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PAOLO AD ATENE – IL DISCORSO NELL’AREÒPAGO (ATTI, 17, 16:34)

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PAOLO AD ATENE – IL DISCORSO NELL’AREÒPAGO (ATTI, 17, 16:34)

(Chiesa Valdese di Trapani)

Un testo abbastanza famoso, da cui oggi cercheremo di trarre una meditazione utile per noi . Chiariamo subito il significato di due parole, non di uso comune e, perciò, bisognevoli di spiegazione.
L’Areòpago (Άρειος Πάγος « Collina di Ares »), dove è collocato l’episodio, è una delle colline di Atene, situata tra l’agorà e l’acropoli: vi campeggiava sicuramente un tempio dedicato ad Ares, dio della guerra.
Nel periodo monarchico vi si riuniva il collegio delle supreme magistrature dello stato presiedute dal re, ma al tempo di Paolo era ridotto a luogo di incontro, soprattutto con gli stranieri che portavano idee nuove da confrontare con i sapienti locali.
E i sapienti di quel tempo, oltre agli epicurei, erano soprattutto i discepoli di Zenone, fondatore della scuola filosofica detta stoicismo.
Questa scuola sosteneva le virtù dell’autocontrollo e del distacco dalle cose terrene, portate all’estremo nell’ideale dell’atarassia, intesa come assenza di agitazione, con lo scopo di raggiungere l’integrità morale e intellettuale. Nell’ideale stoico è il dominio sulle passioni (detto apatìa) che permette allo spirito il raggiungimento della saggezza. Riuscire è un compito individuale, e scaturisce dalla capacità del saggio di disfarsi delle idee e dei condizionamenti che la società in cui vive gli ha inculcato. Lo stoico tuttavia non disprezza la compagnia degli altri uomini, e l’aiuto ai più bisognosi è una pratica raccomandata.
Degli epicurei ci basta ricordare la convinzione che gli dèi esistano, ma non si preoccupino minimamente dell’andamento delle cose terrene, né abbiano la minima intenzione di governare il mondo materiale.
Questa la situazione culturale di Atene, quando vi giunge l’apostolo Paolo.
Il nostro testo sottolinea l’amarezza del suo animo, vedendo la città piena di idoli. Da dove cominciare?
L’ambiente culturale da dove proviene è quello di Israele, dove l’idolatria è stata bandita da tempo e si adora l’unico Dio. Qui le divinità sono molte e ognuno ha il suo tempio e i suoi adoratori.
Paolo non si scoraggia, ha già predicato con successo a Berea e a Tessalonica, dove un gran numero di nobildonne greche e di uomini hanno accettato la fede, ma da dove è stato necessario partire con urgenza, per evitare lo scontro con i fratelli giudei che sobillavano la folla contro di lui.
Ma gli Ateniesi e i residenti stranieri hanno una caratteristica importante: sanno ascoltare, passano il loro tempo dialogando sulle novità.
E il capitolo 17 degli Atti degli Apostoli ci dà ragione del primo incontro tra mondo greco e cristiani:
da una parte ci sono filosofi stoici ed epicurei, i dotti del tempo che, sentendo San Paolo discutere ogni giorno sulla piazza con quelli che incontrava, si chiedono: « Cosa vuoi dire questo σπερματολόγος (ciarlatano)? ». E lo conducono all’Areopago.
Dall’altra parte c’è Paolo che, originario di Tarso, luogo di incontro tra cultura greca e mondo ebraico, doveva ben conoscere il poeta e filosofo stoico Arato, che cita nel rispondere al dotto pubblico ateniese. Di questo poeta, tipico rappresentante della cultura ellenistica, Paolo assume il linguaggio, le categorie, i concetti, ma caricando ogni sua parola di una valenza nuova ed estranea a Stoici ed Epicurei, della novità portata dal fatto di Cristo.
La prima parte del discorso di Paolo prende spunto da una iscrizione al « Dio ignoto » da lui vista nelle vie di Atene, ed è una lettura in chiave giudaico-cristiara dei primi 19 versi (il cosiddetto Inno a Zeus) dei Phaenomena di Arato. E Paolo in effetti deriva da Arato non solo la citazione esplicita (Atti 17,28) del v. 5, ma anche l’immagine del Dìo provvidente che fissa agli uomini i tempi prestabiliti. In Arato – v. 10 sgg. – si tratta degli astri e dei segni nel cielo che distinguono il corso dell’ anno e delle stagioni.
Voglio vedere in Paolo un maestro e cercare di capire assieme a voi il suo metodo di evangelizzazione.
Qualche nostro fratello esagitato avrebbe cominciato il suo discorso inveendo contro la presenza di tanti altari e di tante divinità, ergendosi a paladino della sua verità e irritando subito gli ascoltatori.
Paolo no. Il suo spunto, per interessare gli uditori, lo prende proprio da qualcosa che è loro familiare: un altare dedicato al ‘Dio sconosciuto’ e un loro poeta – Arato – che ha trovato un’ottima relazione con Dio.
Paolo si improvvisa profeta di questo Dio, al cui altare forse nessuno si era ancora fermato: io vi annuncio qualcosa che voi adorate senza conoscere.

E’ importante: evangelizzare significa annunciare, portare conoscenza.
E Paolo cosa annuncia?
Dio ha fatto il mondo
Dio è Signore del cielo e della terra
Dio non abita in templi costruiti dall’uomo
Dio dà a tutti la vita, il respiro e ogni cosa
Le nostre mani non hanno nulla da donare a Dio, perché tutto è di Dio
Dio ha derivato tutte le nazioni da un solo uomo
Gli uomini possono cercare Dio, ma è difficile trovarlo, benché sia vicino a ognuno di noi.
In Dio noi viviamo, ci muoviamo e siamo. Siamo sua discendenza. Proprio come diceva Arato.
Dio è spirito, nulla a che fare con oro, argento o pietre scolpite dall’arte.
I tempi dell’ignoranza sono finiti: bisogna ravvedersi. Attraverso un uomo che ha risuscitato dai morti, Dio giudicherà il mondo.

Gli Ateniesi ascoltano senza obiezioni fino al concetto della resurrezione, a loro totalmente estraneo. ‘Ti ascolteremo un’altra volta’, e vanno via.
Comunque la parola annunciata da Paolo fa breccia: alcuni si unirono a lui e cedettero. Il nostro testo ci tiene a farci conoscere anche il nome di una donna: Damaris.
Meditiamo anche noi sul messaggio di Paolo e sul suo modo di evangelizzare.
La scena dell’areopago si ripete spesso anche ai nostri giorni, gli idoli non mancano nella nostra città, gli altari e i templi sono dedicati a tanti santi e madonne: cambia il loro nome ma non la loro funzione.
Solo un esempio. Ares per gli Ateniesi era il dio della guerra, ebbene ora ci pensa santa Barbara, protettrice delle armi. Figuriamoci!
Anche noi possiamo annunciare il vangelo della verità, Dio è fedele alla sua promessa e anche dalle nostre parole può suscitare la fede. Forse manca proprio Paolo….se spesso noi taciamo, ormai abituati a convivere in mezzo a tanta idolatria e ignoranza.
E il guaio è proprio questo: la nostra società ci tiene proprio a dirsi cristiana, anche se poi tanti, incalzati a dovere, stentano a credere in Gesù risorto. Anzi, spesso negano totalmente il potere di Dio sulla morte. E le enormi statue di padre Pio sono gli idoli più recenti che proteggono l’ignoranza del nostro popolo. Ma noi siamo chiamati a evangelizzare, con rispetto, con fede e con molta preghiera in questa città, dove viviamo.
Che il Signore ci invada col suo Spirito, perché possiamo trovare forza e potenza nel parlare di Lui.
Il mondo ha bisogno di veri credenti cristiani, per non perdere il senso della giustizia e della fratellanza fra tutti i popoli.

Franco D’Amico – culto del 20 dic 2009

 

SAN PAOLO AD ATENE (interessante)

