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EBREI 4,14-16; 5,7-9 – II LETTURA

 

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EBREI 4,14-16; 5,7-9 – II LETTURA

Fratelli, 14 poiché abbiamo un grande sommo sacerdote che ha attraversato i cieli, Gesù, Figlio di Dio, manteniamo ferma la professione della nostra fede. 15 Infatti non abbiamo un sommo sacerdote che non sappia compatire le nostre infermità, essendo stato lui stesso provato in ogni cosa, a somiglianza di noi, escluso il peccato. 16 Accostiamoci dunque con piena fiducia al trono della grazia, per ricevere misericordia e trovare grazia ed essere aiutati al momento opportuno.  5,7 Cristo, nei giorni della sua vita terrena, offrì preghiere e suppliche con forti grida e lacrime a colui che poteva liberarlo da morte e fu esaudito per la sua pietà; 8 pure essendo Figlio, imparò tuttavia l’obbedienza dalle cose che patì e, reso perfetto, divenne causa di salvezza eterna per tutti coloro che gli obbediscono.   COMMENTO Ebrei 4,14-16; 5,7-9 Gesù sacerdote misericordioso Nella seconda sezione dello scritto (3,1-5,10) viene affrontato il tema del sommo sacerdote «misericordioso e fedele», preannunziato in 2,17-18. L’autore procede però in un ordine inverso rispetto a quello adottato nell’annunzio tematico. Anzitutto Gesù può e deve essere considerato come il sommo sacerdote «fedele» (3,7-4,13). Ma Gesù è anche un sommo sacerdote «misericordioso»: questa prerogativa viene spiegata in 4,14 – 5,10. Questo brano termina con l’affermazione che proprio nella passione, dove «imparò l’obbedienza dalle cose che patì» (5,8), Gesù è stato «proclamato da Dio sommo sacerdote alla maniera di Melchisedek» (5,10). Viene così anticipata la terza parte della lettera, quella centrale (5,11 – 10,39), in cui si dimostra che il sacerdozio di Cristo supera gli schemi del culto veterotestamentario, che avevano la loro più alta espressione nel sacerdozio levitico, in quanto realizza il misterioso sacerdozio «secondo l’ordine di Melchisedek» dei cui si parla il Sal 110,4. In Eb 4,14 – 5,10 l’autore mostra dunque come la piena solidarietà di Cristo con gli uomini rappresenti un elemento costitutivo del suo sacerdozio. Il testo si può facilmente dividere in due parti: nella prima (4,14-16), di evidente carattere esortativo, l’autore si esprime alla prima persona plurale («…manteniamo ferma la professione della nostra fede… Accostiamoci dunque con piena fiducia al trono della grazia»); la seconda parte contiene invece una descrizione del ruolo e della condizione del sommo sacerdote dell’AT, cui fa seguito l’applicazione a Cristo (5,1-10). La liturgia propone solo la prima parte e alcuni versetti della seconda.

L’adesione a Cristo sommo sacerdote (Eb 4,14-16) Precedentemente l’autore aveva presentato Gesù come un sacerdote degno di fede. Ora riprende questo tema, facendone il punto di partenza di una pressante esortazione: «Poiché dunque abbiamo un grande sommo sacerdote, che ha attraversato i cieli, Gesù, Figlio di Dio, manteniamo ferma la professione della nostra fede» (v. 14). Sebbene il sacerdozio di Cristo sia stato consumato sulla croce (cfr. 5,9), esso continua a esercitarsi ancora oggi nei «cieli», dove egli è penetrato con la sua morte cruenta e ormai siede alla destra della maestà «divina» (cfr. 1,3). L’appellativo «Figlio di Dio», sul quale è stato messo l’accento nel prologo (cfr. 1,1-4) e nella prima parte della lettera (cfr. 1,5-8), è attribuito qui direttamente al «Gesù» storico, allo scopo di sottolineare ancora una volta il fondamento del suo ruolo sacerdotale (cfr. 3,6): in quanto Figlio, egli è un sacerdote potente, capace di «salvare perfettamente quelli che per mezzo di lui si accostano a Dio, essendo egli sempre vivo per intercedere a loro favore» (7,25). In Gesù morto e risorto si è attuato quel «sacerdozio» di cui le istituzioni cultuali dell’AT erano soltanto un’«ombra» (10,1; cfr. 8,5): questa certezza deve spingere il credente a «mantenere salda», cioè a rinnovare e rinvigorire la sua «professione di fede». Solo così potrà entrare in un rapporto vivo con lui e godere i frutti della sua mediazione sacerdotale. All’esortazione iniziale fa seguito una frase esplicativa con cui si esclude una possibile interpretazione errata del sacerdozio di Cristo: «Infatti non abbiamo un sommo sacerdote che non sappia compatire le nostre infermità, essendo stato lui stesso provato in ogni cosa, a somiglianza di noi, escluso il peccato» (v. 15). La grandezza del sacerdozio di Cristo non esclude, anzi esige che egli sia solidale con la famiglia umana, che deve rappresentare davanti a Dio: egli infatti è «uomo» in mezzo agli uomini e perciò è capace di comprendere fino in fondo i loro limiti e i loro peccati. Il verbo «compatire» (sympatheō) è tipico della lettera agli Ebrei (cfr. 10,34): esso non significa semplicemente una qualche partecipazione alla sorte dell’altro, ma una vera e propria consonanza di affetti profondi: è l’amore che spinge a patire con chi patisce! Gesù ha dimostrato questa sua compassione perché proprio lui, che è e rimane sempre il «Figlio di Dio» (cfr. v. 14), si è assoggettato ai limiti e alle prove comuni della vita, compreso il dramma della morte (cfr. 5,7-10), come un qualsiasi essere umano (cfr. 2,14-18). Precedentemente l’autore aveva detto che Gesù, «proprio per essere stato messo alla prova ed avere sofferto personalmente, è in grado di venire in aiuto a quelli che subiscono la prova» (2,18). La solidarietà di Gesù con l’umanità ha però un limite: egli si assimila in tutto alla condizione umana «escluso il peccato». Si afferma così la perfetta santità di Cristo, che esclude ogni sua partecipazione alla comune situazione di peccato. In realtà questa prerogativa non diminuisce la sua solidarietà con gli uomini, anzi rappresenta la condizione indispensabile perché egli possa effettivamente andare loro incontro e salvarli. Un peccatore infatti ha bisogno prima di tutto di essere lui stesso salvato: solo chi è santo può salvare gli altri! Per questo si dirà tra poco che il sacerdozio antico era inefficace perché il sommo sacerdote doveva offrire sacrifici prima di tutto per i propri peccati (cfr. 5,3). La santità quindi non impedisce a Cristo di essere totalmente simile a noi, partecipe dello stesso sangue e della stessa carne (cfr. 2,14): al contrario, gli consente di essere «redentore» in senso pieno, senza limiti di sorta. Inoltre lo costituisce modello della vita nuova, redenta, che tutti i credenti devono ormai condividere. L’autore conclude con una nuova esortazione: «Accostiamoci dunque con piena fiducia al trono della grazia, per ricevere misericordia e trovare grazia ed essere aiutati al momento opportuno» (v. 16). L’invito iniziale a mantenere salda la professione di fede viene qui ripreso, dopo lo sviluppo riguardante la compassione di Gesù, sotto forma di richiamo ad accostarsi con piena fiducia al «trono della grazia», cioè alla presenza del Dio misericordioso. Dopo che Cristo «ha attraversato i cieli», Dio non deve essere più ricercato in un santuario terreno, ma proprio là dove egli si trova, cioè nel suo santuario celeste. In forza della mediazione di Cristo i credenti devono ormai sentirsi sicuri che Dio non negherà loro la salvezza e l’aiuto necessario tutte le volte che ne avranno bisogno.

