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BRANO BIBLICO: 1TM 6,11-16 – XXVI DOMENICA DEL TEMPO ORDINARIO

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Monastero Domenicano Matris Domini 

XXVI Domenica del Tempo Ordinario (Anno C) (29/09/2013)

BRANO BIBLICO: 1TM 6,11-16

Collocazione del brano Con questo brano terminiamo la prima lettera a Timoteo. Paolo, ha fatto diverse raccomandazioni riguardanti la vita della comunità e sulle diverse categorie che la compongono (vedove, presbiteri, schiavi…). E’ arrivato infine alle caratteristiche del falso dottore, che si serve della religione come fonte di guadagno. Questo argomento dell’arricchimento attraverso la religione serva a Paolo come raccordo per giungere alle raccomandazioni finali riguardanti Timoteo. Egli deve evitare queste cose e dedicarsi invece alle virtù cristiane. La testimonianza della fede che egli ha fatto davanti a tante persone e il mandato che ha ricevuto richiedono da lui che si comporti in tutto come Cristo stesso si è comportato. Lectio 11 Ma tu, uomo di Dio, evita queste cose; tendi invece alla giustizia, alla pietà, alla fede, alla carità, alla pazienza, alla mitezza. Timoteo è un « uomo di Dio », a Lui appartiene e di Lui è rappresentante e quindi deve evitare i guadagni illeciti con il pretesto della religione. Lo schema è abbastanza classico: è segnato dalla contrapposizione evita/cerca. Timoteo deve coltivare tutte quelle virtù che fanno il vero cristiano. Questa lista di virtù si contrappone alla lista dei vizi che contraddistinguono il falso dottore, di cui Paolo ha parlato qualche versetto prima (orgoglio, questioni oziose, discussioni inutili, invidie, litigi…). Aprono la lista le virtù giustizia-pietà che indicano il rapporto che l’uomo deve avere nei confronti degli altri uomini e nei confronti di Dio (pietas, intesa come il dare a Dio ciò che gli spetta, cioè il culto, l’adorazione e il rispetto dei Suoi precetti). Segue il trio delle virtù cristiane « fede carità pazienza ». Quest’ultima si riferisce alla perseveranza del cristiano davanti alle persecuzioni e alle prove della vita. 12 Combatti la buona battaglia della fede, cerca di raggiungere la vita eterna alla quale sei stato chiamato e per la quale hai fatto la tua bella professione di fede davanti a molti testimoni. Troviamo un analogia cara a Paolo, quella della guerra o meglio della competizione sportiva: combatti la buona battaglia della fede. L’uomo di Dio è come un guerriero ben preparato o un campione sportivo che è chiamato a raggiungere il premio che è la vita eterna. A questo si è impegnato con un giuramento solenne, la sua professione di fede, davanti a molti testimoni. In antichità era molto importante l’aver prestato giuramento pubblicamente e il mantenere fede alle promesse fatte. 13 Davanti a Dio, che dà vita a tutte le cose, e a Gesù Cristo, che ha dato la sua bella testimonianza davanti a Ponzio Pilato, Ma la professione di Timoteo non avrebbe alcun valore se non fosse stata preceduta da quella di Gesù. Anch’egli ha fatto la stessa bella professione di fede, davanti a Pilato. Sembra strano il riferimento a questo personaggio. L’affermazione è forse tratta da un credo della prima comunità. Qui non si tratterebbe quindi della professione di fede, delle promesse battesimali, in senso stretto, ma la testimonianza della missione che Gesù ha portato a compimento proprio con la morte in croce, di cui Pilato fu uno dei responsabili. Il parallelismo è chiaro. La professione di fede del cristiano è modellata su quella di Cristo, per cui il discepolo deve essere pronto a seguire il suo maestro fino alla morte. Questa affermazione è poi riportata all’interno di un’esortazione solenne: ti scongiuro davanti a Dio che ha creato il mondo e a Gesù. Sono riportati qui i due elementi fondamentali della nostra fede: la creazione di Dio e la redenzione avvenuta tramite la morte e risurrezione di Cristo. 14 ti ordino di conservare senza macchia e in modo irreprensibile il comandamento, fino alla manifestazione del Signore nostro Gesù Cristo, In nome degli elementi principali della fede cristiana, dunque Paolo chiede in modo solenne a Timoteo di conservare senza macchia e in modo irreprensibile il comandamento. Questo può essere inteso come il comandamento dell’amore, quello che Cristo ha testimoniato per primo. In altri passi si parla del deposito della fede, cioè il contenuto della predicazione che il pastore di una chiesa doveva conservare, annunciare e spiegare. Tale tesoro va osservato/conservato fino alla manifestazione di Gesù Cristo. C’è un tempo in cui siamo chiamati a vivere e testimoniare il Vangelo, il messaggio di Gesù, e cioè fino al suo ritorno. E’ questo il tempo storico che ci viene concesso e questo impegno va mantenuto in modo serio. 15 che al tempo stabilito sarà a noi mostrata da Dio, il beato e unico Sovrano, il Re dei re e Signore dei signori, 16il solo che possiede l’immortalità e abita una luce inaccessibile: nessuno fra gli uomini lo ha mai visto né può vederlo. A lui onore e potenza per sempre. Amen Questa manifestazione avverrà solo al tempo stabilito da Dio. Questa affermazione introduce una dossologia che forse faceva parte della liturgia delle prime comunità cristiane. Dio è chiamato unico Sovrano, Re dei re, Signore dei signori. Sono tutti dei superlativi per ricordare la grandezza del Padre. Egli solo è immortale e nessuno lo può conoscere. Lo si è conosciuto solo perché ha voluto farsi rivelare per mezzo dell’incarnazione del Verbo. La dossologia ha termine con l’attribuzione dell’onore e della potenza e con l’amen, come una vera e propria preghiera liturgica. Si concludono così in modo solenne le esortazioni che Paolo dona a Timoteo, vero uomo di Dio e pastore di una comunità cristiana. Meditiamo – Mi sento un vero uomo/vera donna di Dio, chiamata a testimoniare la sua Parola? – Quali sono gli atteggiamenti che devo evitare? – Cosa significa per me « la buona battaglia della fede »? – Rendo gloria a Dio con il mio modo di parlare e di vivere?

GALATI 1,11-19 -COMMENTO BIBLICO

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GALATI 1,11-19  -COMMENTO BIBLICO

Vi dichiaro, fratelli, che il Vangelo da me annunciato non segue un modello umano; infatti io non l’ho ricevuto né l’ho imparato da uomini, ma per rivelazione di Gesù Cristo.  Voi avete certamente sentito parlare della mia condotta di un tempo nel giudaismo: perseguitavo ferocemente la Chiesa di Dio e la devastavo, superando nel giudaismo la maggior parte dei miei coetanei e connazionali, accanito com’ero nel sostenere le tradizioni dei padri.  Ma quando Dio, che mi scelse fin dal seno di mia madre e mi chiamò con la sua grazia, si compiacque di rivelare in me il Figlio suo perché lo annunciassi in mezzo alle genti, subito, senza chiedere consiglio a nessuno, senza andare a Gerusalemme da coloro che erano apostoli prima di me, mi recai in Arabia e poi ritornai a Damasco. In seguito, tre anni dopo, salii a Gerusalemme per andare a conoscere Cefa e rimasi presso di lui quindici giorni; degli apostoli non vidi nessun altro, se non Giacomo, il fratello del Signore.  

COMMENTO Galati 1,11-19 La vocazione di Paolo La lettera ai Galati inizia con un lungo prescritto (1,1-5) a cui fa seguito una severa ammonizione (1,6-10), da cui appare come siano giunti nella comunità dei nuovi predicatori che mettono in discussione l’autenticità del «vangelo» predicato da Paolo. Egli si sente perciò costretto a difendere anzitutto il suo ruolo di apostolo. Egli lo fa nella prima parte della lettera (1,11-2,21) in chiave autobiografica, raccontando gli inizi della sua attività apostolica, i suoi contatti con la chiesa di Gerusalemme e lo scontro avuto con Pietro ad Antiochia. Di questa sezione, nel testo liturgico viene ripresa la parte che riguarda la vocazione di Paolo. I fatti a cui allude sono narrati negli Atti degli apostoli (cfr. At 9,1-30; 22,5-16; 26,9-18), dove però la storia è riletta in base ai presupposti teologici di Luca. Paolo stesso ne parla anche in altri contesti (cfr. 1Cor 9,1; 15,8; 2Cor 12,1-6; Fil 3,4-7). Anche lui però non è un narratore neutrale, in quanto ricorda solo ciò che è utile alla sua tesi, sorvolando sugli aspetti che potrebbero disturbare la sua linea difensiva. Nel testo liturgico egli indica anzitutto l’origine del suo vangelo (vv. 11-12), poi ricorda ciò che egli era stato «prima» (vv. 13-14) e quello che è diventato «dopo» l’incontro con Cristo (vv. 15-17); infine descrive la sua prima visita a Gerusalemme (vv. 18-19).

Il vangelo di Paolo (vv. 11-12) Paolo inizia la sua difesa mettendo in luce l’origine divina del vangelo da lui predicato. Egli si era presentato all’inizio della lettera come «apostolo non da parte di uomini, né per mezzo di uomo, ma per mezzo di Gesù Cristo e di Dio Padre» (cfr. v. 1). Ora riprende questo argomento affermando che il suo vangelo non è «modellato sull’uomo», cioè non è formulato in modo tale da piacere agli uomini (cfr. v. 10). Egli infatti non l’ha ricevuto né imparato «da uomini» (v. 11). Da queste parole si arguisce facilmente che, per controbattere le sue tesi, i suoi avversari lo presentavano come un semplice ripetitore di cose udite, che adattava a piacimento per far venire incontro alle attese dei suoi ascoltatori: in ogni caso egli sarebbe un predicatore qualsiasi, suscettibile di errori e di deviazioni. Per togliere ogni base a questa insinuazione, egli afferma di non aver ricevuto o imparato il suo vangelo da uomini, ma «per rivelazione di Gesù Cristo» (v. 12). Ciò non significa certo che egli abbia ricevuto per una rivelazione speciale tutti gli insegnamenti contenuti nel vangelo: in realtà egli stesso afferma più volte la sua stretta dipendenza dalla tradizione (cfr. 1Cor 15,1-11), ed è chiaro che moltissimo materiale contenuto nelle sue lettere riflette la primitiva predicazione apostolica. Ciò che Paolo vuole qui affermare è che egli ha ricevuto per rivelazione il nucleo centrale del suo vangelo, e cioè il fatto che a Cristo compete il ruolo di mediatore unico della salvezza, ad esclusione di qualsiasi altra mediazione, non ultima quella della legge mosaica.