http://www.domenicanipistoia.it/sanpaolo-atene.htm

CREDERE CON IL CORPO LA LEZIONE DI PANIKKAR, TEOLOGO DI TRE RELIGIONI

di Armando Torno

SAN PAOLO AD ATENE

Ad Atene Paolo giunse per la prima volta verso l’estate del 50, giusto nella metà esatta del secolo I, a vent’anni dalla morte di Gesù. Egli proveniva dalla Macedonia e aveva già soggiornato in varie città (Filippi, Tessalonica, Berea), suscitandovi piccole comunità cristiane, frutto del suo primo viaggio missionario in Europa. Ma una città come Atene, con il suo glorioso passato politico e culturale, doveva costituire qualcosa di nuovo e affascinante.
Qui Paolo stabilì due punti di attività missionaria: la sinagoga e l’agorà (la «pubblica piazza»). L’Areòpago era fuori dalle sue intenzioni, e l’intervento al suo interno fu occasionale. Egli infatti mirava di preferenza a un contatto non tanto selettivo quanto di tipo generale e per così dire misto, come risulterà soprattutto a Corinto. Nella sinagoga, che offriva un’audience più ristretta, poteva rivolgersi in modo mirato agli Ebrei e ai «pagani credenti in Dio», cioè a coloro che erano idealmente vicini al giudaismo (cf. At 17,17a); qui era in un certo senso a casa propria. Nell’agorà, invece, per natura sua più laica e aperta, poteva parlare con chiunque incontrasse.
Essa infatti è il luogo del libero scambio, dove più evidente appare il gioco della democrazia; non per nulla nelle città dell’antico Vicino Oriente, anteriori all’ellenismo, manca uno spazio del genere «in mezzo alla città», ritenuto inutile o addirittura pericoloso.
Il discorso all’Areòpago (At 17,22- 31) secondo gli Atti degli Apostoli è il pezzo forte dell’intervento di Paolo ad Atene, e si può suddividere in un esordio (vv. 22- 23), nell’annuncio dell’unico Dio con i rischi della sua ricerca (vv. 24- 29) e nel tipico annuncio cristiano (vv. 30- 31). Vogliamo chiederci qui quale sia, in generale, il suo significato per l’incontro tra vangelo e cultura. A questo proposito, possiamo individuare tre aspetti interessanti.
L’intervento di Paolo all’Areòpago è l’unico esempio nel Nuovo Testamento di un discorso ai pagani. Va osservato che Paolo, in base al giudaismo di origine, doveva appunto considerare come «gli altri», cioè distanti e diversi, proprio i «gentili», quelli che oggi qualifichiamo genericamente come pagani. Anche se storicamente l’atteggiamento di Israele verso di loro può aver assunto forme di integrazione a vari livelli, restò sempre un giudizio di fondo, che li bollava come «un nulla» (Is 40,17) o come «peccatori» (Gal 2,15).
Ebbene, l’enorme «operazione culturale» attuata da Paolo è stata appunto quella di aprire il Dio d’Israele anche ai «gentili» e di ammetterli gratuitamente, cioè senza richiedere loro l’osservanza della legge di Mosè, ma proponendo la semplice fede nel sangue di Cristo, alla giustificazione davanti a Dio e in ultima analisi alla salvezza escatologica, sulla base non dei comandamenti formulati dal legislatore Mosè, ma delle libere promesse fatte da Dio al patriarca Abramo. Per questo Paolo si è sempre battuto: per avvicinare i lontani (cf. Ef 2,13), per ammettere e accogliere «gli altri», quelli che erano religiosamente bollati come esclusi, per superare quindi i molti recinti del sacro, della cultura, della razza, e persino del sesso (cf. Gal 3,28), tutte barriere che egli sa ormai irrimediabilmente abbattute in Cristo.
Il suo discorso all’Areòpago rappresenta il momento tipico di questa «politica». È vero che altri Giudei di ambito ellenistico operarono irenicamente nei confronti della cultura pagana: valga per tutti la figura straordinaria del filosofo-mistico Filone Alessandrino. Ma mentre Filone, pur dimostrando una conoscenza molto più ampia e approfondita della tradizione culturale greca, non rinuncia a proporre i benefici della legge mosaica, Paolo prescinde da ogni imposizione legalistica e propone semplicemente Gesù Cristo come l’unica via per giungere alla comunione con la divinità. Il discorso di Paolo all’Areòpago ci propone poi due istanze esemplari molto concrete. La prima riguarda il contatto diretto e anche fisico con «gli altri», cercandoli magari là dove essi sono e vivono, senza temere di incontrare la diversità «altrui» e di starle magari gomito a gomito, nonostante troppe volte si sia tentati dalla chiusura, dall’affermazione soltanto della «propria» diversità. La seconda istanza è un corollario della precedente: «gli altri» si incontrano veramente, non con la pretesa di strapparli alla loro cultura per imporgliene una nuova, magari antitetica, bensì adottando punti di vista della cultura altrui che possono valere come vera e propria praeparatio evangelica. La parola magica in questo senso è «inculturazione», che fa pendant con «incarnazione».
Nonostante tutta la buona volontà ecumenica di Paolo, egli tuttavia all’Areòpago annunziò il messaggio cristiano in alcuni suoi elementi tipici.
Certo, secondo il testo lucano, egli non parlò della croce di Cristo. Ma il suo discorso giunse a proporre la prospettiva del giudizio escatologico e, come suo corollario, il kerygma (o annunzio fondamentale) della risurrezione di Cristo. Ciò già poteva bastare per motivare un rifiuto, come di fatto avvenne.
Si potrebbe perciò discutere sull’eventuale necessità di cominciare il confronto con i lontani non direttamente con lo specifico kerygma cristiano, ma con dei prolegomena («premesse») che preparino alla sua accettazione. Ma resta il fatto che Paolo non premise dibattiti filosofici, se non assumendo irenicamente la palese condivisione di alcuni punti fermi della cultura greca, che sono poi quelli da noi tradizionalmente etichettati come elementi della teologia naturale (un esempio è la citazione del poeta Arato: «Di lui infatti anche noi siamo stirpe», nel v. 28). Ciò che può derivarne per ogni cristiano, al di là di ogni buona volontà di dialogo, è che non si può sfuggire all’esigenza di proporre ciò che più propriamente definisce l’identità della sua fede. Bisogna prima o poi giungere a dire che, oltre ogni nesso che lega il cristiano al ricco patrimonio delle tradizioni culturali umane, c’è qualcosa di irriducibile ad esse, qualcosa che può essere e di fatto viene giudicato «scandalo e stoltezza», di fronte a cui la sapienza del mondo viene messa in scacco (cf. 1Cor 1,17- 25). Certo è che una forte precomprensione religiosa non basta ad accogliere il vangelo. Gli Ateniesi vengono riconosciuti «molto timorati degli dèi» (v. 22), però questo non solo non valse a nulla, ma costituì forse l’ostacolo maggiore alla fede. Il vangelo infatti è sempre anche una critica della religione, cioè delle inveterate categorie, individuali e sociali, secondo le quali sembrerebbe che l’accesso a Dio sia ormai fissato irrevocabilmente in figure, istituzioni e ritualità tradizionali. Il vangelo invece annuncia a sorpresa un comportamento divino che non era stato previsto e che perciò sconvolge questi schemi. Per accoglierlo occorre una disponibilità a superare se stessi, che non è sempre facile e non si può dare per scontata. Il «Dio ignoto» degli Ateniesi (cf. v. 23) può essere metafora di tutto ciò che sta oltre ogni precomprensione e che, sulla base della rivelazione, è compito del cristiano comunicare.
L’ Areòpago di Atene, alla luce dell’esperienza di Paolo, può valere come metafora di tutte le possibili occasioni e di tutti i possibili luoghi di confronto pubblico e qualificato tra il vangelo e la cultura umana. Però, se è vero che all’Areòpago si giunge solo su invito o per un cortese trascinamento, non sempre e non a tutti è possibile accedervi. Le agorà sono invece sempre a disposizione, poiché esse sono di tutti, aperte per definizione. Se l’Areòpago richiama l’idea di un ambito riservato e in definitiva aristocratico, l’agorà propone l’idea di un ambito popolare, democratico, in cui chiunque può incontrare tutti, e al quale nessuno è precluso. Del resto è dall’agorà che si comincia: ciò che fa audience nell’agorà finisce prima o poi per approdare anche in un areòpago. Forse non è senza significato che Paolo, mentre tace il nome di Gesù nel discorso all’Areòpago, lo pronuncia invece apertamente nelle conversazioni dell’agorà (cf. vv. 17b- 18). Sembrerebbe che l’agorà sia più evangelica: essa ha comunque una destinazione universale, è per le folle. In fondo, la Galilea profonda era stata l’agorà di Gesù, e il sinedrio di Gerusalemme il suo areòpago, che l’ha messo a morte. Sembrerebbe perciò di dover riconoscere che il cristianesimo non può appartenere alle élites del potere, non solo di quello politico, ma neanche di quello religioso e neppure di quello culturale. Nel vangelo c’è qualcosa che non solo è irriducibile a queste strutture mondane, ma ne è anche in contrasto.
La menzione finale di Dionigi e Damaris (v. 34), che invece di irridere Paolo ne accolsero il messaggio, ci dice almeno che l’impegno apostolico non è senza un qualche risultato. E questo ottimismo incoraggia il lettore cristiano, il quale sa che l’odierna società così frammentata nelle specializzazioni non manca di offrire nuovi areòpaghi. L’importante è di non fruire privatisticamente della propria fede, ma di esporla pur senza ostentarla, di confrontarla senza prevaricazioni, di aprirla ad apporti altrui al di là di presunzioni autonomistiche, e di offrirla con gioiosa umiltà. Questo compito per il cristiano non è secondario, ma nativo. In fondo, la comparsa di Paolo all’Areòpago era già segnata fin dalla sua vocazione sulla strada di Damasco, quando il Signore disse: «Egli è per me uno strumento eletto per portare il mio nome dinanzi ai popoli, ai re e ai figli d’Israele; e io gli mostrerò quanto dovrà soffrire per il mio nome» (At 9,15- 16). Secondarie sono solo le modalità. È per questo che gli Atti degli Apostoli non sono terminati. Essi continuano nella storia personale di ogni battezzato.

LE 4 SEZIONI NOI DI « ATTI DEGLI APOSTOLI »

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LE 4 SEZIONI NOI DI « ATTI DEGLI APOSTOLI »

(gli Atti all’inizio sono in terza persona)

