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UN RE SENZA CAVALLO: ZC 9,9-10 E LE SUE RILETTURE NEOTESTAMENTARIE

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UN RE SENZA CAVALLO: ZC 9,9-10 E LE SUE RILETTURE NEOTESTAMENTARIE

Annalisa Guida

Mentre i cc. 1-8 del libro di Zaccaria sono citati abbondantemente nell’Apocalisse, quelli dal 9 al 14 compaiono spesso nei Vangeli. Si tratta, come sappiamo, di materiali molto diversi tra loro, perché in particolare il cosiddetto secondo Zaccaria è una raccolta di oracoli a tema differente. Tuttavia il c. 9, che ci interessa per le riletture matteane, ha, seppure conservando toni diversi nei quadri successivi, una sua unità e una certa ragionevolezza nell’accostamento di oracoli a primo impatto molto lontani. Zc 9,1-8 e 11-17: la terra e il popolo restaurati Nei primi 8 vv. del capitolo vengono emanati una serie di giudizi su svariate nazioni per incoraggiare Giuda, nonostante il trionfante avanzare a destra e a manca degli antichi nemici[1], riguardo al fatto che Dio promette di proteggere stabilmente il suo popolo. Giuda è continuamente a rischio di estinzione totale. Dio, però, si mette personalmente a difesa del suo popolo, addirittura si “accampa”, con linguaggio tipicamente militare, affermando che non permetterà più che alcun oppositore prevalga su Giuda o semplicemente che attraversi i suoi territori: Mi accamperò intorno alla mia casa per difenderla da ogni esercito da chi va e chi viene (Zc 9,8). Potremmo quindi sintetizzare questi primi 8 vv. attraverso il tema della restaurazione della terra, che avrà come suo artefice il Signore in persona. I vv. 11-17, invece, riguardano, la ricostituzione del popolo, che sarà anch’esso liberato, nutrito, protetto dal Signore (cf. l’insistenza sul soggetto di queste azioni benevole ai vv. 14.15.16); la nuova stagione che si apre per la gente di Giuda è espressa con una bella immagine di fertilità, abbondanza e ricchezza nel v. 17: Quali beni, quale bellezza!Il grano darà vigore ai giovani e il vino nuovo alle fanciulle. Zc 9,9-10 e lo strumento della ricostruzione: il futuro re Invece in 9,9-10, i due versetti al centro di questi oracoli dal sapore così fortemente bellicoso, una sorpresa: il profeta esplode in una gioiosa e pacifica rappresentazione dell’arrivo del messia-re, che entra in Gerusalemme tra gli “osanna” delle moltitudini. Questi versetti sono tra i più celebri che la Bibbia ebraica usi per ritrarre l’ingresso del futuro re a Gerusalemme e le caratteristiche della nuova età che con lui avrà inizio. Essi sono collocati tra quelli sulla restaurazione della terra (9,1-8) e del popolo (9,11-17); ciò significa che l’unità tematica del capitolo ha come perno la figura regale restaurata, che è la chiave di volta della ricostituzione di entrambi. 9 Esulta grandemente, o figlia di Sion, manda grida di gioia o figlia di Gerusalemme! Ecco, il tuo re viene a te; egli è giusto e porta salvezza, umile e montato sopra un asino, sopra un puledro d’asina. 10 Io farò scomparire i carri da Efraim e i cavalli da Gerusalemme; gli archi di guerra saranno annientati. Egli parlerà di pace alle nazioni; il suo dominio si estenderà da mare a mare, e dal Fiume fino all’estremità della terra. Il brano si presenta improvvisamente, senza un’introduzione del tipo: «Oracolo di YHWH», o «Così dice il Signore» e senza transizione, in una forma letteraria particolare, ad andamento poetico, più simile ai versetti seguenti che a quelli precedenti[2]. Il v. 9 si apre con un invito alla gioia che dona al passo un carattere liturgico. I verbi dell’esortazione iniziale, infatti, sono gyl (“gridare di gioia”) e rw´ (“urlare in acclamazione”). Il primo compare spesso nei testi poetici post-esilici e significa originariamente “tornare indietro, in tondo”; evoca, dunque, il movimento proprio di una danza gioiosa o di una processione. Ciò spiega perché esso ricorra in testi legati al culto, sia nella tradizione canaitica dei culti della fertilità, sia in quella biblica (Gl 2,21.23; Ab 3,18; Sal 35,9); compare più raramente in testi sull’annuncio messianico (Is 25,9; 49,13; 61,10) e serve soprattutto a celebrare sia la venuta del messia re (Is 9,2; Ct 1,4; Sal 2,11) sia la regalità di Yhwh stesso (Sof 3,17; Sal 96,11; 97,1.8); diviene dunque, nella tradizione biblica, un termine a risonanza essenzialmente messianica e di colorazione liturgica. Anche l’altro verbo, “fare acclamazioni”, indica in testi molto antichi il grido di guerra (Gs 6,10, 1Sam 17,52), un grido d’allarme, un segnale convenuto, e poi è passato nel vocabolario liturgico a esprimere un’intensa gioia religiosa, una lode squillante, altisonante, per celebrare la gloria di YHWH (Is 44,23; Sal 65,14; Sof 3,14; Sal 47,2). Non si tratta di una coppia di termini abituali, ma l’ amplificazione che deriva dal loro accostamento sottolinea il valore dell’acclamazione del re messia e insieme di YHWH re[3] ed enfatizza l’importanza del personaggio atteso e la sua qualità eccezionale. Il contrasto tra la violenza di 1-8 e 11-16 e questa pace di 9-10 rivela, in fondo, un carattere complementare tra le parti: Dio interverrà con determinazione e forza, per restaurare la terra e il popolo di Israele. Ma una volta che ciò sarà avvenuto, il regno sarà nella pace. Un re senza cavallo può mai essere un vero re? Nel linguaggio contestuale, tipicamente militare, che esprime potenza, magnificenza e forza, irrompe a contrasto la figura di un re che entra in trionfo non su un fiero e forte cavallo, ma su un asino, anzi, su un puledro d’asina. Dio promette addirittura di far scomparire, insieme ai carri da Efraim, anche i cavalli di Gerusalemme. Ma un re senza cavallo può mai essere un sovrano che si rispetti? Nella storia biblica sembrerebbe di sì, anzi: il re senza cavallo è il vero re che adempie i comandi di Yhwh. Dio, infatti, ha ordinato ai re d’Israele di non moltiplicare i cavalli (cf. Dt 17,14-16) e quelli, tra loro, che infransero quest’ordine, come Acaz e Acab, ebbero una fine miserevole e si rivelarono estremamente dannosi per il proprio popolo. La cavalcatura di un asino è un’antica rappresentazione del re atteso già nelle parole di Giacobbe sulle sorti di Giuda (Gn 49,11[4]), sulla scia dell’arrivo dei personaggi importanti al tempo dei giudici e all’inizio del periodo dei re (Gdc 5,10; 10,4; 12,14). Verso la fine del regno di Davide, il mulo/mula sostituisce l’asino (cf. 2Sam 13,29; 18,9) e servirà per l’intronizzazione di Salomone (1Re 1,33.38.44), il quale in seguito importerà anche il cavallo e proprio dall’antico nemico egiziano (1Re 10,28). Ma i profeti polemizzeranno aspramente contro il cavallo di battaglia (Dt 17,16; Is 31,1; Os 1,7; 14,4; Mi 5,9; Sal 20,8). Anche nel primo Zaccaria il cavallo compare legato a immagini sì trionfanti, ma di una dominazione violenta (cf. Zc 1 e 6). Quindi possiamo leggere nel nostro testo un invito a ritornare alla prassi antica. La ripetizione «un asino, figlio di un’asina» non è solo una risonanza sinonimica quanto piuttosto un’insistenza, un rafforzativo, una voluta sottolineatura, come a dire: sì, proprio un asino, figlio di un’asina! Con questa scelta di una cavalcatura antica e mansueta si abbassa, così, il tono militare del brano complessivo.

Le qualità di questo re Del re atteso non vengono detti il nome o la provenienza, ma se ne descrivono le qualità. Il re, infatti, sarà: giusto, vittorioso/portatore di salvezza, umile, costruttore di pace. Sono tutte qualità ampiamente fondate nell’immaginario delle profezie precedenti ma anche condivise dalle vicine culture medio-orientali. Le prime due qualità (giustizia e salvezza/vittoria) ineriscono il rapporto con Dio, non costituiscono degli attributi intrinseci e perciò meritori dell’uomo: è Dio che ha protetto e salvato il re, rendendogli così possibile la vittoria. Se da un lato, infatti, è certamente per la sua giustizia che il re d’Israele può essere gradito a Dio e pertanto il re messianico deve possedere questa virtù al massimo grado (cf. Is 9,5-6; 11,4; 16,5), in Zaccaria questo non basta. Il re messianico è anche “beneficiario” della giustizia di Dio (cf. il senso passivo dell’espressione nel suo insieme, letteralmente: «il tuo re viene condotto a te giustificato e salvato/reso vincitore»). Il fondamento della regalità sarà, dunque, non un’appartenenza dinastica – nemmeno menzionata, sebbene la qualifica di “re di Gerusalemme” lo caratterizzi abbastanza inequivocabilmente come discendente di Davide –, ma l’opera esclusiva di Dio. È lui che accorda la tzedaqah, la giustizia e la yešuah, la salvezza. Se il re è vittorioso, dunque, lo è nel senso passivo: è Dio che lo fa vincere. Sof 3,14-18[5], certamente il modello più significativo per il testo di Zaccaria, ha al centro come protagonista il Signore vittorioso, che ovviamente è anche il “salvatore potente”; in Zaccaria, invece, dove si verifica lo slittamento già menzionato dalla regalità assoluta di Yhwh alla regalità “partecipata” al messia, il salvatore diventa il salvato, il giusto e il salvato per grazia e, pertanto, anche il re legittimo. La terza qualità, l’umiltà, si riferisce all’atteggiamento verso i sudditi. L’aggettivo “umile” si accorda con questo significato relazionale: in sé il termine significa “afflitto, umiliato, oppresso”, ma qui ha il valore di “semplice”, non di “miserabile”. Il nostro non è il servo sofferente del Deuteroisaia quanto, piuttosto, un personaggio dotato di un’umiltà tutta religiosa, che combatte per la verità, la giustizia, la povertà, e con tale atteggiamento copre quella distanza che separerebbe normalmente un sovrano da un suddito. Questo re non vivrà la propria carica né come un esercizio autoritario di potere né come una posizione di privilegio. Pur assumendo nel futuro un potere sempre più ampio, di questo re è detto che resterà sempre umile e sottomesso al sovrano sommo, cioè a Yhwh. La disposizione pacifica e l’umiltà, dunque, esprimono l’esperienza di contrasto rispetto ai modelli di re contemporanei al nostro libro e ai modelli orientali del tempo.

Un regno di pace universale Che il suo regno si caratterizzerà in termini di pace e non di violenza è esplicitato, oltre che dalla singolare cavalcata, anche dal v. 10 attraverso la promessa dell’eliminazione dei carri di Efraim insieme ai cavalli di Gerusalemme. Nessuna guerra sarà utilizzata per estendere il regno del messia (per questo vengono eliminati i tipici strumenti bellici, carri e cavalli), perché esso sarà fondato e stabilito, come dice altrove lo stesso profeta, non con potenza o con l’esercizio della forza, bensì “con lo Spirito del Signore degli eserciti” (Zc 4,6). La guerra, dunque, sarà eliminata per sempre dal governo del re futuro perché non sarà più necessario esercitare la forza militare, sebbene questo re potrà sempre vincere perché è Yhwh che combatte per lui. L’altra dimensione significativa introdotta dal v. 10 è la prospettiva universale di questo regno futuro (cf. Sal 72,8-11), che abbraccia Gerusalemme, Giuda, Israele e addirittura le nazioni straniere. Non solo Dio nel c. 9 ha parlato vittorioso, oltre che al suo popolo, anche a tutti i popoli della regione, ma in Zc 9,10, quando si descrive l’estensione del regno del messia futuro, si usano delle coordinate molto ampie e inclusive: «Il suo dominio si estenderà da mare a mare, e dal Fiume fino all’estremità della terra». Il Fiume menzionato è l’Eufrate, che rappresenta l’asse centrale del mondo medio-orientale poiché va da un mare all’altro (dal Mediterraneo al Golfo Persico). Il riferimento implicito, quindi, è ovviamente alla geografia della Mesopotamia (della quale settentrione e meridione sono, in fondo, i confini del mondo conosciuto dai nostri autori). Così l’affermazione di Zaccaria diventa anche una sorta di confronto diretto con il regno di Babilonia, con il grande Ciro che scriveva di sé: «Io sono Ciro, il grande re dell’universo, il re dei quattro angoli del mondo, tutti i confini del mondo, dal mar inferiore al mare superiore, mi offrono tributi»[6]. Quindi Zaccaria porta a maturazione, in una frase apparentemente stereotipata, una lunga tradizione di fede che va consolidandosi, ossia quella di associare Israele alla regalità e sovranità assolute di Yhwh attraverso la conduzione di un messia. Questa fiducia cresce nella storia biblica[7] e trova poi la sua espressione ideale in Zaccaria, malgrado i fallimenti dei re storici e l’umiliazione dell’esilio. La fede del profeta non teme il paradosso del re umile che domina sul mondo intero. In questa stessa linea Matteo collocherà l’arrivo di Gesù e coi medesimi tratti ne dipingerà la messianicità. …affinché si adempisse ciò che fu detto dal profeta… (Mt 21,4) In due punti del suo Vangelo Matteo riprende la profezia di Zaccaria e ne utilizza alcuni elementi per qualificare la messianicità di Gesù. Il primo è in Mt 11,29, nelle parole di Gesù immediatamente seguenti la preghiera di ringraziamento (comune anche a Luca) rivolta al Padre per aver rivelato ai piccoli i misteri del regno, alla quale Matteo aggiunge: Prendete su di voi il mio giogo e imparate da me, perché io sono mansueto e umile di cuore; e voi troverete riposo per le vostre anime. Il riferimento alla profezia è ovviamente implicito; piuttosto se ne recupera il tratto della docilità-mansuetudine come caratteristica del messia atteso. Importante, però, è notare che è il personaggio Gesù l’artefice dell’assimilazione al modello di Zaccaria (nella linea delle beatitudini, cf. Mt 5,5): Matteo vuol esprimere così una profonda sintonia della figura di Cristo con la tradizione profetica che viene a incarnare e attualizzare. Il riposo (cf. Ger 6,16) non ha il senso moderno della pace dell’anima, ma significa che ci sarà pace solo nel ritorno a Dio e nella nuova fedeltà alla sua legge: questa fedeltà Gesù rende possibile attraverso il suo insegnamento, definito un giogo leggero perché solo alla scuola di Gesù si può apprendere la vera portata della legge non fardello o regime di sottomissione bensì come atto di misericordia, gioia della comunione promessa con il regno. Il secondo richiamo a Zaccaria – ora una citazione esplicita – compare nella descrizione dei preparativi dell’ingresso a Gerusalemme, quando Gesù dà indicazioni per il reperimento dell’asina e del puledro[8] e il narratore commenta: Or questo accadde, affinché si adempisse ciò che fu detto dal profeta, che dice: 5 «Dite alla figlia di Sion: Ecco il tuo re viene a te mansueto, cavalcando un asino, anzi un puledro, figlio di una bestia da soma». Nell’ingresso a Gerusalemme, dunque, Gesù manifesta la natura della propria regalità compiendo le due profezie: la cavalcatura d’asina e l’acclamazione come figlio di Davide (implicita nel testo di Zaccaria ma radicata, come abbiamo visto, nella tradizione profetica). In Matteo la citazione serve a rivelare il senso che l’evento dell’ingresso di Gesù riveste nella storia della salvezza. Gesù entra a Gerusalemme proprio con questo tipo di “equipaggiamento” ed è lui che decide le modalità della “rappresentazione”, persino i dettagli, scelti secondo il piano di Dio. Quindi Gesù, che adempie il comando infranto da tanti re tracotanti e malvagi di Israele, diventa in Matteo l’adempimento pieno della legge. Il lettore viene così preparato, attraverso questa scelta paradossale eppure carica di attese, di rimandi e di conseguenza sul piano del racconto, all’impatto della risposta di Gesù a Pilato in Mt 27,11: davanti al rappresentante del potere romano, che gli chiede: «Sei tu il re dei Giudei?»; davanti al mondo giudeo e al mondo pagano, un Gesù umiliato, che sarà poi condotto a morte senza proferire parola, proclamerà: «Tu lo dici». Non è la risposta ambigua di una volontà irretita dai violenti poteri avversari. È, piuttosto, una risposta da re, che non si autoproclama ma viene annunciato tale, anche in questo rovesciamento ironico e drammatico che si completerà con l’iscrizione sulla croce (Mt 27,32).

