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GENESI 22, L’EPISTOLA AGLI EBREI, E UNA ERMENEUTICA BASATA SULLA FEDE

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GENESI 22, L’EPISTOLA AGLI EBREI, E UNA ERMENEUTICA BASATA SULLA FEDE

[conferenza tenuta al Pontificio Istituto Biblico dal R.P. James Swetnam, S.J., il 5 novembre 2003, a conclusione della sua attività di insegnamento accademico]

Uno dei testi fondamentali nell’Antico Testamento, sia in se stesso che nell’interpretazione degli autori cristiani, è il racconto del sacrificio di Isacco da parte di Abramo in Genesi 22,1-18. Footnote Il presente studio cercherà: 1) di capire il significato di Genesi 22,1-18 (Parte I); 2) di vedere come l’epistola agli Ebrei interpreti Genesi 22,1-18 (Parte II); 3) di indicare come il libro del Cardinale John Henry Newman, Grammatica dell’assenso, possa giustificare una ermeneutica centrata sulla fede, con riferimento all’esegesi sviluppata nelle prime due parti precedenti (Parte III). Footnote

Parte I. Genesi 22,1-18
Il sacrificio di Isacco da parte di Abramo è stato un vero e proprio pomo della discordia nella storia recente della ricerca biblica. Footnote Con l’Illuminismo il sacrificio di Isacco è stato spesso visto come azione immorale. Footnote Ma tale giudizio negativo era per lo più basato su interpretazioni del sacrificio di Abramo che non tengono conto del contesto. Nel modo in cui Genesi 22 viene interpretato come parte del testo canonico dell’Antico Testamento soltanto o dell’Antico e Nuovo Testamento insieme, in varie tradizioni religiose, i versi non presentano a questo proposito alcun problema insolubile. Footnote
Ci sono tre categorie generali la cui pertinenza sembra essere utile in una breve discussione sulle implicazioni di Genesi 22,1-18 nel testo canonico dell’Antico Testamento: 1) l’alleanza; 2) il sacrificio; 3) la fede. Prese insieme, queste tre categorie permettono di entrare nel testo in modo appropriato.
A. L’ alleanza
Per capire bene il sacrificio di Isacco da parte di Abramo è molto importante tener conto del ruolo dell’alleanza nel testo canonico. Genesi 22,1 afferma che Dio “mette alla prova” (ebr.:nsh, gr.: peirazein) Abramo. Cioè, Dio prepara una prova per verificare se il suo figlio è “fedele” (ebr.: n’mn, gr. pistos). Footnote Il testo di Genesi 22 è il culmine di una progressione che consiste in una chiamata, una promessa, e un’alleanza con giuramento. Footnote La chiamata si trova in Genesi 12,1-3, ed è composta di tre elementi che comportano ciascuno una benedizione: 1) una benedizione che riguarda una terra e una nazione (12,1-2a), 2) una benedizione che riguarda una dinastia (12,2b), e 3) una benedizione che riguarda il mondo intero (12,3 insieme con 12,2). Footnote Queste tre benedizioni sembrano corrispondere ai tre episodi di alleanza nei capitoli 15, 17 e 22 della Genesi. Footnote In Genesi 15 l’episodio con la divisione degli animali indica un’alleanza nella quale i discendenti di Abramo vivranno come nazione in una terra stabilita. In Genesi 17 l’enfasi viene posta sul “nome” di Abramo che sarà reso grande: si tratta cioè di una dinastia. E in Genesi 22,16-18, il punto culminante, si tratta di una benedizione per tutte le nazioni. Footnote Genesi 22,1-18 può essere quindi visto come il punto culminante della vita di Abramo, così come viene presentata nel testo canonico della Sacra Scrittura. Dopo questo episodio, Abramo compare nella narrazione soltanto in relazione alla morte di Sara (Genesi 23) e al matrimonio di Isacco (Genesi 24). La sua vita e il suo destino considerati nei suoi rapporti con Dio, sono delineati in Genesi 22. Footnote Il giuramento di Dio fatto ad Abramo in Genesi 22 può essere considerato il punto culminante e conclusivo di tutta questa serie di episodi che toccano l’alleanza. Footnote Il giuramento, incorpora, per così dire, il risultato positivo della prova di Abramo nella benedizione data a tutte le nazioni, in modo tale che la fede di Abramo ormai fa parte del destino della sua discendenza. Footnote
Il contesto di alleanza in Genesi 22 è fondamentale per capire il significato del brano. Si tratta, cioè, della prova della fede di Abramo nel Dio dell’alleanza e nella fedeltà di questo Dio nel concedere le benedizioni promesse, nonostante l’evidente contraddizione fra queste promesse e l’ordine di uccidere Isacco. Inoltre, Abramo era sicuramente consapevole che si trattava di una prova, che si trovava di fronte a un dilemma cruciale in cui era secondario il suo affetto filiale. Ad essere in gioco era il senso di un’esistenza centrata su Dio non soltanto per Abramo stesso, ma anche per Isacco e per tutti coloro che dovevano dipendere da lui nei loro rapporti con Dio. Footnote In altre parole: il comando di Dio ad Abramo di sacrificare il figlio Isacco era una questione della massima importanza, sia per Abramo sia per Dio stesso. Footnote
Che il comando di Dio ad Abramo fosse una questione seria per Dio stesso così come per Abramo non è stato forse notato abbastanza. Quando infatti Dio dà il comando ad Abramo, implicitamente mette a rischio tutto il progetto della sua alleanza con lui. Dal punto di vista narrativo Dio sta aspettando il risultato della reazione libera di Abramo a tale prova: un rifiuto di Abramo di sacrificare Isacco avrebbe indicato che Abramo non aveva superato la prova della sua fede. Footnote Di consequenza, il progetto di alleanza e tutti gli aspetti connessi erano presumibilmente destinati al fallimento, e la storia della salvezza avrebbe dovuto subire una svolta radicale.
B. Il sacrificio
Una seconda grande prospettiva a partire dalla quale Genesi 22 deve essere interpretato è quella del sacrificio. C’è qui una connessione tra sacrificio e il luogo in cui si svolge l’azione di Genesi 22. C’è fondato motivo di identificare il luogo (ebr.: mryh – “Moria”) menzionato nel versetto 2 con Gerusalemme. Footnote Se quest’interpretazione è vera, allora Genesi 22 diventa il testo fondamentale dell’Antico Testamento per capire il sacrificio di animali come praticato nel tempio di Gerusalemme. Inoltre, questo spiegherebbe perché il Pentateuco parli così poco del significato di tali sacrifici. Footnote Il tipo principale di sacrificio indicato nei libri del Levitico e del Deuteronomio è l’olocausto (ebr.: ‘lh, gr.: olokaustôma, olokauston). Footnote Questo tipo di sacrificio è precisamente quello che Dio chiede ad Abramo per Isacco, e quello che Abramo effettivamente compie con l’ariete alla fine del racconto (Genesi 22,2.13). Footnote
La categoria del sacrificio nell’interpretazione di Genesi 22 non ha sempre ricevuto la rilevanza che merita. Questa mancanza d’attenzione all’aspetto di sacrificio distorce l’esegesi del capitolo che deve aver guidato generazioni di fedeli lettori israeliti. Inoltre, questa mancanza distorce la possibile pertinenza che Genesi 22 deve avere per il lettore contemporaneo del testo canonico. Mostrando esattamente come il sacrificio possa avere influenza sull’esistenza umana come personificata in Abramo, Genesi 22 è di cruciale importanza per capire la rivelazione di Dio nella Bibbia.
C. La fede
Le prospettive riguardanti alleanza e sacrificio indicano la centralità della fede nella risposta di Abramo a Dio. Alleanza e sacrificio trovano il loro centro in Dio così come egli si manifesta ad Abramo (alleanza) e come Abramo risponde al comando di Dio (sacrificio). Ciò che motiva Abramo è la fede. Footnote Aver fede significa considerare Dio come affidabile (ebr.: h’myn, gr.: pisteuein), avere fiducia in lui, credere che egli manterrà i suoi impegni e onorerà i suoi doveri. Footnote Siccome la fede di Abramo era basata sulla sua alleanza con Dio, egli era consapevole di ciò che era in gioco, e sapeva non soltanto ciò che Dio si aspettava da lui (ubbidienza) ma anche ciò che Dio si aspettava da se stesso (compimento delle promesse): la sua fede era una specie di conoscenza. Ciascuno dei due conosceva i doveri di se stesso e dell’altro. È grazie a questa conoscenza che Abramo poteva resistere alla prova che Dio aveva preparato per lui: Abramo sapeva che Dio in qualche maniera avrebbe provveduto alla soluzione di quello che, al di fuori del contesto di fede, era un problema insolubile. In altre parole, le parole di Genesi 22,8 (“Dio stesso provvederà un agnello per l’olocausto”) devono essere intese non come quelle ansiose di un padre sconvolto, indirizzate ad un figlio perplesso, ma come espressione di una certezza basata sulla fede.
Quindi nel ricercare la pertinenza di Genesi 22 per il lettore di oggi, la fede è l’elemento più importante. Essa fornisce le basi per il significato religioso del testo originale e per l’importanza di quel testo per il lettore di oggi—o per il lettore di ogni tempo. Footnote Di conseguenza, qualsiasi tentativo di interpretare Genesi 22, se vuole affrontare la pertinenza del testo per il mondo contemporaneo, deve basarsi sulla fede di Abramo.
Ci sono però due possibili modi di approccio alla fede di Abramo da parte del lettore contemporaneo. Il lettore può mettersi di fronte al testo nella prospettiva di fede di Abramo, o al di fuori di essa. Può cioè condividere in quanto possibile la fede di Abramo, vivendo con lui gli avvenimenti di Genesi 22, o può rimanere come spettatore di questi avvenimenti. La sfida ermeneutica di Genesi 22 sta proprio qui.
Non c’è niente nel testo che costringa il lettore a scegliere di partecipare alla fede di Abramo, a incorporare (per così dire) la fede di Abramo nella propria fede. L’atteggiamento assunto dipende dalla libera scelta del lettore. La libertà di Dio nel chiamare Abramo e nel metterlo alla prova, la libertà di Abramo nel rispondere a questa chiamata e a questa prova, vengono rispecchiate nella libertà del lettore di fronte al testo, nella sua forma attuale. Ovviamente questo non riguarda solo Genesi 22; è una scelta che si presenta ad ogni lettore della Bibbia di fronte a qualsiasi testo. Ma in Genesi 22 questa scelta si presenta con una immediatezza quasi unica. Footnote

