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«NON RISPARMIÒ NÉ ROMA NÉ IL POPOLO» (anche Paolo)

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STORIA tratto dal n. 09 – 2004

«NON RISPARMIÒ NÉ ROMA NÉ IL POPOLO» (anche Paolo)

L’incendio del luglio 64 da parte di Nerone e la conseguente persecuzione dei cristiani

di Marta Sordi

Fatta eccezione per Tacito (Annales XV, 38), che accanto alla versione dell’incendio provocato dolosamente da Nerone (dolo principis) conosce anche la versione di coloro che attribuivano al caso (forte) l’incendio stesso, tutte le fonti antiche lo attribuiscono con certezza a Nerone, dal contemporaneo Plinio il Vecchio, che è probabilmente alla base della tradizione successiva (Naturalis historia XVII, 1, 5), all’autore senechiano dell’Octavia, a Svetonio (Nero, 38), a Dione (LXII, 16, 18). Scoppiato il 19 luglio del 64, l’incendio durò, secondo Svetonio, sei giorni e sette notti, ma riprese subito, partendo dalle proprietà di Tigellino e alimentando così i sospetti contro l’imperatore, e si protrasse ancora per tre giorni, come risulta da un’iscrizione (CIL VI, 1, 829, che dà la durata di nove giorni).
I moderni tendono ormai a negare la responsabilità diretta di Nerone nell’incendio: tutte le fonti però sono d’accordo nel dire che furono viste persone che attizzavano l’incendio una volta che questo era iniziato. Per i colpevolisti essi agivano iussu principis, «per ordine dell’imperatore», per gli innocentisti, secondo i quali l’incendio era scoppiato per negligenza, per autocombustione, per il caldo estivo, per il vento, essi agivano «per poter esercitare più liberamente le loro rapine». Per Svetonio e per Dione, però, costoro erano cubicularii [camerieri] dell’imperatore e addirittura soldati, e la loro presenza poteva autorizzare i peggiori sospetti. Dal confronto fra Tacito e Svetonio risulta d’altra parte che misure precauzionali e interventi di soccorso furono interpretati come prove della colpevolezza di Nerone: in particolare l’abbattimento operato dai soldati col fuoco di edifici vicini a quella che sarà poi la Domus aurea e il divieto ai legittimi proprietari di avvicinarsi alle loro case per salvare il salvabile e per recuperare i morti, alimentarono molti sospetti. A tali sospetti contribuì anche l’attribuzione all’imperatore di un movente preciso: non tanto quello accettato come sicuro da Svetonio e da Dione, ma non da Tacito, del desiderio di veder perire Roma sotto il suo regno, come Priamo aveva visto perire Troia (desiderio coronato dal famoso canto), ma anche e soprattutto il disprezzo per la vecchia Roma, con le sue strade strette e i suoi vecchi edifici, e la volontà di cimentarsi in una grande impresa urbanistica, diventando il nuovo fondatore di Roma.
Tacito è il solo, fra le nostre fonti, a dire che Nerone, per far tacere le voci che lo accusavano dell’incendio, inventò la falsa accusa contro i cristiani (Annales XV, 44): la notizia viene a lui, certamente, dalla fonte colpevolista (per la fonte innocentista non c’erano colpevoli dell’incendio, scoppiato per caso), quindi, con ogni probabilità, da Plinio. Per Plinio, come per Tacito, i cristiani erano innocenti dell’incendio di Roma e il supplizio loro inflitto destava pietà, anche se i cristiani, incolpevoli dell’incendio, erano certamente colpevoli, per la nostra fonte, di una exitiabilis superstitio [funesto culto]. La testimonianza di Tacito, chiaramente ostile ai cristiani per la loro superstitio, ma convinto della loro innocenza nell’incendio, mostra l’infondatezza dell’ipotesi di coloro, fra i moderni, che accusano i cristiani di avere incendiato Roma per la loro fede nella imminente parusìa [ritorno di Cristo sulla terra].
La distinzione fra la falsa accusa di incendiari, che colpì secondo Tacito i soli cristiani di Roma, e quella di superstitio illicita [culto illecito], la sola nota a Svetonio (Nero, 16,2), che colpì i cristiani di tutto l’Impero, non è, come spesso si crede, il risultato di due versioni del medesimo fatto raccontato da fonti diverse, ma l’effetto di due decisioni diverse, di cui la seconda è certamente anteriore alla prima. La Prima Lettera di Pietro (4,15), che è a mio avviso databile fra il 62 e il 64, prevede la possibilità che i cristiani possano essere incriminati come cristiani non solo a Roma ma in tutto l’Impero, e presuppone un’ostilità largamente diffusa (cfr. 1Pt 4,12), che ben si adatta alle accuse di flagitia [crimini infamanti], che secondo Tacito rendeva invisi al vulgus [la gente comune] i cristiani. Ma se l’atmosfera della Prima Lettera di Pietro è quella presupposta da Tacito, l’incriminazione per cristianesimo è certamente quella nota a Svetonio e non può riferirsi ad un editto imperiale (come l’incriminazione per l’incendio di Roma), ma solo a un senatoconsulto, a cui spettava, in età giulio-claudia, decidere sulle questioni religiose. L’institutum [istituzione] di cui parla Svetonio, l’institutum Neronianum di cui parla Tertulliano (Ad nationes I,7,14), non è un editto né un senatoconsulto, ma un precedente di fatto: è l’applicazione che, primo fra gli imperatori, Nerone, dedicator damnationis nostrae (autore della nostra condanna, Tertulliano, Apologeticum V,3), diede, subito dopo il 62, del senatoconsulto con cui era stata rifiutata nel 35 la proposta di Tiberio di riconoscere la liceità del culto di Cristo e che aveva fatto del cristianesimo una superstitio illicita in tutto l’Impero. Il veto tiberiano ne aveva bloccato l’applicazione e la situazione era rimasta immutata sino al 62, quando l’uccisione, nella stessa Giudea, decisa dal sommo sacerdote Ananos, di Giacomo il Minore fu resa possibile solo dalla momentanea assenza del governatore romano. Ma nel 62 si verificò una svolta decisiva, non solo nei rapporti fra l’Impero e i cristiani, ma in tutta la politica di Nerone: è questo il momento del ritiro dalla vita politica di Seneca, della morte di Burro, sostituito nella Prefettura del pretorio da Tigellino, del ripudio di Ottavia e delle nozze con la giudaizzante Poppea, della rottura con gli stoici della classe dirigente e dell’abbandono definitivo della linea giulio-claudia del principato per un dominato di tipo orientalizzante e teocratico. Cristiani e stoici furono colpiti negli stessi anni e insieme criminalizzati davanti all’opinione pubblica: aerumnosi Solones [Soloni tormentati] erano, secondo Persio (Satirae III, 79), gli stoici nel giudizio della gente ignorante, saevi Solones (Soloni spietati) sono definiti i cristiani in un graffito di Pompei: secondo la Prima Lettera di Pietro (4,4) essi sono calunniati «perché non partecipano con gli altri al disordine delle sregolatezze». Il clima nel quale queste accuse furono formulate è lo stesso: contro gli stoici della classe dirigente fu usata l’arma politica della lex maiestatis [legge per la difesa dello Stato]; contro i cristiani bastò riesumare il vecchio senatoconsulto del 35.
La prima vittima della decisione neroniana di incriminare i cristiani sulla base del vecchio senatoconsulto fu, a mio avviso, Paolo, che era ben noto negli ambienti della corte: questa incriminazione è testimoniata dalla Seconda Lettera a Timoteo, scritta nell’autunno di un anno che potrebbe essere il 63 (cfr. 2Tm 4, 21). Paolo è di nuovo in prigione a Roma, ma questa volta è in attesa di una condanna, ma non certamente per l’incendio (proprio perché si tratta di una prigionia “civile” Paolo può chiedere dei libri e un mantello). L’arresto e la condanna di Pietro dovettero avvenire invece, insieme a quella degli altri cristiani di Roma, dopo l’incendio del 64: il suo martirio, avvenuto per crocifissione negli horti neroniani [i giardini di Nerone], non può essere separato, come rivela il confronto fra la descrizione di Clemente Romano (1Cor 5) e quella di Tacito (Annales XV, 44), da quello della multitudo ingens­ – poly plethos [enorme moltitudine] che Nerone offrì come spettacolo, insieme ad un circense ludicrum (spettacolo circense), al popolo di Roma, mettendo a disposizione hortos suos [i suoi giardini]: la Guarducci ha pensato alle feste del 13 ottobre 64, qualche mese dopo l’incendio, quando il persistere dei sospetti contro l’imperatore poté consigliare a quest’ultimo di cercare capri espiatori.

DOBBIAMO PENSARE ALLA PASSIONE DI GESÙ (ANCHE PAOLO)

http://passiochristi.altervista.org/pass_42_pensare_passione.htm

DOBBIAMO PENSARE ALLA PASSIONE DI GESÙ (ANCHE PAOLO)

• È un dovere
• Come pensare alla passione del Signore
• Conclusione

Introduzione
Narra la sacra scrittura che Dio comandò al suo popolo — il popolo eletto — due cose :
• la pratica del culto religioso, mediante sacrifizi da offrire e riti religiosi da praticare;
• l’istituzione del sacerdozio, affinchè i suoi ministri tenessero sull’altare acceso il fuoco in continuità, alimentandolo con la legna : « Ignis iste est perpetuus, qui nunquam defìciet in altari » (1).
Che cosa significava quel fuoco sull’altare, che sempre doveva ardere?
(1) Levitico, VI, 12-15.

San Bonaventura commenta: « Chi fa professione di cristiano deve ogni giorno nutrire il fuoco dell’amor di Dio nel suo cuore mediante la continua con­ templazione delle acerbissime pene del Figlio di Dio, il quale volle morire per noi sopra il legno della croce » ( 2 ).
Dunque è volontà di Dio che la passione di Gesù sia l’oggetto perpetuo dei nostri pensieri, il tema delle nostre continue meditazioni, la fonte di delizia per le anime nostre, l’impiego ordinario di tutte le nostre potenze.
Dedico questa lettura al tema: dobbiamo pensare sempre alla passione santissima di Gesù Cristo.

I. È un dovere
1. Un dovere di gratitudine
Aristotele dice: «Qui beneficia invenit, compedes aureos invenit », chi sa trovare i benefìci, si fabbrica ceppi d’oro, cioè i benefìci riconosciuti sono come una rete d’oro per innamorare chi li riceve.
(2) De perfect. vìtae, e. VI.

