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ROMANI 13,11-14 (seconda lettura)

http://www.nicodemo.net/NN/commenti_p.asp?commento=Romani%2013,11-14

ROMANI 13,11-14

Fratelli, 11 è ormai tempo di svegliarvi dal sonno, perché la nostra salvezza è più vicina ora di quando diventammo credenti.
12 La notte è avanzata, il giorno è vicino. Gettiamo via perciò le opere delle tenebre e indossiamo le armi della luce.
13 Comportiamoci onestamente, come in pieno giorno: non in mezzo a gozzoviglie e ubriachezze, non fra impurità e licenze, non in contese e gelosie. 14 Rivestitevi invece del Signore Gesù Cristo e non seguite la carne nei suoi desideri.

COMMENTO
Romani 13,11-14
La fine ormai imminente
La lettera ai Romani viene solitamente divisa in due grandi sezioni, una dottrinale (Rm 1,16-11,36) e l’altra parenetica, cioè esortativa (Rm 12,1-15,13), il cui scopo è quello di rileggere in chiave pratica il vangelo della giustificazione per mezzo della fede. In Rm 12 Paolo spiega in modo abbastanza ampio come devono essere i rapporti dei credenti in Cristo fra di loro e con gli estranei. In Rm 13 egli riprende gli stessi temi in modo più specifico. Nella prima parte del capitolo mette in luce i rapporti con le autorità dello stato (13,1-7); egli affronta poi il tema dell’amore verso il prossimo (13,8-10); infine richiama la dimensione escatologica della vita cristiana (13,11-14). Il testo liturgico riporta la terza di queste parti.
Dopo avere esortato i lettori a non avere altro debito se non quello dell’amore vicendevole, di cui parla poi in 13,8-10, Paolo fa una considerazione riguardante i tempi della salvezza: «Questo voi farete, consapevoli del momento: è ormai tempo di svegliarvi dal sonno, perché la nostra salvezza è più vicina ora di quando diventammo credenti (v. 11). Il credente deve praticare l’amore del prossimo consapevole del «momento speciale» (kairos) in cui sta vivendo. Come per chi dorme il sopraggiungere del mattino segna l’ora in cui deve ormai svegliarsi dal sonno, così per il credente il tempo attuale è quello in cui deve rendersi conto che la salvezza finale è ormai più vicina di quando ha aderito alla fede. Paolo si rifà qui alla convinzione, ampiamente diffusa tra i primi cristiani, secondo cui il ritorno del Signore è imminente (cfr. 1Ts 4,13-18), e ogni momento che passa lo rende più prossimo.
Il paragone del mattino che si avvicina viene poi ulteriormente elaborato: «La notte è avanzata, il giorno è vicino. Gettiamo via perciò le opere delle tenebre e indossiamo le armi della luce» (v. 12). Come coloro per i quali la notte sta ormai per passare devono disporsi alla giornata che comincia, così i credenti devono disfarsi delle «opere delle tenebre» e «rivestire le armi della luce». La contrapposizione tra luce e tenebre, considerate rispettivamente come la sfera di Dio e quella delle forze a lui avverse, appare già in diversi testi biblici (cfr. Is 9,1; Sal 27,1) e nei testi esseni ritrovati a Qumran, come per esempio nel Manuale della Guerra che dovrà un giorno combattersi tra i figli della luce e i figli delle tenebre; ad essa si ispirano anche gli scritti cristiani successivi (cfr. Ef 5,8-14; Gv 1,4-5; 8,12). Le tenebre producono «opere» che devono essere abbandonate, mentre la luce fornisce «armi» (cfr. Ef 6,13-17) con cui combattere: forse si suppone che di fronte alle tenebre l’uomo è succube di un potere avverso, mentre, quando è investito dalla luce, diventa attivo nella ricerca del bene.
Il paragone della notte che lascia il posto al giorno suggerisce a Paolo un’altra esortazione «Comportiamoci onestamente, come in pieno giorno: non in mezzo a orge e ubriachezze, non fra lussurie e impurità, non in litigi e gelosie» (v. 13). Il credente deve «comportarsi» (peripateô, camminare) onestamente, come in pieno giorno. Ciò significa l’abbandono degli atteggiamenti negativi che caratterizzano quelli che operano nelle tenebre. Questo comportamento negativo viene delineato mediante un piccolo catalogo che comprende tre coppie di vizi, che hanno come ambito la mancanza di autocontrollo (orge e ubriachezze), i rapporti sessuali (lussurie e impurità), i rapporti vicendevoli (litigi e gelosie): ad essi Paolo si è richiamato all’inizio della lettere descrivendo il comportamento dell’umanità fuori di Cristo (cfr. Rm 1,29-30). I credenti non devono cedere di fronte ad essi, ma reagire in modo deciso e coerente: «Rivestitevi invece del Signore Gesù Cristo e non seguite la carne nei suoi desideri» (v. 14). Rivestirsi del Signore Gesù Cristo (cfr. Gal 3,27) significa diventare una sola cosa con lui, cioè partecipare pienamente alla sua esperienza di morte e di risurrezione assumendo la sua mentalità e il suo comportamento: è questo il modo migliore per resistere alle lusinghe del male. In pratica, ciò richiede, letteralmente, di «non prendersi cura (pronoian mê poiein) della carne per i desideri (eis epithymias)»: i credenti dunque non devono venir meno al proprio impegno, portando così a termine il cammino iniziato nel battesimo.

