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Inno alla carità, un’altro commento, da un sito per l’apostolato dei morenti

dal sito: « Pia Unione del Transito » a favore dell’apostolato dei morenti un’altro commento sull’ « Inno alla carità » di San Paolo unito a altri pensieri in riferimento all’amore; dal sito:

http://www.piaunionedeltransito.org/Canopi_Maggio2009.html

La via sublime dell’amore

Ben radicati sulla roccia della fede, sospinti verso la mèta dalla forza della speranza, siamo ormai pronti per intraprendere il viaggio della vita, e l’apostolo Paolo ci incoraggia: «Vi mostro la via più sublime» (1Cor 12,31). Qual è questa via superiore a tutte? Ecco, egli ce lo dice cantando con accenti appassionati il mistero dell’amore, che è il mistero di Dio stesso e il mistero della Chiesa, comunione d’amore (cf. 1Cor 13,1-8).

Egli presenta la carità come una splendida regina, circondata dalle altre virtù come da un corteo di ancelle. Nessuna virtù, infatti, avrebbe senso se non tendesse alla carità e se non fosse al suo servizio per raggiungere lo scopo della vita eterna.

Il poema paolino si apre con una incalzante sequenza di se e di ma che esprimono il limite di qualsiasi anche eroico atto umano che non proceda dalla carità e non tenda alla pienezza dell’amore. «Se parlassi le lingue degli uomini e degli angeli, ma non avessi la carità, sarei come bronzo che rimbomba o come cembalo che strepita» (v. 1). A nulla servono le belle parole, se restano vuote, se non si concretizzano in gesti di comunione, in atti di solidarietà. Gesù stesso ci ha messo in guardia da questo pericolo, quando ha dichiarato: «Non chiunque mi dice: “Signore, Signore”, entrerà nel regno dei cieli, ma colui che fa la volontà del Padre mio che è nei cieli» (Mt 7,21). E la volontà di Dio è la nostra santificazione, ossia una vita tutta intessuta di amore. «E se avessi il dono della profezia, – continua l’Apostolo – se conoscessi tutti i misteri e avessi tutta la conoscenza, se possedessi tanta fede da trasportare le montagne, ma non avessi la carità, non sarei nulla» (v. 2). Se anche compissi i più strepitosi miracoli, ma mi mancasse la carità, tutto sarebbe illusorio.  Anzi, potrei esaltarmi sulla vetta della superbia e  credermi un personaggio importante, persino un grande carismatico, ma in realtà non sarei che un pallone gonfiato, inesorabilmente destinato a scoppiare e a ridursi a nulla.

L’Apostolo ancora prosegue, rendendo sempre più esigente e radicale il suo discorso: «E se anche dessi in cibo tutti i miei beni e consegnassi il mio corpo per averne vanto, ma non avessi la carità, a nulla mi servirebbe» (v. 3). Quello che si dà per trarne vanto non è dono, ma è la peggior forma di commercio, è… una specie di prostituzione e di inutile spreco. Alla radice della carità non vi può essere ricchezza ostentata, né appariscente eroismo di spogliazione; deve esserci puro e disinteressato amore a Dio e al prossimo. Quanto è facile, invece, agire per un più o meno consapevole desiderio di autoaffermazione! Per evitare il grande rischio dell’ambiguità nel perseguire il bene, occorre anzitutto non mettersi in un posto di protagonismo, ma di umile servizio.

Conclusa la sequenza dei se e dei ma, con la quale ha dimostrato che l’indispensabile linfa di ogni azione santa è la vera carità, san Paolo ora ne mostra al vivo tutta la sua bellezza: «La carità è magnanima, benevola è la carità» (v. 4). Ha un animo grande, un cuore dilatato, che non si perde dietro a piccolezze e meschinità, ma sa tutti stringere nel grande abbraccio dell’amore che perdona, riconcilia, fa comunione; perciò è benevola: sa cercare e volere solo il bene degli altri, e lo vede in tutti anche quando è offuscato da qualche scoria di male.

Dopo avere evidenziato in positivo questi due bei tratti della carità, l’Apostolo dice quello che non ci deve essere in essa, pena l’introduzione di disarmonie e di  macchie che ne sciuperebbero la bellezza. Nella carità non c’è invidia: chi ama non desidera per sé il bene che vede negli altri, anzi, ne gode come e anche più che se gli appartenesse in proprio. Nella carità non c’è vanagloria, né superbia: rivestita di umiltà, non si attribuisce i meriti e l’onore dovuti a Dio, da cui proviene ogni capacità di bene. Non c’è mancanza di rispetto, perché in tutti e in tutto vede la presenza del Signore, degno di ogni onore, lode e benedizione. Non c’è ricerca egoistica del proprio interesse, perché per sua natura la carità è generosa, oblativa, è per gli altri. Non ci sono moti di ira, perché è paziente e pacifica; non conosce spirito di vendetta, né risentimenti o rancori, perché sempre perdona. La carità non tiene un registro di contabilità con le colonne dei debiti e dei crediti, ma, sentendosi sempre debitrice, dove più manca, più si riversa; dove c’è male, mette bene; dove c’è guerra, getta semi di pace. E il saldo, nella divina economia, risulta attivo.

Concludendo il suo cantico, l’Apostolo torna nuovamente ad esprimersi in termini positivi; con quattro ripetuti “tutto” e con il “mai” finale riassume le caratteristiche della carità, quasi per presentarne un documento di riconoscimento. Davanti alle debolezze e alle miserie umane, la carità tutto scusa, tutto crede, tutto spera, tutto sopporta, perché pone ogni uomo, ogni realtà sotto lo sguardo di Dio cui nulla è impossibile. La carità vede tutto con il cuore pieno di compassione, ma anche pieno di ammirazione per ogni creatura in cui, benché limitata e fragile, scorge riflessa la bontà e la bellezza di Dio.

Questo volto della carità non è, infatti, un dipinto ideale e astratto, non è una figura simbolica, ma una Persona vera e vivente. Se riprendiamo il cantico paolino e sostituiamo il nome “carità” con “Gesù”, scopriamo che tutto coincide perfettamente. La carità è lui stesso. Per questo l’Apostolo può affermare: «La carità non avrà mai fine» (v. 8).

Gesù Cristo è colui che tutto sopporta, che si è caricato e sempre si carica delle nostre miserie. È lui che è benevolo verso di noi. È lui che, spogliatosi della sua gloria divina, si è messo all’ultimo posto fra le creature umane, senza trarre vanto dal suo essere Figlio di Dio. È lui, Gesù, che ci ha mostrato con il suo atteggiamento quanto rispetto e quanta riverenza siano dovuti a ogni creatura, comunque si presenti. Egli, infatti, si è accostato con estrema delicatezza ai poveri, ai malati, ai pubblicani e alle prostitute, ai vecchi e ai bambini. Ha guardato con pietà tutti gli esseri umani, anche i suoi persecutori e crocifissori. Non è davvero venuto sulla terra a fare i propri interessi, ma i nostri e, senza tener conto della nostra ingratitudine e dei nostri oltraggi, si è presentato al Padre intercedendo in nostro favore: «Padre, perdona loro…» (Lc 23,34). Questa preghiera di Gesù non riguardava soltanto quelli che erano direttamente responsabili della sua passione e morte, ma riguarda anche tutti noi, sempre. «Padre, perdona loro…, perché non sanno quello che fanno»: Gesù ci scusa, ci “sopporta”, ci porta su di sé come soave peso di amore.

E accanto a lui nell’ora della manifestazione suprema della carità – sotto la croce – troviamo Maria. Anche lei è una icona splendente della tenerezza di Dio. Umile e tutta protesa al compimento della divina volontà, Maria partecipa alla missione del Figlio. Non cerca se stessa: è tutta donata. Come Gesù, continua la sua missione di amore in mezzo a noi, nella Chiesa. Anche lei ci rimane accanto per condurci sulla via regale della carità. «Ricercate la carità…» (1 Cor 14,1), esorta l’Apostolo, perché nulla è più grande di essa. Essa è, infatti, il comandamento nuovo lasciato da Gesù prima della sua Passione: «Amatevi gli uni gli altri come io vi ho amati» (Gv 15,12. 17). E Maria ci suggerisce: «Qualsiasi cosa vi dica, fatela… Ricercate il mio Figlio: credete in lui che è la Verità, vivete in lui che è la Vita, camminate in lui che è la Via, amate in lui che è l’Amore incarnato» (cf. Gv 2,5; 14,6). Chiunque voglia davvero camminare sulla via della santità non ha che da tenere fisso lo sguardo su Gesù, su Maria, sui santi, questi nostri fratelli maggiori che l’hanno percorsa fino in fondo con fede, con spirito di sacrificio, con amore: «Perciò, fratelli – esorta sant’Agostino – esercitate la carità: senza di essa il ricco è povero; con essa il povero è ricco. Essa è forte in mezzo alle dure sofferenze, piena di gioia nelle opere buone; nelle tentazioni sicurissima; nell’ospitalità, larghissima… In Maria è vergine. È franca in Paolo, umile in Pietro… Quanto è grande la carità! Essa sopporta tutto nella presente vita, perché crede nella futura vita: sopporta tutte le cose che qui ci sono date da sopportare, perché spera tutto quello che le viene promesso là. Giustamente non ha mai fine. Perciò praticate la carità e portate frutti di giustizia. E se troverete voi, a sua lode, altre cose che io non vi abbia detto ora, lo si veda nel vostro modo di vivere!» (Discorsi, 350,3). 

 Pia Unione del Transito
 

L’AMORE «TEOLOGALE» DEL PROSSIMO (1Cor 13)

dal sito:

http://www.atma-o-jibon.org/italiano7/lyonnet_meditare_con_paolo5.htm

STANISLAO LYONNET (1Cor 13)

L’AMORE «TEOLOGALE» DEL PROSSIMO

Nell’analisi della descrizione dell’amore del prossimo fatta da Paolo nell’ «inno alla carità» (1Cor. 13) ci siamo attenuti principalmente all’ aspetto esteriore. Vale la pena ora di approfondirne la natura, e precisamente di esaminare ciò che distingue questo da ogni amore «naturale», facendone una «virtù teologale». È chiaro infatti che l’amore descritto nei vv. 4-7 non può esser diverso da quello del quale parla in tutto l’inno e che mette accanto alla fede e alla speranza, o meglio al di sopra di esse (v. 13) (1).
Per San Paolo, come per il Nuovo Testamento in generale, l’amore del prossimo è anzitutto ed essenzialmente un riflesso dell’amore che Dio stesso porta a noi, del quale Cristo è l’espressione perfetta. Ci si spiegano pertanto quelle formule così caratteristiche che ritornano di continuo sotto la sua dettatura.

Mostratevi buoni e compassionevoli gli uni verso gli altri, perdonando vi reciprocamente, come Dio ha perdonato a voi. Siate dunque imitatori di Dio, quali figlioli amatissimi. Vivete nell’amore, dietro l’esempio di Cristo, il quale vi ha amato e si è donato per voi (Ef. 4,32 fino a 5,2).
Portate la mia gioia al colmo con la concordia dei vostri sentimenti: abbiate lo stesso amore, un’anima sola, un solo sentimento, non fate concessioni alla vanagloria…; non cercate il vostro tornaconto, ma ognuno pensi piuttosto a quello degli altri: siate di fatto animati dagli stessi sentimenti di Cristo Gesù, il quale, essendo di condizione divina… si annichilò… si umiliò, obbedendo fino alla morte e alla morte su una croce (Fil. 2,2-8).
È nostro dovere non cercare quel che piace a noi. Ognuno piaccia al suo prossimo… Infatti Cristo ha cercato quel che piaceva a lui (Rom. 15,1-3).
Uomini, amate le vostre mogli come Cristo ha amato la chiesa e si è donato per essa, per santificarla (Ef. 5, 25-26).

Era, questa, la lezione chiarissima del discorso del monte: «Siate perfetti come il vostro Padre celeste è perfetto» (Mt. 5,48), lezione che Luca non teme di precisare, scrivendo: «Siate misericordiosi, come il vostro Padre celeste è misericordioso» (Lc. 6,36). Era, anche, la lezione di San Giovanni: «Come io ho amato voi, così anche voi amatevi gli uni gli altri» (Giov.13,34).
Se il nostro amar del prossimo è un riflesso dell’amore che Dio e Cristo portano a noi, nessuna meraviglia che ne riproduca tutte le caratteristiche e che all’uno e all’altro siano attribuite le medesime qualità; l’abbiam già visto per la longanimità, la bontà, la benignità, il disinteresse. Ma lo stesso si può dire, per esempio, della misericordia, della compassione, della fedeltà, ecc. (2).
Ora, imitare Dio o Cristo non è come imitare un santo. Di questo non possiamo riprodurre se non gli atteggiamenti o i sentimenti; ma egli rimane sempre esterno a noi. Dio invece, come dice Sant’Agostino, «è interno a noi più di noi stessi». Ogni cristiano è entrato col battesimo a partecipare della vita stessa di Cristo risuscitato (Rom. 6,4); con Cristo è divenuto un solo essere (v. 5), tanto che Paolo non teme di dire: «Vivo, ma non più io; bensì è Cristo che vive in me» (Gal. 2,20). Proprio perché vive della vita stessa di Cristo il cristiano può rivolgersi al Padre col medesimo appellativo di cui si serviva il Figlio unico, l’appellativo di abbà (Padre), preso nel senso speciale che esso aveva presso gli Ebrei (Gal. 4,6; Rom. 8,15) (3). «Battezzati in Cristo, noi formiamo un tutt’uno con lui» (Gal. 3,27-28): non una cosa sola, ma un solo essere vivente; infatti l’Apostolo usa il maschile, non il neutro: «come una sola persona mistica» (4). È ben per questo che Dio Padre ci ama, nello Spirito, dello stesso amore con il quale ama il proprio Figlio (5). Con questo stesso amore, che è la vita di Cristo, noi a nostra volta amiamo, nello Spirito, non solo il Padre, ma tutti quelli che ama lui: tutti gli uomini, i nostri «fratelli».
È chiaro che nulla si può pensare che ci unisca a Dio in maniera più intima e più immediata, secondo la definizione che San Tommaso dà della virtù «teologale», proprio quando spiega il passo di 1Cor. 13, 13: «Queste tre virtù ci uniscono a Dio immediatamente; le altre ci uniscono a Dio solo mediante queste tre». Più ancora, l’amore così intenso non solo ci unisce immediatamente a Dio, ma – potremmo dire – ci unisce a ciò che in Dio è Dio nel massimo grado, poiché, secondo la rivelazione cristiana, «Dio è amore» (6).
Assai istruttivo è, a questo proposito, un passo di San Gregorio Nazianzeno. Gregorio, fine letterato com’era, sapeva bene che l’ideale religioso del greco era di assimilarsi a Dio, di ottenere la «divinizzazione» fuggendo ogni contatto con il mondo sensibile della materia e dandosi al puro esercizio dell’intelligenza. A questo ideale, pur tanto elevato, Gregorio oppone l’ideale cristiano utilizzando a bello studio lo stesso vocabolario e, ricordando che l’uomo è stato creato a immagine di Dio, esclama: «Pensa, o uomo divino, di chi sei creatura… Imita pertanto la ‘filantropia’ di Dio. Nulla nell’uomo è più divino che il far del bene. Tu dunque hai la possibilità di diventare Dio senza grande sforzo: non lasciar passare questa occasione di ‘divinizzazione’» (7).

