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di Luigi Padovese: Pasqua fra i musulmani, nella terra di san Paolo

dal sito:

http://www.asianews.it/index.php?l=it&art=14940&size=A

TURCHIA

Pasqua fra i musulmani, nella terra di san Paolo

di Luigi Padovese*

Il vicario apostolico dell’Anatolia racconta il significato della Pasqua nell’anno dedicato a san Paolo. La comunità cristiana in Turchia si trova come agli inizi della sua evangelizzazione. I pellegrini stranieri, la fraternità fra cattolici e ortodossi, lo stupore per il fascino di Gesù fra i musulmani. Una domanda al governo turco per una chiesa a Tarso.


Antakya (AsiaNews) – La Pasqua di quest’anno in Turchia è tutta speciale perché si celebra l’Anno Paolino e san Paolo è colui che ha portato l’annuncio di Gesù morto e risorto nella nostra terra.

In un ambiente saturo di religiosità, com’era il mondo antico, l’apostolo di Tarso ha concentrato l’annuncio nella fede in Dio, mediata dalla realtà concreta della morte e resurrezione di Gesù.

Nessuna religione ha tratti più coinvolgenti di questa fede che crede nella nascita di Dio come povero e morto da crocifisso. Questo annuncio che ci richiama alla concretezza della fede cristiana è un messaggio nei confronti dei poveri e dei sofferenti, come delle vittime dell’ingiustizia. Esso è divenuto il leit-motiv della catechesi verso i nostri cristiani, fin dalla mia prima lettera pastorale.

Come ai tempi dell’apostolo viviamo nella sua terra in una società non cristiana. Siamo un gruppo minoritario che corre il rischio di smarrire la propria identità attraverso un concetto generico di fede in Dio. Per questa ragione gli eventi della Pasqua che celebriamo sono importanti: ci rimandano a contemplare l’evento fondativo della nostra fede.

Una richiesta al governo per la chiesa di Tarso

Un fatto che ci conforta è vedere che proprio in questi giorni vi è un flusso continuo di pellegrini, anche stranieri, ad Antiochia e nei luoghi di san Paolo. Questa regione era al di fuori dei tour dei pellegrinaggi; invece quest’anno è stata battuta da migliaia di pellegrini. Non sono turisti, ma fedeli alla ricerca del contatto con i luoghi in cui l’apostolo ha vissuto. Paolo è nato a Tarso, ma ha fatto parte della comunità cristiana di Antiochia e ad Antiochia è sempre ritornato per il suo ministero. In Turchia egli ha percorso almeno16 mila km!

La Pasqua perciò qui da noi deve avere per forza una marcatura paolina. A questo proposito, noi speriamo in un grande dono pasquale: il ritorno della chiesa di Tarso ai cristiani. La conferenza episcopale turca e quella tedesca, le autorità del governo tedesco e la segreteria di stato vaticana hanno richiesto di avere a Tarso una chiesa dove i pellegrini di qualsiasi confessione cristiana possano radunarsi a pregare. A Tarso vi è una chiesa cristiana antica, che però è stata trasformata in museo. Per quest’anno le autorità turche ne hanno permesso l’uso, senza pagare il biglietto del museo. Ma si tratta di una misura che sta per scadere. Invece noi desideriamo che a Tarso vi sia un punto dove i cristiani possano sempre fare memoria dell’apostolo, non in un museo, ma in una chiesa. E aspettiamo una risposta da parte delle autorità. Mi auguro che questa risposta positiva ci venga data almeno entro la fine dell’Anno paolino (il 29 giugno 2009). Il dono della chiesa sarà anche una sorta di cartina di tornasole per misurare quanto le autorità turche vogliono fare per garantire la libertà religiosa. Abbiamo bisogno di fatti concreti per credere che qualcosa sta davvero cambiando in questo Paese.

Nessuna gelosia fra cattolici e ortodossi

Qui in Turchia le celebrazioni della Pasqua hanno anche un carattere ecumenico. Noi latini siamo una piccola comunità. Quest’anno la data della nostra Pasqua anticipa di una settimana quella ortodossa. È bello vedere come fra le diverse comunità cristiane non c’è opposizione, ma condivisione: ci sono ortodossi che vengono alle nostre funzioni e cattolici che vanno alle funzioni degli ortodossi. Da parte degli ortodossi, soprattutto i giovani, c’è desiderio di gustare la nostra liturgia, anche perché quella latina è in lingua turca, mentre quella ortodossa è in lingua araba e questo crea problemi di comprensione. Fra le due comunità non c’è assolutamente alcuna gelosia. C’è invece un sostenersi reciproco. Molti bambini ortodossi vanno nelle nostre parrocchie per la catechesi, tenuta anche da insegnanti ortodossi. Non c’è volontà di proselitismo, ma desiderio di aiutarci reciprocamente  a seconda dei messi e delle possibilità di cui ciascuno dispone. Tutto è legato alla situazione comune di essere una minoranza religiosa e questo ci permette di superare tante prevenzioni e chiusure.

Il nostro essere minoranza rende la nostra situazione molto simile a quella degli inizi del cristianesimo, quella in cui si è trovato  Paolo nel suo annuncio. L’apostolo, nato in un ambiente di pluralismo religioso, ci insegna ad avere un atteggiamento di rispetto nei confronti degli “altri” e questo comportamento positivo sentiamo di doverlo applicare al mondo islamico. Nonostante tutto, il nostro atteggiamento è molto positivo anche nei riguardi dell’islam. Qui io trovo tanta gente di buona volontà, coscienziosa. E san Paolo mi ha davvero insegnato questa novità della coscienza come il luogo della profondità della persona di fronte a Dio.

I martiri e le conversioni

Devo però aggiungere che per alcuni miei cristiani la Via Crucis è un fatto di oggi, non una cosa del passato. All’interno del vicariato di Anatolia ci sono davvero situazioni difficili. L’esperienza del martirio di don Andrea Santoro e altri fatti hanno lasciato il loro strascico. Ci sono ancora cristiani vicini alla sofferenza di Gesù.

Ma vi sono anche musulmani che si avvicinano al cristianesimo proprio attraverso le sofferenze di Gesù. Un piccolo numero sono divenuti cristiani. La loro è stata una scelta sofferta e meditata per le conseguenze, i rischi, le fatiche che porta nella loro vita. Eppure divengono cristiani proprio partendo dal fascino di Gesù che ha sofferto [nel Corano Gesù sfugge alla morte e fa morire un sostituto – ndr]. Del resto, anche in passato l’umanità di Gesù è stata esaltata da alcune personalità musulmane come il poeta Mevlana e altri mistici sufi.