Linee interpretative
La vita cristiana è posta all’insegna del compimento finale. Il credente non è uno che è già arrivato alla meta, ma uno che si orienta quotidianamente verso di essa, lottando coraggiosamente contro tutti gli ostacoli e le tentazioni che gli rendono difficile il cammino. Egli deve dunque vivere nell’attesa della pienezza finale, ormai imminente, anticipando nell’oggi i valori che essa implica. Ciò richiede una continua identificazione con Cristo, il quale è già entrato nella fase finale del Regno e attira a sé coloro che credono in lui. La prospettiva escatologica diventa così una dimensione fondamentale dell’etica cristiana.
In un contesto in cui è ormai caduta l’idea di una fine imminente, il compimento finale viene a identificarsi con un progetto di vita elaborato alla luce del vangelo, nel quale il credente trova non solo le motivazioni per cui agire, ma anche la forza per non cedere alle suggestioni del male. Senza la visione di un mondo da trasformare, cambiando anzitutto se stessi, la vita cristiana rischia di diventare semplicemente una pratica di comandamenti morali, senza quella spinta di rinnovamento che stimola al miglioramento e al progresso individuale e comunitario.

11. LA LETTERA AI COLOSSESI : TUTTE LE COSE SUSSISTONO IN LUI

http://www.gliscritti.it/approf/2008/papers/lectio_paolo_08.htm#mozTocId275170

Itinerario di lectio divina su san Paolo e le sue lettere. Sussidio preparato dalla diocesi di Roma per l’anno paolino

11. LA LETTERA AI COLOSSESI : TUTTE LE COSE SUSSISTONO IN LUI

Per la preparazione dell’incontro

La comunità cristiana di Colossi, nella Frigia, non era stata fondata direttamente da Paolo, bensì da un suo collaboratore, Epafra. Lo stesso era avvenuto nelle due città vicine di Laodicea e Gerapoli (Col 4,16). Paolo non aveva neanche mai visitato queste città, sebbene conoscesse evidentemente le vicende della chiesa locale tramite Epafra. Proprio le lettere sono lo strumento di comunicazione utilizzato da Paolo per tenere i contatti con le comunità quando gli è impossibile visitarle. Come Marco ha inventato il genere letterario ‘vangelo’, così Paolo è il creatore delle lettere alle comunità. Prima di lui l’antichità conosceva solamente lettere private, molto brevi, di affari o d’amore, oppure trattati filosofici in forma epistolare, nei quali le singole lettere scandivano la divisione in capitoli. Con Paolo nasce l’esigenza di lettere non fittizie indirizzate non ad un singolo, ma a più persone: sono il corrispettivo in chiave letterario dell’esistenza della chiesa. Gli studiosi non sono certi se la lettera ai Colossesi sia stata scritta da Paolo, ma affermano con sicurezza che se la paternità del testo non fosse direttamente sua, si dovrebbe pensare allora ad un suo discepolo; la lettera presenta infatti dei temi tipicamente paolini, ma con sviluppi teologici significativi. La lettera si presenta come scritta in una condizione di prigionia e si è pensato, quindi, a Roma o ad Efeso. Colossesi vuole affermare non solo il primato di Cristo, come mediatore tra Dio e gli uomini, ma soprattutto la sua unicità. Evidentemente alcuni fra i Colossesi si ritenevano depositari di una rivelazione a loro dire più completa di quella degli altri cristiani, asserendo di avere relazioni privilegiate con angeli o altre potenze celesti: essi non negavano Cristo, ma lo ritenevano insufficiente, incompleto e cercavano di andare oltre la sua unicità – viene da pensare ad alcune posizioni delle moderne concezioni religiose sincretiste nella galassia della odierna New Age. Paolo afferma, invece, nell’inno cristologico della lettera (Col 1,15-20) che Cristo è l’immagine del Dio invisibile Non è dato scoprire il vero volto di Dio se non nell’incontro con Cristo. Non solo: il Cristo è anche il capo del corpo che è la chiesa e non si può incontrare il capo senza incontrare al contempo il suo corpo. La lettera ai Colossesi relativizza così tutte le potenze angeliche, affermando che esse sono sottomesse a Cristo ed al suo servizio, poiché solo in Cristo dimora corporalmente tutta la pienezza della divinità (Col 2,9). Il messaggio cristiano si rivela così non come una proposta elitaria, ma si offre piuttosto ad ogni uomo che ha accesso all’unico Cristo tramite la fede ed il battesimo. Anche la lettera a Filemone è indirizzata ad un abitante di Colossi ed a tutta la comunità cristiana della città. Paolo invita Filemone ad accogliere il suo schiavo fuggitivo Onesimo come fratello in Cristo, in nome della carità. Il messaggio di Gesù comincia a trasformare dall’interno tutte le relazioni umane.

