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1 TESSALONICESI 3,12-4,2

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BRANO BIBLICO SCELTO

1 TESSALONICESI 3,12-4,2

Fratelli, 12  il Signore vi faccia crescere e abbondare nell’amore vicendevole e verso tutti, come è il nostro amore verso di voi, 13 per rendere saldi e irreprensibili i vostri cuori nella santità, davanti a Dio Padre nostro, al momento della venuta del Signore nostro Gesù con tutti i suoi santi. 1 Per il resto, fratelli, vi preghiamo e supplichiamo nel Signore Gesù: avete appreso da noi come comportarvi in modo da piacere a Dio, e così già vi comportate; cercate di agire sempre così per distinguervi ancora di più. 2 Voi conoscete infatti quali norme vi abbiamo dato da parte del Signore Gesù.

COMMENTO 1 Tessalonicesi 3,12-4,2

Il comportamento cristiano La 1 Tessalonicesi contiene, dopo l’indirizzo (1,1), una prima parte che consiste in un lungo ringraziamento, intercalato da ricordi che sono a loro volta motivo di ulteriori ringraziamenti (1,2-3,13). Essa prosegue poi con una seconda parte (4,1-5,24) nella quale, dopo una breve introduzione (4,1-2) caratterizzata dall’uso dei verbi «supplicare» (erôtaô) ed «esortare» (parakaloô), si affronta una serie di temi concreti scanditi dalla ricorrenza della formula introduttoria «riguardo a» (4,9; 4,13; 5,1). La lettera termina con i saluti e gli auguri dell’apostolo (5,25-28). Il testo liturgico riporta due brani: la conclusione del ringraziamento iniziale, che consiste in una preghiera a Dio per i tessalonicesi (3,12-13), e l’introduzione alle esortazioni che costituiscono il tema della seconda parte della lettera (4,1-2). Dopo aver chiesto a Dio che gli conceda di ritornare a Tessalonica per rivedere i destinatari della lettera (cfr. 3,11), Paolo intercede per loro: «Il Signore poi vi faccia crescere e abbondare nell’amore vicendevole e verso tutti, come anche noi lo siamo verso di voi» (v. 12). Già essi hanno dato prova di un amore impegnato (cfr. 1,3), ma resta ancora molta strada da fare. L’oggetto della intercessione è la crescita e la sovrabbondanza nell’amore vicendevole e verso tutti; come modello Paolo indica ancora una volta il suo stesso amore verso di loro, fatto di dedizione incondizionata e di cura premurosa (3,12; cfr 2,7-8.11). Paolo fa poi un’altra richiesta che è collegata alla precedente in quanto ne indica la motivazione: «per rendere saldi e irreprensibili i vostri cuori nella santità, davanti a Dio Padre nostro, al momento della venuta del Signore nostro Gesù con tutti i suoi santi» (v. 13). Lo sguardo si rivolge qui al momento della seconda «venuta» (parousia) del Signore Gesù, il quale sarà scortato dai suoi santi, cioè dalle schiere angeliche (cfr. 1Ts 2,13). Paolo chiede a Dio, in vista di quell’evento, di rendere saldi e irreprensibili i loro cuori nella santità, che già hanno ricevuto nel battesimo. Ciò deve avvenire «davanti a Dio Padre». Un vero amore fraterno, che si apre a tutti, anche a coloro che non fanno parte della comunità, rappresenta la migliore preparazione e la più solida garanzia per l’incontro decisivo dell’ultimo giorno. L’attesa della venuta finale di Cristo non consiste quindi in un pigro aspettare ma in un impegno costante per costruire rapporti nuovi basati sull’amore. In questa preghiera, che chiude la prima parte della lettera, sono segnalati quegli atteggiamenti di amore, santità e irreprensibilità che costituiranno il tema della seconda. Con il c. 4 inizia la seconda parte della lettera, intessuta di esortazioni, ammonimenti, istruzioni, parole di conforto. Paolo si introduce con queste parole: «Per il resto, fratelli, vi preghiamo e supplichiamo nel Signore Gesù: avete appreso da noi come comportarvi in modo da piacere a Dio, e così già vi comportate; cercate di agire sempre così per distinguervi ancora di più» (v 4,1). L’intenzione parenetica appare subito in apertura nella formula «vi preghiamo (erôtômen) ed esortiamo (parakaloumen) nel Signore Gesù». In stretto collegamento con quanto ha appena detto, Paolo esorta anzitutto i tessalonicesi a progredire nel cammino già intrapreso. Essi sanno come devono comportarsi e già si comportano così: evidentemente a Tessalonica non si riscontrano inconvenienti né modi di vita riprovevoli. Perciò Paolo non deve far altro che invitarli a continuare nella strada intrapresa, incoraggiandoli a progredire sempre di più. Poi aggiunge: «Voi conoscete infatti quali norme vi abbiamo dato da parte del Signore Gesù» (v 2). Essi devono essere sempre consapevoli che le norme (parangeliai, istruzioni) che lui ha dato loro provengono in altima analisi dal Signore. Questa formula non indica semplicemente che Paolo insegna con autorità ricevuta da Cristo, ma anche che trasmette l’insegnamento del Risorto, tramandato dalla tradizione e avvalorato dalla sua presenza viva e costante.

Linee interpretative I due brani che costituiscono il testo liturgico si agganciano l’un all’altro facendo da collegamento tra le due parti della lettera, il ringraziamento e le direttive pratiche. Essi hanno in comune il tema della crescita nella vita cristiana, che rappresenta il logico sviluppo del dono che i tessalonicesi hanno ricevuto nel battesimo. È in questa prospettiva che l’apostolo si sente autorizzato a dare loro degli orientamenti di vita. Nei due brani è caratteristico il passaggio dall’indicativo all’imperativo. Solo perché hanno ricevuto un dono che li ha trasformati, essi “devono” e possono ora condurre una vita diversa. La conversione deve innescare un dinamismo nuovo, che porta a un continuo progresso nel rapporto con Dio e con i fratelli. Il dono di Dio, pur essendo completamente gratuito, non esclude, anzi richiede la collaborazione dell’uomo. In altre parole, Dio non si serve dell’uomo come di uno strumento passivo; al contrario il fatto che lui intervenga per primo serve a potenziare nell’uomo l’esercizio della propria libertà e creatività. L’adesione a Cristo e alla comunità è la strada maestra di uno sviluppo integrale della persona umana.

LETTERA DI SAN PAOLO APOSTOLO AGLI EFESINI 5, 15-20

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LETTERA DI SAN PAOLO APOSTOLO AGLI EFESINI 5, 15-20

don Raffaello Ciccone

Paolo sta suggerendo agli Efesini, nella seconda parte della sua lettera (4,1-6,24), le conseguenze morali dell’essere nella Chiesa (prima parte: 1,3-3,21), corpo di Cristo.
Bisogna cominciare da un serio esame di coscienza, dice Paolo (v,15 ) per verificare se ci sono rimaste nel cuore tracce di stile e di comportamenti precedenti pagani. Il tempo va vissuto con intelligenza (« non da insipienti ») e con saggezza. « I tempi sono cattivi » perché dominati dal male e dalla lontananza da Dio.
L’analisi del tempo e della storia, nella fede, deve aiutarci a scoprire la volontà di Dio che non è facilmente decifrabile. C’è il rischio, per noi come per tutti, di essere « sconsiderati », incapaci di interpretare il tempo. C’è infatti il rischio di ricadere in forme di ebbrezza che nascono dal vino e che si sviluppano nello stordimento e nella istintività sessuale degradante. Tanto più che queste forme di esaltazione sono caratteristiche anche come elementi e manifestazioni religiose di stordimento, pensa Paolo, legate alla iniziazione del culto di Dioniso, che porta a convulsioni, a condotte di invasati, a sregolatezza. Come cristiani ci inebriamo solo dello Spirito di Dio, capace di mantenere nella sobrietà e nel rispetto della sua volontà. Le manifestazione dei battezzati si sviluppano così nel canto, nella preghiera, nel ringraziamento.
Facilmente oggi si parla di sballo, di brivido, di rischio, di esaltazione e si lega il tutto al gioco d’azzardo, alla droga anche se persiste, pure tra giovanissimi, il mai finito rischio dell’alcool.
Paolo crede veramente al valore dei cristiani nella società che portano una presenza coraggiosa ed esemplare poiché questa, come il sale, come la luce, crea imitazioni e equilibri nuovi, sanità mentale e santità.
Sappiamo di essere in tempi di difficoltà e di crisi e nella storia questi tempi, spesso, alimentano suggestioni per una ricchezza gratuita, offerta dalla fortuna, dal caso, dal rischio, dalle macchinette mangiasoldi. Proprio in questi periodi si stanno moltiplicando le abitudini a bische, a scommesse sempre più pesanti per tentare la fortuna, e si entra, così, come in un tunnel, asserviti ad una droga, irresistibile fino al punto da far cercare danaro in prestito. Si asciuga in brevissimo tempo il reddito mensile di lavoro, si mette sul lastrico la propria famiglia. Nella nostra società, facilmente, si approfitta di questa debolezza e si incentiva, anche con metodi molto semplici ma persuasivi, la volontà di giocare e di vincere denaro. Il pericolo si fa sempre più costringente ed è difficile uscirne. Questo fenomeno è conosciuto molto bene dai gruppi della Caritas delle parrocchie che si occupano di attenzione ai poveri.

