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PAPA FRANCESCO – DOTTRINA E IDEOLOGIA (anche Paolo)

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PAPA FRANCESCO – DOTTRINA E IDEOLOGIA (anche Paolo)

MEDITAZIONE MATTUTINA NELLA CAPPELLA DELLA DOMUS SANCTAE MARTHAE

Venerdì, 19 maggio 2017

(da: L’Osservatore Romano, ed. quotidiana, Anno CLVII, n.116, 20/05/2017)

«È parso bene allo Spirito Santo e a noi…»: non ha perso tutta la sua attualità l’incipt della lettera che gli apostoli scrivono ai cristiani «di Antochia, di Siria e di Pissidia», dopo aver discusso tra loro in quello che è stato il primo vero concilio della storia della Chiesa. Proprio quelle parole, riportate negli Atti degli apostoli, Francesco ha voluto rilanciare chiedendo «la grazia dell’obbedienza matura al magistero della Chiesa», di essere fedeli «a Pietro, ai vescovi» e «allo Spirito Santo che guida e sorregge questo processo». Celebrando la messa a Santa Marta venerdì mattina, 19 maggio, il Papa non ha mancato di mettere in guardia dal «trasformare la dottrina in ideologia», creando difficoltà e divisioni.
«Nella Chiesa dall’inizio ci sono state difficoltà» ha subito riconosciuto Francesco. Tanto che anche «nella prima comunità cristiana, per esempio, c’erano gelosie, lotte di potere: qualche furbetto che voleva guadagnare e comprare il potere, come Simone o quella coppia di ipocriti Anania e Safira che volevano farsi vedere come veri cristiani ma sotto il tavolo facevano i loro affari». Insomma, ha affermato il Papa, «sempre ci sono stati problemi: siamo umani, siamo peccatori e le difficoltà ci sono, anche nella Chiesa, fra noi, sempre». E «in un certo senso — ha precisato — l’essere peccatori ci porta all’umiltà e ad avvicinarsi al Signore, come salvatore dei nostri peccati». Per questa ragione «è una grazia sentirsi peccatori, è una grazia».
«Ma ci sono altri problemi più grossi, non questi di tutti i giorni» ha proseguito il Pontefice facendo riferimento al passo degli Atti degli apostoli (15, 22-31) proposto dalla liturgia come prima lettura: «Il problema di questo brano è la fine del problema che è incominciato con Pietro: quando Pietro va da Cornelio, un pagano, e battezza Cornelio». E «qui la storia verte sulla stessa questione: Paolo e Bàrnaba ad Antiochia hanno sofferto tanto, lì, perché è vero che Gesù aveva detto: “verranno altri popoli”; è vero, ma non ha detto come questi popoli dovessero entrare nella Chiesa». Perciò, ha affermato il Papa, «alcuni dicevano: “No, prima si devono fare giudei e poi entrare”. Questo è il nocciolo del problema».
Semplificando il ragionamento, Francesco ha spiegato che «da una parte» c’erano «quelli che volevano che prima si facessero giudei e poi si battezzassero». E «dall’altra», invece, c’erano «quelli che pensavano: “No, lo chiama il Signore? Che vengano”». Ecco allora che «quando Pietro spiega questo, la visione che ha avuto, e poi quando vede che lo Spirito Santo scende su Cornelio e la sua famiglia, dice quella frase: “Chi sono io per chiudere la porta allo Spirito Santo?”». Tutto questo — ha ricordato Francesco — «succede anche ad Antiochia: poi Paolo è lapidato, è lasciato come morto». Sono «perseguitati».
C’è infatti, ha proseguito il Pontefice, «questo gruppetto» che «va da una parte all’altra con le diffamazioni, con chiacchiere brutte, pesanti». E «anche dice, un passo più avanti — ma è la stessa storia ad Antiochia — che sono andati dalle donne pie, che avevano influsso sulle autorità, perché cacciassero via gli apostoli». Così «gli apostoli alla fine si riuniscono per studiare questo problema: cosa facciamo con i pagani, quelli che vogliono diventare cristiani, quelli che lo Spirito Santo chiama a diventare cristiani?». E gli apostoli «vogliono trattare la cosa nella presenza di Dio: molto probabilmente, in questa riunione, ci sono state discussioni forti ma con buono spirito». Anche «Paolo, dice il libro degli Atti in un’altra parte, ha detto cose forti a Pietro, ma sempre davanti a Dio, con buono spirito». Invece «c’è un altro gruppetto che faceva confusione e gli apostoli dicono così: “Abbiamo saputo che alcuni di noi, ai quali non avevamo dato nessun incarico — sovrani — sono venuti a turbarvi con discorsi che hanno sconvolto i vostri animi”».
«E così ci troviamo davanti a due gruppi di persone» ha rilanciato il Papa: «Il gruppo degli apostoli che vogliono discutere il problema e gli altri che vanno e creano problemi, dividono, dividono la Chiesa, dicono che quello che predicano gli apostoli non è quello che Gesù ha detto, che non è la verità». Da parte loro, «gli apostoli discutono la cosa e alla fine, abbiamo sentito, come si mettono d’accordo». Ma «non è — ha fatto presente Francesco — un accordo politico, è l’ispirazione dello Spirito Santo che li porta a dire: niente cose, niente esigenze», se non l’obbligo di «non mangiare carne in quel tempo, la carne sacrificata agli idoli perché era fare comunione con gli idoli, astenersi dal sangue, dagli animali soffocati — perché era uno scandalo mangiare il sangue, la carne soffocata, anche se è una cosa che oggi appare secondaria — e dalle unioni illegittime». E «dall’altra la libertà dello Spirito: così i pagani possono entrare nella Chiesa senza passare per la circoncisione, direttamente».
Il Papa ha fatto anche notare che «è bello come incomincia questa lettera» degli apostoli: «”È parso bene allo Spirito Santo e a noi”: lo Spirito e loro si mettono d’accordo». E «questo è il primo concilio della Chiesa, per chiarire la dottrina». Poi ce ne «sono stati tanti, fino al Vaticano II, che hanno chiarito la dottrina: per esempio, quando noi recitiamo il Credo, è il risultato dei concili che hanno precisato la dottrina». Infatti, ha affermato il Pontefice, «è un dovere della Chiesa chiarire la dottrina perché si capisca bene quello che Gesù ha detto nei Vangeli, qual è lo spirito dei Vangeli». E gli Atti raccontano, appunto, «il primo: davanti a un problema hanno chiarito, le cose sono così». Anche «a Efeso, per esempio, quando si discuteva se Maria è madre di Dio, hanno fatto il concilio per chiarire quel problema, perché lo Spirito Santo e loro, il Papa con i vescovi, tutti insieme e vanno avanti».
«Ma sempre c’è stata quella gente — ha messo in guardia Francesco — che senza alcun incarico va a turbare la comunità cristiana con discorsi che sconvolgono le anime: “Eh, no, questo che ha detto quello è eretico, quello non si può dire, quello no, la dottrina della Chiesa è questa”». In realtà «sono fanatici di cose che non sono chiare, come questi fanatici che andavano lì seminando zizzania per dividere la comunità cristiana». Proprio «questo è il problema: quando la dottrina della Chiesa, quella che viene dal Vangelo, quella che ispira lo Spirito Santo — perché Gesù ha detto: “Lui ci insegnerà e vi farà ricordare quello che io ho insegnato” — diventa ideologia». Ecco «il grande errore di questa gente: questi che andavano lì non erano credenti, erano ideologizzati, avevano un’ideologia che chiudeva il cuore all’opera dello Spirito Santo». Invece «gli apostoli sicuramente hanno discusso forte, ma non erano ideologizzati: avevano il cuore aperto a quello che lo Spirito diceva». Ecco perché, «dopo la discussione», iniziano la loro lettera scrivendo: «È parso allo Spirito e a noi».
«Non dobbiamo spaventarci, quando sentiamo queste opinioni degli ideologi della dottrina» ha affermato il Pontefice. «La Chiesa ha il suo proprio magistero, il magistero del Papa, dei vescovi, dei concili, e dobbiamo andare su quella strada che viene dalla predicazione di Gesù e dall’insegnamento e l’assistenza dello Spirito Santo: è sempre aperta, sempre libera». E «questa è la libertà dello Spirito, ma nella dottrina». Invece coloro «che sono andati lì, ad Antiochia, a fare chiasso e a dividere la comunità, sono ideologi». Perché «la dottrina unisce, i concili uniscono sempre, la comunità cristiana». È l’ideologia che «divide» ma «per loro è più importante l’ideologia che la dottrina: lasciano da parte lo Spirito Santo».
«Oggi mi viene di chiedere la grazia dell’obbedienza matura al magistero della Chiesa — ha confidato, infine, Francesco — quell’obbedienza a quello che la Chiesa ci ha insegnato sempre e ci continua a insegnare». E così facendo «sviluppa il Vangelo, lo spiega ogni volta meglio, in fedeltà a Pietro, ai vescovi e, in definitiva, allo Spirito Santo che guida e sorregge questo processo». In questa prospettiva il Papa ha invitato «anche a pregare per quelli che trasformano la dottrina in ideologia, perché il Signore gli dia la grazia della conversione all’unità della Chiesa, allo Spirito Santo e alla vera dottrina».

