Archive pour la catégorie 'anche Paolo'

LA “MALATTIA” DEL PLATONISMO NEI PADRI (anche Paolo)

http://oodegr.co/italiano/tradizione_index/commentipadri/Platonismopadri1.htm

LA “MALATTIA” DEL PLATONISMO NEI PADRI (anche Paolo)

Il titolo è volutamente provocatorio. Il Platonismo è stato una grande filosofia che ha animato molte persone e ispirato generazioni di studiosi. Non si vuole criticare la dottrina platonica in sé, dunque, ma rivolgersi con un poco d’ironia a coloro che, sostenendo la soggiacenza del pensiero patristico al Platonismo, alla fine lo relegano in quest’ultimo come se ne fosse un’appendice. Oltre che contrario alla realtà dei fatti, questo modo di pensare è molto pericoloso per dei cristiani: il Platonismo e i Padri – non più visti come testimoni di fede ma come quasi prosecutori di una filosofia – verrebbero inevitabilmente relegati al passato, dal momento che il pensiero filosofico odierno è ben distante dal Platonismo. È ovvio che i fondamenti delle dottrine platoniche non sono conciliabili con quelle cristiane. Ritenere che vi siano dei cristiani-platonici significa, quindi, ritenere che il loro Cristianesimo sia in un certo senso “malato” di platonismo, data l’inconciliabilità delle due realtà. Si afferma ciò, nonostante l’esistenza di una certa sicura influenza platonica in qualche autore cristiano (influenza decisamente più evidente e corposa nei seguaci delle correnti ereticali). Per quanto riguarda i Padri in genere, si nota che, pur utilizzando il vocabolario platonico, essi non trasmetterebbero reali dottrine platoniche. I Padri vogliono portare i loro lettori in una direzione totalmente differente da quella dei platonici e il metodo argomentativo da loro adottato non è puramente filosofico ma spirituale. (Sarebbe necessario evidenziare la differenza tra questi due metodi ma, per il momento, la diamo per scontata). Facciamo un rapido ma attento excursus assumendo come termine di paragone per la nostra indagine, un tema antropologico (non si può scegliere simultaneamente altri temi altrimenti saremo obbligati a fare una tesi di laurea cosa che nessuno ci può chiedere!). Il tema di confronto prescelto è il modo di considerare il corpo e l’anima. Questo tema ci permette di delimitare il campo segnalando determinate problematicità e l’eventuale chiara influenza di concetti di ordine platonico. Data la sede siamo obbligati ad essere più sintetici possibile sapendo bene che questo comporta il rischio di una certa sommarietà.   CORPO E ANIMA NELLA DOTTRINA PLATONICA Nella dottrina platonica emerge evidente la superiorità dell’anima rispetto al corpo, realtà addirittura da disprezzare dal momento che è una distrazione per l’anima.  “E allora quand’è […] che l’anima tocca la verità? Che se mediante il corpo ella tenta qualche indagine, è chiaro che da quello è tratta in inganno. […] E dunque non è nel puro ragionamento, se mai in qualche modo, che si rivela all’anima la verità? – Sì. – E l’anima ragiona appunto con la sua migliore purezza quando non la conturba nessuna di cotali sensazioni, né vista né udito né dolore, e nemmeno piacere; ma tutta sola si raccoglie in se stessa dicendo addio al corpo; e, nulla più partecipando del corpo né avendo contatto con esso, intende con ogni suo sforzo alla verità. – È così. – Non dunque anche in questa ricerca l’anima del filosofo ha in dispregio più di ogni altra cosa il corpo, e fugge da esso, e si sforza anzi di essere tutta sola raccolta in se stessa? – È chiaro” (Fedone, X).  Nel Fedone si sviluppa pure la linea del ‘corpo come prigione dell’anima’. Il corpo è la ‘vera prigione’: È dunque compito dell’anima liberarsi dal corpo, come da catene. La morte è lo ‘scioglimento’ dell’anima dalle sue catene.  “E quella parola che si ode pronunciare in certi misteri, che noi uomini siamo come in una specie di carcere, e che quindi non possiamo liberarcene da noi medesimi e tanto meno svignarcela” (Fedone, VI). Evidentemente non si può riassumere l’antropologia platonica solo in questi due elementi. Mi pare, però, corretto evidenziare che, in ciò, esistono profonde differenze con la primitiva dottrina cristiana, nonostante si riscontri in essa la presenza di risonanze platoniche (ma anche aristoteliche, stoiche, ecc.). Avremo modo di accennarvi rapidamente.   CORPO E ANIMA NEL CRISTIANESIMO PRIMITIVO Nell’epistola ai Romani (7, 24), san Paolo prorompe in un’incredibile domanda che s’imprime negli ascoltatori per la sua particolare forza:      “Sono uno sventurato! Chi mi libererà da questo corpo votato alla morte?”.  L’apostolo aveva appena affermato che con la sua interiorità segue il Vangelo di Cristo ma con il suo corpo la legge del peccato. Sembrerebbe che in quest’espressione esista una profonda parentela, se non un’identità, con quanto affermato nella dottrina platonica: il corpo è un peso, un ostacolo per l’anima! Sembrerebbe che vi sia un concetto duale di uomo, anima e corpo, in cui la prima viene oppressa dal secondo. Nonostante ciò le “somiglianze” non ci devono trarre in inganno. Infatti è celebre il famoso passo in cui san Paolo, predicando la resurrezione del corpo, viene dileggiato e abbandonato dagli uditori pagani (At 17,32). Per il mondo pagano, intriso di platonismo, un corpo che risorge e vive in eterno finisce per essere un’eterna prigione dell’anima! È viva, dunque, la differenza tra l’antropologia del Cristianesimo primitivo (di fatto erede del monismo antropologico semitico dove l’uomo è un’unità di corpo, anima e spirito) e quella pagana. “Paolo ha certamente introdotto una nuova terminologia estranea all’uso tradizionale ebraico ma non ha introdotto alcuna nuova antropologia basata sul dualismo ellenistico. San Paolo non si riferisce mai né alla psyché né al pneyma come ad una facoltà dell’intelligenza umana. La sua antropologia è ebraica, non ellenistica” (G.S. ROMANIDES, Il peccato originale secondo san Paolo).È evidente che per il Cristianesimo primitivo la carne non può essere un male, dal momento che il Figlio di Dio la assume e la strappa alla morte con la sua resurrezione. San Paolo, tuttavia, sa che è indebolita dal momento che in essa vi dimora parassitariamente il peccato (cfr. Rom 7, 17-18), l’inclinazione al male. Ma nel contesto paolino la malattia e la corruzione non riguarda solo la carne ma pure l’anima che non è una realtà sana in se stessa. Cristo giunge per l’una e l’altra portando la sanità nell’uomo intero. Questo è, ancora una volta, un fondamentale elemento di differenza con il mondo pagano.    CORPO E ANIMA IN AGOSTINO D’IPPONA Il vescovo d’Ippona, Aurelio Agostino, che così tanto ha influito nel pensiero occidentale nel corso dei secoli, evidentemente confessava con san Paolo la resurrezione della carne. Agostino in un primo tempo conobbe l’eresia dei manichei e un suo capo, il vescovo Fausto, contro il quale scrisse un trattato in difesa del Cristianesimo. È noto che i manichei avessero un’idea molto negativa del corpo considerandolo un male in sé. Essi evitavano accuratamente anche le relazioni sessuali. Agostino combatté i manichei ma la sua idea assai negativa della sessualità finì per allungare un’ombra anche sul senso e il valore del corpo. “Comprendi dunque, se lo puoi, o anima tanto appesantita da un corpo soggetto alla corruzione e aggravata da pensieri terrestri molteplici e vari; comprendi, se lo puoi, che Dio è Verità. È scritto infatti che Dio è luce (1Gv 1,5), non la luce che vedono i nostri occhi, ma quella che vede il cuore, quando sente dire: è la Verità. Non cercare di sapere cos’è la verità, perché immediatamente si interporranno la caligine delle immagini corporee e le nubi dei fantasmi e turberanno la limpida chiarezza, che al primo istante ha brillato al tuo sguardo, quando ti ho detto: Verità. Resta, se puoi, nella chiarezza iniziale di questo rapido fulgore che ti abbaglia, quando si dice: Verità. Ma non puoi, tu ricadi in queste cose abituali e terrene. Qual è dunque, ti chiedo, il peso che ti fa ricadere, se non quello delle immondezze che ti hanno fatto contrarre il glutine della passione e gli sviamenti della tua peregrinazione?” (De Trinitate, 8,2). Dal passo citato è evidente che ci sono delle risonanze che riportano alla memoria le credenze platoniche. Quello che si nota in questo passo è l’insistenza sul corpo soggetto alla corruzione per il “glutine della passione?, mentre l’anima non pare essere luogo in cui vi può essere malattia. Essa, addirittura, sarebbe in grado di cogliere subitaneamente il concetto di “verità” ed è oscurata in questa sua capacità solo dai limiti che il corpo, con le sue pulsioni animali, le impone. In un altro passo la spiccata fobia per il sesso di Agostino porta il lettore a concludere che l’aspetto corporeo nell’uomo è una cosa negativa in sé: “Quanto a me, penso che le relazioni sessuali vadano radicalmente evitate. Penso che nulla avvilisca l’uomo quanto le carezze di una donna e i rapporti corporali che fanno parte del matrimonio” (Soliloquia, 1, 10).  Le posizioni sul corpo in Agostino che questi due passi fanno intuire, sono mirabilmente sintetizzate nelle seguenti parole:  “L’impianto generale della filosofia agostiniana è quello platonico. Agostino stesso dichiara ripetutamente di appartenere alla ‘setta’ (scuola) dei platonici. Questo vale anche per l’antropologia, che rimane sostanzialmente di stampo platonico, anche se con qualche notevole variazione (rapporti tra anima e corpo, dottrina della illuminazione, importanza del fattore volitivo, ecc.). Agostino è contrario a ridurre – come fa Platone – l’uomo all’anima […]. Tuttavia nei confronti del corpo Agostino ha la stessa diffidenza e disprezzo che aveva manifestato Platone […]: ‘E affinché l’anima sia meno ostacolata nell’aderire tutta al tutto della verità, la morte è desiderata come definitiva ricompensa, in quanto fuga totale e liberazione dal corpo’ (De quantitate animæ 33, 76)” (B. MONDIN, L’uomo secondo il disegno di Dio, p. 51-52).  È evidente che, nonostante le molte precisazioni cristiane (come, ad esempio, quelle presenti nella polemica contro i platonici in La Città di Dio, XXII, 11), l’antropologia agostiniana alla fine subisce una pesante influenza di ordine platonico dove corpo e anima si contrappongono suggerendo che la salvezza cristiana si realizza solo con la fuga dell’anima dal corpo. Questo elemento si ripercuoterà portando ad un certo disprezzo della carne, cosa che caratterizzerà ogni ambiente cristiano che acriticamente si legherà al pensiero del vescovo ipponate esaltandone alcuni aspetti decisamente critici.   CORPO E ANIMA IN DIONIGI L’AREOPAGITA La visione dell’uomo che anima Dionigi è quella di un uomo totalmente trasfigurato (corpo e anima), “deificato”, termine che Agostino non usa mai. Per Dionigi questa visione teologica non è teoria, speculazione filosofica astratta o plagio da autori pagani. Per questo egli ammonisce severamente:  “Perciò coloro che temerariamente rivelano gli insegnamenti divini prima di avervi conformato la propria condotta e la propria vita, sono empi e completamente estranei alla santa legislazione” (DIONIGI AREOPAGITA , La Gerarchia ecclesiastica, III, 14).  In questo senso, è interessante osservare come Massimo il Confessore descriva Dionigi:  “Come uno specchio non offuscato da alcuna macchia di passioni, [le parole di Dionigi] avevano la forza di comprendere e di esporre chiaramente ciò che gli uditori non potevano neppure percepire”. (MASSIMO IL CONFESSORE, Mistagogia, Proemio).  Questo dimostra che le osservazioni di Dionigi attorno all’uomo e alla sua deificazione non sono il frutto di un’ardita operazione intellettuale, di un ingegnoso “incastro” tra Cristianesimo e Platonismo ma nascono prima di tutto da una percezione di tipo interiore, da un dono divino. Quello che sta al centro dell’opera di Dionigi, seppure vi siano risonanze di tipo platonico, è la realtà della Grazia che cambia la visione e i ragionamenti sull’uomo. In altri termini Dionigi non osserva l’uomo con gli occhiali dell’ideologia platonica ma dal pinnacolo della contemplazione divina. Questo aspetto per uno studioso di oggi può passare completamente inosservato ed è per questo che l’unica conclusione alla quale egli può giungere è quella di ritenere il lavoro di Dionigi un incontro più o meno riuscito tra concetti cristiani e concetti platonici.

