Archive pour la catégorie 'Arcivescovi e Vescovi – Mons. Bruno Forte'

di Bruno Forte: Il « Vangelo » di San Paolo

dal sito:

http://www.donboscoland.it/articoli/articolo.php?id=124802

Il « Vangelo » di San Paolo

di Bruno Forte

Un uomo “toccato” da Dio in una maniera così profonda, da vivere il resto dei suoi giorni mosso dall’unico desiderio di comunicare agli altri l’esperienza di amore gratuito e liberante fatta nell’incontro col Signore Gesù sulla via di Damasco: tale fu Paolo. Il Suo Vangelo – la buona novella cioè da Lui annunciata al mondo…

 1. Il Vangelo di Paolo. Un uomo “toccato” da Dio in una maniera così profonda, da vivere il resto dei suoi giorni mosso dall’unico desiderio di comunicare agli altri l’esperienza di amore gratuito e liberante fatta nell’incontro col Signore Gesù sulla via di Damasco: tale fu Paolo. Il Suo Vangelo – la buona novella cioè da Lui annunciata al mondo – è tutto radicato in quell’esperienza straordinaria: afferrato da Cristo, può dire a tutti, che mentre eravamo ancora peccatori, il Figlio di Dio è morto per noi, facendo sue la nostra fragilità, la nostra colpa, la nostra morte; risorgendo da morte per la potenza dello Spirito effusa su di Lui dal Padre, ci ha portati con sé in Dio, rendendoci partecipi della vita che viene dall’alto. Con Cristo, in Lui e per Lui è possibile vivere un’esistenza significativa e piena, uniti ai nostri fratelli e sorelle nella fede, al servizio di tutti. La gratuità del dono divino trionfa sul male: l’impossibile possibilità di Dio, la forza di amare, cioè, di cui noi siamo incapaci e che ci è data dall’alto, è offerta a chiunque apra al Signore le porte del cuore. Per chi accoglie questo annuncio con fede, niente è più lo stesso. La vita nuova comincia nel tempo e per l’eternità. Questo messaggio Paolo lo proclama non solo con le parole e gli scritti (le tredici lettere che portano il suo nome), ma anche con la sua esistenza, che è tutta un Vangelo vissuto: “Non vivo più io, ma Cristo vive in me. E questa vita, che io vivo nel corpo, la vivo nella fede del Figlio di Dio, che mi ha amato e ha consegnato se stesso per me” (Galati 2,20). Narrare le tappe della vita di Paolo vuol dire, allora, imparare a vivere di Cristo alla scuola di Colui, che non vuole essere altro che un discepolo di Gesù, un suo imitatore, un suo servo e apostolo. Conoscere Paolo significa conoscere Cristo!

2. La conoscenza di Paolo si fonda anzitutto sul libro degli Atti degli Apostoli (scritti da Luca agli inizi degli anni 60 d.C.), quasi tutti dedicati alla vocazione e ai viaggi missionari dell’Apostolo. Anche le lettere contengono importanti notizie biografiche. Paolo nasce agli inizi dell’era cristiana, tanto che nel racconto della lapidazione di Stefano è presentato come il giovane,ai cui piedi sono deposti i mantelli dei lapidatori (Atti 7,58). Il luogo di nascita è Tarso di Cilicia, “una città non senza importanza” (Atti 21,39); la famiglia è ebrea, agiata al punto da aver acquisito la cittadinanza romana. Dai genitori, che probabilmente l’avevano atteso intensamente, viene chiamato Saulo, “il desiderato”, e forse anche Paolo, come sarà sempre nominato a partire da Atti 13,9, può darsi in ricordo del proconsole Sergio Paolo, convertito a Cipro dalla sua predicazione. A Tarso impara il greco come lingua propria, ma la sua formazione è giudaica: i genitori seguono la sua educazione con grande cura, tanto da mandarlo a Gerusalemme verso i 13-14 anni per farlo studiare alla scuola di Gamaliele, uno dei più illustri maestri del tempo. Tornato a Tarso alla fine degli studi, non ha modo di conoscere personalmente Gesù. Apprende il lavoro di tessitore di tende da viaggio, molto richiesto in una città di traffici e di commerci come la sua. L’ordinarietà della vita che gli si apre davanti, tuttavia, lo lascia ben presto insoddisfatto: probabilmente contro il parere dei suoi, decide di tornare a Gerusalemme, dove entra nel partito dei Farisei e si impegna nella lotta al cristianesimo nascente. Prende parte alla condanna di Stefano. È un giovane colto, focoso, di ardente fede giudaica, dotato di spirito pratico e di capacità decisionali. Fino a questo punto, però, quella di Saulo è un’esistenza come tante: Dio interviene nell’ordinarietà delle opere e dei giorni di ciascuno di noi. Non dobbiamo pretendere di aver fatto chi sa quali esperienze, perché l’incontro con Lui cambi per sempre la nostra vita. Il dire “se fossi.. se avessi…” è un inutile alibi. Occorre solo accettare di mettersi in gioco…

3. La vocazione sulla via di Damasco. Nel pieno del suo fervore anticristiano, Paolo accetta di recarsi a Damasco per contribuire a reprimere la diffusione della prima evangelizzazione dei discepoli di Gesù. Siamo all’incirca nel 35-36 d.C. È allora che accade l’evento che segnerà per sempre la sua vita. L’episodio – narrato in terza persona in Atti 9 e in forma autobiografica in Atti 22 e 26 – consiste in un incontro, l’incontro con Cristo, che gli fa vedere tutto in modo nuovo. Paolo capisce che la fede che intendeva perseguitare non consiste anzitutto in una dottrina, ma in una persona, il Signore Gesù, il Vivente, che prende l’iniziativa di rivelarsi a lui: “Rendo grazie a colui che mi ha reso forte, Cristo Gesù Signore nostro, perché mi ha giudicato degno di fiducia mettendo al suo servizio me, che prima ero un bestemmiatore, un persecutore e un violento” (1 Timoteo 1,12-13). Riferendosi a quanto gli è accaduto, Paolo parlerà di una rivelazione, di una missione ricevuta, di un’apparizione. Lui che a motivo della formazione e del temperamento pensava di possedere Dio e si sentiva giusto, scopre di essere stato raggiunto e posseduto da Dio, giustificato unicamente da Lui: “Se qualcuno ritiene di poter avere fiducia nella carne, io più di lui: circonciso all’età di otto giorni, della stirpe d’Israele, della tribù di Beniamino, Ebreo figlio di Ebrei; quanto alla Legge, fariseo; quanto allo zelo, persecutore della Chiesa; quanto alla giustizia che deriva dall’osservanza della Legge, irreprensibile. Ma queste cose che per me erano guadagni, io le ho considerate una perdita a motivo di Cristo… avendo come mia giustizia non quella derivante dalla Legge, ma quella che viene dalla fede in Cristo, la giustizia che viene da Dio, basata sulla fede” (Filippesi 3,4-7. 9). È il capovolgimento totale delle sue precedenti certezze: ora Paolo accetta di non appartenersi più per appartenere unicamente a Cristo e farsi condurre dove Lui vorrà. Condizione dell’incontro col Dio vivente è lasciarsi sovvertire da Lui, accettare di essere e fare quello che Lui vuole da noi, non quello che noi pretendiamo da Lui.

4. Gli anni del silenzio, i primi entusiasmi e la prova. La risposta alla vocazione implica un distacco, che è una vera esperienza di buio e di cecità. La luce che ha raggiunto Paolo gli fa percepire tutto il peso del peccato personale e di quello radicale, che grava sulla condizione umana: ne parlerà con accenti insuperabili nel capitolo settimo della lettera ai Romani, lì dove descrive la condizione tragica dell’essere umano, l’impotenza a fare il bene che vorremmo. Il Signore gli fa intuire quanto dovrà soffrire per il suo nome. Nel vivo di questa maturazione interiore, comincia ad annunciare Cristo con entusiasmo nella stessa Damasco, da cui l’odio degli avversari lo costringe ben presto a fuggire in maniera quasi rocambolesca: “I Giudei deliberarono di ucciderlo, ma Saulo venne a conoscenza dei loro piani. Per riuscire a eliminarlo essi sorvegliavano anche le porte della città, giorno e notte; ma i suoi discepoli, di notte, lo presero e lo fecero scendere lungo le mura, calandolo giù in una cesta” (Atti 9,23-25). Torna a Gerusalemme, dove molti degli stessi discepoli hanno paura di lui, non riuscendo a credere che fosse divenuto uno di loro. È Barnaba a dargli fiducia e a prenderlo con sé, aiutandolo ad essere accolto anche dagli altri: nasce così un’amicizia, che è fra le pagine più belle della vita di Paolo. “Allora Barnaba lo prese con sé, lo condusse dagli apostoli e raccontò loro come, durante il viaggio, aveva visto il Signore che gli aveva parlato e come in Damasco aveva predicato con coraggio nel nome di Gesù” (Atti 9,27). Nonostante gli sforzi di Barnaba, tuttavia, alla fine Paolo è costretto a lasciare anche Gerusalemme, dietro l’insistenza degli stessi fratelli nelle fede, timorosi che il suo slancio evangelizzatore potesse provocare una reazione ancora più dura della persecuzione in atto. Paolo torna a Tarso, confuso e umiliato: vi resterà alcuni anni (almeno fino al 43), in un grigiore tanto più pesante, quanto più lo aveva fuggito da giovane e quanto più avverte in sé l’urgenza di fuggirlo. Al tempo dei primi entusiasmi, segue quello delle amarezze e delle delusioni: le incomprensioni gli vengono non solo dagli avversari, ma anche dai fratelli di fede. Conosce la solitudine, un senso di vergogna davanti ai suoi e di sconfitta rispetto ai suoi sogni, lo sconforto dell’incompiuto, che appare impossibile. L’esperienza di Paolo dimostra sin dall’inizio come l’amore chieda il suo prezzo: senza dolore nessuno vivrà veramente l’amore per Dio o per gli altri.

5. La missione e la crisi. Sarà Barnaba, l’amico del cuore, a trarlo fuori dalla prova e a lanciarlo nel grande impegno missionario: Barnaba appare dal racconto degli Atti come un uomo prudente e generoso, che sa capire e valorizzare l’irruenza di Saulo. Con un’iniziativa tanto libera, quanto audace, va a Tarso a prenderlo per portarlo ad Antiochia, dove c’è una comunità che lo desidera, perché la missione sta fiorendo al di là di tutte le più rosee attese e i discepoli – che qui sono stati chiamati per la prima volta “cristiani” – hanno bisogno di aiuto per la predicazione del Vangelo. Barnaba e Saulo iniziano a lavorare insieme e tutto sembra procedere meravigliosamente: nel racconto degli Atti (capitoli 11 e 13-15) il nome di Barnaba dapprima precede quello di Paolo; poi avverrà il contrario. I due amici sono, in realtà, molto diversi: quanto Paolo è irruente, tanto Barnaba è pacato e mediatore. Si giunge così al momento forse più doloroso della vita di Paolo: la rottura con Barnaba. L’occasione è legata ad un giovane discepolo – Giovanni Marco (Marco l’evangelista?) – che si è mostrato tiepido nel primo viaggio missionario, al punto da tornare indietro (cf. Atti 13,13). Paolo non lo vuole più con sé (più tardi lo riscoprirà e lo manderà a chiamare per averne la vicinanza e l’aiuto: “Prendi Marco e portalo con te, perché mi sarà utile per il ministero”: 2 Timoteo 4,11). Barnaba invece non vuole perdere nessuno e ritiene che bisogna dare ancora una possibilità al giovane: “Il dissenso fu tale che si separarono l’uno dall’altro. Barnaba, prendendo con sé Marco, s’imbarcò per Cipro. Paolo invece scelse Sila e partì, affidato dai fratelli alla grazia del Signore” (Atti 15,39-40). I due – entrambi innamorati del Signore, ma totalmente diversi – decidono di separare le loro strade a causa della valutazione differente di una stessa questione, che ciascuno dei due ritiene di guardare con gli occhi della verità e dell’amore! La santità – come si vede – non annulla i caratteri: e, alla luce dei fatti, sembrerebbe che Barnaba avesse più ragione di Paolo! L’Apostolo ha dei limiti caratteriali: proprio questo, però, può esserci d’aiuto. I nostri limiti non devono diventare un alibi per disimpegnarci. Possiamo anzi domandarci con umiltà alla scuola di Paolo: riconosco i limiti del mio carattere e quelli altrui e li accetto, sforzandomi di lasciarmi trasfigurare progressivamente da Cristo nel servizio del Vangelo e di accettare gli altri con benevolenza?

6. La “trasfigurazione” di Paolo. Seguiranno i grandi viaggi missionari di Paolo, con innumerevoli prove e consolazioni (leggi, ad esempio, 2 Corinzi 11,24-28). Attraverso le prove, superate per amore di Cristo con la forza della Sua grazia, animato nell’annuncio del Vangelo da una gioia vittoriosa di ogni fatica, Paolo dimostra una cura amorosa verso tutte le Chiese, nate o corroborate dalla sua azione apostolica. Ne sono testimonianza le lettere a loro inviate, in cui le esorta, le rimprovera, le guida, le illumina sull’essere con Cristo, sulle vie di accesso al Suo perdono e al Suo amore, sulla vita secondo lo Spirito, sulle esigenze della  fedeltà nell’esprimere il dono ricevuto. Di questo ministero appassionato è voce intensa il discorso di Mileto, riportato nel capitolo 20 degli Atti, un discorso di addio, quasi il testamento dell’Apostolo, di cui riassume in qualche modo la vita. Paolo sa di essere oramai ben conosciuto: “Voi sapete…”. I fatti parlano per lui! Ha vissuto il suo ministero con immenso amore a Cristo e ai suoi: “Ho servito il Signore con tutta umiltà… non mi sono mai tirato indietro da ciò che poteva essere utile, al fine di predicare a voi e di istruirvi, in pubblico e nelle case, testimoniando a Giudei e Greci la conversione a Dio e la fede nel Signore nostro Gesù” (Atti 20,19-21). Paolo ha conosciuto la prova ed è stato fedele fino alla fine, perché ha fatto esperienza della fedeltà del suo Signore: “Affinché io non monti in superbia – ci confida nella seconda lettera ai Corinzi – è stata data alla mia carne una spina, un inviato di Satana per percuotermi, perché io non monti in superbia. A causa di questo per tre volte ho pregato il Signore che l’allontanasse da me. Ed egli mi ha detto: ‘Ti basta la mia grazia; la forza infatti si manifesta pienamente nella debolezza’. Mi vanterò quindi ben volentieri delle mie debolezze, perché dimori in me la potenza di Cristo” (2 Corinzi 12,7-9). Cristo lo ha trasfigurato e Paolo ne ha fatto tesoro, imparando a svuotarsi di sé per essere pieno di Dio e darsi agli altri da innamorato del Signore. Perciò non esita a definirsi “il prigioniero di Cristo” (Efesini 3,1), il “servo di Cristo Gesù, apostolo per chiamata, scelto per annunciare il vangelo di Dio” (Romani 1,1). È divenuto in Cristo il collaboratore della gioia altrui (cf. 2 Corinzi 1,24), il testimone esigente ed insieme il padre amoroso: “Non per farvi vergognare vi scrivo queste cose, ma per ammonirvi, come figli miei carissimi. Potreste infatti avere anche diecimila pedagoghi in Cristo, ma non certo molti padri: sono io che vi ho generato in Cristo Gesù, mediante il Vangelo. Vi prego, dunque: diventate miei imitatori!” (1 Corinzi 4,14-16). La domanda radicale che nasce per noi dalla conoscenza di Paolo è dunque: chi è Cristo per me? È come per Paolo il Vivente, che ho incontrato e di cui sono e voglio essere prigioniero nella libertà e nell’amore? Vivo di Lui, per Lui, con Lui, sull’esempio di Paolo?

