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Catholic Mom in Hawaii: THE ASSUMPTION OF MARY

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http://hicatholicmom.blogspot.it/2012/08/the-assumption-of-mary.html

COMMENTO A GALATI 3,26-29 DI MARIE NOËLLE THABUT

http://www.eglise.catholique.fr/foi-et-vie-chretienne/commentaires-de-marie-noelle-thabut.html

DIMANCHE 23 JUIN : COMMENTAIRES DE MARIE NOËLLE THABUT

DEUXIEME LECTURE – GALATES 3, 26 – 29

(lo metto in traduzione Google, ma se potete leggete l’originale)

Sappiamo che Paolo sta parlando qui alla comunità cristiana della Galazia nel momento in cui si sta affrontando una grave litigio. La frase « Non c’è né Ebreo né Gentile, né schiavo né uomo libero, non c’è più maschio e femmina … «Non è più sollievo.
  »Voi siete diventati uno in Cristo Gesù » ogni giorno che passa ci dimostra il contrario … Sappiamo fin troppo fratture di razzismo di ogni tipo, altrettanto doloroso, proprio testardo come quelli che strappavano il Galati … Questo è dove ci sentiamo male il divario tra la speranza della realtà. Eppure Paolo insiste.
 Se insiste, appunto, è quello di invitare ad andare oltre le apparenze: ciò che chiamiamo realtà è fatto che le differenze di sesso, razza, origine sociale … (E non ricordo) … ma, dice Paolo, sono soltanto apparenze. Mentre più forte di tutte queste apparizioni, c’è la nostra unità profonda, perché l’uno e l’altro, ci sono innestati in Cristo. Lo stesso sangue, le stesse linfa scorre nelle nostre vene, potremmo dire.
  »Tutti voi, che il battesimo in Cristo vi siete rivestiti di Cristo voi stessi. « L’immagine del capo è superba: il mantello di Cristo ci avvolge tutti e copre tutte le nostre caratteristiche che diventano accessori, e come non pensare a questa frase di Padre Teilhard de Chardin: » Fin dall’inizio di cose un Avvento contemplazione e il lavoro ha cominciato … E poiché Gesù è nato, Egli ha finito di crescere, lui è morto, tutto ha continuato a muoversi, perché Cristo non ha completato il modulo. Non tornò a lui le ultime pieghe del vestito di carne e lo amano la sua vera forma … « (Scritti di Guerra – 1916).
 In particolare, se Paolo insiste, è perché la domanda sorge spontanea: il testo stesso dice esattamente dove i problemi erano … quando Paolo dice che « non c’è né Ebreo né Gentile » vuol dire tra i cristiani di origine ebraica e quelli che erano ex-pagani, ci sono stati gravi difficoltà nello stesso modo, a seguito di due proposizioni: « non c’è né schiavo né uomo libero » e « non c’è più maschio e femmina » accenno a ciò che Paolo chiama le divisioni Galati a superare.
 Nel passare non possiamo accusare Paolo di misoginia: «Non c’è più maschio e femmina », ha detto, traduzione « c’è più di battezzati », sei fedele Cristo, che è tutto quello che conta. Ecco la vostra dignità, anche se ci sono differenze nel ruolo di società, tra uomini e donne, anche se nella Chiesa le stesse responsabilità si sono affidati in materia di fede, tu sei sopra tutti i battezzati. « Non c’è più schiavo né libero uomo » di nuovo, questo non significa che Paolo chiama la rivoluzione, ma a prescindere dalla condizione sociale di ogni altro, si per la stessa considerazione tutti sei battezzato. Non si guarda con meno rispetto e deferenza che vi appaiono meno in cima alla scala sociale: la raccomandazione è tanto per noi oggi!
 Torno alla prima distinzione che Paolo esorta i Galati a superare: « Non c’è né Ebreo né Gentile », si conosce il problema che ha afflitto le prime comunità cristiane: la tesi secondo cui gli antichi ebrei divennero cristiani erano cristiani non ebrei, vale a dire le persone che fino ad allora erano pagani, non circonciso, era facile dare la colpa: finché essi non sono conformi alle regole della religione ebraica, essi Non facevano parte del popolo eletto.
 La questione si nascondeva dietro era, in definitiva: basta la fede? O non si applica anche la legge ebraica, in particolare la circoncisione? Paolo risponde: o Abramo non era circonciso (non più di Galati), quando ha sentito le promesse di Dio, e perché ha messo la sua fiducia in Dio, era considerato solo « Abramo ebbe fede in il Signore e per il Signore vide in lui solo. « (Genesi 15: 6). Ma una delle promesse era tutte le famiglie della terra: « In te saranno benedette tutte le famiglie della terra. « (Gen. 12: 3). Tutte le famiglie della terra, voi, i Galati.
 Ma Paolo va oltre: non solo i Galati ricevere la promessa di tutte le famiglie della terra benedizione, ma meglio ancora, sono discendenti di Abramo, diventano membri del popolo della promessa biologicamente è impossibile, ma sono diventati spiritualmente dal loro Battesimo. Attraverso il battesimo, i cristiani sono incorporati a Cristo e, attraverso di lui, sono integrati con i discendenti di Abramo: « Voi tutti sapete che il battesimo in Cristo, vi siete rivestiti di Cristo » e indica la parola « uniti » senso forte, anche il nostro nome cristiano, che significa « Cristo », dice che apparteniamo a lui. Uniti a Lui, che è il figlio perfetto del Padre, abbiamo integrato i discendenti di Abramo, il credente. « Se appartenete a Cristo, voi che siete i discendenti di Abramo, il credente. « 
 Circonciso o no, perché noi siamo credenti, quindi siamo discendenti di Abramo, discendenti numerosi come le stelle del cielo e la rena del mare, come Dio gli aveva promesso … noi siamo i suoi eredi. Il Codice di Diritto Canonico trae le conseguenze quando dice: « Fra tutti i fedeli, in virtù della loro rigenerazione in Cristo, vi è circa la dignità e l’attività, la vera uguaglianza … « (Canone 208).
 In particolare, le disuguaglianze quotidiane e le divisioni restano ancora tra noi, e tutta la nostra vita è combattuto tra il nostro destino, la nostra vocazione battesimale e divisioni pesanti che hanno buona aria per attaccare alla vostra pelle. Ma se prendiamo sul serio Paolo, ogni volta che ci accorgiamo che viviamo ancora in un regime di discriminazione tra noi, dovremmo dire che i nostri metodi sono obsoleti: perché per il nostro Battesimo, siamo tutti uniti a Cristo, innestati in Cristo: in fondo, ancora una volta, dovremmo dire che « non dobbiamo separare ciò che Dio ha unito. »

