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Pontificia Commissione Biblica: 3.3.2. L’insegnamento morale di Paolo

PONTIFICIA COMMISSIONE BIBLICA

BIBBIA E MORALE

RADICI BIBLICHE DELL’AGIRE CRISTIANO

aiuta la comprensione del testo la lettura della Prefazione e dell’Introduzione
indice generale e testi:

http://www.jesus.2000.years.de/roman_curia/congregations/cfaith/pcb_documents/rc_con_cfaith_doc_20080511_bibbia-e-morale_it.html 

3.3.2. L’insegnamento morale di Paolo

54. Nei suoi scritti Paolo insiste sul fatto che l’agire morale del credente è un effetto della grazia di Dio che lo ha reso giusto e che lo fa perseverare. Perché Dio ha perdonato a noi e ci ha resi giusti, egli gradisce il nostro agire morale che dà testimonianza della salvezza operante in noi. 

a. L’esperienza dell’amore di Dio come base della morale

55. Ciò che fa nascere la morale cristiana non è una norma esterna bensì l’esperienza dell’amore di Dio per ciascuno, una esperienza che l’apostolo vuol ricordare nelle sue lettere affinché le sue esortazioni possano essere comprese e accolte. Egli fonda i suoi consigli ed esortazioni sull’esperienza fatta in Cristo e nello Spirito senza imporre nulla dall’esterno. Se i credenti devono lasciarsi illuminare e guidare dall’interno e se le esortazioni e i consigli non possono far altro che chiedere loro di non dimenticare l’amore e il perdono ricevuti, la ragione consiste nel fatto che essi hanno sperimentato la  misericordia di Dio nei loro confronti, in Cristo, e che essi sono intimamente uniti a Cristo e hanno ricevuto il suo Spirito. Si potrebbe formulare il principio che guida le esortazioni di Paolo: quanto più i credenti sono guidati dallo Spirito tanto meno c’è bisogno di dare loro regole per l’agire.

Una conferma del procedimento di Paolo si presenta nel fatto che egli non inizia le sue lettere con esortazioni morali e non risponde direttamente ai problemi dei suoi destinatari. Mette sempre una distanza fra i problemi e le sue risposte. Riprende le grandi linee del suo Vangelo (per es. Rm 1-8) e mostra come i suoi destinatari devono sviluppare il loro modo di comprendere il Vangelo e poi arriva progressivamente a formulare i suoi consigli per le diverse difficoltà delle giovani chiese (per es. Rom 12-15).

È possibile domandarsi se Paolo anche oggi scriverebbe in questa maniera, se è vero che una maggioranza dei cristiani forse non ha mai fatto l’esperienza della generosità infinita di Dio nei loro confronti e si trovano piuttosto nella situazione di un cristianesimo puramente ‘sociologico’.

In questo contesto si pone pure un’altra domanda: se, cioè, nel passare dei secoli si sia creato un distacco troppo grande fra gli imperativi morali, presentati ai credenti, e le loro radici evangeliche. In ogni caso, è oggi importante formulare di nuovo il rapporto fra le norme e le loro motivazioni evangeliche, per far meglio comprendere come la presentazione delle norme morali dipende dalla presentazione del Vangelo. 

b. Il rapporto con Cristo come fondamento dell’agire del credente

56. Ciò che determina per Paolo l’agire morale non è una concezione antropologica, cioè una certa idea dell’uomo e della sua dignità, bensì il rapporto con Cristo. Se Dio giustifica ogni persona umana mediante la fede sola, senza le opere della Legge, ciò non avviene affinché tutti continuino a vivere nel peccato: “Noi, che già siamo morti al peccato, come potremo ancora vivere in esso?” (Rm 6,2). Ma la morte al peccato è una morte con Cristo. Troviamo qui una prima formulazione del fondamento cristologico dell’agire morale dei credenti, fondamento espresso come unione che implica una separazione: uniti a Cristo, i credenti sono ormai separati dal peccato. Importante è l’assimilazione dell’itinerario dei credenti a quello di Cristo. In altre parole: i principi dell’agire morale non sono astratti ma vengono piuttosto da un rapporto con Cristo che ci ha fatti morire insieme con lui al peccato: l’agire morale è direttamente fondato sulla unione con Cristo e sull’inabitazione dello Spirito, dal quale esso viene e di cui è espressione. Così, questo agire non è, fondamentalmente, dettato da norme esteriori, ma proviene dal forte rapporto che nello Spirito connette i credenti a Cristo e a Dio.

Paolo trae anche implicazioni morali dalla sua affermazione unica e caratteristica che la Chiesa è il “corpo di Cristo”. Per l’apostolo questo è più che una semplice metafora e raggiunge uno status quasi-metafisico. Siccome il cristiano è membro del corpo di Cristo, commettere fornicazione è attaccare il corpo della prostituta al corpo di Cristo (1 Cor 6,15-17); siccome i cristiani formano l’unico corpo di Cristo, la varietà dei doni dei membri deve essere usata in armonia e con mutuo rispetto e amore, dando speciale attenzione alle membra più vulnerabili (1 Cor 12-13); celebrando l’Eucaristia, i cristiani non debbono violare o trascurare il corpo di Cristo, arrecando offesa ai membri più poveri (1 Cor 11,17-34; cf. sotto, le implicazioni morali dell’Eucaristia, nn. 77-79). 

c. Comportamenti principali verso Cristo Signore

57. Dato che il rapporto con Cristo è tanto fondamentale per l’agire morale dei credenti, Paolo chiarisce quali sono i giusti comportamenti nei confronti del Signore.

Non frequentemente, ma in due testi conclusivi degli scritti paolini si dice che bisogna amare il Signore Gesù Cristo: “Se qualcuno non ama il Signore, sia maledetto!” (1 Cor 16,22) e “La grazia sia con tutti quelli che amano il nostro Signore Gesù Cristo con amore incorruttibile” (Ef 6,24).

È chiaro che questo amore non è un sentimento inoperante, bensì deve concretizzarsi in azioni. La concretizzazione può venire dal titolo più frequente di Cristo, quello di ‘Signore’. La denominazione ‘signore’ è opposta a quella di ‘schiavo’, al quale compete il servire. Sappiamo pure che ‘Signore’ è un titolo divino passato a Cristo. Difatti i cristiani sono chiamati a servire il Signore (Rm 12,11; 14,18; 16,18). Questo rapporto dei credenti con Cristo Signore influisce fortemente nei loro vicendevoli rapporti. Non è giusto comportarsi da giudice di un servo che appartiene a questo Signore (Rm 14,4.6-9). I rapporti fra quelli che, nella società antica, sono schiavi e sono signori, vengono relativizzati (1 Cor 7,22-23; Fm; cf. Col 4,1; Ef 6,5-9). A uno che è servo del Signore conviene, per amore di Gesù, servire quelli che appartengono a questo Signore (2 Cor 4,5).

Dato che con ‘Signore’ è passato un titolo divino a Cristo, possiamo osservare che gli atteggiamenti del credente anticotestamentario nei confronti di Dio passano pure a Cristo: in lui si crede (Rm 3,22.26; 10,14; Gal 2,16.20; 3,22.26; cf. Col 2,5-7; Ef 1,15); in lui si spera (Rm 15,12; 1 Cor 15,19); lui viene amato (1 Cor 16,22; cf. Ef 6,24); a lui si ubbidisce (2 Cor 10,5).

L’agire giusto che corrisponde a questi atteggiamenti nei confronti del Signore, si può desumere dalla sua volontà che si manifesta nelle sue parole ma specialmente nel suo esempio. 

d. L’esempio del Signore

58. Le istruzioni morali di Paolo sono di diverso genere. Egli dice con grande chiarezza e forza quali comportamenti sono perniciosi ed escludono dal regno di Dio (cf. Rm 1,18-32; 1 Cor 5,11; 6,9-10; Gal 5,14); si riferisce raramente alla legge mosaica come modello di comportamento (cf. Rm 13,8-10; Gal 5,14); non ignora i modelli morali degli stoici – ciò che gli uomini del suo tempo hanno considerato come buono e cattivo; inoltre trasmette alcune disposizioni di Cristo su problemi concreti (1 Cor 7,10; 9,14; 14,37); e si riferisce pure alla “legge di Cristo” che dice: “Portate i pesi gli uni degli altri!” (Gal 6,2).

Più frequenti sono i riferimenti all’esempio di Cristo che è da imitare e da seguire. In modo generale Paolo dice: “Diventate i miei imitatori come io lo sono di Cristo” (1 Cor 11,1). Esortando all’umiltà e a non cercare solo il proprio interesse (2,4), ammonisce i Filippesi: “Abbiate fra di voi gli stessi sentimenti di Cristo Gesù!” (2,5) e descrive l’intero cammino dell’abbassamento e della glorificazione di Cristo (2,6-11). Presenta pure come esemplare la generosità di Cristo, che si fece povero per renderci ricchi (2 Cor 8,9), e la sua dolcezza e mansuetudine (2 Cor 10,1).

