lui come essere un Dio vivente; e non sarebbe un Dio vivente ma un dio morto se alla fine dei tempi fosse un Dio non santo. Non può guardare al peccato senza aborrirlo; non può guardare al peccato che il suo cuore sale contro di esso ».

Conclusione
La santità di Dio unita alla sua giustizia è terribile per un peccatore colpevole, ma unita alla Sua misericordia è dolce per il credente pentito.
Fate di questo il vostro obiettivo, la preghiera di Robert Murray McCheyne: « Signore rendimi santo così come lo può essere un peccatore perdonato ». Ma ricordate anche che: « Non c’è santità senza combattimento » (Ryle).
« La felicità per sua natura non può essere un fine ultimo, dato che cercarla equivale a non riuscire a raggiungerla: « Colui che troverà la sua vita la perderà.’ Cercare la santità dona felicità, ma non viceversa. Perciò il comandamento è « Siate santi » non « Siate felici ». Un’altra prova che la felicità non è il fine ultimo come lo è la santità è il fatto che ci sono vari tipi di felicità, ma di santità ce n’è uno solo ».
Pascal disse: « La serena bellezza di una vita santa è ciò che influenza di più, a parte la potenza di Dio » 2Corinzi 7:1: « Poiché abbiamo queste promesse, carissimi, purifichiamoci da ogni contaminazione di carne e di spirito, compiendo la nostra santificazione nel timore di Dio ».

COSA SIGNIFICA CHE DOBBIAMO VANTARCI DELLE NOSTRE DEBOLEZZE?

http://www.toscanaoggi.it/Rubriche/Risponde-il-teologo/Cosa-significa-che-dobbiamo-vantarci-delle-nostre-debolezze

COSA SIGNIFICA CHE DOBBIAMO VANTARCI DELLE NOSTRE DEBOLEZZE?

Un lettore ci chiede cosa voglia dire San Paolo con l’espressione «vantarsi delle sue debolezze». Risponde don Stefano Tarocchi, Preside della Facoltà teologica dell’Italia centrale

Percorsi: SPIRITUALITÀ E TEOLOGIA

(2.5.13)

Nella seconda lettera ai Corinzi San Paolo dice di vantarsi delle sue debolezze, in quanto necessarie per avere la grazia di Dio. Questo vale anche per i peccati? Non dobbiamo dolerci più di tanto di certi peccati, se questi aprono alla grazia di Dio? Certo la grazia si ha se siamo peccatori, infatti Gesù è venuto per i malati e non per i sani!