Ora in quale opera divina più splende la bontà di Dio?
Nel mistero della Redenzione, cioè nella passione e morte di Gesù Cristo. Pensare alla Passione vuoi dire rendersi innamorati di Dio, suoi beniamini, suoi figli prediletti, perché sensibili alla gratitudine verso di Lui.
I Corinti erano divenuti cristiani per mezzo della predicazione di vari oratori apostolici. Essi quindi erano rimasti affezionati a quel predicatore che li aveva convertiti, acclamando pubblicamente il proprio benefattore : « Io sono di Paolo! Io sono di Apollo! ».
San Paolo, venutolo a sapere, scrisse ad essi: «Fratelli di Corinto, ditemi: chi è stato crocifisso per voi? Paolo o Cristo? Questi avete a contemplare, per essere tutti di Cristo e non di altri » ( 4 ).
San Giovanni Crisostomo commenta : « Grande sapienza dell’apostolo Paolo! Egli poteva dire: sono io che vi ho tratto dal niente? che vi ho dato l’essere? che vi faccio muovere nell’universo? Invece addita solamente che Cristo era stato crocifisso per loro, e che in virtù della sua passione erano stati battezzati. Perche? Perche nella creazione Dio non fece alcuna fatica; mentre nella redenzione sopportò atrocissimi dolori » ( 5 ).
(4) I Corinti, I, 12-17.
(5) Sermone I, In 1 Cor.

Un giorno un santo religioso pregava il Signore così: «Signore mio Dio, degnati di manifestarmi qual esercizio spirituale ti è pia grato, affinchè io possa esercitarmi in esso ». Subito gli apparve Gesù Cristo con una grossa croce sulle spalle e gli disse: « Non mi potrai fare ossequio più grato ed accetto, cheaiutandomi a portare questa mia dolorosissima croce ». Il santo religioso riprese: « Caro Gesù, come potrò io portare con te questa croce? ». Il Signore gli rispose: « Hai da portare la mia croce nel cuore, nella bocca, nelle orecchie e sul dorso. Nel cuore, contemplando la mia passione e morte; nella bocca, parlando e ringraziandomi di ciò che ho patito per te; nelle orecchie, desiderando di sentir parlare della mia passione; sul dorso, attraverso una assidua mortificazione della carne » ( 5 ).
Teodoreto, vescovo dì Ciro (sec. IV), commentan­ do le parole della Bibbia: « Mettimi come un sigillo sul tuo cuore, come un sigillo sul tuo braccio » ( 6 ) si domanda: « Chi è che parla così, e a chi parla? È Gesù crocifìsso che parla a ciascun’anima in particolare, e le dice che è suo desiderio che la sua passione e morte sia portata nel cuore per mezzo della contemplazione; nel braccio per mezzo delle buone opere. Le impone l’effìgie di lui crocifisso nella mente e negli atti, affinchè essa (l’anima) non veda, non pensi, non ami che Cristo pendente dalla croce » ( 7 ).
Sant’Ambrogio predicava : « Cristiani, ricordatevi che quando ricevemmo il sacramento della cresima, ci fu impresso il sigillo della croce in fronte, affinchè confessassimo, con intrepidezza, Gesù crocifìsso in faccia a tutti i suoi nemici. Questo stesso sigillo:
• dobbiamo portarlo impresso nel cuore, pensando a Cristo, contemplandolo affettuosamente ed amandolo con sommo ardore;
• dobbiamo tenerlo nelle braccia, per operare sempre a gloria sua, e affinchè le nostre azioni rispecchino — per quanto è possibile — tutto il Cristo crocifìsso, mediante la pratica delle virtù della pazienza, dell’umiltà, dell’obbedienza, della costanza, della fortezza e della carità » ( 8 ).

(5) Spec. magri, exemp. dist., IX.
(6) Cantici, VIII, 6.
(7) Teod.
(8) Libro, De Isaia, e. VIII.

Padre Venturini da Bergamo, conoscendo quanto fosse grata a Dio la memoria della passione di Gesù Cristo, segnava tutte le lettere che scriveva con le parole: « Crux Christì signwn meum ». Inoltre si fece fare un sigillo con tutti gli strumenti della passione di Gesù: con questo segno imprimeva le sue lettere.
Il beato Enrico Susone esclamava sovente: « Gesù ci ha dato la vita con la sua morte. Oh se io potessi morire per lui, quanto volentieri lo farei! ».
San Pietro Crisologo pregava : « Signore, se ti piace, dammi un segno, il quale sia un ricordo perenne di quanto io amo te e tu ami me ». Ciò detto, prese un ferro e con asso si impresse nella carne il nome di Gesù. Poi corse dinanzi ad un crocifisso, ed esclamò: «Gesù, unico amor mio, rimira i miei desideri. Non posso scriverti più addentro. Tu che puoi tutto, imprimi il tuo nome nel mio cuore con tutte le sofferenze della tua passione, affinchè mai possa dimenticarti » (9).
Sant’Anselmo, commentando le parole di Gesù Cristo : « Fate questo, ogni qualvolta berrete il mio sangue, in mia memoria », esclamava: « Miei fedeli, Gesù, con le parole: in mia commemorazione, voleva dire: vi ho lasciato il mio corpo sotto le specie del pane, e il mio sangue sotto le specie del vino, affinchè vi sia continua memoria della mia passione, e affinchè voi la contempliate di continuo » ( 10 ).
San Francesco d’Assisi aveva talmente impressa nella mente, nel cuore e nel corpo la passione del Signore, che in tutte le cose ne vedeva l’immagine. Se vedeva agnelli legati esclamava : « O Gesù mio, così legato foste condotto alla morte! ». Se vedeva un verme nella strada, badava di non calpestarlo, ricor­ dandosi che Gesù fu trattato come un verme.
(9) Praed., p. II, I. e. 9.
(10) Sermone, CXLVII.

A sant’Angela da Foligno Gesù rivelò che tutti co­ loro che meditano i dolori della sua passione e morte, li considera figli prediletti.
Dunque, da veri e buoni cristiani, portiamo sempre impressa nella nostra mente e nel cuore la memoria della passione santissima di Gesù Cristo.

2. La passione di Gesù dev’essere il nostro libro prediletto
San Giovanni evangelista, nell’Apocalisse, scrive : « Vidi alla destra di colui che sedeva un libro scritto di dentro e di fuori, sigillato con sette sigilli » ( 11 ).
Qual è questo libro visto da san Giovanni evangelista?
San Girolamo risponde : « Il libro è Cristo, scritto di fuori con penne di ferro e col proprio sangue quando è confìtto in croce; scritto dentro quando si mostra Dio perdonando al buon ladrone. Scritto di fuori quando muore sulla croce; scritto di dentro quando il sole si nasconde, il giorno si oscura, la terra trema, le pietre si spezzano, il velo del tempio si scinde in due. Scritto di fuori quando Gesù è seppellito; scritto di dentro quando risuscita il terzo giorno glorioso e trionfante » ( 12 ).
(11) Apocalisse, V, 1.
(12) Epistola, De Verbo.

San Giovanni Giustiniano: « II libro visto da san Giovanni è Gesù crocifìsso, esposto da Dio alla pub­ blica utilità, affinchè ognuno lo studi e vi si ammaestri nella scienza divina. Questo libro è scritto di dentro dalla stessa sapienza di Cristo; è scritto di fuori dalla crudeltà dei gentili e dei giudei con tante lettere quanti furono i tormenti che soffrì, le ferite che ricevette, le spine che lo punsero, i flagelli che lo lacerarono, i chiodi che lo trafissero, gli in­sulti che lo oltraggiarono, le lacrime che versò, il sangue che sparse… Quali concetti sublimi contiene questo libro! Lo legge il semplice e si compunge e consola; lo legge il dotto e maggiormente s’illumina e si infervora. Questo libro contiene tutta la legge compendiata nel solo amore; qui tutte le profezie adempiute, il magistero di tutte le virtù, l’eminenza della perfezione, la norma del ben vivere; tutta la redenzione umana è racchiusa in questo libro » (13).
Il venerabile Luigi Blosio: « Chi brama di piacere a Dio, studi questo libro e conseguirà il felice intento. Leggendo questo libro (il Crocifisso): l’uomo si riempie di saggezza, consegue il perdono dei suoi peccati, mortifica i suoi affetti disordinati, viene illuminato nella mente, acquista la pace del cuore, la tranquillità della coscienza, la fiducia in Dio, una ardente carità verso il prossimo. Oh quanti libri si trovano nel mondo! Ma se tutti si perdessero, il libro della passione e morte di Gesù basterebbe per assicurare ogni verità, imparare ogni virtù, diventare dotti della vera scienza, la scienza di Dio » (14).
San Gregorio Magno, commentando le parole di Giobbe: « Io ho gran bisogno d’un libro, che sarebbe l’unico rimedio d’ogni mio male » ( 15 ), domanda: «Qual è il libro invocato da Giobbe quale suo adiutore? È Gesù crocifisso… In questo libro sono i meriti delle nostre cause, il fondamento delle nostre confidenze, la nostra difesa contro tutte le forze diaboliche. In questo libro sono cancellati tutti i nostri peccati col sangue del divino Mediatore, le nostre negligenze con la diligenza di Gesù verso il suo divin Padre.
(13) De trium Chr. agon., e. XX.
(14) In spec. spir., e. X.
(15) Giobbe, XXXI, 35.

