Archive pour la catégorie 'BIBLICA (studi di biblica temi vari)'

seconda lettura di domenica 11 luglio 2010: Colossesi 1,15-20 (francese-italiano)

dal sito:

http://www.bible-service.net/site/379.html

seconda lettura di domenica 11 luglio 2010

Colossiens 1,15-20
L’hymne citée par l’auteur de cette lettre ouvre sur des horizons très actuels, comme le dialogue entre le christianisme et les grandes religions, comme aussi l’urgence de la sauvegarde de la création. Selon notre foi, le Christ crucifié et ressuscité est le principe universel d’organisation et de cohésion du monde et de l’humanité. L’amour du Père pour son Fils explique que tout soit créé et sauvé par lui et pour lui.

Colossesi 1,15-20
L’Inno citato dall’autore di questa lettera apre verso degli orizzonti molto attuali come il dialogo tra il cristianesimo e le grandi religioni, come anche l’urgenza della salvaguardia della creazione.  Secondo la nostra fede il Cristo crocifisso e risorto è il principio universale d’organizzazione e di coesione del mondo e dell’umanità. L’amore del Padre per il suo Figlio esplica che tutto è stato creato e salvato per mezzo di lui e in vista di lui.

commento alla prima lettura del Profeta Osea, è molto bella e…link

non riesco a fare una ricerca sistematica ora, vi metto il link ad un commento, ci devo capire qualcosa anche io, conosco il Profeta Osea, ma devo capire ancora la presentazione…

http://fc.retecivica.milano.it/Novita’/Ebraismo/Esegesi%20biblica/S080F6AF2?WasRead=1

seconda lettura di domenica 4 luglio: Galati 6,14-18 – commento biblico francese-italiano

dal sito:

http://www.bible-service.net/site/378.html

SECONDA LETTURA DI DOMENICA 4 LUGLIO

Galates 6,14-18

Les chrétiens de Galatie sont devenus comme « fous », parce qu’ils ont écouté des missionnaires chrétiens qui croient nécessaire d’ajouter à l’Évangile annoncé par Paul l’observance de la Loi de Moïse. Paul, lui, met sa gloire dans la croix du Christ, et s’il faut un signe dans la chair, ce n’est pas pour lui la circoncision, mais les marques laissées par les souffrances endurées comme son maître. Par la croix, Jésus a fait surgir une création nouvelle. La Loi de Moïse fait partie de l’ancienne création, c’est bien ce que devraient comprendre ces chrétiens qui se réclament de l’Israël de Dieu. Paul n’attend rien du monde ancien, il attend tout de la croix de Jésus, même si cette croix est une folie pour les païens et une malédiction pour les Juifs. Par son expérience sur le chemin de Damas, Paul sait que seule la croix de Jésus apporte la victoire sur le péché, sur la création ancienne.

Galati 6,14-18

I cristiani di Galazia sono diventati come « pazzi », poiché essi hanno ascoltato i missionari cristiani che credono necessaro aggiungere al Vangelo annunciato da Paolo l’osservanza della legge di Mosè. Paolo, egli,  pone la sua gloria nella Croce di Cristo, e, se è necessario un segno nella carne questo non è, per lui, la circoncisione, ma i segni lasciati dalle sofferenze subite come suo maestro. Dalla Croce, Gesù ha fatto sorgere una nuova creazione. La legge di Mosè è parte dell’antica creazione, ed è ciò che dovrebbero comprendere questi cristiani che si richiamano all’Israele di Dio. Paolo non si aspetta nulla del vecchio mondo, attende tutto dalla Croce di Gesù, anche se questa Croce è follia per i pagani e una maledizione per gli ebrei. Dalla esperienza sulla via di Damasco, Paolo sa che solo la Croce di Gesù porta la vittoria sul peccato, sull’antica creazione.