Gino Galastri
Il tema della debolezza è ampiamente presente nelle lettere dello stesso apostolo (e non solo!), e merita quindi un approfondimento, non fosse altro che per capire il significato esatto delle sue parole, così da non aprire a interpretazioni non necessarie.
Già nella stessa corrispondenza con la chiesa di Corinto, troviamo che l’apostolo accosta stoltezza e debolezza di Dio, per dire che esse sono rispettivamente più sagge e più forti degli uomini (1 Corinzi 1,25). Ma, aggiunge Paolo, «quello che è stolto per il mondo, Dio l’ha scelto per confondere i sapienti; quello che è debole per il mondo, Dio l’ha scelto per confondere i forti (1 Corinzi 1,27). Più avanti l’apostolo precisa ai Corinzi che egli stesso si è presentato a loro «nella debolezza e con molto timore e trepidazione» (1 Corinzi 2,3).
Anche solo da questo primo sguardo, appare evidente che la debolezza ha a che fare con la condizione umana, con le sue contraddizioni, come quella che provano quanti, deboli nella coscienza, sono turbati dall’aver mangiato carni originariamente destinate al culto degli idoli (1 Corinzi 8,7). Nella complessa questione cui qui è possibile solo accennare, Paolo mette in guardia quanti si sono liberati da questo condizionamento: infatti «non esiste al mondo alcun idolo» (1 Corinzi 8,4), scrive, e se anche «alcuni hanno molti dèi e molti signori», «per noi c’è un solo Dio, il Padre … e un solo Signore, Gesù Cristo» (1 Corinzi 8,6). E tuttavia, egli conclude, se c’è il pericolo che la coscienza di un debole vada in rovina, «un fratello per il quale Cristo è morto», «non mangerò mai più [questo tipo di]carne, per non dare scandalo al mio fratello» (1 Corinzi 8,11.13). La debolezza si presenta anche per descrivere la lontananza da Dio dell’umanità non redenta: «quando eravamo ancora deboli, nel tempo stabilito Cristo morì per gli empi» (Romani 5,6). Per questo «anche lo Spirito viene in aiuto alla nostra debolezza; non sappiamo infatti come pregare in maniera conveniente, ma lo stesso Spirito intercede con gemiti inesprimibili (Romani 8,26).
Sono quelli che Paolo, a Roma ma anche a Corinto, con una felice espressione chiama «deboli nella fede» (Romani 14,1). Sul campo opposto si trova Abramo, l’uomo che non «fu debole nella fede», e per questo «credette, saldo nella speranza contro ogni speranza» (Romani 4,18-19).
La debolezza della condizione umana, oltre che la coscienza e lo spirito, colpisce il corpo dell’uomo con la malattia, come quella che assale i Corinzi di fronte alla loro incapacità di riconoscere il Corpo del Signore nelle loro assemblee eucaristiche: «è per questo che tra voi ci sono molti ammalati e infermi (lett. « deboli »)» (1 Corinzi 11,30), ma anche il suo inviato Epafrodito (Filippesi 2,26), o lo stesso Timoteo che Paolo invita a bere un po’ di vino a causa delle sue frequenti debolezze (1 Timoteo 5,23).
Del resto Paolo, con un colpo d’ala straordinario, sostiene la totale comunione del suo ministero di apostolo verso coloro che gli sono stati affidati, aggiunge: «mi sono fatto debole con i deboli, per guadagnare i deboli; mi sono fatto tutto per tutti, per salvare ad ogni costo qualcuno» (1 Corinzi 9,22). È lo stesso apostolo che alcuni a Corinto accusavano di essere debole quando presente fisicamente e, al tempo stesso, quasi prepotente mentre scrive da lontano (2 Corinzi 10,1). Qualcuno diceva infatti: «le lettere sono dure e forti, ma la sua presenza fisica è debole e la parola dimessa» (2 Corinzi 10,10). È in questo modo che Paolo difende la sua persona di fronte alle accuse ricevute nel suo svolgere il ministero a Corinto: «dal momento che molti si vantano, mi vanterò anch’io» (2 Corinzi  11,18). Quindi conclude: «chi è debole che anch’io non lo sia… se è necessario vantarsi, mi vanterò della mia debolezza» (2 Corinzi 11,29-30).
E qui siamo arrivati al principale testo a cui il lettore si riferisce. Dopo aver parlato della «spina ricevuta nella sua carne», che Paolo ha chiesto gli venisse  allontanata, scrive che il Signore «mi rispose: « Ti basta la mia grazia; la forza infatti si manifesta pienamente nella debolezza ». Mi vanterò quindi volentieri delle mie debolezze, perché dimori in me la potenza di Cristo. Perciò mi compiaccio nelle mie debolezze, negli oltraggi, nelle difficoltà, nelle persecuzioni, nelle angosce sofferte per Cristo; quando sono debole è allora che sono forte» (2 Corinzi 12,9-10).
Nel paradosso per cui la forza divina, la sua potenza di salvezza, si «manifesta pienamente nella debolezza», c’è la chiave per una corretta interpretazione del linguaggio dell’apostolo. Del resto, a proposito di Gesù, egli scrive che «fu crocifisso per la sua debolezza, ma vive per la potenza di Dio» (2 Corinzi 13,4). Proprio in quanto crocifisso, Cristo «è potenza di Dio e sapienza di Dio» (1 Corinzi 1,24). Quindi, senza nulla togliere al detto evangelico dell’attenzione di Gesù verso i malati e i peccatori (così Matteo 9,12 e Luca 5,31, ma anche 1 Timoteo 1,15: «Cristo Gesù è venuto nel mondo per salvare i peccatori»), l’accento va posto con maggiore convinzione sul tema della croce, che rovescia totalmente tutti i nostri termini abituali di riferimento: «quello che è debole per il mondo, Dio l’ha scelto per confondere i forti (1 Corinzi 1,27).