Ma l’amore del prossimo è «teologale» anche in quanto per San Paolo amare il prossimo è lo stesso che amare Cristo, poiché tutti gli uomini uniti a Cristo – e tutti son chiamati ad esserlo – formano con Cristo risuscitato «un unico vivente», secondo l’espressione così energica di Gal. 3,48 ricordata sopra; poiché, in altre parole e per dirla con un’immagine cara all’ Apostolo non meno che ai suoi contemporanei, sono tutti «membra di Cristo» e formano il suo «corpo» (8). Questa dottrina è al centro della teologia di San Paolo e non è che l’eco dell’insegnamento del Maestro e della sua parola «l’avete fatto a me» (Mt. 25,40); essa consacra quella sovreminente dignità della persona umana che ogni morale cristiana si sforzerà sempre di promuovere e che si esprime nel principio che l’uomo è «figlio di Dio» perché è un «altro Cristo».
È risaputo quale posto essa occupasse nella predicazione dei Padri e con quale profondità i cristiani la vissero, un tempo più che ai nostri giorni. Ne fu fede l’aneddoto che Gilberte Périer narra nella vita del fratello Blaise Pascal. Questi, malato, desiderava ardentemente di comunicarsi; ma, vedendo l’opposizione dei medici alla sua aspirazione, non osò più parlarne; semplicemente disse: «Dal momento che non mi si vuole accordare questa grazia, vorrei almeno sostituirvi qualche opera buona e, non potendo comunicarmi col capo vorrei almeno comunicarmi nelle sue membra; per questo ho pensato di aver qua dentro un povero malato, al quale si renderanno gli stessi servigi che si rendono a me». Sempre rifacendosi allo stesso insegnamento il Padre Muckermann, per esempio, giustificava così la sua resistenza a Hitler: «Ogni volta che constatiamo un’ingiustizia verso chicchessia, fosse pure il più povero e il più umile degli uomini, è come se vedessimo vibrare un pugno al volto di Cristo».
È ancora questa dottrina che spiega come il cristiano possa amare Dio non solo con un amore di semplice ammirazione, ma con amore effettivo, quello di un amico che vuole il bene del suo amico e si sforza di procurarglielo: non si contenta di ricevere, ma passa al dono. Tra Dio e l’uomo sembra che un tale scambio di beni – nel quale consiste la vera amicizia – sia decisamente escluso. Da Dio, cosi pare, l’uomo non può che ricevere e perciò sembra dover esser privo della beatitudine, che secondo il detto di Cristo riferito da Paolo, consiste «più nel donare che nel ricevere» (Atti 20,35). Ma ecco che il mistero dell’incarnazione opererà questo prodigio inaudito, poiché Dio, l’infinito, senza perder nulla della sua trascendenza, si fa uomo, finito, e pertanto capace di «ricevere» qualcosa dalle sue creature. Per quanto stupefacente e blasfema possa apparire la cosa, Dio ha voluto «aver bisogno dell’uomo». Noi lo vediamo fin dall’Antico Testamento entrare in qualche modo nella storia del suo popolo e vediamo i profeti, a partire da Osea, compiacersi nel descrivere l’amor di Dio per Israele sotto la immagine dell’ amore appassionato di un uomo per la sua sposa, un uomo che non sa fare a meno di amarla nonostante le sue infedeltà. La Bibbia non teme nemmeno di parlare della «gelosia di Dio», segno indubitabile dell’amore, ma di un amore deluso, che soffre di esserlo.
Ma con la rivelazione del mistero dell’incarnazione comprendiamo fino a quel punto Dio ha voluto associarsi alla nostra condizione umana e farsi uno di noi. Nel corso della sua vita mortale, infatti, Cristo non si è limitato a «passare facendo del bene» (Atti 10,38), ma, da uomo autentico, ha avuto bisogno di altri; ha dato, ma ha pure ricevuto e quando, seduto sull’orlo del pozzo di Giacobbe, chiedeva un po’ d’acqua per calmar la sete, non intendeva certo parlare per celia con la donna di Samaria (Giov. 4,7).
Ora l’incarnazione continua. Cristo ha voluto restar presente tra gli uomini, nell’Eucarestia e nelle membra del suo Corpo: due presenze delle quali San Paolo nota espressamente la connessione: un solo pane eucaristico, un solo corpo di Cristo (1Cor. 10, 16-17). Anche questa dottrina è ripresa instancabilmente dai Padri, per esempio dal papa San Leone Magno, uno dei grandi «dottori dell’incarnazione», che non esita a stabilire un parallelo tra queste due presenze. Cosi egli ricorda ai cristiani che «comunicandosi si nutrono del corpo e del sangue di Cristo», ma anche che «distribuendo ai poveri vestiti e cibarie nutrono e vestono Cristo nei poveri»; e, con un ardire al quale non siamo abituati conclude: «Vero Dio e vero uomo, dunque, Cristo è unico, ricco nelle sue ricchezze, povero nelle nostre miserie, in atto di ricevere le nostre offerte (nella persona dei poveri) e di distribuire i suoi doni (nell’Eucarestia), di partecipare alla nostra condizione mortale e di dare la vita ai morti». In un altro passo egli celebra la meravigliosa condiscendenza di Cristo, che ha saputo «conciliare il mistero della sua umiltà con quello della sua gloria, casi che a Colui che noi adoriamo come nostro re e maestro nella maestà del Padre, dessimo pure da mangiare nella persona dei suoi poveri» (9).
Così stando le cose, nessuno si meraviglierà che San Paolo concepisca la vita cristiana, interamente imperniata sulla carità, come il culto per eccellenza che noi dobbiamo rendere a Dio, culto chiamato «spirituale» in opposizione ai sacrifici della legge antica (Rom. 12,1). La sua morale, che si riassume nell’amore del prossimo, non per questo è meno essenzialmente ordinata a Dio: è una morale eminentemente religiosa. Se l’Apostolo ricorda solo il «secondo» comandamento: «Amerai il prossimo tuo come te stesso» (Gal. 5,13; Rom. 13,9) – come fa del resto Cristo in Mt. 7,12 (cfr. 25,31-46) e in Giov. 13,35 – ciò non significa certamente che egli dimentichi il «primo»: «Amerai il Signore Dio tuo con tutto il cuore». La ragione sta in questo: che per lui il «secondo» include il «primo» e ne è come l’autentica espressione concreta. L’opposizione, oggetto di tante controversie, tra una morale «teocentrica» e una morale «antropocentrica» è superata; in lui non ha più senso. Ogni azione ordinata al vero «bene dell’uomo», che consiste nel compiere il suo destino, cioè nel «ritornare a Dio», non può non essere ordinata al «bene di Dio», poiché proprio per questo fine Dio l’ha creato e Cristo l’ha riscattato col suo sangue.
«Se la visione di Dio è la vita dell’uomo, la gloria di Dio consiste nel dar la vita all’uomo» (S. Ireneo).
Tutto questo aveva mirabilmente compreso Santa Teresa del Bambin Gesù. Nell’atto di offerta all’amore misericordioso composto due anni avanti la morte, atto che portava sempre con sé, dapprima aveva scritto spontaneamente: «Voglio lavorare solo per amar vostro, all’unico fine di farvi piacere, di consolare il vostro Sacro Cuore salvando vi delle anime che vi amino eternamente». Spaventata, forse, della sua audacia o consigliata da qualcuno, si sa che, nel copiare l’atto di offerta per la sorella, introdusse un leggero cambiamento scrivendo: «… all’unico fine… di consolare il vostro Sacro Cuore e di salvar delle anime…». Ritengo che nel suo pensiero la «salvezza delle anime» rappresenta il mezzo non solo privilegiato, ma unico di «consolare» veramente il Cuore di Gesù; ma la nuova redazione, quella che fu stampata e diffusa, permetteva una dissociazione, che probabilmente molti lettori han fatto con non minore spontaneità.

[1]. Si veda pure L. LOCHET, Charité fraternelle et vie trinitaire: «Nouvelle Revue Théologique» 38 (1956) 113-134.
[2]. Ecco alcuni dei richiami più caratteristici:
-longanimità: 1Cor. 13,4; Gal.5,22; e Rom. 2,4; 9,12.
- bontà e benignità: 1Cor. 13,4; Gal. 5,22; Col. 3,12; Ef.4,32 e Rom. 2,4; 11,22; Ef. 2,7; Tit. 3,4.
- disinteresse: 1Cor. 10,24.33;  13,5; Fil. 2,3.21 e Rom. 5,6-8; 15,1-3; cfr. Mt. 5,48; Lc. 6,35.
- misericordia: Rom. 12,8 e Tito 3,5; cfr. Ef.4,32; Le. 6.36. – compassione: Col. 3,12 e Rom. 12,1.
- fedeltà: Gal. 5,22 e 1Cor. 1,9; Rom. 3,3.
[3]. Vedi sopra p. 34.
[4]. S. TOMMASO, Summa Theologica III, q.48, a.2.
[5]. Rom. 5,5; 8,16; cfr. Giov. 17,26.
[6]. 1Giov. 4,8; si veda tutto il contesto dei vv.7-9.
[7]. Discorso I7, n.9 (P.G.35,976).
[8]. 1Cor. 6,I5; 10,17; 12,I2.27; Rom. I2,5; Col. 1,18, ecc.; Ef. 1,23, ecc.
[9]. S. LEONE MAGNO, Sermoni 91 e 9 (PL 54.452-453.163). Il Padre Peyriguère, apostolo di El Khab nel Marocco, ha vissuto questo mistero con un’intensità particolare: «La contemplazione è l’esperienza della presenza. Qui, nel prendermi cura dei fanciulli, io Lo vedo, Lo tocco, ho l’impressione quasi fisica di toccare il corpo di Cristo. È una grazia straordinaria… I fanciulli ai quali metto una camicia sono il corpo di Cristo, che io adorno. A forza di viverla (questa presenza), ne viene un rinnovamento della mia messa…». Caduto gravemente malato, egli rinviò la partenza per poter attendere ancora a una distribuzione di abiti. Alla suora che gli domanda perché mai non sia disceso più presto a Casablanca per farsi curare, risponde con tutta semplicità: «Ma, sorella, non avrei avuto la gioia di veder Cristo vestito a nuovo» (G. GORRÉE, Le Père Peyriguère, pp. 54 e 70).

SAN PAOLO E L’AMORE DEL PROSSIMO (1Cor 13, 4-7)

dal sito:

http://www.atma-o-jibon.org/italiano7/lyonnet_meditare_con_paolo4.htm

STANISLAO LYONNET

SAN PAOLO E L’AMORE DEL PROSSIMO
(1Corinti 13.4-7)

Se, nelle sue lettere, San Paolo ritorna con particolare insistenza dell’importanza della preghiera, bisogna dire almeno altrettanto della carità.
Basta, per rendersene conto, sfogliare le lettere fermandosi di preferenza sulla parte detta sovente «morale», nella quale l’Apostolo moltiplica i consigli pratici di vita cristiana, e notare di volta in volta tutto ciò che vi ha attinenza con il precetto dell’amore. Non vi è lettera in cui esso non occupi un posto rimarchevole; talvolta occupa interamente la parte morale, e sotto la forma più comune, più umile, che è quella dell’amor del prossimo.
Si potrebbe constatare senza fatica che è questo il precetto al quale Paolo riconduce tutti gli altri perché esso li contiene tutti quanti (cfr. Gal. 5,14; Rom. 13,8-10). Ma se vogliamo comprendere esattamente che cosa egli intenda per «amare il prossimo», niente ci aiuterà tanto, quanto un’attenta lettura della descrizione che ce ne offre nell’«inno alla carità», nel capo 13 della prima ai Corinti (vv.4-7):

La carità è longanime, la carità è servizievole, non è gelosa; la carità non è fanfarona, non si dà arie; non prova vergogna; non cerca il proprio tornaconto; non si irrita, non tien conto del male; non si rallegra dell’ingiustizia, ma ripone la sua gioia nella verità. Scusa tutto, crede tutto, spera tutto, sopporta tutto.