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[1] Siria? Fenicia? Filistei? L’assenza di date e indicazioni in questa seconda metà del libro impedisce una contestualizzazione certa degli oracoli, ma secondo molti studiosi il riferimento storico più probabile – su modello del quale viene anche “costruita” questa visione di un Dio battagliero che invade la Palestina dal nord – è alla discesa di Alessandro il Macedone (330 a.C. ca.); altri assumono come contesto plausibile il VI sec. o la metà del V sec. a.C., quando il governo persiano è dominante e minaccia la sopravvivenza di Giuda; altri, ancora, propendono per il periodo maccabaico (168-165 a.C.). [2] Secondo molti studiosi questa differente forma letteraria nonché il contrasto tra carattere bellicoso e pacifico dei testi accostati sarebbe indizio della mancanza di un’unitarietà originaria del capitolo. [3] Questa doppia acclamazione caratterizzerà soprattutto i testi postesilici. [4] Già qui compare la doppia menzione della cavalcatura di Giuda come “asinello” e come “figlio dell’asina”. [5] «Gioisci, figlia di Sion, esulta, Israele, e rallegrati con tutto il cuore, figlia di Gerusalemme! Il Signore ha revocato la tua condanna, ha disperso il tuo nemico. Re d`Israele è il Signore in mezzo a te, tu non vedrai più la sventura. In quel giorno si dirà a Gerusalemme: “Non temere, Sion, non lasciarti cadere le braccia! Il Signore tuo Dio in mezzo a te è un salvatore potente. Esulterà di gioia per te, ti rinnoverà con il suo amore, si rallegrerà per te con grida di gioia,come nei giorni di festa”». [6] Iscrizione dell’epoca. [7] Da Es 23,31 a Dt 11,24, da 2Re 5,1 al Sal 89,26.

[8] Matteo, infatti, non interpreta l’affermazione «un asino, figlio di un’asina» in senso sinonimico ma mette in scena due cavalcature messianiche.

 

«GUARDATE ALLA ROCCIA DA CUI SIETE STATI TAGLIATI»

http://www.usminazionale.it/2013_03/ko.htm

«GUARDATE ALLA ROCCIA DA CUI SIETE STATI TAGLIATI»

MARIA KO HA FONG

In un momento di depressione e di smarrimento del popolo d’Israele, il profeta Isaia lancia con fierezza questo invito: «Guardate alla roccia da cui siete stati tagliati, alla cava da cui siete stati estratti. Guardate ad Abramo, vostro padre, …» (Is 51,1-2). Il padre Abramo è garanzia di buona qualità, è prova della «radice santa » (cf Rm 11,16), è segno di speranza per il futuro, è motivo di fiducia e di coraggio.
Nell’Anno della fede accogliamo l’invito del profeta e guardiamo a questa roccia da cui anche noi cristiani siamo stati tagliati. Fissiamo lo sguardo a questo «nostro padre nella fede» (Rm 4,12) vissuto quattromila anni fa. Molto si è detto della fede
esemplare di Abramo. Paolo ne ha parlato con grande ammirazione (cf Rm 4,3.11.18; Gal 3,6-9), l’autore della Lettera agli Ebrei, nel solenne elogio della fede degli antenati, insiste particolarmente sulla fede di Abramo (Eb 11,8.17). Il Catechismo della Chiesa Cattolica lo vede modello per eccellenza: obbediente nella fede (nn. 143-147). Noi qui, rileggendo le pagine bibliche su Abramo, piuttosto che
sottolineare la sua risposta di fede, focalizziamo l’attenzione su come Dio, in modo mirabile, suscita la fede in questo nostro grande «padre di tutti i credenti».

L’amore sovrabbonda sul peccato
Nella Genesi la storia di Abramo è situata su uno sfondo cupo. Il racconto della vocazione (Gen 12) segue immediatamente quello della costruzione della torre di Babele (Gen 11), che segna il punto culmine del susseguirsi di peccati. Nonostante il grande amore di Dio, l’uomo gli volta le spalle e si allontana da lui. Attraverso una serie di eventi il male cresce e dilaga fino a delinearsi in dimensione universale.
Dal peccato di Adamo ed Eva al fratricidio di Caino, alla violenza di Lamech, alla malvagità irrefrenabile della generazione di Noè e all’orgoglio sfacciato dei costruttori della torre di Babele, gli anelli della catena del male s’infittiscono e diventano sempre più robusti.
L’amore di Dio però è più forte del peccato. Egli, giusto e misericordioso, pur castigando, ha dei gesti di tenerezza sorprendente: le tuniche di pelli con cui riveste Adamo e Eva (Gen 3,21), il segno di protezione imposto a Caino (Gen 4,15), l’arca di Noè (Gen 6,14ss) e l’arcobaleno (Gen 9,12-17). Sono tutte espressioni di un amore sorprendente e sovrabbondante, garanzie sicure che il creato può ancora avere un futuro bello, testimonianze incontestabili che tra delitto e castigo non c’è pura e semplice simmetria. Paolo dirà: «Dove è abbondato il peccato, ha sovrabbondato la grazia» (Rm 5,20).
Il Dio che ha creato la terra bella e buona e l’ha resa feconda per l’uomo non desiste dal suo progetto originario, nonostante la risposta «negativa dell’uomo al suo amore gratuito. Egli vuole ancora assicurare all’umanità felicità, dignità e libertà su questa terra. Egli è ancora amante della vita, ha ancora fiducia nell’uomo e nella sua potenzialità di bene. Per questo riprende il suo piano in termini nuovi con l’elezione di Abramo.
Con la costruzione della torre di Babele sembra che la rottura tra uomo e Dio e la perdita di unità dell’umanità siano ormai definitive, ma non è questa la fine della storia. Fra i gruppi dispersi c’è il clan di Terach, da cui Dio chiamerà Abramo come colui nel quale saranno benedette tutte le genti (Gen 12,3). Tra il racconto della torre di Babele e quello della chiamata di Abramo ci sono degli elementi in chiara contrapposizione. Gli uomini prendono l’iniziativa dicendo l’un l’altro: «Venite, facciamo mattoni…»; «Venite, costruiamo una città e una torre, la cui cima tocchi il cielo» (Gen 11,3), mentre Dio dice ad Abramo: «Vattene … verso il paese che io ti indicherò» (Gen 12,1). Il motivo della costruzione della torre è: «Facciamoci un nome per non disperderci su tutta la terra» (Gen 11,3); quello che Dio presenta ad Abramo invece è: «Renderò grande il tuo nome, … in te si diranno benedette tutte le famiglie della terra» (Gen 12,2-3). La conclusione dell’episodio di Babele è: «Il Signore disperse gli uomini su tutta la terra» (Gen 11,9), al contrario, quello della chiamata di Abramo: «In te si diranno benedette tutte le famiglie della terra» (Gen 12,3).

La promessa eccede i desideri
Il Signore disse ad Abramo: «Vattene dalla tua terra, dalla tua parentela e dalla casa di tuo padre, verso la terra che io ti indicherò» (Gen 12,1). Il Signore si presenta senza tanti preamboli, così farà anche con Mosè, con Samuele, con Isaia, Geremia e tanti altri personaggi biblici. Egli non si impone con il suo essere Creatore e Signore potente, ma si fa percepire come una presenza misteriosa, una forza attraente, un’apertura affascinante, una sfida che risveglia le energie, le risorse e gli aneliti dentro l’uomo. Egli incontra l’uomo nel momento esatto in cui l’uomo si sforza di essere uomo, cioè quando coltiva dentro di sé ideali autentici e lotta per realizzarli.
Abramo parte. Questa risposta all’invito di Dio non lo trasforma automaticamente in un uomo santo; semplicemente la sua vita assume un nuovo spessore, un nuovo senso, una nuova determinazione e s’impregna di una nuova presenza. Da nomade vagante nel mondo egli diventa cittadino della terra promessa. È noto il paragone che il filosofo Emmanuel Lévinas fa tra Ulisse e Abramo. Ulisse, alla fine di un lungo viaggio si ritrova nella sua stessa casa, al punto di partenza; Abramo invece, si mette in cammino affidandosi completamente a quella presenza misteriosa che lo precede, e alla fine si trova in una terra nuova, spazio di vita designato a lui e alla sua discendenza.
In fondo, per un nomade come Abramo, conducendo un’esistenza precaria e instabile ai margini dei grandi imperi del secolo XX a.C., il sogno più grande era di avere una vita sicura, una terra fertile, pascoli tranquilli, figli numerosi. Dio gli viene incontro proprio qui. Avviene così un abbraccio fra promessa divina e speranza umana. Entrando nei desideri e nei sogni dell’uomo, Dio non li soffoca, non li blocca, ma li dilata, li eleva. Con le sue promesse egli incoraggia l’uomo a trascendersi, a mirare più in alto. «Farò di te un grande popolo e ti benedirò,… in te si diranno benedette tutte le famiglie della terra» (Gen 12,2-3). La promessa di Dio eccede i desideri. Abramo intuisce che quello che lo attende va oltre la sua fragile vita, la sua breve storia, la sua piccola famiglia e i suoi timidi sogni di prosperità e sicurezza.

In alto e in avanti
Le promesse di Dio ad Abramo possono essere riassunte in queste parole: «Guarda in cielo e conta le stelle, se riesci a contarle» (Gen 15,5); «Alza gli occhi e dal luogo dove tu stai spingi lo sguardo verso il settentrione e il mezzogiorno, verso l’oriente e l’occidente» (Gen 13,14). Sono parole molto belle, simboliche, suggestive, poetiche; parole di amicizia e di fiducia. Il Signore invita il padre del suo popolo eletto ad uscire all’aperto, a guardare in alto e guardare in avanti. Dio dialoga con l’uomo nei larghi spazi dell’amore e della bellezza, non nell’angustia dei diritti e doveri. Egli vuole che i cittadini della sua terra abbiano uno guardo ampio e rivolto in alto, che siano capaci di affrontare l’infinito con il candore e la semplicità del bambino che si mette a contare le stelle.
I padri della Chiesa, riflettendo sulla dignità dell’uomo, fanno notare che a differenza degli animali, l’uomo ha il corpo eretto, lanciato verso l’alto e non strisciante per terra come il serpente, né curvo o piegato con la testa e lo sguardo verso il basso. Siamo creature fatte per guardare in alto, ma purtroppo non sviluppiamo a sufficienza questo dono. Assomigliamo più agli animali se non sappiamo guardare in cielo. Nel libro del profeta Osea il Signore dice con rammarico: «Il mio popolo è duro a convertirsi: chiamato a guardare in alto, nessuno sa sollevare lo sguardo» (Os 11,7). Nella liturgia eucaristica il celebrante, all’inizio della preghiera eucaristica, invita l’assemblea: «Sursum corda – In alto il vostro cuore!», perché è necessario avvicinarsi al mistero con il cuore in alto. Noi rispondiamo con tanta tranquillità e ovvietà: «Sono rivolti al Signore». È una risposta che non sempre corrisponde alla realtà. E sappiamo contare le stelle? La nostra vita è segnata da tanti numeri e codici e dobbiamo fare sempre dei conti. Cosa contiamo? Molti nostri contemporanei non sanno contare altro che il denaro. Il contare le stelle dice stupore, innocenza e semplicità, fantasia e bellezza, ampiezza di orizzonte, grandezza di cuore, speranza e gioia, senso ludico e poetico della vita.

Dio si compromette
La fiducia di Dio nell’uomo suscita la fiducia dell’uomo in Dio e in se stesso. La promessa di Dio all’uomo gli infonde gioia e gratitudine, coraggio e ottimismo, e lo spinge a donarsi con generosità agli altri. Così vediamo Abramo che abbandona tutto e parte secondo le indicazioni di Dio, innalza un altare in ringraziamento a Dio, tratta con generosità Lot, accoglie con amore gli ospiti, riceve il dono inatteso del figlio Isacco ed è pronto ad offrirlo in sacrificio, pur con immenso dolore. La promessa di Dio ha fatto grandi cose nel padre del popolo d’Israele.
C’è ancora di più. Dio non solo promette dei beni, ma si compromette personalmente, entra in una relazione più profonda, stabilisce legami di prossimità e di comunione, stringe un’alleanza con l’uomo. Egli dichiara: «Sarò il vostro Dio» (Gen 17,8). «Renderò grande il tuo nome e diventerai una benedizione» (Gen 12,1), promette ancora Dio ad Abramo. Ciò non significa che Dio, oltre ai beni materiali, garantisce gloria e fama al patriarca. Il nome di Abramo sarà reso grande e fonte di benedizione perché assunto da Dio stesso nel momento della sua autopresentazione. Dio ha voluto qualificarsi con il nome di Abramo, si è compiaciuto d’essere proclamato ed invocato «il Dio di Abramo» (Es 3,15). Qui sta la grandezza del nome di Abramo: è entrato a far parte del biglietto da visita di Dio. E qui sta soprattutto la grandezza di Dio, un Dio che non si vergogna di legarsi al nome, al volto, alla vita e alla storia delle sue creature, un Dio che si fida, si compromette, pur conoscendo la fragilità umana. L’autore della lettera agli Ebrei dice bene: «Dio non disdegna di chiamarsi loro Dio: ha preparato infatti per loro una città» (Eb 11,16).

Maria Ko Ha Fomg fma
Biblista
Via Cremolino, 141 – 00166 Roma

ELIA Eb ELIYAHU (“Mio Dio è Yahweh”)

http://www.parrocchie.it/calenzano/santamariadellegrazie/PROFETelia.htm

ELIA Eb ELIYAHU (“Mio Dio è Yahweh”)

(1Re, prima lettua di questi giorni)

Primo grande profeta del regno di Israele del Nord, Elia si conquistò la fama di uno che appariva e scompariva in un lampo, come se lo spirito di Dio lo portasse in un posto e poi lo rapisse. Il narratore del primo libro dei Re di certo alimenta questa fama, introduce mio il profeta senza dire una parola sul suo passato.
In un momento in cui Baal, il dio cananeo della tempesta, della pioggia e della fertilità, stava conquistando fedeli nel regno, Elia irruppe sulla scena con l’impetuosa e fiduciosa affermazione che il Dio di Israele aveva il controllo assoluto sul potere creativo della natura.
Elia annunciò al re Acab: « Per la vita del Signore, Dio di Israele, in questi anni non vi sarà né rugiada né pioggia, se non quando lo dirò io » (1 Re 17,1). Il drammatico messaggio era chiaro. Se la parola di un solo profeta di Yahweh poteva prevalere su tutte le invocazioni a Baal perchè desse fertilità e acqua, era allora evidente che Baal non era un dio degno di essere riverito con un culto o con timore.

UNA FAMA CONQUISTATA CON I FATTI
Il racconto biblico della missione di Elia copre una quindicina di anni, tra l’865 e l’850 a.C.
Le storie delle gesta coraggiose del profeta furono tramandate a voce di generazione in generazione per circa 300anni, fino a quando vennero inserite nel primo e nel secondo libro dei Re, originariamente un unico libro completato intorno al 550, un decennio dopo l’ultimo avvenimento in esso descritto.
A differenza dei racconti riguardanti i profeti posteriori – di solito ricchi di insegnamenti verbali – la Bibbia sottolinea, le azioni piuttosto che le parole di Elia. Pertanto il suo ministero e pieno di conflitti e di fatti prodigiosi.
Elia e il suo discepolo e successore Eliseo sono i più grandi operatori di miracoli che appaiano nelle Scritture tra Mosè e Gesù.
Elia era nato forse nel primo decennio del 900 a.C. ed era vissuto a Tisbe, un villaggio lontanissimo dal centro della vita israelita e così sconosciuto che non è ricordato in nessun altro passo della Bibbia. Tisbe si trova in Galaad, un’aspra regione a est del Giordano, ai confini del grande deserto d’Arabia. Scarsamente influenzati dallo stile di vita più evoluto e quasi lussuoso delle regioni centrali di Canaan, gli abitanti di Galaad tendevano a conservare le antiche, rigide tradizioni di Israele nate negli anni di nomadismo trascorsi nel deserto. Adoravano solo Yahweh e disprezzavano i culti di fertilità e le molte divinità cananee.
Durante gli anni giovanili di Elia, il regno del Nord attraversava un periodo di disordine politico, impegnato anche in una guerra distruttiva con il regno meridionale di Giuda. La pace e la stabilità arrivarono finalmente per Israele quando Omri salì al trono nell’anno 876 a.C. e negoziò un accordo di collaborazione con Giuda. Poiché il territorio di Omri includeva una numerosa popolazione cananea, egli strinse alleanza con la cananea Fenicia, siglandola con il matrimonio tra suo figlio Acab e la principessa fenicia Gezabele, figlia di Et-Baal, re di Sidone. Ora che il commercio poteva svolgersi tranquillamente tra nord e sud, il regno di Israele entrò in un periodo di prosperità quale non conosceva più da oltre un secolo, cioè dai tempi di Salomone.
Sebbene Omri fosse, almeno formalmente, adoratore di Yahweh, non rifiutò altre divinità, accettando e addirittura proteggendo il culto di Baal. In seguito suo figlio avrebbe eretto un importante tempio a Baal nella nuova capitale di Samaria, forse rivale dei santuari di Yahweh che si trovavano a Betel e Dan. Sembrava che Omri e suo figlio volessero mettere sullo stesso piano il culto di Yahweh e quello di Baal. Per persone come Elia, che erano cresciute nel rigido monoteismo di Israele, quella situazione era intollerabile.