COMMENTO A 2COR 5, 6-10 -

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COMMENTO A 2COR 5, 6-10 – DAL SITO TEMPO DI RIFORMA

Siamo sempre pieni di fiducia

« 6 Siamo dunque sempre pieni di fiducia, e sappiamo che mentre abitiamo nel corpo siamo assenti dal Signore 7 (poiché camminiamo per fede e non per visione); 8 ma siamo pieni di fiducia e preferiamo partire dal corpo e abitare con il Signore. 9 Per questo ci sforziamo di essergli graditi, sia che abitiamo nel corpo, sia che ne partiamo. 10 Noi tutti infatti dobbiamo comparire davanti al tribunale di Cristo, affinché ciascuno riceva la retribuzione di ciò che ha fatto quando era nel corpo, sia in bene sia in male » (2 Corinzi 5:6-10).

La prospettiva cristiana sulla vita e sulla morte influisce sul vostro vivere quotidiano? In che modo? La conoscenza del fatto (rivelato da Dio) che egli possedesse una dimora eterna in Cielo, permetteva all’Apostolo di avere un atteggiamento positivo verso le avversità presenti della vita, sia quelle che riguardavano il logoramento e la morte del suo corpo, che le difficoltà del suo ministero cristiano. Paolo, nonostante tutto, poteva dire: « Siamo sempre pieni di fiducia » (6a, 8a), l’opposto di « non ci scoraggiamo » (4:16). Non solo, quindi, quando le cose gli andavano bene, ma sempre.
La tranquillità e la forza dell’Apostolo sorgono in parte dal sapere che: « mentre abitiamo nel corpo siamo assenti dal Signore » (6b). Alcuni greci di quei tempi traevano coraggio di fronte alla morte in forza della persuasione di possedere un’anima immortale. Altri, privi di speranze, confessavano la loro tristezza per la vanità della vita (1 Tessalonicesi 4:13). Paolo, invece, di fronte alla morte era sereno, anzi, se ne rallegrava, perché la dipartita da questo mondo non significa per lui altro che andare ad « abitare con il Signore » (8b) come chi può finalmente tornarsene a casa con i suoi cari. Questo mondo è, per così dire, per il cristiano, la città dove lavora, la città dove temporaneamente vive e lavora. Lì deve sicuramente impegnarsi, ma non è veramente « casa sua », là dov’è il suo cuore. Dov’è il vostro cuore? Dove si trova meglio « a casa »? In questo mondo, oppure anelate essere con la persona che più amate, cioè Cristo? Ecco perché Gesù stesso dice: « …fatevi tesori in cielo, dove né tignola né ruggine consumano, e dove i ladri non scassinano né rubano. Perché dov’è il tuo tesoro, lì sarà anche il tuo cuore » (Matteo 6:20-21). Questo mondo è là dove, per così dire, siamo « emigrati ». La nostra « patria », però, è un’altra. Dei martiri della fede, la lettera agli ebrei dice: « Tutti costoro sono morti nella fede, senza ricevere le cose promesse, ma le hanno vedute e salutate da lontano, confessando di essere forestieri e pellegrini sulla terra. Infatti, chi dice così dimostra di cercare una patria » (Ebrei 11:13-14). Un modo dualistico di pensare, una divisione fra « anima » e « corpo »? No, due « collocazioni » diverse, sia per l’anima che per il corpo, l’anima sì, ma un giorno con un corpo glorificato, come Cristo.
Che significa, però, essere « assenti dal Signore »? Per evitare equivoci Paolo aggiunge: « poiché camminiamo per fede e non per visione » (v. 7). « Camminare » è il percorso della vita cristiana e l’ambito, « il luogo » di questo cammino è la fede. In esso, infatti, ancora non vediamo chiaramente, non abbiamo che le primizie di che cosa ci è stato promesso. Le contraddizioni ed incertezze della vita cristiana non ci dissuadono dal procedere perché guardiamo non tanto al presente, quanto all’obiettivo finale. « …poiché camminiamo per fede e non per visione » (Ebrei 11:1). « Assenti dal Signore » qui è inteso non in termini relazionali, come se non fosse possibile qui la comunione con il Signore, ma spaziali. Oggi è come « uno scambio di lettere d’amore ». Un giorno saremo riuniti a Colui che ci ama e che noi amiamo. La morte fisica ci proietterà direttamente nella dimensione della presenza immediata del Signore, per questo Paolo può dire: « Infatti per me il vivere è Cristo e il morire guadagno » (Filippesi 1:21).
Mentre « camminiamo quaggiù » procedendo nella vita cristiana, i cristiani « si sforzano di essergli graditi » (v. 9), o meglio, aspirano a compiacere il Signore, si studiano di compiacergli in ogni maniera (« ci studiamo » Diodati e ND), sia in vita (attraverso la loro fiduciosa ubbidienza) che in morte (testimoniando fede e dignità). Questo non vuol dire cercare di guadagnarci il Suo favore (e quindi la salvezza) con il nostro comportamento, ma dimostrando con i fatti il nostro amore e la nostra gratitudine verso Colui che ci ha amato fino a dare per la nostra salvezza, la Sua vita per noi. Come? Osservando i Suoi comandamenti! « Chi ha i miei comandamenti e li osserva, quello mi ama; e chi mi ama sarà amato dal Padre mio, e io lo amerò e mi manifesterò a lui » (Giovanni 14:21).
La seconda ragione per la quale l’Apostolo si studia di compiacere Cristo è la prospettiva di comparire al giudizio di Dio: « Noi tutti infatti dobbiamo comparire davanti al tribunale di Cristo ». Anche in questo caso non si tratta di « salvezza per opere », ma del fatto che l’impegno e la qualità dell’opera del cristiano sarà vagliata dal suo Signore, non perché se fallisce la prova sia respinto e perduto, ma perché il cristiano è chiamato all’eccellenza di quel che fa per la gloria di Dio. « Ora, se uno costruisce su questo fondamento con oro, argento, pietre di valore, legno, fieno, paglia, l’opera di ognuno sarà messa in luce … se l’opera sua sarà arsa, egli ne avrà il danno; ma egli stesso sarà salvo; però come attraverso il fuoco » (1 Corinzi 3:12-15). Il « noi tutti » sono i cristiani, coloro che si studiano di dimostrare la loro riconoscenza verso Dio, e il giudizio non è quello universale, infatti Gesù dice: « In verità, in verità vi dico: chi ascolta la mia parola e crede a colui che mi ha mandato, ha vita eterna; e non viene in giudizio, ma è passato dalla morte alla vita » (Giovanni 5:24). Sarà l’incontro con il nostro Signore, « …allora ciascuno avrà la sua lode da Dio » (1 Corinzi 4:5). Ciò che facciamo intanto che siamo qui con il corpo è significativo, di esso siamo responsabili perché il nostro corpo ora è in volonteroso servizio di Dio: « Perché, come un tempo prestaste le vostre membra per essere serve dell’impurità e dell’iniquità per commettere l’iniquità, così ora prestate le vostre membra per essere serve della giustizia, per la santificazione » (Romani 6:19).
Infine, un ultima questione: quando moriremo, vi sarà un periodo temporaneo per noi di esistenza priva del corpo, dato che la nuova creazione sarà ancora da venire? Una sorta di « sonno dell’anima », come qualcuno si esprime? No: al momento della morte usciremo dall’attuale dimensione temporale per entrare nell’eternità di Dio in cui tutto è presente. Per quelli sulla terra il nuovo cielo e la nuova terra è nel loro futuro, ma per chi muore nel Signore, Egli stesso lo accoglie nell’eternità, là dove tutte le promesse di Dio si sono già realizzate. Chi muore in Cristo abita con il Signore, il Signore Gesù lo accoglie. Al ladrone sulla croce che Gesù salva, Egli dice: «Io ti dico in verità, oggi tu sarai con me in paradiso» (Luca 23:43).