Tuttavia, se si pone sul banco di prova la definizione di Dionigi come platonico, osservando i suoi scritti da un semplice punto di vista tematico, i “conti” non tornano.

Infatti, secondo la filosofia ellenistica, l’anima è illuminata dalla gnosi, con la quale è rimandata al suo stato originario. L’anima non necessita assolutamente di un rinnovamento ontologico o di una trasfigurazione operata da un Dio incarnato, né è necessario superare uno stato di “peccato”. Nella mentalità degli antichi filosofi ellenisti Dio e il “nuovo uomo” si raggiungevano tramite la gnosi, la conoscenza e la contemplazione intellettuale. Viceversa, nell’insegnamento cristiano Dio non è mai essenzialmente raggiungibile dall’intelletto e la rivelazione spirituale oltrepassa ogni capacità di conoscenza umana.  Se non si ha presente questi fondamenti, è facile equivocare ritenendo che il Cristianesimo patristico a cui Dionigi appartiene, soggiace a categorie platoniche. Ma possiamo anche fare una verifica diversa interrogando direttamente un autore cristiano dei primi secoli cristiani. Avremo una risposta inequivocabile. Giustino, il quale sempre per una pessima semplificazione viene denominato “il primo cristiano platonico”, confessa:  “Decisi di entrare in contatto anche con i platonici, i quali godevano di grande fama. Eccomi dunque a frequentare assiduamente un uomo assennato, giunto da poco nella mia città, che eccelleva tra i platonici, e ogni giorno facevo progressi notevolissimi. Mi affascinava la conoscenza delle realtà incorporee e la contemplazione delle Idee eccitava la mia mente. Ben presto dunque ritenni di essere divenuto un saggio e coltivavo la sciocca speranza di giungere alla immediata visione di Dio. Perché questo è lo scopo della filosofia di Platone” (GIUSTINO, Dialogo con Trifone, II, 6, 91). La differenza sui fondamenti è evidente ed è proprio quella ad opporre Giustino ai Platonici. Anche per Dionigi possiamo trarre le medesime conclusioni: per quanto usi un linguaggio affine al mondo platonico, non aderisce al Platonismo ma al Cristianesimo. Per questo non lo si può definire “platonico”. D’altronde, la sua antropologia lo dimostra chiaramente, seppure non sia trattata in modo sistematico e si possa rinvenire qua e là all’interno delle sue opere. Un concetto di anima santa e di corpo puro non è assolutamente propria al platonismo eppure è fermamente confessata da Dionigi: “Le anime sante che in questa vita potevano lasciarsi andare all’inclinazione verso il peggio, nella resurrezione avranno uno stato divinissimo e immutabile; d’altra parte, i corpi puri che hanno la stessa condizione e le stesse vicissitudini delle anime sante, che sono stati arruolati insieme e insieme hanno combattuto in divine fatiche, riceveranno la propria risurrezione nella stabilità immutabile delle anime riguardo alla vita divina. Infatti, i corpi, dopo essersi uniti alle sante anime con le quali erano uniti durante questa vita, resi come membra di Cristo, riceveranno una quiete divina, incorruttibile, immortale e beata” (DIONIGI AREOPAGITA, Gerarchia Ecclesiastica, 1. 552D-B). Che Dionigi sia assolutamente contro coloro che, come pure gli gnostici, partono da una concezione negativa della materia, lo si nota qualche riga oltre:  “Altri, poi, attribuiscono alle anime la possibilità di congiungersi con altri corpi [non materiali], commettendo ingiustizia, io credo, per quanto sta in loro, verso i corpi che hanno sofferto con le loro divine anime e rifiutando empiamente le sacre ricompense ai corpi che sono giunti al termine delle corse divinissime” (Ib., 556C). In questi significavi passi Dionigi qualifica l’anima con il termine di “santa”, “divina” e il corpo con quello di “puro”. A monte di queste qualificazioni sta evidentemente la dottrina cristiana per la quale né il corpo né l’anima sono santi in sé ma vengono resi santi e puri dalla purificazione, illuminazione e divinizzazione per Grazia. Questo concetto di “redenzione totale” operata da Dio, redenzione dell’anima e del corpo, è chiara in Dionigi: “Se infatti il defunto nell’anima e nel corpo ha passato una vita cara a Dio, il suo corpo meriterà di essere associato agli onori dell’anima santa con cui ha diviso il combattimento e i santi sudori. Allora la divina giustizia dà in dono all’anima, insieme con il proprio corpo, un riposo adeguato ad esso, in quanto compagno e compartecipe della vita santa o di quella contraria. Perciò la legge divina dà in dono ad entrambi la partecipazione tearchica alle cose sante: all’anima nella pura contemplazione e nella scienza dei misteri, al corpo simbolicamente nell’unguento divinissimo e nei simboli molto sacri della santa comunione, santificando tutto l’uomo e santamente operando tutta la sua salvezza, e annunciando che la sua risurrezione sarà perfettissima con le purificazioni totali” (Ib. III, 565B-C).  Se si soppesano attentamente questi passi antropologici non v’è possibilità alcuna di ritenerli “platonici”, né di ritenere platonico il suo autore. Tra le opere dionisiane, quella su “I nomi divini” può parere la più “platonica”. Ma anche qui Dionigi tiene conto della rivelazione ricevuta dalla Chiesa, la quale si presenta notevolmente diversa dal pensiero dei neoplatonici suoi interlocutori. Per quanto riguarda il nostro tema, Dionigi tiene conto della realtà dell’Incarnazione, cioè del fatto che il Figlio di Dio si è unito personalmente, per sempre, ad una sostanza umana completa divenendo realmente uomo (Cfr. ID., Sui nomi divini, II, 10). Si è sempre sottolineato che nel Platonismo le realtà invisibili sono più elevate e importanti di quelle visibili, dal momento che viene posto un evidente dualismo nella spiegazione di tutta la realtà compresa quella umana. Ci chiediamo sinceramente se questa è pure l’idea di Dionigi. Notiamo che, invece, a Dionigi sta a cuore mostrare che Dio, posto al di sopra di tutto, non coincide con la semplice immaterialità in modo da poterla contrapporre alla materialità. Lo Spirito, per Dionigi, “sta al di sopra di ogni immaterialità e divinizzazione che si possa pensare” (Ib., II, 8). Così la vera distinzione non si ha tra “spiritualità” e “materialità”, tra “anima” e “corpo” ma tra quella che poi verrà definita come “realtà increata” (Dio) e “realtà creata” (il mondo spirituale e materiale).

CONCLUSIONE Agostino e Dionigi non sono rimasti lettera morta. Le loro impostazioni antropologiche hanno influito, seppur in modo diversificato, nel pensiero e nel cammino delle Chiese. Agostino, che si muove da un pensiero piuttosto pessimistico della natura umana e del corpo in particolare, sarà un autore al quale Tommaso d’Acquino ricorrerà molto spesso. Tommaso, a sua volta, è stato per secoli il riferimento principale della teologia latina e, in parte, lo è anche oggi. La Chiesa latina non mancherà di soffermarsi sul pessimismo antropologico agostiniano finendo a volte a illustrare una visione cupa della sessualità e del corpo. Non si può dimenticare che, per una consuetudine popolare spiritualista non ancora morta, la Salvezza operata da Cristo è stata spesso trattata come una questione di “salvezza dell’anima”, non di salvezza totale: “salvatevi l’anima”, ripetevano i predicatori fino a qualche tempo fa. In questo contesto il corpo pare evidentemente secondario e non si può non ravvedere in ciò un chiaro influsso antropologico agostiniano. Il pessimismo antropologico non mancherà d’impressionare l’animo tormentato e sensibile del monaco agostinano Lutero il quale perverrà a conclusioni ancor più estreme. Sul versante opposto, quello del Cristianesimo orientale, la dottrina spirituale di Dionigi sarà ripresa da Massimo il Confessore ma, prima di lui, quest’impostazione caratterizzerà anche autori come Gregorio di Nissa. Questa dottrina spirituale non trascura la realtà del corpo dal momento che conformemente alla Rivelazione cristiana, Cristo assume un corpo, risorge con un corpo, ascende al cielo con un corpo. Perciò l’appartenenza del corpo all’essenza dell’uomo e alla persona stessa fu fortemente sottolineata nei primi secoli dai Padri contro lo gnosticismo e, nuovamente, nel IV e V secolo contro l’origenismo e le differenti forme con il quale il platonismo si ripresentava (tra cui il neoplatonismo). Fu infine riaffermata nel XIV secolo nel quadro della difesa della spiritualità esicasta che accordava al corpo un posto fondamentale. Come Dionigi, i Padri greci sono stati definiti “platonici”. Dal poco che è stato accennato si comprende che tale aggettivo fa torto alla realtà dei fatti. D’altra parte secondo lo studioso greco Cavarnos:  “[I Padri] non avrebbero avuto alcuna obiezione ad essere chiamati semplicemente ‘filosofi’, a chiamare il Cristianesimo ‘filosofia’, ‘divina filosofia’ e a caratterizzare serie riflessioni su alcuni problemi o argomenti, come quelli da essi affrontati, con il termine ‘filosofare’. Ma nessuno di loro ha chiamato se stesso o qualche altro cristiano predecessore, dal quale avevano imparato, ‘platonico’, ‘aristotelico’, ‘cristiano platonico’ o ‘cristiano aristotelico’. Simili caratterizzazioni erano per loro impensabili” (C. CAVARNOS, The Hellenic-Christian Philosophical Tradition, p. 17).  Da questo quadro bisogna invece estrapolare come un caso a parte e singolare Agostino, dal momento che egli non è mai riuscito a superare completamente le posizioni dualistiche assimilate nel suo periodo pre-cristiano e il suo singolare disprezzo per la corporeità. Sulla base di ciò alcuni hanno coerentemente concluso che “così l’Occidente ricevette come cristiano un insegnamento che era in realtà pagano in molti dei suoi aspetti” (A. KALOMIROS, Il fiume di fuoco).   Chiaranz Pietro    

IL DONO DELLA SAPIENZA / 1 (anche Paolo)

http://www.donbosco-torino.it/ita/Kairos/Celebrazioni/04-05/04-Doni_Spirito_Santo_Sapienza.html

IL DONO DELLA SAPIENZA / 1 (anche Paolo)

Il dono della sapienza consiste in una illuminazione dello Spirito Santo in forza della quale noi possiamo contemplare Dio e le verità della nostra fede provandone gioia e gusto. Più c’è luce, quindi, e più si ama. Invece, il dono dell’intelletto (come vedremo in seguito), ci permette di penetrare, come d’intuito, nelle verità rivelate. Tra i due doni non ci sono confini ben marcati, essi si completano. Così il dono della sapienza viene in soccorso al nostro intelletto con una luce straordinaria per farci scoprire Dio, le sue perfezioni, Gesù Cristo e il suo grande mistero, per darcene una conoscenza piena di buon sapore e di calore. “Beati i puri di cuore perché vedranno Dio” (Mt 5,8). Una vista penetrante, dunque, un occhio limpido, una lente di ingrandimento che ci rende capaci, ma sempre nella pura fede, di una contemplazione amorosa e bella, continua e appassionata di Dio. L’anima rimane come incantata o assopita durante la sua preghiera. Lo Spirito svela al suo cuore cose che uno “capisce”, cioè racchiude entro di sé, ma che non si possono assolutamente descrivere. Il campo del dono della sapienza non sono le visioni né le estasi, ma la certezza di stare familiarmente a tu per tu con il Signore. Una antifona della festa di Santa Cecilia dice così: “La vergine Cecilia portava nel cuore l’Evangelo di Cristo, e giorno e notte parlava con Dio”. Il dono della Sapienza ha adombrato la Vergine di Nazaret, quando ricevette l’annuncio dell’Angelo Gabriele. Per opera dello Spirito Santo, Maria concepì prima nel cuore e poi nel grembo immacolato il Figlio di Dio. Per questa altissima conoscenza di Dio e del suo progetto la Vergine, conquistata dall’Amore, non esitò a dire: “Ecco la serva del Signore, si faccia di me secondo la tua parola” (Lc 1,38). Scendendo, poi, dalle alte sfere, diciamo che il dono della sapienza illumina la nostra strada e guida i nostri passi nella vita quotidiana, nella ordinaria amministrazione delle nostre faccende domestiche e di comunità. Ci aiuta a discernere e a giudicare l’amore: quando è dono e quando invece è puro egoismo o semplice erotismo. Ci dice se la nostra gioia è superficiale, ingannevole, oppure vera contentezza dei figli di Dio.