LA NEFASTA INFLUENZA DI GEZABELE
Acab succedette a Omri nell’869, quando Elia doveva avere circa 30 anni. Se Elia avesse già intrapreso la sua missione di uomo di Dio, forse come membro di un gruppo profetico, non si sa. La crisi religiosa di Israele si aggravò quando Gezabele, sposa di Acab, fece sentire la sua presenza. Era stata educata al culto fenicio di Baal e della dea Asera e il suo attaccamento al culto di Baal appariva forte almeno quanto la devozione di Elia per Yahweh. Non solo manteneva a corte centinaia di profeti di Baal e di Asera, ma si adoperava anche per sopprimere il culto rivale di Yahweh, soffocando l’influenza dei suoi profeti, obbligando molti di essi a nascondersi e facendone giustiziare altri. Questa era la situazione quando Elia comparve improvvisamente a corte per lanciare la sua profezia di distruzione, condannando l’economia agricola di Israele ad anni di penuria. Poi, così com’era venuto, scomparve.
Acah credette alle parole del profeta quel tanto da ritenerlo responsabile della sopraggiunta carestia e da farlo oggetto di una sorta di caccia all’uomo. Ma Dio fece nascondere Elia presso il torrente Cherit (di cui si ignora l’esatta ubicazione), a est del Giordano, fuori dalla portata di Acab. Poiché il profeta era solo e privo di qualsiasi mezzo di sostentamento, Dio miracolosamente provvide alle sue necessità. «I corvi gli portavano pane al mattino e carne alla sera» (1 Re 17,6), mentre il ruscello gli forniva acqua: proprio come, ai tempi di Mosè, Dio aveva provveduto cibo e acqua a Israele nel deserto.
Il ruscello fu anche il parametro della crescente durezza della siccità. Quando si prosciugò, Elia fu mandato a nord, nella città di Zarepta di Sidone, patria di Gezabele, una regione ritenuta fedele a Baal. Lì Elia trovò una vedova cananea che raccoglieva legna alle porte della città e le chiese di portargli pane e acqua. La donna e suo figlio erano stati duramente colpiti dalla siccità. Baal non aveva potuto proteggere nemmeno il suo territorio contro il potere di Yahweh. Ella aveva solo olio e farina sufficienti per cuocere qualche focaccia per loro; finiti anche quelli, disse rassegnata, sarebbero morti di fame. Allora il profeta insistette che prima gli portasse qualcosa da mangiare e che avesse fiducia, perché il Dio di Israele avrebbe provveduto al loro sostentamento. La donna obbedì e, com’è noto, per tutto il tempo della carestia, «la farina della giara non venne meno e l’orcio dell’olio non venne meno» (1 Re 17,16).
In seguito, però, il potere del Dio dispensatore di vita sembrò affievolirsi e il figlio della vedova si ammalò «tanto gravemente che cessò di respirare» (1 Re 17,17). Sia la vedova sia il profeta si resero conto che ciò veniva da Dio. Ma quando Elia «si distese tre volte sul bambino e invocò il Signore», l’onnipotenza di Dio fu manifestata di nuovo e «l’anima del bambino tornò nel suo corpo e quegli riprese a vivere» (1 Re 17,21-22).
Nel terzo anno di siccità, Dio mandò di nuovo Elia nel territorio di Israele a sfidare Acab.
Acab lo apostrofò: «Sei tu la rovina di Israele!» (1 Re 18,17). Elia rispose che invece era il re la rovina di Israele per la sua politica a favore di Baal e propose una sfida: che mandasse i 450 profeti di Baal e i 400 profeti di Asera a incontrarlo sul monte Carmelo. Quel promontorio affacciato sul Mediterraneo era certamente il sito di un altare di Baal fin dai tempi antichi.
Tuttavia durante i primi anni della monarchia, quando l’intero territorio era saldamente controllato da Israele, vi era stato eretto anche un altare dedicato al culto di Yahweh. Ora quell’altare era abbandonato e andava in rovina, simbolo della situazione religiosa di Israele. La sfida di Elia fu accettata: una moltitudine si raccolse sulla montagna per vedere gli 850 profeti cananei e il re davanti al grandioso altare di Baal, da una parte, e un unico profeta di Yahweh e un altare in rovina, dall’altra.

SUPPLICHE INASCOLTATE
Elia condannò solennemente la politica di Acab, che tentava un accomodamento tra Yahweh e Baal. Bisognava scegliere: «Fino a quando zoppicherete da entrambi i piedi? Se il Signore è Dio, seguitelo! Se invece lo è Baal, seguite lui!» (1 Re 18,21). Il popolo taceva, incerto. Per arrivare a una conclusione, Elia propose che le due parti preparassero sacrifici senza però bruciarli. Ogni gruppo avrebbe pregato, «e la divinità che risponderà concedendo il fuoco è Dio» (1 Re 18,24).
I riti cominciarono al mattino con un’invocazione a Baal. Muovendosi insieme, centinaia di profeti eseguirono una danza rituale, piegando le ginocchia e saltando da un piede all’altro, in una sorta di parodia delle credenze zoppicanti che Elia aveva imputato a Israele. Le loro suppliche a Baal rimasero inascoltate. Quando il sole caldo raggiunse il mezzogiorno, Elia non patè trattenersi dall’ironizzare: forse Baal era distratto o indaffarato o in viaggio, oppure dormiva; perciò dovevano gridare più forte. Di fronte al monarca indispettito e al popolo che spiava attentamente, i profeti divennero più frenetici e si fecero incisioni sul corpo fino a coprirsi tutti di sangue. Ma «non si sentiva alcuna voce ne una risposta ne un segno di attenzione» (1 Re 18,29).
Quando arrivò l’ora del sacrificio pomeridiano, la folla volse lo sguardo dal gruppo sanguinante e impolverato dei falliti profeti di Baal verso Elia, che cominciò a riparare con calma l’altare diroccato di Yahweh. Egli usò 12 pietre come simbolo del popolo riunito delle 12 tribù e così l’altare diventò un simbolo della vera identità di Israele. Poi preparò nel dovuto modo la legna e un giovenco sacrificale e stranamente scavò un canale profondo attorno all’altare. Infine chiese quattro giare di acqua e, invece di usarle per riti di purificazione come alcuni si sarebbero aspettati, ordinò di versarle sul sacrificio e sulla legna. Per altre due volte le giare furono riempite e vuotate finché il canale fu riempito e l’altare fu inzuppato.
Quando giunse il momento adatto, Elia si accostò da solo all’altare e si rivolse a Yahweh: «Signore, Dio di Abramo, di Isacco e di Giacobbe [...] rispondimi e questo popolo sappia che tu sei il Signore Dio e che converti il loro cuore!» (1 Re 18,36-37). Appena ebbe parlato, le fiamme consumarono ogni cosa: sacrifìcio, legna, pietre e persino l’acqua. La richiesta di Elia era stata esaudita, non dal popolo ma da Dio stesso. Immediatamente Elia incitò la folla a catturare i profeti di Baal, che, come nemici sconfitti in una guerra santa, furono condannati tutti a morte in rigida osservanza della Legge israelita contro l’apostasia: «Colui che offre un sacrificio agli dei, oltre al solo Signore, sarà votato allo sterminio» (Es 22,19).

TRIONFO SENZA RICOMPENSA
Elia aveva dimostrato l’impotenza di Baal come donatore della pioggia o del fuoco e aveva fatto vedere che solo Yahweh manda il fuoco. Ora il profeta doveva dimostrare che Yahweh era anche l’apportatore della pioggia e della fertilità. Coraggiosamente Elia annunciò ad Acab che sentiva «un rumore di pioggia torrenziale» (1 Re 18,41); poi salì sulla cima del monte Carmelo e si umiliò davanti a Dio, inchinandosi con la faccia tra le ginocchia. Per sette volte pregò e ogni volta chiese al suo servo di guardare il cielo verso ovest sopra il mare. Solo dopo la settima preghiera il servo gli riferì: «Ecco una nuvoletta come una mano d’uomo» (1 Re 18,44). Elia mandò a dire al sovrano di partire con il suo carro immediatamente, prima che la pioggia trasformasse il terreno in una distesa di fango impraticabile. Poi però, forse non volendo lasciare che l’ostile monarca annunciasse i lieti eventi sul monte Carmelo, il profeta corse per quasi 20 miglia fino alle porte di Izreel, la capitale del regno del Nord, arrivandovi prima del re.
Ci si sarebbe aspettati che, dopo la sfida del monte Carmelo, tutto Israele sarebbe tornato immediatamente alla fede e al culto di Yahweh. Ma in realtà le cose non andarono così.
Quando la regina Gezabele seppe della strage dei profeti da lei protetti, non solo non abbandonò la sua fede in Baal, ma giurò anche di far uccidere Elia quanto prima. Il vittorioso ma esausto profeta ora doveva correre di nuovo, e questa volta per salvarsi la vita e non per godersi la vittoria. Non sappiamo come riuscì a fuggire dalla città di Izreel; forse approfittò del temporale improvviso. Elia si diresse verso sud, fuori dalla portata della furiosa Gezabele, attraversando Giuda fino a Bersabea, dove lasciò il servo e si addentrò da solo nel deserto del Sinai. Poiché il suo sogno di trasformare il popolo e di ripristinarne la fede in Yahweh sembra-a infranto dal potere di Gezabele, nel fuggitivo la disperazione prevalse sulla fede.
Il profeta, scoraggiato, si sedette esausto sotto un solitario arbusto nel deserto. In quel momento un angelo del Signore lo toccò e gli diede acqua e pane cotto sulle pietre roventi del deserto. Elia mangiò e bevve, ma poi cadde ancora nello sconforto. Di nuovo l’angelo si presentò e lo nutrì, e questa volta gli disse anche di dirigersi più a sud. Rinvigorito dal cibo offertogli dal messaggero celeste, Elia camminò per 40 giorni «fino al monte di Dio, l’Oreb» (1 Re 19,8), conosciuto anche con il nome di monte Sinai. Era come se il profeta avesse ripercorso i 40 anni di Israele nel deserto e fosse tornato nel posto della prima rivelazione di Dio sulla sacra montagna dell’alleanza. Lì Elia si riposò in una caverna che ricordava la fenditura della roccia dove Mosè si era nascosto mentre Dio gli passava accanto e gli rivelava la sua gloria.
Anche dopo l’incontro con l’angelo, Elia era comunque in preda alla disperazione, accecato dall’autocommiserazione. Tuttavia prima che il profeta potesse riaversi, strani fatti cominciarono a verificarsi fuori della caverna. Come un tempo Dio era apparso al popolo di Israele sul Sinai nel fuoco, nel fumo, nel tuono e nel fulmine, anche ora la natura sottolineava l’epifania divina. Ma questa volta, in qualche modo, Elia avvertì una differenza. Un vento impetuoso, tanto forte da spaccare le rocce, investì la montagna, ma Elia seppe che Dio non era nel vento. Poi ci fu un terremoto e poi un fuoco ardente, ma Elia ancora riconobbe che il Signore non era in nessuno dei due fenomeni. Questi erano i segni tradizionali della teofania, o manifestazione divina, segni attribuiti anche a Baal. Certo, Yahweh avrebbe potuto facilmente manifestarli, ma non avrebbe mai potuto essere identificato con essi, come avveniva per gli dei pagani.
Quando il fuoco scomparve, Elia sentì un mormorio nel silenzio, come «di un vento leggero» (1 Re 19,12) e qualcosa dentro di lui gli disse che in quel suono di soave leggerezza era la vera voce di Dio. Non poteva più rimanere seduto, consumato dalla propria tristezza, così si coprì il volto con il mantello e uscì dalla caverna per incontrare il Signore. Allora la voce si rivolse decisamente a Elia: «Che fai qui, Elia?». Il profeta cominciò subito a difendersi, parlando del suo zelo per il Signore e dell’apostasia degli altri. «Gli Israeliti hanno abbandonato la tua alleanza, hanno demolito i tuoi altari, hanno ucciso di spada i tuoi profeti. Sono rimasto solo ed essi tentano di togliermi la vita» (1 Re 19,13-14). Elia si era impegnato così a lungo nella lotta per la sua fede che era arrivato a pensarla come inseparabilmente legata alle sue vittorie o sconfitte personali.

UNA NUOVA MISSIONE PER ELIA
L’insolita epifania di Dio sulla montagna aveva però indicato una nuova direzione. Il fatto che Dio non fosse nelle potenti manifestazioni della forza della natura come quelle che erano attribuite a Baal, ma era invece presente in un mormorio appena percepibile nel silenzio, indicava che Yahweh si trovava su un piano totalmente diverso da quello della divinità cananea. Non poteva esserci vera competizione tra Baal, che non era nient’altro che una personificazione di quelle forze naturali, e il vero e misterioso Dio di Israele, che conteneva e superava ogni potere naturale. Contrariamente a ciò che immaginava Elia, la sopravvivenza di Dio non dipendeva solo da lui, semplice uomo, e la sua disperazione non era giustificata.
Dio, però, non respinse il suo profeta e gli affidò un’altra missione, concedendogli così di constatare che il piano divino andava oltre la sconfitta di Baal. Dio lo mandò a ungere nuovi re, per la Siria e per Israele, in modo che le fila del potere politico non rimanessero nelle mani di Acah, di Gezabele e della loro razza. Elia doveva anche ungere un nuovo profeta, Eliseo, che in futuro avrebbe preso il suo posto; nessuno era indispensabile. Questi nuovi personaggi avrebbero portato avanti il disegno di Dio con la punizione dell’apostasia che tanto aveva angustiato Elia. Il momento di ungere i nuovi sovrani di Israele e di Siria non era ancora venuto e, in attesa che ciò accadesse, Elia si dispose ad assolvere immediatamente la terza parte della sua missione. Si diresse verso la valle del Giordano fino alla città di Abel-Mecola, dove trovò Eliseo che arava un campo.
Quando il profeta «gli gettò addosso il mantello» (1 Re 19,19), Eliseo andò a prendere congedo dai suoi genitori e diventò il nuovo servitore e l’apprendista di Elia.
Proprio in quel periodo, Acab appariva al culmine della sua carriera; affrontava le sfide militari della Siria, riconquistava città perdute da tempo, stabiliva vantaggiosi accordi commerciali. Questi successi, però, accrebbero la sua brama di potere e, con l’aiuto di Gezabele, confiscò le proprietà di un vicino chiamato Nabot, dopo averlo fatto giustiziare con false accuse di bestemmia e di tradimento. Quando Acab prese possesso della sua nuova proprietà, Elia si presentò davanti a lui: «Mi hai dunque colto in fallo, o mio nemico!» (1 Re 21,20), esclamò Acab, sospettando quello che sarebbe accaduto. Il profeta non gli avrebbe risparmiato l’accusa di omicidio premeditato e, inoltre, gli predisse la completa distruzione della sua dinastia e la vergognosa morte di Gezabele.
Il fuoco delle parole di Elia era talmente intenso che sciolse perfino il cuore di pietra di Acab. Si stracciò le vesti, si vestì di sacco e iniziò un digiuno. Per questo apparente cambiamento di condotta la distruzione della casa reale fu per il momento rinviata; tuttavia, gli effetti delle sue trasgressioni e di quelle della moglie Gezabele sarebbero stati inevitabili. Non molto tempo dopo questi avvenimenti, Acab fu gravemente ferito in battaglia, a Ramot di Galaad, e non riuscì a sopravvivere; gli succedette il figlio Acazia.

L’ULTIMA PREDIZIONE
L’ultimo contatto indiretto di Elia con un re di Israele ci fu dopo che Acazia era rimasto ferito in seguito a una caduta. Il sovrano voleva sapere tramite un oracolo se sarebbe guarito e mandò messaggeri «a interrogare Baal-Zebub» (2 Re 1,2). Ma costoro incontrarono Elia, che li rimandò indietro con il conciso messaggio che il re sarebbe morto.
Quando i messaggeri riferirono l’accaduto e descrissero l’uomo che aveva parlato con loro, Acazia capi che si trattava di Elia e mandò 50 soldati ad arrestarlo. Ma il manipolo di armati non patè fare niente contro il profeta che invocò un fuoco dal cielo che li distrusse; la stessa fine toccò a un secondo gruppo di 50 soldati. Infine, Elia andò personalmente dall’empio re, riaccompagnando gli uomini del terzo drappello, e gli annunciò la condanna. Acazia morì senza figli e gli succedette suo fratello Ioram.
E’ultimo episodio della storia di Elia coinvolge anche la vicenda di Eliseo. Era venuto il tempo in cui Dio voleva «rapire in cielo in un turbine Elia» (.2 Re 2,1) e il vecchio profeta mise alla prova il coraggio del suo erede. Per tre volte Elia chiese a Eliseo di rimanere indietro, ma per tre volte Eliseo dichiarò che non avrebbe lasciato il suo maestro. Quando i due giunsero al Giordano, Elia separò le acque, percuotendole con il suo mantello arrotolato, e cosi poterono attraversare il fiume all’asciutto, proprio come avevano fatto tanto tempo prima gli Israeliti guidati da Giosuè.
Il momento dell’addio era ormai vicino ed Elia offrì a Eliseo un ultimo dono. Eliseo chiese solo di essere considerato come figlio maggiore e di ricevere «due terzi del tuo spirito» (2 Re 2,9). Mentre camminavano conversando, furono improvvisamente separati da un carro e da cavalli di fuoco che rapirono Elia verso il cielo. Elia era scomparso, lasciando cadere il mantello che il discepolo raccolse: era il segno che aveva ereditato la sacra missione di Elia.
Elia, un uomo che non era morto, catturò la fantasia e le speranze profetiche delle generazioni successive. Le profezie di Malachia, nel V secolo a.C., concludono l’Antico Testamento dicendo che Dio manderà Elia a salvare il suo popolo «prima che giunga il giorno grande e terribile del Signore» (Ml 3,23)- Nel Siracide, Gesù ben Sira osserva che Elia è destinato a «ristabilire le tribù di Giacobbe» (Sir 48, 10). Nel Nuovo Testamento, sia Giovanni Battista sia Gesù vengono associati ad Elia. Di Giovanni è detto che avrebbe operato «con lo spirito e la forza di Elia» (Lc 1,17) ed egli indossava perfino la tunica caratteristica di Elia, intessuta di peli di cammello e stretta in vita da una cintura di cuoio. I Vangeli, inoltre, riferiscono che alcuni pensavano che Gesù fosse il profeta Elia, richiamato in vita sulla terra.

