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COMMENTO – ISAIA 55,1-11

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COMMENTO – ISAIA 55,1-11

L’alleanza eterna
Nella seconda parte del libro di Isaia (Deuteroisaia) (Is 40-55) si preannunzia e si prepara il ritorno dei giudei esiliati in Babilonia nella loro terra (538 a.C.). La sezione inizia con l’evocazione di una grande strada che si apre nel deserto, lungo la quale gli esuli si incamminano sotto la guida di Dio (Is 40), e termina con un poema nel quale si riafferma la fedeltà di Dio che porterà a compimento tutte le sue promesse (Is 55). Quest’ultimo capitolo si divide in tre parti: 1) il rinnovamento dell’alleanza davidica (vv. 1-5); 2) L’efficacia della parola di JHWH (vv. 6-11); 3) Rinnovamento di tutte le cose (vv. 12-13). Il brano liturgico riprende le prime due parti di questo capitolo, nella quale appaiono immagini strettamente connesse al tema dell’esodo e dell’alleanza, con riferimenti alle rielaborazioni tipiche della tradizione sapienziale.

Il rinnovamento dell’alleanza davidica (vv. 1-5)
Il brano si apre con un invito, rivolto a tutti gli assetati perché vengano all’acqua: anche coloro che non hanno denaro, potranno ugualmente mangiare e bere senza spesa vino e latte (v. 1). Acqua, vino e latte indicano metaforicamente il dono della salvezza quale si è concretizzato specialmente nel cammino dell’esodo. Sullo sfondo si possono percepire i racconti dell’acqua scaturita dalla roccia (Es 17,1-7; Nm 20,1-13) e quello della terra promessa che scorre latte e miele (Es 3,8). Il vino, che richiama la metafora di Israele come vigna del Signore, è un noto simbolo dei tempi messianici (cfr. Nm 49,11-12: vino e latte). L’invito a mangiare rievoca i temi biblici della Pasqua (Es 12,1-14), della manna (Es 16; Nm 11), del banchetto ai piedi del Sinai, mediante il quale è stata conclusa l’alleanza (24,5.11; cfr. Sal 23,5) e infine il banchetto escatologico (Is 25,6-9). Le stesse metafore erano usate per indicare il banchetto che la Sapienza personificata offre agli uomini perché acquistino la sapienza (Pr 9,3-6; Sir 24,18-20). Il fatto che il cibo sia distribuito senza spesa mette in luce il carattere gratuito della salvezza donata da Dio.
Nel versetto successivo il profeta chiede ai suoi interlocutori perché spendono denaro per ciò che non è pane e impiegano il loro patrimonio per ciò che non sazia (v. 2a). Con questa domanda egli allude forse alle eccessive preoccupazioni di alcuni circoli di esuli, i quali subordinano la ricerca del pane, dono di Dio e simbolo dell’alleanza, al possesso di beni materiali con cui garantire la propria sicurezza sia nella terra d’esilio che in quella in cui stanno per ritornare. Perciò il profeta ripete la sua esortazione, facendola precedere dall’invito ad «ascoltare»: se essi ascolteranno, mangeranno cose buone e gusteranno cibi succulenti (v. 2b). Il superamento delle preoccupazioni materiali presuppone l’ascolto della parola di Dio trasmessa dal profeta, che annunzia una svolta decisiva nella storia della salvezza.
Una terza volta l’invito viene ripetuto con un riferimento più esplicito ai doni significati nel mangiare e nel bere. In nome di Dio il profeta invita i suoi interlocutori da una parte a porgere l’orecchio e ad andare a lui, dall’altra ad ascoltare affinché possano vivere (v. 3a). L’ascolto della parola di Dio pronunziata dal profeta ha lo scopo di aggregare gli esuli per farne un popolo e di garantire loro la vera vita che si attua pienamente nel rapporto con Dio.
Infine il profeta assicura ai suoi interlocutori che Dio stabilirà con loro un’alleanza eterna, nel cui contesto verranno conferiti loro i favori assicurati a Davide (v. 3b). L’alleanza escatologica era stata preannunziata dai profeti nell’imminenza dell’esilio. Geremia aveva parlato di una «nuova alleanza», che avrebbe comportato, come caratteristica specifica, l’incisione della legge sul cuore del popolo (Ger 31,31-33; cfr. Ez 37,26-28). Più spesso però erano state usate altre espressioni come «alleanza eterna» (Ger 33,40; Ez 16,60; 37,26) e «alleanza di pace» (Ez 34,25).
Nel Deuteroisaia si era parlato due volte di un’«alleanza del popolo» (Is 42,6; 49,8), mentre in 54,10 si preannunziava un’«alleanza di pace». Qui invece si usa l’espressione «alleanza eterna», che viene interpretata nel versetto parallelo come «i favori assicurati a Davide». Questa espressione richiama la promessa fatta a Davide mediante il profeta Natan (2Sm 7,12-16), con la quale Dio si impegnava a mantenere la dinastia davidica sul trono di Gerusalemme: anche questa promessa era presentata come un’«alleanza eterna» (2Sam 23,5; cfr. Ger 33,21). Secondo il Deuteroisaia questa promessa si sarebbe verificata nei tempi escatologici, che per lui coincidevano con il ritorno dall’esilio. È strano però che la attuazione non abbia come destinatario il re messia, ma tutto il popolo: in questo modo tutto Israele diventa beneficiario dei doni promessi nel patto davidico. Il profeta non prevede dunque la restaurazione della dinastia davidica, ma l’attuazione dell’alleanza conclusa con David in favore di tutto il popolo rinnovato.
E di fatti è tutto il popolo che viene posto come «testimonio tra i popoli, principe e sovrano sulle nazioni». Esso chiamerà gente che non conosceva, ad esso accorreranno popoli che non lo conoscevano: tutto ciò è opera di JHWH, il Santo di Israele, che ha onorato il suo popolo (vv. 4-5). Sullo sfondo di questo testo si può intravedere l’immagine del pellegrinaggio escatologico delle nazioni al monte Sion. Proprio perché JHWH ha onorato il suo popolo, questo diventerà il punto di convergenza di nazioni numerose. Israele svolgerà quindi un ruolo di aggregazione internazionale, diventando così lo strumento di una pace duratura.

