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LA SAPIENZA DIVINA SI INCARNA: MANDA LA TUA VERITÀ E LA TUA LUCE: MI GUIDINO AL TUO MONTE SANTO. (anche Paolo)

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LA SAPIENZA DIVINA SI INCARNA: MANDA LA TUA VERITÀ E LA TUA LUCE: MI GUIDINO AL TUO MONTE SANTO. (anche Paolo)

Io come luce sono venuto nel mondo (Gv 12, 46). « Veniva nel mondo la luce vera, quella che illumina ogni uomo » (Gv. 1, 9).

Fil 2,5 Abbiate in voi gli stessi sentimenti che furono in Cristo Gesù, 6 il quale, pur essendo di natura divina, non considerò un tesoro geloso la sua uguaglianza con Dio; 7 ma spogliò se stesso, assumendo la condizione di servo e divenendo simile agli uomini; apparso in forma umana, 8 umiliò se stesso facendosi obbediente fino alla morte e alla morte di croce. 9 Per questo Dio l’ha esaltato e gli ha dato il nome che è al di sopra di ogni altro nome; 10 perché nel nome di Gesù ogni ginocchio si pieghi nei cieli, sulla terra e sotto terra; 11 e ogni lingua proclami che Gesù Cristo è il Signore, a gloria di Dio Padre. Gesù è la sapienza divina fatta uomo. Gesù crocefisso risorto è la sapienza divina fatta uomo che salva l’uomo dalla morte, con la resurrezione. Mat 11,19 È venuto il Figlio dell’uomo, che mangia e beve, e dicono: Ecco un mangione e un beone, amico dei pubblicani e dei peccatori. Ma alla sapienza è stata resa giustizia dalle sue opere». Gv 6,53 Gesù disse: «In verità, in verità vi dico.: se non mangiate la carne del Figlio dell’uomo e non bevete il suo sangue, non avrete in voi la vita. 54 Chi mangia la mia carne e beve il mio sangue ha la vita eterna e io lo risusciterò nell’ultimo giorno. 55 Perché la mia carne è vero cibo e il mio sangue vera bevanda. 56 Chi mangia la mia carne e beve il mio sangue dimora in me e io in lui. 57 Come il Padre, che ha la vita, ha mandato me e io vivo per il Padre, così anche colui che mangia di me vivrà per me. 58 Questo è il pane disceso dal cielo, non come quello che mangiarono i padri vostri e morirono. Chi mangia questo pane vivrà in eterno». ..62 E se vedeste il Figlio dell’uomo salire là dov’era prima? 63 È lo Spirito che dà la vita, la carne non giova a nulla; le parole che vi ho dette sono spirito e vita. 64 Ma vi sono alcuni tra voi che non credono». 1Col2,30 Ed è per lui che voi siete in Cristo Gesù, il quale per opera di Dio è diventato per noi sapienza, giustizia, santificazione e redenzione, 31 perché, come sta scritto: Chi si vanta si vanti nel Signore. La Parola di Gesù è promessa di vita eterna. E’ il progetto di Dio per chi crede in Gesù . Rivela la Sapienza di Dio, lo Spirito di Dio, il suo Amore per l’uomo, la Carità. E’ Parola viva e creatrice perchè chi la accoglie riceve la vita eterna (nei sacramenti). Non è una serie di vocaboli impotenti ma è Spirito divino che è Potenza, Potenziale, Forza divina creatrice, Sacro, pronto ad agire in chi lo accoglie. Perciò la Parola di Gesù non è un semplice insegnamento, è attiva è Vita. Vita eterna  pronta a entrare nel corpo dell’uomo che la accoglie.. Attraverso questa Sapienza che si attua nel sacramento , Gesù e il Padre dimorano nel cristiano. Il Vangelo di Gesù, la vita eterna del corpo e l’attesa della resurrezione è Sapienza divina, Spirito che dà la vita…eterna. Spirito che purifica la mente. La Parola di Gesù è anche comandamento, istruzione, giacchè è alleanza. Condizione perchè lo Spirito di Sapienza e di Carità viva e dimori nel cristiano è che egli viva tutte le sue opere ispirato da questo Spirito. Questo Spirito è la sua Legge. Se uno dice che possiede lo Spirito e odia suo fratello è un bugiardo. Chi ascolta le mie parole, dice Gesù, le contempla, ne respira lo spirito, fa vivere questo spirito in lui è come colui che costruisce la sua casa- esistenza sulla roccia: sarà eterna. Il cristiano vive e cresce in questo Spirito-Sapienza. Questo Spirito lo consola , guida la sua vita e risplende come luce per tutti, come sale- sapore- sapienza dell vita per tutti. Il cristiano che possiede lo Spirito riconosce lo stesso spirito e chiama fratello ( = della mia stessa carne umano-divina) coloro che lo  » parlano » o operano. Lo Spirito di Gesù, la Sapienza che vive nel cristiano,è la Sapienza che ancora si incarna e si incultura come in Gesù. Chi non possiede lo spirito non può comprendere le cose dello Spirito. I cristiani attraverso le Parole della sapienza divina antica e nuova ( antica alleanza e nuova alleanza) respirano lo Spirito divino, lo stesso Spirito che tutti hanno ricevuto nella salvezza cristiana attraverso i sacramenti. Questo Spirito rivela loro il mistero della salvezza che hanno ricevuto e che Gesù continua ad operare il loro. Con parole umane , secondo questo Spirito, esse annunciano la salvezza cristiana. Mt 11,25 In quel tempo Gesù disse: «Ti benedico, o Padre, Signore del cielo e della terra, perché hai tenuto nascoste queste cose ai sapienti e agli intelligenti e le hai rivelate ai piccoli. I piccoli sono, nel linguaggio rabbinico, i discepoli, coloro che hanno fame della sapienza divina e con umiltà e mitezza si mettono al servizio del rabbino che gliela trasmette.. 26 Sì, o Padre, perché così è piaciuto a te. 27 Tutto mi è stato dato dal Padre mio; nessuno conosce il Figlio se non il Padre, e nessuno conosce il Padre se non il Figlio e colui al quale il Figlio lo voglia rivelare. Un rabbino parla per sentito dire da profeti e sapienti ;Gesù è il Figlio di Dio e può rivelarlo a coloro che diventano suoi discepoli. 28 Venite a me, voi tutti, che siete affaticati e oppressi, e io vi ristorerò. I rabbini insegnavano la sapienza divina come precetti della Legge Antica da seguire; il giogo della Legge Divina era pesante perchè i rabbini moltiplicavano i precetti interpretando la Legge nella infinita casistica della vita. Diventare discepoli significava sottomettersi ad una vita rigorosa e faticosa, »pesante ». Gesù invece promette ristoro, ciè sollievo . L’opposto. 29 Prendete il mio giogo sopra di voi e imparate da me, che sono mite e umile di cuore, e troverete ristoro per le vostre anime. 30 Il mio giogo infatti è dolce e il mio carico leggero». Gesù insegna la Sapienza della Legge Nuova, quella della Nuova Alleanza che Egli realizza. La Nuova Legge, la Carità, il giogo dello Spirito di Gesù, è dolce e leggero, dà sollievo e ristoro ai discepoli del giudaismo, affaticati e stanchi della precettistica rabbinica. E’ uno Spirito dolce e leggero, che dà ristoro perchè è lo Spirito della Carità. La Nuova Sapienza, quella che viene dalla Nuova Alleanza si ottiene praticando la Legge dell’ Amore soprannaturale, quello mostrato da Gesù con la sua vita, passione e morte. L’insegnamento è unico : Giov 13,34 Vi do un comandamento nuovo: che vi amiate gli uni gli altri; come io vi ho amato, così amatevi anche voi gli uni gli altri. Giov 15,9 Come il Padre ha amato me, così anch’io ho amato voi. Rimanete nel mio amore. I cristiani giungono alla Sapienza del cuore praticando e contemplando e interpretando la Legge della Carità in tutta la casistica della vita. Intrepretando ogni momento e situazione della vita per mettervi la carità. Quando il cristiano annuncia la salvezza che ha ricevuto, che vive e che Gesù offre a chiunque crede in Lui, quando evangelizza, egli lo fa con la sapienza del suo cuore, quella che ha maturato interpretando e praticando la Carità nella sua vita.