UNA SPERANZA IMPOSSIBILE? – LA VISIONE DELLE OSSA ARIDE: EZECHIELE 36

http://www.abbaziaborzone.it/index.php/2011/04/27/la-visione-delle-ossa-aride/

UNA SPERANZA IMPOSSIBILE?

LA VISIONE DELLE OSSA ARIDE: EZECHIELE 37

di p. Attilio Franco Fabris

Messaggio centrale

Durante l’esilio di Babilonia il popolo di Israele vive l’esperienza angosciosa della disperazione e del proprio fallimento. E’ un’esperienza di “morte” che conduce ad un “vuoto di speranza”, ad una rassegnazione che allontana dal Dio della Promessa. Il profeta Ezechiele è inviato ad annunciare una “buona notizia” umanamente impossibile: Dio può suscitare vita e futuro dove l’uomo non sperimenta che disperazione e morte.
Nel 597, dopo una ribellione del re di Giuda Ioakim, l’esercito di Babilonia marciò su Gerusalemme e assediò la città. Questa dovette arrendersi. Il re di Giuda venne fatto prigioniero e deportato a Babilonia con parte delle classi dominanti, dell’esercito e degli artigiani. Tra questi deportati c’era pure Ezechiele, che attorno al 593 in esilio venne chiamato alla profezia. Sedecia, l’ultimo re di Giuda (597-586), dopo alcuni anni di tregua tentò nuovamente di conquistare l’indipendenza. Non si voleva assolutamente credere alla fine del regno di Giuda. Geremia ed Ezechiele combatterono questa speranza, ma le loro parole restarono senza un’eco sensibile. Il sogno di una restaurazione politica e di un avvenire di salvezza si infranse improvvisamente quando le truppe babilonesi occuparono il territorio di Giuda e assediarono la città. La città venne affamata e cadde nell’estate del 586. Con la caduta di Gerusalemme erano crollate definitivamente anche le attese di salvezza degli esiliati del 597. Rassegnazione e disperazione dilagarono. Si diffuse una crisi di fede: Dio aveva ripudiato il suo popolo? Valeva ancora la spesa sperare o era meglio rassegnarsi alla fine? È in questo contesto di “di-sperazione” che Ezechiele è raggiunto dalla profezia narrata nel cap. 37.
La mano del Signore fu sopra di me e il Signore mi portò fuori in spirito e mi depose nella pianura che era piena di ossa; mi fece passare tutt’intorno accanto ad esse. Vidi che erano in grandissima quantità sulla distesa della valle e tutte inaridite.
La pianura piena di ossa è una metafora, che si riferisce alla situazione storica concreta alla quale il profeta è mandato: è la realtà dell’esilio di Babilonia. La cosa risulta chiara dalla seguente affermazione: «Le nostre ossa sono inaridite, la nostra speranza è svanita, noi siamo perduti», qui viene detto esplicitamente che cosa sono le ossa dei morti, esse rappresentano la fine irrevocabile di Israele! Prende voce la consapevolezza degli esuli di essere ormai in una situazione senza via di uscita. Si insinua in essi una piatta rassegnazione, un terribile vuoto di speranza segno di morte. Essi continuano a vivere sì fisicamente, ma non vale più per essi il «dum spiro spero», «fin che c’è vita c’è speranza». Una possibilità di speranza appare impossibile. Ma sarà proprio una speranza “impossibile” l’oggetto della profezia di Ezechiele.
Mi disse: «Figlio dell’uomo, potranno queste ossa rivivere?». Io risposi: «Signore Dio, tu lo sai». Egli mi replicò: «Profetizza su queste ossa e annunzia loro: Ossa inaridite, udite la parola del Signore. Dice il Signore Dio a queste ossa: Ecco, io faccio entrare in voi lo spirito e rivivrete. Metterò su di voi i nervi e farò crescere su di voi la carne, su di voi stenderò la pelle e infonderò in voi lo spirito e rivivrete: Saprete che io sono il Signore».
Il profeta si vede interrogato da Dio stesso circa la situazione degli esiliati: la loro prospettiva di disperazione e di morte è l’unica? Effettivamente secondo i criteri umani di giudizio la realtà appare già decisa (cfr v.11). Tuttavia Ezechiele non ha il coraggio di esprimere una decisione definitiva. Egli conosce l’impotenza umana, ma sa anche che essa non esaurisce le possibilità sul versante di Dio. Egli saggiamente affida la risposta alla potenza del Signore: «Signore Dio, tu lo sai» (v. 3). E’ una risposta che riconosce sì l’impotenza umana ma nello stesso tempo riconosce l’onnipotenza divina: in essa prendono voce a un tempo la rassegnazione umana e l’apertura a Dio. Ezechiele non decide sul futuro degli esiliati che credono di non avere più futuro ma lo mette nelle mani di Dio.
Alla risposta di Ezechiele risponde ancora Dio stesso – e come potrebbe essere altrimenti? Lo fa mediante la visione che renderà il profeta atto ad annunciare in maniera credibile e sicura una speranza impossibile (vv. 12-14).
Io profetizzai come mi era stato ordinato; mentre io profetizzavo, sentii un rumore e vidi un movimento fra le ossa, che si accostavano l’uno all’altro, ciascuno al suo corrispondente. Guardai ed ecco sopra di esse i nervi, la carne cresceva e la pelle le ricopriva, ma non c’era spirito in loro.
Egli aggiunse: «Profetizza allo spirito, profetizza figlio dell’uomo e annunzia allo spirito: Dice il Signore Dio: Spirito, vieni dai quattro venti e soffia su questi morti, perché rivivano».
Io profetizzai come mi aveva comandato e lo spirito entrò in essi e ritornarono in vita e si alzarono in piedi; erano un esercito grande, sterminato.
Riscontriamo in questo passo importanti paralleli col racconto della creazione (Gn 2). Anche lì la creazione dell’uomo avviene in due fasi. Come il respiro di Dio, il suo soffio vitale, fa dell’uomo-Adamo ancora forma inerte di terra plasmata un essere vivente (cfr Gn 2,7), così anche in Ezechiele: “ma non c’era spirito in loro…lo spirito entrò in essi e ritornarono in vita e si alzarono in piedi” (vv.8-10). Al Dio che all’origine ha infuso la vita al non vivente è possibile anche una nuova creazione: ciò che egli ha fatto all’origine può ripeterlo ora!
Mi disse: «Figlio dell’uomo, queste ossa sono tutta la gente d’Israele. Ecco, essi vanno dicendo: Le nostre ossa sono inaridite, la nostra speranza è svanita, noi siamo perduti. Perciò profetizza e annunzia loro: Dice il Signore Dio: Ecco, io apro i vostri sepolcri, vi risuscito dalle vostre tombe, o popolo mio, e vi riconduco nel paese d’Israele. Riconoscerete che io sono il Signore, quando aprirò le vostre tombe e vi risusciterò dai vostri sepolcri, o popolo mio. Farò entrare in voi il mio spirito e rivivrete; vi farò riposare nel vostro paese; saprete che io sono il Signore. L’ho detto e lo farò». Oracolo del Signore Dio.
Ma vi è un aspetto importante da prendere in considerazione. Al v. 14 si dice: “Farò entrare in voi il mio spirito e rivivrete”. In queste parole lo spirito inviato viene chiamato espressamente «il mio spirito». Ora lo “spirito di Dio” a cui qui si fa riferimento non si identifica con il soffio vitale dato a tutto ciò che vive sulla faccia della terra: animali e piante. E’ un dono più alto, ovvero quello dello “Spirito-soffio vitale” stesso di Dio che rende l’uomo partecipe della sua stessa vita divina. Questo dono straordinario crea un uomo nuovo capace di accogliere finalmente il dono dell’Alleanza con Dio rimanendovi fedele, e questo proprio in virtù della presenza dello “Spirito di Dio” che dimora in lui (cfr Rm 7,6; 8,2).
Dio per bocca di Ezechiele non preannuncia dunque unicamente una rianimazione esterna del suo popolo, ma mediante l’effusione del “suo spirito”, JHWH vuole operare soprattutto un cambiamento profondo e interiore. Senza questo cambiamento, il popolo presto o tardi ricadrebbe nel peccato, e si ripeterebbe l’esperienza della perdizione che lo ha condotto all’esilio.
Viene fatto anche accenno alla presenza di sepolcri: “Ecco, io apro i vostri sepolcri, vi risuscito dalle vostre tombe, o popolo mio, e vi riconduco nel paese d’Israele”. Questa nuova immagine esprime quanto ampia e definitiva sarà l’azione di Dio: essa spezzerà anche la prigionia del sepolcro, luogo emblematico che esprime la definitività della morte, e risveglierà a nuova vita anche quelli che sono irrimediabilmente “perduti” (cfr. v. 11).
Ma quale la ragione di questo straordinario intervento divino? La ragione è che Israele deve imparare a “conoscere” il suo Dio: “Riconoscerete che io sono il Signore”. Il Signore si dimostrerà fedele e la sua azione salvifica sarà la sua stessa manifestazione: Israele conoscerà chi è veramente il suo Dio! Israele non ha certamente meritato né di rivivere in una seconda creazione né di essere interiormente trasformato e abilitato dal dono dello stesso “Spirito di Dio” ad essere il popolo dell’Alleanza. Tutto è dono di Dio che solo rimane fedele a se stesso, e che per la propria gloria e per amore del suo popolo agirà restituendo speranza e vita.
La visione termina con la più assoluta garanzia che ciò che è stato annunciato avverrà: «Io sono il Signore: l’ho detto e lo farò». Dio offre come garanzia unicamente la sua Parola che non mente.
Nella visione di Ezechiele il Signore appare come colui che può infrangere le catene della morte, come un Dio a cui nulla è impossibile.
Nella morte e resurrezione di Cristo Gesù la promessa ha trovato il suo compimento inatteso e definitivo. Dal sepolcro sigillato del venerdì santo è rifiorita la speranza e la vita. Dopo la risurrezione di Gesù non c’è più alcun capolinea dell’attesa umana della vita. La passione, la morte e la resurrezione di Gesù mostrano che il fallimento non è ancora la fine. Dio è potente; egli è in grado di suscitare vita dove l’uomo non vede che morte.
Per noi che ascoltiamo, alla luce del mistero della morte e resurrezione di Gesù di Nazaret, si prospetta una domanda: c’è allora un vuoto umano di speranza che non possa sentirsi espresso nell’immagine delle ossa dei morti di Ezechiele? Sui nostri campi di morte non giacciono infatti soltanto le speranze, i desideri, le attese e le promesse degli esiliati a Babilonia ma anche tutte le nostre. Ogni nostro vuoto di speranza, ogni nostra rassegnazione e disperazione trovano qui la loro immagine, e possono legittimamente riferirsi ad essa. Il messaggio di Ezechiele parla anche al nostro tempo così bisognoso di speranza!

Per la riflessione
La nostra epoca fa sì che spesso sperimentiamo“vuoti di speranza” nei quali tutto sembra perduto, dove tutto sembra non aver più significato e futuro. In queste situazioni la profezia di Ezechiele, alla luce del mistero pasquale, si fa riudire in tutta la sua potenza capace di riaprire nel nostro cuore le porte ad una speranza impossibile.
In quale misura la speranza è virtù ancora tipicamente cristiana? Possiamo affermare di testimoniarla avendo fatta nostra, mediante l’ascolto della Parola, la Buona Notizia della Morte e Resurrezione del Signore Gesù?

Preghiera conclusiva
Signore, tu sei la mia vita,
senza di te il vivere non è vivere.
Con te, Signore, oltre le cose,
noi vediamo la vita,
anzi, la sorgente della vita.
Tu sarai la nostra vita anche nella morte;
con te la vita è già in noi per sempre:
tu sei per noi sorgente
che zampilla nella vita eterna.
Signore, tu sei la mia verità,
sei la verità dell’uomo.
Tu, o Padre del Cristo,
ti sei fatto la mia verità
e nello Spirito, ogni giorno,
sei verità in me.
Se tu vieni meno, se tu ti allontani,
io non sono neppure uomo,
sono come un relitto,
come un naufrago che cerca salvezza e non la trova,
un naufrago vicino alla morte.
Signore, la tua grazia,
la tua verità,
la tua luce mi fanno uomo,
e sono la mia grazia,
la mia verità e la mia luce.

(Card. C.M. Martini)

I CANTI DEL SERVO DI JAHVÈ I – II

http://www.cistercensi.info/monari/1994/m19940319b.htm

(ci sono delle lettere che vengono male nella copia, scusate, oggi ho molto lavoro e non ho tempo di correggerli)

Diocesi Reggio Emilia-Guastalla Correggio – Monastero Suore Clarisse Cappuccine
Ritiro spirituale di Quaresima per giovani

I CANTI DEL SERVO DI JAHVÈ – I E II IL III NEL POST SOTTO

I -II – CANTO, IL III SEPARATAMENTE PERCHÉ È TUTTO LO STUDIO È MOLTO LUNGO

(DAL LIBRO DEL PROFETA ISAIA)

19 MARZO 1994

Celebrazione Eucaristica
Liturgia solennità di San Giuseppe
Referenti del presente Documento: Vittorio Ciani e Marcello Copelli

Premessa
Il tema di questo ritiro sono i canti del servo di Jahvè, cioè quattro canti che sono inseriti nel cosiddetto deutero-Isaia, dal capitolo 40 al 55 del libro del profeta Isaia.
Dentro a questo grande blocco ci sono quattro brani che in qualche modo emergono rispetto al contesto, e sono i quattro canti del servo di Jahvè.
Probabilmente anche questi sono opera del deutero-Isaia, però certamente con un messaggio, con delle prospettive particolari, in quanto tutte quattro queste poesie parlano di un personaggio misterioso, chiamato “il servo”, al quale viene affidata una missione importante e decisiva per la storia di Israele e per tutti gli uomini. Praticamente gli viene affidato il compito di fondare la religione autentica, l’atteggiamento corretto nei confronti di Dio e gli viene affidato l’incarico di rivelare la volontà di Dio.
Questo pone tutta una serie di problemi, per esempio l’identificazione di questo servo. A chi si riferiva l’autore? Le risposte degli esegeti sono diversissime, comunque tenete presente che per alcuni esegeti il servo è Israele stesso. Il popolo in esilio ha da Dio un compito, una vocazione di rinascita, di rigenerazione della vita religiosa, e questo compito fa di Israele il vero servo di Jahvè.
Per altri esegeti il servo è un personaggio simbolo o il deutero-Isaia stesso, o un profeta come Geremia, o un personaggio storico come Zorobabele.
Quello che a noi interessa principalmente è la fisionomia di questa figura, quale tipo di missione gli viene affidato.
Per certi aspetti il servo di Jahvè ha alcune caratteristiche regali: deve esercitare un potere che diventa anche universale; ma le sue caratteristiche sono principalmente profetiche perché deve- annunziare la parola di Dio, e per questo compito subisce derisione e persecuzione cioè paga l’annuncio della Parola di Dio con una serie di sofferenze che il servo accoglie in prospettiva positiva, come strumento di intercessione per i peccatori.
Il servo è uno che intercede, cioè cerca di ottenere la salvezza di tutto il popolo attraverso la sua preghiera, la sua persona e in particolare la sua sofferenza.
Proprio per questo motivo il servo di Jahvè assume delle caratteristiche che lo avvicinano a Gesù Cristo nel Nuovo Testamento, anzi Gesù e il Nuovo Testamento hanno interpretato la missione del Signore alla luce di questi canti, in particolare la passione di Gesù.
Si potrebbe rileggere la passione di Gesù e notare tutta una serie di riferimenti impliciti ai canti del servo, in particolare al quarto canto dove viene descritta la sofferenza del servo di Jahvè.
Proprio per questo motivo i quattro canti vengono usati nella liturgia della settimana santa, e forse per questo don Davide mi ha chiesto di commentarli. Allora li riprendiamo insieme, li rileggiamo e tentiamo di vedere quali sono le cose più preziose.