Efficacia della parola di Dio (vv. 6-11)
La seconda parte del capitolo inizia con queste parole: «Cercate il Signore, mentre si fa trovare, invocatelo, mentre è vicino» (v. 6). Il tema del «ricercare» (darash) Dio nasce dalla consuetudine diffusa in tutte le religioni di visitare il santuario di una divinità per poterla incontrare nella statua che la rappresenta e ottenere da essa doni e grazie. L’incontro con la statua era l’occasione di una forte esperienza religiosa. Anche in Israele il termine indicava originariamente la visita al santuario di JHWH per richiedere una responso per mezzo di un oracolo (cfr. Dt 17,9;). Il termine assume però altre connotazioni, quali l’essere fedeli a Dio (cfr. Os 10,12; Am 5,4.6; Is 9,12), pregarlo (cfr. Sal 69,23-24; 105,4), compiere la sua volontà (cfr. Is 31,1; Ger 10,21). In questo contesto l’invito a ricercare Dio è parallelo a quello di invocarlo e ha come motivazione il fatto che egli si fa trovare, è vicino. Rivolto agli esuli, questo invito ha lo scopo di renderli attenti alla presenza di Dio nella storia e disponibili lasciarsi coinvolgere nella sua azione, che sta per configurarsi in un intervento risolutivo a loro favore, la liberazione e il ritorno nella loro terra.
L’esigenza di cercare Dio comporta quindi un impegno preciso: «L’empio abbandoni la sua via e l’uomo iniquo i suoi pensieri; ritorni al Signore che avrà misericordia di lui e al nostro Dio che largamente perdona» (v. 7). Il termine «empio» (rasha‘), in parallelismo con «uomo iniquo» (îsh awen) indica colui che non si preoccupa di compiere il volere di Dio nella sua vita quotidiana. In questo contesto indica quei giudei che si erano stabiliti nella terra d’esilio integrandosi nella società in cui si trovavano senza più pensare alla possibilità di un ritorno nella loro terra. L’empio e l’iniquo sono invitati ad abbandonare rispettivamente la loro via e i loro pensieri. Per la legge del parallelismo i due termini sono equivalenti; ma le «vie» sono piuttosto i comportamenti pratici, mentre «pensieri» indicano più direttamente i propositi e i progetti che ne sono la causa. Secondo la mentalità biblica pensieri e azione sono intimamente collegati: per trasformare la prassi è indispensabile mutare la mentalità, il cuore delle persone. Positivamente l’empio è invitato a «ritornare» (shûb) a Dio. Questo verbo indica la «conversione», che consiste in un cambiamento di rotta per ritornare sul proprio cammino e incontrare nuovamente JHWH. Per colui che è andato fuori strada non è facile convertirsi, soprattutto se sussiste l’immagine di un Dio vendicativo e crudele. Perciò il profeta sottolinea che JHWH è un Dio misericordioso e disponibile al perdono. Per colui che si è allontanato un gesto radicale di cambiamento è possibile solo se è sicuro di ottenere il perdono.
Per cogliere fino in fondo la misericordia infinita di Dio bisogna superare la tendenza spontanea a immaginare Dio con categorie umane. È questo il problema di ogni pratica religiosa. Il profeta lo affronta in questi termini: «Perché i miei pensieri non sono i vostri pensieri, le vostre vie non sono le mie vie – oracolo del Signore. Quanto il cielo sovrasta la terra, tanto le mie vie sovrastano le vostre vie, i miei pensieri sovrastano i vostri pensieri» (vv. 8-9). Anche Dio ha i suoi pensieri e le sue vie, ma sia gli uni che le altre sono totalmente diversi da quelli dell’uomo. I pensieri di Dio sono i suoi progetti in favore del cosmo e dell’uomo. Le sue vie sono i suoi interventi nella storia. Ciò che Dio pensa e per cui agisce è solo la salvezza del suo popolo e in prospettiva di tutta l’umanità. I pensieri e le vie di Dio non solo sono diversi, ma «sovrastano» quelli dell’uomo, sono più alti di essi come è più alto il cielo rispetto alla terra. I piani di Dio sono quindi sconosciuti all’uomo, e questo non solo perché Dio è un Dio misterioso (cfr Is 45,15), ma anche e soprattutto perché l’uomo è rivolto alle cose che gli interessano, mentre Dio cerca il vero bene di tutti. Dio progetta e dirige la storia in un modo superiore e sovrano. L’esilio e il ritorno lo rivelano a quelli che sanno comprendere.
Infine il profeta mette in luce l’efficacia della parola di Dio, cioè del suo operare nella storia. Il testo consiste in un’unica frase che contiene un paragone tra ciò che avviene nella natura e l’attuazione della parola divina. Il primo termine del confronto viene così formulato: «Come infatti la pioggia e la neve scendono dal cielo e non vi ritornano senza avere irrigato la terra, senza averla fecondata e fatta germogliare, perché dia il seme al seminatore e pane da mangiare…» (v. 10). In questa descrizione, ricavata dall’esperienza agricola, quello su cui si fa leva è l’efficacia dell’acqua che, sotto forma di pioggia o di neve, non scende mai sulla terra senza fecondarla, facendole produrre il frumento che l’agricoltore utilizzerà sia come seme sia per la semina dell’anno successivo, sia per fare il pane che serve al nutrimento della sua famiglia.
Il secondo termine di paragone è così delineato «…così sarà della parola uscita dalla mia bocca: non ritornerà a me senza effetto, senza aver operato ciò che desidero e senza aver compiuto ciò per cui l’ho mandata» (v. 11). La parola divina avrà dunque la stessa efficacia dell’acqua che scende sui campi: una volta che è pronunziata essa non può rimanere senza effetto, cioè senza attuare la volontà divina in essa formulata. Il contenuto di questa parola consiste negli oracoli raccolti nel libro, e cioè fondamentalmente il ritorno del popolo dall’esilio e la sua restaurazione. Questo grande evento viene dunque presentato ancora una volta come il risultato non di sforzi umani, ma di un intervento divino con il quale si attua un progetto elaborato fin dall’eternità.
In questo testo la parola di Dio è personificata come la Sapienza (cfr. Pr 8,22), la quale, come la parola, esce anch’essa dalla bocca di Dio (cfr. Sir 24,3), e lo Spirito (cfr. Sap 1,5-7). Essa è presentata come un messaggero o un agente divino che non solo annuncia il futuro realizzarsi di eventi straordinari, ma che li attua essa stessa efficacemente (cfr. Sap 18,14-15). Tra il Dio lontano, avvolto nel suo mistero eterno, e il Dio vicino, che opera nella storia del mondo, si situa la Parola che scende dal cielo per realizzare la salvezza. Il Deuteroisaia spiega dunque la storia del mondo, in modo particolare la storia sacra d’Israele, per mezzo della presenza profonda ed onnipotente della Parola.

Linee interpretative
Il Deuterosisaia presenta Dio da una parte come Colui che è immensamente superiore all’uomo, che ha pensieri e comportamenti diametralmente opposti ai suoi. D’altra parte però lo presenta anche come Colui che è vicino e si lascia trovare dall’uomo. In forza della sua trascendenza, Dio non può essere definito, perché inevitabilmente sarebbe ridotto a categorie umane. Di lui si può dire con più sicurezza quello che non è che non quello che è. Tutto quanto si dice di Lui non può essere che una metafora, un’analogia totalmente inadeguata al suo vero essere. Tuttavia questo Dio inaccessibile si fa vicino all’uomo e gli parla attraverso gli eventi della storia, interpretati dai suoi profeti. Costoro sono persone che hanno una percezione più diretta e immediata del divino così come si manifesta nel mondo e nella storia. Essi sanno leggere i segni dei tempi e indicare la strada da percorrere. La loro parola è luce e guida per tutto il popolo, specialmente nei momenti più cruciali, come è quello del ritorno dall’esilio. Coloro a cui si rivolgono devono ascoltarli: ciò non li esime però da una ricerca personale, senza della quale non potranno discernere i veri dai falsi profeti.
Il profeta aveva concentrato nel momento del ritorno dall’esilio la realizzazione delle speranze di Israele. Perciò nella conclusione dei suoi oracoli presenta ancora una volta questo evento straordinario come il pieno compimento delle promesse fatte da Dio al suo popolo. In esso si realizzano i grandi simboli della salvezza, che ruotano intorno al tema dell’alleanza. Gli eventi del Sinai appaiono ormai come realtà passate, semplici prefigurazioni dell’alleanza escatologica la cui caratteristica è quella di essere eterna. Dio si impegna ormai in modo pieno e definitivo per il suo popolo, basando la sua azione salvifica soltanto sulla sua volontà e potenza. Il contributo del popolo sarà pur sempre necessario, ma esso si attuerà ormai spontaneamente, in forza dell’azione potente e gratuita di Dio, che si identifica con l’opera dello Spirito preannunziato da Ezechiele. Solo perché si fonda esclusivamente sulla potenza di Dio, l’alleanza escatologica sarà piena e definitiva.
Nel contesto di questa alleanza, il Deuteroisaia intravede anche il compimento delle promesse fatte a Davide. Si concretizza così l’attesa messianica che si era sviluppata alla vigilia dell’esilio, nella prospettiva ormai imminente della caduta della dinastia davidica sotto i colpi dei babilonesi. Le promesse davidiche non sono però un tema prioritario per questo profeta, il quale ne parla, con qualche reticenza, solo in questo testo. L’accento non è posto sulla figura del futuro re discendente di Davide, ma su tutto il popolo dei rimpatriati, che saranno i destinatari delle promesse fatte al lontano progenitore della dinastia regnante. È difficile scoprire il motivo di questa reinterpretazione, dovuta forse al fatto che dopo l’esilio la dinastia davidica non ha più ripreso vigore. Ciò che interessa il lettore moderno è la concentrazione dell’interesse sulla comunità del popolo di Dio, che non ha più bisogno di essere rappresentata da un sovrano potente, ma va essa stessa incontro al suo Dio.

 

BRANO BIBLICO SCELTO – ISAIA 40,1-5.9-11

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BRANO BIBLICO SCELTO - ISAIA 40,1-5.9-11

1 « Consolate, consolate il mio popolo, dice il vostro Dio. 2 Parlate al cuore di Gerusalemme e gridatele che è finita la sua schiavitù, è stata scontata la sua iniquità, perché ha ricevuto dalla mano del Signore doppio castigo per tutti i suoi peccati ».
3 Una voce grida: « Nel deserto preparate la via al Signore, appianate nella steppa la strada per il nostro Dio. 4 Ogni valle sia colmata, ogni monte e colle siano abbassati; il terreno accidentato si trasformi in piano e quello scosceso in pianura. Allora si rivelerà la gloria del Signore e ogni uomo la vedrà, poiché la bocca del Signore ha parlato ».
9 Sali su un alto monte, tu che rechi liete notizie in Sion; alza la voce con forza, tu che rechi liete notizie in Gerusalemme. Alza la voce, non temere; annunzia alle città di Giuda: « Ecco il vostro Dio! 10 Ecco, il Signore Dio viene con potenza, con il braccio egli detiene il dominio. Ecco, egli ha con sé il premio e i suoi trofei lo precedono. 11 Come un pastore egli fa pascolare il gregge e con il suo braccio lo raduna; porta gli agnellini sul petto e conduce pian piano le pecore madri ».

COMMENTO
Isaia 40,1-5.9-11
Il lieto annunzio del ritorno

Il testo preso in esame è l’introduzione al libro della Consolazione di Israele, detto anche Deuteroisaia perché costituisce la seconda parte del libro che porta il nome del grande profeta (cc. 40-55). L’ambiente non è più quello dell’antico regno di Giuda, in cui è vissuto e ha operato Isaia (sec. VIII), ma quello degli esuli giudei che si trovano in esilio a Babilonia, quando questo regno sta ormai cadendo sotto i colpi dei persiani guidati da Ciro (538). Questo brano si presenta non come una composizione unitaria, ma piuttosto come una piccola antologia di diversi oracoli riguardanti la fine dell’esilio e il ritorno degli esuli a Gerusalemme: la consolazione di Israele (vv. 1-2); il nuovo esodo (vv. 3-5); l’efficacia della parola di Dio (vv. 6-8); il lieto annunzio (vv. 9-11).