Le Scritture e l’epoca di Gesù – 7 : Atti 2 – La Pentecoste

dal sito:

http://www.nostreradici.it/Atti-Pentecoste.htm

Le Scritture e l’epoca di Gesù – 7 

Atti 2 – La Pentecoste

Una premessa consuntiva

Fino ad ora abbiamo condotto le nostre riflessioni sui vangeli. Abbiamo constatato come essi non possano essere compresi se non sullo sfondo dell’epoca nella quale sono vissuti Gesù e i primi discepoli. Anche chi per assurdo volesse conservare solo il Nuovo Testamento e ritenere inutile l’Antico, cadrebbe in una situazione grottesca: sarebbe come leggere un testo senza capirne la lingua. Ma quello che è ancora peggio, crederebbe di capire i vangeli e gli altri libri neotestamentari, solo perché sono stati tradotti nella propria lingua.

Purtroppo questo è avvenuto in modo ricorrente nel passato; ma oggi gli strumenti critici che abbiamo, le maggiori conoscenze raggiunte e il rifiuto di una interpretazione faziosa e…ignorante, ci obbligano a leggere correttamente il vangelo. Il lungo cammino fatto dagli interpreti della Bibbia, le scoperte di sempre nuovi documenti dell’epoca, primi fra tutti, i testi delle grotte di Qumran, una località presso le rive del Mar Morto, dov’è vissuta per alcuni secoli una fiorente comunità giudaica in rotta col clero di Gerusalemme, tutto questo ci ha aperto gli occhi sull’epoca di Gesù, su come la pensavano, su quello che dicevano, su come vivevano.

L’esperienza che i primi seguaci di Gesù hanno fatto è stata espressa non solo con la lingua corrente, l’aramaico, ma anche con i mezzi espressivi a disposizione per capire chi era Gesù, che cosa aveva fatto e che cosa voleva dai suoi seguaci. Gli esempi che abbiamo visto negli articoli precedenti fanno comprendere quello che sto dicendo. Una lingua non è un codice matematico, astratto e senza tempo, ma un codice vivo che riflette una visione della realtà: che cosa si crede, come si crede, che cosa si desidera. Il Nuovo Testamento è la risposta ebraica degli ebrei del I sec. d.C. a quello che storicamente è avvenuto e che li ha interpellati.

Quello che abbiamo visto finora verrà confermato da un testo importante preso dal libro degli Atti degli Apostoli, scritto pure da Luca dopo il vangelo: l’episodio della Pentecoste al secondo capitolo.

Dopo la Pasqua, ancora una festività ebraica

Atti 2,1-11: “Si compiva il giorno della Pentecoste , ed essi stavano riuniti nello stesso luogo. 2 D’ improvviso vi fu dal cielo un rumore, come all’ irrompere di un vento impetuoso, che riempì tutta la casa in cui si trovavano. 3 Apparvero ad essi delle lingue come di fuoco che si dividevano e che andarono a posarsi su ciascuno di essi. 4 Tutti furono riempiti di Spirito Santo e cominciarono a parlare in altre lingue, secondo che lo Spirito dava ad essi il potere di esprimersi. 5 Si trovavano allora in Gerusalemme Giudei devoti, provenienti da tutte le nazioni del mondo. 6 Al prodursi di questo rumore incominciò a radunarsi una gran folla, eccitata e confusa, perché ciascuno li udiva parlare nella propria lingua. 7 Fuori di sé per la meraviglia dicevano: «Tutti costoro che parlano non sono forse Galilei? 8 Come mai ciascuno di noi li ode parlare nella propria lingua nativa? 9 Parti, Medi, Elamiti, abitanti della Mesopotamia, della Giudea e della Cappadocia, del Ponto e dell’ Asia, 10 della Frigia e della Panfilia, dell’ Egitto e delle regioni della Libia presso Cirene, Romani qui residenti, 11 sia Giudei che proseliti, Cretesi e Arabi, tutti quanti li sentiamo esprimere nelle nostre lingue le grandi opere di Dio!».

Sappiamo dai tre vangeli sinottici, Matteo, Marco e Luca, che Gesù istituì l’eucarestia nel quadro della celebrazione della pasqua ebraica. Il contenuto di quest’ultima, il ricordo della liberazione dalla schiavitù egiziana, non veniva eliminato dal Signore, ma inglobato in un nuovo e più ampio contenuto: la redenzione da lui apportata e resa accessibile sacramentalmente grazie all’eucarestia.