7. La passione del Discepolo. L’Apostolo è pronto, preparato a seguire il Maestro fino in fondo, sulla via della Croce: Paolo rivive in se stesso la passione del suo Signore, andando con fede e con amore incontro alla morte. “Ora io sono lieto nelle sofferenze che sopporto per voi e do compimento a ciò che, dei patimenti di Cristo, manca nella mia carne, a favore del suo corpo che è la Chiesa” (Colossesi 1,24). I capitoli 21-28 degli Atti vengono chiamati “passio Pauli”, perché raccontano la passione del discepolo, il viaggio della prigionia, che si concluderà col martirio a Roma. Secondo la tradizione Paolo sarà decapitato alla terza pietra miliare sulla Via Ostiense nel luogo detto “Aquae Salviae” e verrà sepolto dove ora sorge la Basilica di San Paolo fuori le Mura. Tre volte il suo capo tagliato sarebbe rimbalzato sulla terra, facendo sgorgare tre fontane, figura dell’acqua viva che dall’Apostolo e dal Vangelo da lui annunziato continuerà a scorrere nella storia fino agli estremi confini della terra. Molte sono le analogie con la passione di Cristo: anche per Paolo l’arresto avviene mentre è nel vivo della missione (cf. Atti 21); anche Paolo resta solo (cf. 2 Timoteo 4,9-18): tuttavia, ha sempre con sé Colui che gli dà forza: “Per questo mi affatico e lotto, con la forza che viene da lui e che agisce in me con potenza” (Colossesi 1,29). A differenza di Gesù Paolo si difende con vari discorsi, ma lo fa per avere l’occasione di annunciare Cristo. Dà compimento in sé alla passione del Messia, a cui si è consegnato con tutto il cuore, e come il suo Signore offre la vita a vantaggio della Chiesa, sigillando il suo amore nel silenzio eloquente del martirio. Il grande evangelizzatore conclude la sua esistenza parlando dalla più alta e ineccepibile delle cattedre: il martirio. Paolo non si è risparmiato per il Vangelo: che significa per noi, in questa luce, quanto egli dice sul bisogno di dare compimento a ciò che della passione di Cristo manca nella sua carne a vantaggio del Suo Corpo, la Chiesa? Amo, amiamo la Chiesa, come Paolo l’ha amata? L’Apostolo ha patito ogni genere di prova e ci fa chiedere perciò: seguo Gesù nel dolore, dove Lui vorrà per me e dove mi precede e mi accompagna? Lo amo più di tutto, come lo ha amato Paolo?

8. Paolo e noi. Nella consapevolezza della nostra fragilità, soprattutto se ci misuriamo su ciò che fu l’Apostolo, dopo aver risposto con verità alle domande che la vita di Paolo suscita in noi, invochiamo con fiducia il Signore Gesù, vero protagonista nell’esistenza dell’Apostolo: Lode a te, Signore Gesù, che parli a noi nel volto di Paolo e ci chiedi di seguirti senza condizioni come Ti ha seguito Lui! Lode a Te, Cristo, cercatore di ogni uomo, che sei venuto per me nei luoghi della mia vita, come entrasti nella vita di Paolo sulla via di Damasco! Lode a Te, che ci raggiungi sulle nostre strade e ci prendi con te e ci invii per essere Tuoi testimoni, a tempo e fuori tempo, per ogni essere umano, fino agli estremi confini della terra! Nella comunione dei Santi, affidiamoci poi all’intercessione e all’aiuto dell’Apostolo delle genti: Prega per noi, Paolo, perché possiamo vivere come Te l’incontro con Cristo, che cambia il cuore  e la vita. Aiutaci a svuotarci di noi per riempirci di Lui, affinché, resi forti dal Suo Spirito, siamo capaci di credere, di sperare e di amare oltre ogni prova o misura di stanchezza. Ottienici di divenire sempre più testimoni umili e innamorati di Colui che è la speranza del mondo, in comunione con tutta la Chiesa, al servizio di ogni creatura. Il Cristo Gesù sia per noi la vita vera, la gioia piena, la sorgente di un amore sempre nuovo, la luce senza tramonto, nel tempo e per l’eternità. Amen.

(Teologo Borèl) Marzo 2009 – autore: Bruno Forte

Bruno Forte: Il « Vangelo » di San Paolo

ho seguito le notizie del terremoto all’Aquila e nei paesi intorno fino a notte da quando è cominciato, qui a Roma si è sentito abbastanza forte, a casa mia ci ha svegliato, ma più che dondolare i lamapadri non c’è stato, ma quanta sofferenza per quella gente e quanto dispiacere per una zona dell’Italia così bella, ed in parte sicuramente perduta, posto questo « studio » fi Bruno Forte che avevo messo da parte, è vero che quelli di Fortee sono sempre « qualcosa di più » che studi, anche pastorale, è infatti un « Pastore completo », dal sito:

http://www.donboscoland.it/articoli/articolo.php?id=124802

Il « Vangelo » di San Paolo

di Bruno Forte

Un uomo “toccato” da Dio in una maniera così profonda, da vivere il resto dei suoi giorni mosso dall’unico desiderio di comunicare agli altri l’esperienza di amore gratuito e liberante fatta nell’incontro col Signore Gesù sulla via di Damasco: tale fu Paolo. Il Suo Vangelo – la buona novella cioè da Lui annunciata al mondo…

 1. Il Vangelo di Paolo. Un uomo “toccato” da Dio in una maniera così profonda, da vivere il resto dei suoi giorni mosso dall’unico desiderio di comunicare agli altri l’esperienza di amore gratuito e liberante fatta nell’incontro col Signore Gesù sulla via di Damasco: tale fu Paolo. Il Suo Vangelo – la buona novella cioè da Lui annunciata al mondo – è tutto radicato in quell’esperienza straordinaria: afferrato da Cristo, può dire a tutti, che mentre eravamo ancora peccatori, il Figlio di Dio è morto per noi, facendo sue la nostra fragilità, la nostra colpa, la nostra morte; risorgendo da morte per la potenza dello Spirito effusa su di Lui dal Padre, ci ha portati con sé in Dio, rendendoci partecipi della vita che viene dall’alto. Con Cristo, in Lui e per Lui è possibile vivere un’esistenza significativa e piena, uniti ai nostri fratelli e sorelle nella fede, al servizio di tutti. La gratuità del dono divino trionfa sul male: l’impossibile possibilità di Dio, la forza di amare, cioè, di cui noi siamo incapaci e che ci è data dall’alto, è offerta a chiunque apra al Signore le porte del cuore. Per chi accoglie questo annuncio con fede, niente è più lo stesso. La vita nuova comincia nel tempo e per l’eternità. Questo messaggio Paolo lo proclama non solo con le parole e gli scritti (le tredici lettere che portano il suo nome), ma anche con la sua esistenza, che è tutta un Vangelo vissuto: “Non vivo più io, ma Cristo vive in me. E questa vita, che io vivo nel corpo, la vivo nella fede del Figlio di Dio, che mi ha amato e ha consegnato se stesso per me” (Galati 2,20). Narrare le tappe della vita di Paolo vuol dire, allora, imparare a vivere di Cristo alla scuola di Colui, che non vuole essere altro che un discepolo di Gesù, un suo imitatore, un suo servo e apostolo. Conoscere Paolo significa conoscere Cristo!

2. La conoscenza di Paolo si fonda anzitutto sul libro degli Atti degli Apostoli (scritti da Luca agli inizi degli anni 60 d.C.), quasi tutti dedicati alla vocazione e ai viaggi missionari dell’Apostolo. Anche le lettere contengono importanti notizie biografiche. Paolo nasce agli inizi dell’era cristiana, tanto che nel racconto della lapidazione di Stefano è presentato come il giovane,ai cui piedi sono deposti i mantelli dei lapidatori (Atti 7,58). Il luogo di nascita è Tarso di Cilicia, “una città non senza importanza” (Atti 21,39); la famiglia è ebrea, agiata al punto da aver acquisito la cittadinanza romana. Dai genitori, che probabilmente l’avevano atteso intensamente, viene chiamato Saulo, “il desiderato”, e forse anche Paolo, come sarà sempre nominato a partire da Atti 13,9, può darsi in ricordo del proconsole Sergio Paolo, convertito a Cipro dalla sua predicazione. A Tarso impara il greco come lingua propria, ma la sua formazione è giudaica: i genitori seguono la sua educazione con grande cura, tanto da mandarlo a Gerusalemme verso i 13-14 anni per farlo studiare alla scuola di Gamaliele, uno dei più illustri maestri del tempo. Tornato a Tarso alla fine degli studi, non ha modo di conoscere personalmente Gesù. Apprende il lavoro di tessitore di tende da viaggio, molto richiesto in una città di traffici e di commerci come la sua. L’ordinarietà della vita che gli si apre davanti, tuttavia, lo lascia ben presto insoddisfatto: probabilmente contro il parere dei suoi, decide di tornare a Gerusalemme, dove entra nel partito dei Farisei e si impegna nella lotta al cristianesimo nascente. Prende parte alla condanna di Stefano. È un giovane colto, focoso, di ardente fede giudaica, dotato di spirito pratico e di capacità decisionali. Fino a questo punto, però, quella di Saulo è un’esistenza come tante: Dio interviene nell’ordinarietà delle opere e dei giorni di ciascuno di noi. Non dobbiamo pretendere di aver fatto chi sa quali esperienze, perché l’incontro con Lui cambi per sempre la nostra vita. Il dire “se fossi.. se avessi…” è un inutile alibi. Occorre solo accettare di mettersi in gioco… 

3. La vocazione sulla via di Damasco. Nel pieno del suo fervore anticristiano, Paolo accetta di recarsi a Damasco per contribuire a reprimere la diffusione della prima evangelizzazione dei discepoli di Gesù. Siamo all’incirca nel 35-36 d.C. È allora che accade l’evento che segnerà per sempre la sua vita. L’episodio – narrato in terza persona in Atti 9 e in forma autobiografica in Atti 22 e 26 – consiste in un incontro, l’incontro con Cristo, che gli fa vedere tutto in modo nuovo. Paolo capisce che la fede che intendeva perseguitare non consiste anzitutto in una dottrina, ma in una persona, il Signore Gesù, il Vivente, che prende l’iniziativa di rivelarsi a lui: “Rendo grazie a colui che mi ha reso forte, Cristo Gesù Signore nostro, perché mi ha giudicato degno di fiducia mettendo al suo servizio me, che prima ero un bestemmiatore, un persecutore e un violento” (1 Timoteo 1,12-13). Riferendosi a quanto gli è accaduto, Paolo parlerà di una rivelazione, di una missione ricevuta, di un’apparizione. Lui che a motivo della formazione e del temperamento pensava di possedere Dio e si sentiva giusto, scopre di essere stato raggiunto e posseduto da Dio, giustificato unicamente da Lui: “Se qualcuno ritiene di poter avere fiducia nella carne, io più di lui: circonciso all’età di otto giorni, della stirpe d’Israele, della tribù di Beniamino, Ebreo figlio di Ebrei; quanto alla Legge, fariseo; quanto allo zelo, persecutore della Chiesa; quanto alla giustizia che deriva dall’osservanza della Legge, irreprensibile. Ma queste cose che per me erano guadagni, io le ho considerate una perdita a motivo di Cristo… avendo come mia giustizia non quella derivante dalla Legge, ma quella che viene dalla fede in Cristo, la giustizia che viene da Dio, basata sulla fede” (Filippesi 3,4-7. 9). È il capovolgimento totale delle sue precedenti certezze: ora Paolo accetta di non appartenersi più per appartenere unicamente a Cristo e farsi condurre dove Lui vorrà. Condizione dell’incontro col Dio vivente è lasciarsi sovvertire da Lui, accettare di essere e fare quello che Lui vuole da noi, non quello che noi pretendiamo da Lui.