GIOVEDÌ 27 MAGGIO 2010 – VIII SETTIMANA DEL TEMPO ORDINARIO

GIOVEDÌ 27 MAGGIO 2010 – VIII SETTIMANA DEL TEMPO ORDINARIO

UFFICIO DELLE LETTURE

Seconda Lettura
Dal «Commento al libro di Giobbe» di san Gregorio Magno, papa
(Lib. 10, 7-8. 10; PL 75, 922. 925-926)

(praticamente una lettura biblica tratta soprattuto da Paolo)

Molteplice è la legge di Dio
Che cosa si deve intendere qui per legge di Dio se non la carità, per mezzo della quale sempre teniamo presente nella nostra mente come si debbano osservare nella pratica i precetti della vita?
Di questa legge infatti dice la voce della Verità: «Questo è il mio comandamento: che vi amiate gli uni gli altri» (Gv 15, 12). Di essa Paolo afferma: «Pieno compimento della legge è l’amore» (Rm 13, 10). E della medesima dice ancora: «Portate i pesi gli uni degli altri, così adempirete la legge di Cristo» (Gal 6, 2). In verità per legge di Cristo nulla si può intendere più convenientemente della carità, che adempiamo quando portiamo per amore i pesi dei fratelli.
Ma questa stessa legge è detta molteplice, perché la carità si estende con premurosa sollecitudine alle opere di tutte le virtù.
Essa comincia certo da due precetti, ma si dilata a innumerevoli altri. Assai bene Paolo enumera la complessità di questa legge, col dire: «La carità è paziente, è benigna la carità; non è invidiosa la carità, non si vanta, non si gonfia, non manca di rispetto, non cerca il suo interesse, non si adira, non tiene conto del male ricevuto, non gode dell’ingiustizia, ma si compiace della verità» (1 Cor 13, 4-6).
«La carità è paziente», perché sopporta con serenità i torti ricevuti.
«E’ benigna», perché in cambio dei mali offre beni con larghezza.
«Non è invidiosa», perché nulla desidera in questo mondo, e quindi non sa invidiare i successi terreni.
«Non si vanta», perché non si esalta dei beni esteriori, mentre desidera ardentemente il premio di una ricompensa interiore.
«Non manca di rispetto», perché dilatandosi nel solo amore di Dio e del prossimo, ignora tutto ciò che è contrario alla rettitudine.
«Non è ambiziosa», perché, occupandosi intensamente dei suoi beni interni, non sente affatto all’esterno il desiderio delle cose altrui.
«Non cerca il suo interesse», perché tutto quello che possiede in modo transitorio quaggiù lo trascura come fosse di altri, e non riconosce nulla di suo, se non quello che perdura con essa.
«Non si adira», perché, anche se provocata dalle ingiustizie, non si eccita ad alcun moto di vendetta, e attende maggiori ricompense future per i grandi travagli sostenuti.
«Non tiene conto del male ricevuto», perché rinsaldando l’anima nell’amore del bene, svelle dalle radici ogni forma di odio e non sa trattenere nell’anima ciò che macchia.
«Non gode dell’ingiustizia», perché, anelando unicamente all’amore verso tutti, non si compiace in alcun modo della rovina degli avversari.
«Ma si compiace della verità», perché, amando gli altri come se stessa, e vedendo in essi la rettitudine, si rallegra come di un profitto e progresso proprio.
Complessa e polivalente dunque è questa legge di Dio.

Responsorio    Cfr. Rm 13, 8. 10; Gal 5, 14
R. Non abbiate debiti con nessuno, se non quello di un amore vicendevole; chi ama il suo simile ha adempiuto la legge, * e pieno compimento della legge è l’amore.
V. Tutta la legge ha la sua pienezza in un solo precetto: amerai il prossimo tuo come te stesso;
R. e pieno compimento della legge è l’amore.

Benedetto XVI: l’amore, essenza di Dio e senso della storia (Inno alla carità)

dal sito:

http://www.zenit.org/article-21213?l=italian

Benedetto XVI: l’amore, essenza di Dio e senso della storia

Intervento in occasione dell’Angelus

CITTA’ DEL VATICANO, domenica, 31 gennaio 2010 (ZENIT.org).- Pubblichiamo l’intervento che Benedetto XVI ha pronunciato recitando questa domenica a mezzogiorno dalla finestra del suo studio la preghiera mariana dell’Angelus insieme a varie migliaia di pellegrini riunite in Piazza San Pietro in Vaticano.

Tra i fedeli c’erano i ragazzi dell’Azione Cattolica della Diocesi di Roma, che concludevano il mese di gennaio tradizionalmente dedicato alla « Carovana della Pace ». Al termine della preghiera, due bambini, invitati nell’appartamento pontificio, hanno liberato dalla finestra due colombe, simboli della pace.

* * *

Cari fratelli e sorelle!

Nella liturgia di questa domenica si legge una delle pagine più belle del Nuovo Testamento e di tutta la Bibbia: il cosiddetto « inno alla carità » dell’apostolo Paolo (1 Cor 12,31-13,13). Nella sua Prima Lettera ai Corinzi, dopo aver spiegato, con l’immagine del corpo, che i diversi doni dello Spirito Santo concorrono al bene dell’unica Chiesa, Paolo mostra la « via » della perfezione. Questa – dice – non consiste nel possedere qualità eccezionali: parlare lingue nuove, conoscere tutti i misteri, avere una fede prodigiosa o compiere gesti eroici. Consiste invece nella carità – agape – cioè nell’amore autentico, quello che Dio ci ha rivelato in Gesù Cristo. La carità è il dono « più grande », che dà valore a tutti gli altri, eppure « non si vanta, non si gonfia d’orgoglio », anzi, « si rallegra della verità » e del bene altrui. Chi ama veramente « non cerca il proprio interesse », « non tiene conto del male ricevuto », « tutto scusa, tutto crede, tutto spera, tutto sopporta » (cfr 1 Cor 13,4-7). Alla fine, quando ci incontreremo faccia a faccia con Dio, tutti gli altri doni verranno meno; l’unico che rimarrà in eterno sarà la carità, perché Dio è amore e noi saremo simili a Lui, in comunione perfetta con Lui.