Parte II. L’epistola agli Ebrei e Genesi 22
L’epistola agli Ebrei presta una particolare attenzione a Genesi 22. Questa particolare attenzione può servire da guida nel comprendere come i primi cristiani interpretavano questo testo chiave nella loro comprensione della realtà di Gesù Cristo.
A. L’epistola agli Ebrei e la fede di Abramo
L’epistola agli Ebrei mette in rilievo la fede di Abramo nella sua esegesi di Genesi 22:
17Per fede Abramo, messo alla prova, offrì Isacco e proprio lui, che aveva ricevuto le promesse, offrì il suo unico figlio, 18 del quale era stato detto: In Isacco avrai una discendenza che porterà il tuo nome. 19Egli pensava infatti che Dio è capace di far risorgere anche dai morti: per questo lo riebbe e fu come un simbolo (Ebrei 11,17-19). Footnote
Il testo, teologicamente parlando, è suggestivo. Si mette in grande rilievo la “fede” (pistis). Nel capitolo 11 dell’epistola la fede viene attribuita a diversi eroi dell’Antico Testamento, e viene descritta in 11,2-3.6. Footnote Il verbo “offrire [in sacrificio]” ricorre due volte nel versetto 17. La prima volta viene usato nel tempo perfetto (prosenênochen, “offrì” nella traduzione della CEI, ma meglio “ha offerto”), cioè la disposizione d’Abramo a sacrificare suo figlio è il punto chiave di Genesi 22 che l’autore vuole scegliere come base per la sua interpretazione di tutto il testo. La seconda volta il verbo viene usato nel tempo imperfetto (prosepheren, “cercava di offrire”). Questo imperfetto conativo descrive come Abramo stava per essere messo alla prova (peirazomenos). I termini della prova sono espressi con chiarezza: Abramo stava offrendo il suo “unico figlio” (monogenê), proprio “che aveva ricevuto le promesse” (ho tas epaggelias anadexamenos). E si specifica quale fosse la promessa: “. . . del quale era stato detto: In Isacco avrai una discendenza che porterà il tuo nome” (pros hon elalêthê hoti en Isaac klêthêsetai soi sperma). Queste osservazioni indicano che l’autore dell’epistola ha letto il testo di Genesi 22 con cura, e che ha capito i parametri della prova con precisione. Ciò che segue è una straordinaria interpretazione del ragionamento che sta dietro la fede di Abramo in Dio: “. . . Egli pensava infatti che Dio è capace di far risorgere anche dai morti” (logisamenos hoti kai ek nekrôn egeirein dunatos ho theos).
Il modo quasi ovvio in cui l’autore dell’epistola attribuisce ad Abramo la fede nella risurrezione dai morti non deve nascondere le implicazioni di ciò che viene affermato. Innanzitutto, il ragionamento di Abramo sembra essere ben fondato e verosimile, data la sua precedente fede nella nascita di Isacco dal suo corpo “morto” e dall’utero “morto” di Sara. Footnote Data la fede eroica manifestata in Genesi 22 non c’è niente di arbitrario o forzato in questa esegesi. Se la promessa di Dio di una discendenza per mezzo di Isacco (v. 18) doveva essere accettata con fede senza riserva, e se il comando di sacrificare Isacco era, per Abramo, richiesto da Dio, la fede nella risurrezione dei morti sembra essere una conclusione legittima, anzi, forse l’unica conclusione possibile. Inoltre, l’attribuzione ad Abramo della fede nella risurrezione dai morti è degna di nota. Abramo è all’inizio della fede dell’Antico Testamento, e questa fede è stata tradizionalmente compresa come agnostica riguardo alla risurrezione dai morti. Footnote Nel testo di Ebrei un autore cristiano, che ha studiato profondamente le radici veterotestamentarie della sua fede cristiana, dichiara apertamente che Abramo credeva nella risurrezione dai morti. Footnote Infine, se l’atteggiamento interiore di Abramo nel sacrificare il proprio figlio Isacco è da capire come paradigmatico per l’atteggiamento interiore per i successivi sacrifici nell’Antico Testamento, questa espressione dell’autore dell’epistola è veramente impressionante. L’autore dell’epistola sembra attribuire questo atteggiamento, almeno in modo implicito, a tutti coloro che offrivano sacrifici nell’Antico Testamento.
Ciò che sembra accadere in Ebrei 11,19 è che l’autore, guidato dalla sua fede nella risurrezione di Gesù (cfr. Ebrei 13,20), proietta questa fede nel mondo di Abramo. Ma questo modo di procedere non fa violenza al testo di Genesi nel capitolo 22. Inoltre, questa attribuzione ad Abramo della fede nella risurrezione si adatta al contesto della fede eroica del patriarca come descritta in Genesi 22. La seconda parte di Ebrei 11,19 conferma l’opinione che l’autore dell’epistola metteva in relazione la reintegrazione di Isacco con la risurrezione di Gesù, perché dice che tale reintegrazione fu un “simbolo” della risurrezione di Gesù. Footnote
B. L’epistola agli Ebrei e il giuramento fatto ad Abramo
L’epistola agli Ebrei fa allusione al sacrificio di Isacco nel versetto 6,14, citando il testo di Genesi 22,17. È utile conoscere il contesto di questa citazione.
13Quando infatti Dio fece la promessa ad Abramo, non potendo giurare per uno superiore a sé, giurò per se stesso, 14dicendo: Ti benedirò e ti moltiplicherò molto. 15Così, avendo perseverato, Abramo conseguì la promessa. 16Gli uomini infatti giurano per qualcuno maggiore di loro e per loro il giuramento è una garanzia che pone fine ad ogni controversia. 17Perciò Dio, volendo mostrare più chiaramente agli eredi della promessa l’irrevocabilità della sua decisione, intervenne con un giuramento 18perché grazie a due atti irrevocabili, nei quali è impossibile che Dio mentisca, noi che abbiamo cercato rifugio in lui avessimo un grande incoraggiamento nell’afferrarci saldamente alla speranza che ci è posta davanti (Ebrei, 6,13-18). Footnote
Questi sei versetti, Ebrei 6,13-18, vengono citati per appoggiare l’esortazione dell’autore ai suoi lettori di mostrarsi diligenti e pronti ad imitare gli eredi delle promesse e ricevere le promesse per mezzo della fede e della perseveranza. Così si spiega la presenza di “infatti” all’inizio del versetto 16.
Che l’autore di Ebrei abbia in mente Genesi 22 si nota non soltanto dalla citazione di Genesi 22,17 in Ebrei 6,14, ma anche dall’allusione al giuramento di Genesi 22,16 in Ebrei 6,13. Questo fa pensare che per l’autore di Ebrei il giuramento ha una stretta relazione con la benedizione e la moltiplicazione della discendenza di Abramo. Il significato dei “due atti irrevocabili” menzionati in Ebrei 6,18 è molto discusso. Footnote Il testo di Ebrei 6,13-14 sembra dare una prima indicazione per la soluzione del problema: i “due atti irrevocabili” sono il giuramento di Genesi 22,16 e la promessa di Genesi 22,17. Questi due atti vengono messi insieme in Ebrei così come lo sono in Genesi. Le parole della promessa sono chiare—parlano della moltiplicazione della discendenza di Abramo. Footnote Il giuramento serve a rafforzare la promessa; così che quando Abramo riceve la promessa a conclusione della sua eroica perseveranza dopo il comando di sacrificare Isacco (6,15), la promessa è rinforzata da un giuramento. Abramo viene presentato come uno che ha “ricevuto” la promessa. Ma è evidente dal modo in cui l’autore dell’epistola usa le parole epitugchanô e komizô che anche se Abramo ha “ricevuto” (epitugchanô – 6,15; cfr. 11,33) la promessa rinforzata da un giuramento dopo il sacrificio di Isacco, egli non ha “ricevuto” (komizô) ciò che viene promesso—la discendanza. L’autore di Ebrei fa uso del verbo komizô per indicare la ricezione di ciò che viene promesso—cfr. 11,13.39. Footnote L’intenzione dell’autore dell’epistola viene manifestata dalla quarta e ultima ricorrenza di komizô: in 11,19 egli dice che Abramo ricevette (komizô) Isacco dopo il sacrificio “come simbolo” (en parabolêi). In altre parole, l’oggetto della promessa ad Abramo dopo il sacrificio di Isacco—discendenza—viene ricevuto soltanto con la venuta di Cristo: Cristo stesso è questa discendenza.
Se il contenuto della promessa ad Abramo è Cristo, il giuramento fatto da Dio in Genesi è un giuramento che al livello più profondo si riduce a un’azione simbolica che prefigura la concessione definitiva della cosa promessa che è Cristo. Si spiega così perché l’autore di Ebrei enfatizzi il giuramento fatto da Dio a Gesù al momento della risurrezione (cfr. 7,20-21). Questo giuramento fu prefigurato dal giuramento di Dio dopo il sacrificio di Isacco come Cristo fu prefigurato da Isacco. Questo è il giuramento che risulta nella concessione di ciò che fu promesso—la discendenza che è Cristo. Footnote
Identificando il giuramento del Salmo 110,4 con il compimento del giuramento di Genesi 22,16 e collocando il giuramento nel contesto esplicito della moltiplicazione della discendenza ad Abramo, l’autore dell’epistola ha effettuato una trasformazione profonda nella natura di questa discendenza. Adesso, la vera e definitiva discendenza di Abramo viene non tramite il suo figlio fisico, Isacco, ma tramite il suo figlio spirituale, Gesù Cristo, del quale Isacco fu un “simbolo”, proprio in riferimento alla risurrezione di Gesù (e, nel contesto di Ebrei, in riferimento anche al giuramento del Salmo 110,4 che viene menzionato con la risurrezione). L’autore dell’epistola agli Ebrei pensa che questa discendenza possa essere descritta meglio ricorrendo alla figura veterotestamentaria di Melchisedek, nel cui contesto Gesù Cristo emerge come il definitivo sovrano sacerdote. Come sommo sacerdote secondo l’ordine di Melchisedek, Gesù Cristo rimpiazza il sommo sacerdozio levitico che aveva dato finora identità ai discendenti di Abramo (cfr. Ebrei 7,11). Questo nuovo sommo sacerdote è il Figlio di Dio stesso (Ebrei 7,3). Footnote Egli è la fonte della speranza definitivamente migliore, che è la causa dell’incoraggiamento dei destinatari. Colui per mezzo del quale Dio ha fatto il mondo (Ebrei 1,2) è colui per mezzo del quale Dio benedice in modo definitivo e moltiplica la discendenza di Abramo. Sul fondamento del sacerdozio di Cristo viene creato un nuovo popolo (cfr. Ebrei 7,12), un popolo esteso a tutto il genere umano. Per mezzo di un figlio spirituale, che trascende il tempo, la discendenza di Abramo si estende a tutti gli uomini di tutti i tempi, prima di Abramo e dopo di Abramo. Così l’autore dell’epistola interpreta Genesi 22,17, con la sua promessa che Dio benedirà e moltiplicherà la discendenza di Abramo.
C. L’epistola agli Ebrei e la pertinenza della fede
Come, davanti a Genesi 22, al lettore è richiesta una scelta ermeneutica, così gli è richiesta ugualmente una scelta ermeneutica davanti all’interpretazione di Genesi 22 nell’epistola agli Ebrei. Egli può scegliere di condividere o meno la fede che l’autore dell’epistola aveva nella pertinenza cristiana di Genesi 22. Può cioè scegliere di essere coinvolto nei ruoli di Abramo e di Cristo in Genesi 22 come visti dall’autore di Ebrei, o può rimanere un semplice spettatore. Questa è la sfida ermeneutica di Genesi 22 come presentata nella epistola agli Ebrei.
Ogni lettore dell’epistola agli Ebrei si avvicina al testo con un insieme di preconcezioni, allo stesso modo in cui ogni lettore si avvicina a Genesi con un insieme di preconcezioni. E tali preconcezioni determinano in gran parte la sua scelta ermeneutica. Un cristiano che lascia penetrare la propria fede in ogni aspetto della sua vita si identificherà automaticamente con la fede dell’autore dell’epistola. Per un tale credente il credere di Abramo in Genesi 22 si colloca nella stessa categoria della fede che l’autore di Ebrei ha in Cristo che dà al racconto di Genesi 22 una nuova dimensione. Secondo l’interpretazione dell’autore, con l’avvento di Cristo il racconto di Genesi 22 assume un significato più profondo: la fede di Abramo diventa una fede nel potere di Dio di fare risorgere dai morti, e il giuramento fatto ad Abramo trova il suo compimento nel giuramento fatto da Dio a Gesù al momento della sua risurrezione affinché il suo sacerdozio terreno diventi un sacerdozio secondo l’ordine di Melchisedek, cioè un sacerdozio che trascende i limiti umani
Un’ultima verità, anch’essa cruciale per la fede di Abramo come vista dall’autore dell’epistola agli Ebrei, deve essere notata: l’ubbidienza di Abramo viene premiata da Dio con il dono di Isacco come simbolo della risurrezione di Gesù. Così la fede di Abramo rientra nella Provvidenza Divina nel portare a compimento il ruolo di Cristo come sommo sacerdote per tutta l’umanità. Secondo Ebrei 11,17-19 Abramo ricevette Isacco come “simbolo” (parabolên), Footnote cioè ricevette Isacco come simbolo della realtà escatologica che è Gesù risorto. Footnote La ragione di Abramo viene espressa in Ebrei 11,19a: “Egli pensava infatti che Dio è capace di far risorgere anche dai morti”. Poi, il testo continua, “per questo (hothen) lo riebbe e fu come un simbolo”. Footnote In altre parole, la fiducia di Abramo viene premiata con il dono non soltanto di Isacco ma di Gesù che viene prefigurato da Isacco. Siccome Ebrei 11,17-19 si trova in una sezione dove la fede viene presentata come risultato di un premio da parte di Dio che “ricompensa” (misthapodothês – cfr. Ebrei 11,6), se ne deduce che il dono supremo della risurrezione di Gesù e tutto ciò che ne consegue è in un certo senso un “premio” per la fedeltà di Abramo che ha superato la prova imposta da Dio. Footnote Così il giuramento di Dio come ultimo atto di Genesi 22 contiene qualche cosa di nuovo per l’autore di Ebrei: il ruolo della fede di Abramo entra nel dono del Gesù risorto e di conseguenza in tutto ciò che questo dono significa per il mondo, come già sottolineato sopra. Dio ha riconosciuto la fede nell’alleanza di Abramo ed ha risposto nel linguaggio della sua fedeltà all’alleanza. Footnote Ma lo fa in un modo completamente inaspettato.
Un ultimo passo è necessario per delineare una soddisfacente ermeneutica di Ebrei: occorre esplorare i presupposti che spingono il lettore cristiano a credere in una interpretazione cristiana della fede di Abramo.

Parte III. Le precomprensioni della fede cristiana e il libro Grammatica dell’assenso del Cardinale Newman
Nessuno si accosta a un testo scritto senza precomprensioni. Se questo è vero per qualsiasi testo scritto, lo è ancora di più per un testo religioso come la Bibbia. Ed è vero, in particolare, per il capitolo 22 della Genesi e per la sua interpretazione cristiana nell’epistola agli Ebrei. Sopra abbiamo notato che l’unico modo appropriato per una corretta interpretazione di Genesi 22 è quello che tiene conto del suo posto nel più ampio contesto della Scrittura. Infatti il sacrificio di Isacco da parte di Abramo per l’autore di Genesi 22 era da comprendersi in un contesto molto più ampio del testo stesso. Footnote E questo contesto più ampio comprende questioni di culto e di morale talmente importanti che Genesi 22 è stato al centro delle discussioni delle relazioni dell’uomo con Dio. Footnote Data la natura fondamentale delle questioni coinvolte in Genesi 22, è impossibile che il lettore si accosti a questo testo senza precomprensioni o preconcezioni. Tali precomprensioni possono essere quelle di un credente o di un non credente; ma, quale che sia la loro natura, esse sono presenti e tale presenza deve essere presa seriamente in considerazione, perché incide inevitabilmente nella interpretazione del testo biblico.
Sopra abbiamo notato, in funzione dell’ermeneutica contemporanea, che l’atteggiamento ermeneutico dipende da una scelta: il lettore sceglie il suo approccio al testo. Footnote Tale scelta, però, non avviene in un vuoto di valori: è inevitabile che alla base dell’atteggiamento ermeneutico del lettore ci siano le sue precomprensioni. Di conseguenza la scelta di un determinato atteggiamento ermeneutico deve essere valutato alla luce delle sue precomprensioni.
È in questo contesto che sembra appropriato il riferimento al libro di John Henry Newman, Grammatica dell’assenso, Footnote terminato dal Newman nel gennaio del 1870. Footnote L’intuizione fondamentale che permise all’autore di portare a termine il suo libro è quella che costituisce il nucleo del libro stesso: l’atto dell’assenso della persona umana non è il risultato di un atto riflesso che si chiama certezza, ma l’atto che risulta da una varietà di cause concomitanti che operano in ciò che il Newman chiama il “senso illativo”. Footnote Il senso illativo, per Newman, è l’uso personale della ragione per una questione concreta. Footnote Egli insiste sulla natura personale di tale uso della ragione, Footnote citando come autorità in questo senso Aristotele e la Scrittura. Footnote Data la natura personale di tale uso della ragione in riferimento a una realtà concreta, il ruolo della coscienza nella religione è per Newman inevitabile:
La grande maestra di religione che portiamo in noi è… la coscienza. Essa è la nostra guida personale; io me ne servo perché mi servo di me stesso; non potrei pensare con altra testa dalla mia, come posso respirare solo con i mie polmoni. Nessun altro mezzo di conoscenza è così alla mia portata. Footnote
Degno di nota è l’uso del termine “conoscenza” nell’ultima frase: in merito alla religione, la coscienza è uno strumento di conoscenza. Ne consegue che la Sacra Scrittura non è una pura raccolta di verità astratte, ma un insegnamento autorevole.
Le Scritture parlano in questo senso dalla prima all’ultima riga. La Rivelazione non è una pura raccolta di verità, o un testo filosofico o un testo dato al sentimento, allo spirito religioso, o una fiumana di massime morali… è un insegnamento autorevole che fa da testimone a se stesso e mantiene la sua unità in contrasto con la congerie d’opinioni ammassata tutto intorno; un insegnamento che parla a tutti gli uomini, sempre e ovunque nello stesso modo, ed esige d’essere ascoltato con intendimento da coloro a cui è rivolto: è una dottrina, una disciplina e una devozione largita direttamente dall’alto.Footnote
Questo punto di vista è, naturalmente, il risultato dell’uso da parte dello stesso Newman della propria coscienza come strumento di conoscenza. Egli giunge alla convinzione di questo senso globale grazie, in parte, alla guida personale della sua coscienza, e a tale convinzione egli dà un reale assenso. Footnote Newman conclude la sua opera presentando le ragioni per credere nella Chiesa cattolica come dono provvidenziale di Dio da accettare con fede. Footnote Una fede, comunque, che è associata a un insieme di probabilità che danno la certezza risultante dall’uso legittimo del senso illativo. Footnote

Conclusione
Siamo partiti con una presentazione, nella I Parte, di Genesi 22 con le sfide connesse con l’interpretazione. Date le espliciti connessioni con l’alleanza e il culto, è stata presentata un’esegesi basata sull’accettazione dell’alleanza e del culto come parte di quell’ordinamento religioso di cui l’Antico Testamento è una testimonianza scritta. È stato detto che la risposta appropriata a Genesi 22 è una risposta di fede, una fede che rispecchi quella del protagonista del racconto, Abramo. Il contenuto stesso di Genesi 22 suggerisce questa interpretazione di fede, ma si tratta di una lettura che considera la fede come causa conveniente, non come causa costringente. È stato anche detto che l’accettazione di Genesi 22 in uno spirito di fede è frutto di un’ermeneutica di libera scelta.
Nella II parte è stata suggerita un’interpretazione di Genesi 22 così come vista dall’autore dell’epistola agli Ebrei. Questa interpretazione ruota intorno alla fede di Abramo e al giuramento di Dio fatto allo stesso patriarca dopo che questi ha superato la prova. Il giuramento di Dio in Genesi 22, secondo l’autore di Ebrei, conferisce a Cristo un ruolo che trasforma la discendenza fisica di Abramo a un livello che trascende quello fisico e comprende così tutta l’umanità. Come nel testo originale di Genesi 22, anche nella sua interpretazione in Ebrei la fedeltà di Abramo diventa parte della benedizione espressa dal giuramento. L’interpretazione data dall’autore di Ebrei era vista in funzione della sua fede in Gesù Cristo. Ed è stato indicato come fosse opportuna una lettura del testo accompagnata dalla fede, ma, anche qui, la fede era considerata come il risultato di un’ermeneutica di libera scelta. La fede veterotestamentaria del credente ebreo era incorporata nella fede neotestamentaria del cristiano.
Infine, nella III parte, è stato fatto il tentativo di basare questa ermeneutica di scelta esegetica su un’ermeneutica di precomprensioni/preconcezioni esegetiche. Si è fatto riferimento al libro di John Henry Newman, Grammatica dell’assenso, per mostrare come il “senso illativo” proposto dall’autore fosse un elemento fondamentale per comprendere le precomprensioni di un credente cristiano (nel caso di Newman, del credente cattolico). Data l’importanza della coscienza nella formazione della precomprensione che sta alla base della fede cristiana, diventa qui ugualmente chiaro il ruolo della scelta morale.
Tutto sommato, è l’esegeta come persona a essere responsabile dell’atteggiamento ermeneutico per l’interpretazione di un determinato testo della Scrittura, prima di tutto in considerazione della precomprensione che guida la sua scelta verso un certo tipo di approccio, poi in considerazione della scelta stessa. È evidente che Genesi 22 presenta Abramo come uomo di fede; è evidente anche che l’epistola agli Ebrei presenta Abramo, in Genesi 22, come un uomo di fede, considerando Gesù Cristo come il compimento di quella fede. Ma se l’esegeta debba mettersi in sintonia o meno con questa fede è una questione che dipende dalla sua scelta, una scelta al tempo stesso remota e prossima.
Nell’attribuire un atteggiamento ermeneutico alla scelta personale, non bisogna dimenticare la tendenza del testo stesso: il testo stesso è un invito a condividere la fede dell’autore. È chiaro, dal modo in cui Genesi 22 è costruito e dal modo in cui l’epistola agli Ebrei considera Genesi 22 alla luce di Gesù Cristo, che gli autori di questi testi erano credenti e che li hanno scritti per altri credenti, attuali o potenziali. L’autore dell’epistola agli Ebrei parla spesso di “noi”, cioè di “noi credenti” (cf. 1,2; 2,3; 3,6; ecc.): è un credente, e credenti sono anche i suoi destinatari. Nel loro livello profondo questi testi invitano a condividere la fede dei loro protagonisti, non ad essere dei semplici spettatori di questa fede. Come osserva Kierkegaard in merito al testo biblico sull’obolo della vedova (Marco 12,41-44), accettare il racconto così com’è, cioè presupponendo la fede della vedova, trasforma l’offerta in qualcosa di “molto di più”. Questa è la sfida di Genesi 22, come appare sia nell’Antico che nel Nuovo Testamento.
… colui che con “simpatia” accetta il libro e gli riserva un posto d’onore, colui che, con “simpatia”, accettandolo, fa di questo libro, attraverso se stesso e attraverso la sua accoglienza, ciò che il tesoro fece del soldo della vedova: santifica l’offerta, gli dà significato, e la trasforma in “molto di più”. Footnote

 

«GUARDATE ALLA ROCCIA DA CUI SIETE STATI TAGLIATI»

http://www.usminazionale.it/2013_03/ko.htm

«GUARDATE ALLA ROCCIA DA CUI SIETE STATI TAGLIATI»

MARIA KO HA FONG

In un momento di depressione e di smarrimento del popolo d’Israele, il profeta Isaia lancia con fierezza questo invito: «Guardate alla roccia da cui siete stati tagliati, alla cava da cui siete stati estratti. Guardate ad Abramo, vostro padre, …» (Is 51,1-2). Il padre Abramo è garanzia di buona qualità, è prova della «radice santa » (cf Rm 11,16), è segno di speranza per il futuro, è motivo di fiducia e di coraggio.
Nell’Anno della fede accogliamo l’invito del profeta e guardiamo a questa roccia da cui anche noi cristiani siamo stati tagliati. Fissiamo lo sguardo a questo «nostro padre nella fede» (Rm 4,12) vissuto quattromila anni fa. Molto si è detto della fede
esemplare di Abramo. Paolo ne ha parlato con grande ammirazione (cf Rm 4,3.11.18; Gal 3,6-9), l’autore della Lettera agli Ebrei, nel solenne elogio della fede degli antenati, insiste particolarmente sulla fede di Abramo (Eb 11,8.17). Il Catechismo della Chiesa Cattolica lo vede modello per eccellenza: obbediente nella fede (nn. 143-147). Noi qui, rileggendo le pagine bibliche su Abramo, piuttosto che
sottolineare la sua risposta di fede, focalizziamo l’attenzione su come Dio, in modo mirabile, suscita la fede in questo nostro grande «padre di tutti i credenti».