Paolo mette specialmente in rilievo la forza impegnativa dell’amore di Cristo, che raggiunge il suo compimento nella passione. “Poiché l’amore del Cristo ci sospinge, al pensiero che uno è morto per tutti e quindi tutti sono morti. Ed egli è morto per tutti, perché quelli che vivono non vivano più per se stessi, ma per colui che è morto e risorto per loro” (2 Cor 5,14-15). Seguendo Gesù non è più possibile una “vita propria” secondo i propri progetti e desideri ma solo una vita in unione con Gesù. Paolo afferma per se stesso una tale vita: “Non sono più io che vivo, ma è Cristo che vive in me. Questa vita, che io vivo nel corpo, la vivo nella fede del Figlio di Dio, che mi ha amato e ha consegnato se stesso per me” (Gal 2,20). Questo atteggiamento si trova anche nell’esortazione della lettera agli Efesini: “Camminate nella carità, nel modo in cui anche Cristo ci ha amati e ha dato se stesso per noi, offrendosi a Dio in sacrificio a lui gradito” (Ef 5,2; cf. Ef 3,17; 4,15-16). 

e. Il discernimento della coscienza guidato dallo Spirito

59. Anche se Paolo chiede poche volte ai credenti di discernere, lo fa in modo tale da far capire loro che tutte le decisioni devono essere prese con discernimento, come  dimostra l’inizio della parte esortativa della lettera ai Romani (Rm 12,2). I cristiani devono discernere, perché spesso le decisioni da prendere non sono affatto evidenti e palesi. Il discernimento consiste nell’esaminare, sotto la guida dello Spirito, ciò che è migliore e perfetto in ogni circostanza (cf. 1 Ts 5,21; Fil 1,10; Ef 5,10). Chiedendo ai credenti di discernere, l’apostolo li rende responsabili e sensibili alla voce discreta dello Spirito in loro. Paolo è convinto che lo Spirito che si manifesta nell’esempio di Cristo e che è vivo nei cristiani (cf. Gal 5,25; Rm 8,14), darà loro la capacità di decidere che cosa sia conveniente in ogni occasione.

SU GALATI 4,4 – UN TESTO PER IL NATALE

SU GALATI  4,4 – UN TESTO PER IL NATALE 

 « nato da donna, nato sotto la legge » 

di Padre ALBERTO VALENTINI, monfortiano, biblista, 

GAL 4,4 – NATO DA DONNA – LETTURE INTERDISCIPLINARI 

Rivista Theotokos, Anno I- 1993/2 – Editoriale 

pagg. 3-6 

Il testo di Galati 4,4ss appare emblematico: vi è racchiuso, per così dire, il mistero di Maria, donna umile e sublime. Colei che primeggia tra i poveri del Signore ed è l’eccelsa Figlia di Sion e la kecharitoméne. [NOTA]  Gli studiosi si accostano a questa pericope con molta circospezione: premettono che essa si riferisce a Maria solo in maniera indiretta, quasi incidentale, ma finiscono generalmente con accenti di entusiasmo, che possono anche lasciare perplessi: Essi parlano, in conclusione, di « preziosissima testimonianza di Paolo », di mariologia in germe, di condensato e anticipo degli sviluppi presenti nei vangeli dell’infanzia. « Dal punto di vista dogmatico – afferma G. Söll – l’enunciato di Gal 4,4 è il testo mariologicamente più significativo del NT… Con Paolo ha inizio l’aggancio della mariologia con la cristologia, proprio mediate l’attestazione della divina maternità di Maria e la prima intuizione di una considerazione storico-salvifica del suo significato ». Effettivamente il testo di Galati presenta una sintesi notevole, di tale densità da orientare validamente la mariologia di ogni tempo. Se ci si fosse attenuti a tali linee sobrie, ma di straordinaria concretezza, la storia della mariologia sarebbe probabilmente ben diversa. Il « mistero » della donna in Gal 4,4ss è totalmente inserito in un disegno cristologico-trinitario-ecclesiale. La donna, di cui non si menziona neppur il nome – ma tutti sanno chi sia – è interamente al servizio dell’evento salvifico che impegna la stessa Trinità ed è a vantaggio di tutti gli uomini. Ella è coinvolta nella realtà della pienezza del tempo, decisa non dalla semplice maturazione della storia, né da eventi mondani e da scelte umane, ma dalla libertà e sovrana decisione del Padre di inviare il proprio Figlio. La missione del Figlio di Dio non è conseguenza della pienezza del tempo, ma è proprio il suo ingresso nella storia che realizza tale pienezza, trasformando il chrónos in kairó. « Il tempo della fine è il tempo in cui il « principio » divino della nostra esistenza, Gesù Cristo, è penetrato in essa. La comparsa di Gesù Cristo in questo eone si basa sull’atto dell’invio e consiste nell’incarnazione. Il Figlio di Dio così inviato, si inserisce nella natura umana, determinata dalla donna, come il «   (H. Schlier).  Il testo di Galati è pieno di paradossi e di confronti sconcertanti. Da una parte c’è Dio, il Padre, che prende l’iniziativa e invia il Figlio nel mondo; dall’altra c’è la donna, e con lei la condizione di fragilità, caducità, povertà radicale. Nascendo da donna, il Figlio di Dio nasce sotto la Legge, in condizione di non libertà – secondo la visione paolina – pur essendo erede e il Signore di tutto (cfr. Gal 4,1). C’è in questo evento l’infinita condiscendenza del Padre e la kénosi estrema del Figlio. Nella donna si nasconde la povertà della terra, con la quale, tuttavia, Dio non ha mai cessato di dialogare e nella quale, realizzando la pienezza del tempo, va ad abitare. Se è paradossale il fatto che il Figlio di Dio nasca da donna, sotto la legge, in condizione di fragilità e di schiavitù, non è meno paradossale la logica che intende redimere gli uomini e renderli figli proprio attraverso tale condivisione di povertà esistenziale e non-libertà. Come può un nato da donna conferire la dignità di figli di Dio, e come può uno schiavo liberare quanti attendono di essere affrancati? Nella nascita del Figlio di Dio dalla donna e nell’assunzione della condizione di schiavitù si manifesta effettivamente il mistero della follia di Dio che è più sapiente degli uomini e della debolezza di Dio che è più forte degli uomini (cfr. 1Cor 1,25). La donna diventa così il segno visibile della kénosi di Dio, ma anche l’itinerario attraverso il quale gli uomini possono ottenere la loro dignità. Parafrasando l’antico afflato liturgico, si può affermare che il Figlio di Dio è nato da dona perché tutti i figli di donna siano resi figli di Dio. E a coloro che sono diventati tali, il Padre (che ha inviato il Figlio) invia lo Spirito, come garanzia e sigillo di libertà. Animati dallo Spirito del Signore, essi possono finalmente gridare l’Abbà della confidenza, in totale parresia  e nell’inconcussa certezza di essere non più schiavi, ma figli ed eredi, per grazia di Dio.  Colpisce in questo testo « mariologico » il protagonismo trinitario, del Padre, del Figlio e dello Spirito. Da questo punto di vista siamo di fronte ad una testimonianza esemplare dell’agire divino nell’opera della salvezza.  Anzitutto il Padre, il quale appare con evidenza come l’iniziatore e il perfezionatore della salvezza. Le due proposizioni principali che costruiscono i pilastri della pericope di Gal 4,4-7, hanno per soggetto il Padre e per verbo principale l’ « inviare », concernete la missione del Figlio e dello Spirito. Il Padre non soltanto si trova in posizione dominante, come soggetto dei verbi principali, ma è collocato all’inizio e alla fine dei vv. 4-7, formando una significativa inclusione. Egli appare con evidenza – lo ribadiamo – come il principio e il fine dell’opera salvifica. Anche il Figlio, ovviamente, ha una posizione di rilievo: il testo è marcatamente cristologico e il riferimento al Figlio è posto al centro del discorso, tra il Padre e lo Spirito. Egli appare implicitamente nella sua preesistenza divina ed esplicitamente nel suo essere « nato da donna ». È l ‘ »inviato » del Padre, il redentore e colui che comunica agli uomini la figliolanza divina. Il Figlio di Dio incarnato è operatore della nostra salvezza.  L’invio del Figlio, atto escatologico di Dio, che ha posto fine alla schiavitù dell’umanità con la grazia della dignità filiale, non esaurisce tuttavia il dono di Dio. La condizione di figliolanza richiede la presenza dello Spirito, che conferisce il carattere e la coscienza dei figli con tutta la libertà che ne consegue. Questo secondo dono è postulato dal primo: all’invio del Figlio corrisponde, come necessario complemento, la missione dello Spirito. Il testo è esplicito in tal senso: lo stesso verbo col quale Dio manda il Figlio viene ripetuto per il dono dello Spirito. Non ci si limita alla trasformazione oggettiva, ma si è introdotti nell’esperienza personale, nella coscienza beata di sentirsi figli. Insieme con la dimensione trinitaria, in questo testo che parla di schiavi liberati, è presente anche una nota essenziale, ma preziosa, di soteriologia e di antropologia soprannaturale, concernente la condizione nuova in Cristo e nello Spirito di quanti, sottratti alla schiavitù della legge e degli elementi mondani, sono diventati liberi, figli ed eredi, per grazia di Dio.  Tutte queste dimensioni – fondamentali nell’opera divina e nella salvezza delle genti – dicono riferimento più o meno diretto, ma imprescindibile, alla « donna » dalla quale è nato il Figlio di Dio. La sua figura appare in qualche modo un crocevia nei disegni divini. Alla luce di questo antico e autorevole testo paolino acquistano concretezza le parole solenni del Concilio: « Maria…per la sua intima partecipazione alla storia della salvezza, riunisce per così dire e riverbera i massimi dati della fede (LG 65). Non a caso il testo di Galati viene citato con grande frequenza dai Padri e trova ampia valorizzazione nella liturgia della Chiesa. Anche i documenti magisteri ali vi ricorrono volentieri. Con questo brano si apre il Capitolo VIII della Lumen Gentium e con il medesimo testo ha inizio l’enciclica Redemptoris Mater. Giovanni Paolo II non si limita a citarlo, ma ne sottolinea l’eccezionale portata trinitaria, ecclesiale e storico salvifica: « Sono parole infatti che celebrano congiuntamente l’amore del Padre, la missione del Figlio, il dono dello Spirito, al donna da cui nacque il Redentore, la nostra filiazione divina, nel mistero della pienezza del tempo » (Red. Mat.1). 