*vicario apostolico dell’Anatolia

 

L’Anno paolino in Turchia come riscoperta dell’identità cristiana (L’Osservatore Romano, intervista a Mons. Padovese)

dal sito: 

http://www.vatican.va/news_services/or/or_quo/interviste/2008/015q06a1.html

L’OSSERVATORE ROMANO (18 OTTOBRE 2008)

Intervista a monsignor Luigi Padovese, vicario apostolico di Anatolia

L’Anno paolino in Turchia come riscoperta dell’identità cristiana

Rosario Capomasi

« Stiamo curando la pubblicazione in lingua turca, per la prima volta, delle Lettere di san Paolo. Questo per far meglio conoscere il suo pensiero tra i cristiani del Paese ». Lo ha rivelato, in un’intervista concessa a « L’Osservatore Romano », monsignor Luigi Padovese, vicario apostolico dell’Anatolia e presidente della Conferenza episcopale turca, che ha illustrato iniziative ed eventi programmati dalla Chiesa cattolica in Turchia per celebrare il bimillenario della nascita dell’apostolo delle genti. Lo speciale giubileo paolino è stato indetto lo scorso anno da Benedetto XVI, che ha sottolineato la necessaria impronta ecumenica da conferire all’evento.Le Lettere di san Paolo tradotte in lingua turca sono una novità assoluta. Che significato ha questa iniziativa?

Mi aspetto che i fedeli che vivono in Turchia, attraverso la lettura delle parole nella lingua madre, espressione di una forte identità cristiana, possano rafforzare e quindi amare di più la loro identità cristiana. Dalle lettere paoline emerge la grande fatica affrontata dal santo per portare il messaggio di Cristo nelle zone più impervie della Turchia. Se si pensa ai pericoli, all’enorme forza spirituale che ha animato l’apostolato di Paolo nel suo peregrinare da una regione all’altra, non si può non rimanere colpiti, subendo un vero e proprio cambiamento interiore. Il mio desiderio più grande è vedere nel pellegrino che si reca in Anatolia la presa di coscienza che il cristianesimo non è solo un fattore geografico ma anche missione, impegno, difficoltà. Prendendo coscienza di ciò, matura un cristiano più forte.

Quali sono gli altri eventi in programma?

Come primo atto, in attesa dell’apertura vera e propria, il prossimo 25 gennaio, giorno della conversione di san Paolo, si svolgerà a Tarso una celebrazione ecumenica a cui parteciperanno, oltre al sottoscritto, anche il vescovo di Padova, monsignor Antonio Mattiazzo, il vescovo siro-ortodosso di Adiyaman Melki Ürek e il vescovo maronita di Alep, Youssef Anis Abi-Aad. Saranno presenti anche pastori e sacerdoti della Chiesa ortodossa. Ho già incontrato il patriarca ecumenico di Costantinopoli, Bartolomeo I, il patriarca della Chiesa armena apostolica, Mesrob II Minas-Vartan Mutafyan, e il metropolita della Chiesa siro-ortodossa di Istanbul, Filuskinos Yusuf Çetin. Tutti mi hanno mostrato grande disponibilità e collaborazione, seguendo quell’indirizzo ecumenico tracciato da Benedetto XVI quando l’anno scorso annunciò ufficialmente l’evento. In seguito verranno seguiti degli itinerari paolini ad Antiochia, Antiochia di Pisidia, Tarso ed Efeso con cerimonie e tavoli di riflessione sul pensiero dell’apostolo. Il 21 giugno vi sarà infine la celebrazione di apertura nella chiesa museo di san Paolo a Tarso a cui parteciperà il cardinale Walter Kasper, presidente del Pontificio Consiglio per la Promozione dell’Unità dei Cristiani.

Riguardo alla possibilità di celebrazioni nella chiesa di san Paolo a Tarso, come si comportano le autorità politiche?

Ho riscontrato una certa apertura nell’amministrazione comunale e nel governo centrale. Non dimentichiamoci che la chiesa è anche un museo e non è facile ottenere certe autorizzazioni. Ho chiesto espressamente che l’edificio venga concesso non solo ai cattolici ma anche a tutti i cristiani che verranno in pellegrinaggio. Non è proselitismo, ma un doveroso invito a tutto il mondo cattolico a venire ad omaggiare l’apostolo nel luogo dove vide la luce. In questo senso, il primo ministro turco, Recep Erdogan, e il vice prefetto mi hanno assicurato che intorno alla chiesa sorgeranno tutti quei servizi per i turisti come punti ristoro, centri informativi, luoghi di riunione. A giorni, inoltre, attendiamo l’arrivo da Ankara di una commissione governativa che dovrebbe dare l’autorizzazione definitiva alle manifestazioni in programma. L’obiettivo è ottenere un luogo permanente ed esclusivo di culto cristiano a Tarso: un desiderio mio ma anche di quei pellegrini che giungono da ogni parte del mondo, attratti dal misticismo dei luoghi.

Qual è l’attuale situazione della comunità cattolica nel Paese?

La presenza cattolica è purtroppo molto limitata e, se si escludono i grandi centri come Istanbul, Smirne o Ankara, chiese vere e proprie non ce ne sono sul territorio turco. A Tarso, poi, come ho già anticipato prima, esiste solo una chiesa museo, senza neanche una croce sulla facciata, gestita da tre suore della congregazione delle Figlie della Chiesa. La memoria storica del cristianesimo in questo Paese è come stata cancellata. Ed è un peccato se si pensa che in Turchia convivono esperienze diverse di cristianesimo: latino, armeno-cattolico, caldeo-cattolico e siro-cattolico.

In questi giorni di preparativi come sono i rapporti con la confessione musulmana?

È un discorso complesso, esistono diversi tipi di relazioni e scambi perché diversi sono gli orientamenti seguiti dall’islam turco. In questo Paese non ci troviamo di fronte ad una religione compatta e monolitica, ma pluriforme, oscillante tra orientamenti portati al dialogo e altri che invece osservano un’interpretazione più rigida e nazionalista del Corano. Ho apprezzato comunque gli sforzi di apertura nei confronti della Chiesa in Turchia avvenuti in questi ultimi mesi. Speriamo che questa accresciuta propensione alle relazioni interconfessionali possa dare i suoi frutti a breve.

Le relazioni con le altre Chiese come lei ha già accennato in precedenza sembrano buone.

E infatti lo sono. Con il patriarca Bartolomeo I, ad esempio, i rapporti sono improntati ad una cordialità ed un affetto sinceri. Quello che vorrei sottolineare è che attraverso il dialogo e la frequentazione si è passati gradatamente da un ecumenismo di facciata a quello che si radica nel cuore di chi si incontra. Sono questi i frutti del lavoro svolto dal Pontificio Consiglio per la Promozione dell’Unità dei Cristiani insieme con gli altri patriarcati, come quello di Antiochia.

Oltre alla riscoperta del messaggio paolino quali altri significati ha l’evento?