PAOLO E LA SAPIENZA CRISTIANA 1Co 2,1 Anch’io, o fratelli, quando sono venuto tra voi, non mi sono presentato ad annunziarvi la testimonianza di Dio con sublimità di parola o di sapienza. 2 Io ritenni infatti di non sapere altro in mezzo a voi se non Gesù Cristo, e questi crocifisso. Fil 2,5 Abbiate in voi gli stessi sentimenti che furono in Cristo Gesù, 6 il quale, pur essendo di natura divina, non considerò un tesoro geloso la sua uguaglianza con Dio; 7 ma spogliò se stesso, assumendo la condizione di servo e divenendo simile agli uomini; apparso in forma umana, 8 umiliò se stesso facendosi obbediente fino alla morte e alla morte di croce. 9 Per questo Dio l’ha esaltato e gli ha dato il nome che è al di sopra di ogni altro nome; 10 perché nel nome di Gesù ogni ginocchio si pieghi nei cieli, sulla terra e sotto terra; 11 e ogni lingua proclami che Gesù Cristo è il Signore, a gloria di Dio Padre. Gesù crocefisso ( e risorto) è rivelazione della Sapienza di Dio. 1 Cor 2,3 Io venni in mezzo a voi in debolezza e con molto timore e trepidazione; 4 e la mia parola e il mio messaggio non si basarono su discorsi persuasivi di sapienza  [ =dimostrazioni rabbiniche : Paolo è rabbino] , ma sulla manifestazione dello Spirito e della sua potenza, [ nella effusione attraverso la Parola, i sacramenti e la vita comunitaria di carità ] 5 perché la vostra fede non fosse fondata sulla sapienza umana, ma sulla potenza di Dio [ la sapienza divina, lo Spirito, la Potenza Divina di Amore soprannaturale]. 1col1,17 Cristo infatti non mi ha mandato a battezzare, ma a predicare il vangelo [ che suscita la fede cui segue la preparazione al battesimo ed ai sacramenti della Chiesa] ; non però con un discorso sapiente [ = da rabbino] , perché non venga resa vana la croce di Cristo. 18 La parola della croce infatti è stoltezza per quelli che vanno in perdizione, ma per quelli che si salvano, per noi, (la parola della croce) è potenza di Dio. 19 Sta scritto infatti: Distruggerò la sapienza dei sapienti e annullerò l’intelligenza degli intelligenti. Distruggere, umiliare la sapienza umana è una regola costante del governo di Dio . Ai tempi d’Isaia, quando la sapienza politica dei capi di Giuda considerava l’alleanza coll’Egitto come il mezzo di difendersi dall’invasione degli Assiri, Dio fa dichiarare a Gerusalemme per mezzo del suo profeta che Is 29,14«la sapienza dei suoi savi perirà e l’intelligenza degl’intendenti svanirà» . Dopo l’invasione assira Dio liberò Gerusalemme in un modo che non era venuto in mente ai sapienti di Israele. Paolo applica qui la parola d’Isaia, resa liberamente dalla versione dei LXX, per mettere in evidenza che la crocefissione di Gesù, il Messia di Jhwh, mai e poi mai sarebbe stata prevista dai sapienti di Israele come mezzo salvifico ; anzi, sarebbe stata considerata -ed è così ancora – stoltezza , chiunque l’avesse contemplata. 1Co 3,19 perché la sapienza di questo mondo è stoltezza davanti a Dio. Sta scritto infatti: Egli prende i sapienti per mezzo della loro astuzia.[ Gb 5,11- Colloca gli umili in alto e gli afflitti solleva a prosperità; 12 rende vani i pensieri degli scaltri e le loro mani non ne compiono i disegni; 13 coglie di sorpresa i saggi nella loro astuzia e manda in rovina il consiglio degli scaltri.] La sapienza cristiana , la sapienza della croce, non era immediatamente deducibile da parte dei rabbini, solo il « rabbino » Gesù l’aveva vista nella parola sul Servo di Jhwh (Is 24-25) ; essa è manifestazione creativa e indeducibile dello Spirito Divino, della sua Potenza. Su questa potenza – mirabilmente ed eminentemente manifestata nella resurrezione di Gesù e dei santi al momento della sua morte e poi nella Chiesa-si fonda la fede cristiana. 1Co 2,6 Tra i perfetti parliamo, sì, di sapienza, ma di una sapienza che non è di questo mondo, né dei dominatori di questo mondo che vengono ridotti al nulla; 7 parliamo di una sapienza divina, misteriosa, che è rimasta nascosta, e che Dio ha preordinato prima dei secoli per la nostra gloria. 8 Nessuno dei dominatori di questo mondo ha potuto conoscerla; se l’avessero conosciuta, non avrebbero crocifisso il Signore della gloria. 9 Sta scritto infatti: Quelle cose che occhio non vide, né orecchio udì, né mai entrarono in cuore di uomo, queste ha preparato Dio per coloro che lo amano.[libera fusione di Is 64,3- 65,16-40,13 e Nm 27,12) L’Evangelo contiene bensì la soluzione dei più alti problemi che possano affacciarsi alla mente, ma la sua sapienza non ha la sua origine nello sforzo della mente umana, anche se si prendono i sommi suoi rappresentanti nel campo del pensiero, come in quello della potenza politica. Questi, che il mondo considera come i suoi capi, svaniscono con la loro sapienza dinanzi alla rivelazione di Dio in Cristo. Nel nuovo ordine di cose inaugurato dal secondo Adamo, i loro principi, i loro metodi, i loro ideali son destinati a sparite come le tenebre dinanzi al sole 1Corinzi 1:19-20. 1 Col 2,20 Dov’è il sapiente? Dov’è il dotto? Dove mai il sottile ragionatore di questo mondo? Non ha forse Dio dimostrato stolta la sapienza di questo mondo? 21 Poiché, infatti, nel disegno sapiente di Dio il mondo, con tutta la sua sapienza, non ha conosciuto Dio, è piaciuto a Dio di salvare i credenti con la stoltezza della predicazione. 22 E mentre i Giudei chiedono i miracoli e i Greci cercano la sapienza, 23 noi predichiamo Cristo crocifisso, scandalo per i Giudei, stoltezza per i pagani; 24 ma per coloro che sono chiamati, sia Giudei che Greci, predichiamo Cristo potenza di Dio e sapienza di Dio. 25 Perché ciò che è stoltezza di Dio è più sapiente degli uomini, e ciò che è debolezza di Dio è più forte degli uomini. 26 Considerate infatti la vostra chiamata, fratelli: non ci sono tra voi molti sapienti secondo la carne, non molti potenti, non molti nobili. 27 Ma Dio ha scelto ciò che nel mondo è stolto per confondere i sapienti, Dio ha scelto ciò che nel mondo è debole per confondere i forti, 28 Dio ha scelto ciò che nel mondo è ignobile e disprezzato e ciò che è nulla per ridurre a nulla le cose che sono, 29 perché nessun uomo possa gloriarsi davanti a Dio 1 Cor 2,10 .. a noi Dio le ha rivelate per mezzo dello Spirito; lo Spirito infatti scruta ogni cosa, anche le profondità di Dio. 11 Chi conosce i segreti dell’uomo se non lo spirito dell’uomo che è in lui? Così anche i segreti di Dio nessuno li ha mai potuti conoscere se non lo Spirito di Dio. 12 Ora, noi non abbiamo ricevuto lo spirito del mondo, ma lo Spirito di Dio per conoscere tutto ciò che Dio ci ha donato. 13 Di queste cose noi parliamo, non con un linguaggio suggerito dalla sapienza umana, ma insegnato dallo Spirito, esprimendo cose spirituali in termini spirituali. 14 L’uomo naturale però non comprende le cose dello Spirito di Dio; esse sono follia per lui, e non è capace di intenderle, perché se ne può giudicare solo per mezzo dello Spirito. 15 L’uomo spirituale invece giudica ogni cosa, senza poter essere giudicato da nessuno. 16 Chi infatti ha conosciuto il pensiero del Signore in modo da poterlo dirigere? Ora, noi abbiamo il pensiero di Cristo. 1Co 3,1 Io, fratelli, sinora non ho potuto parlare a voi come a uomini spirituali, ma come ad esseri carnali, come a neonati in Cristo. 2 Vi ho dato da bere latte, non un nutrimento solido, perché non ne eravate capaci. E neanche ora lo siete; 3 perché siete ancora carnali: visto che c’è [ancora] tra voi invidia e discordia, non siete forse carnali e non vi comportate in maniera tutta umana? …Non sapete che siete [ già] tempio di Dio e che lo Spirito di Dio abita in voi? 17 Se uno distrugge il tempio di Dio, Dio distruggerà lui. Perché santo è il tempio di Dio, che siete voi. 18 Nessuno si illuda. Se qualcuno tra voi si crede un sapiente in questo mondo, si faccia stolto per diventare sapiente; 19 perché la sapienza di questo mondo è stoltezza davanti a Dio. Sta scritto infatti: Egli prende i sapienti per mezzo della loro astuzia. 20 E ancora: Il Signore sa che i disegni dei sapienti sono vani. 21 Quindi nessuno ponga la sua gloria negli uomini. Giac 1,5 Se qualcuno di voi manca di sapienza, la domandi a Dio, che dona a tutti generosamente e senza rinfacciare, e gli sarà data Col 2,2strettamente congiunti nell’amore, essi acquistino in tutta la sua ricchezza la piena intelligenza, e giungano a penetrare nella perfetta conoscenza del mistero di Dio, cioè Cristo, 3 nel quale sono nascosti tutti i tesori della sapienza e della scienza. Giov 17,3 Questa è la vita eterna: che conoscano te, l’unico vero Dio, e colui che hai mandato, Gesù Cristo. Os 6,3 Affrettiamoci a conoscere il Signore, la sua venuta è sicura come l’aurora. Verrà a noi come la pioggia di autunno, come la pioggia di primavera, che feconda la terra». Quella vita eterna che Gesù doveva dare ai credenti è conoscenza di Dio il Padre, e di Gesù Cristo il Figliuolo, quale ci sono rivelati mediante l’opera dello Spirito. È un errore il supporre, come fanno molti, che quando questa « conoscenza » ci vien presentata come « la vita eterna », dobbiamo considerarla come il mezzo o la via per cui si giunge a quella vita. 1Gv 5,11 Dio ci ha dato la vita eterna e questa vita è nel suo Figlio. 1Gv 5,20 Sappiamo anche che il Figlio di Dio è venuto e ci ha dato l’intelligenza per conoscere il vero Dio. E noi siamo nel vero Dio e nel Figlio suo Gesù Cristo: egli è il vero Dio e la vita eterna. La vera conoscenza di Dio e di Gesù Cristo è la vita eterna. Infatti essa a implica conformità di mente e di cuore a Dio e a suo Figlio, e ciò costituisce quella santità e quella felicità che sono l’essenza della vita eterna. Non si può aver l’una senza l’altra. 2Co 4,6 E Dio che disse: Rifulga la luce dalle tenebre, rifulse nei nostri cuori, per far risplendere la conoscenza della gloria divina che rifulge sul volto di Cristo. Eb 8,11 Né alcuno avrà più da istruire il suo concittadino, né alcuno il proprio fratello, dicendo: Conosci il Signore! Tutti infatti mi conosceranno, dal più piccolo al più grande di loro. 12 Perché io perdonerò le loro iniquità e non mi ricorderò più dei loro peccati. 1Gv 4,6 Noi siamo da Dio. Chi conosce Dio ascolta noi; chi non è da Dio non ci ascolta. Da ciò noi distinguiamo lo spirito della verità e lo spirito dell’errore. 1Co 15,34 Ritornate in voi, come conviene, e non peccate! Alcuni infatti dimostrano di non conoscere Dio; ve lo dico a vostra vergogna.