Questo libro è la nostra corona. Non moviamo passo senza questo libro; i nostri occhi siano in esso per contemplarlo giorno e notte; offriamolo al divin Padre, affinchè egli riguardi in esso e distolga i suoi occhi dalle nostre colpe » ( 16 ).
San Tommaso da Villanova predicava: « Se mi rimorde la coscienza, se mi spaventano le mie colpe, se mi intimorisce l’ira divina, se urlano contro di me gli spiriti maligni, subito mi metto a studiare questo libro (il Crocifisso), l’offro a Dio in sacrificio, e sento consolarmi… Spariscono gli errori, si quietano le tempeste, torna il sereno e godo la luce del cielo. Lo scrittore di questo libro è Dio, la penna è lo Spirito Santo, la carta è il seno di Maria Vergine, l’inchiostro è il sangue di Gesù. O mio amore crocifisso, scrittura divina! O libro ammirabile pieno di concetti divini! O volume celeste, nel quale ogni piaga che rimiro è una miniatura che mi attrae a se! Deh, o cristiani, applicatevi alla lettura di questo libro, dove sono tutti i tesori della scienza e della sapienza di Dio. In esso troverete la medicina di tutte le vostre infermità, la sicurezza della vita eterna » (17).
A San Francesco d’Assisi, infermo, un suo confratello suggerì che si facesse leggere qualche libro spirituale, affinchè il suo spirito si rallegrasse. San Francesco gli rispose: «Fratello, io trovo ogni giorno tanta consolazione e tanto amore nel meditare la passione di Gesù Cristo, che se campassi fino alla fine del mondo, non mi abbisognerebbe altro libro ».
Un giorno san Tommaso d’Aquino andò a visitare san Bonaventura. Vedendo tanti suoi libri, gli chiese dove attingesse tante cose meravigliose. San Bonaventura, additandogli un crocifisso: « Ecco il mio libro, da cui traggo tutto quello che leggo, scrivo o faccio ».
(16) L. XXXII, mor., e. XIII.
(17) Sermone I, De nat. Virg.

San Filippo Benizì, vicino a morire, disse all’infermiere: « Datemi il mio libro ». Questi gliene porse vari. Ma il santo, rifiutandoli, ripeteva : « Datemi il mio libro. Quello solo voglio, e non altri ». Allora l’infermiere, vedendo san Filippo che fissava il crocifisso, lo prese e glielo diede. Il santo, tutto contento, esclamò: «Questo, questo è il mio libro!». E accostandolo alla bocca e baciandolo ripetutamente, morì.
Il profeta Baruc scrisse un libro di preghiere per gli ebrei nell’esilio; e offrendolo ai suoi correligionari, disse: « Leggete questo libro che vi abbiamo mandato » (18).
Cari lettori, anch’io, presentandovi Gesù cro­ cifisso, rivolgo a voi la stessa esortazione di Baruc agli ebrei : « Leggete sempre questo libro ».
Questo libro leggiamolo tutti :
a) noi peccatori, spaventati dai nostri peccati: esso ci convertirà e ci riconcilierà con Dio;
b) voi anime giuste, e diventerete migliori, esercitando la gratitudine verso quel Dio che vi ha giustificate con la sua passione e morte;
c) voi anime virtuose, e persevererete nel cammino della virtù, vedendo che Gesù Cristo perseverò in croce fino alla morte;
d) leggetelo voi anime penitenti, e vi infervorerete negli esercizi di mortificazione, mirando Gesù in mezzo a tanti tormenti;
e) leggetelo voi infermi, e dinanzi alla pazienza eroica di Gesù in mezzo a tante sofferenze, troverete la forza di sopportare con rassegnazione le vostre malattie;
f) leggetelo voi anime desolate, e vi consolerete vedendo Gesù abbandonato anche dal suo divin Padre nell’orto del Getsemani e sull’alto della croce;
g) leggetelo voi anime religiose, e sarete obbedienti ai vostri superiori, imparando da Gesù obbediente fino alla morte di Croce;
h) leggetelo voi anime sposate, e imparerete ad amarvi scambievolmente l’un l’altro, vedendo Gesù amare la sua sposa, la Chiesa, fino a morire per essa;
i) leggiamolo tutti attentamente, e decidiamoci — dinanzi a Gesù morto in croce — a farci santi nell’anima e nel corpo, praticando fedelmente i doveri del nostro stato.
(18) Baruc, I, 14.

II. Come pensare alla passione del Signore
Come dobbiamo pensare alla passione di Gesù Cristo, affinchè questa meditazione sia fruttuosa?
Se vogliamo che la meditazione della passione di Gesù sia veramente fruttuosa, dobbiamo praticare cinque cose: pregare prima di meditare, meditare con fede viva, meditare la passione come si compisse al presente, me­ ditare con frequenza, meditare la passione come se essa fosse stata sofferta per ciascun di noi.
1. Premettere la preghiera
San Tommaso d’Aquino dice: «È un degenere dell’umana natura, chi non desidera sapere la verità » (« ).
Dunque, se non vogliamo essere degli snaturati, ossia dei mostri, dobbiamo avere ferma volontà di conoscere la verità riguardante la passione e morte di Gesù Cristo, nostro Dio, nostro Creatore, nostro grande benefattore.
La sacra scrittura in genere, e il Vangelo in ispecie, sono libri chiusi e segnati con sette sigilli; niuno li può aprire se non l’Agnello im­ macolato, che è la sapienza di Dio.
Di qui la necessità di pregare Dio, affinchè ci assista, ci dia lume per capire il grande mistero della redenzione umana.
Gesù dice nel Vangelo: « Petite, et dabitur vobis; quaerite, et ìnvenietis; pulsate, et aperietur vobis ( 20 )-
Come chiedere, cercare, bussare?
Ce lo dice san Tommaso: « Chiedete pregando, cercate studiando, picchiate operando ».
San Giovanni Crisostomo dichiara: «Chiedete con assidue preghiere cercate studiando con travaglio, picchiate con digiuni ed elemosine ».
(19) In prìnc. metaph. in const.
(20) Mt., VII, 7.
Per fare un buon raccolto non basta il terreno. Si richiede il calore del sole, la fecondità delle piogge, il concime dei grassi, la fatica dell’uomo, la bontà della semenza…
Quando leggiamo la sacra scrittura, si ri­ chiedono due cose :
• che Dio ci mandi il sole della sua luce e la pioggia della sua grazia;
• che noi cooperiamo con lo studio assiduo e l’orazione fervorosa.
Dio non vuole fare tutto lui; né vuole che stiamo noi soli. Noi umiliamoci, cooperiamo e facciamo la parte nostra; Dio farà la parte sua, dandoci la conoscenza di Sé.
Dobbiamo ripetere tante volte la preghiera di Davide: « Signore, dammi intelletto e scruterò la tua legge e l’osserverò con tutto il mio cuore » ( 21 ).
Ugo Eteriano, cardinale e insigne teologo, pregava : « Signore, la tua parola, intesa con frutto, è quella che da la vita ».
Avete sentito : « intesa bene ». Ora chi può darci la vera interpretazione della parola di Dio? Dio stesso. E Dio ce la da, ma vuole essere pregato da noi.
Sant’Ambrogìo scrive : « Ve un intelletto che non porta alla vita, ma alla morte. Qual è questo intelletto? Quello del mondo ».
(21) Salmo, CXVIII, 34.

San Paolo apostolo, dice: « Se qualcuno fra voi crede di essere savio della sapienza di questo mondo, diventi stolto per farsi savio. Poiché la sapienza di questo secolo è stoltezza presso Dio » ( 22 ).Dunque diventiamo pazzi per Cristo, meditando la sua croce, i suoi dolori, la sua passione. Per impetrare tanto dono, diciamo al Signore : « Dammi intelletto, affinchè possa scrutare la tua parola, che è quella che da la vita, ed io l’osserverò con tutto il mio cuore ».

2. Meditare la passione di Gesù con fede viva
II profeta Davide pregava così Dio : « Signore, to­ gli il velo ai miei occhi e considererò le meraviglie della tua legge » ( 23 ).
Quali sono le meraviglie della legge divina?
Eccole: Dio, uno nell’essenza e trino nelle persone. La seconda persona della santissima Trinità che si fa uomo nel seno di Maria vergine; che patisce e muore per la salvezza del genere umano. Pensiamo: Dio che patisce su di un patibolo ; Dio che subisce una morte crudele per dare la vita della grazia e della gloria alle sue creature, all’uomo ! È veramente il caso di esclamare : « O arcani altissimi ! O meraviglie inaudite! O stupore infinito! ». Dinanzi a simili verità, se non si ha una fede viva, non è possibile andare avanti, non è possibile credere. C’è da restare confusi e quasi oppressi nel rimirare un’altezza sì grande.
(22) I Corìnti, III, 18.
(23) Salmo, CXVIII, 18.

Sant’Ambrogio, meditando il crocifìsso, esclamava: « Un Dio sopra una croce! Un popolo così beneficato che lo crocifìgge! Una sapienza divina che ordina una malizia sì atroce per la salute dell’umanità ! ».
San Tommaso da Villanova, predicando su Gesù crocifisso, restò muto e col volto infiammato per lungo tempo, come fuori di sé.
San Tommaso d’Aquino, pregando dinanzi al crocifisso, cadde in tanto eccesso di stupore, che si sentì tirare come un ferro dalla calamità, e si levò in aria.
San Domenico, contemplando la passione di Gesù: le piaghe sparse in tutto il corpo, la testa trafitta dalle spine, il capo grondante di sangue, si sentì svenire e cadde a terra.
Narra la sacra scrittura che dopo l’uccisione di Oloferne. tutti i soldati di lui, senza proferire parola, col capo basso, abbandonarono ogni cosa e si ritirarono ( 24 ).
Cari lettori, guardiamo con gli occhi della fede il nostro Dio crocifisso, morto, intriso del suo sangue, e diciamogli: « Grande Iddio! Infinito amore! Tanto, dunque, ci hai amato? Lo stupore ci ammutolisce! Tutti ammirati e confusi, prostrati ai tuoi piedi, ti adoriamo e ti diciamo : sia gloria a te, o Gesù, crocifisso, al Padre tuo celeste, allo Spirito Santo per tutti i secoli! ».
(24) Giuditta, XV, 1-2.

3. Dobbiamo meditare la passione come se fosse presente
San Bernardo afferma che è cosa utilissima rappresentarci i misteri del nostro Salvatore come misteri presenti.
La Chiesa ce ne da l’esempio. Alla vigilia del Natale annunzia il mistero dell’Incarnazione con queste parole : « Gesù Cristo, figlio di Dio, nasce nella grotta di Betlemme ».
Perché « nasce », mentre è nato venti secoli addietro?
Perché dobbiamo mirarlo come una nascita nuova, recente; come se il Redentore divino s’incarnasse e nascesse nuovamente per noi. Così si deve dire della passione di Gesù Cristo.
Sant’Ambrogio scrive : « Intendete, o cristiani, che ogni volta che ricevete i sacramenti, specialmente la Eucaristia, ricevete lo stesso Gesù, che di nuovo pa­tisce e muore per voi… Pertanto dovete tenere e considerare presente la passione e morte del Signore ».
Pitagora voleva che le immagini degli dèi nei templi fossero situate non troppo in alto, affinchè il popolo, fissandovi lo sguardo, maggiormente fosse commosso e concepisse affetti di riverenza e di timore ( 25 ).
Lo stesso dobbiamo fare meditando la passione di Gesù : considerare presenti i patimenti che egli soffrì per noi. Allora essi commuovono il cuore, lo inteneriscono, lo accendono d’amore, e lo fanno prorompere in mille affetti di devozione.
(25) Libro III, De olio.