L’amore sovrabbonda sul peccato
Nella Genesi la storia di Abramo è situata su uno sfondo cupo. Il racconto della vocazione (Gen 12) segue immediatamente quello della costruzione della torre di Babele (Gen 11), che segna il punto culmine del susseguirsi di peccati. Nonostante il grande amore di Dio, l’uomo gli volta le spalle e si allontana da lui. Attraverso una serie di eventi il male cresce e dilaga fino a delinearsi in dimensione universale.
Dal peccato di Adamo ed Eva al fratricidio di Caino, alla violenza di Lamech, alla malvagità irrefrenabile della generazione di Noè e all’orgoglio sfacciato dei costruttori della torre di Babele, gli anelli della catena del male s’infittiscono e diventano sempre più robusti.
L’amore di Dio però è più forte del peccato. Egli, giusto e misericordioso, pur castigando, ha dei gesti di tenerezza sorprendente: le tuniche di pelli con cui riveste Adamo e Eva (Gen 3,21), il segno di protezione imposto a Caino (Gen 4,15), l’arca di Noè (Gen 6,14ss) e l’arcobaleno (Gen 9,12-17). Sono tutte espressioni di un amore sorprendente e sovrabbondante, garanzie sicure che il creato può ancora avere un futuro bello, testimonianze incontestabili che tra delitto e castigo non c’è pura e semplice simmetria. Paolo dirà: «Dove è abbondato il peccato, ha sovrabbondato la grazia» (Rm 5,20).
Il Dio che ha creato la terra bella e buona e l’ha resa feconda per l’uomo non desiste dal suo progetto originario, nonostante la risposta «negativa dell’uomo al suo amore gratuito. Egli vuole ancora assicurare all’umanità felicità, dignità e libertà su questa terra. Egli è ancora amante della vita, ha ancora fiducia nell’uomo e nella sua potenzialità di bene. Per questo riprende il suo piano in termini nuovi con l’elezione di Abramo.
Con la costruzione della torre di Babele sembra che la rottura tra uomo e Dio e la perdita di unità dell’umanità siano ormai definitive, ma non è questa la fine della storia. Fra i gruppi dispersi c’è il clan di Terach, da cui Dio chiamerà Abramo come colui nel quale saranno benedette tutte le genti (Gen 12,3). Tra il racconto della torre di Babele e quello della chiamata di Abramo ci sono degli elementi in chiara contrapposizione. Gli uomini prendono l’iniziativa dicendo l’un l’altro: «Venite, facciamo mattoni…»; «Venite, costruiamo una città e una torre, la cui cima tocchi il cielo» (Gen 11,3), mentre Dio dice ad Abramo: «Vattene … verso il paese che io ti indicherò» (Gen 12,1). Il motivo della costruzione della torre è: «Facciamoci un nome per non disperderci su tutta la terra» (Gen 11,3); quello che Dio presenta ad Abramo invece è: «Renderò grande il tuo nome, … in te si diranno benedette tutte le famiglie della terra» (Gen 12,2-3). La conclusione dell’episodio di Babele è: «Il Signore disperse gli uomini su tutta la terra» (Gen 11,9), al contrario, quello della chiamata di Abramo: «In te si diranno benedette tutte le famiglie della terra» (Gen 12,3).

La promessa eccede i desideri
Il Signore disse ad Abramo: «Vattene dalla tua terra, dalla tua parentela e dalla casa di tuo padre, verso la terra che io ti indicherò» (Gen 12,1). Il Signore si presenta senza tanti preamboli, così farà anche con Mosè, con Samuele, con Isaia, Geremia e tanti altri personaggi biblici. Egli non si impone con il suo essere Creatore e Signore potente, ma si fa percepire come una presenza misteriosa, una forza attraente, un’apertura affascinante, una sfida che risveglia le energie, le risorse e gli aneliti dentro l’uomo. Egli incontra l’uomo nel momento esatto in cui l’uomo si sforza di essere uomo, cioè quando coltiva dentro di sé ideali autentici e lotta per realizzarli.
Abramo parte. Questa risposta all’invito di Dio non lo trasforma automaticamente in un uomo santo; semplicemente la sua vita assume un nuovo spessore, un nuovo senso, una nuova determinazione e s’impregna di una nuova presenza. Da nomade vagante nel mondo egli diventa cittadino della terra promessa. È noto il paragone che il filosofo Emmanuel Lévinas fa tra Ulisse e Abramo. Ulisse, alla fine di un lungo viaggio si ritrova nella sua stessa casa, al punto di partenza; Abramo invece, si mette in cammino affidandosi completamente a quella presenza misteriosa che lo precede, e alla fine si trova in una terra nuova, spazio di vita designato a lui e alla sua discendenza.
In fondo, per un nomade come Abramo, conducendo un’esistenza precaria e instabile ai margini dei grandi imperi del secolo XX a.C., il sogno più grande era di avere una vita sicura, una terra fertile, pascoli tranquilli, figli numerosi. Dio gli viene incontro proprio qui. Avviene così un abbraccio fra promessa divina e speranza umana. Entrando nei desideri e nei sogni dell’uomo, Dio non li soffoca, non li blocca, ma li dilata, li eleva. Con le sue promesse egli incoraggia l’uomo a trascendersi, a mirare più in alto. «Farò di te un grande popolo e ti benedirò,… in te si diranno benedette tutte le famiglie della terra» (Gen 12,2-3). La promessa di Dio eccede i desideri. Abramo intuisce che quello che lo attende va oltre la sua fragile vita, la sua breve storia, la sua piccola famiglia e i suoi timidi sogni di prosperità e sicurezza.

In alto e in avanti
Le promesse di Dio ad Abramo possono essere riassunte in queste parole: «Guarda in cielo e conta le stelle, se riesci a contarle» (Gen 15,5); «Alza gli occhi e dal luogo dove tu stai spingi lo sguardo verso il settentrione e il mezzogiorno, verso l’oriente e l’occidente» (Gen 13,14). Sono parole molto belle, simboliche, suggestive, poetiche; parole di amicizia e di fiducia. Il Signore invita il padre del suo popolo eletto ad uscire all’aperto, a guardare in alto e guardare in avanti. Dio dialoga con l’uomo nei larghi spazi dell’amore e della bellezza, non nell’angustia dei diritti e doveri. Egli vuole che i cittadini della sua terra abbiano uno guardo ampio e rivolto in alto, che siano capaci di affrontare l’infinito con il candore e la semplicità del bambino che si mette a contare le stelle.
I padri della Chiesa, riflettendo sulla dignità dell’uomo, fanno notare che a differenza degli animali, l’uomo ha il corpo eretto, lanciato verso l’alto e non strisciante per terra come il serpente, né curvo o piegato con la testa e lo sguardo verso il basso. Siamo creature fatte per guardare in alto, ma purtroppo non sviluppiamo a sufficienza questo dono. Assomigliamo più agli animali se non sappiamo guardare in cielo. Nel libro del profeta Osea il Signore dice con rammarico: «Il mio popolo è duro a convertirsi: chiamato a guardare in alto, nessuno sa sollevare lo sguardo» (Os 11,7). Nella liturgia eucaristica il celebrante, all’inizio della preghiera eucaristica, invita l’assemblea: «Sursum corda – In alto il vostro cuore!», perché è necessario avvicinarsi al mistero con il cuore in alto. Noi rispondiamo con tanta tranquillità e ovvietà: «Sono rivolti al Signore». È una risposta che non sempre corrisponde alla realtà. E sappiamo contare le stelle? La nostra vita è segnata da tanti numeri e codici e dobbiamo fare sempre dei conti. Cosa contiamo? Molti nostri contemporanei non sanno contare altro che il denaro. Il contare le stelle dice stupore, innocenza e semplicità, fantasia e bellezza, ampiezza di orizzonte, grandezza di cuore, speranza e gioia, senso ludico e poetico della vita.

Dio si compromette
La fiducia di Dio nell’uomo suscita la fiducia dell’uomo in Dio e in se stesso. La promessa di Dio all’uomo gli infonde gioia e gratitudine, coraggio e ottimismo, e lo spinge a donarsi con generosità agli altri. Così vediamo Abramo che abbandona tutto e parte secondo le indicazioni di Dio, innalza un altare in ringraziamento a Dio, tratta con generosità Lot, accoglie con amore gli ospiti, riceve il dono inatteso del figlio Isacco ed è pronto ad offrirlo in sacrificio, pur con immenso dolore. La promessa di Dio ha fatto grandi cose nel padre del popolo d’Israele.
C’è ancora di più. Dio non solo promette dei beni, ma si compromette personalmente, entra in una relazione più profonda, stabilisce legami di prossimità e di comunione, stringe un’alleanza con l’uomo. Egli dichiara: «Sarò il vostro Dio» (Gen 17,8). «Renderò grande il tuo nome e diventerai una benedizione» (Gen 12,1), promette ancora Dio ad Abramo. Ciò non significa che Dio, oltre ai beni materiali, garantisce gloria e fama al patriarca. Il nome di Abramo sarà reso grande e fonte di benedizione perché assunto da Dio stesso nel momento della sua autopresentazione. Dio ha voluto qualificarsi con il nome di Abramo, si è compiaciuto d’essere proclamato ed invocato «il Dio di Abramo» (Es 3,15). Qui sta la grandezza del nome di Abramo: è entrato a far parte del biglietto da visita di Dio. E qui sta soprattutto la grandezza di Dio, un Dio che non si vergogna di legarsi al nome, al volto, alla vita e alla storia delle sue creature, un Dio che si fida, si compromette, pur conoscendo la fragilità umana. L’autore della lettera agli Ebrei dice bene: «Dio non disdegna di chiamarsi loro Dio: ha preparato infatti per loro una città» (Eb 11,16).

Maria Ko Ha Fomg fma
Biblista
Via Cremolino, 141 – 00166 Roma

DOVE ABITA DIO ?

http://camcris.altervista.org/spurgeon11.html

DOVE ABITA DIO ?

di C. H. Spurgeon

Sermone esposto da Charles H. Spurgeon, domenica mattina 14 agosto 1859,

nella Music Hall, Royal Surrey Gardens, Londra.

« E in lui voi pure entrate a far parte dell’edificio, che ha da servire di dimora a Dio per lo Spirito » (Efesini 2:22).