 

GRAZIA MERAVIGLIOSA (anche Paolo)

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GRAZIA MERAVIGLIOSA (anche Paolo)

Nell’ultima pubblicazione di questa rivista abbiamo appreso che Dio ci ama e che ci ha dimostrato il suo amore con molte azioni meravigliose. In questa pubblicazione vorrei analizzare le basi del nostro rapporto con Dio. Non ci sarebbe alcun bisogno di fare questa analisi, ma sappiamo bene che esistono molti tipi di relazioni, ognuna fondata su base diversa. Questa analisi diventa ancora più importante se si tiene conto di questo fatto: molti cristiani hanno paura che la loro relazione con Dio possa finire, probabilmente a causa di errori che (si preoccupano) possano arrecare dispiacere a Dio. In questa pubblicazione mostreremo che la nostra relazione con Dio non può finire perché è basata sulla grazia, NON sulle opere.

1. Che cos’è la grazia?
La parola “grazia” usata nella Bibbia (inglese “grace”) è la traduzione della parola greca “charis”, che significa “favore immeritato gratuito”. Nella Bibbia, il suo significato è “benevolenza immeritata da parte di Dio”. È estremamente importante capire il significato preciso di questa parola, perché troppo spesso le persone confondono la grazia con le opere. Ma la grazia e le opere sono cose completamente diverse. Leggiamo Romani 4:4:
Romani 4:4
“Ora a colui che opera, la ricompensa non è considerata come grazia, ma come debito”
In questo passo la parola “grazia” è l’equivalente della parola “charis” nel testo greco e, come abbiamo appena appreso, significa grazia. Questo passo ci dice che quando qualcuno opera per qualcosa, quello che riceve in cambio è una ricompensa per l’opera fatta. La ricompensa non gli viene data per grazia perché ha operato per questa e quindi l’ha meritata. Allo stesso modo, quando la Parola di Dio dice che qualcosa ci è stato dato per grazia, significa che ci è stato dato come dono, come qualcosa per cui non eravamo qualificati e per cui non abbiamo lavorato. Pertanto, è chiaro che le cose o si guadagnano per le opere o vengono date per grazia. Non è possibile averle sia per le opere sia per grazia contemporaneamente. Le difficoltà nel capire e nell’accettare questo fatto hanno portato molti cristiani a provare a ottenere con le opere quello che già avevano, invece di rallegrarsi di quello che avevano già per grazia e utilizzarlo per costruire la loro relazione con Dio. In Romani 11:6 troviamo un altro passo che definisce la grazia e il suo legame con le opere.

Romani 11:6
“E se è per grazia, non è più per opere, altrimenti (cioè per opere) la grazia non sarebbe più grazia.”
Questo passo ci spiega ancora una volta quello che già abbiamo visto: se qualcosa è ottenuto per le opere, allora non può essere ottenuto per grazia altrimenti “la grazia non sarebbe più grazia”!!! La Parola di Dio è così chiara e pura. Molte persone che si avvicinano alla Parola di Dio pensano che quello che leggono debba avere un significato diverso da quello che è scritto. Dobbiamo invece capire che la Parola di Dio significa esattamente quello che dice e che dice esattamente quello che significa. Sta a noi, poi, non accettare che la Parola di Dio produca strane idee come ad esempio che dono significa ricompensa e grazia significa opere. Ci avviciniamo alla Parola di Dio con il preconcetto che dobbiamo fare qualcosa per raggiungere una posizione giusta davanti a Dio, e quando vediamo che la Parola di Dio dice che questa posizione ci è stata data per grazia, per mezzo di Gesù Cristo, allora ci preoccupiamo che c’è qualcosa di sbagliato nella Parola. Dovremmo piuttosto chiederci cosa c’è di sbagliato nei nostri preconcetti. Quando vi avvicinate alla Parola di Dio, NON DOVETE MAI FARLO CON DEI PRECONCETTI. Dovete avvicinarvi con l’intenzione di adattare le vostre idee alla Bibbia e non di adattare la Bibbia ai vostri preconcetti. Per quanto concerne l’argomento di salvezza e giustizia esaminato qui, e tenendo conto della confusione che abbonda a riguardo, è sorprendente come Dio stia particolarmente attento nel dirci che quando dice grazia intende dire grazia e non opere!!! Dobbiamo comprendere e apprezzare l’attenzione speciale da parte di Dio.

