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Mitzvà – Viaggio intimo e profondo nell’essere-ebreo [articolo di giornale]

mi è capitato di leggere questo articolo, mi ha affascinato, devo approfondire il pensiero del giornalista e dello scrittore del libro, quindi, per il momento non ho un giudizio mio, mi è piaciuto e ve lo propongo; San Paolo è appena citato, ma nel sottofondo del pensiero comunque, e comunque nelle relazioni con il popolo di Israele, inevitabilmente, ci sta;

http://www.loccidentale.it/articolo/viaggio+intimo+e+profondo+nell%27essere-ebreo.0057819#comment-63383

Mitzvà – Viaggio intimo e profondo nell’essere-ebreo

Cultura – ebraismo
elkann – libri
  
di Raffaele Iannuzzi -
14 Settembre 2008 [articolo del]

Ho riscoperto un piccolo libro di Alain Elkann, Mitzvà, edito da Bompiani nel 2004. Il tema è l’ebraismo, anzi l’essere ebreo o, come credo dovremmo dire: l’essere-ebreo, con quel trattino che racchiude l’essere e la condizione particolare di estraneità e appartenenza alla Promessa, che sigla la verità dell’ebraismo.

Mitzvà “vuol dire insieme senso del dovere, carità, rispetto di Dio e degli altri” (p.79). E’ l’atto di suprema giustizia che apre il cuore dell’uomo alla grazia, unica, di vedere nel volto dell’altro il tracciato di redenzione segnato da Dio. L’essere-ebreo è condizione che mi ha sempre perturbato e commosso. Ai tempi dell’università, a Pisa, divoravo, con un carissimo amico, oggi agregé de philosophie in Francia, Benjamin, con un ardore che, noi atei, potevamo sentire per quel tanto di alterità che l’essere-ebreo comporta. Non c’è ateismo che tenga: l’ebraicità è condizione ontologica, ecco perché quel trattino è fondamentale: essere-ebreo. Benjamin, sul piano della teologia cattolica, che amo e studio, sapendo di essere ancora troppo poco illuminato come credente, è una summa di eresie, ma non riesco a disfarmene e me lo tengo stretto.

Amo meno Ernst Bloch, che trovo troppo marxisteggiante quando fa l’ebreo e troppo messianico quando spiega il mondo. Elkann è ebreo e sente questa condizione come natura: “Ritengo che ognuno debba vivere come è nato, perché, se è nato in quel modo, ci deve essere una ragione che non spetta a noi capire” (p.60). E’ teologia naturale, questa, e senso della nascita che designa un’alterità, ma è, insieme, quel disegno originario da rispettare e che faceva rileggere il Talmud ad uno dei più grandi filosofi del ‘900, Lévinas, come se, dentro quelle pagine, vi fosse la realtà soda, tutt’intera, la sabbia del deserto e la scienza del mondo, la Kabbala attraversata da Scholem, non a caso fraterno amico di Benjamin. Le amicizie, nella vita e nei disegni divini, sono segnavia per la redenzione.

Noi siamo spiritualmente dei semiti, affermava Pio XI: ho sentito questa frase, meravigliosa, da don Giussani, e non l’ho mai dimenticata. Ho ritrovato in essa quel senso di riscoperta della sabbia del deserto calcato da Gesù e quella fede di Maria, che costituisce la porta vivente dell’incarnazione di Dio. La mia autenticità abbraccia quella degli altri e, per Elkann, essere ebreo significa essere se stesso. Ognuno deve stare al suo posto e ritrovare tutto il mondo negli occhi della scoperta originaria, dello stupore estatico. L’ebreo errante è la figura che ricalca la nomadicità degli uomini che conquistano il deserto e lo riempiono di frutta, come nella profezia di Isaia, la terra dove sgorga latte e miele; ma l’appartenenza alla Promessa è la rivelazione di Dio. Gesù è ebreo e questo fatto – fatto! – desta stupore ancora oggi. Perché ebreo, Gesù? Perché l’assegnazione di un posto tra quelle mura, Gerusalemme, con quella lingua scarna, di cui ho digerito, con fatica, i significati, affrontando l’Antico Testamento nella lingua dei padri? Perché? Lévinas ha posto la domanda centrale, che, paradossalmente, mi ha reso intimo con gli ebrei: perché un Dio-uomo? Scandalo per i Giudei, stoltezza per i pagani, dice san Paolo. Ma incarnazione significa la sabbia del deserto, la Palestina e Gerusalemme.

Le pagine di Mitzvà sembrano mantenere questi nodi grumosi e affascinanti sullo sfondo, mentre la vita fa il suo corso e l’autobiografia decide tempi e modi narrativi, ma balza come un’ulteriorità, ai miei occhi, un distinto senso religioso, una domanda inestinguibile di verità, fondata sulla fede nel Dio di Abramo, Isacco e Giacobbe. Fede di un uomo moderno e laico, laicamente appassionato alla condizione moderna e viaggiatore per destino e scelta, ma pur sempre fede. La religiosità significa vivere il reale fino in fondo, fin nei suoi più minuti dettagli. L’essere-ebreo e la Berakhà, la benedizione che Dio ha riversato sui Suoi eletti, prima di tutto, ed Elkann è un Cohen che può dare la benedizione. Bene-dire è il sì alla vita, essenziale atto che recupera il divino in noi. E la vita è pesante, nel senso di consistente, materica, non materiale, spirituale e, per ciò, densa, kabbed, è l’imperativo usato dall’ebraico biblico per soppesare il valore, direi ontologico, del padre e della madre, come prescrive il quarto comandamento: onora tuo padre e tua madre – kabbed – soppesa, metti sulla bilancia e osserva, guarda, quantifica i valori di ciò che vedi. Così mi insegnava Virgilio Galli, discepolo di don Zeno di Nomadelfia, e grande esperto di ebraismo, amante di Israele – come chi scrive –, spiritualmente – e forse non solo spiritualmente – semita. Il peso e il valore dei guerrieri democratici che hanno difeso Israele, il popolo eletto e la comunità concreta, democratica, di fronte agli attacchi dei nemici, nella Guerra dei Sei Giorni: il generale Moshe Dayan, soprattutto, un simbolo, un eroe, che mio padre, che oggi non c’è più, ammirava come un eroe risorgimentale italiano. La benda del soldato sull’occhio perso in battaglia e il coraggio di non piegare mai le ginocchia. Di fronte a nessuno. Quando la furia nazista ha disseminato di morte e vergogna l’Europa, occupata a contrattare il male minore – questa è la Shoà -, l’essere spiritualmente dei semiti si è ricongiunto, in qualche modo, con l’essere-ebreo, con il trattino. Una novità assoluta nell’universo umano e religioso, un ponte ben più forte del dialogo interreligioso come mantra cosmopolita. Il silenzio di Dio, come ricordò Giovanni Paolo II, non lasciò indifferenti i cristiani, e disegnò un futuro possibile. Una Mitzvà

Publié dans:ARTICOLI DA GIORNALI |on 16 janvier, 2009 |Pas de commentaires »
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