Leggendo l’Antico Testamento notiamo che durante la dispensazione mosaica Dio aveva una dimora visibile tra gli uomini. La brillante nuvola che appariva tra le ali dei cherubini sovrastanti il propiziatorio e nel tabernacolo mentre Israele pellegrinava nel deserto e dopo, nel tempio, quando il popolo si stabilì nella propria terra, era la manifestazione visibile della presenza di Dio nel luogo consacrato al Suo culto. Ma ogni cosa della dispensazione mosaica era un tipo, una figura, una serie di ombre, delle quali l’Evangelo è la realtà e la sostanza. È triste, tuttavia, constatare che spesso nei nostri cuori abbiamo ancora molto del vecchio giudaesimo, al punto che, frequentemente, torniamo ai vecchi e meschini elementi della legge, invece di proseguire e considerarli un tipo di qualcosa di spirituale e di celeste al quale dovremmo aspirare. È penoso in questo nostro secolo ascoltare come la gente parla degli edifici religiosi; avrebbero fatto molto meglio ad aderire immediatamente al credo giudaico. Ricordo di aver ascoltato un sermone sul testo: « Se uno guasta il tempio di Dio, Iddio guasterà lui » e la prima parte del sermone consisteva in una puerile maledizione contro chiunque avesse osato commettere un atto profano nel cortile della chiesa, o se avesse appoggiato il palo di una tenda durante la fiera della settimana seguente contro qualche parete di quell’edificio che mi sembrò come l’idolo dell’uomo che occupava il pulpito. Esiste da qualche parte un luogo santo? C’è un luogo sulla terra dove Dio abiti in modo particolare? Io non l’ho mai incontrato. Ascoltate le parole di Gesù: « Credimi, l’ora vene che né su questo monte né a Gerusalemme adorerete il Padre… Ma l’ora viene, anzi è già venuta, che i veri adoratori adoreranno il Padre in spirito e verità; poiché tali sono gli adoratori che il Padre richiede ».
Ricordate le parole dell’apostolo Paolo ad Atene: « Il Dio che ha fatto il mondo e tutte le cose che sono in esso, essendo Signore del cielo e della terra, non abita in templi fatti da opera di mano ».
Quando la gente parla di luoghi santi sembra ignorare il significato vero di ciò che dice. Può mai la santità abitare in mattoni e malta? Può esistere mai un campanile santo? Può accadere che esistano nel mondo una finestra moralmente elevata ed una porta santa? Rimango incredulo e sorpreso, anzi totalmente stupito se penso a quanto confuse sia la mente di coloro che attribuiscono virtù morali a mattoni e malta, a pietre e vetrate ornate. Quanto è profonda questa consacrazione e quanto elevata? Ogni cornacchia che vola su quell’edificio acquista una certa solennità? Quello di cui stiamo parlando è, se trattiamo l’argomento in maniera più approfondita, un errore nel quale possiamo cadere, ma è un errore talmente stravagante per cui tutti possiamo facilmente commetterlo. Abbiamo rispetto per i nostri semplici locali di culto, ci sentiamo confortevoli quando, in un modo o in un altro, pensiamo che il luogo deve essere santo.
Perciò, con grande decisione ed indipendenza di pensiero abbandoniamo per sempre l’idea che la santità è connessa con qualsiasi cosa che non sia un agente cosciente ed attivo. Abbandoniamo totalmente tutte le superstizioni collegate ai luoghi. Un luogo è altrettanto consacrato che un altro e dovunque ci raduniamo con vero cuore per adorare Dio, quel luogo diviene per quell’occasione la casa di Dio. Per quanto possa essere considerato con grande rispetto religioso, quel luogo, quando non c’è un cuore devoto che adora Dio, non è la casa di Dio; può essere una casa di superstizione, ma non la casa di Dio. Ma qualcuno obietterà: « Dio dovrà pur avere una dimora, il nostro testo non l’afferma? » Sì, certamente e di quella dimora parleremo. Esiste una casa di Dio; non è una struttura inanimata ma un tempio spirituale e vivente: « In lui », cioè in Cristo, « voi pure entrate a far parte dell’edificio, che ha da servire di dimora a Dio per lo Spirito ». La casa di Dio è edificata con pietre viventi di uomini e donne convertite. La Chiesa di Dio, che Cristo ha acquistato col proprio sangue, questo è l’edificio divino e la struttura nella quale Dio dimora anche oggi. Vorrei, tuttavia, fare una considerazione riguardante i luoghi nei quali offriamo il culto. Essi non posseggono una santità superstiziosa connessa con le strutture, ma nello stesso tempo esiste un tipo di sacralità collegata con la comunione con Dio. In qualsiasi luogo dove Dio ha benedetto l’anima mia, credo che sia nient’altro che la casa di Dio e la porta del cielo. Non perché le pietre siano santificate, ma perché mi sono incontrato con Dio ed il ricordo che ne ho lo rende consacrato per me. Quel luogo dove Giacobbe si adagiò per dormire, che era in quella circostanza la sua camera di riposo, fu per lui non altro che la casa di Dio. Spero che abbiate delle stanze nella vostra casa e « camerette », che sono più sacre di una qualsiasi maestosa cattedrale con le punte slanciate verso il cielo. Dove c’incontriamo con Dio si manifesta questa sacralità, non è il luogo ma la comunione con Lui. Dove restiamo in comunione con Dio e dove Egli stende il Suo braccio, sia questo luogo una capanna o un filare o una brughiera o una montagna, diviene per noi la casa di Dio; il luogo è immediatamente consacrato, non però per considerarlo con riverenza superstiziosa, ma soltanto consacrato nel ricordo delle ore benedette che lì abbiamo speso in preziosa comunione con Dio.
Lasciando da parte queste considerazioni permettetemi di introdurvi nella casa che Dio ha costruito per la Sua dimora. Considereremo la Chiesa prima di tutto come un edificio, poi come una dimora ed infine come un tempio.
Consideriamo, prima di tutto, la Chiesa come un EDIFICIO e chiediamoci che cos’è una chiesa, che cos’è la Chiesa di Cristo? Una setta riserva per sé il titolo di chiesa mentre un’altra denominazione con veemenza lotta per appropriarsene, ma non appartiene a nessuno di noi. La Chiesa di Dio non è composta da alcuna denominazione umana particolare, ma da coloro i cui nomi sono scritti nel libro dell’eterna elezione divina; da coloro che sono stati acquistati da Cristo sulla croce, che sono stati chiamati da Dio mediante lo Spirito Santo e che, essendo stati vivificati da quello stesso Spirito, sono partecipi della vita di Cristo e divengono membri del Suo corpo, della Sua carne, delle Sue ossa. Queste si trovano in ogni denominazione, tra ogni tipo di cristiani, alcuni lontani, dei quali neanche sogniamo l’esistenza. Troviamo qui e là, come per caso, un membro della Chiesa di Cristo, senza alcun contatto con una setta in particolare, lontano dai suoi fratelli, non avendone neppure conosciuto l’esistenza e che pur tuttavia ha conosciuto Cristo, perché la vita di Cristo è in lui. Questa Chiesa di Cristo, il popolo di Dio, in tutto il mondo, con qualsiasi nome sia essa conosciuta è nel nostro testo paragonata ad un edificio nel quale Dio dimora.
Permettetemi una piccola allegoria riguardante questo edificio. La Chiesa non è un mucchio di pietre collegate insieme, è un edificio. Il suo architetto l’ha progettato anticamente. Immagino di scrutare nell’eternità e vederlo disegnare il primo schizzo. « Qui », dice nella Sua sapienza eterna, « ci sarà la pietra angolare e lì il pinnacolo ». Lo vedo stabilire la lunghezza e la larghezza della costruzione e le porte con eccezionale abilità, progettando ogni particolare senza lasciare neanche una piccola parte non disegnata. Lo immagino, quel potente architetto, mentre sceglie personalmente ogni pietra dell’edificio, stabilendone la grandezza, la forma e perfino la posizione che deve occupare, se dovrà brillare sulla facciata o nascosta nel retro o sepolta al centro del muro. Immagino non soltanto il progetto di massima, ma tutti i particolari, tutti in ordine, stabiliti da un patto eterno, che è il piano divino del potente architetto sul quale la chiesa doveva essere costruita. Scrutando ancora, vedo quell’Architetto scegliere la pietra angolare. Guarda in cielo e ci sono gli angeli, quelle pietre lucenti, osserva ciascuno di loro, ma dice: « Nessuno di loro è adatto. Debbo trovare una pietra angolare che sostenga il peso dell’edificio, perché tutto deve poggiarvi sopra ».
Tuttavia, già nell’eternità bisognava trovare una pietra e doveva essere presa dalla stessa cava delle altre. Dove doveva esser trovata? Dove era l’uomo adatto per fungere da pietra angolare di tale maestoso edificio? No, né gli apostoli, né i profeti, né i dottori erano adatti. Messi tutti insieme sarebbero stati come un fondamento di sabbia e la casa avrebbe vacillato e sarebbe caduta. Ecco come la mente divina risolse il caso: « Dio diverrà uomo, vero uomo, Egli sarà della stessa sostanza delle altre pietre del tempio, ma sarà anche Dio e perciò forte abbastanza per portare il peso di quest’immensa struttura la cui cima raggiungerà il cielo ». Immagino di vedere la posa in opera della pietra del fondamento; si assisterà ad una manifestazione di giubilo? No, vi sarà del pianto. Gli angeli si radunano intorno alla pietra che è stata posta, ed ecco gli angeli piangono, le arpe del cielo sono coperte di sacco e non si ode alcun canto. Avevano cantato di gioia quando il mondo fu creato, perché non cantano ora? Guardate e ne comprenderete la ragione. Quella pietra è imbevuta di sangue, quella pietra angolare deve essere coperta di sangue. Quel cemento vermiglio che esce dalle vene sante deve saturarla. Lì è deposta la prima pietra dell’edificio divino. Cominciate di nuovo a cantare o angeli del cielo. La pietra del fondamento è posta, la cruenta cerimonia è completata ed ora da dove raccoglieremo le pietre per costruire questo tempio? La prima pietra è al suo posto, dove sono le altre? Scaveremo ai lati del Libano? Cercheremo queste pietre preziose delle cave di marmo dei re? NO, dove correte voi operai di Dio? Dove andate? Dove sono le cave? Essi rispondono: « Andremo a scavare nelle cave di Sodoma e Gomorra, nella profondità della peccaminosa Gerusalemme, in mezzo alla Samaria errante ». Li vedo togliere il terriccio, mentre scavano profondamente nella terra e alla fine giungono a quelle pietre; ma quanto sono grezze e ruvide, quanto sono dure, quanto irregolari. Sì, ma sono le pietre elette da tanto tempo con un patto e queste devono essere le pietre e non altre. Devono essere modificate, devono essere raccolte, lavorate allo scalpello, lucidate ed infine messe al loro posto. Vedo gli operai all’opera. La dura scure della legge le taglia e poi viene il cesello lucidatore dell’Evangelo. Vedo le pietre messe al loro posto e la Chiesa che è edificata. I ministri come saggi costruttori corrono intorno al muro per mettere ogni pietra spirituale al suo posto; ogni pietra è poggiata sulla grande pietra angolare e ogni pietra dipende dal sangue e trova sicurezza e forza in Gesù Cristo, la Pietra angolare « eletta e preziosa ». Non vedete anche voi l’edificio che si va innalzando, ed ognuno degli eletti da Dio sono raccolti, chiamati per grazia e vivificati? Notate come le pietre viventi con amore santo ed in sacra fratellanza sono collegate insieme? Siete mai entrati in quell’edificio per vedere come quelle pietre poggiano una sull’altra portando il peso una dell’altra e così adempiendo la legge di Cristo? Considerate come la Chiesa ami Cristo e come i suoi membri si amino? Come prima di tutto la Chiesa è legata alla Pietra angolare ed ogni pietra unita a quella più prossima e la prossima alla vicina finché l’edificio diventa un’unità? Ecco, la struttura si eleva ed alla fine è completata. Ed ora aprite bene gli occhi vostri e mirate quale glorioso edificio è la Chiesa di Dio. Gli uomini parlano dello splendore delle loro architetture, questa è veramente architettura. Non secondo i modelli greci o gotici, ma secondo il modello del santuario che Mosè vide sul monte santo. C’è stata mai struttura tanto attraente come questa, pulsante di vita in ogni atomo? Su ogni pietra ci sono sette occhi e tutte sono piene d’occhi e di cuori. Era stato mai pensato un edificio così massiccio costituito da anime, una struttura formata da cuori umani? Non c’è altra abitazione per il riposo che quella del cuore. Lì l’individuo può trovare pace col suo simile; ma c’è una casa dove Dio si diletta di abitare, costruita con cuori viventi che pulsano d’amore santo; costruita con anime redente, scelte dal Padre, acquistate dal sangue di Gesù Cristo. La parte superiore di questo edificio è in cielo, una parte dei credenti dimora già oltre le nuvole. Molte delle pietre viventi dimorano ora nel pinnacolo del paradiso. Noi invece siamo qui, ma la costruzione s’innalza, la muratura sacra diviene sempre più imponente, mentre anche la pietra angolare si eleva, così tutti noi edifichiamo finché alla fine l’intera struttura dalle sue fondamenta, fino al pinnacolo, raggiungerà il cielo e vi rimarrà per sempre: la nuova Gerusalemme, il tempio della maestà di Dio.
Riguardo a questo edificio desidero fare qualche altra considerazione prima di passare al punto successivo. Quando gli architetti progettano un edificio commettono degli errori nel formularne il piano. I più diligenti omettono qualche particolare ed altri più dotati scoprono che qualcosa è sbagliato. Ma notiamo che la Chiesa di Dio è costruita secondo regole precise, con compasso e con regoli ed alla fine non si potrà trovare alcun errore. Forse fratello sei una pietra piccina nel tempio e pensi che avresti dovuto essere più grande. Però, non è stato commesso alcun errore. Hai un solo talento: è abbastanza, se ne avessi due rovineresti la costruzione. Forse sei stato messo in un angolo, nascosto e dici a te stesso: « Oh, se fossi in una posizione preminente ». Invece, se fossi maggiormente in evidenza staresti fuori posto ed una pietra fuori posto nell’architettura tanto delicata come quella divina, rovinerebbe tutto. Ti trovi dove dovresti essere e restaci. Siine certo non c’è un errore. Quando infine percorreremo la via intorno alle mura dell’edificio, noteremo le torri ed ognuno sarà indotto ad esclamare: « Quanto è gloriosa Sion! ». Quando i nostri occhi saranno illuminati ed i nostri cuori istruiti, ogni parte di questo edificio riceverà la nostra ammirazione. La pietra più alta non è il fondamento, né quest’ultimo può stare in cima. Ogni pietra è della forma giusta, del giusto materiale e la struttura intera si adatta perfettamente al suo scopo: la gloria di Dio, il tempio dell’Altissimo. In quest’edificio di Dio si riconosce la Sapienza infinita.
Bisogna riconoscere anche un altro particolare: la sua forza inespugnabile. Quest’abitacolo di Dio, questa casa non è il prodotto di mano d’uomo, ma è l’edificio di Dio che è stato attaccato spesso, ma mai espugnato. Moltitudini di nemici hanno assalito i suoi antichi bastioni, ma li hanno attaccati invano: « I re della terra si ritrovano e i principi si consigliano assieme » ma che cosa è accaduto? Si sono coalizzati contro a lei, ognuno di loro con uomini potenti, ognuno con la sua spada sguainata, ma che cosa è successo? L’Eterno li ha dispersi. Come neve dispersa sui monti da una tempesta improvvisa, così si sono dileguati, o Dio e si sono sciolti davanti all’alito delle nostre narici.
La Chiesa non è in pericolo e non lo sarà mai. Vengano anche i nemici ma può resistere. La sua maestosa staticità, il suo silenzio come roccia li spinge a sfidarla. Vengano ora e siano distrutti, si scaglino pure contro di lei ed imparino che quella è la via per la loro immediata distruzione. Ella è salva e sarà salva fino alla fine. Perciò, questo possiamo affermare riguardo alla sua struttura, è costruita con sapienza infinita ed è sicuramente inespugnabile.
Infine, è gloriosa nella sua bellezza. Non è mai esistita una costruzione simile. Gli occhi si possono rallegrare dall’alba al tramonto, rimirandola per poi iniziare di nuovo. Gesù stesso si diletta in lei. Dio si è compiaciuto nell’architettura della Sua Chiesa; Egli si è rallegrato della Chiesa come non ha mai fatto del mondo. Quando Dio creò il mondo, elevò i monti e scavò i mari. Coprì le vallate con l’erba, creò tutti gli uccelli del cielo e tutte le bestie della campagna e fece l’uomo alla Sua propria immagine. Quando gli angeli videro il risultato, cantarono insieme e si rallegrarono, ma Dio non cantò. Non c’era un tema tanto importante per cantare per Lui che è « Santo, Santo, Santo ».
Egli poté soltanto dire che « era molto buono », era però la bontà dell’idoneità non quella della santità. Ma quando Dio edificò la Chiesa allora cantò e quello è da considerare uno dei passi più straordinari di tutta la Bibbia, quando Dio è descritto mentre canta: « L’Eterno il tuo Dio, è in mezzo a te, come un potente che salva; egli si rallegrerà con gran gioia per via di te, si acquieterà nell’amor suo, esulterà per via di te con gridi (canti) di gioia » (Sofonia 3:17). Fratelli, pensate a Dio stesso che rimirando la Sua Chiesa, così bella e preziosa nella sua struttura, si rallegra e manda canti di gioia per l’opera Sua, mentre ogni pietra è messa al suo posto. La Divinità stessa canta. È stato mai composto un canto simile a quello? Oh, cantiamo, esaltiamo insieme il nome di Dio, lodate Colui che loda la Chiesa, costituita come Sua dimora particolare!
Ma la vera gloria della Chiesa di Dio consiste nel fatto che non soltanto è un edificio, ma è una DIMORA. Possiamo notare una grande bellezza in una struttura inabitata, ma rimane sempre una venatura di malinconia. Viaggiando nel nostro paese, spesso incontriamo qualche torre smantellata o qualche castello diroccato. Sono costruzioni attraenti. ma non c’è segno di gioia, anzi soltanto qualche dolorosa riflessione. Chi desidera osservare dei palazzi desolati? Chi ama vedere la terra svuotata dei suoi figli e le sue case senza abitanti? C’è però gioia in una casa illuminata ed ammobiliata, dove si sentono le grida dei fanciulli. Diletti, la Chiesa di Dio ha questa particolarità della quale gloriarsi, che è una casa abitata, che è la dimora di Dio per lo Spirito. Quante chiese sono soltanto case ma non dimore! Potrei presentarvi una chiesa di Dio formale, che è stata costruita con squadra e compasso, ma il suo modello ha copiato qualche credo antico, non la Parola di Dio. È precisa nella sua disciplina, secondo le proprie norme ed accurata in tutte le osservanze secondo il proprio modello. Quando entrate a far parte di quella chiesa, la cerimonia è imposta, l’intero culto forse vi attrae per un pò, ma uscirete da quel luogo consci che non avete incontrato la vita di Dio, che è una casa, ma senza inquilino. Può essere una chiesa professante, ma non è dimora del Santo; è una casa vuota che presto sarà dilapidata e cadrà. Temo che questa sia la fine di molte nostre chiese, istituzionalizzate o indipendenti. Esistono troppe chiese che non sono altro che un mucchio di formalismo morto e deprimente, dove non v’è la vita di Dio. Potete andare ad adorare con tali persone, giorno dopo giorno e il vostro cuore non palpiterà mai, il vostro sangue non scorrerà mai più velocemente nelle vostre vene, l’anima vostra non sarà mai arricchita, perché si tratta di una casa vuota. L’architettura dell’edificio può essere attraente, ma essendo vuota è soltanto un deposito; non c’è una mensa apparecchiata, non c’è gioia, non è stato « ucciso il vitello ingrassato », non c’è il canto di allegrezza. Diletti facciamo attenzione che anche le nostre comunità non divengano così, che non diveniamo un insieme di persone senza vita spirituale e di conseguenza case disabitate, perché Dio non le abita più. Ma una vera chiesa, che è visitata dallo Spirito di Dio, dove la conversione, l’istruzione e la devozione sono ugualmente presenti per l’influenza vitale e propria dello Spirito Santo: una Chiesa siffatta è la dimora di Dio.
Consideriamo ora questo amabile tema. Una chiesa costituita d’anime viventi è la dimora propria di Dio. Cosa voglio affermare? Una casa è il luogo dove un individuo trova serenità e si ristora. Fuori combattiamo col mondo, là abbiamo ogni nervo in tensione per mantenere la rotta in mezzo ad un mare in tempesta e non essere trascinati via. Fuori, tra la gente, incontriamo coloro che parlano un linguaggio diverso dal nostro, che spesso, rapidamente, colpiscono e feriscono i nostri cuori. Perciò dobbiamo stare in guardia e spesso ripetiamo: « L’anima mia è in mezzo ai leoni, dimora tra gente che vomita fiamme ». Nel mondo che ci circonda abbiamo poco riposo, ma finita la giornata andiamo a casa e qui troviamo requie. Il nostro corpo è ristorato. Mettiamo da parte l’armatura che abbiamo indossato e non combattiamo più. Non abbiamo davanti a noi dei visi estranei, ma occhi benevoli che ci guardano. Non udiamo più un linguaggio tanto oltraggioso ai nostri orecchi. L’amore si esprime e noi rispondiamo. La nostra casa è il luogo del nostro ristoro, del nostro conforto, del nostro riposo. Dio ha definito la Chiesa la Sua dimora, la Sua Casa. Notatelo dall’esterno. Egli utilizza i tuoni e fa udire la sua voce sulle acque. AscoltateLo perché la Sua voce « spezza i cedri del Libano » e « fa partorire le cerve ». RimirateLo quando va alla guerra, guidando il carro della Sua potenza, Egli scaccia gli angeli ribelli dai bastioni del cielo giù nella profondità dell’abisso. RimirateLo come si eleva nella maestà della Sua forza! Chi è Costui così glorioso? È Dio Altissimo e tremendo. Ma rimirateLo mentre mette da parte la Sua spada fiammeggiante, non porta più il Suo arco. Egli torna a casa. I Suoi figli sono intorno a Lui. Si acquieta e si riposa. Non pensate che vada oltre nella descrizione. Egli si riposa nel Suo amore, trova pace nella Sua Chiesa. Non è più un fuoco consumante, un terrore ed una fiamma. Ora è amore e amabilità, dolcezza e canto. Quanto è bella l’immagine della Chiesa come Casa di Dio, il luogo dove Egli si compiace: « Poiché l’Eterno ha scelto Sion, l’ha desiderata per sua dimora. Questo è il mio luogo di riposo in eterno, qui abiterà, perché l’ho desiderata » (Salmo 132:13).
Inoltre, la casa è il luogo dove l’individuo dimostra la sua vera personalità. Se incontrate un uomo al mercato, parla con decisione, sa con chi sta trattando ed agisce come con una persona qualunque. Ma, quando lo vedrete parlare con i suoi figli a casa, direte: « È differente, non posso credere che sia la stessa persona ». Osservate il professore in cattedra mentre istruisce i suoi alunni e notate la sua decisione quando parla d’argomenti difficili. Ma non crederete che sia la stessa persona, quando alla sera metterà i suoi piccini sulle ginocchia e racconterà loro delle favole o ripeterà le « ninna nanna » della fanciullezza. Ed è proprio cosi. Guardate al re che cavalca sul suo destriero in grande pompa, migliaia sono intorno a lui e le acclamazioni giungono al cielo. Quale portamento maestoso. È proprio un monarca in ogni sua fibra, si eleva al di sopra delle moltitudini. Ma lo avete mai visto a casa? Allora è proprio come tutti gli altri uomini; ha i suoi piccini attorno a sé, sta sul pavimento e gioca con loro. Ma è questo il re? Sì! Perché non agisce così nel suo palazzo o per le strade? Perché non è nella sua dimora privata. Soltanto là un uomo esprime totalmente se stesso.
È così anche del nostro glorioso Dio: nella Sua Chiesa è dove manifesta Se stesso e non nel mondo. Un individuo comune punta il proprio telescopio verso il cielo, vede la gloria di Dio nelle stelle e dice: « O Dio quanto sei infinito! ». Con devozione rimira il mare e osserva anche le sue tempeste e dice: « Ecco la potenza e la maestà della divinità ». L’anatomista seziona, analizza e scopre in ogni parte del corpo umano la saggezza divina ed esclama: « Quanto è sapiente Dio! ». Ma è soltanto il credente che in ginocchio nella sua stanza può dire: « Mio Padre ha fatto tutto questo » e continuare: « Padre nostro che sei nei cieli sia santificato il Tuo nome ». Vi sono cose sublimi che Dio comunica alla Sua Chiesa e che invece non dona ad altri. È lì che prende i Suoi figli in seno; è lì che apre il Suo cuore e permette ai Suoi di conoscere le fonti dell’anima Sua infinita e tutta la potenza del Suo affetto. Non è forse dolce il pensiero di Dio a casa con i Suoi familiari, felice nella Sua casa, la Sua Chiesa?
Mi colpisce, però, anche un’altro pensiero. La casa di un uomo è la sede di tutto quello che fa. Ecco una grande fattoria, costituita da costruzioni rurali, capanne e pagliai, ma nel mezzo c’è la dimora del padrone, il centro di tutta l’attività. Non importa quanto sia grande il raccolto di frumento, tutto quello che si produce va nei magazzini della casa. È per il mantenimento della famiglia che il padrone porta avanti la propria attività. Potrai sentire il muggito delle mandrie e potrai contare tutte le pecore sparse sulle colline, ma la lana viene portata a casa e tutte le mammelle producono latte per i figli di quella famiglia, perché la dimora del padrone è al centro di tutto. Ogni rivolo d’industriosità scorre verso il quieto lago della famiglia. Non è la Chiesa di Dio il centro dell’opera Sua? Egli agisce fuori nel mondo, opera qua e là, ovunque, ma tutta la Sua attività verso cosa tende? Verso la Chiesa. Perché Dio ricopre d’abbondanza i colli? Per cibare il Suo popolo. Verso quale scopo rivolge la Sua provvidenza? Perché muta le guerre e le tempeste in pace e calma? Per la Sua Chiesa! Nessun angelo si mette in movimento se non ha una missione per la Chiesa. Questa può manifestarsi direttamente o indirettamente ma è sempre per quell’unico fine. Non c’è un arcangelo che adempia i piani dell’Altissimo, senza portare sulle sue larghe ali la Chiesa e trasportare i Suoi figli, perché non inciampino in alcuna pietra. I depositi di Dio sono per la Sua Chiesa. Le profondità dove sono nascosti i tesori delle ricchezze infinite di Dio, sono tutti per il Suo popolo. Non c’è nulla che Egli possieda, dalla corona risplendente alle ricchezze nascoste sotto il Suo trono, che non siano per i Suoi redenti. Tutte le cose concorrono e cooperano al bene della Chiesa eletta da Dio, che è la Sua casa: la Sua dimora quotidiana. Sono certo che se continuerete a meditare su questa benedetta realtà scoprirete quanto sia prezioso questo fatto sublime che, come la casa è il centro d’ogni cosa, così la Chiesa è il centro di tutto ciò che Dio compie e possiede.
Un’altra considerazione ancora. Una cosa può essere detta con una certa sicurezza, che siamo in molti ad essere uomini di pace e non ci piace prendere la spada. Alla prima vista del sangue ci sentiamo male, siamo esseri pacifici, non siamo favorevoli alla lotta e alla guerra. Ma se l’individuo più pacifico immagina che l’invasore è sbarcato sulle nostre coste, che le nostre case sono in pericolo e che saranno saccheggiate dal nemico, tutta la nostra opposizione alla guerra finirebbe e mi chiedo se ci sarebbe qualcuno tra noi non disposto a prendere le armi per fermare il nemico. Al grido: « I nostri cuori e le nostre case », combatteremmo contro l’invasore. Non vi sarebbe potere tanto forte da paralizzare le nostre braccia e fino a che non cadremmo morti, combatteremmo per le nostre case; nessun ordine tanto severo potrebbe fermarci, spezzeremmo ogni legame ed il più debole tra noi diventerebbe un gigante e le nostre donne delle eroine nel giorno della difficoltà. Ogni mano troverebbe un’arma per frenare l’invasore. Amiamo le nostre case e le difendiamo. Ora consideriamo la Chiesa come la casa, la dimora di Dio. Non la difenderà Egli stesso? Permetterà che la Sua dimora sia saccheggiata e tormentata? Sarà il cuore del Divino macchiato dal sangue dei Suoi figli? Può essere mai che la Chiesa sia vinta, la sua struttura distrutta e la sua pacifica dimora data in balia del fuoco e della spada? No, mai, finché Dio ha un cuore amorevole e fino a che chiama il Suo popolo la Sua casa, la Sua dimora. Venite rallegriamoci in questa sicurezza, sia pur tutto il mondo in guerra, noi dimoriamo in pace, perché il Padre nostro è in casa, nella Sua dimora ed Egli è Dio Onnipotente. Vengano pure contro di noi, non temiamo, il Suo braccio li vincerà, l’alito delle Sue narici li distruggerà, una parola li annienterà, essi si scioglieranno come grasso di montone, « come grasso d’agnelli saranno consumati e andranno in fumo ». Tutte queste considerazioni mi fanno credere che la Chiesa sia la dimora di Dio.
Infine la Chiesa sta divenendo IL GLORIOSO TEMPIO DI DIO. Non appare ancora così oggi, ma lo sarà. Questa preziosa realtà è stata già menzionata. La Chiesa di Cristo s’innalza oggi e continuerà ad innalzarsi fino a raggiungere « il monte della Casa dell’Eterno (che) si ergerà sulla vetta dei monti e tutte le nazioni affluiranno ad esso. Molti popoli v’accorreranno e diranno: Venite saliamo al monte dell’Eterno » ed adoriamoLo. Allora la gloria della Chiesa comincerà. Quando questa terra passerà, quando i monumenti degli imperi saranno dissolti e si scioglieranno come lava ardente, allora la Chiesa sarà rapita nelle nuvole e poi sarà esaltata nel cielo stesso, per divenire un tempio che occhio non ha mai veduto.
Ora, fratelli, sorelle, in conclusione: se la Chiesa di Dio è la dimora di Dio, che faremo tu ed io? Dobbiamo cercare ardentemente d’essere parte del tempio nel quale dimora il Suo grande Abitatore. Non contristiamo lo Spirito Santo, altrimenti lascia la Sua chiesa per un pò, ma soprattutto non siamo degli ipocriti altrimenti non prenderà dimora nei nostri cuori. Se la Chiesa è il tempio e la dimora di Dio, non la contaminiamo. Se contaminiamo noi stessi guastiamo la Chiesa, perché il tuo peccato, se sei un membro della Chiesa, è il peccato della Chiesa. L’impurità di una pietra in un edificio rovina tutta la sua perfezione. Vigiliamo per essere santi come Egli è santo. Il tuo cuore non divenga la dimora di Beliar. Non pensare che Dio ed il diavolo possano abitare nella stessa dimora. Donati totalmente a Dio. Cerca di più il Suo Spirito, affinché come una pietra vivente possa essere completamente consacrato. Non essere mai contento finché non senti in te la perpetua presenza del divino Inquilino che dimora nella Sua Chiesa. Benedica Dio ogni pietra vivente del Suo tempio. E voi che ancora non siete stati liberati dal peccato, prego che la grazia divina v’incontri e possiate essere rinnovati e convertiti e alla fine essere « partecipi dei santi nella luce ».