[segue qualche riga di presentazione della rivista

NOTA 

Per quanto riguarda il termine kecharitoméne, una bella spiegazione di Papa Giovanni Paolo II due udienze: 

Giovanni Paolo II – udienza 8 maggio 1996 

La « piena di grazia » 

http://www.vatican.va/holy_father/john_paul_ii/audiences/1996/documents/hf_jp-ii_aud_19960508_it.html

Giovanni Paolo II – udienza 15 maggio 1996 

La perfetta santità di Maria 

http://www.vatican.va/holy_father/john_paul_ii/audiences/1996/documents/hf_jp-ii_aud_19960515_it.html

1 Tessalonicesi 5, 16-24, la lettura del vangelo di oggi III domenica di Avvento, commento biblico (francese/italiano)

1Ts 5,16-24, la lettura di oggi, versione originale francese e traduzione (mia) dal sito: Bible Service:

http://www.bible-service.net/site/378.html

1 Thessaloniciens 5,16-24
 

Ces quelques versets sont la conclusion de la première lettre aux Thessaloniciens. Ce texte a été choisi à cause de l’exhortation à la joie, thème de ce troisième dimanche. On remarquera une note caractéristique : l’invitation au discernement. La joie, fondée sur la certitude du Jour du Seigneur qui vient, exige une double attitude : accueillir sans réserve le don de l’Esprit, mais ne pas être dupe des fausses bonnes nouvelles.

Paul utilise des mots forts : toujours… sans relâche… en toute circonstance. La joie, la prière, l’action de grâce ne sont pas, pour Paul, des sentiments de passage, des actes de circonstance. Tout cela doit habiter le chrétien, être comme sa respiration. Pour être toujours dans la joie, rendre grâce en toute circonstance, il faut une bonne dose de foi, surtout à certains moments de l’existence. Paul sait trouver les mots pour encourager :  » Il est fidèle, le Dieu qui vous a appelé « .

1 Tessalonicesi 5,16-24

Questi versetti sono la conclusione della prima lettera ai Tessalonicesi. Questo testo è stato scelto a causa della esortazione alla gioia, tema di questa terz domenica. Si deve rimarcare una nota carateristica: l’invito al discernimento. La gioia, fondata sulla certezza del « Giorno del Signore »" che viene, esige una doppia attitudine: accogliere senza riserve il dono dello Spirito, ma non essere vitime di false buone novelle.

Paolo utilizza delle parole forti: tutti i giorni… incessantemente…in tutte le circostanze. La gioia, la preghiera, l’azione di grazie, non sono per Paolo, dei sentimenti di passaggio, degli atti di circostanza. Tutto questo deve vivere (abitare in francese) il cristiano, essere come il suo respiro. Per essere sempre nella gioia, rendere grazie in tutte le circostanze, c’è bisogno di una buona dose di fede, soprattutto in certi momenti dell’esistenza. Paolo sa trovare le parole per incoraggiare: « Colui che vi chiama è fedele » (traduzione CEI)

XXXIII SETTIMANA DEL TEMPO ORDINARIO – DOMENICA 23 NOVEMBRE 2008

XXXIII SETTIMANA DEL TEMPO ORDINARIO - DOMENICA 23 NOVEMBRE 2008 dans BIBLE SERVICE (sito francese)

XXXIII SETTIMANA DEL TEMPO ORDINARIO

DOMENICA 23 NOVEMBRE 2008

NOSTRO SIGNORE GESU’ CRISTO
RE DELL’UNIVERSO

(anche San Clemente che quest’anno capita di domenica)

MESSA DEL GIORNO

Seconda Lettura  1 Cor 15,20-26a.28
Fratelli, Cristo è risorto dai morti, primizia di coloro che sono morti. Perché, se per mezzo di un uomo venne la morte, per mezzo di un uomo verrà anche la risurrezione dei morti. Come infatti in Adamo tutti muoiono, così in Cristo tutti riceveranno la vita. Ognuno però al suo posto: prima Cristo, che è la primizia; poi, alla sua venuta, quelli che sono di Cristo. Poi sarà la fine, quando egli consegnerà il regno a Dio Padre, dopo avere ridotto al nulla ogni Principato e ogni Potenza e Forza. È necessario infatti che egli regni finché non abbia posto tutti i nemici sotto i suoi piedi. L’ultimo nemico a essere annientato sarà la morte. E quando tutto gli sarà stato sottomesso, anch’egli, il Figlio, sarà sottomesso a Colui che gli ha sottomesso ogni cosa, perché Dio sia tutto in tutti.

PRIMI VESPRI

Lettura breve   Ef 1, 20-30
Dio risuscitò Cristo dai morti e lo fece sedere alla sua destra nei cieli, al di sopra di ogni principato e autorità, di ogni potenza e dominazione e di ogni altro nome che si possa nominare non solo nel secolo presente ma anche in quello futuro. Tutto infatti ha sottomesso ai suoi piedi (Sal 8, 8) e lo ha costituito su tutte le cose a capo della Chiesa, la quale è il suo corpo, la pienezza di colui che si realizza interamente in tutte le cose.

UFFICIO DELLE LETTURE

Seconda Lettura
Dall’opuscolo «La preghiera» di Origène, sacerdote
(Cap. 25; PG 11, 495-499)

Venga il tuo regno
Il regno di Dio, secondo la parola del nostro Signore e Salvatore, non viene in modo da attirare l’attenzione e nessuno dirà: Eccolo qui o eccolo là; il regno di Dio è in mezzo a noi (cfr. Lc 16, 21), poiché assai vicina è la sua parola sulla nostra bocca e sul nostro cuore (cfr. Rm 10,8). Perciò, senza dubbio, colui che prega che venga il regno di Dio, prega in realtà che si sviluppi, produca i suoi frutti e giunga al suo compimento quel regno di Dio che egli ha in sé. Dio regna nell’anima dei santi ed essi obbediscono alle leggi spirituali di Dio che in lui abita. Così l’anima del santo diventa proprio come una città ben governata. Nell’anima dei giusti è presente il Padre e col Padre anche Cristo, secondo quell’affermazione: «Verremo a lui e prenderemo dimora presso di lui» (Gv 14, 23). Ma questo regno di Dio, che è in noi, col nostro instancabile procedere giungerà al suo compimento, quando si avvererà ciò che afferma l’Apostolo del Cristo. Quando cioè egli, dopo aver sottomesso tutti i suoi nemici, consegnerà il regno a Dio Padre, perché Dio sia tutto in tutti (cfr. 1Cor 15, 24.28). Perciò preghiamo senza stancarci. Facciamolo con una disposizione interiore sublimata e come divinizzata dalla presenza del Verbo. Diciamo al nostro Padre che è in cielo: «Sia santificato il tuo nome; venga il tuo regno» (Mt 6, 9-10). Ricordiamo che il regno di Dio non può accordarsi con il regno del peccato, come non vi è rapporto tra la giustizia e l’iniquità né unione tra la luce e le tenebre né intesa tra Cristo e Beliar (cfr. 2Cor 6, 14-15). Se vogliamo quindi che Dio regni in noi, in nessun modo «regni il peccato nel nostro corpo mortale» (Rm 6, 12). Mortifichiamo le nostre «membra che appartengono alla terra» (Col 3, 5). Facciamo frutti nello Spirito, perché Dio possa dimorare in noi come in un paradiso spirituale. Regni in noi solo Dio Padre col suo Cristo. Sia in noi Cristo assiso alla destra di quella potenza spirituale che pure noi desideriamo ricevere. Rimanga finché tutti i suoi nemici, che si trovano in noi, diventino «sgabello dei suoi piedi» (Sal 98,5), e così sia allontanato da noi ogni loro dominio, potere ed influsso. Tutto ciò può avvenire in ognuno di noi. Allora, alla fine, «ultima nemica sarà distrutta la morte» (1 Cor 15, 26). Allora Cristo potrà dire anche dentro di noi: «Dov’è o morte il tuo pungiglione? Dov’è o morte la tua vittoria?» (Os 13, 14; 1 Cor 15, 55). Fin d’ora perciò il nostro «corpo corruttibile» si rivesta di santità e di «incorruttibilità; e ciò che è mortale cacci via la morte, si ricopra dell’immortalità» del Padre (1 Cor 15, 54). così regnando Dio in noi, possiamo già godere dei beni della rigenerazione e della risurrezione.