Preghiamo con il libro della Sapienza (7,22-26) Nella Sapienza c’è uno spirito intelligente, santo, unico, molteplice, sottile, mobile, penetrante, senza macchia, terso, inoffensivo, amante del bene, acuto, libero, benefico, amico dell’uomo, stabile, sicuro, senz’affanni. Onnipotente, onniveggente e che pervade tutti gli spiriti intelligenti, puri, sottilissimi. È un’emanazione della potenza di Dio, un effluvio genuino della gloria dell’Onnipotente, per questo nulla di contaminato in essa s’infiltra. È un riflesso della Luce perenne, uno specchio senza macchia dell’attività di Dio e un’immagine della sua bontà.

La sapienza è un dono che oltre a farci conoscere Dio ci procura un gusto spirituale, una dolcezza che non si può esprimere; ci procura una visione piena di sapore, di gioia e di consolazione. Sempre e solo nella fede viva. Raggio di luce, ma anche raggio di calore. La sapienza ha il potere di infiammare mente e cuore: un gusto sperimentale di Dio e delle cose di Dio. “Gustate e vedete quanto è buono il Signore” (Sal 34,9). L’anima è rapita e assapora l’incontro. Si tuffa in lui, perché la conoscenza luminosa di Dio si trasforma in desiderio di possederlo, e il desiderio vivissimo diventa già possesso pieno di gusto. Per questo dice: “Gustate” e poi “vedete”, anche se prima c’è il vedere e poi il gustare, ma sia l’una che l’altra azione vengono riferite alla bontà del Signore. E allora il Salmo 34 prosegue: “Beato l’uomo che in lui si rifugia”.

Preghiamo con San Paolo (cf 1 Cor 1,23-30) Noi predichiamo Cristo crocifisso, scandalo per i Giudei, stoltezza per i pagani; ma per coloro che sono chiamati, predichiamo Cristo potenza di Dio e sapienza di Dio. Dio ha scelto ciò che nel mondo è stolto per confondere i sapienti, Dio ha scelto ciò che nel mondo è debole per confondere i forti. Dio ha scelto ciò che nel mondo è ignobile e disprezzato perché nessun possa gloriarsi davanti a Dio. Cristo Gesù è diventato per noi sapienza, giustizia, santificazione e redenzione.

Gustare Dio ci conduce al senso del riposo, del silenzio, della pace e favorisce enormemente la lode, il ringraziamento, il canto di gioia, l’amicizia, e, naturalmente, anche l’azione apostolica. Il gusto di Dio ci cambia dal di dentro. Incontrare Gesù in modo forte produce sempre un cambiamento radicale di vita: i santi ne sono la riprova. E il bello è questo: lo Spirito Santo in persona ha l’iniziativa sia della contemplazione come della santificazione e dell’azione.

Questo incontro con il Signore Gesù Cristo lo possiamo avere quando ci fermiamo in adorazione davanti al Tabernacolo o a Gesù esposto. Sono momenti di grande intensità di fede, di intimità, riflessione e propositi. Non c’è bisogno di molte parole: il silenzio è l’ideale. “Io guardo lui e lui guarda me”.

Gli effetti del dono della sapienza Eccone alcuni. Una sensibilità, che possiamo dire divina, nel giudicare avvenimenti, uomini e cose. Per istinto vediamo tutto secondo il cuore di Dio che è buono, pieno di misericordia e giusto. Nulla ci deve turbare. La carità viene portata fino all’eroismo: amate i vostri nemici, fate del bene a quelli che vi odiano, non giudicate, non condannate. Quando uno ama molto è capace di fare mille pazzie. Un esempio è la croce sulla quale Gesù si è lasciato inchiodare per noi. Il Crocifisso ci attira fortemente. Condividiamo con amore i patimenti di Gesù, sostenuti liberamente per i nostri peccati, e gettiamo nel suo cuore turbamenti, dolori e lacrime in abbondanza. Sintesi tra vita attiva e contemplativa, il dono della sapienza pone decisamente l’anima nello stato di unione con Dio anche in mezzo alle faccende quotidiane, le più disparate.

                                                                                Don Timoteo Munari SdB

LA LIBERTÀ CRISTIANA (soprattutto Paolo)

ttp://camcris.altervista.org/liber.html

LA LIBERTÀ CRISTIANA (soprattutto Paolo) 

tradotto liberamente da uno scritto di John MacArthur

« Fratelli, voi siete stati chiamati a libertà; soltanto non fate della libertà un’occasione per vivere secondo la carne, ma per mezzo dell’amore servite gli uni agli altri » (Gal. 5:13).

Una delle mie gioie come pastore è quella di insegnare alle persone la Parola di Dio e spiegare le sue implicazioni nelle loro vite. Tra i dubbi che la gente esprime, non figurano domande su se sia sbagliato mentire, truffare, rubare, uccidere, comemttere adulterio, o concupire. Né mi viene chiesto se i Cristiani dovrebbero leggere la Bibbia, pregare, o parlare agli altri della salvezza in Gesù Cristo. La Bibbia infatti è molto chiara su tutti questi punti. C’è, però, una serie di domande che si trova in un’area che potremmo definire « grigia ». Sono domande che riguardano la libertà cristiana dei credenti. Quali svaghi sono accettevoli? Quale tipo di musica possiamo ascoltare? Come dobbiamo vestirci, cosa mangiare o bere, come impiegare il tempo libero? La Bibbia dà una risposta a queste domande? Alcuni potrebbero dire « no, la Bibbia non ne parla; puoi fare tutto quello che ti pare, sei libero! ». Sebbene la Bibbia non elenchi specificamente ogni possibile decisione che ti troverai a fronteggiare nella vita, essa spiega i princìpi che regolano la libertà cristiana. Essi consentono di discernere ciò che è buono e camminare nella libertà secondo la volontà di Dio, e alla Sua gloria.

MI PORTERA’ BENEFICIO SPIRITUALE? « Ogni cosa è lecita, ma non ogni cosa è utile; ogni cosa è lecita, ma non ogni cosa edifica. » (1 Cor. 10:23) Una cosa « utile » è qualcosa che porta vantaggio; ed « edificare » vuol dire fortificare spiritualmente. Basandoti su questo verso, domandati: « È una cosa che migliorerà la mia vita spirituale? Mi indurrà al bene? Mi edificherà spiritualmente? » Se no, dovresti seriamente riflettere sull’utilità della cosa che vuoi fare.

MI CONDURRA’ AD UNA SCHIAVITU’? « Ogni cosa mi è lecita, ma non ogni cosa è utile. Ogni cosa mi è lecita, ma io non mi lascerò dominare da cosa alcuna. » (1 Cor. 6:12) In questo verso, l’apostolo Paolo dice: « non mi lascerò dominare da cosa alcuna ». Se dunque si tratta di qualcosa che può diventare un’abitudine, guardati dal cadere sotto il suo controllo. Se sei servo del Signore Gesù Cristo, non puoi esserlo di altri.

CONTAMINERA’ IL TEMPIO DI DIO? « Non sapete che il vostro corpo è il tempio dello Spirito Santo che è in voi, il quale voi avete da Dio, e che voi non appartenete a voi stessi? Infatti siete stati comprati a caro prezzo, glorificate dunque Dio nel vostro corpo e nel vostro spirito, che appartengono a Dio. » (1 Cor. 6:19-20)Non fare nulla che possa causare danno al tuo corpo, o esporlo alla vergogna – esso è l’unico mezzo che hai per glorificare Dio. Il passo di Romani 6:13 dice: « Non prestate le vostre membra al peccato come strumenti d’iniquità, ma presentate voi stessi a Dio, come dei morti fatti viventi, e le vostre membra a Dio come strumenti di giustizia ». Il modo in cui scegli di usare il tuo corpo dovrebbe sempre riflettere la tua volontà di onorare Gesù Cristo.

SARA’ CAUSA DI INCIAMPO PER QUALCUNO? « Ora un cibo non ci rende graditi a Dio; se mangiamo, non abbiamo nulla di più, e se non mangiamo, non abbiamo nulla di meno. Badate però che questa vostra libertà non divenga un intoppo per i deboli. » (1 Cor. 8:8-9) Questo è un principio dell’amore. Infatti Romani 13:10 dice: « L’amore non fa alcun male al prossimo; l’adempimento dunque della legge è l’amore ». Se sai che la tua scelta – ciò che tu consideri « nei limiti » e accettevole – può far inciampare e peccare un altro Cristiano, allora ama quel fratello o quella sorella abbastanza da non esercitare quella tua libertà. Non è un comportamento visto di buon occhio dalla nostra società egoista, ma è biblico. Continuare a indulgere in una libertà legittima causando problemi ad un altro Cristiano, è peccato. Infatti, « peccando in tal modo contro i fratelli, ferendo la loro coscienza che è debole, voi peccate contro Cristo. Perciò », prosegue Paolo con un esempio, « se un cibo scandalizza mio fratello, non mangerò mai più carne, per non scandalizzare mio fratello » (1 Cor. 8:12-13).

CONTRIBUIRA’ ALLA CAUSA DELL’EVANGELO? « Non date motivo di scandalo né ai Giudei, né ai Greci, né alla chiesa di Dio; così come anch’io compiaccio a tutti in ogni cosa, cercando non l’utile mio ma quello dei molti, perché siano salvati. » (1 Cor. 10:32-33) Che tu ne sia cosciente o meno, ciò che tu permetti o freni nel tuo comportamento influenza la tua testimonianza per Cristo – e il mondo ti osserva. È una questione di testimonianza – ciò che la tua vita riflette su Dio e sulla tua esperienza con Lui. La tua testimonianza può solo dire la verità su Dio, o dire una menzogna. Le scelte che tu compi nelle aree « grigie » devono riflettere la tua volontà di non causare offesa al nome di Dio, ma anzi portarGli lode.

VIOLERA’ LA MIA COSCIENZA? « Ma chi ha dei dubbi riguardo a ciò che mangia è condannato, perché la sua condotta non è dettata dalla fede; e tutto quello che non viene da fede è peccato. » (Rom. 14:23) Prima, Corinzi 10:25-29 contiene tre riferimenti all’astenersi da una pratica per motivi di coscienza. Infatti, se la tua coscienza è in dubbio o è turbata da ciò che stai considerando di fare, non farlo. È importante avere una coscienza pura davanti a Dio, affinché la tua comunione con Lui non sia impedita. Solo perseverando nella preghiera e studiando la Parola di Dio, potrai comportarti « come figli di luce… esaminando che cosa sia gradito al Signore » (Efes. 5:8-10).

PORTERA’ GLORIA A DIO? « Sia dunque che mangiate, sia che beviate, sia che facciate qualche altra cosa, fate tutto alla gloria di Dio. » (1 Cor. 10:31) Questo verso riassume chiaramente l’obiettivo di tutti i princìpi elencati. Il grido del nostro cuore non è di glorificare il nostro Signore e Salvatore con le nostre vite? Pensa un momento al risultato della tua decisione – Dio sarà glorificato, onorato e lodato mediante essa? Oh che possiamo dire con Gesù: « Io ti ho glorificato sulla terra » (Giov. 17:4).