PAPA FRANCESCO – MAI ESCLUDERE (anche Paolo) – CAPPELLA SANCTAE MARTHAE

http://w2.vatican.va/content/francesco/it/cotidie/2015/documents/papa-francesco-cotidie_20151105_mai-escludere.html

PAPA FRANCESCO – MAI ESCLUDERE (anche Paolo)

MEDITAZIONE MATTUTINA NELLA CAPPELLA DELLA DOMUS SANCTAE MARTHAE

Giovedì, 5 novembre 2015

(da: L’Osservatore Romano, ed. quotidiana, Anno CLV, n.254, 6/11/2015)

È coi fatti che Gesù ci chiede di includere tutti, perché come cristiani «non abbiamo diritto» di escludere gli altri, di giudicarli e chiudere loro le porte. Anche perché «l’atteggiamento dell’esclusione» è alla radice di tutte le guerre, grandi e piccole. Lo ha affermato Francesco nella messa celebrata giovedì mattina, 5 novembre, nella cappella della Casa Santa Marta. «San Paolo — ha fatto notare il Papa riferendosi al passo liturgico tratto dalla lettera ai Romani (14, 7-12) — non si stanca di ricordare il dono di Dio, quel regalo che Dio ci ha fatto di ricrearci, di rigenerarci». E «dice questa parola tanto forte: “Nessuno di noi vive per sé stesso, nessuno muore per sé stesso, perché se noi viviamo, viviamo per il Signore, se noi moriamo, moriamo per il Signore. Sia che viviamo sia che moriamo siamo del Signore. E per questo Cristo è morto ed è ritornato alla vita: per essere il Signore di tutti, morti e vivi”». Dunque, ha rilanciato Francesco, «Cristo che unisce, che fa l’unità; Cristo che, con il suo sacrificio nel Calvario, ha fatto l’inclusione di tutti gli uomini nella salvezza». «L’atteggiamento che Paolo vuole sottolineare è proprio l’atteggiamento dell’inclusione» ha spiegato il Papa. Infatti l’apostolo «vuole che loro siano inclusivi, includano tutti, come ha fatto il Signore. E li ammonisce: “E tu, con questo che ha fatto il Signore, perché giudichi il tuo fratello? E tu, perché disprezzi il tuo fratello?”». Insomma l’apostolo «fa sentire loro che hanno un atteggiamento che non è quello del Signore». Perché «il Signore include; anche Paolo diceva in un altro passaggio: “Di due popoli ne ha fatto uno”». Invece «questi escludono». «Quando noi giudichiamo una persona — ha proseguito Francesco — facciamo l’esclusione», magari dicendo: «Con questo no, con questa no, con questo no…». Così facendo «rimaniamo col nostro gruppetto, siamo selettivi e questo non è cristiano». E diciamo: «No, ché questo è un peccatore, questo ha fatto quello…». La questione, ha insistito il Papa, è che «noi giudichiamo gli altri». Ma «lo stesso è accaduto a Gesù». E lo si legge nel passo evangelico di Luca (15, 1-10) proposto dalla liturgia: «In quel tempo, si avvicinarono a Gesù tutti i pubblicani e i peccatori — cioè gli esclusi, tutti quelli che erano fuori — per ascoltarlo. E i farisei e gli scribi mormoravano, dicendo: “Costui accoglie i peccatori e mangia con loro”». Anche «l’atteggiamento dei romani era di escludere». Ecco perché Paolo li «ammonisce di non giudicare». Si tratta proprio dello «stesso atteggiamento degli scribi, dei farisei, che dicono: “Noi siamo i perfetti, noi seguiamo la legge: questi sono peccatori, sono pubblicani”». Ma «l’atteggiamento di Gesù è includere». Ecco che, ha spiegato il Papa, «ci sono due strade possibili: la strada dell’esclusione delle persone dalla nostra comunità e la strada dell’inclusione». E «la prima, anche se a livello limitato, è la radice di tutte le guerre: tutte le calamità, tutti i conflitti incominciano con un’esclusione». Così «si esclude dalla comunità internazionale, ma anche dalle famiglie: fra amici, quante liti!». Invece «la strada che ci fa vedere Gesù, e ci insegna Gesù, è tutt’altra, è contraria all’altra: includere». Nel Vangelo «due parabole — ha spiegato il Pontefice — ci fanno capire che non è facile includere la gente perché c’è resistenza, c’è quell’atteggiamento selettivo: non è facile». La prima parla di «quel pastore che torna a casa con le pecore e si accorge che da cento ne manca una». Certo, avrebbe potuto dire: «Domani la troverò…». Invece «lascia tutto — era affamato, aveva lavorato tutta la giornata — e va, in tarda serata, forse al buio, per trovarla». Lo stesso «fa Gesù con questi peccatori, pubblicani: va a mangiare da loro, per trovarli». L’altra parabola a cui il Papa ha fatto riferimento è «quella della donna che perde la moneta: è la stessa cosa, accende la lampada, spazza la casa e cerca accuratamente finché la trova». E «forse ci mette tutta la giornata ma la trova». «Cosa succede in ambo i casi?» si è chiesto a questo punto Francesco. Succede che il pastore e la donna «sono pieni di gioia, perché hanno trovato quello che era perso. E vanno dai vicini, dagli amici perché sono tanto felici: “Ho trovato, ho incluso!”». Proprio «questo è l’includere di Dio — ha rimarcato il Papa — contro l’esclusione di quello che giudica, che caccia via la gente, le persone», dicendo «No, questo no, questo no, questo no…» e creandosi «un piccolo circolo di amici, che è il suo ambiente». Questa, ha aggiunto il Pontefice, «è la dialettica fra esclusione e inclusione: Dio ci ha inclusi tutti nella salvezza, tutti!». E «questo è l’inizio: noi, con le nostre debolezze, con i nostri peccati, con le nostre invidie, gelosie, abbiamo sempre quest’atteggiamento di escludere che, come ho detto prima, può finire nelle guerre». Gesù fa proprio come il Padre, «quando lo ha inviato a salvarci: ci cerca per includerci, per entrare in comunità, per essere una famiglia». E «la gioia di Paolo è la salvezza grande che ha ricevuto dal Signore». Così, ha ribadito il Papa ritornando alle due parabole evangeliche, anche la gioia del pastore e della donna sta proprio nell’«aver trovato quello che credevano» di aver «perso per sempre». Invitando alla riflessione, Francesco ha suggerito di non giudicare mai, «almeno un po’», nel «nostro piccolo». Perché «Dio sa: è la sua vita. Ma non lo escludo dal mio cuore, dalla mia preghiera, dal mio sorriso e, se viene l’occasione, gli dico una bella parola». Insomma, «mai escludere, non abbiamo diritto» di farlo. Paolo scrive nella lettera ai Romani: «Tutti infatti ci presenteremo al tribunale di Dio. Quindi ciascuno di noi renderà conto di se stesso a Dio». Dunque, «se io escludo sarò un giorno davanti al tribunale di Dio e dovrò rendere conto di me stesso». Il Papa ha concluso chiedendo «la grazia di essere uomini e donne che includono sempre — sempre! — nella misura della sana prudenza, ma sempre». Non bisogna mai «chiudere le porte a nessuno» ma essere «sempre col cuore aperto». E dire «mi piace, non mi piace» ma tenendo comunque «il cuore aperto».

TUTTI I POPOLI SONO FIGLI DI DIO (anche Paolo) – VANGELI E COMMENTI

http://www.tanogabo.it/religione/FigliDio.htm

TUTTI I POPOLI SONO FIGLI DI DIO (anche Paolo)

Marco 7, 24-30
24 Partito di là, andò nella regione di Tiro e di Sidone. Ed entrato in una casa, voleva che nessuno lo sapesse, ma non poté restare nascosto. 25 Subito una donna che aveva la sua figlioletta posseduta da uno spirito immondo, appena lo seppe, andò e si gettò ai suoi piedi. 26 Ora, quella donna che lo pregava di scacciare il demonio dalla figlia era greca, d’origine siro-fenicia. 27 Ed egli le disse: «Lascia prima che si sfamino i figli; non è bene prendere il pane dei figli e gettarlo ai cagnolini». 28 Ma essa replicò: «Sì, Signore, ma anche i cagnolini sotto la tavola mangiano delle briciole dei figli». 29 Allora le disse: «Per questa tua parola va’, il demonio è uscito da tua figlia». 30 Tornata a casa, trovò la bambina coricata sul letto e il demonio se n’era andato.

Matteo 15, 21-28
21 Partito di là, Gesù si diresse verso le parti di Tiro e Sidone. 22 Ed ecco una donna Cananèa, che veniva da quelle regioni, si mise a gridare: «Pietà di me, Signore, figlio di Davide. Mia figlia è crudelmente tormentata da un demonio».23 Ma egli non le rivolse neppure una parola.Allora i discepoli gli si accostarono implorando: «Esaudiscila, vedi come ci grida dietro». 24 Ma egli rispose: «Non sono stato inviato che alle pecore perdute della casa di Israele».25 Ma quella venne e si prostrò dinanzi a lui dicendo: «Signore, aiutami!». 26 Ed egli rispose: «Non è bene prendere il pane dei figli per gettarlo ai cagnolini». 27 «È vero, Signore, disse la donna, ma anche i cagnolini si cibano delle briciole che cadono dalla tavola dei loro padroni». 28 Allora Gesù le replicò: «Donna, davvero grande è la tua fede! Ti sia fatto come desideri». E da quell’istante sua figlia fu guarita.