11. 1 CRISTO È IMMAGINE DEL DIO INVISIBILE E CAPO DEL SUO CORPO CHE È LA CHIESA Ascoltiamo la Parola di Dio dalla lettera ai Colossesi (Col 1,15-20) Cristo, il Figlio diletto, è immagine del Dio invisibile, generato prima di ogni creatura; poiché per mezzo di lui sono state create tutte le cose, quelle nei cieli e quelle sulla terra, quelle visibili e quelle invisibili: Troni, Dominazioni, Principati e Potestà. Tutte le cose sono state create per mezzo di lui e in vista di lui. Egli è prima di tutte le cose e tutte sussistono in lui. Egli è anche il capo del corpo, cioè della Chiesa; il principio, il primogenito di coloro che risuscitano dai morti, per ottenere il primato su tutte le cose. Perché piacque a Dio di fare abitare in lui ogni pienezza e per mezzo di lui riconciliare a sé tutte le cose, rappacificando con il sangue della sua croce, cioè per mezzo di lui, le cose che stanno sulla terra e quelle nei cieli.

Per la lettura e la riflessione personale Da Aleksandr Men’, Io credo. Il Simbolo della fede, Nova millennium editrice, Roma, 2007, pp. 56-60 Non ho paura di tornare a ripetere che ogni cultura al mondo possiede i propri templi, i canti, le campane, i rosari, i trattati, i conventi e molto altro, ma la differenza principale del cristianesimo rispetto alle altre religioni del mondo consiste nella persona di Gesù Cristo. Questa Persona, questa Rivelazione, non esiste altrove. E per quanto sia stata grande la persona di Gautama il Budda che fondò il buddismo, i suoi orientamenti, i suoi insegnamenti, i suoi principii sono molto più essenziali per il buddismo della persona stessa del Budda. In fin dei conti, se Maometto non fosse comparso sulla terra, e se altri, ignoto, avesse proposto i dogmi importantissimi dell’unicità di Dio, dell’obbedienza a Dio, delle preghiere più volte al giorno, ecc. l’islam sarebbe comunque diventato tale qual è oggi. Invece il cristianesimo, senza Cristo perde la sostanza, l’ultima e la più importante. In una novella di Vladimir Solov’ëv, scritta poco prima di morire, e intitolata Breve novella sull’Anticristo, è presentata una scena ove il presidente dell’intero pianeta, il sovrano della Terra, raduna i rappresentanti delle principali Chiese cristiane. Ai cattolici promette la costruzione di templi particolarmente sfarzosi, agli ortodossi di creare musei straordinariamente preziosi dedicati all’arte ecclesiastica antica, ai protestanti di fondare nuovi istituti per lo studio della Sacra Scrittura e della teologia. Sembra che tutti siano contenti. Ma i tre capi della chiesa, il papa Pietro, lo staretz Joann e il professor Pauli, gli rivolgono una domanda diretta: qual è il suo atteggiamento nei confronti di Gesù Cristo? «Tu ci proponi tutto, tranne Lui». Questo è cristianesimo senza Cristo. Estetica, scienza, tradizione, liturgia… ma manca la cosa principale! Manca il Figlio dell’Uomo, crocefisso e risorto! E grazie a questo indizio lo staretz Joann, il papa Pietro e il dottor Pauli smascherano l’anticristo nel presidente del mondo. È questo un brano d’importanza primaria nel chiarire la visione di Vladimir Solov’ëv sul mistero del cristianesimo. Va detto che da allora non è cambiato nulla; e anche dal tempo in cui fu scritto il Vangelo, in questo senso, non è cambiato niente. «Io sono l’Alfa e l’Omega, il principio e la fine», dice il Signore Gesù Cristo. E quando noi leggiamo i testi più antichi – cronologicamente più antichi – del Nuovo Testamento, vi troviamo le parole dell’apostolo Paolo, il quale dice che l’uomo si salva, cioè si approssima a Dio, non attraverso la legge, non con le cose della legge, ma attraverso la fede in Gesù Cristo. Questo che cosa significa? La legge è un certo ordine della vita. La legge è una religione appartenente alla cultura umana. Questa cultura, naturalmente, come si suol dire, ha “radici terrene”. Tutto importante e indispensabile; ma questa eredità culturale non può compiere la svolta, perché in essa ci sono troppe cose umane, e solamente umane. E solo quando l’uomo scopre per sé Cristo, immortale, sempre vivo, allora si compie quello che in uno specifico linguaggio biblico si chiama salvezza, cioè comunione dell’uomo alla Vita vera, alla quale l’anima brama, alla quale aspira. Ecco perché il Signore Gesù Cristo chiamò la Sua predicazione besorà, che significa “lieta novella”, in greco evanghelion. Noi la chiamiamo Vangelo, la Lieta o Buona Novella.