Per ora, mentre siamo in questo mondo, la carità è il distintivo del cristiano. E’ la sintesi di tutta la sua vita: di ciò che crede e di ciò che fa. Per questo, all’inizio del mio pontificato, ho voluto dedicare la mia prima Enciclica proprio al tema dell’amore: Deus caritas est. Come ricorderete, questa Enciclica si compone di due parti, che corrispondono ai due aspetti della carità: il suo significato, e quindi la sua attuazione pratica. L’amore è l’essenza di Dio stesso, è il senso della creazione e della storia, è la luce che dà bontà e bellezza all’esistenza di ogni uomo. Al tempo stesso, l’amore è, per così dire, lo « stile » di Dio e dell’uomo credente, è il comportamento di chi, rispondendo all’amore di Dio, imposta la propria vita come dono di sé a Dio e al prossimo. In Gesù Cristo questi due aspetti formano una perfetta unità: Egli è l’Amore incarnato. Questo Amore ci è rivelato pienamente nel Cristo crocifisso. Fissando lo sguardo su di Lui, possiamo confessare con l’apostolo Giovanni: « Noi abbiamo riconosciuto l’amore che Dio ha per noi e vi abbiamo creduto » (cfr 1 Gv 4,16; Enc. Deus caritas est, 1).

Cari amici, se pensiamo ai Santi, riconosciamo la varietà dei loro doni spirituali, e anche dei loro caratteri umani. Ma la vita di ognuno di essi è un inno alla carità, un cantico vivente all’amore di Dio! Oggi, 31 gennaio, ricordiamo in particolare san Giovanni Bosco, fondatore della Famiglia Salesiana e patrono dei giovani. In questo Anno Sacerdotale vorrei invocare la sua intercessione affinché i sacerdoti siano sempre educatori e padri dei giovani; e perché, sperimentando questa carità pastorale, tanti giovani accolgano la chiamata a dare la vita per Cristo e per il Vangelo. Maria Ausiliatrice, modello di carità, ci ottenga queste grazie.

Il messaggio biblico sulla Carità – San Paolo (su tutti i testi di Paolo – Inno alla carità))

dal sito:

http://www.cistercensi.info/monari/1981/mc030181.htm

Il messaggio biblico sulla Carità – San Paolo

3 Gennaio 1981
Fonte, volume “Credo in Cristo mia vita” – “Le virtù teologali nella vita del laico” – A cura di Ernesto Cappellini – Editrice A.V.E. Roma 1981 – “Capitolo III” (pp 72-97).

A / San Giovanni
C / Vangeli sinottici

(se li volete leggere sul sito)

B / San Paolo

Non sarebbe difficile ripercorrere uno ad uno questi punti nelle lettere di San Paolo e vedere come – con differenti accenti e prospettive – è la stessa fede che si esprime. “Con differenti accenti” perché certo a ogni autore del Nuovo Testamento bisogna riconoscere una sua originalità. Per quanto riguarda Paolo la sua dottrina sull’amore è strettamente legata a quella della giustificazione mediante la fede e, insieme a questa, è legata alla comprensione del mistero pasquale come mistero di redenzione.