RIFLESSIONI:
Tratte da una conversazione tenuta da un mio amico durante un incontro preghiera.
Dopo l’aspra controversia con i farisei e gli scribi, ai quali aveva rimproverato l’ipocrisia e la lontananza da Dio, Gesù incontra in terra pagana una donna che gli dimostra una grande fede. I discepoli, come il solito (cfr Mt 14, 15; 19, 13), non amano il prossimo, non vogliono seccature e chiedono a Gesù di mandare via la donna, escludendo così un intervento di soccorso e reagendo sgarbatamente alle sue grida.
In questo brano sono messi a confronto Israele e i pagani. Gesù dimostra di essere il vero Messia d’Israele perché sa di essere inviato, nel suo cammino terreno, solo a questo popolo.
Con questo episodio Gesù insegna che il vangelo della salvezza è aperto anche ai pagani. Ma la salvezza di Dio deve seguire un itinerario storico e geografico prima di raggiungere la totalità dei popoli.
Gesù chiede alla donna cananea il riconoscimento della priorità d’Israele alla salvezza, perché questa è la volontà di Dio manifestata attraverso la storia e le scelte dell’Antico Testamento.
Il dialogo didattico tra Gesù e la cananea culmina nella fede. La fede in Gesù deciderà il cammino d’Israele e dei popoli.
L’impulso alla discriminazione (purtroppo estremamente attuale) e la tendenza a erigere barriere fra buoni e cattivi, fra puri e impuri, fra santi e peccatori sono profondamente radicati nel cuore dell’uomo e riemergono nelle forme più svariate: nella paura del confronto, nell’incapacità di gestire un dialogo aperto, sereno e rispettoso con chi ha opinioni diverse; a volte tali impulsi si mimetizzano dietro la denuncia di pericoli reali; il sincretismo, l’irenismo, la perdita d’identità, la rinuncia ai propri valori.
Come può parlare di ecumenismo chi considera gli altri dei « lontani »? Chi può essere tanto presuntuoso da ritenersi « vicino »? Tutti siamo « lontani » da Cristo e in cammino verso la perfezione del Padre che sta nei cieli (Mt 5,48). Solo chi prende coscienza di essere « impuro », di non poter vantare meriti davanti a Dio si trova nella disposizione giusta per accogliere la salvezza. « I pubblicani e le prostitute vi passano avanti nel regno di Dio » – ha assicurato Gesù. Non avendo alcun merito di cui gloriarsi, si affidano spontaneamente al Signore e giungono prima di chi si ritiene puro (Mt 21,31).

Isaia 56,1.6-7
Così dice il Signore:
« Osservate il diritto e praticate la giustizia,
perché prossima a venire è la mia salvezza;
la mia giustizia sta per rivelarsi ».
Gli stranieri, che hanno aderito
al Signore per servirlo
e per amare il nome del Signore,
e per essere suoi servi,
quanti si guardano dal profanare il sabato
e restano fermi nella mia alleanza,
li condurrò sul mio monte santo
e li colmerò di gioia nella mia casa di preghiera.
I loro olocausti e i loro sacrifici
saliranno graditi sul mio altare,
perché il mio tempio si chiamerà
casa di preghiera per tutti i popoli.

La paura di perdere la propria identità nazionale e religiosa ha indotto Israele a isolarsi dagli altri popoli e a darsi norme restrittive nei confronti degli stranieri. Il libro del Deuteronomio ordina: « Non farai alleanza con gli stranieri, né farai loro grazia. Non ti imparenterai con loro, non darai le tue figlie ai loro figli e non prenderai le loro figlie per i tuoi figli, perché allontanerebbero i tuoi figli dal seguire il Signore, per farli servire a dèi stranieri » (Dt 7,2-4).
Poi venne l’esilio a Babilonia. Fu un’esperienza amara, ma preziosa, dalla quale gli israeliti uscirono maturati. Costretti a confrontarsi con la cultura degli altri popoli, corressero i propri pregiudizi e si resero conto che molte loro paure erano immotivate; i pagani non erano costituzionalmente malvagi e perversi, ma coltivavano anche sentimenti nobili e davano prova di una morale molto elevata. La loro religione non era un cumulo di assurdità, conteneva elementi apprezzabili.
Al ritorno dall’esilio, avevano assimilato una mentalità universalistica, ma non tutti. Le guide politiche e spirituali continuavano ad alimentare diffidenze, sospetti, timori ingiustificati. Esdra, ad esempio, si lacerò il vestito, si strappò i capelli e i peli della barba quando venne informato che molti avevano profanato la stirpe santa, imparentandosi con le popolazioni locali (Esd 9).
È in questo tempo, caratterizzato da tensioni e intolleranze, da tentativi di apertura e da integralismi che sorge il profeta. È un uomo sereno e senza preconcetti, ha uno sguardo che spazia oltre gli orizzonti angusti della tradizione del suo popolo; capisce che è giunto il momento di abbandonare gli esclusivismi e di lasciar cadere le discriminazioni imposte dal Deuteronomio, si rende conto che non hanno più senso le barriere che separano gli uomini: a qualunque tribù, razza o nazione appartengano, essi sono figli dell’unico Dio.
Ecco la sua promessa: verrà il giorno in cui gli stranieri che onorano il Signore e mettono in pratica i suoi comandamenti saranno accompagnati fino al suo tempio ove offriranno sacrifici e innalzeranno preghiere. Nella casa di Dio nessuno più sarà considerato straniero. Il tempio, il luogo santo per eccellenza di Israele, diverrà casa di preghiera per tutti i popoli.

(Paolo Lettera ai romani 11,13-15.29-32)
Pertanto, ecco che cosa dico a voi, Gentili: come apostolo dei Gentili, io faccio onore al mio ministero, nella speranza di suscitare la gelosia di quelli del mio sangue e di salvarne alcuni. Se infatti il loro rifiuto ha segnato la riconciliazione del mondo, quale potrà mai essere la loro riammissione, se non una risurrezione dai morti? 29 Perché i doni e la chiamata di Dio sono irrevocabili!Come voi un tempo siete stati disobbedienti a Dio e ora avete ottenuto misericordia per la loro disobbedienza, così anch’essi ora sono diventati disobbedienti in vista della misericordia usata verso di voi, perché anch’essi ottengano misericordia. Dio infatti ha rinchiuso tutti nella disobbedienza, per usare a tutti misericordia!

La lettura sviluppa il tema del dramma interiore di Paolo che non riesce a farsi una ragione del rifiuto di Cristo da parte del suo popolo.
Il libro degli Atti degli apostoli ci ragguaglia sul suo metodo apostolico: passava di città in città annunziando il vangelo anzitutto ai giudei, poi, se questi si rifiutavano di credere, si rivolgeva ai pagani (At 13,46-48). Dopo una decina d’anni eccolo fare un bilancio della sua opera missionaria: tranne poche eccezioni, gli israeliti non hanno aderito alla fede in Cristo. Come si spiega questo fatto? Paolo costata che la loro disobbedienza ha avuto un effetto positivo: ha favorito l’entrata dei pagani nella comunità cristiana, infatti, se i giudei avessero creduto in massa, con la mentalità gretta ed esclusivista che avevano, con i pregiudizi che ancora alimentavano nei confronti degli stranieri, ben difficilmente avrebbero permesso ai pagani di essere accolti a pieno titolo nella chiesa. A questo punto Paolo ha un’intuizione: il rifiuto di Cristo da parte del suo popolo non può essere definitivo; un giorno – ne è certo – anche gli israeliti riconosceranno in Gesù il messia annunciato dai profeti. Che accadrà allora? L’Apostolo dà libero sfogo alla sua gioia: se la loro disobbedienza è stata provvidenziale, cosa non accadrà quando anch’essi diverranno discepoli? Sarà un’autentica risurrezione dai morti. A causa del breve tempo (forse soltanto tre anni) della vita pubblica, Gesù aveva limitato la sua missione « alle pecore perdute della casa d’Israele », ma aveva anche compiuto gesti chiari per indicare che la sua salvezza era per tutti i popoli.
Un giorno si presenta a Gesù una straniera. Viene dalle regioni di Tiro e Sidone e « continua a gridare » (si noti l’insistenza della sua preghiera), implorando la guarigione di sua figlia. Il testo la chiama « cananea », appartiene dunque ad un popolo nemico, un popolo pericoloso che più volte ha sedotto Israele, lo ha fatto deviare dalla retta fede e lo ha indotto ad adorare Baal e Astarte. I discepoli di Gesù – israeliti educati nel più rigoroso integralismo religioso – non possono che rimanere sorpresi di fronte alla sfrontatezza di questa pagana invadente che osa rivolgersi al loro Maestro e attendono la sua reazione: si atterrà alle norme vigenti che proibiscono di intrattenersi con straniere o – come spesso ha fatto – romperà gli schemi tradizionali?
L’evangelista riferisce il dialogo fra Gesù e la donna, compiacendosi quasi di sottolineare il tono sempre più duro delle risposte del Maestro. Di fronte alla richiesta di aiuto della donna, egli assume un atteggiamento sprezzante: non la degna di uno sguardo, non le rivolge nemmeno la parola. Intervengono allora gli apostoli che, un po’ infastiditi, vogliono risolvere al più presto la situazione che rischia di divenire imbarazzante. Gli chiedono di allontanarla. « Esaudiscila », – dice il nostro testo – ma non è una traduzione corretta. « Mandala via! » – è la loro richiesta. Gesù sembra seguire il loro consiglio, diviene più severo e spiega: « Non sono stato inviato che alle pecore perdute della casa d’Israele ».
L’immagine del gregge allo sbando ricorre spesso nell’AT: « Vanno errando tutte le mie pecore in tutto il paese e nessuno va in cerca di loro e se ne cura » – dichiara Ezechiele (Ez 34,6) – cui fa eco un altro profeta: « Tutti eravamo sperduti come un gregge, ognuno di noi seguiva la sua strada » (Is 53,6). C’è anche la promessa di Dio: « Io stesso cercherò le mie pecore e ne avrò cura. Andrò in cerca della pecora perduta e ricondurrò all’ovile quella smarrita; fascerò quella ferita e curerò quella malata, avrò cura della grassa e della forte; le pascerò con giustizia » (Ez 34,11.16).
Solo con gli israeliti però il Signore ha preso impegni, è solo di loro che si deve interessare. Presentandosi come il pastore d’Israele, Gesù dichiara di voler dare compimento alle profezie e la donna capisce. Sa di non essere del popolo eletto, è cosciente di non appartenere al « gregge del Signore » e di non avere alcun diritto alla salvezza, tuttavia confida nella benevolenza e nella gratuità degli interventi di Dio, si prostra davanti a Gesù e implora: « Signore, aiutami! ». Come risposta riceve un’offesa: « Non è bene prendere il pane dei figli e buttarlo ai cagnolini! ». Gli israeliti sono il gregge, i pagani sono i cani. L’uso del diminutivo attenua, ma non di molto, l’asprezza dell’insulto. « Cane » era, in tutto il Medio Oriente antico, la più pesante delle ingiurie, era il nomignolo con cui gli ebrei designavano i pagani. Un’immagine cruda, ripresa in vari testi del NT: « Non date le cose sante ai cani, né gettate le vostre perle davanti ai porci » (Mt 7,6). « Fuori i cani! » (Ap 22,15). « Guardatevi dai cani! » (Fil 3,2). Era usata per mettere in rilievo l’assoluta incompatibilità fra la vita pagana e la scelta evangelica. Sulla bocca di Gesù questa espressione sorprende, soprattutto se si tiene conto del fatto che la donna cananea si è rivolta a lui con grande rispetto: per tre volte lo ha chiamato « Signore » – titolo con cui i cristiani professavano la loro fede nel Risorto – e una volta « Figlio di Davide » che equivale a riconoscerlo come messia. Sembra che, come tutti i suoi connazionali, anch’egli abbia in abominio gli stranieri. Ma è così?
La conclusione del racconto ci illumina. « Donna – esclama Gesù – davvero grande è la tua fede! ». Un elogio che non è mai stato rivolto a nessun israelita. Ora tutto diviene chiaro. Ciò che precede – la provocazione, il disprezzo per i pagani, il richiamo alla loro impurità e indegnità – non era che un’abile messa in scena. Gesù voleva che i suoi discepoli modificassero radicalmente il loro modo di rapportarsi con gli stranieri. Ha « recitato la parte » dell’israelita integro e puro per mostrare quanto fosse insensata e ridicola la mentalità separatista coltivata dal suo popolo. Mentre le « pecore del gregge » si tenevano lontane dal pastore che le voleva radunare (Mt 23,37), i « cani » si accostavano a lui e, per la loro grande fede, ottenevano la salvezza.
Il messaggio è quanto mai attuale: la chiesa è chiamata ad essere segno che sono finite tutte le discriminazioni determinate dal sesso, dall’appartenenza a una razza, a un popolo o a un’istituzione.
« Tutti voi siete figli di Dio per la fede in Cristo Gesù – dichiara Paolo – poiché quanti siete stati battezzati in Cristo, vi siete rivestiti di Cristo. Non c’è più giudeo né greco; non c’è più schiavo né libero; non c’è più uomo né donna, poiché tutti voi siete uno in Cristo Gesù. E se appartenete a Cristo, allora siete discendenza di Abramo, eredi secondo la promessa » (Gal 3,26-29).
La donna cananea – la pagana, la miscredente – è additata a modello del vero credente: sa di non meritare nulla, crede che solo dalla parola di Cristo può giungere gratuitamente la salvezza, la implora e la riceve in dono.