Ai Corinti, i quali mettevano il loro ideale di perfezione nel possesso dei doni spirituali più appariscenti, San Paolo propone «una via che supera tutte le altre». Questa via, sublime e semplice ad un tempo, è la via dell’amore, di quell’amore che si esprime e si realizza nei più umili gesti della vita quotidiana: atteggiamento esterno, ma che sia il riflesso di un comportamento interiore (cfr. v. 3), amore autentico, «senza infìngimenti» (Rom. 12,9), ma che appunto, se è autentico, non può non esprimersi in gesti ben concreti, perché i gesti si conformano all’attitudine interiore di amore, quali che possano essere le resistenze della sensibilità, perché l’amore vero è essenzialmente «volontà del bene altrui».

La carità è longanime, servizievole

La prima caratteristica dell’amore – e sarà anche l’ultima – è quella longanimità in cui la Bibbia riconosce uno degli attributi più frequentemente dati a Dio e di cui Israele ha così spesso fatto l’esperienza nella sua storia: «lento alla collera», instancabilmente paziente nei riguardi di quel popolo «di dura cervice» (1). L’uomo caritatevole è egli pure pieno di bontà, di benignità, simile anche in questo a Dio (2), di quella stessa benignità di cui Paolo ci dice che apparve con la nascita del Dio fatto uomo (Tito 3,4). La parola greca usata dall’Apostolo consente anche la traduzione ‘servizievole’ (3), e difatti il cristiano che fa professione di carità non solo non rifiuta i «servizi» di cui può venir richiesto, quando non vi si opponga un «servizio» più grande, ma «si mette al servizio degli altri» (4), cioè prende un atteggiamento tale che per gli altri è un invito a chiedergli effettivamente dei servizi; in breve, è qualcuno «di cui ci si può servire» (5).

La carità non è gelosa, non è fanfarona, non si dà arie

Gelosia e invidia le sono evidentemente sconosciute. E come potrebbe, colui che ama, rattristarsi della felicità che per definizione «vuole» per gli altri? Ma egli non cede nemmeno alla iattanza o all’arroganza, respingendo anche quell’orgoglio segreto che ci spinge a compiacerci della nostra buona azione e a crederci al di sopra degli altri, forse per la sola ragione che abbiamo coscienza di esser caritatevoli. Per San Paolo l’umiltà è in effetti la prima condizione della vera carità: chi intende amare il prossimo deve per prima cosa «non sopravvalutare se stesso» (Rom. 12,3); più ancora, deve «ritenere gli altri superiori a lui» (Fil. 2,3), mettersi lealmente in atteggiamento di «servizio» e quindi al di sotto di essi, come Cristo, il quale, essendo «di condizione divina, non tenne per sé, ‘con animo geloso, il grado che lo faceva eguale a Dio, ma si annientò prendendo la condizione di schiavo… e si umiliò ancor di più, obbedendo fino alla morte e alla morte su una croce» (vv.6-8) (6).

La carità non prova vergogna

Questo è il senso in cui i Padri greci prendono solitamente il termine usato da S. Paolo, termine che spesso viene invece tradotto con «non ricorre a mezzi cattivi» o «non fa nulla di sconveniente» (7). Il cristiano non si accontenta di non «rendere male per male» (Rom. 12,17), ma ricambia il male con il bene, «dà da mangiare al suo nemico se ha fame e da bere se ha sete» (v. 20), volendo «vincere il male col bene» (v. 21); colui che «insultato non sa che benedire», «perseguitato non sa che sopportare», «calunniato non sa che consolare» (1Cor. 12-13), un uomo siffatto, messo in una società – alla quale la nostra incomincia stranamente a rassomigliare – per cui la «grandezza d’animo» consisteva precisamente, come dice Aristotele, nel «non sopportare», non poteva riscuoterne che il disprezzo.

La carità non cerca il proprio tornaconto

Al centro della descrizione l’Apostolo mette la nota che a suo avviso caratterizza meglio di ogni altra l’amore di Dio e di Cristo per noi: la gratuità, il disinteresse 8. Sotto la sua dettatura la formula ritorna a più riprese (9). Una simile esigenza, tuttavia, è parsa eccessiva e ben presto alcuni copisti tentarono, sia pure con le migliori intenzioni, di edulcolare, almeno qui, l’espressione con una correzione leggerissima (10); con l’aggiunta delle due sole lettere della negazione me (non), attribuirono a San Paolo un’affermazione perfettamente ortodossa («la carità non cerca quel che non è suo»), ma tale che riduce la carità alla giustizia. Non v’è dubbio che la carità abbracci inizialmente la giustizia, e nessuno l’ha affermato tanto esplicitamente quanto Paolo: «La carità- egli dice – non reca torto al prossimo» (Rom. 13, 10); essa tuttavia la sorpassa di tanto, si può dire, quanta è la distanza che separa Dio dall’uomo, che separa un mondo semplicemente «naturale» da uno elevato all’ordine «soprannaturale». In nome della giustizia il cristiano rivendica il diritto altrui, ma anche il proprio; in nome della carità sa rinunciare al suo diritto quando non sia in causa quello degli altri: si rifiuta di «farsi giustizia da sé» (Rom. 12, 19).
È per questo che nella stessa lettera, poco più sopra (1Cor. 6), San Paolo rimprovera i cristiani di Corinto non solo perché sottoponevano le loro questioni a magistrati pagani mentre potevano risolverle amichevolmente tra di loro, e commettevano cosi un vero crimine di lesa maestà della dignità cristiana, ma osa riprendere questi neofiti appena usciti da un paganesimo singolarmente rozzo (vv. 9-11) per il semplice motivo che si intentano dei processi; orbene, questo suppone due cose egualmente biasimevoli: primo, che ci sono dei fratelli che hanno commesso delle ingiustizie contro altri fratelli, il che esclude dal regno di Dio; secondo, che le vittime non hanno preferito «soffrire l’ingiustizia» e «lasciarsi spogliare» (v.7), e questo, se non è proprio un peccato o un delitto (come supporrebbe la traduzione delictum della Volgata), è pure sempre una «sconfitta» (ettema) dell’ideale cristiano. L’ideale del discorso del monte: «Se uno ti dà uno schiaffo sulla guancia destra, mostragli anche l’altra» (Mt. 5,39) è preso da Paolo sul serio, a condizione, s’intende, che questo atteggiamento non rappresenti una mancanza di carità riguardo al prossimo, condizione da cui si vede che il solo limite alla carità viene dalla carità stessa. Così Cristo non ha «tenuto per sé, con animo geloso, l’eguaglianza con Dio, ma si è annientato» (Fil. 2,6-7); «da ricco si è fatto povero, per arricchirei con la sua povertà» (2Cor. 8,9).
Un amore disinteressato e gratuito è di sua natura universale (Rom. 12,14-21), proprio come l’amore di Dio, il quale «non fa accettazione di persona» (11) e «vuole la salvezza di tutti gli uomini» (1Tim. 2,4). Le preferenze del cristiano, se ne ha, andranno agli umili (Rom. 12,16), a quelli da cui non ci si può atattender nulla in contraccambio (12), e se gli vien comandato in modo specialissimo di amare i nemici (13), la ragione è questa: che nessun amore è più di questo gratuito e disinteressato, più simile a quello di Dio stesso e di Cristo, i quali «ci hanno amati quando noi eravamo ancora empi, peccatori», cioè «nemici» (Rom. 5,6-10).

La carità non si irrita, non tien conto del male, non si rallegra dell’ingiustizia, ma ripone la sua gioia nella verità

Una volta toccata la cima, San Paolo, come temendo qualche illusione, si affretta a ridiscendere ai particolari della vita d’ogni giorno, nella quale il disinteresse autentico deve esercitarsi ed aver la sua verifica. La carità non si irrita, non agisce mai sotto l’impulso di sentimenti irriflessi, dei quali il più abituale è «l’accesso di collera». Essa insegna a tenere a freno parole e gesti inconsulti; in una parola, insegna a ristabilire al più presto possibile il dominio della ragione sull’istinto, o – come Paolo dice in un altro passo – a non permettere che «il sole tramonti sulla nostra collera» (Ef. 4,26).
La carità non tien conto del male, «non lo fissa – come dice il P. Huby – sul registro della memoria». Non contenta di perdonare, essa arriva perfino a dimenticare.
La carità non si rallegra dell’ingiustizia, del male che può ravvisare in altri, quasi «a prendersi la rivincita con la soddisfazione di un confronto che riesce a vantaggio suo (Allo); e sarebbe invero strano che colui che ama potesse esser felice di scoprire qualche male in coloro che sono oggetto del suo amore!
Più ancora, la carità – e questo è più difficile, come osserva finalmente San Giovanni Crisostomo – ripone la sua gioia nella verità, dovunque questa si trovi, fosse pure nei suoi nemici.

La carità scusa tutto, crede tutto, spera tutto, sopporta tutto

La descrizione si chiude con quattro note distintive. La carità scusa tutto; questo, almeno, è il senso più probabile del termine greco, che però può esser tradotto anche, insieme con la Volgata, con soffre tutto, il che equivale a quanto dirà l’ultima qualità. Non che rimanga cieca sui difetti del prossimo; ma essa sa che tali difetti sono sovente il prezzo di buone qualità ancora più grandi. E se distingue una pagliuzza nell’occhio del fratello, essa però non trascura di guardare anche la trave che, magari, si trova nel suo (Mt. 7,3). Soprattutto si guarda bene dal giudicare le intenzioni, le quali spesso sono molto meno malvagie di quanto si sospetti (14) e sono conosciute solo da Dio (cfr. 1Cor. 4,5). La carità fa questo ricordandosi del precetto di Cristo: «Non giudicate (gli altri) per non esser giudicati (da Dio), poiché la misura che userete sarà usata per voi» (Mt. 7.1-2). La carità crede tutto. Il suo primo moto non è una spontanea reazione di diffidenza; al contrario, essa «fa credito al prossimo prima ancora di esser sicura che esso lo meriti» (Allo). Posto anche che non lo meriti lì per li, la carità è ottimista per l’avvenire: spera tutto, convinta com’è che anche il più miserabile degli uomini ha delle possibilità di bene illimitate, giacché è amato da Dio fino al punto che anche Cristo ha accettato di morire per lui. Che se la speranza tarda a realizzarsi, nell’attesa sopporta tutto: ben lungi dal «lasciarsi vincere dal male», adottando il metodo messo in atto con lei, «trionfa sul male con il bene» (Rom. 12,21).

[1]. Cfr. Rom. 2,4; 9,12.
[2]. Cfr. Rom. 2,4; 11,22; Ef. 2,7.
[3]. Cfr. Bibbia di Gerusalemme.
[4]. Gal. 5,13. Si noti l’impiego del verbo greco che significa una vera «schiavitù».
[5]. Il termine greco chrestos deriva la chresthai, «servirsi».
[6]. Cfr. Giov. 13,1-16.34. 7. Cfr. Bibbia di Gerusalemme.
[8]. Cfr. Rom. 5,6-8; 15.1-3; Mt.5,48; Lc. 6,35-36
[9]. Cosi 1Cor. 10,24 e 33; Fil. 2,3-21.
[10]. Essa appare già nel più antico papiro che possediamo, il papiro Chester-Beatty, cosi chiamato dal nome del proprietario e datante dal sec. III.
[11]. Rom.2,11; Gal. 2,6; Cfr. Mt. 5,45.
[12]. Cfr. Lc. 14,13-14.
[13]. 1Cor. 4,I2; Rom. 12,20-21; Mt. 5,44-48; Lc. 6, 27-36.
[14]. Si legga a questo proposito l’incantevole aneddoto di Santa Teresa del Bambin Gesù: Histoire d’une ame, ch.9 (Manuscrits autobiographiques, ms. C.), pp. 266-267.

sull’Inno alla carità, una serie di riflessioni (1Cor 13, 1-8)

Dal sito QUMRAN. NET:

http://www.qumran2.net/indice.pax?parole=anno%20paolino&id=51

Una serie di riflessioni accompagnate da preghiere di santi e Padri della Chiesa sul celebre brano di San Paolo (1Cor 13,1-8 ), che ci aiuta capire il modo di vivere in Cristo, vero modello di carità, parole chiave: ANNO PAOLINO
autore: Luigi Basile –


LA CARITA’ È MAGNANIMA
1. « La carità è magnanima  » (1 Cr 13, 4). È questa la prima qualità che S. Paolo le attribuisce. La carità rende l’animo grande, generoso, libero dai calcoli e dalle piccinerie dell’egoismo.
Quando Pietro ha domandato, se bastava perdonare al prossimo sette volte – e forse ciò gli sembrava il massimo possibile – si è sentito rispondere:  » Ti dico: non fino a sette volte, ma settanta volte sette  » (Mt 18,22). È quanto dire sempre senza mettere alcun limite, proprio come fa  » il nostro Dio che è magnanimo nel perdono  » (1s 55,7), Tutta la vita dell’uomo è sostanziata dal perdono di Dio. Appena la creatura apre gli occhi all’esistenza, Dio rigenerandola nella grazia, l’accoglie nel suo perdono col quale la riscatta dal peccato di origine. E poi, dal primo uso della ragione fino alla morte, è un continuo susseguirsi del perdono divino. Come potrebbe il cristiano vivere in grazia, perseverare e crescere nell’amicizia con Dio, nutrirsi del Corpo di Cristo senza il continuo, rinnovato perdono del Padre celeste? Ed ecco che la magnanimità del Padre deve divenire la norma della magnanimità dei figli;  » Siate misericordiosi, come è misericordioso il Padre vostro  » (Lc 6,36), Pietro, dopo aver sperimentato la longanimità del perdono del Maestro da lui rinnegato, non ha avuto più bisogno di fare calcoli per sapere quante volte dovesse perdonare al suo prossimo. E forse ripensava al perdono sceso su di lui, con tanta abbondanza, quando scriveva che chi non ha amore fraterno,  » è cieco e di vista corta, dimentico di essere stato mondato dai suoi antichi peccati  » (2 Pt 1,9). Proprio perché il cristiano vive del perdono di Dio, deve saper perdonare i fratelli. L’abbraccio del perdono che Dio gli dona e ridona con instancabile magnanimità, non deve fermarsi a lui; è suo dovere trasmetterlo al prossimo. Ciò è tanto importante agli occhi di Dio che, in definitiva, egli inverte le parti e misura la larghezza del suo perdono sulla generosità di ognuno nel perdonare agli altri.  » Perdonate e vi sarà perdonato… con la misura con la quale misurerete sarà misurato a voi  » (Lc 6, 37-38 ).