Cristo sommo sacerdote «compassionevole» (Eb 5,7-9) Nella seconda parte della pericope l’autore mostra come il sacerdozio di Cristo debba essere compreso specialmente a partire dal suo atteggiamento di solidarietà e compassione nei confronti dei peccatori. A tale scopo egli propone anzitutto una definizione di sacerdote quale emerge dall’esperienza del popolo ebraico  e poi la applica a Cristo (5,1-10). La liturgia omette la descrizione del sacerdozio levitico e le affermazioni riguardanti la chiamata di Cristo come sacerdote, proponendo soltanto i versetti riguardanti la sua solidarietà con l’umanità, quale appare dalla sua preghiera per essere liberato dalla morte: «Proprio per questo nei giorni della sua vita terrena egli offrì preghiere e suppliche con forti grida e lacrime a colui che poteva liberarlo da morte e fu esaudito per la sua pietà » (v. 7). Se è vero infatti che per ottenere il sommo sacerdozio bisognava essere chiamati, così come era stato chiamato Aronne, è vero anche che esso era un onore (cfr. 5,4), per ottenere il quale parecchi erano disposti persino ad affrontare aspre guerre. Il sacerdozio di Cristo invece è tale che neppure l’unico abilitato ad esercitarlo aveva il desiderio di accedervi perché implicava già in partenza l’identificazione con la vittima, e quindi la totale offerta di sé al Padre; l’onore certamente sarebbe venuto con l’ingresso nei cieli, ma la via per accedervi passava per la croce. È questo che ha spaventato Cristo stesso quando stava ormai per raggiungere il culmine della sua opera sacerdotale. Egli infatti, giunto al termine della sua vita terrena «offrì» (prosenenkas) a Dio preghiere e suppliche. Questo verbo è il participio aoristo di prosferō, il verbo tecnico con cui indica solitamente l’attività sacrificale propria del sacerdote («offrire in sacrificio»; cfr. 5,1.3; 8,3) e l’offerta che Cristo ha fatto di se stesso sulla croce (cfr. 7,27; 9,14.28). Prima che sulla croce, la sua offerta sacrificale ha avuto dunque luogo nell’orto degli Ulivi, dove ha rivolto al Padre la sua preghiera, accompagnata da «forti grida e lacrime». Le «preghiere e suppliche con forti grida e lacrime» sono quasi certamente quelle che Cristo ha elevato a Dio durante la sua passione. (cfr. Mc 14,33-36 e par.). In questo testo non si parla di «forti grida e lacrime», ma solo di una preghiera accorata di Cristo: è chiaro che l’autore di Ebrei, pur avendo in mente i fatti accaduti nel Getsemani, non si riferisce ai vangeli scritti, ma alla tradizione orale, che egli ha ulteriormente drammatizzato. Più difficile da spiegare è il significato della frase «fu esaudito per la sua pietà (apo tēs eulabeias, Vg: pro sua reverentia)». Se con la sua preghiera Gesù voleva ottenere di essere liberato dalla morte, di fatto non è stato esaudito, come appare chiaramente dal racconto evangelico. Perciò alcuni studiosi hanno supposto che nel testo originale fosse scritto che egli «non» fu esaudito, sebbene fosse figlio di Dio; in seguito il «non» sarebbe stato eliminato per motivi dottrinali. Questa ipotesi però non è accettabile, in quanto non è suffragata da testimonianze o varianti di codici; inoltre, essa toglierebbe non poco alla drammaticità del testo e alla sua densità teologica. Altri invece, facendo leva sul fatto che il termine eulabeia significa anche «timore», «paura», traducono così il passo: «… fu esaudito (venendo liberato) dalla paura (della morte)». Ma anche questa spiegazione non convince, perché Gesù ha realmente pregato per essere liberato dalla morte, come risulta anche dal racconto dei vangeli. Secondo una terza interpretazione, l’autore non intenderebbe semplicemente la morte fisica, ma il tipo di morte affrontata da Cristo. Questi ha voluto partecipare alla comune condizione umana «per ridurre all’impotenza mediante la morte colui che della morte ha il potere, cioè il diavolo, e liberare così quelli che per timore della morte erano soggetti a schiavitù per tutta la vita» (2,14-15). La morte è intesa qui come lo strumento mediante il quale gli uomini sono tenuti sotto la schiavitù del diavolo, e di conseguenza riguarda direttamente solo i peccatori (cfr. Sap 2,24; 3,1). Da questa morte Cristo è stato effettivamente liberato non solo perché Dio gli ha dato la forza per superare la prova, ma anche e soprattutto perché si è servito della sua morte fisica per eliminare la morte stessa in quanto realtà strettamente collegata con il peccato, trasformandola in un grande gesto di affidamento a Dio. L’autore fa poi questa riflessione: «Pur essendo Figlio, imparò tuttavia l’obbedienza dalle cose che patì» (v. 8). L’«obbedienza» (hypakoē) che Cristo imparò dalla sua sofferenza consiste nell’adesione radicale al progetto di Dio, che lo ha guidato nelle scelte decisive della sua vita. La sottomissione alla volontà del Padre viene presentata spesso nel NT come un aspetto caratteristico del comportamento di Gesù (cfr. Mc 14,36; Gv 4,34; 10,18). Paolo in modo speciale sottolinea come l’obbedienza di Cristo si sia manifestata nella sofferenza della morte (cfr. Fil 2,8; Rm 5,19). Ma ciò che la lettera agli Ebrei mette maggiormente in luce, in piena sintonia con il racconto evangelico della passione, è il fatto che questa obbedienza non è stata spontanea e quasi scontata, ma ha richiesto una notevole dose di impegno e di fatica per superare la naturale paura della morte. L’aspetto più specifico del sacerdozio di Cristo sta quindi nell’accettazione libera, anche se sofferta, della morte, che certo non è stata voluta dal Padre, ma imposta dalle circostanze concrete della storia. Le modalità con cui è stata esaudita la sua preghiera aiutano dunque a comprendere retrospettivamente in che cosa essa consisteva.

Dall’esperienza terrena di Cristo l’autore ricava questa conclusione: «Reso perfetto, divenne causa di salvezza eterna per tutti coloro che gli obbediscono, essendo stato proclamato da Dio sommo sacerdote alla maniera di Melchìsedek» (vv. 9-10). Proprio a causa della sua obbedienza Cristo «fu reso perfetto» (teleiōtheis). Nell’AT l’appellativo di «perfetto» (ebr. tamîm) compete non a Dio, ma all’uomo che adempie tutto ciò che, in campo morale o rituale, è richiesto per poter accedere a Dio (cfr. Gn 17,1; Dt 18,13; 2Sam 22,26). Il verbo teleioō, « perfezionare » è molto importante per l’autore della lettera agli Ebrei, che lo usa ben nove volte, delle quali tre applicato a Cristo (2,10; 5,9; 7,28) come espressione dell’opera di Dio in lui. La «perfezione» ottenuta da Cristo non deve però intendersi in senso morale: essa è piuttosto quella che gli deriva dall’aver raggiunto il «fine» (tēlos) della sua esistenza terrena, cioè dall’attuazione della salvezza che il Padre aveva progettato di realizzare per mezzo suo in favore degli uomini. L’obbedienza di Cristo ha come risultato la salvezza eterna di tutti coloro che «gli obbediscono». Obbedire significa qui accettare la totalità del messaggio di Cristo, ma soprattutto seguire l’esempio che egli ha offerto a tutti nel suo affidarsi all’amore del Padre, anche quando poteva sembrare che il Padre l’avesse abbandonato (cfr. Mt 27,46). Il Padre dal canto suo ha talmente accettato l’offerta sacrificale di Cristo da proclamarlo, proprio in virtù di essa, «sommo sacerdote alla maniera di Melchisedek».

Linee interpretative L’autore della Lettera agli Ebrei si è assunto l’arduo compito di presentare la vicenda umana di Gesù in termini sacrificali. Il concetto di sacerdozio, quale di fatto si ricava sia dall’AT sia dalla più normale esperienza religiosa, implica la possibilità di compiere un’efficace mediazione tra Dio e gli uomini: «Ogni sommo sacerdote, preso fra gli uomini, viene costituito per il bene degli uomini nelle cose che riguardano Dio, per offrire doni e sacrifici per i peccati» (5,1). La mediazione perfetta però esige che il sacerdote sia veramente rappresentativo delle due parti in causa: solidale con Dio e al tempo stesso con gli uomini. In questo senso Gesù rappresenta il sacerdote ideale, perché è il «figlio di Dio» (4,14; 5,8), «che ha attraversato i cieli» e gode di una potenza di intercessione infinita presso «il trono della grazia» (4,16); ma nello stesso tempo si è fatto simile a noi, «essendo stato lui stesso provato in ogni cosa, a somiglianza di noi, escluso il peccato» (4,15). La prova più grande (che è stata anche una forte tentazione), a cui è stato sottoposto Gesù nel suo radicale assimilarsi agli uomini, è la morte:  da essa egli, in quanto Figlio, aveva il diritto di essere esentato, e invece le è andato incontro coscientemente, pur sentendone la naturale ripugnanza (5,7). Nell’accettazione, pur sofferta, della morte Gesù realizza il massimo di amore verso Dio e verso gli uomini. Verso Dio tale amore si manifesta in forma di radicale «obbedienza» (5,8); verso gli uomini assume i caratteri della più totale «condivisione». Proprio per questa dimensione di amore, totalmente libero e perciò anche estremamente sofferto, la morte di Cristo è presentata come un vero «sacrificio»: la stessa preghiera, con cui domanda di essere liberato dalla morte, ma al tempo stesso si affida al Padre, diventa un’offerta sacrificale (5,7). Non stupisce pertanto che il Padre gradisca questa offerta al punto tale da farla rifluire, come dono di salvezza, su tutti gli uomini: «E, reso perfetto, divenne causa di salvezza eterna per tutti coloro che gli obbediscono» (5,9). A questo sacrificio totalmente nuovo e diverso si ricollega il sacerdozio di Cristo, che l’autore definisce come un sacerdozio «alla maniera di Melchisedek» (5,10), il misterioso personaggio che è presentato come «re di Salem» e «sacerdote del Dio Altissimo» (Gen 14,17-20). Con questo riferimento a Melchisedek però egli, più che definire la natura del sacerdozio di Cristo, vuole affermarne la novità e anche la rottura nei confronti del vecchio sacerdozio levitico. La presentazione in termini sacrificali dell’esperienza di Gesù ha un alto significato teologico, comprensibile soprattutto a persone che vivevano l’esperienza sacrificale di Israele. In pratica però, pur affermando la solidarietà di Gesù con l’umanità, l’autore rischia di perdere la dimensione vissuta della sua partecipazione alle sofferenze, alle lotte e al cammino di liberazione dei più poveri quale appare dai vangeli. Senza volerlo, l’autore ha aperto la strada a una nuova ritualizzazione del cristianesimo che ha fatto sentire i suoi effetti nei secoli successivi.>

“ANNUNCIAMO CRISTO CROCIFISSO”

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“ANNUNCIAMO CRISTO CROCIFISSO”

