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IL PERICOLO DELLA IDOLATRIA (1COR 8,1-11,1)

dal sito:

http://www.paroledivita.it/upload/2002/articolo2_30.asp

IL PERICOLO DELLA IDOLATRIA (1COR 8,1-11,1)
 
Mosetto F.

Nelle città greche diverse occasioni – feste di singole divinità, feste di carattere cittadino (associazioni) o familiare (ad es., matrimonio) – comportavano un banchetto sacro celebrato nelle adiacenze di un tempio, nel corso del quale si consumavano carni degli animali precedentemente offerti in sacrificio (i giudei le chiamavano eidolóthyton, vittime offerte agli idoli). Anche le carni macellate messe in vendita al pubblico mercato provenivano spesso dai sacrifici. Legami familiari e convenienze sociali spingevano ad accettare l’invito a tali banchetti; così pure, nell’acquistare la carne al mercato era difficile evitare quella degli «idolotiti».
I cristiani di Corinto s’interrogavano al riguardo: quale condotta tenere? Isolarsi dalla società, chiudendosi in una specie di ghetto, per evitare ogni compromesso con la religione pagana? Oppure prendere parte ai banchetti, ai quali si era invitati da parenti e amici, senza farsi troppi scrupoli?
La risposta dell’apostolo prende le mosse da due principi di soluzione (la «scienza» e la carità), che vengono immediatamente applicati all’argomento (1Cor 8,1-13). Poi, in una lunga digressione, Paolo illustra con il suo esempio personale l’istanza di rinunciare ai propri diritti per il bene del fratello (1Cor 9,1-27), e, con quello degli israeliti al tempo dell’esodo, il rischio di ricadere nel paganesimo (1Cor 10,1-13). Infine, alla luce di quanto esposto, dà indicazioni concrete di comportamento (1Cor 10,14-33).

1. La «scienza» e la carità

Il concilio di Gerusalemme si era già occupato della questione (cf. At 15,28s), ma Paolo non si appella alla risposta data in tale circostanza, forse perché essa riguardava direttamente le Chiese della Siria composte sia da giudeo-cristiani sia da credenti di origine gentile. Egli rimanda, invece, a due criteri di condotta, riassunti nelle parole «scienza (gnosis)» e «carità (agápe)», ossia: da una parte, la conoscenza e valutazione obiettiva della realtà e del fatto in questione; dall’altra, l’amore del prossimo, cui bisogna ispirare le scelte concrete. La scienza da sola, non congiunta alla carità, porta all’orgoglio e al disprezzo del fratello («gonfia» di umana superbia). Non basta «sapere», occorre altresì avvalersi in modo costruttivo della propria «scienza». Solo chi, oltre a conoscere, ama, è a sua volta «conosciuto» nel senso biblico del termine, è cioè oggetto della benevolenza di Dio. Perché solamente la carità «edifica», ossia costruisce la comunità (cf. 1Cor 14,12) in quanto cerca l’utile degli altri (cf. 1Cor 10,23s).
Ora, Paolo applica al problema concreto tale considerazione. L’apostolo afferma che di per sé il credente può cibarsi senza alcuno scrupolo degli idolotiti. Egli infatti «sa» che Dio è uno solo e che non esistono altri dèi. La fede cristiana riconosce e confessa un unico Dio, il Padre, creatore e signore del mondo; «a lui», al suo servizio e alla sua gloria, noi siamo orientati e chiamati. Così pure, sappiamo che esiste «un solo Signore», Gesù Cristo, il mediatore della creazione e della salvezza. I numerosi «dèi e signori» dei gentili scompaiono davanti all’unico Dio: semplicemente non esistono; ma, più avanti, Paolo dirà che sono demoni, spiriti malvagi (1Cor 10,20s). Ora, se ogni realtà creata viene da Dio per mezzo del Cristo, a lui appartiene ed è a lui finalizzata, ne segue che è lecito mangiare di qualsiasi cibo (cf. 1Cor 10,23). Per quel che riguarda i nostri rapporti con Dio, la provenienza degli alimenti è irrilevante; anzi, tutto è suo dono, da ricevere con gratitudine (cf. 1Cor 10,30; Rm 14,6). Il bel distico del v. 6:

«…un solo Dio, il Padre, dal quale tutto proviene, e noi siamo per lui,
e un solo Signore, Gesù Cristo, per il quale tutto esiste e noi esistiamo grazie a lui»

è una confessione di fede, paragonabile ad altre disseminate nell’epistolario paolino (cf. 1Ts 1,9s; Rm 3,30; 10,9; 11,36; ecc.). È probabile che nel formularla Paolo si ispiri alla tradizione.

Ma – continua Paolo – questa «scienza» non è in tutti: la comunità infatti è composta di «forti» e di «deboli» (cf. Rm 14,1). Avvezzi fino a ieri a considerare le carni immolate agli idoli come un cibo sacro, per il quale si entra in comunione con la divinità, alcuni cristiani da poco convertiti proverebbero un vero rimorso se continuassero a cibarsene e, al vedere dei fratelli che lo fanno senza scrupolo, ne ricevono scandalo, ossia occasione di caduta, sentendosi come spinti e autorizzati a mangiare le carni sacrificate agli idoli appunto come «idolotiti». La libertà e il diritto – derivanti dalla certezza di fede di cui sopra – di consumare le carni immolate hanno un limite nel danno spirituale che ne può venire per i fratelli, la cui coscienza è «debole», nel senso che è tuttora condizionata dalle concezioni e dalle consuetudini passate.
Deve allora entrare in azione l’altro principio: la carità, che edifica. Se ci si rende conto che il proprio comportamento, per quanto buono e legittimo, è di scandalo al fratello, è meglio rinunciare alla propria libertà e al proprio diritto pur di non spingerlo ad agire contro coscienza, a commettere perciò (soggettivamente) un peccato. Altrimenti, «per la tua scienza va in rovina il debole, per il quale Cristo è morto». La morte di Cristo rivela il valore di ogni persona ed è supremo modello di subordinazione dell’io con i suoi diritti e interessi al bene dell’altro. Non tenerne conto è «peccare contro i fratelli» e, per il fatto stesso di offendere la loro coscienza, peccare contro Cristo. La conclusione s’impone: «Perciò, se un cibo (ovviamente, dal contesto, gli “idolotiti”) scandalizza il fratello, non mangerò mai più carne in eterno» (8,13). Così Paolo introduce l’ulteriore riflessione.

2. L’esempio di Paolo

In questo brano l’Apostolo conferma con il proprio esempio l’invito a rinunciare a qualcosa di legittimo in vista del bene dei fratelli. Dal momento che è un vero apostolo di Cristo (1Cor 9,1-3), come gli altri apostoli Paolo avrebbe il diritto di vivere del proprio ministero (vv. 4-14), ma vi ha rinunciato per l’evangelo, per essere realmente servo di tutti (vv. 15-23): la rinuncia è una legge della vita cristiana, che vale in primo luogo per l’apostolo (vv. 24-27).
Se qui Paolo rivendica per sé il titolo di apostolo di Cristo – contro avversari, con i quali polemizzerà più a lungo nella seconda lettera ai Corinzi (cf. anche le lettere ai Filippesi e Galati) – lo fa per dimostrare i suoi diritti. L’autenticità dell’apostolato di Paolo scaturisce dall’aver incontrato personalmente il Risorto (cf. 1Cor 15,8; Gal 1,15s; At 9) e dall’esistenza stessa della comunità di Corinto. Essa è la sua «opera nel Signore», è come un «sigillo» che certifica un documento autentico, la prova che davvero Paolo è stato inviato ad annunciare l’evangelo e lo ha di fatto annunciato.
Come gli altri apostoli (ossia missionari, inviati dalle comunità), in particolare come Pietro e i «fratelli del Signore» – tra i quali emerge Giacomo; cf. At 1,14; ecc. – anche Paolo ha il diritto di «vivere dell’evangelo» e che le comunità provvedano al sostentamento della donna che l’accompagna («donna sorella», ossia credente; meno probabile: moglie), quindi di non essere costretto a lavorare per sostentarsi. Una serie di argomenti conferma l’assunto: l’analogia con i rapporti economico-sociali ordinari (il soldato, l’operaio, il pastore); il dettato della legge mosaica (Dt 25,4), applicato a chi «semina realtà spirituali». Inoltre, il diritto religioso universale; la parola stessa del Signore (cf. Lc 10,7: uno dei rari casi nei quali san Paolo si riferisce a un detto di Gesù).
Ma Paolo, e con lui Barnaba, non si è valso di tale diritto, ha scelto di mantenersi con il proprio lavoro (cf. 1Cor 4,12; At 18,3; 20,34) e questo «per l’evangelo [...] per non recare intralcio al Vangelo di Cristo», apparendo interessato nel momento stesso in cui l’annuncia; preferirebbe morire! Nessuno gli tolga questo vanto (davanti agli uomini, specialmente gli avversari, cf. 2Cor 11,10). Perché – soggiunge – annunciare l’evangelo non costituisce un titolo di merito, bensì un dovere, un incarico che gli è stato affidato, come a un servo. La sua «paga», di conseguenza e paradossalmente, sarà di annunciare l’evangelo gratis, sì da non usare del diritto che la sua missione gli conferirebbe.
In questo modo, però, egli è «libero da tutti», non dovendo nulla a nessuno, e può farsi «servo di tutti, allo scopo di guadagnare (a Cristo) il maggior numero» di credenti. Pur non essendo «sotto la legge» (bensì sotto la grazia, cf. Gal 5), Paolo si è fatto «giudeo con i giudei», rispettando il loro attaccamento alla legge (cf. At 16,3; 18,18; 21,20ss). Si è adattato alla mentalità e al costume dei gentili (cf. At 17,22-31: adattamento alla cultura; Gal 2,12ss: comunione di mensa), difendendo la loro libertà rispetto alla legge mosaica (cf. la lettera ai Galati), fino a diventare «senza legge», come i gentili appunto che tali sono in quanto privi della legge di Mosè e pertanto ad essa non sottomessi (cf. Rm 2,12.14). L’Apostolo, tuttavia, precisa: sono tuttavia sottomesso alla legge di Cristo. La «legge di Cristo» (Gal 6,2) è la «legge dello Spirito che dà vita in Cristo Gesù», per la quale «la giustizia della legge» divina «si compie in noi che non camminiamo secondo la carne, ma secondo lo Spirito» (Rm 5,2).
Nel caso qui in discussione Paolo si è fatto «debole con i deboli» (cf. Rm 14-15). In una parola, si è fatto «tutto a tutti»: adattamento e accondiscendenza apostolica in vista della salvezza di ogni uomo, «per diventare partecipe con loro» dei benefici dell’evangelo, della salvezza promessa ai credenti.
Esiste, infatti, anche per lui il rischio del fallimento, di essere alla fine escluso dalla stessa salvezza che ha portato agli altri. È il concetto illustrato con l’esempio delle gare atletiche (proprio a Corinto si celebravano i Giochi Istmici). Prender parte a una gara non garantisce automaticamente il premio. Dicendo: «uno solo lo conquista», Paolo non intende affermare che solo pochi cristiani si salvano, ma semplicemente: come tra gara e premio non c’è connessione automatica, così tra l’essere diventati cristiani e il conseguire la salvezza. In vista di una corona che marcirà, l’atleta si sottopone a una dura disciplina. Allo stesso modo, l’apostolo esercita su se stesso un forte autocontrollo, si sottomette a ogni privazione, per non essere squalificato egli stesso nella gara che è la vita cristiana, per ottenere invece la corona incorruttibile, la vita eterna (cf. 2Tm 4,7s; 1Pt 5,4; ecc.).