1. 16,10-17 – 2. 20,5-15 – 3. 21,1-18 – 4. 27,1-28,16

1. 16,10-17 – Dopo che ebbe questa visione, subito cercammo di partire per la Macedonia, ritenendo che Dio ci avesse chiamati ad annunciare loro il Vangelo.
11Salpati da Tròade, facemmo vela direttamente verso Samotràcia e, il giorno dopo, verso Neàpoli 12e di qui a Filippi, colonia romana e città del primo distretto della Macedonia. Restammo in questa città alcuni giorni. 13Il sabato uscimmo fuori della porta lungo il fiume, dove ritenevamo che si facesse la preghiera e, dopo aver preso posto, rivolgevamo la parola alle donne là riunite. 14Ad ascoltare c’era anche una donna di nome Lidia, commerciante di porpora, della città di Tiàtira, una credente in Dio, e il Signore le aprì il cuore per aderire alle parole di Paolo. 15Dopo essere stata battezzata insieme alla sua famiglia, ci invitò dicendo: « Se mi avete giudicata fedele al Signore, venite e rimanete nella mia casa ». E ci costrinse ad accettare.
16Mentre andavamo alla preghiera, venne verso di noi una schiava che aveva uno spirito di divinazione: costei, facendo l’indovina, procurava molto guadagno ai suoi padroni. 17Ella si mise a seguire Paolo e noi, gridando: « Questi uomini sono servi del Dio altissimo e vi annunciano la via della salvezza ».
2. 20,5-15 – 5Questi però, partiti prima di noi, ci attendevano a Tròade; 6noi invece salpammo da Filippi dopo i giorni degli Azzimi e li raggiungemmo in capo a cinque giorni a Tròade, dove ci trattenemmo sette giorni.
7Il primo giorno della settimana ci eravamo riuniti a spezzare il pane, e Paolo, che doveva partire il giorno dopo, conversava con loro e prolungò il discorso fino a mezzanotte. 8C’era un buon numero di lampade nella stanza al piano superiore, dove eravamo riuniti. 9Ora, un ragazzo di nome Èutico, seduto alla finestra, mentre Paolo continuava a conversare senza sosta, fu preso da un sonno profondo; sopraffatto dal sonno, cadde giù dal terzo piano e venne raccolto morto. 10Paolo allora scese, si gettò su di lui, lo abbracciò e disse: « Non vi turbate; è vivo! ». 11Poi risalì, spezzò il pane, mangiò e, dopo aver parlato ancora molto fino all’alba, partì. 12Intanto avevano ricondotto il ragazzo vivo, e si sentirono molto consolati.
13Noi, che eravamo già partiti per nave, facemmo vela per Asso, dove dovevamo prendere a bordo Paolo; così infatti egli aveva deciso, intendendo fare il viaggio a piedi. 14Quando ci ebbe raggiunti ad Asso, lo prendemmo con noi e arrivammo a Mitilene. 15Salpati da qui, il giorno dopo ci trovammo di fronte a Chio; l’indomani toccammo Samo e il giorno seguente giungemmo a Mileto.
3. 21,1-18 – 1 Appena ci fummo separati da loro, salpammo e per la via diretta giungemmo a Cos, il giorno seguente a Rodi e di qui a Pàtara. 2Trovata una nave che faceva la traversata per la Fenicia, vi salimmo e prendemmo il largo. 3Giunti in vista di Cipro, la lasciammo a sinistra e, navigando verso la Siria, sbarcammo a Tiro, dove la nave doveva scaricare. 4Avendo trovato i discepoli, rimanemmo là una settimana, ed essi, per impulso dello Spirito, dicevano a Paolo di non salire a Gerusalemme. 5Ma, quando furono passati quei giorni, uscimmo e ci mettemmo in viaggio, accompagnati da tutti loro, con mogli e figli, fino all’uscita della città. Inginocchiati sulla spiaggia, pregammo, 6poi ci salutammo a vicenda; noi salimmo sulla nave ed essi tornarono alle loro case. 7Terminata la navigazione, da Tiro approdammo a Tolemàide; andammo a salutare i fratelli e restammo un giorno con loro.
8Ripartiti il giorno seguente, giungemmo a Cesarèa; entrati nella casa di Filippo l’evangelista, che era uno dei Sette, restammo presso di lui. 9Egli aveva quattro figlie nubili, che avevano il dono della profezia. 10Eravamo qui da alcuni giorni, quando scese dalla Giudea un profeta di nome Àgabo. 11Egli venne da noi e, presa la cintura di Paolo, si legò i piedi e le mani e disse: « Questo dice lo Spirito Santo: l’uomo al quale appartiene questa cintura, i Giudei a Gerusalemme lo legheranno così e lo consegneranno nelle mani dei pagani ». 12All’udire queste cose, noi e quelli del luogo pregavamo Paolo di non salire a Gerusalemme. 13Allora Paolo rispose: « Perché fate così, continuando a piangere e a spezzarmi il cuore? Io sono pronto non soltanto a essere legato, ma anche a morire a Gerusalemme per il nome del Signore Gesù ». 14E poiché non si lasciava persuadere, smettemmo di insistere dicendo: « Sia fatta la volontà del Signore! ».
15Dopo questi giorni, fatti i preparativi, salimmo a Gerusalemme. 16Vennero con noi anche alcuni discepoli da Cesarèa, i quali ci condussero da un certo Mnasone di Cipro, discepolo della prima ora, dal quale ricevemmo ospitalità.
17Arrivati a Gerusalemme, i fratelli ci accolsero festosamente. 18Il giorno dopo Paolo fece visita a Giacomo insieme con noi; c’erano anche tutti gli anziani.
4. 27,1-28,16 – 1 Quando fu deciso che ci imbarcassimo per l’Italia, consegnarono Paolo, insieme ad alcuni altri prigionieri, a un centurione di nome Giulio, della coorte Augusta. 2Salimmo su una nave della città di Adramitto, che stava per partire verso i porti della provincia d’Asia, e salpammo, avendo con noi Aristarco, un Macèdone di Tessalònica. 3Il giorno dopo facemmo scalo a Sidone, e Giulio, trattando Paolo con benevolenza, gli permise di recarsi dagli amici e di riceverne le cure. 4Salpati di là, navigammo al riparo di Cipro a motivo dei venti contrari 5e, attraversato il mare della Cilìcia e della Panfìlia, giungemmo a Mira di Licia. 6Qui il centurione trovò una nave di Alessandria diretta in Italia e ci fece salire a bordo. 7Navigammo lentamente parecchi giorni, giungendo a fatica all’altezza di Cnido. Poi, siccome il vento non ci permetteva di approdare, prendemmo a navigare al riparo di Creta, dalle parti di Salmone; 8la costeggiammo a fatica e giungemmo in una località chiamata Buoni Porti, vicino alla quale si trova la città di Lasèa.
9Era trascorso molto tempo e la navigazione era ormai pericolosa, perché era già passata anche la festa dell’Espiazione; Paolo perciò raccomandava 10loro: « Uomini, vedo che la navigazione sta per diventare pericolosa e molto dannosa, non solo per il carico e per la nave, ma anche per le nostre vite ». 11Il centurione dava però ascolto al pilota e al capitano della nave più che alle parole di Paolo. 12Dato che quel porto non era adatto a trascorrervi l’inverno, i più presero la decisione di salpare di là, per giungere se possibile a svernare a Fenice, un porto di Creta esposto a libeccio e a maestrale.
13Appena cominciò a soffiare un leggero scirocco, ritenendo di poter realizzare il progetto, levarono le ancore e si misero a costeggiare Creta da vicino. 14Ma non molto tempo dopo si scatenò dall’isola un vento di uragano, detto Euroaquilone. 15La nave fu travolta e non riusciva a resistere al vento: abbandonati in sua balìa, andavamo alla deriva. 16Mentre passavamo sotto un isolotto chiamato Cauda, a fatica mantenemmo il controllo della scialuppa. 17La tirarono a bordo e adoperarono gli attrezzi per tenere insieme con funi lo scafo della nave. Quindi, nel timore di finire incagliati nella Sirte, calarono la zavorra e andavano così alla deriva. 18Eravamo sbattuti violentemente dalla tempesta e il giorno seguente cominciarono a gettare a mare il carico; 19il terzo giorno con le proprie mani buttarono via l’attrezzatura della nave. 20Da vari giorni non comparivano più né sole né stelle e continuava una tempesta violenta; ogni speranza di salvarci era ormai perduta.
21Da molto tempo non si mangiava; Paolo allora, alzatosi in mezzo a loro, disse: « Uomini, avreste dovuto dar retta a me e non salpare da Creta; avremmo evitato questo pericolo e questo danno. 22Ma ora vi invito a farvi coraggio, perché non ci sarà alcuna perdita di vite umane in mezzo a voi, ma solo della nave. 23Mi si è presentato infatti questa notte un angelo di quel Dio al quale io appartengo e che servo, 24e mi ha detto: « Non temere, Paolo; tu devi comparire davanti a Cesare, ed ecco, Dio ha voluto conservarti tutti i tuoi compagni di navigazione ». 25Perciò, uomini, non perdetevi di coraggio; ho fiducia in Dio che avverrà come mi è stato detto. 26Dovremo però andare a finire su qualche isola ».
27Come giunse la quattordicesima notte da quando andavamo alla deriva nell’Adriatico, verso mezzanotte i marinai ebbero l’impressione che una qualche terra si avvicinava. 28Calato lo scandaglio, misurarono venti braccia; dopo un breve intervallo, scandagliando di nuovo, misurarono quindici braccia. 29Nel timore di finire contro gli scogli, gettarono da poppa quattro ancore, aspettando con ansia che spuntasse il giorno. 30Ma, poiché i marinai cercavano di fuggire dalla nave e stavano calando la scialuppa in mare, col pretesto di gettare le ancore da prua, 31Paolo disse al centurione e ai soldati: « Se costoro non rimangono sulla nave, voi non potrete mettervi in salvo ». 32Allora i soldati tagliarono le gómene della scialuppa e la lasciarono cadere in mare.
33Fino allo spuntare del giorno Paolo esortava tutti a prendere cibo dicendo: « Oggi è il quattordicesimo giorno che passate digiuni nell’attesa, senza mangiare nulla. 34Vi invito perciò a prendere cibo: è necessario per la vostra salvezza. Neanche un capello del vostro capo andrà perduto ». 35Detto questo, prese un pane, rese grazie a Dio davanti a tutti, lo spezzò e cominciò a mangiare. 36Tutti si fecero coraggio e anch’essi presero cibo. 37Sulla nave eravamo complessivamente duecentosettantasei persone. 38Quando si furono rifocillati, alleggerirono la nave gettando il frumento in mare.
39Quando si fece giorno, non riuscivano a riconoscere la terra; notarono però un’insenatura con una spiaggia e decisero, se possibile, di spingervi la nave.
40Levarono le ancore e le lasciarono andare in mare. Al tempo stesso allentarono le corde dei timoni, spiegarono la vela maestra e, spinti dal vento, si mossero verso la spiaggia. 41Ma incapparono in una secca e la nave si incagliò: mentre la prua, arenata, rimaneva immobile, la poppa si sfasciava sotto la violenza delle onde. 42I soldati presero la decisione di uccidere i prigionieri, per evitare che qualcuno fuggisse a nuoto; 43ma il centurione, volendo salvare Paolo, impedì loro di attuare questo proposito. Diede ordine che si gettassero per primi quelli che sapevano nuotare e raggiungessero terra; 44poi gli altri, chi su tavole, chi su altri rottami della nave. E così tutti poterono mettersi in salvo a terra.
28,1 Una volta in salvo, venimmo a sapere che l’isola si chiamava Malta. 2Gli abitanti ci trattarono con rara umanità; ci accolsero tutti attorno a un fuoco, che avevano acceso perché era sopraggiunta la pioggia e faceva freddo. 3Mentre Paolo raccoglieva un fascio di rami secchi e lo gettava sul fuoco, una vipera saltò fuori a causa del calore e lo morse a una mano. 4Al vedere la serpe pendergli dalla mano, gli abitanti dicevano fra loro: « Certamente costui è un assassino perché, sebbene scampato dal mare, la dea della giustizia non lo ha lasciato vivere ». 5Ma egli scosse la serpe nel fuoco e non patì alcun male. 6Quelli si aspettavano di vederlo gonfiare o cadere morto sul colpo ma, dopo avere molto atteso e vedendo che non gli succedeva nulla di straordinario, cambiarono parere e dicevano che egli era un dio.
7Là vicino vi erano i possedimenti appartenenti al governatore dell’isola, di nome Publio; questi ci accolse e ci ospitò con benevolenza per tre giorni. 8Avvenne che il padre di Publio giacesse a letto, colpito da febbri e da dissenteria; Paolo andò a visitarlo e, dopo aver pregato, gli impose le mani e lo guarì. 9Dopo questo fatto, anche gli altri abitanti dell’isola che avevano malattie accorrevano e venivano guariti. 10Ci colmarono di molti onori e, al momento della partenza, ci rifornirono del necessario.
11Dopo tre mesi salpammo con una nave di Alessandria, recante l’insegna dei Diòscuri, che aveva svernato nell’isola. 12Approdammo a Siracusa, dove rimanemmo tre giorni. 13Salpati di qui, giungemmo a Reggio. Il giorno seguente si levò lo scirocco e così l’indomani arrivammo a Pozzuoli. 14Qui trovammo alcuni fratelli, i quali ci invitarono a restare con loro una settimana. Quindi arrivammo a Roma. 15I fratelli di là, avendo avuto notizie di noi, ci vennero incontro fino al Foro di Appio e alle Tre Taverne. Paolo, al vederli, rese grazie a Dio e prese coraggio.
16Arrivati a Roma, fu concesso a Paolo di abitare per conto suo con un soldato di guardia.