Tertulliano scrive: « Quando terrete presente Gesù pendente dalla croce, che è la vostra vita, proverete in voi salutari affetti di penitenza, di dolore, di amore e di trasformazione nello stesso Signore ».
San Paolo apostolo, dice: «Fratelli, vi voglio contemplatori della passione di Gesù Cristo, ma non in aria, non in superfìcie, ma in atto pratico con una certa scienza sperimentale e con un conoscimento affettivo ( 26 ).
Il card. Ugo Eteriano commenta: « Cristiani, badate a non essere membra morte, ma vive, sensibili; in modo che sentiate al vivo dentro di voi, il dolore del vostro capo che è Gesù, come se lo sentiste dentro di voi stessi ».
Di santa Paola si legge che si prostrava sul pavimento davanti alla croce di Gesù, con tanta abbondanza di lacrime, di tenerezza e di affetti, come se avesse veduto il Signore pendente dalla croce grondante sangue dalle piaghe ( 27 ).
Il beato Consalvo d’Amaranta, visitando la Terra santa, ad ogni passo non faceva che piangere, come se corporalmente avesse incotranto il Redentore divino che patisse; come se avesse veduto Gesù legato, trascinato nei tribunali, flagellato, incoronato di spine, confìtto in croce ( 28 ).-
(26) Filippesi, II, 5-11.
(27) San Girolamo, Epistola XXVII.
(28) Cond. di santa Dom.

Sant’Agostino, stando davanti al Crocifisso, aveva fatto dei suoi occhi quasi due fonti di lacrime; mandava sospiri icome se il cuore gli scoppiasse; gli sembrava di trovarsi sul Calvario con la santissima Vergine, con san Giovanni e santa Maddalena. « Oh che vedo », esclamava, « Gesù, voi in croce? voi su di un patibolo?…» ( 29 ).
Chiudo con le parole del venerabile Luigi Blosio : « Fratelli, cacciate da voi la sonnolenza, la tiepidezza e la negligenza; abituatevi a meditare la passione del Signore con proposito, con grande fede, con fervore d’animo; immaginatevi la passione di Gesù, come presente, e passo passo accompagnate il Redentore di­vino fin sul Calvario; chiedetegli perdono di averlo offeso; ringraziatelo per quanto ha patito per voi, e godrete i frutti della sua croce » ( 30 ).

4. Dobbiamo meditare frequentemente la passione di Gesù
L’oggetto lontano, difficilmente, commove. Le cose che amiamo, quando sono lontane, non limentano in noi l’amore.
Senza l’esercizio costante della virtù, l’uomo non diventa virtuoso; l’abito buono si forma mediante la ripetizione continua di atti buoni. Nasciamo per essere virtuosi ; lo diventiamo mediante un lungo esercizio del bene.
(29) Libr. di medii, e. VII.
(30) Blosio, Can. vita spir., e. XIX.

Aristotele dice : « Meditatio confirmat memoriam », la meditazione rinsalda la memoria; solo la contemplazione continua della passione di Gesù confermerà in noi la sua memoria.
San Paolo apostolo scriveva: « Recogitate (cioè: pensate assiduamente) a Gesù Cristo, il quale sopportò il supplizio della croce contro la propria persona da parte dei peccatori, affinchè voi non vi perdiate d’animo nell’esercizio del bene » ( 31 ).
Queste parole di san Paolo vogliono dire: Voglio che siate forti, intrepidi in ogni più grave pericolo, anche dinanzi alla morte. Per essere tali, è necessaria la meditazione continua della passione di Gesù Cristo.
San Bernardo confessa : « Io mi sono sempre esercitato nella meditazione della passione di Gesù. Co­minciai dalla contemplazione di Gesù crocifisso » ( 32 ).
San Bonaventura consigliava: «Se state fermi, se camminate, se siete solitari, se conversate, se trattate affari, se vi ponete a fare orazione, in tutti i luoghi, in qualsiasi occasione abbiate sempre dinanzi agli occhi Gesù in croce per i peccati vostri e del mondo » (33).
San Pier Dannano rinunciò al vescovado di Ostia, si ritirò in solitudine « per stare in una continua con­templazione di Gesù crocifisso. Gli pareva di trovarsi sul Calvario, di vedere Gesù trafitto nelle mani e nei piedi; abbracciava spiritualmente la croce, apriva la sua bocca per ricevervi il sangue che stillava dalle mani e dai piedi di Gesù » ( 34 ).
(31) Ebrei, XII, 1-3.
(32) Sermone XLV, In Cant.
(33) Stimutus div. am., e. VII.
(34) Libro I, p. 9.

Il venerabile Luigi Blosio ammoniva : « Chi vuole attendere alla vita spirituale deve sempre meditare quello che Gesù Cristo fece e patì per noi ». Scriveva ad una pia persona : « Faccia il suo nido in croce e nelle piaghe del Salvatore. Quando prende cibo, bagni ogni boccone nel sangue di Gesù; quando vuoi bere, s’immagini di porre la bocca alle sacratissime piaghe del Signore » (35).
Giovanni Taulero, domenicano, nell’andare a letto, s’immaginava di salire la croce di Cristo; che il suo letto fosse il sacro cuore di Gesù; che il suo guanciale fosse la corona di spine; che le sue coperte fossero le braccia aperte del Signore. Così s’ingegnava di fare in tutte le azioni della giornata. Passava ventiquattro ore sempre con Gesù crocifisso.
Tommaso da Kempis, autore dell’Imitazione di Cristo, diceva: « Se si ricava frutto contemplando la vita dei santi, che cosa avverrà contemplando la passione e morte di Gesù Cristo? » ( 36 ).
Chiudo con le parole di sant’Agostino: « Signore non volesti mai scendere dalla croce, perche la tua ricordanza non uscisse mai dal mio cuore. Mi hai scritto nelle tue mani per ricordarti sempre di me e perché io ricordassi sempre quanto tu hai patito per me. Mi hai riscattato col tuo sangue perche io ricordassi sempre il tuo sacrifizio. Mi liberasti dalla morte eterna perche io vivessi sempre per te. Mi richiamasti dall’esilio perche io abitassi sempre vicino a te e con te. Dall’alto della croce i tuoi occhi sono sempre fissi su di me! ed io non terrò i miei occhi sempre rivolti a te? Ah non sia mai vero! » ( 37 ).

5. Dobbiamo considerare la passione di Gesù sofferta per ciascuno di noi in particolare
Un bene più è esteso nei suoi effetti, più è nobile, eccellente, perché più si avvicina al bene sommo, Dio, il quale è la causa di tutti i beni creati.
(35) Blosio, Inst. spec, e. V.
(36) De passione Chr.
(37) Bap., XIII, solil.

Gesù Cristo è morto per tutto il genere umano:
« Dio ha talmente amato il mondo, da dare il suo Figlio unigenito, affinchè chiunque crede in luì non perisca, ma abbia la vita eterna » ( 38 ). « Cristo è morto per tutti» ( 39 ).
San Tommaso dice : « Gesù Cristo morì fuori Gerusalemme, affinchè tutti sapessero che Egli moriva per tutti. La virtù della passione di Gesù è diffusa per tutti » ( 40 ).
Dunque la passione di Gesù è stata soste­ nuta a beneficio di tutto il mondo.
Tuttavia noi, meditando Gesù crocifisso, dobbiamo considerare la sua passione sofferta per ciascuno di noi in particolare.
San Paolo scriveva: « Vivo io, ma non sono più io che vivo, è Cristo che vive in me; e quello che vivo nella carne, vivo nella fede che ho nel Figlio di Dio, il quale mi ha amato e ha dato se stesso per me » ( 41 ).
Dunque san Paolo apostolo considerava la passione patita solo per lui in particolare.
Perché questo?
Ce lo dice lo stesso san Paolo: « Gesù Cristo venne nel mondo a salvare i peccatori, di cui io sono il primo » ( 42 ).
(38) Gv., III, 16.
(39) II Corinti, V, 15.
(40) III p., q. IX, a. 10.
(41) Galati, II, 20.
(42) I Timoteo, I, 15.

San Paolo non nega che Cristo è morto per tutti ; ma egli considera la passione di Gesù come se essa fosse stata sostenuta solo per lui, il primo tra tutti i peccatori.
San Giovanni Crisostomo commenta le parole di san Paolo : « San Paolo, da vero servo di Cristo, stima il beneficio della redenzione e della morte di Gesù, come suo proprio, dato a se e come se l’obbligo fosse tutto suo. Non restringe l’immenso beneficio della croce a sé solo; ma giudicando di essere, per i suoi peccati, egli solo la causa della morte del Signore; perciò obbligato a pentirsi delle sue colpe ed amare il Redentore, il quale, con le sue sofferenze, le aveva cancellate » ( 43 ).
Lo stesso san Giovanni Crisostomo afferma : « Benché il sole splenda per tutti, ognuno ne sente i be­ nefici come se esso splendesse per ciascuno. Così dite della pioggia… O mio Gesù, sole di giustizia, pioggia di sangue versata per me! Sì, per tutti sono questi beni. Ma a me giova considerarli come se fos­ sero solo per me, perché non ne sento minore utilità che se fossero impiegati solamente per me ».
San Tommaso d’Aquino scrive : « O sacro convito (l’Eucarestia ), nel quale si riceve Cristo e si fa memoria della sua passione… Sic totum omnibus, quod totum singulis. Questo sacramento è stato istituito a beneficio di tutti, come se l’avesse istituito a beneficio solo di ciascuno ». Il medesimo si deve dire della sacratissima passione del Signore: è stata sofferta a benefìcio di tutti, come se Cristo avesse patito solo per ciascun di noi.
Sant’Ignazio martire scriveva ai romani : « Meus amor crucifixus est », il mio amore in croce è talmente per me, come se io fossi solo e non si trovasse alcun altro.
(43) Libro II, De compon. orci.
Il card. Ugo Eteriano esclamava: « Io non voglio altro che Dio; egli è tutto il mio bene, e fuori di luì non trovo cosa che mi sia gradita. Ma, oh come bene mi corrisponde ! ».
Tommaso da Kempis pregava: « Mio Dio! io ti contemplo tutto ferito, pieno di piaghe, sospeso alla croce; e stimo che tutto soffri per me solo, per la qual cosa tanto maggiormente si accende il mio cuore per te e mi sento obbligato » ( 44 ).