4. Gli anni del silenzio, i primi entusiasmi e la prova. La risposta alla vocazione implica un distacco, che è una vera esperienza di buio e di cecità. La luce che ha raggiunto Paolo gli fa percepire tutto il peso del peccato personale e di quello radicale, che grava sulla condizione umana: ne parlerà con accenti insuperabili nel capitolo settimo della lettera ai Romani, lì dove descrive la condizione tragica dell’essere umano, l’impotenza a fare il bene che vorremmo. Il Signore gli fa intuire quanto dovrà soffrire per il suo nome. Nel vivo di questa maturazione interiore, comincia ad annunciare Cristo con entusiasmo nella stessa Damasco, da cui l’odio degli avversari lo costringe ben presto a fuggire in maniera quasi rocambolesca: “I Giudei deliberarono di ucciderlo, ma Saulo venne a conoscenza dei loro piani. Per riuscire a eliminarlo essi sorvegliavano anche le porte della città, giorno e notte; ma i suoi discepoli, di notte, lo presero e lo fecero scendere lungo le mura, calandolo giù in una cesta” (Atti 9,23-25). Torna a Gerusalemme, dove molti degli stessi discepoli hanno paura di lui, non riuscendo a credere che fosse divenuto uno di loro. È Barnaba a dargli fiducia e a prenderlo con sé, aiutandolo ad essere accolto anche dagli altri: nasce così un’amicizia, che è fra le pagine più belle della vita di Paolo. “Allora Barnaba lo prese con sé, lo condusse dagli apostoli e raccontò loro come, durante il viaggio, aveva visto il Signore che gli aveva parlato e come in Damasco aveva predicato con coraggio nel nome di Gesù” (Atti 9,27). Nonostante gli sforzi di Barnaba, tuttavia, alla fine Paolo è costretto a lasciare anche Gerusalemme, dietro l’insistenza degli stessi fratelli nelle fede, timorosi che il suo slancio evangelizzatore potesse provocare una reazione ancora più dura della persecuzione in atto. Paolo torna a Tarso, confuso e umiliato: vi resterà alcuni anni (almeno fino al 43), in un grigiore tanto più pesante, quanto più lo aveva fuggito da giovane e quanto più avverte in sé l’urgenza di fuggirlo. Al tempo dei primi entusiasmi, segue quello delle amarezze e delle delusioni: le incomprensioni gli vengono non solo dagli avversari, ma anche dai fratelli di fede. Conosce la solitudine, un senso di vergogna davanti ai suoi e di sconfitta rispetto ai suoi sogni, lo sconforto dell’incompiuto, che appare impossibile. L’esperienza di Paolo dimostra sin dall’inizio come l’amore chieda il suo prezzo: senza dolore nessuno vivrà veramente l’amore per Dio o per gli altri. 

5. La missione e la crisi. Sarà Barnaba, l’amico del cuore, a trarlo fuori dalla prova e a lanciarlo nel grande impegno missionario: Barnaba appare dal racconto degli Atti come un uomo prudente e generoso, che sa capire e valorizzare l’irruenza di Saulo. Con un’iniziativa tanto libera, quanto audace, va a Tarso a prenderlo per portarlo ad Antiochia, dove c’è una comunità che lo desidera, perché la missione sta fiorendo al di là di tutte le più rosee attese e i discepoli – che qui sono stati chiamati per la prima volta “cristiani” – hanno bisogno di aiuto per la predicazione del Vangelo. Barnaba e Saulo iniziano a lavorare insieme e tutto sembra procedere meravigliosamente: nel racconto degli Atti (capitoli 11 e 13-15) il nome di Barnaba dapprima precede quello di Paolo; poi avverrà il contrario. I due amici sono, in realtà, molto diversi: quanto Paolo è irruente, tanto Barnaba è pacato e mediatore. Si giunge così al momento forse più doloroso della vita di Paolo: la rottura con Barnaba. L’occasione è legata ad un giovane discepolo – Giovanni Marco (Marco l’evangelista?) – che si è mostrato tiepido nel primo viaggio missionario, al punto da tornare indietro (cf. Atti 13,13). Paolo non lo vuole più con sé (più tardi lo riscoprirà e lo manderà a chiamare per averne la vicinanza e l’aiuto: “Prendi Marco e portalo con te, perché mi sarà utile per il ministero”: 2 Timoteo 4,11). Barnaba invece non vuole perdere nessuno e ritiene che bisogna dare ancora una possibilità al giovane: “Il dissenso fu tale che si separarono l’uno dall’altro. Barnaba, prendendo con sé Marco, s’imbarcò per Cipro. Paolo invece scelse Sila e partì, affidato dai fratelli alla grazia del Signore” (Atti 15,39-40). I due – entrambi innamorati del Signore, ma totalmente diversi – decidono di separare le loro strade a causa della valutazione differente di una stessa questione, che ciascuno dei due ritiene di guardare con gli occhi della verità e dell’amore! La santità – come si vede – non annulla i caratteri: e, alla luce dei fatti, sembrerebbe che Barnaba avesse più ragione di Paolo! L’Apostolo ha dei limiti caratteriali: proprio questo, però, può esserci d’aiuto. I nostri limiti non devono diventare un alibi per disimpegnarci. Possiamo anzi domandarci con umiltà alla scuola di Paolo: riconosco i limiti del mio carattere e quelli altrui e li accetto, sforzandomi di lasciarmi trasfigurare progressivamente da Cristo nel servizio del Vangelo e di accettare gli altri con benevolenza?

6. La “trasfigurazione” di Paolo. Seguiranno i grandi viaggi missionari di Paolo, con innumerevoli prove e consolazioni (leggi, ad esempio, 2 Corinzi 11,24-28). Attraverso le prove, superate per amore di Cristo con la forza della Sua grazia, animato nell’annuncio del Vangelo da una gioia vittoriosa di ogni fatica, Paolo dimostra una cura amorosa verso tutte le Chiese, nate o corroborate dalla sua azione apostolica. Ne sono testimonianza le lettere a loro inviate, in cui le esorta, le rimprovera, le guida, le illumina sull’essere con Cristo, sulle vie di accesso al Suo perdono e al Suo amore, sulla vita secondo lo Spirito, sulle esigenze della  fedeltà nell’esprimere il dono ricevuto. Di questo ministero appassionato è voce intensa il discorso di Mileto, riportato nel capitolo 20 degli Atti, un discorso di addio, quasi il testamento dell’Apostolo, di cui riassume in qualche modo la vita. Paolo sa di essere oramai ben conosciuto: “Voi sapete…”. I fatti parlano per lui! Ha vissuto il suo ministero con immenso amore a Cristo e ai suoi: “Ho servito il Signore con tutta umiltà… non mi sono mai tirato indietro da ciò che poteva essere utile, al fine di predicare a voi e di istruirvi, in pubblico e nelle case, testimoniando a Giudei e Greci la conversione a Dio e la fede nel Signore nostro Gesù” (Atti 20,19-21). Paolo ha conosciuto la prova ed è stato fedele fino alla fine, perché ha fatto esperienza della fedeltà del suo Signore: “Affinché io non monti in superbia – ci confida nella seconda lettera ai Corinzi – è stata data alla mia carne una spina, un inviato di Satana per percuotermi, perché io non monti in superbia. A causa di questo per tre volte ho pregato il Signore che l’allontanasse da me. Ed egli mi ha detto: ‘Ti basta la mia grazia; la forza infatti si manifesta pienamente nella debolezza’. Mi vanterò quindi ben volentieri delle mie debolezze, perché dimori in me la potenza di Cristo” (2 Corinzi 12,7-9). Cristo lo ha trasfigurato e Paolo ne ha fatto tesoro, imparando a svuotarsi di sé per essere pieno di Dio e darsi agli altri da innamorato del Signore. Perciò non esita a definirsi “il prigioniero di Cristo” (Efesini 3,1), il “servo di Cristo Gesù, apostolo per chiamata, scelto per annunciare il vangelo di Dio” (Romani 1,1). È divenuto in Cristo il collaboratore della gioia altrui (cf. 2 Corinzi 1,24), il testimone esigente ed insieme il padre amoroso: “Non per farvi vergognare vi scrivo queste cose, ma per ammonirvi, come figli miei carissimi. Potreste infatti avere anche diecimila pedagoghi in Cristo, ma non certo molti padri: sono io che vi ho generato in Cristo Gesù, mediante il Vangelo. Vi prego, dunque: diventate miei imitatori!” (1 Corinzi 4,14-16). La domanda radicale che nasce per noi dalla conoscenza di Paolo è dunque: chi è Cristo per me? È come per Paolo il Vivente, che ho incontrato e di cui sono e voglio essere prigioniero nella libertà e nell’amore? Vivo di Lui, per Lui, con Lui, sull’esempio di Paolo?  

7. La passione del Discepolo. L’Apostolo è pronto, preparato a seguire il Maestro fino in fondo, sulla via della Croce: Paolo rivive in se stesso la passione del suo Signore, andando con fede e con amore incontro alla morte. “Ora io sono lieto nelle sofferenze che sopporto per voi e do compimento a ciò che, dei patimenti di Cristo, manca nella mia carne, a favore del suo corpo che è la Chiesa” (Colossesi 1,24). I capitoli 21-28 degli Atti vengono chiamati “passio Pauli”, perché raccontano la passione del discepolo, il viaggio della prigionia, che si concluderà col martirio a Roma. Secondo la tradizione Paolo sarà decapitato alla terza pietra miliare sulla Via Ostiense nel luogo detto “Aquae Salviae” e verrà sepolto dove ora sorge la Basilica di San Paolo fuori le Mura. Tre volte il suo capo tagliato sarebbe rimbalzato sulla terra, facendo sgorgare tre fontane, figura dell’acqua viva che dall’Apostolo e dal Vangelo da lui annunziato continuerà a scorrere nella storia fino agli estremi confini della terra. Molte sono le analogie con la passione di Cristo: anche per Paolo l’arresto avviene mentre è nel vivo della missione (cf. Atti 21); anche Paolo resta solo (cf. 2 Timoteo 4,9-18): tuttavia, ha sempre con sé Colui che gli dà forza: “Per questo mi affatico e lotto, con la forza che viene da lui e che agisce in me con potenza” (Colossesi 1,29). A differenza di Gesù Paolo si difende con vari discorsi, ma lo fa per avere l’occasione di annunciare Cristo. Dà compimento in sé alla passione del Messia, a cui si è consegnato con tutto il cuore, e come il suo Signore offre la vita a vantaggio della Chiesa, sigillando il suo amore nel silenzio eloquente del martirio. Il grande evangelizzatore conclude la sua esistenza parlando dalla più alta e ineccepibile delle cattedre: il martirio. Paolo non si è risparmiato per il Vangelo: che significa per noi, in questa luce, quanto egli dice sul bisogno di dare compimento a ciò che della passione di Cristo manca nella sua carne a vantaggio del Suo Corpo, la Chiesa? Amo, amiamo la Chiesa, come Paolo l’ha amata? L’Apostolo ha patito ogni genere di prova e ci fa chiedere perciò: seguo Gesù nel dolore, dove Lui vorrà per me e dove mi precede e mi accompagna? Lo amo più di tutto, come lo ha amato Paolo?

8. Paolo e noi. Nella consapevolezza della nostra fragilità, soprattutto se ci misuriamo su ciò che fu l’Apostolo, dopo aver risposto con verità alle domande che la vita di Paolo suscita in noi, invochiamo con fiducia il Signore Gesù, vero protagonista nell’esistenza dell’Apostolo: Lode a te, Signore Gesù, che parli a noi nel volto di Paolo e ci chiedi di seguirti senza condizioni come Ti ha seguito Lui! Lode a Te, Cristo, cercatore di ogni uomo, che sei venuto per me nei luoghi della mia vita, come entrasti nella vita di Paolo sulla via di Damasco! Lode a Te, che ci raggiungi sulle nostre strade e ci prendi con te e ci invii per essere Tuoi testimoni, a tempo e fuori tempo, per ogni essere umano, fino agli estremi confini della terra! Nella comunione dei Santi, affidiamoci poi all’intercessione e all’aiuto dell’Apostolo delle genti: Prega per noi, Paolo, perché possiamo vivere come Te l’incontro con Cristo, che cambia il cuore  e la vita. Aiutaci a svuotarci di noi per riempirci di Lui, affinché, resi forti dal Suo Spirito, siamo capaci di credere, di sperare e di amare oltre ogni prova o misura di stanchezza. Ottienici di divenire sempre più testimoni umili e innamorati di Colui che è la speranza del mondo, in comunione con tutta la Chiesa, al servizio di ogni creatura. Il Cristo Gesù sia per noi la vita vera, la gioia piena, la sorgente di un amore sempre nuovo, la luce senza tramonto, nel tempo e per l’eternità. Amen.

(Teologo Borèl) Marzo 2009 – autore: Bruno Forte

Bruno Forte, messaggio per la quaresima 2009: Alla scuola di Paolo per vivere di Cristo

dal sito:

http://www.zenit.org/article-17528?l=italian

Alla scuola di Paolo per vivere di Cristo

Messaggio per la Quaresima 2009 di mons. Bruno Forte

ROMA, sabato, 14 marzo 2009 (ZENIT.org).- Pubblichiamo di seguito il Messaggio per la Quaresima di quest’anno che l’Arcivescovo di Chieti-Vasto, mons. Bruno Forte, ha voluto dedicare alla figura di San Paolo, nell’Anno giubilare a lui dedicato (28 Giugno 2008 – 29 Giugno 2009).
 
* * *

1. Il Vangelo di Paolo. Un uomo “toccato” da Dio in una maniera così profonda, da vivere il resto dei suoi giorni mosso dall’unico desiderio di comunicare agli altri l’esperienza di amore gratuito e liberante fatta nell’incontro col Signore Gesù sulla via di Damasco: tale fu Paolo. Il Suo Vangelo – la buona novella cioè da Lui annunciata al mondo – è tutto radicato in quell’esperienza straordinaria: afferrato da Cristo, può dire a tutti, che mentre eravamo ancora peccatori, il Figlio di Dio è morto per noi, facendo sue la nostra fragilità, la nostra colpa, la nostra morte; risorgendo da morte per la potenza dello Spirito effusa su di Lui dal Padre, ci ha portati con sé in Dio, rendendoci partecipi della vita che viene dall’alto. Con Cristo, in Lui e per Lui è possibile vivere un’esistenza significativa e piena, uniti ai nostri fratelli e sorelle nella fede, al servizio di tutti. La gratuità del dono divino trionfa sul male: l’impossibile possibilità di Dio, la forza di amare, cioè, di cui noi siamo incapaci e che ci è data dall’alto, è offerta a chiunque apra al Signore le porte del cuore. Per chi accoglie questo annuncio con fede, niente è più lo stesso. La vita nuova comincia nel tempo e per l’eternità. Questo messaggio Paolo lo proclama non solo con le parole e gli scritti (le tredici lettere che portano il suo nome), ma anche con la sua esistenza, che è tutta un Vangelo vissuto: “Non vivo più io, ma Cristo vive in me. E questa vita, che io vivo nel corpo, la vivo nella fede del Figlio di Dio, che mi ha amato e ha consegnato se stesso per me” (Galati 2,20). Narrare le tappe della vita di Paolo vuol dire, allora, imparare a vivere di Cristo alla scuola di Colui, che non vuole essere altro che un discepolo di Gesù, un suo imitatore, un suo servo e apostolo. Conoscere Paolo significa conoscere Cristo!