Primo Canto
Il primo canto è nel capitolo 42 di Isaia, ed è un oracolo di investitura del servo: possiamo immaginare l’investitura di un vassallo da parte del grande re.
Il re vuole costituire un vassallo primo ministro; naturalmente si fa un’assemblea con tutti i vassalli del regno e davanti a tutti i suoi sottomessi l’imperatore presenta la figura che lui ha scelto. E’ questo il contesto immaginario del nostro brano.
“Ecco il mio servo che io sostengo,
il mio eletto di cui mi compiaccio.
Ho posto il mio spirito su di lui;
egli porterà il diritto alle nazioni.
Non griderà né alzerà il tono,
non farà udire in piazza la sua voce,
non spezzerà una canna incrinata,
non spegnerà uno stoppino dalla fiamma smorta.
Proclamerà il diritto con fermezza;
non verrà meno e non si abbatterà, finché, non avrà stabilito il diritto sulla terra;
e per la sua dottrina saranno in attesa le isole.
Così dice il Signore Dio
che crea i cieli e li dispiega,
distende la terra con ciò che vi nasce,
dà il respiro alla gente che la abita
e l’alito a quanti camminano su di essa:
Io, il Signore, ti ho chiamato per la giustizia
e ti ho preso per mano;
ti ho formato e stabilito come alleanza del popolo
e luce delle nazioni,
perché, tu apra gli occhi ai ciechi
e faccia uscire dal carcere i prigionieri,
dalla reclusione coloro che abitano nelle tenebre”.

Come dicevo è la presentazione del servo: il re, Dio stesso, lo presenta davanti a un’assemblea, all’assemblea del popolo, delle nazioni, dei grandi della terra: “Ecco il mio servo che io sostengo”.
Mio servo intendetelo come una dignità conferita a quest’uomo.
È vero che in italiano ‘servo’ vuole dire subordinato, ma quando si parla del servo di un re si intende il primo ministro, cioè quello che il re pone al di sopra degli altri.
Nell’Antico Testamento “servo di Dio” è per esempio Mosè, o Giosuè, o i profeti, cioè tutte quelle persone che hanno ricevuto da Dio una missione e con questa missione hanno ricevuto una dignità, un potere.
Quindi “mio servo” intendetelo come un titolo di onore.
“Ecco il mio servo che io sostengo, il mio eletto di cui mi compiaccio”. “Mio eletto” vuole dire che Dio lo ha scelto in mezzo agli altri come unico, Dio dice a questo servo «tu sei per me unico» e non solo ma aggiunge «di te mi compiaccio» e vuole dire che Dio è contento della persona di questo servo, del compito che gli affida. In qualche modo il servo appare davanti a Dio come un sacrificio perfetto.
I sacrifici perfetti erano quelli che Dio guardava con piena benevolenza. Questo servo appare davanti a Dio come perfetto nella sua consacrazione, e Dio se ne compiace, Dio è contento di lui.
Questo compiacimento di Dio diventa l’affidamento di un incarico con equipaggiamento annesso: “Ho posto il mio spirito su di lui; egli porterà il diritto alle nazioni”.
L’incarico è “portare il diritto” dove per diritto intendete quello che noi chiamiamo oggi la religione, quindi vuole dire rivelare la volontà di Dio, il progetto di Dio ai popoli, perché questi si sottomettano a questa volontà. Quindi non è il diritto in senso giuridico stretto, ma è il diritto nel senso della volontà globale di salvezza di Dio.
In altre parole: il servo deve condurre tutte le nazioni all’obbedienza a Dio.
Naturalmente questo è un compito molto grande e che supera le energie umane del servo. Per quanto sia intelligente o abile, un compito di questo genere supera ogni possibilità, allora “ho posto il mio spirito su di lui”.
Questo vuole dire che si compie per il servo quello che era stato detto nel capitolo 11 di Isaia a proposito del Messia: “Un germoglio spunterà dal tronco di Iesse, un virgulto germoglierà dalle sue radici. Su di lui si poserà lo spirito del Signore, spirito di sapienza e di intelligenza, spirito di consiglio e di fortezza, spirito di conoscenza e di timore del Signore. Si compiacerà del timore del Signore. Non giudicherà secondo le apparenze e non prenderà decisioni per sentito dire; ma giudicherà con giustizia i miseri e prenderà decisioni eque per gli oppressi del paese”.
Il testo continua descrivendo l’attività di questo messia, di questo re, il quale stabilisce la giustizia, difende i poveri, decide le questioni non approssimativamente ma secondo una valutazione corretta.
Come può fare tutto questo? “Su di lui si poserà lo spirito del Signore”. Non solo è sceso lo Spirito, ma si è fermato, si è inserito nell’esistenza di questo servo tanto da riposarsi dentro di lui.
Allora questo spirito gli dona la sapienza e l’intelletto, cioè la capacità di conoscere oggettivamente le cose, come sono davanti a Dio.
Poi gli dona il consiglio e la fortezza cioè la capacità di scegliere, di decidere con coraggio. Dopo avere capito le cose sa prendere delle decisioni forti.
Poi gli dona lo spirito di conoscenza e del timore, cioè nello scegliere si lascia guidare non da interessi particolari, ma dalla volontà di Dio, dalla sottomissione al volere di Dio.
Quindi con lo Spirito quest’uomo è guidato, è orientato nei suoi pensieri e nei suoi desideri non dagli interessi privati, ma dalla rivelazione della volontà di Dio; ha assimilato il suo cuore al cuore di Dio.
“Ho posto il mio spirito su di lui; egli porterà il diritto alle nazioni”.
Questa è la missione. Poi si dice qualcosa sul metodo, sul come verrà svolta, come si realizzerà questa missione:
“Non griderà né alzerà il tono,
non farà udire in piazza la sua voce,
non spezzerà una canna incrinata,
non spegnerà uno stoppino dalla fiamma smorta.”
Vuole dire che il suo metodo di azione è un metodo discreto, umile, rispettoso, capace di valorizzare quello che di positivo trova, anche se piccolo.
L’immagine della canna incrinata e dello stoppino dalla fiamma smorta, sembrano essere la fotografia dell’Israele dell’esilio.
Quando Israele si trova in Babilonia è un popolo nel quale è venuta meno la voglia di vivere, un popolo avvilito, deluso. schiacciato, che non ha un grande gusto di andare avanti.
Il servo viene mandato a questo popolo.
Come lo tratta? Lo giudicherà e lo eliminerà proprio per i suoi difetti? Spezzerà la canna incrinata? Spegnerà lo stoppino dalla canna smorta?
Al contrario. Questo servo è rispettoso di tutto quello che di positivo, anche piccolo, esiste nel popolo del Signore e lo valorizza. Con il suo intervento invece di umiliare valorizza. Invece di schiacciare, da energia e speranza.
Proprio per questo si presenta come un servo mite, che non grida, che non alza il tono, né fa udire in piazza la sua voce.
Vuole dire allora che è debole? Che non ha la capacità di imporsi?
È mite, ma tutt’altro che debole.
È, in realtà, deciso, costante, ostinato nelle sue scelte, per cui dice:
“Proclamerà il diritto con fermezza;
non verrà meno e non si abbatterà, finché, non avrà stabilito il diritto sulla terra;
e per la sua dottrina saranno in attesa le isole.”
Quindi non si lascia abbattere da nessun ostacolo, non si lascia intimidire dalle minacce, ma una volta che si è proposto il suo compito (quello di stabilire la volontà di Dio) lo esegue senza deviare a destra o a sinistra.
Mite, ma perseverante. Si presenta come rispettoso ma anche deciso nell’esecuzione della volontà di Dio.
Questa presentazione viene completata da alcune parole che vengono rivolte direttamente al servo:
“Così dice il Signore Dio
che crea i cieli e li dispiega,
distende la terra con ciò che vi nasce,
dà il respiro alla gente che la abita”
Chi parla in questo modo è Dio, il creatore del mondo, che sta al di sopra di ogni cosa e la cui voce si afferma come invincibile. E’ quello che crea i cieli, che dispiega i cieli e la terra. L’universo intero è plasmato dalle sue mani, disposto dalla sua volontà.
È Lui che dà il respiro alla gente che vi la abita, quindi anche la vita ha la sua origine nella volontà di Dio.
Che cosa dice questo Signore dell’universo?
“Io, il Signore, ti ho chiamato per la giustizia
e ti ho preso per mano;
ti ho formato e stabilito come alleanza del popolo
e luce delle nazioni,
perché‚ tu apra gli occhi ai ciechi
e faccia uscire dal carcere i prigionieri,
dalla reclusione coloro che abitano nelle tenebre”
Richiama la missione che Lui stesso ha consegnato al servo: Io ti ho chiamato per la giustizia.
Questo compito è accompagnato dalla benevolenza di Dio: ti ho preso per mano, cioè il servo in tutta la sua opera è accompagnato dalla presenza premurosa e di difesa del Signore.
Inoltre ti ho formato e stabilito come alleanza del popolo. Formato e stabilito vogliono dire che il servo è proprio una creazione di Dio, che Dio si è fatta con le sue mani. Così come all’inizio del mondo Dio ha creato l’uomo plasmandolo con la creta, così il Signore ha plasmato il servo.
Plasmato significa che gli ha dato una forma che corrisponde alla sua volontà, tanto che il servo possa diventare uno strumento docile di Dio.
Siccome diventa uno strumento docile di Dio, il servo in qualche modo diventa onnipotente. Cioè riesce ad agire con la stessa potenza misericordiosa di Dio, tanto che apre gli occhi ai ciechi, tanto che libera i prigionieri, tanto che porta la luce a chi abita nelle tenebre.
Tutte queste cose l’uomo non è capace di farle, solo Dio è capace, ma questo servo è diventato uno strumento docile, perché Dio lo ha formato secondo la sua volontà, e quindi attraverso questo servo passa, come attraverso un vetro trasparente, l’azione di Dio che è potente e misericordioso, che è forte e salvatrice. Quindi il servo diventa strumento di Dio.
Questo è il primo canto del servo.
Quando rileggete queste parole provate a rivederle in riferimento al Nuovo Testamento.
“Ecco il mio servo che io sostengo, il mio eletto di cui mi compiaccio”, questo è il Battesimo di Gesù.
“Ho posto il mio spirito su di lui”, è successo questo all’inizio del ministero di Gesù.
“egli porterà il diritto alle nazioni”, questo è il compito che Gesù ha realizzato in tutta la sua vita.
Come lo ha realizzato? Con mitezza: “Non griderà né alzerà il tono, non farà udire in piazza la sua voce, non spezzerà una canna incrinata, non spegnerà uno stoppino dalla fiamma smorta”.
Non c’è dubbio che l’atteggiamento del Signore sia stato di mitezza, ma è stato altrettanto fermo e deciso tanto da non venire meno finché, non avrà stabilito il diritto sulla terra, quindi tanto che non si è ritirato di fronte a nessun ostacolo nemmeno davanti alla minaccia della morte.
“Io, il Signore, ti ho chiamato per la giustizia e ti ho preso per mano; ti ho formato e stabilito come alleanza del popolo e luce delle nazioni”, che Gesù sia luce delle nazioni questo era stato già detto da Simeone al momento della presentazione del Signore al tempio, ma lo si rivede in tutta la predicazione del Signore, in tutto quello che Gesù ha detto.
Che Gesù abbia riaperto gli occhi ai ciechi tutto il Nuovo Testamento lo dice.
Che “faccia uscire dal carcere i prigionieri, dalla reclusione coloro che abitano nelle tenebre” questo è tutto il significato della redenzione.
Quindi si può rileggere il canto in riferimento a Gesù.
Non vuole dire che il secondo Isaia abbia necessariamente pensato ad una figura messianica, però vuole dire che nel momento in cui Gesù è venuto per compiere la volontà del Padre, ha reso vere tutte le profezie, tutte le parole dell’Antico Testamento e le attese dei profeti.

Secondo Canto
Il secondo canto è al capitolo 49 del profeta Isaia.
Se il capitolo 42 era la presentazione del servo davanti ai vassalli del re, il capitolo 49 è una specie di racconto autobiografico: il servo racconta la sua esperienza, rilegge il passato:
“Ascoltatemi, o isole,
udite attentamente, nazioni lontane;
il Signore dal seno materno mi ha chiamato,
fino dal grembo di mia madre ha pronunziato il mio nome.
Ha reso la mia bocca come spada affilata,
mi ha nascosto all’ombra della sua mano,
mi ha reso freccia appuntita,
mi ha riposto nella sua faretra.
Mi ha detto: «Mio servo tu sei, Israele,
sul quale manifesterò la mia gloria».
Io ho risposto: «Invano ho faticato,
per nulla e invano ho consumato le mie forze.
Ma, certo, il mio diritto è presso il Signore,
la mia ricompensa presso il mio Dio».
Ora disse il Signore
che mi ha plasmato suo servo dal seno materno
per ricondurre a lui Giacobbe
e a lui riunire Israele,
poiché, ero stato stimato dal Signore
e Dio era stato la mia forza
mi disse: «E’ troppo poco che tu sia mio servo
per restaurare le tribù di Giacobbe
e ricondurre i superstiti di Israele.
Ma io ti renderò luce delle nazioni
perché porti la mia salvezza
fino all’estremità della terra»“.

Il servo sta raccontando la sua esperienza, la sua vocazione, e dice una cosa fondamentale: la sua vocazione, la sua chiamata è avvenuta quando ancora era nel seno materno, prima di nascere.
L’idea è tipica di Geremia.
Quando parla della sua vocazione usa proprio questa espressione: «Prima di formarti nel grembo materno, ti conoscevo, prima che tu uscissi alla luce, ti avevo consacrato; ti ho stabilito profeta delle nazioni».
Vuole dire: quando Geremia incomincia a fare il profeta ha una certa età della sua vita, però in realtà Geremia era profeta da prima; quella vocazione non fa altro che manifestare, mettere in luce quella che era la struttura genetica spirituale di Geremia. Geremia non è mai esistito se non come profeta; Dio lo ha sempre sognato, voluto e pensato come profeta. La profezia non è un vestito che gli si è aggiunto in un momento della sua vita, ma è un gene che ha accompagnato il profeta fin dall’inizio e che ha dato forma a tutti i suoi pensieri, i suoi progetti, le sue speranze e ideali.
La vocazione nell’ottica di Geremia è così, e così dice anche il servo «il Signore dal seno materno mi ha chiamato, fino dal grembo di mia madre ha pronunziato il mio nome».
Pronunciato il mio nome vuole dire che mi ha conosciuto, ma vuole dire anche che mi ha amato, che mi ha dato un compito. Il nome contiene il compito della persona, contiene la sua vocazione.
Ciascuno di noi ha un nome, che Dio conosce, e che è il significato della nostra esistenza, quindi è quella che noi chiamiamo vocazione.
Il servo è stato scelto, amato e voluto fin dall’inizio del suo concepimento con una missione precisa da parte di Dio.
Ricordate che questa immagine verrà ripresa poi da san Paolo. Quando parla della sua vocazione riconosce che è venuta ad un certo punto della sua vita (sulla via di Damasco), è venuta in contrasto con molte cose precedenti, perché prima era un persecutore della chiesa e poi la vocazione ha capovolto la sua prospettiva e il suo modo di pensare, però san Paolo riconosce che Dio lo aveva scelto fin dal seno materno.
Quindi la vocazione è avvenuta concretamente se non dopo molto tempo, ma quella vocazione non faceva altro che innestarsi su una realtà profonda che Paolo portava sempre con sé.
Questo naturalmente vale per ciascuno di noi. La vocazione la scopriamo ad un certo punto della vita, delle volte la costruiamo pian piano, con fatica, con tensione.
Però in realtà quello che viene a galla è la parola con cui Dio ci ha chiamato fin dall’origine.
Continua il servo: “Ha reso la mia bocca come spada affilata, mi ha nascosto all’ombra della sua mano, mi ha reso freccia appuntita, mi ha riposto nella sua faretra” e vuole dire che il servo di Jahvè è diventato uno strumento di Dio, uno strumento di cui Dio si serve per compiere la sua volontà, uno strumento soprattutto attraverso la parola, la predicazione. E’ un predicatore, un profeta, deve annunciare il diritto, proclamare la volontà di Dio; per questo Dio ha reso la sua bocca come spada affilata, quindi capace di colpire, capace di discernere, di distinguere, di dividere, di mettere in luce i pensieri del cuore.
“Mi ha detto: «Mio servo tu sei, Israele, sul quale manifesterò la mia gloria”. La parola “Israele” sembra una glossa, cioè un’aggiunta di qualcuno che ha voluto interpretare il canto, per dire che questo servo su cui Dio manifesta la sua gloria è Israele stesso, il popolo stesso.
E ha ragione. Quando il servo di Dio si rivela è probabilmente una persona singola, ma è una persona che riassume in sé il mistero di tutto il popolo di Israele. Di quel popolo che Dio ha chiamato da sempre, che Dio ha plasmato con le sue mani, al quale ha affidato la missione di testimoniarlo in mezzo ai popoli, di essere quindi luce per le nazioni.
Tutte queste cose sono corrette se riferite a Israele, ma nello stesso tempo si riferiscono a qualcuno che incarna e realizza perfettamente il compito di Israele.
Quello che alla fine vale per Israele vale anche per noi. Noi siamo sì la chiesa del Signore ma a volte siamo una chiesa che non realizza la sua vocazione autentica di amore, di fede, di speranza. C’è quindi una specie di scalino tra la chiesa com’è nel progetto di Dio e la chiesa come riusciamo a viverla noi.
C’è uno scalino, una distanza tra Israele così come Dio lo sogna e Israele come storicamente si realizza.
Per questo c’è nella Chiesa una persona nella quale la chiesa viene espressa pienamente nel suo mistero di amore: Gesù Cristo, i santi che riassumono il mistero vero della Chiesa.
Lo stesso vale per Israele e per questo servo che riassume in sé l’esistenza, la vita e la missione del popolo.
“Io ho risposto: «Invano ho faticato, per nulla e invano ho consumato le mie forze. Ma, certo, il mio diritto è presso il Signore, la mia ricompensa presso il mio Dio”. Qui entra un altro tema che diventerà poi dominante, ed è la sofferenza, il fallimento, la delusione.
Vuole dire che questo servo ad un certo punto vede la sua missione fallire.
Si è impegnato per annunciare il diritto alle nazione, per portare la volontà di Dio in mezzo al mondo, per trasformare il mondo secondo il progetto di Dio. Che cosa ha ottenuto? Poco, tanto da essere ormai avvilito, privo di energia.
Vuol dire che ha perso la fiducia? No la fiducia gli rimane. Vede che il risultato è quasi nullo ma certo, il mio diritto è presso il Signore, la mia ricompensa presso il mio Dio. Non ha quindi paura del fallimento, dell’insuccesso; sa che siccome la missione gli è stata affidata da Dio è come al sicuro dentro alla volontà, al progetto di Dio. Qualunque sia il risultato che si vede, in realtà la sua missione non è inutile. Dio custodisce lui e i suoi meriti, il significato del suo compito, della sua missione.
“Ora disse il Signore che mi ha plasmato suo servo dal seno materno per ricondurre a lui Giacobbe e a lui riunire Israele, poiché, ero stato stimato dal Signore e Dio era stato la mia forza mi disse: «è troppo poco che tu sia mio servo per restaurare le tribù di Giacobbe e ricondurre i superstiti di Israele. Ma io ti renderò luce delle nazioni perché, porti la mia salvezza fino all’estremità della terra”.
Vuole dire: questo servo che sembra non riuscire a realizzare la sua missione di ricostituzione del popolo di Israele, secondo il volere di Dio, questo servo riceve, stranamente, una missione infinitamente più grande: quella di ricondurre l’umanità intera alla fedeltà al Signore, quello di donare agli uomini la salvezza di Dio.
Questo è tipico del Nuovo Testamento:
Gesù è venuto come salvatore di Israele, e si può che ha fatto fallimento.
Gesù può dire al termine della sua vita: «Invano ho faticato, per nulla e invano ho consumato le mie forze» perché quelli che hanno creduto non sono stati molti, e quelli che gli si sono opposti, invece, hanno apparentemente vinto.
Non c’è dubbio che le parole “ma, certo, il mio diritto è presso il Signore, la mia ricompensa presso il mio Dio” sono parole che esprimono il mistero di Gesù, che non ha restituito male per male, che non ha oltraggiato gli oltraggiatori, ma ha affidato la sua causa a colui che giudica con giustizia.
Quindi si è consegnato nelle mani del Padre perché fosse Lui a difenderlo. Ma proprio questo è avvenuto, che in questo modo la missione di Gesù è passata da missione per Israele a missione universale, a missione per tutte le nazioni.
Proprio il rifiuto di Israele ha aperto la strada ai pagani, così dice san Paolo più volte. Ed è proprio questo che ha reso l’annuncio del Vangelo un annuncio di salvezza fino alle estremità della terra.
Fino all’estremità della terra, se ricordate, è il progetto che Luca pone alla base degli atti degli Apostoli; il compito della chiesa è fare sì che il Vangelo, partendo da Gerusalemme, arrivi fino agli estremi confini della terra, arrivi cioè ai pagani, a tutti gli uomini.
Entrano quindi due elementi nella vocazione del servo, che sono complementari:
da una parte la sofferenza, dall’altra la dilatazione della missione;
da una parte il fallimento, dall’altra il compito aperto a tutti e la salvezza offerta.