La consolazione di Israele (vv. 1-2)
Il testo si apre con un oracolo nel quale Dio stesso esorta a «consolare» il suo popolo. Questo invito viene rivolto non tanto al profeta, il quale si limita a registrare le parole di JHWH, quanto piuttosto ad anonimi araldi i quali sono inviati a tutto il popolo (v. 1). Nel versetto successivo appare che il messaggio è indirizzato direttamente a Gerusalemme, la città santa, personificazione del popolo giudaico, e forse non senza un riferimento specifico ai giudei che hanno vissuto la tragedia dell’esilio pur restando nella terra dei padri. I messaggeri devono parlare al «cuore» di Gerusalemme (v. 2a). Il cuore indica il centro della persona, dove hanno luogo le scelte determinanti per la vita: perciò «parlare al cuore» di Gerusalemme significa annunziarle che la sua esistenza è profondamente trasformata perché JHWH ha deciso di ripristinare quel legame d’amore che univa lo univa al suo popolo (cfr. Os 2,16).
Il motivo della consolazione di Gerusalemme consiste nel fatto che «è finita la sua schiavitù, è scontata la sua iniquità, perché ha ricevuto dalla mano del Signore doppio castigo per tutti i suoi peccati» (v. 2b). È dunque terminato il servizio coatto a cui erano sottoposti i suoi abitanti condotti in esilio dai babilonesi. Il popolo che si era allontanato da Dio ha ormai scontato ampiamente la pena dovuta alla sua iniquità (cfr. Lv 26,41.43), ha ricevuto un doppio castigo per i suoi peccati, cioè in termini di sofferenza ha pagato un prezzo persino superiore alle sue colpe. In sintonia con tutta la predicazione profetica il castigo viene attribuito a Dio stesso, anche se la causa immediata sono state le vicende politiche di un travagliato periodo storico.

Tra breve il popolo sarà dunque liberato, con un gesto gratuito di misericordia, dallo stesso Dio che aveva dovuto intervenire con una dura punizione. Per gli esuli è giunto il momento del ritorno nella città santa, rappresentata come la sposa infedele che JHWH riprende con sé dopo una punizione esemplare (cfr. Ez 16; 23; Os 2,16; Is 49,14-26; 51,17-52,12; 54,1-17).

Il nuovo esodo (vv. 3-5)
Il profeta comunica ora quanto dice «una voce», cioè un anonimo messaggero di Dio, il quale ordina di preparare nel deserto una strada perché in essa possa passare JHWH. Egli aveva guidato un giorno il suo popolo fuori dell’Egitto camminando alla sua testa sotto forma di colonna di fuoco di notte e di colonna di nubi durante il giorno (Es 13,20-22; 14,17), poi aveva posto la sua dimora nel santuario (Es 40,34) e infine nel tempio di Gerusalemme (2Re 8,10-11), ma lo aveva abbandonato a motivo dei peccati del popolo (Ez 10,18; 11,22-23). Ora egli sta per ritornare nella città santa e nel tempio alla testa del suo popolo dopo averlo liberato dall’oppressione babilonese (v. 3).
La preparazione consiste nel colmare ogni valle, nell’abbassare monti e colli e nel trasformare il terreno accidentato e scosceso in pianura (v. 4). Fuori metafora ciò significa che l’evento del ritorno richiederà un profondo cambiamento nella mentalità di tutti i giudei, guidato e illuminato dalla predicazione profetica che non era mai venuta meno durante tutto il tempo dell’esilio. La religione di Israele in questo periodo è cambiata e dovrà ancora cambiare in profondità, coinvolgendo in questa trasformazione anche coloro che erano rimasti nella madre patria e avevano continuato nelle pratiche sincretistiche dei loro padri. Proprio l’incapacità da parte di costoro di accettare il nuovo di cui i rimpatriati erano portatori provocherà tutta una serie di tensioni che renderanno difficile la restaurazione del popolo di Dio.
Il ritorno degli esuli comporterà una meravigliosa rivelazione della gloria di Dio: «Allora si rivelerà la gloria del Signore e ogni uomo la vedrà, poiché la bocca del Signore ha parlato» (v. 5). Il termine «gloria» (kabôd) indica il fulgore che nell’immaginazione popolare accompagna la manifestazione di Dio. La gloria è la forma visibile e luminosa sotto cui Dio si era manifestato più volte nell’esodo (cfr. per es. Es 16,7.10; 24,16-17) e aveva preso dimora prima nella tenda (Es 40,34) e poi nel tempio di Gerusalemme (1Re 8,11). Vedere la gloria del Signore significa sperimentare in prima persona gli effetti dell’intervento divino. Ora la rivelazione della gloria di Dio sarà disponibile non solo agli israeliti, ma a tutti gli uomini. Secondo il Deuteroisaia l’evento del ritorno avrà una forte connotazione universalistica: tutti i popoli saranno coinvolti in esso, se non altro come spettatori che partecipano intimamente a quanto si svolge sotto i loro occhi. Nei successivi vv. 6-9 si dice che l’uomo è come l’erba che dissecca, mentre la parola di Dio dura per sempre. Dio dunque è più potente degli oppressori del suo popolo (cfr. Is 51,12), e anche del suo popolo peccatore: la sua promessa di liberazione perciò si attuerà infallibilmente. Questo concetto, che viene ripreso nella conclusione del libro (cfr. 55,10-11), rappresenta una delle idee chiave del libro.

Il lieto annunzio (vv. 9-11)
Nuovamente viene chiamato in scena un araldo che viene inviato con un compito specifico: «Sali su un alto monte, tu che rechi liete notizie in Sion; alza la voce con forza, tu che rechi liete notizie in Gerusalemme. Alza la voce, non temere; annunzia alle città di Giuda: Ecco il vostro Dio!» (v. 9). L’araldo deve annunziare a Gerusalemme e alle città di Giuda il ritorno di JHWH alla testa degli esiliati. Egli è designato come «colui che reca liete notizie» (mebasseret): da questa espressione, tradotta in greco «colui che evangelizza» (euangelizomenos) deriverà il termine «vangelo», con cui i primi cristiani designeranno la predicazione di Gesù.
Il Signore che ritorna alla testa del suo popolo è poi presentato con due immagini. La prima è quella del re potente e vittorioso, che ritorna dalla guerra portando con sé il bottino tolto ai nemici (v. 10): questo rappresenta il popolo stesso che JHWH ha sottratto alla dominazione straniera. La seconda immagine è quella del pastore che guida il suo gregge (cfr. Sal 23; Ez 34), lo raduna, lo fa pascolare, porta sulle spalle gli agnellini e ha cura delle pecore madri (v. 11).

Linee interpretative
Nell’introduzione del Deuteroisaia sono indicati in modo significativo i grandi temi del libro: la fine dell’esilio, visto come un duro castigo per i peccati del popolo, il nuovo esodo, l’esigenza di una preparazione da parte del popolo, l’efficacia della parola di Dio, l’universalismo della salvezza. Dio viene presentato con immagini diverse: condottiero, marito, pastore. Tutto il brano esprime meraviglia, gioia ed esaltazione per la svolta improvvisa che sta prendendo la storia della salvezza. Il messaggio fondamentale di questo poema è la fiducia nel Dio che dirige gli eventi della storia umana piegandoli a quelli che sono i suoi piani di salvezza. Anche quando sembra che le vicende umane sfuggano al suo controllo, Dio non rinunzia al suo potere e non viene meno alle sue promesse. L’importante per l’uomo è di saper vedere la sua gloria quando si manifesta.
Il profeta è convinto che il momento del ritorno segni l’attuazione delle grandi profezie che alla vigilia dell’esilio preannunziavano la trasformazione escatologica del popolo di Dio (Ger 31,31-34; Ez 36,25-27; Dt 30,6). Il tema del castigo è ancora presente, ma passa ormai in secondo piano: il popolo aveva un debito che doveva essere pagato, e di fatto ha scontato amaramente per le sue colpe, ma in realtà la salvezza è frutto di un intervento gratuito di Dio. Purtroppo la restaurazione del popolo non si verificherà con la pienezza annunziata, ma le immagini elaborate in questo momento entusiasmante serviranno per delineare la futura salvezza, rinviata ormai agli ultimi tempi.

 

ISAIA 63,16-17.19; 64,1-7 – COMMENTO ALLA PRIMA LETTURA

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ISAIA 63,16-17.19; 64,1-7

16 Tu, Signore, tu sei nostro padre, da sempre ti chiami nostro redentore. 17 Perché, Signore, ci lasci vagare lontano dalle tue vie e lasci indurire il nostro cuore, così che non ti tema? Ritorna per amore dei tuoi servi, per amore delle tribù, tua eredità.
19 Se tu squarciassi i cieli e scendessi! Davanti a te sussulterebbero i monti.
64,1 Davanti a te tremavano i popoli, 2 quando tu compivi cose terribili che non attendevamo, 3 di cui non si udì parlare da tempi lontani. Orecchio non ha sentito, occhio non ha visto che un Dio, fuori di te, abbia fatto tanto per chi confida in lui. 4 Tu vai incontro a quanti praticano la giustizia e si ricordano delle tue vie. Ecco, tu sei adirato perché abbiamo peccato contro di te da lungo tempo e siamo stati ribelli.
5 Siamo divenuti tutti come cosa impura, e come panno immondo sono tutti I nostri atti di giustizia: tutti siamo avvizziti come foglie, le nostre iniquità ci hanno portato via come il vento. 6 Nessuno invocava il tuo nome, nessuno si riscuoteva per stringersi a te; perché tu avevi nascosto da noi il tuo volto, ci hai messo in balìa della nostra iniquità. 7 Ma, Signore, tu sei nostro padre; noi siamo argilla e tu colui che ci dà forma, tutti noi siamo opera delle tue mani.