2. Il giusto, salvato per grazia
La buona novella1 contenuta nella parte della Parola di Dio indirizzata ai credenti dopo il giorno di Pentecoste è che Gesù Cristo aveva rispettato tutte le condizioni richieste, così semplicemente credendo in lui sarete giusti e salvati. È davvero una buona notizia, no? Come leggiamo in Efesini:
Efesini 2:8
“Voi infatti siete stati salvati PER GRAZIA, mediante la fede, e ciò non viene da voi, è il DONO di Dio, non per opere, perché nessuno si glori.”
E Romani 3:20-23, 28
“Perché NESSUNA carne sarà giustificata davanti a lui (Dio) per le opere della legge; mediante la legge infatti vi è la conoscenza del peccato. Ma ORA, indipendentemente dalla legge, è stata manifestata la giustizia di Dio, alla quale rendono testimonianza la legge e i profeti, cioè LA GIUSTIZIA DI DIO MEDIANTE LA FEDE IN GESÙ CRISTO VERSO TUTTI E SOPRA TUTTI COLORO CHE CREDONO, perché non c’è distinzione; poiché tutti hanno peccato e sono privi della gloria di Dio, ma SONO GRATUITAMENTE GIUSTIFICATI PER LA SUA GRAZIA, MEDIANTE LA REDENZIONE CHE È IN CRISTO GESÙ .…. Noi dunque riteniamo che l’uomo è giustificato mediante la fede senza le opere della legge.”
I passi precedenti, insieme a molti altri, affermano che la nostra salvezza e la nostra giustificazione davanti a Dio non sono basate sul numero di opere buone che abbiamo fatto, che facciamo e che faremo, ma sulla grazia di Dio. Secondo questi passi, anche se rispettiamo tutta la legge non saremo giustificati davanti a Dio, in quanto è scritto che nessuno può essere giustificato davanti a Dio per le opere della legge. Ed è scritto anche che “tutti hanno peccato”. Anche se non commettete nemmeno un errore nella vostra vita (non è vero per me e credo che non lo sia neanche per voi), c’è ancora il peccato di Adamo che si tramanda di generazione in generazione. Ma grazie a Dio, c’è un altro modo attraverso cui possiamo essere giustificati davanti a Lui e questo è chiamato grazia. Sì, qualcuno ha dovuto lavorare per tutti questi doni, per renderli gratuitamente disponibili a noi. Tuttavia, non lo avete fatto voi e non l’ho fatto io: lo ha fatto il Signore Gesù Cristo. In Romani 3 leggiamo quelli che ha fatto Gesù Cristo:
Romani 3:23-26
“Poiché tutti hanno peccato e sono privi della gloria di Dio, ma sono gratuitamente giustificati per la sua grazia, mediante la redenzione che è in Cristo Gesù. Lui ha Dio preordinato per far l’espiazione mediante la fede nel suo sangue, per dimostrare così la sua giustizia per il perdono dei peccati, che sono stati precedentemente commessi durante il tempo della pazienza di Dio, per manifestare la sua giustizia nel tempo presente, affinché egli sia giusto e giustificatore di colui che ha la fede di Gesù.”
La redenzione è IN CRISTO GESÙ, non in quello che voi o io abbiamo ottenuto. Questo è molto importante se vogliamo capire la relazione che abbiamo con Dio. La nostra relazione si basa sulla grazia di Dio e su quello che ha fatto Gesù Cristo, NON sul nostro valore, sulle nostre opere o sui nostri risultati. Siamo giusti davanti a Dio ventiquattro ore al giorno. Il motivo è che questa posizione giusta ci è stata data per grazia. Ci è stata data come conseguenza della benevolenza e dell’amore immeritati che Dio ha per noi. È la “giustizia DI Dio”, NON giustizia di noi stessi, cioè auto-giustizia. La preposizione “di” indica la fonte di giustizia, che non siete voi e non sono io, ma è solo Dio. In Galati leggiamo:
Galati 2:16
“sapendo che L’UOMO NON È GIUSTIFICATO PER LE OPERE DELLA LEGGE MA PER MEZZO DELLA FEDE IN GESÙ CRISTO, abbiamo creduto anche noi in Cristo Gesù, affinché fossimo giustificati mediante la fede di Cristo e non mediante le opere della legge, poiché NESSUNA CARNE SARÀ GIUSTIFICATA PER MEZZO DELLA LEGGE.”
Ancora una volta vediamo che nessuno è giustificato per le opere. Se fosse così, potrei dire: “Io ho fatto più di te, quindi merito di più.” Nessuno ha meritato qualcosa da Dio. È Dio che, con il Suo amore, ha sacrificato Suo Figlio, in modo tale che, credendo in lui, saremo giustificati e salvati. Ecco cos’è la grazia! Grazia meravigliosa!
3. “Egli è stato fatto per noi”
Con un semplice sguardo ai pensieri e alle idee di molti cristiani possiamo vedere che l’idea di giustificazione per le opere, cioè auto-giustificazione, è ben radicata in molti cristiani. Tuttavia, le Scritture non sostengono questa idea. Infatti, quello che le Scritture sottolineano non è la nostra abilità di avere una posizione giusta davanti a Dio, ma il sacrificio di Cristo che ha raggiunto questa posizione per noi. In 1 Corinzi 1:30 leggiamo quello che Cristo ha fatto a nome nostro:
1 Corinzi 1:30
“Ora grazie a lui (cioè Dio) voi siete in Cristo Gesù ….”
Ancora una volta vediamo che è GRAZIE A LUI, cioè Dio, che ora siamo in Cristo Gesù. Non è grazie ai nostri meriti o alle nostre abilità, ma è per la grazia, per l’amore e la benevolenza di Dio che noi siamo in Cristo Gesù. Nel verso precedente (verso 29) è scritto “affinché nessuna carne si glori alla sua presenza” (cioè Dio). Tra poco vedremo dove possiamo gloriarci.
1 Corinzi 1:30
“Ora grazie a lui voi siete in Cristo Gesù, il quale da Dio è stato fatto (SI FECE nel testo greco) per noi sapienza, giustizia, santificazione e redenzione, affinché, come sta scritto: «CHI SI GLORIA, SI GLORI NEL SIGNORE»”
Gesù Cristo è stato fatto per noi tutte queste cose. È STATO FATTO (passato). Non è scritto che NOI siamo stati fatti per lui. EGLI è stato fatto per noi. È stato fatto da Dio sapienza, giustizia, santificazione e redenzione. Sapete perché siamo giustificati, redenti e santi davanti a Dio? Perché Gesù Cristo È STATO FATTO per noi tutte queste cose. Quando è stato fatto? Quando avete creduto. Quando avete creduto siete stati giustificati, siete stati salvati, siete stati santificati. Lo so, sarebbe stato molto più logico se Dio ci avesse detto: “allora, dovete fare questa e quell’opera e sarete salvati, sarete giustificati ecc.” Nonostante ci siano molti che insegnano esattamente questo, Dio non lo ha mai detto. Quello che Dio ci insegna nella Sua Parola è che, per essere giustificati e salvati, dovete credere in Gesù Cristo.
Ricordo che molte volte mi sono sentito condannato nel mio cuore perché pensavo di dover ottenere la mia posizione giusta davanti a Dio per mezzo delle opere, ma fallivo. È impossibile sviluppare la vostra relazione con Dio se non sapete che INIZIATE come uomini giustificati e salvati. Una volta che capite questo, potete utilizzare queste cose per costruire la vostra relazione con Dio. Se avete un buon rapporto con Dio, allora le opere saranno il frutto del vostro rapporto. Non si tratta di opere che voi avere pianificato di fare per Dio, ma di opere che “DIO ha preparato” (Efesini 2:10) per voi. È così che dovete iniziare. Se iniziate facendo opere buone per ottenere una buona posizione davanti a Dio, allora avete perso l’obiettivo. Andrà a finire che sarete condannati perché state provando a ottenere giustificazione attraverso le opere, che è impossibile. Se iniziate sapendo che Gesù Cristo è stato fatto per voi giustizia, redenzione ecc. e che tutte queste cose vi sono concesse come dono (per GRAZIA) quando avete creduto, allora potete andare avanti e fare le opere che Dio ha preparato per voi. Le opere non sono le fondamenta o il mezzo per la vostra relazione con Dio, ma il FRUTTO di questa relazione.
4. La corazza della giustizia
In Efesini 6 possiamo comprendere ulteriormente il ruolo della giustizia. Qui, infatti, si parla dell’armatura di Dio che ci è stata data per combattere la guerra spirituale:
Efesini 6:13
“Perciò prendete l’intera armatura di Dio, affinché possiate resistere nel giorno malvagio e restare ritti in piedi dopo aver compiuto ogni cosa.”
Vorrei far notare due cose di questo verso. Innanzitutto, l’armatura è di DIO. NON è un’armatura che avete costruito voi. Ma è piuttosto un’armatura che è stata costruita da DIO. In secondo luogo, siete VOI a prendere l’intera armatura. Dio non la prenderà per voi. Dio l’ha messa a disposizione, ora dovete prenderla voi. Queste due cose sono significative per capire correttamente il prossimo verso. Qui si afferma:
Efesini 6:14“State dunque saldi, avendo ai lombi la cintura della verità, RIVESTITI CON LA CORAZZA DELLA GIUSTIZIA …..”
È su questa seconda parte dell’armatura che concentreremo la nostra attenzione oggi. Questa parte è la corazza della giustizia. Alle varie parti dell’armatura descritte nei versi 14-17 non è stato dato un nome a caso. C’è un motivo per tutto quello che Dio dice. Nella Sua Parola, niente è stato scritto “a caso”. Pertanto, dobbiamo chiederci qual è il compito di una corazza? Credo che la maggior parte di noi conosca la risposta: la corazza di un’armatura protegge il petto. Come tutti voi sapete, il cuore, organo vitale per la nostra vita, si trova nel lato sinistro del petto. Per questo, uno dei compiti più importanti della corazza è proteggere il cuore. Biblicamente, la parola cuore indica la parte più interiore della mente, l’io più intimo di un uomo. Quello che c’è nel nostro cuore determina il nostro essere. Romani 10 ci dice:
Romani 10:9
“Poiché se confessi con la tua bocca il Signore Gesù, e credi nel tuo cuore che Dio lo ha risuscitato dai morti, sarai salvato.”
Quando la Parola dice “nel tuo cuore” non si riferisce al cuore nel suo significato letterale, perché quel cuore lì non può credere. Si riferisce invece alla parte più interiore della mente, alla parte più interiore dell’essere.
Anche Proverbi 4:23
“Custodisci il tuo cuore con ogni cura, perché da esso sgorgano le sorgenti della vita.”
La Parola di Dio ci esorta a custodire il nostro cuore più di ogni altra cosa. Ancora una volta, quando la Parola dice cuore si riferisce in realtà alla parte più interna della nostra mente. Inoltre, quello che si trova nella parte più interiore del nostro essere determina “le questioni della vita”. Non stupisce, quindi, che è esattamente questa la parte a cui Satana indirizza le sue frecce. Se le sue frecce riescono a trafiggere il cuore, cioè la parte più interiore dell’essere, allora ha ottenuto quello che vuole. Una delle armi che Satana usa frequentemente per dirigere le sue frecce nel cuore dei cristiani devoti e sinceri è la condanna. La condanna è una delle sue armi migliori perché fa ammalare il cuore, la parte più interiore del nostro essere. È una potente arma di Satana in grado di turbare il nostro rapporto con Dio. Gli effetti di questa malattia che colpisce molti cristiani sono descritti in1 Giovanni.
1 Giovanni 3:21
“Carissimi, SE il nostro cuore non ci condanna, abbiamo fiducia davanti a Dio”
State molto attenti a quel “se”. Notate anche che il riferimento è al cuore. La condanna è una malattia seria che colpisce il cuore, l’essere interiore di un uomo. Quando c’è la condanna nel nostro cuore, non c’è fiducia davanti a Dio; e se non c’è fiducia davanti a Dio, allora metto in discussione la relazione che siamo in grado di avere con Dio. La volontà di Dio è questa: “rallegratevi del continuo nel Signore” (Filippesi 4:4). Tuttavia è impossibile rallegrarsi in Lui quando non si ha fiducia davanti a Lui. Ma Satana non riuscirà a portare la condanna nelle nostre vite SE (e solo se) usiamo l’armatura di Dio per difenderci. La domanda dunque è questa: qual è la parte dell’armatura che Dio ci ha fornito per proteggere il cuore? Efesini 6:14 dice:
Efesini 6:14
“State dunque saldi, avendo ai lombi la cintura della verità, RIVESTITI CON LA CORAZZA DELLA GIUSTIZIA …..”
Questa parte è la “corazza della giustizia”. Ma quale giustizia è questa? Vedete, siamo abituati a leggere questo verso usando il preconcetto di giustizia per le opere. E quindi pensiamo che la giustizia di cui ci parla questo verso sia la nostra auto-giustizia. Diciamo “se sono abbastanza buono e faccio opere buone sarò giustificato”. Ma dimentichiamo che la Bibbia dice “perché NESSUNA carne sarà giustificata davanti a lui (Dio) per le opere della legge”. La giustizia qui non è la nostra auto-giustizia ma la GIUSTIZIA DI (o da) DIO. L’armatura completa è stata preparata per noi DA DIO. È “l’armatura DI DIO”. Non è un’armatura che abbiamo costruito noi. La Parola non dice “Fate l’armatura”, ma dice “PRENDETE l’INTERA ARMATURA DI DIO”. Se l’armatura è di Dio, di chi è la corazza di quell’armatura? È di Dio. Di chi è quindi la giustizia della corazza? È la vostra auto-giustizia ottenuta con le vostre opere buone? No! È la giustizia di Dio; infatti, come l’intera armatura è di Dio, così lo è ognuna delle sue parti. Non avete fatto voi l’armatura. L’avete solo presa. Per quanto riguarda la giustizia, significa che dovete ricordare nel profondo della vostra mente che siete giusti davanti a Dio PER GRAZIA (“giustizia da Dio”) e dunque non provate a ottenere una posizione di auto-giustizia davanti a Lui. Capite che davanti a Lui “nessuna carne sarà giustificata per mezzo della legge” e che “poiché tutti hanno peccato e sono privi della gloria di Dio, ma sono GRATUITAMENTE giustificati PER LA SUA GRAZIA”. Dovete accettare che la grazia è grazia e che le opere sono opere. Dovete capire che quando la Parola dice grazia non intende grazia e alcune opere. Come dicono le Scritture: “E se è per grazia, non è più per opere, altrimenti la grazia non sarebbe più grazia” (Romani 11:6). Sarete quindi “RIVESTITI CON la corazza della giustizia”. Altrimenti il vostro cuore non sarà protetto e sarà vulnerabile alla malattia della condanna. Satana vi intrappolerà con le sue “trame” perché non indosserete l’intera armatura di Dio, ma qualcosa fatto da voi. Avete preso la corazza di auto-giustizia invece della corazza di giustizia di Dio. MA la corazza di auto-giustizia è stata dichiarata difettosa dalla Parola di Dio. Non deve stupire, quindi, che se prendete questa corazza sarete vulnerabili a questa malattia causata da Satana. Quando proteggiamo il nostro cuore con la vera corazza della giustizia di Dio, allora quello che le Scritture dicono in Romani 8:1 si realizzerà nella nostra vita:
Romani 8:1
“ORA DUNQUE NON VI È ALCUNA CONDANNA PER COLORO CHE SONO IN CRISTO GESÙ”