CRISTO È LO SPAZIO NEL QUALE IO VENGO AMATO DA DIO – Rom. 8,28-39; Sal. 136; Lc. 24, 13-35

http://www.collevalenza.it/CeSAM/08_CeSAM_0170.htm

CRISTO È LO SPAZIO NEL QUALE IO VENGO AMATO DA DIO – Rom. 8,28-39; Sal. 136; Lc. 24, 13-35

Anton Schlembach*

Omelia di Schlembach S.E. Mons. Anton, vescovo di Speyer (Germania), nella concelebrazione da lui presieduta, commentando: Rom. 8,28-39; Sal. 136; Lc. 24, 13-35

Nei nostri giorni si diffonde nel mondo occidentale un’atmosfera piuttosto di pessimismo. Poiché le ideologie del progresso non sono più convincenti prevale uno spirito e un atteggiamento di rassegnazione.
L’angoscia del futuro scuote tanti uomini al punto che non pochi ormai disperano dell’avvenire del mondo e dell’umanità. Il rifiuto di trasmettere la vita umana è uno degli inizi di questa situazione.
Il messaggio paolino nella lettura odierna è in contrasto con questo spirito della nostra epoca postmoderna. Esso è percorso da un ardito ottimismo. E infonde l’ottimismo cristiano della fiducia pasquale.
« Noi sappiamo che tutto concorre al bene di coloro che amano Dio » sono le prime parole della lettura.
Noi sappiamo – dice San Paolo. E’ la convinzione di fede che possiede una certezza assoluta, anche se non la si può dimostrare agli altri con evidenza. Questa conoscenza viene testimoniata con la parola e con la vita e si rivela come forza portante persino nella morte. Non è tanto una conoscenza di dati ma della prospettiva e dell’orizzonte che danno senso alla nostra esistenza e alla realtà cosmica.
« Noi sappiamo che tutto concorre al bene di coloro che amano Dio ». Che uomini sono quelli che amano Dio?
Sono gli uomini che credono in Dio, perché la fede è la promessa dell’amore e l’amore è il compimento della fede.
Sono allora gli uomini che si sono aggrappati a Dio; che percorrono il cammino della loro vita insieme con Dio; che prestano ascolto a Dio; che ubbidiscono a Dio; che parlano con Dio; che si affidano a Dio senza riserve, senza condizioni e senza limiti nella vita e nella morte. Sono gli uomini che con il loro cuore affidano al cuore di Dio se stessi, i loro fratelli e tutta la creazione.
Per questi « tutto concorre al bene ». Tutto senza escludere nulla. Nella seconda lettera ai Corinzi l’apostolo enumera situazioni che sembrano contraddire questa certezza. Egli parla di fatiche, di prigione, di percosse. Egli scrive: « Cinque volte dai Giudei ho ricevuto i trentanove colpi; tre volte sono stato battuto con le verghe, una volta sono stato lapidato, tre volte ho fatto naufragio, ho trascorso un giorno e una notte in balia delle onde. Viaggi innumerevoli, pericoli di fiumi, pericoli di briganti, pericoli dai miei connazionali, pericoli dai pagani, pericoli nella città, pericoli nel deserto, pericoli sul mare, pericoli da parte di falsi fratelli; fatica e travaglio, veglie senza numero, fame e sete, frequenti digiuni, freddo e nudità. E oltre a tutto questo, il mio assillo quotidiano, la preoccupazione per tutte le chiese » (cf. 11, 23-28). San Paolo ha visto da vicino la morte di frequente. L’acqua gli è arrivata letteralmente sino alla gola. Sapeva cosa vuol dire quando una persona viene brutalizzata. Conosceva il carcere dall’interno non come visitatore, ma da prigioniero oppresso in mille modi. Paolo non dubita che anche tutto questo porta al bene, purché uno ami Dio come unica condizione.
A questo punto si impone una domanda: E’ possibile un simile amore di Dio? E’ possibile amare Dio così, sempre ed ovunque? Anche la psicologia afferma che la possibilità di amare dipende da una condizione previa, quella cioè di essere prima amato, quella di sentirsi amati. Può amare senza riserve e limiti solo chi viene amato senza riserve e senza limiti. Possiamo dunque amare Dio con tutto il cuore solo se Dio per primo ci ama con tutto il suo cuore. Questa è la condizione di possibilità del nostro amare Iddio.

Paolo afferma che questa condizione si è compiuta.
Egli annuncia che l’unico vero Dio che esiste rivolge il suo amore a tutti gli uomini. Non come gli dei pagani capaci di amare solo qualcuno, a condizione di ricevere sacrifici e solo durante la vita terrena perché anch’essi devono arrendersi impotenti di fronte alla morte. Dio annunciato da Paolo è Iddio dell’amore illimitato, incondizionato assoluto.
Noi domandiamo all’apostolo: Dove hai imparato questo? Dove e come hai trovato questo Dio? Paolo risponde: Ho trovato Dio non attraverso speculazioni filosofiche e nemmeno mediante l’osservazione meticolosa della legge secondo lo stile dei farisei alla cui setta io ho appartenuto. Lo ho trovato nell’incontro con Gesù Cristo. Sulla via di Damasco mi è venuto incontro e così ho trovato il Dio dell’amore assoluto che ha liberato in me l’amore per lui. In quel momento io sono morto alla legge e ho cominciato una vita nuova tutta per Dio, cioè offerta a Dio nell’amore. Da allora io vivo nella fede nel figlio di Dio che mi ha amato e si è sacrificato per me (cf. Gal. 2, 19-21).
Cristo è dunque lo spazio nel quale io vengo amato da Dio e nel quale io amo Dio. In questo spazio conduco la mia esistenza e sono certo che a coloro che amano Dio tutto porta al bene; che nessuna creatura potrà separarci dall’amore di Dio, in Cristo Gesù, nostro Signore (cf. Rom. 8, 28-29).
Tutto ciò applicato alla nostra vita significa che noi possiamo amare Dio e di fatto lo amiamo solo se troviamo Cristo e se rimaniamo in comunione con lui.
Dov’è possibile per noi incontrare questo Cristo?
La risposta ce la dà il Vangelo di questa messa. Noi troviamo Cristo lì dove lo hanno trovato i discepoli di Emmaus.
Prima di tutto nella sua parola. Anche oggi egli riesce ad infiammare i nostri cuori se egli ci parla mediante la sacra scrittura, quando ci lasciamo ispirare da essa nella lettura personale o quando l’accogliamo con fede della predicazione della Chiesa.
Noi troviamo Cristo infine come discepoli di Emmaus nel gesto dello spezzare il pane. La celebrazione dell’eucaristia ci dona la possibilità dell’incontro più profondo con Cristo morto e risorto e in Lui con il padre ricco di misericordia, eterno e puro amore.
Noi troviamo Cristo infine come i discepoli di Emmaus nella comunità degli apostoli e dei discepoli. A questa comunità ecclesiale, a questa fraternità sempre più intensa e partecipata mira l’unione con Cristo nella parola e nel sacramento. Appare così che lo spazio visibile, tangibile, storicamente e socialmente concreto dell’amore passivo ed attivo di Dio è la comunità cristiana, è la chiesa terrena concreta.
L’appartenenza vissuta alla chiesa, corpo di Cristo, nella quale comunichiamo con Dio eterno amore è per noi pegno e garanzia che anche nella nostra vita tutto concorrerà al bene, cioè alla risurrezione della carne e alla vita eterna nel mondo che verrà. Amen.

NAVIGANDO SULLE ORME INVISIBILI DI PAOLO…NAUFRAGANDO TRA RIFLESSIONI E INTERROGATIVI.

http://www.sanpaolo.org/fc09/paolo.htm

Sui passi di san Paolo

NAVIGANDO SULLE ORME INVISIBILI DI PAOLO…NAUFRAGANDO TRA RIFLESSIONI E INTERROGATIVI.

Testo di don Romano Matrone

O Signore, Signore nostro…
Che cosa è mai l’uomo perché di lui ti ricordi.
Il figlio dell’uomo, perché te ne curi?

Davvero l’hai fatto poco meno di un dio
Di gloria e di onore lo hai coronato. (Sal 8,1.5-6)

Cosi si interroga il salmista, estasiato di fronte al capolavoro di Dio: l’uomo.
Che contrasto con questa riflessione sull’uomo, il grido di Paolo: «Me infelice! Chi mi libererà da questo corpo di morte?» (Rom 7,24)

Facciamo l’uomo a nostra immagine, secondo la nostra somiglianza. …e cosi avvenne. Dio vide quanto aveva fatto, ed ecco era cosa molto buona (Gen 1,26.31 )

L’uomo, immagine di Dio?
L’esperienza di oggi, la storia di millenni, ci presenta molte volte un altro tipo di immagine: brutta.
L’uomo deturpa, violentemente, questo disegno di Dio che lo vuole a Lui somigliante:

l’uomo si fa sapiente, Dio stolto,
l’uomo libero, Dio servo
l’uomo si gonfia, Dio si svuota
l’uomo forte, Dio debole.
(Rom 11,13; 1Co. 1,17-25; 3, 18-20; 13,4; 4, 18-19; Fil 2,8).