COMMENTO
Isaia 63,16b-17.19b; 64,1c-7
Preghiera per la salvezza del popolo
La terza parte del libro di Isaia (cc. 56-66) contiene una raccolta di oracoli che si differenziano non solo da quelli della prima, ma anche da quelli della seconda parte del libro. In essi infatti il profeta, chiamato Terzo Isaia si rivolge non più agli esiliati, ma ai giudei residenti in Gerusalemme; il suo centro di interesse non è più il nuovo esodo, ma il ristabilimento delle istituzioni teocratiche, le quali sono minacciate non da agenti esterni, ma dall’infedeltà degli stessi rimpatriati. Probabilmente il libretto è una raccolta di piccole collezioni preesistenti, dotate ciascuna di una certa unità tematica: 1) Una salvezza a disposizione di tutti (cc. 56-57); 2) Digiuno e giustizia sociale (cc. 58-59); 3) Gerusalemme e il suo profeta (cc. 60-62); 4) Profezie apocalittiche (cc. 63-66). All’interno dell’ultima parte del Terzo Isaia si situa una lunga meditazione sulla storia di Israele che sfocia in una preghiera accorata (63,7-64,11) che assume la forma di una lamentazione collettiva. Questa si divide in due brani: 1) Lode a Dio per le misericordie passate (63,7-14); 2) Richiesta di aiuto nelle difficoltà presenti (63,15-64,11). Dal secondo di questi due brani è ricavato, con qualche omissione, il testo liturgico che a sua volta si divide in tre parti: invocazione a Dio Padre (63,16b-17); ricordo degli interventi prodigiosi del passato (64,1c-4a); confessione di peccato e richiesta di perdono (64,4b-7).

Invocazione a Dio Padre (63,16b-17)
Il testo inizia con un’accorata invocazione: «Tu, Signore, tu sei nostro padre, da sempre ti chiami nostro redentore. Perché, Signore, ci lasci vagare lontano dalle tue vie e lasci indurire il nostro cuore, così che non ti tema? Ritorna per amore dei tuoi servi, per amore delle tribù, tua eredità». Il profeta si rivolge direttamente Dio con accenti di grande intensità (cfr. Sal 80,15) facendo proprio il grido di tutta la comunità. In contrapposizione all’ostilità e alla presunta indifferenza di Abramo e di Israele (cfr. v. 16a) Dio viene invocato come «Padre». Sebbene la descrizione di Israele come «figlio» sia comune a tutta la tradizione (cfr. Is 1,2; Dt 32,5), il riferimento a Dio «padre» si fa più frequente solo nel tardo periodo post-esilico. È possibile che la riluttanza ad usare il nome di «padre» per Dio nei tempi precedenti derivasse dall’originaria associazione con il mondo mitologico delle divinità cananaiche, così come appare a Ugarit.
JHWH è chiamato «redentore» (go’el): con questo termine si indica il parente prossimo che interviene in soccorso di chi si trova in una situazione di grande pericolo o necessità. Sia nel momento dell’uscita dall’Egitto, sia in quello del ritorno dall’esilio JHWH ha assunto nei confronti di Israele il ruolo del go’el, liberandolo e acquistandolo per sé con le sue azioni prodigiose (cfr. Es 6,6; Is 41,14; 44,22). Il profeta rivolge a Dio un rimprovero velato perché permette ai suoi servi di allontanarsi da lui, di indurire il loro cuore in modo tale che essi non lo temano. E gli chiede di ritornare per amore loro e delle tribù che sono la sua eredità, che gli appartengono. Questi «servi» sono i seguaci del servo sofferente del Secondo Isaia (cfr. 50,10): questo appellativo viene loro dato per la prima volta in 56,6 e diventa poi usuale nel Terzo Isaia.
Nei successivi vv. 18-19a, il profeta mette in evidenza con una intensità crescente la disperazione di Israele: non solo è stato distrutto il suo santuario, distrutto dai babilonesi nel 587, ma Israele ha la sensazione di essere stato abbandonato completamente da Dio. Infine torna la richiesta pressante perché Dio intervenga direttamente dall’alto: «Se tu squarciassi i cieli e scendessi! Davanti a te sussulterebbero i monti» (v. 19b). I cieli chiusi sono un’immagine per indicare la mancanza di comunicazione tra Dio e il suo popolo. La richiesta di un nuovo intervento di Dio evoca le immagini tipiche della teofania, quando JHWH era disceso sul Sinai e il monte era stato scosso dal terremoto (Es 19,18).

Interventi di Dio nel passato (64,1c-4a)
La preghiera prosegue con il ricordo degli interventi prodigiosi di Dio in favore di Israele. Anzitutto il profeta esalta le opere di JHWH: «Davanti a te tremavano i popoli, quando tu compivi cose terribili che non attendevamo, di cui non si udì parlare da tempi lontani» (vv. 1c-3a). Di fronte alla manifestazione di JHWH le nazioni tremano perché egli compie cose terribili e inaudite. Ciò suggerisce una professione di fede nell’unicità di Dio: «Orecchio non ha sentito, occhio non ha visto che un Dio, fuori di te, abbia fatto tanto per chi confida in lui» (v. 3b). Anche qui si può notare un riferimento alla tradizione del Sinai dove l’unicità di JHWH è affermata non in chiave filosofica ma esistenziale: egli è l’unico che ha dimostrato una potenza così grande da liberare Israele (Es 20,3; Dt 6,4). Da queste esperienze viene ricavato un principio generale circa il comportamento di Dio: «Tu vai incontro a quanti praticano la giustizia e si ricordano delle tue vie» (v. 4). Nel contesto sembra questo il significato della frase che di per sé potrebbe anche significare: «tu colpisci (pg’) colui che pratica volentieri la giustizia», con riferimento alla sofferenza del giusto.

Penitenza e richiesta di perdono (64,4b-7)
Nell’ultima parte della preghiera il profeta confessa a nome del popolo: «Ecco, tu sei adirato perché abbiamo peccato contro di te da lungo tempo e siamo stati ribelli. Siamo divenuti tutti come una cosa impura e come panno immondo sono tutti i nostri atti di giustizia tutti siamo avvizziti come foglie, le nostre iniquità ci hanno portato via come il vento» (vv. 4b-5). L’ira è una metafora per indicare la frattura che si pone tra Dio e il popolo peccatore, il quale attira su di sé tutta una serie di tragedie e sofferenze. Stando al testo ebraico si dovrebbe però leggere: «È perché tu eri adirato che noi abbiamo peccato». Questa lettura però ribalta radicalmente la sequenza teologica tradizionale secondo cui prima si ha il peccato e poi il giudizio divino. Per questo motivo la maggior parte delle traduzioni combinano insieme le due frasi rimuovendo il nesso causale e conservando così, implicitamente, la sequenza tradizionale. Ma forse la forza del versetto consiste proprio nella formulazione imprevista, che costituisce una forte protesta nei confronti di Dio.
L’ipotesi che sia stato Dio stesso a precipitare il popolo in tale situazione di peccato sembra trovare conferma nel seguito della lamentazione: «Nessuno invocava il tuo nome, nessuno si riscuoteva per stringersi a te; perché tu avevi nascosto da noi il tuo volto, ci hai messo in balìa della nostra iniquità» (v. 6). Se nessuno invoca il nome di JHWH e aderisce a lui dipende dal fatto che JHWH ha nascosto il suo volto, cioè ha interrotto il suo rapporto vitale col suo popolo e lo ha abbandonato a se stesso. Da questo lamento appare che Dio non ha bisogno di punire il peccatore, basta che lo lasci fare, perché il peccato, in quanto perturba l’ordine sociale, porta già con sé la sua punizione.
La preghiera non termina però con espressioni così disperate. Alla fine ritorna il tema della fiducia: «Ma, Signore, tu sei nostro padre; noi siamo argilla e tu colui che ci dà forma, tutti noi siamo opera delle tue mani» (v. 7). Come si era aperta, così la preghiera termina con l’attribuzione a JHWH della qualifica di «Padre». Questa gli compete perché è stato lui a plasmare Israele. Perciò il popolo è per lui come l’argilla su cui è intervenuto per dargli la vita: su questo rapporto originario e indissolubile si basa la fiducia del popolo in un avvenire migliore.