2. La carità è magnanima verso gli altri perché  » non tiene conto del male ricevuto  » (1 Cr 13,5). Ciò che raffredda l’amore fraterno è il pensiero dei torti ricevuti, che molto difficilmente l’uomo sa dimenticare. Il perdono di Dio non solo condona i debiti contratti, ma li distrugge fino ad annullarne la memoria.  » Tutte le trasgressioni, che [l'uomo] avrà compiute, non saranno più ricordate per lui  » (Ez 18,22), dice la Scrittura. E di più Dio col perdono ridona intatta la sua amicizia. Il perdono del cristiano non è completo se non mira a questo: dimenticare il male ricevuto al punto di trattare con cuore e con gesto d’amico l’offensore.  » Siate benevoli gli uni verso gli altri – insiste S. Paolo -, misericordiosi, perdonandovi a vicenda come Dio ha perdonato a voi in Cristo  » (Ef 4,32). Se il proposito del perdono non è vissuto con generosità e costanza, quando il cristiano si presenta al Padre celeste per la preghiera, pronuncia la sua condanna:  » E rimetti a noi i nostri debiti come noi li rimettiamo ai nostri debitori  » (Mt 6, 12). Che cosa può essere dell’uomo se Dio diventa, come lui, avaro del suo perdono? Forse la mediocrità di tanti, un tempo ferventi e generosi nel servizio di Dio, si spiega con la grettezza del loro perdono che ha paralizzato la loro vita spirituale.  » Chi semina scarsamente, scarsamente raccoglierà  » (2Cr 9,6). Chi semina un perdono scarso e avaro non può pretendere da Dio un perdono largo, magnanimo, e neppure abbondanza di grazia e di amore.
 » Date e vi sarà dato – ripete il Signore -; una misura buona, pigiata, scossa e traboccante vi sarà versata in grembo  » (Lc 6,38). La carità non è piena se non è magnanima in ogni suo aspetto. Tutti gli uomini vivono dei doni di Dio e tutti devono scambiarsi i doni ricevuti. I doni spirituali dell’amore, della benevolenza, del perdono, e i doni materiali necessari alla vita;  » Se il tuo nemico ha fame, sfamalo; se ha sete, dagli da bere « (Pr 25, 21).
 » Ma se uno ha dei beni di questo mondo, e vedendo il suo fratello in necessità gli chiude le proprie viscere, come dimora in lui l’amore di Dio? Figlioletti, non amiamo a parole ne con la lingua, ma a fatti e nella verità  » (1 Gv3, 17-18).
PREGHIERE: Perdonaci Signore. Che io possa, come la peccatrice, udire dalla tua bocca le dolci e consolanti parole:  » Le sono rimessi molti peccati, perché ha amato molto; quegli a cui più si perdona più ama e quegli a cui meno si perdona meno ama « . Sono parole tue, o Verità eterna. Perdonami dunque e fa’ che ti ami quanto ho di bisogno del tuo perdono…
E affinché nulla manchi alla carità perfetta, ecco ancora l’amore fraterno. Nessuna cosa deve impedire la unione con i nostri, fratelli, se non la possono impedire neppure le offese. Noi le perdoniamo, Signore, così come vogliamo ottenere, il perdono per noi, con la stessa sincerità. Non conserviamo alcun risentimento, come desideriamo che non ne conservi tu. Restituiamo loro il nostro amore, come vogliamo che tu ci renda il tuo.
J. B. BOSSUET, Meditazioni sul Vangelo III,51,v 1,p 235
Chi è o Signore, che non sia debitore verso di te se non chi vada esente da ogni: colpa? Chi è che non abbia per debitore qualche fratello se non chi non sia mai stato offeso da nessuno? …Ogni uomo è debitore e tuttavia ha, a sua volta; qualche debitore. Perciò, o Signore, nella tua giustizia tu hai stabilito che tua regola di condotta verso di me, tuo debitore, fosse quella seguita da me con chi è debitore a mio riguardo.
Due sono infatti le opere di misericordia che ci liberano e che tu stesso hai fatto registrare brevemente nel tuo Vangelo: Perdonate e vi sarà perdonato; date e vi sarà dato… lo voglio essere perdonato del mio peccato, Signore, perciò ho qualcuno cui poter perdonare… Accatta da me il povero, e io sono tuo mendicante, Signore. Infatti quando preghiamo, siamo tutti tuoi mendicanti: stiamo davanti alla porta del grande padre di famiglia, anzi ci prostriamo supplicando con gemiti per la brama di ricevere qualcosa, e questo qualcosa sei tu, o Signore! Che cosa chiede a me il povero? Il pane. E io che cosa chiedo a te se non te stesso che hai detto: Io sono il pane vivo disceso dal cielo? Per ottenere perdono perdonerò; rimetterò ad altri e sarà rimesso a me; volendo ricevere darò, e mi sarà dato.
S. AGOSTINO, Sermo 83;2


LA CARITA’ È BENIGNA

1. La benignità è frutto del cuore buono, benevolo, che a imitazione di Dio vuole e cerca solo il bene dei fratelli:  » cercate sempre il bene, tra voi e con tutti « , esorta S. Paolo (1 Ts 5, 15). Se il cuore è buono, sono buoni anche i pensieri, sono benevoli anche i giudizi.

 » E perché guardi la pagliuzza nell’occhio del tuo fratello mentre non ti accorgi della trave che è nel tuo occhio?  » (Mt 7,3 ). Quanto più l’uomo è povero di virtù, tanto più i suoi difetti gli sembrano lievi e gravi invece quelli degli altri, particolarmente se urtano la sua sensibilità. È perciò tentato di erigersi a giudice del prossimo, condotta che denuncia la pochezza del suo amore. È troppo facile che una certa dose di questo spirito critico si annidi anche in coloro che si danno alla pietà e forse vivono all’ombra del santuario. Ma ciò mina in radice la vita spirituale perché ferisce la carità che ne è il fondamento. Se dove regnano la carità e l’amore là Dio è presente, dove la carità e l’amore scarseggiano Dio non dimora volentieri, nulla o quasi è la comunione con lui e della vita di pietà resta solo l’impalcatura esterna.
Il giudizio spetta a Dio solo, perché lui solo scruta i cuori.  » L’uomo guarda l’apparenza, il Signore guarda il cuore  » ( 1 Sam 16, 7). Non conoscendo le intenzioni e le circostanze dell’agire altrui, il giudizio dell’uomo – a meno che non vi sia tenuto per ufficio – è sempre temerario e usurpa i diritti di Dio. » E chi sei tu – grida S. Paolo – che giudichi l’altrui servo? Stia in piedi o cada, ciò riguarda il suo padrone  » (Rm 14,4), Il padrone è Dio, al tribunale del quale tutti ci presenteremo:  » ciascuno di noi renderà conto a Dio di se stesso  » (ivi 12), Il giudizio intransigente è condannato da Gesù, che applica ad esso la norma data per il perdono:  » Non giudicate per non essere giudicati; perché col giudizio col quale giudicate sarete giudicati  » (Mt 7, 1-2). Invece di giudicare il prossimo la carità nutre per lui sentimenti di misericordia, preoccupandosi di scusare piuttosto che di condannare.
 
 
2.  Agli, operai della prima ora che mormoravano perché quelli dell’ultima erano trattati alla loro stregua, il padrone della vigna diceva:  » non posso fare, delle cose mie quello che voglio? o il tuo occhio è cattivo perché io sono buono?  » (Mt 20, 15). Se l’occhio è maligno, il cuore non è benevolo verso il prossimo; di conseguenza il bene degli altri suscita scontento, gelosia, invidia. La carità, al contrario,  » non è invidiosa  » (1 Cr 13,4), anzi gode del bene altrui, lo favorisce, lo procura, anche se facendo questo dovesse scapitarne personalmente,  » Rallegrati del bene degli altri come se fosse tuo – dice S. Giovanni della Croce – cerando sinceramente che questi siano preferiti a te in tutte le cose… Cerca di fare ciò specialmente con coloro che ti sono meno simpatici  » (Ct 13 ).

La condotta del cristiano verso il prossimo deve riflettere la benignità e l’amore di Dio, per la bontà del quale siamo stati salvati (Tt 3, 4). Benignità nei sentimenti, nei pensieri, nelle parole, nelle azioni, come continuamente inculca la Sacra Scrittura. S. Pietro esorta a deporre  » le invidie e ogni maldicenza  » ( 1 Pt 2, 1 ). S. Giacomo raccomanda:  » Non sparlate gli uni degli altri, o fratelli. Chi sparla del fratello, o giudica il fratello, parla contro la legge  » ( Gc 4, 11 ). La legge della carità che Cristo ha lasciato ai suoi discepoli, è lesa da simili comportamenti; di conseguenza l’amicizia con Cristo viene diminuita, raffreddata. Come dimenticare le sue parole:  » Voi siete miei amici, se farete quello che io vi comando  » (Gv 15, 14)? E il suo comandamento più caro è appunto quello dell’amore scambievole. Anche S. Paolo insiste:  » Agite senza mormorazioni e critiche, affinché siate irreprensibili e semplici, figli di Dio immacolati  » (Fl 2, 14-15). Immacolati nella pratica di una carità benevola e pura che cerca il bene altrui e non l’appagamento del proprio cuore o il proprio tornaconto.
La carità infine è benigna nei modi affabili e cortesi, è benigna nel seminare bontà dovunque, anche dove sembra che questa manchi. In ogni uomo, fosse pure malvagio, c’è del bene, è l’orma di Dio che l’ha creato. È compito della bontà scoprire e far riaffiorare questo bene. La bontà del cristiano deve essere simile a quella di Dio che crea il bene in quelli che ama.
 
 
PREGHIERE: Aiutami, Signore, a non vedere nel mio prossimo nient’altro che le virtù e le buone opere, e a coprirne i difetti con la considerazione dei miei peccati. In tal modo, mi condurrai a poco a poco a una grande virtù, a quella cioè di considerare gli altri migliori di me: virtù che comincia sempre da qui, ma per questo ho bisogno del tuo aiuto, Signore, senza del quale non posso far nulla, tanto mi è necessario. Aiutami a fare il possibile per meritarla, allora tu che non ti rifiuti a nessuno, me la darai senza dubbio.
cf  S. TERESA DI GESÙ, Vita 13, 10
 
 
O Signore, per rendermi favorevole il tuo giudizio, o piuttosto per non essere giudicata affatto, voglio avere sempre pensieri caritatevoli, perché tu hai detto:  » Non giudicate e non sarete giudicati « . Quando il demonio cerca di mettermi davanti agli occhi dell’anima i difetti di qualche sorella…, aiutami a cercare subito le sue virtù, i suoi buoni desideri… Se l’ho vista cadere una volta, ella può ben aver riportato un gran numero di vittorie che nasconde per umiltà, e perfino ciò che mi pare un errore può benissimo essere, a causa dell’intenzione, un atto di virtù.

S. TERESA DI GESU’  B., Scritto Autobiografico C 291. 290
 
 
Fare del bene significa rappresentare perfettamente te, o Gesù, Figlio di Dio, Figlio di Maria, Maestro universale e Salvatore del mondo. Non c’è scienza, non c’è ricchezza, non c’è forza umana che uguagli il valore della bontà: dolce, amabile, paziente. Può subire mortificazioni o contrasti l’esercizio della bontà, ma finisce sempre col vincere, perché la bontà è amore, e l’amore tutto vince… Fa’, o Signore, che non cada nell’errore di credere la bontà, l’affabilità, una piccola virtù. Essa è una grande virtù perché è dominio di se, è disinteresse personale, ricerca fervorosa di giustizia, espressione e splendore di fraterna carità; nella tua grazia, o Gesù, è il tocco dell’umana e divina perfezione.
 
cf GIOVANNI XXIII, Breviario p 373

LA CARITÀ NON SI VANTA
 
1.   » ….la carità non si vanta, non si gonfia  » (1 Cr 13, 4). È la vanagloria che cerca il proprio vanto, mentre la carità agisce  » non per piacere agli uomini, ma a Dio  » ( 1 Ts 2, 4). La vanagloria mette l’io al centro della vita; la carità vi mette Dio e il prossimo. La vanagloria si gonfia di quel poco che ha; la carità si vuota di quanto ha per darlo agli altri. La vanagloria: è ricerca di se, la carità è dedizione di se a Dio e ai fratelli. Carità e vanagloria vanno in direzione opposta e si elidono a vicenda,  » L’anima innamorata -dice San Giovanni della Croce – è un’anima dolce, mite, umile  » (Par 1, 27).
Quanto più la carità è profonda, tanto più il cristiano si dona agli altri, serve il prossimo, dà a chi è nel bisogno con semplicità e delicatezza, senza far valere le sue prestazioni; anzi cerca di farle passare inosservate.  » Guardatevi dall’ostentare la vostra giustizia davanti agli uomini per essere ammirati da loro « , ha detto Gesù (Mt 6, 1 ), La carità non suona la tromba per annunciare le sue opere buone.  » Quando fai l’elemosina non sappia la tua sinistra ciò che fa la tua destra, perché la tua elemosina resti nel segreto; e il Padre tuo che vede nel segreto, ti ricompenserà  » (ivi 3-4 ). La carità non dona con alterigia, ma si mette alla pari. Il fratello dona al fratello, godendo di dividere con lui quello che possiede e non fa pesare la sua superiorità perché è convinto di non averne;  » Se uno pensa di essere qualcosa mentre non è nulla, inganna se stesso  » (Gl 6, 3). La carità viene da Dio e Dio è verità, perciò dove c’è carità sincera non può esserci inganno di vanagloria.
 » Chi si gloria, si glori nel Signore « , dice S. Paolo (2 Cr 10, 17). La gloria del cristiano è amare e beneficare il prossimo, ma non se ne gonfia; è invece grato al prossimo che gliene dà l’occasione e a Dio che con la sua grazia lo sostiene nel bene.
 