3. L’esempio di Israele

Che la legge della rinuncia e dell’ascesi sia essenziale per tutti i cristiani, è insegnato nelle Scritture. Per questo Paolo porta l’esempio di Israele. Come nell’esodo tutto l’antico popolo di Dio sperimentò la salvezza e godette dei doni divini, eppure non tutti raggiunsero la terra promessa, e ciò a causa delle infedeltà alla grazia ricevuta, allo stesso modo può accadere che, nonostante il battesimo, i credenti cedano alla tentazione di ritornare alla vita pagana e così perdano la salvezza finale.
La salvezza dell’esodo e i doni divini elargiti a Israele nel deserto sono rievocati sinteticamente nel passaggio del mare (cf. Es 14) e nella nube (segno della presenza di Dio: Es 13,21; 40,36ss), nella manna e nella sorgente/pozzo di acqua (cf. Es 16; Nm 20,7ss; 21,16ss). Paolo vede in tali eventi il «tipo» della salvezza cristiana: il passaggio del mar Rosso prefigurava il battesimo («furono battezzati in Mosè»). La manna è chiamata «cibo spirituale»; lo stesso aggettivo – col quale si indica una realtà divina, nella quale è operante lo Spirito – è usato per l’acqua dalla roccia e per la pietra da cui essa scaturì. Già nell’Antico Testamento l’acqua dalla rupe era andata acquistando un significato simbolico in riferimento alla legge e alla sapienza (cf. Sal 78,25; Dt 8,3; Sap 16,20); significato qui ripreso, cui potrebbe aggiungersi un simbolismo sacramentale (cf. Gv 6). Sulla scia dell’interpretazione giudaica, la quale parlava di una fonte che accompagnò gli israeliti nel deserto, simbolo della Torà e della sapienza (cf., ad es., Targum Jonatan: Nm 21; Ant. Jud. 10,7), Paolo identifica la «roccia spirituale che li accompagnava» con il Cristo preesistente (sapienza di Dio).
Nonostante i segni della presenza di Dio e i doni ricevuti, la maggior parte dei figli di Israele perì lungo il cammino di liberazione (cf. Nm 14,16.35; cf. anche Gd 5). Essi «non furono graditi a Dio», che li respinse a causa dei loro peccati (si allude a Es 32: idolatria; Nm 11: rimpianto dell’Egitto; Nm 25: fornicazione; Nm 14; 17; 21: mormorazione e ribellione), con i quali rifiutarono praticamente la sua salvezza (cf. Sal 95 ed Eb 3,7ss).
Il rapporto tra storia biblica e vita cristiana, tra Antico e Nuovo Testamento, è espresso col termine «tipo» (v. 6, cf. v. 11): la realtà piena e definitiva è presente in anticipo, come in un abbozzo, e pertanto prefigurata da persone e avvenimenti che appartengono alla prima fase della storia della salvezza. In questo senso le vicende di Israele sono il «tipo», nel quale è prefigurata la vita della Chiesa, e servono a questa di ammonimento («per noi»). Non però solo «come esempio» edificante, bensì appunto perché il popolo di Dio dell’età escatologica («noi, per i quali è arrivata la fine dei tempi») riconosca la propria situazione e la propria vicenda nei «tipi» che la prefigurano. Questo principio ermeneutico, che i Padri utilizzarono ampiamente, è stato richiamato dal Vaticano II (Dei Verbum, 15s).
Sul rapporto tipologico tra storia biblica e realtà cristiana si fonda l’applicazione parenetica. Questa è diretta anzitutto ai «forti», che si ritengono troppo sicuri e giungono a disprezzare i «deboli» (cf. Rm 14,1ss): «Chi crede di stare, guardi di non cadere» nel peccato, in particolare nell’idolatria. Col suo proprio esempio Paolo ha insegnato loro la disciplina e l’ascesi (cf. 1Cor 9,24-27). La messa in guardia è seguita da una considerazione – accessoria rispetto alla linea dominante del pensiero – sulla fedeltà di Dio (cf. 1Cor 1,9; 1Ts 5,24) e sulla sua grazia che sostiene i credenti nelle prove.

4. Indicazioni pratiche

4.1. Fuggire l’idolatria

Dall’esempio della storia di Israele discende direttamente l’ammonimento a fuggire l’idolatria. Tale sarebbe il partecipare a un banchetto sacro pagano. Questo ritorno al culto degli idoli – ultimamente dei demoni, che si celano dietro le divinità – sarebbe un provocare la gelosia dell’unico Signore e sposo del suo popolo (cf. Dt 32,16.21; 2Cor 11,2), la sua ira e il castigo che ne segue.
Paolo si appella al buon giudizio dei suoi lettori: prendere parte a un pasto sacrificale pagano è incompatibile con l’essere cristiani. Infatti, il banchetto sacro stabilisce in ogni caso una «comunione» con la divinità. Ciò vale per il culto ebraico («Israele secondo la carne», cui corrisponde idealmente un Israele secondo lo spirito, o «Israele di Dio»: Gal 6,16): colui che si ciba della vittima sacrificata entra in comunione con Dio (rappresentato dall’altare). Ancor più ciò avviene nell’eucaristia: mangiando il pane spezzato (cf. At 2,42) e bevendo del calice sul quale è stata pronunciata la benedizione (cf. Mc 14,22ss e parr.), il credente comunica al corpo e al sangue di Cristo (cf. 1Cor 11,17-34: la «cena del Signore»). La comunione all’unico pane che è Cristo opera a sua volta l’unità dei credenti (cf. 1Cor 12,12-27: la Chiesa «corpo» del Cristo). In un certo senso lo stesso si verifica nei sacrifici offerti alle divinità pagane: anche se all’idolo non corrisponde nella realtà alcun essere divino (cf. 8,4) e benché cibarsi degli idolotiti sia per sé cosa indifferente e lecita (cf. vv. 23ss), dal momento che gli dèi delle genti sono demoni (cf. Dt 32,17; Sal 95[96],5; Is 65,11), chi partecipa al banchetto sacrificale del culto pagano entra in relazione con le potenze malvagie (non certo nel senso di vera «comunione», bensì in quanto si sottomette alla loro tirannia e al loro influsso). Dunque, «non potete partecipare alla mensa del Signore e alla mensa dei demoni».

4.2. Libertà e amore

Regolato il caso più serio e problematico, l’Apostolo si volge a quello più ordinario e dà alcune direttive pratiche sulla base dei principi indicati fin dall’inizio. In linea di massima, è lecito mangiare tutto ciò che è posto in vendita al mercato, oppure viene offerto da colui che invita a mensa (banchetto familiare o della corporazione) «senza indagare per motivo di coscienza» di dove provenga quella carne. Mediante la citazione di Sal 23,1 se ne ripete la ragione: tutto ciò che è nel mondo viene da Dio e a lui appartiene (cf. 8,6). L’atteggiamento fondamentale che ne consegue è duplice: rendere grazie a Dio per i suoi doni (cf. 1Tm 4,3); in tutte le azioni, non solamente il mangiare e bere, avere di mira la gloria di Dio (cf. Rm 15,6-7). In altre parole, tutta la vita del cristiano è culto spirituale (cf. Rm 12,1). La fede nell’unico Dio libera il credente da timori superstiziosi, allo stesso modo che la fede nel Signore Gesù lo emancipa dalla legge mosaica (cf. Gal 5) e, in particolare, da determinate osservanze rituali (cf. Rm 14-15).
Una volta rivendicata la libertà del cristiano, occorre tuttavia precisarne il senso e i limiti. Non sempre vale il principio (di sapore gnostico): «Tutto è lecito». Qualora l’esercizio della propria libertà recasse scandalo ai fratelli deboli, la carità – che cerca non l’interesse proprio, ma l’edificazione della comunità e il bene di ogni fratello (cf. 1Cor 13,5) – esige di rinunciarvi e di mettere al primo posto il bene spirituale del prossimo. Questa rinuncia è imposta dal rispetto della coscienza dell’altro (cf. 8,7-12). Paolo può richiamarsi all’esempio che egli stesso dà: facendosi tutto a tutti (cf. 1Cor 9,19-23), cerca di «piacere a tutti in ogni cosa», avendo di mira la loro salvezza (cf. Rm 15,1-3).

