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XXII DOMENICA TEMPO ORDINARIO ANNO C – COMMENTO ALLE LETTURE (29 AGOSTO 2010 PDF)

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 XXII DOMENICA TEMPO ORDINARIO ANNO C (29 AGOSTO 2010  PDF)

A CURA DI MARCO BONARINI – GRUPPO “VITA CRISTIANA” DELLE ACLI DI ROMA

Testi ed appunti per la liturgia domenicale possono diventare dono da offrire per maturare il nostro sacerdozio comune nella Parola di Dio. Nei circoli e tra cristiani che partecipano alla liturgia il testo può servire per una personale riflessione settimanale.

Siracide 3,19-21.30-31
19 Figlio, compi le tue opere con mitezza,
e sarai amato più di un uomo generoso.
20 Quanto più sei grande, tanto più fatti
umile,
e troverai grazia davanti al Signore.
Molti sono gli uomini orgogliosi e superbi,
ma ai miti Dio rivela i suoi segreti.
21 Perché grande è la potenza del Signore,
e dagli umili egli è glorificato.
30 Per la misera condizione del superbo non
c’è rimedio,
perché in lui è radicata la pianta del male.
31 Il cuore sapiente medita le parabole,
un orecchio attento è quanto desidera il
saggio.

Siracide 3,19-21.30-31
Questo elogio dell’umile è un insegnamento sapienziale di grande rilevanza, soprattutto in tempo come il nostro in cui crediamo di avere in mano la vita, ma dove basta una piccola eruzione o un incidente su una piattaforma petrolifera dovuto a incuria degli uomini, che ci accorgiamo come siamo poca cosa di fronte alla creazione. Ma l’uomo è stato fatto poco meno degli angeli, dice il salmo 8. In questo oscillare tra miseria e grandezza, il Siracide ci mostra una via di sapienza: l’umiltà e la mitezza, che i vangeli ci mostrano essere caratteristiche importanti di Gesù («Prendete il mio giogo sopra di voi e imparate da me, che sono mite e umile di cuore, e troverete ristoro per la vostra vita» Mt 11,29). Se uno agisce con mitezza, viene riconosciuto come un figlio di Dio e detto beato. Non è la grandezza umana che ci fa grandi davanti a Dio, ma l’umiltà, tanto più se siamo importanti agli occhi del mondo. Dio disprezza i superbi, ma si fa amico dei miti per confidare loro il suo disegno di salvezza. Dio è grande e solo gli umili possono riconoscerlo come tale, perché non lo sentono in concorrenza con la loro grandezza che si può mutare in superbia. I superbi, proprio perché tali, difficilmente possono convertirsi, perché manca loro la radice: riconoscere la loro creaturalità come dono gratuito di Dio. Solo il meditare le parabole e i proverbi dei sapienti rende umili, perché di fronte al mistero della sapienza di Dio, anche l’intelligenza dell’uomo ritrova le sue vere proporzioni: capaci di grandi cose nei vari campi del sapere, ma sempre fragili nella vita. Il saggio sa ascoltare la sapienza che viene dalla vita, se ne fa attento uditore, per poterla vivere e comunicare a chi ha un cuore in ricerca sincera della sapienza che viene da Dio.

Ebrei 12,18-19.22-24
Fratelli, 18 non vi siete avvicinati a qualcosa
di tangibile né a un fuoco ardente né a
oscurità, tenebra e tempesta, 19 né a squillo di
tromba e a suono di parole, mentre quelli che
lo udivano scongiuravano Dio di non
rivolgere più a loro la parola.
22 Voi invece vi siete accostati al monte Sion,
alla città del Dio vivente, alla Gerusalemme
celeste e a migliaia di angeli, all’adunanza
festosa 23 e all’assemblea dei primogeniti i
cui nomi sono scritti nei cieli, al Dio giudice
di tutti e agli spiriti dei giusti resi perfetti, 24 a
Gesù, mediatore dell’alleanza nuova.

Ebrei 12,18-19.22-24
L’autore della lettera mostra in questo brano la differenza tra l’alleanza del Sinai e quella in Gesù. La prima è stata un avvicinarsi al Signore attraverso dei segni della sua presenza per ascoltare la sua voce: il monte Sinai, il fuoco ardente, squilli di tromba. Tutti i presenti erano presi dal timore di ascoltare direttamente la parola del Signore e preferivano una mediazione di cui fu incaricato Mosè: a lui Dio si rivolgeva nella tenda e poi riferiva al popolo.
Con Gesù ci si è accostati al monte Sion, il monte su cui è costruita Gerusalemme. Accostarsi alla Gerusalemme terrena implica accostarsi anche alla Gerusalemme celeste, dove gli angeli e i redenti – i primogeniti e i giusti resi perfetti – insieme celebrano la perenne liturgia di lode al Signore che salva in Gesù, il mediatore della nuova alleanza, perché compie l’antica e la rende definitiva. L’alleanza è nuova anche perché non è più mediante segni viene rivelato Dio, ma il mediatore stesso è Dio e uomo contemporaneamente. Gesù riunisce in sé la natura divina e quella umana, pertanto è in lui che la mediazione tra l’uomo e Dio si compie. A lui dobbiamo rivolgere i nostri occhi per contemplare questo mistero di salvezza che si manifesta a noi e che nella liturgia di lode eucaristica
celebriamo in comunione con la Gerusalemme celeste.

Luca 14,1.7-14
Avvenne che 1 un sabato Gesù si recò a casa
di uno dei capi dei farisei per pranzare ed essi
stavano a osservarlo.
7 Diceva agli invitati una parabola, notando
come sceglievano i primi posti: 8 «Quando sei
invitato a nozze da qualcuno, non metterti al
primo posto, perché non ci sia un altro
invitato più degno di te, 9 e colui che ha
invitato te e lui venga a dirti: “Cèdigli il
posto!”. Allora dovrai con vergogna occupare
l’ultimo posto. 10 Invece, quando sei invitato,
va’ a metterti all’ultimo posto, perché quando
viene colui che ti ha invitato ti dica: “Amico,
vieni più avanti!”. Allora ne avrai onore
davanti a tutti i commensali. 11 Perché
chiunque si esalta sarà umiliato, e chi si
umilia sarà esaltato».
12 Disse poi a colui che l’aveva invitato:
«Quando offri un pranzo o una cena, non
invitare i tuoi amici né i tuoi fratelli né i tuoi
parenti né i ricchi vicini, perché a loro volta
non ti invitino anch’essi e tu abbia il
contraccambio. 13 Al contrario, quando offri
un banchetto, invita poveri, storpi, zoppi,
ciechi; 14 e sarai beato perché non hanno da
ricambiarti. Riceverai infatti la tua
ricompensa alla risurrezione dei giusti».
modo esemplare la situazione che vuole illuminare.

Luca 14,1.7-14
La parabola in questione non è di difficile lettura, in quanto ricalca in modo esemplare la situazione che vuole illuminare Gli invitati guardano Gesù perché sono interessati alla sua persona e in particolare alla sua capacità di guarigione (14,2-6). Gesù prende poi la parola per far notare i criteri di scelti utilizzati dai presenti per sedersi a mensa. La parabola tuttavia usa la situazione presente per illuminare la situazione di quando il regno di Dio si realizzerà come un matrimonio. Non si può “sgomitare” per occupare i primi posti nel regno di Dio, perché essi sono destinati ai prediletti dal Signore: i piccoli e i poveri della storia, mentre coloro che in qualche modo hanno una posizione, anche nel regno, vengono dopo, perché l’unico criterio di merito è quello dell’amore per Dio che si fa amore concreto per i fratelli. Ora umiliarsi vuol dire che ci si rimette alla volontà del Padre per ricevere onore da lui, quell’onore che deriva dall’amore e tutti sappiamo quanto siamo tiepidi in questo amore per Dio che si fa servizio dei fratelli. Gesù poi si rivolge a colui che lo ha invitato, uno dei capi dei farisei, per indicargli il criterio con cui invitare a un pranzo o a una cena: non tanto gli amici, che si sentono in debito e possono ricambiare l’invito, quanto il gratuito accogliere chi non può ricambiare l’invito, perché non ne ha i mezzi. E’ così infatti che fa il Signore nei nostri confronti: noi non possiamo ripagarlo per l’invito a entrare nel suo regno, perché non abbiamo nulla che Dio non abbia già, e in questo il suo invito è veramente gratuito. Solo un amore sincero verso i fratelli è quanto si aspetta da noi il Signore perché possiamo così entrare tutti nella sua gioia che nasce dalla sua misericordia per i piccoli e i poveri.