Il brano di san Paolo dalla prima lettera ai corinzi parla di potenza e sapienza. Cristo crocifisso è entrambe. Cristo crocifisso è infatti sia potenza di Dio, a dispetto del fatto che scandalizza chi cerca miracoli (“scandalo per i giudei”), sia sapienza di Dio, a dispetto del fatto che venga disprezzato da chi cerca la sapienza umana (“stoltezza per i pagani”)…

III DOMENICA DI QUARESIMA
ANNUNCIARE
“Annunciamo Cristo crocifisso” 1Cor 1,22-25
Il brano di san Paolo dalla prima lettera ai corinzi parla di potenza e sapienza. Cristo crocifisso è entrambe. Cristo crocifisso è infatti sia potenza di Dio, a dispetto del fatto che scandalizza chi cerca miracoli (“scandalo per i giudei”), sia sapienza di Dio, a dispetto del fatto che venga disprezzato da chi cerca la sapienza umana (“stoltezza per i pagani”). Egli è vera potenza e vera sapienza, ma in un senso inaudito e scandaloso. L’attesa giudaica di potenza divina era fondata sull’evento della prima Pasqua avvenuta all’uscita dall’Egitto. La prima Pasqua fu accompagnata da segni e prodigi grandi: le dieci piaghe; l’aprirsi delle acque; terremoto, tuono e tempesta al Sinai. La “potenza di Dio” che è Cristo crocifisso non è così. Nessun prodigio pubblico. La croce è l’unico segno che Gesù ha voluto che fosse evidente alla storia. Né i miracoli, né la risurrezione volle che apparissero pubblicamente al mondo. Solo la croce, nella quale nessun prodigio appare. In Cristo crocifisso appare solamente un amore che non si ferma di fronte a niente. Il nostro amore di solito muore al primo sgarbo, alla prima offesa… In Cristo crocifisso appare un amore che non muore di fronte a niente: non muore di fronte al tradimento, né di fronte allo scherno, né di fronte alla crudeltà, né di fronte alla sofferenza, né di fronte alla morte. In Cristo crocifisso appare la potenza dell’Amore che non è ucciso da alcuna arma del maligno. Così “annunciare Cristo crocifisso” significa rivelare e attrarre gli uomini a questo amore. Questo annuncio è “potenza di Dio” perché lo Spirito opera in chiunque crede la salvezza, che è nel perdono dei peccati, e rende capaci di rispondere con lo stesso amore: amore umile e paziente, che non risponde al male col male, che non desiste dal servire nel bene i fratelli, che libera dal rancore, dall’odio e opera la riconciliazione… La vera potenza di Dio non è più dunque l’aprirsi prodigioso della acque del mare, ma l’aprirsi attraverso il costato aperto di Cristo crocifisso dell’amore di Dio per noi. Attraverso di Lui entriamo nella vera libertà dell’amore. Anche il concetto giudaico di sapienza è scaturito dall’evento della prima Pasqua.
Allora Israele ricevette al Sinai la Legge: “quella sarà la vostra saggezza e la vostra intelligenza agli occhi dei popoli”, Dt 4,6). Questa Legge è condensata nelle “dieci parole” che ascoltiamo nella prima lettura. La “sapienza di Dio” di cui parla san Paolo è invece Cristo crocifisso. La vera “sapienza di Dio” infatti non è osservare alla perfezione la Legge, cosa impossibile. I farisei avevano ipocritamente addomesticato la Legge riducendola a propria misura. Voler ‘mettersi a posto con Dio’ osservando i comandamenti, è come voler comprare il suo Amore, è come fare del luogo del nostro incontro con Dio, del Tempio, “un luogo di mercato”. In questo tempio corrotto portiamo i nostri meriti per comprare la Sua benevolenza. Questo modo di relazionarsi a Dio è la falsa sapienza che Gesù denuncia profeticamente nel Vangelo di questa domenica. Che figlio sarebbe, infatti, uno che dichiarasse di volersi comprare l’amore del papà o della mamma con i suoi servizi a loro? Non offenderebbe profondamente il loro amore gratuito per lui? Che cuore di figlio sarebbe? No, la vera “sapienza di Dio” è Cristo Crocifisso, ossia è riconoscere in Lui l’Amore del Padre. Amore che perdona e salva e, in forza di esso, in forza cioè dello Spirito, rispondere con un amore simile. È sapiente chi riconosce Cristo, Amore che perdona.

CELEBRARE
Noi ti rendiamo grazie!
«E’ veramente cosa buona e giusta, renderti grazie…» Con queste parole ha inizio il momento centrale e culminante dell’intera celebrazione eucaristica: la grande preghiera di azione di grazie e santificazione. Questa preghiera costituisce da una parte, il vertice di tutto il percorso rituale (dall’ingresso, all’ascolto, alla benedizione), dall’altro, conduce la celebrazione verso la sua consumazione: i riti di comunione.
É una preghiera antica, che nel corso dei secoli ha conosciuto una grande varietà di forme e di testi. Prima della riforma liturgia, nella liturgia eucaristica si proclamava il solo Canone Romano (la nostra attuale Preghiera eucaristica I) successivamente, grazie al lavoro prezioso dei padri della riforma, sono stati ripristinati alcuni testi antichi e create preghiere di nuova composizione. La preghiera eucaristica ha una struttura unitaria, che attraverso le diverse parti, ci fa percorrere il sentiero orante dalla lode, all’invocazione, alla narrazione, all’intercessione, alla glorificazione. È dunque il modello di ogni preghiera cristiana.
La preghiera si apre con il prefazio: è una preghiera di lode in cui Dio viene ringraziato per le meraviglie compiute nel corso della storia. Le sue opere vengono cantate con un linguaggio lirico e poetico, così da accendere nel cuore la gratitudine e la meraviglia. La preghiera di lode si fa poi, invocazione. Il Dio che ha compiuto gesta prodigiose, viene invocato, perché possa, per la potenza dello Spirito Santo, realizzare per noi la pasqua del Signore Gesù. La preghiera epicletica ci conduce nel cuore del mistero della Croce, ha infatti inizio subito dopo, il racconto dell’isituzione in cui la Chiesa ricorda le parole e i gesti compiuti da Gesù nell’Ultima Cena. Dopo aver acclamato, al mistero grande della fede, l’assemblea viene invitata a trasformare tutta la propria vita in un sacrificio gradito a Dio: l’offerta. Infatti così esplicitano le norme liturgiche: «La chiesa desidera che i fedeli non solo offrano la vittima immacolata, ma imparino ad offrire se stessi e così portino a compimento ogni giorno di più, per mezzo di Cristo Mediatore, la loro unione con Dio e con i fratelli, perché finalmente Dio sia tutto in tutti» (OGMR 79). Dopo aver offerto la nostra vita con quella di Cristo, come Gesù sulla Croce, la Chiesa innalza a Dio preghiere e suppliche, per i presenti e per i defunti.
La preghiera eucaristica si conclude con la dossologia, con cui Dio è glorificato per l’opera compiuta nel sacrificio della morte e risurrezione di Gesù.
La preghiera Eucaristica è modello di ogni preghiera cristiana, in essa possiamo trovare ispirazione e insegnamento: ringraziare, invocare, narrare, acclamare, intercedere, glorificare, solo questi i movimenti del cuore che conducono la chiesa a vivere con fede il sacrificio eucaristico.

TESTIMONIARE
Incontri lungo il cammino…
Ripenso spesso all’anno trascorso laggiù. E devo partire dall’inizio.
Quando sono arrivato, mi sono sentito un “diverso”. Questa percezione mi ha portato a impostare il lavoro con le persone che incontravo basandolo su una bussola che poi mi ha guidato in tutti i momenti di dubbio: la condivisione. Una scelta che con il passare delle settimane ha dato i suoi frutti, ed è stata ricambiata con fiducia e amicizia.
Così ho vissuto un’esperienza unica per scoprire me stesso, i miei limiti, la sfida della differenza.
Nei miei dodici mesi in Ruanda ho seguito, insieme ai componenti di un’équipe della diocesi locale e ad altri due caschi bianchi, l’inserimento scolastico dei bambini: duemila nella scuola primaria e trecento nella secondaria. Abbiamo dedicato particolare attenzione al recupero di ex ragazzi di strada. Ancora, ho partecipato all’avviamento al lavoro di alcuni giovani attraverso il microcredito: piccoli prestiti, da investire (e restituire quando l’attività si consolida) in botteghe di barbiere, meccanico, parrucchiera, sarta, per aprire un autolavaggio, comprare la moto e diventare mototassista.
Questa esperienza mi ha formato come persona e come cristiano.
Influenzerà positivamente e per sempre le mie scelte future.
Ma soprattutto mi ha insegnato una cosa sorprendente e incoraggiante al tempo stesso: si può lodare Dio e ringraziarlo con naturalezza e immediatezza, come fanno i ruandesi, anche quando si è tremendamente sofferto, come è accaduto nella loro storia recente.
Così ho capito, scoprendo che è come se il nostro vivere convulso ci portasse a un rapporto con Dio più contorto e conflittuale, ciò che noi davvero rischiamo di perdere…

Un giovane “casco bianco” in Rwanda

… verso una vita nuova
Incontrare persone che escono da una terribile esperienza di guerra e imparare proprio da loro la lode a Dio, la speranza, la voglia di ricominciare…
È un’iniezione di fiducia nel nostro mondo che sembra perdere tutti questi valori, nonostante siamo ancora dei privilegiati. Il “Cristo crocifisso” che predichiamo sarà glorificato nella resurrezione.
Cerchiamo nella nostra vita personale e di gruppo occasioni per superare conflitti e ricostruire, insieme, una nuova vita.