2. La conoscenza di Paolo si fonda anzitutto sul libro degli Atti degli Apostoli (scritti da Luca agli inizi degli anni 60 d.C.), quasi tutti dedicati alla vocazione e ai viaggi missionari dell’Apostolo. Anche le lettere contengono importanti notizie biografiche. Paolo nasce agli inizi dell’era cristiana, tanto che nel racconto della lapidazione di Stefano è presentato come il giovane,ai cui piedi sono deposti i mantelli dei lapidatori (Atti 7,58). Il luogo di nascita è Tarso di Cilicia, “una città non senza importanza” (Atti 21,39); la famiglia è ebrea, agiata al punto da aver acquisito la cittadinanza romana. Dai genitori, che probabilmente l’avevano atteso intensamente, viene chiamato Saulo, “il desiderato”, e forse anche Paolo, come sarà sempre nominato a partire da Atti 13,9, può darsi in ricordo del proconsole Sergio Paolo, convertito a Cipro dalla sua predicazione. A Tarso impara il greco come lingua propria, ma la sua formazione è giudaica: i genitori seguono la sua educazione con grande cura, tanto da mandarlo a Gerusalemme verso i 13-14 anni per farlo studiare alla scuola di Gamaliele, uno dei più illustri maestri del tempo. Tornato a Tarso alla fine degli studi, non ha modo di conoscere personalmente Gesù. Apprende il lavoro di tessitore di tende da viaggio, molto richiesto in una città di traffici e di commerci come la sua. L’ordinarietà della vita che gli si apre davanti, tuttavia, lo lascia ben presto insoddisfatto: probabilmente contro il parere dei suoi, decide di tornare a Gerusalemme, dove entra nel partito dei Farisei e si impegna nella lotta al cristianesimo nascente. Prende parte alla condanna di Stefano. È un giovane colto, focoso, di ardente fede giudaica, dotato di spirito pratico e di capacità decisionali. Fino a questo punto, però, quella di Saulo è un’esistenza come tante: Dio interviene nell’ordinarietà delle opere e dei giorni di ciascuno di noi. Non dobbiamo pretendere di aver fatto chi sa quali esperienze, perché l’incontro con Lui cambi per sempre la nostra vita. Il dire “se fossi.. se avessi…” è un inutile alibi. Occorre solo accettare di mettersi in gioco…

3. La vocazione sulla via di Damasco. Nel pieno del suo fervore anticristiano, Paolo accetta di recarsi a Damasco per contribuire a reprimere la diffusione della prima evangelizzazione dei discepoli di Gesù. Siamo all’incirca nel 35-36 d.C. È allora che accade l’evento che segnerà per sempre la sua vita. L’episodio – narrato in terza persona in Atti 9 e in forma autobiografica in Atti 22 e 26 – consiste in un incontro, l’incontro con Cristo, che gli fa vedere tutto in modo nuovo. Paolo capisce che la fede che intendeva perseguitare non consiste anzitutto in una dottrina, ma in una persona, il Signore Gesù, il Vivente, che prende l’iniziativa di rivelarsi a lui: “Rendo grazie a colui che mi ha reso forte, Cristo Gesù Signore nostro, perché mi ha giudicato degno di fiducia mettendo al suo servizio me, che prima ero un bestemmiatore, un persecutore e un violento” (1 Timoteo 1,12-13). Riferendosi a quanto gli è accaduto, Paolo parlerà di una rivelazione, di una missione ricevuta, di un’apparizione. Lui che a motivo della formazione e del temperamento pensava di possedere Dio e si sentiva giusto, scopre di essere stato raggiunto e posseduto da Dio, giustificato unicamente da Lui: “Se qualcuno ritiene di poter avere fiducia nella carne, io più di lui: circonciso all’età di otto giorni, della stirpe d’Israele, della tribù di Beniamino, Ebreo figlio di Ebrei; quanto alla Legge, fariseo; quanto allo zelo, persecutore della Chiesa; quanto alla giustizia che deriva dall’osservanza della Legge, irreprensibile. Ma queste cose che per me erano guadagni, io le ho considerate una perdita a motivo di Cristo… avendo come mia giustizia non quella derivante dalla Legge, ma quella che viene dalla fede in Cristo, la giustizia che viene da Dio, basata sulla fede” (Filippesi 3,4-7. 9). È il capovolgimento totale delle sue precedenti certezze: ora Paolo accetta di non appartenersi più per appartenere unicamente a Cristo e farsi condurre dove Lui vorrà. Condizione dell’incontro col Dio vivente è lasciarsi sovvertire da Lui, accettare di essere e fare quello che Lui vuole da noi, non quello che noi pretendiamo da Lui.

4. Gli anni del silenzio, i primi entusiasmi e la prova. La risposta alla vocazione implica un distacco, che è una vera esperienza di buio e di cecità. La luce che ha raggiunto Paolo gli fa percepire tutto il peso del peccato personale e di quello radicale, che grava sulla condizione umana: ne parlerà con accenti insuperabili nel capitolo settimo della lettera ai Romani, lì dove descrive la condizione tragica dell’essere umano, l’impotenza a fare il bene che vorremmo. Il Signore gli fa intuire quanto dovrà soffrire per il suo nome. Nel vivo di questa maturazione interiore, comincia ad annunciare Cristo con entusiasmo nella stessa Damasco, da cui l’odio degli avversari lo costringe ben presto a fuggire in maniera quasi rocambolesca: “I Giudei deliberarono di ucciderlo, ma Saulo venne a conoscenza dei loro piani. Per riuscire a eliminarlo essi sorvegliavano anche le porte della città, giorno e notte; ma i suoi discepoli, di notte, lo presero e lo fecero scendere lungo le mura, calandolo giù in una cesta” (Atti 9,23-25). Torna a Gerusalemme, dove molti degli stessi discepoli hanno paura di lui, non riuscendo a credere che fosse divenuto uno di loro. È Barnaba a dargli fiducia e a prenderlo con sé, aiutandolo ad essere accolto anche dagli altri: nasce così un’amicizia, che è fra le pagine più belle della vita di Paolo. “Allora Barnaba lo prese con sé, lo condusse dagli apostoli e raccontò loro come, durante il viaggio, aveva visto il Signore che gli aveva parlato e come in Damasco aveva predicato con coraggio nel nome di Gesù” (Atti 9,27). Nonostante gli sforzi di Barnaba, tuttavia, alla fine Paolo è costretto a lasciare anche Gerusalemme, dietro l’insistenza degli stessi fratelli nelle fede, timorosi che il suo slancio evangelizzatore potesse provocare una reazione ancora più dura della persecuzione in atto. Paolo torna a Tarso, confuso e umiliato: vi resterà alcuni anni (almeno fino al 43), in un grigiore tanto più pesante, quanto più lo aveva fuggito da giovane e quanto più avverte in sé l’urgenza di fuggirlo. Al tempo dei primi entusiasmi, segue quello delle amarezze e delle delusioni: le incomprensioni gli vengono non solo dagli avversari, ma anche dai fratelli di fede. Conosce la solitudine, un senso di vergogna davanti ai suoi e di sconfitta rispetto ai suoi sogni, lo sconforto dell’incompiuto, che appare impossibile. L’esperienza di Paolo dimostra sin dall’inizio come l’amore chieda il suo prezzo: senza dolore nessuno vivrà veramente l’amore per Dio o per gli altri.

5. La missione e la crisi. Sarà Barnaba, l’amico del cuore, a trarlo fuori dalla prova e a lanciarlo nel grande impegno missionario: Barnaba appare dal racconto degli Atti come un uomo prudente e generoso, che sa capire e valorizzare l’irruenza di Saulo. Con un’iniziativa tanto libera, quanto audace, va a Tarso a prenderlo per portarlo ad Antiochia, dove c’è una comunità che lo desidera, perché la missione sta fiorendo al di là di tutte le più rosee attese e i discepoli – che qui sono stati chiamati per la prima volta “cristiani” – hanno bisogno di aiuto per la predicazione del Vangelo. Barnaba e Saulo iniziano a lavorare insieme e tutto sembra procedere meravigliosamente: nel racconto degli Atti (capitoli 11 e 13-15) il nome di Barnaba dapprima precede quello di Paolo; poi avverrà il contrario. I due amici sono, in realtà, molto diversi: quanto Paolo è irruente, tanto Barnaba è pacato e mediatore. Si giunge così al momento forse più doloroso della vita di Paolo: la rottura con Barnaba. L’occasione è legata ad un giovane discepolo – Giovanni Marco (Marco l’evangelista?) – che si è mostrato tiepido nel primo viaggio missionario, al punto da tornare indietro (cf. Atti 13,13). Paolo non lo vuole più con sé (più tardi lo riscoprirà e lo manderà a chiamare per averne la vicinanza e l’aiuto: “Prendi Marco e portalo con te, perché mi sarà utile per il ministero”: 2 Timoteo 4,11). Barnaba invece non vuole perdere nessuno e ritiene che bisogna dare ancora una possibilità al giovane: “Il dissenso fu tale che si separarono l’uno dall’altro. Barnaba, prendendo con sé Marco, s’imbarcò per Cipro. Paolo invece scelse Sila e partì, affidato dai fratelli alla grazia del Signore” (Atti 15,39-40). I due – entrambi innamorati del Signore, ma totalmente diversi – decidono di separare le loro strade a causa della valutazione differente di una stessa questione, che ciascuno dei due ritiene di guardare con gli occhi della verità e dell’amore! La santità – come si vede – non annulla i caratteri: e, alla luce dei fatti, sembrerebbe che Barnaba avesse più ragione di Paolo! L’Apostolo ha dei limiti caratteriali: proprio questo, però, può esserci d’aiuto. I nostri limiti non devono diventare un alibi per disimpegnarci. Possiamo anzi domandarci con umiltà alla scuola di Paolo: riconosco i limiti del mio carattere e quelli altrui e li accetto, sforzandomi di lasciarmi trasfigurare progressivamente da Cristo nel servizio del Vangelo e di accettare gli altri con benevolenza?

6. La “trasfigurazione” di Paolo. Seguiranno i grandi viaggi missionari di Paolo, con innumerevoli prove e consolazioni (leggi, ad esempio, 2 Corinzi 11,24-28). Attraverso le prove, superate per amore di Cristo con la forza della Sua grazia, animato nell’annuncio del Vangelo da una gioia vittoriosa di ogni fatica, Paolo dimostra una cura amorosa verso tutte le Chiese, nate o corroborate dalla sua azione apostolica. Ne sono testimonianza le lettere a loro inviate, in cui le esorta, le rimprovera, le guida, le illumina sull’essere con Cristo, sulle vie di accesso al Suo perdono e al Suo amore, sulla vita secondo lo Spirito, sulle esigenze della  fedeltà nell’esprimere il dono ricevuto. Di questo ministero appassionato è voce intensa il discorso di Mileto, riportato nel capitolo 20 degli Atti, un discorso di addio, quasi il testamento dell’Apostolo, di cui riassume in qualche modo la vita. Paolo sa di essere oramai ben conosciuto: “Voi sapete…”. I fatti parlano per lui! Ha vissuto il suo ministero con immenso amore a Cristo e ai suoi: “Ho servito il Signore con tutta umiltà… non mi sono mai tirato indietro da ciò che poteva essere utile, al fine di predicare a voi e di istruirvi, in pubblico e nelle case, testimoniando a Giudei e Greci la conversione a Dio e la fede nel Signore nostro Gesù” (Atti 20,19-21). Paolo ha conosciuto la prova ed è stato fedele fino alla fine, perché ha fatto esperienza della fedeltà del suo Signore: “Affinché io non monti in superbia – ci confida nella seconda lettera ai Corinzi – è stata data alla mia carne una spina, un inviato di Satana per percuotermi, perché io non monti in superbia. A causa di questo per tre volte ho pregato il Signore che l’allontanasse da me. Ed egli mi ha detto: ‘Ti basta la mia grazia; la forza infatti si manifesta pienamente nella debolezza’. Mi vanterò quindi ben volentieri delle mie debolezze, perché dimori in me la potenza di Cristo” (2 Corinzi 12,7-9). Cristo lo ha trasfigurato e Paolo ne ha fatto tesoro, imparando a svuotarsi di sé per essere pieno di Dio e darsi agli altri da innamorato del Signore. Perciò non esita a definirsi “il prigioniero di Cristo” (Efesini 3,1), il “servo di Cristo Gesù, apostolo per chiamata, scelto per annunciare il vangelo di Dio” (Romani 1,1). È divenuto in Cristo il collaboratore della gioia altrui (cf. 2 Corinzi 1,24), il testimone esigente ed insieme il padre amoroso: “Non per farvi vergognare vi scrivo queste cose, ma per ammonirvi, come figli miei carissimi. Potreste infatti avere anche diecimila pedagoghi in Cristo, ma non certo molti padri: sono io che vi ho generato in Cristo Gesù, mediante il Vangelo. Vi prego, dunque: diventate miei imitatori!” (1 Corinzi 4,14-16). La domanda radicale che nasce per noi dalla conoscenza di Paolo è dunque: chi è Cristo per me? È come per Paolo il Vivente, che ho incontrato e di cui sono e voglio essere prigioniero nella libertà e nell’amore? Vivo di Lui, per Lui, con Lui, sull’esempio di Paolo?

7. La passione del Discepolo. L’Apostolo è pronto, preparato a seguire il Maestro fino in fondo, sulla via della Croce: Paolo rivive in se stesso la passione del suo Signore, andando con fede e con amore incontro alla morte. “Ora io sono lieto nelle sofferenze che sopporto per voi e do compimento a ciò che, dei patimenti di Cristo, manca nella mia carne, a favore del suo corpo che è la Chiesa” (Colossesi 1,24). I capitoli 21-28 degli Atti vengono chiamati “passio Pauli”, perché raccontano la passione del discepolo, il viaggio della prigionia, che si concluderà col martirio a Roma. Secondo la tradizione Paolo sarà decapitato alla terza pietra miliare sulla Via Ostiense nel luogo detto “Aquae Salviae” e verrà sepolto dove ora sorge la Basilica di San Paolo fuori le Mura. Tre volte il suo capo tagliato sarebbe rimbalzato sulla terra, facendo sgorgare tre fontane, figura dell’acqua viva che dall’Apostolo e dal Vangelo da lui annunziato continuerà a scorrere nella storia fino agli estremi confini della terra. Molte sono le analogie con la passione di Cristo: anche per Paolo l’arresto avviene mentre è nel vivo della missione (cf. Atti 21); anche Paolo resta solo (cf. 2 Timoteo 4,9-18): tuttavia, ha sempre con sé Colui che gli dà forza: “Per questo mi affatico e lotto, con la forza che viene da lui e che agisce in me con potenza” (Colossesi 1,29). A differenza di Gesù Paolo si difende con vari discorsi, ma lo fa per avere l’occasione di annunciare Cristo. Dà compimento in sé alla passione del Messia, a cui si è consegnato con tutto il cuore, e come il suo Signore offre la vita a vantaggio della Chiesa, sigillando il suo amore nel silenzio eloquente del martirio. Il grande evangelizzatore conclude la sua esistenza parlando dalla più alta e ineccepibile delle cattedre: il martirio. Paolo non si è risparmiato per il Vangelo: che significa per noi, in questa luce, quanto egli dice sul bisogno di dare compimento a ciò che della passione di Cristo manca nella sua carne a vantaggio del Suo Corpo, la Chiesa? Amo, amiamo la Chiesa, come Paolo l’ha amata? L’Apostolo ha patito ogni genere di prova e ci fa chiedere perciò: seguo Gesù nel dolore, dove Lui vorrà per me e dove mi precede e mi accompagna? Lo amo più di tutto, come lo ha amato Paolo?