Perciò l’Apostolo conclude: «Fatevi miei imitatori, come io lo sono di Cristo» (cf. 1Cor 4,16; Fil 3,17). L’esempio di Gesù, punto di riferimento per ogni problematica riguardante le scelte morali del credente, conferisce al principio dell’agape cristiana il suo valore originale (cf. Fil 2,5ss) e innesta nel mistero pasquale una rinuncia apparentemente di poco conto.

5. Conclusione

A proposito dell’idolatria, il Catechismo della Chiesa cattolica osserva: «L’idolatria non concerne soltanto i falsi culti del paganesimo. Essa rimane una costante tentazione della fede e consiste nel divinizzare ciò che non è Dio. C’è idolatria quando l’uomo onora e riverisce una creatura al posto di Dio, si tratti degli dèi o dei demoni (per es., il satanismo), del potere, del piacere, della razza, degli antenati, dello stato, del denaro, ecc.» (n. 2113). Il rischio del compromesso insidia anche ogni cristiano. Ricordiamo la parola di Gesù: «Non potete servire a Dio e a mammona» (Mt 6,24).
 

Arcidiocesi Metropolitana di Catanzaro, un commento a tutta la lettera agli Efesini

dal sito:

http://www.madonnadiporto.it/dati/schedaBiblicaLetteraEfesini.htm

Arcidiocesi Metropolitana di Catanzaro – Squillace

Ufficio Apostolato Biblico
 
 Lettera agli Efesini

INTRODUZIONE

1. L’enigma dell’Autore

Molto cara a Giovanni Crisostomo (V secolo), a s. Gerolamo (V secolo), a s. Tommaso d’Aquino (XIII secolo) ed a Calvino (XVI secolo), la Tradizione cristiana l’ha sempre attribuita a Paolo, ritenendola scritta durante la sua prigionia a Roma.
A partire dal 1792, un vivace dibattito si è acceso circa la paternità paolina della Lettera agli Efesini: da un lato i Protestanti, che non ammettevano l’origine paolina della lettera, perché il vocabolario presente in questo scritto è diverso da quello presente nelle altre lettere; dall’altro lato, i Cattolici che continuavano ad attribuire a Paolo la Lettera agli Efesini, preoccupati non solo di difendere l’apostolicità della lettera, ma anche il suo carattere di testo ispirato.
Ora il dibattito continua, non tanto tra protestanti e cattolici, ma tra posizioni diverse fra gli stessi cattolici.

2. L’enigma dei destinatari

E’ proprio vero che fu indirizzata agli Efesini? L’espressione “in Efeso” (1,1) manca nel Papiro 46 (il documento più antico degli scritti paolini di origine egiziana – 200), come anche nel Codice Vaticano ed in quello Sinaitico. Origene (III secolo) non riconosce come destinatari della lettera gli Efesini e Marcione, un eretico dei primi secoli dell’era cristiana, afferma che si tratta della lettera, inviata ai Laodicesi (cfr Col 4,16).
Al di là di queste osservazioni, si avverte nella lettera stessa un certo distacco tra Paolo ed i destinatari, Efesini (cfr Ef 1,15). Paolo non ha avuto una conoscenza diretta degli Efesini, dal momento che ad Efeso è rimasto due anni? E in 3,2-3?… Per questi motivi, alcuni suppongono che questa lettera sia stata originariamente una meditazione sapienziale inviata, come lettera circolare, alle varie comunità dell’Asia Minore, aggiungendovi, al momento della spedizione, il nome della comunità, alla quale veniva inviata.

3. I principali TEMI presenti nella Lettera agli Efesini.

- La giustificazione (la salvezza) è connessa con le opere buone. Contrariamente agli altri scritti di Paolo (Galati – Romani), qui l’accento non è più posto solo sulla fede, ma anche sulle opere buone. Resta chiaro che l’origine gratuita della salvezza si trova unicamente in Dio. Le nostre opere buone (osservanza dei comandamenti…) sono la maniera giusta del nostro aprirci all’accoglienza del dono salvifico di Dio; sono la nostra partecipazione concreta e riconoscente all’azione salvifica di Dio.
- La Cristologia è diversa da quella delle altre lettere: Cristo, secondo la Efesini, non è presente soltanto nella Chiesa, facendola diventare suo Corpo; è presente in maniera efficace, totale nell’intero cosmo. E’ presente come “pleroma”, cioè come pienezza; la pienezza della vita e della energia divina, che pervade tutte le cose. Ci troviamo di fronte ad una Cristologia di tipo cosmico.
- L’escatologia si presenta già come realizzata: cioè la salvezza non è solo futura, ma, come insegna anche Giovanni, nel IV Vangelo, è già presente in noi, ora.
- L’ecclesiologia: la Chiesa è il Corpo di Cristo; corpo visibile, storico del quale Cristo si serve per parlare e per agire; corpo del quale Cristo è il Capo; specificazione quest’ultima non presente in 1Cor 12.

4. La strutture della lettera

  a. L’indirizzo (1,1-2), che riproduce lo schema tipico della tradizione epistolare orientale, specialmente quella del mondo greco. Sono presenti: il mittente, i destinatari, il saluto cristiano.
    – Il Mittente unico è Paolo, che si autopresenta come “apostolo” inviato da Cristo, “per volontà di Dio”, per un progetto specifico di Dio. Se la Chiesa esiste per un piano di Dio e di essa il gruppo originario sono gli Apostoli; ebbene, dice Paolo, a questo gruppo sono associato anch’io, e di questo piano faccio parte anch’io.
    – I Destinatari, nello scritto come a noi è giunto, sono i cristiani di Efeso, chiamati “santi” (almeno 14 volte), perché membri del popolo santo di Dio, perché consacrati a Dio, per mezzo di Cristo, nel Battesimo.
    – Il saluto cristiano: ricorrono i termini charis (grazia – amore gratuito di Dio) e shalom (pace); questo secondo termine introduce un tema importante nella Efesini, ossia la salvezza, come pacificazione universale, che trova i suoi protagonisti in Dio Padre ed in Gesù Cristo.
  b. Il corpo della lettera. Costituita da 6 capitoli, rivela un progetto con due parti ben distinte da una linea di frontiera (3,20-21): infatti, giunto a questo punto, l’Autore abbandona la prosa, e, in uno slancio lirico, si orienta verso un canto, una dossologia che è resa come la conclusione della prima parte del suo discorso.
Subito dopo inizia il quarto capitolo con “vi esorto”. Siamo di fronte ad uno scritto formato da due parti: la prima parte di tipo teologico, una grandiosa riflessione sul mistero della Chiesa; la seconda parte di tipo esortativo, morale, che mette in evidenza l’impegno del cristiano, all’interno della Chiesa.
  c. Saluto e benedizione finali (6,21-24). Secondo il modello tradizionale, alla fine venivano offerte le notizie personali del mittente. Qui mancano, perché sarà Tichico a portarle (6,21). Questo Tichico in At 20,4 risulta un delegato delle chiese dell’Asia Minore, che facevano capo ad Efeso. Insieme, poi, ad altri cristiani, ha accompagnato Paolo a Gerusalemme, alla fine del terzo viaggio missionario, recandovi la colletta. E’ menzionato anche in Col 4,7 e nelle lettere pastorali (2Tm 4,12; Tt 3,12). Emerge l’aspetto comunionale della Chiesa.

LA CHIESA SECONDO LA LETTERA AGLI EFESINI

Nella prima parte della lettera, quella teologica, che abbraccia i primi tre capitoli, l’Apostolo presenta il mistero della Chiesa, che noi vedremo in tre aspetti:

  A. L’ASPETTO TEOLOGICO DELLA CHIESA

E’ presente soprattutto nell’inno che celebra il piano divino della salvezza (1,3-14). La Chiesa affonda le sue radici nell’infinito silenzio del pensiero di Dio, in uno sconfinato oceano di luce e di amore. Concepita prima della creazione del mondo essa fa parte di un indecifrabile ed immenso progetto di Dio, come una piccola area che si inserisce in un orizzonte più ampio e sconfinato.
Qual è questo immenso piano, all’interno del quale si colloca anche la Chiesa? E’ il disegno di riempire i tempi della storia, che scandiscono l’esistenza dell’umanità, della sua presenza efficace ed operativa (il plèroma); è il disegno di ricapitolare in Cristo tutte le cose, quelle del cielo e quelle della terra (v. 10). I libri di una volta erano rotoli; ed il rotolo aveva un’asta, detta in latino “capitulum”, attorno alla quale si avvolgeva e svolgeva tutto lo scritto. Paolo partendo da questa immagine ci dice che tutta la storia, tutte le parole ed i fatti dispersi nello spazio e nel tempo trovano la loro coesione ed unità in Cristo, “asse”, capitulum, che avvolge attorno a sé gli uomini, gli avvenimenti e le cose. All’interno di questo orizzonte cosmico, l’orizzonte più piccolo della Chiesa quale finalità ha?
  – Quella di farci diventare, in Cristo, figli adottivi di Dio (v. 5). L’accenno all’adozione non è per sminuire questa realtà, quasi per dirci che siamo figli di serie B; ma è per metterla in relazione con la figliolanza di Gesù, modello e fonte di quella di tutti gli altri figli di Dio. Nella stessa famiglia, che è la Chiesa, come figli siamo tutti amati da Dio con la stessa intensità, con cui Egli ama Gesù.
  – La finalità della Chiesa è anche quella di farci conseguire nel Figlio diletto, la redenzione, mediante il suo sangue, la remissione dei peccati (vv. 7 e 14). Il termine usato da Paolo, per dire “redenzione”, è lo stesso termine che i LXX usano per dire la liberazione dell’Egitto, “apolytrosis”; liberazione che era vista non soltanto come un atto socio – politico, ma come un atto di parentela, che scaturiva dall’obbligo del parente prossimo dello schiavo (padre, o fratello maggiore) di liberare il proprio famigliare dalla schiavitù. Era l’obbligo del cosiddetto go’el. Il parente prossimo, per liberare il proprio congiunto, doveva consumarsi, disfarsi di fatiche e di lavoro, pur di ricuperare la somma richiesta, altrimenti non era più degno di chiamarsi padre o fratello. Questa l’idea che Paolo ha della redenzione: Cristo, nostro fratello maggiore, per liberarci dal peccato, si è disfatto nella sua passione e croce.
Pietro nella sua prima lettera, così commenta questo evento: “Voi sapete che non a prezzo di cose corruttive, come l’argento e l’oro, foste liberati dalla vostra condotta ereditata dai vostri padri, ma con il sangue prezioso di Cristo, come di agnello senza difetto e senza macchia” (1Pt 1,18-19). Questa liberazione conosce due tempi: ora Dio ci libera dal peccato, che è una grossa schiavitù; alla fine ci libererà anche dalla schiavitù più umiliante, che è la morte.
  – Una terza finalità della Chiesa è quella di farci diventare eredi: “in lui (Cristo) siamo stati fatti anche eredi” (v. 11). “In lui anche voi, dopo aver accolto il Vangelo, avete ricevuto il suggello dello Spirito Santo, il quale è caparra della nostra eredità” (v. 14).
Il termine eredità, ricorrente nei due versetti, ha due significati diversi: il primo significato è quello derivante dal termine “klèronomia” (che ha dato origine alla parola clero). Noi battezzati tutti (non soltanto i sacerdoti) siamo l’eredità di Dio, cioè la proprietà più preziosa di Dio. Nell’Antico Testamento si usava anche l’immagine, derivante dal termine segullah (quella piccola parte del gregge che un garzone aveva come propria, all’interno del gregge più grande, che era del suo padrone). L’attenzione del pastore – garzone era per tutto il gregge, ma l’amore era per quelle quattro o cinque pecorelle che gli appartenevano come piccola proprietà. Nell’A. T. Israele all’interno di tutti i popoli era definito come segullah , termine tradotto da Gerolamo con “peculium” proprietà peculiare di Dio (pecus è l’armento).
In mezzo a tutti i popoli, noi – chiesa siamo l’eredità, il possesso più prezioso di Dio.
Il secondo significato di eredità è quello che emerge dal verso 14, cioè un bene che erediteremo da Dio, in futuro, del quale lo Spirito Santo è caparra.
Concludo questa prima dimensione della Chiesa, quella teologica, riassumendo la finalità, che essa ha all’interno del progetto cosmico di Dio, con tre espressioni:
    – farci diventare figli adottivi;
    – farci diventare redenti, liberi;
    – farci diventare eredi.
Dopo la contemplazione di questo meraviglioso mistero, in 3,20-21 Paolo esplode in un canto di lode; è il canto corale della Chiesa.

  B. L’ASPETTO CRISTOLOGICO DELLA CHIESA

La Chiesa appartiene al grande progetto del Padre; ma ha la sua realizzazione in Cristo.
Esiste un rapporto particolarmente forte tra Cristo e la Chiesa, così da formare quasi un tutt’uno:
    1. Anzitutto un rapporto “somatico” (soma = corpo). Ef 1,22-23: come nella 1Cor 12, la Chiesa è il Corpo di Cristo, quindi una parte rilevante del suo esistere e del suo manifestarsi. Come l’uomo si manifesta attraverso il corpo, così Cristo, divenuto glorioso, invisibile, si manifesta attraverso e all’interno della Chiesa. La Chiesa è il Corpo con il quale Cristo parla, agisce, si comunica, salva, prega, piange, riceve colpi di ogni genere, compreso il martirio.
Ne deriva per noi credenti una gravissima responsabilità: guai essere un corpo spezzato o deforme.
Questo tema viene più volte ripreso: 2,16; 4,4; 5,23.30; e soprattutto in Ef 4,15-16, dove emerge l’idea di una Chiesa, Corpo ben compaginato, le cui membra sono armonicamente unite le une alle altre.
    2. Paolo aggiunge qui qualcosa di nuovo rispetto a ciò che insegna nella 1Cor 12: afferma che Cristo, all’interno della Chiesa, suo Corpo, è presente come pleroma, cioè come una energia vitale, vivificante e salvante che permea e riempie tutta la Chiesa al punto tale da diventare Egli stesso plerùmenos. E’ un concetto dinamico: Cristo, avendo in sé tutta la pienezza della vita divina, la porta dentro la Chiesa, senza nulla sottrarre alla creaturalità ed identità di ogni cosa. Nella Efesini il concetto di plèroma è ripetuto sovente: 3,19; 4,10; 5,18.
    3. Un ultimo elemento caratterizzante la Chiesa, in quanto Corpo di Cristo, è la kephalè (la testa). Cristo è presente nella sua Chiesa non semplicemente aggregandola a sé come suo Corpo, ma come Capo, cioè come principio vitale, unificante, costitutivo di tutto il pensare e l’agire della Chiesa (è il concetto greco della kephalè per rapporto all’uomo).

  C. L’ASPETTO ECUMENICO DELLA CHIESA

La Chiesa, in quanto aperta a tutti gli uomini e a tutte le realtà culturali e religiose, ha una dimensione universale. Il testo Ef 2,14-18 sottolinea due aspetti:
    1. Cristo entra in scena ed abbatte un muro, la barriera che divideva gli Ebrei dai pagani. Qui il riferimento assume una concretezza particolare che si capisce guardando la planimetria del Tempio, formata da più cortili: il cortile dei sacerdoti, quello degli uomini, quello delle donne ed infine il cortile dei Gentili, separati da muri bassi. In particolare sul muro che separava gli Ebrei dai Gentili c’erano delle targhe marmoree con scritto un avvertimento minaccioso: la pena di morte per i pagani che varcavano la soglia delle zone riservate agli Ebrei.
Paolo dice: Cristo è venuto per abbattere il muro di separazione ed invitare i due popoli Ebrei e Gentili ad incontrarsi nel dialogo e nel rispetto vicendevole.
    2. Il secondo aspetto è offerto dal verbo apokatallàsso (riconciliare); il verbo, che nel mondo greco era usato per dire il tentativo che il giudice faceva per riconciliare due sposi che stavano per separarsi.
Tentativo che ancora oggi il giudice normalmente fa prima di pronunciare una sentenza di divorzio.
Apokatallàsso è anche il verbo dell’annuncio del missionario che invita tutti a lasciarsi riconciliare con Dio, sottolineando che questa è soprattutto un’azione di Dio.
Il tema continua e s’allarga verso quell’orizzonte che preme alla Lettera agli Efesini.
In 2,5-6 c’è sempre la convinzione che i pagani devono entrare nella Chiesa. Israele deve sapere che l’essere diventato Popolo di Dio non è un privilegio, ma un impegno e un segno: l’impegno di annunciare la salvezza agli altri popoli; il segno che anche gli altri gruppi etnici possono diventare Popolo di Dio.
In 2,11-13.19, l’Apostolo afferma che anche i pagani, i lontani sono diventati vicini, grazie al Sangue di Cristo, così da sentirsi non più stranieri ed ospiti, ma concittadini dei santi e familiari di Dio. Ci sono due termini negativi: xènoi (stranieri) e pàroikoi ed un termine positivo sunpolìtai (concittadini).
 

NON CI SARANNO PER TE ALTRI DÈI DI FRONTE A ME (biblica, ebraismo)

dal sito:

http://www.sidic.org/it/conferenzaView.asp?id=61

Francesco Rossi de Gasperis – Pontificia Università Lateranense – 17/01/2007
 
1. LA PAROLA DI UN INNAMORATO

NON CI SARANNO PER TE ALTRI DÈI DI FRONTE A ME

(passo da questo studio che ritaglio come presentazione: Noi, cristiani provenienti dalle nazioni, abbiamo un assoluto bisogno dei nostri “fratelli maggiori”, gli ebrei. Essi sono davanti a noi i garanti del dialogo perenne di Dio con gli esseri umani, del binomio insuperabile e ineludibile “TU-IO”, che i Salmi  scolpiscono ogni giorno..)

È questa la seconda delle “Dieci Parole” della rivelazione sinaitica (ES 20,3).

È importante per noi cristiani-cattolici tornare al senso ebraico dei “Dieci comandamenti”, dei quali più spesso parliamo nei nostri catechismi. Le “Dieci Parole” – ‘asereth haddevarim (Es 34,28) o ‘asereth haddiveroth, per dirla con la tradizione ebraica – indicano prima di tutto, con la parola davar, un evento, un fatto, spiegato poi, per lo più, da una parola che ne discerne il senso (cf. la traduzione greca con due termini rhêma–logos). Dio parla prima di tutto attraverso dei fatti, facendo storia, e offrendo poi nelle Scritture, “mediante amici di Dio e profeti”, delle parole che di quella storia decifrino il senso inteso dall’autore divino (cf. Sap 7,27).

Le Dieci Parole del Sinai non vanno intese prima di tutto come un’enunciazione teorica di monoteismo, né come delle formulazioni di esigenze etiche, bensì nel quadro di un rapporto di alleanza tra Adonaj e Israele. Esse significano e comportano l’inaugurazione di una situazione esistenziale di amore esclusivo con cui il Signore lega Israele a sé. L’alleanza tra il Signore e il suo popolo, infatti, è finalmente di natura amorosa e sponsale, come esplicitamente l’hanno esplicitamente interpretata i grandi profeti d’Israele, da Osea a Isaia, a Geremia, a Ezechiele (1).