 

I CANTI DEL SERVO DI JAHVÉ – III CANTO – ISAIA

http://www.cistercensi.info/monari/1994/m19940319b.htm

(ci sono delle lettere che vengono male nella copia, scusate, oggi ho molto lavoro e non ho tempo di correggerli)

Diocesi Reggio Emilia-Guastalla Correggio - Monastero Suore Clarisse Cappuccine

Ritiro spirituale di Quaresima per giovani

I CANTI DEL SERVO DI JAHVÈ – SEGUE DA SOPRA

(DAL LIBRO DEL PROFETA ISAIA)

III CANTO

19 MARZO 1994

Celebrazione Eucaristica
Liturgia solennità di San Giuseppe
Referenti del presente Documento: Vittorio Ciani e Marcello Copelli

Terzo Canto
Il terzo canto è al capitolo 50.
“Il Signore Dio mi ha dato una lingua da iniziati,
perché, io sappia indirizzare allo sfiduciato una parola.
Ogni mattina fa attento il mio orecchio
Perché, io ascolti come gli iniziati.
Il Signore Dio mi ha aperto l’orecchio
e io non ho opposto resistenza,
non mi sono tirato indietro.
Ho presentato il dorso ai flagellatori,
la guancia a coloro che mi strappavano la barba;
non ho sottratto la faccia agli insulti e agli sputi.
Il Signore Dio mi assiste,
per questo non resto confuso,
per questo rendo la mia faccia dura come pietra,
sapendo di non restare deluso.
È vicino chi mi rende giustizia;
chi oserà venire a contesa con me? Affrontiamoci.
Chi mi accusa?
Si avvicini a me.
Ecco, il Signore Dio mi assiste:
chi mi dichiarerà colpevole?
Ecco, come una veste si logorano tutti,
la tignola li divora.
Chi tra di voi teme il Signore,
ascolti la voce del suo servo!
Colui che cammina nelle tenebre,
senza avere luce,
speri nel nome del Signore,
si appoggi al suo Dio”.
Vedete come il tema della sofferenza incomincia a venire in primo piano.
Questo terzo canto è un salmo di fiducia, di quelli che si trovano a volte nella profezia di Geremia.
Geremia è un profeta che parla al popolo, ma che delle volte esprime semplicemente le sue sofferenze, i suoi lamenti perché la sua missione è una missione che gli costa, gli pesa. Geremia avrebbe voluto potere fare cose diverse da quelle che è stato costretto a fare. Geremia avrebbe amato la vita di comunione con gli altri, di società, di dialogo e invece è costretto ad annunciare la desolazione, il giudizio, la sofferenza; anzi, non riesce ad annunciare altro che questo e proprio questo fa di lui un emarginato, perché nessuno ascolta volentieri profezie di sventura, e Geremia è il profeta di sventure per eccellenza.
Per questo motivo Geremia ha dovuto rinunciare alle amicizie, ha dovuto rinunciare a formare una famiglia, è diventato nella sua logica morto prima ancora di morire e per questo si lamenta, racconta il peso di questa condizione che lui non ha scelto e che non gli piace, che è costretto a sopportare per una specie di violenza del Signore: “mi hai fatto forza e hai prevalso”.
Il servo di Jahvè va collocato in questo contesto dei profeti che soffrono.
I profeti sono persone che annunciano la parola di Dio, e quindi sono dei messaggeri del Signore, ma sono messaggeri come coinvolti da quello che annunciano, sono trafitti dalla parola che dicono agli altri.
È una parola di giudizio? Questa parola di giudizio cade prima su di loro.
Annunciano la sofferenza? Ricade su di loro per primi.
Questo vale anche per il servo di Jahvè che viene trascinato dalla parola di Dio a essere una parola personale, una persona che è diventata parola, che è diventata manifestazione della volontà di Dio. Dio l’ha plasmata come persona tanto da essere la realizzazione di messaggio di giudizio, nel caso di Geremia, o di salvezza come vedremo nel quarto canto del servo di Jahvè.
“Il Signore Dio mi ha dato una lingua da iniziati, perché, io sappia indirizzare allo sfiduciato una parola”. Abbiamo detto che il secondo Isaia è un profeta di consolazione, che vuole riportare speranza agli esuli che si sentono abbandonati e avviliti, bene il servo di Jahvè ha una parola di speranza da rivolgere al popolo del Signore e questa parola il servo la può trasmettere perché prima di tutto l’ha ascoltata con perseveranza: “Ogni mattina fa attento il mio orecchio perché, io ascolti come gli iniziati”.
Parla perché prima ha ascoltato. Trasmette consolazione perché prima ha ricevuto consolazione dal Signore.
Vale per questo servo quello che dice san Paolo nella seconda lettera ai Corinzi: “Sia benedetto Dio, Padre del Signore nostro Gesù Cristo, Padre misericordioso e Dio di ogni consolazione, il quale ci consola in ogni nostra tribolazione perché, possiamo anche noi consolare quelli che si trovano in qualsiasi genere di afflizione con la consolazione con cui siamo consolati noi stessi da Dio”, quindi consolati, consoliamo; abbiamo ricevuto dal Signore conforto per non tenerlo come una gioia privata ma per comunicarlo agli altri.
“Il Signore Dio mi ha aperto l’orecchio e io non ho opposto resistenza, non mi sono tirato indietro”. Però, questo compito positivo di consolazione il servo di Jahvè lo paga; è un consolatore, ma è un consolatore che proprio per potere consolare deve essere passato attraverso la sofferenza.
Se uno è consolato vuole dire che da una condizione di tribolazione viene portato a una condizione di speranza, ma deve partire dalla tribolazione altrimenti non c’è consolazione.
Il servo di Jahvè ha conosciuto la persecuzione, l’oppressione, la sofferenza: “Ho presentato il dorso ai flagellatori, la guancia a coloro che mi strappavano la barba; non ho sottratto la faccia agli insulti e agli sputi”. Quindi ha conosciuto la sofferenza e l’umiliazione.
Eppure in mezzo alla sofferenza e all’umiliazione ha mantenuto la sua sicurezza e la sua speranza: “Il Signore Dio mi assiste, per questo non resto confuso, per questo rendo la mia faccia dura come pietra, sapendo di non restare deluso. E’ vicino chi mi rende giustizia; chi oserà venire a contesa con me? Affrontiamoci. Chi mi accusa? Si avvicini a me. Ecco, il Signore Dio mi assiste: chi mi dichiarerà colpevole?”.
Tradotto vuole dire: in tutte le situazioni di tribolazione in cui mi trovo ho un difensore e un protettore: Dio. Mi basta. Non ho bisogno di altro che di questo. Se il Signore Dio mi assiste non resto confuso. L’opposizione degli uomini può fare male, anzi fisicamente fa molto male Ho presentato il dorso ai flagellatori, ma non riesce a spezzare la resistenza interiore di questo servo, anzi la protezione del Signore lo colloca di fronte agli altri come invincibile: “rendo la mia faccia dura come pietra, sapendo di non restare deluso”.
Dura come pietra vuole dire che gli insulti o gli sputi non gli fanno cambiare scelta, non lo ripiegano dentro alla difesa di sé, non lo rendono impaurito e timido. Ha vicino il Signore che gli rende giustizia, ogni oppositore gli appare quindi insignificante: chi oserà venire a contesa con me? Affrontiamoci. Chi mi accusa? Si avvicini a me. Ecco, il Signore Dio mi assiste: chi mi dichiarerà colpevole?
Queste parole le potete rivedere nell’esperienza del Signore, in quel cammino di passione di fronte al quale Gesù non si è tirato indietro, ma è rimasto perseverante, fedele nel compimento della volontà del Padre.
Ma quelle medesime parole sono usate da san Paolo nella lettera ai Romani, in riferimento al credente: “Che diremo dunque in proposito? Se Dio è per noi, chi sarà contro di noi? Egli che non ha risparmiato il proprio Figlio, ma lo ha dato per tutti noi, come non ci donerà ogni cosa insieme con lui? Chi accuserà gli eletti di Dio? Dio giustifica. Chi condannerà? Cristo Gesù, che è morto, anzi, che è risuscitato, sta alla destra di Dio e intercede per noi?”. Sono proprio le parole del terzo canto del servo di Jahve: chi condannerà? Chi potrà condannare chi è stato redento e salvato e protetto dall’amore di Dio in Gesù Cristo. Allora ne deve scaturire una sicurezza grande che permette al servo di rimanere fedele alla sua missione e che permette al credente di rimanere fermo nell’obbedienza a Dio, nella fiducia in Dio.

Riassunto.
I capitoli 42 – 49 – 50 sono una specie di piccolo itinerario spirituale del servo di Jahvè che nasce dalla sua istituzione divina:
Dio lo stabilisce come suo servo di fronte al mondo intero, assegnandogli una missione e donandogli lo Spirito perché sia in grado di compiere questa missione.
Il servo opera la volontà di Dio con mitezza e decisione nello stesso tempo.
Il risultato sembra deludente, sembra che debba dire «ho faticano invano», ma in realtà siccome ha compiuto la volontà di Dio questo insuccesso è solo apparente; in realtà la missione di salvezza il servo l’ha ricevuta, anzi il Signore gliela dilata all’infinito in modo che il servo diventi strumento di salvezza per tutti gli uomini.
Che cosa vuole dire? Che deve portare una parola di consolazione al mondo intero.
Questo però costerà al servo una sofferenza grande: la flagellazione, gli sputi, le umiliazioni… e in tutte queste esperienze il servo dovrà mantenere la sua fermezza che viene dalla protezione del Signore. Gli deve bastare la protezione del Signore contro ogni sofferenza.
In questo si incomincia a intravedere che il servo compie la missione non solo predicando, ma anche soffrendo.
Nell’ultimo canto il servo avrà solo sofferenza. Tutto l’aspetto della predicazione, che era così importante all’inizio, scompare e rimane solo la sofferenza dell’obbedienza e dell’amore.
Quarto Canto

Ecco, il mio servo avrà successo,
sarà onorato, esaltato e molto innalzato.
Come molti si stupirono di lui
tanto era sfigurato per essere d’uomo il suo aspetto
e diversa la sua forma da quella dei figli dell’uomo
così si meraviglieranno di lui molte genti;
i re davanti a lui si chiuderanno la bocca,
poiché vedranno un fatto mai ad essi raccontato
e comprenderanno ciò che mai avevano udito.
Chi avrebbe creduto alla nostra rivelazione?
A chi sarebbe stato manifestato il braccio del Signore?
E’ cresciuto come un virgulto davanti a lui
e come una radice in terra arida.
Non ha apparenza né bellezza
per attirare i nostri sguardi,
non splendore per provare in lui diletto.
Disprezzato e reietto dagli uomini,
uomo dei dolori che ben conosce il patire,
come uno davanti al quale ci si copre la faccia,
era disprezzato e non ne avevamo alcuna stima.
Eppure egli si è caricato delle nostre sofferenze,
si è addossato i nostri dolori
e noi lo giudicavamo castigato,
percosso da Dio e umiliato.
Egli è stato trafitto per i nostri delitti,
schiacciato per le nostre iniquità.
Il castigo che ci dà salvezza si è abbattuto su di lui;
per le sue piaghe noi siamo stati guariti.
Noi tutti eravamo sperduti come un gregge,
ognuno di noi seguiva la sua strada;
il Signore fece ricadere su di lui
l’iniquità di noi tutti.
Maltrattato, si lasciò umiliare
e non aprì la sua bocca;
era come agnello condotto al macello,
come pecora muta di fronte ai suoi tosatori,
e non aprì la sua bocca.
Con oppressione e ingiusta sentenza fu tolto di mezzo;
chi si affligge per la sua sorte?
Sì, fu eliminato dalla terra dei viventi,
per l’iniquità del mio popolo fu percosso a morte.
Gli si diede sepoltura con gli empi,
con il ricco fu il suo tumulo,
sebbene non avesse commesso violenza
né vi fosse inganno nella sua bocca.
Ma al Signore è piaciuto prostrarlo con dolori.
Quando offrirà se stesso in espiazione,
vedrà una discendenza, vivrà a lungo,
si compirà per mezzo suo la volontà del Signore.
Dopo il suo intimo tormento vedrà la luce
e si sazierà della sua conoscenza;
il giusto mio servo giustificherà molti,
egli si addosserà la loro iniquità.
Perciò io gli darò in premio le moltitudini,
dei potenti egli farà bottino,
perché ha consegnato se stesso alla morte
ed è stato annoverato fra gli empi,
mentre egli portava il peccato di molti
e intercedeva per i peccatori”.