GESÙ REDENTORE : SALVEZZA E SOFFERENZA

http://www.qumran2.net/materiale/anteprima.php?id=28735&anchor=documento_2&ritorna=%2Findice.php%3Fparole%3D%26%2334%3Bsan+paolo%26%2334%3B%26&width=1024&height=676

GESÙ REDENTORE : SALVEZZA E SOFFERENZA

(da Qumran.net, sezione catechesi bibliche, temi paolini)

*“Che diremo dunque in proposito?Se Dio è per noi chi sarà contro di noi? Egli che non ha risparmiato il proprio Figlio, ma lo ha dato a tutti noi, come non ci donerà ogni cosa insieme con lui? Chi accuserà gli eletti di Dio? Dio giustifica .Chi condannerà? Cristo Gesù, che è morto, anzi risuscitato, sta alla destra di Dio e intercede per noi?
Chi ci separerà dunque dall’amore di Dio? Forse la tribolazione, l’angoscia, la persecuzione, la fame la nudità, il pericolo la spada?….
Ma in tutte queste cose noi siamo più che vincitori per virtù di colui che ci ha amati. Io sono infatti persuaso che né morte né vita, né angeli,ne principiati né presente , né avvenire, né potenze, né altezze né profondità, né alcun’ altra creatura potrà mai separarci dall’amore di Dio , in Cristo Gesù, nostro Signore.” ( Rm.8,21-39)