 Ora, secondo il calendario liturgico ebraico, sancito nella legge mosaica, dopo la festa della Pasqua nel primo mese, cioè a primavera, gli ebrei dovevano contare cinquanta giorni (“pentecoste” in greco, come greca è la parola “eucarestia”) e al cinquantesimo dovevano (e debbono) celebrare la “festa delle Settimane” (Lev 23,15-22). Tale avvenimento festivo si rifaceva ad un’antica festa agricola che cadeva nel terzo mese, quello delle messi. Israele, pur mantenendo questa antica cornice stagionale, aveva però sostituito al contenuto precedente uno nuovo, quello dell’alleanza al Sinai e del dono della Legge. Questa operazione, simile a quella fatta per la Pasqua, cioè la sostituzione di un rito antico con uno nuovo legato alla storia della salvezza d’Israele, è stata compiuta soprattutto a partire dall’epoca dopo l’esilio babilonese (VI-V sec. a.C), quando il popolo giudaico si è in qualche modo ri-fondato e ha aperto la strada a quella forma altissima di civiltà culturale e religiosa che sarebbe stato il giudaismo. Da allora in poi, la festa delle Settimane o di Shavuot era diventata per sempre la celebrazione del popolo liberato dalla schiavitù ed eletto da Dio ad essere il suo popolo mediante un’alleanza perenne, esplicitata e resa concreta dalla Legge di Mosé, da rinnovare annualmente nella liturgia, così come noi oggi rinnoviamo ogni anno le promesse battesimali.

Negli ultimi secoli prima di Cristo, il rinnovo dell’alleanza tra Dio e il suo popolo è stato messo sempre più in relazione con lo Spirito Santo. Gli ebrei di quel tempo credevano fermamente che i profeti mandati in passato da Dio perché si convertissero dalla disobbedienza alla Legge all’obbedienza ad essa, fossero inviati e animati dallo Spirito di Dio. La parola con cui essi lo chiamavano, ruach, significava anche vento impetuoso, respiro, alito di vita. Lo Spirito richiamava quell’energia vitale presente quando Dio aveva creato il mondo (vedi Gen 1,2). Proprio quello Spirito era diventato la forza del carisma dei profeti (vedi Ez 2,2: “…uno Spirito entrò in me, mi fece alzare in piedi e io ascoltai colui che mi parlava…”). E tuttavia, la fallibilità della natura umana aveva prevalso e le disgrazie si erano abbattute su Israele: così dicevano i profeti. Ma essi amavano il proprio popolo e hanno prospettato ugualmente una salvezza futura, escatologica, una nuova alleanza animata dallo Spirito di Dio:

“«Ecco: verranno giorni, oracolo del Signore, in cui stipulerò con la casa di Israele e con la casa di Giuda un’ alleanza nuova. Non come l’ alleanza che ho stipulato con i loro padri nel giorno in cui li presi per mano per farli uscire dal paese di Egitto, poiché essi violarono la mia alleanza, benché io fossi loro Signore, oracolo del Signore. Ma questa sarà l’ alleanza che stipulerò con la casa di Israele alla fine di quei giorni, oracolo del Signore: io porrò la mia legge in mezzo a loro e sul loro cuore la scriverò; e io sarò per essi il loro Dio ed essi saranno per me il mio popolo. E non si ammaestreranno più l’ un l’ altro a vicenda, dicendo: « Riconoscete il Signore! », perché tutti mi riconosceranno dal più piccolo fino al più grande di essi, oracolo del Signore, perché io perdonerò la loro iniquità e i loro peccati non li ricorderò più»” (Ger 31,31-34).

“Vi prenderò di tra le genti, vi radunerò da tutte le parti del mondo e vi condurrò al vostro paese. Vi aspergerò di acqua pura e sarete purificati da tutte le vostre impurità e da tutti gl’ idoli con cui vi macchiaste. Vi darò un cuore nuovo e metterò dentro di voi uno spirito nuovo. Toglierò il cuore di pietra dal vostro corpo e vi metterò un cuore di carne. Metterò il mio spirito dentro di voi, farò sì che osserviate i miei decreti e seguiate le mie norme” (Ez 36,24-27; vedi anche Is 55,3).