XXI DOMENICA DEL T.O. – COMMENTI SUL LETTURE: ISAIA 66:18-21, EBREI 12:5-7.11-13; LUCA 13,22-30

http://livingspace.sacredspace.ie/OC211/

(traduzione Google dall’inglese, non è una buona traduzione, ma è leggibile, mi sembrano buoni commenti)

XXI DOMENICA DEL T.O.

COMMENTI SUL LETTURE: ISAIA 66:18-21, EBREI 12:5-7.11-13; LUCA 13,22-30

C’è una tendenza mondiale tra le persone che credono in una religione di sentire che sono un gruppo privilegiato, che portano con loro qualche garanzia in ghisa che il loro futuro è assolutamente sicura. Il concetto di « popolo eletto » non è in realtà confinata agli ebrei. Lo troviamo tra i cristiani, indù, musulmani e anche tra i buddisti militanti (una contraddizione in termini?).
Non è per noi qui a valutare altre credenze religiose. Ci limiteremo ai cristiani. Anche tra gli stessi cristiani non ci sono divisioni su chi viene scelto e sulla strada giusta. Basta ascoltare alcuni dei cristiani di Irlanda del Nord parlano l’uno dell’altro.
I cristiani hanno creduto per lungo tempo che loro e solo loro saranno, come si diceva, « salvato ». « Fuori della Chiesa non c’è salvezza » è stato un grido di battaglia per secoli e, se non andiamo errati, è ancora per un po ‘. Eppure era ben prima del Concilio Vaticano II che il gesuita Leonard Feeney è stato condannato dalla Santa Sede per negare la salvezza ai non cristiani.

Quanti saranno salvati?
Forse questo era ciò che Gesù ‘interrogante aveva in mente quando – nel brano evangelico di oggi – ha chiesto, « ? Ci sarà solo pochi salvati » La domanda riflette la convinzione di molti ebrei in Gesù’ di tempo che loro e solo loro erano di Dio  » popolo eletto « . Per loro che significava, da un lato, che i « pagani » e « non credenti », gente che non osservano la legge di Mosè, furono emarginati per essere respinti da Dio per sempre. La salvezza del popolo di Dio, però, era praticamente garantita, purché mantenuto la Legge.
Come spesso accade, Gesù non risponde direttamente alla domanda di suo Enquirer. Se non lo fa in realtà contatore con un’altra domanda, si parlerà in parabole o immagini. In ogni caso, il suo significato sarà chiaro a una mente aperta. Gesù parla oggi di venire attraverso una porta stretta e di un padrone di casa che si rifiuta di aprire la porta dopo che si è bloccato per la notte. Il fatto che coloro che bussano sostengono di essere compagni a lui noti non fargli cambiare idea. « Sei in ritardo e io non riconosci tu più ». Parole Terribile!
Quindi, in risposta alla domanda di una persona, Gesù non confermare o negare che solo pochi saranno salvati. Che lui non dice è che la salvezza non è garantito per nessuno. « Siamo i tuoi popolo eletto » non sarà sufficiente. Quello che Gesù sta dicendo è che nessuno, non importa chi siano, è una garanzia assoluta di essere salvati, di essere accettato da Dio. Nessuno si salva da rivendicare identità con un particolare gruppo o effettuando un particolare tag nome.

Messaggio è per tutti
Gesù non affatto dire che solo pochi saranno « salvati ». Tutta la spinta del Vangelo, e soprattutto del Vangelo secondo Luca che stiamo leggendo, è che Gesù è venuto a portare l’amore e la libertà di Dio per il mondo intero. Il messaggio del Vangelo è quella che non ci sia una sola persona, non un solo popolo, nazione, razza o classe, che sono esclusi dallo sperimentare l’amore e la liberazione che Dio offre.
Il ruolo primario della comunità cristiana non è mai stato sufficiente a garantire la « salvezza » dei propri membri. Non è la funzione della Chiesa di trasformare tutte le sue energie nel vedere che i suoi membri « salvarsi l’anima » e, talvolta, pregate per coloro che « tenebre di fuori ».
Il ruolo della comunità cristiana, dall’inizio fino ad oggi è prima di tutto per proclamare al mondo intero la Buona Novella dell’amore di Dio per il mondo, per condividere il messaggio del Vangelo su ciò che costituisce vivente reale con il mondo intero. Si spera anche che molti risponderanno al suo messaggio di vita attraverso una conversione della loro vita. La Chiesa tradisce completamente questo mandato quando si diventa ossessionato con la propria sopravvivenza e propri « diritti » e privilegi.
E non è solo un messaggio verbale, l’insegnamento orale di Gesù, che deve essere comunicato. Tutto il nostro stile di vita, individualmente e in comunità, come cristiani è di per sé di essere un proclama a tutti coloro che hanno fame di una vita di verità, di amore, di giustizia e di una maggiore condivisione, una vita di compassione e di sostegno reciproco, una fine alla solitudine e emarginazione, lo sfruttamento e la manipolazione … è che un quadro della comunità cristiana vi appartiene?

Come essere ‘salvato’?
Quante persone saranno salvati? Che cosa significa, « essere salvati »? Non è molto utile per buttare fuori il vecchio catechismo gergo di coloro che muore « in stato di grazia », ?? »senza peccato mortale sulle loro anime ». Cercando di metterla in termini più realistici, per essere « salvato » significa vivere e morire in un rapporto d’amore stretto con Dio e con gli altri. Si tratta di condividere la visione della vita che Gesù ha offerto a noi. E ‘semplice e difficile da fare. « Da questo saranno tutti sapete che siete miei discepoli che si amano l’un l’altro. » Per amarsi in nome e lo spirito di Gesù è davvero tutto ciò che è necessario per essere « salvato ».
Quanti, poi, sarà salvato? Nessuno lo sa, ma sicuramente è la volontà di Dio che dovrebbe essere molti. E, come la Scrittura dice spesso, non saranno frustrati i piani di Dio. Non sta a noi giudicare.

Una posizione abbellito
Ma veniamo più vicino a casa e guardare la seconda parte dell’insegnamento di Gesù ‘oggi. Per appartenere al Popolo di Dio (una frase usata dal Concilio Vaticano II), di appartenere alla comunità cristiana è, per molti versi, una, una posizione privilegiata graziato.
Se davvero parte di una comunità che condivide e spiega la Parola di Dio in un modo che mi aiuta a capire il significato più profondo della vita, se trovo conforto e sostegno – spirituale, emotivo, sociale e materiale – da quella comunità, poi mi sto benedetto davvero. Ma una tale grazia è anche una delle responsabilità.
Gesù esprime questo in diversi modi. Il cammino verso la vita è attraverso una « porta stretta ». Dal punto di vista del Vangelo, la porta verso la vita può essere riassunto nella parola « amore ». In un certo senso, l’amore è una parola onnicomprensiva in entrambi i suoi significati figurativi e letterale. Eppure, per guidare tutta la propria azione solo con l’amore è una scelta che molti non sono in grado di fare. Molti trovano estremamente difficile e molti semplicemente rifiutano. Preferiscono andare per la via più ampia (che pure la invocano « più umano ») di odio, risentimento, gelosia, competitività e vendetta.
Quanti di noi può affermare di essere riusciti a piedi la via stretta di amore incondizionato e incessante? Eppure, se falliamo in amore, che tipo di cristiani siamo? Noi meritiamo la ricompensa finale di fratelli e sorelle, discepoli, di Gesù?

Possibilità spaventosa
Quindi, quello che Gesù sta dicendo oggi è che molti di coloro che si considerano « cattolici » possono trovare la porta chiusa in faccia. Essi potranno sentire quelle parole terribili: « Io non ti conosco ». Come Gesù può non riconoscere qualcuno che è stato battezzato come cattolico e che è andato regolarmente a Domenica Messa? Perché queste persone a loro volta non hanno riconosciuto Gesù stesso a tutte quelle persone che possono avere odiati, risentiti, usato, sfruttato, manipolato, rifiutato, calpestato. « Ogni volta che non siete riusciti a farlo al più piccolo dei miei fratelli, lo avete dimenticato di farlo per me. »
Quando ci troviamo faccia a faccia con Dio – e speriamo – si può essere sorpresi che non c’è. Possiamo anche essere più sorpreso a coloro che ci sono: persone che abbiamo considerato come « pagani » (buddisti, induisti, musulmani), animisti, agnostici e persino atei, persone di altre razze che tendeva a disprezzare, la feccia della società. « La gente da est e ovest, da nord a sud, verranno a prendere posto al banchetto nel regno di Dio ».
Queste persone saranno nel Regno perché, qualunque cosa le etichette che abbiamo dato loro, erano a cuore amorevole, la cura e la condivisione di persone, persone che hanno vissuto la loro vita per gli altri come ha fatto Gesù. Queste persone Gesù riconoscerà. Facciamo in modo che egli sarà in grado di riconoscere a ciascuno di noi, anche. Che cosa intende fare oggi per essere sicuri che Gesù ti conosce?