LE PAROLE DI GESÙ DI NAZARETH ALL’APOSTOLO PAOLO

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LE PAROLE DI GESÙ DI NAZARETH ALL’APOSTOLO PAOLO

Per la consultazione dei testi: Nuova versione web C.E.I. 2008

Atti 9,4-6 – [Sulla via di Damasco, in Siria] 4. « Saulo, Saulo perché mi perseguiti? » 5. Rispose: « Chi sei, o Signore? » Ed Egli: « Io sono Gesù, che tu perseguiti! 6. Ma tu alzati ed entra nella città e ti sarà detto ciò che devi fare ».
Atti 9,11-17 – [Il Signore prepara Anania di Damasco per incontrare Saulo]: 11. « [Anania] Su, va’ nella strada chiamata Diritta e cerca, nella casa di Giuda, un tale che ha nome Saulo, di Tarso; ecco sta pregando 12. e ha visto in visione un uomo, di nome Anania, venire e imporgli le mani perché recuperasse la vista »… 15. Va’ perché egli è lo strumento che ho scelto per me, affinché porti il mio nome dinanzi alle Nazioni, ai re e ai figli d’Israele; 16. e io gli mostrerò quanto dovrà soffrire per il mio nome ». 17. Allora Anania andò, entrò nella casa (di Giuda), gli impose le mani e disse: « Saulo, fratello, mi ha mandato a te il Signore, quel Gesù che ti è apparso sulla strada che percorrevi, perché tu riacquisti la vista e sia colmato di Spirito Santo ».

Atti 18,9 [a Corinto, una notte in visione], il Signore disse a Paolo: « Non aver paura; continua a parlare e non tacere, perché io sono con te e nessuno cercherà di farti del male: in questa città io ho un popolo numeroso ».

Atti 20,18-35 [Paolo è ad Efeso e rivela]: 18. « Voi sapete come mi sono comportato con voi per tutto questo tempo, fin dal primo giorno in cui arrivai in Asia: 19. ho servito il Signore con tutta umiltà, tra le lacrime e le prove che mi hanno procurato le insidie dei Giudei; 20. non mi sono mai tirato indietro da ciò che poteva essere utile, al fine di predicare a voi e di istruirvi, in pubblico e nelle case, 21. testimoniando a Giudei e Greci la conversione a Dio e la fede nel Signore nostro Gesù. 22. Ed ecco, dunque, costretto dallo Spirito, io vado a Gerusalemme, senza sapere ciò che là mi accadrà. 23. So soltanto che lo Spirito Santo, di città in città, mi attesta che mi attendono catene e tribolazioni. 24. Non ritengo in nessun modo preziosa la mia vita, purché conduca a termine la mia corsa e il servizio che mi fu affidato dal Signore Gesù, di dare testimonianza al vangelo della grazia di Dio. 25. E ora, ecco, io so che non vedrete più il mio volto, voi tutti tra i quali sono passato annunciando il Regno. 26. Per questo attesto solennemente oggi, davanti a voi, che io sono innocente del sangue di tutti, 27. perché non mi sono sottratto al dovere di annunciarvi tutta la volontà di Dio 28. Vegliate su voi stessi e su tutto il gregge, in mezzo al quale lo Spirito Santo vi ha costituiti come custodi per essere pastori della Chiesa di Dio, che si è acquistata con il sangue del proprio Figlio. 29. Io so che dopo la mia partenza verranno fra voi lupi rapaci, che non risparmieranno il gregge; 30. perfino in mezzo a voi sorgeranno alcuni a parlare di cose perverse, per attirare i discepoli dietro di sé. 31. Per questo vigilate, ricordando che per tre anni, notte e giorno, io non ho cessato, tra le lacrime, di ammonire ciascuno di voi. 32. E ora vi affido a Dio e alla parola della sua grazia, che ha la potenza di edificare e di concedere l’eredità fra tutti quelli che da lui sono santificati. 33. Non ho desiderato né argento né oro né il vestito di nessuno. 34. Voi sapete che alle necessità mie e di quelli che erano con me hanno provveduto queste mie mani. 35. In tutte le maniere vi ho mostrato che i deboli si devono soccorrere lavorando così, ricordando le parole del Signore Gesù, che disse: « Si è più beati nel dare che nel ricevere! »".

Atti 22,6-21 [Paolo davanti ai Giudei del Sinedrio a Gerusalemme si difende] 6. Mentre ero in viaggio e mi stavo avvicinando a Damasco, verso mezzogiorno, all’improvviso una grande luce dal cielo sfolgorò attorno a me; 7. caddi a terra e sentii una voce che mi diceva: « Saulo, Saulo, perché mi perséguiti? ». 8. Io risposi: « Chi sei, o Signore? ». Mi disse: « Io sono Gesù il Nazareno, che tu perséguiti ». 9. Quelli che erano con me videro la luce, ma non udirono la voce di colui che mi parlava. 10. Io dissi allora: « Che devo fare, Signore? ». E il Signore mi disse: « Àlzati e prosegui verso Damasco; là ti verrà detto tutto quello che è stabilito che tu faccia ». 11. E poiché non ci vedevo più, a causa del fulgore di quella luce, guidato per mano dai miei compagni giunsi a Damasco.
12. Un certo Anania, devoto osservante della Legge e stimato da tutti i Giudei là residenti, 13. venne da me, mi si accostò e disse: « Saulo, fratello, torna a vedere! ». E in quell’istante lo vidi. 14. Egli soggiunse: « Il Dio dei nostri padri ti ha predestinato a conoscere la sua volontà, a vedere il Giusto (Gesù di Nazareth glorioso) e ad ascoltare una parola dalla sua stessa bocca, 15. perché gli sarai testimone davanti a tutti gli uomini delle cose che hai visto e udito. 16. E ora, perché aspetti? Àlzati, fatti battezzare e purificare dai tuoi peccati, invocando il suo nome ».
17. Dopo il mio ritorno a Gerusalemme, mentre pregavo nel tempio, fui rapito in estasi 18. e vidi lui che mi diceva: « Affréttati ed esci presto da Gerusalemme, perché non accetteranno la tua testimonianza su di me ». 19. E io dissi: « Signore, essi sanno che facevo imprigionare e percuotere nelle sinagoghe quelli che credevano in te; 20. e quando si versava il sangue di Stefano, tuo testimone, anche io ero presente e approvavo, e custodivo i vestiti di quelli che lo uccidevano ». 21. Ma egli mi disse: « Va’, perché io ti manderò lontano, alle nazioni »".

Atti 23 [Paolo a Gerusalemme, nella notte, riceve una visita dal Signore che] 11. gli disse: « Coraggio! Come hai testimoniato a Gerusalemme le cose che mi riguardano, così è necessario che tu dia testimonianza anche a Roma » (vedi 19,21)

Atti 26 [Saulo ricorda davanti al re Agrippa l'apparizione di Gesù di Nazareth sulla via di Damasco e le parole in lingua ebraica di Gesù]: 14. « Saulo, Saulo perché mi perseguiti? E’ duro per te rivoltarti contro il pungolo » 15. E io dissi: « Chi sei, Signore? » E il Signore rispose: « Io sono Gesù, che tu perseguiti. 16. Ma ora alzati e sta’ in piedi; io ti sono apparso infatti per costituirti ministro e testimone di quelle cose che hai visto di me e di quelle per cui ti apparirò. 17. Ti libererò dal Popolo e dalle Nazioni, a cui ti mando 18. per aprire i loro occhi, perché si convertano dalle tenebre alla luce e dal potere di Satana a Dio, e ottengano il perdono dei peccati e l’eredità, in mezzo a coloro che sono stati santificati per la fede in me ».