DAL SITO FRANCESE « BIBLE SERVICE » COMMENTO ALLA 1ma CORINZI:

http://www.bible-service.net/site/179.html

1 Corinthiens 15,20-26.28    

Encore une bonne nouvelle en ce dernier dimanche de l’année liturgique, Paul affirme que notre résurrection, à la suite du Christ, est l’avenir heureux qui nous attend (cf. le psaume). La résurrection de Jésus est première certes, mais elle promet et inclut la nôtre. La fin de toutes choses est envisagée avec des images très rassurantes : tous revivront, toutes les puissances du mal seront détruites, tous les ennemis seront vaincus, la mort sera anéantie ; ce sera la victoire du Roi Messie et la réussite totale pour Dieu et pour l’homme :  » Dieu sera tout en tous  » ; Dieu régnera enfin comme Père ; avec Jésus nous vivrons comme des fils, obéissants et libres.

1Cor 15,20-26.28

Ancora una « buona novella » per quest’ultima domenica dell’anno liturgico, Paolo afferma che la nostra risurrezione, al seguito di Cristo, è l’avvenire felice che ci attende (cfr. il salmo). La risurrezione di Gesù assolutamente certa, ma essa promette, ed include, la nostra. La fine di tutte le cose si scorge attraverso delle immagini molto rassicuranti: tutti rivivranno, tutte le potenze del male saranno distrutte, tutte i nemici saranno vinti, la morte sarà annientata; questa sarà la vittoria del Re Messia e il trionfo completo per Dio e per l’uomo: « Dio sarà tutto in tutti »; Dio regnerà infine come Padre; con Gesù noi vivremo come dei figli, obbedienti e liberi.

DAL SITO FRANCESE EAQ:

http://www.levangileauquotidien.org/www/main.php?language=FR&localTime=11/23/2008#

San Nicola Cabasilas (circa 1320-1363), teologo greco
La vita in Cristo, IV, 93-97, 102 ; SC 355, 343

« Venite benedetti del Padre mio, ricevete in eredità il regno preparato per voi fin dalla fondazione del mondo »
«Dopo aver compiuto la purificazione dei peccati, Cristo si è assiso alla destra della Maestà nell’alto dei cieli» (Eb 1,3)… Allo scopo di servirci, egli è quindi venuto, da suo Padre, nel mondo. E questo è il colmo: egli si presenta sotto la forma dello schiavo e nasconde la sua qualità di maestro non soltanto nel momento in cui appare sulla terra rivestito dell’infermità umana, ma anche dopo, nel giorno in cui verrà nella sua potenza e apparirà nella gloria del Padre suo, nel giorno della sua manisfestazione. È detto infatti che nel suo regno, «si cingerà le sue vesti; farà mettere i suoi servi a tavola e passerà a servirli» (Lc 12,37). Ecco colui per mezzo del quale regnano i sovrani e governano i principi.
In questo modo eserciterà la sua regaltà vera e senza rimprovero…; in questo modo trascina coloro che ha sottomessi al suo potere: più amabile di un amico, più equo di un principe, più tenero di un padre, più intimo delle membra, più indispensabile del cuore. Non si impone mediante il timore, non assoggetta mediante un salario. Trova in se stesso la forza del suo potere, per se stesso si attacca i suoi sudditi. Infatti regnare mediante il timore o in vista di un salario, non è governare in prima persona, ma tramite la speranza di un guadagno e con le minaccie…Occorre che Cristo regni nel senso proprio di questa parola; ogni altra autorità è indegna di lui. Vi è riuscito grazie a un medio straordinario…: per diventare il vero Maestro, abbraccia la condizione dello schiavo e si fa il servo degli schiavi, fino alla croce e alla morte; in questo modo rapisce l’animo degli schiavi e si impadronisce direttamente della loro volontà. Sapendo che è questo il segreto di questa regaltà, Paolo scrive: «Umiliò se stesso facendosi obbediente fino alla morte e alla morte di croce. Per questo Dio l’ha esaltato» (Fil 2,8-9)… Per mezzo della prima creazione, Cristo è maestro della natura; per mezzo della nuova creazione, si è reso maestro della nostra volontà… per questo dice: «Mi è stato dato ogni potere in cielo e in terra» (Mt 28,18).

BIOGRAFIA E UFFICIO DELLE LETTURE DI SAN CLEMENTE

San Clemente I
Papa e Martire

BIOGRAFIA
Il terzo successore di san Pietro. La storia non offre materiale per scrivere la vita di questo papa che, più o meno tra l’ 88 e il 97, ha occupato la cattedra di Pietro. Un’antica tradizione (attestata da san Girolamo e da sant’Ireneo) afferma che a ordinarlo sacerdote é stato san Pietro stesso. Questa notizia é molto più verosimile della leggenda che vede in Clemente un membro della famiglia imperiale. La lettera di Clemente gli “Atti di san Clemente”, lasciano dubbioso lo storico Severo, non si può dire la stessa cosa della sola “lettera” che possediamo di lui, lettera fondamentale, nella quale la Chiesa di Roma scrive alla Chiesa di Corinto. L’importanza di questa lettera sta nella netta insistenza che essa pone sul primato della sede di Pietro. La forza di quest’affermazione risiede in ciò che Ireneo ha intensamente sottolineato: “Clemente aveva visto gli Apostoli in persona, la loro predicazione era ancora nelle sue orecchie e la loro tradizione sotto i suoi occhi”. Si presume che Clemente abbia subito il martirio, stando a quanto afferma una tradizione del IV secolo; A Roma una basilica gli é dedicata.

DAGLI SCRITTI…
Dalla”Lettera ai Corinzi” di san Clemente I, papa
Quanto sono mirabili e preziosi i doni di Dio, fratelli carissimi La vita nell’immortalità, lo splendore nella giustizia, la verità nella libertà, la fede nella confidenza, la padronanza di sé nella santità: tutto questo é stato messo alla portata della nostra intelligenza. Quali saranno allora i beni che sono preparati per coloro che lo aspettano? Solo il Creatore e il Padre dei secoli, il Santo per eccellenza ne conosce la quantità e la bellezza. Noi dunque, al fine di essere partecipi dei doni promessi, facciamo di tutto per ritrovarci nel numero di coloro che lo aspettano. E come si verificherà questo, fratelli carissimi? Si verificherà se la nostra intelligenza sarà salda in Dio con la fede, se cercheremo con diligenza ciò che é gradito e accetto a lui, se faremo ciò che é conforme alla sua santissima volontà, se seguiremo la via della verità, insomma se ci terremo lontani da ogni ingiustizia, perversità, avarizia, rissa, malizia e inganno. Questa é la via, fratelli carissimi, in cui troviamo la nostra salvezza, Gesù Cristo, mediatore del nostro sacrificio, difensore e aiuto della nostra debolezza. Per mezzo di lui possiamo guardare l’altezza dei cieli, per mezzo di lui contempliamo il volto purissimo e sublime di Dio, per lui sono stati aperti gli occhi del nostro cuore, per lui la nostra mente insensata e ottenebrata rifiorisce nella luce, per mezzo di lui il Padre ha voluto che noi gustassimo la conoscenza immortale. Egli, essendo l’irradiazione della gloria di Dio, é tanto superiore agli angeli, quanto più eccellente é il nome che ha ereditato (cfr. Eb 1, 3-4). Perciò, fratelli, combattiamo con tutte le forze sotto i suoi irreprensibili comandi. I grandi non possono restare senza i piccoli, né i piccoli senza i grandi. Tutti sono frammisti, di qui il vantaggio reciproco. Prendiamo ad esempio il nostro corpo. La testa senza i piedi non é nulla, come pure i piedi senza la testa. Anche le membra più piccole del nostro corpo sono necessarie e utili a tutto il corpo; anzi tutte si accordano e si sottomettono al medesimo fine, perché tutto il corpo sia saldo. Si assicuri perciò la salvezza di tutto il nostro corpo in Cristo Gesù, e ciascuno sia soggetto al suo prossimo secondo il dono della grazia che gli é stata affidata. Chi é forte si prenda cura di chi é debole, il debole rispetti il forte. Il ricco soccorra il povero, il povero lodi Dio perché gli ha dato uno che viene a colmare la sua indigenza. Il sapiente mostri la sua sapienza non con le parole ma con le opere buone; l’umile non renda testimonianza a se stesso, ma lasci che sia un altro a dargliela. Avendo da Dio tutte queste cose, dobbiamo ringraziarlo di tutto. A lui la gloria nei secoli dei secoli. Amen. (Capp. 35, 1-5; 36, 1-2; 37, 1. 4-5; 38, 1-2. 4; Funk 1, 105-109).

LODI

Lettura Breve   Ef 4, 15-16
Viviamo secondo la verità nella carità e cerchiamo di crescere in ogni cosa verso Cristo, che è il capo. Da lui tutto il corpo, ben compaginato e connesso, mediante la collaborazione di ogni giuntura, secondo l’energia propria di ogni membro, riceve forza per crescere in modo da edificare se stesso nella carità.