OMELIA PER IL 15 ° DOMENICA DEL TEMPO ORDINARIO, ANNO A 2014 (Vescovo Ron Stephens, Warrenton)

http://fatherronstephens.wordpress.com/

(Vi propongo, in traduzione Google dall’inglese, l’omelia che io posto sul mio blog inglese, è tutta centrata sulla Lettera ai Romani, il link che metto è al testo inglese)

OMELIA PER IL 15 ° DOMENICA DEL TEMPO ORDINARIO, ANNO A 2014

Anche se il tema dominante della prima e ultima lettura è di circa metaforicamente sementi, prima da Isaia nella sua predicazione, e in secondo luogo, da Cristo nelle sue parabole, vorrei concentrare le mie osservazioni oggi sulla seconda lettura di Paolo ai Romani.
Paolo inizia commentando le sofferenze del tempo presente. Mentre egli si riferisce al suo tempo e le persecuzioni e le lotte della giovane comunità, possiamo anche accettare che significa che il nostro tempo presente sulla terra. Credo che ogni generazione per 2000 anni ha avuto tipi unici di sofferenza nel loro tempo presente dalla Morte Nera di AIDS, da martiri romani alle vittime dell’Olocausto ebraico. La sofferenza è qualcosa che è stato purtroppo con noi attraverso i secoli.
Il commento di Paolo sulle sofferenze che sopportiamo, tuttavia, è che nessuna quantità di sofferenza può paragonare con la gloria che verrà a noi alla fine. Ma non possiamo saperlo – si è promesso a noi – e deve essere rivelato a noi mediante la fede. In altre parole, le sofferenze che sopportiamo nella nostra breve durata della vita si trasformeràin una nuova vita gloriosa, uno senza soffrire, senza paura, senza morte.
Gloria potrebbe anche riferirsi alla rivelazione stessa. Quando Paolo scriveva, i Vangeli non erano ancora stati scritti, e forse la Parola di Dio, parlata da Isaia e da Gesù nelle letture di oggi, è la gloria che sta arrivando.
In entrambi i casi – le sofferenze si fermerà. E Paolo estende questa idea in termini molto universali. L’intera creazione è stata attesa per questa rivelazione. A causa del primo peccato, ogni sorta di male, ma soprattutto la morte è entrata nel mondo – noi siamo come dice Paolo, nella schiavitù della corruzione – ed è in allontanamento da Dio e della sua creazione che uomini e donne hanno portato la sofferenza in il mondo. Non era nel piano di Dio, che è stato per lì per essere la « libertà della gloria » per « i figli di Dio ».
E così abbiamo che straordinaria immagine del parto – il mondo nelle doglie del parto in attesa per la nascita della gloria dei figli di Dio, per le persone a essere salvati per la sofferenza e la morte che era stato al comando.
Non so quanti di voi hanno effettivamente partorito o assistito a una nascita. Ricordo vividamente la differenza tra la nascita i miei due bambini. Sono cinque anni di distanza in modo molto era cambiato in questi cinque anni. Per il mio più vecchio mi è stato permesso in sala travaglio con mia moglie, ma è stato cacciato poco prima della nascita. Tutto quello che ho visto è stato il dolore, e io ero in realtà piuttosto risentita di quel dolore. E ‘veramente mi dava fastidio per lungo tempo. Ma quando il mio secondo è arrivato cinque anni dopo, mi è stato permesso di essere lì per tutta la vita ed è stato in grado di provare il dolore si trasformano in gioia assoluta. Questo è ciò che Paolo sta parlando. Il dolore si trasforma in gioia e gloria!
Estendere l’immagine, però, Paolo dice che mentre siamo sulla terra stiamo ancora vivendo le doglie e non abbiamo ancora sperimentato la gloria. Attraverso la rivelazione, attraverso gli insegnamenti di Gesù, attraverso la nostra fede, sappiamo che vivremo, però. Questo è il terreno buono che Gesù parla oggi. Sentiamo la rivelazione, la parola, e abbiamo capito, e per questo ci porteremo frutto, daremo vita, verremo a gloria alla fine della nostra vita terrena.
Questi insegnamenti di Paolo che provengono dalle stesse parole di Gesù ‘sono così ottimista, così ridurre lo stress, se solo li sentiamo. Sì, dobbiamo lottare in questa vita, le nostre vite sono piene di perdita, di dolore, di dolore, di paura, con il peccato. Ma noi sappiamo che Dio è in procinto di fare di nuovo il mondo buono e possiamo avere fede che Dio è fedele alla sua Parola e la sua visione e completerà il lavoro.
La morte per il cristiano sarà un evento di liberazione – saremo nati di nuovo e sperimentare Dio. Alla fine dei tempi, non ci sarà più la morte, non più sofferenza e il mondo saranno ripristinati alla sua bontà originaria.
Che cosa può significare questo per noi questa settimana? Mi auguro che ci dà la forza per superare momenti difficili. Per sapere che le nostre sofferenze avranno una fine, e come il dolore nella nascita di un figlio, il dolore produrrà qualcosa di glorioso. Lasciate che questo ci sostenga in quei tempi difficili. Che occhio non vide, né orecchio ascoltare ciò che Dio ha preparato per coloro che lo amano, Paolo ci ha detto nel Corinthians. Sia che ci sostengono quando siamo giù.
Cerchiamo di mantenere il terreno della nostra vita buona e riceviamo il centuplo ci ha promesso.
E questa è la buona notizia, la rivelazione di cose a venire che la nostra lettura di Paolo e del Vangelo ci dice oggi.

Vescovo Ron Stephens
Parroco della Parrocchia di S. Andrea a Warrenton, VA
La Chiesa Cattolica Apostolica in Nord America (CACINA)

PERCHÉ DIO CHIAMA DEI POVERI UOMINI? – bramo, Mosè, Davide, Simon Pietro e Paolo di Tarso

http://www.donboscoland.it/articoli../articolo.php?id=127394

(forse l’ho già messo, comunque lo propongo o « ripropongo »)

PERCHÉ DIO CHIAMA DEI POVERI UOMINI?

Cinque figure tipiche della dialettica tra fragilità e risposta vocazionale: Abramo, Mosè, Davide, Simon Pietro e Paolo di Tarso. In Abramo si rivela il « bisogno della paternità »; in Mose è descritta la « logica della libertà autentica »; in Davide si presenta l’ »esercizio giusto del potere »; in Simon Pietro si conferma la « dialettica della misericordia » che guarisce le ferite del peccato; in Paolo di Tarso si incarna lo « stile evangelico della missione » della Chiesa.

La chiamata di Dio fra mediazioni umane povere: Cinque icone bibliche della fragilità
Nei racconti biblici spesso si parla della fragilità e si allude alla debolezza umana. Essa viene descritta attraverso racconti, esperienze, preghiere, dialoghi e vicende di personaggi inquadrati nel più ampio orizzonte della chiamata che Dio rivolge all’uomo. Diverse trame narrative evidenziano un paradigma ermeneutico nel quale si coniuga la debolezza umana con la potenza dell’azione divina (Rut, Ester, Giuditta, Geremia, Giobbe, ecc.). Potremmo coniare un principio ripetuto nei racconti della Sacra Scrittura: la chiamata di Dio non si realizza « malgrado », bensì « mediante » la fragilità della mediazione umana, che si manifesta con tutta la sua povertà. Questa diventa la condizione storica irrevocabile del « sì » della creatura al progetto del Creatore.
Avendo presente la ricchezza teologica-narrativa dei libri biblici, ci soffermiamo su cinque figure tipiche della dialettica tra fragilità e risposta vocazionale: Abramo, Mosè, Davide, Simon Pietro e Paolo di Tarso.