Il Paolo precristiano (vv. 13-14) Egli presenta se stesso come uno che, prima dell’incontro con Cristo, perseguitava fieramente la chiesa di Dio, in quanto superava nel giudaismo la maggior parte dei suoi coetanei, essendo un accanito sostenitore (zêlôtês) delle tradizioni dei padri (vv. 13-14). Non senza una certa esagerazione, Luca lo descrive come un violento persecutore dei cristiani (At 8,3; 9,1-2). In realtà dalle parole di Paolo sembra piuttosto che egli portasse avanti un’accesa polemica nei loro confronti. Non è escluso che in casi particolari egli abbia fatto applicare ai cristiani le sanzioni previste dalla sinagoga nei confronti di coloro che trasgredivano la legge. Il motivo dello scontro è la «tradizione dei padri», di cui Paolo era un acerrimo sostenitore. Questa espressione  potrebbe riferirsi alla pratica della legge mosaica oppure, forse più probabilmente, il principio della sottomissione all’autorità romana, in vista di un evento escatologico che avrebbe introdotto il regno di Dio. Secondo questa interpretazione Paolo avrebbe voluto difendere Israele da derive messianiche che potevano provocarne la rovina. Circa la località in cui egli ha svolto la sua azione di persecutore, Paolo non dice nulla, ma non è sicuro che essa sia iniziata, come racconta Luca, a Gerusalemme: secondo lo stesso Luca infatti la comunità della città santa non aveva più subìto persecuzioni dopo l’allontanamento degli ellenisti (cfr. At 8,1). È possibile quindi che Paolo sia venuto a contatto con il cristianesimo proprio a Damasco, perché è lì che egli ritornerà dopo il periodo trascorso in Arabia (cfr. v. 17; 2Cor 11,32); con ogni probabilità in quella città si erano rifugiati alcuni di quei cristiani ellenisti che erano fuggiti da Gerusalemme in seguito all’uccisione di Stefano (cfr. At 8,1-4). In questo periodo Paolo, in quanto persecutore, non ha certo potuto ricevere il suo vangelo dagli apostoli o da qualcuno della loro cerchia: ma proprio allora, nel corso delle discussioni sostenute con i cristiani, egli ha certo avuto una prima conoscenza, anche se frammentaria e imperfetta, della vita e degli insegnamenti di Gesù.

La vocazione (vv. 15-17) Nella vita di Paolo è però accaduto un evento che ne ha mutato radicalmente il corso. Egli non si sofferma a descriverlo nei suoi dettagli, come fa Luca negli Atti degli apostoli (At 9,1-19), ma si limita ad alludervi in una frase subordinata, facendo ricorso al linguaggio tipico dell’AT. Fin dal seno materno egli era stato «scelto», come Geremia (cfr. Ger 1,5) e il Servo di JHWH (cfr. Is 49,1.5), ed era stato «chiamato» da Dio «con la sua grazia», cioè per una sua decisione libera e gratuita. A un certo punto Dio gli ha «rivelato» (apocalyptô) il suo Figlio perché lo «annunziasse» (euangelizô) in mezzo ai gentili (vv. 15-16a). Nel linguaggio biblico il verbo apocalyptô significa la manifestazione escatologica del piano salvifico di Dio, la cui conoscenza è per definizione irraggiungibile dalla mente umana: Paolo ha dunque ricevuto direttamente da Dio una illuminazione interiore, in forza della quale ha riconosciuto in modo certo il ruolo unico e definitivo di Cristo nel piano salvifico di Dio. Questa esperienza, che non consiste necessariamente in una visione esterna, ha avuto come effetto non solo la fede, ma anche l’invio ai gentili, per annunziare loro la salvezza operata da Cristo. Il modo in cui Paolo allude all’evento di Damasco mostra che egli lo ha vissuto non tanto come una «conversione», quanto piuttosto come una «vocazione» alla sequela e alla missione, analoga a quella dei profeti e dei primi discepoli di Gesù. È proprio in forza di questa illuminazione interiore che egli ha potuto interpretare correttamente ciò che già prima sapeva e quanto in seguito avrebbe più dettagliatamente conosciuto circa il «vangelo di Cristo». L’esperienza di Damasco spinge immediatamente Paolo, senza «consultare carne e sangue», cioè senza venire a contatto con nessuno dei primi discepoli e senza ricevere da nessuno un mandato, e in modo specifico senza recarsi a Gerusalemme dagli apostoli, a lasciare il luogo in cui si trovava e a recarsi in Arabia; da lì poi è ritornato a Damasco (v. 16b). Il termine «Arabia» designa la zona della Transgiordania allora abitata dai nabatei. Stando al contesto risulta che si è recato in questa regione per svolgervi un’attività di evangelizzazione. Non si sa quali siano stati i risultati di questa sua prima attività missionaria, della quale non è stata conservata memoria negli Atti degli apostoli: è probabile però che non abbia avuto molto successo, dal momento che in quella regione non esistono comunità che facciano risalire a lui la loro fondazione. Non si sa neppure quanto tempo egli si sia fermato in Arabia, ma si può supporre che le difficoltà incontrate lo abbiano consigliato a ritornare ben presto sui suoi passi. Di questa sua prima attività Paolo non dà nessuna notizia dettagliata perché ciò che gli preme soprattutto sottolineare è che egli ha cominciato ad essere apostolo prima che potesse incontrare gli apostoli di Gerusalemme e senza alcuna investitura da parte loro.

Il primo viaggio a Gerusalemme (vv. 18-19) Il primo incontro di Paolo con i capi gerosolimitani è avvenuto solo dopo tre anni: egli non specifica se questo lasso di tempo debba calcolarsi a partire dall’evento di Damasco o dal suo ritorno in quella città dopo la permanenza in Arabia. Da altri testi risulta che l’abbandono di Damasco ha avuto luogo in seguito alla persecuzione scatenata contro di lui dai giudei: in quella occasione egli, per sfuggire al governatore del re Areta, era stato fatto calare dalle mura della città in un cesto (cfr. 2Cor 11,32-33; At 9,22-25). Negli Atti Luca racconta che a Gerusalemme Paolo, dopo un momento di diffidenza da parte dei cristiani, è stato introdotto da Barnaba nella comunità, di cui è diventato membro a tutti gli effetti. Anche a Gerusalemme egli avrebbe iniziato un’intensa attività di evangelizzazione, interrotta solo dal profilarsi di una persecuzione nei suoi confronti (At 9,26-30). Paolo invece sottolinea che lo scopo della sua visita era semplicemente quello di «consultare» (historesai) Cefa (Pietro), il capo dei primi dodici discepoli di Gesù. Il significato esatto del verbo historesai è dibattuto: in questo contesto però è chiaro che esso indica non una semplice visita di cortesia e neppure una consultazione vera e propria circa il nucleo centrale del vangelo, che Paolo aveva ricevuto direttamente da Dio e tanto meno circa i dettagli della vita di Gesù o del suo insegnamento. Più che di una consultazione si è trattato di un confronto circa quello che per Paolo era un aspetto qualificante del vangelo, cioè la sua validità a prescindere dall’osservanza della legge mosaica. Diversamente da quanto racconta Luca, Paolo afferma che si è fermato a Gerusalemme per un periodo molto breve (quindici giorni) e che per di più non ha incontrato, al di fuori di Pietro, nessun altro apostolo, se non Giacomo, il fratello del Signore. Questa affermazione per lui è tanto importante che la convalida con un giuramento, cioè chiamando Dio come testimone. (v. 20). Giacomo non apparteneva al gruppo dei dodici, ma faceva parte di una cerchia più ampia di missionari a cui veniva allora esteso l’appellativo di apostoli (cfr. 1Cor 15,5.7). Paolo non dice qual è stato il risultato di questo incontro; nel complesso egli tende a diminuirne l’importanza affinché non appaia che egli sia andato da Pietro con l’intento di ottenere particolari riconoscimenti o investiture. Aggiunge invece che dopo la sua prima visita a Gerusalemme si è recato in Siria (Antiochia) e in Cilicia (Tarso) e sottolinea che personalmente continuava ad essere sconosciuto alle chiese della Giudea, le quali però erano a conoscenza del suo lavoro missionario e glorificavano Dio a causa sua (vv. 20-24; cfr. At 11,25-26).

Linee interpretative La svolta che si è verificata nella vita di Paolo è descritta dall’apostolo stesso in termini religiosi come conseguenza di una chiamata che gli è venuta direttamente da Dio. Egli si serve di questo schema interpretativo per indicare il carattere esperienziale della sua fede cristiana. Anche lui, come i primi discepoli, ha avuto il privilegio di venire direttamente a contatto con Gesù. Nulla gli manca di quanto essi hanno imparato nel periodo che hanno trascorso con il Signore. Ciò giustifica la sua sicurezza di possedere il messaggio autentico di Gesù e al tempo stesso la sua indipendenza nei confronti di quelli che l’avevano preceduto. A questa percezione profonda si deve il suo impegno come missionario e fondatore di comunità e il coraggio con cui ha affrontato tutte le difficoltà, non escluse quelle che gli venivano da predicatori cristiani che, proprio appellandosi ai primi discepoli, annunziavano il vangelo in un modo diverso dal suo. Implicitamente egli afferma che senza questa esperienza personale del Cristo nessuno potrà mai annunziare in modo efficace il suo vangelo. Tuttavia per Paolo autonomia non significa indipendenza. Egli è portatore di tradizioni che risalgono a Cristo, ma che egli ha ricevuto mediante i primi discepoli. Ma soprattutto si sente profondamente legato alla chiesa madre di Gerusalemme, e ai suoi leaders in quanto si rende conto che, senza una forte comunione con loro, rischia di lavorare invano. La comunione all’interno di una singola comunità infatti non è sufficiente per attuare la salvezza portata da Gesù. Egli sente fortemente il rischio di una rottura all’interno del movimento cristiano e cercherà in tutti i modi di scongiurarlo. L’unione tra le sue chiese e la comunità di Gerusalemme non è vista però in chiave istituzionale, ma come un’esigenza che deriva dal concetto stesso di «regno di Dio»: per le comunità cristiane sparse nel mondo la salvezza è veramente tale solo se rappresenta e porta in sé, almeno allo stato germinale, una vera riconciliazione tra nazioni e culture diverse.