VESPRI

Lettura Breve   1 Cor 15, 25-28
Bisogna che Cristo regni finché non abbia posto tutti i nemici sotto i suoi piedi. L’ultimo nemico ad essere annientato sarà la morte, perché ogni cosa ha posto sotto i suoi piedi (Sal 8, 8). Però quando dice che ogni cosa è stata sottoposta, è chiaro che si deve eccettuare Colui che gli ha sottomesso ogni cosa. E quando tutto gli sarà stato sottomesso, anche lui, il Figlio, sarà sottomesso a Colui che gli ha sottomesso ogni cosa, perché Dio sia tutto in tutti.

Prof. Marcello Busemi: « Verso la piena maturità di Cristo » ( I parte, la seconda subito sotto)

DEL PROF. MARCELLO BUSCEMI:

VERSO LA PIENA MATURITÀ DI CRISTO

Aspetti della perfezione cristiana in San Paolo

Ancora uno studio del Prof. Buscemi, come sempre bello, istruttivo ed anche appassionante; c’è qualche parola in greco, ho traslitterato io, spero di non aver sbagliato;

Series – essays SBF – Jerusalem 2007

PONTIFICIA UNIVERSITAS

ANTONIANUM

Facultas Scientiarum Biblicarum

et Archaeologiae

STUDIUM BIBLICUM

FRANCISCANUM

Il tema è affascinante. Tutti coscientemente o incoscientemente tentiamo verso la piena realizzazione di noi stessi. Tale entusiasmo istintivo, però, si attenua appena si vuole approfondire il fenomeno della “maturità”; di essa è persino difficile dare una definizione sia da un punto di vista psicologico che spirituale. Di più: se cerchiamo di investigare il concetto di “maturità” in uno scrittore dell’antichità, il problema diviene ancora più complesso, dato che non sempre vi è coincidenza tra il nostro e il suo “concepire la maturità”. Proprio per questo mi sembra bene prima presentare una definizione di “maturità” quanto più possibile vicina al nostro modo di pensare e poi di confrontarla con il pensiero di Paolo. In tal modo, possiamo rilevare coincidenze e differenze tra il nostro modo di pensare la “maturità” in generale e la “maturità cristiana” in particolare. Solo dopo tale analisi, potremo approfondire il concetto particolare di “maturità cristiana” nell’insieme del pensiero di Paolo, l’apostolo del progetto di Dio per la costituzione dell’uomo nuovo nel Cristo Gesù. Tale progetto, negli scritti paolini, ha una duplice traiettoria: una dottrinale e una parenetica. La traiettoria dottrinale riguarda la nostra maturità come progetto voluto da Dio, realizzato nel Cristo e portato alla sua perfezione nell’opera dello Spirito in noi. La traiettoria parenetica, invece, delinea un comportamento di maturità basato sulle tre virtù teologali: fede, speranza e carità in vista della edificazione della comunità dei credenti, che nel Cristo formano l’uomo nuovo, voluto da Dio.

1) Maturità e perfezione in S. Paolo

L’enunciato del tema presenta un’oscillazione tra due termini, forse sinonimi tra loro, ma di sicuro di estrazione culturale diversa: maturità e perfezione; il primo è più comune in campo psico-sociologico, il secondo in campo religioso. Tale distinzione diviene più marcata se i due termini li si cerca all’interno del NT e in particolare in S. Paolo. L’apostolo non usa mai il termine “maturità”, ma ha una sua concezione della maturità; usa molto il termine “perfezione”, ma non sempre coincide con il nostro concetto di maturità. A noi, quindi, il compito di definire, per quanto ciò sia possibile, il nostro concetto di “maturità” e poi vedere se tale concetto coincide con il concetto di “perfezione” usato da Paolo.

a) Il nostro concetto di maturità

Nei vocabolari della lingua italiana, si possono trovare sia una definizione statica di maturità: “Raggiunta pienezza delle proprie capacità intellettuali e morali” (Garzanti), sia una definizione comportamentale: “Capacità di orientamento o di comportamento, fondata sull’acquisizione seria, completa e definitiva dei dati dell’esperienza” (Devoto-Oli), sia una definizione che unisce i due aspetti: “pieno sviluppo delle qualità intellettuali, morali, spirituali di un individuo; capacità di comportarsi, di agire, di giudicare in modo autonomo e adeguato alle circostanze” (De Mauro). In modo simile si esprimono i dizionari di psicologia. Così, Hans Joachim Engels definisce la maturità nel Dizionario di psicologia: “Stato di completa e stabilizzata differenziazione e integrazione somatica, psichica e mentale; attitudine a eseguire i compiti assegnati al singolo individuo e ad affrontare le esigenze della vita”. Più qualitativa mi sembra la definizione offerta da R. Zavalloni nel Dizionario di Spiritualità: “La «maturità umana» è la consapevole pienezza di tutte le proprie capacità fisiche, psichiche e spirituali, ben armonizzate e integrate tra loro”. Analizzando brevemente e senza alcuna pretesa di completezza queste definizioni, mi sembra che emergano due momenti essenziali del concetto di “maturità umana”: da una parte, la maturità è concepita come una “pienezza”, “raggiunta”, “completa” “stabilizzata”, “consapevole”, che fa supporre un cammino progressivo verso una meta, uno stato o condizione di essere che, una volta raggiunto, chiamiamo maturità; essendo “stabile”, non dovrebbe mutare, ma mantenersi sempre tale; essendo “consapevole”, significa che chi la possiede ha piena coscienza del cammino fatto per acquisire una perfetta armonizzazione e integrazione di tutte le sue capacità fisiche, psichiche e spirituali. Tale individuo maturo è capace di un orientamento e comportamento adeguato “ad affrontare le esigenze della vita”, a giudicare i problemi con equilibrio e ad offrire soluzioni concrete e proporzionate a tali problemi. Tale concetto di “maturità umana” è un’astrazione, comoda come ideale da raggiungere; in concreto, ci accontentiamo molto di meno per definire qualcuno come una “persona matura”. In ogni caso, quel concetto ci è utile nella nostra ricerca e mi sembra che si avvicini molto a quello di “perfezione” della tradizione cristiana in generale e di quella paolina in particolare. In verità, già nel pensiero greco il termine “teleios”, “perfetto”, indica ciò che non ha più bisogno di alcun accrescimento nell’abilità o nella capacità di operare, che non manca di nulla per essere completo. Così, nella filosofia stoica, “l’uomo perfetto”, “l’adulto”, si distingue dal “bambino”, perché è colui che possiede tutte le qualità morali e agisce in conformità con le virtù. Tale “perfezione-maturità” si avvicina al nostro concetto moderno di “maturità”, ma si distingue da esso per la sua relazione a Dio o alla “virtù” da conseguire e da porre in atto nella propria vita. Per noi la “maturità” ha senso soggettivo e individualista: è “la capacità di comportarsi, di agire, di giudicare in modo autonomo e adeguato alle circostanze”; per il mondo greco, e per quello antico in genere, è un “concetto relazionale”: è un modo di comportarsi in maniera adulta all’interno della “polis” o del “cosmos”, rispettandone le leggi e gli obblighi assunti. “Vivere bene” e “agire bene” ha senso solo se mi fa vivere in perfetta comunione con gli altri. Il filosofo ebreo Filone, molto vicino agli stoici, ha scritto: la felicità consiste non tanto nel possedere la virtù, ma soprattutto nel praticarla; ma ciò non è possibile se Dio non la fa fruttificare Il testo è importante per noi: perché pone in rilievo il carattere personale, non soggettivo o individuale, della maturità: l’uomo è sempre in relazione con Dio e i suoi simili; inoltre, perché sottolinea il carattere concreto della maturità: non sono maturo perché posseggo tutte le virtù o le capacità operative, ma perché li pongo al servizio degli altri; infine, perché concepisce la maturità come partecipazione alla perfezione assoluta di Dio: solo Dio è perfetto, l’uomo lo è per partecipazione.