8. Paolo e noi. Nella consapevolezza della nostra fragilità, soprattutto se ci misuriamo su ciò che fu l’Apostolo, dopo aver risposto con verità alle domande che la vita di Paolo suscita in noi, invochiamo con fiducia il Signore Gesù, vero protagonista nell’esistenza dell’Apostolo: Lode a te, Signore Gesù, che parli a noi nel volto di Paolo e ci chiedi di seguirti senza condizioni come Ti ha seguito Lui! Lode a Te, Cristo, cercatore di ogni uomo, che sei venuto per me nei luoghi della mia vita, come entrasti nella vita di Paolo sulla via di Damasco! Lode a Te, che ci raggiungi sulle nostre strade e ci prendi con te e ci invii per essere Tuoi testimoni, a tempo e fuori tempo, per ogni essere umano, fino agli estremi confini della terra! Nella comunione dei Santi, affidiamoci poi all’intercessione e all’aiuto dell’Apostolo delle genti: Prega per noi, Paolo, perché possiamo vivere come Te l’incontro con Cristo, che cambia il cuore  e la vita. Aiutaci a svuotarci di noi per riempirci di Lui, affinché, resi forti dal Suo Spirito, siamo capaci di credere, di sperare e di amare oltre ogni prova o misura di stanchezza. Ottienici di divenire sempre più testimoni umili e innamorati di Colui che è la speranza del mondo, in comunione con tutta la Chiesa, al servizio di ogni creatura. Il Cristo Gesù sia per noi la vita vera, la gioia piena, la sorgente di un amore sempre nuovo, la luce senza tramonto, nel tempo e per l’eternità. Amen. Alleluia! E il racconto della vita di Paolo continui nella vita di ciascuno di noi…

Mons. Bruno Forte: Omelia per il Natale 2006

Natale, festa del sì di Dio all’uomo,
alla sua vita, al suo futuro

Omelia del Natale 2006

+ Bruno Forte
Arcivescovo Metropolita di Chieti-Vasto

http://www.webdiocesi.chiesacattolica.it/cci_new/documenti_diocesi/55/2006-12/31-195/Natale2006mattina.doc

 Natale, festa del Dio che nasce fra noi, facendosi uno di noi, per aprirci un futuro pieno di speranza, è annuncio di una grandissima gioia, la gioia che nasce dal sì di Dio, detto nella tenerezza e nella fragilità di quel Dio Bambino. Un sì che è il sì all’uomo, il sì alla vita e il sì a un futuro luminoso e bello per tutti. « Un bambino è nato per noi, ci è stato dato un figlio », e quel Figlio dell’uomo è il Figlio di Dio venuto nella nostra carne: ecco il sì di Dio all’uomo, che rivela tutta la dignità del nostro essere uomini e ci mostra quanto ognuno di noi sia importante per Lui. Natale vuol dire che Dio non è stanco degli uomini, che vuole anzi ancora impegnarsi per loro e che ognuno, anche il più piccolo fra gli esseri umani, ha per Lui un valore così grande da non esitare a mandare il Suo unico Figlio ad assumerne le gioie e i dolori, le speranze e le angosce, il presente e il futuro, la vita e la morte. A Natale impariamo da Dio ad essere e a volerci veramente umani: e proprio così impariamo a riconoscere in ogni persona l’immagine di Dio, la creatura che merita l’assoluto rispetto, a prescindere dalle sue qualità o capacità, dalla sua storia o dalla sua cultura. Chiunque sia l’essere umano che abbiamo davanti, giovane o vecchio, adulto o bambino, povero o ricco, sano o ammalato, qualunque sia il suo grado di cultura e la sua provenienza, il colore della sua pelle o la lingua che parla, l’impegno di giustizia e l’amore che gli è dovuto non ammettono eccezioni. Natale ci chiede di servire tutto l’uomo in ogni uomo, la dignità di ciascuno nella giustizia per tutti, il domani di ognuno nella pace per tutti. Il sì alla dignità della persona è allora il no alla guerra e alla sua potenza di distruzione, è il rifiuto della legge della forza perché si riconosca sempre la forza della legge. Natale ci ricorda che non ci sarà pace senza giustizia, senza volontà di dialogo con tutti, senza perdono richiesto e offerto a tutti.
 Il sì di Dio all’uomo si rivela così a Natale anche come il sì alla vita: questo sì alla vita di ogni essere umano, in ogni sua fase e in ogni sua espressione, risuona in questo Natale particolarmente vibrante, di fronte a una cultura della morte che sembra volersi fare strada nelle coscienze. Se Dio ci ha dato la vita, chi ha il diritto di togliercela al di fuori di Lui, che solo sa qual è per ciascuno il bene più grande? Se Lui ha detto sì alla nostra vita facendola sua, chi può arrogarsi il diritto di togliere la vita a sé o ad un altro? La drammatica vicenda di Piergiorgio Welby – l’ammalato di distrofia che ha più volte chiesto di cessare di vivere ed è stato esaudito in questi giorni non dal proprio medico curante, ma da un medico venuto da fuori a sedarlo e a staccare la spina – è stata fin troppo strumentalizzata, facendo di questa morte uno spettacolo che va ben oltre la discrezione dovuta di fronte alla fine di una vita. Ferma restando la « pietas » nei confronti di una sofferenza così grande, va detto con chiarezza che la vita di Welby aveva un valore infinito e lo avrebbe avuto in ogni istante, fino all’ultimo respiro che una morte non indotta gli avesse consentito. Se il Figlio di Dio è nato anche per Welby, se la vita si è fatta visibile in tutto il suo valore nel Bambino divino, chi è l’uomo per arrogarsi il diritto di decidere anche di un solo istante della vita propria o altrui? Chi ha pregato per Welby sa che il no al suo funerale in Chiesa non è stato il no alla pietà, né tanto meno il no alla fiducia nella misericordia divina, ma una forma di rispetto della verità per ricordare a tutti che rifiutare la vita è contro l’identità più profonda di ogni persona umana, quale Dio l’ha voluta. A nessuno è lecito supporre che la Chiesa possa approvare quanto è avvenuto nell’epilogo della vita di Welby: il no detto alle esequie religiose è un sì alla vita, per dare incoraggiamento ai tanti che soffrono come lui, per aiutarli a non staccare la spina, a credere nel valore di ogni istante di vita, anche del più doloroso. Alleviare la sofferenza con ogni mezzo medico, psicologico e spirituale è la sfida che ci viene posta davanti, mentre resta inaccettabile sopprimere la vita che ci è stata data e che non abbiamo alcun diritto di rifiutare, in noi come in ogni altro essere umano.
 Il sì alla vita si offre così a Natale come il sì alla speranza ed alla gioia per tutti: se Dio si è impegnato con gli uomini fino a farsi uno di noi, costruire il futuro dell’uomo vuol dire celebrare la gloria di Dio. Il sì alla vita, è inseparabile da questo sì al domani dell’uomo nel domani di Dio. Il Bambino che nasce è l’inizio di questo nuovo futuro: accoglierlo, è impegnarsi a rendere più bella e più degna la vita di tutti, e a credere che questo sia possibile, nonostante tutto e contro ogni apparenza contraria. La ragione di questo impegno e di questa speranza non è in qualcosa, ma in Qualcuno, in Colui che « ha dato se stesso per noi ». Il domani non è più un orizzonte oscuro: « Il popolo che camminava nelle tenebre vide una grande luce; su coloro che abitavano in terra tenebrosa una luce rifulse ». Non siamo soli in questa vita, non siamo soli in questo mondo: il Dio che è venuto fra noi, è il Dio con noi, e il Suo amore « ha moltiplicato la gioia, ha aumentato la letizia ». Come i pastori – poveri di tutto, ma liberi da tutto per potersi aprire pienamente alle sorprese dell’Eterno – anche noi siamo invitati ad accogliere il Bambino: al sì di Dio, ci è chiesto di rispondere col sì della nostra libertà, con un sì che sia detto insieme a Lui come sì all’uomo, alla vita e alla speranza, che può trasformare il dolore e vincerà la morte. Chiediamo al Signore del sì la fede e il coraggio necessari per questo nostro sì, pregando con le parole semplici e belle del Corale di Bach che è risuonato in questa Cattedrale proprio in preparazione a questo Natale nella splendida esecuzione dello struggente e insieme dolcissimo Oratorio di Natale del grandissimo Musicista, che ogni nota intese scrivere unicamente « zur Ehre Gottes » – « per la gloria di Dio »:
 
Come potrò accoglierTi,
in che modo incontrarTi,
o anelito di tutto il mondo,
o tesoro dell’anima mia?
Gesù, Gesù, poni
accanto a me la Tua fiaccola,
affinché ciò che Ti dà gioia
sia a me noto, da me riconosciuto.
Oh mio amato, piccolo Gesù,
preparati una culla pura e morbida
per riposare nello scrigno del mio cuore
affinché mai io mi dimentichi di Te!
…O mio Gesù, quando morrò
io so che non andrò perduto,
perché il Tuo nome sta scritto nel mio cuore
ed ha scacciato la paura della morte.
…O Gesù, sii Tu solo il mio desiderio,
o Gesù, siimi sempre nel pensiero,
o Gesù, non permettere che io vacilli!
…Io vengo a Te, Ti porto
quel che Tu mi hai donato,
il mio spirito, i miei sentimenti,
il mio cuore, l’anima mia, il mio coraggio:
accetta tutto
e fa’ che Ti sia gradito!
Amen!

 (da J.S.Bach, Oratorio di Natale, 5. 9. 38. 42.59)

Bruno Forte: Il mistero, la sapienza e l’amore (Ef, 3,2-12) (4.11.2006)

dal sito:

http://www.zenit.org/article-10679?l=italian

Il mistero, la sapienza e l’amore (Ef, 3,2-12)

04/11/2006

PARMA, sabato, 4 novembre 2006 (ZENIT.org).- Pubblichiamo l’Omelia tenuta il 25 ottobre scorso da monsignor Bruno Forte, Arcivescovo Metropolita di Chieti-Vasto, nella Cattedrale di Parma per l’inizio dell’anno accademico dell’Università.

* * *
Il mistero, la sapienza, l’amore: sono queste le tre parole con cui vorrei riassumere il messaggio che la Parola di Dio è venuta a scrivere nei nostri cuori attraverso la “lectio continua” delle Scritture nella liturgia, che fa risuonare questi stessi testi oggi in tutte le Chiese del mondo come lettera di Dio al Suo popolo pellegrino nel tempo.

Il mistero ci è stato presentato nel testo della lettera agli Efesini (3, 2-12), che ha appunto come motivo dominante “il mistero di Cristo ora rivelato, che i Gentili cioè sono chiamati  a partecipare alla medesima eredità” del popolo eletto nella prima alleanza. Questo mistero è nella concezione di Paolo il disegno divino che viene realizzandosi nella storia, la gloria al tempo stesso rivelata e nascosta nei segni – tante volte ambigui e complessi – della storia. È il mistero “nascosto da secoli nella mente di Dio”, che ora in Gesù Cristo è stato rivelato per renderci tutti partecipi della medesima promessa, eredi della stessa eredità fra i santi. Secondo questa straordinaria visione del tempo e della storia, la grande scena del mondo, colta tanto nel suo insieme presente, quanto nel suo progressivo svolgersi, è sostenuta e percorsa da un progetto di salvezza, espressione di un’ammirabile intelligenza d’amore.

Non siamo sospesi nel nulla: la vita, la vicenda personale e collettiva, la silenziosa armonia dei cieli, non sono efflorescenze dell’assurdo, interruzioni del nulla, che da esso escono e in esso ritornano, ma frammenti in cui si offre il Tutto di un amore antico, la bellezza di un disegno d’amore, la generosità di un dono eterno e sempre nuovo. Proprio così, il mistero supera ogni nostro tentativo di afferrarlo: esso non è facile preda, oggetto del calcolo o del desiderio, ma grembo e custodia, trama di un più grande disegno, dimora dell’Eterno, patria di Dio. Si comprende allora come la grande legge della conoscenza umana non possa essere l’orgoglioso “cogito, ergo sum”, ma sia il molto più umile e vero “cogitor, ergo sum”: è perché sono pensato da Altri, che io esisto; è perché Altri mi ama, che io sono uscito dal nulla; è perché questo amore è eterno, che il mio, il nostro destino non è il nulla, ma la vita che vince la morte. “Amor, ergo sum”: sono, perché un Altro mi ama, da sempre e per sempre. Si comprende allora come sia vero che “non è la conoscenza che illumina il mistero, ma il mistero che illumina la conoscenza” (Pavel Evdokimov). Veramente noi conosciamo mediante le cose che non conosceremo mai!