– I –
«[6]Mentre noi eravamo ancora peccatori, Cristo morì per gli empi nel tempo stabilito. [7]Ora, a stento si trova chi sia disposto a morire per un giusto; forse ci può essere chi ha il coraggio di morire per una persona dabbene. [8]Ma Dio dimostra il suo amore verso di noi perché, mentre eravamo ancora peccatori, Cristo è morto per noi» (Rm 5, 6-8). Al centro dunque c’è la croce, la morte di Cristo come segno di amore, e di un amore gratuito. Perché negli “empi” per cui Cristo è morto non c’è nulla di gradevole, di attraente, nulla che possa spingere “naturalmente” a sacrificarsi per loro. La morte di Cristo è quindi un gesto gratuito, creativo, nel senso più pieno perché crea la bontà e la amabilità di ciò che ama. La preziosità dell’uomo peccatore è data esattamente dal fatto che Cristo muore per lui e non viceversa. Ma la riflessione di Paolo ha un altro punto importante; leggiamo nel v. 8: «Dio dà prova del suo amore verso di noi perché (…) Cristo è morto per noi». Noi avremmo detto più facilmente: «Cristo dà prova del suo amore…», ma Paolo opera uno spostamento molto significativo: «Dio dà prova…». Ciò significa che nella visione paolina Dio e Cristo sono una cosa sola per quanto riguarda l’opera della salvezza. In Cristo Dio stesso si fa vicino agli uomini, li ama, li salva: «[19]È stato Dio infatti a riconciliare a sé il mondo in Cristo, non imputando agli uomini le loro colpe» (2 Cor 5, 19). In questo modo-, la croce di Cristo diventa il “vanto” del cristiano (cfr. Gal 6, 14), diventa cioè il fondamento unico sul quale possiamo mettere la nostra fiducia; è da lì che viene la nostra salvezza. Non quindi nella nostra intelligenza o scienza o buona volontà, ma nell’amore di Dio che ci ha riconciliati in Cristo. Se San Paolo combatte strenuamente la sua battaglia per affermare che la giustificazione avviene mediante la fede, il motivo è che su questo si decide il valore della croce di Cristo. Ai Galati che “ammaliati” da dei Giudaizzanti sentono la tentazione forte di ritornare alle pratiche della legge come via verso la salvezza, Paolo ricorda con serietà: «Se vi fate circoncidere, Cristo non vi gioverà nulla(…) Non avete più nulla a che fare con Cristo voi che cercate la giustificazione nella legge; siete decaduti dalla grazia(…) Noi infatti per virtù dello spirito attendiamo dalla fede la giustificazione che speriamo. Poiché in Cristo Gesù non è la circoncisione che conta o la non circoncisione, ma la fede che opera per mezzo della carità» (Gal 5, 2.4-6). “La fede che opera per mezzo della carità”; è una delle formulazioni più tipiche della teologia paolina. Non c’è giustificazione dell’uomo se non mediamente la fede, cioè mediante l’accoglimento umile e obbediente del dono di Dio. A sua volta la fede rende possibile e necessaria la carità; dove non c’è fede la carità non può nascere; ma d’altra parte una fede che non si esprima nella carità è inefficace, anzi contraddittoria, perché non produce quel frutto di libertà di cui solo l’amore è il segno.
– II –
Proprio l’essere amati gratuitamente da Dio è il fondamento della libertà cristiana di cui Paolo è un irriducibile difensore: «[35]Chi ci separerà dunque dall’amore di Cristo? Forse la tribolazione, l’angoscia, la persecuzione, la fame, la nudità, il pericolo, la spada? (…) [37]Ma in tutte queste cose noi siamo più che vincitori per virtù di colui che ci ha amati. [38]Io sono infatti persuaso che né morte né vita, né angeli né principati, né presente né avvenire, [39]né potenze, né altezza né profondità, né alcun’altra creatura potrà mai separarci dall’amore di Dio, in Cristo Gesù, nostro Signore» (Rm 8, 35-37-39). Il senso è che in mezzo alle numerose paure che accompagnano la nostra vita ci rimane come punto di appoggio saldo e incrollabile l’amore che Cristo ci ha dimostrato. La vita dell’uomo è infatti collocata su un dedicato equilibrio; è una vita fragile, bisognosa di mille cose, condizionata da mille fattori. Non c’è da meravigliarsi se a volte l’uomo si lascia sedurre dalle promesse del mondo e ne diviene schiavo; il denaro, il potere, il benessere si presentano come sicurezze consolanti in mezzo al mare di incertezze che ci paralizzano. «Ma in tutte queste cose noi siamo più che vincitori per virtù di colui che ci ha amati». E cioè, l’amore di Cristo ci libera dalla paura. Nell’essere amati da Cristo la nostra vita acquista un senso e non siamo più costretti a cercare di darle un senso noi stessi col successo o con la bella figura o con qualunque altro surrogato; se «Cristo mi ha amato e ha dato la sua vita per me» (Gal 2, 20) non c’è bisogno di altro perché la mia vita abbia valore. Ecco allora che tribolazione o angoscia o persecuzione non si tramutano più in disperazione; al contrario può succedere che «sono pieno di consolazione, pervaso di gioia in ogni nostra tribolazione» (2 Cor 7, 4; cfr 2 Cor 4, 7ss).
Il cristiano è dunque libero da tutte queste cose, è signore della vita e della morte perché la vita non lo seduce e la morte non lo terrorizza; parimenti il presente non lo imprigiona e il futuro non lo sconvolge (cfr. 1 Cor 3, 21-23). È iniziato a tutto; alla sazietà e alla fame, all’abbondanza e all’indigenza. Può tutto nella forza che gli viene da Cristo (cfr. Fil 4, 12s).
– III –
Ma che libertà è questa di cui il cristiano gode, anzi a cui il cristiano non può rinunciare se non vuole rinunciare nello stesso tempo alla sua condizione di “salvato”? Per Paolo la prospettiva è chiara; il cristiano ha una sola libertà, quella di amare e di servire gli altri: “13]Voi fratelli, siete stati chiamati a libertà. Purché questa libertà non divenga un pretesto per vivere secondo la carne, ma mediante la carità siate a servizio gli uni degli altri» (Gal 5, 13). Paradossale libertà! È libertà dalla carne, cioè dall’egoismo e da tutte le schiavitù che l’egoismo ci impone; ma e libertà che si esercita nel servizio premuroso e attento degli altri. Ma come si possono conciliare queste due cose: libertà e servizio? Non c’è una contraddizione evidente? Libero è “colui che esiste per se stesso e non per gli altri” (Aristotele); servo è esattamente il contrario: chi vive per un altro e non per se stesso. Eppure per Paolo il cristiano può esercitare la sua libertà solo mettendosi a servire, imparando a portare i pesi degli altri (cfr. Gal 6, 2). Il fatto è che per Paolo la carità, il servizio, non sono una legge esterna da osservare scrupolosa mente ma sono prima di tutto un dinamismo interiore da lasciar sviluppare e crescere. «L’amore di Dio è stato riversato nei nostri cuori per mezzo dello Spirito Santo che ci è stato dato» (Rm 5, 5). L’amore con cui Dio ci ama (cfr. la nota della BJ) si diffonde nel nostro cuore per mezzo dello Spirito Santo. Siamo sommersi dall’amore di Dio che ci domina e questo amore diventa nei nostri cuori sorgente di amore e di servizio fraterno. È come un seme, lo Spirito, che genera una vita nuova, una vita che ha i suoi frutti caratteristici (anzi il suo frutto; San Paolo usa il singolare; i nove termini indicano quindi tutti la stessa realtà contemplata nella sua multiforme ricchezza): «Il frutto dello Spirito è amore, gioia, pace, pazienza, benevolenza, bontà, fedeltà, mitezza, dominio di sé» (Gal 5, 22).