Anastasio Kioulachoglou

Italiano: Alesia M. (Christian-translation.com)

Note
1. La parola greca tradotta con “vangelo” nella Bibbia (“gospel” inglese) è la parola “euaggelion”, che significa “buona notizia”

Publié dans:anche Paolo, GRAZIA (LA) |on 23 novembre, 2016 |Pas de commentaires »

PAPA FRANCESCO – IN UN MISTERO SENZA CONFINI (anche Paolo)

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PAPA FRANCESCO – IN UN MISTERO SENZA CONFINI (anche Paolo)

MEDITAZIONE MATTUTINA NELLA CAPPELLA DELLA

DOMUS SANCTAE MARTHAE

Giovedì, 20 ottobre 2016

(da: L’Osservatore Romano, ed. quotidiana, Anno CLVI, n.242, 21/10/2016)

Pregare, adorare, riconoscersi peccatori: sono le tre strade che aprono al cristiano la conoscenza e la comprensione del mistero di Dio. A indicarle è stato Papa Francesco nell’omelia della messa celebrata a Santa Marta giovedì mattina, 20 ottobre.
La riflessione del Pontefice ha preso le mosse dalla frase di san Paolo — tratta dalla lettera ai Filippesi (3, 8) — proclamata nel canto al Vangelo: «Tutto ho lasciato perdere e considero spazzatura, per guadagnare Cristo ed essere trovato in lui». La volontà di «guadagnare Cristo» è anche «la grazia» che l’apostolo chiede per gli Efesini nel passo della lettera (3, 14-21) scelta per la prima lettura liturgica. Si tratta di «un passo di preghiera», ha spiegato Francesco. Paolo infatti insegna agli Efesini «questa strada» e «prega in ginocchio: “Io piego le ginocchia davanti al Padre perché vi conceda secondo la ricchezza della sua gloria di essere potentemente rafforzati nell’uomo interiore mediante il suo Spirito”».
Quella che l’apostolo invoca è dunque la «grazia di essere forti, rafforzati, mediante lo Spirito». Ma perché vuole «che gli Efesini siano rafforzati mediante lo Spirito Santo?». Perché — risponde lo stesso Paolo — «Cristo abiti per mezzo della fede nei vostri cuori». Questo «è il centro», ha evidenziato il Papa. Ma l’apostolo «non si ferma, va avanti: “E così, radicati e fondati nella carità siate in grado di comprendere con tutti i santi Cristo”». E di tale comprensione la lettera agli Efesini dà questa originale spiegazione: «Comprendere con tutti i santi quale sia l’ampiezza, la lunghezza, l’altezza, la profondità e di conoscere l’amore di Cristo che supera ogni conoscenza».
«Paolo In questa preghiera — ha ribadito Francesco — va avanti e si immerge in questo mare, in questo mare senza fondo, senza rive, un mare immenso che è la persona di Cristo». E così «prega perché il Padre dia agli Efesini — prega anche per noi — questa grazia: conoscere Cristo».
Ma come si può «conoscere Cristo» per far sì che egli sia «il vero guadagno» davanti al quale «tutte le altre cose sono spazzature»? Si può farlo attraverso il Vangelo. Cristo infatti, ha ricordato il Papa, «è presente nel Vangelo»: dunque, «leggendo il Vangelo conosciamo Cristo». E «tutti noi questo lo facciamo, almeno sentiamo il Vangelo quando andiamo a messa». Certo, si può conoscere Gesù anche «con lo studio del catechismo: il catechismo ci insegna chi è Cristo». Ma tutto questo — ha precisato Francesco — «non è sufficiente. Per essere in grado di comprendere quale sia l’ampiezza, la lunghezza, l’altezza e la profondità di Gesù Cristo bisogna entrare in un contesto, primo, di preghiera, come fa Paolo, in ginocchio: “Padre inviami lo Spirito per conoscere Gesù Cristo”».
In tal modo la conoscenza va oltre la superficie e si addentra nelle profondità del mistero. «Noi — ha fatto notare in proposito il Papa — conosciamo il Bambino Gesù, Gesù che guarisce gli ammalati, Gesù che predica, che fa i miracoli, che muore per noi e resuscita. Sappiamo tutto questo, ma questo non vuol dire conoscere il mistero di Cristo». Si tratta infatti di «una cosa più profonda e per questo è necessaria la preghiera: “Padre, inviami il tuo Spirito perché io conosca Cristo”. È una grazia. È una grazia che dà il Padre».
Oltre alla preghiera, c’è bisogno dell’adorazione. Paolo Infatti, ha osservato Francesco, «non solo prega, adora questo mistero che supera ogni conoscenza e in un contesto di adorazione chiede questa grazia “a colui che tutto ha in potere di fare molto più di quanto possiamo domandare o pensare secondo la potenza che opera in noi: a lui la gloria nella Chiesa in Cristo Gesù per tutte le generazioni”». Questo è dunque «un atto di adorazione, di lode: adorare». Perché «non si conosce il Signore senza questa abitudine di adorare, di adorare in silenzio». Un atteggiamento che, per il Pontefice, non sempre trova spazio nella vita del cristiano. «Credo, se non sbaglio — ha confidato — che questa preghiera di adorazione è la meno conosciuta da noi, è quella che facciamo di meno», come se si trattasse di «perdere il tempo davanti al Signore, davanti al mistero di Gesù Cristo». Va invece riscoperto «il silenzio dell’adorazione: lui è il Signore e io adoro».
Infine, «per conoscere Cristo è necessario avere coscienza di noi stessi, cioè avere l’abitudine di accusare se stessi, di accusare se stesso», riconoscendo davanti a Dio: «Sono peccatore. Ma, no, sono peccatore per definizione, perché tu sai le cose che ho fatto e le cose che sono capace di fare». In proposito Francesco ha richiamato il capitolo 6 di Isaia, quando il profeta, nel momento in cui vede «il Signore e tutti gli angeli che adorano il Signore», esclama: «Ohimè, sono perduto perché sono un uomo dalle labbra impure!»: ossia, ammette di essere un peccatore. Dunque, «non si può adorare senza accusare se stessi».
In definitiva, «per entrare in questo mare senza fondo, senza rive, che è il mistero di Gesù Cristo», sono necessari i tre atteggiamenti che il Papa ha richiamato in conclusione: «La preghiera: “Padre, inviami lo Spirito perché lui mi conduca a conoscere Gesù”. Secondo, l’adorazione al mistero, entrare nel mistero, adorando. E terzo, accusare se stesso: “Sono un uomo dalle labbra impure”». Da qui l’auspicio che «il Signore ci dia questa grazia che Paolo chiede per gli Efesini anche per noi, questa grazia di conoscere e guadagnare Cristo».