III. Conclusione
Ecco il modo di meditare con frutto la passione santissima di Gesù Cristo. Il peccato, Gesù l’ha scontato perfettamente per ciascuno di noi come se fosse stato uno solo. La passione di Cristo è stata sofferta tutta per ciascun di noi, a nostro personale beneficio, come è stata patita a beneficio di tutti gli uomini.
Beati noi se tutte le nostre opere, pensieri e parole saranno riferiti a Gesù crocifisso ; se, meditando la passione del Redentore divino, diremo : « Per me quella croce, per me quelle spine, per me quei chiodi, per me quelle carni lacerate : per me e per i miei peccati Gesù ha patito ed è morto. Viva Gesù Cristo crocifisso per me ! ».
(44) De passione Domìni.

Preghiera – Gesù, ci hai vinti, e noi ci arrendiamo. Quello che in noi non potè fare il timore, l’ha fatto l’amore. Hai superato la durezza del nostro cuore Grazie! grazie! grazie infinite! Ti sei dato tutto a noi, e noi ci diamo tutti a te. Facci tuoi, tutti tuoi solo tuoi in vita e per tutta l’eternità. Amen.

TRIPLICE GLORIA DELLA CROCE – DAI «DISCORSI» DI SAN VINCENZO FERRER, SACERDOTE

http://www.vatican.va/spirit/documents/spirit_20010911_vincenzo-ferrer_it.html

TRIPLICE GLORIA DELLA CROCE

DAI «DISCORSI» DI SAN VINCENZO FERRER, SACERDOTE

« Lungi da me di gloriarsi se non dalla croce di nostro Signore Gesù Cristo ». Così sta scritto nella lettera ai Galati (6,14). Questo è il tema del nostro discorso. Anzitutto le parole «Lungi da me» vanno applicate alla stessa persona di Cristo che muore in croce. Appare chiaro dalla sacra Scrittura che Cristo fu molte volte in pericolo di morte da parte dei Giudei, che fecero vari attentati alla sua vita,
ma a lui non piacque alcun altro modo di moire se non in croce, sottraendosi agli altri modi con la fuga o con altri mezzi. Una prima volta fu in pericolo di morte appena nato. Regnava allora lo straniero Erode, che col favore dell’imperatore romano ottenne il dominio dei Giudei. Costui, udita dai Magi la nascita del re dei Giudei e informatosi del luogo dai rabbini ebraici, decise di ucciderlo… Ma l’angelo del Signore apparve a Giuseppe e gli disse di fuggire in Egitto col Bambino e con sua Madre. Così Cristo fu salvo. E si adempì la profezia di Giobbe: «Colpirono i bambini di spada, e io solo scampai» (cfr. Gb 1,15).
Egli cominciò a predicare e a operare miracoli nella città di Cafarnao. Allora i Giudei dissero: «Le grandi cose che abbiamo sentito operate da te in Cafarnao, falle anche qui nella tua patria» (Lc 4,23). Gesù rispose loro con un proverbio che non le meritavano, perché non credevano in lui, anzi lo disprezzavano dicendo: «Non è costui il figlio dell’artigiano e di sua moglie Maria?» (Mt 13,55). E tutti pieni di ira, si sollevarono, lo cacciarono fuori di città, e lo menarono sul ciglio del monte, dove era costruita la loro città, per precipitarlo giù. Egli però si rese invisibile; onde essi l’andavano in cerca ripetendo: E dov’è? «Gesù invece se ne andava passando in mezzo a loro» (Lc 4,30). Perché non volle morire in questo modo? Se l’avesse voluto, anche con tale morte avrebbe salvato tutto il mondo. Ma non volle morire così per darci una lezione. Una terza volta corse il pericolo di morire lapidato. Come scrive l’evangelista Giovanni. Fu quando Cristo predicava ai Giudei della sua città dicendo: «In verità, in verità vi dico, se uno osserverà la mia parola, non vedrà la morte in eterno» (Gv 5.24).
Infine Cristo incorse nel rischio di morire in croce, cioè crocifisso. Questo modo di morirgli piacque, l’accettò. Vedendo i Giudei che non avevano potuto ucciderlo precipitandolo, lapidandolo, né avvelenandolo, dissero: «Muoia crocifisso, ossia confitto in croce» (Gv 19,6), e gli apparecchiarono una croce. Allora Cristo predicava nella regione della Galilea, e sapendo che ormai i Giudei gli avevano apparecchiato una croce, disse ai discepoli:
«Sù, saliamo a Gerusalemme, e il Figlio dell’uomo sarà consegnato ai capi dei sacerdoti agliscribi, e lo condanneranno a morte» (Mc 10,33). Quindi non per forza, ma per sua concessione andò alla morte di croce e, pronunziata la sentenza da Pilato, non si appellò, né si scusò, ma Giovanni dice che « portandosi la croce uscì verso il luogo detto del Calvario » (Gv 19,17).
Perché questo modo di morire lo preferì a tutti gli altri? Già lo sapete, ogni male sia delle anime —come l’ignoranza, le prave inclinazioni — sia anche dei corpi — come le malattie, i travagli, le fatiche, e infine la morte — tutto deriva dal peccato di Adamo e di Eva, perché il peccato nacque dall’aver colto il frutto proibito. Cristo quindi venne a riparare tutti i mali e delle anime e dei corpi. Egli è appunto quel frutto, di cui è detto alla Vergine Maria: «Benedetto il frutto del tuo grembo» (Lc 1,42). Questo frutto è tornato al suo albero. Perciò antiche storie greche riferiscono che l’albero della croce era ricavato dalla stessa pianta, da cui Adamo colse il frutto. Quindi quando Cristo fu su l’albero della croce, allora fu restituito all’albero il frutto, ed egli riparò tutti i mali derivati dal peccato di Adamo nel giusto ordine, prima quelli dell’anima, poi quelli del corpo. Sicché Cristo eliminò i mali delle anime, dando come rimedio il battesimo, per cui sono rimessi tutti i peccati, e ci restituì la scienza, annunciadoci la gloria del paradiso. Quando poi ritornerà, e ben presto, per il giudizio universale, allora eliminerà anche i mali dei corpi, giacché risorgeremo impassibili e immortali. Ecco perché volle morire in croce. »

Dai «Discorsi» di san Vincenzo Ferrer, sacerdote (Disc. suIla Croce, Festivale, serm .44, ed. Ehrard, 1729, p. 145 ss).

A cura dell’Istituto di Spiritualità:
Pontificia Università S. Tommaso d’Aquino

SPOGLIÀTI DELL’UOMO VECCHIO (CCC, CEI) (anche Paolo)

http://www.educat.it/catechismo_dei_giovani/venite_e_vedrete/&iduib=5_1

SPOGLIÀTI DELL’UOMO VECCHIO (CCC, CEI)

L’incontro con Gesù cambia la vita, la rende nuova. Può accadere Che una persona, incontrando Gesù, non abbia il coraggio di fidarsi totalmente di lui e se ne vada via triste (Lc 18,18-23), oppure riconosca in lui quella novità che dà un significato profondo alla vita (Lc 19,1-10).
Il Nuovo Testamento è unanime nel sottolineare che un tratto fondamentale dell’uomo convertito, animato dallo Spirito, è l’esperienza della novità. La comunione con Cristo e l’accoglienza dello Spirito conducono ad una vita nuova. Scrive san Paolo ai cristiani di Corinto: « Se uno è in Cristo è una creatura nuova; le cose vecchie sono passate, ecco, ne sono nate di nuove » (2Cor 5,17). E ai cristiani di Colossi: « Vi siete spogliati dell’uomo vecchio con le sue azioni e avete rivestito il nuovo, che si rinnova, per una piena conoscenza, ad immagine del suo Creatore » (Col 3,9-10). La novità dello Spirito raggiunge il nucleo più profondo della persona, ristrutturandolo e rinnovandolo dall’interno (Rm 6,4).
I primi cristiani sentivano la novità di questo nuovo orientamento in modo così vivace da esprimerlo con le immagini della risurrezione, della creazione, della rinascita, del risveglio. Queste immagini sottolineano una sorta di passaggio dalla morte alla vita, dalla schiavitù alla libertà, dal chiuso dell’egoismo e dell’indifferenza agli spazi aperti della carità.
La novità dello Spirito è la novità della vita di Dio, che irrompe nell’uomo vecchio, rigenerandolo. Siamo sempre in ansiosa ricerca di cose nuove; spesso, però, appena si fanno realtà e le tocchiamo con mano, ci deludono, appaiono subito vecchie. Lo Spirito, invece, dischiude all’uomo un mondo sempre nuovo e rinnovante, pieno di sorprese; nuovo a tal punto da prefigurare « un nuovo cielo e una nuova terra » (Ap 21,1).