Il bimillenario servirà a richiamare l’attenzione della Chiesa verso le comunità cristiane minoritarie in Turchia. Dobbiamo far prendere coscienza di una situazione religiosa ancora difficile e con molti problemi da risolvere.

TUTTI INSIEME NEL NOME DI SAN PAOLO: MONS. PADOVESE SOTTOLINEA IL VALORE ECUMENICO DELL’INCONTRO DEI CAPI DELLE CHIESE ORTODOSSE CONCLUSOSI AD ISTAMBUL

dal sito: 

http://www.radiovaticana.org/it1/Articolo.asp?c=237109

RADIO VATICANA  (articolo 12 ottobre 2008) 

TUTTI INSIEME NEL NOME DI SAN PAOLO: MONS. PADOVESE SOTTOLINEA IL VALORE ECUMENICO DELL’INCONTRO DEI CAPI DELLE CHIESE ORTODOSSE CONCLUSOSI AD ISTAMBUL  Oggi pomeriggio, all’indomani della chiusura ad Istanbul dell’Assemblea dei primati ortodossi, è prevista l’apertura di un “Simposio Paolino”, che proseguirà in altri luoghi legati alla vita e all’opera di San Paolo, come Smirne, Efeso e Antalya, per concludersi nell’isola di Creta. All’incontro dei primati delle Chiese ortodosse nel mondo invitati dal Patriarca ecumenico, Bartolomeo I, hanno partecipato anche rappresentanti cattolici. Tra questi, il cardinale Andrea Cordero Lanza di Montezemolo, in rappresentanza del Papa, ed il presidente della Conferenza episcopale della Turchia, mons. Luigi Padovese, che al microfono di Amedeo Lomonaco sottolinea come dall’iniziativa dell’Anno Paolino, indetto da Benedetto XVI, siano scaturiti anche passi ecumenici: 

R. – Non è rimasta un’iniziativa ristretta nell’ambito della Chiesa cattolica, ma ha avuto un allargamento che ci fa riconoscere tutti quanti in San Paolo. Questo, senza dubbio, è un passo molto positivo.

D. – Ed è da sottolineare, in particolare, la presenza del Patriarca Alessio II di Mosca, nonostante alcune divergenze avute con il Patriarcato ecumenico…

R. – Le divergenze passano in secondo piano, adesso, rispetto alla venerazione comune per la memoria dell’Apostolo Paolo. E anche questo mi sembra un passo significativo, quasi un miracolo che San Paolo sta facendo. Laddove non riusciamo, tante volte, ad andare avanti con il dialogo, ha forza il richiamo a questi testimoni della fede cristiana, nei quali ci ritroviamo tutti quanti. E il fatto di essere stati invitati con insistenza, mostra l’interesse che anche la Chiesa cattolica partecipi a questa iniziativa. Anche la Chiesa ortodossa ha partecipato all’apertura del nostro Simposio, che abbiamo iniziato a Tarso il 21 giugno di quest’anno. C’è dunque una condivisione delle gioie, nel nome dell’Apostolo Paolo.

D. – E poi l’incontro di Istanbul è anche l’occasione per dare nuova linfa al dialogo tra cattolici e ortodossi…

R. – Certamente. Penso, però, che nuova linfa verrà data soprattutto a livello di Chiese sorelle, al di là della nostra presenza: è quanto mai significativo che tutti Patriarchi si incontrino a Costantinopoli per questa celebrazione.

D. – Parliamo dei luoghi legati all’Apostolo delle Genti: nel nome di Paolo, quali frutti può portare questo cammino ecumenico alla comunità cristiana in Turchia?

R. – Paolo ha dovuto accettare la realtà di una Chiesa che si è espressa in un pluralismo di voci fin dall’inizio. Io credo che da Paolo ci possa venire anche questo stimolo: un invito a guardare al di là della nostra porta, a guardare alle ricchezze che tante tradizioni cristiane – soprattutto qui in Turchia – ancora presentano. E’ una sinfonia che dobbiamo ascoltare. L’invito è che l’anno di San Paolo porti ancora qui, in Turchia, tanti pellegrini come stiamo verificando fino ad adesso: il contatto con la terra di Paolo vale molto di più di tutte le parole, di tutto quello che si può leggere. 

LO SCANDALO DELLA CROCE – di Padre Mons. Luigi Padovese – n. 1

LO SCANDALO DELLA CROCE

di Padre Mons. Luigi Padovese, Lo scandalo della croce, la polemica anticristiana nei primi secoli, Edizioni Dehoniane, Roma 1988

di questo libro solo il capitolo I, divido questo articolo in quattro post;

CAPITOLO I

LA TESTIMONIANZA DEI PADRI APOSTOLICI SULLO « SCANDALO » DEL DIO INCARNATO E CROCIFISSO

pagg. 17-

Ci è noto il concetto del Dio aristotelico che muove senza essere mosso ed è amato senza amare. Verso che cosa muoversi se si è già perfetti? Amare chi se si è già sazi dell’amore per sé. Veramente, tanto 1.

Alla concezione di un Dio totalmente trascendete fa eco quanto il platonico Apuleio scrive:

Ancora un medio platonico, Plutarco, osserva che 3. Se si confrontano queste espressioni con quanto leggiamo nella lettera di Ignazio d’Antiochia ai Romani, 6<(lasciate che io imiti la passione del mio Dio>, il contrasto tra la concezione di Dio presente parzialmente nel mondo pagano colto e quanto i cristiani affermano di Dio, appare stridente ed inconciliabile. Si comprende perciò come fin da principio la fede cristiana centrata nell’adorazione di un crocifisso si ponesse in rottura con il milieu religioso circostante. E giustamente, dal momento che . 4.

Occorre insistere nel rilevare che chi reagisce contro l’immagine cristiana di Dio non è un mondo , indifferente, o carico di sola superstizione come forse potrebbe suggerire l’espressione generica di , bensì un mondo di profonde convinzioni religiose e di riti cultuali diversi tra loro eppure unificati in taluni aspetti. 5. 6.

A questa luce, la qualifica di loro attribuita, non va intesa in senso odierno; non riguarda uno di incredulità circa l’esistenza di Dio; . 7. Questa osservazione pone in luce il carattere formalistico della religione pagana che pur non escludendo sentimenti profondi ed emozioni, non produce neanche profondi mutamenti interiori. 8. Si tratta, n fondo, di una religione intesa come un atto civico. È un >culto statale>, assunto come sacra eredità della tradizione ma senza scorgere in esso delle motivazioni profonde. Il formalismo che reputa sicuri mezzi di salvezza l’adempimento esatto di certi gesti, formule, osservanze, si radica in questa fedeltà a consuetudini ataviche ma, alla lunga, smarrisce il suo legame a valori etici. 9. Lo mette in rilievo Lattanzio, quando scrive: . 10.