Linee interpretative
La forza di questa preghiera consiste nel contrasto tra quanto JHWH ha fatto per il suo popolo nel passato e la situazione terribile in cui esso si trova nel presente. Non solo Dio un giorno ha salvato il suo popolo, ma è stato lui stesso a plasmarlo e a dargli la vita, al punto che Egli può essere invocato dal popolo come suo Padre. D’altro canto le sventure che si abbattono sul popolo sono viste come un segno della sua ira. Dio è adirato perché il popolo è caduto nel peccato: resta però nell’orante il dubbio che sia stata proprio la lontananza di Dio a causare il peccato del popolo con le disgrazie che esso ha provocato. In questo testo il vero peccato di Israele è la sua rottura con Dio e il castigo consiste nel fatto che Dio abbandona il popolo alle conseguenze disastrose dei suoi peccati.
In questa situazione l’unica soluzione veramente efficace è un ritorno di Dio in mezzo al suo popolo. Perciò la preghiera si concentra sulla richiesta di una nuova manifestazione di Dio, quasi una nuova teofania simile a quella del Sinai. Certo la venuta di JHWH dovrebbe comportare l’allontanamento non solo del peccato, ma anche delle sue conseguenze disastrose che ha provocato. Ma ciò che interessa maggiormente all’orante è il ristabilimento della comunione con lui. Le sventure materiali sono dolorose non in se stesse, ma perché sono viste come il segno della lontananza di Dio. Se Dio dà un segno della sua presenza in mezzo al popolo, allora anche le prove non saranno più così intollerabili. Ciò che importa non sono i doni di Dio, ma Dio stesso in quanto Padre e principio di vita per il suo popolo.

LA PAROLA DI DIO DALLA PRIMA LETTURA. IL LIBRO DI EZECHIELE. IL TAU

http://gpcentofanti.wordpress.com/2014/08/13/la-parola-di-dio-dalla-prima-lettura-il-libro-di-ezechiele-il-tau/

LA PAROLA DI DIO DALLA PRIMA LETTURA. IL LIBRO DI EZECHIELE. IL TAU

By Pmartucci

(dall’indirizzo web direi che è stato scritto il 13.8.2014, infatti sono le letture del giorno)

I Lettura Ez 9,1-7;10,18-22
Segna un tau sulla fronte degli uomini che piangono per tutti gli abomini che si compiono in Gerusalemme.
Salmo (Sal 112)
Più alta dei cieli è la gloria del Signore.
Vangelo Mt 18,15-20
Se ti ascolterà, avrai guadagnato il tuo fratello.

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Ez 9, 10
Una voce potente gridò ai miei orecchi: «Avvicinatevi, voi che dovete punire la città, ognuno con lo strumento di sterminio in mano». Ecco sei uomini giungere dalla direzione della porta superiore che guarda a settentrione, ciascuno con lo strumento di sterminio in mano. In mezzo a loro c’era un altro uomo, vestito di lino, con una borsa da scriba al fianco. Appena giunti, si fermarono accanto all’altare di bronzo.
La gloria del Dio d’Israele, dal cherubino sul quale si posava, si alzò verso la soglia del tempio e chiamò l’uomo vestito di lino che aveva al fianco la borsa da scriba. Il Signore gli disse: «Passa in mezzo alla città, in mezzo a Gerusalemme, e segna un tau sulla fronte degli uomini che sospirano e piangono per tutti gli abomini che vi si compiono». Agli altri disse, in modo che io sentissi: «Seguitelo attraverso la città e colpite! Il vostro occhio non abbia pietà, non abbiate compassione. Vecchi, giovani, ragazze, bambini e donne, ammazzate fino allo sterminio: non toccate, però, chi abbia il tau in fronte. Cominciate dal mio santuario!». Incominciarono dagli anziani che erano davanti al tempio. Disse loro: «Profanate pure il tempio, riempite di cadaveri i cortili. Uscite!». Quelli uscirono e fecero strage nella città.
La gloria del Signore uscì dalla soglia del tempio e si fermò sui cherubini. I cherubini spiegarono le ali e si sollevarono da terra sotto i miei occhi; anche le ruote si alzarono con loro e si fermarono all’ingresso della porta orientale del tempio del Signore, mentre la gloria del Dio d’Israele era in alto su di loro. Erano i medesimi esseri che io avevo visto sotto il Dio d’Israele lungo il fiume Chebar e riconobbi che erano cherubini. Ciascuno aveva quattro aspetti e ciascuno quattro ali e qualcosa simile a mani d’uomo sotto le ali. Il loro aspetto era il medesimo che avevo visto lungo il fiume Chebar. Ciascuno di loro avanzava diritto davanti a sé.

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Il capitolo 9 del Libro di Ezechiele fa parte di un’unità più grande, formata dai capitoli 8-11. Essa presenta la visione del giudizio su Gerusalemme, un giudizio a cui il profeta è invitato per poterlo raccontare agli anziani di Giuda esiliati in Babilonia.
Sono in gran parte visioni quelle che scandiscono i momenti fondamentali dell’esperienza profetica di Ezechiele: la visione precede e accompagna la sua vocazione (capitoli 1-3), il giudizio su Gerusalemme (capitoli 8-11), le ossa aride (capitolo 37), il ritorno della gloria del Signore nel Tempio nuovo (capitoli 40-48).
Così in questa pericope:“uno spirito mi sollevò…in visioni divine mi portò a Gerusalemme…Ed ecco, là era la gloria del Dio d’Israele, simile a quella che avevo visto nella valle” (Ez 8,3-4)
Come tutti gli avvenimenti fondamentali della sua esperienza, la visione del capitolo 8 inizia con una data: “Nell’anno sesto, nel sesto mese, il cinque del mese, mentre mi trovavo in casa e dinanzi a me sedevano gli anziani di Giuda, la mano del Signore Dio si posò su di me e vidi…” (Ez 8,1-2)……..
La trama narrativa di questa visione è costituita da tre tempi: l’accusa e la prova dei quattro delitti contro la santità del Tempio, espressione dell’idolatria, del rifiuto del Signore, seguiti dal delitto dell’ingiustizia sociale che ne è la conseguenza (Ez 8,5-6.7-13.14-15.16-18); la sentenza accompagnata dall’esecuzione (Ez 9); infine, il racconto della gloria del Signore che, come in un esodo, abbandona il Tempio e prende la via del deserto (Ez 10-11).
La lettura liturgica omette la maggior parte di questi capitoli, limitandosi a Ez 9,1-11 e a Ez 10,1-10. 12-14. 18-19. 21-22a.
La sentenza annunciata alla fine del capitolo 8, viene ora eseguita da sette uomini sterminatori. Il settimo si distingue però dagli altri sei perché è uno scriba ed è incaricato dal Signore di segnare con un tau la fronte di coloro che saranno salvati dallo sterminio, ossia del resto che rimane, tipico tema in Isaia, e che renderà possibile la continuazione del popolo, rinnovato dalla purificazione radicale da ogni forma di empietà. Si ritroverà questa immagine altrove nella Bibbia, nella figura dello sterminatore di Es 12,23 e negli angeli “con i sette flagelli” in Ap 15-16.
Il tau, ultima lettera dell’alfabeto ebraico, è il segno di salvezza, di distinzione. Nell’antico ebraico aveva la forma di una croce : era usata per firmare un documento ( Gb 31,35), per denotare la proprietà di beni, era segno di appartenenza. Il libro dell’Apocalisse riprenderà questa immagine (Ap 7) con l’immagine del sigillo.
La visione si può accostare al Sal 87, ” 6 Il Signore registrerà nel libro dei popoli:/«Là costui è nato”, i nati a Gerusalemme. Ma l’accostamento più imme­diato è al segno fatto col sangue sugli stipiti e sul frontone delle porte degli ebrei in Egitto (Es 12,7.13).
Il segno del Tau diventerà nell’interpretazione allegorica degli autori cristiani, a cominciare da Origene e da Gerolamo, una anticipazione della croce di Cristo.
E’ un segno di protezione: Ez 9,1-6 ” … il Signore chiama l’uomo vestito di lino che portava ai fianchi il calamaio e gli disse: – Vai per la città, passa per Gerusalemme e segna un Tau sulla fronte degli uomini che gemono e piangono per tutte le malvagità che vengono commesse -.
Divenne anche, per la somiglianza alla croce, un segno di conversione, di penitenza, di protezione, di salvezza e redenzione in Cristo.
Lo si trova affrescato nelle catacombe.
Fu utilizzato frequentemente nel primo millennio: lo si portava al dito come anello, al collo come amuleto, lo si dipingeva sulle porte di casa per tener lontane le malattie.
San Francesco lo citava spesso nelle sue prediche, apponeva il segno sulle carte, lo dipingeva sulle pareti delle celle e lo tracciava con la mano nelle benedizioni, come nella pergamena donata a Fate Leone :”Francesco scrisse di sua mano questa benedizione a me, frate Leone; similmente tracci di propria mano questo segno della TAU con la sua base”.
Tommaso da Celano nel trattato dei miracoli (II-828), racconta: “Familiare gli era la lettera Tau, fra le altre lettere, con la quale soltanto firmava i biglietti e decorava le pareti delle celle. Infatti anche l’uomo di Dio, Pacifico, contemplatore di celesti visioni, scorse con gli occhi della carne sulla fronte del beato padre, una grande lettera Tau, che risplendeva di aureo fulgore.”
Il papa Innocenzo III, inaugurando il IV Concilio Lateranense del 1215, richiama le parole di Ezechiele chiamando i cristiani a far penitenza sotto il segno del TAU.
Il segno fu molto usato nelle illustrazioni dei messali, che riportavano in principio la frase “Te igitur, clementissime Pater …dove la T iniziale veniva molto spesso raffigurata simbolicamente come come TAU.
Un esempio per tutti: la veste dei monaci dell’Ordine monastico degli Antoniani, devoti a Sant’Antonio eremita, portava questo segno. A Castrojeriz fu eretto nel 1146, per disposizione del Re Alfonso VIII, il convento di quest’Ordine che divenne casa Generale. Curavano il “fuoco sacro”, oggi conosciuto come “fuoco di sant’antonio”. Il Tau era considerato un segno che proteggeva dalla peste e lo si portava come un amuleto e lo si segnava sulle parti infette.