I profeti poi erano spariti e con loro, sembrava, anche lo Spirito divino. Il cielo non si apriva più e sembrava muto. Gli ebrei avevano però la parola divina pronunziata dai profeti e sapevano che un giorno si sarebbe avverata. Quel giorno, come aveva detto un altro profeta: “Ecco, tu (Gerusalemme) chiamerai gente che non conoscevi; accorreranno a te popoli che non ti conoscevano, a causa del Signore tuo Dio, del Santo d’Israele, perché egli ti ha onorato” (Is 55,5; leggi anche tutto il c. 60) .

Questa è l’atmosfera e questa era la preparazione degli animi dei seguaci di Cristo il giorno della Pentecoste, così come ci riferiscono gli Atti degli Apostoli. Ancora una cornice liturgica ebraica (Atti 2,1), nella quale gli antichi contenuti si realizzano nelle forme e nelle espressioni che animavano le attese dei credenti ebrei. Lo Spirito di Dio, vento impetuoso, irrompe nell’assemblea di coloro (v. 2) che attendevano, secondo le istruzioni date da Gesù al momento dell’Ascensione (cf. Atti 1,4-7). È come se fosse avvenuta una nuova creazione. Lo Spirito Santo riempie i presenti e pone sulle loro lingue, come in passato per i profeti, un annuncio comprensibile a tutti i popoli della terra accorsi a Gerusalemme (vv. 4-11). La predicazione antica si fa realtà presente e realtà che anticipa il programma futuro della Chiesa: unificare in una comunicazione universalmente comprensibile, dopo che lo Spirito Santo ha abbattuto il muro d’incomprensione sorto in seguito al peccato della Torre di Babele (Gen 11,1-9), tutti i popoli della terra nella ricezione del messaggio di salvezza rivolto a tutta la famiglia umana. La promessa divina ad Abramo di divenire benedizione per tutte le genti della terra (Cf.Gen 12,3) era divenuta realtà.

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Atti 2,12-41 : “Tutti erano sbalorditi e non sapevano che pensare e andavano domandandosi gli uni agli altri: «Che cosa vuol dire tutto ciò?». 13 Altri poi beffandoli dicevano: «Sono ubriachi di mosto dolce!». 14 Allora Pietro, in piedi con gli Undici, levò alta la voce e parlò loro così: «Voi, Giudei, e abitanti tutti di Gerusalemme, fate attenzione a ciò che sto per dire e porgete l’ orecchio alle mie parole. 15 Costoro non sono ubriachi, come voi pensate, poiché sono soltanto le nove del mattino; 16 si sta invece verificando ciò che fu detto per mezzo del profeta Gioele:

17 Negli ultimi giorni, dice il Signore, effonderò il mio spirito su ogni essere umano e profeteranno i vostri figli e le vostre figlie, i vostri giovani vedranno visioni e i vostri anziani sogneranno sogni; 18 certo, sui servi miei e sulle mie ancelle effonderò in quei giorni il mio spirito e profeteranno. 19 Farò prodigi in alto nel cielo e segni prodigiosi giù sulla terra, sangue e fuoco e vapori di fumo. 20 Il sole si trasformerà in tenebre e la luna in sangue, prima che venga il giorno del Signore, il gran giorno sfolgorante. 21 Allora chiunque invocherà il nome del Signore sarà salvo. 22 Uomini d’ Israele, udite queste parole: Gesù il Nazareno fu un uomo accreditato da Dio presso di voi con prodigi, portenti e miracoli, che per mezzo di lui il Signore operò in mezzo a voi, come voi ben sapete; 23 Dio, nel suo volere e nella sua provvidenza, ha permesso che egli vi fosse consegnato: e voi, per mano di empi senza legge, lo avete ucciso inchiodandolo al patibolo. 24 Ma Dio lo ha risuscitato, liberandolo dalle doglie della morte; poiché non era possibile che la morte lo possedesse. 25 Dice infatti Davide a suo riguardo:

Contemplavo il Signore davanti a me continuamente, perché egli è alla mia destra, affinché non vacilli. 26 Perciò si rallegrò il mio cuore e le mie parole sono piene di letizia; ed anche la mia carne riposerà nella speranza, 27 perché non abbandonerai l’anima mia negli inferi né permetterai che il tuo Santo veda la corruzione. 28 Mi hai fatto conoscere i sentieri della vita, mi colmerai di gioia con la tua presenza. 29 Fratelli, parliamoci francamente. Il nostro patriarca Davide morì e fu sepolto e il suo sepolcro si trova in mezzo a voi fino a questo giorno. 30 Ma egli era profeta e sapeva che Dio gli aveva giurato solennemente di far sedere sul suo trono uno della sua discendenza. 31 Perciò, prevedendo il futuro, parlò della risurrezione del Cristo, quando disse che non sarebbe stato abbandonato negli inferi, né la sua carne avrebbe visto la corruzione. 32 Questo è quel Gesù che Dio ha risuscitato, e noi tutti ne siamo i testimoni. 33 Egli è stato dunque esaltato alla destra di Dio, ha ricevuto dal Padre il dono dello Spirito Santo secondo la promessa e ha effuso questo stesso Spirito, come voi ora vedete e ascoltate. 34 Infatti Davide non ascese al cielo; tuttavia egli dice:

Disse il Signore al mio Signore: siedi alla mia destra, 35 finché ponga i tuoi nemici sgabello dei tuoi piedi. 36 Sappia dunque con certezza tutta la casa d’ Israele che Dio ha costituito Signore e Cristo questo Gesù che voi avete crocifisso!» 37 A queste parole furono profondamente turbati e dissero a Pietro e agli altri apostoli: «Che cosa dobbiamo fare, fratelli?». 38 Pietro rispose loro: «Pentitevi e ciascuno di voi si faccia battezzare nel nome di Gesù Cristo per ottenere il perdono dei vostri peccati: e riceverete il dono del Santo Spirito. 39 Per voi infatti è la promessa e per i figli vostri e per tutti coloro che sono lontani, che il Signore Dio nostro chiamerà». 40 E con molte altre parole li scongiurava e li esortava: «Salvatevi da questa generazione perversa». 41 Essi allora accolsero la sua parola e furono battezzati, e in quel giorno si aggiunsero a loro quasi tremila persone”.

La lunga citazione di quanto rimane del capitolo nel quale si parla dell’evento della Pentecoste è necessaria, perché sia davanti a noi il testo in tutta la sua pregnanza e il suo significato teologico. Come si diceva nella prima parte, la cornice di una festa ebraica, appunto la Pentecoste, offre ricetto al nuovo grande evento salvifico strettamente connesso con la Pasqua: la discesa dello Spirito Santo sulla prima comunità apostolica.

Soffermarsi ad una comprensione piana e superficiale del testo biblico, quasi vi si leggesse una cronaca, non rende ragione della portata di quanto Luca vuole comunicarci. In realtà, egli usa un codice culturale, cioè lingua, immagini e concetti che devono significare questo: le attese ebraiche, i sogni, le figure che hanno nutrito generazioni di credenti fino a quel momento, con la morte e resurrezione di Gesù hanno raggiunto la loro piena realizzazione.

La salvezza ultima e definitiva è descritta con le parole dei Profeti e dei Salmi, cioè con le Sacre Scritture (vedi la parabola del ricco Epulone in Lc 16,27-31, l’episodio dei discepoli di Emmaus in Lc 24,25-27); i particolari dell’episodio attingono all’interpretazione giudaica delle stesse Scritture, che si faceva in quel tempo. Pietro, capo della Chiesa nascente e primo interprete dei segni divini, cita dapprima Gioele 3,1-5 (Atti 2,17-21), il quale annunciava un futuro strepitoso caratterizzato da segni grandiosi: la capacità di ogni fedele, giovane o vecchio, uomo o donna, di vedere le prossime gesta salvifiche di Dio al suo arrivo nel grande “giorno di ”; la discesa su ciascuno dello Spirito Santo e la capacità di esser salvato dal tremendo giudizio divino, invocando il nome del Signore. Più avanti, Pietro cita il Sal 16,8-11 (Atti 2,25-28), che interpreta alla maniera giudaica, facendone cioè una profezia pronunziata da David, a quel tempo ritenuto anch’egli profeta, perché ispirato dallo Spirito divino (cf. 1 Sam 16,13) come tutti i profeti.