IV
Ma forse la descrizione più ricca del mondo in cui la carità diffusa nei nostri cuori opera e si manifesta si trova nell’“Inno alla carità” di 1 Cor 13. Per capirlo bisogna tenere presente anzitutto il contesto. Paolo sta parlando dei doni dello Spirito e della gerarchia di valore che esiste tra questi doni diversi. A Corinto gli è stata posta una domanda precisa a riguardo di due carismi diversi: la profezia e il parlare in lingue (una specie di parlare estatico, con suoni non articolati, incomprensibile quindi ma che faceva molta impressione perché sembrava un parlare angelico). A quale di questi due carismi bisogna riconoscere il primato? Quale dei due bisogna piuttosto ricercare? L’apostolo darà la sua risposta nel cap. 14 assegnando il primo posto alla profezia perché essa edifica tutta la comunità cristiana mentre il parlare in lingue non edifica gli altri che non lo capiscono. Ma prima, dice Paolo “vi insegnerò una via che sorpassa ogni altra”. Al di sopra del parlare in lingue, al di sopra della profezia, al disopra di ogni altro dono dello Spirito sta la carità.
É anch’essa, certamente, un dono dello Spirito (cfr. Gal 5, 22) e tuttavia non un dono accanto agli altri; piuttosto è quel dono che dà valore e consistenza a tutti gli altri. E Paolo, con un termine significativo, la chiama una “via”, un cammino sempre aperto, senza fine. La carità è esattamente questo: non una virtù che si può conquistare; non un pacifico possesso di cui godere, ma solo una via per la quale si deve camminare senza mai superarla del tutto, un “compito immenso” che non si potrà mai esaurire. L’Inno si articola chiaramente in tre parti: anzitutto Paolo fa il confronto tra la carità e tutti gli altri carismi; poi – con una serie di 15 verbi – descrive la carità in atto; infine insiste sulla permanenza eterna della carità in confronto con tutti gli altri carismi che sono destinati a scomparire. Vediamo. I vv. 1-3 prendono successivamente in esame i diversi carismi con un “crescendo” significativo: il parlare in lingue, la profezia, la scienza, la fede (cioè in questo caso il dono di fare miracoli), l’elemosina, il sacrificio della vita. Evidentemente bisogna intendere la lista come fosse completa: questi o qualunque altro carisma possa esistere, dal più umile al più elevato. E ripetutamente Paolo afferma che il valore dei singoli carismi e loro dato dalla carità. Senza la carità «sono come un bronzo che risuona o un cembalo che tintinna… non sono nulla… nulla mi giova» (1 Cor 13, 1). È impressionante questa serie di affermazioni che elimina ogni illusione di grandezza fondata sul possesso dell’uno o dell’altro dono. Paolo non dice solo che la carità è il massimo dei carismi, il primo, il più importante; dice chiaramente che qualsiasi carisma se non e vivificato dalla carità non ha nessun valore. Può anche essere, in sé, importante; può ottenere riconoscimenti elevati; può addirittura servire alla edificazione degli altri; ma non ha nessun valore per chi lo pratica. Possiamo forse accostare a questa riflessione il testo di Rm 13, 8: «Non abbiate con nessuno altro debito se non quello di un amore vicendevole», che vuol forse dire: se devi qualcosa a qualcuno, guarda di darglielo per amore; è l’unica motivazione valida. Se fai l’elemosina, falla per amore e non per farti vedere; se elogi una persona, che sia per amore e non per adulazione. Solo in questo modo ciò che doni a un altro diventerà anche motivo di edificazione per te. Ma perché alla carità è riconosciuto questo statuto speciale all’interno dei doni dello Spirito? Ci può aiutare a capirlo l’ultima parte del capitolo dove ritorna il confronto tra la carità e gli altri carismi per dire che «le profezie scompariranno; il dono delle lingue cesserà e la scienza svanirà», mentre al contrario «la carità non avrà mai fine». Paolo evidentemente contrappone “questo mondo” con il “mondo che viene”, per dire che la carità appartiene al mondo futuro mentre gli altri carismi appartengono a questo mondo. E allora, quando la scena di questo mondo sarà passata, passerà con lei anche tutto quello che è imperfetto e cioè tutti i carismi. Ma la carità no; perché la carità non è determinata dalle esigenze di questo mondo ma è la sostanza del mondo futuro. In altre parole la carità è “la forma escatologica di vita”, la forma della vita perfetta verso la quale siamo incamminati e che solo nel mondo futuro si realizzerà pienamente. Ma se la carità appartiene al mondo futuro, al mondo di Dio e non a questo mondo, come essa è entrata nell’esperienza del cristiano? Come la possiamo vivere e sperimentare? Bisogna tornare a quanto abbiamo ascoltato più sopra: «La speranza non delude perché l’amore di Dio è stato, diffuso nei nostri, cuori per mezzo dello Spirito che ci è stato dato» (Rm 5, 5). C’è dunque la carità nei nostri cuori; ma non c’è per un impulso naturale, nativo. C’è perché ve l’ha riversata lo Spirito Santo; c’è perché Dio ci ha amato. Ma è tempo che, guidati da Paolo, ci lasciamo istruire sull’opera della carità. «La carità è paziente», longanime. Un gesto di rifiuto non la chiude in se stessa; la mancanza dì riconoscenza non la intristisce. È generosa, munifica, signorile. È la caratteristica di chi è ricco e non tanto di beni quanto di cuore; non meschino, non avaro, non meticoloso nel misurare ciò che dona. Così è Dio «misericordioso e pietoso… ricco di grazia e di fedeltà» (Es 34, 6). Proprio perché è infinitamente ricco, Dio può permettersi di essere splendido, magnanimo; può donare gratuitamente e con sovrabbondanza. E la carità è “divina”; è ricca della ricchezza stessa di Dio e da lui impara a comportarsi. Si legga, come esempio, quello che Paolo scrive ai Corinzi: «Il nostro cuore si è spalancato per voi…!» (2 Cor 6, 11-13). «É benigna la carità». È detto di Dio che è benevolo verso gli ingrati e i malvagi (cfr. Lc 6, 35) e cioè non restituisce male per male ma ama e benefica anche i cattivi; e proprio in questo modo Dio cerca di spingere il peccatore alla conversione (cfr. Rm 2, 4). Certamente anche Dio reagisce al peccato dell’uomo con l’ira e si mostra a volte severo; ma «l’ira di Dio dura in istante, la sua bontà per tutta la vita» (Sal 30, 6); e quando egli corregge lo fa sempre come un padre fa verso il suo figlio (cfr. Eb 12, 7), «Non è invidiosa la carità», non considera cioè gli altri come degli. avversari e non è ossessionata dal bisogno di fare valere se stessa; non trova perciò nessuna compiacenza nell’abbassare gli altri. Per