*“Le gioie e le speranze, le tristezze e le angosce degli uomini d’oggi, dei poveri soprattutto e di tutti coloro che soffrono, sono pure le gioie e le speranze, le tristezze e le angosce dei discepoli di Cristo, e nulla vi è di genuinamente umano che non trovi eco nel loro cuore. La loro comunità, infatti, è composta da uomini i quali, riuniti insieme nel Cristo, sono guidati dallo Spirito Santo nel loro pellegrinaggio verso il Regno del Padre ed hanno ricevuto un messaggio di salvezza da proporre a tutti. Perciò la comunità dei cristiani si sente realmente e intimamente solidale con il genere umano e con la sua storia.” (G.S. 1)1
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Molti potevano essere i passi per aiutarci a riflettere sulla tematica della Redenzione e sul significato della sofferenza umana nella storia dopo il Cristo. Ho scelto questo brano di Paolo e il punto 1 della G.S come sintesi teologica. La teologia infatti è invitata a riflettere sulle questioni con un cammino ben preciso: partire dalla S. Scrittura, passare dai padri Apostolici, poi i padri della Chiesa, S, Tommaso per finire con la riflessione storica dei concili ecumenici.
“ In realtà solo nel mistero del Verbo incarnato trova vera luce il mistero dell’uomo. Adamo, infatti, il primo uomo , era figura di quello del futuro e cioè di Cristo Signore . Cristo che è il nuovo Adamo, proprio rivelando il mistero del Padre e del suo amore2, svela anche pienamente l’uomo all’uomo e gli fa nota la sua altissima vocazione”3
1In principio era il Verbo, e il Verbo era presso Dio e il Verbo era Dio.
2Egli era, in principio, presso Dio:3tutto è stato fatto per mezzo di lui
e senza di lui nulla è stato fatto di ciò che esiste…..
14E il Verbo si fece carne e venne ad abitare in mezzo a noi.
Queste parole del prologo del Vangelo di Giovanni , che sono un po’ la sintesi teologica del IV Vangelo ci richiamano in maniera forte questa idea: Dio quando ha creato il mondo aveva innanzi a sé l’immagine del figlio, in lui tutto è stato creato è Lui il tipo, la figura dell’UOMO. Padre Laurentin ed altri esegeti con lui facendosi forza anche della tradizione dei Padri latini interpretano già nel primo versetto del Prologo la figura del Cristo incarnato.
Questo non è una novità , gia la teologia paolina lo afferma chiaramente , soprattutto negli inni cristologici di Ef 1,3-14 4 e Ef 1,3-14 . Il primo forse più chiaramente svela il piano d’amore di Dio che ci ha fatto e pensato sempre come figli nel Figlio, il secondo forse sottolinea più l’aspetto di partecipazione alla Redenzione. Nel prologo di GV, il versetto 3 in greco dice “panta” , cioè tutto ciò che riguarda la salvezza; si potrebbe dire meglio che senza di Lui non avviene neppure una cosa all’interno del mistero della Salvezza,5 che tutto è stato pensato da Dio per comunicare all’uomo il suo amore di Padre .
Si può dire che la teologia e la riflessione della Chiesa a partire dal Vaticano II riscopre l’idea biblica di un solo piano: quello d’amore che Dio ha pensato per l’uomo superando, o cercando di superare la divisione tra naturale e sopranaturale che la riflessione umana aveva fatto dividendo l’azione di Dio Creatore e di Dio Redentore in maniera troppo incisiva e schematica.
K. Rahner a tal proposito scrive:”l’uomo può fare esperienza su se stesso solo nell’ambito dell’amorosa volontà sopranaturale di Dio, non può presentare la natura in uno ‘stato chimicamente puro ’separata dal suo esistenziale sopranaturale.” 6
Dio scrive la storia della Salvezza nel divenire del tempo e dello spazio, nella esperienza di relazione con ognuno, all’interno di un progetto d’amore chiamato Gesù Cristo. : 4In lui ci ha scelti prima della creazione del mondo, per essere santi e immacolati al suo cospetto nella carità, 5predestinandoci a essere suoi figli adottivi per opera di Gesù Cristo, 6secondo il beneplacito della sua volontà. ( Ef. 1, 4-6)
Chi ci separerà dunque dall’amore di Dio? Forse la tribolazione, l’angoscia, la persecuzione, la fame la nudità, il pericolo la spada?…. Ma in tutte queste cose noi siamo più che vincitori per virtù di colui che ci ha amati
Questo versetto del brano iniziale che abbiano letto ci aiuta a legare il tema della sofferenza umana al tema della Salvezza. Noi tutti avremmo voluto che Dio ci salvasse riportandoci alla idealità descritta in Genesi del paradiso terrestre, ma non è così l’Apocalisse ci dice che in Paradiso avremo Cieli nuovi e terre nuove7 dove godere appieno di questa relazione con Dio, che ha scelto di camminare nella storia come Uomo grazie ad un sì di una ragazza di nome Miriam , circa 2000 anni fa a Nazareth di Galilea .