LA LETTERA AI COLOSSESI: GESÙ E L’UNIVERSO

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(traduzione dall’inglese Gadget di Google, mi sembra discreta, leggibile)

LA LETTERA AI COLOSSESI:  GESÙ E L’UNIVERSO

BRIAN PURFIELD

Nel concludere l’Anno Paolino, Brian Purfield guarda Lettera di Paolo ai Colossesi, in cui il primato di Cristo è evidenziata. L’apostolo dice ai cristiani di Colosse che Cristo è la ‘il primogenito di tutta la creazione’ – perché è stato questo ad un messaggio importante per Paolo per insegnare, e come possiamo lasciare che questo forma la nostra fede?
La lettera ai Colossesi si rivolge a una comunità cristiana nella valle del Lico in Asia Minore, a circa 100 km a est di Efeso. I problemi erano sorti tra i cristiani di Colossi, causata da alcuni insegnanti che parlavano della relazione di Cristo con l’universo (cosmo). Lettera di Paolo, come vedremo, è stato un tentativo di dissipare i malintesi su posto di Gesù ‘nel mondo e per sottolineare ai Colossesi il primato di Cristo: la fede in lui non doveva adattarsi alla loro visione del mondo, deve essere la loro visione del mondo.
Colossi è stato considerato come una città importante nel 5 ° secolo aC e il dopo, ma è stato gradualmente superato da Laodicea e di Hierapolis in modo che entro il 1 ° secolo dC è stato considerato una città più piccola. Un grave terremoto in 60-1 CE può aver contribuito ulteriormente al suo declino. Paolo stesso non ha fondato la chiesa Colossesi (Col 2,1) e, al momento di scrivere questa lettera, non ci aveva visitato (1,4). La chiesa è stata apparentemente fondata da Epafra che era di Colosse (1:07, 4:12; Filemone 23) e il cui saluto Paolo invia alla comunità. (4,12).
Gli insegnamenti che erano un motivo di preoccupazione per Paul sottolineato angeli (2,18), ‘principati e potestà « (2,15) e le varie osservanze rituali che sono stati disposti in un calendario organizzato attorno i corpi celesti, il sole, la luna, e stelle (2,16). Sembra che i cristiani gentili della zona sono stati attratti da una forma esoterica dell’ebraismo che includeva le regole sul cibo e bevande e discipline ascetiche (2,18). Nella sua lettera, Paolo insiste sul fatto che queste pratiche sminuire la persona e l’opera di Cristo per la salvezza. Egli definisce questo fuori magnificamente in un inno noto (1,15-20) e continua a dire che tali insegnamenti non sono che ‘ombre’; Cristo è ‘realtà’ (2,17).

Sfondo
Per un aiuto nell’affrontare i problemi che i nuovi insegnanti poste a Colosse, Epafra cercato Paolo, che sappiamo essere stato in carcere (4:10,18) – ma come fu imprigionato più volte il luogo e la data di composizione sono incerti. Tradizionalmente entrambi gli arresti domiciliari a Roma, in cui Paolo godeva di una certa libertà limitata in predicazione (cfr. Atti 28:16-28), oppure una seconda prigionia romana è stata rivendicata come impostazione. Altri suggeriscono una prigionia prima a Cesarea (At 23:12 – 27:1) o in Efeso (cfr At 19). Altri ancora considerano la lettera come l’opera di un seguace di Paolo, scrivendo nel suo nome.
La lettera segue il consueto schema di lettere indiscussi di Paolo: saluto, il ringraziamento e la supplica, il corpo della lettera costituito dottrinali e insegnamenti etici, e la conclusione di esortazioni, programmi di viaggio e messaggi e saluti correlati. In realtà, il contenuto della lettera sono anche strettamente parallelo da pensieri in Efesini. Se non è composta da Paolo stesso, nella lettera ai Colossesi è probabilmente il primo esempio di ricezione e adattamento di teologia di Paolo nella Chiesa primitiva.
La lettera è sicuramente nello spirito di Paolo, contiene molto dalla sua lingua e la teologia. Come molte delle altre lettere di Paolo, sembra che abbia affrontato una crisi reale (l’attrazione di Gentile cristiani ad un ebraismo esoterico), nelle chiese del fiume regione Valle Lico (se non a Colosse stessa, che potrebbe essere stato in rovina a causa per il terremoto). La lettera fornisce pareri teologica e pastorale per i cristiani gentili che cercavano di capire chi erano, come cristiani in relazione alle attrazioni intellettuali, spirituali e sociali della forma locale del giudaismo.
Paolo loda la comunità nel suo insieme (1:3-8). Questo suggerisce che, anche se i Colossesi erano sotto pressione per adottare le false dottrine, non avevano ancora ceduto. Paolo esprime la sua preghiera preoccupazione per loro (1:9-14). La sua predicazione ha portato alla sua persecuzione, la sofferenza e la prigionia, ma egli considera questi come riflettono le sofferenze di Cristo, una disciplina necessaria per il bene del vangelo (1,24). Le sue istruzioni per la famiglia cristiana e di schiavi e padroni richiedono un nuovo spirito di riflessione e di azione. L’amore, obbedienza e di servizio devono essere resi ‘nel Signore’ (3:18-04:01).

Gesù e l’Universo
Primi scritti di Paolo riflettono il Vangelo che predicava, e cioè che la salvezza viene a noi in Gesù Cristo. Egli ha sottolineato che siamo un popolo abbellito e che noi siamo il corpo di Cristo (1 Cor 12,12, 27). Più tardi nella sua vita, Paolo ha dovuto affrontare una questione più ampia. La domanda nella Lettera ai Colossesi è più semplicemente: ‘che cosa ha fatto Gesù per me?’ La domanda ora è: ‘qual è il rapporto di questo mondo, questo universo e tutti gli esseri a Gesù Cristo?’ Un problema ha più volte affrontato è stato: a che punto può Vangelo affonda le sue radici in una cultura e in che misura ci sono alcune cose in quella cultura che non sono compatibili con il Vangelo? Ciò che è compatibile deve essere abbracciato e ‘battezzato’ o ‘cristianizzato’ dal Vangelo. Ma c’è sempre la possibilità che ci sia qualcosa in una cultura che va contro i valori del Vangelo.
Negli ultimi anni ci sono state alcune sorprendenti scoperte archeologiche nella zona intorno a Colosse. Cosa c’è di così sorprendente circa gli scavi della città di Efeso, come esisteva al tempo di Paolo, è il numero di templi. In tutta la città ci sono stati diversi templi a dei o dee. Chiaramente il popolo di Efeso, così come quelli della vicina Colossi, già avevano una visione di questo mondo e il loro posto in esso. Secondo questa visione del mondo, gli dei erano ‘lassu’ oltre il cielo e le persone erano ‘quaggiu’ sulla terra. Tra gli dei e loro stessi erano tutta una serie di intermediari. Inoltre, se si dovesse vivere una vita felice ‘quaggiu’, si doveva tenere tutti questi intermediari felici come lo erano a capo di qualche area della tua vita terrena.
Paolo aveva ricevuto la parola da Colossi di come le persone sono state adattando il Cristianesimo alla loro cultura. Quando il Vangelo è predicato ai Colossesi che gli viene detto che Gesù è il mediatore davanti a Dio – ma hanno già avuto molti mediatori davanti a Dio e la vita sembrava funzionare molto bene. Essi hanno quindi chiesto alla domanda: ‘da dove viene Gesù rientra nel nostro sistema?’ In altre parole, stavano cercando di portare il Vangelo e super-imporre su di loro visione del mondo già esistente.
Nella lettera ai Colossesi, Paolo infatti dice loro che il loro primo errore è che stanno cercando di adattarsi Gesù in un sistema. Gesù non entra in un sistema; Gesù è il sistema. Contare il numero di volte in cui Paolo usa le parole ‘tutti’ o ‘tutto e’ a soli cinque versetti del capitolo di apertura:

Egli è l’immagine del Dio invisibile,
il primogenito di tutta la creazione,
poiché in lui sono state create tutte le cose nei cieli e sulla terra:
quelle visibili e quelle invisibili,
troni, le forze dominanti, Principati e Potestà –
tutte le cose sono state create per mezzo di lui e per lui.
Egli esiste prima di tutte le cose
e in lui tutti thingshold insieme,
e lui è il capo del corpo,
che è la Chiesa.
Egli è il principio,
il primogenito dai morti,
in modo che egli dovrebbe essere supremo in ogni modo;
perché Dio ha voluto tutta la pienezza
di essere trovato in lui
e attraverso di lui
di riconciliare tutte le cose con lui,
ogni cosa in cielo
e tutto sulla terra,
facendo la pace con la sua morte in croce.
(Col. 1:15-20)

Le parole ‘tutti’ e ‘tutto cio’ di esecuzione come un coro attraverso il testo. Paul, sdraiato nella sua cella di prigione meditando su Gesù e il suo rapporto con questo universo, è venuto a rendersi conto che tutto in questo mondo è stato fatto per amore di Gesù Cristo. Questo significa che Gesù Cristo non era una nota nel libro di storia di Dio, egli non è stato un ripensamento nella mente di Dio. Gesù Cristo è la prima cosa nella mente di Dio. Quindi, non importa che cosa esista o qualsiasi cosa sia esistita né mai esisterà, esiste per amore di Gesù Cristo.

Il primato di Cristo
Che meravigliosa visione delle cose. Noi spesso non pensiamo di Cristo in questo modo. Spesso pensiamo di Adamo come prima, perché lui arriva nelle prime pagine della Bibbia, e poi di Gesù Cristo come inviato da Dio per risolvere il pasticcio derivante dal peccato di Adamo. Così Gesù diventa qualcosa di una nota o di un ripensamento. Ma in questo passo Paolo dice a questo modo di pensare, ‘no, in nessun modo!’ Cristo è ‘il primogenito di tutta la creazione’. L’incarnazione di Gesù Cristo non era una cosa che il Padre ci pensò dopo Adamo peccato, Gesù Cristo è l’idea principale nella mente di Dio.
Paolo dice: ‘egli è immagine del Dio invisibile.’ La parola greca qui è Eikon. Un’icona è una somiglianza, una riflessione. Paolo sta dicendo che Gesù Cristo, nella sua umanità, è un riflesso del Dio invisibile. Paolo non fa alcun giudizio o meno i troni, le forze dominanti, sovranità e poteri che sono stati oggetto di alcuni degli insegnamenti ai Colossesi, esistere. Che cosa dice Paolo ai Colossesi è: se esistono, l’unica ragione per cui esistono è per amore di Gesù Cristo. Nessuno, nessun essere, nessuna cosa è venuto in questo mondo, se non ciò che è stato fatto da Dio nostro Padre in relazione a Gesù Cristo.

Nella Lettera agli Efesini, scritta intorno allo stesso tempo, Paolo scrive:
Sia benedetto Dio e Padre
del Signore nostro Gesù Cristo,
che ci ha benedetti in Cristo
con ogni benedizione spirituale nei luoghi celesti.
Lui ci ha scelti in lui
prima della fondazione del mondo,
che fossimo santi
e immacolati al suo cospetto.
Predestinandoci innamorato,
a essere suoi figli per mezzo di Gesù Cristo,
secondo il beneplacito della sua volontà,
a lode e gloria della sua grazia
che ha liberamente dato nel suo Figlio diletto
(Efesini 1:3-6)

Prima che il mondo è mondo, Dio ha già pensato a te e di me – anche prima di Adamo entrò in scena. Quindi, se Gesù Cristo non è un ripensamento nella mente di Dio, allora nemmeno tu e nemmeno io prima della creazione, Dio stava già pensando di te e me in relazione a Gesù Cristo, che potremmo essere amanti di Cristo. Paolo continua:

In lui abbiamo la redenzione mediante il suo sangue,
la remissione dei peccati,
secondo le ricchezze della sua grazia
che egli spande su di noi.
Ha fatto conoscere
in ogni sapienza e intelligenza
il mistero della sua volontà,
secondo il suo scopo
cioè di ricapitolare in Cristo.
Il suo scopo è prestabilito in Cristo,
come un piano per la pienezza dei tempi,
di unire tutte le cose in lui,
quelle del cielo come quelle della terra
(Ef 1:7-10)

Piano di Dio per tutta l’eternità, il mistero ha ora rivelato, è quello di portare tutte le cose insieme in un unico sotto headship di Cristo: ‘ricapitolare’, come dice il greco, per portare di nuovo insieme. Così il piano di Dio è uno di restaurare tutte le cose in Cristo. Se si ripristina una cosa, si torna al modo in cui avrebbe dovuto essere fin dall’inizio. Perciò quando Gesù Cristo venne nel mondo, è venuto per rimettere le cose come dovrebbero essere, in rapporto a se stesso. Quando Gesù venne in questo mondo, che non è venuto come un estraneo, è venuto a esso come a casa sua (cfr Gv 1,11).
La nostra teologia non ha sempre seguito questo. Nella Veglia pasquale il Exultet è cantato alla luce del cero pasquale e sentiamo le parole: ‘O felice colpa! O il peccato di Adamo necessario, che meritò di avere un così grande redentore! ‘ Mi chiedo come Paul avrebbe reagito se avesse sentito quelle parole: ‘No! Egli è il primogenito di tutta la creazione. Tutte le cose prendono il loro significato da lui ‘. Paolo ci dice che Gesù ‘venuta non dipendeva da Adamo; sua venuta dipendeva l’amore traboccante di Dio per noi. Dio ha deciso, fin dall’inizio, di mandare il suo Figlio.
Questa teologia del primato e della predestinazione di Cristo è quella che S. Francesco di Sales, vescovo di Ginevra, al tempo della Riforma, e prima di lui il francescano Giovanni Duns Scoto, abbracciati. Francesco di Sales ha scritto il suo Trattato dell’amore di Dio, e nel Libro II, capitoli IV, egli espone la sua dottrina sul primato di Cristo. Egli usa la bella analogia della vite e dell’uva per spiegare l’insegnamento: ‘la ragione principale per piantare la vite è il frutto, e quindi il frutto è la prima cosa desiderata e volto a, anche se le foglie e le gemme sono prodotte prima . ‘ Sul conto del frutto, che è Cristo, Dio ha piantato la vigna dell’universo. A sostegno del suo insegnamento, Francesco di Sales cita la lettera ai Colossesi.
Se, come dice Paolo, Gesù non è ripensamento di Dio, allora questo mondo è la casa di Gesù Cristo. E ‘stato l’amore traboccante di Dio Padre, che ha decretato l’incarnazione e l’amore traboccante di Dio Figlio che abbracciato la sofferenza con la quale avrebbe dato la sua vita per i suoi amici:’ nessuno può avere amore più grande di questo: dare la vita per i suoi amici « (Gv 15,13). Pertanto ogni volta che i cristiani prendono vita con amore, stanno facendo questo mondo più come il luogo che Dio ha voluto che fosse per suo figlio.
Dal momento che tutto in questo mondo è stato fatto per amore di Gesù Cristo, allora è capace di portarci più vicini a Dio. Paolo è convinto che questo mondo, questo universo, è il mondo che appartiene a Gesù Cristo. Egli è venuto in questo mondo non come un estraneo, ma di rivendicare quello che era il suo: noi stessi e tutto ciò che in questo mondo. Quindi qualsiasi cosa facciamo in questo mondo per portare l’amore di essa, stiamo facendo quello che Gesù è venuto a fare. Stiamo riportandolo al suo stato legittimo, rimetterlo il modo in cui Dio ha voluto che agli inizi.
Per Paolo, il cristiano è chiamato ad unirsi nel canto dell’universo e, come andiamo attraverso questo mondo, a cantare con tutto il creato: ‘Ci hanno fatto per amore di Gesù Cristo!’ E, quando ci imbattiamo in coloro che ancora non lo riconosce, per raggiungere i loro con amore in modo che essi sanno che Gesù Cristo è il Signore. Ora stiamo concludendo l’Anno Paolino, ma ricordiamoci sempre come l’apostolo ha insegnato i primi cristiani, e ci insegna ancora oggi a tenere Cristo al centro del nostro mondo.