Abbandonare l’uomo vecchio
Non è però possibile essere uomini e donne nuovi senza un coraggioso abbandono dell’uomo vecchio, l’uomo inautentico, ripiegato su se stesso. La novità dello Spirito è insieme dono e compito: « Dovete deporre l’uomo vecchio con la condotta di prima, l’uomo che si corrompe dietro le passioni ingannatrici. Dovete rinnovarvi nello spirito della vostra mente e rivestire l’uomo nuovo, creato secondo Dio nella giustizia e nella santità vera » (Ef 4,22-24).
Uomini e donne nuovi si diventa quando si ha il coraggio di una conversione profonda, di una scelta netta e definitiva. L’azione trasformante dello Spirito non rinnega nulla di quanto nell’uomo è autentico, né trascura alcuna delle sue profonde aspirazioni, ma tutte porta a insospettata pienezza. Richiede però che ci si lasci alle spalle le opere dell’egoismo, per gustare i frutti dello Spirito.
Uomo « vecchio » è il giovane che cerca la novità per se stessa e si affanna a inventare il cambiamento per il cambiamento, immergendosi così in una vita sradicata, ridotta a continua esplorazione senza meta in una sorta di soggettività « senza dimora ». Una vita così sradicata affonda poi nel rincorrere impressioni e sensazioni sempre nuove, bloccata nelle secche dell’effimero.
Uomo « vecchio » è il giovane che affida la sua fame di novità a desideri senza limite, come se in essi ci sia una promessa di eternità. Nasce allora l’illusione di possedere certezze e soluzioni per un mondo nuovo, solo perché lo si sa immaginare in termini astratti. Ma la vera novità della pace, della giustizia, della libertà rimane lontana. L’utopia si rivela illusoria; rimane la novità dei piccoli appagamenti, dei bisogni soddisfatti; il sogno ricade su una quotidianità divorata dalla noia.
Uomo « vecchio » è il giovane che si lascia imbrigliare dalle opere dell’egoismo: « fornicazione, impurità, libertinaggio, idolatria, stregonerie, inimicizie, discordia, gelosia, dissensi, divisioni, fazioni, invidie, ubriachezze, orge e cose del genere » (Gal 5,19-21). L’elenco che Paolo offre trova purtroppo facili attualizzazioni: avidità di denaro e conseguenti atti delinquenziali per ottenerlo, disprezzo della propria e altrui vita, tempo libero vissuto nella noia, uso di droghe, violenza e libertinaggio sessuale, fragilità e suicidio, sfruttamento dei genitori, sincretismo religioso, satanismo e magia, rigurgiti razzisti e disprezzo degli immigrati, cecità di fronte alle tragedie umane…
« Vecchio » e « nuovo », « carne » e « Spirito », sono fra loro in antitesi: « La carne ha desideri contrari allo Spirito e lo Spirito ha desideri contrari alla carne » (Gal 5,17). Non sono possibili patteggiamenti, né illusioni. Si impone una scelta chiara e coraggiosa: « Quelli infatti che vivono secondo la carne, pensano alle cose della carne; quelli che vivono secondo lo Spirito, alle cose dello Spirito » (Rm 8,5).
La radice della novità è l’esperienza profonda, viva e attuale dello Spirito di Gesù. La novità per l’uomo non consiste nelle cose che egli può inventare, produrre, mettere sul mercato, godere… Consiste nella novità che è la persona stessa di Gesù: in lui e solo in lui è possibile inventare una storia nuova, una vicenda umana inedita, segnata dalla grazia. È lo Spirito di Gesù che rende nuove tutte le cose e dona ai credenti « amore, gioia, pace, pazienza, benevolenza, bontà, fedeltà, mitezza, dominio di sé » (Gal 5,22).
I giovani che vivono secondo lo Spirito ne esprimono i frutti in volontariato, servizio ai poveri, servizio educativo, slancio e impegno per la pace, preparazione alla vita di famiglia, generosa risposta a una vocazione di speciale consacrazione, impegno missionario, apertura alla vita anche dopo esperienze di fallimento, slancio per i valori della giustizia, generosità di offrirsi gratuitamente, entusiasmo per le mete più alte…

Lo Spirito di Gesù in noi
Gesù, il risorto e il vivente, è presente nella Chiesa e nel mondo; lo Spirito ci mette in comunione con lui, delinea in noi i suoi lineamenti.
Il Vangelo di Giovanni sottolinea l’insostituibile funzione dello Spirito: « Il Consolatore, lo Spirito Santo che il Padre manderà nel mio nome, egli v’insegnerà ogni cosa e vi ricorderà tutto ciò che io vi ho detto » (Gv 14,26); « Molte cose ho ancora da dirvi, ma per il momento non siete capaci di portarne il peso. Quando però verrà lo Spirito di verità, egli vi guiderà alla verità tutta intera, perché non parlerà da sé, ma dirà tutto ciò che ha udito e vi annunzierà le cose future. Egli mi glorificherà, perché prenderà del mio e ve l’annunzierà » (Gv 16,12-14).
Lo Spirito non dice parole proprie, ma ripete quelle già dette da Gesù: « Non parlerà da sé, ma dirà tutto ciò che ha udito ». Lo Spirito non si distacca dalla storia di Gesù e dalla tradizione vivente della Chiesa. C’è una perfetta comunione tra lo Spirito e Gesù, tanto che l’insegnamento dello Spirito è il medesimo insegnamento di Gesù; meglio, il suo insegnamento è Gesù. Lo Spirito svela la persona di Gesù e la sua comunione con il Padre.
L’insegnamento dello Spirito non è ricordo ripetitivo, non è semplice memoria. Non aggiunge nulla alla rivelazione di Gesù, però la interiorizza e la rende presente in tutta la sua pienezza; ristruttura la nostra personalità offrendole un nuovo centro e un solido fondamento, la vita stessa di Gesù. Lo Spirito fa incontrare Gesù: l’orientamento di vita che ne scaturisce diventa punto di unificazione della personalità e criterio per ogni scelta e decisione. Uomini e donne nuovi sono allora giovani vivi, ricchi di umanità, piegati fino in fondo al servizio e all’amore, alle prese con i problemi, le difficoltà, gli entusiasmi e le incertezze di ogni giorno, che si affidano e fanno riferimento esplicito a Gesù di Nazareth e al suo progetto di vita, radicati dal suo stesso Spirito su di lui, roccia indistruttibile. Per questo Gesù precisa: lo Spirito « v’insegnerà ogni cosa » e « vi guiderà alla verità tutta intera » (Gv 14,2616,13).
Questa è la fede dei primi cristiani e della Chiesa di ogni tempo: soltanto lo Spirito consente di comprendere le parole e ricordare i gesti di Gesù come realtà presenti e operanti, come inesauribile « sorgente di acqua che zampilla per la vita eterna » (Gv 4,14): « È lo Spirito che dà la vita, la carne non giova a nulla; le parole che vi ho detto sono spirito e vita » (Gv 6,63).

Lo Spirito ci fa figli del Padre
Comunicandoci la conoscenza e l’amore di Gesù, il Figlio amato, lo Spirito ci inserisce nel dialogo di conoscenza e amore che corre tra il Padre e il Figlio, aprendoci a un nuovo e inaspettato rapporto con Dio: « Dio ha mandato nei nostri cuori lo Spirito del suo Figlio che grida: Abbà, Padre! Quindi non sei più schiavo, ma figlio » (Gal 4,6-7). L’uomo animato dallo Spirito non sta più davanti a Dio nel timore e nella paura, ma nella libertà. Sa di stare a cuore a Dio, di potersi consegnare alla sua affidabile cura e di affidarsi a lui anche oltre la morte.
L’obbedienza a Dio non è più vissuta come legge, ma come libertà; non più come mortificazione, ma come dono. La preghiera rivolta a Dio è segnata dalla coraggiosa confidenza dei figli. La preghiera, infatti, è un punto nodale e rivelatore dell’esistenza. Manifesta il modo con cui l’uomo si pone davanti a Dio, a se stesso, al mondo.
Lo Spirito crea in noi quella segreta familiarità che ci consente di riconoscere nella voce di Dio la voce amica di un Padre: « Abbà, Padre! Lo Spirito stesso attesta al nostro spirito che siamo figli di Dio » (Rm 8,15-16). Questa confidenza di fronte a Dio, una confidenza che è obbedienza e libertà, è il segno dell’autenticità della preghiera, non più fatta di molte parole, ma di sereno abbandono: « Voi dunque pregate così: Padre nostro… » (Mt 6,9). Questa libertà di fronte a Dio, che si manifesta nella preghiera e si esprime nella vita, è la libertà più alta donata all’uomo.

Testimoni liberi di fronte al mondo: il coraggio della missione
Un altro importante tratto dell’uomo nuovo è la testimonianza. Nei discorsi di addio, narrati nel Vangelo di Giovanni, Gesù avverte i discepoli che saranno odiati dal mondo e perseguitati, ma insieme li assicura che, dinanzi all’odio del mondo e alla persecuzione, saranno sorretti dalla testimonianza dello Spirito:
« Lo Spirito di verità che procede dal Padre, egli mi renderà testimonianza; e anche voi mi renderete testimonianza, perché siete stati con me fin dal principio » (Gv 15,26-27). Il cristiano spesso deve compiere scelte contro corrente, trovandosi di fronte a chi non riesce a capire, perché bloccato dall’accomodante: « Fanno tutti così! » e dai sondaggi d’opinione.
Nel grande processo tra Cristo e il mondo, che si svolge entro la storia, lo Spirito depone in favore di Gesù. Davanti all’ostilità che incontrano, anche i discepoli sono esposti al dubbio, allo scandalo, allo scoraggiamento (Gv 16,1-4). Ma lo Spirito custodirà la loro fede, li renderà sicuri nel loro opporsi alla logica del mondo. Quando i discepoli avranno bisogno di certezza, lo Spirito gliela offrirà. Lo Spirito è il testimone intimo e segreto che crea nei discepoli la sicurezza di essere con Dio e dona il coraggio della libertà.
« Dove c’è lo Spirito del Signore c’è la libertà », scrive Paolo con molta convinzione (2Cor 3,17). Di questa libertà il Nuovo Testamento offre ampie testimonianze. La parola greca che preferibilmente la esprime è « parresìa »; un termine che indica la libertà di parola e di coscienza, il coraggio di esprimere, di fronte a chiunque, la propria convinzione e il proprio dissenso.
Questa « franchezza » permette il superamento della paura, uno dei segni rivelatori dell’uomo vecchio, l’uomo ricattabile, perché prigioniero della stima del mondo ed eccessivamente preoccupato di sé, incapace di affrontare la solitudine in cui spesso il cristiano deve vivere i propri ideali. L’incontro con il Signore risorto libera il cuore dell’uomo dal timore del mondo e da tutti i suoi ricatti. Trasforma un cuore ricattabile in un cuore libero. I discepoli di Gesù sono liberi dentro, orgogliosi di appartenere a Cristo, incapaci di tenere per sé il dono e l’esperienza della fede. Sono appassionati per la grande causa del vangelo, come lo è Gesù per il regno di Dio.
Questo miracolo lo può compiere soltanto Gesù risorto. Di questa vittoria sulla paura parla spesso il libro degli Atti. Qui il cristiano è presentato nel vivo degli avvenimenti, non chiuso nella tranquillità della sua casa, separato in piccoli gruppi, ma presente sulle piazze, sulle strade, nelle sinagoghe, nei tribunali, in tutti i luoghi dove gli uomini vivono, dialogano, si incontrano e si confrontano. Sono uomini e donne pieni di fede, convinti di essere sorretti dalla presenza dello Spirito e di possedere un messaggio di salvezza di cui il mondo intero ha bisogno, lieti anche di subire persecuzioni « per amore del nome di Gesù » pur di non venir meno al compito « di insegnare e di portare il lieto annunzio che Gesù è il Cristo » (At 5,41-42). I cristiani sono pieni di slancio e in perenne cammino missionario: testimoni di Cristo « a Gerusalemme, in tutta la Giudea e la Samaria e fino agli estremi confini della terra » (At 1,8).
È sempre grande il numero di giovani che hanno sete di Dio e non trovano fontane a cui estinguere la loro sete; a volte hanno una domanda religiosa, ma non incrociano le proposte della comunità cristiana e disperdono l’intensità della ricerca nei rivoli delle sètte, della superstizione e della magia. Ancora più grande è il numero di coloro che ancora non conoscono il Signore; abitano in terre lontane o sono venuti ad abitare nella casa accanto. Cristiano è colui che senza stancarsi sa annunciare a tutte le genti la gioia sperimentata in Gesù.
Nel libro degli Atti, Luca tratteggia questa figura di cristiano, moltiplicando gli esempi, per mostrare ai suoi lettori che la risurrezione di Gesù ha introdotto nel mondo un radicale cambiamento. Non quello, certo, di far cessare le persecuzioni, che anzi sembrano insorgere più di prima, ma quello di suscitare, in ogni tempo e in ogni luogo, uomini liberi e coraggiosi, obbedienti a Dio piuttosto che agli uomini (At 4,19).