1. Abramo: una paternità fragile
La vicenda vocazionale di Abramo è nota per la sua esemplarità. Nell’economia del racconto genesiaco, la chiamata di Abram è improvvisa e imprevista: lasciare la terra di Carran, dove è seppellito il padre Terach, per emigrare in Canaan e lì diventare «padre di molti popoli» (Gen 12,1-3). Sono due i motivi della promessa divina: a) il dono della terra («La terra che io ti mostrerò»); b) la discendenza («Farò di te una grande nazione»). Questi due temi costituiscono come un filo d’oro che annoda la storia del patriarca e dei suoi discendenti. L’atto di fede che accompagna l’obbedienza di Abram si coniuga con la fatica della perseveranza e la fragilità della sua condizione umana. È soprattutto nel racconto dell’alleanza notturna con Dio in Gen 15,1-21 che emerge la dimensione della debolezza. Stabilitosi in Canaan il patriarca riceve una seconda chiamata che apre una nuova prospettiva verso il futuro. In Gen 15,1-6 si legge:
«Dopo tali fatti, questa parola del Signore fu rivolta ad Abram in visione: « Non temere, Abram. Io sono il tuo scudo; la tua ricompensa sarà molto grande ». Rispose Abram: « Mio Signore Dio, che mi darai? Io me ne vado senza figli e l’erede della mia casa è Eliezer di Damasco ». Soggiunse Abram: « Ecco a me non hai dato discendenza e un mio domestico sarà mio erede ». Ed ecco gli fu rivolta questa parola dal Signore: « Non costui sarà il tuo erede, ma uno nato da te sarà il tuo erede ». Poi lo condusse fuori e gli disse: « Guarda in cielo e conta le stelle, se riesci a contarle » e soggiunse: « Tale sarà la tua discendenza ». Egli credette al Signore, che glielo accreditò come giustizia».
La sua vocazione, cominciata in un esodo, adesso si trasforma in un’esperienza notturna. Dio lo condusse fuori e gli disse: «Guarda il cielo e conta le stelle, se riesci a contarle» e soggiunse: «Tale sarà la tua discendenza» (Gen 15,5). Per vincere il dubbio e continuare a credere, Abramo deve uscire dal suo piccolo orizzonte («lo condusse fuori»), deve cambiare direzione dello sguardo («guarda le stelle») e deve non dimenticare che la potenza di Dio è grande («conta le stelle, se riesci»). E così Abramo «credette al Signore, che glielo accreditò come giustizia» (15,6). Tutta la risposta di Abramo è racchiusa in questa parola: « credette », cioè si fidò ancora una volta. Una fiducia diversa da quella iniziale, quando probabilmente pensava che Dio avrebbe mantenuto la sua promessa diversamente.
Man mano che Dio si rivela – così differente da come l’uomo lo pensa! – la fiducia dell’uomo è chiamata a purificarsi. Nel cammino verso Dio la fede non è mai uguale a se stessa. « Accreditare » rinvia ad un verbo ebraico (hmn) che dice più di una semplice approvazione. È un verbo adoperato dai sacerdoti per testificare che la vittima è senza difetti e, quindi, degna di essere sacrificata nel tempio. Fidandosi di Dio, Abramo ha compiuto il suo sacrificio perfetto. « Giustizia » («glielo accreditò come giustizia») è il termine che dice una relazione corretta fra due persone. Qui si tratta della relazione fra l’uomo e Dio. Fidarsi di Dio è la sola relazione corretta fra l’uomo e il Signore. Un ulteriore segno di fragilità è dato dal tentativo di volersi costruire una paternità al di fuori del progetto di Dio, accettando la proposta di unirsi alla schiava Agar perché Sara potesse avere un figlio (cf Gen 16,1-15). Questo tentativo di avere un figlio « fuori dalla promessa » confermerà la debolezza del patriarca e della sua famiglia, manifestando la provvidenza divina, che supera i progetti umani. La risposta di fede alla promessa di paternità avviene attraverso la grande prova del sacrificio di Isacco (Gen 22,1-19).
«Dopo queste cose, Dio mise alla prova Abramo e gli disse: « Abramo, Abramo! ». Rispose: « Eccomi! ». Riprese: « Prendi tuo figlio, il tuo unico figlio che ami, Isacco, va’ nel territorio di Moria e offrilo in olocausto su di un monte che io ti indicherò »» (Gen 22,1-2).
Come il patriarca era partito da Carran senza opporre resistenza, anche ora egli s’incammina senza esitazione col figlio, con due servi e con il carico della legna per l’olocausto, cioè per il sacrificio che nel fuoco avrebbe arso quel figlio che pure Dio gli aveva promesso e donato. Il racconto è suggestivo e ripropone il confronto tra il progetto di Dio e l’incapacità dell’uomo di « comprendere » il senso del mistero. La tensione fra l’ordine di Dio e l’amore di un padre per un figlio è la tensione fra la promessa data e la promessa tolta. Fidandosi di Dio Abramo ha lasciato il suo passato. Ora deve lasciare anche il figlio, il futuro. La prova a cui Dio sottopone Abramo è terribile. Egli deve scegliere tra l’amore per l’unico figlio e il dovere dell’obbedienza a Dio che gli comanda di immolarlo. In questo racconto la fragilità umana è come « trasfigurata » dalla pienezza della fede obbediente di Abramo. Nel ripetere il suo « eccomi » Abramo entra nella provvidenza divina e rimane fedele alla chiamata: Dio non permette la morte di Isacco, ma conferma la sua promessa con una solenne benedizione (Gen 22,16-18).

2. Mosè: la paura della libertà
La figura di Mosè è collocata nel panorama anticotestamentario come il personaggio leader dell’esodo. La vocazione-missione del «servo di Dio» è caratterizzata da un percorso progressivo, da tappe che si succedono secondo la crescita della consapevolezza della volontà di Dio. Soltanto dopo molte esperienze e resistenze, stanchezze e crisi, Mosè capisce cosa Dio vuole da lui e a che cosa lo chiama. A differenza di Abramo, la vicenda esistenziale e spirituale di Mosè è contrassegnata da una profonda fragilità, plasmata da conflitti ed errori, da cui egli deve tornare indietro, finché non arriva a comprendere qual è finalmente la sua vocazione.
La scena iniziale della chiamata in Es 3,1-4,17 ci aiuta a cogliere tutta la debolezza dell’eroe dell’esodo. Fuggito dalla reggia egiziana che lo aveva salvato da morte, allevato e protetto, mentre vive in Madian ormai lontano dal suo popolo, viene chiamato dal Signore per liberare Israele (Es 3,1-10). L’inatteso invito produce in Mosè una serie di resistenze, che vengono formulate in domande, fino all’epilogo del diniego (cf Es 3,13; 4,1.10.13). Il racconto fa emergere un profilo vivace ed espressivo della debolezza umana e della sofferenza del personaggio dell’esodo. Egli cerca di prendere le distanze da un Dio imprevedibile. Alla prima resistenza di Mosè (Es 3,13) di fronte al disegno celeste, Dio si rivela come «Io sono» (Jhwh) edinvia Mosè in Egitto per riunire gli anziani del popolo e preparare la convocazione santa (Es 3,14-22). Mosè pone una seconda resistenza a scegliere, motivata dal tema della credibilità: l’incredulità del popolo richiede un «segno dimostrativo» (Es 4,1). In risposta Jhwh affida al patriarca tre segni: il bastone (che si trasforma in serpente), la guarigione della mano (lebbrosa), il potere sulla trasformazione dell’acqua in sangue (Es 4,2-9). Mosè pone una terza resistenza: la difficoltà di parlare e l’incapacità di saper convincere il popolo (Es 4,10). Ancora una volta Dio gli promette l’assistenza e gli conferma la fiducia. Alla fine Mosè, messo alle strette, cerca di disimpegnarsi dal mandato (Es 4,13), ma Dio lo conferma nella missione e lo fa accompagnare dal fratello Aronne (Es 4,14-17) (5).
Possiamo constatare come il Signore non si stanca delle fragilità e delle paure di Mosè, ma gli è accanto e lo sostiene per una missione che manifesterà come la salvezza passa attraverso la debolezza umana di Mosè e dei figli di Israele. Dall’esito della narrazione possiamo affermare che il superamento progressivo delle resistenze e delle fragilità umane segna il cammino di maturità di Mosè e di tutto il popolo, per il quale egli spesso intercede (cf Nm 11,10-15).
Ad una lettura complessiva delle tappe dell’esodo, emerge l’ambivalenza dell’esperienza vocazionale del profeta-liberatore. L’insegnamento è dato dalla incostanza e dalla debolezza della fede, che produce insicurezza ed è la radice di ogni resistenza. Significativa quanto enigmatica è l’interpretazione dell’epilogo della sua missione: Dio non gli permetterà di entrare nella terra promessa, perché la sua fiducia ha traballato. A Meriba (Nm 20,3-13) il Signore disse a Mosè e ad Aronne: «Poiché non avete avuto fiducia in me per dar gloria al mio santo nome agli occhi degli Israeliti, voi non introdurrete questa comunità nel paese che io le do» (Nm 20,12). È lo stesso protagonista a confessare umilmente in Dt 1,37-38: «…Anche contro di me si adirò il Signore, per causa vostra, e disse: Neanche tu vi entrerai, ma vi entrerà Giosuè, figlio di Nun, che sta al tuo servizio». L’esemplarità della figura mosaica ci induce a riassumere in tre sintetiche proposizioni la realtà misteriosa della vocazione e delle fragilità umane:
a) le resistenze a scegliere rivelano la condizione dell’umanità del chiamato, la sua incapacità a pensare il progetto della salvezza « senza Dio » e a pensarsi « dentro » un progetto di salvezza;
b) la dialettica tra resistenza e appartenenza costituisce il nucleo ermeneutico della lotta spirituale che avviene nel cuore del chiamato. Tale lotta implica un processo di « esodo » da se stessi e dai propri schemi mentali verso un « tu » impegnativo e imprevedibile;
c) la parabola dell’esperienza mosaica evidenzia la progressiva assimilazione del dono divino, che apre alla vita e alla speranza, ma anche il costante pericolo di « tornare indietro », di cedere alla tentazione di nuove resistenze che impediscono un’apertura completa nel dispiegarsi del progetto divino.