 

UNO STRANO PROCESSO – IS.5,1-7

http://www.parrocchiavillapinta.it/isaia-5,1-7–uno-strano-processo.html

UNO STRANO PROCESSO – IS.5,1-7

Dal libro del profeta Isaia (5,1-7)
1) Canterò per il mio diletto
il mio cantico d’amore per la sua vigna. Il mio diletto possedeva una vigna sopra un fertile colle.
2) Egli l’aveva vangata e sgombrata dai sassi e vi aveva piantato scelte viti;
vi aveva costruito in mezzo una torre e scavato anche un tino.
Egli aspettò che producesse uva, ma essa fece uva selvatica.
3) 0r dunque, abitanti di Gerusalemme e uomini di Giuda, siate voi giudici fra me e la mia vigna.
4) Che cosa dovevo fare ancora alla mia vigna che io non abbia fatto? Perché, mentre attendevo che producesse uva, essa ha fatto uva selvatica?
5) Ora voglio farvi conoscere ciò che sto per fare alla mia vigna:
toglierò la sua siepe e si trasformerà in pascolo; demolirò il suo muro di cinta e verrà calpestata.
6) La renderò un deserto, non sarà potata né vangata e vi cresceranno rovi e pruni;
alle nubi comanderò di non mandarvi la pioggia.
7) Ebbene, la vigna del Signore degli eserciti è la casa di Israele;
gli abitanti di Giuda la sua piantagione preferita.
Egli si aspettava giustizia ed ecco spargimento di sangue, attendeva rettitudine ed ecco grida di oppressi.

Ambientazione
•Il profeta Isaia è il più grande ed il più classico dei profeti scrittori, sotto il suo nome furono posti tanti oracoli di scrittori diversi, per dare loro l’autorevolezza degli scritti autentici.
Egli è il cantore della santità di Dio, davanti al quale occorre agire in maniera santa.
•Isaia vive in un periodo agitato della vita d’Israele, durante la quale cade il regno settentrionale di Samaria e Sennacherib invade quello di Giuda. Queste devastazioni ad opera di eserciti stranieri vengono interpretate come castigo divino per l’infedeltà del suo popolo.
•Anche questo brano sembra richiamare questa situazione di devastazione, in cui gli eserciti stranieri calpestano la vigna del Signore. Sarà interessante cercare assieme lo stato d’animo del profeta.
•Il brano inizia con le movenze di una canzone d’amore, che improvvisamente si trasforma in un atto d’accusa impietoso per l’uditorio.

La struttura del racconto
—Il canto d’amore dell’amico dello sposo (vv. 1-2)
— Il profeta invita l’uditorio a giudicare (vv. 3-4)
— Descrizione del castigo richiesto (vv. 5-6)
— Il profeta rivela l’identità dell’accusato e il motivo vero della condanna (v. 7)

I dettagli del racconto
— Il canto d’amore dell’amico dello sposo (vv. 1-2)
v. 1: Il profeta si propone come l’amico dello sposo che intona il lamento in nome dello sposo, il quale non osa lamentarsi pubblicamente. Appare immediatamente evidente che la vigna non è un pezzo di terra, ma la metafora della sposa. Si parla della vigna per parlare della sposa. La metafora permette al profeta di far progredire il racconto senza che l’uditorio si accorga subito della trama e volti le spalle prima di aver riflettuto e giudicato. Anzi, gli ascoltatori tendono l’orecchio per godersi una bella canzone d’amore!
v. 2: La canzone mette in rilievo tutto ciò che il «diletto» aveva fatto per lei: era stata posta su un colle fertile, era stata ripulita dai sassi (fatica grande, specie in quelle terre sassose), vi aveva piantato vitigni scelti (pagati quindi a caro prezzo); vi aveva costruito una torre per la guardia e la difesa (segno di protezione somma) e scavato un tino rendendola in tal modo una vigna modello! Dopo tanta fatica, il diletto si riposa attendendo uva buona; il richiamo ai grappoli giganteschi portati dagli esploratori a Mosè era evidente: Dio aveva dato una terra fertile che produce grappoli enormi affinché Israele corrispondesse con altrettanta generosità.
Alla lunga descrizione dei doni del «diletto» corrisponde una lapidaria constatazione: fece uva selvatica!
— Il profeta invita l’uditorio a giudicare (vv. 3-4)
v. 3: Isaia alla stregua di un cantastorie invita ora l’uditorio di Gerusalemme e di tutto il suo regno, ad uscire dalla neutralità ed a prendere posizione perché la canzone si è trasformata in accusa.
v. 4: Amico dello sposo, ossia di Dio, parlando in suo nome, conduce ora il suo affondo accusatorio: con ammirabile strategia chiede ai giudici di stabilire se per caso avrebbe dovuto fare di più per la sua vigna, in caso contrario vuole sapere perché sono state tradite le sue attese.
— Descrizione del castigo richiesto (vv. 5-6)
v. 5: Ora Isaia, prestando voce a Dio, predice il giusto castigo:
togliere il muro di cinta significava non proteggerla più e lasciare che gli eserciti stranieri la calpestassero.
v. 6: Poiché la pioggia era fattore di fecondità per i campi, la mancanza di essa significava anche fame. Appare evidente che il diletto qui si è ormai manifestato come il Signore del creato, che comanda perfino alle nubi.
— Il profeta rivela l’identità dell’accusato e il motivo vero della condanna (v. 7)
v. 7a: Questo versetto è la chiave di tutta la canzone, che si rivela essere un vero processo e dove gli ascoltatori vengono burlati, perché si credevano giudici di una causa estranea ed invece si trovano nei panni degli imputati.
Significative in proposito alcune annotazioni: il diletto diventa il Signore degli eserciti (si abbandona la metafora sponsale per privilegiare quella militare); inoltre, il ribadire che Israele e il regno di Giuda sono la piantagione preferita da Dio, aggrava la colpa di questo popolo.
v. 7b: L’accusa finale punta all’assonanza dei vocaboli ebraici che giocano tra diritto e delitto, giustizia e iniquità.
Mons. Ravasi traduce:
«Egli aspettava il diritto ed ecco il delitto.
Aspettava la giustizia ed ecco la nequizia».

La parola chiave
In questa specie di processo-parabola la parola chiave potrebbe essere colta nella domanda retorica, che il profeta rivolge all’uditorio (= popolo d’Israele): «Che cosa dovevo fare ancora alla mia vigna che io non abbia fatto?». Qui infatti, Isaia denuncia che il peccato d’Israele è inescusabile, dal momento che Dio per lui ha fatto il massimo.
•Il profeta sembra condividere soprattutto la collera di Dio che si sente tradito, mentre non lascia trapelare una sia pur minima partecipazione al dramma del popolo.

Cosa dice di Dio
•L’amore grande e delicato di Dio.
La canzone inizia con toni ed accenti delicatissimi introdotti dall’amico dello sposo, la cui presenza evoca scenari di feste nuziali in cui si respira amore e fiducia. Questo amore viene descritto come tutto ciò che un contadino ama fare per la propria vigna, senza lasciargli mancare nulla. Come a dire per il suo popolo Dio ha fatto tutto ciò che umanamente c’era da attendersi, senza lasciargli mancare nulla.
•L’amore di Dio che attende risposte d’amore.
Ai grandi grappoli d’amore significati dagli esploratori di Gerico, qui fa da penoso pendant l’uva selvatica, piccola e per nulla buona. La fatica di Dio sembra risultare sterile e quindi inutile.
•L’amore di Dio deluso.
Sembra ardito pensare a Dio come ad un amante deluso, tanto da distruggere egli stesso il lavoro delle proprie mani, da togliere ogni protezione al suo popolo che perderà la pace e da non mandare la pioggia per ridurlo alla fame.

Cosa dice di noi
•L’amore che chiede giustizia.
Dio non può cambiare, resterà sempre il diletto per Israele.
Ma proprio il rapporto privilegiato col suo popolo rende più grave la colpa ed il susseguente castigo. Se per Israele Dio resta sempre lo sposo, non di meno egli rimane anche il Signore degli eserciti, terribile allusione al castigo che verrà: l’invasione di eserciti devastanti, di fronte ai quali Dio non si opporrà. Anzi se ne servirà per infliggere al suo popolo il severo castigo.
•L’amore dice la verità.
Il profeta dopo aver rivelato l’amore grande di Dio e l’identità vera della vigna, esce dagli schemi del discorso parabolico e con chiarezza che non ammette replica, denuncia la vera colpa d’Israele: quella di una condotta di vita delittuosa e senza rispetto per la legge divina. L’amore non nasconde la verità anche quando è dolorosa. Il popolo viene a conoscere il suo comportamento ingrato ed ottuso: viene descritto come chi non sa vedere i segni della sua elezione.
•L’amore sa essere severo.
Forse anche a motivo della gravità della colpa e del susseguente castigo, il profeta non rivela partecipazione e commozione alcuna alla vicenda, se non ponendosi sdegnosamente dalla parte di Dio e senza partecipare al dramma del suo popolo. L’amore indubbio di Dio e del profeta verso il popolo sa essere talvolta anche severo.