 

GIOVANNI PAOLO II – SULLO SPIRITO SANTO (anche Paolo)

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GIOVANNI PAOLO II

UDIENZA GENERALE – SULLO SPIRITO SANTO (anche Paolo)

Mercoledì, 9 gennaio 1991

1. Nell’illustrare l’azione dello Spirito Santo come anima del “Corpo di Cristo”, abbiamo visto nelle precedenti catechesi che Egli è fonte e principio dell’unità, santità, cattolicità (universalità) della Chiesa. Oggi possiamo aggiungere che è anche fonte e principio di quella apostolicità che costituisce la quarta proprietà e nota della Chiesa: “unam, sanctam, catholicam et apostolicam Ecclesiam”, come professiamo nel Credo. Grazie allo Spirito Santo la Chiesa è apostolica, il che vuol dire “edificata sopra il fondamento degli Apostoli”, essendone pietra angolare Cristo stesso, come dice San Paolo (Ef 2, 20). È un punto molto interessante della ecclesiologia vista in luce pneumatologica (Ef 2, 22). 2. San Tommaso d’Aquino lo mette in risalto nella sua catechesi sul Simbolo degli Apostoli, dove scrive: “Il fondamento principale della Chiesa è Cristo, come afferma San Paolo nella Prima Lettera ai Corinzi (1 Cor 3, 11): “Nessuno può porre un fondamento diverso da quello già posto: Gesù Cristo”. Ma vi è un fondamento secondario, cioè gli Apostoli e la loro dottrina. Perciò si dice Chiesa apostolica” (San Tommso, In Symb, Apost., a.9). Oltre ad attestare la concezione antica – di San Tommaso e dell’epoca medievale – sulla apostolicità della Chiesa, il testo dell’Aquinate ci richiama alla fondazione della Chiesa e al rapporto tra Cristo e gli Apostoli. Tale rapporto avviene nello Spirito Santo. Ci si manifesta così la verità teologica – e rivelata – di una apostolicità della quale è principio e fonte lo Spirito Santo, in quanto autore della comunione nella verità che lega a Cristo gli Apostoli e, mediante la loro parola, le generazioni cristiane e la Chiesa in tutti i secoli della sua storia. 3. Abbiamo ripetuto molte volte l’annuncio di Gesù agli Apostoli nell’ultima Cena: “Il Paraclito, lo Spirito Santo che il Padre manderà nel mio nome, egli v’insegnerà ogni cosa e vi ricorderà tutto ciò che io vi ho detto” (Gv 14, 26). Queste parole di Cristo, pronunciate prima della Passione, trovano il loro complemento nel testo di Luca dove si legge che Gesù, “dopo aver dato istruzioni agli Apostoli nello Spirito Santo. . ., fu assunto in cielo” (At 1, 2). L’apostolo Paolo a sua volta, scrivendo a Timoteo (nella prospettiva della sua morte), gli raccomanda: “Custodisci il buon deposito con l’aiuto dello Spirito Santo che abita in noi” (2 Tm 1, 14). È lo Spirito della Pentecoste, lo Spirito che riempie gli Apostoli e le comunità apostoliche, lo Spirito che garantisce la trasmissione della fede nella Chiesa, di generazione in generazione, assistendo i successori degli Apostoli nella custodia del “buon deposito”, come dice Paolo, della verità rivelata da Cristo. 4. Leggiamo negli Atti degli Apostoli la memoria di un episodio dal quale traspare in modo molto chiaro questa verità della apostolicità della Chiesa nella sua dimensione pneumatologica. È quando l’apostolo Paolo, “avvinto – com’egli dice – dallo Spirito”, va a Gerusalemme, sentendo e sapendo che coloro che ha evangelizzato ad Efeso “non lo vedranno più” (At 20, 25). Si rivolge allora ai presbiteri della Chiesa di quella città, che si sono stretti intorno a lui, con queste parole: “Vegliate su voi stessi e su tutto il gregge, in mezzo al quale lo Spirito Santo vi ha posto come vescovi a pascere la Chiesa di Dio, che Egli si è acquistata con il suo sangue” (At 20, 28). “Vescovi” significa ispettori e guide: posti a pascere, dunque, rimanendo sul fondamento della verità apostolica che, secondo la previsione di Paolo, sperimenterà lusinghe e minacce da parte dei propagatori di “dottrine perverse” (At 20, 30), miranti a staccare i discepoli dalla verità evangelica predicata dagli Apostoli. Paolo esorta i pastori a vegliare sul gregge, ma con la certezza che lo Spirito Santo, che li ha posti come “vescovi”, li assiste e li sostiene, mentre Egli stesso conduce la loro successione agli Apostoli nel munus, nel potere e nella responsabilità di custodire la verità che attraverso gli Apostoli hanno ricevuto da Cristo: con la certezza che è lo Spirito Santo ad assicurare la verità stessa e la perseveranza in essa del Popolo di Dio. 5. Gli Apostoli e i loro successori, oltre al compito della custodia, hanno quello della testimonianza della verità di Cristo, e anche in questo compito operano con l’assistenza dello Spirito Santo. Come ha detto Gesù agli Apostoli prima della sua Ascensione: “Mi sarete testimoni a Gerusalemme, in tutta la Giudea e la Samaria e fino agli estremi confini della terra” (At 1, 8). È una vocazione che lega gli Apostoli alla stessa missione di Cristo, che nell’Apocalisse viene chiamato “il testimone fedele” (Ap 1, 5). Egli infatti nella preghiera per gli Apostoli dice al Padre: “Come tu mi hai mandato nel mondo, anch’io li ho mandati nel mondo” (Gv 17, 18); e nell’apparizione della sera di Pasqua, prima di alitare sopra di loro il soffio dello Spirito Santo, ripete loro: “Come il Padre ha mandato me, anch’io mando voi” (Gv 20, 21). Ma la testimonianza degli Apostoli, continuatori della missione di Cristo, è legata allo Spirito Santo, che a sua volta rende testimonianza a Cristo: “Lo Spirito di verità, che procede dal Padre, mi renderà testimonianza, e anche voi mi renderete testimonianza, perché siete stati con me fin dal principio” (Gv 15, 26-27). A queste parole di Gesù nell’ultima Cena, fanno eco quelle rivolte ancora agli Apostoli prima dell’Ascensione, quando, alla luce del disegno eterno sulla morte e risurrezione di Cristo, dice che “nel suo nome saranno predicati a tutte le genti la conversione e il perdono dei peccat . . . i Di questo voi siete testimoni. E io manderò su di voi quello che il Padre mi ha promesso” (Lc 24, 48-49). E in modo definitivo annuncia: “Avrete forza dallo Spirito Santo che scenderà su di voi e mi sarete testimoni” (At 1,8). È la promessa della Pentecoste non solo in senso storico, ma come dimensione interiore e divina della testimonianza degli Apostoli, e dunque – possiamo dire – dell’apostolicità della Chiesa. 6. Gli Apostoli sono consapevoli di questa loro associazione allo Spirito Santo nel “rendere testimonianza” a Cristo crocifisso e risorto, come risulta chiaramente dalla risposta che Pietro e i suoi compagni danno ai sinedriti che vorrebbero imporgli il silenzio su Cristo: “Il Dio dei nostri padri ha risuscitato Gesù, che voi avete ucciso appendendolo alla croce. Dio lo ha innalzato con la sua destra facendolo capo e salvatore, per dare a Israele la grazia della conversione e il perdono dei peccati. E di questi fatti siamo testimoni noi e lo Spirito Santo, che Dio ha dato a coloro che si sottomettono a Lui” (At 5,30-21). Anche la Chiesa, lungo l’intero svolgersi della sua storia, ha la consapevolezza che lo Spirito Santo è con lei nella testimonianza a Cristo. Pur nella constatazione dei limiti e della fragilità dei suoi uomini e con l’impegno della ricerca e della vigilanza che Paolo raccomanda ai “vescovi” nell’addio di Mileto, la Chiesa sa però che lo Spirito Santo la custodisce e difende dall’errore nella testimonianza del suo Signore e nella dottrina che da lui riceve per annunciarla al mondo. Come dice il Concilio Vaticano II, “l’infallibilità, della quale il divino Redentore volle provveduta la sua Chiesa nel definire la dottrina della fede e della morale, si estende tanto quanto il deposito della divina Rivelazione, che deve essere gelosamente custodito e fedelmente esposto” (Lumen Gentium, 25). Il testo conciliare chiarisce in qual modo questa infallibilità spetta a tutto il Collegio dei Vescovi e in particolare al Vescovo di Roma, in quanto successori degli Apostoli che perseverano nella verità da loro ereditata per virtù dello Spirito Santo. 7. Lo Spirito Santo è dunque il principio vitale di questa apostolicità. Grazie a Lui la Chiesa può diffondersi in tutto il mondo, attraverso le diverse epoche della storia, impiantarsi in mezzo a culture e civiltà così diverse, conservando sempre la propria identità evangelica. Come leggiamo nel Decreto Ad gentes dello stesso Concilio: “Cristo inviò da parte del Padre lo Spirito Santo, perché compisse dal di dentro (intus) la sua opera di salvezza e stimolasse la Chiesa ad estendersi . . . Prima di immolare liberamente la sua vita per il mondo, ordinò il ministero apostolico e promise l’invio dello Spirito Santo, in modo che (lo Spirito e gli Apostoli) collaborassero dovunque e per sempre nell’opera della salvezza. Lo Spirito Santo in tutti i tempi unifica la Chiesa, vivificando come loro anima le istituzioni ecclesiastiche e infondendo nel cuore dei fedeli quello spirito della missione, da cui era stato spinto Gesù stesso . . .” (Ad Gentes, 4). E la Costituzione Lumen Gentium sottolinea che “la missione divina, affidata da Cristo agli Apostoli, durerà sino alla fine dei secoli (cf. Mt 28, 20), poiché il Vangelo, che essi devono predicare, è per la Chiesa il principio di tutta la sua vita in ogni tempo” (Lumen Gentium, 20).