b) il concetto paolino di maturità

In Paolo, la terminologia della “perfezione” non è molto vasta: il sostantivo “telos” appare 12 volte e, se si esclude Rom 13,7, indica per lo più la meta verso cui l’uomo si dirige con le sue azioni (1Cor 10,11; 11,24; 2Cor 1,13): la morte (Rom 6,21; Fil 3,19; 1Tes 2,16) o la vita (Rom 6,22); ma soprattutto indica Cristo, che toglierà il velo dai nostri cuori per vedere le realtà eterne (2Cor 3,13), giudicherà ogni uomo secondo le sue opere (2Cor 11,15) che ci renderà giusti mediante la fede (Rom 10,4), santi e irreprensibili nel suo avvento glorioso (Rom 6,22). Anche il verbo “teleo”, “essere perfetti”, sottolinea questo andare verso il compimento. Così, Paolo, scoraggiato per la sua spina nel fianco, si sente dire: “Ti basta la mia grazia; la mia potenza infatti si manifesta pienamente/è perfetta nella debolezza” (2Cor 12,9); tale perfezione, però, la si può raggiungere solo “se camminiamo secondo lo Spirito e non portiamo a compimento i desideri della carne” (Gal 5,16). Il sostantivo “telos” e il verbo “teleo” hanno una valenza escatologica: sottolineano il cammino del cristiano verso la meta che lo attende; anzi, la sua meta è Cristo che lo rinnova totalmente; la sua guida è lo Spirito che lo conduce alla “piena maturità di Cristo”. L’aggettivo “teleios », “perfetto”, appare 8 volte e, come tutti gli aggettivi, qualifica una persona o un comportamento. Così, Paolo invita a “non conformarsi alla mentalità del mondo, ma a trasformarsi interiormente per discernere la volontà di Dio: ciò che è buono, a lui gradito e perfetto” (Rom 12,2); per questo istruisce ogni uomo con ogni sapienza per rendere ciascuno perfetto in Cristo (Col 1,28); “ai perfetti” presenta non la sapienza di questo mondo, ma la sapienza di Dio (1Cor 2,6), che li aiuta ad essere “perfetti” nei giudizi (1Cor 14,20), a tendere nella fede e nella conoscenza allo stato di uomo perfetto, nella misura che conviene alla piena maturità di Cristo (Ef 4,13), ad avere i sentimenti di Cristo (Fil 3,15; cfr anche 2,1-5), ma soprattutto ad avere la carità, che è il vincolo della perfezione (Col 3,14); infine, egli esorta i cristiani a “conquistare” con tutta la potenza del loro amore “Cristo, lui che ci ha conquistato con la forza del suo amore” (Fil 3,12). Più che il sostantivo “telos” e il verbo “teleo”, l’aggettivo “teleios” sottolinea il senso della “maturità cristiana”. Essa non si basa solo sulle proprie capacità umane, ma soprattutto “sulla potenza di Cristo” (2Cor 12,9) e sulla “sapienza di Dio” (1Cor 2,6), che rinnova la mente del credente mediante la fede, lo spinge nel discernimento e nell’anelito, carico di speranza, ad unirsi totalmente a Cristo, lo rende perfetto e maturo in lui per amare Dio e i fratelli sotto l’azione dello Spirito. Ma Paolo non è solo un uomo dalle idee chiare, è anche un retore che ama esprimere le sue idee con dei contrasti forti, con dei chiaroscuri marcati. Per questo, nelle sue lettere, l’idea di maturità non è affidata solo ai termini analizzati, ma a delle antitesi che devono colpire il lettore o l’ascoltatore e smuoverne i sentimenti. In primo luogo, l’antitesi asimmetrica “bambini-perfetti”: “Fratelli, non comportatevi da bambini nei giudizi; siate come bambini quanto a malizia, ma uomini perfetti/maturi quanto ai giudizi” (1Cor 14,20); “Tra i perfetti (= tra i maturi nella fede) parliamo, sì, di sapienza, ma di una sapienza che non è di questo mondo, né dei dominatori di questo mondo che vengono ridotti al nulla”; infatti, “quando verrà ciò che è perfetto, quello che è imperfetto scomparirà” (1Cor 13,10). A tale antitesi ne segue un’altra, l’antitesi esistenziale “carnale-spirituale”: “Dal momento che c’è tra voi invidia e discordia, non siete forse carnali e non vi comportate in maniera tutta umana?” (1Cor 3,3). Il cristiano, invece, deve comportarsi con santità e sincerità che vengono da Dio, non con la sapienza della carne ma con la grazia di Dio (2Cor 1,12); deve lottare “non con armi carnali”, ma “con la potenza di Dio” (1Cor 10,3-4), cioè “camminando secondo lo Spirito”

e così non soddisfare i desideri della carne” (Gal 5,16). A tale proposito egli introduce l’antitesi personale “schiavi-liberi”: “Voi non avete ricevuto uno spirito da schiavi per ricadere nella paura, ma uno spirito di figliolanza per mezzo del quale gridiamo: Abba! Padre” (Rom 8,15). In nessun momento il cristiano, se vuol essere perfetto/maturo, deve divenire schiavo della “carne”, cioè schiavo di tutto ciò che lo porta lontano da Dio e da Cristo, ma essere sempre “libero”, per realizzare la volontà di Dio e agire mediante lo Spirito da “figlio di Dio” (Gal 3,26-28; Rom 8,14-16). In ciò si determina la grande sintesi paolina: “essere uno in Cristo” (Gal 3,28) e “rivestire l’uomo nuovo, creato secondo Dio e nella santità vera” (Ef 4,10), “rivestirsi di Cristo e così non seguire la carne nei suoi desideri” (Rom 13,14; Gal 5,17). Nel tempo escatologico, nel momento della prova, i credenti debbono essere persone mature: sobri, rivestiti con la corazza della fede e della carità e avendo come elmo la speranza della salvezza, poiché Dio non ci ha destinati alla sua collera ma all’acquisto della salvezza per mezzo del Signor nostro Gesù Cristo, il quale è morto per noi, perché, sia che vegliamo sia che dormiamo, viviamo insieme con lui” (1Tes 5,8-10).

2) La maturità come progetto

Tale affermazione è fondamentale nel pensiero paolino. Per Paolo la maturità del credente non è opera umana, ma progetto divino sull’uomo e per l’uomo. Siamo destinati alla salvezza e per questo collaboriamo con Dio per realizzare la nostra maturità personale, umana e cristiana. Tale azione in sinergia, nel pensiero di Paolo, si sviluppa in tre momenti: l’iniziativa divina, il modello divino, la guida dello Spirito.

a) L’iniziativa divina: “scelti per essere santi e immacolati”

In 1Tes 4,3, l’apostolo afferma con vigore: “Questa è la volontà di Dio: la vostra santificazione”. L’affermazione è chiara, ma non a sufficienza. Per la lingua italiana, il termine “volontà” è un termine astratto, che indica la capacità di volere qualcosa, la facoltà di decidere consapevolmente il proprio comportamento. Paolo usa, invece, il termine “telema”, che indica l’effetto del “volere”, il progetto di amore che Dio ha sull’uomo. Maturità, pertanto, è portare a compimento il progetto che Dio ha su ciascuno di noi. Anche il termine “santificazione”, essendo in italiano come in greco un termine di azione, va in questa linea progressiva della maturità cristiana. Portare a compimento il progetto di Dio, in cui si realizza la nostra maturità

personale cristiana, consiste nel “divenire santi”, nell’ abbandonarci totalmente a Dio per partecipare alla sua santità. È Dio che ci santifica, perché nel Cristo e mediante Cristo “ci ha redenti e resi partecipi della sorte dei santi nella luce” (Col 1,13), e inoltre mediante l’azione perfezionatrice dello Spirito abbiamo accesso al Padre nella gloria (Ef 1,14; 2,18). Noi collaboriamo con Dio, perché egli “nel Cristo ci ha scelti per sé prima della creazione del mondo, per essere santi e immacolati al suo cospetto nella carità, predestinandoci a essere suoi figli adottivi per opera di Gesù Cristo” (Ef 1,4). Un testo meraviglioso, che ci manifesta tutto il pathos dell’immedesimazione di Paolo al progetto di Dio per noi. “Ci ha scelti per sé”: noi traduciamo come possiamo, ma Paolo ha usato un solo termine, un parola che ricapitola tutto l’amore salvifico di Dio, il suo progetto di amore per noi dall’eternità, il suo interesse verso i suoi figli, che ha benedetto, predestinati, ai quali ha fatto grazia e ai quali ha manifestato il mistero del suo disegno di amore (Ef 1,4-10). La nostra salvezza ha origine dalla “eudokia” del Padre, dal “beneplacito della sua volontà”, da un atto del suo amore infinito per noi, che “siamo stati scelti per essere santi e immacolati”. Tale elezione, stando ad Ef 1,4, assume tre caratteristiche fondamentali. Ha una connotazione teologica: essa è stata stabilita da Dio “prima della fondazione del mondo”, procede dall’amore infinito di Dio (1,4) come progetto in favore dell’uomo, trova il suo compimento “dinanzi a lui” (1,4); ha, poi, una connotazione cristologica: l’elezione trova il suo compimento “nel Diletto” (1,6), “nel Cristo”, in cui tutto è ricapitolato e tutto tende verso l’unità (1,10); infine, ha un carattere escatologico, perché l’elezione è orientata “all’essere santi e immacolati” (1,4), in una parola alla santificazione, che è insieme partecipazione alla santità di Dio (cfr 1,14) e offerta santa e a lui gradita di tutto noi stessi (cfr 1,12).

Paolo a Roma: Paolo e il cuore diviso dell’uomo (Lettera ai Romani)

dal sito:

http://www.romasette.it/modules/news/article.php?storyid=3922

Paolo a Roma: Paolo e il cuore diviso dell’uomo

di Don. Andrea Lonardo (Specializzazione in Sacra Scrittura)

«Io non riesco a capire ciò che io faccio: infatti non quello che voglio io faccio, ma quello che detesto» (Rm 7,15). L’esigenza che spinge Paolo ad annunciare il Vangelo fino a Roma nasce certamente dalla sua consapevolezza di essere stato fatto oggetto, nell’incontro sulla via di Damasco, della rivelazione della misericordia di Dio. Ma egli sa pure che di questo annunzio è l’uomo ad aver bisogno, perché, come afferma proprio nella Lettera ai Romani, l’uomo lasciato alle sole sue forze non compie il bene che pure vuole e desidera.