Più che come immagine di Dio, l’uomo di oggi sembra volersi affermare, con più decisione del vecchio Adamo, come l’immagine proteica del “superuomo” che costruisce “Torri di Babele” per soppiantare Dio, per cacciarLo dalla sua vita: nel cuore di ogni stolto, risuona il “Via! Via! Crocifiggilo” (Gv 19,15) contro Colui che, unico, lo ama.
—–
La sapienza dell’uomo è stoltezza, la stoltezza di Dio è sapienza.
L’uomo si condisce la vita con un sale che non dà sapore, Dio ci chiama alla felicità attraverso la stoltezza del Kerigma: Cristo crocifisso si è fatto peccato per noi e ci dona il suo Spirito: l’amore.
È l’amore di Dio che dà il vero sapore alla vita: chi fugge dalla croce si tuff nella menzogna, nel non senso, nel buio che ti perde. Che riflessione sprizza fuori dal cuore di Paolo: ciò che è stolto per il mondo Dio lo ha scelto per confondere i sapienti.
L’uomo, oggi, considera stoltezza una sofferenza prolungata, un male incurabile; la croce, segno dell’amore di Dio per noi, non senso, tragedia abnorme.
Nessuno ha sofferto come Paolo: fatiche, prigionie, percosse, pericoli di morte. Cinque volte flagellato, tre volte battuto con le verghe, una volta lapidato, tre volte naufragato, un giorno e una notte in balia delle onde; pericoli sul mare, pericoli dai fratelli, fame, sete (cfr. 2Cor 11).
Tutta questa sofferenza, si fa sintesi di sapienza nella confessione: «Non voglio saper altro in mezzo a voi se non Gesù Cristo e Cristo crocifisso» (1Cor 2,2).
——-
«Cristo ci ha liberati per la libertà»
L’uomo oggi cerca una libertà politica, sociale, di non ascolto; una libertà dalla legge, dagli altri; una libertà personale che è disporre di sé per sé: insomma, sempre una libertà con aggettivi, mai una libertà in sé e per sé, una libertà assoluta.
«Cristo ci ha liberati, per la libertà» (Gal 5,1).
Adamo nella disobbedienza cerca di liberarsi e diventa schiavo: immagine falsa di libertà.
Cristo, il nuovo Adamo, nella sua obbedienza diventa veramente libero: «Padre non quello che io voglio ma quello che tu vuoi» (Mc 14,36).
Il vecchio Adamo nel soddisfare sé stesso, perde l’immagine di quello che è.
Il nuovo Adamo, buttandosi nel Padre, «nelle tue mani consegno lo Spirito» (Lc 23,46), diventa il Kyrios, il Signore, l’Adonai.
Colui che si è fatto servo, diventa libero per davvero.
——
«Non vi gonfiate d’orgoglio» (1Cor 4,6)
Che cosa possiedi che non abbia ricevuto? E se l’hai ricevuto perché te ne vanti, come se non l’avessi ricevuto?
Il gonfiarsi d’orgoglio è rubare a Dio e ai fratelli.
Sei gonfio d’orgoglio? Ma dimmi che cosa veramente sai fare? (1Cor 4,19).
Sai amare chi è diverso da te? Sai dare la vita al tuo nemico? Sai perdonare a chi ti ha fatto del male? Ti metti ai piedi di chi ami, per testimoniare la tua riconoscenza? Sai considerare l’altro superiore a te?
No? Allora in te non c’è l’immagine di Dio, del Figlio suo, ma del signore delle tenebre, del padre della menzogna!
Paolo ci esorta ad avere gli «stessi sentimenti di Cristo Gesù: Egli, pur essendo nella condizione di Dio, non ritenne un privilegio l’essere come Dio, ma svuotò sé stesso, assumendo una condizione di servo» (Fil 2,5).
Chi ha il cuore pieno di sé ha un cuore vuoto d’amore; chi ha un cuore vuoto di sé ha un cuore con gli stessi sentimenti di Cristo Gesù: vive per te.

«La carità non si gonfia d’orgoglio» (1Cor 13,4)
—-
«Ciò che è debolezza di Dio è più forte degli uomini… Ciò che è debole per il mondo, Dio lo ha scelto per confondere i forti» (1Cor 1, 25.27).
Tu invece dici: sono ricco, non ho bisogno di niente e di nessuno: eppure Dio Padre, nel suo Figlio Gesù Cristo, ha rivelato il debole per eccellenza: ha bisogno di tutto. Ha fame di te. Ha sete di te: è così debole che non ha le cose fondamentali per vivere. Questo debole è stato costituito Signore e Paolo, fedele discepolo, si fa debole con i deboli, e si vanta delle sue debolezze (2Cor 11,29).
E di fronte ad una esperienza di sofferenza che gli ha minato il corpo e lo spirito, dirà con fermezza:
«Mi vanterò ben volentieri delle mie debolezze, perché dimori in me la potenza di Cristo». Anzi ancora di più: «Mi compiaccio nelle mie debolezze» (2Cor 12,9-10).
Il mondo ci ha educato, ingannandoci, ad essere “super”, uomini da applausi, e non abbiamo il coraggio di guardarci allo specchio; vogliamo solo sentirci forti dell’esaltazione idolatrica degli altri, siamo disposti anche a rendere culto, come Israele, agli idoli dei popoli vicini: religiosità, libertarismo, demonismo, pozioni, magie, purché ci assicurino potere e stima. Siamo disposti anche a pagare, purché il Signore ci tolga la “spina dal fianco“, quella spina che ci umilia e ci fa sentire deboli. Non vogliamo sentire quello che ha sentito Paolo, al culmine della sua debolezza: «Ti basta la mia grazia; la forza infatti si manifesta pienamente nella debolezza» (2Cor 12,9). «Quando sono debole è allora che sono forte» (2Cor 12.10).
——
Navigando, in questa crociera, sulle orme invisibili di Paolo, abbiamo cominciato a sperimentare il naufragio di tante certezze umane e l’affermarsi di una rotta sicura tra i marosi della vita, la stella polare che ci conduce alle profondità del nostro essere, là dove riscopriamo la vera immagine di noi stessi: Cristo. «Diventate miei imitatori, come io lo sono di Cristo» (1Cor 11,1).
«Perché io possa conoscere lui, la potenza della sua risurrezione, la comunione alle sue sofferenze, facendomi conforme alla sua morte, nella speranza di giungere alla risurrezione dai morti» ( Fil 3,10-11).
Conformarsi a Cristo, diventare Cristo, dall’io al tu, questa è la vera immagine di Dio in noi..
Racconta un midrash: «Un uomo bussa alla porta dell’amata. L’amata gli chiede dal di dentro: chi sei? L’uomo risponde: sono io. L’amata replica allora: Vattene! Non è giunto per te ancora il momento di entrare. Dopo viaggi estenuanti per mare e per terra, l’uomo bruciato da un fuoco interiore, ritorna e bussa alla porta dell’amata che chiede: chi è alla porta?. E l’uomo risponde: sono tu! E l’amata risponde: Adesso che sei me, puoi entrare».

Don Romano Matrone

IL CREATO NELLA VITA SPIRITUALE DEL CRISTIANO

http://anteprima.qumran2.net/aree_testi/studi/spirituale/creato-vita-spirituale.zip/Il_creato_nella_vita_spirituale_del_cristiano_doc_htm/Il_creato_nella_vita_spirituale_del_cristiano.htm

IL CREATO NELLA VITA SPIRITUALE DEL CRISTIANO

(SONO 9 CAPITOLETTI)

1. Introduzione: due difficoltà
Nel trattare questo tema, incontro almeno due difficoltà.
1.1. La prima è quella di rischiare di dire ciò che è già emerso nel primo incontro, il cui titolo era “Il valore del creato secondo la Parola di Dio”.
Il rischio è forte perché le linee guida del modo in cui il cristiano si mette in relazione con il creato sono proprio date dalla Scrittura. Non potrebbe essere altrimenti!
Quindi, necessariamente, il problema deve essere affrontato a partire e ritornando sulla Parola di Dio. Il posto che il creato ha nella vita spirituale del cristiano può essere scoperto solo a partire dall’incontro del credente con la Parola di Dio. Essa è il luogo teologico principale che può gettare la luce per indicare strade di una possibile risposta alla nostra domanda.
Quale Parola di Dio? Il cristiano è colui il quale crede a Cristo. Perciò è proprio al NT che dobbiamo guardare come luogo “specificatamente” cristiano. E’ qui, nel NT, che emerge il tratto caratteristico della concezione cristiana della vita e quindi anche del creato. L’AT ha valore in quanto può essere illuminato dal NT, che ne è il compimento.
In connessione alla Parola di Dio, ci sono altri “luoghi” che possono informarci e dirci qualcosa sul rapporto del cristiano con il creato. Uno di questi è la tradizione della Chiesa, nella sua molteplice ricchezza, fatta di riflessione teologica, di spiritualità e dell’insegnamento autorevole del magistero.
Potrebbero istruirci su questo punto, anche l’arte, la produzione letteraria, la devozione popolare… ma il discorso ci porterebbe molto lontano.
1.2. La seconda difficoltà è che una seppur semplice presentazione di quello che il cristianesimo ha prodotto ed ha vissuto a riguardo del nostro tema si presenta come cimento difficilissimo. Si corre il rischio di dire cose “ovvie”, oppure cose che possono essere errate.
Il sottoscritto confessa di non aver una preparazione specifica sull’argomento.
Quello che dirò è una mia personale valutazione, che ho fatto a partire da alcuni suggerimenti di don Giampiero Zago e di un testo di G. Panteghini, “Il gemito della creazione”, EMP, Padova 1990. Utile ci è parso anche il testo di B. Häring, Liberi e fedeli in Cristo, EP, Roma, 1981, vol. III, pp. 213-263.

2. Il dato più rilevante
Dando una rapida scorsa alla storia della teologia e alla storia della spiritualità cristiana, sembra emergere un dato. Il ruolo del creato nella vita spirituale del cristiano, precedentemente alla nostra epoca (gli ultimi 40 anni, per intenderci), non sembra essere stato preso in considerazione “esplicitamente”.
Dall’epoca dei Padri della Chiesa, fino al Medioevo e poi nell’età moderna, composizioni “esplicite” di carattere teologico e spirituale sul significato del creato per il cristiano non sembra che ve ne siano. Se ne è parlato, ma in forma “indiretta”. Anche i pronunciamenti del Magistero non sembrano essersi occupati di questo rapporto.
Mi sembra importante richiamare la sottolineatura su “esplicitamente”. Se leggiamo una qualsiasi opera di un Padre della Chiesa o un Commentario medioevale, sicuramente vi troviamo riferimenti al creato ed al rapporto tra il credente ed il creato.
Ma non si trovano trattazioni esplicite – salvo meliore iudicio – su questo argomento, come invece si trovano trattazioni esplicite sui sacramenti, sulla preghiera, sulla vita monastica…
Un lavoro che resta da fare (a meno che non sia già fatto ed io non ne sia a conoscenza) è ripercorrere la tradizione cristiana e leggere nella produzione letteraria “il non esplicito”. Sicuramente emergerebbe una concezione cristiana del rapporto uomo-creato nelle varie epoche. Forse potremmo anche fare delle sorprendenti scoperte!
Possiamo dire che il problema “ecologico” nelle epoche che ci hanno preceduto non c’era. C’erano altri problemi, altre tematiche. Ma non quello del rapporto uomo-creato, segnato dalle ansie e dalle preoccupazioni, che contraddistinguono momento attuale. Fino a cinquant’anni fa, una serie di incontri come questa non avrebbe avuto alcun significato. Disastri ecologici – come la diga del Vajont o Porto Marghera – non erano neppure pensabili nelle epoche che ci hanno preceduto.
Va detto che da sempre l’uomo interagisce in forma più o meno distruttiva nei confronti della natura. Non c’è mai stata un’età d’oro nei rapporti tra uomo e natura. Un esempio: la distruzione dei boschi del Cansiglio da parte della Serenissima Repubblica e la deviazione dei fiumi che sfociavano sulla Laguna (Brenta, Piave). Ma dobbiamo riconoscere che erano interventi limitati e frutto di un’azione pluriennale. Ora possiamo deviare un fiume o distruggere un bosco in tempi molto più brevi: imparagonabilmente più brevi!
Nel passato, il rapporto uomo-creato non era sentito come “problema”, perché l’uomo non aveva la possibilità di distruggere la natura come l’abbiamo noi ora.
Il rapporto uomo-creato lo sentiamo come problema perché ci rendiamo conto di essere andati un po’ in là.
Comprendiamo di non saper più gestire le enormi possibilità tecniche che sono a nostra disposizione.
“Ora” il rapporto si fa problema: se sono un cristiano, come mi devo mettere in relazione con la natura? Che senso ha per me il creato? Un tempo, non era così.

3. Ragioni teologiche e filosofiche
Abbiamo detto che dai testi e dalla riflessione del passato, il creato sembra non essere preso in considerazione in modo esplicito nella trattazione teologica, spirituale e magisteriale. Non se ne parla molto, insomma. Al di là degli eventi contingenti (assenza di gravi disastri ecologici), possiamo chiederci come mai?
Potremmo forse individuare alcune motivazioni di carattere teologico e filosofico che possono aver contribuito a questo silenzio.
3.1. Pende sulla teologia latina una certa impostazione, di matrice agostiniana, secondo la quale la storia della salvezza è vista principalmente come un problema tra l’uomo e Dio. Il dramma della storia della salvezza è legato con doppio filo al peccato dell’uomo. Dio con la redenzione operata dal suo figlio riapre la strada all’uomo della riconciliazione.
Con una parola difficile è una storia “amartiocentrica”: si mette al centro il peccato dell’uomo e la sua redenzione, senza coinvolgere il creato.
Il creato funge piuttosto da palcoscenico, mentre gli attori del dramma sono l’uomo e Dio. Il palcoscenico, dopo che il dramma è stato consumato, si smonta. Non ha un ruolo significativo, bensì accessorio.
3.2. Ha influito su questa polarizzazione Dio-uomo (con la conseguente marginalizzazione del creato) la questione “ariana”. Nel V secolo per “staccare” Gesù dal creato e sottolineare la sua trascendenza si è marginalizzata – o comunque non si è presa in cospicua considerazione – la tematica del creato, che avrebbe potuto far riassorbire Cristo sul versante delle creature.
Ario diceva infatti che Gesù non era Dio, bensì una sorta di intermediario tra Dio e il mondo: una “supercreatura”, ma separata da Dio e collocata più decisamente sul versante del creato. Contro questa riduzione del mistero di Cristo la Chiesa ha reagito sottolineando la trascendenza di Cristo rispetto al creato e quindi “sottacendo” la relazione tra Cristo e il mondo. Relazione che è affermata (come vedremo) dai testi biblici.
3.3. Un altro aspetto che contraddistingue la tradizione cristiana dei primi secoli è il dialogo e lo scambio con il pensiero greco, che guardava con sospetto alla materia. Per la filosofia greca (almeno quella di derivazione platonica, che di più ha trovato accoglienza nel pensiero cristiano delle origini) divina è l’anima: essa è chiamata alla vita e all’immortalità. Il corpo e la materia sono imperfezione: il corpo, in particolare, è concepito come tomba dell’anima (Platone).
3.4. Col passare dei secoli si sviluppa in epoca medievale la mentalità “simbolica”. Secondo questa mentalità, la natura è concepita come ciò che significa, indica e rimanda ad un’altra realtà.
La natura non è colta in quanto realtà ricca di senso in sé, ma in quanto realtà che mette in relazione con Dio: allude, evoca, simboleggia, dà indizi che ci fanno salire a Dio. La natura è vista come segno dell’opera di Dio: non ci si sofferma su di essa in quanto natura, ma in essa in quanto simbolo, che rimanda a qualcosa di ulteriore.
3.5. Una certa modalità di intendere la vita spirituale come distacco dal mondo della natura per entrare nella soprannatura. In certi mistici, in una spiritualità anche recente, si è guardato con sospetto al corpo e alla natura, intesi come luogo di tentazione e di peccato. Il vero credente era chiamato a “disprezzare il mondo” (a patto di capire bene che cosa si intenda per mondo, perché anche Gesù parla di un mondo dal quale prendere le distanze).
Questi aspetti, tra loro disomogenei, non esauriscono duemila anni di Cristianesimo, tuttavia dicono una direzione che è stata intrapresa. Senza dubbio non è l’unica, ma certamente una che è stata vissuta in modalità diverse dai cristiani dell’occidente.

4. Segni di recupero
Qui tracceremo in modo molto sommario alcuni segni di un recupero del tema. Crediamo che resti da dire e da riscoprire molto di più di quello che noi diciamo ora. La tradizione deve essere senza dubbio molto più ricca.
4.1. La riscoperta del pensiero aristotelico (XIII secolo) ha avviato la teologia ad una comprensione più reale (meno simbolica) del creato. In questo senso spicca la figura di san Tommaso.
Il suo contributo potremmo sbrigativamente riassumerlo nel superamento (o ridimensionamento) della visione simbolica, tipica del medioevo.
Egli recupera in concetto di “Dio creatore”. La creazione non è un atto compiuto una volta per tutte, ma Dio in quanto creatore, continua ad esserlo e continua a sostenere la creazione con la sua potenza: creazione continua.
Dio è la “causa prima”, che sorregge tutto il mondo. Su questa base, si collocano le “cause seconde”, che si attuano secondo una propria ed autonoma regolamentazione. La natura, in quanto tale e nella sua realtà, ha una legge (lex naturalis) che è stata posta da Dio e dà alle cose stesse una propria legittima indipendenza.
Questa stessa legge interna alla natura permette all’uomo di risalire a Lui (la cinque vie: gnoseologia) e di comprendere la sua volontà (la legge naturale: morale).
La concezione tomista della realtà permette una rivalutazione sostanziale della creazione in quanto tale, non semplicemente in quanto simbolo.
4.2. Un posto del tutto speciale, ma – dobbiamo confessare – anche del tutto unico è quello di san Francesco (XII sec.). Unico, nel senso che pochi alludono al tema del rapporto tra creato e uomo, come ha fatto lui. Bisogna riconoscerlo. La sua unicità è una prova del fatto che questo tema nella tradizione cristiano è rimasto in parte disatteso.
4.3. Altri segni di un recupero della tematica del rapporto uomo-creato ci sono dati da alcune piste delle teologia contemporanea (XX secolo). La teologia delle realtà terrene (Thills); la teologia del lavoro (Chenu); Theilard de Chardin; la teologia politica (Metz, Moltmann); la teologia della liberazione… Potremmo dire che il problema (ecologia) è posto come noi oggi lo intendiamo solo a partire dal XX seclo.
4.4. Anche il Magistero recente segnala un ravvivato interesse per il tema della salvaguardia del creato e per l’importanza del creato nella vita spirituale del credente.
I documenti più noti: GS, Octagesima Adveniens (1971), Redemptor Hominis nn. 8. 15. 18 (1979), Laborem exercens nn. 4-5 (1981), SRS n. 34 (1987), Centesimus Annus n. 37 (1990).
Due documenti dell’episcopato tedesco: Futuro della creazione e futuro dell’umanità (1981); Assumersi la responsabilità della creazione (1985).
I Documenti comuni delle Chiesa cristiane: in particolare l’Assemblea di tutte le chiese cristiane tenutasi a Basilea (1989) e la Charta ecumenica del 2001.
Ricordiamo infine il Messaggio per la giornata mondiale della pace del 1990 di Giovanni Paolo II.