OMELIA DEL SANTO PADRE BENEDETTO XVI (Vi do un comandamento nuovo)

https://w2.vatican.va/content/benedict-xvi/it/homilies/2010/documents/hf_ben-xvi_hom_20100502_torino.html

VISITA PASTORALE A TORINO

CONCELEBRAZIONE EUCARISTICA

OMELIA DEL SANTO PADRE BENEDETTO XVI (Vi do un comandamento nuovo)

Piazza San Carlo

Domenica, 2 maggio 2010

Cari fratelli e sorelle!

Sono lieto di trovarmi con voi in questo giorno di festa e di celebrare per voi questa solenne Eucaristia. Saluto ciascuno dei presenti, in particolare il Pastore della vostra Arcidiocesi, il Cardinale Severino Poletto, che ringrazio per le calorose espressioni rivoltemi a nome di tutti. Saluto anche gli Arcivescovi e i Vescovi presenti, i Sacerdoti, i Religiosi e le Religiose, i rappresentanti delle Associazioni e dei Movimenti ecclesiali. Rivolgo un deferente pensiero al Sindaco, Dottor Sergio Chiamparino, grato per il cortese indirizzo di saluto, al rappresentante del Governo ed alle Autorità civili e militari, con un particolare ringraziamento a quanti hanno generosamente offerto la loro collaborazione per la realizzazione di questa mia Visita pastorale. Estendo il mio pensiero a quanti non hanno potuto essere presenti, in modo speciale agli ammalati, alle persone sole e a quanti si trovano in difficoltà. Affido al Signore la città di Torino e tutti i suoi abitanti in questa celebrazione eucaristica, che, come ogni domenica, ci invita a partecipare in modo comunitario alla duplice mensa della Parola di verità e del Pane di vita eterna. Siamo nel tempo pasquale, che è il tempo della glorificazione di Gesù. Il Vangelo che abbiamo ascoltato poc’anzi ci ricorda che questa glorificazione si è realizzata mediante la passione. Nel mistero pasquale passione e glorificazione sono strettamente legate fra loro, formano un’unità inscindibile. Gesù afferma: «Ora il Figlio dell’uomo è stato glorificato, e Dio è stato glorificato in lui» (Gv 13,31) e lo fa quando Giuda esce dal Cenacolo per attuare il piano del suo tradimento, che condurrà alla morte del Maestro: proprio in quel momento inizia la glorificazione di Gesù. L’evangelista Giovanni lo fa comprendere chiaramente: non dice, infatti, che Gesù è stato glorificato solo dopo la sua passione, per mezzo della risurrezione, ma mostra che la sua glorificazione è iniziata proprio con la passione. In essa Gesù manifesta la sua gloria, che è gloria dell’amore, che dona tutto se stesso. Egli ha amato il Padre, compiendo la sua volontà fino in fondo, con una donazione perfetta; ha amato l’umanità dando la sua vita per noi. Così già nella sua passione viene glorificato, e Dio viene glorificato in lui. Ma la passione – come espressione realissima e profonda del suo amore – è soltanto un inizio. Per questo Gesù afferma che la sua glorificazione sarà anche futura (cfr v. 32). Poi il Signore, nel momento in cui annuncia la sua partenza da questo mondo (cfr v. 33), quasi come testamento ai suoi discepoli per continuare in modo nuovo la sua presenza in mezzo a loro, dà ad essi un comandamento: «Vi do un comandamento nuovo: che vi amiate gli uni gli altri. Come io ho amato voi, così amatevi gli uni gli altri» (v. 34). Se ci amiamo gli uni gli altri, Gesù continua ad essere presente in mezzo a noi, ad essere glorificato nel mondo. Gesù parla di un “comandamento nuovo”. Ma qual è la sua novità? Già nell’Antico Testamento Dio aveva dato il comando dell’amore; ora, però, questo comandamento è diventato nuovo in quanto Gesù vi apporta un’aggiunta molto importante: «Come io ho amato voi, così amatevi gli uni gli altri». Ciò che è nuovo è proprio questo “amare come Gesù ha amato”. Tutto il nostro amare è preceduto dal suo amore e si riferisce a questo amore, si inserisce in questo amore, si realizza proprio per questo amore. L’Antico Testamento non presentava alcun modello di amore, ma formulava soltanto il precetto di amare. Gesù invece ci ha dato se stesso come modello e come fonte di amore. Si tratta di un amore senza limiti, universale, in grado di trasformare anche tutte le circostanze negative e tutti gli ostacoli in occasioni per progredire nell’amore. E vediamo nei santi di questa Città la realizzazione di questo amore, sempre dalla fonte dell’amore di Gesù. Nei secoli passati la Chiesa che è in Torino ha conosciuto una ricca tradizione di santità e di generoso servizio ai fratelli – come hanno ricordato il Cardinale Arcivescovo e il Signor Sindaco – grazie all’opera di zelanti sacerdoti, religiosi e religiose di vita attiva e contemplativa e di fedeli laici. Le parole di Gesù acquistano, allora, una risonanza particolare per questa Chiesa di Torino, una Chiesa generosa e attiva, a cominciare dai suoi preti. Dandoci il comandamento nuovo, Gesù ci chiede di vivere il suo stesso amore, dal suo stesso amore, che è il segno davvero credibile, eloquente ed efficace per annunciare al mondo la venuta del Regno di Dio. Ovviamente con le nostre sole forze siamo deboli e limitati. C’è sempre in noi una resistenza all’amore e nella nostra esistenza ci sono tante difficoltà che provocano divisioni, risentimenti e rancori. Ma il Signore ci ha promesso di essere presente nella nostra vita, rendendoci capaci di questo amore generoso e totale, che sa vincere tutti gli ostacoli, anche quelli che sono nei nostri stessi cuori. Se siamo uniti a Cristo, possiamo amare veramente in questo modo. Amare gli altri come Gesù ci ha amati è possibile solo con quella forza che ci viene comunicata nel rapporto con Lui, specialmente nell’Eucaristia, in cui si rende presente in modo reale il suo Sacrificio di amore che genera amore: è la vera novità nel mondo e la forza di una permanente glorificazione di Dio, che si glorifica nella continuità dell’amore di Gesù nel nostro amore. Vorrei dire, allora, una parola d’incoraggiamento in particolare ai Sacerdoti e ai Diaconi di questa Chiesa, che si dedicano con generosità al lavoro pastorale, come pure ai Religiosi e alle Religiose. A volte, essere operai nella vigna del Signore può essere faticoso, gli impegni si moltiplicano, le richieste sono tante, i problemi non mancano: sappiate attingere quotidianamente dal rapporto di amore con Dio nella preghiera la forza per portare l’annuncio profetico di salvezza; ri-centrate la vostra esistenza sull’essenziale del Vangelo; coltivate una reale dimensione di comunione e di fraternità all’interno del presbiterio, delle vostre comunità, nei rapporti con il Popolo di Dio; testimoniate nel ministero la potenza dell’amore che viene dall’Alto, viene dal Signore presente in mezzo a noi. La prima lettura che abbiamo ascoltato, ci presenta proprio un modo particolare di glorificazione di Gesù: l’apostolato e i suoi frutti. Paolo e Barnaba, al termine del loro primo viaggio apostolico, ritornano nelle città già visitate e rianimano i discepoli, esortandoli a restare saldi nella fede, perché, come essi dicono, «dobbiamo entrare nel regno di Dio attraverso molte tribolazioni» (At 14,22). La vita cristiana, cari fratelli e sorelle, non è facile; so che anche a Torino non mancano difficoltà, problemi, preoccupazioni: penso, in particolare, a quanti vivono concretamente la loro esistenza in condizioni di precarietà, a causa della mancanza del lavoro, dell’incertezza per il futuro, della sofferenza fisica e morale; penso alle famiglie, ai giovani, alle persone anziane che spesso vivono in solitudine, agli emarginati, agli immigrati. Sì, la vita porta ad affrontare molte difficoltà, molti problemi, ma è proprio la certezza che ci viene dalla fede, la certezza che non siamo soli, che Dio ama ciascuno senza distinzione ed è vicino a ciascuno con il suo amore, che rende possibile affrontare, vivere e superare la fatica dei problemi quotidiani. E’ stato l’amore universale di Cristo risorto a spingere gli apostoli ad uscire da se stessi, a diffondere la parola di Dio, a spendersi senza riserve per gli altri, con coraggio, gioia e serenità. Il Risorto possiede una forza di amore che supera ogni limite, non si ferma davanti ad alcun ostacolo. E la Comunità cristiana, specialmente nelle realtà più impegnate pastoralmente, deve essere strumento concreto di questo amore di Dio. Esorto le famiglie a vivere la dimensione cristiana dell’amore nelle semplici azioni quotidiane, nei rapporti familiari superando divisioni e incomprensioni, nel coltivare la fede che rende ancora più salda la comunione. Anche nel ricco e variegato mondo dell’Università e della cultura non manchi la testimonianza dell’amore di cui ci parla il Vangelo odierno, nella capacità dell’ascolto attento e del dialogo umile nella ricerca della Verità, certi che è la stessa Verità che ci viene incontro e ci afferra. Desidero anche incoraggiare lo sforzo, spesso difficile, di chi è chiamato ad amministrare la cosa pubblica: la collaborazione per perseguire il bene comune e rendere la Città sempre più umana e vivibile è un segno che il pensiero cristiano sull’uomo non è mai contro la sua libertà, ma in favore di una maggiore pienezza che solo in una “civiltà dell’amore” trova la sua realizzazione. A tutti, in particolare ai giovani, voglio dire di non perdere mai la speranza, quella che viene dal Cristo Risorto, dalla vittoria di Dio sul peccato, sull’odio e sulla morte. La seconda lettura odierna ci mostra proprio l’esito finale della Risurrezione di Gesù: è la Gerusalemme nuova, la città santa, che scende dal cielo, da Dio, pronta come una sposa adorna per il suo sposo (cfr Ap 21,2). Colui che è stato crocifisso, che ha condiviso la nostra sofferenza, come ci ricorda anche, in maniera eloquente, la sacra Sindone, è colui che è risorto e ci vuole riunire tutti nel suo amore. Si tratta di una speranza stupenda, “forte”, solida, perché, come dice l’Apocalisse: «(Dio) asciugherà ogni lacrima dai loro occhi e non vi sarà più la morte né lutto né lamento né affanno, perché le cose di prima sono passate» (21,4). La sacra Sindone non comunica forse lo stesso messaggio? In essa vediamo, come specchiati, i nostri patimenti nelle sofferenze di Cristo: “Passio Christi. Passio hominis”. Proprio per questo essa è un segno di speranza: Cristo ha affrontato la croce per mettere un argine al male; per farci intravedere, nella sua Pasqua, l’anticipo di quel momento in cui anche per noi, ogni lacrima sarà asciugata e non ci sarà più morte, né lutto, né lamento, né affanno. Il brano dell’Apocalisse termina con l’affermazione: «Colui che sedeva sul trono disse: “Ecco, io faccio nuove tutte le cose”» (21,5). La prima cosa assolutamente nuova realizzata da Dio è stata la risurrezione di Gesù, la sua glorificazione celeste. Essa è l’inizio di tutta una serie di “cose nuove”, a cui partecipiamo anche noi. “Cose nuove” sono un mondo pieno di gioia, in cui non ci sono più sofferenze e sopraffazioni, non c’è più rancore e odio, ma soltanto l’amore che viene da Dio e che trasforma tutto. Cara Chiesa che è in Torino, sono venuto in mezzo a voi per confermarvi nella fede. Desidero esortarvi, con forza e con affetto, a restare saldi in quella fede che avete ricevuto, che dà senso alla vita, che dà forza di amare; a non perdere mai la luce della speranza nel Cristo Risorto, che è capace di trasformare la realtà e rendere nuove tutte le cose; a vivere in città, nei quartieri, nelle comunità, nelle famiglie, in modo semplice e concreto l’amore di Dio: “Come io ho amato voi, così amatevi gli uni gli altri”. Amen.    