Dalle Lettere

Seconda lettera ai Corinzi – cap. 12,1-10
1. Se bisogna vantarsi – ma non conviene – verrò tuttavia alle visioni e alle rivelazioni del Signore. 2. So che un uomo, in Cristo, quattordici anni fa – se con il corpo o fuori del corpo non lo so, lo sa Dio – fu rapito fino al terzo cielo. 3. E so che quest’uomo – se con il corpo o senza corpo non lo so, lo sa Dio – 4. fu rapito in paradiso e udì parole indicibili che non è lecito ad alcuno pronunciare. 5. Di lui io mi vanterò! Di me stesso invece non mi vanterò, fuorché delle mie debolezze. 6. Certo, se volessi vantarmi, non sarei insensato: direi solo la verità. Ma evito di farlo, perché nessuno mi giudichi più di quello che vede o sente da me 7. e per la straordinaria grandezza delle rivelazioni. Per questo, affinché io non monti in superbia, è stata data alla mia carne una spina, un inviato di Satana per percuotermi, perché io non monti in superbia. 8. A causa di questo per tre volte ho pregato il Signore che l’allontanasse da me. 9. Ed egli mi ha detto: « Ti basta la mia grazia; la forza infatti si manifesta pienamente nella debolezza ». Mi vanterò quindi ben volentieri delle mie debolezze, perché dimori in me la potenza di Cristo. 10. Perciò mi compiaccio nelle mie debolezze, negli oltraggi, nelle difficoltà, nelle persecuzioni, nelle angosce sofferte per Cristo: infatti quando sono debole, è allora che sono forte.

Lettera ai Galati Cap. 1,11-24
Vi dichiaro, fratelli, che il Vangelo da me annunciato non segue un modello umano; 12. infatti io non l’ho ricevuto né l’ho imparato da uomini, ma per rivelazione di Gesù Cristo. 13. Voi avete certamente sentito parlare della mia condotta di un tempo nel giudaismo: perseguitavo ferocemente la Chiesa di Dio e la devastavo, 14. superando nel giudaismo la maggior parte dei miei coetanei e connazionali, accanito com’ero nel sostenere le tradizioni dei padri. 15. Ma quando Dio, che mi scelse fin dal seno di mia madre e mi chiamò con la sua grazia, si compiacque 16. di rivelare in me il Figlio suo perché lo annunciassi in mezzo alle genti, subito, senza chiedere consiglio a nessuno, 17. senza andare a Gerusalemme da coloro che erano apostoli prima di me, mi recai in Arabia e poi ritornai a Damasco. 18. In seguito, tre anni dopo, salii a Gerusalemme per andare a conoscere Cefa e rimasi presso di lui quindici giorni; 19. degli apostoli non vidi nessun altro, se non Giacomo, il fratello del Signore. 20. In ciò che vi scrivo – lo dico davanti a Dio – non mentisco. 21. Poi andai nelle regioni della Siria e della Cilìcia. 22. Ma non ero personalmente conosciuto dalle Chiese della Giudea che sono in Cristo; 23. avevano soltanto sentito dire: « Colui che una volta ci perseguitava, ora va annunciando la fede che un tempo voleva distruggere ». 24. E glorificavano Dio per causa mia.

DIO HA SCELTO LE COSE DEBOLI, Atti 16:6-15. (NON DISPREZZARE LE PICCOLE OCCASIONI)

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DIO HA SCELTO LE COSE DEBOLI (NON DISPREZZARE LE PICCOLE OCCASIONI)

Testo: Atti 16:6-15.

16:6 Poi attraversarono la Frigia e la regione della Galazia, perché lo Spirito Santo vietò loro di annunziare la parola in Asia; 16:7 e, giunti ai confini della Misia, cercavano di andare in Bitinia; ma lo Spirito di Gesù non lo permise loro; 16:8 e, oltrepassata la Misia, discesero a Troas. 16:9 Paolo ebbe durante la notte una visione: un macedone gli stava davanti, e lo pregava dicendo: « Passa in Macedonia e soccorrici ». 16:10 Appena ebbe avuta quella visione, cercammo subito di partire per la Macedonia, convinti che Dio ci aveva chiamati là, ad annunziare loro il vangelo. 16:11 Perciò, salpando da Troas, puntammo diritto su Samotracia, e il giorno seguente su Neapolis; 16:12 di là ci recammo a Filippi, che è colonia romana e la città più importante di quella regione della Macedonia; e restammo in quella città alcuni giorni. 16:13 Il sabato andammo fuori dalla porta, lungo il fiume, dove pensavamo vi fosse un luogo di preghiera; e sedutici parlavamo alle donne là riunite. 16:14 Una donna della città di Tiatiri, commerciante di porpora, di nome Lidia, che temeva Dio, ci stava ad ascoltare. Il Signore le aprì il cuore, per renderla attenta alle cose dette da Paolo. 16:15 Dopo che fu battezzata con la sua famiglia, ci pregò dicendo: « Se avete giudicato ch’io sia fedele al Signore, entrate in casa mia, e alloggiatevi ». E ci costrinse ad accettare.