Trovo insopportabile l’affermazione di alcuni autori che sostengono che il dono della Torah sinaitica sia stato surclassato, nell’economia della “nuova alleanza”, magari leggendo in senso contrappositivo il testo di Gv 1,17:
«Dalla sua pienezza noi tutti abbiamo ricevuto
e grazia su grazia.
Perché la Torah fu data per mezzo di Mosè,
la grazia e la verità vennero per mezzo di Gesù Cristo».

Un’affermazione definitiva della permanenza teologica e spirituale del Sinai anche nell’esistenza cristiana mi sembra l’abbia fatta Giovanni Paolo 2° con il suo profetico pellegrinaggio dell’anno 2000. Esso fu ancora un davar, un fatto offerto davanti agli occhi del mondo intero, una “lectio continua e perfettamente integrata di tutte le Scritture”, di cui mi sembra che non si sia ancora raggiunta e formulata un’intelligenza consapevole.

Nella formulazione delle Dieci Parole, la prevenienza gratuita dell’elezione amorosa di Israele, da parte di Adonaj, e della sua proposta di alleanza con quel popolo, precede ogni enunciazione teorica di monoteismo e ogni proclamazione di esigenza morale. Essa fa dell’incontro del Sinai un amplesso e una dichiarazione amorosa del Signore a Israele: “TU APPARTIENI A ME SOLO” (Es 19,1-6), una parola di alleanza sponsale che Ez 16,4-8 traduce in termini di tenerezza amorosa tra Adonaj e Gerusalemme:

«Alla tua nascita, quando fosti partorita, non ti fu tagliato l’ombelico e non fosti lavata con l’acqua per purificarti; non ti fecero le frizioni di sale, né fosti avvolta in fasce. Occhio pietoso non si volse su di te per farti una sola di queste cose e usarti compassione, ma come oggetto ripugnante fosti gettata via in piena campagna, il giorno della tua nascita. Passai vicino a te e ti vidi mentre ti dibattevi nel sangue e ti dissi: Vivi nel tuo sangue e cresci come l’erba del campo. Crescesti e ti facesti grande e giungesti al fiore della giovinezza: il tuo petto divenne fiorente ed eri giunta ormai alla pubertà; ma eri nuda e scoperta. Passai vicino a te e ti vidi; ecco, la tua età era l’età dell’amore; io stesi il lembo del mio mantello su di te e coprii la tua nudità; giurai alleanza con te, dice il Signore Dio, e divenisti mia».

Il MONTE Sinai diventa, infatti, nella narrazione dell’Esodo, quasi un sinonimo dello stesso SIGNORE:

«Al terzo mese dall’uscita degli Israeliti dal paese di Egitto, proprio in quel giorno, essi arrivarono al deserto del Sinai. Levato l’accampamento da Refidim, arrivarono al deserto del Sinai, dove si accamparono; Israele si accampò davanti al monte. Mosè salì verso Dio e il Signore lo chiamò dal monte, dicendo: “Questo dirai alla casa di Giacobbe e annuncerai agli Israeliti: Voi stessi avete visto ciò che io ho fatto all’Egitto e come ho sollevato voi su ali di aquile e vi ho fatti venire fino a me. Ora, se vorrete ascoltare la mia voce e custodirete la mia alleanza, voi sarete per me la proprietà tra tutti i popoli, perché mia è tutta la terra!» (Es 19,1-5).

La Parola di Adonaj al Sinai costituisce Israele, suo popolo, e con lui tutti coloro che il Signore “aggiungerà” ai suoi credenti (At 2,41-47; 5,14; 11,21-24) e innesterà nel suo olivo (Rm 11,16-24) quali “ascoltatori della sua Parola e discepoli del suo Insegnamento (Torah)” (Is 54,13; Gv 6,45). Noi camminiamo quaggiù nella fede, e non nella visione (2Cor 5,7), e come Mosè, anche Gesù, Parola del Padre fatta carne, nella sua condizione terrena, camminava saldo nell’obbedienza filiale, come se vedesse l’invisibile (cf. Eb 11,27).

Israele resta per sempre un popolo accampato davanti al monte, come una sposa rimane sempre presente al suo sposo, e anche quando egli riprenderà il cammino nel deserto verso la Terra promessa, la Montagna, la Roccia, camminerà con lui (cf. Es 33,12-17; 1Cor 10,1-4).

Noi, cristiani provenienti dalle nazioni, abbiamo un assoluto bisogno dei nostri “fratelli maggiori”, gli ebrei. Essi sono davanti a noi i garanti del dialogo perenne di Dio con gli esseri umani, del binomio insuperabile e ineludibile “TU-IO”, che i Salmi scolpiscono ogni giorno nelle nostre coscienze di uomini e di donne. Senza la presenza incombente, ma salvifica, della Montagna – icona del Nome (Ha-Shem) – davanti a cui, al di là di tutte le nebbie della pianura, rimaniamo sempre accampati, la tentazione di ridurre il dialogo a un monologo immanentista – tanto tenace e ricorrente, tipica della nostra originaria “gentilità” – ci avrebbe sedotto varie volte attraverso i secoli. E saremmo diventati dei discepoli presuntuosi, che essendosi arrogati il ruolo di maestri, saremmo morti strangolati dalla nostra disperata solitudine e da una empia idolatria di noi stessi.

2. UNA PAROLA PER TUTTA LA TERRA

«Ora, se vorrete ascoltare la mia voce e custodirete la mia alleanza, voi sarete per me la proprietà tra tutti i popoli, perché mia è tutta la terra! » (Es 19,5).

Il Signore dell’alleanza sinaitica, dunque, non è il dio nazionale di Israele. Al Dio del Sinai «appartengono i cieli, i cieli dei cieli, la terra e quanto essa contiene» (Dt 10,14). La rivelazione sinaitica, perciò, costituisce Israele – e con lui anche le Chiese cristiane che, in Gesù, ascoltano la Parola del Padre – quali testimoni eloquenti della proposta amorosa del Dio unico da partecipare a tutte le nazioni della Terra.

Adonaj, il Dio di Mosè, è non soltanto lo stesso Dio dei padri, lo ’el Shaddaj di Abramo, Isacco e Giacobbe (Es 6,2-3), ma è anche il Signore Dio (JHWH ’Elohim) di Noè (Gen 6,13; 7,1; ecc.) e dello ’Adam primigenio (maschile e femminile), il Creatore del cielo e della terra (Gen 1,27; 2,4b-7; 5,1-2; 1Cor 15,45). Egli ha disteso i cieli e fondato la terra, mentre diceva a Sion: «Tu sei mio popolo» (Is 51,16).

Vivevo a Gerusalemme nel novembre 1977, e ricordo ancora il sussulto e il fremito di commozione che attraversò l’intero paese d’Israele quando il presidente egiziano, Anwar as-Sa’adat, citò davanti alla Knesset, il parlamento israeliano, questo passo biblico del profeta Isaia:
«In quel giorno ci sarà un altare dedicato al Signore in mezzo al paese d’Egitto e una stele in onore del Signore presso la sua frontiera: sarà un segno e una testimonianza per il Signore degli eserciti nel paese d’Egitto. Quando, di fronte agli avversari, invocheranno il Signore, allora egli manderà loro un salvatore che li difenderà e li libererà. Il Signore si rivelerà agli Egiziani e gli Egiziani riconosceranno in quel giorno il Signore, lo serviranno con sacrifici e offerte, faranno voti al Signore e li adempiranno. Il Signore percuoterà ancora gli Egiziani ma, una volta colpiti, li risanerà. Essi faranno ritorno al Signore ed egli si placherà e li risanerà. – Venne poi la citazione capitale – In quel giorno ci sarà una strada dall’Egitto verso l’Assiria; l’Assiro andrà in Egitto e l’Egiziano in Assiria; gli Egiziani serviranno il Signore insieme con gli Assiri. In quel giorno Israele sarà il terzo con l’Egitto e l’Assiria, una benedizione in mezzo alla terra. Li benedirà il Signore degli eserciti: “Benedetto sia l’Egiziano mio popolo, l’Assiro opera delle mie mani e Israele mia eredità”» (Is 19,19-25).

Isaia intravide allora il Sinai dell’Egitto e dell’Assiria, e di tutti gli altri popoli!

Al culto reso dall’Egitto al Signore d’Israele, che è l’unico Dio di tutti, i titoli dell’alleanza sinaitica, propri prima di tutto di Israele, il quale rimane l’eredità di Adonaj (nachalati), passano anche all’Egitto, chiamato ‘ammi (popolo mio), e all’Assiria, chiamata ma‘aseh yadai. L’iniziativa amorosa del Dio del Sinai, iniziata nei confronti di Israele, appena liberato dall’idolatria molteplice della schiavitù egiziana – e più tardi da quella mesopotamica –, si apre e si estende alle genti, liberate anch’esse dalle proprie idolatrie.

Come abbiamo cantato, pochi giorni fa, nel giorno dell’Epifania:
«I capi dei popoli si sono raccolti
con il popolo del Dio di Abramo,
perché di Dio sono i potenti della terra:
egli è l’Altissimo» (Sal 47,10).

Isaia ha riformulato, dunque, per tutti i paesi della terra la Seconda delle Dieci parole:
«Volgetevio a me e sarete salvi,
paesi tutti della terra,
perché io sono Dio; non ce n’è altri» (Is 45,22).

Anche per tutte le nazioni, quindi, “non ci sono altri dèi di fronte ad Adonaj”, egli solo è UNO, e nessun altro è UNO come lui (Dt 6,4: lo Shema‘ d’Israele). L’unicità del Dio uno è la montagna di fronte alla quale ogni uomo e ogni donna sono chiamati ad accamparsi (cf. Is 43,8-13; 44,6-8).