Questo è il quarto e ultimo canto del servo del Signore. E’ il canto culminante perché presenta la sofferenza del servo che viene portata fino al limite: la persecuzione, il processo, l’esecuzione, la morte.
Insieme con questo annuncia la glorificazione del servo.
Quindi poema del servo sofferente e glorificato. Il tema è quello della salvezza attraverso la sofferenza, è quello della gloria attraverso la croce.
Notate che quelli che parlano in questo poema considerano questo messaggio della gloria attraverso la croce, come un messaggio inaudito, incredibile. Siamo davanti a qualcosa di paradossale che l’uomo non si sarebbe mai aspettato.
Notate anche che l’inizio e la conclusione del canto sono parola di Dio. E’ Dio che prende la parola e parla del suo servo.
Al centro invece c’è una narrazione messa sulla bocca di un gruppo di persone, non identificato, che racconta la storia del servo, racconta la sua vita come ha patito, come è morte e come alla fine lo hanno visto trionfante.
Quindi al centro c’è la narrazione; all’inizio e alla fine la proclamazione di Dio che annuncia quello che è avvenuto con il suo significato di salvezza.
Il canto incomincia con una proclamazione divina: “Ecco, il mio servo avrà successo, sarà onorato, esaltato e molto innalzato”.
Ricordate il primo canto del servo, quell’istituzione in cui Dio, come re, costituiva il servo come suo rappresentante e lo presentava davanti a tutti gli uomini, a tutti i re della terrà; all’inizio del quarto canto c’è qualcosa di simile: Dio presenta il suo servo e lo presenta glorioso. Fin dall’inizio Dio proclama l’esito finale dell’avventura, ed è un esito di gloria e di esaltazione.
Tutto il resto è indirizzato a questo, va verso questo traguardo. C’è una parola di Dio che annuncia la gloria, il resto è necessario come cammino. La Parola di Dio è infallibile, quindi se annuncia la gloria in un modo o nell’altro la storia dovrà andare a finire lì. Per quanto si veda una storia di sofferenza e di umiliazioni il traguardo è fissato: la gloria.
Notate che questa immagine del servo glorioso è quella che domina il quarto Vangelo: il Vangelo di Giovanni quando presenta la passione del Signore insiste sul fatto che è una realtà di innalzamento e di esaltazione. Giovanni vuole che uno abbia sempre davanti l’immagine della croce dove uno muore per innalzamento. Quella piccola realtà che è l’innalzamento in croce per san Giovanni diventa il simbolo della glorificazione di Cristo, per cui il Cristo del quarto vangelo è certamente il Cristo che muore in croce, ma in realtà è più ancora il Re che sale sulla croce e si insedia nel suo potere sovrano.
Quindi il Cristo di Giovanni è il Cristo in croce come la croce di san Francesco o delle croci bizantine dove di dolore non c’è quasi nulla; c’è piuttosto l’espressione della gloria e della vittoria.
Da qui san Giovanni ha preso l’immagine dell’innalzamento: “Ecco, il mio servo avrà successo, sarà onorato, esaltato e molto innalzato”.
Poi il dolore del servo e la sua gloria vengono presentati indirettamente, guardando l’effetto che fanno sulle persone che stanno intorno, sulle persone che guardano: “Come molti si stupirono di lui tanto era sfigurato per essere d’uomo il suo aspetto e diversa la sua forma da quella dei figli dell’uomo così si meraviglieranno di lui molte genti; i re davanti a lui si chiuderanno la bocca, poiché vedranno un fatto mai ad essi raccontato e comprenderanno ciò che mai avevano udito”.
La sofferenza, prima di tutto, sfigura l’uomo: l’uomo è fatto a immagine di Dio, vuole dire che dovrebbe portare qualcosa della bellezza di Dio sul suo volto. Ora la sofferenza sfigura il volto dell’uomo, lo rende non guardabile, non oggetto di ammirazione, anzi un volto sfigurato può produrre quasi un terrore sacro.
Ripensato a Giobbe quando viene incontrato per la prima volta dagli amici che lo vedono in mezzo all’immondizia, in una condizione di desolazione e di avvilimento. Di fronte a questa condizione gli amici tacciono terrorizzati, in silenzio per una settimana. Quindi la condizione della sofferenza dell’uomo diventa motivo di paura, di terrore.
Ma non solo. Come crea stupore la sofferenza di quest’uomo, crea stupore anche l’esaltazione, anche la sua gloria. Perché dopo averlo visto in quella condizione di sfiguramento, i re della terra lo vedono nella condizione di gloria.
Se ricordate anche nei salmi succedeva che quando Dio libera un uomo giusto dalle sue angosce, la gente rimaneva a bocca aperta, stupita per quello che era avvenuto. Anche per il servo questa liberazione sarà qualcosa di inaudito, qualcosa di mai visto nella storia della salvezza: “vedranno un fatto mai ad essi raccontato e comprenderanno ciò che mai avevano udito”
Fino qui la proclamazione di Dio.
Dopo, invece, è un gruppo anonimo che inizia a parlare, un coro, un coro della tragedia greca o un gruppo di re, comunque un coro che comincia a raccontare la storia del servo sottolineando la novità di questa esperienza: “Chi avrebbe creduto alla nostra rivelazione? A chi sarebbe stato manifestato il braccio del Signore?
Il braccio del Signore si è manifestato molte volte nella storia di Israele: quando il Signore ha liberato il suo popolo dall’Egitto “con braccio potente il Signore ci ha fatti uscire dall’Egitto“.
Il braccio teso, potente è naturalmente il simbolo di una forza messa in attività: Dio attua, esercita tutto il suo potere. Quindi avevamo già visto il braccio del Signore.
Come pure lo abbiamo visto quando ha fatto entrare il suo popolo nella terra promessa; quando lo ha liberato dai nemici. La storia di Israele è una serie di avvenimenti in cui il braccio di Dio si è manifestato.
Ma adesso siamo davanti ad un’azione nuova e inconcepibile. “Chi avrebbe creduto alla nostra rivelazione? A chi sarebbe stato manifestato il braccio del Signore”? Siamo davanti a qualcosa di nuovo e inaccettabile. Questo nuovo mistero sembra superare tutte le esperienze che abbiamo avuto in precedenza.
Nonostante questo, nonostante sia incredibile, il coro racconta ugualmente. Per chi? Forse per il futuro perché ci possa essere qualcuno che arrivi a comprendere quello che per i nostri occhi e i nostri orecchi è rimasto troppo misterioso, troppo al di là delle nostre capacità di comprensione.
Il tema del messaggio non è una teoria, non è un contenuto di idee, ma una serie di fatti, una vita, la vita di un personaggio. Di questo personaggio viene raccontata la nascita, la passione, la morte, la sepoltura, la glorificazione. Non solo viene raccontata la vita, ma quelli che raccontano sono coinvolti personalmente, profondamente, sanno che quegli avvenimenti non riguardano altre persone, ma coinvolgono loro stessi.
E’ vero che io racconto la storia di un altro, ma quello che è capitato a questo personaggio ha delle ripercussioni sulla mia vita, mi riguarda da vicino.
Sarà bene che anche voi ascoltiate nello stesso modo.
Vi racconto la storia del servo di Jahvè, ma si parla della vostra vita, della vostra esperienza, del vostro peccato e della vostra salvezza. Quindi non potete ascoltare come se vi raccontassi di Alessandro Magno, con interesse ma con la distanza che c’è tra noi e lui. Questa è storia vostra, è la vostra vita che si rispecchia nell’esperienza di quest’uomo.
“È cresciuto come un virgulto davanti a lui e come una radice in terra arida. Non ha apparenza né, bellezza per attirare i nostri sguardi, non splendore per provare in lui diletto. Disprezzato e reietto dagli uomini, uomo dei dolori che ben conosce il patire, come uno davanti al quale ci si copre la faccia, era disprezzato e non ne avevamo alcuna stima.”
Così incomincia la storia del servo di Jahvè.
Ma chi è questo servo di Jahvè? Mistero! Anonimo.
E’ un re? E’ un profeta? E’ un sacerdote? Vive nella terra di Israele? Ha un nome nobile?
Non è detto niente. E’ cancellato tutto. Rimane solo la sua pura presenza segnata dal dolore, dall’umiliazione. L’unica immagine che ci viene messa davanti è quella del dolore e dell’umiliazione. Le altre caratteristiche, quelle umane, sono irrilevanti. Gli autori, i raccontatori non le tengono presente.
Quello che ci dicono: è un virgulto, quindi una vita che nasce, che vorrebbe fiorire; ma è un virgulto in una terra arida, quindi che non lo nutre, non gli da alimento; la sua vita è una vita di stenti e di povertà; l’ambiente nel quale vive non lo sostiene.
E’ naturalmente un uomo, ma è un uomo sfigurato: “Non ha apparenza né, bellezza per attirare i nostri sguardi, non splendore per provare in lui diletto. (…) come uno davanti al quale ci si copre la faccia” Sembra fare riferimento, con quest’ultima affermazione, ad un lebbroso.
Il lebbroso è un uomo sfigurato, in cui l’immagine umana è cancellata dalla malattia, e che proprio per questo suscita ribrezzo, rifiuto. Il lebbroso non ha rapporto con la convivenza sociale degli uomini, deve vivere emarginato e rifiutato: è uno davanti al quale ci si copre la faccia.
Quindi quest’uomo vive in una società ma è rifiutato ed emarginato. Ai dolori e alle sofferenze fisiche si unisce quindi l’abbandono degli altri, l’emarginazione sociale. La gente lo abbandona perché interpreta la sua sofferenza come un castigo di Dio, quindi ha paura di avvicinarsi. Guai avvicinarsi a chi è castigato da Dio perché potrebbe contagiarti. Se è sotto una potenza negativa, quella potenza potrebbe attaccarsi alla tua carne. Allora meglio rimanere lontani, meglio interrompere qualunque rapporto, fosse anche il solo rapporto del guardare.
Questo tema, quest’immagine dell’uomo sofferente e rifiutato la trovate in numerosi salmi: il quarto canto del servo di Jahvè è vicino, per molti aspetti, ai salmi di supplica individuale.
Per esempio il salmo 31:
“Sono l’obbrobrio dei miei nemici,
il disgusto dei miei vicini,
l’orrore dei miei conoscenti;
chi mi vede per strada mi sfugge.
Sono caduto in oblio come un morto,
sono divenuto un rifiuto.
Se odo la calunnia di molti, il terrore mi circonda;
quando insieme contro di me congiurano,
tramano di togliermi la vita.”

Oppure il salmo 69:
Per te io sopporto l’insulto
e la vergogna mi copre la faccia;
sono un estraneo per i miei fratelli,
un forestiero per i figli di mia madre”.