PREGHIERA INTORNO ALLA MENSA
Noi annunciamo Cristo crocifisso, potenza di Dio e sapienza di Dio. Infatti ciò che è stoltezza di Dio è più sapiente degli uomini, e ciò che è debolezza di Dio è più forte degli uomini. (1Cor 1,24-25).

(Teologo Borèl) Marzo 2009 – autore: Conferenza Episcopale Italiana

QUELLI CHE NON SI SPOSANO (il passo è successivo al testo di domenica…

http://www.oratoriopaullo.it/2014/03/12/quelli-che-non-si-sposano/

QUELLI CHE NON SI SPOSANO (il passo è successivo al testo di domenica…

…ma non mi piaceva nessun altro commento che ho trovato)

Categories: Bibbia

Dalla prima lettera ai Corinti (1Cor 7,32-40)

Io vorrei vedervi senza preoccupazioni: chi non è sposato si preoccupa delle cose del Signore, come possa piacere al Signore; chi è sposato invece si preoccupa delle cose del mondo, come possa piacere alla moglie, e si trova diviso! Così la donna non sposata, come la vergine, si preoccupa delle cose del Signore, per essere santa nel corpo e nello spirito; la donna sposata invece si preoccupa delle cose del mondo, come possa piacere al marito. Questo poi lo dico per il vostro bene, non per gettarvi un laccio, ma per indirizzarvi a ciò che è degno e vi tiene uniti al Signore senza distrazioni. Se però qualcuno ritiene di non regolarsi convenientemente nei riguardi della sua vergine, qualora essa sia oltre il fiore dell’età, e conviene che accada così, faccia ciò che vuole: non pecca. Si sposino pure! Chi invece è fermamente deciso in cuor suo, non avendo nessuna necessità, ma è arbitro della propria volontà, ed ha deliberato in cuor suo di conservare la sua vergine, fa bene. In conclusione, colui che sposa la sua vergine fa bene e chi non la sposa fa meglio. La moglie è vincolata per tutto il tempo in cui vive il marito; ma se il marito muore è libera di sposare chi vuole, purché ciò avvenga nel Signore. Ma se rimane così, a mio parere è meglio; credo infatti di avere anch’io lo Spirito di Dio.
Commento
Ultimo brano dove Paolo mette a confronto due stati di vita: quello matrimoniale con quello dell’uomo libero. L’esordio è improntato a serenità: “Vorrei vedervi senza preoccupazioni”. C’era bisogno di parole così distensive. Probabilmente a Corinto qualcuno si arrovellava oltre misura, incerto sulla strada da imboccare per il suo futuro; se cioè metter su famiglia o consacrasi totalmente a Dio. Davanti a interrogativi così impellenti, Paolo invita tutti quanti alla calma. Come visto in precedenza, alla fine, nell’esistenza cristiana, ciò che conta veramente è essere di Cristo Gesù. Tutto il resto, invece, è solo un dettaglio, una sottigliezza, un’inezia. Essere sposati o essere celibi non è la questione prioritaria nella vita di nessuno. Ciò che conta è aver conosciuto Dio, e amare. Tutto il resto, invece, è secondario.
Se dunque dalla penna di Paolo – come vedremo tra poco – stillerà qualche goccia d’inchiostro in decisa simpatia nei confronti del celibato, questo non significa che il matrimonio sia una cosa da rigettare, o da buttare via. Matrimonio e celibato non si pongono in alternativa da un punto di vista morale, dove una scelta è giusta e l’altra sbagliata. Semmai vanno confrontati come opportunità, ugualmente apprezzabili. Si tratta insomma di due modi stupendi di realizzare la vocazione cristiana all’amore. Anche se è bene non essere ingenui, e capire che si tratta di strade molto diverse una
dall’altra.
Per comprendere questo brano, dobbiamo anzitutto identificare le persone cui Paolo si sta rivolgendo. Probabilmente non si tratta di corinzi in genere, ma di una particolare categoria di cristiani: vale a dire i fidanzati di cui abbiamo già parlato, che si erano rivolti a lui, per avere una delucidazione circa il comportamento da tenere. Come sappiamo alcuni giovani corinzi avevano scritto all’apostolo, trepidanti e ansiosi, incerti sul da farsi: le loro promesse spose erano seriamente tentate di abbracciare una vita di castità. La notizia deve essere esplosa all’interno di qualche litigio tra fidanzati in maniera non proprio tranquilla. In più, aggiungiamo: ci doveva essere stata qualche contaminazione di senso inverso. Perché l’attrattiva dell’ideale verginale non doveva aver avvinto solo le giovani di Corinto, ma anche diversi maschi. Dunque, nella capitale dell’Acaia, tutti quanti sono in ricerca vocazionale, e si domandano per quale strada debbano mai servire il Signore. Metto su famiglia, o mi dedico interamente al servizio del vangelo?
Da questi interrogativi posti all’apostolo ricaviamo un ritratto decisamente positivo dei giovani di Corinto. Si tratta di ragazzi raffinati, potremmo dire aristocratici, che non volevano sprecare la propria vita bruciandola sull’altare di qualche ideale spento. Tutti a far progetti per costruire al meglio il futuro: lavoro, gli studi, la famiglia, il volontariato. Intorno ai vent’anni si è sempre un po’ idealisti. Ma tra tutti questi progetti, uno risultava indubbiamente prioritario, quasi a far da cornice di tutto: piacere al Signore. I giovani di Corinto si portavano in cuore questo pungolo, questo desiderio: che la loro vita non fosse vuota, che non fosse consumata all’idolo della carriera e del potere sociale, ma fosse in qualche misura consacrata all’eterno. In questo panorama si inquadra quella domanda che fuoriesce sottilmente da questi versetti. Che cosa devo dunque fare nel mio futuro? La risposta è chiara: devo piacere al Signore. Ma qualcuno insiste: qual è la migliore via per piacere a Dio? Meglio che mi sposi, o cerchi di servire Dio in una vita totalmente consacrata a Lui?
È significativo notare come Paolo, davanti a questi interrogativi che qualcuno viveva con una certa dose di ansia, provvede anzitutto a rovesciare un bel secchio d’acqua sul fuoco. Già lo aveva fatto qualche versetto prima, spiegando a chiare lettere che, se una persona non fosse riuscita a mantenere il proposito dell’astinenza, allora si poteva benissimo sposare: il matrimonio non è peccato. Con buona pace di certi spirituali estremisti l’apostolo non coltiva una visione negativa dell’amore coniugale, visione che invece era presente in alcune sacche della cultura greca, e che sarà ricorrente in certe teste un po’ troppo calde, normalmente condannate dalla Chiesa. Che piaccia o no, dalle lettere di san Paolo non emerge una visione del matrimonio come “rimedio della nostra concupiscenza”. È invece un sacramento, un luogo dove, attraverso l’amore degli sposi, Dio si rende presente. Non dice forse Paolo, in un brano della lettera agli Efesini, spesso scelto nella liturgia di chi si sposa, che i mariti devono amare le loro mogli come Cristo amò la Chiesa?
Una volta messo al sicuro questo dato, Paolo si addentra nella questione, ponendo a confronto lo stato matrimoniale con quello celibatario. Ribadiamo: non si tratta di valutazioni morali, come per discernere ciò che è giusto, rifiutando invece ciò che è male. Le sue argomentazioni sono realiste, di natura prudenziale.
Chiaro che il matrimonio non è una scelta sbagliata, afferma l’apostolo. Lo sposato, però, deve mettere in conto una serie di preoccupazioni che appesantiranno la sua vita. Non potrà vivere quella forma di libertà che normalmente c’è nella vita di chi si consacra a Dio. L’apostolo lascia parlare i fatti.
Lo sposato giocoforza dovrà preoccuparsi di accumulare beni, per consegnare ai propri figli un futuro sicuro: difficile per lui abbracciare una povertà volontaria. Dovrà poi curare il rapporto di coppia, sforzandosi di piacere al proprio coniuge. Il tipo di vita che conduce, effettivamente qualche volta lo porterà ad essere distratto, dissipato. I miei amici sposati mi parlano con un po’ di nostalgia del tempo in cui vivevano ancora da celibi in oratorio, e c’era tempo per tutto: per i ritiri di preghiera, per le esperienze culturali, per la lectio divina, per la coltivazione della propria persona, per l’università, per le gite all’estero, per i servizi di volontariato. L’impressione di avere un progetto nitido in testa, e tanta energia in corpo. Poi ci si sposa, e vengono i doveri di famiglia. E allora, come all’improvviso, sembra non esserci più tempo per niente. Terminate le fatiche del lavoro, ci attendono altre incombenze, spesso più faticose delle prime: l’attenzione per i figli, le bollette da pagare, il tono di voce da alzare con l’adolescente che ha sbattuto la porta della sua camera, la casa da riassettare, un rapporto di coppia da tenere sempre vivo. Una signora mi confessava: non ho mai detto parolacce, ma da quando ho i figli… C’è una barzelletta simpatica che di solito non si racconta ai fidanzati. Suona così: sapete quando Gesù ha istituito il sacramento del matrimonio? Risposta: sulla croce, quando disse “Padre perdona loro perché non sanno quello che fanno”. La vita di una famiglia presenta dunque elementi di durezza che da giovani un po’ s’immaginano, ma che forse non si colgono proprio del tutto.
Il celibe, invece, allarga spazi di vuoto nella sua esistenza, che sono riempiti da Dio. Ha un’unica preoccupazione: quella di piacere al Signore. I tempi della preghiera, della riflessione, della crescita personale sono particolarmente presenti nella scaletta della sua giornata. È interessante notare come Paolo non qualifichi la scelta celibataria partendo da un’assenza (non avere una famiglia propria), ma da una risorsa. Se giocata bene, se non è sentita come una condanna, la scelta celibataria è l’occasione per coltivare maggiormente se stessi, per avere un dialogo più stretto con Dio, un luogo per essere più disponibili ai bisogni dei poveri. In questo senso è un’opportunità.
Questa dunque la situazione. Dalle parole di Paolo si evince come fosse simpatizzante per la scelta celibataria, che d’altra parte era lo stato di vita che aveva abbracciato lui stesso. Lo considera uno spazio dove una persona può consacrasi più facilmente al Signore. Ma le motivazioni che adduce alla sua tesi non sono di ordine morale, come se il matrimonio fosse una cosa impura, o una via di minor santità. Semmai di ordine prudenziale: la scelta di una via che favorisce maggior vantaggio.
Sarebbe interessante leggere questo brano di san Paolo ponendolo in sinossi con un testo di un filosofo stoico praticamente coevo: Epitteto. Il filosofo, pur non essendo cristiano, dice praticamente le stesse cose: raccomanda di vivere senza distrazioni, consacrandosi completamente al servizio di Dio. Suggerisce di non contrarre relazioni che alla fine si trasformano in impedimenti: il filosofo deve invece restare libero. Non si fa una sua famiglia, perché tutti gli uomini e le donne di questo mondo sono la sua famiglia. Il filosofo sceglie la forma celibataria per non avere alcuno possesso ed essere libero per tutti.
Chiaramente c’è una certa diversità tra il pensiero del filosofo greco e il brano della 1Cor che abbiamo letto. Un conto è la vocazione di un sapiente che si mette a servizio di Zeus, un altro conto quella di un credente che si dedica a Gesù e al suo regno. Ma il parallelismo ci aiuta a capire che il celibato non è un valore solo cristiano, che è presente nella cultura e nel pensiero di tanti uomini passati per questo mondo, e che non deve essere letto in maniera puramente negativa, come se si trattasse di una forma di vita abbracciata da persone represse o infelici.
L’ultima battuta di questo brano riguarda il caso della vedovanza. Non ci addentriamo in essa, perché ormai la traiettoria del pensiero di Paolo è ormai delineata.