Ai nostri giorni, la secolare tenzone dell’umanità con LUI prende forme sempre molteplici: tentativi di ridurre la sua soggettività personale all’oggettività astratta di valori, ideologie, sistemi, dottrine, problemi, nomi (= giustizia, pace, libertà, democrazia, globalizzazione…), persino alle formulazioni tutte umane che noi diamo del suo NOME (che egli ci svela sì, ma continuamente ri-velandolo, cioè velandolo di nuovo) (Is 45,15; 1Cor 2,6-16).

3. Il Cantico dei cantici dell’umanità

La proposta nuziale, dunque, l’anello o il sigillo che Adonaj, al Sinai, ha messo una volta per tutte nel dito di Israele (2), viene offerto nel corso dei secoli a tutti i popoli della terra che si uniscono a Israele, partecipando alla fede di Abramo nell’unico Signore.

Ogni uomo e ogni donna è invitato a fare sue le parole dell’amata del Cantico:
«Mettimi come sigillo sul tuo cuore,
come sigillo sul tuo braccio;
perché forte come la morte è l’amore,
tenace come gli inferi è la passione:
le sue vampe son vampe di fuoco,
una fiamma del Signore!
Le grandi acque non possono spegnere l’amore
né i fiumi travolgerlo.
Se uno desse tutte le ricchezze della sua casa
in cambio dell’amore, non ne avrebbe che dispregio» (Ct 8,6-7).

Confidiamo nel “sì” con cui, per sempre, al Sinai, Israele ha risposto a questa proposta e promessa nuziale del suo Signore. Noi cristiani ripetiamo ogni giorno questo sì con Gesù e in Gesù, quando celebriamo la sua Cena.

Esso impegna Israele e le Chiese cristiane a respingere con estremo vigore ogni tentazione di adorare tutti gli idoli umanistici che pretendano di sostituire l’unico Nome di Adonaj, o anche solo di accompagnarsi con lui: gli idoli di un Potere imperiale umano che intenda dominare l’universo o ammaestrare il mondo con una sapienza manufatta, come un tempo fecero le nazioni, gli assiri, i babilonesi, i persiani, i greci, Roma, con tutti i loro successori sulla scena della storia, fino ai nostri giorni; gli idoli dell’Arroganza che si serva della Forza e della Pre-potenza militare; gli idoli del Denaro e della Comunicazione che opprima e spadroneggi, ottundendole, sulle coscienze degli uomini e delle donne; idoli del Consumismo e della Propagazione di menzogne; idoli di Parole continuamente ripetute, ma prive di sostanza; idoli del Sesso vuoto di amore; idoli delle Manipolazioni genetiche della vita e della morte, che ubriacano l’umanità, come un giorno facevano i mattoni cotti al fuoco e il bitume, con cui si costruiva la torre di Babele (Gen 11,3-9); gli idoli dei Muri che si elevino tra i popoli e le civiltà; gli idoli di Culture che pretendano di sostituirsi alla Parola di Adonaj; idoli di un Sapere che cerchi di violentare il segreto del Nome del Signore, invece di insegnarci a pregarlo e a dirgli di sì.

4. Conclusione

Questa rilettura della Seconda Parola sinaitica in termini di alleanza sponsale, permeata di amorosa tenerezza esclusiva, che qui abbiamo cercato di fare insieme, ci aiuti a vivere, in Israele e nella Chiesa, pur in mezzo a prove dolorose e crudeli, fedeli al nostro supremo e unico Amore, ripetendo nella fede le parole dell’alleanza pronunciate dall’amata del Cantico:
«La sua sinistra è sotto il mio capo
e la sua destra mi abbraccia (Ct 2,6=8,3).
Mi baci con i baci della sua bocca!
Sì, le tue tenerezze sono più dolci del vino…
Attirami dietro a te, corriamo!» (Ct 1,2.4).

A esse fanno eco le ultime parole della Bibbia giudeocristiana:
«Lo Spirito e la sposa dicono: “Vieni!”. E chi ascolta ripeta: “Vieni!”…
Colui che attesta queste cose dice: “Sì, verrò presto!”. Amen» (Ap 22,17.20).

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Note
1. Cf. già il verbo chashaq in Dt 7,7, usato come in Gen 34,8; 21,11: un verbo di innamoramento. Cf. pure ba‘alti bakhem in Ger 3,14; 31,32, che si può tradurre: «Essi hanno infranto la mia alleanza, ma io rimango colui che li ha presi in sposa» (invece di: “benché io fossi loro Signore”: cf. J. COPPENS, «La Nouvelle Alliance en Jer 31,31-34», The Catholic Biblical Quarterly 25 (1963) 12-21). Si veda anche la formula continuamente ripetuta, specialmente da Geremia ed Ezechiele: «Io sarò il loro Dio ed essi il mio popolo».

2. Cf. Rm 15,27; 1Cor 9,11; ecc.

Publié dans:BIBLICA (sugli studi di), EBRAISMO |on 7 juillet, 2009 |Pas de commentaires »

Meditazioni sulla Seconda Lettera ai Corinzi: Il Signore è lo Spirito (molto molto bello per me)

ho cercato sul web  »Profumo di Cristo » di cui parla Paolo nella 2Cor 2,15 perché sto rileggendo uno studio del Prof Adinolfi che ho a casa e che sto copiando per postalo su questo blog, ho trovato questo studio, ve lo propongo con questa presentazione perché mi sembra molto bello, forse ci sono altri studi di questo sacerdote, provo a cercarli dal sito: 

http://www.chiesadimilano.it/or/ADMI/esy/objects/docs/1710018/FPC_2008-2009_3.doc

MINISTRI DELLA NUOVA ALLEANZA
E COLLABORATORI DELLA VOSTRA GIOIA

Meditazioni sulla Seconda Lettera ai Corinzi

don Pierantonio Tremolada

« Il Signore è lo Spirito »
La potenza trasfigurante del Cristo risorto
Terza traccia di meditazione

Mentre parla del ministero della Nuova Alleanza, la seconda lettera ai Corinzi annuncia l’evento della grazia di Dio in Cristo. Il ministero apostolico è a totale disposizione di questa grazia che è potenza trasfigurante. Vi è nella nostra lettera un passo tanto importante quanto enigmatico che esprime in modo efficace questa verità essenziale. Si tratta di 2Cor 3,17-18: « Il Signore è lo Spirito e dove c’è lo Spirito del Signore, c’è libertà. E noi tutti, a viso scoperto, riflettendo come in uno specchio la gloria del Signore, veniamo trasformati in quella medesima immagine, di gloria in gloria, secondo l’azione dello Spirito del Signore ». Su questo testo vorremmo meditare, per lasciarci condurre da Paolo al centro della sua fede e della sua missione. Ci chiediamo: Che cosa intendere dire Paolo quando afferma che « il Signore è lo Spirito »? E perché insistere tanto sul rapporto tra lo Spirito e la libertà? Infine: che valore ha tutto questo per il ministero?

Il trionfo di Cristo e il suo profumo

Il pensiero che in questo passo giunge al suo vertice prende le mosse da lontano. Si deve infatti partire da 2Cor 2,14: qui lo stacco con quanto precede è marcato e Paolo dà la netta sensazione di iniziare una riflessione di ampio respiro. Esordisce così: « Siano rese grazie a Dio il quale ci fa partecipare al suo trionfo in Cristo ». L’immagine è chiara e molto efficace: l’apostolo sta pensando ai solenni cortei trionfali che si svolgevano a Roma per celebrare le vittorie dell’imperatore o dei suoi generali. Celebrazioni sontuose, che dovevano infondere a partecipanti e spettatori il senso evidente della enorme potenza dell’impero. L’analogia porta ad affermare che per Paolo Cristo è il vincitore, colui che ha sottomesso i propri nemici attraverso la sua morte e risurrezione e ha celebrato il trionfo. Si tratta di un’idea che Paolo aveva chiaramente espresso in 1Cor 15,22-27. L’apostolo è dunque colui che partecipa al trionfo di Cristo, nel duplice senso che sperimenta la straordinaria potenza della sua regalità e ha l’onore di celebrarla davanti al mondo.
L’immagine viene poi ulteriormente sviluppata a partire dal particolare dei profumi, ampiamente utilizzati durante il corteo trionfale, collocati in ampi bracieri lungo il percorso. Scrive di seguito Paolo: « (Dio) diffonde per mezzo nostro il profumo della sua conoscenza nel mondo intero! Noi siamo infatti dinanzi a Dio il profumo di Cristo fra quelli che si salvano e fra quelli che si perdonano » (2Cor 2,14b-15). Alla potenza si aggiunge così la bellezza, richiamata dalla fragranza del profumo. Potenza e soavità: sono i due aspetti della realtà santa del Cristo risorto che il ministero apostolico lascia percepire e a cui si alimenta. La conoscenza di Cristo nel mondo si propaga così: come dolce effluvio che potentemente conquista per la sua amabile natura, senza alcuna violenza, ma con la sola forza della sua propria verità.