questo sa «piangere con quelli che sono nel pianto» e, cosa ancor più difficile, «rallegrarsi con quelli che sono nella gioia» (Rm 12, 15). L’invidia, al contrario, gode per gli insuccessi degli altri, e si rode per le loro gioie. In questo a carità si mostra semplice: prova la gioia e il dolore per quello che sono, non li trasforma con l’ottica deformata dell’egoismo e dell’interesse. «Non si vanta»; non ha sempre sulla bocca il proprio io; sa apprezzare e stimare con gioia i doni degli altri. Non pretende che sulla scena tutti i riflettori siano puntati su di lei; lascia spazio agli altri. E anche quando ama non guarda troppo se stessa, non soffoca con spiegazioni e richiami e parole il suo comportamento. È umile, discreta, modesta. «Non si gonfia» come gli gnostici di Corinto che, consapevoli di “avere la scienza”, disprezzano i deboli o, semplicemente, non li vedono neppure (cfr. 1 Cor 8, 1-2.11). La carità si prende così come è; non ha bisogno di ingrandirsi artificialmente con parole (cfr. l Cor 4, 18s.) per nascondere la sua povertà interiore. «Non manca di rispetto»; ama la chiarezza, interiore ed esteriore; non cerca di fare colpo o di scandalizzare. È pudica, non sfacciata; educata ma non formalista. «Non cerca ciò che è» suo (Bibbia CEI: “non cerca il suo interesse” ma il senso è anche “non è attaccata ai suoi diritti”). È una esortazione che ritorna spesso nelle lettere di Paolo: «Nessuno cerchi l’utile proprio, ma quello altrui» (1 Cor 10, 24 cfr 10, 33). «Senza cercare ìl proprio interesse ma anche quello degli altri» (Fil 2, 4). Quest’ultimo testo è illuminante perché è collegato con l’inno cristologico di Fil 2, 6-11, dove Paolo mette davanti agli occhi dei Filippesi l’esempio di Cristo che non si è aggrappato gelosamente ai diritti che gli spettavano in quanto Figlio di Dio, ma si è fatto servo, umiliato, obbediente fino alla morte. La carità non è ossessivamente legata ai suoi diritti; sa anche «subire l’ingiustizia… lasciarsi privare di ciò che le appartiene» (1 Cor 6, 7). La gratuità, il disinteresse sono regola delle sue azioni (cfr. Lc 6, 27-35). Essa sa, infatti, che alla sua difesa ci pensa Dio, può affidare a lui la rivendicazione dei propri diritti (Rm 12, 19; cfr. 1 Pt 2, 23; Lc 6, 38) ed è quindi libera di amare, di donare, di essere disinteressata. «Non si adira»; è la conseguenza necessaria. L’ira esplode quando ci sembra che un nostro diritto sia stato calpestato (cfr. Lc 15, 28) e non è altro che il primo passo verso il far del male (cfr. Mt 5, 22). San Giacomo descrive il dinamismo così: «[1]Da che cosa derivano le guerre e le liti che sono in mezzo a voi? Non vengono forse dalle vostre passioni che combattono nelle vostre membra? [2]Bramate e non riuscite a possedere e uccidete; invidiate e non riuscite ad ottenere, combattete e fate guerra!» (Gc 4, 1-2). É vero che Paolo, citando il Sal 4, 4 (LXX) scrive: «Nell’ira non peccate; non tramonti il sole sopra la vostra ira» (Ef 4, 26) ma proprio l’ultima parte del versetto dimostra che qui si tratta di qualcosa altro. È l’“ira medicinale”, quella che reagisce salutarmente davanti al male (non al peccatore!) e lo respinge. Ma anche questa, che è pure ira salutare, deve sapersi contenere per non «dare occasione al diavolo» (Ef 4, 27) che potrebbe servirsi di questo per insinuare odio o malvagità. «Non tiene conto del male ricevuto», non lo computa meschinamente scrivendolo con inchiostro indelebile sul suo libro. Non rinfaccia il male che riceve come, parallelamente, non rinfaccia il bene che ha donato. Non aspetta l’occasione propizia per rivelarsi, «è la tomba dell’ingiustizia» (H. Schlier). Sa cancellare i debiti degli altri così come i propri crediti. Questo la rende, nello stesso tempo, riconoscente per ogni briciola di bene che riceve. «Non gode dell’ingiustizia». Degli empi dice San Paolo che «non solo continuano a fare il male, ma approvano chi lo fa» (Rm 1, 32). >È un modo anche questo di giustificare se stessi e il proprio comportamento. La carità, al contrario, non sopporta l’ingiustizia, non la approva mai, non la accarezza. Ma è un modo di godere dell’ingiustizia anche quel mormorare degli altri che nasconde solo il desiderio di sentirsi migliori; dietro a parole dure di censura c’è talvolta la gioia nascosta e ipocrita di trovare l’ingiustizia negli altri. La carità non ha mai bisogno di giustificare se stessa e non è costretta a ricorrere a sotterfugi di nessun genere (cfr. Gal 6, 3-4). Al contrario essa: «gode della verità», la ama, se ne compiace; e non perché è sua o perché è dalla sua parte ma semplicemente perché è verità, perché è un riflesso dello bellezza luminosa di Dio. È anche questo un segno di distacco e di disinteresse. Non è vero che a volte la verità ci piace solo se è detta da noi o dai nostri? E che ci fa invece dispetto sulle labbra degli “altri”? Anche qui là carità ignora ogni doppiezza; è semplice.
A questo punto Paolo conclude la descrizione della carità con quattro affermazioni che definiscono la sua “intrepidezza”, il fatto che la carità non indietreggia di fronte a nulla. Nessuna cattiveria, nessuna ingratitudine, nessun rifiuto, nessun fallimento sono capaci di farla ripiegare su se stessa, di costringerla a un rifiuto sdegnoso degli altri, del mondo, della vita. «Tutto copre», non mette il sale sulle ferite per renderle più brucianti; non amplifica le parole cattive fino a renderle assordanti; non offre al male quel rifiuto duro che lo fa riecheggiare all’infinito. Al contrario lenisce le sofferenze, attutisce i contrasti, accoglie dentro di sé il male e senza lasciarlo rimbalzare all’esterno; quando incontra una parola, un gesto dove ci sono cattiveria e odio, assorbe il veleno e in questo modo lo scioglie e libera la bontà delle cose e delle persone. «Tutto crede», non perde mai la fiducia. Può sperimentare fallimenti e insuccessi; può incontrare opposizione e ingratitudine; può giungere a conoscere le miserie di cui è capace il cuoreumano ma non perde la fiducia. È fondata in Dio, nel suo amore solido come roccia; non vacilla e non viene meno. «Spera tutto». Vede sempre davanti a sé un futuro aperto. Il presente, coi suoi limiti, non è capace di rinserrarla e imprigionarla. Crede nel futuro di Dio che si apre una strada anche in mezzo al peccato. Nelle persone sa vedere i progetti di Dio, sa apprezzare quello che ancora non si vede e in questo modo lo fa emergere attraverso la cappa di abitudini e di errori che lo nascondono. «Sopporta tutto». Conosce il peso della vita ma non tenta di sottrarvisi; non carica gli altri dei suoi pesi ma piuttosto si fa carico dei pesi degli altri così come Cristo si è fatto carico dei pesi di tutti. Alla fine di questo cammino di amore e di sopportazione c’è ancora la croce. Sopportare tutto vuol dire in una parola sopportare anche la morte come segno supremo dell’amore che si dona.