Un’altra citazione dai Salmi si ha ai vv. 34s, dove è citato il Sal 110,1. Alla citazione dei Profeti e dei Salmi non si deve dimenticare di aggiungere quello che dicevamo nella prima parte di questo articolo e che ha a che fare con Genesi 11,1-9, la confusione delle lingue. L’evento di Pentecoste permette di abbattere il muro dell’incomprensione tra i popoli, facendo loro capire nella propria lingua l’annunzio evangelizzatore di Pietro (vedi al v. 6).

Così, nella predicazione dell’Apostolo troviamo realizzato il principio interpretativo tanto caro a Luca e agli altri autori del Nuovo Testamento: l’evento di Gesù va interpretato e compreso sulla base della Legge (Genesi fa parte del Pentateuco, quindi della Legge), dei Profeti e dei Salmi (vedi ancora Lc 16,29; 24,27.44 e inoltre Mt 5,17-18). Ma, come si diceva sopra, non è semplicemente la Sacra Scrittura quella che illumina il senso di Atti 2, bensì anche le concezioni giudaiche diffuse in quel tempo e che venivano ormai via via trascritte in quelli che si chiamavano Midrashim, cioè traduzioni commentate dell’AT, e in quei testi che avrebbero costituito le tradizioni della successiva vasta letteratura rabbinica. Ad esempio, il Midrash del libro dell’Esodo racconta che al Sinai, allorché Dio si manifestò a Mosè per dargli la Legge (Es 19), i tuoni che si sentivano erano in realtà la voce di Dio che si suddivideva in settanta voci, cioè settanta lingue, tante quanti si credeva fossero i popoli della terra secondo Gen 10: il che voleva dire che la Legge vale per tutta l’umanità. Il filosofo ebreo Filone, contemporaneo di Gesù, commentando lo stesso brano afferma che la voce di Dio si articolava in parole rese visibili da forme di fiamma.

Come si può notare, la somiglianza di tali immagini con quelle usate da Luca è sorprendente. Tutte queste immagini vanno poi inquadrate in quelle aspettative apocalittiche delle quali abbiamo già parlato. Il popolo d’Israele attendeva con ansia, immaginandoselo in modo fantasmagorico, il momento dell’avvento del Signore, con il quale egli avrebbe giudicato gli uomini e il mondo e avrebbe ripristinato per la seconda volta le istituzioni antiche, in maniera però definitiva e portentosa, perché opera dello Spirito creatore di Dio.

Possiamo allora anche capire meglio il senso della conclusione dell’episodio di Pentecoste. Gli astanti chiedono compunti a Pietro che cosa debbano fare e Pietro risponde: «Pentitevi e fatevi battezzare nel nome di Gesù Cristo e riceverete il dono dello Spirito Santo» (vv. 37-39). Le parole di Gioele 3,5 trovavano finalmente il loro senso ultimo e la loro piena realizzazione: l’invocazione del nome di Gesù è la più bella affermazione del loro significato recondito. Si tratta dello stesso intendimento dell’inno cristologico che Paolo pronuncia in Fil 2,5-11: “… perché nel nome di Gesù ogni ginocchio si pieghi nei cieli, sulla terra e sottoterra e ogni lingua proclami che Gesù Cristo è il Signore a gloria di Dio Padre”.

tag: Sal 137; violenza; visioni dualistiche e gerarchiche; Dio violento?

dal sito:

http://www.sufueddu.org/fueddus/biblioteca/pinna/Art_Varia/Fr_101-992.pdf

tag: Sal 137; violenza; visioni dualistiche e gerarchiche; Dio violento?