 
2.  » Non cerchiamo la vanagloria, provocandoci gli uni con gli altri, invidiandoci gli uni gli altri  » (Gl 5, 26). Chi è ambizioso non ha riguardo per gli altri, si antepone a tutti, vuol primeggiare e farsi valere. La sua condotta indispone e provoca il prossimo che si vede leso nei suoi diritti; di qui le divisioni, le invidie, gli antagonismi. La carità, al contrario, –  » non manca di rispetto « ,(1Cor 13, 5) ad alcuno, e piuttosto che rivaleggiare con gli altri o preferirsi ad uno solo, sceglie per se l’ultimo posto. La carità ispira sentimenti delicati verso il prossimo, non disprezza nessuno, rispetta e onora tutti.  » Amatevi gli uni gli altri con affetto fraterno, prevenitevi a vicenda nel rendervi onore « , scrive s. Paolo ai Romani (12,10); e ai Filippesi raccomanda:  » ognuno per umiltà consideri gli altri superiori a se  » (2, 3). Invece di lotte meschine per scavalcarsi a vicenda, i cristiani, da veri fratelli, fanno a gara per cedersi onori e vantaggi.

Per incoraggiare all’umiltà nei rapporti scambievoli, S. Paolo pone sotto gli occhi dei fedeli il sublime esempio di Cristo:  » Abbiate in voi i sentimenti che furono in Cristo Gesù: lui di natura divina, non tenne per se gelosamente l’essere pari a Dio; ma annientò se stesso prendendo la natura di schiavo  » (Fl (2,5-7). Il Figlio di Dio ha amato e salvato gli uomini facendosi simile a loro, uno di loro. Egli addita la strada: per amare efficacemente il prossimo, il cristiano, deposta ogni ambizione, deve farsi piccolo e umile, mettersi alla pari di tutti perché tutti lo sentano fratello. Questa è l’unica via non solo della carità fraterna: ma anche di ogni apostolato.  » Il rispetto e l’amore – insegna il Vaticano II – deve estendersi anche a coloro che pensano o agiscono diversamente da noi nelle cose sociali,  politiche o anche religiose, poiche con quanta maggiore umanità e amore penetreremo nei loro modi di sentire, tanto più facilmente potremo con essi iniziare un colloquio  » ( GS 28 ). Ma non può illudersi di saper amare e rispettare i lontani, chi non ama e rispetta i vicini con i quali convive.
 
PREGHIERE:  » Se la coscienza non ci rimorde, noi abbiamo piena fiducia in Dio  » … Fa, o Signore, che la coscienza mi risponda in tutta verità che io amo i fratelli, che in me c’è l’amore fraterno, non finto ma sincero, quello che ricerca il bene del fratello, senza aspettare da lui nessuna ricompensa ma solo la sua salvezza.
 » Noi abbiamo piena fiducia in Dio; qualunque cosa domanderemo l’avremo da lui, perché ne osserviamo i comandamenti « . O Signore, fa’ che io faccia questo non davanti agli uomini, ma là dove tu mi vedi cioè nel cuore… Quali sono i tuoi comandamenti? … » Vi do un comandamento nuovo, che vi amiate l’un l’altro « . È proprio la carità il comandamento di cui parli e che tanto ci raccomandi. Dammi, o Signore, la carità fraterna e ciò davanti a te, là dove tu vedi; fa’ che interrogando il mio cuore con retto giudizio mi senta rispondere che la radice della carità fraterna, da cui nascono frutti di bontà, è in me; allora avrò fiducia in te e tu mi accorderai tutto ciò che ti domanderò, perché osservo i tuoi comandamenti.

S. AGOSTINO, In 1 Io 6, 4
 
 
O Dio, Creatore nostro, tu disponi le cose in modo che chi potrebbe insuperbire del dono che ha, si umili per quello che non ha; mentre sollevi uno concedendogli una grazia, lo sottometti ad un altro in cosa diversa… Tu disponi le cose in modo tale che ognuna sia di tutti, e per esigenza di carità, tutte siano di ognuno, e ciascuno possieda in un altro ciò che non ha ricevuto direttamente, ed egli umilmente dia in possesso agli altri quello che ha ricevuto da te. O Signore, fa’ che amministriamo bene la tua grazia multiforme, cioè che siamo convinti che i doni dati a noi sono degli altri, perché ci sono dati a vantaggio loro… Fa’ che ci serviamo a vicenda per mezzo della carità. Infatti la carità ci libera dal giogo della colpa quando vicendevolmente ci sottomette a servirci per amore, e così riteniamo che i doni altrui siano anche nostri e agli altri offriamo i nostri come se fossero cosa loro.

S. GREGORIO MAGNO, Moralia XXVIII, 22


LA CARITÀ NON È EGOISTA
 
 
1. La carità  » non cerca il suo interesse  » (1 Cr 13, 5). Essere sensibili alle necessità altrui, essere pronti a rispettare e a servire il prossimo non giustifica la pretesa di volere il contraccambio. La carità si dona con generosità agli altri, ma non reclama nulla per se.  » Fate del bene e prestate senza sperarne nulla, e il vostro premio sarà grande e sarete figli dell’Altissimo; perché egli è benevolo verso gli ingrati e i malvagi  » (Lc 6, 35). La carità non è un dare per avere, ma un dare senza calcolo e interesse, che si ritiene sommamente ripagato dall’onore di poter servire e amare Dio nel prossimo. Chi ha il cuore pieno di carità ama, serve, si prodiga per il gusto di amare e servire Dio nelle sue creature, per la gioia d’imitare la sua prodigalità infinita e di sentirsi suo figlio. Quale ricompensa maggiore che condividere con Gesù il titolo di  » figlio dell’Altissimo  » (Lc 1, 32)?

Per avere quest’unica ricompensa, il cristiano sfugge ogni ricompensa terrena e mira a beneficare soprattutto quelli dai quali non può sperare nessun ricambio.  » Quando offri un pranzo o una cena, non invitare i tuoi amici, né i tuoi fratelli…, né i vicini ricchi, perché non avvenga che anch’essi invitino te e ti venga reso il contraccambio. Ma quando fai un convito, invita poveri, storpi, zoppi e ciechi; e sarai beato perché non hanno da contraccambiarti  » (Lc 14,12-14). La logica del Vangelo è immensamente distante da quella del calcolo; ma sono ben pochi quelli che hanno il coraggio di seguirla integralmente.

 » La vostra condotta sia senza avarizia  » esorta l’ Apostolo (Eb 13, 5), e raccomanda di vivere nella carità  » senza cercare i propri interessi, ma ciascuno quello degli altri » (FiI 2, 4). È sempre il germe dell’egoismo che rende avari e interessati perfino nel compiere il bene; esso si nasconde e fa strage anche nel cuore delle persone devote: isterilisce la carità, indura gli animi, spegne la compassione per i bisogni e le sofferenze altrui. Può allora ripetersi il fatto del levita e del sacerdote che, senza alcun pensiero per il ferito incontrato lungo la strada, tirano dritto andandosene per i fatti loro. 
 
 
2.  » Mediante la carità fatevi servi gli uni degli altri  » (Gl 5,13 ). Mentre l’egoismo rinchiude l’uomo in se stesso e nella stretta cerchia dei suoi interessi, la carità lo spinge a dimenticarsi per aprirsi: alle necessità del prossimo e mettersi a sua disposizione. La carità libera l’uomo dalla schiavitù dell’egoismo per impegnarlo in un generoso servizio del prossimo. È Gesù che ha dato al mondo l’esempio supremo del servizio; lui che essendo Dio si è fatto servo e ha detto:  » Io sto in mezzo a voi come uno che serve  » (Lc 22,27). E insieme ne ha dato anche il comando:  » Chi vorrà diventare grande tra voi, si farà vostro servo… Così come il Figlio dell’uomo non è venuto per essere servito, ma per servire, e dare la sua vita in riscatto per molti  » (Mt 20,27-28 ). Il servizio non è un elemento secondario o facoltativo della sequela di Cristo, ma essenziale; tanto essenziale che, secondo la parola del Signore, la grandezza del cristiano sarà proporzionata alla generosità del suo  » farsi servo « . Non è un servizio che avvilisce, ma che nobilita perché frutto dell’amore e perché l’uomo non può realizzarsi pienamente  » se non attraverso un dono sincero di sé  » (GS 24 ); È un servizio che innalza il cristiano fino ad assimilarlo a Cristo, conducendolo ad una dedizione simile alla sua.

La prestazione disinteressata dei credenti deve testimoniare al mondo il valore della carità cristiana e portare a ogni uomo un’eco dell’amore di Cristo, dell’amore dèl Padre celeste;  » La presenza dei cristiani nei gruppi umani – afferma il Vaticano II -, deve essere animata da quella carità, con la quale Dio ci ha amati: egli vuole appunto che anche noi reciprocamente ci amiamo con la stessa carità. Ed effettivamente la carità cristiana si estende a tutti… senza prospettive di guadagno o di gratitudine. Come Dio ci ha amati di amore gratuito, così anche i fedeli con la loro carità devono preoccuparsi dell’uomo, amandolo con lo stesso sentimento, con cui Dio ha cercato l’uomo  » (AG 12).
 
PREGHIERE: O Dio, la tua bontà e la tua eterna volontà non cerca né vuole altro che la nostra santificazione, e permette che il demonio ci faccia tribolare e perseguitare dagli uomini solo perché in noi si provi la virtù dell’amore e della vera sapienza, e perché l’amore imperfetto venga a perfezione.

Insegnaci,o Dio, ad amare te per te stesso, in quanto tu sei somma ed eterna bontà e degno di essere amato, e il prossimo per te e non per propria utilità, né per diletto, né per piacere che si trovi in lui, ma in quanto è  creatura amata e creata da te, somma eterna bontà, e servire lui e sovvenirlo di quello che a te non può servire. Onde, poiché a te non possiamo fare utilità, insegnaci a farla al prossimo nostro.
Dacci la perfezione dell’amore! E quando l’amore è così perfetto, non lascia di amare né di servire, né per ingiuria né per dispiacere che gli sia fatto, né perché non trovi diletto e piacere nel prossimo, poiché attende solo di piacere a te.

cf S.CATERINA DA SIENA, Epistolario 151, v 2, p 373.
 
 
Come tu, Signore, ci hai sempre preferito a te stesso, e lo fai ancora ogni volta che ti dai a noi nel santo Sacramento facendoti nostro cibo, così vuoi che noi abbiamo gli uni per gli altri un amore tanto grande che preferiamo sempre il prossimo a noi stessi. E come tu hai fatto tutto quello che potevi per noi, eccetto il peccato – poiché non lo dovevi né potevi fare – così vuoi che noi facciamo tutto quello che possiamo gli uni per gli altri, eccetto il peccato. Fa’ dunque, o Signore, che esclusa ogni tua offesa, il mio amore fraterno sia così fermo, cordiale e solido che non tralasci mai di fare o di soffrire qualsiasi cosa per il prossimo.
 
Insegnami a testimoniare il mio amore con i fatti, procurando al prossimo tutto quel bene che posso, pregando per lui e servendolo in ogni occasione: Rendimi pronto a spendere la vita per i fratelli, a impegnarmi per loro senza alcuna riserva. Non solo, ma a lasciarmi impegnare secondo il volere degli altri, per amore, poiché questo ci hai insegnato tu, benignissimo Salvatore, morendo sulla croce.
 
cf S. FRANCESCO DI SALES, Trattenimenti 4, 2. 9

LA CARITÀ NON SI ADIRA

1. Quando Giacomo e Giovanni, sdegnati contro i Samaritani che non avevano accolto il Maestro, dissero:  » Signore, vuoi che diciamo che scenda un fuoco dal cielo e li consumi? « , egli  » si voltò e li rimproverò  » (Lc 9, 54- 55). Venuto a salvare e non a perdere, venuto a guarire i malati nell’anima e nel corpo e a redimere i peccatori, Gesù non usa mezzi violenti, ma si presenta al mondo vero  » Servo di Jahvé  » che non grida, non spezza la canna già rotta, né spegne il lucignolo fumigante (Mt 12,19-20).
Con dolcezza infinita s’insinua nei cuori, istruisce, ammonisce, addita la via della salvezza e a tutti quelli che lo seguono ripete:  » Il mio giogo è dolce, e il mio carico leggero  » (Mt 11,30).

La dolcezza è il fiore della carità; è una partecipazione della soavità infinita con cui Dio guida e governa tutte le cose. Nessuno vuole il bene dell’uomo con tanta forza come Dio, e tuttavia egli non lo vuole con durezza, rigidità o violenza, ma con soavità, rispettando la libertà della sua creatura, sostenendo i suoi sforzi, attendendo con longanimità infinita la sua adesione alla grazia. Gesù ne ha dato al mondo l’esempio più convincente, particolarmente nella sua passione quando  » oltraggiato non rispondeva con oltraggi, soffrendo non minacciava  » ( 1 Pt 2, 23 ). Pietro, il quale ne era Stato testimone oculare e al momento della cattura del Maestro si era sentito dire:  » Rimetti la spada al suo posto  » (Mt 26,52), ne è rimasto così colpito da vincere per sempre la sua indole focosa. Lo attestano le sue frequenti esortazioni alla mitezza evangelica. Ai domestici raccomanda di stare soggetti ai padroni  » non solo a quelli buoni e miti, ma anche a quelli intrattabili  » ( 1 Pt 2, 18). Alle donne di stare sottomesse ai loro mariti con  » uno spirito di mitezza e di pace, che è prezioso agli occhi di Dio  » (ivi 3,4); a tutti di rispondere  » con mansuetudine e rispetto  » (ivi 16 ), anche a chi tormenta ingiustamente. S. Giacomo gli fa eco:  » La sapienza che viene dall’alto… è pacifica, mite, arrendevole, piena di misericordia  » ( Gc 3, 17 ). I due apostoli avevano imparato da Cristo lo stile della carità.