11. 2 «È IN CRISTO CHE ABITA CORPORALMENTE TUTTA LA PIENEZZA DELLA DIVINITÀ» Ascoltiamo la Parola di Dio dalla lettera ai Colossesi (Col 2,9-19) Fratelli, è in Cristo che abita corporalmente tutta la pienezza della divinità, e voi avete in lui parte alla sua pienezza, di lui cioè che è il capo di ogni Principato e di ogni Potestà. In lui voi siete stati anche circoncisi, di una circoncisione però non fatta da mano di uomo, mediante la spogliazione del nostro corpo di carne, ma della vera circoncisione di Cristo. Con lui infatti siete stati sepolti insieme nel battesimo, in lui anche siete stati insieme risuscitati per la fede nella potenza di Dio, che lo ha risuscitato dai morti. Con lui Dio ha dato vita anche a voi, che eravate morti per i vostri peccati e per l’incirconcisione della vostra carne, perdonandoci tutti i peccati, annullando il documento scritto del nostro debito, le cui condizioni ci erano sfavorevoli. Egli lo ha tolto di mezzo inchiodandolo alla croce; avendo privato della loro forza i Principati e le Potestà ne ha fatto pubblico spettacolo dietro al corteo trionfale di Cristo. Nessuno dunque vi condanni più in fatto di cibo o di bevanda, o riguardo a feste, a noviluni e a sabati: tutte cose queste che sono ombra delle future; ma la realtà invece è Cristo! Nessuno v’impedisca di conseguire il premio, compiacendosi in pratiche di poco conto e nella venerazione degli angeli, seguendo le proprie pretese visioni, gonfio di vano orgoglio nella sua mente carnale, senza essere stretto invece al capo, dal quale tutto il corpo riceve sostentamento e coesione per mezzo di giunture e legami, realizzando così la crescita secondo il volere di Dio.

Per la lettura e la riflessione personale Da Henri de Lubac, Esegesi medievale. I quattro sensi della Scrittura, vol. III, Jaca Book, Milano, 1996 (brani scelti da L. Walt per il sito www.letterepaoline.it) In Gesù Cristo, che ne era il fine, l’antica Legge trovava in precedenza la sua unità. Di secolo in secolo, tutto in questa Legge convergeva verso di Lui. È Lui che, della “totalità delle Scritture”, formava già “l’unica Parola di Dio” [...] In Lui, i verba multa (le molte parole) degli scrittori biblici diventano per sempre Verbum unum (l’unica Parola). Senza di Lui, invece, il legame si scioglie: di nuovo la parola di Dio si riduce a frammenti di “parole umane”; parole molteplici, non soltanto numerose, ma molteplici per essenza e senza unità possibile, perché, come constata Ugo di San Vittore, multi sunt sermones hominis, quia cor hominis unum non est (numerose sono le parole dell’uomo, perché il cuore dell’uomo non è uno) [...] Sì, Verbo abbreviato, “abbreviatissimo”, brevissimum, ma sostanziale per eccellenza. Verbo abbreviato, ma più grande di ciò che abbrevia. Unità di pienezza. Concentrazione di luce. L’incarnazione del Verbo equivale all’apertura del Libro, la cui molteplicità esteriore lascia ormai percepire il “midollo” unico, questo midollo di cui i fedeli si nutriranno. Ecco che con il fiat (accada) di Maria che risponde all’annunzio dell’angelo, la Parola, fin qui soltanto “udibile alle orecchie”, è diventata “visibile agli occhi, palpabile alle mani, portabile alle spalle”. Più ancora: essa è diventata “mangiabile”. Niente delle verità antiche, niente degli antichi precetti è andato perduto, ma tutto è passato a uno stato migliore. Tutte le Scritture si riuniscono nelle mani di Gesù come il pane eucaristico, e, portandole, egli porta sé stesso nelle sue mani: “tutta la Bibbia in sostanza, affinché noi ne facciamo un solo boccone…”. “A più riprese e sotto varie forme” Dio aveva distribuito agli uomini, foglio per foglio, un libro scritto, nel quale una Parola unica era nascosta sotto numerose parole: oggi egli apre loro questo libro, per mostrare loro tutte queste parole riunite nella Parola unica. Filius incarnatus, Verbum incarnatum, Liber maximus (Figlio incarnato, Verbo incarnato, Libro per eccellenza): la pergamena del Libro è ormai la sua carne; ciò che vi è scritto sopra è la sua divinità [...] Le due forme del Verbo abbreviato e dilatato sono inseparabili. Il Libro dunque rimane, ma nello stesso tempo passa tutt’intero in Gesù e per il credente la sua meditazione consiste nel contemplare questo passaggio. Mani e Maometto hanno scritto dei libri. Gesù, invece, non ha scritto niente; Mosè e gli altri profeti “hanno scritto di lui”. Il rapporto tra il Libro e la sua Persona è dunque l’opposto del rapporto che si osserva altrove. Così la Legge evangelica non è affatto una lex scripta (legge scritta). Il cristianesimo, propriamente parlando, non è affatto una “religione del Libro”: è la religione della Parola – ma non unicamente né principalmente della Parola sotto la sua forma scritta. Esso è la religione del Verbo, “non di un verbo scritto e muto, ma di un Verbo incarnato e vivo”. La Parola di Dio adesso è qui tra di noi, “in maniera tale che la si vede e la si tocca”: Parola “viva ed efficace”, unica e personale, che unifica e sublima tutte le parole che le rendono testimonianza. Il cristianesimo non è “la religione biblica”: è la religione di Gesù Cristo.