BENEDETTO XVI – L’ANNO DELLA FEDE. LA RAGIONEVOLEZZA DELLA FEDE IN DIO

https://w2.vatican.va/content/benedict-xvi/it/audiences/2012/documents/hf_ben-xvi_aud_20121121.html

BENEDETTO XVI

UDIENZA GENERALE

Aula Paolo VI

Mercoledì, 21 novembre 2012

L’ANNO DELLA FEDE. LA RAGIONEVOLEZZA DELLA FEDE IN DIO

Cari fratelli e sorelle,

avanziamo in quest’Anno della fede, portando nel nostro cuore la speranza di riscoprire quanta gioia c’è nel credere e di ritrovare l’entusiasmo di comunicare a tutti le verità della fede. Queste verità non sono un semplice messaggio su Dio, una particolare informazione su di Lui. Esprimono invece l’evento dell’incontro di Dio con gli uomini, incontro salvifico e liberante, che realizza le aspirazioni più profonde dell’uomo, i suoi aneliti di pace, di fraternità, di amore. La fede porta a scoprire che l’incontro con Dio valorizza, perfeziona ed eleva quanto di vero, di buono e di bello c’è nell’uomo. Accade così che, mentre Dio si rivela e si lascia conoscere, l’uomo viene a sapere chi è Dio e, conoscendolo, scopre se stesso, la propria origine, il proprio destino, la grandezza e la dignità della vita umana. La fede permette un sapere autentico su Dio che coinvolge tutta la persona umana: è un “sàpere”, cioè un conoscere che dona sapore alla vita, un gusto nuovo d’esistere, un modo gioioso di stare al mondo. La fede si esprime nel dono di sé per gli altri, nella fraternità che rende solidali, capaci di amare, vincendo la solitudine che rende tristi. Questa conoscenza di Dio attraverso la fede non è perciò solo intellettuale, ma vitale. E’ la conoscenza di Dio-Amore, grazie al suo stesso amore. L’amore di Dio poi fa vedere, apre gli occhi, permette di conoscere tutta la realtà, oltre le prospettive anguste dell’individualismo e del soggettivismo che disorientano le coscienze. La conoscenza di Dio è perciò esperienza di fede e implica, nel contempo, un cammino intellettuale e morale: toccati nel profondo dalla presenza dello Spirito di Gesù in noi, superiamo gli orizzonti dei nostri egoismi e ci apriamo ai veri valori dell’esistenza. Oggi in questa catechesi vorrei soffermarmi sulla ragionevolezza della fede in Dio. La tradizione cattolica sin dall’inizio ha rigettato il cosiddetto fideismo, che è la volontà di credere contro la ragione. Credo quia absurdum (credo perché è assurdo) non è formula che interpreti la fede cattolica. Dio, infatti, non è assurdo, semmai è mistero. Il mistero, a sua volta, non è irrazionale, ma sovrabbondanza di senso, di significato, di verità. Se, guardando al mistero, la ragione vede buio, non è perché nel mistero non ci sia luce, ma piuttosto perché ce n’è troppa. Così come quando gli occhi dell’uomo si dirigono direttamente al sole per guardarlo, vedono solo tenebra; ma chi direbbe che il sole non è luminoso, anzi la fonte della luce? La fede permette di guardare il «sole», Dio, perché è accoglienza della sua rivelazione nella storia e, per così dire, riceve veramente tutta la luminosità del mistero di Dio, riconoscendo il grande miracolo: Dio si è avvicinato all’uomo, si è offerto alla sua conoscenza, accondiscendendo al limite creaturale della sua ragione (cfr Conc. Ec. Vat. II, Cost. dogm. Dei Verbum, 13). Allo stesso tempo, Dio, con la sua grazia, illumina la ragione, le apre orizzonti nuovi, incommensurabili e infiniti. Per questo, la fede costituisce uno stimolo a cercare sempre, a non fermarsi mai e a mai quietarsi nella scoperta inesausta della verità e della realtà. E’ falso il pregiudizio di certi pensatori moderni, secondo i quali la ragione umana verrebbe come bloccata dai dogmi della fede. E’ vero esattamente il contrario, come i grandi maestri della tradizione cattolica hanno dimostrato. Sant’Agostino, prima della sua conversione, cerca con tanta inquietudine la verità, attraverso tutte le filosofie disponibili, trovandole tutte insoddisfacenti. La sua faticosa ricerca razionale è per lui una significativa pedagogia per l’incontro con la Verità di Cristo. Quando dice: «comprendi per credere e credi per comprendere» (Discorso 43, 9: PL 38, 258), è come se raccontasse la propria esperienza di vita. Intelletto e fede, dinanzi alla divina Rivelazione non sono estranei o antagonisti, ma sono ambedue condizioni per comprenderne il senso, per recepirne il messaggio autentico, accostandosi alla soglia del mistero. Sant’Agostino, insieme a tanti altri autori cristiani, è testimone di una fede che si esercita con la ragione, che pensa e invita a pensare. Su questa scia, Sant’Anselmo dirà nel suo Proslogion che la fede cattolica è fides quaerens intellectum, dove il cercare l’intelligenza è atto interiore al credere. Sarà soprattutto San Tommaso d’Aquino – forte di questa tradizione – a confrontarsi con la ragione dei filosofi, mostrando quanta nuova feconda vitalità razionale deriva al pensiero umano dall’innesto dei principi e delle verità della fede cristiana. La fede cattolica è dunque ragionevole e nutre fiducia anche nella ragione umana. Il Concilio Vaticano I, nella Costituzione dogmatica Dei Filius, ha affermato che la ragione è in grado di conoscere con certezza l’esistenza di Dio attraverso la via della creazione, mentre solo alla fede appartiene la possibilità di conoscere «facilmente, con assoluta certezza e senza errore» (DS 3005) le verità che riguardano Dio, alla luce della grazia. La conoscenza della fede, inoltre, non è contro la retta ragione. Il Beato Papa Giovanni Paolo II, infatti, nell’Enciclica Fides et ratio, sintetizza così: «La ragione dell’uomo non si annulla né si avvilisce dando l’assenso ai contenuti di fede; questi sono in ogni caso raggiunti con scelta libera e consapevole» (n. 43). Nell’irresistibile desiderio di verità, solo un armonico rapporto tra fede e ragione è la strada giusta che conduce a Dio e al pieno compimento di sé. Questa dottrina è facilmente riconoscibile in tutto il Nuovo Testamento. San Paolo, scrivendo ai cristiani di Corinto, sostiene, come abbiamo sentito: «Mentre i Giudei chiedono segni e i Greci cercano sapienza, noi invece annunciamo Cristo crocifisso: scandalo per i Giudei e stoltezza per i pagani» (1 Cor 1,22-23). Dio, infatti, ha salvato il mondo non con un atto di potenza, ma mediante l’umiliazione del suo Figlio unigenito: secondo i parametri umani, l’insolita modalità attuata da Dio stride con le esigenze della sapienza greca. Eppure, la Croce di Cristo ha una sua ragione, che San Paolo chiama: ho lògos tou staurou, “la parola della croce” (1 Cor 1,18). Qui, il termine lògos indica tanto la parola quanto la ragione e, se allude alla parola, è perché esprime verbalmente ciò che la ragione elabora. Dunque, Paolo vede nella Croce non un avvenimento irrazionale, ma un fatto salvifico che possiede una propria ragionevolezza riconoscibile alla luce della fede. Allo stesso tempo, egli ha talmente fiducia nella ragione umana, al punto da meravigliarsi per il fatto che molti, pur vedendo le opere compiute da Dio, si ostinano a non credere in Lui. Dice nella Lettera ai Romani: «Infatti le … perfezioni invisibili [di Dio], ossia la sua eterna potenza e divinità, vengono contemplate e comprese dalla creazione del mondo attraverso le opere da lui compiute» (1,20). Così, anche S. Pietro esorta i cristiani della diaspora ad adorare «il Signore, Cristo, nei vostri cuori, pronti sempre a rispondere a chiunque vi domandi ragione della speranza che è in voi» (1 Pt 3,15). In un clima di persecuzione e di forte esigenza di testimoniare la fede, ai credenti viene chiesto di giustificare con motivazioni fondate la loro adesione alla parola del Vangelo, di dare la ragione della nostra speranza. Su queste premesse circa il nesso fecondo tra comprendere e credere, si fonda anche il rapporto virtuoso fra scienza e fede. La ricerca scientifica porta alla conoscenza di verità sempre nuove sull’uomo e sul cosmo, lo vediamo. Il vero bene dell’umanità, accessibile nella fede, apre l’orizzonte nel quale si deve muovere il suo cammino di scoperta. Vanno pertanto incoraggiate, ad esempio, le ricerche poste a servizio della vita e miranti a debellare le malattie. Importanti sono anche le indagini volte a scoprire i segreti del nostro pianeta e dell’universo, nella consapevolezza che l’uomo è al vertice della creazione non per sfruttarla insensatamente, ma per custodirla e renderla abitabile. Così la fede, vissuta realmente, non entra in conflitto con la scienza, piuttosto coopera con essa, offrendo criteri basilari perché promuova il bene di tutti, chiedendole di rinunciare solo a quei tentativi che – opponendosi al progetto originario di Dio – possono produrre effetti che si ritorcono contro l’uomo stesso. Anche per questo è ragionevole credere: se la scienza è una preziosa alleata della fede per la comprensione del disegno di Dio nell’universo, la fede permette al progresso scientifico di realizzarsi sempre per il bene e per la verità dell’uomo, restando fedele a questo stesso disegno. Ecco perché è decisivo per l’uomo aprirsi alla fede e conoscere Dio e il suo progetto di salvezza in Gesù Cristo. Nel Vangelo viene inaugurato un nuovo umanesimo, un’autentica «grammatica» dell’uomo e di tutta la realtà. Afferma il Catechismo della Chiesa Cattolica: «La verità di Dio è la sua sapienza che regge l’ordine della creazione e del governo del mondo. Dio che, da solo, «ha fatto cielo e terra» (Sal 115,15), può donare, egli solo, la vera conoscenza di ogni cosa creata nella relazione con lui» (n. 216). Confidiamo allora che il nostro impegno nell’ evangelizzazione aiuti a ridare nuova centralità al Vangelo nella vita di tanti uomini e donne del nostro tempo. E preghiamo perché tutti ritrovino in Cristo il senso dell’esistenza e il fondamento della vera libertà: senza Dio, infatti, l’uomo smarrisce se stesso. Le testimonianze di quanti ci hanno preceduto e hanno dedicato la loro vita al Vangelo lo confermano per sempre. E’ ragionevole credere, è in gioco la nostra esistenza. Vale la pena di spendersi per Cristo, Lui solo appaga i desideri di verità e di bene radicati nell’anima di ogni uomo: ora, nel tempo che passa, e nel giorno senza fine dell’Eternità beata.

LA GARA, LA LOTTA E LA BATTAGLIA – (soprattutto Paolo)

http://www.christianarticles.it/La-gara-la-lotta-e-la-battaglia.htm

LA GARA, LA LOTTA E LA BATTAGLIA – (soprattutto Paolo)