IL MATRIMONIO CRISTIANO – CARLO MARIA MARTINI (anche Paolo)

IL MATRIMONIO CRISTIANO – CARLO MARIA MARTINI

La famiglia
Rivestitevi dunque, come amati di Dio, santi e diletti, di sentimenti di misericordia, di bontà, di umiltà, di mansuetudine, di pazienza. San Paolo esorta gli abitanti di Colossi a vivere con quelle virtù che nascono dall’essere risorti con Cristo, santi perché scelti e amati da Dio. Sono virtù che si riassumono nella carità: al di sopra di tutto poi vi sia la carità, che è il vincolo di perfezione.
Alla luce della carità le virtù cristiane vengono descritte in modi diversi e con delicate modulazioni: i fedeli sono esortati a mostrarsi ricchi di quella misericordia che è tenerezza e che sa compatire; ricchi di bontà generosa, di umiltà, di mansuetudine, di dolcezza, una dolcezza che non giudica severamente gli altri. Quando avessero motivo di ritenersi offesi e di lamentarsi nei riguardi degli altri, sappiano dare alla loro carità anche le dimensioni della sopportazione vicendevole e della prontezza al perdono, sull’esempio e a motivo del Signore.
Da questo atteggiamento profondo e costante nasce quella pace che è dono di Cristo e che caratterizza interiormente e esteriormente le condizioni dei membri della comunità. Come alimento, mezzo e garanzia per mantenerci in questo fervore e fuoco di carità, c’è da una parte il richiamo costante alla parola di Dio, che sia sempre presente in mezzo ai fedeli e dimori abbondantemente tra di essi e, dall’altra parte, la preghiera incessante, cantando a Dio di cuore e con gratitudine salmi, inni e cantici spirituali. Di fronte a richiami così ricchi che descrivono alcune connotazioni essenziali della vita della Chiesa, vogliamo applicare l’esortazione di San Paolo a quella particolare e reale figura della chiesa che è la famiglia cristiana.

Amore reciproco
Per poter offrire la testimonianza della fedeltà a Dio ed essere segno e strumento del suo amore, ogni famiglia deve vivere l’amore al suo interno. È il primo sentiero della carità, come dice papa Paolo VI quando afferma che il primo compito della famiglia è di vivere fedelmente la realtà della comunione nell’impegno costante di sviluppare un’autentica comunità di persone.
Amore vissuto tra marito e moglie, tra genitori e figli, tra fratelli e sorelle, tra parenti e familiari. Amore che dice buon accordo, buona intesa, serenità reciproca, capacità di sorridere, di comprendere, di dare corda al discorso altrui; assenza di pregiudizi reciproci, superamento delle distanze, delle reticenze, delle diffidenze che sovente vengono a turbare i rapporti familiari; capacità di realizzare tra le diverse generazioni scambi, condivisioni, arricchimenti reciproci.
Amore che si declina con quelle modulazioni ricche e realistiche suggerite dall’apostolo Paolo e che rimanda, come a suo alimento e garanzia, all’ascolto costante della parola di Dio in famiglia, alla preghiera in famiglia. Si tratta perciò di assicurare questi momenti e spazi preziosi e insostituibili, pur nei ritmi logoranti della giornata e per tutte le difficoltà pratiche che possono sorgere. È il significato del tempo di deserto applicato alla famiglia.
Trovare, cioè, tutti insieme il coraggio, la forza, la gioia di congiungere le mani e di esprimere a Dio i sentimenti più profondi del cuore. E tra i tanti modi possibili per pregare in famiglia e ascoltare la Parola in famiglia, mi permetto ricordare tre semplici modi: pregare insieme con le parole che sappiamo; pregare insieme un salmo; pregare insieme una pagina del Vangelo.
All’interno di questo discorso generale c’è il gradino seguente: considerare la posizione precisa degli sposi in ordine al farsi prossimo. Ci sorreggono anche qui le indicazioni dell’Apostolo, molto semplici: amarsi scambievolmente e rispettarsi come si conviene nel Signore, cioè nel più autentico spirito cristiano, che nella lettera agli Efesini verrà approfondito con il riferimento al rapporto misterioso di amore tra Cristo e la Chiesa. Farsi prossimo tra marito e moglie vuol dire, ancora una volta, amore, carità, tenerezza in tutte le sue molteplici e realistiche sfaccettature: comunione profonda, comprensione vicendevole, confidenza su ogni evento bello o triste della propria esperienza, sincerità disarmata e cordiale, rispetto totale e talora anche silenzio come possibilità di comunione e di comunicazione connaturale alle realtà più vere e ineffabili.
Questa donazione e accoglienza mutua riguarda tutto quanto gli sposi posseggono e anche tutto ciò che essi sono. Per questo, il contenuto del dono è la totalità del loro essere, fatto di spiritualità, affettività, corporeità. Ne deriva uno stile di vita ricco e arricchente, fatto di momenti di incontro, di dialogo, di preghiera, di disciplina del corpo e dello spirito.
Le giovani famiglie
Le giovani famiglie, trovandosi in un contesto di nuovi valori e di nuove responsabilità, sono più esposte, specialmente nei primi anni di matrimonio, a eventuali difficoltà, come quelle create dall’adattamento alla vita comune e dalla nascita dei figli. Propongo un’immagine biblica, che trovo in un’icona del monastero delle benedettine del Monte degli Ulivi: è l’immagine di Gesù, Giuseppe e Maria nei primi anni di matrimonio. Giuseppe abbraccia con il braccio destro Maria, mentre il sinistro raggiunge il braccio destro di lei, che si congiunge col suo insieme con la mano sinistra di Gesù, cosicché le tre mani si uniscono nel davanti dell’icona, mentre tutta la Madonna risulta abbracciata da Giuseppe ed essa, a sua volta, tende il braccio verso Gesù che è al centro. Non si capisce neppure se è appoggiato di più all’uno o all’altra, è appoggiato a entrambi, diritto, sicuro, sereno, con la mano in atto di benedizione. Giuseppe ha lo sguardo fisso verso una certa lontananza, ha bisogno di guardare l’avvenire, Maria, invece, ha lo sguardo fisso piuttosto su Gesù, ma i tre sguardi fanno un’unità. È un’icona che esprime, con l’affetto e i colori, ciò che vorremmo dire.
Cerchiamo anzitutto di impostare la domanda: qual è l’importanza dei primi anni di matrimonio? Sembra una domanda ovvia, ma è importante rispondervi. Intanto si affacciano problemi nuovi, difficoltà inedite che per la prima volta bisogna superare. Inoltre si pongono le basi di ciò che sarà il domani; una convivenza ben impostata nei primi anni pone anche le premesse per un lungo avvenire, mentre una convivenza che si sfilaccia dolorosamente fin dall’inizio rischia di durare davvero poco. Sono, questi, motivi psicologici, ovvi, dell’importanza dei primi anni di matrimonio. Vorrei poi aggiungere dei motivi teologici, spiegandoli più a fondo, perché è proprio nei primi anni che gli sposi giovani possono per la prima volta fare quella che si chiama mistagogia: con questa parola difficile si vuol dire che uno è dentro al mistero.
Posso darne un esempio personale, che riguarda la mia esperienza sponsale come vescovo di una Chiesa. Era molto diverso per me, prima di vivere l’esperienza di vescovo, parlare dell’episcopato; conoscevo i testi teologici, sapevo citare i testi biblici, ma è tutt’altra cosa quando uno comincia a vivere la grazia dell’episcopato da dentro, giorno per giorno, sollecitato a rispondervi con le forze che ha, necessitato a scavare a fondo nella grazia del sacramento per rispondere alle esigenze quotidiane che l’esistenza propone. E se uno vive con fede questo momento, incomincia a scavare nelle ricchezze della grazia sacramentale in una maniera prima inaudita, inesplicabile a chi è fuori.
Quante famiglie potrebbero fare molto di più in questo lavoro di scavo, lasciandosi aiutare a scavare nella grazia del loro matrimonio, che è la grazia fondamentale del loro esistere, invece di cercare puntelli al di fuori o, peggio, di fuggire! Cerchiamo soprattutto dentro di noi la forza della grazia che ci abita! Prima non l’avevamo, e nessuno ce la poteva spiegare, ma attraverso il sacramento ci è data. È una riserva formidabile quella di poter attingere alla grazia dello Spirito Santo, che è nostra e di nessun altro, e che quindi nessuno ci può far comprendere così autenticamente come può farlo ciascuno di noi per se stesso.