3. Davide: l’esperienza del limite
Un’altra figura tipica della fragilità è rappresentata dal re Davide, la cui vicenda umana e spirituale costituisce un ulteriore esempio della relazione tra chiamata di Dio e fragilità umana. Davide, il secondo re di Israele vissuto nel X secolo a.C, rappresenta una delle figure centrali dell’intero messaggio biblico: egli è il re ideale che guida il popolo di Israele nel contesto dell’alleanza stabilita fra Dio e Israele e che pone tutta la sua fiducia in Dio, mettendosi in ascolto della sua Parola e osservando la sua legge. Egli è il giovane pastore, umile e modesto, l’abile musicista e poeta, l’uomo valoroso e coraggioso, che il Signore chiama per diventare re di Israele, affinché si realizzi la promessa fatta ad Abramo (Gen 12,1-3; 15,18-19).
La storia di Davide, il cui nome significa, « prediletto, amato » occupa uno spazio notevole nella Bibbia ebraica, abbracciando quattro libri (1 e 2Samuele, 1Re e 1Cronache). Inoltre Davide è indicato come l’autore di 73 salmi, riuniti in quattro gruppi, che possono essere letti come esemplificativi dei diversi periodi della vita di Davide.
Nei libri di Samuele e in 1Re troviamo un racconto ben strutturato che, riunendo diverse tradizioni, presenta la storia dell’ascesa di Davide al trono di Israele (1Sam 16 – 2Sam 8) e della sua successione al trono (2Sam 9 – 1Re 2). La scelta di Davide è segnata dal cambiamento che Dio vuole realizzare a favore del suo popolo, rigettando Saul e la sua arroganza (cf 1Sam 16,1-13). Soprattutto in 2Sam lapersonalità di Davide viene tratteggiata in tutta la sua ambivalenza. Un uomo forte e coraggioso, servizievole e ricco di passione, scrupoloso verso Dio e tenace nel perseguire la giustizia. Allo stesso tempo, divenuto re e conquistata Gerusalemme, Davide sperimenta la sua fragilità in tre occasioni: nel peccato di adulterio e nella responsabilità della morte di Uria (cf 2Sam 11-12), nella ribellione di Assalonne (cf 2Sam 15) e nell’orgogliosa pretesa del censimento (cf 2Sam 24).
Fermiamo la nostra attenzione sulla prima vicenda, che mostra la debolezza del re e la sua profonda coscienza del peccato commesso. Il racconto ci presenta l’umanità di Davide che, pur avendo tante possibilità di vivere la propria realizzazione familiare, non resiste all’attrazione di una donna, Betsabea, moglie di Uria, un suo valido ufficiale in guerra contro gli Ammoniti (2Sam 11,1-2). La brama di possedere la donna rapisce a tal punto il cuore del re che, dopo aver commesso l’adulterio, persiste nel tentativo di mistificare la situazione di gravidanza di Betsabea, richiamando l’ufficiale a Gerusalemme e tentando più volte di inviarlo a casa sua. Da una parte la malizia e la falsità di Davide, dall’altra la lealtà estrema di Uria hittita, che non accetta di riposarsi nella propria dimora mentre i suoi commilitoni rischiano la vita in battaglia.
L’ironia narrativa raggiunge il suo culmine quando Davide consegna nelle stesse mani dell’ufficiale l’ordine per il generale Ioab di porre Uria «sul fronte della battaglia più dura… perché resti colpito e muoia» (2Sam 11,15). La morte del valoroso ufficiale viene celebrata con tutti i fasti e Davide stesso accoglie nella sua reggia la vedova Betsabea, senza che alcuno sospetti del progetto iniquo posto in essere dallo stesso re (cf 2Sam 11,26-27). La donna partorisce un figlio e pare a Davide che tutto l’accaduto possa rimanere nascosto.
Tuttavia l’esperienza del limite può essere mistificata agli occhi degli uomini, ma non al cospetto di Dio. Il re in Israele è il « servo di Dio », non il padrone assoluto: «Ciò che Davide aveva fatto era male agli occhi del Signore» (2Sam 11,27). È il Signore che invia il profeta Natan per svelare la malvagità del re. Il profeta racconta un episodio parabolico di un povero uomo privato della sua pecorella per l’arroganza di potente senza scrupoli (2Sam 12,1-4). La reazione di Davide non si fa attendere: l’uomo che ha commesso una simile ingiustizia deve pagare, anzi, deve essere punito con la morte. Il profeta smaschera il misfatto del re, affermando che l’uomo in questione è proprio lui e che le conseguenze di questo peccato saranno devastanti (2Sam 12,7-12). La fragilità riceve la sua definizione: essa è il peccato che grida giustizia presso Dio. Davide fa l’esperienza del suo limite ed è chiamato da Dio a convertire il suo cuore. Il grido di dolore del re è stato tramandato nel Sai 51, testo che esprime tutta la drammaticità del cuore ferito e la speranza del perdono divino. In queste parole gridate al cielo, mentre il re sperimenta la polvere della sua bassezza, si celano le fragilità e le miserie di ogni uomo:
«Pietà di me, o Dio, nel tuo amore; nella tua grande misericordia cancella la mia iniquità…» (Sal 51,3).
Rileggendo le invocazioni della preghiera davidica possiamo cogliere la dialettica tra la potenza misericordiosa di Dio e la fragilità dell’uomo. Questa esperienza maturerà notevolmente il cuore del re, donandogli la consapevolezza del suo profondo limite.

4. Simon Pietro: la piccolezza della fede
Il racconto dell’esperienza della sequela di Simon Pietro presenta tratti comuni ai tre Vangeli sinottici, ma anche peculiarità che testimoniano la ricchezza della tradizione ecclesiale primitiva circa la figura storica dell’apostolo e della sua missione. È possibile ripercorrere l’itinerario spirituale di Pietro mostrando l’ambivalenza della sua risposta di fede e, allo stesso tempo, l’estrema debolezza della sua testimonianza. Il noto racconto lucano della chiamata (Lc 5,1-11) anticipa in forma prolettica la debolezza dell’Apostolo, il quale, di fronte alla meraviglia della pesca straordinaria, si riconosce « peccatore » gettandosi ai piedi del Signore (Lc 5,8). Insieme agli altri discepoli, l’esperienza della sequela di Simon Pietro si caratterizza in un cammino incerto, bisognoso di un continuo processo dimaturità. Se Giovanni si presenta come il testimone « prediletto » di un’esperienza contemplativa e Tommaso come l’apostolo che vuole verificare la realtà della risurrezione, Pietro è colui che deve «confermare la fede dei suoi fratelli» (Lc 22,32).
I racconti evangelici raffigurano spesso il primo degli apostoli in dialogo diretto con il Cristo. Sulla strada di Cesarea di Filippo, Simone prende la parola e dichiara la fede comunitaria nella divinità di Gesù (Mc 8,29) e in risposta il Signore lo designa « Cefa », pietra su cui edificare la sua Chiesa (Mt 16,13-20). Nella scena della trasfigurazione è lui ad esprimere il desiderio di restare sul monte (Mt 17,4); nell’esperienza notturna sul lago, Pietro vive la fatica della fede rischiando di affondare nell’abisso delle sue paure (Mt 14,28-31). Nei racconti della passione e della risurrezione la figura dell’apostolo viene rappresentata con tutto il dramma della sua apparente sicurezza, che si tradurrà in un fallimento. Sono soprattutto due momenti a segnare la personalità di Simon Pietro: il rinnegamento di Gesù avvenuto nel cortile della casa del sommo sacerdote (Lc 22,56-65) e, all’indomani della risurrezione, la conferma dell’amore che il Risorto affida a capo della Chiesa (Gv 21,15-19). Fermiamo la nostra attenzione sull’episodio del rinnegamento per poter cogliere la potenza misericordiosa dell’amore di Cristo che sostiene la debolezza dell’apostolo.
Nella scena del rinnegamento (Lc 22,56-65) Simone sperimenta la fatica di testimoniare nel momento più drammatico e buio del suo discepolato. È l’evangelista Luca a presentare in modo più completo e drammatico la vicenda, dopo aver descritto l’ultima cena (Lc 22,14-20), nella quale Simone aveva giurato al Signore una fedeltà fino alla morte (Lc 22,31-34). L’arresto di Gesù nel Getsemani e il goffo tentativo di resistere alle guardia sconvolgono il cuore dei discepoli, che fuggono abbandonando il Maestro (Lc 22,47-53). Solo Pietro lo continua a seguire «da lontano» (Lc 22,54), fin nel cortile della casa del sommo sacerdote. È qui che avvengono il riconoscimento e il rinnegamento. I dialoghi proposti nella scena esprimono tutto il dramma della debolezza umana. In primo luogo una giovane, poi un uomo lo individuano e lo interrogano. Pietro nega cadendo nella paura di essere riconosciuto e accusato. Egli vive la « notte » della sua missione: rinnega di conoscere Cristo, di provenire da una comunità di discepoli e di essere galileo. In un attimo tutto sembra finito. L’apostolo vive l’ambivalenza della sua vicenda: da una parte vuole « vedere » come andrà a finire e dall’altra vuole « stare fuori » dal destino della sofferenza. L’ora di Gesù è diventata anche l’ora di Simon Pietro: gli sguardi dei due protagonisti si incrociano, mentre il pescatore di Betsaida rinnega il suo Signore. Annota l’evangelista:
«E in quell’istante, mentre ancora parlava, un gallo cantò. Allora il Signore si voltò e fissò io sguardo su Pietro, e Pietro si ricordò della parola che il Signore gli aveva detto: « Prima che il gallo canti, oggi mi rinnegherai tre volte ». E, uscito fuori, pianse amaramente» (Lc 22,60-61).
Il rinnegamento di Simon Pietro riassume in sé la vicenda dell’intera comunità dei discepoli. Essi lo lasciano solo nelle mani dei nemici, dimenticando l’ »amico » che li aveva salvati nel corso del ministero pubblico dall’ »acqua che travolge » (cf Mt 8,23-27; cf Sal 68,2). Pietro, capo della Chiesa, diventa il simbolo della fragilità e della solitudine prodotta dal peccato. Egli ha bisogno di perdono e di riconciliazione: deve ricominciare nuovamente la sua « sequela » del Crocifisso risorto! E con lui dovranno ricominciare tutti i discepoli. Chi non deciderà di ricominciare non sopporterà la prova della misericordia. È quanto è accaduto a Giuda Iscariota, che nella disperazione si è tolto la vita (Mt 27,3-10). La debolezza viene guarita dall’amore che il Signore risorto manifesterà a Simon Pietro sulle rive del lago, riformulando per tre volte la domanda: «Mi ami tu?» (Gv 21,15-19). Alla risposta di Pietro il Signore conferma la sua missione e aggiunge: «Seguimi» (Gv 21,19).