2. La carità  » non si adira  » (1 Cor, 13,5), perciò S. Paolo raccomanda:  » Scompaia da voi ogni asprezza, sdegno, ira, clamore e maldicenza con ogni sorta di malizia  » (Ef 4, 31 ). Tutti vizi opposti alla carità, che provengono dalle passioni non domate, le quali sotto l’urto delle contrarietà rompono i freni. L’ira non contenuta è fonte di parole e atti inconsulti, violenti che turbano fortemente i rapporti fraterni. Chi ama il prossimo preferisce fare violenza a se stesso per vincere l’ira nascente; piuttosto che ferire gli altri con l’asprezza e la violenza;
Tuttavia la carità non esclude, anzi talvolta esige una giusta fermezza, quando è necessario correggere o reprimere il male, soprattutto se sono in gioco i diritti di Dio o quelli dei piccoli e dei deboli. Anche Gesù s’indignò contro i profanatori del tempio e lanciò dure invettive contro i farisei che cori la loro ipocrisia e falsa interpretazione della legge opprimevano e ingannavano il popolo. Ma mentre in Cristo lo sdegno era perfettamente dominato dalla ragione e dalla volontà, nell’uomo, a motivo del disordine portato dal peccato, non è così; perciò è sempre pericoloso dar campo all’ira.  » Adiratevi, ma non peccate – dice l’Apostolo -; non tramonti il sole sopra la vostra ira, e non date occasione al diavolo  » (Ef 26-27 ). Se per la fragilità umana qualche scintilla si accende, bisogna affrettarsi a spegnerla per impedire che faccia rovine nel cuore proprio e altrui, dando occasione al peccato. Il diavolo si serve dell’ira per suscitare rancori e discordie che rompono la carità. Nel libro dei Proverbi si legge:  » Una parola gentile calma l’ira; una parola pungente eccita la collera. – L’uomo collerico suscita litigi; quello longarine seda una contesa. – Favo di miele sono le parole gentili, dolcezza per l’anima e refrigerio per il corpo  » (15, 1.18; 16,24). La meditazione di queste sentenze, piene di sapienza perché ispirate dallo Spirito santo, è molto utile per imparare a frenare se stessi e a conformarsi alla mitezza di Cristo che ha detto:  » Imparate da me, che sono mite ed umile di cuore  » (Mt 11, 29).
 
 
PREGHIERE: O carità ineffabile del Dio nostro! …E che m’hai tu insegnato, Carità increata? m’hai insegnato che io, come agnello, pazientemente sostenga non solamente le parole aspre, ma anche le percosse dure e aspre, le ingiurie ei danni. E con questo vuoi ch’io sia innocente e immacolata, cioè senza nuocere a nessuno dei prossimi e fratelli miei; non solamente a quelli che non ci perseguitano ma a coloro che ci fanno ingiuria: e vuoi che per loro preghiamo come per speciali amici che ci danno buono e grande guadagno. E non solo nelle ingiurie e danni temporali vuoi che io sia paziente e mansueta, ma generalmente in ogni cosa la quale sia contro la mia volontà: come tu non volevi che in veruna cosa fosse fatta la tua volontà ma quella del Padre tuo…
O dolcissimo amore Gesù, fa’ che sempre s’adempia in noi la volontà tua, come sempre si fa in cielo dagli Angeli e Santi tuoi.

S.CATERINA DA SIENA, Epistolario 132, v 2, p 299-300
 
 
O carità, tu non cerchi il tuo interesse, non ti adiri… e in cambio del male ricevuto colmi di bene.. O carità che tutto sopporti, tu dissimuli, aspetti, non lasci cadere chi sbaglia; o carità, perchè benigna, attiri, conquisti, ti muovi dall’errore. O carità benigna, tu ami anche coloro che devi sopportare e li ami ardentemente. Sì, tu piangi ma di amore, non già di dolore; piangi di desiderio, piangi con coloro che piangono.
O carità, madre buona, sia che tu sostenga i deboli, sia che stimoli i provetti, sia che riprenda gli inquieti, pur mostrandoti diversa con persone diverse, ami tutti come figli! Quando riprendi sei mite, quando accarezzi sei semplice; sei solita incrudelire con pietà, placare senza inganno, sai adirarti con pazienza, indignarti con umiltà; provocata non ti lasci offendere, disprezzata, richiami. Proprio tu; infatti, sei la madre degli uomini e degli angeli. Tu hai pacificato non solo le cose della terra ma anche quelle del cielo. Sei tu che placando Dio verso l’uomo, hai riconciliato l’uomo con Dio.

ANONIMO (sec. XIII), De Charitate 5, 26-7.

CARITÀ E GIUSTIZIA

1. La carità non solo  » non gode dell’ingiustizia  » (1 Cr 13,6), ma ne soffre e fa tutto il possibile per difendere e promuovere la giustizia. Gesù ha presentato la sua missione come un’opera di salvezza e di giustizia soprattutto in favore dei poveri, dei prigionieri, degli oppressi, liberandoli dalla schiavitù e dalla cecità del peccato, e anche dalla prepotenza dei grandi e dei superbi (Mt 12, 18-20). Egli è venuto a instaurare il regno dell’amore e della giustizia, aperto a tutti, senza alcuna distinzione; e se c’è una preferenza è proprio per gli umili, gli indigenti, i tribolati. La Chiesa segue la stessa condotta:  » fondata nell’amore del Redentore, contribuisce ad estendere il raggio d’azione della giustizia e dell’amore  » in tutto il mondo (GS76); e si preoccupa di  » istruire i fedeli all’amore di tutto il Corpo mistico di Cristo, specialmente delle membra povere, sofferenti e di quelle che sono perseguitate a causa della giustizia  » (LG23).

Senza giustizia non vi può essere né carità, né vera vita cristiana. S. Giacomo riprendeva fortemente i fedeli che nelle loro adunanze riserbavano un posto distinto ai ricchi, trascurando i poveri.  » Dio non ha forse scelto quelli che sono poveri nel mondo per farli ricchi con la fede ed eredi del Regno che ha promesso a coloro che lo amano ? Voi invece avete disprezzato il povero! …Se fate distinzione di persone, commettete un peccato  » (Gc 2,5-9). È il peccato dell’ingiustizia di cui la carità cristiana non deve mai macchiarsi.  » Chi opprime il povero offende il Creatore « , dice il libro dei Proverbi (14,31). II Concilio Vaticano II ha inculcato con molta insistenza questi principi e vuole che essi penetrino  » l’intera vita dei credenti, anche quella profana, col muoverli alla giustizia e all’amore specialmente verso i bisognosi  » (GS 21). Ciò era molto sentito nella Chiesa primitiva, nella quale i fedeli, per spontaneo impulso di carità, mettevano, in comune i loro beni, al punto che  » nessuno tra loro era bisognoso  » (At 4, 34 ). San Paolo nella lettera agli Ebrei raccomanda di perseverare in questo spirito:  » Non scordatevi della beneficenza e della comunione dei beni, perchè il Signore si compiace di tali sacrifici  » (13,16).


2. Ai farisei che avevano ridotto la religione a osservanze materiali, come la purificazione delle stoviglie, Gesù diceva:  » Piuttosto date in elemosina quel che c’è dentro, ed ecco, tutto sarà puro per voi  » (Lc 11,41). Poco o nulla valgono gli atti di culto se non sono accompagnati dalla carità e dalla giustizia, poiche solo queste virtù purificano il cuore dell’uomo dall’egoismo e dalla cupidigia, lo inclinano ad onorare Dio con sincerità e ad amare il prossimo non a parole, ma con i fatti.  » Se un fratello o una sorella sono nudi e privi del cibo quotidiano, e uno di voi dice loro: « Andatevene in pace, riscaldatevi e saziatevi » ,senza dare loro il necessario per il corpo, che giova?  » (Gc 2,15-16). Senza le opere, religione e carità sono vane.
Il soccorso ai poverì non deve essere considerato solo come un atto di carità più o meno facoltativo, ma anche come uno stretto dovere di giustizia.  » Dio – dice il Concilio – ha destinato la terra e tutto ciò che essa contiene all’uso di tutti gli uomini e popoli… Perciò l’uomo, usando di questi beni, deve considerare le cose esteriori che legittimamente possiede, non solo come proprie, ma anche come comuni, nel senso che possano giovare non unicamente a lui, ma anche agli altri  » (GS 69). È quello che S. Paolo proponeva alla Chiesa di Corinto, invitandola ad aiutare quella di Gerusalemme:  » Non si tratta invero di disagiare voi per sollevare gli altri, ma perchè vi sia eguaglianza; nel momento attuale la vostra abbondanza scenda sulla loro indigenza  » (2 Cr 8, 13-14). Se tutti gli uomini sono fratelli, perchè tutti figli di Dio, la loro stessa fraternità esige che mentre alcuni nuotano nell’abbondanza, altri non periscano nella miseria. Perciò la Chiesa insegna  » che gli uomini hanno l’obbligo di aiutare i poveri e non soltanto con il loro superfluo… Spetta a tutto il popolo di Dio, dietro la parola e l’esempio dei Vescovi, di sollevare, nella misura delle proprie forze, la miseria di questi tempi, dando, secondo l’uso antico della Chiesa, non solo del superfluo, ma anche del necessario  » (GS 69.88). I doni offerti ai poveri  » sono un sacrificio accetto e grladito a Dio  » (Fl 4, 18 ).
 
 
PREGHIERE: O carità, tu dilati il cuore nell’amore di Dio e dilezione del prossimo tuo… Tu sei benevola, pacifica e non iraconda; tu cerchi le cose giuste e sante e non le ingiuste; e come le cerchi, così le serbi in te, perciò riluce nel petto tuo la margarita della giustizia…

O carità, tu ami tutti caritativamente come figlioli… Sei una inadre che concepisci nell’anima i figlioli della virtù e li partorisci per onore di Dio nel prossimo tuo…
Col lume di discrezione, sai dare ad ognuno secondo ch’è atto a ricevere; caritativamente correggi facendoti inferma con gli infermi, insieme lusingando e correggendo secondo che vuole la giustizia e la misericordia.

s. CATERINA DA SIENA, Epistolario 33,v 1, p 150-1 .153
 
 
 » Ebbi fame e mi deste da mangiare « . O Signore, tu ci dai qui il vero motivo dell’elemosina, il più forte di tutti. Ce ne sono altri: bisogna dare per obbedire al tuo ordine tante volte ripetuto; bisogna obbedire per imitare te che dai così generosamente…; bisogna dare perchè il tuo amore ci obbliga a riversare l’amore che abbiamo verso di te sugli uomini, tuoi figlioli amatissimi; bisogna dare per bontà, unicamente per praticare, coltivare questa virtù che dev’essere amata in se stessa, in quanto è uno dei tuoi attributi una delle tue divine bellezze, una delle tue perfezioni e per conseguenza, te stesso, o mio Dio.
Ma tra tutti i motivi che abbiamo per dare, quello che più ci spinge, quello che… ci infiamma sopra ogni cosa, è che tutto ciò che facciamo al prossimo lo facciamo a te, o Gesù: è quanto basta per mutare, riformare tutta la nostra vita, orientare tutte le nostre azioni, le nostre parole, i nostri pensieri. Tutto quello che facciamo al prossimo, lo facciamo a te, o Gesù!

C. DE. FOUCAULD, Meditazioni sul Vangelo, Op: sp. p 186

CARITÀ E  VERITÀ
 
1. La carità  » non gode dell’ingiustizia, ma si compiace della verità  » (1 Cr 13,6). Ecco due qualità chei non si possono separare perchè la giustizia suppone la verità e viceversa, mentre, dove c’è l’ingiustizia c’è l’inganno, la frode o almeno l’illusione di essere nel vero.
 
In Dio carità è verità si identifìcano nel modo più assoluto perché in lui tutto è amore, tutto è verità. Il Verbo è presentato da Giovanni come  » la luce vera che illumina ogni uomo  » (1,9); non luce fredda, ma luce che è fiamma di carità, perchè « Dio è amore  » (l Gv 4,16). E la luce vera, ossia la verità divina, il Figlio di Dio l’ha, portata nel mondo attraverso il ministero del suo amore.
Dio, poiché ama l’uomo, lo mette nella verità e lo conduce al bene. L’amore e la bontà verso il prossimo  » non devono in alcun modo renderci indifferenti verso la verità e il bene. Anzi, lo stesso amore spinge i discepoli di Cristo ad annunziare a tutti gli uomini la verità che salva  » (GS 28 ). Questo insegnamento del Vaticano II mette a fuoco il dovere di non tradire mai la verità, sotto pretesto di carità. Del resto non sarebbe vero amore quello che non porta alla verità. Ma nello stesso tempo non si può imporre la verità con la forza; bisogna piuttosto pazientare con carità longanime e a poco a poco, attraverso l’amore, aprire un varco alla luce. Bisogna anche  » distinguere tra l’errore, che deve essere sempre rifiutato, e l’errante, che conserva sempre la dignità di persona, anche quando è inquinato da false e meno accurate nozioni religiose  » (ivi).
 