LA BELLEZZA SECONDO LE SACRE SCRITTURE – RINALDO FABRIS

http://www.finesettimana.org/pmwiki/index.php?n=Db.Sintesi?num=146

LA BELLEZZA SECONDO LE SACRE SCRITTURE

SINTESI DELLA RELAZIONE DI RINALDO FABRIS

Verbania Pallanza, 18 novembre 2000

È un tema inconsueto quello della bellezza nella Bibbia. In passato l’interesse prevalente era per la verità, soprattutto pratica, e pertanto per la morale.
Ogni realtà creata, secondo la bibbia, è ambivalente, ha potenzialità positive e negative. Questo vale per la bellezza, come per la conoscenza, il potere, il possesso dei beni. L’ambivalenza contiene un appello alla responsabilità, alla decisione, alla scelta delle creature umane.
La bellezza nell’ambito biblico è inserita nell’orizzonte della fede in Dio come fonte e modello di ogni splendore e bellezza.
La bellezza viene integrata, redenta, o forse riscattata dalla sua ambivalenza grazie all’impegno etico e alla dimensione spirituale. Lo spazio dato alla bellezza nel Primo Testamento non riguarda tanto le forme pittoriche o architettoniche (ad eccezione del tempio), quanto la creazione, l’essere umano e in particolare alcune figure in cui la bellezza fisica si coniuga con la bellezza morale.

1. la « bellezza » nel Primo Testamento
Data l’estensione dei testi in esame si tratta di operare una lezione dei tratti fondamentali.
a. il lessico della « bellezza » nella bibbia ebraica e greca
Japheh e Tov sono termini ebraici traducibili con splendido, decoroso, ben riuscito, piacevole, in forma. In greco i termini sono kalòs e agathòs: bello e buono, soprattutto nel senso di sano, forte, eccellente, ben composto, adatto. La distinzione tra aspetto etico ed estetico non è così netta.
b. la « bellezza » nella creazione (Gen 1,1-2,4a)
L’ E Dio che vide che era tutto molto buono/bello, con cui si conclude il racconto della creazione indica non tanto la dimensione di ordine e di armonia del creato, quanto la reazione emotiva, estetica, che fa star bene, di sorpresa, di fronte all’opera compiuta. È l’aspetto gratuito della bellezza, che non serve a niente se non alla contemplazione.
Nel bello sono implicite le dimensioni della gratuità e dello stupore.
Il primo ambito in cui confluisce l’esperienza estetica ebraica è la narrazione, la composizione, il testo. La prima pagina della bibbia, che va recitata, contiene il ritornello (sette volte): Che bello! La parola di Dio crea una cosa splendida che desta stupore e ammirazione.
L’ammirazione estetica del mondo creato, uscito bello/splendido dalle mani di Dio è espressa mirabilmente dal salmo 104, che passa in rassegna le opere di Dio che suscitano l’emozione ammirata del « che bello! ».
Sempre a questo proposito abbiamo una riflessione più pacata e interiorizzata nelle riflessioni di Gesù ben Sira’, il Siracide (42,15-43,33). L’ultima parte delle sue lezioni celebra la gloria di Dio nel mondo e nella storia, che ha la sua massima concentrazione nel tempio e nella liturgia.
Nel libro della Sapienza (13,1-9) viene criticato il culto delle divinità astrali, il bisogno di rivestire di sacralità il mondo che suscita ammirazione. La radice profonda dell’idolatria sta nell’ambivalenza del mondo creato che affascina ed attira con il rischio di confonderlo con la potenza numinosa che sta oltre la bellezza visibile.
Pensiamo oggi di essere immuni da questa tendenza idolatrica di rivestire la realtà di caratteri divini. Ma che dire del nostro atteggiamento, spesso di adorazione, di fronte alle realtà tecnologiche?
c. la « bellezza » dell’essere umano creato da Dio (Ez 28,1-15)
Al centro dell’opera creatrice di Dio compare l’essere umano, fatto a immagine e somiglianza di Dio, riflesso del suo splendore/grandezza tra il mondo dei viventi.
Il salmo 8, nei versetti dal sei al nove, la bellezza e lo splendore di Dio si concentrano e si riflettono sul volto dell’uomo.
Nell’elegia di Tiro, che si trova in Ezechiele, l’essere umano è presentato come un principe che vive in un parco regale, ricco di acque, di piante, di animali e di ogni pietra preziosa. Ma l’iniquità, l’abuso di potere, deturpa la bellezza. L’uomo, riflesso della bellezza di Dio, ha tentato di prenderne il posto. È quanto si dirà più prosaicamente in Genesi 2,8-14. Il massimo di armonia, di pienezza, di ricchezza, di preziosità, può diventare una sfida per l’uomo che non sa più riconoscere la dimensione di dono della realtà, la sua gratuità. Se l’etica non è l’abuso, ma vivere il dono e la gratuità, allora c’è molta affinità con l’estetica.
d. i campioni della « bellezza »
Le mogli dei patriarchi sono presentate come donne di grande fascino, di bell’aspetto, che fanno innamorare i loro futuri mariti al primo sguardo. Lo stesso vale per le donne di re David.
David è presentato come bello, capace di suonare, e di strappare il capretto dalle fauci del leone. Il figlio Assalonne è presentato come molto bello, e la sua bellezza diventerà anche la sua trappola. La bellezza ha risvolti ambivalenti.
Come sostiene il libro dei Proverbi nel descrivere la donna saggia che sa bene amministrare la propria casa, afferma che oltre la bellezza quel che conta è il timore di Dio.
e. le realtà che riflettono la bellezza di Dio.
Nei salmi 19 e 119 si celebrano le bellezze e il fascino della parola di Dio, della legge.
La città di Gerusalemme è presentata come immagine della città ideale, accogliente e sicura (salmo 48 e 122; Isaia 60 e 62).
Il tempio, costruito da Salomone, è oggetto di grande stupore e meraviglia, ed è l’ambito in cui il popolo si ritrova per celebrare le grandi opere di Dio. Gesù ben Sira’ tesserà un elogio ammirato della liturgia del tempio (Sir 50,1-21).
Il piccolo popolo di Israele ha rinunciato a fare immagini per poter avere l’unica immagine del Dio invisibile, riflessa nell’immagine dell’uomo, attraverso la valorizzazione della parola come massima concentrazione della bellezza.