5. Perché la tradizione cristiana non si è occupata del rapporto uomo-creato?
Senza colpevolizzare nessuno e senza giudicare un tempo passato con la sensibilità di oggi, il problema semplicemente non era sentito o non era sentito come lo sentiamo noi oggi. La situazione era diversa dalla nostra. Noi oggi sentiamo un po’ ogni cosa come “problema”: pregare, credere, avere dei figli, accettare noi stessi, il nostro compito nel mondo… Un tempo il rapporto con la vita stessa era più “spontaneo”, immediato: non c’era il bisogno di tematizzare (verbalizzare) ogni cosa.
Va detto che se prendiamo in esame le opere d’arte della cristianità, forse emerge un rapporto più complesso con la natura, in cui emergono tratti per noi superati e inattuali: la natura matrigna e la natura come forza da dominare (perché sfugge al controllo).

6. Il creato nella vita del cristiano: linee per una risposta “spirituale”
6.1. Lo stupore di fronte alla maestosità (salmo 8)?
Questo è un atteggiamento di tutti. Credenti o meno. Quante volte abbiamo sentito dire dello stupore di fronte alla bellezza del creato?
Il creato ci apre ad una dimensione misteriosa. C’è qualcosa di più grande di noi. E’ qualcosa di buono e bello, che ci sovrasta e dinanzi al quale noi siamo piccola cosa: “che cosa è l’uomo perché te ne curi?”. Il creato è vissuto come suscitazione del mistero: come una esperienza che ci apre al mistero. L’AT, non solo lui, è pieno di testimonianze della grandezza e maestosità del creato.
Ma questo non è ancora proprio del cristiano: non è specifico della fede cristiana. Tuttavia è un passo, un primo passo, che può condurre alla fede. Il cristiano non può accontentarsi di questo generico richiamo alla fede. La creazione è qualcosa di più. Ma che cosa?

6.2. Dove guardare per rispondere alla nostra domanda?
Lo specifico cristiano traspare dal NT. Per rispondere alla nostra domanda è necessaria una analisi dell’atteggiamento di Gesù e degli apostoli nei vangeli e negli scritti del NT.
Gesù ed i discepoli non dicono “esplicitamente” come debba comportarsi il cristiano nei confronti del creato. Tuttavia, indirettamente, ci possono aiutare.
Da un lato, si deve riconoscere una sostanziale continuità tra NT ed AT (il creato fonte di mistero, opera di Dio, opera buona di Dio, dato all’uomo perché egli lo custodisca…). In questo senso il creato viene “desacralizzato”: non è una realtà sacra in quanto tale, bensì è luogo dell’agire umano, affidato all’uomo da Dio, l’unica realtà “sacra”.
Dall’altro, il NT suggerisce l’idea di una solidarietà tra uomo e creato molto più forte dell’AT. Il creato infatti non è una realtà che si “sgonfia” alla fine del mondo, ma è chiamata a partecipare alla redenzione di Cristo.

Gesù non è un vegetariano: mangia carne e pesci… I suoi discepoli non si fermano nemmeno alle pratiche igieniche e cultuali degli ebrei, suscitando scandalo. Ciò lascia emergere una sostanziale libertà del cristiano nell’uso dei beni della terra, che però non significa prevaricazione, abuso o disprezzo.
Ma proviamo a mettere in luce alcuni dettagli.

7. Il NT ed il creato
7. 1. Incarnazione
Dio assume la natura umana ed entra nello spazio e nel tempo del creato. Il creato è capace di accogliere Dio. La materia, il creato, la carne sono una realtà diversa da Dio, ma non in opposizione a Lui (contro il manicheismo, il docetismo, l’eresia albigese e càtara). Dio può assumere una natura umana e perciò essa è buona. Non semplicemente perché Dio lo dice (“vide che era cosa buona”), ma perché egli stesso si fa carne.
Questa è una novità tipicamente cristiana. La sapienza dell’AT arriva a dire della bontà del creato, perché Dio ne è il creatore (Gn 1-3).
Ma che Dio si incarni in questa realtà buona, è solo il NT a dirlo. Solo il NT afferma che la natura è una realtà così buona, che persino Dio si “degna” di assumere.
Questa affermazione, nuova rispetto all’AT, è sconvolgente anche per il pensiero greco, che vedeva nella materia l’imperfezione e la mutevolezza: il divenire. Un Dio che si fa uomo?!?
L’incarnazione porta ad una decisiva rivalutazione della “carne” come strumento del Verbo. Nell’umanità del Verbo, vertice della creazione, la materia diviene segno e veicolo della stessa autocomunicazione divina (Rahner). Attraverso la natura umana, Dio comunica la sua realtà all’uomo. Ma anche compie la redenzione dell’umanità.

Gv 1, 14
E il Verbo si fece carne
e venne ad abitare in mezzo a noi;
e noi vedemmo la sua gloria,
gloria come di unigenito dal Padre,
pieno di grazia e di verità.

Fil 2, 1-11
5 Abbiate in voi gli stessi sentimenti che furono in Cristo Gesù,
6 il quale, pur essendo di natura divina,
non considerò un tesoro geloso
la sua uguaglianza con Dio;
7 ma spogliò se stesso,
assumendo la condizione di servo
e divenendo simile agli uomini;
apparso in forma umana,
8 umiliò se stesso
facendosi obbediente fino alla morte
e alla morte di croce.
9 Per questo Dio l’ha esaltato
e gli ha dato il nome
che è al di sopra di ogni altro nome;
10 perché nel nome di Gesù
ogni ginocchio si pieghi
nei cieli, sulla terra e sotto terra;
11 e ogni lingua proclami
che Gesù Cristo è il Signore, a gloria di Dio Padre.

7.2. Creazione e Redenzione
Il creato è opera di Dio in Gesù Cristo. Precisamente: tutto il creato è stato posto in essere da Dio guardando al Cristo. E’ Cristo il modello a cui Dio ha guardato nella creazione del mondo. Potremmo dire che c’è una struttura “cristica” che connota tutta la creazione: non solo l’uomo, ma tutta la realtà porta in sé l’orma di Cristo.
Quale Cristo? Non semplicemente la seconda persona della Trinità, il Figlio di Dio, ma il Figlio di Dio fatto uomo: Gesù Cristo incarnato e redentore. Dio Padre ha creato l’universo per mezzo dello Spirito guardando al Figlio suo, Gesù Cristo, nella prospettiva dell’incarnazione.

Gesù Cristo è:
- la causa “strumentale” della creazione: “per mezzo di lui”;
- la causa “finale” della creazione: “in vista di lui”;
- egli continua a “sostenere” la creazione con la sua potenza: “sussistere in lui” (creazione continua);
- la causa “strumentale” della redenzione: “per mezzo di lui” sono state rappacificate le cose visibili e invisibili. Non solo l’uomo, ma tutta la creazione partecipa alla redenzione operata da Cristo.
In Cristo Gesù si saldano creazione e redenzione. Non c’è stata una creazione dall’inizio, secondo un certo progetto, e poi, siccome il piano di Dio ha fallito, Dio ha cambiato programma (redenzione).
Ma dall’inizio Dio Padre ha pensato alla creazione guardando al Figlio incarnato. La creazione è stata fatta pensando all’incarnazione del Figlio. Per questo essa poteva “strutturalmente” accogliere la natura di Dio. Essa era stata fatta appositamente capace di ospitare il divino. La redenzione non è un “cambio” del programma, ma la continuazione dell’unico piano di Dio in una realtà che l’uomo ha sconvolto con il peccato originale.
L’AT parla di creazione del mondo da parte di Dio, ma non di una creazione in Cristo. Si parla della “sapienza”: una potenza di Dio, per mezzo della quale egli ha creato il mondo. Per noi quella “sapienza” è il Figlio di Dio. Per gli ebrei è una delle “forze” di Dio e la creazione non è stata fatta in previsione dell’incarnazione di Dio.

1 Cor 8, 5-6
E in realtà, anche se vi sono cosiddetti dèi sia nel cielo sia sulla terra, e difatti ci sono molti dèi e molti signori, per noi c’è un solo Dio, il Padre, dal quale tutto proviene e noi siamo per lui; e un solo Signore Gesù Cristo, in virtù del quale esistono tutte le cose e noi esistiamo per lui.

Giov 1:1-3
1 In principio era il Verbo,
il Verbo era presso Dio
e il Verbo era Dio.
2 Egli era in principio presso Dio:
3 tutto è stato fatto per mezzo di lui,
e senza di lui niente è stato fatto di tutto ciò che esiste.

Colossesi 1, 15-20
15 Egli è immagine del Dio invisibile,
generato prima di ogni creatura;
16 poiché per mezzo di lui
sono state create tutte le cose,
quelle nei cieli e quelle sulla terra,
quelle visibili e quelle invisibili:
Troni, Dominazioni,
Principati e Potestà.
Tutte le cose sono state create
per mezzo di lui e in vista di lui.
17 Egli è prima di tutte le cose
e tutte sussistono in lui.
18 Egli è anche il capo del corpo, cioè della Chiesa;
il principio, il primogenito di coloro
che risuscitano dai morti,
per ottenere il primato su tutte le cose.
19 Perché piacque a Dio
di fare abitare in lui ogni pienezza
20 e per mezzo di lui riconciliare a sé tutte le cose,
rappacificando con il sangue della sua croce,
cioè per mezzo di lui,
le cose che stanno sulla terra e quelle nei cieli.

Eb 1, 1-4
Eb 1:1 Dio, che aveva già parlato nei tempi antichi molte volte e in diversi modi ai padri per mezzo dei profeti, ultimamente, 2 in questi giorni, ha parlato a noi per mezzo del Figlio, che ha costituito erede di tutte le cose e per mezzo del quale ha fatto anche il mondo.
3 Questo Figlio, che è irradiazione della sua gloria e impronta della sua sostanza e sostiene tutto con la potenza della sua parola, dopo aver compiuto la purificazione dei peccati si è assiso alla destra della maestà nell’alto dei cieli, 4 ed è diventato tanto superiore agli angeli quanto più eccellente del loro è il nome che ha ereditato.

Ef 1, 3-12
3 Benedetto sia Dio, Padre del Signore nostro Gesù
Cristo,
che ci ha benedetti con ogni benedizione spirituale nei
cieli, in Cristo.
4 In lui ci ha scelti prima della creazione del mondo,
per essere santi e immacolati al suo cospetto nella
carità,
5 predestinandoci a essere suoi figli adottivi
per opera di Gesù Cristo,
6 secondo il beneplacito della sua volontà.
E questo a lode e gloria della sua grazia,
che ci ha dato nel suo Figlio diletto;
7 nel quale abbiamo la redenzione mediante il suo sangue,
la remissione dei peccati
secondo la ricchezza della sua grazia.
8 Egli l’ha abbondantemente riversata su di noi
con ogni sapienza e intelligenza,
9 poiché egli ci ha fatto conoscere il mistero della sua
volontà,
secondo quanto nella sua benevolenza aveva in lui
prestabilito
10 per realizzarlo nella pienezza dei tempi:
il disegno cioè di ricapitolare in Cristo tutte le cose,
quelle del cielo come quelle della terra.
11 In lui siamo stati fatti anche eredi,
essendo stati predestinati secondo il piano di colui
che tutto opera efficacemente conforme alla sua volontà,
12 perché noi fossimo a lode della sua gloria,
noi, che per primi abbiamo sperato in Cristo.

- Il creato permette all’uomo di riconoscere Dio. Questo ci è testimoniato da Rm 1, 18-25:
18 In realtà l’ira di Dio si rivela dal cielo contro ogni empietà e ogni ingiustizia di uomini che soffocano la verità nell’ingiustizia, 19 poiché ciò che di Dio si può conoscere è loro manifesto; Dio stesso lo ha loro manifestato. 20 Infatti, dalla creazione del mondo in poi, le sue perfezioni invisibili possono essere contemplate con l’intelletto nelle opere da lui compiute, come la sua eterna potenza e divinità; 21 essi sono dunque inescusabili, perché, pur conoscendo Dio, non gli hanno dato gloria né gli hanno reso grazie come a Dio, ma hanno vaneggiato nei loro ragionamenti e si è ottenebrata la loro mente ottusa. 22 Mentre si dichiaravano sapienti, sono diventati stolti 23 e hanno cambiato la gloria dell’incorruttibile Dio con l’immagine e la figura dell’uomo corruttibile, di uccelli, di quadrupedi e di rettili.
24 Perciò Dio li ha abbandonati all’impurità secondo i desideri del loro cuore, sì da disonorare fra di loro i propri corpi, 25 poiché essi hanno cambiato la verità di Dio con la menzogna e hanno venerato e adorato la creatura al posto del creatore, che è benedetto nei secoli. Amen.
- Che il creato stesso sia chiamato a far parte della redenzione dell’uomo viene ribadito anche da Rm 8, 17-22: il gemito della creazione.
18 Io ritengo, infatti, che le sofferenze del momento presente non sono paragonabili alla gloria futura che dovrà essere rivelata in noi.
19 La creazione stessa attende con impazienza la rivelazione dei figli di Dio; 20 essa infatti è stata sottomessa alla caducità – non per suo volere, ma per volere di colui che l’ha sottomessa – e nutre la speranza 21 di essere lei pure liberata dalla schiavitù della corruzione, per entrare nella libertà della gloria dei figli di Dio. 22 Sappiamo bene infatti che tutta la creazione geme e soffre fino ad oggi nelle doglie del parto; 23 essa non è la sola, ma anche noi, che possediamo le primizie dello Spirito, gemiamo interiormente aspettando l’adozione a figli, la redenzione del nostro corpo.
- La bontà del creato. Ogni cosa che esiste è buona. Contro ogni concezione che disprezza la terra: cfr. At 11 (Pt che mangia animali “immondi”).

7.3. Il creato nelle parole e nelle opere di Gesù
Gesù nella sua vita terrena usa spesso la terminologia dell’uomo comune per esprimere le verità divine e compie gesti utilizzando oggetti e forme presi dalla realtà in cui vive. Egli si serve delle realtà creaturali con molta semplicità ed immediatezza.

a) le parabole
Gesù si serve di fatti ed eventi del creato per dire il rapporto del credente con Dio. La natura è capace di esprimere qualcosa della vita spirituale del credente. Essa ci può istruire a volte su temi marginali, altre volte su temi centrali. Alcuni esempi:

Il tema della semina:
- la parabola del seminatore: i diversi terreni che è l’uomo (Mt 13, 4 e parr.)
- il regno di Dio e il seme: l’agire nascosto del regno di Dio (Mc 4, 26)
- il seme che porta frutto se muore: la resurrezione di Cristo (Gv 12, 24)
- il grano buono e la gramigna: la pazienza di Dio (Mt 13, 24)
- l’albero che non porta frutto: la pazienza di Dio (Lc 13, 6)

Il tema della vigna:
- I vignaioli omicidi (Mt 21, 28 ss.)
- La vite ed i tralci (Gv 15, 1 ss.)
- Gli operai dell’ultima ora (Mt 20, 1 ss.)

Gli uccelli del cielo e i fiori dei campi (Mt 6, 25-34): la provvidenza di Dio.
25 Perciò vi dico: per la vostra vita non affannatevi di quello che mangerete o berrete, e neanche per il vostro corpo, di quello che indosserete; la vita forse non vale più del cibo e il corpo più del vestito? 26 Guardate gli uccelli del cielo: non seminano, né mietono, né ammassano nei granai; eppure il Padre vostro celeste li nutre. Non contate voi forse più di loro? 27 E chi di voi, per quanto si dia da fare, può aggiungere un’ora sola alla sua vita?
28 E perché vi affannate per il vestito? Osservate come crescono i gigli del campo: non lavorano e non filano. 29 Eppure io vi dico che neanche Salomone, con tutta la sua gloria, vestiva come uno di loro. 30 Ora se Dio veste così l’erba del campo, che oggi c’è e domani verrà gettata nel forno, non farà assai più per voi, gente di poca fede? 31 Non affannatevi dunque dicendo: Che cosa mangeremo? Che cosa berremo? Che cosa indosseremo? 32 Di tutte queste cose si preoccupano i pagani; il Padre vostro celeste infatti sa che ne avete bisogno. 33 Cercate prima il regno di Dio e la sua giustizia, e tutte queste cose vi saranno date in aggiunta. 34 Non affannatevi dunque per il domani, perché il domani avrà già le sue inquietudini. A ciascun giorno basta la sua pena.
Questo è un testo istruttivo, perché dice che la provvidenza di Dio non si preoccupa in modo esclusivo dell’uomo, ma ha a cuore la realtà di tutto il creato.
Il tema della provvidenza di Dio nei confronti di tutte le creature è caro anche alla tradizione biblica dell’AT: cfr. salmi 103, Gb 38 e ss.
Dio ha creato tutta la realtà e non la abbandona a se stessa o all’ingiuria dell’uomo. Continua a prendersene cura. Dio ama il creato che ha posto in essere.
Il NT sottolinea questa verità perché afferma che anche esso è chiamato alla redenzione: anche il creato ha un “futuro” in Dio. Non è un semplice palcoscenico per le vicende dell’uomo.

b) i miracoli
Essi manifestano la Signoria di Gesù su una natura che è ancora segnata dal dolore e dalla carenza, bisognosa anch’essa di essere redenta.
Gesù si manifesta Signore della natura, perché è capace di modificarla. Egli agisce sulla natura con l’obiettivo del “segno”, cioè egli intende mostrare che è Dio.
Agisce a partire dalla natura (dalla realtà che c’è) e dalla fede dei presenti. Il miracolo ha senso lì dove c’è disponibilità a mettere a disposizione quello che si è e a credere in lui.
Il miracolo svela la natura “liberata” grazie all’intervento di Gesù. La natura viene liberata dal giogo della sofferenza e del dolore, che spesso la contraddistingue. Questo (quello di Gesù) allora è il tempo “messianico”: quello che Dio desiderava per l’uomo e quello che sarà alla fine.
Come Gesù stesso afferma in Luca 7, 18-23.
18 Anche Giovanni fu informato dai suoi discepoli di tutti questi avvenimenti. Giovanni chiamò due di essi 19 e li mandò a dire al Signore: «Sei tu colui che viene, o dobbiamo aspettare un altro?». 20 Venuti da lui, quegli uomini dissero: «Giovanni il Battista ci ha mandati da te per domandarti: Sei tu colui che viene o dobbiamo aspettare un altro?». 21 In quello stesso momento Gesù guarì molti da malattie, da infermità, da spiriti cattivi e donò la vista a molti ciechi. 22 Poi diede loro questa risposta: «Andate e riferite a Giovanni ciò che avete visto e udito: i ciechi riacquistano la vista, gli zoppi camminano, i lebbrosi vengono sanati, i sordi odono, i morti risuscitano, ai poveri è annunziata la buona novella. 23 E beato è chiunque non sarà scandalizzato di me!».