È così che la meditazione sul mistero apre la mente e il cuore al dono della sapienza: l’Apostolo, che del mistero rivelato in Cristo è testimone e cantore, riconosce il suo compito nell’urgenza di “di far risplendere agli occhi di tutti qual è l’adempimento del mistero nascosto da secoli nella mente di Dio, creatore dell’universo, perché sia manifestata ora nel cielo, per mezzo della Chiesa, ai Principati e alle Potestà la multiforme sapienza di Dio, secondo il disegno eterno che ha attuato in Cristo Gesù nostro Signore, il quale ci dà il coraggio di avvicinarci in piena fiducia a Dio per la fede in lui”. La sapienza non è che il senso delle cose di Dio, la capacità ricevuta in dono dall’alto di leggere la silenziosa scrittura dell’Eterno che viene a dirsi nella fragilità del tempo, il divenire esperti per grazia della grammatica divina, che cuce parole di vita e d’amore, intessendole nella trama delle opere e dei giorni degli uomini. Vero sapiente non è, dunque, colui che sa, ma chi sapendo di non sapere si lascia illuminare dagli abissi della verità, che risplendono dal profondo: sapienza è contemplazione delle cose nascoste fin dalla fondazione del mondo, è accoglienza umile della luce che viene a noi da altrove e che ci schiude i sentieri dell’altrove. Sapienza è conoscenza stupita e amorosa del Logos creatore dell’inizio, che si è manifestata nel Logos incarnato della pienezza del tempo. È grazie a questa sapienza che si lascia cogliere a occhi puri, sgombri da pregiudizi e presunzioni, il disegno del mondo, la bellezza di Dio in esso impressa.

Quanto il riconoscimento di questa struttura sapienziale della realtà sia importante non è difficile capirlo: se le cose stanno così, è possibile a ogni cuore aprirsi alla luce in cui tutti viviamo, dimoriamo e siamo, quella sovrana, luminosa tenebra che è più chiara del giorno per chi in umiltà si lascia raggiungere da essa e vi converte il cuore. È su questa sapienza che è possibile costruire il dialogo fra le civiltà e le religioni, al servizio della causa dell’uomo, che è anche inseparabilmente quella della gloria di Dio. Ce lo ha ricordato in maniera luminosa il Santo Padre Benedetto XVI in diversi importanti discorsi, in modo particolare quelli tenuti a München e a Regensburg in Germania nello scorso Settembre , e quello indirizzato al Convegno della Chiesa Italiana a Verona il 19 di questo mese di Ottobre: “Una caratteristica fondamentale delle scienze – ha affermato il Papa – è l’impiego sistematico degli strumenti della matematica per poter operare con la natura e mettere al nostro servizio le sue immense energie. La matematica come tale è una creazione della nostra intelligenza: la corrispondenza tra le sue strutture e le strutture reali dell’universo – che è il presupposto di tutti i moderni sviluppi scientifici e tecnologici, già espressamente formulato da Galileo Galilei con la celebre affermazione che il libro della natura è scritto in linguaggio matematico – suscita la nostra ammirazione e pone una grande domanda. Implica infatti che l’universo stesso sia strutturato in maniera intelligente, in modo che esista una corrispondenza profonda tra la nostra ragione soggettiva e la ragione oggettivata nella natura.

Diventa allora inevitabile chiedersi se non debba esservi un’unica intelligenza originaria, che sia la comune fonte dell’una e dell’altra. Così proprio la riflessione sullo sviluppo delle scienze ci riporta verso il Logos creatore. Viene capovolta la tendenza a dare il primato all’irrazionale, al caso e alla necessità, a ricondurre ad esso anche la nostra intelligenza e la nostra libertà. Su queste basi diventa anche di nuovo possibile allargare gli spazi della nostra razionalità, riaprirla alle grandi questioni del vero e del bene, coniugare tra loro la teologia, la filosofia e le scienze, nel pieno rispetto dei loro metodi propri e della loro reciproca autonomia, ma anche nella consapevolezza dell’intrinseca unità che le tiene insieme. È questo un compito che sta davanti a noi, un’avventura affascinante nella quale merita spendersi, per dare nuovo slancio alla cultura del nostro tempo e per restituire in essa alla fede cristiana piena cittadinanza”. Quanto il “villaggio globale” minacciato dal possibile “scontro delle civiltà” (S. Huntington) abbia bisogno di questi pensieri è facile intuirlo: solo dove ci sarà fiducia nella struttura intelligente del reale e nella capacità degli uomini di coglierla e di corrispondervi insieme, sarà possibile un dialogo fra persone, popoli e civiltà diverse, e si potrà cooperare tutti a rendere più umano il mondo per tutti, secondo il disegno del Creatore e Redentore dell’uomo.

Al dono della sapienza è dunque necessario aprirsi: ma questa apertura accogliente sarà sempre inseparabile dal primato dell’amore. Questo è il compimento della rivelazione, il suggello del dono: Gesù Cristo non ci ha solo rivelato il Logos di Dio, che è Lui stesso, ma ci ha mostrato come questo Logos sia amore, e porti a compimento il suo dono nella consegna dolorosa della Croce, che è dal principio alla fine un abbandono motivato e sostenuto dalla carità. Più grande è la rivelazione del Logos, più grande l’intelligenza che da essa è dilatata e sorretta, più grande dovrà essere l’impegno di amare: ce lo ha ricordato il Vangelo. “Il servo che, conoscendo la volontà del padrone, non avrà disposto o agito secondo la sua volontà, riceverà molte percosse; quello invece che, non conoscendola, avrà fatto cose meritevoli di percosse, ne riceverà poche. A chiunque fu dato molto, molto sarà chiesto; a chi fu affidato molto, sarà richiesto molto di più” (Luca 12, 48). Non basta conoscere per essere nella verità: la conoscenza è inseparabile dall’amore. Occorre fare la verità amando, per conoscere così tutta la profondità e la bellezza della sua luce. L’intelligenza senza amore è arida e sfocia facilmente in presunzione e violenza. L’amore senza intelligenza rischia di essere cieco e di non generare vita piena e vera.

Occorre pensare e amare, conoscere e servire: è qui il grande compito di ogni uomo e donna chiamato al servizio della verità, specialmente nel campo dell’insegnamento e della ricerca nel mondo dell’Università. Aperti al mistero, nutriti di sapienza, occorre che docenti e studenti siano accomunati dalla responsabilità reciproca nell’amore, coscienti del molto che ad essi è stato dato per aprirsi a dare molto con responsabilità e libertà generosa. Don Lorenzo Milani insegnava ai suoi ragazzi di Barbiana che cultura significa “appartenere alla massa e possedere la parola”, essere cioè solidali con tutti, specialmente i più poveri e i più deboli, e servire la causa del bene di tutti con gli strumenti della propria intelligenza e del proprio sapere, coniugando dunque conoscere e donare. Prego perché tutti nella Vostra comunità accademica sappiate coniugare intelligenza e amore, conoscenza del vero ed umile obbedienza ad esso nella responsabilità verso gli altri. Lo faccio invocando da Colui che è in persona il mistero, la sapienza e l’amore, la luce e la forza di cui tutti abbiamo bisogno per conoscere e per amare:

Signore Gesù Cristo,
immagine radiosa del Padre,
sapienza eterna, carità perfetta,
mistero nascosto dai secoli,
rivelato nella pienezza del tempo,
alleanza che riconcilia Dio con l’uomo
e l’uomo con Dio,
Parola eterna divenuta carne,
e carne divinizzata nell’incontro sponsale,
in Te soltanto abbracceremo Dio.
Tu che Ti sei fatto piccolo
per lasciarTi afferrare dalla sete
della nostra conoscenza e del nostro amore,
donaci di cercarTi con desiderio,
di credere in Te nell’oscurità della fede,
di riconoscerci avvolti nel Tuo amore,
di aspettarTi ancora nell’ardente speranza,
di amarTi nella libertà e nella gioia del cuore.
Fa’ che non ci lasciamo vincere
dalla potenza delle tenebre,
sedurre dallo scintillio di ciò che passa.
Donaci perciò il Tuo Spirito,
che diventi Egli stesso in noi
desiderio e fede, speranza e umile amore,
luce d’intelligenza e forza per servire.
Allora Ti cercheremo, Signore, nella notte,
vigileremo per Te in ogni tempo,
e i giorni della nostra vita mortale
diventeranno come splendida aurora,
in cui Tu verrai, stella chiara del mattino,
per essere finalmente per noi
il Sole, che non conosce tramonto.
Amen. Alleluia!

Il Vangelo della “predestinazione” nella Lettera ai Romani

dal sito:

http://www.zenit.org/article-15723?l=italian

Il Vangelo della “predestinazione” nella Lettera ai Romani

VASTO, sabato, 11 ottobre 2008 (ZENIT.org).- Pubblichiamo di seguito un testo scritto da monsignor Bruno Forte, Arcivescovo di Chieti-Vasto.

* * *

a) La «somma dell’evangelo»: l’amore divino che previene

Dio chiama e salva la Sua creatura con un amore assolutamente gratuito: è questo il Vangelo di Paolo, la buona novella di una chiamata e di un dono non meritati né meritabili, la cui ragione ultima resta nascosta negli abissi della misericordia divina, senza calcolo e senza misura. È il Vangelo della pura grazia, che uno dei suoi cantori più alti – Martin Lutero – esprime così nella Disputatio di Heidelberg, vero manifesto del suo pensiero: «L’amore di Dio non trova, ma crea il suo oggetto. L’amore dell’uomo dipende dal suo oggetto… L’amore di Dio ama i peccatori, i malvagi, gli stolti, i deboli, in modo da renderli giusti, buoni, saggi, forti, effondendo e donando il bene. Infatti i peccatori sono belli perché sono amati, non sono amati perché sono belli. L’amore dell’uomo, invece, fugge i peccatori, i malvagi»1. A questo Dio Altro, che ama come nessuno ama, va data gloria, a Lui solo: la purezza del dono, la gratuità assoluta merita l’assoluta glorificazione.

C’è da perdere la ragione di fronte a quest’abissale gratuità: lo sa bene Paolo che, per sottolinearne il carattere paradossale al di là di ogni dubbio, nella Lettera ai Romani non esita a richiamare la sconcertante affermazione di Malachia «ho amato Giacobbe e ho odiato Esaù» (1,2s: cf. Rm 9,13) e ad aggiungere: «Che diremo dunque? C’è forse ingiustizia da parte di Dio? No certamente! Egli infatti dice a Mosè: Userò misericordia con chi vorrò, e avrò pietà di chi vorrò averla. Quindi non dipende dalla volontà né dagli sforzi dell’uomo, ma da Dio che usa misericordia. Dice infatti la Scrittura al faraone: Ti ho fatto sorgere per manifestare in te la mia potenza e perché il mio nome sia proclamato in tutta la terra. Dio quindi usa misericordia con chi vuole e indurisce chi vuole» (Rm 9,14-18). Contro l’obiezione che potrebbe sollevarsi l’Apostolo ribadisce l’insondabile sovranità della libertà divina: «Mi potrai però dire: “Ma allora perché ancora rimprovera? Chi può infatti resistere al suo volere?”. O uomo, tu chi sei per disputare con Dio? Oserà forse dire il vaso plasmato a colui che lo plasmò: “Perché mi hai fatto così?”. Forse il vasaio non è padrone dell’argilla, per fare con la medesima pasta un vaso per uso nobile e uno per uso volgare?» (Rm 9,19-21: analoga argomentazione in 3,7 e 6,1).

È questo mistero dell’assoluta gratuità che unisce Israele e la Chiesa, in quanto sono il popolo dell’elezione, rispettivamente dell’attesa e del compimento (cf. Rm 11): Israele è la «santa radice» (Rm 11,16), la Chiesa il sorprendente innesto, «portato» da essa (cf. v. 18). Tuttavia, c’è una pietra d’inciampo, in rapporto alla quale si compie il dramma del rifiuto del popolo della prima alleanza ed il passaggio della salvezza al popolo dell’alleanza nuova (cf. Rm 10): «Ora, il termine della legge è Cristo, perché sia data la giustizia a chiunque crede» (Rm 10,4). Cristo è al tempo stesso Colui che unisce e separa Israele e la Chiesa! La fede di Gesù li unisce, la fede in Lui li separa! Da queste premesse risulta chiaro che il problema di Paolo nei capitoli 9-11 della Lettera ai romani non è tanto quello teologico-speculativo della predestinazione dell’individuo, quanto quello storico-salvifico del destino dell’antico popolo eletto nell’economia della salvezza pienamente realizzata in Cristo e nello Spirito. Ciò che egli intende sottolineare è il primato della libertà e della gratuità dell’iniziativa divina e l’assoluta fedeltà del Dio dell’alleanza, con la conseguente speranza di una futura reintegrazione d’Israele, in cui verranno a compimento tutte le promesse dell’elezione mai revocata (cf. Rm 11,11-15 e 25-32): perché «i doni e la chiamata di Dio sono irrevocabili!» (Rm 11,29).

Il tema paolino dell’elezione situa dunque l’idea di predestinazione all’interno del disegno storico-salvifico dell’alleanza, che si compie in pienezza per mezzo di Gesù Cristo, con lui ed in lui, e si attua nel tempo per la potenza dello Spirito Santo. Oggetto puro dell’elezione – predestinazione è lui, il solo mediatore fra Dio e gli uomini (cf. 1 Tm 2,5), ed in lui la comunità degli eletti, il popolo santo di Dio: il singolo è eletto e predestinato nella comunione dell’alleanza. La dottrina dell’elezione – predestinazione è perciò essenzialmente la «buona novella» della grazia con cui Dio ha amato tutti gli uomini e li ha chiamati alla comunione con sé, messaggio di consolazione e di speranza per il mondo intero: è la «somma dell’evangelo»2. Perciò può essere veramente accettata solo da chi è pronto a riconoscere nella fede l’assoluto primato di Dio: è ancora Lutero a osservarlo, distinguendo tre gradi possibili nell’accoglienza spirituale di questo messaggio: «Il primo grado è quello di coloro che sono contenti di una tale volontà di Dio e non mormorano contro di Lui, ma confidano di essere eletti e non vorrebbero essere dannati. Il secondo grado, migliore del precedente, è quello di coloro che sono rassegnati e d’animo contento o, per lo meno, desiderano essere tali, se Dio non volesse salvarli e volesse, invece, considerarli nel novero dei reprobi. Il terzo grado, che è il migliore e il sommo, è formato da coloro che si rassegnano anche effettivamente all’inferno se è volontà di Dio, come forse nell’ora della morte capita a molti. Questi sono purificati nel modo più perfetto dalla loro volontà e dalla prudenza della carne. Questi sanno che cosa significhi che “Forte come la morte è l’amore e tenace come l’inferno è la gelosia” (Ct 8, 6)»3. Dove c’è un così puro amore di Dio, lì c’è la certezza di essere salvati, lì il pensiero della predestinazione diventa il più consolante, garanzia inconfutabile che il Dio fedele non perderà colui che ha scelto. Per chi è così abbandonato in Dio – e Paolo lo era – la predestinazione non spaventa, proprio perché fonda nel mistero insondabile ed assoluto di Dio la fragile e caduca vicenda umana. Ma vuol dire questo che vi sia anche una doppia predestinazione, degli uni alla salvezza, degli altri alla dannazione eterna?

b) La «doppia predestinazione»: quale libertà davanti al Dio che è amore?