5. Paolo di Tarso: l’elogio della debolezza
Nella riflessione epistolare paolina, confermata dalla sua presentazione degli Atti degli Apostoli, emerge una profonda analisi sulla fragilità umana che si può ben definire una «teologia della debolezza». Tale riflessione compenetra la biografia dell’Apostolo a tal punto da assumere una funzione paradigmatica per la nostra analisi, a partire dalla chiamata di Damasco (cf At 9,1-22; At 22,1-21 e At 26,2-23; cf Gal 1,11-24). Nella scena lucana della chiamata l’arroganza farisaica di Saulo viene annullata dalla luce celeste e dalla rivelazione divina. Saulo diventa « Paolo », la strada della persecuzione si trasforma in « via di evangelizzazione », l’autorevolezza della « Legge » lascia il posto alla potenza del « Vangelo ». Paolo fa l’incontro con Gesù Cristo, crocifisso e risorto che preannunzia:
«…egli è lo strumento che ho scelto per me, affinché porti il mio nome dinanzi alle nazioni, ai re e ai figli d’Israele; e io gli mostrerò quanto dovrà soffrire per il mio nome» (At 9,15-16).
D’ora in avanti l’Apostolo vivrà una nuova esperienza di Dio e della sua missione, ritenendosi il più piccolo degli apostoli (1Cor 15,9-10) chiamato a lottare per il Vangelo (Rm 15,30). È questa missione, impastata da prove e combattimenti, silenzi e solitudini, conquiste e malattie, a trasformare Paolo in uno straordinario protagonista della Chiesa primitiva.
In prima persona l’Apostolo sperimenta la debolezza redenta dall’amore di Dio, riassumibile in quattro affermazioni. La debolezza è rappresentata anzitutto dalla «parola della croce» (1Cor 1,17), alternativa alla sapienza del mondo (1Cor 1,25). Occorre fissare lo sguardo sul mistero pasquale per cogliere il senso della debolezza umana redenta dall’amore divino. L’Apostolo ricorda ai Corinzi di aver predicato nella comunità «in debolezza e con molto timore e trepidazione». Per non «svuotare» (v. 17; cf 1Cor 9,15) la predicazione della croce, Paolo ha scelto di annunciare il Vangelo «nella debolezza». Una seconda immagine è rappresentata dalla suggestiva metafora del tesoro di Dio «in vasi di argilla» (2Cor 4,7-12). La finalità di questa condizione paradossale dell’uomo chiamato al Vangelo è «perché appaia che questa potenza straordinaria viene da Dio e non da noi» (2Cor 4,7). Nella vicenda biografica dell’Apostolo la « debolezza » è resa attraverso le innumerevoli prove del suo apostolato, narrate nei cataloghi delle avversità (cf 2Cor 4,8-12; 6,3-10; 11,23-26). La riflessione sulla fragilità culmina nel vanto che Paolo esprime con il «discorso immoderato» (cf 2Cor 10-13), soprattutto nel testo di 2Cor 12,7-9:
«Perché non montassi in superbia per la grandezza delle rivelazioni, mi è stata messa una spina nella carne, un inviato di satana incaricato di schiaffeggiarmi, perché io non vada in superbia. A causa di questo per ben tre volte ho pregato il Signore che l’allontanasse da me. Ed egli mi ha detto: Ti basta la mia grazia; la mia potenza infatti si manifesta pienamente nella debolezza. Mi vanterò quindi ben volentieri delle mie debolezze, perché dimori in me la potenza di Cristo. Perciò mi compiaccio nelle mie infermità, negli oltraggi, nelle necessità, nelle persecuzioni, nelle angosce sofferte per Cristo: quando sono debole, è allora che sono forte».

Conclusione
Abbiamo ripercorso le tappe della fragilità umana, nel contesto dell’evento della chiamata, evocando solo alcune icone bibliche. La rilettura di queste pagine ci permette di attualizzare ed applicare il tema della fragilità nel contesto odierno. Esso segna inesorabilmente la scoperta della vocazione e il percorso di maturazione, soprattutto del mondo giovanile.
Quale risposta ci viene da queste pagine bibliche?
I cinque personaggi segnalati sembrano rispondere con « cinque parole » che determinano la dinamica della fragilità « assunta » da Dio e « trasfigurata » nell’evento vocazionale. In Abramo si rivela il « bisogno della paternità »; in Mose è descritta la « logica della libertà autentica »; in Davide si presenta l’ »esercizio giusto del potere »; in Simon Pietro si conferma la « dialettica della misericordia » che guarisce le ferite del peccato; in Paolo di Tarso si incarna lo « stile evangelico della missione » della Chiesa.

(Teologo Borèl) Aprile 2011 – autore: Giuseppe De Virgilio

1 CORINZI 4,1-5

http://www.nicodemo.net/NN/commenti_p.asp?commento=1%20Corinzi%204,1-5

1 CORINZI 4,1-5

1 Ognuno ci consideri come ministri di Cristo e amministratori dei misteri di Dio. 2 Ora, quanto si richiede negli amministratori è che ognuno risulti fedele. 3 A me però, poco importa di venir giudicato da voi o da un consesso umano; anzi, io neppure giudico me stesso, 4 perché anche se non sono consapevole di colpa alcuna non per questo sono giustificato. Il mio giudice è il Signore! 5 Non vogliate perciò giudicare nulla prima del tempo, finché venga il Signore. Egli metterà in luce i segreti delle tenebre e manifesterà le intenzioni dei cuori; allora ciascuno avrà la sua lode da Dio.   COMMENTO 1 Corinzi 4,1-5