ANASTASIO KIOULACHOGLOU

In Ebrei 12:1-2 noi leggiamo: Ebrei 12:1-2 “Anche noi, dunque, poiché siamo circondati da una così grande schiera di testimoni, deponiamo ogni peso e il peccato che così facilmente ci avvolge, e corriamo con perseveranza la gara che ci è proposta, fissando lo sguardo su Gesù, colui che crea la fede e la rende perfetta. Per la gioia che gli era posta dinanzi egli sopportò la croce, disprezzando l’infamia, e si è seduto alla destra del trono di Dio.” In questo passaggio noi siamo chiamati a correre con perseveranza questa gara che ci è proposta. Questo passaggio presenta il nostro cammino Cristiano, la nostra vita Cristiana, come una gara che abbiamo bisogno di correre: 1. con perseveranza 2. fissando lo sguardo su Gesù, colui che crea la fede e la rende perfetta. Paolo in un altro posto, in Filippesi questa volta, parla di nuovo a proposito di questa gara. Là noi leggiamo: Filippesi 3:12-14 “Non che io abbia già ottenuto tutto questo o sia già arrivato alla perfezione; ma proseguo il cammino per cercare di afferrare ciò per cui sono anche stato afferrato da Cristo {Gesù}. Fratelli, io non ritengo di averlo già afferrato; ma una cosa faccio: dimenticando le cose che stanno dietro e protendendomi verso quelle che stanno davanti, corro verso la mèta per ottenere il premio della celeste vocazione di Dio in Cristo Gesù.” Paolo non si conta se stesso come avendo già ottenuto il premio. Invece egli una cosa faceva: dimenticava le cose che stavano dietro e si protendeva verso quelle che stavano davanti, per ottenere il premio della vocazione celeste di Dio in Cristo Gesù. C’era una meta da raggiungere, un premio da ricevere. Paolo con considerava il premio come avendolo già ottenuto. Invece egli focalizzò la sua vita per ricevere questo premio. Egli era ad obiettivo orientato con lo scopo di ottenere il premio della vocazione celeste di Dio in Cristo Gesù. 1 Corinzi 9:24-27 “Non sapete che coloro i quali corrono nello stadio corrono tutti, ma uno solo ottiene il premio? Correte in modo da riportarlo. Chiunque fa l’atleta è temperato in ogni cosa; e quelli lo fanno per ricevere una corona corruttibile; ma noi, per una incorruttibile. Io quindi corro così; non in modo incerto; lotto al pugilato, ma non come chi batte l’aria; anzi, tratto duramente il mio corpo e lo riduco in schiavitù, perché non avvenga che, dopo aver predicato agli altri, io stesso sia squalificato.” Paolo stava correndo una corsa mirando ad una corona incorruttibile. La sua vita era orientata verso un obiettivo ed il suo obiettivo era di ricevere la corona incorruttibile dalle mani del Signore. Non avrebbe permesso a niente e nessuno di interferire con questo scopo. Egli non stava correndo in un modo incerto. Egli sapeva il Suo scopo ed egli era sicuro per il premio che lo stava aspettando. Come gli atleti disciplinano se stessi avendo in mente il loro scopo di vincere la loro gara, così anche Paolo disciplinava il suo corpo, ponendo attenzione che non fosse disqualificato. Però la gara che Paolo stava correndo non era solo per Paolo. Anche noi corriamo nello stesso stadio. La stessa corona, lo spesso premio, ci sta aspettando. Andando avanti, la corsa che stiamo correndo è anche presentata come una lotta nel passaggio di sopra di 1 Corinzi. Paolo ne parla anche in altri posti. Uno di loro è 1 Timoteo, dove Paolo, dando istruzioni a Timoteo scrive il seguente; 1 Timoteo 6:12 “Combatti il buon combattimento della fede, afferra la vita eterna alla quale sei stato chiamato e in vista della quale hai fatto quella bella confessione di fede in presenza di molti testimoni.” C’è un buon combattimento – il buon combattimento della fede – che dobbiamo combattere. Anche nella sua lettera ai Galati, Paolo chiedendosi quale fosse il loro stato della fede, scrive: Galati 5:7-10 “Voi correvate bene; chi vi ha fermati perché non ubbidiate alla verità? Una tale persuasione non viene da colui che vi chiama. Un po’ di lievito fa lievitare tutta la pasta. Riguardo a voi, io ho questa fiducia nel Signore, che non la penserete diversamente; ma colui che vi turba ne subirà la condanna, chiunque egli sia.” Essi correvano bene ma non più. Qualcuno li ostacolò, li turbò. Sembra anche che in questa corsa ci sia anche un competitore, qualcuno che non vuole che noi corriamo, se possibile, non correre affatto. Paolo parla di nuovo a proposito della gara e del combattimento in 2 Timoteo 2:3-5 1 Timoteo 2:3-5 “Sopporta anche tu le sofferenze, come un buon soldato di Cristo Gesù. Nessuno, prestando servizio come soldato, s’immischia nelle faccende della vita, se vuol piacere a colui che lo ha arruolato. Allo stesso modo quando uno lotta come atleta non riceve la corona, se non ha lottato secondo le regole.” La corsa diventa un combattimento e il combattimento diventa una guerra. L’atleta è anche come un soldato ed il soldato è anche un lottatore. E come un buon soldato deve sopportare le sofferenze. Riassumendo quanto sopra possiamo fare le seguenti conclusioni di un buon corridore della gara, o di un buon soldato: Quindi, un buon soldato o corridore: i) corre la gara con perseveranza. Come Barnes nel suo commentario spiega: “La parola perseveranza in questo posto vuol dire che: dobbiamo correre la gara senza permettere a noi stessi di essere ostacolati da nessun impedimento, e senza abbandonare o indebolirsi lungo la strada. Incoraggiati da molti esempi di quelli che hanno corso la stessa gara prima di noi, dobbiamo perseverare come essi fecero fino alla fine.” ii) Egli non corre in un modo incerto. Egli non batte l’aria. Di fronte i suoi occhi ha il suo scopo, il premio, la corona imperitura. Come Barnes di nuovo spiega; In un modo incerto – (??? ad?´??? ouk adelos). Questa parola non viene utilizzata in nessuna altra parte del Nuovo Testamento. Nella letteratura classica solitamente vuol dire “oscuramente”. Qui vuol dire che egli non sapeva a quale scopo stava correndo. “Io non corro a casaccio; io non mi esercito per niente; Io so a cosa mirare e tengo i miei occhi fissati sull’oggetto; Io ho lo scopo e la corona in vista.” iii) Egli si disciplina e sa molto bene che anch’egli può essere disqualificato. Per quanto riguarda il pericolo di squalifica, Paolo ci dice in 2 Corinzi: 2 Corinzi 13:5 “Esaminatevi per vedere se siete nella fede; mettetevi alla prova. Non riconoscete che Gesù Cristo è in voi? A meno che l’esito della prova sia negativo.” Il buon corridore, esamina se stesso, controlla per vedere se è nella fede. Egli testa e disciplina se stesso. Continuando, il buon soldato non s’immischia nelle faccende della vita. Fa così per poter piacere a colui che l’ha scelto. Noi non possiamo essere soldati di Gesù Cristo e nello stesso tempo avere pieno interesse nei nostri affari. Quando c’è la chiamata per i soldati, essi lasciano indietro i loro affari, le fattorie, negozi e vanno alla guerra. Ora questo non vuol dire che perché siamo soldati di Gesù Cristo dobbiamo lasciare la nostra occupazione. Paolo stesso faceva tende per guadagnarsi da vivere. Ma non dobbiamo essere “immischiati”, preoccupati con esso. Come il “Matthew Henry’s commentary of the whole Bible” dice: “La più grande preoccupazione di un soldato dovrebbe essere di piacere al suo generale; quindi la grande preoccupazione di un Cristiano dovrebbe essere piacere a Cristo, per essere approvato da lui. Il modo per compiacere a lui che ci ha scelto ad essere soldati è di non immischiarsi con gli affari di questa vita, ma libero da tali aggrovigliamenti poiché potrebbero ostacolarci nella nostra santa guerra.” In altre parole direi, di certo abbiamo occupazioni nella quale operiamo o obbligazioni che hanno bisogno delle nostre attenzioni. MA non dobbiamo essere aggrovigliati, intrappolati, stressati, con tutto questo. Queste non sono le mete che noi abbiamo qui. Noi siamo qui per piacere al nostro Generale, essere buoni soldati di GESÙ CRISTO. Noi siamo in una battaglia e non dobbiamo sistemarci come se non lo fossimo! Prolungandomi su questo soggetto, vorrei citare cosa il Signore Gesù disse nella parabola del seminatore: le ansietà di questo mondo, gli inganni della vita ed i piaceri della vita – vale a dire i grovigli con le cose del mondo, Paolo parla di questo – rendono la Parola di Dio infruttuosa. In questa parabola molti cominciano bene. La Parola di Dio fu seminata e spuntò in molti cuori. Pertanto solo l’ultima categoria diede frutto. Questo mostra anche che il numero di quelli che finiscono la gara fruttuosa non è necessariamente uguale al numero che la cominciò. Andiamo a vedere l’ interpretazione che il Signore diede a questa parabola: Luca 8:11-15 “Or questo è il significato della parabola: il seme è la parola di Dio. Quelli lungo la strada sono coloro che ascoltano, ma poi viene il diavolo e porta via la parola dal loro cuore, affinché non credano e non siano salvati. Quelli sulla roccia sono coloro i quali, quando ascoltano la parola, la ricevono con gioia; ma costoro non hanno radice, credono per un certo tempo ma, quando viene la prova, si tirano indietro. Quello che è caduto tra le spine sono coloro che ascoltano, ma se ne vanno e restano soffocati dalle preoccupazioni, dalle ricchezze e dai piaceri della vita, e non arrivano a maturità. E quello che è caduto in un buon terreno sono coloro i quali, dopo aver udito la parola, la ritengono in un cuore onesto e buono e portano frutto con perseveranza.” La seconda e terza categoria cominciarono bene ma essi non finirono bene. Cominciare la gara non è quindi la sola cosa importante. Dopo aver cominciato la gara, quello che è importante è di continuare a correre. Ed il solo modo per continuare a correre con perseveranza è guardando a Gesù colui che crea la fede e la rende perfetta; combattendo la battaglia, con lo scopo di piacere al Generale e non aggrovigliarsi con gli affari della vita. C’è l’ idea sbagliata che diventare Cristiano vuol dire un biglietto per una vita facile, piena di piaceri. La parola “benedizioni” è arrivata a significare che Dio concede qualsiasi cosa che ti fa piacere. Una vita facile in molti casi diventa la meta. Noi dobbiamo fare attenzione che questo non diventi il nostro scopo. La nostra meta qui è di servire il Signore Gesù Cristo e l’aggrovigliarsi, l’attenzione sulle cose di questo mondo può fare una cosa sola: rendere il seme seminato nei nostri cuori infruttuoso. La nostra meta in questa vita non è soddisfare la definizione della società di un uomo di successo. Se Paolo e Pietro e l’altra gente fedele fossero viventi oggi non sarebbero stati valutati molto dalla società. Paolo lascio tutti i privilegi terrestri che aveva, tutto quello che la sua società riconosceva come valori, al fine di acquisire Cristo. Come egli ci dice in Filippesi 3:4-11 Filippesi 3:4-11“benché io avessi motivo di confidarmi anche nella carne. Se qualcun altro pensa di aver motivo di confidarsi nella carne, io posso farlo molto di più; io, circonciso l’ottavo giorno, della razza d’Israele, della tribù di Beniamino, ebreo figlio di Ebrei; quanto alla legge, fariseo; quanto allo zelo, persecutore della chiesa; quanto alla giustizia che è nella legge, irreprensibile. Ma ciò che per me era un guadagno, l’ho considerato come un danno, a causa di Cristo. Anzi, a dire il vero, ritengo che ogni cosa sia un danno di fronte all’eccellenza della conoscenza di Cristo Gesù, mio Signore, per il quale ho rinunciato a tutto; io considero queste cose come tanta spazzatura al fine di guadagnare Cristo e di essere trovato in lui non con una giustizia mia, derivante dalla legge, ma con quella che si ha mediante la fede in Cristo: la giustizia che viene da