DOMENICA 18 GENNAIO II SETTIMANA DEL T.O. – COMMENTO ALLE LETTURE

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DOMENICA 18 GENNAIO II SETTIMANA DEL T.O. – COMMENTO ALLE LETTURE

Giornata Mondiale Migrazioni – 15 gennaio 2012

La Liturgia della Parola di questa domenica presenta un tema centrale: la vocazione. La Prima Lettura racconta la chiamata del giovane Samuele, che diventerà un grande profeta; il Vangelo, invece, narra la vocazione dei primi apostoli al seguito di Gesù.
Si tratta di un argomento cruciale per chi si riconosce nel messaggio evangelico. Infatti, essere cristiani significa accordare la propria libera adesione ad un appello rivolto da Cristo Signore. Anche se nel linguaggio comune accostiamo la parola “vocazione” alla vita dei preti e delle suore, in realtà i testi biblici – soprattutto quelli paolini – indicano che essa riguarda ogni battezzato e abbraccia l’intero
cammino verso la santità. Già nei primi racconti della Bibbia, Dio chiama l’umanità ad una relazione di
amicizia. Questo rapporto assume connotazioni speciali nelle vicende di grandi uomini e donne della storia della salvezza. Abramo, Mosè, Maria la Madre del Signore sono solo alcuni esempi di personaggi illustri che vengono raggiunti da un particolare invito di Dio. Tale invito è sempre funzionale ad una missione importante e rischiosa, che spesso costringe anche a peregrinare in terre sconosciute, assai
lontane dalle proprie sicurezze familiari. Percependo le difficoltà di questo incarico, non di rado, nella Bibbia, la persona chiamata è assalita dal timore e muove qualche iniziale obiezione. Ciò non impedisce però di sperimentare e ricordare la gioia e la dolcezza della predilezione, nonché la fedeltà di Dio che mai abbandona il suo eletto. L’assenso iniziale e la difficile sequela – in cui quell’assenso viene prolungato
quotidianamente – terminano con il “sì” conclusivo della vita, quando, ricordando le tappe cruciali della vocazione, col linguaggio silenzioso della gratitudine, il chiamato diventa testimone, offrendo a tutti una garanzia: “se tornassi indietro, lo rifarei”. Così, ad esempio, Maria di Nazaret, dopo il consenso iniziale (Lc 1,38) insolitamente gioioso, se messo a confronto con altre vocazioni bibliche – affronterà mille peripezie, fino a seguire il Figlio sotto la croce (Gv 19,25), per poi comparire, dopo la resurrezione, nel consesso degli apostoli (At 1,14), nel cuore della Chiesa.
La vocazione di Samuele, narrata dalla Prima Lettura odierna, presenta alcune peculiarità. Questo ragazzo è stato concepito dai suoi genitori dopo una lunghissima e sofferta attesa. Sua madre, finalmente liberata dall’umiliazione della sterilità, lo ha offerto al Signore. Per questo, Samuele svolge il proprio servizio nel santuario di Dio, dove alloggia vicino alla cella del vecchio Eli, il sacerdote. Ancora inesperto nelle cose sante, Samuele non riconosce la chiamata che per tre volte Dio gli rivolge; la parola illuminante del sacerdote, però, lo aiuta a comprendere ciò che avviene ed a rispondere in modo adeguato: “Parla, Signore, perché il tuo servo ti ascolta”. Da quel momento, Samuele non lascerà andare a vuoto nessuna delle parole di Dio, camminando fedelmente alla sua presenza. La sua apertura di cuore troverà eco nelle
parole degli oranti della Bibbia, come nella preghiera dell’odierno Salmo Responsoriale: “Ecco, io vengo, Signore, per fare la tua volontà”. L’offerta dei genitori di Samuele è quindi accolta da Dio, che fa di questo giovanotto l’ultimo grande Giudice d’Israele. La direzione del sacerdote è però provvidenziale per il suo discernimento e per la sua adesione. Poi, una volta iniziata la sequela, la costante accoglienza della Parola sarà garanzia di perseveranza. Questa perseveranza si nutre anche delle indicazioni concrete offerte da Dio.
Nella Seconda Lettura, San Paolo ricorda ai turbolenti cristiani di Corinto la necessità di mantenersi liberi dalla fornicazione. L’accoglienza della fede suscita ed esige una condotta morale conseguente; non si può avere Dio sulle labbra e abbandonarsi alle opere della carne. Ciò deturpa la vocazione del cristiano alla santità e può condurre all’annientamento spirituale.
Un tono personale e persino struggente scorgiamo, infine, nella narrazione evangelica odierna. Andrea e Giovanni evangelista – che scrive sulla base dei ricordi più cari – sentono dire che Gesù è “l’Agnello di Dio”. A parlare è il loro maestro, il grande Giovanni Battista che, come ha fatto Eli con Samuele, tramite una parola illuminante, orienta questi suoi discepoli verso il Cristo di Dio. Comincia così la loro attività di ricerca: sembrano predatori a caccia del Tesoro. A Gesù, che non può non accogliere questo desiderio sincero, domandano: “Dove abiti?” (Gv 1,38); la risposta è un’offerta di amicizia: “Venite e vedrete”. Essi si fermano presso di lui. Deve essere stata un’esperienza indimenticabile, tant’è che l’evangelista annota: “Erano circa le quattro del pomeriggio” (Gv 1,40), come si fa sul taccuino dei propri momenti memorabili. Da quel momento comincerà un’altra ricerca, quella della retta sequela di questo Messia così diverso dagli schemi dominanti. Bisognerà vestire dietro a Lui i panni del viandante, per le strade della Galilea e della Giudea, ma anzitutto nei sentieri del proprio spirito, continuamente chiamato ad emigrare dalle proprie mediocri convinzioni e dai propri egoismi, per approdare nell’unica autentica via, verità e vita. Ma non finisce qui. Come i grandi maestri, anche i buoni amici e i parenti sinceri si dimostrano ottime segnaletiche verso la vera vita. Andrea, infatti, conduce a Gesù suo fratello Simone. Al Maestro basterà uno sguardo per imporre un nuovo nome al Pescatore di Galilea: Cefa, che vuol dire Pietro, la roccia su cui sarà edificata la Chiesa. L’incontro con la verità ri-definisce l’identità del chiamato, trasformandolo in qualcosa di grande, che mai avrebbe potuto immaginare o persino scegliere. É questa la vera identità di Pietro, quella offertagli dal Cristo. Qui c’è la sua grandezza e la sua felicità. L’alternativa conduce piuttosto alla tristezza del giovane ricco. Samuele, Andrea, Giovanni, Pietro: esempi diversi di vocazione. Ogni chiamata è differente, perchè Dio non crea cloni e non fabbrica prodotti in serie. Per ciascuno usa un linguaggio e modalità proprie, perchè di ciascuno ha fatto il cuore. A tutti, però, offre la stessa letizia, che non coincide con l’assenza di sofferenza, ma con l’impagabile gioia di dare tutto per amore.