NEI GIORNI DI PASQUA – DISCORSO DI S. AGOSTINO SUL VANGELO DI GIOVANNI, CAP. 21 DISCORSO 252/A

http://www.augustinus.it/italiano/discorsi/discorso_350_testo.htm

NEI GIORNI DI PASQUA – DISCORSO DI S. AGOSTINO SUL VANGELO DI GIOVANNI, CAP. 21 DISCORSO 252/A

1. Dall’evangelista Giovanni sono stati descritti molti particolari sulle apparizioni del Signore Gesù ai discepoli dopo la sua resurrezione. Una volta apparve loro mentre pescavano. Questa pesca durante la quale il Signore volle mostrarsi ai discepoli fu iniziata presso il mare di Tiberiade e contiene un grande sacramento, che, sebbene da voi conosciuto, noi dobbiamo quest’oggi brevemente ricordare.

Le pésche miracolose di cui nel Vangelo e relativo simbolismo. 2. Ripensate a quell’altra pesca in occasione della quale chiamò coloro che erano pescatori di pesci e li fece pescatori di uomini. Essa avvenne agli inizi della sua predicazione, molto tempo prima della sua passione. Quella volta, come dovreste ben ricordare, si avvicinò ai discepoli, non ancora discepoli, ed essi, abbandonate le reti, lo seguirono. S’accorse che durante l’intera notte non avevano preso niente e disse loro: Gettate in mare le vostre reti 1. Ve le gettarono e presero una quantità di pesci così grande da riempire due barche, appesantendole in maniera tale che stavano per affondare. La quantità di pesci fu tanta che le reti si rompevano. Fu allora che rivolse loro le parole: Venite dietro a me; io vi farò pescatori di uomini 2. E tali effettivamente li rese: gli Apostoli gettarono le reti della parola nel mare del mondo e presero molti pesci. Se volete farvi un’idea di questo numero di pesci, numero incalcolabile, guardate alla moltitudine dei cristiani. Sono infatti i cristiani quelli che furono presi da quelle sante reti, presi per conseguire la vita, non per finire nella morte. Tuttavia fra questa moltitudine di gente presa nelle reti son sorti anche numerosi scismi. Dice appunto che le reti si squarciarono. Anche le due barche, cioè le due imbarcazioni che furono riempite, hanno un significato: significano i cristiani provenienti dalla circoncisione e dall’incirconcisione, cioè la Chiesa raccolta dal mondo giudeo e da quello pagano. In relazione a ciò Cristo è detto pietra angolare: perché in quell’angolo si baciano, per così dire, le pareti che provengono da direzioni opposte. Orbene, quelle barche furono riempite, quasi sovraccaricate, al punto che stavano per affondare. Si allude ai cristiani che vivono male e con i loro cattivi costumi sono un peso per la Chiesa. Le barche peraltro non affondarono: la Chiesa sa reggere il peso di coloro che vivono male; può essere gravata, non sommersa. Adesso, cioè dopo la sua resurrezione, Cristo ci fornisce, l’immagine della Chiesa quale sarà dopo la nostra resurrezione. Allora, Chiesa felice, essa sarà formata da soli buoni e non avrà mescolato alcun cattivo.

Al presente le reti della Chiesa contengono pesci buoni e cattivi. 3. Cosa disse ai discepoli dopo la resurrezione? Gettate le reti dalla parte destra 3. Nella pesca precedente non aveva detto: Dalla parte destra, perché non fossero indicati soltanto i buoni; e nemmeno: Dalla parte sinistra, per non indicare soltanto i cattivi. In diverse direzioni furono gettate le reti, perché dovevano raccogliere e i buoni e i cattivi. In tal senso il Signore Gesù Cristo raccontò anche una parabola. Disse: Il regno dei cieli è simile a una rete gettata in mare, nella quale si raccoglie ogni sorta di pesci. Quando l’hanno tirata a riva, si seggono e scelgono i pesci buoni, che mettono nei loro recipienti, mentre buttano via i pesci cattivi. Così la formulò, ma poi ne diede la spiegazione. Disse: Così sarà alla fine del mondo. Verranno gli angeli e prenderanno i cattivi di fra mezzo ai giusti e li getteranno nella fornace col fuoco acceso, dove sarà pianto e stridore di denti 4. Lasciamo dunque nuotare per ora i pesci buoni insieme con i cattivi e i cattivi insieme con i buoni. Basta che nuotino dentro la rete e non la rompano! Coloro che rompono la rete sono cattivi; mentre coloro che restano dentro la rete possono essere e buoni e cattivi. Ma, questo solo per il tempo presente.

La separazione dei cattivi dai buoni. 4. Dopo la resurrezione in effetti cosa disse? Gettate la rete dalla parte destra 5. Che significa: Dalla parte destra? Gettandola dalla parte destra prenderete coloro che alla fine saranno alla destra. E a quelli che staranno alla destra dirà: Venite, benedetti del Padre mio, ricevete il regno 6. A questi si riferiva quando ordinava di gettare le reti dalla parte destra. Le reti furono calate e presero molti grandi pesci. Se ne precisa anche il numero. Nella pesca antecedente, che sta a indicare i buoni e i cattivi, non ci si dice il numero: c’erano infatti pesci in soprannumero. E chi sono questi pesci in sopra numero? Coloro che non rientrano nel numero dei santi. Tali coloro che strappano la rete creando scismi; tali coloro che rinunziano al mondo a parole ma non nei fatti, coloro che ricevono il sacramento dell’uomo nuovo ma continuano a vivere secondo l’uomo vecchio. Gente come questa sarebbe stata dentro quelle reti: perciò non si menziona la parte destra e si tace il numero. Tutti costoro sono in soprannumero, come dice il salmo: Ho annunziato e ho parlato; son diventati molti, oltrepassano il numero 7. C’era, allora, un numero di santi, ma ce n’erano molti fuori di quel numero; adesso al contrario non c’è nessuno che non rientri in quel numero.

Grande il numero degli eletti, uniti per sempre nella lode di Dio. 5. E quanti erano? Centocinquantatré 8. Questo è il numero globale di tutti i santi? Non permetta il Signore che ad un numero così esiguo si debbano ridurre nemmeno coloro ai quali stiamo parlando in questa chiesa. E allora? Chi fra noi non comprende la cosa deve cominciare a capirla; chi invece la comprende deve ricordarla. La prima cosa la si ottenga mediante il mio suggerimento, la seconda attraverso la riflessione, perché non sopravvenga la dimenticanza. Centocinquantatré, dice. E l’Evangelista si premura di aggiungere: Pur essendo così grandi, la rete non si squarciò 9. Sembra dirlo in riferimento a quella pesca antecedente in cui le reti si squarciarono. Adesso invece come andò? Pur essendo così grandi, la rete non si squarciò. Chi temerà che lassù ci siano scismi, dove non potrà rompersi il nodo dell’unità e il germoglio della madre Chiesa? Non ci sarà amico che sarà separato da lei né nemico che le si aggreghi. Quanti aderiranno a lei saranno santi e perfetti. Saranno migliaia e migliaia, anzi saranno più che miriadi, ma saranno tutti inclusi in quel numero.