Vedremo nella prossima catechesi che nell’adempimento di questa missione evangelica lo Spirito Santo interviene dando alla Chiesa una garanzia celeste.

PAPA FRANCESCO – I TEMPI CAMBIANO

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PAPA FRANCESCO – I TEMPI CAMBIANO

MEDITAZIONE MATTUTINA NELLA CAPPELLA DELLA DOMUS SANCTAE MARTHAE

Venerdì, 23 ottobre 2015

(da: L’Osservatore Romano, ed. quotidiana, Anno CLV, n.243, 24/10/2015)

«I tempi cambiano e noi cristiani dobbiamo cambiare continuamente». Papa Francesco ha ripetuto più volte questo invito al cambiamento, durante la messa celebrata venerdì mattina, 23 ottobre, nella cappella di Casa Santa Marta. Un invito ad agire «senza paura» e «con libertà», tenendosi alla larga dai conformismi tranquillizzanti e restando «saldi nella fede in Gesù» e «nella verità del Vangelo», ma muovendosi «continuamente secondo i segni dei tempi». Lo spunto per la riflessione è stato offerto al Pontefice dalle letture di questa ultima parte dell’anno liturgico, che propongono in particolare la lettera ai Romani. «Abbiamo sottolineato — ha ricordato in proposito — come Paolo predica con tanta forza, la libertà che noi abbiamo in Cristo». Si tratta, ha spiegato il Papa, di «un dono, il dono della libertà, di quella libertà che ci ha salvato dal peccato, che ci ha fatto liberi, figli di Dio come Gesù; quella libertà che ci porta a chiamare Dio Padre». Quindi Francesco ha aggiunto che «per avere questa libertà dobbiamo aprirci alla forza dello Spirito e capire bene cosa accade dentro di noi e fuori di noi». E se nei «giorni passati, la settimana scorsa», ci si era soffermati «su come distinguere quello che succede dentro di noi: cosa viene dal buono Spirito o cosa non viene da lui», ovvero sul discernimento di quanto «succede dentro di noi», nella liturgia del giorno il brano del Vangelo di Luca (12, 54-59) esorta a «guardare fuori», facendo «riflettere su come noi valutiamo le cose che accadono fuori di noi». Ecco allora la necessità di interrogarci su «come giudichiamo: siamo capaci di giudicare?». Per il Papa «le capacità le abbiamo» e lo stesso Paolo «ci dice che noi giudicheremo il mondo: noi cristiani giudicheremo il mondo». Anche l’apostolo Pietro dice una cosa analoga quando «ci chiama stirpe scelta, sacerdozio santo, nazione eletta proprio per la santità». Insomma, ha chiarito il Pontefice, noi cristiani «abbiamo questa libertà di giudicare quello che succede fuori di noi». Ma — ha avvertito — «per giudicare dobbiamo conoscere bene quello che accade fuori di noi». E allora, si è domandato Francesco, «come si può fare questo, che la Chiesa chiama “conoscere i segni dei tempi”?».

In proposito il Papa ha osservato che «i tempi cambiano. È proprio della saggezza cristiana conoscere questi cambiamenti, conoscere i diversi tempi e conoscere i segni dei tempi. Cosa significa una cosa e cosa un’altra». Certo, il Papa è consapevole che ciò «non è facile. Perché noi sentiamo tanti commenti: “Ho sentito che quello che è accaduto là è questo o quello che accade là è l’altro; ho letto questo, mi hanno detto questo…». Però, ha subito aggiunto, «io sono libero, io devo fare il mio proprio giudizio e capire cosa significhi tutto ciò». Mentre «questo è un lavoro che di solito noi non facciamo: ci conformiamo, ci tranquillizziamo con “mi hanno detto; ho sentito; la gente dice; ho letto…”. E così siamo tranquilli». Quando invece dovremmo chiederci: «Qual è la verità? Qual è il messaggio che il Signore vuole darmi con quel segno dei tempi?». Come di consueto il Papa ha anche proposto suggerimenti pratici «per capire i segni dei tempi». Anzitutto, ha detto, «è necessario il silenzio: fare silenzio e guardare, osservare. E dopo riflettere dentro di noi. Un esempio: perché ci sono tante guerre adesso? Perché è successo qualcosa? E pregare». Dunque «silenzio, riflessione e preghiera. Soltanto così potremo capire i segni dei tempi, cosa Gesù vuol dirci». E in questo senso non ci sono alibi. Sebbene infatti ognuno di noi possa essere tentato di dire: «Ma, io non ho studiato tanto… Non sono andato all’università e neppure alla scuola media…», le parole di Gesù non lasciano spazio ai dubbi. Egli infatti non dice: «Guardate come fanno gli universitari, guardate come fanno i dottori, guardate come fanno gli intellettuali…». Al contrario, dice: «Guardate ai contadini, ai semplici: loro, nella loro semplicità, sanno capire quando arriva la pioggia, come cresce l’erba; sanno distinguere il grano dalla zizzania». Di conseguenza «quella semplicità — se viene accompagnata dal silenzio, dalla riflessione e dalla preghiera — ci farà capire i segni dei tempi». Perché, ha ribadito, «i tempi cambiano e noi cristiani dobbiamo cambiare continuamente. Dobbiamo cambiare saldi nella fede in Gesù Cristo, saldi nella verità del Vangelo, ma il nostro atteggiamento deve muoversi continuamente secondo i segni dei tempi». Al termine della sua riflessione il Pontefice è ritornato sui pensieri iniziali. «Siamo liberi — ha affermato — per il dono della libertà che ci ha dato Gesù Cristo. Ma il nostro lavoro è esaminare cosa succede dentro di noi, discernere i nostri sentimenti, i nostri pensieri; e analizzare cosa accade fuori di noi, discernere i segni dei tempi». Come? «Col silenzio, con la riflessione e con la preghiera», ha ripetuto a conclusione dell’omelia.