Imparare dalla pioggia: la scuola biblica della non violenza

Bibbia e violenza. Tema vasto. Troppo, per due pagine. In più, chi leggerà quest’articolo? Cento per cento, nessuno  dei  giovani  di  cui  si  è  detto  che  usano  pistole  reali  come  fossero  giocattoli  virtuali.  I  “violenti” hanno altro da fare che leggere articoli sulla violenza. Al massimo, qualche “violento” ne scrive qualcuno, magari su Internet. E allora si parla di “cattivi maestri”. E siamo già al cuore del problema: in un modo di pensare che divide il mondo in due, i “pacifisti” da una parte, i “violenti” dall’altra. La complicazione viene dal fatto che talvolta non c’è niente di più violento dei discorsi dei pacifisti, come talvolta non c’è niente di più impuro dei discorsi dei puri. E allora?

Una visione dualistica e gerarchica

E allora bisogna chiedersi da che cosa viene e a che cosa porta ogni visione dualistica e gerarchica della realtà. Di sicuro, non dalla Bibbia. Che però ne propone diversi esempi. Dualistica e gerarchica è la visione del fariseo il quale, vedendo come Gesù si lasciava baciare i piedi e profumare da una prostituta, non osa nemmeno dire ciò che pensa tra sé: “Se costui fosse un profeta, saprebbe chi e che specie di donna è colei che lo tocca: è una peccatrice” (Lc 7,39). Dualistica e gerarchica è la visione del fariseo che, stando in piedi, prega dicendo: “O Dio, ti ringrazio che non sono come gli altri uomini, ladri, ingiusti, adulteri, e neppure come questo pubblicano. Digiuno due volte la settimana e pago le decime di quanto possiedo” (Lc 18,11-12).  Dualistica  e  gerarchica  è  la  visione  del  figlio  maggiore  che,  rifiutando  di  entrare  in  casa  del  padre,  oppone il suo comportamento a quello del fratello minore: “Ecco, io ti servo da tanti anni e non ho mai trasgredito un tuo comando, e tu non mi hai dato mai un capretto per far festa con i miei amici. Ma ora che  questo  tuo  figlio  che  ha  divorato  i  tuoi  averi  con  le  prostitute  è  tornato,  per  lui  hai  ammazzato  il vitello grasso” (Lc 15,29-30). Ma dualistica e gerarchica è anche la stessa visione del fratello minore, che pensando di rientrare in casa del padre, prepara il suo discorso: “Mi leverò e andrò da mio padre e gli dirò: Padre, ho peccato contro il Cielo e contro di te; non sono più degno di esser chiamato tuo figlio. Trattami  come  uno  dei  tuoi  garzoni”  (Lc  15,18-19).  Se  anche  il  padre  ragionasse  in  modo  dualistico, antitetico e gerarchico come i suoi due figli, nessuna festa sarebbe possibile. Invece la festa si fa.

Far festa con chi e per chi non se la “merita”

Perché il padre della parabola, come Gesù, non vede le cose e le persone per come devono essere, ma le comprende e le accetta per quello che sono. È vero che nel discorso della montagna il vangelo di Matteo dice: “Siate perfetti come è perfetto il Padre vostro che è nei cieli” (Mt 5,48), ma questa frase è detta alla fine di alcune altre che hanno già chiarito in che cosa consiste la perfezione del Padre: “Avete inteso che fu detto: Amerai il tuo prossimo e odierai il tuo nemico; ma io vi dico: amate i vostri nemici e pregate per i vostri persecutori, perché siate figli del Padre vostro celeste, che fa sorgere il suo sole sopra i malvagi e sopra i buoni, e fa piovere sopra i giusti e sopra gli ingiusti. Infatti se amate quelli che vi amano, quale merito ne avete? Non fanno così anche i pubblicani? E se date il saluto soltanto ai vostri fratelli, che cosa fate di straordinario? Non fanno così anche i pagani? Siate voi dunque perfetti come è perfetto il Padre vostro celeste” (Mt 5,43-48). Tuttavia, il vangelo di Luca sembra voler prevenire le tendenze perfezioniste dei suoi lettori di ieri e di oggi,  ancora  influenzati,  oggi  come  ieri, più  dal  giuridismo  romano  e  dall’estetica  greca  che  dalla misericordia  evangelica,  e  traduce  la  stessa  idea  di  Matteo  con  un  diverso  vocabolario,  dicendo:  “Siate misericordiosi, come è misericordioso il Padre vostro” (Lc 6,36).