« La nostra lettera siete voi! »

Il passaggio successivo della riflessione di Paolo lo porta a chiamare in causa direttamente la Chiesa di Corinto. L’esistenza della comunità cristiana sorta nella città dei due porti si deve proprio a questa potenza di grazia di cui Paolo si è fatto servitore. È la ragione per cui egli non ha bisogno di lettere di raccomandazione, così come è accaduto invece per alcuni presunti apostoli, che si sono presentati a Corinto e hanno provocato gravi tensioni (cf. 2Cor 10,12; 11,18). « La nostra lettera – dice Paolo – siete voi! » (2Cor 3,2a). Una lettera – sintetizziamo noi – scritta nei cuori di Paolo e degli altri missionari e letta da tutti i credenti; ma anche una lettera scritta dallo Spirito del Dio vivente non sulle tavole di pietra, ma nei cuori dei Corinzi stessi (cf. 2Cor 3,2b-3). La comunità di Corinto è dunque nata da questa azione di grazia, dalla potenza dello Spirito che, attraverso la predicazione apostolica, ha conquistato il cuore di coloro che hanno creduto. E ora la Chiesa di Corinto è una realtà a cui Paolo ha legato il proprio cuore, che gli è divenuta cara come la sua stessa vita: tutti lo possono constatare. Ebbene, senza la potenza dello Spirito di Dio tutto questo non sarebbe mai accaduto. « Non però che da noi stessi – spiega Paolo – siamo capaci di pensare qualcosa come proveniente da noi, ma la nostra capacità viene da Dio, che ci ha resi ministri adatti di una Nuova Alleanza » (2Cor 3,6). Avremo modo di tornare sulle caratteristiche di questo « ministero della Nuova Alleanza », ma quel che ci preme ora sottolineare è che questa potenza santa è ciò da cui il ministero apostolico proviene e in forza della quale produce frutti.

Il volto di Mosè e il velo che copre le Scritture

Quando Paolo parla di « Nuova Alleanza » fa uso di una formula prettamente biblica, che richiama il passo di Ger 31,31-34. Della Nuova Alleanza Paolo sottolinea un aspetto a suo giudizio essenziale: essa è alleanza « non della lettera ma dello Spirito ». Aggiunge poi: « Perché la lettera uccide, lo Spirito dà vita » (2Cor 3,6). Nella mente dell’apostolo il confronto tra « lo Spirito » e « la lettera » rinvia alla « prima Alleanza » e al dono della legge scritta in lettere sulle due tavole di pietra consegnate a Mosè (cf. Es 31,18; Dt 4,13). Si viene così a parlare del grande mediatore al tempo dell’esodo, della sua straordinaria esperienza al Sinai, del suo incontro con Dio, del suo volto illuminato dalla gloria. Un punto sta particolarmente a cuore a Paolo: egli afferma che quello di Mosè fu già un « ministero », un servizio reso al popolo in nome di Dio, e fu un ministero glorioso, nonostante i limiti della prima alleanza (cf. 2Cor 3,7-11). Ciò che più colpisce Paolo, tuttavia, ciò su cui egli attira l’attenzione è l’esperienza trasfigurante di Mosè, cioè l’illuminazione del suo volto. L’accostamento tra le due alleanze lo porta tuttavia a rimarcare la transitorietà dell’esperienza di Mosè: lo splendore del suo volto ad un certo punto svaniva. Proprio per questo egli si poneva un velo davanti al viso, affinché il popolo non vedesse che ciò accadeva (cf. 2Cor 3,12-13). Curiosa esegesi di Es 34,29-35!
Il particolare del velo, poi, offre a Paolo l’opportunità di sviluppare un nuovo pensiero, che riguarda la situazione dei suoi fratelli Ebrei: un velo – egli dice – è come steso sul cuore dei figli di Israele, incapaci di accogliere tutta la potenza di luce che proviene dall’Antico Testamento. È in Cristo, infatti, che questo velo viene tolto. Quando ci sarà la « conversione al Signore », quando la potenza di Cristo sarà posta nella condizione di rigenerare il cuore dei figli di Israele, allora le Scritture potranno comunicare anche a loro tutta la rivelazione che in realtà contengono (cf. 2Cor 3,14-16).

« Il Signore è lo Spirito »

È a questo punto che Paolo introduce la frase cruciale: « Il Signore è lo Spirito ». La frase – crediamo – va interpretata alla luce di quanto detto sin qui. Il Signore di cui si parla è certamente « il Signore Gesù ». Quanto al termine « Spirito », esso va inteso nella linea di 2Cor 3,3 e 3,6, dove già era presente e indicava una realtà in netto contrasto con la lettera fredda e inerte, con la legge scritta sulla pietra, incapace di dare la vita e costretta a condannare coloro che non la osservano. Per contro, con il termine Spirito si alludeva in quei due passi alla potenza di vita che viene dal Dio vivente, alla sua realtà santa che si manifesta efficacemente a favore degli uomini, avendo come destinatario della propria azione il loro stesso cuore. Siamo in perfetta sintonia con l’oracolo di Ger 31,31-34, l’annuncio della Nuova Alleanza: la legge sarà scritta non più sulle tavole di pietra ma nel cuore degli uomini. Che « il Signore è lo Spirito » significa dunque, in un senso ben preciso che Gesù Cristo, in forza della sua resurrezione, è ora e per sempre potenza divina all’opera nel mondo, è sovranità vittoriosa e travolgente, piena di calore, che si contrappone alla fredda e inesorabile rigidità della legge di Dio, pur santa, divenuta codice, fissata per sempre sulla pietra, esterna rispetto allo spazio interiore della soggettività umana.
In effetti, che cosa evoca il termine « spirito » (pneuma) in quanto tale? Dice dinamicità e potenza, ma anche imprevedibilità e inafferrabilità, vitalità, mobilità e leggerezza, invisibilità. Se si rapporta tutto questo al mistero santo di Dio, poiché qui si parla dello « Spirito del Dio vivente »(cf. 2Cor 3,3) se ne ricava che la frase di Paolo « il Signore è lo Spirito » allude alla condizione in cui Cristo si trova in forza della sua risurrezione (cf. Rom 1,3-4): lo « Spirito » è la potenza divina nella quale il Cristo glorificato afferra chi lo incontra ed è insieme la realtà trasformante nella quale il credente viene introdotto; è il dinamismo rigenerante in cui è assunto colui che si è affidato all’amore del Messia, il Figlio di Dio che – appunto – è divenuto « il Signore di tutti » (cf. At 10,36), il « nuovo Adamo che è divenuto spirito datore di vita » (cf. 1Cor 15,45).
  »Se la riflessione di Giovanni è contrassegnata dal primato della verità – scrive Romano Guardini – quella di Paolo è caratterizzata dal primato della potenza, di quella potenza che, in se stessa è però amore […]. Non appena Cristo compare, immediatamente egli opera. Paolo l’ha ben sperimentato sulla via di Damasco […] è stata un’esplosione improvvisa, una scossa, una forza che lo ha schiantato d’improvviso, che ne ha preso possesso e lo ha trasformato (R. GUARDINI, Gesù Cristo, la sua figura negli scritti di Paolo e di Giovanni, Vita e Pensiero, 1999, 98-99).
Nella narrazione dell’evento di Damasco che si incontra per tre volte nel Libro degli Atti degli Apostoli (cf. At 9; 22; 26) ricorre sempre il particolare della luce abbagliante. Paolo è travolto da un chiarore che lo acceca. In 2Cor 3,18 l’apostolo dice in fondo la stessa cosa ma in modo assai più suggestivo, quasi fornendone un’interpretazione personale, chiamando in causa « lo Spirito del Signore » e allargando l’orizzonte all’intera esperienza del ministero apostolico: « E noi tutti – scrive – a viso scoperto, riflettendo come in uno specchio la gloria del Signore, veniamo trasformati in quella medesima immagine, di gloria in gloria, secondo l’azione dello Spirito del Signore ». Il Signore Gesù Cristo, Figlio di Dio « in potenza » (cf. Rom 1,3-4), è qui presentato come luce trasfigurante che si irradia nel cuore dei suoi ministri (come la luce di Dio che si irradiò sul volto di Mosè) e li conquista a sé giorno dopo giorno, rendendoli partecipi della sua stessa gloria: la suggestiva immagine dello specchio che, raggiunto dal raggio luminoso non si distingue più dalla luce che riflette, esprime molto bene questa straordinaria verità. Ecco, di nuovo, che cosa significa che « il Signore è lo Spirito ».


La conversione di Paolo « al Signore »