Legge e grazia nell’opera della giustificazione e della salvezza eterna. 6. Questo numero scaturisce da diciassette. Chi vuol contare tutti i numeri da uno fino a diciassette e farne la somma troverà che è così. Si metta uno e vi si aggiunga due: si avrà tre. Si aggiunga ancora tre e si avrà sei; si aggiunga quattro e si avrà dieci. Procedendo in questa maniera fino a diciassette si avrà centocinquantatré. Non resta altro se non che mi si chieda quale significato abbiano il dieci e il sette. Se troviamo il significato di questo numero base, cioè diciassette, sarà chiaro anche il sacramento del numero più alto, cioè centocinquantatré. Nel diciassette c’è la radice, nell’altro numero l’albero. Che significa dunque il numero diciassette? Il dieci significa la legge. Sono infatti dieci i comandamenti della legge, scritti dal dito di Dio su due tavole di pietra, come dice la legge stessa, come attestano i Libri sacri. Nel numero dieci troviamo rappresentata la legge. Ma questa legge chi è in grado di osservarla senza aiuto? Nessuno assolutamente. Se infatti – dice l’Apostolo – fosse stata data una legge capace di dare la vita, certamente dalla legge sarebbe provenuta la giustizia. Ma la Scrittura racchiuse ogni cosa sotto il peccato, perché la promessa fosse data a coloro che credono, mediante la fede in Gesù Cristo 10. Fu dunque data la legge, la quale, per non dilungarmi, ha tra gli altri precetti quello di non desiderare la roba del tuo prossimo 11. Non devi desiderarla. Passando davanti alla bella casa di un altro, non devi sospirare perché è attraente. Non devi desiderare la roba del tuo prossimo. Del Signore è la terra e quanto contiene 12; e se tu possiedi Dio, che cosa non è in tuo dominio? Comunque, la roba del tuo prossimo tu non la devi desiderare. Questa legge gli uomini l’avevano ascoltata e, almeno certuni, si sforzavano di trattenersi dal compiere il male per paura del castigo; tuttavia non riuscivano a frenare il piacere cattivo. Donaci quindi, o Signore, il tuo aiuto! Difatti colui che ha dato la legge darà anche la benedizione 13. In questo testo si afferma che darà la benedizione colui che aveva dato la legge: darà cioè l’aiuto dello Spirito Santo perché si possa osservare la legge, come è detto della sapienza di Dio: Essa reca sulla lingua la legge e la misericordia 14. Se recasse con sé solo la legge, chi ne sorreggerebbe il peso? Si esigerebbero le opere conformi alla legge e tutti saremmo trovati colpevoli. Ma ecco sopraggiungere la misericordia. Con essa si ha l’aiuto per praticare la legge e il perdono quando non la si pratica. Questa misericordia è dono dello Spirito Santo, al quale nelle Scritture si fa riferimento ove si usa il numero sette. Ricordo un solo passo, quello dì Isaia, che dice: In lui dimorerà lo Spirito Santo; ed elenca: Spirito dì sapienza e d’intelletto, Spirito di consiglio e di fortezza, Spirito di scienza e di pietà, Spirito del timore dì Dio 15. Giunge questo Spirito e ottengono realizzazione e i sette e i dieci. Sì, quando i sette si aggiungono ai dieci, vengono fuori i santi, coloro cioè che non ripongono la propria fiducia nella legge ma confidano nell’aiuto di Dio. Rivolti al loro Signore così si esprimono: Sii tu il mio aiuto! Non abbandonarmi, non dimenticarmi, Dio, mia salvezza. Mio padre e mia madre mi hanno abbandonato, ma il Signore mi ha raccolto 16. Costoro hanno appreso a dire come voi: Padre nostro che sei nei cieli. La misericordia dunque si è aggiunta alla legge; perciò noi, che ci troviamo nel numero diciassette, non dobbiamo in alcun modo temere: se siamo nel diciassette giungeremo al centocinquantatrè, e se giungeremo al centocinquantatrè, saremo alla sua destra, e se saremo alla sua destra avremo in eredità il regno.

1 CORINZI 15,1-11 – COMMENTO BIBLICO

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1 CORINZI 15,1-11 – COMMENTO BIBLICO

1 Vi rendo noto, fratelli, il vangelo che vi ho annunziato e che voi avete ricevuto, nel quale restate saldi, 2 e dal quale anche ricevete la salvezza, se lo mantenete in quella forma in cui ve l’ho annunziato. Altrimenti, avreste creduto invano! 3 Vi ho trasmesso, anzitutto, quello che anch’io ho ricevuto: che cioè Cristo morì per i nostri peccati secondo le Scritture, 4 fu sepolto ed è risuscitato il terzo giorno secondo le Scritture, 5 e che apparve a Cefa e quindi ai Dodici. 6 In seguito apparve a più di cinquecento fratelli in una sola volta: la maggior parte di essi vive ancora, mentre alcuni sono morti. 7 Inoltre apparve a Giacomo, e quindi a tutti gli apostoli. 8 Ultimo fra tutti apparve anche a me come a un aborto. 9 Io infatti sono l’infimo degli apostoli, e non sono degno neppure di essere chiamato apostolo, perché ho perseguitato la Chiesa di Dio. 10 Per grazia di Dio però sono quello che sono, e la sua grazia in me non è stata vana; anzi ho faticato più di tutti loro, non io però, ma la grazia di Dio che è con me. 11 Pertanto, sia io che loro, così predichiamo e così avete creduto.

  COMMENTO 1 Corinzi 15,1-11 La risurrezione di Cristo Nell’ultimo capitolo della 1Corinzi Paolo affronta il problema del destino finale riservato a coloro che hanno abbracciato la fede in Cristo. Precedentemente egli aveva rivolto la sua attenzione a situazioni specifiche riguardanti la vita personale o comunitaria. Ora invece si pone al cuore stesso del «vangelo», mostrando come in esso sia contenuta una salvezza che va oltre i limiti della vita fisica dell’uomo. È difficile stabilire se l’apostolo risponde a una domanda precisa che gli è stata posta dalla comunità (manca all’inizio la formula «riguardo a…»), o se prende posizione nei confronti di una problematica di cui è venuto a conoscenza per altra via. La lunghezza della trattazione dimostra però che il tema era sentito come un punto nevralgico del cristianesimo nascente, intorno al quale erano emerse opinioni divergenti che rischiavano di oscurare il vero significato della fede. Il capitolo si divide in tre parti. In un primo momento Paolo espone il contenuto essenziale del suo vangelo, che consiste nella morte e nella risurrezione di Cristo (vv. 1-11). Alla luce di questo dato di fede egli affronta poi il tema della risurrezione di coloro che hanno creduto in lui (vv. 12-34). Nella terza parte spiega le modalità con cui avrà luogo la risurrezione (vv. 35-53). Conclude il capitolo un inno alla vittoria sulla morte (vv. 54-58). In questo testo liturgico viene riportata la parte del capitolo riguardante la risurrezione di Cristo. Paolo si introduce sottolineando il carattere tradizionale e quindi immutabile di ciò che ha annunziato a Corinto (vv. 1-3a), riafferma poi la morte e la risurrezione di Cristo (vv. 3b-4) e infine dà un elenco delle apparizioni del Risorto (vv. 5-11). 

La tradizione della Chiesa (vv. 1-3a).  Nella frase introduttiva l’apostolo si richiama alla sua predicazione precedente, sottolineando come essa faccia parte di una «tradizione» che lui stesso ha ricevuto. Egli apre la nuova trattazione con l’espressione «vi rendo noto» (gnôrizô), con la quale sembra introdurre l’annunzio di qualcosa che i corinzi ancora non conoscevano; ma in realtà Paolo intende semplicemente richiamare quanto essi già conoscevano. A tal fine ricorda la loro esperienza cristiana, che si snoda lungo quattro tappe: annunzio evangelico, adesione di fede, vita cristiana, salvezza (vv. 1-2a). Paolo ha annunziato il «vangelo» e i corinzi lo hanno ricevuto una volta per tutte (parelabete, all’aoristo) ed ora in esso «restano saldi» (estêkate, al perfetto) e sono salvati (sôzesthe, al presente, in quanto si tratta di un’azione continuata). L’apostolo però soggiunge: «Se lo mantenete in quella forma in cui ve l’ho annunziato. Altrimenti avreste creduto invano!» (v. 2b). È questa la traduzione più probabile della difficile frase greca che letteralmente suona così: «Con quale parola ve l’ho evangelizzato se lo mantenete». Di per sé sarebbe possibile collegare la frase con il precedente verbo iniziale. In questo caso si dovrebbe tradurre: «Vi faccio presente con quale tipo di parola vi ho annunziato il vangelo che avete ricevuto…. supponendo che lo teniate ben saldo, altrimenti avreste creduto invano». Paolo conclude la frase introduttiva sottolineando che egli ha trasmesso ai corinzi tutto e solo ciò che lui stesso aveva ricevuto (paredôka / parelabon) (v. 3a): anche qui, come in 11,2.23 si presenta semplicemente come un trasmettitore della tradizione della chiesa. Nelle parole dell’apostolo si nota la consapevolezza di richiamare cose note, da tutti accettate, e al tempo stesso la preoccupazione che i corinzi, dopo aver aderito al vangelo, lo interpretino in un modo non corretto, svuotandolo così del suo significato; e dal seguito della sezione risulta che questa eventualità non era poi così remota (cfr. v. 17). È dunque probabile che egli veda, alla radice dell’errore riguardante la risurrezione dei morti, anche un malinteso circa il nucleo centrale della fede cristiana.