S. Paolo esorta a professare  » la verità nella carità  » (Ef 4, 15); la difesa della verità non deve mai andare a scapito della carità. Anche nella disparità dei pareri, i fedeli devono sempre cercare  » di illuminarsi vicendevolmente in un dialogo sincero, mantenendo sempre tra loro la carità e avendo cura in primo luogo del bene comune  » (GS 43). Armonizzare carità e verità non è sempre facile alla limitatezza umana, ma è una meta cui bisogna tendere con lo sguardo fisso a Dio, il quale è verità e amore, e per mezzo dell’amore conduce l’uomo alla verità e al bene.


2.  » Deponendo la menzogna, dite ciascuno la verità al prossimo; perchè siete membra gli uni degli altri  » (Ef 4, 25). La menzogna è peccato non solo contro la giustizia, ma anche contro la carità, perchè essendo membra di uno stesso corpo, ed, essendo fratelli, i cristiani sono in debito della verità l’uno verso l’altro. La menzogna non favorisce l’unione fraterna, ma la ferisce e la distrugge; chi si sente ingannato non può pensare di essere amato. Anche S. Pietro raccomanda ai fedeli di deporre  » ogni malizia, ogni frode e finzione  » ( 1 Pt 2, 1 ). Ed è sintomatico che tanto lui come S. Paolo presentano la rinuncia ad ogni genere di falsità come la caratteristica del cristiano rigenerato in Cristo a vita nuova, il quale deve essere come un bambino appena nato (ivi 2) e deve  » rivestire l’uomo nuovo, creato secondo Dio nella giustizia e nella santità della verità  » (Ef 4, 24 ). Tutto ciò che esce dalle mani di Dio ha lo splendore della verità e il calore della carità. Menzogna e vita cristiana sono contraddittorie, come lo sono menzogna e carità.
 » La carità non abbia finzioni: fuggite il male, aderite al bene  » (Rm 12, 9). La carità non può battere vie tortuose che in apparenza tendono al bene, ma nascostamente perseguono il male. Cortesie, complimenti, favori prodigati per raggiungere mire ambiziose o di guadagno, parole che simulano affetto e stima ma celano secondi fini e presto si mutano in mormorazioni o calunnie sono azioni indegne del cristiano, la cui condotta deve essere tutta limpidezza e sincerità.
La carità deve essere così amante della verità che, esigendolo le circostanze, sappia anche scoprire e denunciare il male per difendere dall’inganno i deboli e i semplici che possono rimanerne vittime. S. Paolo indica la professione della verità nella carità, come il grande mezzo per crescere  » in lui che è il capo, Cristo  » (Ef 4, 15). Il cristiano infatti, membro di Cristo, non può vivere e non può crescere in lui se non partecipando alla sua stessa vita, vita di verità e di amore, vita che testimonia e attua la verità con le opere della carità.
 
 
PREGHIERE: O Signore, quando vedessi peccare il prossimo, scuserò in lui l’intenzione la quale è nascosta e non si può vedere, e se anche vedessi apertamente questa intenzione essere storta e cattiva, fa’ che sappia scusare la tentazione dalla quale nessun mortale è escluso.
E quando qualcuno mi verrà a dire i difetti del prossimo mio, io, Signor mio, non lo voglio udire, e gli risponderò che faccia orazione per lui e preghi il Signore che prima io emendi me stessa. E, più facilmente voglio dire il difetto al prossimo che sbaglia che parlarne con altri, perché invece di rimediarvi se ne commettono molti altri e molto più gravi di quelli di cui si parli!

S. M. MADDALENA DE’ PAZZI, Probatione, Op. v 5, p 237

Signore, fa’ che io ami e compatisca il peccatore non già amando in lui il peccato, ma perseguitando il peccato per amor suo. Quando amo un infermo, ne combatto la febbre, perchè risparmiando la febbre non amerei l’infermo.
Dirò dunque al mio fratello la verità senza reticenze. Sì, con franca schiettezza gli dirò ciò che è vero; ma fino alla correzione pazienterò con lui. Il giusto, mentre riprende il peccatore, ne tollera caritatevolmente i peccati, poiche la carità tutto sopporta (Sr 4,20).

Riprenderò, Signore, sì riprenderò; ma mentre per la carità userò rigore, non si diparta dal mio cuore la mitezza. Chi più pietoso del medico che usa il ferro? Piange per dover tagliare e taglia, piange per dover bruciare e brucia. Non è crudeltà questa. È senza pietà con la piaga perché la persona guarisca, poiche accarezzando la piaga si perde la persona. Concedi anche a me, o Signore, di amare in ogni modo il fratello che ha peccato, di non allontanare dal mio cuore la carità verso di lui e nello stesso tempo, se è necessario, di saperlo correggere (Sr 83,8).

cf s. AGOSTINO


LA CARITÀ TUTTO SCUSA

1.  » Soprattutto siate saldi in una carità vicendevole, perchè la carità copre una moltitudine di peccati  » (1 Pt 4,8). La carità ripara e copre i peccati propri e anche i peccati altrui. Nel libro dei Proverbi si legge:  » L’amore ricopre ogni colpa  » (10, 12). Della donna peccatrice Gesù ha detto:  » Le sono perdonati i suoi molti peccati, poiché ha amato molto  » (Lc 7, 47). Qualche cosa di simile la carità opera anche per i peccati del prossimo. Anzitutto la carità cerca, per quanto possibile, di scusare i falli altrui, come una madre cerca di scusare gli errori dei figli.  » Padre, perdonali perché non sanno quello che fanno « (Lc 23, 34), implorava Gesù sulla croce per tutti quelli che avevano collaborato alla sua passione. Non erano esclusi da questa preghiera l’apostolo traditore che, vissuto nella sua intimità, ne conosceva troppo bene la bontà e la grandezza, i giudici che l’avevano condannato pur essendo convinti della sua innocenza, il popolo che dopo aver ascoltato i suoi insegnamenti e goduto dei suoi miracoli, aveva voluto la sua morte. Invece di calcare la mano sulle responsabilità altrui la carità rende solleciti e industriosi nel cercarne le attenuanti. Quella cura che ognuno spontaneamente usa per scusare i propri errori, la carità insegna ad usarla anche per gli errori altrui.
Ricoprire le colpe o i difetti del prossimo vuol dire anche non parlarne senza necessità, non attirare su di essi l’attenzione degli altri, non essere curiosi di saperne la storia.  » Non ascoltare il racconto delle debolezze altrui – dice S. Giovanni della Croce – e se qualche persona si lamenterà con te di un’altra, potrai pregarla con umiltà di non dirti niente  » (Par 2, 68).
Ma la carità non si accontenta di questo; vuol fare qualche cosa di più positivo; riparare, espiare a imitazione di Cristo  » che prese su di se i nostri peccati per portarli sul legno della croce  » (1 Pt 2,23). Addossarsi le colpe dei fratelli come se fossero proprie per espiarle in sé con la preghiera e la penitenza è l’impegno di chi vuol vivere la carità del Salvatore fino ad associarsi alla sua espiazione vicaria. Con lui, allora, potrà dire a buon diritto:  » Padre, perdona loro « .


2.  » Se il tuo fratello commette una colpa, vai e ammoniscilo fra te e lui solo; se ti ascolterà avrai guadagnato il tuo fratello  » (Mt 18, 15). La carità non è connivenza col male; scusare i falli altrui non significa tacita condiscendenza; tacito lasciar fare per amore del quieto vivere o per pusillanimità. Ci sono dei casi – colpe che possono incidere sul bene comune e indurre altri al male – in cui la carità impone il dovere della correzione fraterna. Si tratta, come dice il Vangelo, di guadagnare il fratello; perciò bisogna agire in modo che egli, più che umiliato e rimproverato, si senta amato e quindi ammonito per il suo bene. La correzione fraterna è e deve mostrarsi un vero atto di carità.  » Fratelli – avvisa S. Paolo – qualora uno venisse sorpreso in qualche colpa, voi che avete lo Spirito correggetelo con dolcezza  » (Gl 6, 1). Come sono riprovevoli quelli che per viltà trascurano il dovere della correzione fraterna, lo sono pure quelli che si lasciano trasportare da zelo indiscreto, aspro, pungente.  » Vigila su te stesso – dice l’apostolo – per non cadere anche tu in tentazione  » (ivi 2). Chi ammonisce non deve farlo dall’alto, ma mettendosi sullo stesso piano del colpevole nell’umile consapevolezza della propria fragilità, perchè la tentazione potrebbe sorprenderlo da un momento all’altro e senza il soccorso della grazia potrebbe finire più in basso del fratello.  » Chi crede di star dritto, guardi di non cadere  » (1 Cr 10,12).
La carità  » tutto scusa, tutto crede, tutto spera  » (ivi 13,7). Nel campo della correzione fraterna ciò significa dar fiducia al colpevole, credere alla sua volontà di emendarsi, non inasprirsi per le sue ricadute, non stancarsi di tendergli la mano con fraterna bontà. E se per la sua pertinacia nel male il fratello, come allude il Vangelo, dovesse essere allontanato, la carità non cesserà di seguirlo con cure benevole sempre operando e attendendo un segno di ravvedimento.  » Vivete in pace tra voi « , dice S. Paolo. E aggiunge immediatamente:  » Vi esortiamo, o fratelli: correggete gli sregolati, confortate i pusillanimi, sostenete i deboli, siate longanimi con tutti  » (1 Ts 5, 13). La pace tra fratelli non contraddice al dovere della correzione fraterna ma l’una e l’altra sono frutto della carità evangelica.
 
 
PREGHIERA.  » Vi do un comandamento nuovo: che vi amiate l’un l’altro « … Questo tuo comandamento, o Cristo, si chiama amore e in virtù di questo amore vengono eliminati i peccati… O Signore, riempimi di carità in tale pienezza che sia pronto non solo a non odiare il fratello ma a morire per lui.. Tu hai dato l’esempio di questa carità, morendo per tutti e pregando per quelli che ti crocifiggevano col dire:  » Padre, perdona loro perchè non sanno quello che fanno « … Questa è la carità perfetta… Questa carità è forse già perfetta al momento in cui nasce ? Essa incomincia ad esistere ma le occorre un perfezionamento; perciò, o Signore,  nutrila, in me, irrobustiscila finché raggiunga la perfezione.

O Signore, fa’ che io ami, allora non potrò che fare del bene. Dovrò forse riprendere qualcuno? Sarà l’amore a operare in me, non il risentimento. Dovrò dargli una punizione corporale? Sarà per educarlo. L’amore della carità non mi consentirà di trascurare chi è indisciplinato… Insegnami, Signore, a non badare alle parole di chi blandisce e all’apparente severità di chi rimprovera; fa’ che sappia guardare alla sorgente, che sappia cercare la radice da cui proviene quell’atteggiamento. Quello blandisce per ingannare, questo rimprovera per correggere…

O carità, la tua regola, la tua forza, i tuoi fiori, i tuoi frutti, la tua bellezza, la tua attrattiva, il tuo alimento, la tua bevanda, il tuo cibo, il tuo abbraccio, non conoscono sazietà. Se ci riempi di diletto mentre ancora siamo, pellegrini, quale sarà la nostra gioia in patria?
 
S. AGOSTINO, In 1 Io 5,2.4; 10; 7

LA CARITA TUTTO SOPPORTA

1.  » Portate i pesi gli uni degli altri, e adempirete così la legge di Cristo  » ( Gl 6, 2). Ogni uomo ha il suo peso da portare: debolezze fisiche e morali, doveri, responsabilità, fatiche, sofferenze che gravano sulle sue spalle; ed ognuno sente il bisogno di una mano amica che lo aiuti a sostenere il suo fardello. La  » legge di Cristo « , che è la legge dell’amore fraterno, esige questo soccorso scambievole per cui il cristiano ha il cuore sempre aperto agli altri, pronto a dimenticarsi per offrire ai fratelli un po’ di aiuto e di conforto.  » Godete con chi è nella gioia – dice S. Paolo -, piangete con chi è nel pianto  » (Rm 12, 15).

La carità porta a farsi  » tutto a tutti  » (1 Cr 9, 22) per adeguarsi non solo alle necessità dei fratelli, ma anche alla mentalità al carattere, ai gusti, alla personalità di ognuno. Amare il prossimo a motivo di Dio, riconoscendo in ogni uomo l’immagine, la creatura, il figlio del Padre celeste, non significa disincarnare la carità riducendola a una forma di amore freddo, stereotipato che abbraccia tutti in massa senza tener conto delle singole persone. E certo che Gesù ha amato tutti gli uomini con amore divino; tuttavia attraverso le pagine del Vangelo si può cogliere che il suo amore assumeva sfumature e modi diversi secondo le persone a cui si rivolgeva. Non era un amore standardizzato il suo e neppure indifferente alle particolari esigenze di ciascuno. Si pensi, ad esempio, alla diversità del suo comportamento verso ogni discepolo, oppure verso gli amici di Betania: non trattava Pietro come Giovanni, o Marta come Maria.
La carità rende attenti a trattare ogni fratello secondo la concretezza della sua situazione individuale – temperamento, sensibilità, qualità, limiti – per fargli sentire il calore di un affetto che si industria di adeguarsi alla sua persona e di alleggerire i suoi pesi.  » Il Dio della fortezza e del conforfo – scrive S. Paolo – vi conceda di avere a vicenda tra voi i sentimenti di Cristo Gesù… Accoglietevi dunque a vicenda, come Cristo accolse voi per la gloria di Dio  » (Rm 15,5-7).