« Non abbiate l’animo alle cose alte, ma aspirate alle cose umili ».
A volte siamo propensi o indotti a pensare che le opere promosse da Dio siano quelle sensazionali: grandi folle riunite o interventi eccezionali della potenza divina, a volte accade, ma non sempre Dio agisce allo stesso modo, non sempre i « risvegli » hanno inizio da grandi riunioni o da grandi movimenti, e non sempre questi movimenti sono sinonimo di risveglio. Il testo in questione ci pone di fronte all’inizio di uno dei più grandi movimenti di risveglio, e vediamo che è iniziato con estrema semplicità, ma indiscutibilmente con estrema efficacia, poiché ha dato inizio alla nascita della chiesa in Europa, la chiesa di Filippi è stata la prima comunità cristiana fondata in Europa, e con certezza nata da un movimento promosso dallo Spirito Santo.
La missione di Paolo.
Il secondo viaggio missionario di Paolo.
Paolo, dopo essersi bruscamente separato da Barnaba, si mette in viaggio con altri collaboratori, Sila e Luca che oltre ad essere un testimone oculare è anche l’autore del libro degli Atti. Raggiungono Derba e Listra, qui si unisce a loro il giovane Timoteo, cercano di entrare in Asia, ma accade a questo punto qualche cosa di particolare. Paolo ed i suoi collaboratori godevano della presenza di un accompagnatore d’eccezione: « Lo Spirito Santo », è Lui che li guida nella giusta direzione, che apre e chiude le porte, lo Spirito Santo impedisce loro di parlare in quei posti, si rimettono in cammino, attraversano la Frigia a la Galizia, e tentano di entrare in Bitinia (Turchia), ma lo « Spirito di Gesù » glielo impedisce, e questa definizione dello Spirito Santo unito al nome di Gesù, dovrebbe far riflettere tutti i moderni « ariani » che non riconoscono la divinità di Cristo. Il primo insegnamento che riceviamo da questa meditazione è che se vogliamo lavorare per il Signore, dobbiamo ascoltare le sue direttive!
Guidato dallo Spirito Santo.
Cosa significa essere guidati dallo Spirito Santo? Significa essere sensibili alla Sua voce, cogliere le direttive, ubbidire per fede. Paolo avrebbe potuto forzare la situazione e procedere secondo i suoi piani, ma non agisce così, ubbidisce, ascolta, si muove in armonia con lo Spirito Santo. Se tu vuoi servire nella pienezza dello Spirito Santo, devi imparare a sottomettere i tuoi piani al Signore, assicurarti che siano in armonia con la Sua volontà, impara ad esaminare le Scritture, esaminare le tue motivazioni, e se necessario chiedere consiglio a credenti più anziani e maturi nella fede, chiedi a Dio di « aprire o chiudere », secondo i Suoi piani.
La visione.
Dio non lascia i Suoi servitori nell’incertezza, dopo averli guidati per l’intervento dello Spirito Santo. Se guardiamo attentamente una cartina noteremo come lo Spirito imponesse loro una direzione precisa, adesso diventa ancora più specifico con la visione di un uomo macedone che rende chiaro il piano del Signore per la loro missione, ora sapevano con esattezza dove il Signore li aveva chiamati.
« Soccorrici ».
Lo stesso grido che noi ascoltiamo ogni giorno attorno a noi, di gente disperata, sofferente, inconsapevole della loro condanna, « salva quelli che vacillando vanno al supplizio, che se tu dici non ne sapevo nulla, tu sarai ritenuto colpevole », Dio mette ogni giorno davanti ai nostri occhi una visione, migliaia di essere umani che non conoscendo Gesù Cristo vivono nella schiavitù del peccato, « soccorrici » è il grido. Chi andrà, come andremo, cosa gli porteremo? Sono domande che ogni credente è in dovere di porsi, ma questo grido in ogni caso ci dà la certezza della volontà di Dio e della sua chiamata per ciascuno di noi.
La certezza della volontà di Dio.
Certamente la volontà di Dio è che ogni uomo sia salvato, ma da parte nostra non smettiamo di supplicare lo Spirito Santo che ci conduca presso quelle persone che Dio ha già preparato per incontrarlo, non lasciamo che sia il « caso » a guidarci, ma chiediamo a Dio che conosce e governa le circostanze.
Lo zelo, l’entusiasmo.
Paolo e i suoi collaboratori a questo punto sicuri e confermati partono all’attacco per strappare anime al demonio, e per conquistarle a Cristo, c’è vigore quando il Signore ci conferma, ricevuta la Sua approvazione siamo pieni di energie perché siamo in armonia con la Sua volontà, ma anche tutto questo non significa che vedremo ciò che noi desideriamo!!
La delusione, poche donne, una sola ascolta.
Dopo tutto quest’impegno, un viaggio di tanti chilometri, lo Spirito Santo, che agisce, ferma, chiude, dirige, quantomeno ci si aspetta una città intera da evangelizzare, radunamento da mille persone, mega riunioni, ma non è così, o meglio non sempre è così. Paolo si trova di fronte una città in cui nemmeno si trova una sinagoga, dalla quale era solito cominciare le sue azioni evangelistiche, forse è costretto a prendere informazioni per cercare qualche giudeo, trova questo posto fuori città, « Persechè », luogo di preghiera, dove poche donne si riunivano per pregare, e la maggior parte di loro non è nemmeno tanto interessata alla predicazione di Paolo, una sola sembra essere attenta. Di fronte ad una situazione così poco rilevante, forse noi ci saremmo persi d’animo, ma Paolo è sicuro di trovarsi nel posto giusto, nel centro della volontà del Signore, e questo gli dà la forza di perseverare e fare ciò che la sua chiamata gli impone « guai a me se non evangelizzo ».
La gioia di Dio.
« vi è gioia nel cielo per un solo peccatore che si ravvede », è la stessa gioia che deve muovere ogni credente, ogni comunità che vive per la potenza dello Spirito Santo. Ricordiamoci delle parabole della perla, della pecora perduta, della dracma, allo stesso modo dovremmo essere solleciti per cercare i perduti, e nel provare la stessa gioia del Signore nel vedere un’anima convertirsi. L’esempio dell’incontro avuto da Gesù con la donna samaritana al pozzo di Giacobbe dovrebbe essere per ogni credente un argomento di profonda riflessione, così come il risultato che ne derivò, una città che venne coinvolta dalla sua testimonianza!
Lidia una donna sulla via della salvezza.
La condizione di Lidia.
Molto normale, non si trattava di una tossicodipendente o di una alcolizzata, niente liberazioni da operare anzi, una donna ricca benestante, molto probabilmente stimata per la sua attività, che bisogno aveva di Gesù Cristo? Ma il bisogno di salvezza e di giustificazione presso Dio non dipende dalla nostra condizione sociale, dalla nostra statura morale, dalla nostra etica religiosa, queste cose possono essere presenti o no nella vita di una persona, ed è cosa giusta essere in una buona condizione morale, ma noi tutti abbiamo bisogno di essere salvati semplicemente perché siamo per natura peccatori e figli d’ira come dice la Scrittura
Cercava un rapporto con Dio.
Il fatto che una donna non giudea si riunisse a pregare l’Eterno, significava che le ricchezze, il successo, gli idoli della cultura occidentale non le davano soddisfazione
Temeva Dio.
Lidia era una « proselita », non era di nascita giudea, ma temeva Jahweh, per tanto si era unita alla religione ebraica, seguiva i loro riti, le loro preghiere, le loro feste, ma questo non faceva di lei una figliola di Dio, non lo era per l’eredità promessa ai figlioli d’Israele, e non lo era per adozione, era una buona religiosa certamente, moralmente sana, visto che temeva Dio, ma non era salvata, ed ora vedremo perché.
Lidia una donna salvata.
L’esperienza di Lidia c’insegna il modo di agire di Dio nei confronti dei peccatori bisognosi di essere salvati. Molte persone al pari di Lidia sono alla ricerca di Dio senza sapere che Dio le sta’ già cercando, e questa vicenda c’insegna che ci sono delle condizioni affinché si concretizzi questo incontro, perché non basta sapere che Dio esiste, non è sufficiente frequentare delle riunioni di preghiera, non basta avere timore di Dio, Dio non cerca dei « proseliti », ma dei peccatori che riconoscendo la loro condizione disperata accettino la grazia in Cristo Gesù, e che per tanto diventino suoi figli legittimi attraverso l’esperienza spirituale della nuova nascita.
L’opera della grazia di Dio.
Dio non è un burattinaio, Dio non sceglie alcuni ed altri no, Dio opera affinché ogni uomo sia salvato, Dio ci ha eletti a salvezza prima della fondazione del mondo, ma attenzione « In Cristo Gesù » al di fuori di Cristo noi restiamo dei buoni religiosi, ma perduti, fuori di Cristo noi siamo sotto la legge, per tanto sotto maledizione, perché dice la Scrittura di coloro che si affidano alla legge: « Maledetto chiunque non persevera in tutte queste cose », e chi mai potrà adempiere a tutta la Legge perfetta e giusta di Dio, ma Dio per grazia cerca l’uomo peccatore, lo raggiunge, lo prepara, gli annuncia il suo amore, fa in modo che il cuore sia aperto per ricevere il suo dono di perdono e salvezza, e lo strumento efficace è la Parola.

Lo strumento efficace è la Predicazione della Parola. I Cor.1:21-22, Romani 10:17.
Non cerchiamo altre soluzioni alternative, più facili, scorciatoie spirituali, lo strumento efficace per toccare i cuori è la Parola, la predicazione dell’evangelo, tutto il resto deve essere complementare, una bella cornice valorizza il quadro, ma il valore è nel dipinto.
La risposta.
« Ecco Io sto alla porta… se uno ode…se uno apre io entrerò ». A questo punto tutta la responsabilità è dell’uomo che ascolta, Gesù si presenta alla porta, ti fa udire la Sua voce, ma entrerà solo se tu aprirai la porta, questa è in sintesi la dottrina del Nuovo Testamento, la grazia sovrana di Dio, che cerca, raggiunge, convince, prepara, ma che in ogni caso non prevarica il libero arbitrio dell’uomo chiamato a scegliere se essere salvato in Cristo, o di essere perduto per sempre lontano dall’amore di Dio. Se la tua risposta è: « si, voglio appartenere a Cristo », ricorda che la tua vita cambierà, e la tua scelta può cambiare influenzare alcune circostanze attorno a te, tu puoi e devi diventare uno strumento di salvezza per altre persone!
Lidia una donna salvata per grazia che porta frutto.
La decisione di battezzarsi.
A volte i Pastori trascurano l’esortazione al battesimo, perché si pensa sia sconveniente forzarlo, altre volte con troppa semplicità si amministra il battesimo a persone che in realtà non sono nate di nuovo, ma come vediamo dalla Scrittura il battesimo è una spontanea conseguenza della conversione di chi ha udito la predicazione del vangelo, che comprende l’incoraggiamento ad ubbidire al comandamento del Signore, « chi avrà creduto e sarà stato battezzato sarà salvato », è la scelta di chi ha creduto in Cristo, e riconoscendosi peccatore lo ha accettato come personale Salvatore e Signore. Ai Pastori, agli Anziani della chiesa dunque il delicato compito di valutare la « fedeltà », la sincerità della fede del neo convertito.
La testimonianza.
Se siamo decisi e fedeli vedremo frutto, nella famiglia e attorno a noi le persone saranno coinvolte dalla nostra testimonianza. Valutiamo con serietà l’esempio lasciatoci dalla sorella Lidia, se desideriamo vedere le nostre famiglie convertite, i nostri parenti, amici, colleghi, la conversione deve essere sincera, la testimonianza decisa, l’impegno preso con il Signore e con la comunità deve essere serio e costante!
La fedeltà.
Per Lidia la conversione al cristianesimo può essere costata, consideriamo che era una donna dedita al commercio, presumibilmente ricca, e noi sappiamo quanto i criteri del mondo siano contrari ai principi della fede cristiana, ma la vediamo fedele e costante, pronta ad accogliere i fratelli anche quando le cose si mettono male. Atti 16:40.
« Poiché chi potrà disprezzare il giorno delle piccole cose ».
Se Dio ti ha chiamato a compiere l’opera d’evangelista, non disprezzare le « piccole occasioni », se hai creduto e ti senti nella condizione di Lidia, il solo o la sola nella tua città, nella tua famiglia sul posto di lavoro, se ti senti inadeguato, impreparato, indegno, non all’altezza, guarda alla scelta fedele di Lidia, e considera i risultati, tutta la famiglia si convertì, poca cosa? Considera allora che pochi anni dopo in quella città nacque un gloriosa testimonianza, una chiesa prospera, ricordata con gioia dall’apostolo Paolo, non pensare di essere inutile nell’opera di Dio, tu sei « debole », ma Dio ha scelto le cose deboli per svergognare le forti! Dio vuole fare di te una « colonna del suo tempio ». Se invece ti trovi ancora in bilico tra il versetto 14 e il 15 di Atti 16, se ancora sei un buon religioso alla ricerca del vero rapporto con Dio, Cristo è la via la verità e la vita, ed è l’unico mediatore tra Dio e gli uomini, se non sei ancora sicuro di quale sarà la tua destinazione eterna, scegli oggi! Non limitarti a sapere che Dio esiste, non affidare la tua eternità ai deboli elementi del mondo, sacrifici, pratiche religiose, sforzi umani di buone opere, che per quanto giuste siano non ti possono far guadagnare ciò che Dio vuole donarti in Cristo Gesù, non limitarti a sapere che Dio e amore, lasciati amare da Lui, lascia che il suo amore entri nel tuo cuore per mezzo dello Spirito Santo.