La morte e la risurrezione di Cristo (vv. 3b-4) Dopo l’introduzione Paolo presenta in sintesi il suo vangelo. Esso contiene anzitutto il ricordo della morte di Cristo, che comprende anche la sepoltura (vv. 3b-4a); ad esso fa seguito l’annunzio della sua risurrezione (v. 4b) che a sua volta trova conferma nelle sue apparizioni. Il vangelo proclamato da Paolo è formulato con una frase in cui è riprodotta, forse con qualche ritocco, una formula preesistente. Egli ha annunziato ai corinzi «…che Cristo morì per i nostri peccati secondo le Scritture, fu sepolto, e che è risorto il terzo giorno secondo le Scritture » (vv. 3b-4). Quanto l’apostolo riferisce in questi versetti rappresenta il contenuto centrale della tradizione che egli ha ricevuto dalla chiesa primitiva e ha trasmesso fedelmente ai corinzi (cfr. v. 11). Essa riguarda anzitutto la morte di Cristo, il cui significato è messo in luce mediante l’espressione «per (hyper) i nostri peccati». Non si tratta quindi di una morte qualsiasi, ma di una morte che attua il perdono di Dio, e come tale ha avuto luogo «secondo le Scritture», cioè in attuazione di quanto esse avevano predetto. Diversi testi del NT sottolineano il collegamento tra la morte di Gesù e le predizioni dell’AT (cfr. per es. Lc 24,25-27.44-47). Nella chiesa primitiva l’annunzio della morte di Cristo veniva letto specialmente in alcuni testi come il Salmo 118,22 («La pietra scartata dai costruttori è divenuta testata d’angolo»: cfr. At 4,11; Mc 12,10 e par.) o Dt 21,22-23 (il condannato a morte è appeso a un albero: cfr. At 5,30; 10,39; Gal 3,13). Ma l’apostolo ha in mente soprattutto i testi riguardanti il Servo di JHWH, nei quali si dice che questi con la sua morte ha eliminato i peccati del popolo: «Egli è stato trafitto per i nostri delitti, schiacciato per le nostre iniquità» (Is [LXX] 53,5). Insieme alla morte Paolo ricorda la sepoltura di Gesù. Questa rappresenta senz’altro un dato secondario della tradizione, che egli sottolinea per confermare, forse contro i primi dubbi ripresi in seguito dai doceti, la realtà della morte stessa. Non vi è qui alcuna allusione alla scoperta della tomba vuota (Mc 16,1-8 e par.), che Paolo dimostra di ignorare o per lo meno di non ritenere essenziale ai fini dell’annunzio. Il secondo punto del kerygma è rappresentato dalla risurrezione di Cristo, indicata con il verbo «risorgere» (egeirô), al perfetto medio, che significa letteralmente «risvegliarsi». Con esso si sottolinea che gli effetti dell’azione sono ancora presenti: Cristo è risorto e resta vivo. Questo verbo potrebbe avere anche un significato passivo. In questo caso si tratterebbe di un «passivo divino», con il quale la risurrezione di Cristo viene attribuita all’azione stessa di Dio (cfr. v. 15). Paolo aggiunge che la risurrezione di Cristo è avvenuta anch’essa, come la sua morte, «secondo le Scritture». I primi cristiani vedevano una predizione della risurrezione di Cristo nella preghiera del giusto, il quale dice a Dio: «Non abbandonerai la mia vita nel sepolcro né lascerai che il tuo santo veda la corruzione» (Sal 16,10; cfr. At 2,25-28). È possibile che l’apostolo pensi piuttosto anche qui al Servo di JHWH, al quale era stata promessa, dopo la sua morte, una lunga vita (Is 53,10; cfr. Sal[LXX] 22,30), che sullo sfondo della fede giudaica nella risurrezione finale poteva venire intesa come una risurrezione anticipata. Ma più in generale era spontaneo pensare che tutte le Scritture avessero predetto la risurrezione di Cristo (cfr. Lc 24,27), in quanto essa rappresenta l’evento con il quale si inaugura il regno escatologico di Dio, caratterizzato appunto dalla risurrezione dei morti. La designazione cronologica («il terzo giorno») potrebbe indicare solo un breve lasso di tempo, suggerito dal corso degli eventi pasquali; tuttavia non è escluso che Paolo faccia anche di essa l’oggetto delle profezie bibliche. In questo caso egli potrebbe pensare all’esperienza di Giona, che è rimasto «tre giorni e tre notti» nel ventre del pesce (Gn 2,1; cfr. Mt 12,40), o al testo di Osea 6,2, oppure, più verosimilmente, alla tradizione rabbinica che colloca la liberazione finale di Israele nel «terzo giorno».

Le apparizioni del Risorto (vv. 5-11) Come alla morte aveva fatto seguito la sepoltura, così la risurrezione è confermata dalle apparizioni ai discepoli. Questo tema viene sviluppato nella seconda parte del brano: «… e che apparve a Cefa e quindi ai Dodici» (v. 5). Il verbo «apparve» (aoristo passivo di oraô, vedere) è utilizzato spesso nei LXX per indicare la manifestazione di Dio a personaggi da lui scelti (cfr. Gen 12,7; 18,1; 35,9; Es 3,2); nel NT designa le apparizioni del Risorto ai discepoli (Lc 24,34; At 13,31) e a Paolo stesso (At 26,16; cfr. 9,17). In questo contesto non significa «essere visto» (passivo), ma «farsi vedere» (intransitivo con valore mediale): in realtà Paolo non pensava a una esperienza soggettiva dei discepoli, ma a un intervento attivo dello stesso Cristo. È difficile però stabilire qual è stato per gli interessati il contenuto della visione: siccome nell’AT il termine è usato per indicare manifestazioni divine che consistono in un messaggio orale, resta aperta la possibilità che si sia trattato di un’esperienza interiore, senza un coinvolgimento diretto delle facoltà esterne. Il fatto che lo stesso verbo sia utilizzato subito dopo per designare l’esperienza personale di Paolo non aggiunge nulla circa le modalità dell’apparizione, anche perché altrove egli ne parla semplicemente in termini di «rivelazione» (cfr. Gal 1,16). La prima apparizione è quella che ha avuto come destinatario Cefa (Pietro). Di essa parla anche il terzo vangelo, ma solo indirettamente, presentandola come un evento di cui i discepoli di Emmaus ricevono la notizia quando fanno ritorno a Gerusalemme (Lc 24,34). Anche Giovanni ricorda tale apparizione, ma nella sistemazione attuale del libro essa non viene più al primo posto (cfr. Gv 21). Essa sottolinea il ruolo speciale di Pietro nel cristianesimo primitivo. L’apparizione a Cefa, abbinata a quella avuta dai Dodici, il gruppo ristretto dei discepoli di Gesù al quale lo stesso Cefa appartiene, è narrata da tutti gli evangelisti (cfr. Mt 28,16-20; Lc 24,36-49; Mc 16,14-18; Gv 20,19-23). Stupisce però il fatto che l’apostolo parli dei «Dodici» senza ricordare che, dopo la defezione di Giuda, i discepoli più intimi erano rimasti solo in undici. Forse era preoccupato di mettere in luce non tanto singoli dettagli storici, quanto piuttosto il rapporto con Gesù di un gruppo specifico di persone che nella chiesa primitiva erano riconosciute come i suoi discepoli più intimi e svolgevano il ruolo di testimoni della sua risurrezione (cfr. At 1,21-22). Dopo l’apparizione a Cefa e ai Dodici si elencano quelle di cui sono stati beneficiari cinquecento fratelli, poi Giacomo e tutti gli apostoli e infine Paolo stesso. Malgrado la ripetizione della particella «poi» (eita, epeita), esse sono elencate secondo un ordine che non ha un vero e proprio significato cronologico, ad eccezione della prima (Cefa) e dell’ultima (Paolo). Anzitutto viene nominata quella riservata a più di 500 fratelli (v. 6). Costoro potrebbero rappresentare tutta la comunità di Gerusalemme in un certo stadio del suo sviluppo; il ricordo dell’apparizione speciale ad essi riservata serviva forse a sottolineare l’importanza di questa comunità e il ruolo da essa svolto nel cristianesimo delle origini. Nessun indizio permette di situare questa apparizione in rapporto all’evento di Pentecoste, di cui si parla solo negli Atti degli apostoli: Luca infatti non menziona un’apparizione del Risorto in quella occasione e d’altra parte informa che la comunità contava allora solo 120 persone (At 1,15), alle quali sarebbero state aggregate in quello stesso giorno altre tremila persone (2,41). L’accenno al fatto che solo alcuni di questi fratelli sono morti, mentre la maggioranza è ancora in vita, potrebbe avere lo scopo di dare un valore attuale e verificabile alla loro testimonianza. L’apparizione ai 500 costituisce una specie di intermezzo tra quella riservata a Cefa e ai dodici e quella, citata subito dopo, concessa «a Giacomo e quindi a tutti gli apostoli» (v. 7). Giacomo era un «fratello del Signore» (cfr. Gal 1,19) e non apparteneva al gruppo dei Dodici. Il ricordo dell’apparizione da lui ricevuta serve forse a giustificare il fatto che egli resse per lungo tempo la comunità di Gerusalemme. «Tutti gli apostoli», a cui Gesù apparve successivamente, sono i missionari della chiesa primitiva, il cui compito di «inviati» (è questo il senso della parola «apostolo») viene fatto risalire a un intervento personale del Risorto (cfr. 9,5). Al loro gruppo appartenevano certamente i Dodici, ma anche Giacomo stesso, menzionato in stretto contatto con loro, nonché Paolo (cfr. v. 9) e altri missionari (cfr. Rm 16,7; Fil 2,25; 2Cor 8,23): in questo momento l’identificazione degli apostoli con i Dodici, che sarà un fatto ormai acquisito al tempo di Luca (cfr. At 1,15-26), non aveva ancora avuto luogo. Accanto alle apparizioni per così dire ufficiali Paolo ricorda quella di cui è stato destinatario lui stesso (v. 8). Egli osserva che Gesù gli è «apparso» come a un «aborto» (ektrôma): può darsi che abbia coniato lui questo termine per sottolineare che il suo incontro con Cristo ha avuto luogo quando il tempo delle apparizioni pubbliche era ormai chiuso, a somiglianza dell’aborto che viene alla luce al di fuori del tempo normale; è possibile però che si tratti di un appellativo che gli veniva affibbiato dai suoi avversari per squalificare la sua persona e il suo messaggio. Al suo incontro con il Risorto Paolo allude altrove presentandolo una volta come una rivelazione (Gal 1,16) e l’altra come una visione (1Cor 9,1). Il ricordo dell’apparizione del Risorto suggerisce a Paolo una considerazione personale: «Io infatti sono l’infimo degli apostoli, e non sono degno neppure di essere chiamato apostolo, perché ho perseguitato la chiesa di Dio. Per grazia di Dio però sono quello che sono, e la sua grazia in me non è stata vana; anzi ho faticato più di tutti loro, non io però, ma la grazia di Dio che è con me» (vv. 9-10). In questo brano si fondono umiltà e fierezza: alla sua condizione di persecutore, che lo pone all’ultimo posto nella scala degli apostoli, fa riscontro la grazia di Dio, alla quale unicamente attribuisce non solo il suo apostolato, ma anche la sua instancabile attività, in forza della quale non si sente inferiore a nessun degli altri apostoli. Sullo sfondo si intravedono le accuse rivoltegli dai suoi avversari, che mettevano in discussione precisamente la sua prerogativa di apostolo (cfr. 1Cor 9,1-3). Dopo aver elencato i testimoni della risurrezione, Paolo conclude ricollegandosi all’introduzione del brano: «Pertanto, sia io che loro, così predichiamo e così avete creduto» (v. 11). Con queste parole intende sottolineare che quanto egli «predica» (kêryssô), cioè il vangelo che annunzia (cfr. vv. 1.14), non è diverso da quello che predicano gli altri apostoli; è ad esso che i corinzi, diventando cristiani, hanno creduto una volta per tutte (episteusate, all’aoristo).