In Paolo – e in generale nella testimonianza biblica – non compare mai l’idea di una «doppia predestinazione», di una decisione divina, cioè, eterna ed assoluta rispetto all’azione di Dio nella storia (decretum absolutum), in base a cui alcuni sono predestinati alla salvezza e altri alla dannazione. Si può anzi dire che lo sviluppo della dottrina della praedestinatio gemina è il segno di un profondo allontanamento dalla voce della Scrittura. L’allontanamento si è compiuto attraverso un duplice processo, che il cristianesimo ha vissuto nel secolare sviluppo della sua inculturazione nel mondo classico prima, in quello medioevale e moderno poi: da una parte, l’idea di predestinazione ha subito il fascino della metafisica greca; dall’altra, è stata condizionata dall’interesse crescente della cultura occidentale al destino individuale4.

Il primo processo consegue all’incontro del messaggio ebraico-cristiano con la cultura greco-latina: lo spirito della grecità, ammaliato dall’ideale dell’Uno altro e sovrano rispetto al molteplice frammentario e caduco, mal tollera l’idea di un piano divino, qual è quello trinitario, in cui il molteplice viene a dimorare nelle profondità dell’Uno. La storia delle eresie cristologiche e trinitarie mostra come si sia affacciata presto la tendenza a separare il divino dall’umano, per fare di volta in volta del Cristo o una semplice creatura, sia pure di livello supremo (“subordinazionismo”), o una semplice manifestazione dell’unica, incontaminata divinità (“modalismo”)5. Lo sviluppo del dogma reagirà a questo svuotamento del paradosso cristiano (evacuatio Christi), ribadendo lo scandalo dell’incontro del divino e dell’umano nel Verbo incarnato senza confusione né mutazione, ma anche senza separazione né divisione6, ed affermerà l’assoluta parità nell’essere divino del Figlio e dello Spirito col Padre7. Non di meno, il fascino dell’Assoluto metafisico penetrerà nella cultura cristiana, fattasi greca con i greci. Sul tema della elezione di grazia e della predestinazione questo fascino si tradurrà nell’esigenza di concepire il disegno di Dio sull’uomo in forma «pura», separata dalle contaminazioni della caducità e della frammentarietà storica: l’idea di un decreto divino assoluto, non condizionato dal divenire mondano, si profilerà in questa direzione come l’espressione di una corretta relazione fra l’Assoluto e la storia.

È così che nel grande dottore della dottrina della predestinazione, Agostino, motivi autenticamente biblici vengono ad incontrarsi con le esigenze dello spirito greco. La classica definizione agostiniana della praedestinatio è del tutto corrispondente all’anima biblica, in particolare paolina: «Nient’altro che questo è la predestinazione dei santi: la prescienza e la preparazione dei benefici di Dio, mediante i quali in modo del tutto certo sono liberati tutti quelli che sono liberati»8. Risuona in queste parole la buona notizia della libertà donata all’uomo per pura grazia dall’iniziativa divina. Parimenti in piena sintonia con la Scrittura sono le affermazioni che riconoscono in Cristo il luogo vivente in cui si compie e si rivela ogni predestinazione: «Il Salvatore in persona, il Mediatore fra Dio e gli uomini, l’uomo Cristo Gesù, è il lume risplendente della predestinazione e della grazia»9.

Insieme a queste tesi, però, al fine di affermare l’assoluto primato della grazia, la distinzione tra i vocati e gli electi10 viene collegata ad un unico proposito divino, che nella massa perditionis sceglie alcuni perché siano salvati, lasciando i rimanenti nella condizione di dannazione, del tutto meritata11: «Il proposito di Dio non si basa su di un’elezione, ma è invece l’elezione che dipende dal proposito; ciò significa che il proposito di giustificazione permane non perché Dio trovi nell’uomo delle opere buone, in base alle quali egli possa fare la sua scelta, ma, in quanto il proposito di salvezza continua ad operare per la giustificazione dei credenti, Dio trova le opere, che egli poi elegge in vista del regno dei cieli»12. Secondo Agostino il fatto che Dio elegga alcuni e lasci altri nella condizione di massa dannata non inficia la giustizia divina, perché a nessuno è dovuto altro, che la condanna: «Si deve solo affermare, con fede irremovibile, che in Dio non c’è iniquità: sia che voglia rimettere il debito, sia che lo voglia esigere, né colui al quale lo richiede, né colui al quale viene condonato può vantarsi dei suoi meriti. All’uno infatti dà solo ciò che spetta; l’altro ha solo ciò che ha ricevuto»13. È così aperta la strada all’affermazione di un decretum absolutum di Dio indipendente da ogni scelta storica e all’idea ad esso connessa di una doppia predestinazione14.

Sarà in Giovanni Calvino che le idee del decretum absolutum e della gemina praedestinatio verranno formulate in maniera compiuta e con rilievo assoluto15: anche per lui l’intenzione ultima è quella di celebrare il trionfo della grazia e l’assoluta sovranità della libertà divina di eleggere o rigettare chiunque. Il prezzo pagato, però, è l’abbandono del cristocentrismo biblico e il cedimento a un pensiero speculativo sulla divinità e sul suo rapporto col mondo, che contraddice proprio alla profonda ispirazione scritturistica voluta dalla Riforma e giustifica la concentrazione dell’interesse sul destino del singolo uomo a scapito dell’orizzonte comunitario dell’alleanza, caratteristico della concezione biblica. «Definiamo predestinazione il decreto eterno di Dio, per mezzo del quale ha stabilito che cosa voleva fare di ogni uomo. Infatti non li crea tutti nella medesima condizione, ma ordina gli uni a vita eterna, gli altri all’eterna condanna. Così in base al fine per il quale ciascuno è creato, diciamo che è predestinato alla vita o alla morte»16. In questa concezione la predestinazione perde completamente il carattere di buona novella e diventa un concetto speculativo, al cui interno è possibile distinguere, come strutture parallele di una medesima architettura, l’elezione e la riprovazione. Un sistema simmetrico concettuale, in cui giustizia e misericordia si equilibrano reciprocamente, prende il posto dell’eccesso d’amore e di compromissione da parte del Dio vivente, che costituisce il cuore e lo scandalo dell’evangelo paolino. Il Dio sovrano, indifferente all’uno o all’altro destino della sua creatura, prende il posto del Dio crocifisso per la salvezza del mondo.

È perciò tanto più significativo che proprio dalla tradizione riformata sia venuta la più vigorosa confutazione della concezione della predestinazione come «decreto assoluto» e sistema neutrale di destini paralleli: è, infatti, Karl Barth che ha ripensato dalle fondamenta la dottrina della elezione divina per grazia, riportandola alle sorgenti paoline, e in generale bibliche, in dialogo con l’intera tradizione cristiana17. La critica decisiva che Barth muove a Calvino riguarda appunto la separazione fra Dio e Gesù Cristo nella dottrina della doppia predestinazione: «Per lui il Dio-che-elegge è un “Dio nudo nascosto” (Deus nudus absconditus) e non il “Dio rivelato” (Deus revelatus), il Dio eterno. Tutti gli altri difetti della dottrina calviniana della predestinazione sono riconducibili a questa deficienza capitale. Il Riformatore (contro le sue intenzioni) ha finito per separare Dio da Gesù Cristo; ha creduto di poter cercare altrove che in Gesù Cristo ciò che è all’inizio con Dio; in una sola parola, pur proclamando con la veemenza di cui si sa l’elezione gratuita, alla fin fine è passato accanto alla grazia di Dio manifestata in Gesù Cristo»18.

La via di superamento di questa «deficienza capitale» sta per Barth nel ritorno al «cristocentrismo radicale», che egli vede testimoniato dalla Scrittura, e specialmente da Paolo: «Per sapere che cosa sia l’elezione ed in che cosa consista lo stato di eletto, dobbiamo innanzitutto, senza sbirciare a destra o a sinistra, dirigere la nostra attenzione sul nome di Gesù Cristo, sull’esistenza e sulla storia del popolo divenute realtà in lui, e la cui origine e la cui fine sono contenute e determinate nel mistero di questo nome. Lo vediamo chiaramente: tutte le affermazioni della Scrittura su Dio e sull’uomo coincidono in un solo e medesimo punto; anche le proposizioni relative all’elezione dell’uomo da parte di Dio devono essere concepite ed elaborate in funzione di quanto accade in questo unico punto; in effetti è qui che vi è elezione… È il nome di Gesù Cristo ad essere, secondo l’autorivelazione divina, il centro verso cui convergono, come due raggi luminosi, le due linee della verità che deve essere riconosciuta a questo punto: il Dio-che-elegge e l’uomo-eletto»19. Barth articolerà perciò la dottrina dell’elezione di grazia e della predestinazione partendo dall’elezione di Gesù Cristo, in cui coglie l’elezione della comunità, per giungere così all’elezione dell’individuo, mai separata o separabile da quella del Signore Gesù e della comunità in lui.

c) Predestinati nella Trinità: fatti per amare, “alla sera della vita saremo giudicati sull’amore” (S. Giovanni della Croce)

Gesù Cristo è al tempo stesso il Dio-che-elegge e l’uomo-eletto: è in questa affermazione decisiva che Barth vede formulato «nella maniera più semplice e più completa il contenuto del dogma della predestinazione»20. Egli la difende perciò su un duplice fronte, da una parte rifiutando attraverso di essa ogni concezione del «decreto assoluto»; dall’altra opponendosi ad ogni possibile suggestione di autoredenzione dell’uomo. Se Cristo è il Dio che elegge, l’elezione è inseparabile dalla storia della salvezza in cui si compie il mistero dell’incarnazione: non c’è pertanto alcun proposito divino astratto, alcun decretum absolutum, che preceda e superi il disegno della redenzione attuata nel tempo21. La predestinazione «non è semplicemente lo schema o il programma di una storia. È realmente essa stessa una storia precisa ed unica all’interno della volontà e della decisione divina»22. Questo forte legame fra l’eternità e il tempo, postulato dalla predestinazione, non significa però che il mondo storico sia protagonista assoluto del mistero dell’elezione: a questa supposizione si oppone la tesi che Cristo, il Dio-che-elegge, è anche e inseparabilmente l’uomo-eletto, nel quale ogni altra elezione viene a realizzarsi. Nessuna predestinazione avviene al di fuori di Cristo o indipendentemente da lui23.

Nella luce di questo rigoroso cristocentrismo viene interpretata la dottrina della «doppia predestinazione»: Barth rifiuta senza appello l’idea di una simmetria, che veda da una parte gli eletti, dall’altra i reprobi nel proposito divino sulla storia. La predestinazione è unica, ed è quella che ci è stata rivelata in Gesù Cristo: «L’elezione gratuita è l’origine eterna di tutte le vie e di tutte le opere di Dio in Gesù Cristo, in questo senso che, nella sua libera grazia, Dio si autodetermina in favore dell’uomo peccatore, onde destinarlo alla sua appartenenza»24. Nell’unità di questo disegno di grazia, però, Gesù Cristo non solo ci dona la sua salvezza, ma prende anche su di sé la nostra miseria, in modo tale che in lui si compie la condanna e il rifiuto del peccato del mondo da parte di Dio: «Dio prende dunque su di sé la riprovazione che pesa sull’uomo, con tutte le sue conseguenze ed elegge quest’uomo, onde dargli partecipazione a quella gloria che è la sua»25. Cristo è perciò al tempo stesso l’uomo eletto e l’uomo rifiutato, l’eletto che subisce la pena al posto dei reprobi, ed assomma perciò in sé il doppio destino dell’elezione e della riprovazione, a favore della riconciliazione del peccatore: «Ecco in che cosa consiste la libera grazia per tutti coloro che Dio ha eletto nell’uomo Gesù: poiché in lui Dio, il giudice, prende ed occupa il loro posto, il posto del condannato, essi sono completamente assolti, liberati dal loro peccato, dalla loro colpa, dal loro castigo»26. Il contenuto di verità dell’idea di una «doppia predestinazione» si riconduce allora alla duplice volontà divina di condannare il peccato e di salvare il peccatore in Gesù Cristo: quello che in essa resta del tutto inaccettabile è la presunta simmetria di un disegno assoluto di vita per gli uni e di morte per gli altri27.

L’elezione realizzatasi in Gesù Cristo raggiunge l’uomo attraverso la mediazione necessaria della comunità: «è nella e con l’elezione di Gesù Cristo, con la mediazione della comunità, che gli eletti sono eletti»28. Questa mediazione comunitaria ha due aspetti, al tempo stesso temporali e ontologici: Israele e la Chiesa, l’attesa e il compimento, l’attestazione del giudizio e quella della misericordia. «Questa comunità unica ha un duplice aspetto: in quanto Israele attesta il giudizio divino, in quanto chiesa attesta la misericordia divina. In quanto Israele è destinata ad intendere ed in quanto chiesa è destinata a credere la promessa fatta agli uomini. Israele è la forma passeggera, la chiesa la forma futura del popolo di Dio eletto»29. Proprio in quanto tali, i due aspetti si coappartengono, e sono presenti l’uno nell’altro, fino al tempo in cui si compirà manifestamente la redintegrazione d’Israele: così Barth riguadagna il punto di partenza della riflessione paolina nella lettera ai Romani (cf. Rm 11).

All’interno di questa mediazione storico-comunitaria va collocata e intesa l’elezione dell’individuo: compiuta in Gesù Cristo, storicamente si realizza attraverso la testimonianza e la fede della comunità. «Se il vero oggetto dell’amore di Dio non è costituito da nessun altro “individuo” all’infuori di lui, ne deriva che nessuno, all’infuori di lui, può essere divorato dal fuoco di quell’amore, cioè dalla collera divina; tutti gli eletti e tutti i riprovati hanno la funzione di indicare questo amore divino nel suo duplice aspetto; e hanno la funzione di vivere, nella loro diversità, del fatto che Dio ha amato questo solo essere per amarli in lui ieri, oggi e domani»30. La grandiosa costruzione barthiana fa così risuonare la buona novella dell’amore divino rivelato e offerto in Gesù Cristo per la salvezza di chi l’accoglie e la dannazione di chi lo rifiuta. Il merito di Barth è indiscutibilmente quello di un ritorno al Vangelo paolino della grazia, quale è delineato specialmente nella lettera ai Romani31. Non mancano, tuttavia, i punti deboli, su cui si è appuntata la discussione critica32: in modo particolare, si insinua il sospetto che il rigoroso cristocentrismo della predestinazione si risolva in una generale assoluzione della colpa, e perciò in una necessaria riconciliazione totale, che verrebbe a consumarsi al di là delle possibili resistenze e inadempienze dei singoli.