BENEDETTO XVI A MALTA – …NAUFRAGIO DI SAN PAOLO – (17-18 APRILE 2010)

http://w2.vatican.va/content/benedict-xvi/it/speeches/2010/april/documents/hf_ben-xvi_spe_20100417_grotta-malta.html

VIAGGIO APOSTOLICO A MALTA IN OCCASIONE DEL 1950° ANNIVERSARIO
DEL NAUFRAGIO DI SAN PAOLO – (17-18 APRILE 2010)

VISITA ALLA GROTTA DI SAN PAOLO

PAROLE DEL SANTO PADRE BENEDETTO XVI

Rabat, Sabato, 17 aprile 2010

Caro Arcivescovo Cremona,
Cari fratelli e sorelle,

il mio pellegrinaggio a Malta è iniziato con un momento di preghiera silenziosa nella grotta di san Paolo, che per primo portò la fede in queste isole. Sono venuto sulle orme di quegli innumerevoli pellegrini lungo i secoli, che in questo santo luogo hanno pregato, affidando se stessi, le loro famiglie e la prosperità di questa Nazione all’intercessione dell’Apostolo dei Gentili. Mi rallegro di essere finalmente tra di voi e vi saluto tutti con grande affetto nel Signore.
Il naufragio di Paolo e la sua sosta per tre mesi a Malta hanno lasciato un segno indelebile nella storia del vostro Paese. Le sue parole ai compagni prima di giungere a Malta sono ricordate per noi negli Atti degli Apostoli e sono state un tema speciale nella vostra preparazione alla mia visita. Queste parole – “Jeħtieg iżda li naslu fi gżira” [“Dovremo però andare a finire su qualche isola”] (At 27,26) – nel contesto originale sono un invito al coraggio di fronte all’ignoto e alla fiducia incrollabile nella misteriosa provvidenza di Dio. I naufraghi, infatti, furono calorosamente accolti dalla gente di Malta, a seguito dell’esempio dato da san Publio. Nel piano di Dio, san Paolo divenne perciò il vostro padre nella fede cristiana. Grazie alla sua presenza tra voi, il Vangelo di Gesù Cristo si radicò saldamente e portò molto frutto non soltanto nella vita degli individui, delle famiglie e delle comunità, ma anche nella formazione dell’identità nazionale di Malta, come pure nella sua vibrante e particolare cultura.
Le fatiche apostoliche di Paolo portarono pure una ricca messe nella generazione di predicatori che seguirono le sue orme, e particolarmente nel gran numero di sacerdoti e religiosi che imitarono il suo zelo missionario lasciando Malta per andare a portare il Vangelo in lidi lontani. Sono lieto di aver avuto l’opportunità di incontrarne oggi così tanti in questa Chiesa di san Paolo, e di incoraggiarli nella loro vocazione piena di sfide e spesso eroica. Cari missionari: ringrazio ciascuno di voi, a nome di tutta la Chiesa, per la vostra testimonianza al Signore Risorto e per le vite spese al servizio degli altri. La vostra presenza ed attività in così tanti Paesi del mondo fa onore alla vostra Patria e testimonia la spinta evangelica innestata nella Chiesa a Malta. Preghiamo il Signore affinché susciti ancor più uomini e donne, che continuino la nobile missione di proclamare il Vangelo e di operare per il progresso del Regno di Dio in ogni terra e in tutti i popoli!
L’arrivo di san Paolo a Malta non era programmato. Come sappiamo, si stava recando a Roma quando sopraggiunse un violento temporale e la sua nave fu scaraventata su quest’isola. I marinai possono tracciare una rotta, ma Dio, nella sua sapienza e provvidenza, dispiega il proprio itinerario. Paolo, che aveva incontrato in maniera drammatica il Signore Risorto sulla via di Damasco, lo sapeva molto bene. Il corso della sua vita cambiò improvvisamente; per lui, pertanto, vivere era Cristo (cfr Fil 1,21); ogni sua azione ed ogni suo pensiero erano diretti ad annunciare il mistero della croce ed il suo messaggio d’amore di Dio che riconcilia.
Quella stessa parola, la parola del Vangelo, ha tutt’oggi il potere di irrompere nelle nostre vite e di cambiarne il corso. Oggi lo stesso Vangelo che Paolo predicò continua a esortare il popolo di queste isole alla conversione, ad una nuova vita e ad un futuro di speranza. Mentre mi trovo fra voi come Successore dell’apostolo Pietro, vi invito ad ascoltare la parola di Dio con animo nuovo, come fecero i vostri antenati, e di lasciare che essa sfidi i vostri modi di pensare e la maniera in cui trascorrete la vostra vita.
Da questo luogo santo dove la predicazione apostolica si diffuse per prima in queste isole, invito ciascuno di voi a far propria la sfida esaltante della nuova evangelizzazione. Vivete la vostra fede in maniera ancor più piena assieme ai membri delle vostre famiglie, ai vostri amici, nei vostri quartieri, nei luoghi di lavoro e nell’intero tessuto della società maltese. In modo particolare esorto genitori, insegnanti e catechisti a parlare agli altri del vostro stesso incontro vivo con Gesù risorto, specialmente ai giovani che sono il futuro di Malta. “La fede si rafforza quando viene offerta agli altri” (cfr Redemptoris missio, 2). Sappiate che i vostri momenti di fede assicurano un incontro con Dio, il quale nella sua onnipotenza tocca il cuore dell’uomo. Così, introdurrete i giovani alla bellezza e alla ricchezza della fede cattolica, offrendo loro una solida catechesi ed invitandoli ad una partecipazione sempre più attiva alla vita sacramentale della Chiesa.
Il mondo ha bisogno di tale testimonianza! Di fronte a così tante minacce alla sacralità della vita umana, alla dignità del matrimonio e della famiglia, non hanno forse bisogno i nostri contemporanei di essere costantemente richiamati alla grandezza della nostra dignità di figli di Dio e alla vocazione sublime che abbiamo ricevuto in Cristo? Non ha forse bisogno la società di riappropriarsi e di difendere quelle verità morali fondamentali che sono alla base dell’autentica libertà e del genuino progresso?
Proprio ora, mentre stavo davanti a questa grotta, riflettevo sul grande dono spirituale (cfr Rm 1,11) che Paolo diede a Malta, ed ho pregato che voi possiate mantenere integra l’eredità consegnatavi dal grande Apostolo. Possa il Signore conservare voi e le vostre famiglie nella fede che opera mediante l’amore (cfr Gal 5,6), e rendervi gioiosi testimoni di quella speranza che non delude (cfr Rm 5,5). Cristo è risorto! Egli è veramente risorto! Alleluia!

EFESO-MILETO: “HO SERVITO IL SIGNORE” IL TESTAMENTO DI PAOLO (ATTI 20,17-38)

http://www.sacrocuoreaigerolomini.it/documenti/documenti_lab/Efeso%20Mileto.doc.

LABORATORIO DELLA FEDE

EFESO-MILETO: “HO SERVITO IL SIGNORE” IL TESTAMENTO DI PAOLO (ATTI 20,17-38)

Anche se l’episodio si svolge a Mileto, Paolo si rivolge ai presbiteri di Efeso e dintorni.
Efeso è la più grande metropoli dell’Asia Minore e condivideva con Antiochia ed Alessandria il primato nel Mediterraneo. A soli 5 Km dal mare all’imbocco della vallata da dove passava il percorso più rapido verso la Siria e l’interno del Medio Oriente, divenne ben presto un emporio tra i maggiori dell’ Asia. Fu sottomessa a Roma dal 133 a.c. divenendo centro amministrativo e religioso della provincia romana dell’Asia. La città era dedicata ad Artemide, dea della fertilità, e ne custodiva il grande tempio, considerato una delle sette meraviglie del mondo antico. Nel mese dell’Artimisio (marzo-aprile) una gran folla di pellegrini rendeva omaggio alla dea, facendo la fortuna degli argentieri che preparavano gli ex voto. Durante la seconda visita di Paolo che si protrasse a lungo, costoro, vedendo minacciati i loro interessi economici, suscitarono una tumultuosa sommossa, che costrinsero l’apostolo ad abbandonare la città e che fece correre gravi rischi ad Aquila e Priscilla. Di ritorno dal terzo viaggio missionario, Paolo preferì incontrare i responsabili della comunità nella vicina Mileto, anziché ad Efeso. A questa comunità è indirizzata una lettera a lui attribuita.

LETTURA Atti 20,17-38
Paolo ormai alla conclusione del suo terzo viaggio Apostolico, sta tornando a Gerusalemme. Veleggiando al largo della odierna Turchia, la nave attracca al porto di Mileto. È durante quella sosta che l’apostolo convoca gli anziani di Efeso per un saluto. Il discorso che rivolge loro ha la forma di un “testamento”, come quello rivolto a Timoteo nella seconda lettera. Paolo avverte una atmosfera insolitamente cupa, con presagi minacciosi sul suo incerto futuro. Solo un fiducioso abbandono alla fedeltà del Signore dona squarci di sereno al suo animo.
Il discorso assume un importanza pastorale di assoluto rilievo e ci dona frammenti preziosi per capire il cuore di Paolo alla vigilia del suo arresto e della lunga detenzione che lo porterà a Roma in catene.
La predicazione di Paolo ad Efeso, durata circa due anni, costituisce un esperienza feconda di bene, capace di trasmettere uno stile di vita e di azione pastorale alla comunità… ora quella esperienza deve essere messa a frutto!
“voi sapete”… dice Paolo agli anziani… quasi a dire loro: “voi siete stati testimoni della mia predicazione… del mio servire il Signore… non dimenticate!!!
La memoria dell’amore e della dedizione di chi li ha condotti all’incontro con Cristo è senza dubbio un valore importante nella vita di un credente e dell’intera comunità. Il ricordo di quei giorni di grazia può sostenere la comunità.
Paolo vuole far cogliere in lui, l’immagine del servo del Signore, che ha obbedito al mandato affidatogli dal Cristo. Ovviamente egli ritiene titolo onorifico essere servo del Signore. E poiché tale compito si esplica nell’annunciare il vangelo alle genti, di tale servizio hanno beneficato le numerose chiese da lui fondate.
Tuttavia Paolo non si dichiara sevo delle comunità… ma servo del Signore Gesù. In questo modo egli rivendica la sua libertà nei confronti delle persone: non ha dovuto piacere a nessuno, né rendere conto a qualche membro della comunità, ma solo al suo Signore… questa medesima libertà di azione viene raccomandata agli anziani di Efeso.
Per Paolo, tale indipendenza non significa indifferenza… ne sono prova le umiliazioni e le lacrime versate durante questo servizio: sofferenze che considera un vanto (cfr. 1Cor 4,9-13; 2Cor 4,8-10; 11,21-33)… egli rimarca tale aspetto affermando infatti: “Non mi sono mai tirato indietro da ciò che poteva essere utile”(20,20)… tutti infatti sapevano quante insidie gli avessero procurato i giudei, ed ognuno poteva testimoniare che nulla ha fermato il suo slancio ed il suo servizio missionario.