È certo possibile che Lattanzio esageri un poco in questa raffigurazione della religiosità pagana, ma certo non al punto di mentire.

L’accusa di ateismo lanciata ai cristiani va perciò letta e compresa in questo contesto di formalismo. Detta accusa, poi, non contrasta ma si affianca a quell’altra di che pure grava sul cristianesimo. Con questo termine si qualificava tutto ciò che si oppone a .

È di Cicerone l’osservazione che 11. Pertanto quando Svetonio presenta i cristiani come un genere di uomini d’una superstizione nuova e malefica> 12., o Tacito qualifica il cristianesimo come 13. e Plinio, dal canto suo, lo considera una 14. è sempre la stessa convinzione che ritorna: il cristianesimo contrasta con il vero sentimento religioso. È un’aberrazione di esso, una temibile e malefica malvagità. La superstizione, insomma, sta in rapporto alla religione come una malattia alla salute.

Il cuore di questa è la fede in un uomo che – come dichiara Tacito – 15.

Occorre osservare che questi dati: nome del procuratore romano e constatazione della esecuzione suonano per un cittadino romano in modo del tutto diverso che per un cristiano. Nella esecuzione stabilita da un funzionario statale, il cittadino romano percepisce anzitutto la giusta sentenza di condanna. Pertanto ai suoi occhi, il fondatore della religione cristiana non può essere che qualificato un delinquente 16.

Stando così le cose, l’osservatore che egli dai cristiani viene adorato come Dio 17., non può apparire che insensata, paradossale, anzi mostruosa e politicamente sospetta 18.

Mons. Luigi Padovese, intervento al Sinodo dei Vescovi 2-23 ottobre 2005

dal sito: 

http://www.vatican.va/news_services/press/sinodo/documents/bollettino_21_xi-ordinaria-2005/01_italiano/b19_01.html#-_S.E.R._Mons._Luigi_PADOVESE,_O.F.M._CAP.,_Vescovo_titolare_di_Monteverde,_Vicario_Apostolico_di_Anatolia_(TURCHIA)

SYNODUS EPISCOPORUM
BOLLETTINO 

XI ASSEMBLEA GENERALE ORDINARIA
DEL SINODO DEI VESCOVI
2-23 ottobre 2005 

L’Eucaristia: fonte e culmine della vita e della missione della Chiesa 

INTERVENTO DI MONS. LUIGI PADOVESE 

S.E.R. Mons. Luigi PADOVESE, O.F.M. CAP., Vescovo titolare di Monteverde, Vicario Apostolico di Anatolia (TURCHIA)

Parlo come Vescovo della Chiesa d’Anatolia che ha visto la prima grande espansione del messaggio di Gesù e nella quale i cristiani sono ormai poche migliaia.
Nella città di Tarso, patria dell’apostolo Paolo, i soli cristiani sono le tre suore che accolgono i pellegrini i quali, per poter celebrare l’Eucarestia nell’unica chiesa-museo rimasta, hanno bisogno di un permesso. Lo stesso vale anche per la chiesa-museo di San Pietro ad Antiochia.
In questa città è nato Giovanni Crisostomo del quale nel 2007 ricorrerà il 16° centenario della morte in esilio. Proprio il Crisostomo, con le sue omelie, ci rammenta che l’Eucarestia è stata ed è il luogo privilegiato della parresia. La sua memoria, assieme a quella più recente di Vescovi come Clemens Von Galen e Oscar Romero, è una testimonianza viva del legame tra il memoriale del sacrificio di Gesù e quanti in esso hanno trovato le ragioni e la forza di un annuncio fatto con intelligenza, coraggio e senza reticenze.
L’Eucarestia, quale memoriale dell’offerta di Cristo, impone che facciamo scaturire il nostro annuncio da questo centro e impone che il nostro insegnamento morale sia fondato su di esso come espressione della sequela di Cristo.
L’Eucarestia può richiamarci allo specifico della morale cristiana che nasce da una visione di fede e dove l’agire etico è vissuto come una risposta religiosa. Da questo punto di vista è importante il richiamo all’esempio dei santi i quali hanno scoperto quell’ “ancora di più” che la donazione totale di Cristo nell’Eucarestia sostiene e sollecita.

[00288-01.05] [IN222] [Testo originale: italiano] 

Mons. Luigi Padovese: Un anno paolino per risvegliare il senso dell’identità cristiana

08/02/2008, dal sito:

http://www.zenit.org/article-13433?l=italian 

Un Anno Paolino per risvegliare il senso dell’identità cristiana 

Parla monsignor Luigi Padovese, Vicario apostolico dell’Anatolia 

di Antonio Gaspari

 ANKARA, venerdì, 8 febbraio 2008 (ZENIT.org).- In una intervista rilasciata a ZENIT, monsignor Luigi Padovese, Vicario apostolico dell’Anatolia e Presidente della Conferenza Episcopale Turca (CET), ha illustrato i programmi e le finalità del giubileo paolino (28 giugno 2008 – 29 giugno 2009) indetto dal Pontefice Benedetto XVI. 

Monsignor Padovese ha spiegato che “c’è un gran movimento per organizzare i viaggi dei pellegrini e del turismo nei luoghi paolini, ma la componente religiosa è quella trainante. La finalità è di risvegliare nei cristiani di Turchia e del mondo la coscienza della propria identità”. 

Il Vicario apostolico dell’Anatolia, che è anche un grande studioso della Chiesa delle origini, ha rilevato che San Paolo “ha dato un respiro universale alla realtà cristiana ed h messo in evidenza che il cristianesimo è novità più che continuità”. 

“Perché – ha aggiunto il presule – come diceva Tertulliano ‘cristiani non si nasce ma si diventa’ e Paolo ci aiuta a capire dove siamo e chi siamo. Paolo ricorda l’identità cristiana”. 

“Non si tratta solo della continuità della religione giudaica – ha continuato il Presidente della CET – i legami ci sono e vanno riconosciuti, però, l’incarnazione è un salto qualitativo enorme”, così come va al di là di ogni immaginazione “lo scandalo della Croce e la Resurrezione”. 

Secondo monsignor Padovese, il giubileo paolino “è un’occasione per far conoscere ai cristiani di tutto il mondo l’importanza dell’apostolo Paolo”, con particolare riferimento alla storia della sua missione svolta in Turchia. 

“In quei tempi – ha ricordato il Vicario apostolico – questa zona era più florida e ricca, un punto di incontro per culture, popoli e religioni che ha permesso l’inculturazione e l’espansione del cristianesimo”. 

L’Anno Paolino ha anche una grandissima valenza di carattere ecumenico. A questo proposito il Presidente della CET ha raccontato a ZENIT dell’incontro che si è svolto a Tarso il 25 gennaio scorso. 