Come ha affermato con grande chiarezza il teologo svizzero Hans Urs von Balthasar, all’apparire di Cristo l’uomo comprende finalmente cosa sia l’amore e, al contempo, prende coscienza di non aver mai amato di quell’amore.

Paolo, preparando la sua venuta a Roma con l’invio della lettera ai cristiani della capitale dell’impero, si sofferma sul « mistero » dell’uomo. Egli ne vede le luci e le ombre ed invita a considerare alla luce di Cristo la dignità, ma anche le ferite che segnano il cuore dell’uomo.

L’apostolo ritiene l’uomo capace di riconoscere la presenza di Dio nel mondo. Infatti – afferma – «dalla creazione del mondo in poi, le perfezioni invisibili di Dio possono essere contemplate con l’intelletto nelle opere da lui compiute, come la sua eterna potenza e divinità» (Rm 1,20).

Non solo. L’uomo è anche in grado di riconoscere il bene ed il male perché anche i pagani, che pure non hanno ricevuto il Decalogo, «dimostrano che quanto la legge esige è scritto nei loro cuori come risulta dalla testimonianza della loro coscienza e dai loro stessi ragionamenti, che ora li accusano ora li difendono» (Rm 2,15).

In questa duplice relazione con Dio e con gli altri uomini, in questa ricerca di verità e di un retto operare sta tutta la grandezza dell’uomo. Ma Paolo, subito, ne vede anche le ombre. Gli uomini «pur conoscendo Dio, non gli hanno dato gloria né gli hanno reso grazie come a Dio, ma hanno vaneggiato nei loro ragionamenti e si è ottenebrata la loro mente ottusa» (Rm 1,21), giungendo ad immaginare Dio come egli non è. «Essi hanno cambiato la verità di Dio con la menzogna e hanno venerato e adorato la creatura al posto del creatore» (Rm 1,25). E questo ha portato con sé – prosegue la lettera ai Romani – uno stravolgimento delle relazioni umane: poiché hanno disprezzato la conoscenza di Dio, essi sono diventati «colmi di cupidigia, di malizia, d’invidia, di rivalità, di frodi; diffamatori, maldicenti, superbi, fanfaroni, ingegnosi nel male, insensati, sleali, senza cuore, senza misericordia. E pur conoscendo il giudizio di Dio, non solo continuano a fare tali cose, ma anche approvano chi le fa» (cfr. Rm 1,29-32; e l’elenco dei vizi umani è molto più lungo nella lettera!).

Ecco il mistero dell’uomo. Socrate aveva affermato[b] che l’uomo fa il male solo perché non ne è consapevole. L’educazione filosofica consisteva precisamente, secondo la sua proposta, nel far prendere coscienza del male; egli era convinto che, attraverso questo processo, l’uomo avrebbe vinto da se stesso il male presente nel suo cuore.

[b]Paolo è più moderno e più profondo del pensatore greco. L’apostolo afferma, infatti: «Io so che in me, cioè nella mia carne, non abita il bene; c’è in me il desiderio del bene, ma non la capacità di attuarlo; infatti io non compio il bene che voglio, ma il male che non voglio… Io trovo in me questa legge: quando voglio fare il bene, il male è accanto a me» (Rm 7,18-19.21).

In un famoso passo il Concilio Vaticano II riprende questa tematica, presentando la divisione che esiste nel cuore umano. L’uomo anela ad una armonia, ad un cuore unificato, proteso verso il bene, ma si scopre anche capace di provare sentimenti di male e di renderli poi concreti nella vita. La Gaudium et spes afferma, infatti: «Quel che ci viene manifestato dalla rivelazione divina concorda con la stessa esperienza. Infatti l’uomo, se guarda dentro al suo cuore, si scopre inclinato anche al male e immerso in tante miserie, che non possono certo derivare dal Creatore, che è buono. Così l’uomo si trova diviso in se stesso. Per questo tutta la vita umana, sia individuale che collettiva, presenta i caratteri di una lotta drammatica tra il bene e il male, tra la luce e le tenebre» (GS, 13).

È questo uomo, così come esiste nella sua concretezza, per il quale Cristo è venuto. Ed è questo uomo che ha bisogno di Cristo per trovare in lui la forza di amare: «Sono uno sventurato! Chi mi libererà da questo corpo votato alla morte? Siano rese grazie a Dio per mezzo di Gesù Cristo nostro Signore!»(Rm 7,24-25).

Per questo uomo, oltre che per amore del Signore, Paolo raggiungerà Roma.

21 ottobre 2008

CRISTO CROCIFISSO STOLTEZZA…PER I PAGANI (1Cor 1,23) (Padre Prof. Marco Adinolfi)

CRISTO CROCIFISSO STOLTEZZA…PER I PAGANI (1Cor 1,23)

Stralcio dal libro: Il Verbo uscito dal silenzio, Edizioni Dehoniane, Roma 1992

Sento la necessità di giustificare la scelta di questo scritto del Prof. Adinolfi, essendo stato scritto diversi anni fa; riporto, a spiegazione, uno stralcio delle ultime righe di questo studio: “Cristo crocifisso è veramente “stoltezza per i pagani”! Per i pagani di ieri e per i pagani di sempre, per i quali la croce di Cristo è negazione del senso, della cultura, della sapienza, di cui tanto si gloria il mondo… Non ultima, né meno ambita, la sapienza autosufficiente, per la quale Dio è un non problema e il suo Cristo crocifisso un non senso”

metto le note solo quando sono interpretative del testo, e cito solo i libri dei Padri apostolici, dei Padri della Chiesa, Magistero, autori antichi anche non cristiani; gli altri citati, moderni, spesso in tedesco, non mi sembra utile metterli, almeno in questa sede…in questo Blog;

la traslitterazione dal greco è quella del docente;

Di padre Adinolfi ho già messo, a maggio, un commento a 2Cor 8,9, ora posto il capitolo IX; vorrei mettere, prima di iniziare, la breve sentenza che Padre Adinolfi ha posto all’inizio di questo libro e che è come una lettura globale di questo suo specifico studio:

“C’è un solo Dio,

il quale si è manifestato

per mezzo di Gesù Cristo suo Figlio,

che è il suo Verbo uscito dal silenzio

e che in ogni cosa è stato di compiacimento a chi lo ha mandato.Sant’Ignazio, ai Magnesi 8,2”

CRISTO CROCIFISSO STOLTEZZA…PER I PAGANI (1Cor 1,23)

Capitolo IX, pagg. 143-155

Paragonando la fede cristiana delle origini a un continuo suicidio della ragione perché imponeva l’autoumiliazione e il sacrificio di ogni orgoglio, Nietzsche nel suo Al di là del bene e del male scriveva: “Gli uomini moderni…non avvertono quanto di superlativamente orribile c’era, per un gusto antico, nel paradosso della formula del “dio crocifisso”.

Dopo un cenno alla dialettica sapienza-stoltezza, attraverso una rapida indagine del mondo pagano a cavallo del primo secolo cristiano, lo studio presente tenterà di captare e ritrasmettere alcuni degli accenti più paradossalmente stolti di cui appariva impregnato, all’uomo della strada e al filosofo, il kerygma di Cristo crocifisso.

1. SAPIENZA E STOLTEZZA NELL’ECONOMIA DELLA SALVEZZA

Stigmatizzando il primo dei disordini che turbano la giovane chiesa di Corinto (1Cor 1, 10-4,21), sa Paolo dichiara che a monte delle divisioni interne della comunità sta la nozione erronea che essa ha del cristianesimo.

No. Incentrato nella croce salvifica di cristo, il vangelo non può essere etichettato come filosofia. Pur essendo sapienza perfetta, nel senso corrente dei termini, il vangelo non è sapienza, è stoltezza, non è sophia, è môria.

1.1. Quattro tempi della storia della salvezza

A dispetto delle sue note oscurità di dettagli, illuminante il v. 21 del capitolo 1: “Poiché infatti nel sapiente disegno di Dio, en tê sophia tou Theou) il mondo con (tutta) la (sua) sapienza (dia tês sophias) non ha conosciuto Dio, è piaciuto a Dio di salvare i credenti con la stoltezza (dia tês môrias) della predicazione (tou kêrygmatos)”.

Sapienza e stoltezza si avvicendavano nella economia della salvezza. Sapienza di Dio: sapienza autentica, che in pratica e in teoria può essere disprezzata come stoltezza. Sapienza degli uomini: sapienza autentica se aperta verso Dio; sapienza inautentica se ateisticamente autonoma, e dunque vera e propria stoltezza.

Dal punto di vista della dialettica sapienza divina-sapienza-umana, si potrebbero distinguere quattro tempi nella storia della salvezza.

Il primo tempo è illuminato dalla sapienza di Dio. Dio si autorivela nel creato perché gli uomini in ciò che esiste si aprano a captare il riflesso del Creatore e a prendere coscienza del loro carattere creaturale, ritenendo Dio il fondamento universale dell’essere.

Il secondo tempo è reso opaco dallo scacco della sapienza umana. Nella sua orgogliosa ingratitudine l’uomo storico, invece di porsi davanti a Dio, si ripiega tutto su se stesso, si pone al posto di Dio come fondamento dell’essere, e tutto e tutti giudica col parametro della sua atea autosufficienza.