In questa prospettiva, molto vicina all’idea di una “apocatastasi” finale, la stessa serietà e la dignità del divenire storico verrebbero compromesse33: se tutto è comunque destinato all’irresistibile trionfo della grazia, non c’è più spazio per la libertà umana e conseguentemente per la prova e la lotta in cui si compiono i destini degli uomini. L’ottimismo della grazia presta il fianco a questo sospetto: «Tale è precisamente il contenuto, il duplice contenuto della predestinazione divina ed eterna, dato che essa è identica all’elezione di Gesù Cristo: Dio vuole essere perdente affinché l’uomo sia vincente. Salvezza sicura per l’uomo, pericolo altrettanto sicuro per Dio»34. «Noi conosciamo in realtà soltanto un trionfo dell’inferno ed è l’abbandono di Gesù Cristo; e sappiamo che questo trionfo ha avuto luogo affinché non ce ne fossero mai più altri, affinché l’inferno non potesse più vincere nessuno… Gesù Cristo è stato perduto (ma anche ritrovato) affinché nessuno, a parte lui, lo fosse»35.

La forza di queste affermazioni è tale, che lo stesso Barth sente il bisogno di prendere le distanze dalla possibile conseguenza di una “apocatastasi” in nome dell’assoluta libertà di Dio, anche se lascia decisamente aperta la possibilità di essa, come conseguenza del rigoroso cristocentrismo dell’elezione divina: «È Dio a determinare senza appello l’ampiezza del cerchio dell’elezione; che tale cerchio poi debba coprire alla fine l’intera umanità (secondo la dottrina dell’apocatastasi), è però una tesi che non dobbiamo formulare, proprio per rispetto alla libertà di Dio; la libertà di Dio non è infatti un codice da cui potere trarre diritti ed obbligazioni… Ma bisogna anche dire subito: la conoscenza della grazia che accompagna la libertà divina deve impedirci di formulare la tesi contraria, di affermare cioè l’impossibilità di considerare l’allargamento totale e supremo del cerchio dell’elezione e della vocazione»36. Il rischio di cadere nello spregiudicato ottimismo dell’“apocatastasi” e nel conseguente svuotamento della tragica serietà della storia non è eliminato: il trionfo della grazia minaccia col suo eccesso proprio la verità dell’amore divino, che è tale solo se non annulla l’alterità delle creatura, chiamata a ricambiare l’amore e tuttavia capace di rifiutarlo nel dramma, sempre possibile, del peccato.

In realtà è il Padre il soggetto originario e fondante di ogni elezione divina: principio senza principio della vita eterna dei Tre, risiede in Lui ogni inizio. Certamente, in forza della perfetta comunione che c’è fra di loro, se il Padre è colui che elegge, non di meno lo è il Figlio: tuttavia, la distinzione nella relazione personale evidenzia la profondità ed anche l’insondabilità del disegno divino. Nella Parola fatta carne l’elezione è rivelata al mondo: ma la sua origine ultima resta nascosta nel silenzio del Padre, che comunicandosi nel Verbo resta più grande rispetto alla presa della storia. Evidenziare il ruolo del Padre nel disegno della predestinazione significa allora rispettare maggiormente l’insondabile sovranità divina, per affidarsi ad essa non nella timorosa obbedienza che richiederebbe un oscuro «decreto assoluto» della divinità, ma nella confidenza filiale di chi – con Cristo e per Cristo – si rimette completamente nelle mani del Dio vivente: «Padre, se vuoi, allontana da me questo calice! Tuttavia non sia fatta la mia, ma la tua volontà… Padre, nelle tue mani affido il mio spirito» (Lc 22,42 e 23,46).

Insieme al ruolo del Padre, è necessario richiamare anche la specifica presenza dello Spirito nel mistero dell’elezione e della predestinazione: è Lui a unire il presente degli uomini all’Eterno e a mantenerlo nella sua libera alterità rispetto a Dio. Grazie allo Spirito Santo la creatura è insieme totalmente dipendente da Dio e libera davanti a Lui, capace di scelte di accettazione e di rifiuto. Lo Spirito Santo – condizione eterna di unità fra il Padre e il Figlio e fra di loro e il mondo creato – è il luogo eterno della libertà, colui che partecipa all’essere personale creato la libertà nell’amore: «Il Signore è lo Spirito e dove c’è lo Spirito del Signore c’è libertà» (2 Cor 3,17). Grazie allo Spirito Santo la libertà dell’uomo non solo non si oppone all’assoluto primato di Dio, ma ne manifesta la gloria: nel vincolo e nel dono del Paraclito l’essere libero della persona umana non fa concorrenza a Dio, non ne nega la sovranità senza residui, ma rivela la stessa gratuita libertà dell’amore divino, che ha voluto che la creatura esistesse come altra da sé, capace di libertà davanti a sé, e perciò capace di amare o rifiutare l’amore.

Nello Spirito, dunque, la predestinazione divina non nega la libertà umana, ma l’afferma: l’umiltà e la compassione di Dio rendono possibile come dono e grazia l’esistenza della creatura libera di salvarsi o di perdersi, fermo restando il mistero dell’elezione avvenuta in Cristo per tutti e perciò gratuitamente offerta a ciascuno per le vie misteriose dell’azione del Consolatore nella storia. La buona novella dell’elezione divina è l’annuncio che Dio vuole tutti salvi e a tutti dona la salvezza in Gesù Cristo, ma che egli vuole anche ed inseparabilmente tutti liberi di accogliere il dono o di chiudersi ad esso, impegnandosi con sovrana umiltà a rispettare il rifiuto della creatura, che pure è sofferenza per il suo cuore di Padre (cf. Lc 15,11ss). La libertà divina si autolimita per amore perché esista la libertà umana: colui che ci ha creato senza di noi, non ci salverà senza di noi, anche se ha fatto e farà di tutto in Cristo e nello Spirito perché nessuno si perda. La dottrina della predestinazione non è che la sottolineatura dell’insondabilità del Vangelo della grazia, offerta alla libertà del cuore umano per la sua salvezza. I capitoli 9-11 della lettera ai Romani non sono preceduti a caso dal canto dello Spirito e dalla meditazione della dialettica di sofferenza e gloria in Rm 8, che è poi la dialettica della grazia e della libertà, del dono e dell’amore che può accoglierlo o rifiutarlo nel tempo e per l’eternità…

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1 Disputatio di Heidelberg (1518), in WA (Weimarer Ausgabe: D. Martin Luthers Werke. Kritische Gesamtausgabe, Weimar 1883 ss; ristampa: Graz 1964 ss) 1, 365: «Amor Dei non invenit sed creat suum diligibile, Amor hominis fit a suo diligibili… Amor Dei… diligit peccatores, malos, stultos, infirmos, ut faciat iustos, bonos, sapientes, robustos et sic effluit potias et bonum tribuit. Ideo enim peccatores sunt pulchri, quia diliguntur, non ideo diliguntur, quia sunt pulchri. Ideo amor hominis fugit peccatores, malos».

2 K. Barth, La dottrina dell’elezione divina. Dalla Dogmatica Ecclesiastica, a cura di A. Moda, Torino 1983 (= Die Kirchliche Dogmatik II/2: Die Lehre von Gott. Gottes Gnadenwahl, Zürich 1942. 19594, 1-563), 155.

3 WA 56, 388: «Tres autem gradus signorum electionis. Primus eorum, qui contenti sunt de tali voluntate Dei neque murmurant contra Deum, Verum confidunt se esse electos et nollent se damnari. Secundus melior eorum, qui resignati sunt et contenti in affectu vel saltem desiderio huius affectus, si Deus nollet eos saluare, Sed inter reprobos habere. Tertius optimus et extremus eorum, qui et in effectu seipsos resignant ad infernum pro Dei voluntate, Vt in hora mortis fit fortasse multis. Hii perfectissime mundantur a propria voluntate et prudentia carnis. Hii sciunt, quid sit illud: Fortis vt mors dilectio Et dura sicut infernus emulatio».

4 Nell’ambito della bibliografia sulla storia e la teologia dell’idea di predestinazione cf.: K. Barth, La dottrina dell’elezione divina. Dalla Dogmatica Ecclesiastica, o.c.; M. Löhrer, Azione della grazia di Dio come elezione dell’uomo, in Mysterium Salutis 9(IV/III), Brescia 1975, 225-295; A. Moda, La dottrina dell’elezione divina in Karl Barth, Bologna 1972; J. Moltmann, Prädestination und Perseveranz, Neukirchen 1961; J. Mouroux, Il mistero del tempo. Indagine teologica, Brescia 1965; K. Schwarzwäller, Das Gotteslob der angefochtenen Gemeinde. Dogmatische Grundlegung der Prädestinationslehre, Neukirchen 1970; G. Tourn, La predestinazione nella Bibbia e nella storia. Una dottrina controversa, Torino 1978.

5 Cf. in proposito la storia del dogma cristologico e trinitario: ad esempio in B. Forte, Gesù di Nazaret, storia di Dio, Dio della storia, Milano 19896, 133ss, e Id., Trinità come storia, Milano 19884, 60ss.

6 Cf. i quattro avverbi usati a Calcedonia (451): DS 301s.

7 Nel cosiddetto «episodio dommatico» che va da Nicea (325) al Costantinopolitano I (381): cf. DS 125s e 150.

8 De dono perseverantiae, XIV, 35: «Haec est praedestinatio sanctorum, nihil aliud: praescientia scilicet, et praeparatio beneficiorum Dei, quibus certissime liberantur, quicumque liberantur» (PL 45,1014).

9 De praedestinatione sanctorum XV, 30: «Est praeclarissimum lumen praedestinationis et gratiae ipse Salvator, ipse Mediator Dei et hominum, homo Christus Jesus» (PL 44,981).

10 Cf. De correptione et gratia, VII,13s; IX,21-23; XIII,39s: PL 44,924s. 928-930. 940.

11 De dono perseverantiae, XIV, 35: «Caeteri autem ubi nisi in massa perditionis iusto divino iudicio relinquuntur?» (PL 45,1014).

12 Ad Simplicianum, I, 2, 6: «Non ergo secundum electionem propositum Dei manet, sed ex proposito electio: id est, non quia invenit Deus opera bona in hominibus quae eligat, ideo manet propositum iustificationis ipsius; sed quia illud manet ut iustificet credentes, ideo invenit opera quae iam eligat ad regnum coelorum» (PL 40,115).

13 Ib., I, 2, 17: «Illud tantummodo inconcussa fide teneatur, quod non sit iniquitas apud Deum: qui, sive donet, sive exigat debitum, nec ille a quo exigit, recte potest de iniquitate eius conqueri, nec ille cui donat, debet de suis meritis gloriari. Et ille enim, nisi quod debetur, non reddit: et ille non habet, nisi quod accepit» (PL 40,122).

14 Lo sviluppo di queste tesi nell’agostinismo patristico e medievale si compirà sotto la spinta della “pia” cura di voler celebrare in maniera sempre più radicale l’assolutezza della grazia contro ogni tentazione pelagiana. Un intervento come quello del sinodo di Quiercy (853) evidenzia la necessità che si era venuta profilando di riequilibrare la linea di tendenza dell’agostinismo esagerato: cf. DS 623. Il Sinodo aveva di mira la condanna della dottrina della doppia predestinazione di Gottschalk di Orbais. Trento ribadirà questa condanna nei canoni del Decretum de iustificatione: DS 1567. Nella stessa linea di un agostinismo moderato si era mosso San Tommaso d’Aquino: cf. Summa Theologiae I q. 23 a. 5c. Tuttavia la sua interpretazione orienterà verso la tesi di un decreto divino assoluto, in quanto considera la stessa predestinazione di Cristo e in Lui come un aspetto della generale provvidenza del Dio creatore: cf. ib. III q. 24 a. 1.

15 Cf. K. Barth, La dottrina dell’elezione divina, o.c., 176.

16 Institutio Christianae Religionis, III, 21, 5: «Praedestinationem vocamus aeternum Dei decretum, quo apud se constitutum habuit quid de unoquoque homine fieri vellet. Non enim pari conditione creantur omnes: sed aliis vita aeterna, aliis damnatio aeterna praeordinantur. Itaque prout in alterutrum finem quisque conditus est, ita vel ad vitam, vel ad mortem praedestinatum dicimus». Cf. l’edizione italiana: G. Calvino, Istituzione della religione cristiana, a cura di G. Tourn, 2 voll., Torino 1971, II, 1101 (cf. l’intero capitolo 21 del libro III: “L’elezione eterna con cui Dio ha predestinato gli uni alla salvezza e gli altri alla dannazione”: 1094ss). L’idea si trova analogamente ad esempio nel De aeterna Dei praedestinatione, del 1552: cf. Corpus Reformatorum 8,261s.

17 Cf. K. Barth, La dottrina dell’elezione divina, o.c., su cui A. Moda, La dottrina dell’elezione divina in Karl Barth, o.c..

18 K. Barth, La dottrina dell’elezione divina, o.c., 332.

19 Ib., 245s.

20 Ib., 319.

21 Cf. ib., 268.

22 Ib., 451.

23 Cf. ib., 246.

24 Ib., 305.

25 Ibid.

26 Ib., 355.

27 Cf. ib., 433.

28 Ib., 694.

29 Ib., 469.

30 Ib., 712s.

31 Cf. B. Forte, Cristologia e politica. Su Karl Barth, in Id., Cristologie del Novecento, Brescia 19852, 63-104.

32 Cf. la documentata analisi di A. Moda nell’Introduzione all’edizione italiana di K. Barth, La dottrina dell’elezione divina, o.c., 45ss. Lo stesso fondamento biblico dell’intera costruzione barthiana è stato contestato da alcuni, perché l’idea paolina corrispondente alla sostituzione vicaria è che Cristo è morto in nostro favore, e non – come continuamente sembra supporre Barth – al nostro posto: cf. ad esempio H. Bouillard, Karl Barth, II, Paris 1957, 117.

33 È ad esempio la critica di E. Brunner, Die christliche Lehre von Gott, Zürich 1946, 375-379.

34 K. Barth, La dottrina dell’elezione divina, o.c., 419.

35 Ib., 947s.

36 Ib., 817.

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