Alla messa solenne svoltasi nella chiesa trasformata in museo, hanno concelebrato insieme a monsignor Padovese, il Vescovo di Padova, monsignor Antonio Mattiazzo, monsignor Gregorios Melki Urek, Vescovo siriaco di Adiyaman e monsignor Joseph Amis Abi Aad, Vescovo maronita di Aleppo. 

Era presente anche un gruppo di 16 religiosi francescani e tre sacerdoti secolari della provincia di Foggia, due segretari di Vescovi e diversi sacerdoti locali. Presenti anche diverse religiose e un gruppo numeroso di fedeli. 

Nel pomeriggio si è svolta la preghiera ecumenica per l’unità dei cristiani a cui si sono aggiunti sacerdoti della Chiesa ortodossa, il pastore evangelico di Adana, e un vasto gruppo di fedeli proveniente da Mersin, Adana e Iskenderun. 

Ed è proprio per dare un ulteriore impulso al dialogo ecumenico che la CET ha voluto coinvolgere anche le altre chiese nella preparazione dell’Anno Paolino. In questo contesto monsignor Padovese ha incontrato il Patriarca Bartolomeo I, il Matriarca armeno Mutafyan e il Metropolita siro ortodosso di Istambul. 

Le autorità turche si sono dette molto interessate all’Anno Paolino, “anche se – ha rilevato il Vicario Apostolico –, non hanno dato risposta alla richiesta di costruire una chiesa a Tarso dedicata a San Paolo”. 

La richiesta avanzata per la prima volta dall’Arcivescovo di Colonia, il Cardinale Joachim Meisner, è stata riproposta da monsignor Padovese, ma le autorità non si sono ancora pronunciate. 

Il Vicario Apostolico ha quindi preannunciato l’apertura del Giubileo di San Paolo, in un incontro che si svolgerà a Tarso il 21 giugno e a cui parteciperanno le autorità civili di Ankara, il Cardinale Walter Kasper, Presidente del Pontificio Consiglio per la Promozione dell’Unità dei Cristiani e i dirigenti delle Chiese Ortodosse. 

In occasione del bimillenario di san Paolo, la CET ha pubblicato una Lettera pastorale in cui è scritto: « Prima di essere cattolici, ortodossi, siriani, armeni, caldei, protestanti, siamo cristiani. Su questa base si fonda il nostro dovere di essere testimoni. Non lasciamo che le nostre differenze generino diffidenze e vadano a scapito dell’unità di fede; non permettiamo che chi non è cristiano s’allontani da Cristo a motivo delle nostre divisioni ». 

Inoltre verranno ripubblicate le Lettere di San Paolo in lingua turca, con l’intento di svolgere uno studio approfondito utile ai cristiani ed ai cattolici in particolare. 

Monsignor Padovese ha poi rivelato l’intenzione di pubblicare un piccolo Catechismo paolino, che illustri come san Paolo affrontava i vari temi dell’identità cristiana. 

Sono già molte le richieste dalla Francia, dalla Germania, dall’Italia, di pellegrinaggi nei luoghi paolini e cioè Antiochia, Tarso, Antiochia di Pisidia, Efeso, Mileto, la Galazia e Colossi. A questo proposito, il Vicario apostolico si è detto convinto che ci sarà un flusso continuo di pellegrini. 

Dal punto di vista archeologico e storico, monsignor Padovese ha affermato che nel corso degli anni “il cristianesimo è stato cancellato tantissimo”, ma se si gratta sotto la superficie “si può trovare ancora molto della presenza cristiana”. 

“Nelle grandi città – ha fatto notare il Presidente della CET – tante chiese sono state perse e tante altre trasformate in moschee”. A Tarso per esempio “c’era una bellissima chiesa a pianta basilicale che attualmente è una moschea”. 

“Ma in periferia tracce del cristianesimo sono ancora visibili”, ha sottolineato il presule. “Ad Antiochia di Pisidia per esempio è stata ritrovata una chiesa dedicata a san Paolo, dove l’Apostolo fece il discorso sulla missionarietà”. 

Ad Efeso una archeologa austriaca ha messo in luce una grotta con dei graffiti e affreschi che ricordano il ciclo degli atti apocrifi di Paolo e Tecla. 

“D’altro canto – ha ricordato monsignor Padovese – è in Turchia dove san Paolo ha svolto prevalentemente il suo apostolato. Gli studiosi sostengono che su 10.000 miglia che Paolo avrebbe percorso, buona parte li ha percorsi in Turchia. E basterebbe prendere in mano gli Atti degli Apostoli per rendersi conto di quanto Paolo ha vissuto e percorso le terre dell’attuale Turchia”. 

Tra le tante iniziative, il Vicario apostolico dell’Anatolia ha menzionato anche l’idea di organizzare un pellegrinaggio internazionale per giovani a Tarso e Antiochia e il Pellegrinaggio nazionale dei cattolici di Turchia nel mese di ottobre. 

la bellissima: « Lettera della Conferenza Episcopale della Turchia in occasione delle anno Paolino »

dal sito: 

http://www.fides.org/ita/documents/turchia-_lettera_dei_vescovi_anno_paolino.doc

Lettera della Conferenza Episcopale della Turchia in occasione dell’Anno Paolino 

2008 – 2009 

+ Mons. Luigi PADOVESE

Vicario Apostolico dell’Anatolia

Presidente della Conferenza Episcopale di Turchia

+ Mons. Georges KHAZOUM

Vescovo Ausiliare degli Armeni Cattolici di Turchia

Vice Presidente della Conferenza Episcopale di Turchia

+ Mons. Hovhannes TCHOLAKIAN

Arcivescovo degli Armeni Cattolici di Turchia

+ Mons. Ruggero FRANCESCHINI

Arcivescovo e Metropolita di Izmir

+ Mons. Louis PELÂTRE

Vicario Apostolico di Istanbul e Ankara

+ Corepiscopo Mons. Yusuf SAĞ

Vicario Patriarcale dei Siriani Cattolici di Turchia

+ Mons. François YAKAN

Vicario Patriarcale dei Caldei di Turchia

 

Paolo, Testimone ed Apostolo dell’identitá Cristiana 

Cari fratelli e sorelle, 

            “grazia a voi e pace da Dio, Padre nostro, e dal Signore Gesù Cristo”. 

Vi salutiamo con questo augurio che l’apostolo Paolo rivolgeva ai cristiani della  Chiesa di Roma. 

            Come saprete, il  Santo Padre Benedetto XVI  ha annunciato che dal 28 giugno 2008  sino al 29 giugno 2009
la Chiesa cattolica celebrerà il bimillenario della nascita di San Paolo. 