Interrompere la catena della violenza

Ciò che Gesù dice e fa è di smettere di dividere il mondo in due, come deve essere e come non è, illudendoci magari, come i “puri-farisei”, di essere noi dalla parte giusta. Smettere di vedere il mondo con gli occhi della perfezione, e cominciare a guardarlo con quelli della misericordia sta alla radice del comportamento che Gesù propone di fronte alla violenza, quello di interromperne la catena: “Ma a voi che ascoltate, io dico:  Amate  i  vostri  nemici,  fate  del  bene  a  coloro  che  vi  odiano,  benedite  coloro  che  vi  maledicono, pregate per coloro che vi maltrattano. A chi ti percuote sulla guancia, porgi anche l’altra; a chi ti leva il mantello, non rifiutare la tunica. Da’ a chiunque ti chiede; e a chi prende del tuo, non richiederlo. Ciò che volete  gli  uomini  facciano  a  voi,  anche  voi  fatelo  a  loro.  Se  amate  quelli  che  vi  amano,  che  merito  ne avrete? Anche i peccatori fanno lo stesso. E se fate del bene a coloro che vi fanno del bene, che merito ne avrete? Anche i peccatori fanno lo stesso. E se prestate a coloro da cui sperate ricevere, che merito ne avrete? Anche i peccatori concedono prestiti ai peccatori per riceverne altrettanto. Amate invece i vostri nemici,  fate  del  bene  e  prestate  senza  sperarne  nulla,  e  il  vostro  premio  sarà  grande  e  sarete  figli dell’Altissimo; perché egli è benevolo verso gl’ingrati e i malvagi” (Lc 6,27-35) .
Il perdono di cui Gesù parla non è dimenticanza né indifferenza, ma un atto di lucida e compassionevole coscienza,  che  proprio  perché  non  dimentica  il  male  e  non  è  indifferente  di  fronte  al  male,  vede  la situazione dolorosa non solo di chi subisce violenza, ma anche di chi la compie. L’atto di perdono è un atto di amore perché interrompe la riproduzione del male, è un atto di fede perché crede in una logica divina diversa da quella umana,  è un atto di speranza perché ha fiducia in una salvezza uguale per lui e per il suo avversario. In questo senso, perdonare è un’operazione “genetica”: si interrompe una generazione per farne nascere un’altra.

Un Antico Testamento “violento”?

Se appunto leggessimo la Bibbia per quello che è, una parola di “genesi”, di “creazione”, di “poetica” nel senso etimologico del termine, saremmo in grado di capirne meglio qualche pagina difficile, come l’ultima strofa del Salmo 137. Di fronte agli “oppressori” che in esilio chiedono di ascoltare i canti degli “oppressi” , questi alla fine intonano sì un canto, ma non è il “canto di Sion”, la madre violentata, “denudata fin dalle sue  fondamenta”,  è   il  “canto  di  Babilonia”,  la  “donna  della  violenza”:  “Ricordati,  Signore,  dei  figli  di Edom, che nel giorno di Gerusalemme, dicevano: «Denudate, denudate anche le sue fondamenta». Figlia di Babilonia devastatrice, beato chi ti renderà quanto ci hai fatto. Beato chi afferrerà i tuoi piccoli e li sbatterà contro la pietra” (vv. 7-9). Chi ha censurato questi versi dalla proclamazione liturgica del salmo, ha ritenuto i cristiani incapaci di capire la poesia e in fondo incapaci di capire Dio stesso. La poesia: che non usa il linguaggio della dichiarazione dei redditi, ma quello delle immagini, per dire in questo caso che anche per la generazione dei violenti c’è una fine. Dio stesso: che ha scelto di camminare con l’uomo non quando era già arrivato alle soglie delle beatitudini evangeliche, ma fin dagli inizi dei suoi desideri, ancora impastati di violenza. “Dio camminando con un popolo guerriero lo conduceva verso la propria mitezza” (Beauchamp, Leggere la Sacra Scrittura oggi [Milano: Massimo], p. 99).

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