Brian Purfield è un membro del team di Via Gesuiti Monte Centro e tiene corsi brevi in teologia.

SAN PAOLO: LETTERA AI GALATI – CAPITOLO 6,1-18

http://www.adonaj.net/old/lettura/spaolo-lettera-06.htm

SAN PAOLO: LETTERA AI GALATI

LA LEGGE DI CRISTO

CAPITOLO 6,1-18

*Fratelli, qualora uno venga sorpreso in qualche colpa, voi che avete lo Spirito correggetelo con dolcezza. E vigila su te stesso, per non cadere anche tu in tentazione. *Portate i pesi gli uni degli altri, così adempirete la legge di Cristo. *Se infatti uno pensa di essere qualcosa mentre non è nulla, inganna se stesso. *Ciascuno esamini invece la propria condotta e allora solo in se stesso e non negli altri troverà motivo di vanto: *ciascuno infatti porterà il proprio fardello. *Chi viene istruito nella dottrina, faccia parte di quanto possiede a chi lo istruisce. *Non vi fate illusioni; non ci si può prendere gioco di Dio. Ciascuno raccoglierà quello che avrà seminato. *Chi semina nella sua carne, dalla carne raccoglierà corruzione; chi semina nello Spirito, dallo Spirito raccoglierà vita eterna. *E non stanchiamoci di fare il bene; se infatti non desistiamo, a suo tempo mieteremo. *Poiché dunque ne abbiamo l’occasione, operiamo il bene verso tutti, soprattutto verso i fratelli nella fede. *Vedete con che grossi caratteri vi scrivo, ora, di mia mano. *Quelli che vogliono fare bella figura nella carne, vi costringono e farvi circoncidere, solo per non essere perseguitati a causa della croce di cristo. *Infatti neanche gli stessi circoncisi osservano la legge, ma vogliono la vostra circoncisione per trarre vanto dalla vostra carne. *Quanto a me invece non ci sia altro vanto che nella croce del Signore nostro Gesù Cristo, per mezzo della quale il mondo per me è stato crocifisso, come io per il mondo. *Non è infatti la circoncisione che conta, né la non circoncisione, ma l’essere nuova creatura. *E su quanti seguiranno questa norma sia pace e misericordia, come su tutto l’Israele di Dio. *D’ora innanzi nessuno mi procuri fastidi: difatti io porto le stigmate di Gesù nel mio corpo. *La grazia del Signore nostro Gesù cristo sia con il vostro spirito, fratelli. Amen.

Come in altre lettere, Paolo aggiunge ora delle osservazioni personali, scritte di suo pugno. Così scrive ai Galati, anche se vedessimo un nostro fratello peccare, non dovremmo compiacercene, ma umilmente e con molta mansuetudine correggerlo, badando ciascuno a se stesso perché la tentazione non risparmia nessuno (v.1). La legge di Cristo è la legge dello Spirito della vita, dello Spirito che comunica la vita di Cristo. E’ una legge interiore; ed ha ispirato la vita di Cristo stesso. Sottomettersi ad essa, equivale a lasciarsi conformare a Cristo dal suo Spirito: ed è quanto Paolo ha fatto e insegnato. I Galati hanno bisogno di essere messi in guardia contro la forma peggiore di orgoglio: quella che si pasce dei doni gratuiti di Dio. Tutti siamo deboli, perciò nessuno si stimi superiore agli altri « ingannando se stesso » (v.3). Ognuno ha già abbastanza da fare da portare « il proprio fardello » (v.5) di difetti, senza andare a cercare inesistenti motivi di vanagloria nei confronti degli altri (v.4).

Paolo ricorda il giudizio di Dio davanti al quale ognuno dovrà rendere conto della propria condotta; saremo giudicati sull’amore che è la legge di Cristo, e che deve indurci a portare il peso degli altri. Fra i doveri della carità rientra anche l’obbligo di far parte dei propri beni a coloro che ci hanno annunziato la verità che salva. Soprattutto nei riguardi degli evangelizzatori (v.6) vale quanto pochi decenni dopo rammentava l’autore della Didaché ai cristiani in genere: « Starai in comunanza di tutte le cose col tuo fratello e non dirai che sono tue. Se infatti siete in comunanza nell’immortale, quanto più nelle cose mortali ». Né ci spaventi, cari fratelli, la fatica che dovremo affrontare nel fare il bene agli altri e nel compiere il nostro dovere in genere: « A suo tempo infatti mieteremo, se non saremo stati fiacchi » (v.9).

E ciascuno mieterà « ciò che avrà seminato » (v.7): dalle opere carnali nasce solo la corruzione; dalle opere dello Spirito fiorisce invece « la vita eterna » (v.8). Davanti al tribunale di Dio non c’è possibilità di fare i furbi; perciò, « finché abbiamo tempo » (nel senso cioè che siamo in vita) operiamo il bene verso tutti, soprattutto verso quelli che appartengono alla stessa « famiglia nella fede » (v.10) che, proprio per la loro appartenenza a Cristo, ci devono essere anche più preziosi.

« Vedete con che grossi caratteri vi scrivo, ora, di mia mano »(v.11); Paolo segue l’uso epistolare degli antichi che, in genere, dettavano e solo alla fine aggiungevano la firma e alcune frasi di proprio pugno. L’epilogo contiene frasi riassuntive, fiammanti di luce di pensiero e d’amore, scritte da Paolo, in caratteri più grossi perché i Galati se le imprimessero meglio in mente.

Nei vv. 12-16, i giudaizzanti predicano la circoncisione al solo scopo per gloriarsi del successo del loro proselitismo. Gesù aveva rivolto ai farisei lo stesso rimprovero (Mt.23,15). I predicatori del vangelo devono stare attenti a non meritarlo. Paolo rivolge ai suoi avversari un secondo rimprovero: essi non si preoccupano di essere fedeli alla legge. Questa infedeltà può essere quella di un fariseismo ipocrita o quella di un sincretismo che nella legge sceglie ciò che fa comodo(vv.12-13). Paolo pone la sua gloria nella croce di Gesù: per questo egli sente che il « mondo » per lui è ormai scomparso, « crocifisso » (v.14), diventato oggetto d’obbrobrio e di ripulsa, così com’era per gli antichi il patibolo della croce. Per il « mondo » dobbiamo intendere la realtà creata non in quanto tale ma perché, a causa del peccato, ritrae dal servizio di Dio e favorisce le voglie della carne.

L’unica cosa che vale è la « creatura nuova ». Paolo, nella sua introduzione, aveva proclamato: Gesù Cristo, con la sua morte, libera gli uomini dal mondo perverso. Per concludere, afferma: Cristo, con la sua croce, introduce gli uomini in una creazione nuova, opponendola al mondo antico, egli indica per un’ultima volta ai Galati ciò che lo separa radicalmente dai suoi avversari. Costoro appartengono al mondo antico. Al contrario, Paolo deriva la sua gioia e la sua sicurezza soltanto dalla croce di Cristo, perché essa, ed essa sola, lo libera totalmente; essa gli dà la capacità di sfuggire all’attrattiva, che rende schiavi, di un mondo che è ormai morto per lui: essa gli dà la capacità di sfuggire alla preoccupazione di fondare la sicurezza del suo io carnale che è stato crocifisso con Cristo. Per Paolo si tratta unicamente di ricevere la grazia di Cristo e di essere così introdotto nella nuova creazione al fine di vivervi per Dio, in unione con il Figlio suo risorto (v.15). In questo modo e seguendo la via della croce, i credenti diventano il vero « Israele di Dio », in opposizione all’Israele « secondo la carne », e saranno oggetto di Pace e di misericordia da parte di Dio (v.16).

I vv.17-18 terminano il brano con una frase energica e pittoresca, da uomo seccato, Paolo sconsiglia i giudaizzanti di intralciargli più oltre il cammino: « D’ora in avanti nessuno mi procuri più fastidi; io infatti porto nel mio corpo le stimmate di Gesù » (v.17). Come gli schiavi, specialmente quelli fuggitivi, ricevevano un marchio fatto con ferro rovente sul loro corpo quale segno d’appartenenza al padrone, così Paolo, « schiavo di Gesù », può mostrare nel suo corpo tutte le lividure, le percosse, i segni delle sofferenze più atroci affrontate e patite per Gesù nel corso del suo lungo apostolato. Davanti a quei segni nessuno potrà più contestare la legittimità del suo apostolato e i diritti sulla cristianità di Galazia, alle quali invia un ultimo saluto, un dolcissimo saluto: « La grazia del Signore nostro Gesù Cristo sia con il vostro spirito, fratelli! Amen » (v.18). Nel chiamare i Galati fratelli in Paolo c’è tutta l’intenzione eun invito alla fratellanza perduta. Quindi esorta i Galati a ritrovare la sua pienezza, riscoprendone l’unica sorgente: la grazia del Signore Gesù.