“Ora… mi attendono catene e tribolazioni”
L’avverbio “ora” sposta l’attenzione sul tempo presente e sulla situazione attuale di Paolo, in procinto di tornare a Gerusalemme. Egli spiega la sua decisione con l’azione dello Spirito Santo, che ne orienta le scelte e lo avverte delle prove e delle tribolazioni future. Paolo non si presenta in veste di eroe, quasi spavaldo e insensibile alle sofferenze… ma al contrario, appare soggiogato dal richiamo irresistibile dello Spirito, al quale non intende disobbedire. Sa bene che a Gerusalemme rischia l’arresto e la sua stessa vita… ma si considera già prigioniero, non legato dagli uomini, ma totalmente avvinto dallo Spirito di Cristo.
Egli… servo innamorato del Signore, ne segue le orme… fino alla fine… a Gerusalemme!
A questo punto compare un’immagine molto cara all’apostolo, ripresa anche in alcune sue lettere… quella della corsa!
Paolo la usa per rivelare che lui corre in vista del premio… come un corridore che gareggia nello stadio (cfr. 1Cor 9,24-27; Fil 3,13-14)…. Per questo stima un nulla la propria vita di fronte al dovere di proclamare il Vangelo.
“Non vedrete più il mio volto”… è la certezza di una partenza senza ritorno che lo spinge a fare un bilancio della propria vita… quasi una confessione pubblica… dove lascia trasparire la purezza del suo agire e la rettitudine del suo operare, mediante l’impiego di ogni energia.
Sono parole pesate… calibrate… verificate dall’esperienza diretta degli ascoltatori.
Non sono espressioni di ingenuità, bensì l’umile consapevolezza di aver agito così rettamente da poter proporre la sua opera come regola pastorale ai suoi successori.
Ancora una volta il futuro della Chiesa non è tutto da inventare, perché affonda le sue radici nella vita e nell’opera di chi ha servito il Signore prima di noi.
Terminata la sua confessione, Paolo detta le linee dell’azione di coloro che hanno compiti particolari a servizio della comunità. Richiamando l’immagine della sentinella, cara ad Ezechiele (Ez 33, 1-9), esorta gli anziani a vigilare anzitutto su se stessi, a non lasciarsi prendere dall’assopimento spirituale. Sa bene che a forza di vigilare sugli altri si rischia di non vegliare più su se stessi… anche il pastore fa parte del gregge di Cristo.
In questi primi anni della Chiesa, non esiste ancora la distinzione che oggi noi conosciamo tra vescovi e presbiteri… si strutturerà solo più avanti negli anni!
Il popolo cristiano appartiene al Signore e non agli uomini… e questo è un titolo di valore per ciascuno, che mette in risalto la responsabilità dei pastori verso Dio.
L’apostolo esorta alla vigilanza e alla responsabilità perché prevede un pericolo: maestri di errori e false guide insidieranno i fedeli, non solo all’esterno, con il ritorno a riti pagani o alla propaganda giudaica, ma anche all’interno della comunità (20,29-30). Gesù stesso aveva definito “lupi rapaci”, profeti, ingannatori e falsi messia (cfr Mt 7,15; Lc 21,8) ai lupi rapaci si affiancano poi, seminatori di eresie e dottrine fuorvianti, come se ne ha notizia nelle lettere pastorali (cfr 1Tim 1,3-4) e nelle lettere di Pietro (cfr 2Pt 2,1-3). Paolo esorta su tutto questo… memore che la vita e le sorti di ciascuno sono state pagate a caro prezzo dal sangue versato da Cristo… ma anche dalle sue tante lacrime!
Nel momento del congedo ed in vista di così gravi pericoli, potrebbero regnare incertezza e disorientamento. Cosa farà la comunità senza il suo apostolo? Paolo stesso dà la risposta: lui non ci sarà più, ma “Qualcuno” rimane: “Ecco ora vi affido a Dio e alla parola della sua grazia” (20,32). Bella questa affermazione… quasi a dire che gli stessi vescovi e presbiteri che sono gli uomini della Parola per eccellenza, si nutrono di essa e con essa nutrono il gregge!!!
Paolo dunque non lega la comunità alla sua persona, ma mostra al contrario, la libertà di chi sa bene che colui che salva è Dio!
Paolo ricorda di non aver vissuto alle spalle di alcuna comunità… ha lavorato guadagnandosi per vivere e lavorando anche per sostenere chi era nel bisogno… allo stesso modo invoca lo stesso comportamento per chi guiderà in futuro le comunità, ricordando loro una stupenda beatitudine “Si è più beati nel dare che nel ricevere” (20,35).
La preghiera conclusiva orienterà tutto quanto è stato detto e rimanda ancora una volta all’esempio dato da Gesù (Lc 22,41)… “Si inginocchio con tutti loro e pregò”… pregare in ginocchio è un tratto distintivo dei cristiani, perché i giudei pregano sempre in piedi… infine il pianto e i baci riportano alla mente il bacio fraterno usato dai cristiani (cfr Rm 16,16) e indicano che si tratta dell’addio di Paolo alle comunità dell’Asia.
Questa commuovente scena finale, dipinge in modo efficace il legame di affetto che unisce la Chiesa Efesina al suo apostolo… “Erano davvero un cuor solo ed un anima sola” (At 4,32). Ma il momento è drammatico… Paolo si sta avviando alla sua passione!
Qui c’è il passaggio della prima generazione (quella degli apostoli e di Paolo stesso) che cede il campo alla seconda.
Qui possiamo con certezza affermare che il libro degli Atti, al di la delle intenzioni dell’autore, è destinato al lettore di oggi… all’intera Chiesa.
Guardando a Paolo, dobbiamo apprendere che cosa è davvero essenziale nella missione della Chiesa, quale deve essere lo stile di vita di ogni pastore e di tutti coloro che hanno un compito educativo nella Chiesa (famiglie comprese).
Il discorso di addio è ricco di insegnamenti per tutti voi laici.
Anzitutto, la certezza che per poter guardare al futuro con serenità occorre conservare chiara la memoria del passato, inteso come valore da difendere e custodire… e infine… l’ancoraggio più importante per la vita del cristiano è quello dell’affidamento alla Parola di Dio.

RIFLETTIAMO INSIEME
• Paolo dice agli anziani di essere testimoni di ciò che lui ha trasmesso con la sua vita e il suo essere afferrato da Cristo… Chiediamoci: quale è lo spessore della nostra testimonianza della nostra fede… della nostra adesione a Lui?
• Le lacrime e la gioia non sono semplicemente sentimenti dettati da entusiasmi o depressioni emotive, ma denotano la sua intensa partecipazione alle vicende spirituali dei singoli. Lavorare in parrocchia significa soprattutto partecipare alle vicende spirituali della comunità, farsene carico umilmente nella preghiera e con gesti concreti. Esaminiamoci.
• I responsabili della comunità devono attendersi i momenti della prova come ci sono stati nella vita di Gesù e nella missione di Paolo. Le prove sono destinate a rivelare il cuore… questo vale anche per la vita ecclesiale e familiare. Come viviamo le vicissitudini che il Signore permette?
• Sull’esempio di Paolo, ogni educatore è chiamato a dare assoluta priorità e singolare attenzione all’annuncio della Parola, con una dedizione costante e multiforme. Che posto ha la Parola nella mia vita?
• Il metro di giudizio di una azione ecclesiale non è quello dell’efficienza ma della gratuità… assumere stili di vita coraggiosi per una testimonianza vera ed efficace. Sappiamo aiutare i nostri sacerdoti a non stancarsi di noi? Sappiamo donare loro collaborazione e aiuto nella gratuita, ber il bene e l’edificazione della comunità?
• L’orazione riempie l’ultimo momento di condivisione tra Paolo e i suoi presbiteri: so condividere momenti di preghiera con la comunità, con la famiglia e con gli amici?

PREGHIERA
Padre onnipotente e misericordioso,
tu hai chiamato Paolo,
lo hai riservato per te perché fosse testimone
ed annunciatore del vangelo in tutto il mondo.
Paolo non ha deluso le tue attese,
ha testimoniato il tuo amore che salva
senza mai tirarsi indietro,
anche a costo di subire catene e persecuzioni,
sofferenze ed umiliazioni.
Ha terminato la sua corsa
senza ritenere in nessun modo preziosa la sua vita
se non per dare voce al vangelo,
fino alla testimonianza suprema del martirio.
La fedeltà alla tua chiamata è costata a Paolo lacrime e sangue
… e lui ha continuato a dire
che si è più beati nel dare che nel ricevere.
Perdonaci Signore, se troppo spesso abbiamo il timore
che la Tua parola sconvolga la nostra vita
come è avvenuto per Paolo.
Ti chiediamo,
di mettere in noi una sana inquietudine
che non ci consenta mai di adagiarci nelle nostre certezze
dimenticando la luce della tua Parola.
Ti chiediamo la costanza
di lasciarci condurre dal tuo Spirito
nell’ascolto docile e fiducioso della tua Parola.
Allora, impareremo a capire che la croce del tuo Figlio,
scandalo per i giudei e stoltezza per i pagani,
è la rivelazione
della potenza impotente del tuo amore per noi.
La tua salvezza,
manifestata e donata a noi nel Cristo crocifisso
e annunciata instancabilmente da Paolo
come dono gratuito da accogliere nella fede,
sia ogni giorno l’unica nostra forza.
Amen.

 

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