Riflessioni
•Anche gli spunti per l’applicazione possono incominciare anzitutto dall’amore sponsale di Dio. Limitiamoci a dire che Dio ci ama, talvolta può essere troppo poco. Infatti, il profeta non si limita a dire che Dio ha amato il suo popolo ma si chiede che cosa avrebbe potuto fare di più. Ossia, Dio nel suo amore fa a noi tutto quanto è possibile fare: egli non ci regala tante cose belle, ma ci dona il massimo. Siamo invitati a prenderne coscienza, per noi e per tutti.
•Di fronte ad un amore così grande di Dio, siamo chiamati a riconoscere che l’amore di predilezione aggrava la colpa di eventuali tradimenti. Appare abbastanza frequente sentire alcuni che accampano la certezza dell’amore di Dio per ritenersi sicuri di avere il paradiso anche se la loro condotta è disdicevole. Ma soprattutto, all’interno di alcuni circoli ecclesiastici si teme che parlare troppo dell’amore di Dio porti i credenti a non impegnarsi più a vivere irreprensibilmente. Quasi che lo stimolo più forte ad una condotta cristiana venga dai richiami severi alla legge, piuttosto che da una presa di coscienza del grande amore di Dio, che il nostro peccato tenta di rendere sterile ed inutile.
Isaia ci insegna che la coscienza del grande amore di Dio ci aiuta a comprendere maggiormente la gravità del peccato.
•Può essere interessante notare anche la pedagogia di Dio, che si serve del profeta intelligente ed esperto formatore di coscienze, il quale senza nulla togliere al rigore della sua denuncia, prende le mosse da lontano conducendo gli ascoltatori a formulare essi stessi il giusto giudizio, che in seguito saranno chiamati ad esprimere anche sopra ‘se stessi. Come a dire che se il giudizio è severo e senza appello, non di meno il Signore non ci castiga mai se non per correggerci, quasi facendo nascere dentro di noi il giudizio di condanna delle nostre malvagità. Siamo noi capaci di tanto rispetto quando vogliamo correggere qualcuno, i nostri figli.(?!).

BRANO BIBLICO SCELTO – EZECHIELE 18,25-28

http://www.nicodemo.net/NN/commenti_p.asp?commento=Ezechiele%2018

BRANO BIBLICO SCELTO - EZECHIELE 18,25-28

Così dice il Signore: 25 « Voi dite: Non è retto il modo di agire del Signore. Ascolta dunque, popolo d’Israele: Non è retta la mia condotta o piuttosto non è retta la vostra?
26 Se il giusto si allontana dalla giustizia per commettere l’iniquità e a causa di questa muore, egli muore appunto per l’iniquità che ha commessa.
27 E se l’ingiusto desiste dall’ingiustizia che ha commessa e agisce con giustizia e rettitudine, egli fa vivere se stesso. Ha riflettuto, si è allontanato da tutte le colpe commesse: egli certo vivrà e non morirà ».

COMMENTO
Ezechiele 18,25-28

La responsabilità individuale
Il libro di Ezechiele contiene due raccolte di oracoli, che risalgono rispettivamente al periodo prima della caduta di Gerusalemme (cc. 1-24) e a quello posteriore ad essa (cc. 33-39). Tra queste due raccolte si situano gli oracoli contro le nazioni (cc. 25-32). Al termine viene posta una sezione chiamata «Torah di Ezechiele» (cc. 40-48), dove sono descritte le istituzioni future. Gli oracoli anteriori alla caduta di Gerusalemme hanno come tema la condanna della città peccatrice e l’annunzio del castigo divino. Dopo l’introduzione che narra la vocazione del profeta (1,1-3,15), la raccolta si divide in due parti che mettono in luce rispettivamente il destino di Gerusalemme (cc. 4-12) e la colpevolezza dei suoi abitanti (cc. 13-24). La struttura portante della seconda di queste due parti è formata da tre requisitorie nelle quali il profeta ripercorre le grandi tappe della storia religiosa di Israele (cc. 16; 20; 23). Accanto a questi significativi quadri storici è stato collocato altro materiale il cui scopo è quello di far comprendere più a fondo il tema della responsabilità di Gerusalemme. Un passaggio qualificante del messaggio di Ezechiele è il capitolo 18, nel quale si affronta il tema della responsabilità individuale. Da esso è stato ricavato il testo liturgico che ne contiene la parte conclusiva.
Con formule pedanti e casistiche, di evidente origine sacerdotale, ma anche con calde esortazioni, Ezechiele mette in discussione, come aveva già fatto Geremia (cfr. Ger 31,29), il proverbio secondo cui «i padri hanno mangiato l’uva acerba e i denti dei figli si sono allegati» (v. 2). Egli esordisce affermando, a nome di JHWH, che questo proverbio non deve essere più ripetuto, e ne dà il motivo: «Ecco, tutte le vite sono mie: la vita del padre e quella del figlio è mia; chi pecca morrà» (v. 4). E subito, ispirandosi alle liste di precetti morali (cfr. Es 20,1-17; Lv 19) e alle formule con cui i sacerdoti dichiaravano a chi è permesso di entrare nel santuario (cfr. Sal 15; 24), indica quali sono le condizioni perché un uomo possa vivere: «Se uno è giusto e osserva il diritto e la giustizia, se non mangia sulle alture e non alza gli occhi agli idoli della casa di Israele, se non disonora la moglie del suo prossimo e non si accosta a una donna durante il suo stato di impurità, se non opprime alcuno, restituisce il pegno al debitore, non commette rapina, divide il pane con l’affamato e copre di vesti l’ignudo, se non presta ad usura e non esige interesse, desiste dall’iniquità e pronunzia retto giudizio fra un uomo e un altro, se cammina nei miei decreti e osserva le mie leggi agendo con fedeltà, egli è giusto ed egli vivrà, parola del Signore Dio» (vv. 5-9).
A questa affermazione di principio fa seguito un elenco di casi a cui essa si applica. Anzitutto essa trova riscontro nell’ambito della famiglia: se uno è figlio di un giusto, ma trasgredisce queste norme, dovrà morire (vv. 10-13); se uno invece è figlio di un empio, ma osserva queste prescrizioni, egli vivrà (vv. 14-17); suo padre invece, pur avendo avuto un figlio giusto, dovrà morire (v. 18). Il motivo di ciò è semplice: ciascuno è responsabile delle sue azioni, e non di quelle di suo padre o di suo figlio (vv. 19-20). Si passa poi all’ambito più strettamente personale: se un malvagio cambia vita e diventa giusto, le iniquità da lui commesse sono dimenticate ed egli vivrà (vv. 21-22). Il motivo è questo: Dio non ha piacere della morte del malvagio, ma piuttosto vuole che egli desista dalla sua condotta perversa e viva (v. 23). D’altra parte se un giusto si allontana dalla retta via, tutte le sue opere giuste sono dimenticate ed egli, a causa del suo peccato, è destinato alla morte (v. 24).
Inizia qui il testo liturgico nel quale si trova una sintesi di quanto detto precedentemente. Il profeta immagina che gli israeliti accusino JHWH dicendo: «Non è retto il modo di agire del Signore». JHWH allora risponde: «Ascolta dunque, popolo d’Israele: Non è retta la mia condotta o piuttosto non è retta la vostra?» (v. 25). Da questo botta e risposta appare che l’idea di una retribuzione strettamente personale è nuova e va contro un certo modo di pensare abbastanza diffuso. Il pensiero di scontare la pena di peccati commessi dai loro padri era per i giudei un comodo alibi per non mettersi in questione, per non convertirsi. L’idea di una responsabilità personale invece li provocava a fare una scelta personale. Ciò valeva soprattutto per gli esuli, a cui il profeta ripete lo stesso principio (cfr. 33,10-20): per loro il pensiero di un ritorno nella loro terra era possibile solo nella prospettiva di una conversione, resa posibile dal perdono di Dio.
Dopo aver difeso il comportamento di Dio il profeta sintetizza il suo messaggio in due periodi ipotetici. Nel primo si dice: «Se il giusto si allontana dalla giustizia per commettere l’iniquità e a causa di questa muore, egli muore appunto per l’iniquità che ha commessa» (v. 26). L’ipotesi è quella del giusto che si allontana dalla retta strada: nonostante la giustizia praticata fino a quel momento, egli è destinato a morire. La morte che gli è minacciata è certamente un evento fisico, visto però nella sua componente esistenziale che consiste nella sofferenza e soprattutto nella perdita di senso conseguente al distacco da Dio. Il secondo periodo ipotetico prospetta il caso opposto: «E se l’ingiusto desiste dall’ingiustizia che ha commessa e agisce con giustizia e rettitudine, egli fa vivere se stesso. Ha riflettuto, si è allontanato da tutte le colpe commesse: egli certo vivrà e non morirà (vv. 27-28). Se il giusto può peccare, nello stesso modo anche l’empio può allontanarsi dal suo peccato. In tal caso egli vivrà. Anche qui la vita significa non solo sfuggire alla morte ma anche la pienezza di pace e di benessere nella comunione con Dio. Su questa affermazione di principio si basa il successivo appello alla conversione (cfr. vv. 29-32).