Mons. Carmelo Pellegrino

COMMENTO – ISAIA 55,1-11

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COMMENTO – ISAIA 55,1-11

L’alleanza eterna
Nella seconda parte del libro di Isaia (Deuteroisaia) (Is 40-55) si preannunzia e si prepara il ritorno dei giudei esiliati in Babilonia nella loro terra (538 a.C.). La sezione inizia con l’evocazione di una grande strada che si apre nel deserto, lungo la quale gli esuli si incamminano sotto la guida di Dio (Is 40), e termina con un poema nel quale si riafferma la fedeltà di Dio che porterà a compimento tutte le sue promesse (Is 55). Quest’ultimo capitolo si divide in tre parti: 1) il rinnovamento dell’alleanza davidica (vv. 1-5); 2) L’efficacia della parola di JHWH (vv. 6-11); 3) Rinnovamento di tutte le cose (vv. 12-13). Il brano liturgico riprende le prime due parti di questo capitolo, nella quale appaiono immagini strettamente connesse al tema dell’esodo e dell’alleanza, con riferimenti alle rielaborazioni tipiche della tradizione sapienziale.

Il rinnovamento dell’alleanza davidica (vv. 1-5)
Il brano si apre con un invito, rivolto a tutti gli assetati perché vengano all’acqua: anche coloro che non hanno denaro, potranno ugualmente mangiare e bere senza spesa vino e latte (v. 1). Acqua, vino e latte indicano metaforicamente il dono della salvezza quale si è concretizzato specialmente nel cammino dell’esodo. Sullo sfondo si possono percepire i racconti dell’acqua scaturita dalla roccia (Es 17,1-7; Nm 20,1-13) e quello della terra promessa che scorre latte e miele (Es 3,8). Il vino, che richiama la metafora di Israele come vigna del Signore, è un noto simbolo dei tempi messianici (cfr. Nm 49,11-12: vino e latte). L’invito a mangiare rievoca i temi biblici della Pasqua (Es 12,1-14), della manna (Es 16; Nm 11), del banchetto ai piedi del Sinai, mediante il quale è stata conclusa l’alleanza (24,5.11; cfr. Sal 23,5) e infine il banchetto escatologico (Is 25,6-9). Le stesse metafore erano usate per indicare il banchetto che la Sapienza personificata offre agli uomini perché acquistino la sapienza (Pr 9,3-6; Sir 24,18-20). Il fatto che il cibo sia distribuito senza spesa mette in luce il carattere gratuito della salvezza donata da Dio.
Nel versetto successivo il profeta chiede ai suoi interlocutori perché spendono denaro per ciò che non è pane e impiegano il loro patrimonio per ciò che non sazia (v. 2a). Con questa domanda egli allude forse alle eccessive preoccupazioni di alcuni circoli di esuli, i quali subordinano la ricerca del pane, dono di Dio e simbolo dell’alleanza, al possesso di beni materiali con cui garantire la propria sicurezza sia nella terra d’esilio che in quella in cui stanno per ritornare. Perciò il profeta ripete la sua esortazione, facendola precedere dall’invito ad «ascoltare»: se essi ascolteranno, mangeranno cose buone e gusteranno cibi succulenti (v. 2b). Il superamento delle preoccupazioni materiali presuppone l’ascolto della parola di Dio trasmessa dal profeta, che annunzia una svolta decisiva nella storia della salvezza.
Una terza volta l’invito viene ripetuto con un riferimento più esplicito ai doni significati nel mangiare e nel bere. In nome di Dio il profeta invita i suoi interlocutori da una parte a porgere l’orecchio e ad andare a lui, dall’altra ad ascoltare affinché possano vivere (v. 3a). L’ascolto della parola di Dio pronunziata dal profeta ha lo scopo di aggregare gli esuli per farne un popolo e di garantire loro la vera vita che si attua pienamente nel rapporto con Dio.
Infine il profeta assicura ai suoi interlocutori che Dio stabilirà con loro un’alleanza eterna, nel cui contesto verranno conferiti loro i favori assicurati a Davide (v. 3b). L’alleanza escatologica era stata preannunziata dai profeti nell’imminenza dell’esilio. Geremia aveva parlato di una «nuova alleanza», che avrebbe comportato, come caratteristica specifica, l’incisione della legge sul cuore del popolo (Ger 31,31-33; cfr. Ez 37,26-28). Più spesso però erano state usate altre espressioni come «alleanza eterna» (Ger 33,40; Ez 16,60; 37,26) e «alleanza di pace» (Ez 34,25).
Nel Deuteroisaia si era parlato due volte di un’«alleanza del popolo» (Is 42,6; 49,8), mentre in 54,10 si preannunziava un’«alleanza di pace». Qui invece si usa l’espressione «alleanza eterna», che viene interpretata nel versetto parallelo come «i favori assicurati a Davide». Questa espressione richiama la promessa fatta a Davide mediante il profeta Natan (2Sm 7,12-16), con la quale Dio si impegnava a mantenere la dinastia davidica sul trono di Gerusalemme: anche questa promessa era presentata come un’«alleanza eterna» (2Sam 23,5; cfr. Ger 33,21). Secondo il Deuteroisaia questa promessa si sarebbe verificata nei tempi escatologici, che per lui coincidevano con il ritorno dall’esilio. È strano però che la attuazione non abbia come destinatario il re messia, ma tutto il popolo: in questo modo tutto Israele diventa beneficiario dei doni promessi nel patto davidico. Il profeta non prevede dunque la restaurazione della dinastia davidica, ma l’attuazione dell’alleanza conclusa con David in favore di tutto il popolo rinnovato.
E di fatti è tutto il popolo che viene posto come «testimonio tra i popoli, principe e sovrano sulle nazioni». Esso chiamerà gente che non conosceva, ad esso accorreranno popoli che non lo conoscevano: tutto ciò è opera di JHWH, il Santo di Israele, che ha onorato il suo popolo (vv. 4-5). Sullo sfondo di questo testo si può intravedere l’immagine del pellegrinaggio escatologico delle nazioni al monte Sion. Proprio perché JHWH ha onorato il suo popolo, questo diventerà il punto di convergenza di nazioni numerose. Israele svolgerà quindi un ruolo di aggregazione internazionale, diventando così lo strumento di una pace duratura.

Efficacia della parola di Dio (vv. 6-11)
La seconda parte del capitolo inizia con queste parole: «Cercate il Signore, mentre si fa trovare, invocatelo, mentre è vicino» (v. 6). Il tema del «ricercare» (darash) Dio nasce dalla consuetudine diffusa in tutte le religioni di visitare il santuario di una divinità per poterla incontrare nella statua che la rappresenta e ottenere da essa doni e grazie. L’incontro con la statua era l’occasione di una forte esperienza religiosa. Anche in Israele il termine indicava originariamente la visita al santuario di JHWH per richiedere una responso per mezzo di un oracolo (cfr. Dt 17,9;). Il termine assume però altre connotazioni, quali l’essere fedeli a Dio (cfr. Os 10,12; Am 5,4.6; Is 9,12), pregarlo (cfr. Sal 69,23-24; 105,4), compiere la sua volontà (cfr. Is 31,1; Ger 10,21). In questo contesto l’invito a ricercare Dio è parallelo a quello di invocarlo e ha come motivazione il fatto che egli si fa trovare, è vicino. Rivolto agli esuli, questo invito ha lo scopo di renderli attenti alla presenza di Dio nella storia e disponibili lasciarsi coinvolgere nella sua azione, che sta per configurarsi in un intervento risolutivo a loro favore, la liberazione e il ritorno nella loro terra.
L’esigenza di cercare Dio comporta quindi un impegno preciso: «L’empio abbandoni la sua via e l’uomo iniquo i suoi pensieri; ritorni al Signore che avrà misericordia di lui e al nostro Dio che largamente perdona» (v. 7). Il termine «empio» (rasha‘), in parallelismo con «uomo iniquo» (îsh awen) indica colui che non si preoccupa di compiere il volere di Dio nella sua vita quotidiana. In questo contesto indica quei giudei che si erano stabiliti nella terra d’esilio integrandosi nella società in cui si trovavano senza più pensare alla possibilità di un ritorno nella loro terra. L’empio e l’iniquo sono invitati ad abbandonare rispettivamente la loro via e i loro pensieri. Per la legge del parallelismo i due termini sono equivalenti; ma le «vie» sono piuttosto i comportamenti pratici, mentre «pensieri» indicano più direttamente i propositi e i progetti che ne sono la causa. Secondo la mentalità biblica pensieri e azione sono intimamente collegati: per trasformare la prassi è indispensabile mutare la mentalità, il cuore delle persone. Positivamente l’empio è invitato a «ritornare» (shûb) a Dio. Questo verbo indica la «conversione», che consiste in un cambiamento di rotta per ritornare sul proprio cammino e incontrare nuovamente JHWH. Per colui che è andato fuori strada non è facile convertirsi, soprattutto se sussiste l’immagine di un Dio vendicativo e crudele. Perciò il profeta sottolinea che JHWH è un Dio misericordioso e disponibile al perdono. Per colui che si è allontanato un gesto radicale di cambiamento è possibile solo se è sicuro di ottenere il perdono.
Per cogliere fino in fondo la misericordia infinita di Dio bisogna superare la tendenza spontanea a immaginare Dio con categorie umane. È questo il problema di ogni pratica religiosa. Il profeta lo affronta in questi termini: «Perché i miei pensieri non sono i vostri pensieri, le vostre vie non sono le mie vie – oracolo del Signore. Quanto il cielo sovrasta la terra, tanto le mie vie sovrastano le vostre vie, i miei pensieri sovrastano i vostri pensieri» (vv. 8-9). Anche Dio ha i suoi pensieri e le sue vie, ma sia gli uni che le altre sono totalmente diversi da quelli dell’uomo. I pensieri di Dio sono i suoi progetti in favore del cosmo e dell’uomo. Le sue vie sono i suoi interventi nella storia. Ciò che Dio pensa e per cui agisce è solo la salvezza del suo popolo e in prospettiva di tutta l’umanità. I pensieri e le vie di Dio non solo sono diversi, ma «sovrastano» quelli dell’uomo, sono più alti di essi come è più alto il cielo rispetto alla terra. I piani di Dio sono quindi sconosciuti all’uomo, e questo non solo perché Dio è un Dio misterioso (cfr Is 45,15), ma anche e soprattutto perché l’uomo è rivolto alle cose che gli interessano, mentre Dio cerca il vero bene di tutti. Dio progetta e dirige la storia in un modo superiore e sovrano. L’esilio e il ritorno lo rivelano a quelli che sanno comprendere.
Infine il profeta mette in luce l’efficacia della parola di Dio, cioè del suo operare nella storia. Il testo consiste in un’unica frase che contiene un paragone tra ciò che avviene nella natura e l’attuazione della parola divina. Il primo termine del confronto viene così formulato: «Come infatti la pioggia e la neve scendono dal cielo e non vi ritornano senza avere irrigato la terra, senza averla fecondata e fatta germogliare, perché dia il seme al seminatore e pane da mangiare…» (v. 10). In questa descrizione, ricavata dall’esperienza agricola, quello su cui si fa leva è l’efficacia dell’acqua che, sotto forma di pioggia o di neve, non scende mai sulla terra senza fecondarla, facendole produrre il frumento che l’agricoltore utilizzerà sia come seme sia per la semina dell’anno successivo, sia per fare il pane che serve al nutrimento della sua famiglia.
Il secondo termine di paragone è così delineato «…così sarà della parola uscita dalla mia bocca: non ritornerà a me senza effetto, senza aver operato ciò che desidero e senza aver compiuto ciò per cui l’ho mandata» (v. 11). La parola divina avrà dunque la stessa efficacia dell’acqua che scende sui campi: una volta che è pronunziata essa non può rimanere senza effetto, cioè senza attuare la volontà divina in essa formulata. Il contenuto di questa parola consiste negli oracoli raccolti nel libro, e cioè fondamentalmente il ritorno del popolo dall’esilio e la sua restaurazione. Questo grande evento viene dunque presentato ancora una volta come il risultato non di sforzi umani, ma di un intervento divino con il quale si attua un progetto elaborato fin dall’eternità.
In questo testo la parola di Dio è personificata come la Sapienza (cfr. Pr 8,22), la quale, come la parola, esce anch’essa dalla bocca di Dio (cfr. Sir 24,3), e lo Spirito (cfr. Sap 1,5-7). Essa è presentata come un messaggero o un agente divino che non solo annuncia il futuro realizzarsi di eventi straordinari, ma che li attua essa stessa efficacemente (cfr. Sap 18,14-15). Tra il Dio lontano, avvolto nel suo mistero eterno, e il Dio vicino, che opera nella storia del mondo, si situa la Parola che scende dal cielo per realizzare la salvezza. Il Deuteroisaia spiega dunque la storia del mondo, in modo particolare la storia sacra d’Israele, per mezzo della presenza profonda ed onnipotente della Parola.