I ministri di Dio e della comunità Il primo problema che Paolo affronta nella 1Corinzi è quello delle lacerazione presenti nella comunità. Egli afferma anzitutto che esse dipendono dalla ricerca di una sapienza puramente umana (1,18 – 3,4), ma sottolinea anche che un’altra causa sono i rapporti sbagliati che i membri della comunità hanno stabilito con i diversi predicatori che hanno annunziato loro il vangelo (3,5 – 4,21). È quindi importante precisare i rapporti che i corinzi devono avere con essi. Dopo aver delineato il loro ruolo nella comunità (cfr. 3,5-23), Paolo passa a indicare quali sono le condizioni perché questa abbia con loro un rapporto corretto (4,1-13). Egli torna qui a parlare in prima persona plurale, poi passa al singolare e infine ritorna al plurale: di fatto egli parla di se stesso e in una certa misura anche di Apollo, sempre però con l’intenzione di dare indicazioni di carattere più generale. La liturgia riprende la prima parte dell’argomentazione di Paolo, in cui egli sottolinea che i ministri della comunità possono sbagliare ma in forza del loro ruolo, non possono venire giudicati da essa (4,1-5). Anzitutto l’Apostolo ricorda che egli deve essere considerato come «servo (hypêretê, lavoratore sottoposto a un padrone) di Cristo e amministratore (oikonomos) dei misteri (mystêria) di Dio» (v. 1): questi misteri, che gli sono stati conferiti e che egli deve mettere a disposizione della comunità, si identificano con la sapienza di Dio, che è misteriosa, in quanto è nascosta agli occhi dei sapienti di questo mondo ma si è resa visibile in Cristo crocifisso (cfr. 2,1.6-7). Pur parlando di se stesso egli si esprime in prima persona plurale, in quanto intende fare un’affermazione di carattere generale. Da questo principio ricava una conseguenza di carattere generale: dagli amministratori, in quanto prestatori d’opera, non si richiede se non di essere fedeli a colui per il quale lavorano (v. 2). Dopo queste premesse l’apostolo passa a parlare di se stesso in prima persone singolare: per lui ha ben poca importanza il fatto di essere giudicato dai corinzi o anche da un qualsiasi altro tribunale (hêmêra, giorno, in senso traslato) umano, anzi neppure lui si sente autorizzato a giudicare se stesso (v. 3). Il «giudicare» è designato qui con il verbo anakrinô, che significa «sottoporre a inchiesta giudiziaria». Egli rifiuta una procedura di questo tipo non solo se è compiuta da altri, ma ritiene di non essere autorizzato neppure lui ad applicarla a se stesso. Infatti, anche se non si sente consapevole (synoida, da cui deriva syneidêsis, coscienza) di qualcosa, cioè di aver commesso qualche sbaglio nel suo ministero presso di loro, non per questo si ritiene giustificato (dedikaiômai): il verbo dikaioô, che nelle lettere ai Galati e Romani verrà utilizzato per indicare la liberazione dal peccato e il ritorno a Dio mediante la fede (cfr. Gal 2,16, Rm 3,28), qui significa semplicemente (come in Rm 2,13) «essere riconosciuto innocente». Nessun tribunale umano è dunque competente nei suoi confronti: solo Dio è il giudice che, nel momento finale della storia umana, dovrà emettere una sentenza definitiva nei confronti di ogni uomo, e in modo speciale dei suoi ministri (v. 4). Di conseguenza Paolo invita i corinzi a evitare qualunque pre-giudizio: «Non vogliate perciò giudicare nulla prima del tempo, fino a quando il Signore verrà. Egli metterà in luce i segreti delle tenebre e manifesterà le intenzioni dei cuori; allora ciascuno riceverà da Dio la lode» (v. 5). Solo Dio potrà giudicare in modo veramente oggettivo, perché è l’unico che possa scrutare l’uomo nel profondo del suo cuore: di fronte a lui infatti non contano le opere esterne, ma le intenzioni più profonde. È significativo però che, parlando del giudizio divino, l’Apostolo menzioni solo il verdetto positivo: a ciascuno verrà la lode (epainos, come in Rm 2,29) da parte di Dio.

Linee interpretative Paolo si mette al riparo da eventuali critiche da parte dei corinzi appellandosi al giudizio finale di Dio. Egli però non intende sottrarre il suo operato a ogni tipo di controllo o a una critica costruttiva da parte della comunità. Ciò che esclude tassativamente è l’atteggiamento di chi, ponendosi al di fuori di una dinamica di partecipazione e di solidarietà, vorrebbe giudicarlo e condannarlo in base a criteri o attese che non hanno nulla a che vedere con quelli che sono i fondamenti e le finalità della comunità stessa. L’annunzio del vangelo dà origine a un’aggregazione di persone che fondano la loro unione esclusivamente su Cristo e sulla salvezza da lui realizzata nella debolezza e nella sofferenza della croce. Su questo punto nessuno può giudicare l’apostolo, ma chiaramente non può neppure giudicare gli altri membri della stessa comunità. In altre parole nessuno deve giudicare gli altri in base alle proprie idee, ai propri interessi personali o di gruppo, alla propria interpretazione del cristianesimo. Questo meccanismo, oltre che tradire la dinamica della salvezza, è la causa principale dei contrasti e delle divisioni che emergono in seno a una comunità. Le molteplici eresie che punteggiano la storia della chiesa lo dimostrano ampiamente. Questo non significa naturalmente che i capi e i singoli membri della comunità siano sottratti al controllo di tutti gli altri. In una comunità questo controllo avviene attraverso la solidarietà reciproca, in forza della quale ciascuno è accolto per quello che è ed è ascoltato fino in fondo, sentendosi così libero di esprimere senza reticenze il proprio punto di vista. Proprio questa possibilità di «dire tutto» (parresia) aiuta le persone a rendersi conto di ciò che portano in sé e in ultima analisi a correggere se stesse. In questo processo un’autorità che viene da Dio e a lui deve rispondere si manifesta essenzialmente nella capacità di creare l’unità di tutti in ciò che riguarda il cammino di fede, salvaguardando al tempo stesso il pluralismo delle forme in cui tale messaggio viene incarnato nella vita di ciascuno. Se ciò non si verifica, la comunità cade inevitabilmente, come si è verificato a Corinto, nella logica dei partiti che si contrappongono e alla fine si escludono a vicenda.

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PRIMA LETTERA AI CORINZI : « LA SAPIENZA DI DIO »

http://www.gelacittadimare.it/Catechesi%202005/4.doc

(questo commento è preso dalla parrocchia di Gela, non conosco il giorno del commento, l’anno dal link sembra il 2005)

PARROCCHIA REGINA PACIS – GELA

ANNO PAOLINO: LA PRIMA LETTERA AI CORINZI

« LA SAPIENZA DI DIO »

Preghiera iniziale Signore Dio nostro, noi deponiamo dinanzi a te tutto ciò che ci opprime: i nostri peccati, i nostri errori, le nostre trasgressioni, le nostre tristezze, le nostre preoccupazioni, anche la nostra rivolta e la nostra amarezza, tutto il nostro cuore, tutta la nostra vita, che tu conosci meglio di noi stessi. Riponiamo tutto nelle mani fedeli che tu hai tese verso di noi, nel nostro Salvatore. Prendici come siamo, rinfrancaci, perché siamo deboli, arricchiscici nella tua pienezza perché siamo poveri! Amen

Dalla prima lettera di s. Paolo apostolo ai Corinzi 1,18-2,9 Fratelli, la parola della croce infatti è stoltezza per quelli che vanno in perdizione, ma per quelli che si salvano, per noi, è potenza di Dio. Sta scritto infatti: Distruggerò la sapienza dei sapienti e annullerò l’intelligenza degli intelligenti. Dov’è il sapiente? Dov’è il dotto? Dove mai il sottile ragionatore di questo mondo? Non ha forse Dio dimostrato stolta la sapienza di questo mondo? Poiché, infatti, nel disegno sapiente di Dio il mondo, con tutta la sua sapienza, non ha conosciuto Dio, è piaciuto a Dio di salvare i credenti con la stoltezza della predicazione. E mentre i Giudei chiedono i miracoli e i Greci cercano la sapienza, noi predichiamo Cristo crocifisso, scandalo per í Giudei, stoltezza per i pagani; ma per coloro che sono chiamati, sia Giudei che Greci, predichiamo Cristo potenza di Dio e sapienza di Dio. Perché ciò che è stoltezza di Dio è più sapiente degli uomini, e ciò che è debolezza di Dio è più forte degli uomini. Considerate infatti la vostra chiamata, fratelli: non ci sono tra voi molti sapienti secondo la carne, non molti potenti, non molti nobili. Ma Dio ha scelto ciò che nel mondo è stolto per confondere i sapienti, Dio ha scelto ciò che nel mondo è debole per confondere i forti, Dio ha scelto ciò che nel mondo è ignobile e disprezzato e ciò che è nulla per ridurre a nulla le cose che sono, perché nessun uomo possa gloriarsi davanti a Dio. Ed è per lui che voi siete in Cristo Gesù, il quale per opera di Dio è diventato per noi sapienza, giustizia, santificazione e redenzione, perché, come sta scritto: Chi si vanta si vanti nel Signore. Anch’io, o fratelli, quando sano venuto tra voi, non mi sono presentato ad annunziarvi la testimonianza di Dio con sublimità di parola o di sapienza. Io ritenni infatti di non sapere altro in mezzo a voi se non Gesù Cristo, e questi crocifisso. Io venni in mezzo a voi in debolezza e con molto timore e trepidazione; e la mia parola e il mio messaggio non si basarono su discorsi persuasivi di sapienza, ma sulla manifestazione dello Spirito e della sua potenza, perché la vostra fede non fosse fondata sulla sapienza umana, ma sulla potenza di Dio. Tra i perfetti parliamo, sì, di sapienza, ma di una sapienza che non è di questo mondo, né dei dominatori di questo mondo che vengono ridotti al nulla; parliamo di una sapienza divina, misteriosa, che è rimasta nascosta, e che Dio ha preordinato prima dei secoli per la nostra gloria. Nessuno dei dominatori di questo mondo ha potuto conoscerla; se l’avessero conosciuta, non avrebbero crocifisso il Signore della gloria. Sta scritto infatti: Quelle cose che occhio non vide, né orecchio udì, né mai entrarono in cuore di uomo, queste ha preparato Dio per coloro che la amano. Ma a noi Dio le ha rivelate per mezzo dello Spirito; lo Spirito infatti scruta ogni cosa, anche le profondità di Dio. Chi conosce i segreti dell’uomo se non la spirito dell’uomo che è in lui? Così anche i segreti di Dio nessuno li ha mai potuti conoscere se non lo Spirito di Dio. Ora, noi non abbiamo ricevuto lo spirito del mondo, ma lo Spirito di Dio per conoscere tutto ciò che Dio ci ha donato. Di queste cose noi parliamo, non con un linguaggio suggerito dalla sapienza umana, ma insegnato dallo Spirito, esprimendo cose spirituali in termini spirituali. L’uomo naturale però non comprende le cose dello Spirito di Dio; esse sono follia per lui, e non è capace di intenderle, perché se ne può giudicare solo per mezzo dello Spirito. L’uomo spirituale invece giudica ogni cosa, senza poter essere giudicato da nessuno. Chi infatti ha conosciuto il pensiero del Signore in modo da poterlo dirigere? Ora, noi abbiamo il pensiero di Cristo. Parola di Dio