Linee interpretative Le apparizioni di Gesù, così come sono ricordate da Paolo hanno come destinatari personaggi che svolgevano ruoli di particolare importanza nella chiesa primitiva. Per essi l’aver visto il Signore risorto era la garanzia di una particolare chiamata da parte sua, che li autorizzava a svolgere le proprie funzioni in suo nome. Ciò spiega forse in parte il fatto che le apparizioni menzionate dall’apostolo non coincidano esattamente con quelle raccontate nei vangeli (Mt 28,9-20; Lc 24,13-53; Gv 20,11-21,23) e negli Atti degli Apostoli (At 1,3-8). È probabile che sia Paolo sia gli evangelisti abbiano fatto una scelta all’interno di un’ampia gamma di racconti trasmessi dalla comunità primitiva, mediante i quali i primi cristiani annunziavano la loro fede nella risurrezione del Signore. Le testimonianze che sono state conservate, con tutte le loro diversità e contraddizioni, non servono perciò a dimostrare la realtà storica della risurrezione, ma piuttosto l’insorgere precoce di questa stessa fede all’interno della comunità cristiana. In altre parole, con i loro racconti i primi cristiani non hanno inteso dimostrare che la risurrezione è un fatto storico, ma l’hanno presentata come il primo articolo di una fede che essi stessi hanno ricevuto dai primi discepoli e testimoni di Gesù. Questa fede resta ancora oggi il fondamento e l’unica ragione di essere della chiesa. La fede nella risurrezione di Cristo suppone senz’altro, in base alle concezioni antropologiche del tempo, che il suo corpo sia stato liberato dalla corruzione del sepolcro.  Il suo significato però non si ferma qui. Nel contesto delle attese diffuse nel mondo giudaico e dell’annunzio evangelico complessivamente preso, la risurrezione di Gesù non consiste nella semplice rianimazione di un cadavere o nel ritorno di un morto a una nuova vita. Per Paolo, come per tutta la Chiesa primitiva, la risurrezione significa che Dio ha riabilitato colui che era stato ingiustamente crocifisso, innalzandolo accanto a sé e donandogli una gloria senza fine. In lui è l’umanità intera che ritorna alla comunione con Dio. Il peccato è dunque vinto e quel regno di Dio che Gesù aveva annunziato durante la sua vita terrena è inaugurato. Egli stesso, nella sua nuova condizione di Signore glorificato, guida alla risurrezione finale tutti coloro che credono in lui. In altre parole credere nella risurrezione significa assumere su di sé, come hanno fatto Paolo e i primi testimoni, la missione stessa di Gesù, che consiste nell’annunziare il regno di Dio, operando efficacemente perché si realizzi.  

 

EBREI 9,24-28; 10,19-23 – TESTO E COMMENTO BIBLICO

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EBREI 9,24-28; 10,19-23 – TESTO E COMMENTO BIBLICO

Cristo non è entrato in un santuario fatto da mani d’uomo, figura di quello vero, ma nel cielo stesso, allo scopo di presentarsi ora al cospetto di Dio in nostro favore, e non per offrire se stesso più volte, come il sommo sacerdote che entra nel santuario ogni anno con sangue altrui. In questo caso, infatti, avrebbe dovuto soffrire più volte dalla fondazione del mondo. E invece una volta sola, ora, nella pienezza dei tempi, è apparso per annullare il peccato mediante il sacrificio di se stesso.
E come è stabilito che gli uomini muoiano una sola volta, dopo di che viene il giudizio, così Cristo, dopo essersi offerto una volta per tutte allo scopo di togliere i peccati di molti, apparirà una seconda volta, senza alcuna relazione col peccato, a coloro che l’aspettano per la loro salvezza.
Avendo dunque, fratelli, piena fiducia di entrare nel santuario per mezzo del sangue di Gesù, per questa via nuova e vivente che egli ha inaugurato per noi attraverso il velo, cioè la sua carne; avendo noi un sacerdote grande sopra la casa di Dio, accostiamoci con cuore sincero in pienezza di fede, con il cuore purificato dalla cattiva coscienza e il corpo lavato con acqua pura. Manteniamo senza vacillare la professione della nostra speranza, perché è fedele colui che ha promesso.

COMMENTO
Ebrei 9,24-28; 10,19-23
L’efficacia del sacerdozio di Cristo
Il brano è situato nella parte centrale dello scritto in cui si affronta il tema del sacerdozio e del sacrificio di Cristo (Eb 5,11 – 10,39). Il centro di questa sezione consiste nella proclamazione di Cristo come Sommo sacerdote dei beni futuri (Eb 9,11). Essa è preceduta da un invito all’attenzione e alla generosità (5,12-6,20) e da un approfondimento su Gesù sommo sacerdote alla maniera di Melchisedek (7,1-28). Per illustrare la perfezione di questo sacerdozio, esso viene confrontato con quello antico, terrestre prefigurativo (8,1-6), espressione di un’alleanza imperfetta e provvisoria (8,7-13) e dotato di istituzioni inefficaci (9,1-10). Il sacerdozio di Gesù invece comporta nuove istituzioni da lui rese efficaci (9,11-14), una nuova alleanza capace di operare la purificazione (9,15-23) e un nuovo culto che apre l’accesso al santuario celeste (9,24-28), causa di salvezza eterna (10,1-18). Questa sezione termina con un invito alla fedeltà e all’impegno (10,19-39)
Il testo proposto dalla liturgia è preso dal brano che descrive efficacia del sacerdozio di Cristo in quanto esso si configura come un ingresso nel santuario celeste; ad esso è aggiunta una parte dell’esortazione finale.
Ingresso di Cristo nel «santuario» celeste (9,24-28)
Nella prima parte del brano liturgico (vv. 24-26) la «perfezione» del sacrificio di Cristo viene identificata nel fatto che egli ha avuto accesso a Dio nel santuario «celeste». Ispirandosi a Es 25,9, l’autore dello scritto ritiene infatti che il vero santuario si trovi in cielo, dove risiede Dio, mentre il Santo dei santi, cioè la parte più sacra del tempio di Gerusalemme, ne era solo una «figura». Inoltre egli afferma che Cristo ha offerto non il sangue degli animali, ma se stesso a Dio «una volta sola, alla pienezza dei tempi». Siccome egli è il Figlio, incaricato di portare a compimento il piano salvifico di Dio (cfr. 4,8), la sua offerta volontaria ha avuto un’efficacia infinita, eliminando una volta per tutte i peccati. Ciò gli toglie la necessità di entrare nel santuario ogni anno, come era costretto a fare l’antico sommo sacerdote.
Infine l’accesso definitivo al Padre consente a Cristo di essere continuamente «presente» al suo cospetto «in nostro favore». Proprio per questo il suo sacerdozio è ancora in funzione: Cristo non solo ci ha salvato, ma continua a salvarci. L’autore ribadisce in forma ancora più sintetica quanto in precedenza aveva già detto contrapponendo il sacerdozio di Cristo a quello levitico: «Quelli sono diventati sacerdoti in gran numero, perché la morte impediva loro di durare a lungo; egli invece, poiché resta per sempre, possiede un sacerdozio che non tramonta. Perciò può salvare perfettamente quelli che per mezzo di lui si accostano a Dio, essendo egli sempre vivo per intercedere a loro favore» (7,23-25).
L’affermazione riguardante il carattere unico e definitivo del sacrificio di Cristo viene poi ribadita mediante un’analogia ripresa dall’esperienza umana (vv. 27-28). La morte, strettamente collegata con il «giudizio», è presentata qui come un evento definitivo in quanto, da una parte, chiude l’esperienza terrena dell’uomo e, dall’altra, rappresenta il momento cruciale in cui viene fatta una valutazione inappellabile della vita ormai conclusa. Secondo l’autore tutto ciò si verifica, a un livello più alto, in Cristo: la sua morte è definitiva soprattutto perché comporta la liberazione di tutti gli uomini dal peccato. E appunto per questo quando «apparirà una seconda volta» per il giudizio, la sua venuta non avrà più a che fare con il peccato. Il suo «giudizio» servirà solo a separare coloro che «lo aspettano per la loro salvezza» da coloro che l’hanno respinto. Implicitamente dunque si mettono in guardia i credenti dal trascurare la «salvezza» che egli ha offerto loro «una volta per tutte». In seguito l’autore li avvertirà che, se peccheranno dopo aver ricevuto la verità, rimarrà loro solo «una terribile attesa del giudizio» (10,27): infatti «è terribile cadere nelle mani del Dio vivente!» (10,31). La salvezza, guadagnata a così caro prezzo da Cristo, è troppo grande perché possa essere sottovalutata o respinta.
L’ingresso dei credenti (10,19-23)
Nell’esortazione finale della sezione centrale della lettera l’autore ritorna sul messaggio enunciato poco prima e ne tira le conseguenze per i lettori. Egli sottolinea che Gesù, sommo sacerdote, è giunto realmente al cospetto di Dio mediante il suo sangue. Il suo ingresso ha avuto luogo attraverso il velo, che rappresenta simbolicamente la sua carne. Così facendo ha aperto la strada ai credenti, perché possano, guidati da lui, presentarsi di fronte a Dio e diventare pienamente partecipi dei beni promessi. Questo ingresso per i credenti in Cristo richiede un fede intensa e una purificazione interiore che deriva da un bagno purificatore che si identifica con il battesimo. Inoltre è richiesta una speranza che non vacilla, perché si basa su uno che per definizione è fedele, cioè Dio. In questa prospettiva il sacerdozio di Cristo diventa la premessa di un sacerdozio esteso a tutti i credenti, che a loro volta lo eserciteranno in favore di tutti gli uomini.