Linee interpretative
Il Deuterosisaia presenta Dio da una parte come Colui che è immensamente superiore all’uomo, che ha pensieri e comportamenti diametralmente opposti ai suoi. D’altra parte però lo presenta anche come Colui che è vicino e si lascia trovare dall’uomo. In forza della sua trascendenza, Dio non può essere definito, perché inevitabilmente sarebbe ridotto a categorie umane. Di lui si può dire con più sicurezza quello che non è che non quello che è. Tutto quanto si dice di Lui non può essere che una metafora, un’analogia totalmente inadeguata al suo vero essere. Tuttavia questo Dio inaccessibile si fa vicino all’uomo e gli parla attraverso gli eventi della storia, interpretati dai suoi profeti. Costoro sono persone che hanno una percezione più diretta e immediata del divino così come si manifesta nel mondo e nella storia. Essi sanno leggere i segni dei tempi e indicare la strada da percorrere. La loro parola è luce e guida per tutto il popolo, specialmente nei momenti più cruciali, come è quello del ritorno dall’esilio. Coloro a cui si rivolgono devono ascoltarli: ciò non li esime però da una ricerca personale, senza della quale non potranno discernere i veri dai falsi profeti.
Il profeta aveva concentrato nel momento del ritorno dall’esilio la realizzazione delle speranze di Israele. Perciò nella conclusione dei suoi oracoli presenta ancora una volta questo evento straordinario come il pieno compimento delle promesse fatte da Dio al suo popolo. In esso si realizzano i grandi simboli della salvezza, che ruotano intorno al tema dell’alleanza. Gli eventi del Sinai appaiono ormai come realtà passate, semplici prefigurazioni dell’alleanza escatologica la cui caratteristica è quella di essere eterna. Dio si impegna ormai in modo pieno e definitivo per il suo popolo, basando la sua azione salvifica soltanto sulla sua volontà e potenza. Il contributo del popolo sarà pur sempre necessario, ma esso si attuerà ormai spontaneamente, in forza dell’azione potente e gratuita di Dio, che si identifica con l’opera dello Spirito preannunziato da Ezechiele. Solo perché si fonda esclusivamente sulla potenza di Dio, l’alleanza escatologica sarà piena e definitiva.
Nel contesto di questa alleanza, il Deuteroisaia intravede anche il compimento delle promesse fatte a Davide. Si concretizza così l’attesa messianica che si era sviluppata alla vigilia dell’esilio, nella prospettiva ormai imminente della caduta della dinastia davidica sotto i colpi dei babilonesi. Le promesse davidiche non sono però un tema prioritario per questo profeta, il quale ne parla, con qualche reticenza, solo in questo testo. L’accento non è posto sulla figura del futuro re discendente di Davide, ma su tutto il popolo dei rimpatriati, che saranno i destinatari delle promesse fatte al lontano progenitore della dinastia regnante. È difficile scoprire il motivo di questa reinterpretazione, dovuta forse al fatto che dopo l’esilio la dinastia davidica non ha più ripreso vigore. Ciò che interessa il lettore moderno è la concentrazione dell’interesse sulla comunità del popolo di Dio, che non ha più bisogno di essere rappresentata da un sovrano potente, ma va essa stessa incontro al suo Dio.

 

IL MISTERO AVVOLTO NEL SILENZIO (cfr. Rm 16,25-27).

http://www.padresalvatore.altervista.org/avvolto.html

IL MISTERO AVVOLTO NEL SILENZIO

Nella Messa della quarta domenica d’Avvento dell’anno B, come seconda lettura, sono stati proclamati questi versetti con i quali san Paolo conclude la lettera ai Romani: «A colui che ha il potere di confermarvi nel mio Vangelo, che annuncia Gesù Cristo, secondo la rivelazione del mistero, avvolto nel silenzio per secoli eterni, ma ora manifestato mediante le scritture dei Profeti, per ordine dell’eterno Dio, annunciato a tutte le genti perché giungano all’obbedienza della fede, a Dio, che solo è sapiente, per mezzo di Gesù Cristo, la gloria nei secoli. Amen» (Rm 16,25-27).