Pausa per la riflessione in silenzio Chi sono per S. Paolo questi « perfetti »? Non si pensi a qualcosa come gli « iniziati » dei misteri pagani, quasi che il Cristianesimo sia una dottrina esoterica da rivelarsi solo ad alcuni privilegiati: i « perfetti » sono quei cristiani, anche i più semplici e meno colti, che sono arrivati, mediante una fede infrangibile e un amore operante, a una assimilazione feconda dei principi del Cristianesimo, al pieno sviluppo della vita e del pensiero cristiano. Questi possono davvero « gustare » la « sapientia » la sublime bellezza e la meravigliosa coerenza delle verità del Vangelo: ad essi fanno contrasto i « fanciulli », che si identificano con i « carnali », cioè quei cristiani che non hanno fatto maturare il loro cristianesimo. Non vi è perciò differenza di casta: la « sapienza » è aperta a tutti, e tutti, in modi diversi, ne sono capaci e devono essere anzi guidati a riceverla. Qual è pertanto la <matura » di questa « sapienza »? Essa non è « la sapienza di questo mondo, né dei principi di questo mondo che vengono distrutti, bensì… la sapienza di Dio avvolta nel mistero, che è stata nascosta… ». « Questo mondo » (propriamente  » questo secolo « ) sta a significare, secondo la concezione giudaica, il periodo di tempo anteriore al Messia e si oppone al  » secolo (o mondo) futuro « , che si identifica praticamente con il Regno di Dio ». In quanto non ancora completamente riscattato dal Messia, il « secolo » presente soggiace all’influsso di Satana, che ne è come il « signore ». Soltanto alla seconda venuta di Cristo tutto sarà  » soggetto  » al Padre. « I principi di questo mondo che vengono distrutti » sono difficili a identificare. Secondo alcuni esegeti antichi e moderni sarebbero tutti coloro che hanno potere, onore, lustro, saggezza, vale a dire i politici, i filosofi, i retori ecc. Nel caso concreto al v. $ si tratterebbe di Erode, Pilato, i sommi sacerdoti, i membri del Sinedrio. Secondo altri invece si tratterebbe esclusivamente delle potenze cattive ostili a Cristo e da lui vinte: « i demoni » che regnano su « questo mondo ». Per conto nostra S. Paolo può bensì riferirsi alle potenze demoniache, ma intende anche e soprattutto le autorità terrene spesso strumento delle prime, o i falsi sapienti di questo mondo, tutti tronfi della loro dottrina. I « principi di questo mondo » però hanno già segnato la loro sorte: saranno irrimediabilmente « distrutti » da Cristo; essi cioè sono temporanei e il loro compito si esaurisce in questo mondo. Non sapienza « mondana », dunque, la sapienza cristiana, ma « sapienza di Dio avvolta nel mistero », cioè segreta, impenetrabile nella sua intima essenza e nei suoi motivi, ignota, nel passato, anche ai Profeti, rivelata agli Apostoli… Questa sapienza « misteriosa », « nascosta » in Dio e facente parte della sua stessa vita, egli l`ha « predestinata », 1`ha voluta sin dall’eternità « per la nostra gloria », cioè per là nostra felicità e salvezza eterna, che già da questa terra incomincia a fiorire nel nostro spirito mediante la grazia e avrà il suo pieno sviluppo solo alla fine dei tempi. Il contenuto di tale « sapienza » è il « mistero di Cristo », cioè il piano della Redenzione del mondo, la morte del Figlio di Dio in croce e il trionfo della sua resurrezione, con le loro conseguenze: della salvezza offerta a tutti e dell’entrata, mediante la fede e il Battesimo, in una « vita nuova » a somiglianza del Cristo risuscitato. Tutto ciò è chiaro che si può accettare solo mediante una fede umile e riconoscente. È per questo che « nessuno dei principi dl questo mondo ha conosciuto » tale divina « sapienza ». (S. Cipriani, in « Le lettere di S. Paolo)

Salmo 130 Resp. Sei il mio pastore nulla mi mancherà. (bis) Signore, non si inorgoglisce il mio cuore e non si leva con superbia il mio sguardo; non vado in cerca di cose grandi, superiori alle mie forze. Io sono tranquillo e sereno come bimba svezzato in braccio a sua madre, come un bimbo svezzato è l’anima mia. Speri Israele nel Signore, ora e sempre.

Predicare il Vangelo é l’oggetto della missione di Paolo, il quale offre se stesso quale strumento umile e povero per il trionfo della Croce. Ai Corinzi che ambivano la sapienza della Parola e probabilmente traevano da essa motivo di partigianeria per i predicatori, provocando divisioni nella Comunità l’apostolo richiama un principio fondamentale della storia biblica: per la realizzazione dei suoi disegni di salvezza, Dio si serve di elementi inadeguati, secondo una logica umanamente incomprensibile. Per illustrare come l’agire di Dio trascenda l’orizzonte sapienziale umano, San Paolo evoca progressivamente, come in un trittico, l’immagine del Crocifisso, le condizioni sociali della comunità di Corinto, e il periodo delle sua missione nella città: ne deriva la riduzione all’assurdo di tutte le presunzioni sapienziali umane; Dio non si è rivelato nella sapienza. Il carattere paradossale dell’azione di Dio che prescinde dalle risorse della sapienza, viene illustrato con l’evocazione della condizione sociale dei cristiani di Corinto, che dovevano essere per la maggior parte di umile estrazione. Delineazione sintetica di ciò che è Cristo per il cristiano: sapienza vera che introduce nei disegni di Dio e nel sentiero della vita; giustizia e santificazione interiore, cioè liberazione dalla servitù del peccato e dell’egoismo grazie alla comunicazione del suo Spirito; e tale liberazione, analogamente al riscatto operato da Dio per il suo popolo in Egitto, viene chiamata Redenzione,suggellata nel sacrificio di Cristo sulla croce. (P. Rossano, « Lettere ai Corinzi »)

Tutti: O profondità della ricchezza, della sapienza e della scienza di Dio! Quanto sono imperscrutabili i suoi giudizi e inaccessibili le sue vie! Infatti, chi mai ha potuto conoscere il pensiero del Signore? O chi mai è stato suo consigliere? O chi gli ha dato qualcosa per primo, sì che abbia a riceverne il contraccambio? Poiché da lui, grazie a lui e per lui sono tutte le cose. A lui la gloria nei secoli. Amen.

Preghiera finale Padre, donami occhi che siano capaci di vedere Cristo; orecchi che capiscano la sua parola; un cuore che sia commosso dal suo amore, e insegnami a porre fidente la mia mano nella sua. Cristo è la « luce del mondo », ma anche il « segno di contraddizione ». E lo è per ciascuno di noi. Tutti siamo in pericolo di scandalo! Tocca tu il nostro intimo e sveglia in noi il buon volere, affinché possiamo sostenere la prova. Insegnami a conoscere il segreto della redenzione. Fammi intuire che cosa comanda la fede. Nell’incontro col tuo Figlio Gesù Cristo rinnovami! Spirito Santo, donami il coraggio che si rallegra del divino rischio perennemente ricominciante e si perfeziona attraverso tutte le intenzioni. (Romano Guardini)

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