23 giugno 2013 – 12a Domenica del T.O. : « GUARDERANNO A COLUI CHE HANNO TRAFITTO »

http://www.donbosco-torino.it/ita/Domenica/03-annoC/annoC/12-13/05-Ordinario/Omelie/12-Domenica-2013-C/12-Domenica-2013_C-SC.html

23 giugno 2013  | 12a Domenica – Tempo Ordinario C  |  Appunti esegesitico-spirituali

« GUARDERANNO A COLUI CHE HANNO TRAFITTO »

C’è un palese collegamento fra la prima e la terza lettura della presente Domenica, ambedue incentrate sul « mistero » del Cristo in quanto « segno di contraddizione », che gli altri emarginano e mettono al bando perché costituisce per tutti come la coscienza critica della falsità dei sentimenti e dei pensieri del cuore: « Perché siano svelati i pensieri di molti cuori », già preannunciava di lui il vecchio Simeone (Lc 2,35).
La seconda lettura, proseguendo la proclamazione della lettera ai Galati, ci ricorda che in Cristo, e precisamente nel Cristo crocifisso, sono state abolite tutte le discriminazioni ed è stata restituita agli uomini l’unica e identica dignità di « figli di Dio »: « Non c’è più giudeo né greco; non c’è più schiavo né libero; non c’è più uomo né donna, poiché tutti voi siete uno in Cristo » (Gal 3,28). È certo che l’uomo continuerà a essere uomo e la donna continuerà a essere donna: ma ognuno guarderà all’altro con occhio diverso, perché la « rinascita » in Cristo per il Battesimo, o meglio, come dice Paolo, il « rivestirci » di lui (v. 27), fa di tutti noi delle « creature nuove », eredi della stessa « promessa » (v. 29).
Pur essendo tentati fortemente da questo discorso così stimolante e attuale di Paolo, concentreremo la nostra attenzione sulla prima e terza lettura per una certa rassomiglianza di contenuto, come già abbiamo accennato.

« Riverserò sopra la casa di Davide uno spirito di grazia
e di consolazione »

Incominciamo dal difficile brano del profeta Zaccaria (12,10-11). Questi versetti fanno parte di un oracolo più ampio che va da 12,9 a 13,1, in cui viene annunciata la rigenerazione spirituale ed escatologica della nazione, composta dalla casa di Davide e dagli abitanti di Gerusalemme.
In contrapposizione alle nazioni pagane che verranno distrutte (v. 9), Dio promette una particolare « effusione » di amore e di benevolenza verso il suo popolo: « Riverserò sopra la casa di Davide e sopra gli abitanti di Gerusalemme uno spirito di grazia e di consolazione: guarderanno a colui che hanno trafitto. Ne faranno il lutto come si fa per un figlio unico, lo piangeranno come si piange il primogenito. In quel giorno grande sarà il lamento in Gerusalemme, simile al lamento di Adad-Rimmon nella pianura di Meghiddo » (Zc 12,10-11).
L’oracolo profetico annuncia dunque che, mediante l’effusione dello « spirito di grazia e di consolazione » che viene da Jahvèh, Gerusalemme si convertirà e « guarderà » con atteggiamento spirituale diverso a un misterioso personaggio, che essa ha contribuito a sopprimere violentemente: « Guarderanno a colui che hanno trafitto » (v. 10).
« Per identificare chi sia questo personaggio sconosciuto, è necessario tenere presente il contesto immediato, dal quale risulta, prima di tutto, che il pianto fatto sopra di lui è frutto dello spirito, come lo sguardo verso Jahvèh. Non si piange soltanto perché si tratta di un individuo caro e importante per la comunità, ma perché offeso e oltraggiato. Si tratta di un pianto di pentimento e di conversione. Questo personaggio si trova, dunque, nella stessa linea di Jahvèh, è qualcuno che si identifica con lui e lo rappresenta. Si potrebbe pensare al buon pastore di 11,4-14, impersonato dal profeta. Ma siccome c’è di mezzo il fatto della sua morte, il riferimento più vicino è quello del servo paziente di Jahvèh di Is 52,13-53,12. Per mezzo della sua morte Jahvèh opera la salvezza della nazione, la vittoria contro i popoli vicini, dona lo spirito e fa zampillare la perenne sorgente di purificazione (cf 13,1). Vanno perciò escluse tutte quelle interpretazioni che identificano questo grande anonimo o con una collettività (per es. la tribù beniaminita), o con i deportati pianti da Rachele, o con un individuo autorevole, mandato ingiustamente alla morte, come Zaccaria, figlio di Joiada, o perito tragicamente, come Giosia. In tutti questi casi, manca infatti la circostanza della natura penitenziale del pianto ».
Un « pianto », quello che si farà in Gerusalemme per il « trafitto », che assume contorni di carattere « rituale », come sembra suggerire il versetto conclusivo: « In quel giorno si leverà un gran pianto in Gerusalemme, come quello di Adad-Rimmon nella pianura di Meghiddo ».
Forse si allude qui a una liturgia funebre in onore del Baal cananeo, conosciuto anche dai Giudei col doppio nome di Adad-Rimmon: dio della vegetazione, si riteneva che morisse alla fine dei raccolti per rivivere al ritorno delle piogge. Il suo culto doveva avere particolare rilevanza a Meghiddo, nella pianura fertile di Jezreel. Il riferimento al mito di Baal che muore, viene pianto e risuscita, evocava facilmente la figura del Servo sofferente di Jahvèh che, dopo la sua morte, avrà lui pure successo e « vedrà la luce » (Is 53,11).
Proprio per questo Giovanni vede nel nostro passo una profezia della passione del Signore (19,37). Anche per esprimere lo stupore dei popoli davanti al Cristo, che ritornerà quale giudice escatologico, si farà riferimento al testo di Zaccaria: « Ecco, viene sulle nubi e ognuno lo vedrà: anche quelli che lo trafissero e tutte le nazioni della terra si batteranno il petto » (Ap 1,7).
Tutta la forza del testo, sia nel brano profetico originale sia nella rilettura che ne fa il quarto Evangelista, sta dunque nella scoperta veramente « sorprendente » che il misterioso personaggio che gli uomini hanno « trafitto », volendo disfarsene, in realtà è Colui che li salva e nello stesso tempo li giudica: « Qualcuno », dunque, a cui è appeso il nostro destino e che solo con occhi diversi, cioè illuminati dalla « fede », possiamo riconoscere come tale.

« Chi sono io secondo la gente? »
Su questa tematica si muove, più o meno, il brano di Vangelo che ci riferisce, nella relazione lucana (9,18-24), la famosa confessione di Pietro a Cesarea di Filippo. Anche qui, infatti, ritroviamo una profonda divergenza di pareri riguardo a Cristo, la necessità di una « grazia » particolare per scoprirlo nel suo mistero, che è soprattutto mistero di sofferenza e di reiezione da parte degli uomini, precisamente come per il « trafitto » di Zaccaria.
Vorrei prima far notare alcune « particolarità » del racconto di Luca, che influiscono sulla sua più completa interpretazione.
Solo Luca ci dice che Gesù, prima di chiedere ai suoi Apostoli che cosa pensasse la gente di lui, si era ritirato « in un luogo appartato a pregare » (v. 18).
Sappiamo che il terzo Evangelista collega volutamente certi momenti decisivi della missione di Cristo con la « preghiera »: è nella preghiera che egli riceve l’investitura dello Spirito nel Battesimo (3,21); è dopo aver pregato che egli sceglie i Dodici (6,12), ecc. Questo particolare sottolinea dunque l’importanza della richiesta di Gesù ai suoi: « Chi sono io secondo la gente? » (v. 18), ma anche la necessità, per la fede, di fiorire sul ramo della preghiera. La teologia ci ha abituati a considerare la fede quasi come una deduzione raziocinante e non ci ha aiutato sufficientemente a sentirla e a viverla come puro « dono » (cf Fil 1,29), e perciò bisognosa di essere sempre da capo ottenuta da Dio. Con il suo atteggiamento Gesù ci insegna ad aprirci alla fede con il cuore e la mente in ginocchio e in adorazione!
Tenendo presente tutto questo, credo che sia più facile comprendere il senso globale dell’odierno brano del Vangelo: Cristo stesso si pone come « interrogativo » agli uomini del suo tempo e di tutti i tempi, perfino a quelli che gli sono più vicini come gli Apostoli, i quali neppure hanno penetrato fino in fondo il suo mistero. Anche la risposta di Pietro, infatti, che lo proclama « il Cristo di Dio » (v. 20), non esaurisce il suo mistero; ne è solo una parte, che ha bisogno di essere integrata con altri elementi e altre esperienze che verranno più tardi. È per questo che Gesù « ordinò loro severamente di non riferirlo a nessuno » (v. 21).
Per conto proprio, egli aiuta i suoi Apostoli a conoscerlo più a fondo, rivelandosi spontaneamente come « il Figlio dell’uomo », che « deve soffrire molto, essere riprovato dagli anziani, dai sommi sacerdoti e dagli scribi, essere messo a morte » (v. 22). Non era certo facile congiungere la fede nel « Cristo di Dio » glorioso, crede delle promesse fatte a Davide, con la fede nel « Figlio dell’uomo » riprovato dai capi del suo stesso popolo, anche se si preannuncia la gloria della sua risurrezione per « il terzo giorno » (v. 22): tutto questo era, comunque, da verificare!