Quindi l’esperienza non è nuova, anzi è presente in molti sofferenti dell’antico testamento. Ma c’è una differenza. Nei salmi di supplica è il sofferente che parla e descrive la sua condizione di sofferenza ed umiliazione. In questo testo, quello che viene chiamato da Isaia l’uomo dei dolori non parla, sono gli altri che descrivono la sua condizione, la sua miseria. Lui tace, è l’uomo del silenzio.
“Eppure egli si è caricato delle nostre sofferenze, si è addossato i nostri dolori e noi lo giudicavamo castigato, percosso da Dio e umiliato. Egli è stato trafitto per i nostri delitti, schiacciato per le nostre iniquità. Il castigo che ci dà salvezza si è abbattuto su di lui; per le sue piaghe noi siamo stati guariti”.
In alcuni salmi di lamento, come quelli appena citati, il salmista confessa il suo peccato, e chiede a Dio perdono e grazia:
“Signore, non castigarmi nel tuo sdegno,
non punirmi nella tua ira.
Le tue frecce mi hanno trafitto,
su di me è scesa la tua mano.
Per il tuo sdegno non c’è in me nulla di sano,
nulla è intatto nelle mie ossa per i miei peccati.
Le mie iniquità hanno superato il mio capo,
come carico pesante mi hanno oppresso.
Putride e fetide sono le mie piaghe
a causa della mia stoltezza”.
Il Salmista confessa il suo peccato e chiede la grazia di Dio. Uguale atteggiamento lo troviamo nel salmo successivo.
Anche nel quarto canto del servo di Jahvè c’è la confessione del peccato, ma non è il servo che confessa il suo peccato, ma sono gli spettatori, il coro degli uomini: egli si è caricato delle nostre sofferenze, si è addossato i nostri dolori.
Ci sono dolori e sofferenze, e questi sono il segno che siamo di fronte ad una realtà di peccato, ma non al peccato di colui che soffre, ma siamo di fronte al peccato di coloro che lo vedono soffrire, al peccato degli altri.
Il peccato c’è, ma viene portato da un’innocente.
All’inizio della storia, quando la gente ha visto quest’uomo sfigurato, disprezzato ed emarginato ha pensato che fosse colpito da Dio, come avevano pensato gli amici di Giobbe quando lo vedono in mezzo alla sofferenza e gli dicono: «Dio ti ha castigato, devi avere compiuto dei peccati, chiedi perdono a Dio».
La sofferenza, tradizionalmente, è vista come la conseguenza di peccato e di crimini.
In realtà il servo accetta sì, nella sofferenza, la conseguenza del peccato, ma del peccato degli altri. Questo è l’unico caso, dell’antico testamento, in cui ci sia l’idea di una sofferenza di carne, di qualcuno che soffre al posto di un altro, soffre per quello che toccherebbe all’altro come conseguenza del peccato commesso. In questo modo, soffrendo innocentemente, il servo apre gli occhi ai peccatori, perché gli uomini vedendo la sua sofferenza si rendano conto del loro peccato; vedendo l’angoscia del servo riconoscano la propria colpa.
Dolore e castigo sono normalmente legati tra loro nell’ottica dell’antico testamento. Adesso, nell’esperienza del servo, sono separati: il castigo è nostro, il dolore è suo; il castigo toccava a noi, ce lo siamo meritati noi, il dolore invece lo sopporta lui. Il dolore che il Servo sopporta è il dolore che porta alla salvezza, perché procura pentimento e perdono. Quindi il testo gioca sul contrasto: “noi lo giudicavamo castigato, percosso da Dio e umiliato. Egli è stato trafitto per i nostri delitti, schiacciato per le nostre iniquità”. C’è il paradosso di un castigo che dovrebbe creare angoscia e che invece procura pace: il castigo che il servo sopporta produce la pace degli uomini, dei peccatori. C’è il paradosso delle cicatrici che curano: le cicatrici delle sofferenze del servo diventano cura, guarigione per noi, “per le sue piaghe noi siamo stati guariti”.
A questo punto il coro confessa ancora più esplicitamente il proprio peccato: “Noi tutti eravamo sperduti come un gregge, ognuno di noi seguiva la sua strada; il Signore fece ricadere su di lui l’iniquità di noi tutti.” Nuova confessione di peccato, quindi, con l’immagine tradizionale del gregge che fa riferimento al popolo di Dio traviato e disperso. E’ l’immagine di una divisione, di un venir meno di quel legame di fraternità e comunione che dovrebbe tenere compatto il popolo del Signore.
Quell’immagine che riprenderà san Pietro nella sua prima lettera:
“Egli portò i nostri peccati nel suo corpo sul legno della croce,
perché, non vivendo più per il peccato, vivessimo per la giustizia;
dalle sue piaghe siete stati guariti.
Eravate erranti come pecore,
ma ora siete tornati al pastore e guardiano delle vostre anime”.
San Pietro ha praticamente descritto la passione del Signore con le parole del quarto canto del Servo: ha portato i nostri peccati, siamo stati guariti dalle sue piaghe, eravamo erranti come pecore.
Notate ancora quell’espressione significativa con cui termina il versetto: “il Signore fece ricadere su di lui l’iniquità di noi tutti”. Vuole dire che la sofferenza del servo è opera del Signore, è opera di Dio. Non soffre per caso, per un maleficio di potenze negative; soffre per un disegno di Dio. Misteriosamente il Signore ha fatto ricadere su di lui l’iniquità di noi tutti, ed è fondamentale per riuscire a dare, a questa sofferenza, un valore positivo. Fosse per caso, sarebbe senza significato; fosse il segno delle potenze del male, sarebbe negativo: vorrebbe dire che il bene è radicalmente sconfitto. Invece è opera del Signore e questo apre la possibilità di una speranza, di un esito positivo per questo dramma.
“Maltrattato, si lasciò umiliare e non aprì la sua bocca; era come agnello condotto al macello, come pecora muta di fronte ai suoi tosatori, e non aprì la sua bocca”. Viene ricordato esplicitamente il silenzio del servo che non è per caso. E’ a sua volta, a modo suo, un discorso eloquente. E’ un’azione simbolica: ha scelto il silenzio, e lo ha scelto non perché non abbia niente da dire a sua discolpa, ma proprio perché questo silenzio esprime l’atteggiamento di perdono che il servo ha scelto nei confronti degli uomini.
“(…) Cristo patì per voi, lasciandovi un esempio, perché, ne seguiate le orme:
egli non commise peccato e non si trovò inganno sulla sua bocca,
oltraggiato non rispondeva con oltraggi, e soffrendo non minacciava vendetta”.
Cristo non ha risposto al male con il male, ha piuttosto coperto il male con una capacità più grande di perdono.
Quando san Paolo, nell’inno alla carità, dice tra le altre cose che la carità copre tutto, dice esattamente questo, dice del servo che tace di fronte alla sofferenza che sta portando per i peccati degli altri.
In questo siamo davanti a qualcosa di sorprendente.
Potete fare il confronto con Giobbe; Giobbe soffre anche lui e soffre da innocente, ma non tace. E’ diventato eloquente, ha tutta una serie di parole con le quali esprime la sua ribellione alla sofferenza e difende la sua innocenza.
Il servo, invece, tace; la pecora muta si contrappone al gregge traviato. Siamo di fronte a qualcosa che misteriosamente sposta il giudizio di Dio: l’agnello condotto al macello, la pecora muta portano sopra di sé il giudizio e la condanna.
“Con oppressione e ingiusta sentenza fu tolto di mezzo; chi si affligge per la sua sorte? Sì, fu eliminato dalla terra dei viventi, per l’iniquità del mio popolo fu percosso a morte.”
Siamo davanti ad un tema nuovo; fino ad ora si era parlato di sofferenze fisiche, di disprezzo, ora si parla di giudizio e di una condanna ingiusta.
La condanna ingiusta è uno dei grandi temi dei salmi di lamentazione. I salmisti si lamentano molto spesso della degradazione della giustizia, di giudici che si sono lasciati comperare ed hanno emesso sentenze false schiacciando l’innocente. Questo è un tema fondamentale nell’antico testamento.
Il servo ha subito proprio questo: una condanna ingiusta, con l’unica differenza che il servo non si difende, non invoca il castigo di Dio contro i nemici; quello che invece succede frequentemente nei salmi.
Nei Salmi chi è ingiustamente condannato rivendica l’intervento di Dio, ha diritto che Dio intervenga perché Dio è l’ultima istanza della giustizia, nel popolo del Signore, quindi deve intervenire per riportare le cose alla verità, alla giustizia.
Il servo NON chiede nessun intervento di Dio. La sua storia dunque termina con la condanna e l’esecuzione: “Con oppressione e ingiusta sentenza fu tolto di mezzo; chi si affligge per la sua sorte?”. Nessuno lo ha difeso, nessuno si è preoccupato di proclamare la giustizia del servo, anzi, “gli si diede sepoltura con gli empi, con il ricco fu il suo tumulo, sebbene non avesse commesso violenza né‚ vi fosse inganno nella sua bocca”. Quindi la sepoltura sigilla tutta la vita del servo come vita di dolore e di disprezzo, ed è una vita che termina in una fossa comune, nella fossa dei giustiziati.
Ora, quelli che raccontano la storia, ne possono dire il significato vero, possono dire che era innocente quell’uomo: “sebbene non avesse commesso violenza né‚ vi fosse inganno nella sua bocca”. Questa è una dicitura che rimane come sigillo della sua sepoltura, è scritta sulla sua lapide; sulla lapide c’è scritto che era innocente nelle parole e nelle opere, non ha commesso violenza, non ha detto inganno o falsità.
Ma non è stato il servo a dire questo, non è stato il servo a proclamare la sua innocenza, come di solito avviene nei salmi di un accusato ingiustamente. Nemmeno questa proclamazione di innocenza è stata fatta durante la sua vita, non c’è nessuno che durante il processo si sia alzato a difenderlo, o che di fronte alla esecuzione abbia protestato. Sono altre persone che invece proclamano il servo innocente, ma dopo la sua morte; quando orami è troppo tardi, quando orami non c’è più niente da fare; a quel punto il servo è proclamato dal coro innocente e giusto.
Non è vero che non c’è più niente da fare, non è vero che è troppo tardi. E’ troppo tardi per gli uomini, per la giustizia degli uomini, ma non è troppo tardi per l’intervento di Dio.
Sembrava che anche Dio lo avesse abbandonato e che non si fosse preso cura della sorte del servo. Quando dice: “chi si affligge per la sua sorte?” sembra che la risposta sia proprio nessuno: né gli uomini, né Dio.
“Ma al Signore è piaciuto prostrarlo con dolori. Quando offrirà se stesso in espiazione, vedrà una discendenza, vivrà a lungo, si compirà per mezzo suo la volontà del Signore. Dopo il suo intimo tormento vedrà la luce e si sazierà della sua conoscenza;” Viene proclamata la glorificazione del servo; la storia finisce adesso nella glorificazione del servo.
Nei salmi di azione di grazie il protagonista racconta, di solito, la sua disgrazia e poi la liberazione ottenuta meravigliosamente dal Signore. Quando proclama questa liberazione invita tutti gli altri a fare festa con lui, a lodare Dio insieme con lui, ed invita tutti ad avere fiducia nel Signore.
Ma in tutti questi salmi la narrazione riguarda un pezzo della vita: «ho sperimentato una malattia grave, una lotta grave e mi sentivo ormai spacciato, ma il Signore è intervenuto e mi ha liberato»; questa è l’esperienza che ho fatto un mese fà, quindi c’è stato un periodo, nella mia vita, in cui ho conosciuto l’angoscia e al termine di questa ho conosciuto la liberazione del Signore.
Ma per quanto riguarda il servo non è solo un pezzo della sua vita che è stato segnato dalla sofferenza. Nel suo caso la disgrazia è stata integra, dalla nascita fino alla sepoltura; fin dall’inizio è cresciuto come un virgulto in terra arida, fin dall’inizio non ha apparenza né bellezza per attirare i nostri sguardi, quindi tutta la sua vita è stata di sofferenza, nella quale ha portato il peso dei peccati degli uomini.
Per questo la liberazione non può essere solo la guarigione da una malattia mortale, o la protezione da un nemico ostile; la liberazione deve riscattare tutta l’esistenza, deve superare la morte stessa, perché solo una liberazione totale può salvare da una disgrazia che è stata totale, radicale e piena.
Tutta la vita di dolore di questo servo è stato un piano di Dio nascosto nel mistero, ma già attivo come salvezza. Il Signore aveva voluto questo piano, lo accettava, e per questo la vita del servo ha avuto un valore grande. Ma ci si accorge di questo solo adesso, dopo la morte, nella glorificazione del Signore: “quando offrirà se stesso in espiazione, vedrà una discendenza, vivrà a lungo”. Vuol dire che la sua vita e la sua morte sono state feconde; sembrava un germoglio arido, senza vita, senza pienezza, la sua vita era stata segnata da una morte violenta, ma il Signore lo ha salvato e “vivrà a lungo, si compirà per mezzo suo la volontà del Signore”. Quindi c’era un progetto positivo, un progetto di salvezza che il servo ha portato a compimento.
“Dopo il suo intimo tormento vedrà la luce e si sazierà della sua conoscenza; il giusto mio servo giustificherà molti, egli si addosserà la loro iniquità”. La sua passione diventa sorgente di vita e di salvezza per gli uomini. Si è addossato l’iniquità degli uomini e giustificherà molti. “Giustificherà” non vuole dire che scuserà, ma vuole dire che renderà giusti, che trasforma gli uomini, e da egoisti li trasforma in autentici nell’amore, in giusti, in veri, in sinceri. Opera questa trasformazione meravigliosa dell’uomo. “Molti” vuol dire la moltitudine, molta gente, un popolo immenso, che scaturisce, che riceve vita dalla sua passione e dalla sua morte.
“Perciò io gli darò in premio le moltitudini, dei potenti egli farà bottino, perché‚ ha consegnato se stesso alla morte ed è stato annoverato fra gli empi, mentre egli portava il peccato di molti e intercedeva per i peccatori”. Quindi Dio conferma il messaggio con il suo oracolo ed annulla il giudizio umano.
Il giudizio umano ha condannato a morte quest’uomo come colpevole; Dio annulla il giudizio degli uomini dichiarando il servo innocente, anzi l’innocenza del servo renderà innocenti molti uomini. Questi uomini che vengono giustificati, liberati dalla condanna che si sono meritati saranno la preda della sua vittoria, cioè li conquisterà come bottino con il dono della sua vita. Vuole dire che la vita, la passione e la morte di questo servo sono state un intercessione che Dio ha accettato: il suo silenzio è stato in realtà una preghiera accolta da Dio.
Tra i vari compiti del profeta uno dei più significativi è quello di intercedere per il popolo.
E’ il compito che ha esercitato molto bene Mosè: quando il libro dell’Esodo racconta il peccato del vitello d’oro, dell’idolatria al vitello, dice che Dio aveva reagito al peccato di Israele con la volontà di annientare il suo popolo, e rivela questo a Mosè:
“Allora il Signore disse a Mosè: «Va’, scendi, perché, il tuo popolo, che tu hai fatto uscire dal paese d’Egitto, si è pervertito. Non hanno tardato ad allontanarsi dalla via che io avevo loro indicata! Si son fatti un vitello di metallo fuso, poi gli si sono prostrati dinanzi, gli hanno offerto sacrifici e hanno detto: Ecco il tuo Dio, Israele; colui che ti ha fatto uscire dal paese di Egitto». Il Signore disse inoltre a Mosè: «Ho osservato questo popolo e ho visto che è un popolo dalla dura cervice. Ora lascia che la mia ira si accenda contro di loro e li distrugga. Di te invece farò una grande nazione».
Mosè allora supplicò il Signore, suo Dio, e disse: «perché, Signore, divamperà la tua ira contro il tuo popolo, che tu hai fatto uscire dal paese d’Egitto con grande forza e con mano potente? Perché, dovranno dire gli Egiziani: Con malizia li ha fatti uscire, per farli perire tra le montagne e farli sparire dalla terra? Desisti dall’ardore della tua ira e abbandona il proposito di fare del male al tuo popolo. Ricordati di Abramo, di Isacco, di Israele, tuoi servi, ai quali hai giurato per te stesso e hai detto: Renderò la vostra posterità numerosa come le stelle del cielo e tutto questo paese, di cui ho parlato, lo darò ai tuoi discendenti, che lo possederanno per sempre». Il Signore abbandonò il proposito di nuocere al suo popolo.”

L’espressione “Mosè allora supplicò il Signore, suo Dio” è nel testo ebraico tradotta diversamente: Mosè allora accarezzo il Signore suo Dio. E’ un modo un po’ umano di parlare però contiene questa immagine di intimità di Mosè con il Signore, e che lo conduce ad un atteggiamento diverso.
Questa è l’intercessione di Mosè. Proprio perché è amico del Signore si può accostare a Lui, può “accarezzare” il Signore, e può ottenere che Dio cambi il suo atteggiamento.
E’ sempre un modo umano di parlare, però è essenziale per capire come è fatto Dio.
Sempre nel libro dell’Esodo, qualche paragrafo più avanti, c’è una seconda preghiera di Mosè:
“Mosè ritornò dal Signore e disse: «Questo popolo ha commesso un grande peccato: si sono fatti un dio d’oro. Ma ora, se tu perdonassi il loro peccato… E se no, cancellami dal tuo libro che hai scritto!». Il Signore disse a Mosè: «Io cancellerò dal mio libro colui che ha peccato contro di me. Ora va’, conduci il popolo là dove io ti ho detto. Ecco il mio angelo ti precederà; ma nel giorno della mia visita li punirò per il loro peccato»“.
Vuole dire che Mosè dice al Signore: «E’ vero il popolo ha peccato, ma tu perdonalo; o se non te la senti di perdonarlo annulla, distruggi anche me con il popolo». Allora il Signore si trova davanti a questa scelta: se vuole punire il popolo deve distruggere anche Mosè; se vuole salvare Mosè deve perdonare al popolo. E il Signore scegli di perdonare per amore di Mosè, perché è giusto, perché è un amico docile, obbediente. Questa è l’intercessione.
Il servo di Jahvè intercede. Vuole dire che vive una piena solidarietà con gli uomini e con il loro peccato, e siccome è innocente ottiene la giustificazione di molti, della moltitudine.
Capite che questo quarto canto è importante per l’antico testamento, ma lo è anche per noi perché è una delle chiavi per comprendere la passione del Signore.
Anche la passione del Signore è qualcosa di misterioso e di sorprendente, eppure in questa sofferenza c’è un disegno di grazia, di salvezza.
Ricordate quelle espressioni del Vangelo:
“Il Figlio dell’uomo infatti non è venuto per essere servito, ma per servire e dare la propria vita in riscatto per molti”, oppure le parole dell’ultima cena:
“«Questo è il mio sangue, il sangue dell’alleanza versato per molti»“
vengono proprio dal quarto canto del servo di Jahve e sono essenziali per capire la passione del Signore dove Egli porta sopra di sé il peccato degli altri e lo annulla con il suo silenzio, con la sua non-ribellione, con la capacità di coprire il peccato degli uomini con un amore più grande, con una sopportazione più grande.
I discorsi dell’istituzione dell’Eucaristia vengono rapportati al quarto canto;
l’inno della prima lettera a Pietro al capitolo 2° cita varie volte il quarto canto;
i racconti della passione sono anch’essi intrecciati di espressioni che fanno riferimento alla sofferenza del servo.
Vuol dire che quando la comunità cristiana si è interrogata sulla morte di Gesù e si è chiesta il perché, si è chiesta come fosse possibile che Dio abbandonasse il Suo servo, ha cercato la risposta nel quarto canto del servo di Jahvè.
Naturalmente vuole collegato agli altri tre, ma certamente il quarto canto è il principale.
La sofferenza si era già manifestata nel secondo canto, era diventata ampia nel terzo, ma diventa il tema unico del quarto canto.
Costruito in questo modo:
si parte dalla gloria, quindi dalla conclusione;
poi c’è una specie di flashback dove si racconta tutta la storia, dalla nascita alla sepoltura, e anche dopo, alla glorificazione;
ma bisogna arrivare lì perché la Parola di Dio fin dall’inizio ha pronunciato la glorificazione del servo: “Ecco, il mio servo avrà successo, sarà onorato, esaltato e molto innalzato”, il resto deve condurre a questo punto.
È evidente che il quarto canto del servo di Jahvè sia un’ottima chiave per capire e comprendere il mistero pasquale.
* Documento non rivisto dall’autore, ma rilevato come amanuense dal registratore, con l’aggiunta dei riferimenti biblici.

Dal libro del Profeta Isaia 42,1-4.6-7 – commento alla Prima Lettura

http://www.agosti.191.it/laparola/HTML%20PAROLE%20DI%20VITA/ANNO%20A/A04%20-%20DOMENICHE%20DEL%20TEMPO%20ORDINARIO/A01%20-%20BATTESIMO%20DEL%20SIGNORE.htm

PRIMA LETTURA COMMENTO

Dal libro del Profeta Isaia 42,1-4.6-7

Così dice il Signore: «Ecco il mio servo che io sostengo, il mio eletto di cui mi compiaccio. Ho posto il mio spirito su di lui; egli porterà il diritto alle nazioni. Non griderà né alzerà il tono, non farà udire in piazza la sua voce, non spezzerà una canna incrinata, non spegnerà uno stoppino dalla fiamma smorta. Proclamerà il diritto con fermezza; non verrà meno e non si abbatterà, finche non avrà stabilito il diritto sulla terra; e per la sua dottrina saranno in attesa le isole. Io, il Signore, ti ho chiamato per la giustizia e ti ho preso per mano; ti ho formato e stabilito come alleanza del popolo e luce delle nazioni, perché tu apra gli occhi ai ciechi e faccia uscire dal carcere i prigionieri, dalla reclusione coloro che abitano nelle tenebre».

La prima lettura che la Liturgia propone in questa Domenica dedicata al Battesimo di Gesù, è compresa in uno dei quattro poemi che costituiscono il “libretto del Servo” del profeta Isaia. Gli studiosi esprimono opinioni diverse, a volte contrastanti, nell’identificazione di questo “Servo di JHWH”, e la sua immagine resta controversa; se questi canti non si leggono isolati, ma si interpretano nel loro insieme costituito dai capitoli 40-55, si intuisce che per Isaia il “Servo” è lo stesso Israele, come è precisato anche nella Bibbia greca detta “dei Settanta”, dove il primo versetto della presente lettura è tradotto “Ecco Giacobbe, il mio servo…, Israele, il mio eletto…”. Resta comunque indicativo il titolo di “Servo” usato dal Profeta, perché rileva una completa ubbidienza e sottomissione; un servo, infatti, può fare solo quello che il suo padrone gli comanda e quindi, nel contesto della lettura, può fare solo la volontà di Dio.
Nelle parole di Isaia, l’incarico affidato al “Servo” è una missione di giudizio (…porterà il diritto alle nazioni …) sottolineata dall’espressione (Non spezzerà una canna incrinata, non spegnerà uno stoppino dalla fiamma smorta); una frase che ricorda la dura pratica giudiziaria usata nell’antica Israele, secondo la quale, quando era emessa una sentenza, un araldo percorreva le vie della città con una canna e una lanterna, fino alla casa dell’imputato dove, se la sentenza era di condanna (a morte) spegneva la lanterna e spezzava la canna. Il Servo, invece, è incaricato di annunciare a tutte le nazioni un giudizio di salvezza, e il suo ruolo (il ruolo di Israele) è quello di manifestare l’amore e il perdono di Dio per tutti i popoli, amore e perdono che, secondo quanto rivelerà il quarto canto, saranno invece la causa della morte del Servo stesso.
Al Servo è affidata anche una seconda missione, strettamente legata alla prima: essere alleanza di un popolo. In questa parte della lettura si intuisce come l’Autore sacro giochi sull’espressione “popolo dell’alleanza”, rovesciandola per indicare in Israele l’alleanza di un popolo, che diventa così l’umanità intera, come attestano le parole “luce delle nazioni” dello stesso versetto; quindi la stessa alleanza tra Dio e Israele è ora esercitata dal Servo (Israele) nel rapporto tra Dio e l’intera umanità. È la realizzazione della rivelazione del Sinai, dove Dio aveva stipulato l’alleanza con Israele manifestandogli il suo giudizio misericordioso e che ora, nel Servo, allarga a tutti i popoli della terra, rivelando loro il suo giudizio di salvezza e la sua più intima giustizia. Ma tutto questo può avvenire solo tramite il Servo unto dallo Spirito (Ho posto il mio spirito su di lui …), ed è proprio in questa citazione dello Spirito, tanto evocata da Isaia, che già il Targum (traduzione aramaica in parte parafrasata del testo ebraico dell’Antico Testamento, utilizzata nella Sinagoga durante le cerimonie liturgiche) vedeva nel Servo annunciato il futuro Messia. Le parole iniziali del carme sono riprese, quasi integralmente, anche nel Vangelo di Matteo, ma alla luce del mistero pasquale dove il “Servo” diventa “Figlio”; un’interpretazione della “Parola” del grande profeta rigorosamente esatta, poiché l’espressione greca “páis” della vecchia versione, detta “dei Settanta”, può significare sia “servo”, sia “figlio”. Con il termine “Figlio”, Matteo e gli altri Sinottici hanno voluto evidenziare il rapporto “unico” ed esclusivo di Gesù con il Padre.

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