SECONDA LETTURA – LETTERA DI SAN PAOLO AI FILIPPESI 2: 6-11

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COMMENTAIRES DE MARIE-NOËLLE THABUT, DIMANCHE 20 MARS 2016

SECONDA LETTURA – LETTERA DI SAN PAOLO AI FILIPPESI 2: 6-11

(traduzione Google dal francese)

Noi conosciamo bene questo testo: si è spesso chiamato il « Inno della Lettera ai Filippesi » perché riteniamo che non è della mano di Paolo, ma ha citato un inno di solito  cantato nella liturgia. Due punti per iniziare: prima volta, si è colpiti dal Nuovo Testamento enfasi sul tema del Servo, « spogliò se stesso, assumendo la condizione servo « . E ‘chiaro che i primi cristiani di fronte allo scandalo della croce hanno riletto molte canzoni del Servo di Isaia. Solo questi testi previsti percorsi di meditazione per rappresentano il mistero della persona di Cristo. Seconda osservazione: « Pur essendo in forma di Dio, non ritengono opportuno far valere il suo diritto di essere trattati uguale Dio. « Siamo tentati di leggere », anche se la forma di Dio …  » in realtà è il contrario. Dovrebbe essere visualizzato: « Perché era in forma di Dio, non ha ritenuto di far valere il suo diritto di essere trattati allo stesso modo con Dio.  » Peggio, sembra che una delle pecche di questo testo è la tentazione che dobbiamo leggerla in termini di ricompensa; come se il regime era Gesù si è comportato egregiamente e quindi ha ricevuto una meravigliosa ricompensa! Oserei parlare di tentazione è che qualsiasi presentazione del progetto di Dio in termini di calcolo, ricompensa, il merito, quello che io chiamo termini aritmetici è in contrasto con la « grazia » di Dio … Grazia come suggerisce il nome, è gratuito! E, curiosamente, abbiamo un momento difficile pensare in termini di istruzione gratuita; siamo sempre tentati di parlare di merito; ma se Dio voleva che noi abbiamo il merito, questo è dove potremmo essere preoccupati … La meraviglia dell’amore di Dio è che non si aspetta di incontrare noi i nostri meriti; Questo è certamente quello che gli uomini della Bibbia sono stati scoperti attraverso la rivelazione. Quindi penso che per essere fedele al testo, esso deve essere letto in termini di gratuità. E ‘responsabile di errata interpretazione se dimentichiamo che tutto è dono di Dio, « tutto è grazia », ??come ha detto Bernanos. Per Paolo, è ovvio che il dono di Dio è libero. . Una convinzione che sottende tutte le sue lettere così ovvio che non ha ribadisce Proviamo a riassumere il pensiero di Paolo: il progetto di Dio (il suo « buon piacere ») è quello di portare noi nel suo l’intimità, la sua felicità, il suo amore perfetto. Questo progetto è assolutamente gratuito, che ovviamente non è sorprendente, dal momento che questo è un progetto d’amore. Questo dono di Dio, ma questo articolo nella sua vita divina, dobbiamo solo accettare con gioia, semplicemente; non si tratta di merito, si tratta di « dono » per così dire. Con Dio, tutto è presente. Ma escludiamo noi stessi da questo dono gratuito se si adotta un atteggiamento di pretesa; se ci comportiamo in l’immagine della donna nel giardino dell’Eden: ha preso il frutto proibito, lei lo prende come un bambino « strappato » su un display … Gesù Cristo, tuttavia, era quella casa (ciò che St. Paul chiama « obbedienza »), e perché è stato solo accogliere il dono di Dio e non sostengono che è stato riempito. « Pur essendo Dio, non ha ritenuto opportuno affermando « è proprio perché è la forma di Dio, egli sostiene nulla. Lui lo sa, quello che il libero amore … lui sa che non è giusto rivendicare, non vede in forma a « rivendicare » il diritto di essere trattati allo stesso modo con Dio … ma questo è ciò che Dio vuole darci! Dare come un dono. E questo è in realtà ciò che gli è stato dato alla fine. E ‘la stessa domanda nell’episodio dei Temptations (si legge per la prima Domenica di Quaresima): divisore (che è la parola diavolo / diabolos in greco) non propone a lui che le cose che fanno parte del piano di Dio! Ma si rifiuta di prenderlo. Egli conta su Padre a dargli. Il tentatore disse: « Se tu sei il Figlio di Dio, si possono aiutare voi, il vostro padre non può rifiutare voi, si trasforma il pane in pietra quando hai fame … gettati giù per la montagna, che vi proteggerà … mi ami, io governare il mondo si … « Ma lui si aspetta tutto da solo Dio. egli riceve il nome che è al di sopra di ogni altro nome: questo è solo il nome di Dio! Di ‘Gesù è il Signore, cioè, è Dio nel Vecchio Testamento, il titolo di « Signore » è stato riservato a Dio. Genuflessione, se è per questo: « affinché nel nome di Gesù ogni ginocchio si pieghi … » Questo è un allusione a una frase del profeta Isaia: « Davanti a me ogni ginocchio si piegherà e ogni lingua sarà giurato, dice Dio » ( è 45:. 23) Gesù ha vissuto la sua vita come uomo in umiltà e fiducia, anche quando è accaduto il peggio, vale a dire, l’odio umano e la morte. Ho detto « fiducia »; Paolo, parla di « obbedienza ». « Obey », « ob-audire » in latino, letteralmente « mettere l’orecchio (audire) » prima « (ob) la parola: è l’atteggiamento di dialogo perfetto, senza ombre; questa è la fiducia assoluta; se si mette l’orecchio alla parola, è perché sappiamo che questa parola non è altro che amore, è possibile ascoltare senza paura. L’inno finisce con « ogni lingua proclami che Gesù Cristo è il Signore per la gloria di Dio Padre « : la fama, è la manifestazione, la rivelazione dell’infinito amore, l’amore personificato; vale a dire, vedendo Cristo portare l’amore di un climax, e accettare la morte per rivelare fino a che punto l’amore di Dio, possiamo dire con il centurione, « Sì, davvero, questo è il Figlio di Dio « … perché Dio è amore.