« Se qualcuno vuol venire dietro a me,
prenda la sua croce ogni giorno »
In questo processo di « purificazione » della fede dei suoi Apostoli Gesù va più avanti quando immediatamente li coinvolge nel suo stesso destino di passione, quasi a dire che non si può confessare Gesù come « Messia », senza percorrere la via stessa che egli ha percorso, che è via di umiliazione e di sofferenza: « Poi a tutti diceva: « Se qualcuno vuol venire dietro a me, rinneghi se stesso, prenda la sua croce ogni giorno e mi segua. Chi vorrà salvare la propria vita la perderà, ma chi perderà la propria vita per me, la salverà »" (vv. 23-24).
È importante l’annotazione iniziale: « Poi a tutti diceva ». È indubbiamente una formula di transizione, che però presuppone altri destinatari, oltre ai Dodici che sono già presupposti dal testo: sono « tutti » i cristiani, per i quali Luca scrive il suo Vangelo, dunque anche noi. Orbene, a « tutti » egli ricorda che fa parte della nostra professione di fede il « seguire » Cristo per la via della croce.
Forse per farci perdere il senso di asprezza e di ripugnanza davanti a simile prospettiva, egli solo aggiunge che questo è compito di « ogni giorno »; davanti a ciò che è, o può diventare, « quotidiano » ci si arrende più facilmente!
Oltre a questo, però, credo che il riferimento alla « quotidianità » della croce voglia dire un’altra cosa: non c’è bisogno di andare noi incontro alla croce, perché è essa stessa che ci viene incontro nella misura in cui vogliamo rimanere fedeli alle esigenze del Vangelo. Il Vangelo stesso ci crocifigge per tutto quello che ci offre e per tutto quello che ci chiede: ma solo così potremo « salvarci », cioè « perdendoci ». Se il Cristo non avesse accettato la crocifissione, non sarebbe risorto dai morti: ha ritrovato la vita perché l’ha perduta!
Tutto questo non è facile da accettare, soprattutto quando c’è bisogno di trasferirlo alla nostra vita. Proprio per questo incessantemente dobbiamo chiedere quello « spirito di grazia e di consolazione, di cui ci parlava Zaccaria (12,10), per saper « riguardare » con occhio diverso, cioè di fede, Colui che è stato « trafitto » prima di noi e per tutti noi.

 Da: CIPRIANI S., Convocati dalla Parola. Riflessioni biblico-liturgiche, Editrice Elledici, Torino

SS. TRINITÀ – COMMENTO DI MARIE NOËLLE THABUT SU PROVERBI 8, 22-31

http://www.eglise.catholique.fr/foi-et-vie-chretienne/commentaires-de-marie-noelle-thabut.html

DIMANCHE 26 MAI : COMMENTAIRES DE MARIE NOËLLE THABUT

PREMIERE LECTURE – Proverbes 8, 22-31

(traduzione Google)

(il commento a romani 5,1-5, l’ho già messo in precedenza)

Per gli uomini della Bibbia, non c’è dubbio che Dio ha condotto il mondo con saggezza! « Tu hai fatto ogni cosa con sapienza », dice il Salmo 104 (103), che abbiamo cantato per la Pentecoste. E ‘così evidente che arriva anche a scrivere il discorso intero su questo argomento. Questo è il caso del testo che abbiamo appena letto: si tratta di una vera e propria predicazione sul tema: « Fratelli miei, non impegnate la vostra vita sulla strada sbagliata. Dio solo sa che cosa è bene per l’uomo, di rispettare l’ordine delle cose che ha stabilito fin dall’inizio del mondo, questo è l’unico modo per essere felici. « 
 Per dare più peso alla sua predicazione, l’autore parla la sapienza stessa, come se fosse una persona. Ma non fare errore: si tratta di un dispositivo letterario, l’evidenza è che nel prossimo capitolo, Lady Follia parla anche.
 Quindi, per il momento, questa è Lady Sapienza che viene a noi prima osservazione, che non parla la sua … lei ne parla solo in termini di Dio, come se fossero inseparabili. « Il Signore mi ha dato per lui all’inizio della sua azione … Prima che il mondo, mi è stato based (cioè Dio) … Quando la profondità non esistevano, sono stato portato via (cioè Dio) … Quando Dio ha stabilito le fondamenta della terra, io ero lì al suo fianco … « Così tra Dio e la Sapienza è un rapporto molto forte intimità … La credenza giudaica in un Dio non ha mai considerato un Dio uno e trino: ma sembra che qui, senza abbandonare l’unicità di Dio, la folla al cuore stesso di Dio A, c’è un mistero di dialogo e di comunione.
 Seconda osservazione: « prima » è la parola che compare più spesso in questo passaggio! « Il Signore mi ha fatto prima che i suoi lavori più grandi … PRIMA i secoli, ho fondato … IN PRINCIPIO prima della comparsa della terra. Il profondo non esisteva ancora, non c’era sorgenti zampillanti, sono stato portato via. PRIMA i monti fossero fondati, prima delle colline, io sono stata generata. Anche se Dio non aveva fatto la terra, né i campi, né il mondo argilla primitivo quando affermissait cielo, io ero il … « E ‘chiaro il motto è: » Ero lì per tutta l’eternità, prima di tutte la creazione « … Quindi non vi è un forte accento sulla priorità dei quali è chiamato Saggezza su tutta la creazione.
 Terzo punto, la Sapienza ha un ruolo nella creazione: « Quando Dio richiedeva al mare il suo limite, che le acque non dovrebbero superare le sponde, quando ha stabilito le fondamenta della terra, io ero con lui come prime contractor « . Per un bel lavoro come si crea un vero e proprio tripudio: « Ero lì la mia gioia ogni giorno, a giocare davanti a lui in ogni momento, giocando su tutta la terra, e deliziando con il figlio dell’uomo. « La sapienza è con Dio ed » è la sua delizia « con Dio … è con noi … ed « è la sua delizia » con noi. Si intende qui come un’eco del ritornello della Genesi: « Dio vide che era cosa buona », ancora di più, il sesto giorno, subito dopo la creazione dell’uomo che era come il culmine di tutta la sua opera, « Dio vide quanto aveva fatto, ed ecco, era cosa molto buona! »(Gn 1, 31).
 Così, questo testo rivela un aspetto particolare e altamente positivo della fede di Israele: la Sapienza eterna ha presieduto l’intera opera della creazione: l’insistenza del testo è molto forte su questo, possiamo dedurre due cose: in primo luogo, fin dagli albori del mondo, l’umanità e il cosmo immersi nella sapienza di Dio. In secondo luogo, il mondo creato non è così disordinato Sapienza è il prime contractor. Questo dovrebbe coinvolgere noi di non perdere mai la fede. Infine, è la follia della fede, per il coraggio di credere che Dio è sempre presente nella vita degli uomini, e più egli trova piacere nella nostra azienda … E ‘follia, ma il fatto è che se Dio continua instancabilmente per fornire il suo patto d’amore, è perché « è ogni giorno delizia con il figlio dell’uomo ».
 Una domanda rimane: perché questo testo è offerta per la festa della Trinità? Non abbiamo mai sentito parlare di Trinità in queste righe, o anche le parole Padre, Figlio e Spirito.
 Per quanto riguarda il libro dei Proverbi, non è sorprendente, come quando è stato scritto, non si trattava di Trinità non solo la parola non esisteva, ma l’idea della Trinità non toccato nessuno. In un primo momento, per il popolo eletto, la prima priorità era quella di allegare all’Unico Dio, da qui la lotta feroce di tutti i profeti contro l’idolatria e politeismo, perché la vocazione di questo popolo è proprio quello di testimoniare l’unico Dio, non dimenticare questa frase dal libro del Deuteronomio: « A voi è stato dato di vedere, in modo da sapere che è il Signore è Dio, non vi è nulla di diverso da lui. « 
 Primo passo, dunque, per scoprire che Dio è uno, non c’è dubbio molte persone divine! Solo più tardi, i credenti imparano che solo Dio non significa solo, che è Trinità. Questo mistero della vita trinitaria ha cominciato ad essere indovinato nella meditazione del Nuovo Testamento, dopo la risurrezione di Cristo. A questo punto, quando gli Apostoli e gli scrittori del Nuovo Testamento hanno cominciato a vedere questo mistero, hanno cominciato a scrutare le Scritture e così hanno fatto quello che viene chiamato un replay, e, in particolare, hanno letto linee che abbiamo sentito parlare e la sapienza di Dio e leggerlo nella persona di Cristo filigrana.
 San Giovanni, per esempio, ha scritto: « In principio era il Verbo, e il Verbo era presso Dio … « E tu sai quanto quella frase in greco ha detto una profonda comunione, un continuo dialogo d’amore. Il libro dei Proverbi, lui non era ancora lì.
 ——————-
 Complemento
 Ireneo e Teofilo di Antiochia identificati Sapienza con lo Spirito, e l’Origene identificato con il Figlio. E ‘questa seconda interpretazione che è stata alla fine adottata dalla teologia.