I doni dello Spirito
I cristiani possono contare sulla potenza dello Spirito che si comunica loro mediante i suoi doni. La tradizione della Chiesa ne enumera sette, ispirandosi a Is 11,2: sapienza, intelletto, consiglio, fortezza, scienza, pietà e timore di Dio.
Con la ricchezza e la novità dei suoi doni, lo Spirito offre a ciascuno lo spazio per seguire la propria vocazione, esprimere la propria originalità ed esercitare il proprio servizio. Ai cristiani di Corinto Paolo scrive che « a ciascuno è data una manifestazione particolare dello Spirito per l’utilità comune » (1Cor 12,7).
L’uomo nuovo non si appiattisce nell’anonimato, ma riconosce e difende la propria originalità. Al tempo stesso, però, sente la passione della comunione e non fa della sua originalità un motivo per dividere, per contrapporsi o per elevarsi sopra gli altri, ma ne fa un dono per tutti, un servizio per la crescita comune.
L’uomo nuovo non è senza volto, non è anonimo: è una persona creativa e originale. E tuttavia non cammina da solo, ma con gli altri. L’uomo nuovo, contemplando la croce di Gesù, non vive per se stesso, nella difesa egoistica della propria vita, ma nel dono di sé. E questo il « perdersi per ritrovarsi » di cui parla Gesù nel Vangelo (Mc 8,35).

PAPA FRANCESCO – CHIESA, CORPO DI CRISTO (anche Paolo)

http://w2.vatican.va/content/francesco/it/audiences/2014/documents/papa-francesco_20141022_udienza-generale.html

PAPA FRANCESCO

UDIENZA GENERALE

Piazza San Pietro

Mercoledì, 22 ottobre 2014

CHIESA, CORPO DI CRISTO (anche Paolo)

Cari fratelli e sorelle, buongiorno.

Quando si vuole evidenziare come gli elementi che compongono una realtà siano strettamente uniti l’uno all’altro e formino insieme una cosa sola, si usa spesso l’immagine del corpo. A partire dall’apostolo Paolo, questa espressione è stata applicata alla Chiesa ed è stata riconosciuta come il suo tratto distintivo più profondo e più bello. Oggi, allora, vogliamo chiederci: in che senso la Chiesa forma un corpo? E perché viene definita «corpo di Cristo»?

Nel Libro di Ezechiele viene descritta una visione un po’ particolare, impressionante, ma capace di infondere fiducia e speranza nei nostri cuori. Dio mostra al profeta una distesa di ossa, distaccate l’una dall’altra e inaridite. Uno scenario desolante… Immaginatevi tutta una pianura piena di ossa. Dio gli chiede, allora, di invocare su di loro lo Spirito. A quel punto, le ossa si muovono, cominciano ad avvicinarsi e ad unirsi, su di loro crescono prima i nervi e poi la carne e si forma così un corpo, completo e pieno di vita (cfr Ez 37,1-14). Ecco, questa è la Chiesa! Mi raccomando oggi a casa prendete la Bibbia, al capitolo 37 del profeta Ezechiele, non dimenticate, e leggere questo, è bellissimo. Questa è la Chiesa, è un capolavoro, il capolavoro dello Spirito, il quale infonde in ciascuno la vita nuova del Risorto e ci pone l’uno accanto all’altro, l’uno a servizio e a sostegno dell’altro, facendo così di tutti noi un corpo solo, edificato nella comunione e nell’amore.
La Chiesa, però, non è solamente un corpo edificato nello Spirito: la Chiesa è il corpo di Cristo! E non si tratta semplicemente di un modo di dire: ma lo siamo davvero! È il grande dono che riceviamo il giorno del nostro Battesimo! Nel sacramento del Battesimo, infatti, Cristo ci fa suoi, accogliendoci nel cuore del mistero della croce, il mistero supremo del suo amore per noi, per farci poi risorgere con lui, come nuove creature. Ecco: così nasce la Chiesa, e così la Chiesa si riconosce corpo di Cristo! Il Battesimo costituisce una vera rinascita, che ci rigenera in Cristo, ci rende parte di lui, e ci unisce intimamente tra di noi, come membra dello stesso corpo, di cui lui è il capo (cfr Rm 12,5; 1 Cor 12,12-13).
Quella che ne scaturisce, allora, è una profonda comunione d’amore. In questo senso, è illuminante come Paolo, esortando i mariti ad «amare le mogli come il proprio corpo», affermi: «Come anche Cristo fa con la Chiesa, poiché siamo membra del suo corpo» (Ef 5,28-30). Che bello se ci ricordassimo più spesso di quello che siamo, di che cosa ha fatto di noi il Signore Gesù: siamo il suo corpo, quel corpo che niente e nessuno può più strappare da lui e che egli ricopre di tutta la sua passione e di tutto il suo amore, proprio come uno sposo con la sua sposa. Questo pensiero, però, deve fare sorgere in noi il desiderio di corrispondere al Signore Gesù e di condividere il suo amore tra di noi, come membra vive del suo stesso corpo. Al tempo di Paolo, la comunità di Corinto trovava molte difficoltà in tal senso, vivendo, come spesso anche noi, l’esperienza delle divisioni, delle invidie, delle incomprensioni e dell’emarginazione. Tutte queste cose non vanno bene, perché, invece che edificare e far crescere la Chiesa come corpo di Cristo, la frantumano in tante parti, la smembrano. E questo succede anche ai nostri giorni. Pensiamo nelle comunità cristiane, in alcune parrocchie, pensiamo nei nostri quartieri quante divisioni, quante invidie, come si sparla, quanta incomprensione ed emarginazione. E questo cosa comporta? Ci smembra fra di noi. E’ l’inizio della guerra. La guerra non incomincia nel campo di battaglia: la guerra, le guerre incominciano nel cuore, con incomprensioni, divisioni, invidie, con questa lotta con gli altri. La comunità di Corinto era così, erano campioni in questo! L’Apostolo Paolo ha dato ai Corinti alcuni consigli concreti che valgono anche per noi: non essere gelosi, ma apprezzare nelle nostre comunità i doni e le qualità dei nostri fratelli. Le gelosie: “Quello ha comprato una macchina”, e io sento qui una gelosia; “Questo ha vinto il lotto”, e un’altra gelosia; “E quest’altro sta andando bene bene in questo”, e un’altra gelosia. Tutto ciò smembra, fa male, non si deve fare! Perché così le gelosie crescono e riempiono il cuore. E un cuore geloso è un cuore acido, un cuore che invece del sangue sembra avere l’aceto; è un cuore che non è mai felice, è un cuore che smembra la comunità. Ma cosa devo fare allora? Apprezzare nelle nostre comunità i doni e le qualità degli altri, dei nostri fratelli. E quando mi viene la gelosia – perché viene a tutti, tutti siamo peccatori -, devo dire al Signore: “Grazie, Signore, perché hai dato questo a quella persona”. Apprezzare le qualità, farsi vicini e partecipare alla sofferenza degli ultimi e dei più bisognosi; esprimere la propria gratitudine a tutti. Il cuore che sa dire grazie è un cuore buono, è un cuore nobile, è un cuore che è contento. Vi domando: tutti noi sappiamo dire grazie, sempre? Non sempre perché l’invidia, la gelosia ci frena un po’. E, in ultimo, il consiglio che l’apostolo Paolo dà ai Corinzi e anche noi dobbiamo darci l’un l’altro: non reputare nessuno superiore agli altri. Quanta gente si sente superiore agli altri! Anche noi, tante volte diciamo come quel fariseo della parabola: “Ti ringrazio Signore perché non sono come quello, sono superiore”. Ma questo è brutto, non bisogna mai farlo! E quando stai per farlo, ricordati dei tuoi peccati, di quelli che nessuno conosce, vergognati davanti a Dio e dì: “Ma tu Signore, tu sai chi è superiore, io chiudo la bocca”. E questo fa bene. E sempre nella carità considerarsi membra gli uni degli altri, che vivono e si donano a beneficio di tutti (cfr 1Cor 12–14).
Cari fratelli e sorelle, come il profeta Ezechiele e come l’apostolo Paolo, invochiamo anche noi lo Spirito Santo, perché la sua grazia e l’abbondanza dei suoi doni ci aiutino a vivere davvero come corpo di Cristo, uniti, come famiglia, ma una famiglia che è il corpo di Cristo, e come segno visibile e bello dell’amore di Cristo.