ABISSALE DISCESA DI DIO (anche Paolo)

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ABISSALE DISCESA DI DIO

Molti pensano che l’umiltà significhi una menomazione della nostra umanità, rinuncia a progetti e traguardi professionali, soffocamento di ogni genialità; virtù di persone socialmente emarginate, e quindi tristi. Niente di più falso. La vita di Gesù, figlio unigenito di Dio, narrata nei Vangeli, è una lezione di umiltà; chiunque voglia seguirlo deve impararla: «Imparate da me che sono mansueto e umile di cuore» (Mt 11, 29). A san Paolo il compito di spiegare tale lezione: «Abbiate in voi gli stessi sentimenti di Cristo Gesù: egli, pur essendo della condizione di Dio, non ritenne un privilegio l’essere come Dio, ma svuotò sé stesso, assumendo una condizione di servo, diventando simile agli uomini. Dall’aspetto riconosciuto come uomo, umiliò sé stesso facendosi obbediente fino alla morte e a una morte di croce» (Fil 2, 5-8). Molti pensano che l’umiltà significhi una menomazione della nostra umanità, rinuncia a progetti e traguardi professionali, soffocamento di ogni genialità; virtù di persone socialmente emarginate, e quindi tristi. Niente di più falso. L’umiltà è una virtù squisitamente cristiana propria di chi è cosciente della sua connaturale debolezza umana e della sua condizione di peccatore, difficile da comprendere quando non si ha un corretto rapporto con Dio Creatore. La consapevolezza di essere creatura implica il non poter sussistere se non nella relazione con il Creatore. Non a caso nei peccati contro la fede si nasconde tanta superbia. L’uomo ha assecondato la tentazione del serpente, ha voluto diventare come Dio; ha peccato di superbia. Per rialzarsi dalla sua caduta avrebbe bisogno di riconoscere e di amare la sua condizione di creatura, nonché le gravi conseguenze del peccato nella sua vita personale e nel mondo, uscito buono e bello dalle mani di Dio. Ed ecco che Dio si umilia, diventa simile agli uomini e guarisce la nostra superbia: mistero dell’Incarnazione redentrice. «Imparate da me», «Vi ho dato un esempio» (Gv 13, 15), ci dice Gesù dalla singolare cattedra di Betlemme e dal Cenacolo. «Da me», che mi son fatto creatura indigente, sottomesso a Giuseppe e Maria, che mi sono abbassato per lavare le vostre impudicizie e fatto carico di tutte le conseguenze dei vostri peccati consegnandomi liberamente all’umiliazione della passione e morte di croce. Gesù ci parla con la sua vita. Più che parlare preferisce agire, consegnarsi totalmente a noi. San Pietro lo esprime bene quando dice di Gesù che passò in mezzo agli uomini facendo del bene (At 10, 38), dando la precedenza al fare sull’insegnare, leggiamo negli Atti (1, 1). Nessuna distanza si dà in Lui tra ciò che dice e ciò che è e fa. Il suo linguaggio semplice, diretto e per niente ricercato, è verace, suscettibile di essere compreso in tutte le lingue e culture. Gesù non formula teorie, non si perde in sofismi, viene a trasformare il mondo con il suo abbassamento, a redimerci e innalzarci.

La mangiatoia & il Cenacolo La mangiatoia e le fasce di Betlemme, che l’eretico Marcione giudicava «vergognose» e indegne di un Dio da adorare, come i bacili e gli asciugatoi, ugualmente vergognosi, del Cenacolo, costituiscono per ogni cristiano un forte richiamo alla pratica dell’umiltà. Nella stalla di Betlemme sono ammessi soltanto gli umili pastori che nelle vicinanze custodivano i loro greggi. Per riconoscere nel Bambino il Figlio di Dio, umiltà chiama umiltà. Non ci lasciamo ingannare da considerazioni bucoliche; essere pastori, per il loro tipo di vita errabonda, poco igienica e solitaria, non rende particolarmente attraenti; semmai suscitano diffidenza e disprezzo. Questo tipo di gente ha adorato per primo il Dio Bambino al posto di tutti noi. E non si sono limitati ad adorarlo, sono stati i primi testimoni del mistero dell’Incarnazione. La celebrazione cristiana del Natale ci faccia gioiosi banditori con la parola e con l’esempio della presenza di Dio in mezzo a noi. San Josemaría, nella sua meditazione natalizia dal titolo significativo Il trionfo di Cristo nell’umiltà, può servire di guida per comprendere ciò che significa per noi il modo di presentarsi di Dio al mondo: «Mi piace contemplare le immagini di Gesù Bambino che rappresentano il Signore nel suo annientamento, mi ricordano che Dio ci chiama, che l’Onnipotente ha voluto presentarsi a noi indifeso, come bisognoso degli uomini. Dalla culla di Betlemme Gesù dice a me e a te che ha bisogno di noi; ci sollecita a una vita cristiana senza compromessi, a una vita di donazione, di lavoro, di gioia; non imitiamo davvero Gesù Cristo se non lo seguiamo nell’umiltà. La forza redentrice della nostra vita sarà efficace, pertanto, se c’è umiltà, solo quando smetteremo di pensare a noi stessi e sentiremo la responsabilità di aiutare gli altri» (cfr È Gesù che passa, n. 18). Se fossimo umili come i pastori, riconosceremmo nel bambino adagiato nella mangiatoia il nostro Salvatore, e arriveremmo a conoscerci meglio fino a scoprire tante forme di superbia che san Josemaría non manca di esemplificare: «Sentirsi al centro dell’attenzione degli altri, la preoccupazione di fare bella figura, il non rassegnarsi a fare il bene senza farlo vedere, l’ansia per la propria sicurezza». Dio ci viene incontro nell’umiltà perché ci sia possibile avvicinarlo e seguirlo. Il racconto di san Luca che ascoltiamo nella Messa di Natale non si può scambiare per una bella favola, ma nemmeno rimpicciolire e fraintendere a forza di considerazioni sdolcinate che tolgono incisività e vigore al racconto evangelico. Il Dio umile nasce in una stalla, in una grotta, in luoghi luridi, che forse Giuseppe avrà avuto bisogno di ripulire per bene. E noi, invece, tanto schizzinosi e sofisticati! Il Natale di Gesù ci dà la capacità di diventare bambini e di incominciare umilmente a realizzare tutte le possibilità di un figlio di Dio, la pienezza di umanità immaginata da Dio Creatore e Redentore per ognuno di noi. La vita di infanzia che Gesù ci propone non toglie nulla alla nostra umanità, ma anzi la innalza e la divinizza. È stato detto: se Dio si è fatto uomo, essere uomo è la cosa più grande che ci sia. Adesso, come ai tempi di Gesù, abbondano potenza, dominio, violenza. Gli apostoli ne sono lambiti, proprio nel Cenacolo. Gesù non si limita a denunciare e a premunire dall’orgoglio tutti i suoi discepoli fino alla fine dei tempi: «Fonda», come dice Romano Guardini, «la possibilità di essere cristiani; mostra che cosa ciò significa, e ne dà la forza per praticarlo». Gesù ammonisce amichevolmente gli apostoli nell’intimità dell’ultima cena: «I re delle nazioni le governano e coloro che hanno potere su di esse sono chiamati benefattori. Voi però non fate così; ma chi tra di voi è più grande diventi come il più giovane, e chi governa come colui che serve. Infatti chi è più grande, chi sta a tavola o chi serve? Non è forse colui che sta a tavola? Eppure io sto in mezzo a voi come colui che serve» (Lc 22, 25-28). Dal dire al fare. Gesù compie un lavoro da schiavi: lava i piedi dei commensali e dà la totale spiegazione del suo gesto: «Sapete ciò che vi ho fatto? Voi mi chiamate Maestro e Signore e dite bene perché lo sono. Se dunque io, il Signore e il Maestro, ho lavato i vostri piedi, anche voi dovete lavarvi i piedi gli uni gli altri. Vi ho dato infatti l’esempio, perché come ho fatto io, facciate anche voi» (Gv 13, 12-15). La lavanda dei piedi degli apostoli è un’anticipazione di tutto ciò che sarà l’imminente umiliazione della passione e morte redentrice di Gesù. Gesù evidenzia con tale gesto, diceva Benedetto XVI in un’omelia del Giovedì Santo, ciò che descrive l’inno cristologico di san Paolo nella Lettera ai Filippesi già citata. Gesù depone le vesti della sua gloria, si cinge con il panno dell’umanità e si fa schiavo. Ascoltiamo ancora Guardini: «L’umiltà non scaturisce nell’uomo. La sua via non decorre dal basso all’alto, ma dall’altezza discende. Umile si fa solo il grande che si china di fronte al piccolo. Agli occhi di tale persona, la “piccolezza” ha una misteriosa dignità. Il fatto che la veda, la innalzi e si pieghi di fronte a essa, è umiltà. Essa scaturisce in Dio e si dirige alla creatura. Mistero grande! L’Incarnazione è fondamentale umiltà».