Dio, basata sulla fede. Tutto questo allo scopo di conoscere Cristo, la potenza della sua risurrezione, la comunione delle sue sofferenze, divenendo conforme a lui nella sua morte, per giungere in qualche modo alla risurrezione dei morti.” Ci sono molte cose che Paolo aveva conseguito prima di diventare Cristiano. Paolo era qualcuno che la sua società onorava. Egli era un uomo “di successo”, secondo le definizioni della sua società, del mondo. Tuttavia egli considerò queste cose come tanta spazzatura al fine di guadagnare Cristo. Per diventare fruttuoso in Cristo, noi dobbiamo sopportare le difficoltà, dobbiamo sopportare le tentazioni e dobbiamo lasciar perdere di avere confidenza nelle ricchezze o nel nostro potere. Se diventiamo Cristiani solo per diventare un po’ più ricchi o un po meglio del nostro vicino o per evitare questa o quella difficoltà, o per ottenere alcuni “benedizioni” allora abbiamo capito male. Come Paolo dice in 1 Corinzi 15:19: 1 Corinzi 15:19 “Se abbiamo sperato in Cristo per questa vita soltanto, noi siamo i più miseri fra tutti gli uomini.” Se noi abbiamo fiducia in Cristo solo in questa vita, se il nostro obbiettivo di fiducia è solo in questa vita, allora noi siamo i più miseri fra tutti gli uomini. Invece lo scopo in questa vita, è di piacere a Colui che ci ha chiamati:il Signore Gesù Cristo. Egli è il nostro Generale, colui che crea la fede e la rende perfetta in noi e noi correremo la gara solo se corriamo con perseveranza, avendo gli occhi fissi SU DI LUI. Gesù Cristo non promise “tu avrai tutto” nella vita. Egli ci invitò a prendere la nostra croce (Marco 8:34). Egli veramente promise benedizioni, ma egli parla anche di difficoltà. C’è un premio ma anche una gara. Una corona ma anche una lotta. E lì che abbiamo bisogno di perseveranza e del giusto obiettivo. È molto facile correre giù dalla collina che di correre su la collina. Per correre giù abbiamo bisogno di molto poco obiettivo di orientamento: le gambe ti porteranno giù. Ma correre su abbiamo bisogno di perseveranza e di essere focalizzati nell’obbiettivo. Senza di questo tu potrai, dopo che ti senti stanco, abbandonare la gara e sederti lungo il sentiero e spendere la tua vita là. Le tre categorie della parabola del seminatore cominciarono bene, ma solo l’ultima categoria scelse di andare avanti sulla collina. Essi erano quelli in cui “[il seme] che è caduto in un buon terreno ……, dopo aver udito la parola, la ritengono in un cuore onesto e buono e portano frutto con perseveranza.” (Luca 8:15). Essi portarono frutto con perseveranza dopo aver ascoltato la parola con un cuore onesto e buono. Imposta come obiettivo il premio della alta vocazione di Dio in Cristo Gesù. Imposta come il tuo obiettivo di piacere a Dio, di essere un buon soldato di Gesù Cristo, qualunque cosa questo potrebbe richiedere. Avete provato e visto che Dio è buono. Concentrate quindi la vostra vita su di Lui La gara: il competitore Come abbiamo visto precedentemente, la vita Cristiana è presentata come una lotta. Anche leggendo Galati precedentemente, noi abbiamo visto che essi correvano bene ma qualcuno ha ostacolato la loro corsa. Abbiamo anche visto la tentazione, l’inganno delle ricchezze, le preoccupazioni di questo mondo ed i piaceri della vita che resero la seconda e la terza categoria della parabola del seminatore infruttuosa. Abbiamo anche visto nella stessa parabola che la prima categoria perse la Parola di Dio seminata in loro perché il diavolo venne e la prese via. Deve essere ovvio da quanto sopra che la gara non è una gara corsa da soli. C’è un competitore nella gara. C’è qualcuno che non vuole che noi finiamo la gara con successo. Egli si oppone al nostro obiettivo, egli vuole che ci fermiamo per non raggiungere la nostra meta. In altre parole, c’è un nemico! Efesini 6 ci parla a proposito della nostra lotta con il nemico: Efesini 6:10-12 “Del resto, fortificatevi nel Signore e nella forza della sua potenza. Rivestitevi della completa armatura di Dio, affinché possiate stare saldi contro le insidie del diavolo; il nostro combattimento infatti non è contro sangue e carne, ma contro i principati, contro le potenze, contro i dominatori di questo mondo di tenebre, contro le forze spirituali della malvagità, che sono nei luoghi celesti.” Questo passaggio, come tutti i versi che lo seguono, descrive la lotta tra noi ed il nemico. Paolo non comincia subito con la descrizione della lotta. Invece egli la comincia con un invito: l’invito a fortificarsi nel Signore e nella forza della sua potenza. Non c’è nessuno come il Signore. Non è il nostro potere che può sopraffare il nostro nemico. È nel potere del Sua potenza e noi dobbiamo fortificarci in questo potere. E l’invito continua chiamandoci a mettere tutta la corazza di Dio. I lottatori hanno una corazza e noi anche soldati di Gesù Cristo ne abbiamo una. E l’armatura ha uno scopo: di restare saldi contro le insidie del diavolo. Il nemico è il diavolo ed egli è vile. Ed il passaggio continua a dirci con chi lottiamo: no contro gli uomini, no contro sangue e carne ma contro i principati, contro le potenze, contro i dominatori di questo mondo di tenebre. Noi lottiamo contro le forze spirituali della malvagità che sono nei luoghi celesti. C’è un nemico quindi a cui dobbiamo resistere, una lotta che dobbiamo lottare indossando un’ armatura. Versi 14-18 descrive questa armatura: Efesini 6:14-18 “State dunque saldi: prendete la verità per cintura dei vostri fianchi; rivestitevi della corazza della giustizia; mettete come calzature ai vostri piedi lo zelo dato dal vangelo della pace; prendete oltre a tutto ciò lo scudo della fede, con il quale potrete spegnere tutti i dardi infuocati del maligno. Prendete anche l’elmo della salvezza e la spada dello Spirito, che è la parola di Dio; pregate in ogni tempo, per mezzo dello Spirito, con ogni preghiera e supplica; vegliate a questo scopo con ogni perseveranza. Pregate per tutti i santi.” Dio ci ha dato questa armatura ed abbiamo bisogno di metterla. Affinché siamo capaci di lottare la lotta contro il nemico. Più descrizioni ed istruzioni riguardo il competitore nella gara sono anche date in 1 Pietro 5:8-11. Là leggiamo: 1 Pietro 5:8-11 “Siate sobri, vegliate; il vostro avversario, il diavolo, va attorno come un leone ruggente cercando chi possa divorare. Resistetegli stando fermi nella fede, sapendo che le medesime sofferenze affliggono i vostri fratelli sparsi per il mondo. Ora il Dio di ogni grazia, che vi ha chiamati alla sua gloria eterna in Cristo {Gesù}, dopo che avrete sofferto per breve tempo, vi perfezionerà egli stesso, vi renderà fermi, vi fortificherà stabilmente. A lui sia la potenza, in eterno. Amen.” Il diavolo è il nostro avversario, il nostro opponente. Egli cammina attorno e il suo scopo è brutale: egli ci vuole divorare. Ecco perché la Parola di Dio ci dice di essere sobri, vigilanti. Come Matthew Henry’s commentary of the Bible commenta su queste due parole: “È il loro dovere ( Cristiano ), 1. Di essere sobri, e governare il dentro ed il fuori dell’interno dell’uomo con le regole di temperanza, modestia, e mortificazione. 2. Essere vigilanti: non sicuro o negligente, ma piuttosto sospettosi del costante pericolo dal nemico spirituale, e, sotto quella apprensione, essere vigilante e diligenti prevenendo i suoi disegni e salvare la nostra anima.” Noi dobbiamo essere focalizzati nella giusta direzione. Sebbene dobbiamo essere vigilanti ed attenti, il nostro obiettivo non deve essere sul diavolo ma sul Signore Gesù Cristo. Noi dobbiamo correre la gara restando focalizzati, guardando a Lui, ed allo stesso tempo essere sobri e vigilanti a causa del nemico. Noi dobbiamo resistere il nemico, fermi nella fede. Questo forse vuol dire che dobbiamo soffrire per un po’. Da ciò diventa evidente ed anche da altri passaggi che abbiamo visto in Timoteo, che la vita Cristiana involve veramente sofferenza, difficoltà. Essa infatti comporta una lotta e richiede fermezza. Esso vuol dire che durante il nostro cammino Cristiano a volte soffriremo. Perché dico tutto ciò? Mi sto concentrando su quelli che per qualche motivo sono scoraggiati nel loro cammino Cristiano; su quelli che soffrono e su quelli che cosa si aspettano da Dio non sembra essere lì. Tu sei nel mezzo di una battaglia ma Dio è CON TE. Come Pietro disse:“ma se uno soffre come cristiano non se ne vergogni, anzi glorifichi Dio, portando questo nome.”(1 Pietro 4:16). Anche Giacomo dice: “Beato l’uomo che sopporta la prova.” ( Giacomo 1:12). Oggi io voglio incoraggiarti a superare la prova. Questo non vuol dire di pretendere che non è successo niente! Possiamo essere feriti nei sentimenti, possiamo aver domande e ci si può chiedere perché Dio permette tutto ciò. Noi dobbiamo esprimere i nostri sentimenti, apertamente a Dio. Dovremmo porgli le nostre domande e dirgli come ci sentiamo. Noi non siamo tenuti a pretendere che siamo incontaminati ed andare avanti, mentre i nostri cuori sono pieni di delusioni. Giobbe era un uomo che visse rettamente e pertanto tutto ad un tratto la distruzione venne su di lui. La sua salute fu danneggiata molto rapidamente. I suoi figli morirono. Egli perse tutte le sue proprietà e sua moglie si beffava di lui riguardo la sua fede. In più i suoi amici, lo incolparono per quello che gli era successo. Chi avrebbe mai immaginato una situazione peggio di questa? Egli non pretese di essere forte ne tanto meno maledì Dio, come sua moglie gli incoraggiò di fare. Invece egli gridò al Signore, aprendogli il cuore ed allo stesso tempo questionandolo. Il suo libro è pieno di perché e domande rivolte a Dio. Tu forse hai sofferto molto e tu forse hai molti perché. Cose che ti aspettavi non sono accadute. Poche cose sono peggiori che di una speranza insoddisfatta. Sperare che Dio lo farà, eppure non lo fa. Forse può essere un lavoro che non hai ottenuto, una moglie che non è venuta, la salute che non è stata ristorata; speranza che non è stata soddisfatta. Qualunque essa sia è una prova. Qualunque cosa sia in te NON dovete chiudere il cuore. Qualunque esso sia parlatene a Dio. Chiedi a Lui; grida a Lui, comunica con Lui. In tutte le sofferenze Giobbe non bestemmiò Dio come la sua moglie gli disse di fare. Poiché disse: “Ecco, mi uccida pure! Oh, continuerò a sperare.”(Giobbe 13:15). In tutte queste orribili sofferenze e in tutto il suo dibattito con Dio, Giobbe era fedele. Una cosa è domandare a Dio essendo in comunione ed un’altra cosa è rigettarlo. Giobbe era pieno di dolore ma sopportò la prova. Sua moglie, la quale non so se aveva la fede all’inizio o no, era anche piena di dolore ma non resistette. Forse aveva la speranza in Dio nei giorni felici ma nei giorni della sofferenza ella si smarrì……seconda categoria della parabola del seminatore. Ma Giobbe disse: “Abbiamo accettato il bene dalla mano di Dio, e rifiuteremmo di accettare il male?” (Giobbe 2:10). Giobbe era preparato e devi esserlo anche tu. Tu ti devi preparare e prendere una decisione costi quel che costi, qualunque sofferenza, qualunque speranza insoddisfatta, o qualsiasi altra cosa necessaria, tu resterai fedele fino alla fine. Fedeltà non è un’idea…..ma fedele a Dio che ha rivelato Se Stesso a te. Prendi la decisione di correre la gara fino alla fine, qualunque cosa sia necessaria, e corri con perseveranza fissando lo sguardo su Gesù, colui che crea la fede e la rende perfetta! Come Pietro dice: “Ora il Dio di ogni grazia, che vi ha chiamati alla sua gloria eterna in Cristo {Gesù}, dopo che avrete sofferto per breve tempo, vi perfezionerà egli stesso, vi renderà fermi, vi fortificherà stabilmente. A lui sia la potenza, in eterno. Amen.”