FILIPPESI 3, 8-14

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COMMENTAIRES DE MARIE-NOËLLE THABUT, DIMANCHE 13 MARS 2016

DEUXIEME LECTURE – LETTRE DE SAINT PAUL AUX PHILIPPIENS  3, 8 – 14

(traduzione Google dal francese)

Qui troviamo l’immagine della corsa che san Paolo usa più volte nelle sue lettere. E in gara, è l’obiettivo che conta! Il punto di partenza, si deve fare in fretta a dimenticare! Immaginate un corridore che avrebbe trasformato senza fermarsi, è garantito da perdere, « Solo una cosa questioni: dimenticando ciò che sta dietro e proteso in avanti verso la parte anteriore, corro verso la meta per il premio … » Abbiamo bisogno di sapere voltare le spalle in qualche modo: e da quando è stato « sequestrato » da Cristo, come dice lui, Paul voltò le spalle a molte cose, in molte certezze. La parola « sequestrato » è molto forte nel linguaggio di Paolo: la sua vita era in realtà abbastanza sconvolto dal giorno in cui Cristo fu letteralmente lo prese sulla via di Damasco. Di solito, però, Paolo ha presentato la sua fede cristiana come la continuazione logica della sua fede ebraica. Ai suoi occhi, Gesù Cristo veramente soddisfatto le aspettative del Vecchio Testamento e non vi è continuità tra l’Antico e il Nuovo Testamento: per esempio, durante il suo processo davanti al tribunale romano a Cesarea, ha detto:  » Mosè ei profeti hanno previsto quello che doveva accadere (vale a dire che Gesù è il Messia) e non dico altro … « (At 26, 22). Ma qui, Paolo sottolinea la novità portata da Gesù Cristo: « Tutti i vantaggi che avevo prima, li considerano ora come un perdita di fronte alla sublimità della conoscenza di Cristo Gesù, mio ??Signore.  » La novità portata da Gesù Cristo, è radicale: ora siamo veramente una « nuova creazione »; questa espressione, ci siamo incontrati Domenica scorsa nella seconda lettera ai Corinzi; Qui, Paolo dice il contrario: « Grazie a lui, ho perso tutto; Considero tutto come rifiuti, per l’unico vantaggio, Cristo, nel quale Dio mi riconosce come diritto. « Tradurre: » ciò che prima mi sembrava più importanti, i miei vantaggi, i miei privilegi, ora non importa più a me che lo sterco « . Questi « benefici » di cui egli parla: era l’orgoglio di appartenenza al popolo d’Israele; era la fede, la fedeltà, inestirpabile, la speranza di questo popolo; è stata la pratica regolare, scrupolosa di tutti i comandamenti, che egli chiama « l’obbedienza alla legge di Mosè ». Ma ora, Gesù Cristo ha preso tutto lo spazio nella sua vita: « Tutto io reputo una rifiutare per un guadagno di Cristo ». Ora possiede la proprietà che supera tutto, l’unica ricchezza in tutto il mondo ai suoi occhi: « conoscenza » di Cristo; per parlare di questo, Gesù impiegato parabole: per esempio ha detto « il regno dei cieli è simile a un tesoro nascosto in un campo, il quale un uomo ha scoperto: lo nasconde di nuovo, e nella sua gioia che se ne va, vende tutti i suoi averi e compra quel campo. « (Mt 13, 44). Il vero tesoro della nostra vita, dice San Paolo, è quello di aver scoperto Cristo; e sa di che parla, lui che è stato il primo persecutore degli apostoli! La sua vita è stata sconvolta da questa scoperta, da questa « conoscenza » di Cristo. Una conoscenza che non è intellettuale: in senso biblico, sapendo che qualcuno sta vivendo nella sua intimità, è quello di amare e condividere la sua vita. E ‘in questo senso di intimità condivisa che Paolo parla del legame che unisce la società, e con lui tutti i battezzati in Gesù Cristo. Perché è così insistente su di esso? Perché siamo nel contesto di un conflitto molto grave che ha attraversato la comunità Filippesi sulla circoncisione; abbiamo già incontrato qualche