DIMANCHE 14 AVRIL : COMMENTAIRES DE MARIE NOËLLE THABUT – SECONDA LETTURA – APOCALISSE DI SAN GIOVANNI 5, 11-14

http://www.eglise.catholique.fr/foi-et-vie-chretienne/commentaires-de-marie-noelle-thabut.html

(traduzione Google dal francese)

DIMANCHE 14 AVRIL : COMMENTAIRES DE MARIE NOËLLE THABUT

SECONDA LETTURA – APOCALISSE DI SAN GIOVANNI 5, 11-14

Con l’Apocalisse, siamo in presenza di visione, con tutto ciò che comporta insolito, ma davanti a noi sappiamo una cosa è che l’intero libro dell’Apocalisse è un canto di vittoria; nel passaggio sopra, è chiaro! Il cielo, milioni e centinaia di milioni di angeli gridare qualcosa come: « Viva il Re! « … e in tutto il mondo, sia a terra, in mare, o anche sotto la terra, tutto ciò che ha acclamato come il respiro è anche il giorno della incoronazione di un nuovo re. Il nuovo re, qui, naturalmente, è Gesù Cristo: egli è « l’Agnello immolato », che è acclamato e ha ricevuto « potenza e ricchezza, sapienza e forza, onore, gloria e benedizione. « Per descrivere la regalità di Cristo, questa visione con un linguaggio simbolico di immagini e figure. Questo significa ricchezza e anche la difficoltà di questi testi. Ricchezza, perché solo il linguaggio simbolico ci può fare nel mondo di Dio, l’ineffabile, l’indicibile non si può descrivere, si può solo essere proposto, per esempio, si deve fare attenzione a certe immagini, certi colori, certe figure che ricorrono di frequente e non è certo un caso.
 Ma la difficoltà sta nella interpretazione dei simboli. La nostra immaginazione è richiesta, si ci può aiutare, ma fino a che punto possiamo fidarci la nostra intuizione di capire ciò che l’autore ha voluto suggerire? Dobbiamo sempre rimanere umili nella interpretazione dei simboli! Non possiamo pretendere di capire il significato nascosto di un testo biblico di sorta. La frase « quattro esseri viventi » è un buon esempio: l’ultimo capitolo dell’Apocalisse che li ha descritti come quattro animali alati, la prima un volto di un uomo, come gli altri tre animali, un leone, un’aquila, un toro … e siamo abituati a vedere sui numerosi dipinti, sculture e mosaici … e pensiamo di sapere senza esitazioni che è, è che S. Ireneo nel secondo secolo, ha proposto una lettura simbolica: per lui, i quattro esseri viventi sono, senza dubbio, i quattro evangelisti: Matteo Vivere nel volto di un uomo, Marc leone (gli amanti di Venezia non si può dimenticare!), Luca Bull, Giovanni l’aquila. Ma gli studiosi biblici non sono a proprio agio con questa interpretazione, perché sembra che l’autore dell’Apocalisse aveva scattato una foto qui di Ezechiele in cui quattro animali supportano il trono di Dio, e sono semplicemente il mondo creato.
 Le cifre parlano proprio: tutte queste precauzioni, sembra che il numero 3 simboleggia Dio ha creato il mondo e 4, forse a causa dei quattro punti cardinali, 7 (3 +4) si riferisce a Dio e mondo creato, suggerisce completezza, la perfezione … improvvisamente, 6 (7-1) è incompleta, imperfetta. Cheer degli Angeli è dunque un significato singolare: « Lui, l’Agnello immolato è degno di ricevere potenza e ricchezza, sapienza e forza, onore, gloria e benedizione » quattro termini di successo terreno inserito in tre termini riservati Dio (l’onore, la gloria, la benedizione), per un totale di sette parole: si dice che l’Agnello immolato (Jean giocatori sanno che è Gesù) è pienamente Dio e pienamente uomo, e qui possiamo vedere il potere della suggestione di un tale linguaggio simbolico!
 Leggiamo: « Ho sentito l’acclamazione di tutte le creature in cielo e sulla terra e sotto terra e mare » (di nuovo quattro termini: è infatti tutta la creazione), tutti gli esseri che s ‘Ci sono proclamati: « A Colui che siede sul trono e all’Agnello lode, onore, gloria e potenza nei secoli dei secoli. « Il mondo è stato creato, che proclama la sua sottomissione a Colui che siede sul trono (Dio naturalmente), e all’Agnello. Non è una coincidenza, o, se ancora in vita che sostengono il trono di Dio in Ezechiele e rappresentare il mondo creato sono in numero di quattro.
 Tutto questo insistenza Jean qui è quello di evidenziare la vittoria dell’Agnello immolato: apparentemente sconfitto agli occhi degli uomini, è infatti il ​​vincitore, questo è il grande mistero che è al centro del Nuovo Testamento paradosso o, se si preferisce: il Maestro del mondo, è il più piccolo, il Giudice dei vivi e dei morti è stato identificato come un criminale, egli è Dio, è stato trattato blasfemo e questo è il nome di Dio è stato rifiutato. Peggio ancora, Dio lo permette. Quando San Giovanni si sviluppa questa meditazione nella sua comunità, è probabile che il suo scopo è duplice: in primo luogo, dobbiamo trovare una risposta allo scandalo della croce, e dare argomenti ai cristiani in questa direzione. Quando Giovanni scrisse l’Apocalisse, i cristiani e gli ebrei sono pieno dibattito su questo tema: gli ebrei per la morte di Cristo è sufficiente a dimostrare che non era il Messia, il libro del Deuteronomio aveva risolto il problema: « La che è stato condannato a morte in nome della legge, eseguito e legno sospeso è una maledizione di Dio « (Dt 21, 22). Ma questo è quello che è successo a Gesù.
 Per i cristiani, testimoni della risurrezione, che sarà invece vedere l’opera di Dio. Misteriosamente, la Croce è la posizione del l’esaltazione del Figlio. Gesù si era annunciato nel vangelo di Giovanni: « Quando avrete innalzato il Figlio dell’uomo, saprete che » Io Sono « (Gv 8, 28). Questo significa che « finalmente si riconosce la mia divinità » (da « I Am » è solo il nome di Dio). Dobbiamo imparare a leggere il disgraziato sfigurato caratteristiche condannato la gloria di Dio. Nella visione di Giovanni descrive l’Agnello riceve gli stessi onori, il successo stesso come colui che siede sul trono. Secondo obiettivo Jean, aiutare i suoi fratelli di tenere bene in gara: le forze dell’amore hanno sconfitto le forze di odio che è il messaggio dell’Apocalisse.

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