La potenza di Gesù divenuto « Signore » fu percepita da Paolo in modo assolutamente reale. Dallo « Spirito » del Signore egli fu radicalmente trasformato. Una forza all’inizio travolgente e progressivamente santificante ne ha fatto un uomo nuovo. Di una simile forza Paolo sentiva in modo quasi lancinante il bisogno. A più riprese nelle sue lettere egli parla della « carne », alludendo con questa parola alla misteriosa potenza del peccato di cui l’uomo fa triste esperienza. Nella sua vita personale e nella storia di Israele egli ha visto la forza del male, davanti alla quale la legge risultava impotente. Quando in Rm 7 Paolo parla della potenza del peccato e dell’impotenza della legge si riferisce probabilmente anche alla sua vita personale. Le « passioni peccaminose » (cf. Roma 7,5) sono quelle che hanno operato anche in lui. Ritornando con il pensiero al periodo della sua giovinezza, Paolo lo vede contrassegnato dalle ferite di queste passioni mortifere: la vanità, mascherata di fierezza, di chi si sente superiore agli altri; lo zelo nel difendere la santità di Israele che in verità nasconde l’orgoglio di chi rivendica il privilegio di appartenere al popolo eletto, quel « vanto » da cui metterà in guardia i suoi fratelli Ebrei (cf. Rm 3,27). Si aggiunga a questo l’accecamento ideologico di chi crede che la giustizia di Dio corrisponda al possesso della legge e alla sua osservanza, quando invece il disegno di Dio muove in un’altra direzione (cf. Rm 10,1-4).
Queste passioni, divenute ancora più evidenti dopo l’incontro con Cristo, unite alle altre già note, furono contrastate da Paolo facendo leva sulla forza esclusiva della sua volontà. L’esito fu deludente. Le passioni si intrecciavano poi con gli aspetti faticosi del suo carattere e i lati deboli della sua personalità. Paolo di Tarso era uomo che rischiava l’intransigenza, forte negli scritti ma debole nel confronto personale (2Cor 10,10). Di aspetto dimesso, a prima vista insignificante, non solenne nel portamento e neppure attraente nel suo parlare, ben lontano dai grandi maestri dell’oratoria del tempo. Fiero e determinato, doveva essere enormemente esposto al rischio della vanità: fariseo quanto alla legge, quanto allo zelo nella difesa della causa di Israele persecutore dei cristiani. In tutto al massimo della misura. La percezione dei suoi limiti e delle sue debolezza doveva avere in lui effetti dirompenti: riconoscere di non essere perfetto, anzi di essere fragile e drammaticamente peccatore era per lui quanto mai doloroso.
Questa grande personalità, il cui enorme potenziale era a rischio di compressione estenuante, come un grande fiume obbligato a scorrere tra argini troppo angusti, attendeva di incontrare la potenza rigenerante del Dio della Nuova Alleanza, che anzitutto si rivolge all’uomo con infinita benevolenza, che prima di comandare benedice, che rigenera la persona, che dà l’energia necessaria per attuare quanto chiede, che scrive la legge nel cuore, che dona il suo Spirito santificante. Questo accadde sulla via di Damasco. Paolo incontrò il Signore che è « lo Spirito », la potenza dell’amore del Cristo crocifisso e risorto; si sentì attratto in un vortice d’amore, lui, senza meriti e con grandi limiti, fariseo e peccatore, con una personalità a rischio di vanità ma ardente di passione per le grandi altezze.
Così, quando parla di debolezza, Paolo non pensa soltanto alla debolezza nel ministero. C’è una debolezza « a monte », che riguarda la persona come tale. Paolo non nasconde nulla di sé. Ed è qui che noi ci rispecchiamo in lui. Egli diventa il rappresentante di ogni uomo che conosce i propri limiti, a partire dai difetti fisici per arrivare agli aspetti meno nobili del carattere ma soprattutto alle passioni che lottano nelle nostre membra. Credere nella potenza della grazia è lasciarsi redimere dalla potenza dell’amore divino, riconoscere che la differenza tra il nostro « essere » ed il nostro « dover essere » è il campo d’azione del « Signore » che è « lo Spirito »; perché dove c’è lo Spirito del Signore c’è libertà. Questo è il punto da cui sempre partire per guardare al ministero apostolico.

DAL SITO BIBLE SERVICE – COMMENTO ALLE LETTURE IN FRANCESE (LINK)

non ho avuto il tempo di tradurre niente, scusate, chi conosce il francese può andare al sito Bible-Service, leggete in successione dai due link:

FICHES DOMENICALES

http://www.bible-service.net/site/436.html

CÉLÉBRER LA DIMANCHE

http://www.bible-service.net/site/376.html

Alla scuola dell’apostolo Paolo per ri-trovare Gesù (biblica)

dal sito:

http://www.duomodimestre.it/index.php?option=com_content&task=view&id=549

Alla scuola dell’apostolo Paolo per ri-trovare Gesù

« E’ un tipo tosto. Per nulla scontato. Credi di conoscerlo perché la domenica, a messa, ti imbatti spesso in qualche sua lettera. E invece, se ti inoltri nella sua vita o nei suoi scritti, scopri una figura potente, nuova e… incontenibile. San Paolo – è di lui che parliamo – si rivela infatti ‘una personalità forte, capace di grandi emozioni e di sentimenti intensi, lucido nel pensiero, intransigente sui principi, remissivo e dolce nelle relazioni con i collaboratori, dotato di un’intelligenza acuta e di grande capacità organizzativa’, per dirlo con le parole del biblista Rinaldo Fabris »… Comincia così l’articolo con cui Alessandro Polet presenta sulla Borromea la conferenza su san Paolo che sarà tenuta martedì 17 febbraio da mons. Rinaldo Fabris al Laurentianum…

« La sua vita da convertito – continua Polet parlando di san Paolo – è un’avventura strepitosa, le sue lettere un tesoro di fede e dottrina. Testimone convincente ed esigente (prima di tutto con se stesso), attento comunicatore, fondatore di comunità, viaggiatore instancabile e continuamente in missione, capace di rivolgersi a tutti senza dimenticare le sue origini ebree, espansivo ed entusiasta ma in grado di vivere serenamente il tempo del nascondimento e del fallimento, franco e schietto nell’affrontare questioni e divergenze nella comunità ma senza mai rompere ed anzi rinsaldando l’appartenenza alla Chiesa. La sua vita ha un centro, un cuore, un motore: è Gesù, il ‘mio Signore’. Tanto da arrivare a dire: ‘Per me il vivere è Cristo’. Un Gesù vivo, reperibile, contemporaneo, che parla e si fa incontrare.

Di fronte a Paolo non si può restare neutrali. Si è costretti a schierarsi pro o contro », scrive ancora mons. Rinaldo Fabris. E tutto perché Gesù, per l’apostolo di Tarso, ‘non è un personaggio del passato da studiare e ricordare’ ma una Persona che ‘si fa presente e opera per mezzo del suo Spirito in ogni persona che lo riconosce e l’accoglie nell’ascolto del Vangelo’.

E’ importante e prezioso mettersi alla scuola di san Paolo: ci condurrà a ri-trovare Gesù e a ri-centrare la vita in Lui. Lo faremo di nuovo in Quaresima, con la lectio divina, ma anche a breve con una speciale opportunità. Martedì 17 febbraio, alle ore 21.00, nell’aula magna del Laurentianum interverrà e dialogherà con noi proprio don Rinaldo Fabris, biblista friulano noto ed apprezzato tra l’altro per i suoi studi ed approfondimenti sul Nuovo Testamento e sui testi paolini.’La croce: scandalo e stoltezza in san Paolo’ sarà il tema della serata. Si affronterà così una delle dimensioni fondamentali e paradossali della fede cristiana. Le nostre croci, quelle che accompagnano la vita e la storia di ogni uomo. E la croce per eccellenza, la morte. Ma soprattutto la croce di Cristo: una ‘follia’, umanamente parlando, divenuta strumento di salvezza e sintesi estrema dell’amore di un Dio creatore e redentore. L’appuntamento – promosso dall’Istituto di cultura Laurentianum – si aggancia al percorso mensile proposto dalla parrocchia di San Lorenzo ai giovani della città (tra cui gli universitari della Casa studentesca San Michele) ma è, ovviamente, aperto e rivolto a tutti. Ad ogni persona curiosa di scoprire, con san Paolo, il differente punto di vista di Dio e il suo particolare stile di entrata nella storia: Cristo crocifisso. E risorto ».

Martedì 17 febbraio, alle ore 21.00,

nell’Aula Magna del Laurentianum,

mons. Rinaldo Fabris, biblista,

affronta il tema

La Croce: scandalo e stoltezza in san Paolo
 

E’ un’iniziativa dell’Istituto di Cultura Laurentianum

1Cor 15: Il primo « Credo »

la traduzione è mia, chi conosce il francese è meglio che legga l’originale anche se ho fatto del mio meglio, dal sito:

http://www.bible-service.net/site/448.html

1Cor 15: Il primo « Credo »

Paolo ha fondato la comunità di Corinto nel 50-51. Verso il 55 egli scrive questa lettera per rispondere sia a questioni poste, sia per incoraggiare la fede dei Corinzi, soprattutto riguardo alla risurrezione di Cristo, che certi cristiani giudicavano impossibile ed anche assurda.

Sguardo d’insieme

- 1- 3°   : Paolo trasmette il Vangelo ai Corinzi;
- 3b-5    : la proclamazione della fede o kerygma (da greco « keussein » = proclamare; « Kerugma » = proclamazione)
- 6 -8    : le altre apparizioni del Risorto;
- 9-11 : la testimonianza di Paolo, apostolo

Una storia nel quale Paolo è entrato

Gesù aveva proclamato il regno di Dio. La Chiesa oramai proclama Gesù Cristo come Messia d’Israele salvatore del mondo, vincitore della morte. Nel « Kerigma » cristiano si disegna una sorta di storia : « Cristo è morto…è stato sepolto…è risuscitato…è apparso… ». Gesù risuscitato è, allo stesso tempo, nel messaggio (come elemento delle storia) e al di là (Gesù abita vivente oggi e questo dona un senso alla proclamazione). Noi siamo là davanti ad un racconto fondante, tutto come, in un altro modo, l’Esodo.

Ora, in questa storia, Paolo infine è entrato egli stesso ed il suo destino è ormai inseparabile dal Vangelo. Egli è entrato attraverso l’avvenimento pasquale, più esattamente attraverso l’avvenimento di una « apparizione » dove il Cristo Rsorto si è mostrato a lui (come? difficile a dire: Paolo non descriverà mai il fatto e gli Atti degli Apostoli raccontano tre versioni diverse nello stesso tempo analoghe e differenti: At 9; 22; 26;). « La storia raccontata in terza persona (il racconto fondante) ha incontrato la storia di colui che racconta  » (Jean Delforme). Il ricordo storico, o « anamnesi  » si ricongiunge all’autobiografia: confessando il cuore della fede, il credente Paolo entra nella storia confessata (confessata significa: dichiarare aderendo a quello che si dice).

Questa storia inizia con le Scritture, trova il suo punto focale nella morte e nella sepoltura di Cristo e si dispiega in seguito nella risurrezione e nelle apparizioni (il « noi » rinvia a l’insieme di coloro ai quali il Cristo Risuscitato è apparso). Esso è la come mini- »Credo ». Si può dire la storia continua per l’annuncio pasquale, la fede e la salvezza. L’annuncio pasquale conserva così un legame molto forte con l’avvenimento pasquale stesso. Non soltanto esso testimonia de l’avvenimento, esso è, anche, un avvenimento. Anche non accolto esso colloca gli uditori in una situazione nuova: il vangelo ricevuto (nel passato), i Corinzi vi sono legati (nel presente) e saranno salvati (nel futuro) se lo conserveranno tale e quale Paolo l’ha annunciato.

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