2. la « bellezza » nel Nuovo Testamento
Qui la dimensione estetica ha una dimensione più sobria rispetto al panorama offerto dal Primo Testamento e più centrata sulla spiritualità e sull’etica. Non ci sono né edifici, né santuari, né liturgie. L’aspetto visivo è molto contenuto, nei piccoli libretti scritti in greco per un pubblico popolare.
a. « Evangelo »
La proclamazione della fede in Cristo Gesù viene chiamata « euaggèlion », cioè bella, buona e gioiosa notizia. Quindi una notizia anche affascinante.
Nel prologo del quarto vangelo si ha la dimensione irradiante del buon annuncio. La parola che era con Dio, che è stata all’origine di tutto, che dà coesione al tutto, è vita che diventa luce che illumina gli uomini.
Questa parola non è qualcosa di teorico, ma è la persona concreta di Gesù Cristo, per mezzo del quale viene a noi la pienezza del dono. È luce e gloria che noi « contemplammo ». Lo splendore di Dio ha il volto concreto del figlio. (Gv 1,1-5.14)
Ma come si fa a dire bella, gioiosa la notizia del Cristo condannato alla morte oscena della croce?
b. evangelo come « bell’annuncio »
Il regno di Dio viene annunciato come reintegrazione dell’armonia e come splendore della creazione. Gesù dai racconti evangelici viene presentato nella sua azione di reintegrazione di una umanità disgregata, di persone divise, di persone allontanate dalla convivenza perché ritenute pericolose (guarigioni, liberazioni da potenze negative come nel caso dell’indemoniato di Gerasa…). L’azione bella, estetizzante di Gesù appare nel restituire all’essere umano la sua libertà e integrità.
Anche i gesti di accoglienza e di perdono si collocano su questa linea, come restituzione della persona alla sua libertà e integrità (« ti sono perdonati i tuoi peccati »).
Le « belle parole » di Gesù, le parabole non sono racconti tesi a insegnare una morale, ma offrono scorci di altri orizzonti, di altre armonie, attraverso il piacere del racconto. Gesù non fa prediche, ma ha il gusto del racconto gratuito che prende lo spunto dal gesto del contadino, dal sale, dal lievito… È un amante del raccontare bello, che traspone nella narrazione la bellezza dell’agire di Dio, che reintegra l’essere umano diviso e disperso.
Del volto di Gesù e del suo splendore si parla solo in occasione della trasfigurazione, della preghiera sul monte, prima dell’epilogo cruento della sua vita.
Gesù riflette l’aspetto luminoso, bello, affascinante di Dio (« il suo volto divenne luminoso »). Questo bello però non è da catturare, da possedere, da controllare, come vorrebbe fare Pietro. L’invito è all’ascolto (« questi è il mio figlio. Ascoltatelo! »), e l’ascolto suppone abbandono e fiducia.
c. la bellezza che salva il mondo (2Tm 1,9-10).
È la bellezza paradossale, la bellezza della morte oscena.
La morte oscena di Gesù viene presentata come rivelazione della bellezza di Dio, nel contesto dell’amore portato sino all’estremo. Il crocifisso diventa fonte di vita nel momento del massimo degrado e deturpazione dell’essere umano.
Paolo parla dell’annuncio di un messia crocifisso come sapienza e potenza di Dio, mentre i giudei cercano i miracoli, il Dio forte e i greci la sapienza, l’armonia che dà ordine. (1Cor 1,17-25).
È la bellezza rovesciata: la sapienza è nella stoltezza e la potenza nella debolezza della croce, la bellezza nella bruttezza. È quanto ha intuito anche Dostojevskij: l’amore può trasformare l’insipienza e l’impotenza di un crocifisso nella bellezza. È la bellezza che salva il mondo.
Il superamento del negativo attraverso l’obbedienza, come amore fedele a tutti, è indicato nel famoso brano della lettera ai Filippesi (2,6-11). La manifestazione della bellezza intrinseca del mondo e della storia avviene grazie all’immersione di Gesù nel mondo e nella storia per dare un senso al negativo.
Sempre in questa lettera Paolo invita i cristiani di Filippi a scegliere quei valori che sono belli e coi quali si concretizza la rivelazione dell’amore di Dio (Fil 4,8-9).
Nell’elogio dell’amore (1Cor 13,1-13) la bellezza etica, che è l’amore portato alla massima intensità, coincide con la realtà stessa di Dio. Nella descrizione delle quindici qualità dell’amore c’è il ritratto di Gesù Crocifisso. Dio che non ha nome e immagine ha i tratti visibili di Gesù, del Gesù che si è appassionato dei poveri e dei malati e che alla fine, per restare fedele agli amici e a Dio come figlio, affronta la morte di croce.
Il progetto del mondo bello creato da Dio, con il giardino dove ci sono le piante della vita, della piena comunione, lo ritroviamo alla fine, nell’ultimo libro, nel sogno realizzato di una città bella, in cieli e terra nuova. In mezzo c’è il crocifisso, cioè il male riscattato, il negativo trasformato non grazie a gesti miracolistici, ma attraverso la fedeltà dell’amore.

LA RICERCA DELLA FELICITÀ È RICERCA DI DIO (anche Paolo)

http://www.umanesimocristiano.org/it/details-articles/la-ricerca-della-felicit%C3%A0–%C3%A8-ricerca-di-dio/25795926/

LA RICERCA DELLA FELICITÀ È RICERCA DI DIO (anche Paolo)

Il cuore umano tende a un a felicità piena e illimitata e l’essere umano lavora e si sforza per conseguire questa meta della sua esistenza.
Da sempre la vita di ogni uomo è caratterizzata da questo prioritario desiderio, che è desiderio a ogni uomo: l’aspirazione alla felicità
Tuttavia, anche quando tende verso gli obiettivi che si propone nella vita non riesce a trovare questa totale pienezza. L’uomo sperimenta la finitezza di tutto quello che consegue e, per questo motivo, una perenne insoddisfazione
L’immagine più forte che Dante da nella Divina Commedia è proprio quella di un uomo in cammino nel viaggio della vita alla ricerca di se stesso e della propria felicità.
Eppure, a guardarsi attorno, sembra di assistere a un paradosso universale: da una parte l’uomo cerca la felicità e da un’altra la evita, perché non appena si accorge che è felice si rende conto che non ha più niente da fare e allora si creerà una nuova infelicità per ricominciare la ricerca della felicità.
E’ il paradosso che io chiamo della “nostalgia del compiuto”!
Blaise Pascal scrisse che l’uomo supera infinitamente l’uomo. In altre parole vive e cerca di raggiungere la felicità relativa che è possibile in questo mondo grazie anche al senso che egli è capace di dare alla sua esistenza.
La persona umana ha bisogno di ragioni per vivere, per soffrire, per integrarsi, per dare il meglio di sé al servizio degli altri … La felicità sgorga come conseguenza di aver dato il meglio di se stessi a servizio di una nobile causa.
Questa esperienza non è, evidentemente, nuova; è antica come antica è la stessa vita; ne danno testimonianza gli spiriti più nobili che sono passati per questo mondo. Sant’Agostino ad esempio: uno dei pensatori che hanno maggiormente influenzato la storia della Chiesa e dell’umanità. Il suo percorso vitale può davvero essere considerato un paradigma umano alla ricerca della felicità.
Agostino, soprattutto nel libro de le Confessioni, parla della ricerca della felicità. Visse un intenso itinerario spirituale, affettivo e professionale; da questo punto di vista oggi lo potremmo chiamare un trionfatore. Questo trionfo giunge al suo apogeo quando ottiene la cattedra di retorica a Milano e gli viene affidato l’incarico di rivolgere il panegirico all’Imperatore.
Tuttavia, racconta egli stesso, avviandosi verso il palazzo dell’imperatore, provo invidia per l’allegria di un ubriaco.
Soffermandosi, disse agli amici che lo accompagnavano che provava invidia perché vedeva in quell’uomo una allegria che egli non aveva mai provato.
Tuttavia, S. Agostino nella sua vita non si fermò mai; non cadde nel conformismo, ma continuò a cercare la risposta ai suoi interrogativi. La convinzione del fatto che la verità esiste e che l’uomo la deve ricercare lo sostenne nel suo proposito e fu confortato dalla conoscenza dei filosofi neoplatonici e soprattutto dall’incontro e dalla frequentazione con il vescovo di Milano, Sant’Ambrogio che fu il suo maestro e la sua guida spirituale fino ad avviarlo alla confessione del Dio cristiano, spirituale e creatore del mondo. Nella notte di Pasqua del 387 dopo Cristo, a Milano, il vescovo Ambrogio battezza Aurelio Agostino, l’intellettuale originario di Tagaste, che diventerà vescovo di Ippona e che influenzerà la cultura europea con il suo pensiero.
Nelle lettere di S. Paolo, Agostino trovò le chiavi per comprendere la scissione morale dell’uomo a causa del peccato, curabile solo da Cristo, il Dio fatto uomo per amore.
In questo modo Agostino percepì che la fede cristiana era capace di dare risposte a tutte le sue inquietudini, teoriche e pratiche e si abbandonò alla fede con la stessa passione con la quale aveva percorso già un lungo tratto della sua esistenza alla ricerca appassionata della felicità.
Potremmo trovare molti parallelismi tra l’epoca e la storia personale di Sant’Agostino – quando si andava sgretolando il potere dell’impero romano – e la nostra storia. Potremmo rinvenire molte somiglianze tra gli aneliti del suo cuore e i desideri dell’uomo d’oggi e di ognuno di noi. Potremmo confrontare e paragonare la sua ricerca di felicità con la nostra.
Nel suo tempo come nel nostro, non mancano coloro che disprezzano la ricerca della verità, distratti dal canto struggente di sirene che promettono felicità, ma che non possono mantenere tale promessa.
Agostino, nel cammino di ricerca della felicità, trovò l’orientamento e individuò la mèta nelle parole pregne di fede che egli ci ha tramandato: “Ci hai fatti per te, Signore; perciò il nostro cuore è inquieto finché non riposerà in te”.
E il suo cuore si riempì di quella gioia inesauribile che Agostino cantò e ora affida e consegna a noi perché anche la nostra gioia sia piena: “O eterna verità e vera carità e cara eternità! Tu sei il mio Dio, a te sospiro giorno e notte. Appena ti conobbi, tremai di amore e di terrore. Tardi ti ho amato, bellezza tanto antica e tanto nuova, tardi ti ho amato. Ed ecco che tu stavi dentro di me e io ero fuori e là ti cercavo. E io, brutto, mi avventavo sulle cose belle da te create. Eri con me ed io non ero con te. Mi hai chiamato ed ora io anelo a te!”
A quanto pare Dio c’entra proprio con la felicità dell’uomo. Egli ce ne traccia il sentiero, ce ne indica la direzione, e poi, mette degli argini a tutto ciò che può compromettere la ricerca della vera felicità.
Attenzione: noi dobbiamo essere avveduti e fidarci di Dio; se vediamo unicamente gli argini e li consideriamo più come barriere che come custodie, saremo come quegli uomini stolti ai quali viene indicata la luna, ma il cui sguardo resta bloccato a fissare il dito.
Purtroppo viviamo nell’epoca dell’emo/crazia, nella quale domina l’emozione e il sentimentalismo; il benessere può stordire per un po’, ma non ce la fa a riempire le voragini dell’animo umano. Inoltre la ricerca compulsiva della felicità porta solo a girare a vuoto su se stessi.

Fidiamoci di Dio; a Lui sta a cuore la nostra felicità.
La ricerca della felicità è ricerca di Dio.