 

PAPA FRANCESCO : UNA LOTTA BELLISSIMA

http://m.vatican.va/content/francesco/it/cotidie/2014/documents/papa-francesco-cotidie_20141030_una-lotta-bellissima.html

PAPA FRANCESCO

MEDITAZIONE MATTUTINA NELLA CAPPELLA DELLA DOMUS SANCTAE MARTHAE

UNA LOTTA BELLISSIMA

Giovedì, 30 ottobre 2014

(da: L’Osservatore Romano, ed. quotidiana, Anno CLIV, n.249, Ven. 31/10/2014)

La vita del cristiano «è una milizia» e ci vogliono «forza e coraggio» per «resistere» alle tentazioni del diavolo e per «annunciare» la verità. Ma questa «lotta è bellissima», perché «quando il Signore vince in ogni passo della nostra vita, ci dà una gioia, una felicità grande». Riflettendo sulle parole di Paolo nella Lettera agli Efesini (6, 10-20) e sul «linguaggio militare» da lui adoperato, Papa Francesco, nella messa celebrata a Santa Marta giovedì 30 ottobre, ha parlato di quella che i teologi hanno definito la «lotta spirituale: per andare avanti nella vita spirituale si deve combattere».
C’è bisogno di «forza e coraggio», ha spiegato anzitutto il Pontefice, perché non si tratta di un «semplice scontro» ma di un «combattimento continuo» contro il «principe delle tenebre». È quel serrato confronto, ha ricordato il Papa, che veniva richiamato dal catechismo, nel quale «ci hanno insegnato che i nemici della vita cristiana sono tre: il demonio, il mondo e la carne». Si tratta della lotta quotidiana contro «la mondanità» e contro «invidia, lussuria, gola, superbia, orgoglio, gelosia», tutte passioni «che sono le ferite del peccato originale».
Qualcuno potrebbe allora chiedersi: «Ma la salvezza che ci dà Gesù è gratuita?». Sì, ha risposto Francesco, «ma tu devi difenderla!». E, come scrive Paolo, per farlo bisogna «indossare l’armatura di Dio», perché «non si può pensare a una vita spirituale, a una vita cristiana» senza «resistere alle tentazioni, senza lottare contro il diavolo».
E pensare — ha constatato Francesco — che hanno voluto farci credere «che il diavolo fosse un mito, una figura, un’idea, l’idea del male». Invece «il diavolo esiste e noi dobbiamo lottare contro di lui». Lo ricorda san Paolo, «la parola di Dio lo dice», eppure sembra che «noi non siamo tanto convinti» di questa realtà.
Ma com’è fatta questa «armatura di Dio»? Qualche dettaglio ce lo fornisce l’apostolo: «State saldi, dunque, state saldi, attorno ai fianchi la verità». Quindi occorre innanzitutto la verità, perché «il diavolo è il bugiardo, è il padre dei bugiardi»; poi, continua Paolo, occorre indossare «la corazza della giustizia»: infatti, ha spiegato il vescovo di Roma, «non si può essere cristiani, senza lavorare continuamente per essere giusti».
E ancora: «I piedi, calzati e pronti a propagare il Vangelo della pace». Difatti «il cristiano è un uomo o una donna di pace» e se non ha la «pace nel cuore» c’è in lui qualcosa che non va: è la pace che «ti dà forza per la lotta».
Infine, si legge nella Lettera agli Efesini: «Afferrate sempre lo scudo della fede». Su questo dettaglio si è soffermato il Pontefice: «Una cosa che ci aiuterebbe tanto sarebbe domandarci: Ma come va la mia fede? Io credo o non credo? O credo un po’ sì e un po’ no? Sono un po’ mondano e un po’ credente?». Quando recitiamo il Credo, lo facciamo solo a «parole»? Siamo consapevoli, ha chiesto Francesco, che «senza fede non si può andare avanti, non si può difendere la salvezza di Gesù?».
Richiamando il brano evangelico di Giovanni, al capitolo nono, in cui Gesù guarisce il ragazzo che i farisei non volevano credere fosse cieco, il Papa ha fatto notare come Gesù non chieda al ragazzo: «Sei contento? Sei felice? Hai visto che io sono buono?», ma: «Tu credi nel Figlio dell’uomo? Tu hai fede?». Ed è la stessa domanda che rivolge «a noi tutti i giorni». Una domanda ineludibile perché «se la nostra fede è debole, il diavolo ci vincerà».
Lo scudo della fede non solo «ci difende, ma anche ci dà vita». E con questo, dice Paolo, potremo «spegnere tutte le frecce infuocate del maligno». Il diavolo infatti «non ci butta addosso fiori» ma «frecce infuocate, velenose, per uccidere».
L’armatura del cristiano, ha continuato il Papa, è composta anche dall’«elmo della salvezza», dalla «spada dello Spirito» e dalla preghiera. Lo ricorda san Paolo: «in ogni occasione, pregate». E lo ha ribadito il Pontefice: «Pregate, pregate». Non si può, infatti, «portare avanti una vita cristiana senza la vigilanza».
Per questo la vita cristiana può essere considerata «una milizia». Ma è, ha affermato il Papa, «una lotta bellissima», perché ci dà «quella gioia che il Signore ha vinto in noi, con la sua gratuità di salvezza». Eppure, ha concluso, siamo tutti «un po’ pigri» e «ci lasciamo portare avanti dalle passioni, da alcune tentazioni». Ma anche se «siamo peccatori» non dobbiamo scoraggiarci, «perché c’è il Signore con noi, che ci ha dato tutto» e ci farà «anche vincere questo piccolo passo di oggi», la nostra battaglia quotidiana, con la «grazia della forza, del coraggio, della preghiera, della vigilanza e la gioia».

MT 13,44-52 – UN BREVIARIO DI SAPIENZA (anche Paolo)

http://www.absi.ch/old/node/134

MT 13,44-52 – UN BREVIARIO DI SAPIENZA (anche Paolo)

Bibbia CEI Mt 13,44-52 [1]

1. La sapienza di Salomone
Le parole «saggezza» e «sapienza» hanno sempre interessato gli esseri umani, che si sono chiesti, dai filosofi fino alla gente più semplice: «In che cosa consiste l’essere saggi? Dove si trova la sapienza?». Nelle letture bibliche qui proposte, dall’Antico al Nuovo Testamento, abbiamo un piccolo vademecum per districarci in questo argomento, che è difficile per tutti.
Nel primo testo, Salomone, figlio di Davide e nuovo re d’Israele, nel giorno della sua consacrazione regale, così prega Dio nel Tempio: “Concedi al tuo servo un cuore docile, perché sappia rendere giustizia al mio popolo, e sappia distinguere il bene dal male, perché chi potrebbe governare questo tuo popolo così numeroso?” (1 Re 3,9).
Ecco un sapiente! La sua preghiera dovrebbe essere ripetuta da chiunque abbia delle responsabilità di qualsiasi genere sugli altri: dal sindaco al capo di famiglia, dal medico al maestro di scuola, dal sindacalista al parroco del villaggio. Ma è raro che avvenga: quasi tutti credono che la sapienza sia come un diploma ricevuto insieme all’incarico. Perciò di sapienza in giro se ne vede poca.

2. La sapienza di Paolo
Il secondo testo del vademecum che ci conduce alla sapienza, è dell’apostolo Paolo, che scrive ai suoi discepoli della comunità cristiana di Roma, che Dio li ha “destinati ad essere conformi all’immagine del Figlio suo, perché egli sia il primogenito di molti fratelli”, e che per questo li ha «giustificati», anzi li ha «glorificati» insieme al Figlio suo (Rm 8,28-30). [2]
La sapienza presentata da Paolo è certamente più alta di quella di Salomone. Dio non solo ascolta chi si rivolge a lui con umiltà di cuore, donandogli la capacità di distinguere il bene dal male, come afferma Salomone nella sua preghiera, ma è talmente ben disposto verso i suoi figli, che Egli ha resi «conformi all’immagine del Figlio suo» e perciò li considera già da adesso accanto a Lui nella gloria.
Qui siamo al vertice della sapienza, non una sapienza esoterica, cioè riservata a pochi, ma aperta a tutti. Ognuno di noi, senza speciali «cammini devozionali» o «tecniche di respirazione» o «di illuminazione», è già nel sublime, nella stessa posizione di Gesù davanti al Padre suo. Il cristiano non disprezza gli aneliti religiosi dei non cristiani, ma è convinto che ciò che gli altri cercano nel mistero dell’universo, egli lo ha già ricevuto da Dio attraverso Gesù Cristo.

3. Dio, apri la solitudine!
Il terzo testo del nostro Breviario di sapienza ci è dato dal vangelo secondo Matteo, in cui si legge: “Il regno dei cieli è simile a un tesoro nascosto in un campo; un uomo lo trova e lo nasconde di nuovo; poi va, pieno di gioia, vende tutti i suoi averi e compra quel campo” (Mt 13,44). [3] È questa una strepitosa conclusione del Breviario di sapienza, iniziato con il re Salomone e proseguito con l’apostolo Paolo.
Noi abbiamo a disposizione un tesoro nascosto, cioè delle energie spirituali, che ogni tanto emergono e, nel bel mezzo della nostra vita frammentata, ci rivelano la vera natura del nostro essere. La Bibbia dice, con un’immagine comprensibile a tutti, che Dio, nel creare l’essere umano, s’è chinato su di lui e gli ha soffiato dentro il suo spirito. La nostra nobiltà è tutta qui.
Gli esseri umani, anche coloro che si dichiarano scettici o miscredenti, hanno sempre aspirato ad entrare in comunione con il mondo invisibile. Il poeta Salvatore Quasimodo, premio Nobel 1959 per la letteratura, dice in una sua splendida poesia: «E dovremo dunque negarti, o Dio? / Dio del silenzio, apri la solitudine» (da «Thànathos athànatos»). Il poeta ha visto bene: solo Dio può aprire l’umana solitudine. Lo ha fatto attraverso Gesù. 1 – Come termini di confronto all’interno della Bibbia si leggano, per es., 1 Re 3,5.7-12; Rm 8,28-30.
2 – Nello scrivere che Gesù è «il primogenito di molti fratelli», S. Paolo intende insegnare che «il piano di Dio è la conformità di tutti i discepoli di Gesù all’immagine di Cristo, e definisce questo piano con il termine di «predestinazione», non nel senso che alcuni di loro siano chiamati ed altri no ad entrare in questo progetto, ma nel senso che l’attuazione concreta del piano divino dipende dalla libera risposta di ogni discepolo di Gesù alla chiamata divina. Questa interpretazione non è presente nel brano, ma corrisponde a quanto è dichiarato in tutta la sacra Scrittura, in cui Dio non impone mai nulla all’essere umano, per quanto attiene all’ordine morale e religioso.
3 – Il comportamento di chi trova un tesoro nel campo che non è suo, e poi vende tutto quello che ha per comprare quel campo all’insaputa del legittimo proprietario, è certamente immorale. Ma, come è stato spiegato nella nota del commento precedente, il fine di una parabola non è quello di spiegare o giustificare tutti gli elementi che la compongono, ma solo quello di insegnare una verità. In questa parabola di Mt 13, Gesù intende insegnare che il regno di Dio vale più di tutti i tesori della terra. Questo è esplicitato meglio nella piccola parabola della perla (v. 5).

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