            Questo evento riguarda  tutte le comunità cristiane, dal momento che Paolo è maestro per tutti i discepoli di Cristo, ma riguarda particolarmente noi viventi in Turchia, l’apostolo delle genti  è figlio di questa terra ed è in essa che egli ha svolto prevalentemente il suo ministero. Fu qui che egli percorse, in meno di trent’anni, la più parte delle 10000 miglia dei suoi viaggi.  Soprattutto qui sperimentò ostilità, pericoli mortali,  carcere, battiture, privazioni di ogni genere, pur di annunciare Gesù Cristo ed il suo vangelo. 

            Divenuto membro della Chiesa di Antiochia, partì da questa comunità per i suoi viaggi missionari percorrendo in lungo e in largo l’attuale Turchia:  Seleucia, Iconio, Listra, Derbe, Antiochia di Pisidia, Efeso, Mileto, Antalia, Perge, Troade sono soltanto alcuni nomi delle località dell’attuale Turchia nelle quali si recò quale testimone di Cristo. Ma sappiamo che molti altri luoghi della nostra terra hanno conosciuto il suo zelo di apostolo.  Là dove egli non arrivò personalmente giunsero però le sue lettere. La lettera ai cristiani della Galazia, quella agli Efesini, ai Colossesi, al cristiano Filemone di Colossi ci mettono al corrente di un’attività che non si limita all’annuncio orale, ma si estende all’esortazione scritta. Paolo fa di tutto e si fa veramente tutto a tutti (1Co 9,22)  purché  “Cristo sia annunciato” (Fil 1,18) Dalla città di Efeso, nella quale l’apostolo rimane per circa tre anni, egli compose la lettera ai Galati, ai Filippesi e la prima lettera ai Corinti. 

            Ma chi era questo “giudeo di Tarso di Cilicia” (At 21,39) che oggi ricordiamo come il grande ‘apostolo dei gentili’? Nacque a Tarso, presumibilmente tra il 7 e il 10 d.C., e nella città natale trascorse l’infanzia. Per proseguire la sua formazione fu inviato a Gerusalemme, alla scuola di Gamaliele che lo educò “secondo le più rigide norme della legge paterna” (At 22,3). Questa sua adesione alla legge ed alla tradizione ebraica lo oppose ben presto al primo gruppo cristiano che  prese a perseguitare (Gal 1,13-14). L’evangelista Luca ci racconta che era tra i più zelanti nel ricercare i cristiani provenienti dal giudaismo per metterli in carcere (At 9,1-3). Ancora da Luca apprendiamo che Paolo fu tra coloro che approvarono l’uccisione di Stefano (At 8,1). Tale era il suo odio per la prima comunità dei discepoli di Gesù! 

            Eppure, nei pressi di Damasco, un evento mutò radicalmente questo nemico dei cristiani in un amante appassionato di Cristo e della sua Chiesa. Cristo irrompe fulmineamente nella vita di  questo fanatico zelante della Legge e lo trasforma in apostolo del Vangelo. L’onestà  e la totale dedizione con la quale Paolo osservava
la Legge sino a perseguitare i cristiani, ora è messa in questione dall’incontro con Cristo che lo acceca per ridargli una nuova visione della realtà. Come scrisse Giovanni Crisostomo: “poiché vedeva male, Dio lo rese cieco a fin di bene…eppure non furono le tenebre ad accecarlo, ma fu un eccesso di luce che l’accecò” (Panegirico IV su Paolo  2) 

            A Damasco  Paolo avvertì che la scrupolosa osservanza della Legge non basta a salvare.
La Legge senza amore è come un corpo morto, tanto più se in nome di questa Legge, si arriva a perseguitare e uccidere chi non la osserva. 

            Questo episodio ci fa capire che è l’incontro con Cristo a salvare e non la sola scrupolosa osservanza dei comandamenti. Dinanzi ad una tendenza legalistica sempre presente che trasforma Dio in un idolo e il rapporto con Lui in un contratto senza adesione del cuore, Paolo con la sua esperienza di Damasco ci ripete ancor oggi: l’autore della tua salvezza è Cristo. E’ Lui  “il compimento della legge” (Rom 10,4). Pensare di costruirsi con le sole forze umane una propria santità è un fallimento. 

            Dopo Damasco la vita di Paolo segna un totale cambio di rotta. Battezzato ed istruito nella fede cristiana a Damasco dal cristiano Anania (At 9,10ss) egli si mise a predicare quanto aveva “visto ed udito” (At 22,15). E’ dunque l’esperienza del Cristo risorto che lo rende testimone, proprio come aveva reso testimoni gli apostoli (“venite e vedete”) e l’incredulo Tommaso (“guarda le mie mani, metti la tua mano nel mio costato…” (Gv 20,27). Per  la crescente ostilità dei suoi correligionari  dovette fuggire in Arabia (Gal 1,17). Ritornato a Damasco, Paolo si attirò le antipatie dello sceicco che governava e dei giudei ivi residenti, delusi delle sua trasformazione da fervente fariseo in missionario cristiano. La sua vita era ormai in costante pericolo, per questo alcuni amici lo calarono in un cesto dalle mura cittadine, dal momento che le porte della città erano sorvegliate (At 9,23-25). 

            E’ in questo tempo che egli si recò a Gerusalemme per incontrare gli apostoli, ma – come riferisce Luca – “tutti avevano paura di lui, non credendo ancora che fosse un discepolo” (At. 9,26). Fu  Barnaba a presentarlo agli apostoli  ed alla comunità, parlando loro della esperienza di Damasco. Rimasto per qualche tempo a Gerusalemme, Paolo continuò anche qui ad annunciare il Signore, ma il tentativo di ucciderlo messo in atto da parte di alcuni ebrei, lo costrinse a fuggire a Tarso (At 9,30). 

            Nella sua città natale rimase circa quattro anni, sino a quando, cioè, Barnaba venne a cercarlo per chiedere il suo aiuto nell’evangelizzazione di Antiochia (At 11,25). D’ora innanzi la comunità antiochena sarà per Paolo
la Chiesa di appartenenza. Infatti è da qui che egli parte la prima volta in missione con Barnaba (At 13,2-3) e vi fa ritorno (At 14,26-28); lo stesso avverrà per il suo secondo viaggio (At 15,36-40. 18,18-22) e da qui inizierà ancora il terzo (At 18,23). 

            Ad Antiochia  Paolo e Barnaba non avevano imposto la circocisione ai pagani convertiti, mentre alcuni giudeo cristiani venuti dalla Palestina ne sostenevano la necessità. La discussione che ne seguì originò il cosiddetto “concilio apostolico di Gerusalemme” (circa 49 d.C.) in cui si diede ragione a Paolo e a Barnaba, dichiarando i convertiti dal paganesimo esenti dalla legge mosaica (At 15,5-29). Con questa decisione la prima comunità cristiana prese atto che il cristianesimo non andava inteso come la forma più perfetta della religione giudaica, ma come una realtà radicalmente nuova. E a questa decisione Paolo concorse in modo decisivo. Anche il  confronto che ad Antiochia lo oppose a Pietro era da lui inteso come un modo di salvaguardare la nuova identità cristiana da compromessi o arretramenti  (Gal 2,11-14). 