settimana fa: alcuni cristiani di origine ebraica ci avrebbe voluto imporre la circoncisione a tutti i cristiani prima del battesimo; è la circoncisione che pensa quando parla di « obbedienza alla Legge di Mosè »; in che modo sappiamo Apostoli affrontato la questione che minacciava di dividere le comunità, nel corso di un incontro a Gerusalemme, un mini-consiglio: nella Nuova Alleanza, la Legge di Mosè viene superato; Battesimo nel Nome di Gesù ‘ci ha fatti figli di Dio: « Sei stato battezzati in Cristo, vi siete rivestiti di Cristo », ha detto Paolo in Galati (Gal 3, 27). La circoncisione non è più necessario per servire il popolo della Nuova Alleanza, dal momento che l’Alleanza è permanentemente sigillato una volta per tutte in Gesù Cristo: «In Gesù Cristo, Dio mi riconosce come diritto. Questa giustizia non di me stesso è, vale a dire dalla mia obbedienza alla Legge di Mosè, ma della fede in Cristo: è la giustizia che viene da Dio e si basa sulla fede. « Una delle grandi scoperte di Paolo è che la nostra salvezza non è la fine dei nostri meriti, i nostri sforzi … la salvezza di Dio è gratis! Questo è lo stesso significato di « grazia », ??se ci pensi … Il libro della Genesi era già dicendo: « Abramo ebbe fede nel Signore e il Signore è sembrato giusto. « (Gen 15: 6). In altre parole, la nostra giustizia viene solo da Dio, solo credere! Ma il motivo per cui egli parla di « comunione delle sofferenze della Passione di Cristo, riprodurre la sua morte, con la speranza di risurrezione dai morti »? E ‘, ovviamente, non per accumulare meriti per buona misura! Paul ha appena detto esattamente il contrario! Vuol dire che questa nuova vita che stiamo conducendo ora, in Cristo Gesù, innestato su di lui (per usare l’immagine della vite a San Giovanni) ci porta a prendere la stessa strada come lui. « Comunicare con la passione della sofferenza di Cristo » è quello di accettare di riprodurre il comportamento di Cristo, accetta gli stessi rischi, che sono i rischi per l’annuncio del Vangelo; Gesù aveva detto: « Nessuno è profeta in patria », e lui è stato ben avvertito i suoi apostoli che essi non sarebbero stati trattati meglio di loro padrone. La questione è se saremmo stati in grado di dire con St. Paul che l’unico possesso che conta per noi è la conoscenza di Cristo? Tutto il resto è solo « feccia »!

complemento – Una delle idee principali di San Paolo è che Cristo è venuto a compiere la Scrittura: il rapporto tra l’Antico Testamento e il Nuovo Testamento, tra l’Alleanza e la Nuova Alleanza è fatta di continuità e rottura: è perché Paolo è un Ebreo che è cristiano, e che la continuità … ma ora dobbiamo abbandonare pratiche ebraiche per consentire « cattura » da Cristo, e che la rottura.

BRANO BIBLICO SCELTO – FILIPPESI 3,17-4,1

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BRANO BIBLICO SCELTO – FILIPPESI 3,17-4,1

17 Fatevi miei imitatori, fratelli, e guardate a quelli che si comportano secondo l’esempio che avete in noi. 18 Perché molti, ve l’ho già detto più volte e ora con le lacrime agli occhi ve lo ripeto, si comportano da nemici della croce di Cristo: 19 la perdizione però sarà la loro fine, perché essi, che hanno come dio il loro ventre, si vantano di ciò di cui dovrebbero vergognarsi, tutti intenti alle cose della terra. 20 La nostra patria invece è nei cieli e di là aspettiamo come salvatore il Signore Gesù Cristo, 21 il quale trasfigurerà il nostro misero corpo per conformarlo al suo corpo glorioso, in virtù del potere che ha di sottomettere a sé tutte le cose. 4,1 Perciò, fratelli miei carissimi e tanto desiderati, mia gioia e mia corona, rimanete saldi nel Signore così come avete imparato, carissimi!