Conclusione
Cercando ora di riassumere brevemente i punti della nostra riflessione su Giovanni e Paolo potremmo enumerarli così: Cristo ci ha amato dando la sua vita per noi; in lui era Dio stesso che dimostrava il suo amore per noi. A noi viene chiesto di accogliere questo amore nella fede. Solo in questo modo la nostra vita viene “giustificata” e ci diventa possibile essere in comunione con Dio.
L’amore di Dio accolto nella fede ci fa figli di Dio e quindi ci libera dalla debolezza e impotenza della “carne” per renderci capaci di una vita nuova. La novità di questa esistenza è la forza dello Spirito e la capacità di amare. Questo “comandamento” è “nuovo” perché è la forma di esistenza che corrisponde alla “nuova creazione”. Amare i fratelli significa “dare la vita per loro”, mettere gioiosamente l’altro al centro delle proprie scelte.

commento alla 1 Cor 12,31 – 13, 1-13, è l’Inno alla Carità che domani domenica 31 gennaio si legge come sesonda lettura

dal sito:

http://www.bible-service.net/site/375.html

1 Corinthiens 12,31 – 13,1-13

Aux Corinthiens avides de dons spirituels et de manifestations de l’Esprit spectaculaires, Paul, dans l’hymne à l’amour, célèbre le don qui manifeste pleinement la présence de l’Esprit dans la communauté.
L’amour (agapè) est propre à Dieu ; c’est un amour qui se donne. Le Saint-Esprit le répand dans le cœur des croyants.

C’est la rencontre du Christ sur le chemin de Damas, qui a révélé à Paul, le persécuteur, la puissance de l’amour du Christ ; Paul l’a mis en lien avec l’Esprit. L’hymne à l’amour est ainsi révélateur de Dieu, du Christ et de l’Esprit.
Cette hymne se déploie en trois strophe : la première affirme la nécessité de l’amour ; « sans lui je ne suis rien. » La seconde décrit cet amour en quinze propositions ; c’est un portrait saisissant du Christ. La troisième célèbre la prééminence de l’amour ; il ouvre un avenir, car il n’est pas atteint par la mort.

1 Corinzi 12, 31 – 13, 1-13

Ai Corinzi, avidi di doni spirituali e di manifestazioni dello Spirito spettacolari, Paolo, nell’Inno alla Carità, celebra il dono che manifesta pienamente la presenza dello Spirito nella comunità. L’amore (agape) è proprio di Dio; è l’amore che si dona. Lo Spirito Santo lo riversa nei cuori dei credenti (riempie i cuori).
È l’incontro di Cristo sul cammino di Damasco, che ha rivelato a Paolo, il persecutore, la potenza dell’amore di Cristo; Paolo l’ha messo in rapporto con lo Spirito. L’Inno alla Carità è così rivelatore di Dio, di Cristo e dello Spirito.
Questo inno si dispone in tre strofe; la prima afferma la necessità de l’amore; “ma non avessi la carità, non sarei nulla”. La seconda descrive questo amore in cinque enunciati; è un ritratto commovente di Cristo. La terza celebra la preminenza dell’amore, esso apre all’avvenire (al domani) perché non è toccato dalla morte.

La via sublime dell’amore (1Cor, 12.31; 13,1-8;)

dal sito:

http://www.piaunionedeltransito.org/Canopi_Maggio2009.html

La via sublime dell’amore (1Cor, 12.31; 13,1-8;)

Ben radicati sulla roccia della fede, sospinti verso la mèta dalla forza della speranza, siamo ormai pronti per intraprendere il viaggio della vita, e l’apostolo Paolo ci incoraggia: «Vi mostro la via più sublime» (1Cor 12,31). Qual è questa via superiore a tutte? Ecco, egli ce lo dice cantando con accenti appassionati il mistero dell’amore, che è il mistero di Dio stesso e il mistero della Chiesa, comunione d’amore (cf. 1Cor 13,1-8).

Egli presenta la carità come una splendida regina, circondata dalle altre virtù come da un corteo di ancelle. Nessuna virtù, infatti, avrebbe senso se non tendesse alla carità e se non fosse al suo servizio per raggiungere lo scopo della vita eterna.

Il poema paolino si apre con una incalzante sequenza di se e di ma che esprimono il limite di qualsiasi anche eroico atto umano che non proceda dalla carità e non tenda alla pienezza dell’amore. «Se parlassi le lingue degli uomini e degli angeli, ma non avessi la carità, sarei come bronzo che rimbomba o come cembalo che strepita» (v. 1). A nulla servono le belle parole, se restano vuote, se non si concretizzano in gesti di comunione, in atti di solidarietà. Gesù stesso ci ha messo in guardia da questo pericolo, quando ha dichiarato: «Non chiunque mi dice: “Signore, Signore”, entrerà nel regno dei cieli, ma colui che fa la volontà del Padre mio che è nei cieli» (Mt 7,21). E la volontà di Dio è la nostra santificazione, ossia una vita tutta intessuta di amore. «E se avessi il dono della profezia, – continua l’Apostolo – se conoscessi tutti i misteri e avessi tutta la conoscenza, se possedessi tanta fede da trasportare le montagne, ma non avessi la carità, non sarei nulla» (v. 2). Se anche compissi i più strepitosi miracoli, ma mi mancasse la carità, tutto sarebbe illusorio.  Anzi, potrei esaltarmi sulla vetta della superbia e  credermi un personaggio importante, persino un grande carismatico, ma in realtà non sarei che un pallone gonfiato, inesorabilmente destinato a scoppiare e a ridursi a nulla.

L’Apostolo ancora prosegue, rendendo sempre più esigente e radicale il suo discorso: «E se anche dessi in cibo tutti i miei beni e consegnassi il mio corpo per averne vanto, ma non avessi la carità, a nulla mi servirebbe» (v. 3). Quello che si dà per trarne vanto non è dono, ma è la peggior forma di commercio, è… una specie di prostituzione e di inutile spreco. Alla radice della carità non vi può essere ricchezza ostentata, né appariscente eroismo di spogliazione; deve esserci puro e disinteressato amore a Dio e al prossimo. Quanto è facile, invece, agire per un più o meno consapevole desiderio di autoaffermazione! Per evitare il grande rischio dell’ambiguità nel perseguire il bene, occorre anzitutto non mettersi in un posto di protagonismo, ma di umile servizio.