Per terminare la ns riflesione sulla sofferenza nella ns storia della salvezza ci facciamo aiutare brevemente dal brano dei Discepoli di Emmaus: possiamo vedere come l’evangelista metta in questi due tutti i sentimenti di sconfitta e delusione che sono nella vita di ogni uomo per la sofferenza, per le sconfitte , gli ideali non raggiunti, per l’idea di Dio che ci eravamo fatti: potente, salvatore, Messia anche politico; sottolinea l’atteggiamento di Gesù che si avvicina a loro, fa finta di non saper nulla di quanto successo, da fine psicologo li fa parlare gli fa tirar fuori le angosce e poi senza infierire, benché dica sciocchi e tardi di cuore nel credere alla parola dei profeti! [26]Non bisognava che il Cristo sopportasse queste sofferenze per entrare nella sua gloria?». [27]E cominciando da Mosè e da tutti i profeti, spiegò loro in tutte le Scritture ciò che si riferiva a lui.
Questo riflettere sulla Parola, meditare sulla scrittura voce di Dio che mi parla nella mia storia, come ben sappiamo costa fatica. Si potrebbe dire col Maraldi la fatica della Fede 8:  » la fede se è calata nella storia costa fatica …. La fatica di credere in Dio stando sulla terra, dentro le situazioni in cui ci si trova gettati. E’ la fatica di meditare la Parola di Dio per cercare di capire cosa voglia il Signore nella concretezza dell’oggi ». E’ La fatica di vedere l’opera di Dio nella storia in corso d’opera, di avere gli occhi delle fede e non rimanere impantanati nelle situazioni, dalle più vicine, ( malattie, lutti, disgrazie), alle più globali ( carestie, terremoti, pandemie , guerre); non è facile e spesso tutti noi diciamo ‘ma Dio dov’è?’.
Ad ogni Natale facciamo memoria di questo Dio che si fa uomo, che per salvare il mondo ha sempre rifiutato la gente che voleva farlo re dopo i miracoli , non ha mai accettato di fare Dio ,ma ha voluto fare l’uomo e ha chiamato Pietro, Zaccheo, Giairo , da ognuno ha voluto fermarsi a casa sua , ha chiesto ospitalità, ha chiesto di fare Casa con lui . Comunione,….. è un Dio che si fa vicino, non ci dà ricette o ci risolve il problema , ma cammina affianco, si fa ultimo con gli ultimi, povero coi poveri, fratello di ogni uomo. Sembra retorica o poesia , ma è la realtà, è Dio che ci accompagna nella Vita perché possiamo essere ognuno la pienezza di noi stessi ( o meglio rispondere ognuno alla sua Vocazione).
Rileggendo mi vengono spontanee queste domande: So ascoltare i fratelli in difficoltà? So partire dai loro drammi e dalle loro angosce per aiutarli ? cammino loro affianco con tenerezza, con una presenza ‘gentile’e accorta ?
Li consolo con la stessa consolazione con cui sono stato consolato da Dio?!.9
San Paolo in Cor, 1,24 dice: “ Completo nella mia carne quello che manca ai patimenti di Cristo, in favore del suo Corpo che è la Chiesa”….Perciò sono lieto delle sofferenza che sopporto per voi”.
GP II commentando questo brano al punto 1 della ‘Salvifici doloris’ dice che l’Apostolo comunica la propria scoperta e ne gioisce a motivo di coloro che essa può aiutare – così come aiutò lui – a penetrare il senso salvifico della sofferenza. Il Papa nella conclusione della sua lettera rifacendosi a GS 2210 , che abbiamo letto all’inizio di questa ns riflessione, dice che se Cristo svela interamente l’uomo all’uomo, queste parole che “ si riferiscono a tutto ciò che riguarda il mistero dell’uomo, allora certamente si riferiscono in modo particolarissimo all’umana sofferenza”.
Dio assumendo su di sé l’intera natura umana ne ha assunto tutte le peculiarità storiche, tra cui la sofferenza oltre che la gioia. Sicuramente questo è un mistero che fa parte del più grande mistero dell’Incarnazione, Passione Morte e Resurrezione di Gesù: Dio ci ama tanto che accoglie le ns offerte ‘ spirituali’ ( perché fatte attraverso lo Spirito Santo ) come compartecipazione alla sua opera salvifica. La Prima lettera di Pietro ci ricorda che Cristo ci ha fatto partecipi del suo sacerdozio regale: «ma voi siete la stirpe eletta, il sacerdozio regale, la nazione santa, il popolo che Dio si è acquistato perché proclami le opere meravigliose di lui che vi ha chiamato…»(1 Pt.2,9).

Vorrei finire, pertanto, con queste parole della lettera agli Ebrei:
5Per questo, entrando nel mondo, Cristo dice:Tu non hai voluto né sacrificio né offerta,un corpo invece mi hai preparato.6 Non hai gradito né olocausti né sacrifici per il peccato.7Allora ho detto: «Ecco, io vengo – poiché di me sta scritto nel rotolo del libro –per fare, o Dio, la tua volontà».( Ebrei 10,5)

L’obbedienza 25/4/88
La vita
prende
trascina
trasforma
lasciarsi vivere
è il segreto
gioia, dolore
sofferenza, paura
viviamola
coi nostri sentimenti,
attivamente
accettando
ogni momento,
la storicità
della vita.
E ciò
che nascerà
sarà nostro
storico
vitale.
Lasciamoci vivere
questo è il segreto.

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