Il terzo tempo riacquista la limpidezza della sapienza divina. Dando fondo ai tesori del suo amoroso piano di salvezza, Dio si autorivela nel Cristo crocifisso.

Il quarto tempo può essere oscurato o rischiarato dalla sapienza umana. Se si irretisce in una sapienza immanentistica, l’uomo si ostina a non riconoscere Dio rigettando come somma stoltezza la croce di Cristo. Se invece opera la sua liberazione mediante una sapienza aperta alla trascendenza, l’uomo riconosce e serve il suo Dio accettando nella fede la croce di Cristo come sapienza superiore.

Insomma, mentre per coloro che accolgono la chiamata salvatrice di Dio, Cristo crocifisso è potente sapienza di Dio (1,18: dynamis Theou 1,24; Theou sophia), per quelli che si pongono sulla via della perdizione la croce non è che stoltezza (môria) (1,18).

In realtà “Dio ha scelto ciò che nel mondo è stolto (ta môra) per confondere (kataischynê) i sapienti (tous sophous)…perché nessun uomo possa gloriarsi (mê kauchêsêtai) davanti a Dioo (1Cor 1,27.29)

1.2. Abominazione per Dio l’autosufficienza umana

Uniforme l’azione di Dio, per il quale è empia abominazione l’autosufficienza umana sotto qualunque forma essa si celi.

Gli ebrei e gli uomini di tutti i tempi che li imitano si gloriano delle loro opere, persuasi di conquistarsi con essere la propria giustificazione. Giustificando “Per fede, indipendentemente dalle opere” (Rm 3, 28), Dio pone alla gogna e spazza via ogni vento proveniente dalla “legge delle opere” e lo sostituisce col vanto proveniente dalla “legge della fede” (v.27). Per opera di Dio è adesso diventato per noi giustizia (dikaiosynê) Cristo Gesù (1Cor 1, 30).

I pagani e i loro imitatori di ogni tempo si gloriano della loro sapienza, convinti di raggiungere la salvezza per via di argomentazioni e speculazioni che non hanno altro metro e orizzonte che l’io dell’uomo. Operando la salvezza dei credenti per mezzo della croce di Cristo (1Cor 1,21), Dio espone alla confusione la sapienza di questo mondo distruggendola (v.19), rendendola e dimostrandola stolta (emôranen) (v.20). Per opera di Dio è adesso diventato per noi sapienza (sophia) Cristo Gesù (v. 30). Solamente accettandolo nella fede, noi scopriamo nella croce di Cristo l’ultima e definitiva autorivelazione di Dio che riconcilia a sé il mondo.

Col risuscitarlo dai morti, infatti, Dio presenta Cristo come fondamento e inizio di un mondo non più alienato dal suo Creatore. Mondo che può autocomprendersi come nuovo e vivere questa novità di vita che gli è donata da Dio solo se opera il suo annientamento in Cristo. La sua risurrezione con Cristo si fonda e comincia con la sua crocifissione con Cristo.

Soltanto la fede, apertura fiduciosa e senza riserve a Dio, può accettare questa nuova visione della realtà. La sapienza orgogliosamente autarchica del mondo, che non riconosce come criterio di certezza se non la propria esperienza e la propria storia, non ammetterà mai un intervento diretto di Dio che imprima una svolta sconvolgente alla storia. E considererà stoltezza la sapienza di Dio, benché “ciò che è stoltezza (to môron) di Dio” sia “più sapiente (sophôreton) degli uomini” (1Cor 1,25).

“Ogni forma di incredulità – scrive sant’Ilario – è stoltezza; infatti gli increduli, facendo uso della sapienza della loro mente imperfetta, regolando tutto in conformità dei loro meschini ragionamenti, pensano che non possa avvenire ciò che non riescono a spiegare;…una persona stabilisce che non si sia potuto verificare tutto ciò che essa giudica che non possa avvenire” (1)

2. I PAGANI E LA CROCE DI CRISTO

“I greci cercano la sapienza, sophian zêtousin” (1Cor 1,22). Nulla di più storicamente esatto di questa affermazione paolina. Anche nell’età ellenistica, somma aspirazione dei greci era la sapienza, nella quale il sofista Gorgia ravvisava l’armonia dell’anima (2), Aristotele “la più perfetta delle scienze” (3), gli stoici “la scienza delle cose divine e umane” (4).

Acquistando la sapienza, l’uomo si avvicinava a Dio, anzi, secondo la filosofia platonica (cita San Giustino, Dialogo con Trifone) vedeva Dio, ritenuto l’unico che possedesse la sapienza (5) o che la possedesse in grado eccelso (Gorgia, Encomio di Elena).

Molteplici quindi le ragioni che inducevano un greco, e in genere qualsiasi pagano ellenizzato, a respingere la crocifissione di Cristo agli antipodi della sapienza, a considerarla una insipienza e stupidità.

2.1. Dio patetico

Il kerygma cristiano presentava Dio che “dimostra il suo amore (agapên) per noi, perché mentre eravamo ancora peccatori, Cristo è morto per noi” (Rm 5,8). Esaltava Dio che, “essendo ricco di misericordia (plousios…en eleei) per il grande amore (agapên) col quale ci ha amati (êgapêsen), da morti che eravamo per i peccati, ci ha fatti rivivere con Cristo (Ef 2,4-5).

Tutte stoltezze per i pagani, fin dai tempi di Platone e Aristotele. Dio non può amare. Dio non può avere compassione. Dio non può avere nessuna passione (pathos), è per essenza impassibile, apatico (apathês).

Essendo perfettissimo, insegnava Platone, Dio è autosufficiente (6), e dunque immutabile e senza affetti. È un’assurdità, ribadiva Aristotele, dire di amare Zeus, perché l’amore suppone corrispondenza e Zeus non può amare (7). All’Artemide euripidea sono proibite le lacrime (8), vietate del resto, secondo Ovidio, al volto di qualsiasi altra divinità (9).

È noto che nei primi secoli dell’era volgare lo stoicismo, grazie anche ai suoi numerosi predicatori ambulanti, argutamente definiti “i frati mendicanti dell’antichità”, era diventata la filosofia più comune seguita dall’uomo della strada come dal dotto.

È noto pure il disprezzo stoico per ogni passione (pathos), intesa come “moto irrazionale (alogos) e innaturale dell’anima” (10) e come istinto eccedente la misura (hormê pleonazousa) (11). Il pathos è concepito come un affezione che, venendo dall’esterno, altera l’equilibrio interiore dell’uomo limitando, e annullando, la libera autodeterminazione di quella ragione (logos) cui spetta il dominio, la direzione e lo sviluppo della persona umana.

Malattie dell’anima, le passioni, sono anche peccato (12). Ovvio quindi il dovere di lottare contro di esse (13) e di sopprimerle con l’aiuto della ragione (14).

Nessuna passione è lecita. Neppure la misericordia (elos), che appartiene a una delle quattro passioni principali (15) e cioè al dolore (lypê), e che consiste appunto in un dolore che ci prende nel vedere un individuo colpito, senza sua colpa, da un male che temiamo possa quanto prima abbattersi anche su di noi (16).

Di qui certi precetti sconcertanti di Zenone, riferiti a Cicerone: Riteneva che il sapiente non debba nulla puramente opinare, di nulla pentirsi, mai mutare il suo parere”; “Mai il sapiente è mosso da benevolenza, mai perdona ad alcun delitto; non può avere misericordia se non chi sia stolto e leggero; non è da uomo lasciarsi muovere e placare con preghiere” (17).

Essendo una debolezza d’animo, la misericordia deve essere schivata dal sapiente. Il quale farà tutto quello che sogliono fare gli uomini che hanno compassione. Potrà anche giungere a piangere con chi soffre. Ma, gli raccomanda Epitteto, “bada, però, di non piangere anche dentro di te (esôthe)” (18). In altri termini, resta interiormente impassibile. È l’apatheia che, secondo gli stoici, costituiva la suprema perfezione posseduta da Dio e bramata dagli uomini saggi (19).

Stoltezza, dunque, per i pagani Cristo morto in croce per l’amore misericordioso che Dio nutre per gli uomini.

NOTE

1. Sant’Ilario di Poitiers, De Trinitate 3, 24; PL 10, 93 – trad. G. Tezzo

2. Gorgia, Encomio di Elena, fr. B 11,1 (Diels)

3. Aristotele, Etica Nicomachea 6, 7, 1141°

4. Aezio, Placita 1,2

5. Platone, Convivio 204a

6. Platone, Filebo

7. Aristotele, Grande etica 2,11,1208b

8. Euripide, Ippolito 1396

9. Ovidio, Metamorphoses 2, 621

10. Diogene Laerzio, Vite dei filosofi 7, 110

11. Cicerone, Academica posteriora 1,38

12. Plutarco, De virtute morali 10, 449 d

13. Aristone, in Clemente Alessandrino, Stromata 2, 20, 108, 172 (PG 8, 1052)

14. Cicerone, Academica posteriora 1,38

15. Diogene Laerzio, Vite dei filosofi 7,110

16. Aristotele, Retorica 2, 8, 1385b 13

17. Cicerone, Pro Murena 61 (SVF I, 54, 214)

18. Epitteto, Manuale 16

19. Epitteto, Diatribe 4, 3, 7;

il seguito e la conclusione di questo studio subito sotto;

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