 

GIOVANNI PAOLO II – IL VALORE DELL’IMPEGNO NELLE REALTÀ TEMPORALI (anche Paolo)

http://w2.vatican.va/content/john-paul-ii/it/audiences/2000/documents/hf_jp-ii_aud_20001213.html

GIOVANNI PAOLO II –

UDIENZA GENERALE

Mercoledì, 13 dicembre 2000 

IL VALORE DELL’IMPEGNO NELLE REALTÀ TEMPORALI (anche Paolo)

1. L’apostolo Paolo afferma che “la nostra patria è nei cieli” (Fil 3,20), ma non ne conclude che possiamo aspettare passivamente l’ingresso nella patria, anzi ci esorta ad impegnarci attivamente. “Non stanchiamoci di fare il bene – scrive -; se infatti non desistiamo, a suo tempo mieteremo. Come dunque ne abbiamo l’occasione, operiamo il bene verso tutti, soprattutto verso i fratelli nella fede” (Gal 6,9-10). La rivelazione biblica e la migliore sapienza filosofica concordano nel sottolineare che, da un lato, l’umanità è protesa verso l’infinito e l’eternità, dall’altro, essa è saldamente piantata sulla terra, entro le coordinate del tempo e dello spazio. C’è una meta trascendente da raggiungere, ma attraverso un percorso che si sviluppa sulla terra e nella storia. Le parole della Genesi sono illuminanti: la creatura umana è legata alla polvere della terra, al tempo stesso ha un “respiro” che la unisce direttamente a Dio (cfr Gn 2,7). 2. È ancora la Genesi ad affermare che l’uomo, uscito dalle mani divine, fu collocato “nel giardino di Eden, perché lo coltivasse e lo custodisse” (2,15). I due verbi del testo originale ebraico sono quelli usati altrove per indicare anche il ‘servire’ Dio e l’‘osservare’ la sua parola, cioè l’impegno di Israele nei confronti dell’alleanza con il Signore. Questa analogia sembra suggerire che un’alleanza primaria unisce il Creatore ad Adamo e a ogni creatura umana, un’alleanza che si compie nell’impegno di riempire la terra, soggiogando e dominando i pesci del mare e gli uccelli del cielo e ogni essere che striscia sulla terra (cfr Gn 1,28; Sal 8,7-9).  Purtroppo spesso l’uomo compie questa missione a lui assegnata da Dio non come un artefice sapiente, ma come un tiranno prepotente. Alla fine si ritrova in un mondo devastato e ostile, in una società frantumata e lacerata, come ancora ci insegna la Genesi nel grande affresco del capitolo terzo, dove descrive la rottura dell’armonia dell’uomo con il suo simile, con la terra e con lo stesso Creatore. È questo il frutto del peccato originale, cioè della ribellione avvenuta fin dall’inizio al progetto che Dio aveva affidato all’umanità. 3. Dobbiamo, perciò, con la grazia di Cristo Redentore, rifare nostro il disegno di pace e sviluppo, di giustizia e solidarietà, di trasformazione e valorizzazione delle realtà terrestri e temporali, adombrato nelle prime pagine della Bibbia. Dobbiamo continuare la grande avventura dell’umanità nel campo della scienza e della tecnica, scavando nei segreti della natura. Occorre sviluppare – attraverso l’economia, il commercio e la vita sociale – il benessere, la conoscenza, la vittoria sulla miseria e su ogni forma di umiliazione della dignità umana.  L’opera creativa è in un certo senso delegata da Dio all’uomo, così che essa continui sia nelle straordinarie imprese della scienza e della tecnica, sia nel quotidiano impegno dei lavoratori, degli studiosi, delle persone che con le loro menti e le loro mani mirano a “coltivare e custodire” la terra e a rendere più solidali gli uomini e le donne tra loro. Dio non è assente dalla sua creazione, anzi “ha coronato di gloria e di onore l’uomo” rendendolo, con la sua autonomia e libertà, quasi suo rappresentante nel mondo e nella storia (cfr Sal 8,6-7). 4. Come dice il Salmista, al mattino “l’uomo esce al suo lavoro, per la sua fatica fino a sera” (Sal 104,23). Anche Cristo valorizza nelle sue parabole quest’opera dell’uomo e della donna nei campi e nel mare, nelle case e nelle assemblee, nei tribunali e nei mercati. La assume per illustrare simbolicamente il mistero del Regno di Dio e della sua attuazione progressiva, pur consapevole che spesso questo lavoro è vanificato dal male e dal peccato, dall’egoismo e dall’ingiustizia. La misteriosa presenza del Regno nella storia sostiene e vivifica l’impegno del cristiano nei suoi compiti terreni. Coinvolti in quest’opera e in questa lotta, i cristiani sono chiamati a collaborare con il Creatore per realizzare sulla terra una “casa dell’uomo” più conforme alla sua dignità e al disegno divino, una casa nella quale “misericordia e verità s’incontreranno, giustizia e pace si baceranno” (Sal 85,11). 5. In questa luce vorrei riproporre alla vostra meditazione le pagine che il Concilio Vaticano II ha dedicato, nella costituzione pastorale Gaudium et spes (cfr cc. III e IV), all’“attività umana nell’universo” e al “compito della Chiesa nel mondo contemporaneo”. “Per i credenti – insegna il Concilio – una cosa è certa: l’attività umana individuale e collettiva, ossia quell’ingente sforzo col quale gli uomini nel corso dei secoli cercano di migliorare le proprie condizioni di vita, considerato in se stesso, corrisponde al disegno di Dio” (GS, 34).  La complessità della società moderna rende sempre più arduo l’impegno di animare le strutture politiche, culturali, economiche e tecnologiche che spesso sono senza anima. In questo orizzonte difficile e promettente la Chiesa è chiamata a riconoscere l’autonomia delle realtà terrene (cfr GS, 36), ma anche a proclamare efficacemente “la priorità dell’etica sulla tecnica, il primato della persona sulle cose, la superiorità dello spirito sulla materia” (Congregazione per l’Educazione Cattolica, In questi ultimi decenni, 30-12-1988, n. 44). Solo così si compirà l’annunzio di Paolo: “La creazione stessa attende con impazienza la rivelazione dei figli di Dio… e nutre la speranza di essere lei pure liberata dalla schiavitù della corruzione, per entrare nella libertà della gloria dei figli di Dio” (Rm 8,21).

 

LA SAPIENZA DIVINA SI INCARNA: MANDA LA TUA VERITÀ E LA TUA LUCE: MI GUIDINO AL TUO MONTE SANTO. (anche Paolo)

http://www.corsodireligione.it/bibbiaspecial/sapienza/sapienza_6.htm

LA SAPIENZA DIVINA SI INCARNA: MANDA LA TUA VERITÀ E LA TUA LUCE: MI GUIDINO AL TUO MONTE SANTO. (anche Paolo)

Io come luce sono venuto nel mondo (Gv 12, 46). « Veniva nel mondo la luce vera, quella che illumina ogni uomo » (Gv. 1, 9).

Fil 2,5 Abbiate in voi gli stessi sentimenti che furono in Cristo Gesù, 6 il quale, pur essendo di natura divina, non considerò un tesoro geloso la sua uguaglianza con Dio; 7 ma spogliò se stesso, assumendo la condizione di servo e divenendo simile agli uomini; apparso in forma umana, 8 umiliò se stesso facendosi obbediente fino alla morte e alla morte di croce. 9 Per questo Dio l’ha esaltato e gli ha dato il nome che è al di sopra di ogni altro nome; 10 perché nel nome di Gesù ogni ginocchio si pieghi nei cieli, sulla terra e sotto terra; 11 e ogni lingua proclami che Gesù Cristo è il Signore, a gloria di Dio Padre. Gesù è la sapienza divina fatta uomo. Gesù crocefisso risorto è la sapienza divina fatta uomo che salva l’uomo dalla morte, con la resurrezione. Mat 11,19 È venuto il Figlio dell’uomo, che mangia e beve, e dicono: Ecco un mangione e un beone, amico dei pubblicani e dei peccatori. Ma alla sapienza è stata resa giustizia dalle sue opere». Gv 6,53 Gesù disse: «In verità, in verità vi dico.: se non mangiate la carne del Figlio dell’uomo e non bevete il suo sangue, non avrete in voi la vita. 54 Chi mangia la mia carne e beve il mio sangue ha la vita eterna e io lo risusciterò nell’ultimo giorno. 55 Perché la mia carne è vero cibo e il mio sangue vera bevanda. 56 Chi mangia la mia carne e beve il mio sangue dimora in me e io in lui. 57 Come il Padre, che ha la vita, ha mandato me e io vivo per il Padre, così anche colui che mangia di me vivrà per me. 58 Questo è il pane disceso dal cielo, non come quello che mangiarono i padri vostri e morirono. Chi mangia questo pane vivrà in eterno». ..62 E se vedeste il Figlio dell’uomo salire là dov’era prima? 63 È lo Spirito che dà la vita, la carne non giova a nulla; le parole che vi ho dette sono spirito e vita. 64 Ma vi sono alcuni tra voi che non credono». 1Col2,30 Ed è per lui che voi siete in Cristo Gesù, il quale per opera di Dio è diventato per noi sapienza, giustizia, santificazione e redenzione, 31 perché, come sta scritto: Chi si vanta si vanti nel Signore. La Parola di Gesù è promessa di vita eterna. E’ il progetto di Dio per chi crede in Gesù . Rivela la Sapienza di Dio, lo Spirito di Dio, il suo Amore per l’uomo, la Carità. E’ Parola viva e creatrice perchè chi la accoglie riceve la vita eterna (nei sacramenti). Non è una serie di vocaboli impotenti ma è Spirito divino che è Potenza, Potenziale, Forza divina creatrice, Sacro, pronto ad agire in chi lo accoglie. Perciò la Parola di Gesù non è un semplice insegnamento, è attiva è Vita. Vita eterna  pronta a entrare nel corpo dell’uomo che la accoglie.. Attraverso questa Sapienza che si attua nel sacramento , Gesù e il Padre dimorano nel cristiano. Il Vangelo di Gesù, la vita eterna del corpo e l’attesa della resurrezione è Sapienza divina, Spirito che dà la vita…eterna. Spirito che purifica la mente. La Parola di Gesù è anche comandamento, istruzione, giacchè è alleanza. Condizione perchè lo Spirito di Sapienza e di Carità viva e dimori nel cristiano è che egli viva tutte le sue opere ispirato da questo Spirito. Questo Spirito è la sua Legge. Se uno dice che possiede lo Spirito e odia suo fratello è un bugiardo. Chi ascolta le mie parole, dice Gesù, le contempla, ne respira lo spirito, fa vivere questo spirito in lui è come colui che costruisce la sua casa- esistenza sulla roccia: sarà eterna. Il cristiano vive e cresce in questo Spirito-Sapienza. Questo Spirito lo consola , guida la sua vita e risplende come luce per tutti, come sale- sapore- sapienza dell vita per tutti. Il cristiano che possiede lo Spirito riconosce lo stesso spirito e chiama fratello ( = della mia stessa carne umano-divina) coloro che lo  » parlano » o operano. Lo Spirito di Gesù, la Sapienza che vive nel cristiano,è la Sapienza che ancora si incarna e si incultura come in Gesù. Chi non possiede lo spirito non può comprendere le cose dello Spirito. I cristiani attraverso le Parole della sapienza divina antica e nuova ( antica alleanza e nuova alleanza) respirano lo Spirito divino, lo stesso Spirito che tutti hanno ricevuto nella salvezza cristiana attraverso i sacramenti. Questo Spirito rivela loro il mistero della salvezza che hanno ricevuto e che Gesù continua ad operare il loro. Con parole umane , secondo questo Spirito, esse annunciano la salvezza cristiana. Mt 11,25 In quel tempo Gesù disse: «Ti benedico, o Padre, Signore del cielo e della terra, perché hai tenuto nascoste queste cose ai sapienti e agli intelligenti e le hai rivelate ai piccoli. I piccoli sono, nel linguaggio rabbinico, i discepoli, coloro che hanno fame della sapienza divina e con umiltà e mitezza si mettono al servizio del rabbino che gliela trasmette.. 26 Sì, o Padre, perché così è piaciuto a te. 27 Tutto mi è stato dato dal Padre mio; nessuno conosce il Figlio se non il Padre, e nessuno conosce il Padre se non il Figlio e colui al quale il Figlio lo voglia rivelare. Un rabbino parla per sentito dire da profeti e sapienti ;Gesù è il Figlio di Dio e può rivelarlo a coloro che diventano suoi discepoli. 28 Venite a me, voi tutti, che siete affaticati e oppressi, e io vi ristorerò. I rabbini insegnavano la sapienza divina come precetti della Legge Antica da seguire; il giogo della Legge Divina era pesante perchè i rabbini moltiplicavano i precetti interpretando la Legge nella infinita casistica della vita. Diventare discepoli significava sottomettersi ad una vita rigorosa e faticosa, »pesante ». Gesù invece promette ristoro, ciè sollievo . L’opposto. 29 Prendete il mio giogo sopra di voi e imparate da me, che sono mite e umile di cuore, e troverete ristoro per le vostre anime. 30 Il mio giogo infatti è dolce e il mio carico leggero». Gesù insegna la Sapienza della Legge Nuova, quella della Nuova Alleanza che Egli realizza. La Nuova Legge, la Carità, il giogo dello Spirito di Gesù, è dolce e leggero, dà sollievo e ristoro ai discepoli del giudaismo, affaticati e stanchi della precettistica rabbinica. E’ uno Spirito dolce e leggero, che dà ristoro perchè è lo Spirito della Carità. La Nuova Sapienza, quella che viene dalla Nuova Alleanza si ottiene praticando la Legge dell’ Amore soprannaturale, quello mostrato da Gesù con la sua vita, passione e morte. L’insegnamento è unico : Giov 13,34 Vi do un comandamento nuovo: che vi amiate gli uni gli altri; come io vi ho amato, così amatevi anche voi gli uni gli altri. Giov 15,9 Come il Padre ha amato me, così anch’io ho amato voi. Rimanete nel mio amore. I cristiani giungono alla Sapienza del cuore praticando e contemplando e interpretando la Legge della Carità in tutta la casistica della vita. Intrepretando ogni momento e situazione della vita per mettervi la carità. Quando il cristiano annuncia la salvezza che ha ricevuto, che vive e che Gesù offre a chiunque crede in Lui, quando evangelizza, egli lo fa con la sapienza del suo cuore, quella che ha maturato interpretando e praticando la Carità nella sua vita.