Conclusa la sequenza dei se e dei ma, con la quale ha dimostrato che l’indispensabile linfa di ogni azione santa è la vera carità, san Paolo ora ne mostra al vivo tutta la sua bellezza: «La carità è magnanima, benevola è la carità» (v. 4). Ha un animo grande, un cuore dilatato, che non si perde dietro a piccolezze e meschinità, ma sa tutti stringere nel grande abbraccio dell’amore che perdona, riconcilia, fa comunione; perciò è benevola: sa cercare e volere solo il bene degli altri, e lo vede in tutti anche quando è offuscato da qualche scoria di male.

Dopo avere evidenziato in positivo questi due bei tratti della carità, l’Apostolo dice quello che non ci deve essere in essa, pena l’introduzione di disarmonie e di  macchie che ne sciuperebbero la bellezza. Nella carità non c’è invidia: chi ama non desidera per sé il bene che vede negli altri, anzi, ne gode come e anche più che se gli appartenesse in proprio. Nella carità non c’è vanagloria, né superbia: rivestita di umiltà, non si attribuisce i meriti e l’onore dovuti a Dio, da cui proviene ogni capacità di bene. Non c’è mancanza di rispetto, perché in tutti e in tutto vede la presenza del Signore, degno di ogni onore, lode e benedizione. Non c’è ricerca egoistica del proprio interesse, perché per sua natura la carità è generosa, oblativa, è per gli altri. Non ci sono moti di ira, perché è paziente e pacifica; non conosce spirito di vendetta, né risentimenti o rancori, perché sempre perdona. La carità non tiene un registro di contabilità con le colonne dei debiti e dei crediti, ma, sentendosi sempre debitrice, dove più manca, più si riversa; dove c’è male, mette bene; dove c’è guerra, getta semi di pace. E il saldo, nella divina economia, risulta attivo.

Concludendo il suo cantico, l’Apostolo torna nuovamente ad esprimersi in termini positivi; con quattro ripetuti “tutto” e con il “mai” finale riassume le caratteristiche della carità, quasi per presentarne un documento di riconoscimento. Davanti alle debolezze e alle miserie umane, la carità tutto scusa, tutto crede, tutto spera, tutto sopporta, perché pone ogni uomo, ogni realtà sotto lo sguardo di Dio cui nulla è impossibile. La carità vede tutto con il cuore pieno di compassione, ma anche pieno di ammirazione per ogni creatura in cui, benché limitata e fragile, scorge riflessa la bontà e la bellezza di Dio.

Questo volto della carità non è, infatti, un dipinto ideale e astratto, non è una figura simbolica, ma una Persona vera e vivente. Se riprendiamo il cantico paolino e sostituiamo il nome “carità” con “Gesù”, scopriamo che tutto coincide perfettamente. La carità è lui stesso. Per questo l’Apostolo può affermare: «La carità non avrà mai fine» (v. 8).

Gesù Cristo è colui che tutto sopporta, che si è caricato e sempre si carica delle nostre miserie. È lui che è benevolo verso di noi. È lui che, spogliatosi della sua gloria divina, si è messo all’ultimo posto fra le creature umane, senza trarre vanto dal suo essere Figlio di Dio. È lui, Gesù, che ci ha mostrato con il suo atteggiamento quanto rispetto e quanta riverenza siano dovuti a ogni creatura, comunque si presenti. Egli, infatti, si è accostato con estrema delicatezza ai poveri, ai malati, ai pubblicani e alle prostitute, ai vecchi e ai bambini. Ha guardato con pietà tutti gli esseri umani, anche i suoi persecutori e crocifissori. Non è davvero venuto sulla terra a fare i propri interessi, ma i nostri e, senza tener conto della nostra ingratitudine e dei nostri oltraggi, si è presentato al Padre intercedendo in nostro favore: «Padre, perdona loro…» (Lc 23,34). Questa preghiera di Gesù non riguardava soltanto quelli che erano direttamente responsabili della sua passione e morte, ma riguarda anche tutti noi, sempre. «Padre, perdona loro…, perché non sanno quello che fanno»: Gesù ci scusa, ci “sopporta”, ci porta su di sé come soave peso di amore.

E accanto a lui nell’ora della manifestazione suprema della carità – sotto la croce – troviamo Maria. Anche lei è una icona splendente della tenerezza di Dio. Umile e tutta protesa al compimento della divina volontà, Maria partecipa alla missione del Figlio. Non cerca se stessa: è tutta donata. Come Gesù, continua la sua missione di amore in mezzo a noi, nella Chiesa. Anche lei ci rimane accanto per condurci sulla via regale della carità. «Ricercate la carità…» (1 Cor 14,1), esorta l’Apostolo, perché nulla è più grande di essa. Essa è, infatti, il comandamento nuovo lasciato da Gesù prima della sua Passione: «Amatevi gli uni gli altri come io vi ho amati» (Gv 15,12. 17). E Maria ci suggerisce: «Qualsiasi cosa vi dica, fatela… Ricercate il mio Figlio: credete in lui che è la Verità, vivete in lui che è la Vita, camminate in lui che è la Via, amate in lui che è l’Amore incarnato» (cf. Gv 2,5; 14,6). Chiunque voglia davvero camminare sulla via della santità non ha che da tenere fisso lo sguardo su Gesù, su Maria, sui santi, questi nostri fratelli maggiori che l’hanno percorsa fino in fondo con fede, con spirito di sacrificio, con amore: «Perciò, fratelli – esorta sant’Agostino – esercitate la carità: senza di essa il ricco è povero; con essa il povero è ricco. Essa è forte in mezzo alle dure sofferenze, piena di gioia nelle opere buone; nelle tentazioni sicurissima; nell’ospitalità, larghissima… In Maria è vergine. È franca in Paolo, umile in Pietro… Quanto è grande la carità! Essa sopporta tutto nella presente vita, perché crede nella futura vita: sopporta tutte le cose che qui ci sono date da sopportare, perché spera tutto quello che le viene promesso là. Giustamente non ha mai fine. Perciò praticate la carità e portate frutti di giustizia. E se troverete voi, a sua lode, altre cose che io non vi abbia detto ora, lo si veda nel vostro modo di vivere!» (Discorsi, 350,3). 

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