È significativo che in questa dossologia l’Apostolo riprenda l’espressione «obbedienza della fede» con cui ha aperto la lettera (1,5), facendo con essa una vera “inclusione”. In definitiva, san Paolo vuol dirci che tutto il suo ministero apostolico – che egli chiama «il mio Vangelo» (25b) – ha lo scopo di suscitare una risposta di fede anche nei pagani ai quali egli è stato inviato in modo specifico (cfr. Gal 2,7-8).
Se “obbedire” vuol dire mettere in pratica la parola di Dio che si è udita, l’obbedienza della fede di cui parla l’Apostolo trova la sua massima attuazione e il suo modello perfetto nella Vergine Maria, che al lieto annuncio (= vangelo) dell’Angelo rispose: «Ecco la serva del Signore: avvenga per me secondo la tua parola» (Lc 1,38).
Oggetto della fede è «la rivelazione del mistero» (25c), che la nuova versione dice «avvolto nel silenzio» (25d), mentre tutte le precedenti lo descrivevano “nascosto”, come d’altronde è scritto in Ef 3,8-9. Le vecchie e la nuova versione, però, non si escludono a vicenda, anzi ci rimandano all’oracolo di Isaia 45,15 tradotto sia con: «Veramente tu sei un Dio nascosto», oppure: “un Dio misterioso”, o anche “un Dio che ti nascondi!”. Il Signore, infatti “si nasconde” di proposito, perché ha pietà della sua creatura: «Nessun uomo può vedere Dio e restare vivo» (Es 33,20). Al più a qualcuno è concesso, come a Mosè, di «vederlo di spalle, mentre egli passa» (33,23), cioè nelle opere che egli compie per noi, (come i prodigi dell’Esodo, o “le opere” di cui parla Gesù in Gv 5,36).
Il silenzio di cui si avvolge Dio è dunque il luogo teologico nel quale possiamo incontrarci con Lui. Di esso abbiamo un’immagine nella nube che avvolgeva la sommità del Sinai (Es 19,9); e nella nube che avvolse coloro che sul Tabor vivevano l’evento della Trasfigurazione (Lc 9,34). [Confronta a tal proposito il trattato La nube della non conoscenza, di un mistico inglese del XIV secolo, e la Salita al Monte Carmelo di san Giovanni della Croce].
Rimanendo nella Bibbia, dobbiamo ricordare due grandi personaggi: Elia e Giobbe, i quali per incontrare Dio dovettero passare attraverso la prova, per percepirlo, poi, solo “nel silenzio”. Di Elia è noto ciò che narra il primo libro dei Re al capitolo 19°: «Elia (giunto sull’Oreb) entrò in una caverna per passarvi la notte, quand’ecco il Signore gli disse: “Esci e fermati sul monte alla presenza del Signore”. Ed ecco il Signore stava passando. Davanti a lui un vento fortissimo spaccava le montagne e fracassava le rocce, ma il Signore non era nel vento. Dopo il vento venne il terremoto, ma il Signore non era nel terremoto. Dopo il terremoto venne il fuoco, ma il Signore non era neppure nel fuoco. Dopo il fuoco, Elia udì il sussurro di una brezza leggera, (il fruscio di un silenzio leggero). Si coprì la faccia col mantello» (1Re 19,9-13) per adorare la presenza di un Dio “diverso” da quello “sperimentato” sul Carmelo.
Anche Giobbe, che per interi capitoli grida a Dio la ribellione di chi si sente ingiustamente colpito con prove d’ogni sorta, alla fine riconosce «d’essere stato ben meschino» e conclude: «Che ti posso rispondere? Mi metto la mano sulla bocca. Ho parlato una volta, ma non replicherò, ho parlato due volte, ma non continuerò» (Gb 40,4-5). E solo dopo aver accettato di stare in silenzio davanti a Dio, Giobbe intuisce la provvidenzialità delle prove cui è stato sottoposto, e arriva a confessare: «Io ti conoscevo solo per sentito dire, ma ora i miei occhi ti hanno veduto» (42,5).
Sempre da san Paolo sappiamo che «il mistero di Dio è Cristo» stesso (Col 2,2). E lui, Verbo eterno, s’incarna nascendo nel silenzio (l’infanzia è l’età senza parole), e termina la sua esistenza terrena accettando il silenzio della morte. Il silenzio è dunque “l’inclusione” dell’evento Cristo. Gesù è il «mistero, avvolto nel silenzio», rivelatosi a noi “nella pienezza del tempo” (Gal 4,4). Mistero non nel senso delle religioni esoteriche che identificavano i misteri con verità nascoste, rivelate solo agli iniziati, ma nel senso paolino di evento salvifico che attua nell’oggi il progetto di Dio. Non a caso la liturgia del periodo natalizio applica al Natale di Cristo ciò che il libro della Sapienza dice dell’Angelo sterminatore che uccise i primogeniti degli Egiziani: «Mentre un profondo silenzio avvolgeva tutte le cose, e la notte era a metà del suo rapido corso, la tua parola onnipotente dal cielo, dal tuo trono regale, [guerriero implacabile,] si lanciò in mezzo a quella terra [di sterminio]» (Sap 18,14-15).
Dunque, il silenzio nel quale dobbiamo addentrarci per gustare l’evento del Natale è molto di più di quell’esercizio ed atteggiamento ascetico che san Benedetto propone ai suoi monaci nel capitolo 6° della Regola «per evitare il peccato», esso è, piuttosto, l’unico luogo che il nostro cuore può offrire all’incarnarsi della Parola di Dio.

p. Salvatore Piga

COMMENTI DI MARIA NOELLE THABUT 14 DICEMBRE : 1 TESSALONICESI 5: 16-24

http://www.eglise.catholique.fr/approfondir-sa-foi/la-celebration-de-la-foi/le-dimanche-jour-du-seigneur/commentaires-de-marie-noelle-thabut/

COMMENTI DI MARIA NOELLE THABUT 14 DICEMBRE

SECONDA LETTURA – 1 TESSALONICESI 5: 16-24

OCCHIO FISSI SULL’ORIZZONTE

Faccio un paragone, quando viaggiamo, è l’obiettivo (la destinazione finale) del viaggio che determina il percorso da intraprendere; Paolo, la meta del cammino cristiano è la costituzione del Regno di Dio alla fine dei tempi. E in tutte le sue lettere, si scopre come il ritorno di Cristo è l’orizzonte di tutti i suoi pensieri.
Questo è ciò che giustifica tutte le raccomandazioni qui indicate ai Tessalonicesi. Vivere gli occhi fissi sull’orizzonte (vale a dire, l’istituzione del Regno di Dio) è pregare è agire e tutta questa gioia.
Non c’è alcuna gioia, naturalmente: non è un cieco ottimismo, e poi, se San Paolo deve specificare « sempre rallegrarsi, » è che Tessalonicesi a volte faticano a rimanere gioiosi; quello che si capisce perché sappiamo che già conoscevano la persecuzione; e Paolo ha dovuto lasciare in fretta Salonicco, dopo solo poche settimane di presenza e di predicazione, perché l’insediamento ebraico ha denunciato il potere romano come un piantagrane.
Ancora oggi, a volte è difficile gioire quando pensiamo tutte le guerre assassine che hanno funestato troppi paesi ogni giorno, il terrorismo e la persecuzione religiosa che i fiori qua e là, o problemi economici e vita miserabile di tanti uomini e donne del pianeta.
Ma agli occhi di Paolo, la gioia è possibile e anche consigliata: è la profonda gioia di incontrare credere; gioia di accogliere la Buona Novella della Parola di Dio; gioia della lettura nella nostra vita i segni dello Spirito; gioia della vita fraterna …

E ‘FEDELE, IL DIO CHE TI CHIAMA
Gioia di vedere nascere, forse lentamente, ma sicuramente il regno di Dio. Gioia per non fare affidamento sulle nostre forze, ma sulla roccia della fedeltà di Dio. Avete notato nel nostro testo le ultime parole di Paolo: « Egli è Dio fedele che vi chiama: tutto ciò che ha compiuto »; in questa frase, ho letto almeno tre cose:
In primo luogo, ha compiuto; vale a dire, l’architetto capo del Regno di Dio è Dio stesso.
In secondo luogo, Egli è fedele a interlocutori ebrei, era la loro fede, la loro certezza in un lungo periodo di tempo; perché la loro storia era solo pieno di esperienza questa fedeltà di Dio, qualunque siano le infedeltà del suo popolo; ma per controparti non-ebrei, era un altro straordinario scoprire che tutta la storia dell’umanità è accompagnata dalla fedeltà di Dio; di un Dio che non ha altro scopo che la felicità di tutta l’umanità. Ricordate ciò che Paolo scrive nella lettera a Timoteo: « Raccomando soprattutto che noi facciamo richieste, preghiere, suppliche, azioni Grazia, per tutti gli uomini … Questo è ciò che è bello e piacevole da davanti a Dio, nostro Salvatore, il quale vuole che tutti gli uomini siano salvati e arrivino alla conoscenza della verità. « (1 Tim 2: 1-4).
Se solo tutti i nostri contemporanei erano consapevoli del fatto che Dio non ha altro scopo che la salvezza e la felicità di tutti gli uomini … Penso che il mondo intero sarebbe cambiato!
In terzo luogo, Dio vi chiama: questa espressione controbilancia quello che ho detto sopra; Da un lato, è vero che Dio è il primo architetto della venuta del Regno … Ma egli ci chiama a contribuire.
Attraverso la preghiera, prima: avete sentito nella lettera a Timoteo, ma all’inizio del testo di oggi: « Pregate continuamente, rendere grazie in ogni circostanza, ma è ciò che Dio vuole te. « Per tutto il nostro lavoro, quindi … perché pregate, non sbarazzarsi di Dio di compiti impegnati a noi, si sta attingendo alle risorse del suo Spirito, forza e fantasia per realizzare che la partecipazione si aspetta da noi.

SPEGNERE LO SPIRITO
Ed è per questo che Paolo dice: « Non spegnete lo Spirito », come diremmo noi non spegnere un incendio, una fiamma che illumina la notte; il che significa che lo Spirito è una fiamma che arde dentro di noi e già il mondo. Ricordate questa bella frase del quarto preghiera eucaristica: « Lo Spirito continua il suo lavoro nel mondo e completa tutta la santificazione. »
Paul ha fatto due raccomandazioni: « Non disprezzate le profezie; esaminate ogni cosa »; quando sappiamo come i Greci erano appassionati di manifestazioni carismatiche (dono delle lingue, della profezia …) possiamo capire questa doppia: da un lato, rispettare i doni che si manifestano fra voi: se qualcuno profetizza c ‘vale a dire, è la voce di Dio, accetta di lasciare che si sfida: non correre il rischio di rifiutare di ascoltare Dio stesso; ma sa discernere; non seguire nessuno ciecamente.
Come riconoscere ciò che viene dallo Spirito Santo? E ‘semplice: come ha detto più tardi, nella lettera ai Corinzi, che proviene dallo Spirito Santo è quella che edifica la comunità.
Mi sembra che qui il test diamo Paolo è « scegliere ciò che guida il Regno ».
Nelle parole di mons Coffy « Reintrodurre nei nostri pensieri, i nostri giudizi, il nostro comportamento un riferimento al Regno di Dio che viene oggi è un compito fondamentale della Chiesa, non perché la cultura si concentra sul futuro – ragione significativa – ma perché la fedeltà alla Rivelazione richiede « . (« Chiesa, la salvezza segno tra gli uomini », la Conferenza episcopale a Lourdes, 1971).
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complemento
Tradizionalmente, questa Domenica di Domenica chiesto « Gaudete », che significa in latino « rallegrati » e ornamenti erano rosa. La parola «gaudete » è il primo di questa seconda lettura, tratta dalla Prima Lettera di San Paolo ai Tessalonicesi

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