2. La carità  » tutto sopporta  » (1 Cr 13, 7). I difetti, le debolezze, le lacune, il temperamento più o meno felice o simpatico di ognuno possono essere, soprattutto nella convivenza, un vero peso scambievole che bisogna impegnarsi di portare con amore. Data la limitatezza di ogni uomo, è impossibile vivere insieme senza essere gli uni di peso agli altri, anche in modo del tutto involontario. È questa una condizione alla quale nessuno può sfuggire e che va risolta sopportandosi « a vicenda nella carità  » (Ef 4,2), con l’umile consapevolezza che se ognuno ha qualche cosa da soffrire è, nello stesso tempo, causa di sofferenza agli altri. Chi è forte metterà a disagio il debole, chi è attivo l’indolente, chi è coraggioso il timido e viceversa. D’altra parte chi ha maggiori risorse è maggiormente tenuto a frenarsi, a compatire, ad adattarsi.  » Noi che siamo forti – dice S. Paolo – abbiamo il dovere di sopportare la debolezza dei deboli, senza compiacere noi stessi. Ciascuno cerchi di compiacere il prossimo nel bene, al fine di edificare. Cristo non compiacque se stesso  » (Rm 15,1-3). Come Cristo si è adattato all’uomo fino a farsi uomo, così il cristiano si studia di adattarsi agli altri, rinunciando a se stesso.

Negli ultimi mesi della sua vita, S. Teresa di Gesù Bambino, scriveva:  » Capisco ora che la carità perfetta consiste nel sopportare i difetti degli altri, non stupirsi delle loro debolezze  » (MC 289). Se all’inizio si sopporterà fremendo e a denti stretti, un po’ alla volta la carità insegnerà a sopportare con benevolenza, con comprensione, come una madre sopporta amabilmente i malestri del figlio. La carità insegna a curvare volentieri le spalle per prendere su di se il peso dei difetti altrui, non sfuggendo neppure le persone importune.  » Se uno ti costringe a fare un miglio con lui, tu fanne due con lui, dà a chi ti domanda, e a chi desidera da te un prestito non voltare le spalle!  » (Mt 5, 41-42). Il Vangelo inculca una generosa rinuncia alle proprie esigenze e anche ai propri diritti per assecondare il prossimo con una carità piena di dedizione.
 
PREGHIERE O Signore, quanto sono ancora lontano dalla vera carità e umiltà! …Tu m’insegni che non è gran cosa l’andare d’accordo con gli uomini mansueti e buoni; ciò naturalmente piace a tutti e ognuno sta volentieri in pace e ama di più coloro che pensano come lui. Ma invece è grazia grande, virtù maschia e degna di molte lodi il saper vivere in pace con gli ostinati, i perversi, gli indisciplinati e con quelli che ci sono contrari.

Se tutti fossero perfetti, che ci resterebbe a patire dagli altri per amore tuo, o mio Dio? Ma tu hai così disposto affinché ciascuno impari a  » sopportare il peso dell’altro »; poiché nessuno è senza il suo peso, nessuno può bastare a se stesso, nessuno è abbastanza saggio per se, ma occorre che ci sopportiamo reciprocamente, ci confortiamo, ci aiutiamo, ci ammoniamo e ammaestriamo a vicenda.

Imitazione di Cristo II, 3, 2; I, 16, 3-4
 
 
O Signore, se dividerò volentieri con i miei fratelli i doni da te ricevuti, se mi mostrerò con tutti servizievole, benigno, riconoscente, affabile e umile potrò spandere dovunque il profumo della misericordia. Fa’ dunque che io sappia non solo sopportare pazientemente le debolezze fisiche e morali dei miei fratelli, ma che inoltre, nel limite del possibile, rechi ad essi il sollievo dei miei servizi, il conforto della mia parola e dei buoni consigli.

Dammi viscere di misericordia perchè sia liberale e generoso non soltanto con i miei parenti e amici, con quelli che mi fanno del bene e dai quali mi aspetto qualche bene, ma con tutti al punto di non rifiutare mai per amor tuo, neppure al nemico, la carità dell’aiuto materiale o spirituale. Allora abbonderò di quest’ottimo profumo e lo verserò non solo sul tuo capo e sui tuoi piedi, ma su tutto il tuo corpo che è la Chiesa.

cf S. BERNARDO, In Cantica Cant. 12,5 .7


Con questa meditazione termino il mio lavoro.
Possa il Signore farci comprendere il vero valore della CARITA’ affinchè tutti impariamo a vivere e a conformarci sempre più a Cristo, VERO MODELLO DI CARITA’.   Amen

Padre Cantalamessa – Inno alla Carità (1Cor 12, 31 – 13,13) (26.1.2007)

dal sito:
http://www.zenit.org/article-10746?l=italian

Il predicatore del Papa sul più celebre e sublime inno all’amore

Commento di padre Raniero Cantalamessa, OFM Cap., alla liturgia di domenica prossima

ROMA, venerdì, 26 gennaio 2007 (ZENIT.org).- Pubblichiamo il commento di padre Raniero Cantalamessa, OFM Cap. predicatore della Casa Pontificia alla liturgia di domenica prossima, IV del Tempo Ordinario.

* * *

SE NON AVESSI LA CARITA’…

IV Domenica del Tempo Ordinario
Geremia 1, 4-5.17-19; I Corinzi 12, 31-13,13; Luca 4, 21-30

Dedichiamo la nostra riflessione alla seconda lettura, dove troviamo un messaggio importantissimo. Si tratta del celebre inno di san Paolo alla carità. Carità è il termine religioso per dire amore. Questo dunque è un inno allamore, forse il più celebre e sublime che sia mai stato scritto. Quando apparve sulla scena del mondo il cristianesimo, l

amore aveva avuto già diversi cantori. Il più illustre era stato Platone che aveva scritto su di esso un intero trattato. Il nome comune dellamore era allora eros (da cui il nostro erotico ed erotismo). Il cristianesimo sentì che questo amore passionale di ricerca e di desiderio non bastava a esprimere la novità del concetto biblico. Perciò evitò del tutto il termine eros e ad esso sostituì quello di agape, che si dovrebbe tradurre con dilezione o con carità, se questo termine non avesse acquistato ormai un senso troppo ristretto (fare la carità, opere di carità).

La differenza principale tra i due amori è questa. Lamore di desiderio, o erotico, è esclusivo; si consuma tra due persone; lintromissione di una terza persona significherebbe la sua fine, il tradimento. A volte perfino larrivo di un figlio riesce a mettere in crisi questo tipo di amore. Lamore di donazione, o agape, al contrario, abbraccia tutti, non può escludere nessuno, neppure il nemico. La formula classica del primo amore è quella che sentiamo sulle labbra di Violetta nella Traviata di Verdi: Amami Alfredo, amami quantio tamo. La formula classica della carità è quella di Gesù che dice: Come io ho amato voi, così voi amatevi gli uni gli altri. Questo è un amore fatto per circolare, per espandersi. Unaltra differenza è questa. Lamore erotico, nella forma più tipica che è linnamoramento, per sua natura non dura a lungo, o dura soltanto cambiando oggetto, cioè innamorandosi successivamente di diverse persone. Della carità invece S. Paolo dice che rimane, anzi è lunica cosa che rimane in eterno, anche dopo che saranno cessate la fede e la speranza. Tra i due amori però

quello di ricerca e quello di donazione , non c’è separazione netta e contrapposizione, ma piuttosto sviluppo, crescita. Il primo, l’eros, è per noi il punto di partenza, il secondo, la carità, il punto di arrivo. Tra i due c’è tutto lo spazio per una educazione allamore e una crescita in esso. Prendiamo il caso più comune che è lamore di coppia. Nellamore tra due sposi, allinizio prevarrà leros, lattrattiva, il desiderio reciproco, la conquista dellaltro, e quindi un certo egoismo. Se questo amore non si sforza di arricchirsi, cammin facendo, di una dimensione nuova, fatta di gratuità, di tenerezza reciproca, di capacità di dimenticarsi per laltro e proiettarsi nei figli, tutti sappiamo come andrà a finire.

Il messaggio di Paolo è di grande attualità. Tutto il mondo dello spettacolo e della pubblicità sembra impegnato oggi a inculcare ai giovani che lamore si riduce alleros e leros al sesso. Che la vita è un idillio continuo, in un mondo dove tutto è bello, giovane, sano; dove non c’è vecchiaia, malattia, e tutti possono spendere quanto vogliono. Ma questa è una colossale menzogna che genera attese sproporzionate, che, deluse, provocano frustrazione, ribellione contro la famiglia e la società, e aprono spesso la porta al crimine. La parola di Dio ci aiuta a far sì che non si spenga del tutto nella gente il senso critico di fronte a quello che quotidianamente le viene propinato.

AMARE – MEDITAZIONE SU 1COR 13,1,8

oggi ho trovato questa meditazione su 1Cor 13,1.8, non c’è l’autore:

http://www.aquino.it/zip/pagina%20download.htm

Amare

Una meditazione di 1 Cor. 13.1,8 

Amare, non aiutare, ma amare,

non soltanto dare, ma anche ricevere.

Amare, non asservire, ma servire,

non possedere, ma rispettare.

Amare, non lavorare per proprio conto, solitariamente,

ma operare con gli altri, solidalmente.

Amare, non cedere senza discernimento

a tutti gli impulsi del proprio « buoncuore »,

ma cercare il comportamento più responsabile,

saper dire « sì ». e « no » quando bisogna.

Amare, non tanto provare delle grandi emozioni,

tanto intense quanto effimere,

quanto scegliere di persistere e gustare la fedeltà,

non soltanto questione di sentimenti, ma anche di volontà.

Amare, non cercare l’exploit, la prestazione,

ma conferire peso e senso all’umile quotidianità,

non partendo da un’azione, ma dalla disponibilità di tutto l’essere.

Amare, non avere, sapere o potere,

ma semplicemente amare.

Amare, adesso,

non sognare il futuro, ma cogliere l’istante presente

amare adesso come sono, e non come sogno d’essere.

Amare come Dio.

senza limiti, senza ripensamenti,senza rimpianto o amarezza,

senza mai disperare.

Amare me stesso abbastanza perché l’invito che m’è stato fatto ad amare il

prossimo come me stesso

abbia un senso.

Amare coloro che Dio mi dà per compagni di strada,

ancor meglio, per fratelli.

Amare Colui che, come un mendicante

bussa alla porta del mio cuore e della mia vita.

Amare, perché amare copre una moltitudine di peccati.

Amare, perché amare soltanto ci fa conoscere Dio.

Amare, perché soltanto amare rende eterni.

Amare.

Imitare Dio.

Guardare a Cristo..

Seguire gli appelli dello Spirito.

Mons. Gianfranco Ravasi : Inno alla carità (1Cor 13)

dal sito: 

http://www.novena.it/ravasi/ravasi2000/articoli2000.htm

MONS. GIANFRANCO RAVASI 

INNO ALLA CARITÀ 

Nell’atmosfera luminosa e gioiosa della Pasqua e alle soglie del mese primaverile di maggio che è scelto da molti fidanzati per la celebrazione delle loro nozze abbiamo pensato di ricorrere a una pagina bellissima della Bibbia, al celebre canto dell’agape, cioè dell’amore cristiano che Paolo ha intessuto nel capitolo 13 della sua prima Lettera ai Corinzi: «Se pure parlassi le lingue degli uomini e degli angeli, ma non avessi l’amore, sarei un bronzo echeggiante o un cembalo tintinnante…». Ci spiace di non poter citare integralmente questo inno meraviglioso; possiamo, però, invitare i nostri lettori a rileggerlo su una loro Bibbia.
Significativa è la scelta del vocabolo da parte dell’apostolo: i Greci per indicare l’amore usavano soltanto il termine eros; Paolo preferisce agape che esprime soprattutto la donazione, la totalità, la consacrazione di sé all’altro, mentre l’eros suppone ancora possesso, godimento e appagamento. L’apostolo ci ricorda che anche tre doni altissimi, come la profezia, la conoscenza e la fede, se privi dell’amore, sono uno zero. La stessa generosità eroica e il distacco dai beni, se non animati dall’amore, sono solo atti di autoglonficazione o gesti spettacolari.
Un profeta brasiliano contemporaneo, Paulo Suess, ha così ripreso la prima parte dell’inno paolino: «Anche se parlassi la lingua di tutte le tribù viventi / e persino dei popoli scomparsi dalla terra e dalla memoria, / se non ho l’amore, / sono un trombone di gelida latta, un computer trilingue. / Anche se distribuissi tutte le mie scarpe e i viveri / per soccorrere il popolo scarso e denutrito, se non ho l’amore, / sono una delle tante Cavie rivoluzionarie, / un cacciatore di farfalle o un poeta sognatore».
La seconda parte dell’inno – che per la precisione inizia nel v. 4 del capitolo 13 – è simile a un fiore i cui petali sono altrettante qualità dell’amore-agape: magnanimità, bontà, umiltà, disinteresse, generosità, rispetto, benignità, perdono, giustizia, verità, tolleranza, costanza… E il corteo delle virtù che accompagnano l’amore. Se l’amore si spegnesse, le virtù umane e religiose si eclisserebbero.
Il nostro scrittore Giovanni Teston (1923-1993) ha voluto tradurre nel 1991 la prima Lettera ai Corinzi in una forma quasi poetica e ha esaltato in modo sorprendente la forza dolce di questo canto profondamente evangelico.
Ma un altro scrittore, l’autore della famosa Fattoria degli animali, l’inglese George Orwell, in un suo romanzo Fiorirà l’aspidistra (1936) compirà un audace stravolgimento dell’inno paolino, una deformazione che è purtroppo reale nella storia dell’umanità. Egli, infatti, ha sostituito alla parola amore-agape quella quasi antitetica del “denaro”. Il canto si è, allora, trasformato in questa lode biasfema dell’idolo più venerato dagli uomini:
«Anche se parlassi tutte le lingue, se non ho denaro, divengo un bronzo risonante… Se non ho denaro, non sono nulla… Il denaro tutto crede, tutto spera, tutto sopporta…». Il poeta latino Ovidio nella sua Ars amatoria era convinto che «con l’oro ci si procura anche l’amore» (2,278). In realtà con l’oro si può acquistare il sesso ma non l’amore. 

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