Alcuni esempi:
- le guarigioni
- la tempesta sedata (Mt 8, 24)
- i morti richiamati alla vita (Gv 11; Mt 9, 20)
- la moltiplicazione dei pani e dei pesci (Mt 14, 15)

c) la resurrezione di Gesù
Essa è la vittoria di Dio su una natura votata alla morte e con la resurrezione si chiarifica il significato stesso della morte. La morte è “passaggio” dallo stato presente a quello definitivo, non più il muto accesso al silenzio delle Scheol.
La resurrezione è una trasformazione che non tocca solo l’anima, ma che coinvolge in modo unitario corpo e anima. Cristo risorto non è un fantasma ma un corpo glorificato, che porta i segni della passione e che si ferma a mangiare con i discepoli (Gv 20-21 ed i racconti postpasquali).

d) l’ascensione di Gesù
Con la sua ascensione una parte del creato si trova già presso Dio. Una parte della natura umana e della creazione si trovano presso Dio. Questo significa glorificazione della corporeità umana: glorificazione della natura e del creato. Nell’incarnazione Dio entra nel mondo, il divino entra nell’umano. Con l’ascensione è l’umano che entra nel divino, nella santa Trinità e svela il destino della corporeità umana e con essa di tutto il creato. Il creato – anch’esso – ha un futuro in Dio (cfr. Lc 24 e At 1).

8. Considerazioni conclusive a partire da san Francesco
San Francesco si presenta come il la figura più istruttiva e più originale della spiritualità cristiana nel rapporto con il creato. Non ci sono – o almeno non mi pare di averle incontrato – altre figure che pongano così in rilievo la bontà della creazione. Dobbiamo dire che quanto Francesco dice è tanto più francescano quanto più è cristiano. Egli non aggiunge nulla alla fede cristiana: “esplicita” una attenzione che è già presente “in nuce” nel NT e nella storia della tradizione.
Il merito comunque è notevole, perché allarga l’angolo di visuale (non solo l’uomo e Dio, ma anche le creature) e infonde un senso di letizia e di riconciliazione all’uomo con la natura.
Mi pare che l’apporto più originale di Francesco è l’attribuzione della qualità della “fraternità” alle cose del creato. “Fratello” non è solo il mio prossimo (uomo o donna), ma – ovviamente cogliendo una diversità di intensità – “fratelli” sono anche le cose e gli animali.
Il suo Cantico è una testimonianza (non l’unica nella sua vita) di questo atteggiamento. La novità sta nel guardare alle cose con uno sguardo “carico di affetto”. Non si tratta di oggetti da prendere e usare a nostro piacimento (utor). Bensì di creature “buone”, che vengono da Dio e che sono poste in essere perché l’uomo ne usufruisca (fruor), rispettandole e custodendole.
La bontà del creato non è vista semplicemente perché io lo usi e lo mangi. Il creato non è “buono” esclusivamente in vista dell’utilizzo dell’uomo. Esse sono “buone” perché sono nostri compagni di viaggio, con una identità ed un significato proprio, che è stato loro donato da Dio.
Compagni di viaggio, dal momento che questo creato – come abbiamo già detto – non è destinato alla distruzione, bensì alla partecipazione al Regno di Dio ed alla gloria della Gerusalemme celeste. La salvezza infatti è cosmica ed universale. Questa terra è destinata a diventare dimora del regno attraverso una trasfigurazione di essa: “cieli nuovi e terra nuova”.
San Francesco ci invita ad un profondo rispetto del creato, perché esso vale in sé. Perché c’è una relazione di amicizia tra cose e uomini. Perché la strumentalizzazione del creato esprime una mentalità manipolatrice, tendenzialmente egoista e senza dubbio in antitesi con quella del Poverello d’Assisi (povertà). Perché l’abuso (ma questo Francesco ancora non lo sapeva) può originare gravi disordini e danneggiare i più poveri.
La terra è di Dio. Siamo chiamati a vivere in essa come inquilini e stranieri. La terra che Dio ha dato all’uomo è da condividere con gli animali e le piante, perché c’è una comunione di co-creature che va riscoperta.

9. Uno spunto critico
- Il limite di questo discorso è la sovradeterminazione del creato rispetto all’uomo. Cioè, molto semplicemente, che l’uomo ami di più la natura dell’uomo. Questo non è cristiano!
L’amore per le creature – questo Francesco ce lo testimonia – è una delle vie che può aiutarci ad amare di più il prossimo e Dio. L’amore per la natura non esclude o mette “in secondo piano” il fratello, a volte molto più scomodo e fastidioso di un simpatico cagnolino.
Infine, amore per la natura non significa fermare qualsiasi intervento sulla natura (fruor). C’è un’opera di umanizzazione della natura che è necessario e legittimo, per renderla degna della dimora dell’uomo. Umanizzare la natura infatti non vuole necessariamente distruggerla. L’intervento dell’uomo può essere benefico per l’uomo e per la natura. La natura, in relazione al peccato dell’uomo, è segnata da una ambiguità. Il cristiano è chiamato a liberare se stesso, ma anche la natura, da questa ambiguità (madre o matrigna). In questo modo egli continua l’opera creatrice di Dio Padre e l’azione redentrice di Cristo.

DIO RIVELA IL SUO « DISEGNO DI BENEVOLENZA » – (PAOLO, EFESINI ED ALTRE LETTERE) – BENEDETTO XVI, 2012

http://www.vatican.va/holy_father/benedict_xvi/audiences/2012/documents/hf_ben-xvi_aud_20121205_it.html

BENEDETTO XVI

UDIENZA GENERALE

Aula Paolo VI

Mercoledì, 5 dicembre 2012

L’ANNO DELLA FEDE. DIO RIVELA IL SUO « DISEGNO DI BENEVOLENZA » – (PAOLO, EFESINI ED ALTRE LETTERE)

Cari fratelli e sorelle,

all’inizio della sua Lettera ai cristiani di Efeso (cfr 1, 3-14), l’apostolo Paolo eleva una preghiera di benedizione a Dio, Padre del Signore nostro Gesù Cristo, che ci introduce a vivere il tempo di Avvento, nel contesto dell’Anno della fede. Tema di questo inno di lode è il progetto di Dio nei confronti dell’uomo, definito con termini pieni di gioia, di stupore e di ringraziamento, come un “disegno di benevolenza” (v. 9), di misericordia e di amore. Perché l’Apostolo eleva a Dio, dal profondo del suo cuore, questa benedizione? Perché guarda al suo agire nella storia della salvezza, culminato nell’incarnazione, morte e risurrezione di Gesù, e contempla come il Padre celeste ci abbia scelti prima ancora della creazione del mondo, per essere suoi figli adottivi, nel suo Figlio Unigenito, Gesù Cristo (cfr Rm 8,14s.; Gal 4,4s.). Noi esistiamo, fin dall’eternità nella mente di Dio, in un grande progetto che Dio ha custodito in se stesso e che ha deciso di attuare e di rivelare «nella pienezza dei tempi» (cfr Ef 1,10). San Paolo ci fa comprendere, quindi, come tutta la creazione e, in particolare, l’uomo e la donna non siano frutto del caso, ma rispondano ad un disegno di benevolenza della ragione eterna di Dio che con la potenza creatrice e redentrice della sua Parola dà origine al mondo. Questa prima affermazione ci ricorda che la nostra vocazione non è semplicemente esistere nel mondo, essere inseriti in una storia, e neppure soltanto essere creature di Dio; è qualcosa di più grande: è l’essere scelti da Dio, ancora prima della creazione del mondo, nel Figlio, Gesù Cristo. In Lui, quindi, noi esistiamo, per così dire, già da sempre. Dio ci contempla in Cristo, come figli adottivi. Il “disegno di benevolenza” di Dio, che viene qualificato dall’Apostolo anche come “disegno di amore” (Ef 1,5), è definito “il mistero” della volontà divina (v. 9), nascosto e ora manifestato nella Persona e nell’opera di Cristo. L’iniziativa divina precede ogni risposta umana: è un dono gratuito del suo amore che ci avvolge e ci trasforma.

Ma qual è lo scopo ultimo di questo disegno misterioso? Qual è il centro della volontà di Dio? E’ quello – ci dice san Paolo – di «ricondurre a Cristo, unico capo, tutte le cose» (v. 10). In questa espressione troviamo una delle formulazioni centrali del Nuovo Testamento che ci fanno comprendere il disegno di Dio, il suo progetto di amore verso l’intera umanità, una formulazione che, nel secondo secolo, sant’Ireneo di Lione mise come nucleo della sua cristologia: “ricapitolare” tutta la realtà in Cristo. Forse qualcuno di voi ricorda la formula usata dal Papa san Pio X per la consacrazione del mondo al Sacro Cuore di Gesù: “Instaurare omnia in Christo”, formula che si richiama a questa espressione paolina e che era anche il motto di quel santo Pontefice. L’Apostolo, però, parla più precisamente di ricapitolazione dell’universo in Cristo, e ciò significa che nel grande disegno della creazione e della storia, Cristo si leva come centro dell’intero cammino del mondo, asse portante di tutto, che attira a Sé l’intera realtà, per superare la dispersione e il limite e condurre tutto alla pienezza voluta da Dio (cfr Ef 1,23). Questo “disegno di benevolenza” non è rimasto, per così dire, nel silenzio di Dio, nell’altezza del suo Cielo, ma Egli lo ha fatto conoscere entrando in relazione con l’uomo, al quale non ha rivelato solo qualcosa, ma Se stesso. Egli non ha comunicato semplicemente un insieme di verità, ma si è auto-comunicato a noi, fino ad essere uno di noi, ad incarnarsi. Il Concilio Ecumenico Vaticano II nella Costituzione dogmatica Dei Verbum dice: «Piacque a Dio nella sua bontà e sapienza rivelare se stesso [non solo qualcosa di sé, ma se stesso] e far conoscere il mistero della sua volontà, mediante il quale gli uomini, per mezzo di Cristo, Verbo fatto carne, nello Spirito Santo hanno accesso al Padre e sono così resi partecipi della divina natura» (n. 2). Dio non solo dice qualcosa, ma Si comunica, ci attira nella divina natura così che noi siamo coinvolti in essa, divinizzati. Dio rivela il suo grande disegno di amore entrando in relazione con l’uomo, avvicinandosi a lui fino al punto di farsi Egli stesso uomo. Il Concilio continua: «Il Dio invisibile nel suo grande amore parla agli uomini come ad amici (cfr Es 33,11; Gv 15,14-15) e vive tra essi (cfr Bar 3,38) per invitarli e ammetterli alla comunione con Sé» (ibidem). Con la sola intelligenza e le sue capacità l’uomo non avrebbe potuto raggiungere questa rivelazione così luminosa dell’amore di Dio; è Dio che ha aperto il suo Cielo e si è abbassato per guidare l’uomo nell’abisso del suo amore. Ancora san Paolo scrive ai cristiani di Corinto: «Quelle cose che occhio non vide, né orecchio udì, né mai entrarono in cuore di uomo, Dio le ha preparate per coloro che lo amano. E a noi Dio le ha rivelate per mezzo dello Spirito; lo Spirito infatti conosce bene ogni cosa, anche le profondità di Dio» (2,9-10). E san Giovanni Crisostomo, in una celebre pagina a commento dell’inizio della Lettera agli Efesini, invita a gustare tutta la bellezza di questo “disegno di benevolenza” di Dio rivelato in Cristo, con queste parole: «Che cosa ti manca? Sei divenuto immortale, sei divenuto libero, sei divenuto figlio, sei divenuto giusto, sei divenuto fratello, sei divenuto coerede, con Cristo regni, con Cristo sei glorificato. Tutto ci è stato donato e – come sta scritto – “come non ci donerà ogni cosa insieme con lui?” (Rm 8,32). La tua primizia (cfr 1 Cor 15,20.23) è adorata dagli angeli […]: che cosa ti manca?» (PG 62,11). Questa comunione in Cristo per opera dello Spirito Santo, offerta da Dio a tutti gli uomini con la luce della Rivelazione, non è qualcosa che viene a sovrapporsi alla nostra umanità, ma è il compimento delle aspirazioni più profonde, di quel desiderio dell’infinito e di pienezza che alberga nell’intimo dell’essere umano, e lo apre ad una felicità non momentanea e limitata, ma eterna. San Bonaventura da Bagnoregio, riferendosi a Dio che si rivela e ci parla attraverso le Scritture per condurci a Lui, afferma così: «La sacra Scrittura è […] il libro nel quale sono scritte parole di vita eterna perché, non solo crediamo, ma anche possediamo la vita eterna, in cui vedremo, ameremo e saranno realizzati tutti i nostri desideri» (Breviloquium, Prol.; Opera Omnia V, 201s.). Infine, il beato Papa Giovanni Paolo II ricordava che «la Rivelazione immette nella storia un punto di riferimento da cui l’uomo non può prescindere, se vuole arrivare a comprendere il mistero della sua esistenza; dall’altra parte, però, questa conoscenza rinvia costantemente al mistero di Dio, che la mente non può esaurire, ma solo accogliere nella fede» (Enc. Fides et ratio, 14). In questa prospettiva, che cos’è dunque l’atto della fede? E’ la risposta dell’uomo alla Rivelazione di Dio, che si fa conoscere, che manifesta il suo disegno di benevolenza; è, per usare un’espressione agostiniana, lasciarsi afferrare dalla Verità che è Dio, una Verità che è Amore. Per questo san Paolo sottolinea come a Dio, che ha rivelato il suo mistero, si debba «l’obbedienza della fede» (Rm 16,26; cfr 1,5; 2 Cor 10, 5-6), l’atteggiamento con il quale «l’uomo liberamente si abbandona tutto a Lui, prestando la piena adesione dell’intelletto e della volontà a Dio che rivela e assentendo volontariamente alla Rivelazione che egli da» (Cost dogm. Dei Verbum, 5). Tutto questo porta ad un cambiamento fondamentale del modo di rapportarsi con l’intera realtà; tutto appare in una nuova luce, si tratta quindi di una vera “conversione”, fede è un “cambiamento di mentalità”, perché il Dio che si è rivelato in Cristo e ha fatto conoscere il suo disegno di amore, ci afferra, ci attira a Sé, diventa il senso che sostiene la vita, la roccia su cui essa può trovare stabilità. Nell’Antico Testamento troviamo una densa espressione sulla fede, che Dio affida al profeta Isaia affinché la comunichi al re di Giuda, Acaz. Dio afferma: «Se non crederete – cioè se non vi manterrete fedeli a Dio – non resterete saldi» (Is 7,9b). Esiste quindi un legame tra lo stare e il comprendere, che esprime bene come la fede sia un accogliere nella vita la visione di Dio sulla realtà, lasciare che sia Dio a guidarci con la sua Parola e i Sacramenti nel capire che cosa dobbiamo fare, qual è il cammino che dobbiamo percorrere, come vivere. Nello stesso tempo, però, è proprio il comprendere secondo Dio, il vedere con i suoi occhi che rende salda la vita, che ci permette di “stare in piedi”, di non cadere. Cari amici, l’Avvento, il tempo liturgico che abbiamo appena iniziato e che ci prepara al Santo Natale, ci pone di fronte al luminoso mistero della venuta del Figlio di Dio, al grande “disegno di benevolenza” con il quale Egli vuole attirarci a Sé, per farci vivere in piena comunione di gioia e di pace con Lui. L’Avvento ci invita ancora una volta, in mezzo a tante difficoltà, a rinnovare la certezza che Dio è presente: Egli è entrato nel mondo, facendosi uomo come noi, per portare a pienezza il suo piano di amore. E Dio chiede che anche noi diventiamo segno della sua azione nel mondo. Attraverso la nostra fede, la nostra speranza, la nostra carità, Egli vuole entrare nel mondo sempre di nuovo e vuol sempre di nuovo far risplendere la sua luce nella nostra notte.

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