Linee interpretative
La riflessione del profeta, più che un cambiamento di rotta rispetto al passato, rappresenta una esplicitazione e un approfondimento di quanto già affermavano i testi più antichi: è vero infatti che la colpa del padre ricade sui suoi figli e nipoti fino alla tersa e alla quarta genenerazione e che la grazia di Dio si estenda per mille generazioni ma solo, rispettivamente, per quelli che odiano Dio e per quelli che lo amano (cfr. Es 20,5-6; Dt 7,9-10). Ezechiele non nega infatti il carattere sociale del peccato e delle sue conseguenze (sofferenza e morte), ma afferma che l’uomo è pur sempre libero di dissociarsi dal peccato commesso dagli altri o anche da lui stesso: se lo fa, rientra sotto il flusso costante e benefico della misericordia divina, che egli, proprio con il peccato, aveva allontanato da sé. Per il popolo di Giuda, nella situazione drammatica in cui si trova, ciò significa che non può attribuire ai propri padri la colpa dei mali che lo sovrastano o sperare di esserne liberato per i loro meriti; d’altro canto però Ezechiele cerca di fargli comprendere che può ancora allontanare da sé il giusto castigo con una sincera conversione.
Dio mette davanti a Israele la vita e il bene, la morte e il male, e comanda che il popolo lo ami, minacciando in caso contrario i castighi più terribili (Dt 30,15-20). Ma Dio non è indifferente alle scelte delle sue creature. Egli non vuole la morte del peccatore, ma che si converta e viva (v. 23). La fede in un Dio amante della vita sta alla base della fede di Israele. Questa fede implica implica l’osservanza dei comandamenti riguardanti la giustizia e la solidarietà con i più poveri. Se Dio vuole che il popolo gli sia fedele, l’unico motivo è che da questa fedeltà deriva al popolo la possibilità di essere prospero e felice. In un momento in cui non si parla ancora di una vita oltre la morte, la comunione con Dio non può prescindere da un benessere materiale. Ma questo diventa segno della benedizione divina solo se se è condiviso. Altrimenti diventa un furto che apre la strada alla morte.

QUELLI CHE SPERANO NELL’ETERNO (ISAIA 40:30-31)

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QUELLI CHE SPERANO NELL’ETERNO (ISAIA 40:30-31)

30. I giovani s’affaticano e si stancano ; i giovani scelti vacillano e cadono, 31. Ma quelli che sperano nell’Eterno acquistano nuove forze, s’alzano a volo come aquile; corrono e non si stancano, camminano e non si affaticano.
Un famoso scienziato nel pieno della sua vita dichiarava orgogliosamente di essere ateo e di non credere all’esistenza di Dio. Alla fine dei suoi giorni, al suo capezzale, dovette confidare ad un amico di riconoscere che Dio esisteva e che aveva paura ad incontrarLo.
Nel brano citato dal libro di Isaia, il profeta poeta dell’Antico Testamento, ci mostra una raffigurazione delle varie tappe della vita umana con e senza Dio. Isaia trascura, volutamente l’ultima tappa, quella della terza età, poiché una vita con Dio escluso, rende questo periodo una continua angoscia nell’attesa/rifiuto della morte e di quello che sarà o non sarà dopo di essa. Può apparire naturale nel pieno della propria gioventù sentirsi capace di sfidare il mondo intero ed ammettere nell’età canuta invece, che « io ho veduto tutto ciò che si fa sotto il sole: ed ecco tutto è vanità e un correre dietro al vento » (Ecclesiaste 1:14).
- Ma l’attuale società, ci ha abituati a vedere giovani forti, o come li chiama Isaia « scelti » che « vacillano » e sono stanchi della vita, ancora prima di cominciare. Si bruciano presto tutte le tappe. Prima dei 18 anni un giovane ha ormai provato quasi tutto quello che la società malata moderna aveva di negativo da proporgli. I tempi di sesso, droga e rock and roll, non sono mai tramontati, sono solo cambiati i nomi e le sostanze: il sesso da quello tradizionale portato alle depravazioni sempre più originali, è passato anche a quello virtuale; è impossibile navigare in Internet senza incontrare prima o poi un sito porno. La droga tradizionale è stata affiancata già da molto tempo da droghe sempre più sofisticate, che fanno passare la tradizionale eroina come qualcosa di antico e superato e che quasi tranquillizzano perfino i genitori, che non vedono più nei buchi sulle braccia dei propri ragazzi il segno evidente che il proprio figlio è un drogato, ma che invece, l’uso esagerato di quelle simpatiche pasticche con stampato sopra deliziosi animaletti o altri simboli, sono i corresponsabili delle tante stragi del sabato sera. Questo, insieme alla musica underground sempre più assordante che più che ascoltare si subisce in discoteca rendono i nostri ragazzi degli stracci ancora prima della maggiore età per i fortunati che riescono a raggiungerla. Forse è un quadro che alcuni potrebbero definire piuttosto nero, ma io lascerei ai sociologi il pietoso tentativo di spiegare perché sempre più ragazzi si tolgono la vita, compiono omicidi in cui molto spesso sono coinvolti anche i genitori, mostrano in generale una sconcertante assenza di valori e rifiuto della vita; e mi rivolgerei piuttosto a Colui che considera preziosa la vita di ogni sua creatura e può dargli un reale senso, degna di essere vissuta.
« ma quelli che sperano nell’Eterno.. ». E’ questo il segreto per una vita esuberante e piena di significato, sperare nell’Eterno . E’ nell’affidarsi nelle amorevoli mani del Padre Celeste, l’unica ancora di salvezza da questo mal di vivere che attanaglia i giovani d’oggi. Se si avrà il coraggio di fare il primo passo, di non considerare Dio come qualcosa di superato o buono per i vecchi, il peso che si sentirà togliersi di dosso, sarà paragonabile a sentirsi come:
- « un’aquila che si alza in volo », che guarda il mondo sotto di essa e vede anche quelle montagne che sembravano insormontabili, come dei piccoli ostacoli da superare e velocemente lasciare dietro. Considerate ancora il volo delle aquile; se dovesse sfruttare solo la sua forza, non volerebbe molto a lungo data la sua mole, ma essa sfrutta le correnti ascensionali spiegando le proprie grandi ali. Così è di colui che « spera nell’Eterno », non andrebbe molto lontano se dovesse contare sulle proprie forze, ma il Padre Celeste ci ha fornito di una corrente ascensionale speciale: la potenza dello Spirito Santo, che sostiene in alto i credenti anche nei momenti in cui le forze vengono a mancare, « ..io v’ho portato sopra ali d’aquila e v’ho condotti a me. » (Esodo 19:4).
Il volo però non può restare tale per tutta la vita; l’entusiasmo iniziale può sembrare venire meno, ma il credente maturo, sa scendere a terra ed a differenza del « giovane scelto », sa « correre senza stancarsi » . Questo presuppone allenamento. L’atleta che si prepara per una gara non lo fa per arrivare ultimo, ma per vincere e per questo prepara con cura e duramente il suo allenamento. Questo vale oggi come ieri e l’apostolo Paolo ne fa un bellissimo esempio da applicarsi al cristiano: « Non sapete voi che coloro i quali corrono nello stadio, corrono ben tutti, ma uno solo ottiene il premio?…….Chiunque fa l’atleta è temperato in ogni cosa;..…..io quindi corro ma non in modo incerto… » (I Corinzi 9:24-27). Molti pretendono di correre senza allenarsi, ma i nostri avversari non sono fisici, bensì spirituali e faranno di tutto non solo per non farci vincere, ma cercheranno di non farci raggiungere affatto il traguardo. Dunque il nostro allenamento dev’essere adeguato. L’allenamento del credente è la preghiera, la lettura e meditazione della Parola di Dio, la comunione fraterna. Ci saranno alcuni che sembreranno correre più degli altri, non cerchiamo di imitarli; sono come quegli atleti, « le lepri », che nelle gare hanno solo il compito di tenere il ritmo della corsa, ma che non sono in grado di completarla. L’importante nella corsa cristiana, non è « partecipare », come cita un famoso detto, ma raggiungere il traguardo: « Io ho combattuto il buon combattimento, ho finito la corsa, ho serbata la fede. » (II Timoteo 4:7).
« Quelli che sperano nell’Eterno » infine, non hanno paura di diventare vecchi. Per la società, per la famiglia, nonostante la società stessa stia diventando sempre più composta da anziani, costoro continuano a rappresentare un peso. Per la chiesa al contrario rappresentano coloro che hanno imparato a « camminare senza affaticarsi ». Fisicamente non saranno in grado di correre come quando erano giovani, ma spiritualmente sono di esempio e stimolo ai più giovani, grazie al raggiungimento di una saggezza frutto dell’esperienza di anni di fede. Quando si corre, non si colgono i particolari che si notano e si apprezzano quando si cammina piano.
Vogliamo dunque essere di « quelli che sperano nell’Eterno », nonostante tutto, nonostante le guerre, le atrocità commesse nel mondo, possano far pensare ad un Dio che si disinteressi di esso, nonostante le religioni nel mondo praticano diversamente da quello che predicano, nonostante la promessa del ritorno di Cristo possa essere per alcuni una realtà vicina, per altri ancora molto lontana e per altri ancora, non esserla affatto, vogliamo essere tra quelli che sperano nell’Eterno e che dicono maràn-atà: vieni Signor Gesù, noi speriamo in Te.

Michele Garruto

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