PAOLO E LA SAPIENZA CRISTIANA 1Co 2,1 Anch’io, o fratelli, quando sono venuto tra voi, non mi sono presentato ad annunziarvi la testimonianza di Dio con sublimità di parola o di sapienza. 2 Io ritenni infatti di non sapere altro in mezzo a voi se non Gesù Cristo, e questi crocifisso. Fil 2,5 Abbiate in voi gli stessi sentimenti che furono in Cristo Gesù, 6 il quale, pur essendo di natura divina, non considerò un tesoro geloso la sua uguaglianza con Dio; 7 ma spogliò se stesso, assumendo la condizione di servo e divenendo simile agli uomini; apparso in forma umana, 8 umiliò se stesso facendosi obbediente fino alla morte e alla morte di croce. 9 Per questo Dio l’ha esaltato e gli ha dato il nome che è al di sopra di ogni altro nome; 10 perché nel nome di Gesù ogni ginocchio si pieghi nei cieli, sulla terra e sotto terra; 11 e ogni lingua proclami che Gesù Cristo è il Signore, a gloria di Dio Padre. Gesù crocefisso ( e risorto) è rivelazione della Sapienza di Dio. 1 Cor 2,3 Io venni in mezzo a voi in debolezza e con molto timore e trepidazione; 4 e la mia parola e il mio messaggio non si basarono su discorsi persuasivi di sapienza  [ =dimostrazioni rabbiniche : Paolo è rabbino] , ma sulla manifestazione dello Spirito e della sua potenza, [ nella effusione attraverso la Parola, i sacramenti e la vita comunitaria di carità ] 5 perché la vostra fede non fosse fondata sulla sapienza umana, ma sulla potenza di Dio [ la sapienza divina, lo Spirito, la Potenza Divina di Amore soprannaturale]. 1col1,17 Cristo infatti non mi ha mandato a battezzare, ma a predicare il vangelo [ che suscita la fede cui segue la preparazione al battesimo ed ai sacramenti della Chiesa] ; non però con un discorso sapiente [ = da rabbino] , perché non venga resa vana la croce di Cristo. 18 La parola della croce infatti è stoltezza per quelli che vanno in perdizione, ma per quelli che si salvano, per noi, (la parola della croce) è potenza di Dio. 19 Sta scritto infatti: Distruggerò la sapienza dei sapienti e annullerò l’intelligenza degli intelligenti. Distruggere, umiliare la sapienza umana è una regola costante del governo di Dio . Ai tempi d’Isaia, quando la sapienza politica dei capi di Giuda considerava l’alleanza coll’Egitto come il mezzo di difendersi dall’invasione degli Assiri, Dio fa dichiarare a Gerusalemme per mezzo del suo profeta che Is 29,14«la sapienza dei suoi savi perirà e l’intelligenza degl’intendenti svanirà» . Dopo l’invasione assira Dio liberò Gerusalemme in un modo che non era venuto in mente ai sapienti di Israele. Paolo applica qui la parola d’Isaia, resa liberamente dalla versione dei LXX, per mettere in evidenza che la crocefissione di Gesù, il Messia di Jhwh, mai e poi mai sarebbe stata prevista dai sapienti di Israele come mezzo salvifico ; anzi, sarebbe stata considerata -ed è così ancora – stoltezza , chiunque l’avesse contemplata. 1Co 3,19 perché la sapienza di questo mondo è stoltezza davanti a Dio. Sta scritto infatti: Egli prende i sapienti per mezzo della loro astuzia.[ Gb 5,11- Colloca gli umili in alto e gli afflitti solleva a prosperità; 12 rende vani i pensieri degli scaltri e le loro mani non ne compiono i disegni; 13 coglie di sorpresa i saggi nella loro astuzia e manda in rovina il consiglio degli scaltri.] La sapienza cristiana , la sapienza della croce, non era immediatamente deducibile da parte dei rabbini, solo il « rabbino » Gesù l’aveva vista nella parola sul Servo di Jhwh (Is 24-25) ; essa è manifestazione creativa e indeducibile dello Spirito Divino, della sua Potenza. Su questa potenza – mirabilmente ed eminentemente manifestata nella resurrezione di Gesù e dei santi al momento della sua morte e poi nella Chiesa-si fonda la fede cristiana. 1Co 2,6 Tra i perfetti parliamo, sì, di sapienza, ma di una sapienza che non è di questo mondo, né dei dominatori di questo mondo che vengono ridotti al nulla; 7 parliamo di una sapienza divina, misteriosa, che è rimasta nascosta, e che Dio ha preordinato prima dei secoli per la nostra gloria. 8 Nessuno dei dominatori di questo mondo ha potuto conoscerla; se l’avessero conosciuta, non avrebbero crocifisso il Signore della gloria. 9 Sta scritto infatti: Quelle cose che occhio non vide, né orecchio udì, né mai entrarono in cuore di uomo, queste ha preparato Dio per coloro che lo amano.[libera fusione di Is 64,3- 65,16-40,13 e Nm 27,12) L’Evangelo contiene bensì la soluzione dei più alti problemi che possano affacciarsi alla mente, ma la sua sapienza non ha la sua origine nello sforzo della mente umana, anche se si prendono i sommi suoi rappresentanti nel campo del pensiero, come in quello della potenza politica. Questi, che il mondo considera come i suoi capi, svaniscono con la loro sapienza dinanzi alla rivelazione di Dio in Cristo. Nel nuovo ordine di cose inaugurato dal secondo Adamo, i loro principi, i loro metodi, i loro ideali son destinati a sparite come le tenebre dinanzi al sole 1Corinzi 1:19-20. 1 Col 2,20 Dov’è il sapiente? Dov’è il dotto? Dove mai il sottile ragionatore di questo mondo? Non ha forse Dio dimostrato stolta la sapienza di questo mondo? 21 Poiché, infatti, nel disegno sapiente di Dio il mondo, con tutta la sua sapienza, non ha conosciuto Dio, è piaciuto a Dio di salvare i credenti con la stoltezza della predicazione. 22 E mentre i Giudei chiedono i miracoli e i Greci cercano la sapienza, 23 noi predichiamo Cristo crocifisso, scandalo per i Giudei, stoltezza per i pagani; 24 ma per coloro che sono chiamati, sia Giudei che Greci, predichiamo Cristo potenza di Dio e sapienza di Dio. 25 Perché ciò che è stoltezza di Dio è più sapiente degli uomini, e ciò che è debolezza di Dio è più forte degli uomini. 26 Considerate infatti la vostra chiamata, fratelli: non ci sono tra voi molti sapienti secondo la carne, non molti potenti, non molti nobili. 27 Ma Dio ha scelto ciò che nel mondo è stolto per confondere i sapienti, Dio ha scelto ciò che nel mondo è debole per confondere i forti, 28 Dio ha scelto ciò che nel mondo è ignobile e disprezzato e ciò che è nulla per ridurre a nulla le cose che sono, 29 perché nessun uomo possa gloriarsi davanti a Dio 1 Cor 2,10 .. a noi Dio le ha rivelate per mezzo dello Spirito; lo Spirito infatti scruta ogni cosa, anche le profondità di Dio. 11 Chi conosce i segreti dell’uomo se non lo spirito dell’uomo che è in lui? Così anche i segreti di Dio nessuno li ha mai potuti conoscere se non lo Spirito di Dio. 12 Ora, noi non abbiamo ricevuto lo spirito del mondo, ma lo Spirito di Dio per conoscere tutto ciò che Dio ci ha donato. 13 Di queste cose noi parliamo, non con un linguaggio suggerito dalla sapienza umana, ma insegnato dallo Spirito, esprimendo cose spirituali in termini spirituali. 14 L’uomo naturale però non comprende le cose dello Spirito di Dio; esse sono follia per lui, e non è capace di intenderle, perché se ne può giudicare solo per mezzo dello Spirito. 15 L’uomo spirituale invece giudica ogni cosa, senza poter essere giudicato da nessuno. 16 Chi infatti ha conosciuto il pensiero del Signore in modo da poterlo dirigere? Ora, noi abbiamo il pensiero di Cristo. 1Co 3,1 Io, fratelli, sinora non ho potuto parlare a voi come a uomini spirituali, ma come ad esseri carnali, come a neonati in Cristo. 2 Vi ho dato da bere latte, non un nutrimento solido, perché non ne eravate capaci. E neanche ora lo siete; 3 perché siete ancora carnali: visto che c’è [ancora] tra voi invidia e discordia, non siete forse carnali e non vi comportate in maniera tutta umana? …Non sapete che siete [ già] tempio di Dio e che lo Spirito di Dio abita in voi? 17 Se uno distrugge il tempio di Dio, Dio distruggerà lui. Perché santo è il tempio di Dio, che siete voi. 18 Nessuno si illuda. Se qualcuno tra voi si crede un sapiente in questo mondo, si faccia stolto per diventare sapiente; 19 perché la sapienza di questo mondo è stoltezza davanti a Dio. Sta scritto infatti: Egli prende i sapienti per mezzo della loro astuzia. 20 E ancora: Il Signore sa che i disegni dei sapienti sono vani. 21 Quindi nessuno ponga la sua gloria negli uomini. Giac 1,5 Se qualcuno di voi manca di sapienza, la domandi a Dio, che dona a tutti generosamente e senza rinfacciare, e gli sarà data Col 2,2strettamente congiunti nell’amore, essi acquistino in tutta la sua ricchezza la piena intelligenza, e giungano a penetrare nella perfetta conoscenza del mistero di Dio, cioè Cristo, 3 nel quale sono nascosti tutti i tesori della sapienza e della scienza. Giov 17,3 Questa è la vita eterna: che conoscano te, l’unico vero Dio, e colui che hai mandato, Gesù Cristo. Os 6,3 Affrettiamoci a conoscere il Signore, la sua venuta è sicura come l’aurora. Verrà a noi come la pioggia di autunno, come la pioggia di primavera, che feconda la terra». Quella vita eterna che Gesù doveva dare ai credenti è conoscenza di Dio il Padre, e di Gesù Cristo il Figliuolo, quale ci sono rivelati mediante l’opera dello Spirito. È un errore il supporre, come fanno molti, che quando questa « conoscenza » ci vien presentata come « la vita eterna », dobbiamo considerarla come il mezzo o la via per cui si giunge a quella vita. 1Gv 5,11 Dio ci ha dato la vita eterna e questa vita è nel suo Figlio. 1Gv 5,20 Sappiamo anche che il Figlio di Dio è venuto e ci ha dato l’intelligenza per conoscere il vero Dio. E noi siamo nel vero Dio e nel Figlio suo Gesù Cristo: egli è il vero Dio e la vita eterna. La vera conoscenza di Dio e di Gesù Cristo è la vita eterna. Infatti essa a implica conformità di mente e di cuore a Dio e a suo Figlio, e ciò costituisce quella santità e quella felicità che sono l’essenza della vita eterna. Non si può aver l’una senza l’altra. 2Co 4,6 E Dio che disse: Rifulga la luce dalle tenebre, rifulse nei nostri cuori, per far risplendere la conoscenza della gloria divina che rifulge sul volto di Cristo. Eb 8,11 Né alcuno avrà più da istruire il suo concittadino, né alcuno il proprio fratello, dicendo: Conosci il Signore! Tutti infatti mi conosceranno, dal più piccolo al più grande di loro. 12 Perché io perdonerò le loro iniquità e non mi ricorderò più dei loro peccati. 1Gv 4,6 Noi siamo da Dio. Chi conosce Dio ascolta noi; chi non è da Dio non ci ascolta. Da ciò noi distinguiamo lo spirito della verità e lo spirito dell’errore. 1Co 15,34 Ritornate in voi, come conviene, e non peccate! Alcuni infatti dimostrano di non conoscere Dio; ve lo dico a vostra vergogna.

123456

Une Paroisse virtuelle en F... |
VIENS ECOUTE ET VOIS |
A TOI DE VOIR ... |
Unblog.fr | Créer un blog | Annuaire | Signaler un abus | De Heilige Koran ... makkel...
| L'IsLaM pOuR tOuS
| islam01