PAPA FRANCESCO – PERFETTO SCONOSCIUTO (anche Paolo)

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PAPA FRANCESCO – PERFETTO SCONOSCIUTO (anche Paolo)

MEDITAZIONE MATTUTINA NELLA CAPPELLA DELLA DOMUS SANCTAE MARTHAE

Lunedì, 9 maggio 2016

(da: L’Osservatore Romano, ed. quotidiana, Anno CLVI, n.105, 10/05/2016)

Un perfetto sconosciuto se non addirittura «un prigioniero di lusso»: ecco cos’è lo Spirito Santo per i molti cristiani ignari che è lui a «muovere la Chiesa», portandoci a Gesù, e a renderci «reali» e «non virtuali». L’incoraggiamento a riflettere sul ruolo centrale che ha lo Spirito Santo nella vita dei credenti, proprio nella settimana che precede la Pentecoste, è stato al centro dell’omelia di Papa Francesco durante la messa di lunedì mattina 9 maggio nella cappella della Casa Santa Marta. All’inizio della celebrazione il Papa, indicando l’immagine di santa Luisa de Marillac collocata accanto all’altare, ha ricordato la ricorrenza della memoria liturgica. Ed è la prima volta che si celebra in questa data: dalla canonizzazione, avvenuta nel 1934, fino ad oggi era stata celebrata infatti il 15 marzo. Inoltre, ricorre anche l’anniversario della cerimonia di beatificazione della santa, svoltasi il 9 maggio 1920. Una giornata particolarmente importante, ha spiegato il Pontefice, perché Luisa de Marillac è la fondatrice delle Figlie della carità di San Vincenzo de Paoli, «le suore che lavorano e portano avanti» Casa Santa Marta. E così, ha aggiunto Francesco, «offrirò questa messa per le suore della casa». Per la sua riflessione, nell’omelia, il Papa ha preso le mosse dal passo tratto dagli Atti degli apostoli (19, 1-8). Paolo incontra a Efeso alcuni discepoli che credevano in Gesù e fa loro questa domanda: «Avete ricevuto lo Spirito Santo, quando siete venuti alla fede?». E loro, dopo essersi guardati un po’ stupiti, gli hanno risposto: «Non abbiamo nemmeno sentito dire che esista uno Spirito Santo!». Dunque, ha fatto notare il Papa, «credevano in Gesù, erano discepoli buoni, ma neppure avevano sentito che esistesse lo Spirito Santo». Paolo riprende subito il dialogo domandando quale battesimo avessero ricevuto. E i discepoli: «Quello di Giovanni». Così Paolo spiega loro che «quello era un battesimo di penitenza, di preparazione». Ascoltando Paolo, i discepoli di Efeso «si fecero battezzare nel nome del Signore Gesù». Si legge negli Atti: «E, non appena Paolo ebbe imposto loro le mani, discese su di loro lo Spirito Santo e si misero a parlare in lingue e a profetizzare». Dunque, ha spiegato il Papa, «è un cammino: il cammino di conversione, ma mancava il battesimo e poi l’imposizione delle mani, perché venisse lo Spirito Santo». «Anche oggi accade lo stesso» ha affermato il Pontefice. «La maggioranza dei cristiani» sa poco o nulla sullo Spirito Santo, tanto da poter fare propria la risposta dei discepoli di Efeso a Paolo: «Non abbiamo sentito dire che esista uno Spirito Santo». E se noi domandiamo a tante brave persone: «chi è lo Spirito Santo per te?» e «cosa fa e dov’è lo Spirito Santo?», l’unica risposta sarà che è «la terza persona della Trinità». Esattamente come hanno imparato a catechismo. Certo, «sanno che il Padre ha creato il mondo, perché la creazione è attribuita al Padre». E sanno anche che «il Figlio è Gesù, che ci ha redento e ha dato la vita». Dunque «ti dicono tutto, ma poi», riguardo allo Spirito Santo, sanno che è sì «la terza persona della Trinità», ma se gli chiedi: «cosa fa?», ti rispondono che «è lì!». E «così si fermano i nostri cristiani». «Lo Spirito Santo — ha spiegato Francesco — è quello che muove la Chiesa; è quello che lavora nella Chiesa, nei nostri cuori; è quello che fa di ogni cristiano una persona diversa dall’altra, ma da tutti insieme fa l’unità». Dunque, ha proseguito, lo Spirito Santo «è quello che porta avanti, spalanca le porte e ti invia a dare testimonianza di Gesù». All’inizio della messa, ha ricordato il Pontefice, nell’antifona d’ingresso è stato detto: «Riceverete lo Spirito Santo e mi sarete testimoni in tutto il mondo». Ecco che «lo Spirito Santo è quello che ci muove a lodare Dio, ci muove a pregare: “Prega, in noi”». Lo Spirito Santo «è quello che è in noi e ci insegna a guardare il Padre e a dirgli: “Padre”». E così «ci libera da questa condizione di orfano nella quale lo spirito del mondo vuole portarci». Per tutte queste ragioni, ha spiegato, lo Spirito Santo «è tanto importante: è il protagonista della Chiesa viva: è quello che lavora nella Chiesa». A questo punto, il Pontefice ha messo in guardia da un pericolo: «Quando non siamo all’altezza di questa missione dello Spirito Santo e non lo riceviamo così», si finisce per «ridurre la fede a una morale, a un’etica». E si pensa che adempiere a tutti i comandamenti sia abbastanza, «ma niente di più». E così ci diciamo: «questo si può fare, questo non si può fare; fino a qui sì, fino là no!», cadendo nella «casistica» e in «una morale fredda». Però, ha ricordato il Papa, «la vita cristiana non è un’etica: è un incontro con Gesù Cristo». E «chi mi porta a questo incontro con Gesù Cristo» è proprio lo Spirito Santo. Così «noi, nella nostra vita, abbiamo nel nostro cuore lo Spirito Santo come un “prigioniero di lusso”: non lasciamo che ci spinga, non lasciamo che ci muova». Eppure «fa tutto, sa tutto, sa ricordarci cosa ha detto Gesù, sa spiegarci le cose di Gesù». C’è soltanto una cosa che «lo Spirito Santo non sa fare: cristiani da salotto. Questo non lo sa fare! Non sa fare “cristiani virtuali”, non virtuosi». Al contrario, «fa cristiani reali: lui prende la vita reale così com’è, con la profezia del leggere i segni dei tempi, e ci porta avanti così». Per questo «è il grande “prigioniero del nostro cuore” e noi diciamo che è la terza persona della Trinità e finiamo lì». «Questa settimana — ha suggerito Francesco — ci farà bene riflettere su cosa fa lo Spirito Santo nella nostra vita». Per aiutare questo esame di coscienza il Pontefice ha proposto alcune domande dirette: «Mi ha insegnato la strada della libertà? L’ho imparata da lui? Ma che libertà? Quale libertà? Lo Spirito Santo, che è in me, mi spinge ad andare fuori: ho paura? Come è il mio coraggio, quello che mi dà lo Spirito Santo, per uscire da me stesso, per testimoniare Gesù? Come va la mia pazienza nelle prove? Perché anche la pazienza la dà lo Spirito Santo». Proprio «in questa settimana di preparazione alla solennità di Pentecoste», il Papa ha invitato i cristiani a chiedersi se davvero credono allo Spirito Santo oppure per loro è solo «una parola». E «cerchiamo — ha esortato — di parlare con lui e dire: “Io so che tu sei nel mio cuore, che tu sei nel cuore della Chiesa, che tu porti avanti la Chiesa, che tu fai l’unità fra tutti noi, ma diversi tutti noi, nella diversità di tutti noi». L’invito è a «dirgli tutte queste cose e chiedere la grazia di imparare, ma praticamente, nella mia vita, cosa fa lui». È «la grazia della docilità a lui, essere docile allo Spirito Santo: questa settimana facciamo questo, pensiamo allo Spirito e parliamo con lui».

 

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