            I viaggi che portarono Paolo ad attraversare ripetutamente la nostra terra di Turchia sino alla Grecia sono registrati dall’evangelista Luca negli Atti degli Apostoli e sarebbe bene che ciascuno di voi riprendesse in mano questo testo per rendersi conto delle fatiche sostenute dall’apostolo nell’annuncio del Vangelo  Noi ci limitiamo a ricordare la presenza di Paolo ad Antiochia di Pisidia, l’odierna Yalvac e ad Efeso (Selcuk). 

            Ad Antiochia di Pisidia Paolo giunse intorno all’anno 47  provenendo da Perge (At 13,14-52). Nella sinagoga locale Paolo, percorrendo le tappe salienti della storia della salvezza, dall’Antico Testamento fino a Giovanni Battista, egli giunge sino alla proclamazione di Gesù, Messia e Figlio di Dio. Questa storia della salvezza è suggellata proprio dalla resurrezione del Signore, nella quale Paolo vede realizzate tutte le  promesse messianiche.  C’è dunque un filo unico che sta sotto la storia dell’umanità. Dio non ha creato il mondo e l’uomo per poi abbandonarli a se stessi, ma persegue un disegno di amore che trova in Cristo la piena manifestazione. Credere in Cristo significa credere nell’amore di Dio che è da sempre ed è per tutti. Questo l’annuncio fatto dall’apostolo che troverà alcuni pronti ad accoglierlo ed altri contrari al punto da costringerlo a fuggire da Antiochia (At 13,50-52). 

            Altra tappa significativa dei viaggi di Paolo  fu la città di Efeso nella quale Paolo soggiornò per circa 3 anni (54-57 ca.) svolgendo un’ampia e difficile opera di evangelizzazione che lo contrappose sia ai giudei che ai pagani locali. Accennando alle abbondanti sofferenze di questo periodo, egli stesso ricorderà di “aver combattuto ad Efeso contro le belve” (1Co 15,32). Nella seconda lettera ai Corinti (1,8-9) parla di una “tribolazione che ci è capitata in Asia e che ci ha colpito oltre misura, al di là delle nostre forze, così da dubitare anche della vita. Abbiamo addirittura ricevuto su di noi la sentenza di morte…Da quella morte però Egli ci ha liberato”. Infine nella lettera ai Romani allude ad una prigionia, presumibilmente subita proprio ad Efeso (Rom 16,3.7). 

            Cari fratelli, annunciare Gesù Cristo per Paolo è stata una necessità che nasceva dall’amore per Lui. Ciò significa che chi incontra Cristo non può fare a meno di annunciarlo, sia con la vita che con le parole. Come disse dell’apostolo un altro figlio della nostra terra, Giovanni Crisostomo, “è in virtù dell’amore che Paolo è diventato quello che è stato. Non venirmi a parlare dei morti che ha risuscitato, né dei lebbrosi che ha sanato; Dio non ti chiederà niente di questo. Procurati l’amore di  Paolo e avrai la corona perfetta” (Panegirico III su Paolo 10). 

            Il sangue che l’apostolo versò a Roma intorno al 67 d.C. sotto l’imperatore Nerone,  non fu altro che il naturale epilogo di una vita spesa per Cristo e per i propri fratelli. Tempo prima ai cristiani di Filippi aveva scritto: “anche se il mio sangue deve essere versato in libagione sul sacrificio e sull’offerta della vostra fede, sono contento e ne godo con tutti voi” (2,17). 

            Fratelli e sorelle di Turchia, Paolo è patrimonio di tutti i discepoli di Cristo, ma lo è particolarmente di noi che siamo figli di questa terra che lo ha visto nascere, predicare Cristo senza sosta e testimoniarlo in tante prove. Eppure questo nostro legittimo vanto sarebbe sterile se non si traducesse in un maggiore impegno di imitazione. Guardiamo al persecutore divenuto messaggero del vangelo e comprendiamo che Dio può trasformare anche noi, purché lo vogliamo. Con la sua vita da cristiano, Paolo ci ricorda che Dio non può nulla se noi non collaboriamo con la sua grazia.  Come ci ricorda ancora Giovanni Crisostmo “Niente ci impedirà di diventare come Paolo se lo vogliamo veramente. Egli divenne così non soltanto in virtù della grazia, ma anche dell’impegno personale” (Panegirico V su Paolo 2-3). Qual è il messaggio che oggi l’apostolo consegna a noi, cristiani di Turchia? 

            Noi vescovi pensiamo che dalla miniera delle sue lettere alcuni elementi possano essere particolarmente utili alle nostre comunità che vivono in una situazione di minoranza religiosa.      Siamo immersi in un mondo musulmano dove la fede in Dio è ancora ben presente, sia nei suoi aspetti tradizionali che nell’affermarsi di nuove organizzazioni religiose islamiche. Proprio questa situazione, per alcuni aspetti simile a quella delle prime comunità viventi in diaspora, ci impone una più chiara coscienza della nostra identità. Paolo ci richiama all’elemento fondativo di questa nostra identità cristiana che non riguarda  la fede in Dio, comune con i fratelli musulmani e con tanti altri uomini, ma la fede in Cristo come  “Signore” (1Co 12,3), colui che “Dio ha risuscitato dai morti” (Rom 10,9). Nelle Lettera ai Colossesi  l’apostolo scrive addirittura  che “in Cristo (…) abita corporalmente tutta la pienezza della divinità” ( 2,9). L’espressione è inequivocabile e ci ricorda che non possiamo incontrare Dio se non attraverso Cristo. Egli è la porta e il ponte tra il Padre e noi. “Uno solo – leggiamo nella 1 Lettera a Timoteo (2,5) – è il mediatore tra Dio e gli uomini, l’uomo Gesù Cristo che ha dato se stesso in riscatto per tutti”. 

            Paolo ha avvertito tutta la difficoltà di annunciare Cristo, Dio-uomo, che ci salva attraverso la sua incarnazione e la sua morte in croce. Questa è ancora oggi la vera porta stretta di cui  parla il vangelo. La porta stretta non sono, dunque, l’accettazione  dei precetti morali della Chiesa e neppure la pesantezza umana delle sue strutture, ma quello scandalo della croce che ai non cristiani appare ancor oggi “follia e stoltezza”,  ma che Paolo annuncia come componente essenziale ed ineliminabile della fede cristiana e anzi espressione della potenza di Dio (1Co 1,18). 