Linee interpretative
L’autore non elabora le sue intuizioni in chiave dottrinale, ma guida i suoi lettori a toccare con mano l’efficacia dell’agire sacerdotale di Cristo, confrontandolo con il culto del tempio che, in quanto prefigurativo e ripetitivo, appare ormai inefficace. L’agire sacerdotale di Cristo culmina sulla croce, dove egli offre in sacrificio non il «sangue di capri o di tori», ma il «proprio sangue» (9,11-19), sotto l’impulso di «uno spirito eterno» (9,19), che è lo spirito dell’amore. L’offerta di Cristo è pienamente efficace, perché in essa si fondono il dono di Dio all’umanità e la risposta umana ispirata dalla fede. Proprio a causa della sua capacità di rappacificare definitivamente, «una volta per sempre», l’uomo con Dio, l’offerta sacrificale di Cristo non può essere che unica; essa si differenzia quindi radicalmente dai sacrifici della prima alleanza, i quali con la loro ripetitività dimostravano di non raggiungere lo scopo per cui erano fatti. L’espressione «una volta per sempre» (9,12.26.27.28) sottolinea efficacemente la ricchezza che è propria di ciò che ha valore « definitivo », e quindi non è reiterabile.
Il sacrificio unico e definitivo di Cristo è collegato con l’idea di una nuova «alleanza», la quale viene conclusa in forza del suo sangue versato sulla croce. Questa alleanza, proprio perché nasce dall’amore e tende a creare una risposta di amore, viene descritta sulla falsariga di quella annunziata dal profeta Geremia, le cui parole sono ricordate a più riprese nel corso della lettera (Ger 31,31-34; cfr. Eb 8,6-13; 10,15-18). Cristo appare così come il «mediatore» di una migliore alleanza, la quale si distingue dalla precedente in quanto le sue leggi sono scritte non su tavole di pietra, ma nel «cuore» vivo degli uomini, e come tale esige la santità del cuore e della vita.
L’efficacia del sacrificio di Cristo è descritta, ad analogia di quanto era compiuto dal sommo sacerdote nel giorno dell’espiazione, come un solenne ingresso nel santuario celeste. Con questa potente immagine l’autore mostra come Cristo, con il suo sacrificio, ha annullato la distanza che separa l’uomo dal Dio inaccessibile e santissimo; così facendo egli ha realizzato il desiderio più profondo dell’uomo che, pur essendo confinato nella sua realtà terrestre e peccaminosa, anela ad essere liberato dai suoi limiti, per potersi ricongiungere con l’infinito da cui deriva. In forza della mediazione sacerdotale di Cristo questa possibilità è offerta a tutti e per sempre.
A motivo del suo ingresso nel cielo, al cospetto di Dio, Cristo continua ad esercitare un sacerdozio «celeste»: è chiaro che questo non consiste nell’offrire a Dio nuovi sacrifici, ma semplicemente nel prolungare all’infinito gli «effetti» salvifici dell’unico sacrificio della croce. Il sacerdozio di Cristo trova il suo necessario adempimento nella vita di fede dei credenti: «Per mezzo di lui dunque offriamo continuamente un sacrificio di lode a Dio, cioè il frutto di labbra che confessano il suo nome» (cfr. Eb 13,15). È questo, anche se l’autore non usa l’espressione, il «sacerdozio regale» che abilita i cristiani a «offrire sacrifici spirituali graditi a Dio» (cfr. 1Pt 2,5). L’unico sacerdozio di Cristo non esclude nella comunità dei credenti la presenza di doni spirituali e di ministeri (cfr. Ef 4,11-13), ma esige che siano esercitati in una dimensione sacerdotale analoga alla sua, cioè in spirito di totale e gratuita offerta di sé a Dio e ai fratelli.

LETTERA AGLI EBREI – CARATTERISTICHE TEOLOGICHE (stralcio)

 http://www.paroledivita.it/upload/2014/articolo1_10.asp

(è uno stralcio dello studio sulla lettera agli ebrei, sulle caratteristiche teologiche, la parte che spiega il tema della lettura di domenica)

LETTERA AGLI EBREI: PRESENTAZIONE GENERALE

Giuseppe De Virgilio

La lettera agli Ebrei è l’esempio più antico e completo di omelia cristiana su Cristo «sommo sacerdote della nuova alleanza». Affascinante e complesso, questo scritto intende formare e sostenere i credenti nella concretezza della vita, in vista di un’autentica testimonianza di fede.

CARATTERISTICHE TEOLOGICHE

La qualità della composizione letteraria di Ebrei si aggiunge alla profondità dottrinale e teologica del suo contenuto, la cui peculiarità è la presentazione di Cristo «sommo sacerdote della nuova alleanza». Fin dai primi secoli la peculiarità teologica di Ebrei è stata interpretata come una nuova sintesi della dottrina e della vita cristiana imperniata sulla mediazione sacerdotale di Cristo. Ci limitiamo a riassumere il suo messaggio segnalando tre prospettive: a) la relazione tra antica e nuova alleanza; b) la cristologia sacerdotale; c) la vita cristiana.

La relazione tra antica e nuova alleanza La densità teologica si manifesta anzitutto nella qualità dell’approccio ermeneutico e nell’uso delle tecniche esegetiche per l’impiego delle Scritture. Nell’evidenziare la peculiarità della posizione (mediazione) di Cristo nella storia salvifica, l’autore mostra come l’alleanza e i riti che accompagnano il divenire dell’identità del popolo eletto trovano compimento nella nuova alleanza inaugurata con la Pasqua del Signore. Il procedimento dimostrativo che riguarda la relazione tra la prima e la nuova alleanza segue lo schema continuità-rottura-superamento. Si afferma la validità della connotazione profetica della prima alleanza, ma mediante l’opera di Cristo si riconosce anche la fine della sua istituzione. Ciò appare soprattutto nell’esposizione centrale della lettera (7,10-10,18) in cui si reinterpretano i Sal 110 e 40, l’oracolo di Ger 31 e i riti prescritti dalla Legge in Lv 16. Nel disegno divino l’antica alleanza ha svolto un ruolo importante ma preparatorio, in vista del compimento della nuova alleanza in Cristo. Allo stesso modo l’antico culto e la sua istituzione sacerdotale appaiono realtà inefficaci a confronto con il nuovo sacrificio di Gesù Cristo (9,11-26), unico mediatore dell’alleanza nuova (12,24).

La cristologia sacerdotale

Mediante il confronto con l’antico culto e sacerdozio levitico (Aronne), si elabora una singolare cristologia sacerdotale. Con i titoli di «sacerdote» e di «sommo sacerdote» applicati a Cristo, l’autore afferma l’identità e la funzione mediatrice del Figlio di Dio. Con l’aiuto della tradizione scritturistica s’introduce un cambiamento radicale delle nozioni di sacrificio e di sacerdozio. Partendo dalle funzioni sacerdotali e dai riti antichi, la lettera mostra come Cristo merita il titolo di sacerdote perché egli fu intimamente unito a Dio e agli uomini. Come Figlio egli è stato intronizzato alla destra del Padre (1,4-14); come uomo, egli ha raggiunto la gloria percorrendo un cammino di piena solidarietà con i peccatori (2,11-16). Pertanto Cristo è divenuto il «mediatore perfetto» e deve essere riconosciuto come il «sommo sacerdote» (2,7; 3,1; 4,14) capace di conferire la salvezza a quanti per mezzo suo si accostano a Dio (7,24-25; 9,11). L’attestazione di questa verità di fede è avvalorata dall’interpretazione del Sal 110, che presenta il Messia nella linea di Melchisedek (Gen 14,18-20), figura prefigurativa dell’eterno sacerdozio di Cristo. Tale mediazione si è compiuta in Cristo che si è offerto «una volta per sempre» come vittima sacrificale nella sua passione, morte e risurrezione, entrando con il proprio sangue nel santuario celeste (tenda non fatta da mani d’uomo) e procurando una redenzione eterna (9,11-14; 10,8-10).

La vita cristiana Il dono della salvezza connotato in chiave sacerdotale ha conseguenze radicali per la vita dei credenti. L’attesa segnata da riti di separazione e di purificazione del periodo pre-messianico è terminata grazie al sacrificio sacerdotale del Cristo, la cui obbedienza filiale schiude a tutti l’ingresso nel santuario, simbolo della riconciliazione con Dio (10,19-21). Avendo come fondamento la fede (11,1) ogni credente è invitato ad accostarsi al mistero di Dio e ad assumere la propria responsabilità nella storia, illuminata dalla splendida testimonianza dei padri (11,2-40). L’accentuazione escatologica che accompagna la descrizione simbolica del processo redentivo (santuario celeste, tenda, beni futuri, ecc.) non elude il realismo del quotidiano. Emerge forte nella lettera la concretezza della vita cristiana, insieme alla preoccupazione per una comunità matura e solidale. Una vita credibile si declina mediante la comunione fraterna (10,25; 13,1), la corresponsabilità nella testimonianza (13,17) e soprattutto nella sollecitudine verso le persone bisognose (13,1-3). La logica del dono di sé che ha contrassegnato la cristologia sacerdotale e cultuale, illumina la sottostante visione etica della lettera e la sua proiezione pastorale.

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