Publié dans:anche Paolo, MEDITAZIONI |on 3 août, 2015 |Pas de commentaires »

qui audit me – Prediche di Meister Eckhart (anche Paolo)

http://www.gianfrancobertagni.it/materiali/misticacristiana/predicheeckhart.htm#sant

qui audit me – Prediche di Meister Eckhart (anche Paolo)

La parola che ho detta in latino è pronunciata dalla saggezza eterna del Padre, e significa: Chi mi ascolta non è confuso; se qualcosa lo confonde, è la sua confusione. Chi opera in me, non pecca. Chi mi manifesta e sparge la mia luce, avrà la vita eterna. Di questi tre piccoli passi che ho citato, ognuno basterebbe per un sermone.
Prima di tutto voglio parlare di quello che dice la saggezza eterna: chi mi ascolta non è confuso. Chi deve intendere l’eterna saggezza del Padre, deve essere nella interiorità, presso di sé, deve essere uno; allora può intendere la eterna saggezza del Padre.
Tre cose ci impediscono di ascoltare la parola eterna. La prima è la corporalità, la seconda la molteplicità, la terza la temporalità. Se l’uomo avesse superato queste tre cose, abiterebbe nella eternità, abiterebbe nello Spirito, abiterebbe nell’unità e nel deserto, e là potrebbe ascoltare la Parola eterna. Ora Nostro Signore dice: Nessuno comprende la mia parola e il mio insegnamento, a meno di avere rinunciato a se stesso. Infatti, chi deve ascoltare la parola di Dio, deve essere completamente distaccato. Chi intende è identico a ciò che è inteso nella Parola eterna. Tutto ciò che il Padre eterno insegna, è il suo essere, la sua natura, tutta la sua Divinità; egli ce la rivela completamente nel suo Figlio unigenito, e ci insegna ad essere questo stesso Figlio. L’uomo che fosse in questo modo uscito da se stesso, in guisa tale da essere il Figlio unigenito, avrebbe in proprio tutto ciò che appartiene in proprio al Figlio unigenito. Ogni cosa operata ed insegnata da Dio, è operata ed insegnata nel suo Figlio unigenito. Dio opera tutte le sue opere perché noi siamo il Figlio unigenito. Quando Dio vede che noi siamo il Figlio unigenito, si spinge impetuosamente verso di noi, si affretta, e fa proprio come se il suo essere divino dovesse spezzarsi ed annientarsi in se stesso, per poterci rivelare tutto l’abisso della sua Divinità, e la pienezza del suo essere e della sua natura; Dio si affretta per essere nostro proprio bene come è suo proprio bene. In questa pienezza, Dio ha gioia e delizia. L’uomo è allora nella conoscenza di Dio e nell’amore di Dio, e non diventa altro che ciò che Dio stesso è.
Se tu ami te stesso, ami tutti gli uomini come te stesso. Finché ami un solo uomo meno che te stesso, non ti sei davvero amato mai, a meno che tu non ami tutti gli uomini come te stesso, ed in un uomo tutti gli uomini, e questo uomo è Dio e uomo. Un uomo è come deve essere, quando ama se stesso ed ama tutti gli uomini come se stesso, ed il suo agire è completamente giusto. Alcune persone dicono: Io amo il mio amico, che è buono con me, più di un altro. Ciò non è bene, è una imperfezione; tuttavia bisogna ammetterlo, così come alcuni vanno per mare non avendo che un mezzo vento, eppure lo traversano. Così è per le persone che amano una creatura più di un’altra, ed è naturale. Se io la amassi davvero quanto me stesso, ciò che le accadesse – gioia o dolore, morte o vita – dovrebbe colpirmi nello stesso modo che se accadesse a me, e questa sarebbe vera amicizia.
Perciò san Paolo dice: Vorrei essere eternamente separato da Dio, per il mio amico e per Dio. Separarsi un istante da Dio, è essere eternamente separati da lui; essere separati da Dio, è il tormento dell’inferno. Che pensa dunque san Paolo quando dice che vorrebbe essere separato da Dio? I maestri si chiedono se san Paolo fosse sulla via della perfezione o se fosse già nella perfezione assoluta. Io dico che era nella completa perfezione, senza la quale non avrebbe potuto parlare così. Io voglio spiegare questa parola di san Paolo, che dice di voler essere separato da Dio.
La cosa più elevata ed estrema cui l’uomo possa rinunciare, è rinunciare a Dio per Dio; ora san Paolo rinunciava a Dio per Dio; rinunciava a tutto quello che poteva prendere da Dio, a tutto quello che Dio poteva dargli, a tutto quello che poteva ricevere da Dio. Mentre vi rinunciava, rinunciava a Dio per Dio, e Dio rimaneva per lui tale quale è presente a se stesso, non come ricevuto od acquisito, ma nel puro essere che Dio è in se stesso. Egli non dette nulla a Dio, non ricevette nulla da Dio, ma è una unità, una pura unione. Qui l’uomo è veramente uomo, e nessuna sofferenza può colpirlo, così come non può colpire l’essere di Dio; come ho detto spesso, v’è nell’anima qualcosa di tanto legato a Dio da essere uno, e non unito. È uno, non ha niente in comune con nulla, e non ha niente in comune con il creato. Tutto quel che è creato è nulla. Ora, esso è lontano ed estraneo ad ogni cosa creata. Se l’uomo fosse tutto quanto così, sarebbe totalmente increato ed increabile; se tutto quel che è corporeo e difettoso fosse in tal modo compreso nell’Unità, non sarebbe altro che ciò che è l’Unità in se stessa. Se io mi trovassi un istante in questo essere, non darei importanza a me stesso più che a un verme del letame.
Dio dona lo stesso a tutte le cose, e quando esse scaturiscono da Dio, sono uguali; sì, angeli ed uomini e tutte le creature scaturiscono da Dio, identiche nella loro prima diffusione. Chi prendesse le cose nella loro prima diffusione, le coglierebbe tutte quante come uguali. Se già sono uguali nel tempo, molto più uguali lo sono in Dio, nell’eternità. Se si considera una mosca in Dio, essa è assai più nobile in Dio di quanto l’angelo più alto non lo sia in se stesso. Dunque tutte le cose sono uguali in Dio, e sono Dio stesso. In questa uguaglianza Dio prova tanta gioia, che effonde completamente la propria natura e il proprio essere in questa uguaglianza in se stesso. Ne prova gioia nello stesso modo di colui che fa correre un cavallo da battaglia in una verde brughiera, completamente piana e senza asperità: la natura del destriero sarebbe di prodigarsi con tutta la forza, galoppando per la brughiera; ciò sarebbe per lui gioioso, e conforme alla sua natura. Nello stesso modo è per Dio grande gioia quando egli trova l’uguaglianza; è per lui una gioia effondere completamente la sua natura e il suo essere nell’uguaglianza, giacché egli è l’uguaglianza stessa.
Si pone ora una questione a proposito degli angeli; gli angeli che stanno tra noi, ci servono e ci difendono, hanno forse una minore uguaglianza nelle loro gioie, rispetto a quelli che stanno nell’eternità, ovvero sono in qualche modo menomati dalle opere che compiono per difenderci e servirci? Io rispondo: no certo! La loro gioia non è per niente diminuita, né lo è la loro uguaglianza, giacché l’opera dell’angelo è la volontà di Dio, e la volontà di Dio è l’opera dell’angelo; perciò esso non è menomato né nella sua gioia, né nella sua uguaglianza, né nelle sue operazioni. Se Dio ordinasse all’angelo di andare a togliere i bruchi da un albero, l’angelo sarebbe pronto a farlo, e questa sarebbe la sua beatitudine, e la volontà di Dio.
L’uomo che si è così fissato nella volontà di Dio, non vuole altro che Dio e la volontà di Dio. Se fosse malato, non vorrebbe essere sano. Ogni pena è per lui una gioia, ogni molteplicità è per lui semplicità ed unità, se è veramente fisso nella volontà di Dio. Sì, se a ciò fosse anche legato un tormento dell’inferno, questo sarebbe per lui gioia e beatitudine. Egli è libero, uscito da se stesso, e deve liberarsi da tutto quel che deve ricevere. Se il mio occhio deve vedere il colore, deve essere libero da ogni colore. Se vedo un colore azzurro o bianco, la visione del mio occhio che vede il colore, quello stesso che vede. è identico a quel che è visto dall’occhio. L’occhio nel quale io vedo Dio, è lo stesso occhio in cui Dio mi vede; l’occhio mio e l’occhio di Dio non sono che un solo occhio, una sola visione, una sola conoscenza, un solo amore.
L’uomo che si è così fissato nell’amore di Dio deve essere morto a se stesso ed a tutte le cose create, in guisa tale da non fare attenzione a se stesso più che a chi è lontano oltre mille miglia. Questo uomo permane nella uguaglianza, permane nella unità sempre completamente uguale: non vi è in lui alcuna disuguaglianza. Questo uomo deve avere rinunciato a se stesso ed a tutto il mondo. Se ci fosse un uomo a cui il mondo intero appartenesse, e se egli lo abbandonasse, per Dio, così come lo ha avuto, Nostro Signore gli restituirebbe questo mondo tutto intero, ed in più la vita eterna. E se un altro uomo, che ha soltanto una volontà buona, pensasse: Signore, se fossi padrone di questo mondo, ed anche di un mondo diverso, ed ancora di un altro – che fanno tre -, e se questo uomo avesse questo desiderio: Signore, io voglio rinunciarvi, come a me stesso, così come li ho ricevuti da te – allora Dio darebbe a questo uomo come se egli avesse davvero tutto donato con la sua mano. Un altro uomo, che non avesse assolutamente nulla di corporeo o di spirituale a cui rinunciare né da donare, avrebbe rinunciato più di tutti. Tutto sarebbe donato a chi rinunciasse a se stesso assolutamente, anche per un solo istante. E se un uomo fosse stato nel distacco per venti anni, ma riprendesse se stesso anche per un solo attimo, non sarebbe ancora distaccato. L’uomo che ha abbandonato, che si è distaccato, e che non guarda più assolutamente a ciò che ha abbandonato, e permane costante, immutabile ed impassibile in se stesso, soltanto quest’uomo è distaccato.
Che Dio e la Saggezza eterna ci aiutino a rimanere così costanti ed immutabili, come l’eterno Padre. Amen.

 

Publié dans:anche Paolo, MISTICA ITALIANA |on 1 août, 2015 |Pas de commentaires »
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