            Questa accondiscendenza di Dio, che in Cristo si rende presente tra di noi fino a morire in croce, va interpretata come manifestazione di quella carità che costituisce l’essenza di Dio ineffabile, la cui trascendenza non va misurata soltanto con il metro dell’essere, come ha fatto la filosofia, ma con quello dell’amore. Non dimentichiamo forse che all’onnipotenza dell’essere corrisponde un’onnipotenza nell’amore?  L’amore non è un attributo di Dio, ma è la sua essenza. Quello che Paolo, pertanto, ci ricorda è che non dobbiamo porre limiti ‘umani’ a questo amore per noi. Questo è il paradosso della fede cristiana confermato dall’incarnazione e morte di Cristo. 

            Eppure l’apostolo che con l’esempio e la parola ci rafforza nell’identità cristiana,  è anche l’uomo del dialogo. Abituato ad incontrare uomini di etnie e tradizioni religiose diverse, Paolo ha compreso che lo Spirito di Cristo non è soltanto presente nella Chiesa, ma la precede ed agisce anche fuori di essa. Come ebbe ad affermare ad Atene: “Dio ha creato tutto…perché gli uomini lo cerchino e si sforzino di trovarlo, anche a tentoni, benché non sia lontano da ciascuno di noi” (At 17,26-28). 

            Su questa base siamo invitati ad intensificare il dialogo con il mondo musulmano: il dialogo della vita, dove si convive e si condivide; il dialogo delle opere, dove cristiani e musulmani operano insieme “in vista dello sviluppo integrale e della liberazione della gente”; il dialogo dell’esperienza religiosa, dove si compartecipano le ricchezze spirituali, per esempio “per ciò che riguarda la preghiera e la contemplazione, la fede e le vie della ricerca di Dio o dell’Assoluto” (Pontificio Consiglio per il dialogo interreligioso – Dialogo e annuncio 42). Infine il dialogo degli scambi teologici, dove ci si sforza di meglio conoscersi in vista di un maggiore rispetto reciproco. Questo dialogo non significa mettere da parte le proprie convinzioni religiose. Si dialoga veramente quando ciascuno rimane se stesso, mantenendo intatta la propria identità  di fede, non tacendo mai, per nessuna ragione, quanto potrebbe apparire difficile da capire per chi non è cristiano. Come scriveva un antico Padre della Chiesa, Ilario vescovo di Poitiers “per il fatto che i sapienti del mondo non capiscono certe cose ed anzi appaiono stolte, forse che anche  per noi lo sono?…Allora non gloriamoci della croce di Cristo, perché è scandalo per il mondo; e neppure predichiamo la morte del Dio vivente, perché non sembri agli empi che Dio è morto” (Liber de Synodis 27,85). A questo annuncio Paolo è rimasto fedele, senza cercare di adolcirlo e senza restrizioni mentali. Anzi quello che per il mondo è stato scandalo e stoltezza, per lui è la prova scolvolgente dell’amore di Dio per l’uomo e lascia il posto ad un profondo senso di riconoscenza. Infatti, quanto meno queste cose convengono alla maestà di Dio e tanto più dobbiamo sentirci obbligati nei suoi confronti (Ilario di Poitiers). 

            Se in questo incontro con il mondo non cristiano l’apostolo ci è maestro, nei rapporti tra comunità cristiane differenti egli è maestro e fondamento di unità. Come ricordava Benedetto XVI, indicendo l’anno paolino, “l’Apostolo delle genti, particolarmente impegnato a portare
la Buona Novella a tutti i popoli, si è totalmente prodigato per l’unità e la concordia di tutti i cristiani”..
 

            Ancora oggi egli invita tutti noi a puntare lo sguardo su Cristo, superando non soltanto eventuali resistenze, ma anche il disinteresse per chi non appartiene alla ‘nostra’ Chiesa. L’apostolo che sperimentò la difficoltà dell’annuncio del Vangelo, anche da parte dei fratelli di fede, ci ricorda come quello che conta è che Cristo “venga annunciato” (Fil 1,8), ma ci richiama pure alla nostra comune responsabilità nei confronti di quanti non sono cristiani. Prima di essere cattolici, ortodossi, siriani, armeni, caldei, protestanti, siamo cristiani. Su questa base si fonda il nostro dovere di essere testimoni. Non lasciamo che le nostre differenze generino diffidenze e vadano a scapito dell’unità di fede; non permettiamo che chi non è cristiano s’allontani da Cristo a motivo delle nostre divisioni.     Tertulliano, parlando dei cristiani, coglieva l’ammirazione di certi pagani con queste semplici parole: “Guarda come si amano!” (Apologetico 39).  Il mondo musulmano che ci circonda può dirlo oggi di noi?  Lo potrà dire se tradurremo in gesti concreti la nostra consapevolezza di essere “stati battezzati in un solo Spirito per formare un solo corpo” (1Co 12,13). L’esistenza di questo fondamento non può essere smentita da tutte le diversità dell’organizzazione locale e da tutta la differenziazione nell’espressioni dottrinale-teologica. Ogni comunità cristiana già dalla sua costituzione si edifica unitariamente sul “fondamento degli apostoli e dei profeti” e raccoglie tutti i membri e gruppi nell’edificio di cui la pietra angolare e chiave di volta è Cristo” (Ef 2,20). 

            Cari fratelli, quanto vi abbiamo scritto è poca cosa rispetto al tesoro di suggestioni e di consigli che ci provengono dalle lettere di Paolo.  Questi suoi scritti, lungo la storia, sono sempre stati stimolo ed anche esame di coscienza sul modo di essere cristiani. Contro i sempre ricorrenti tentativi di rendere la fede cristiana un fenomeno religioso che non esige conversione, Paolo è sempre pronto a ricordarci che “cristiani non si nasce, ma si diventa”.   

            Pertanto, in  preparazione dell’anno paolino, vi esortiamo a leggere personalmente le sue lettere, a farne motivo di studio all’interno delle parrocchie, a coltivare iniziative ecumeniche. Da parte nostra vi invitiamo a recarvi da pellegrini in luoghi di memoria paolina che abbiamo il privilegio di possedere nella nostra terra: Tarso, Antiochia, Efeso. 

In quanto Chiesa cattolica di Turchia terremo un pellegrinaggio nazionale a Tarso- Antiochia. 

Altre iniziative, assieme ai nostri fratelli ortodossi e protestanti vi verranno proposte nei prossimi mesi. 

            Cari fratelli, alimentiamo in noi la certezza che avvicinandoci a Paolo ci avvicineremo di più a Cristo. La fede dell’apostolo nel Cristo risorto, la sua speranza contro ogni speranza umana, la sua carità nel farsi tutto a tutti siano la misura del nostro essere cristiani in questa amata terra di Turchia. 

Il Signore vi benedica 

I vostri Vescovi, 

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