COMMENTO Filippesi 3,17-4,1 Il comportamento cristiano La lettera ai Filippesi è stata scritta probabilmente nel corso di una prigionia subita da Paolo a Efeso, durante il terzo viaggio missionario. La lettera, nella quale sono stati inseriti con ogni probabilità i frammenti di altre due missive inviate da lui ai cristiani di Filippi, inizia con il prescritto seguito dal ringraziamento (Fil 1,1-11); il corpo della lettera contiene confidenze di Paolo su se stesso (1,12-26) ed esortazioni ai filippesi (1,27-2,18), seguite da un intermezzo narrativo (2,19-30). A questo punto è inserita la prima aggiunta, che è un testo di carattere polemico nei confronti dei suoi avversari infiltratisi nella comunità (Fil 3,1b-4,1). Dopo di esso sono riportate alcune esortazioni finali (4,2-9). Viene poi inserita la seconda aggiunta, che è una breve missiva con cui Paolo ringrazia i filippesi per gli aiuti economici che gli hanno inviato (Fil 4,10-20). La lettera termina con il poscritto (4,21-23). Nel brano liturgico è riportata la seconda parte del brano polemico inserito nella lettera originaria. Precedentemente Paolo aveva affermato la sua rinunzia ai privilegi che gli competevano come giudeo in vista della giustizia derivante dalla fede in Cristo e il suo impegno per essere completamente assimilato a lui (Fil 3,1-16). Nel brano liturgico egli conclude la sua polemica esortando i filippesi a farsi suoi imitatori (v. 17), senza lasciarsi sedurre da diverse teorie (vv. 18-19) e a orientare tutti i loro desideri alla patria celeste (vv. 20-21); conclude il brano un invito a restare saldi nel Signore (4,1).

L’imitazione di Paolo (v. 17) Paolo inizia la sua esortazione invitando i filippesi a farsi suoi imitatori (synmimêtai) (v. 17a). Il tema dell’imitazione (mimêsis) è proprio di Paolo (cfr. 1Ts 1,6; 1Cor 4,16; 11,1) il quale se ne serve per rendere comprensibile a lettori greci il tema evangelico della sequela. Qui però l’Apostolo pone se stesso come mediatore della sequela Christi, in quanto i suoi lettori non hanno conosciuto direttamente Gesù e solo per mezzo del suo apostolo possono avere accesso alla sua persona e al suo insegnamento. Il termine synmimêtai (lett. con-imitatori) ha una valenza comunitaria, in quanto solo nel rapporto fraterno tra di loro i filippesi possono diventare imitatori di Paolo. Paolo li esorta anche a guardare (skopeite) a quelli che si comportano secondo l’esempio che hanno in lui (v. 17b). Questa precisazione si rende necessaria perché Paolo è lontano e i filippesi hanno bisogno ogni giorno di avere esempi concreti a cui ispirarsi. Egli si riferisce certamente a Timoteo, suo diretto collaboratore, ed Epafrodito, dei quale ha appena fatto l’elogio: ambedue stanno per essere inviati da lui a Filippi. Ma certamente allude anche ad altri membri della comunità che hanno più profondamente assimilato il suo messaggio. Tutti costoro si comportano (peripateo, camminare) secondo il suo esempio (typon). Si stabilisce così una catena di testimoni i quali, con il loro modo di essere, fanno da locomotiva per tutta la comunità aiutandola a crescere nella fede. 

Guardarsi dai comportamenti devianti (vv. 18-19) L’esortazione di Paolo è determinata dal fatto che nella comunità vi sono anche coloro che non seguono l’esempio dell’Apostolo. Riguardo a loro egli mette in guardia ancora una volta i filippesi come, sottolinea, aveva già fatto spesso in passato. E lo fa «con le lacrime agli occhi» (v. 18), come aveva fatto scrivendo ai corinzi dopo essere stato offeso da un suo anonimo avversario in occasione di una sua visita alla comunità (cfr. 2Cor 2,4). Queste lacrime sono segno non di stizza, ma di ansia e di preoccupazione per il rischio che la comunità possa prendere una via sbagliata. Come accade di solito Paolo non dice esplicitamente a chi si riferisce, ma designa i personaggi in questione come persone che «si comportano da nemici della croce di Cristo» (v. 18b). Egli aveva già usato un’espressione analoga in Gal 6,12 dove si era scagliato contro coloro che costringono i cristiani della Galazia a farsi circoncidere «per non essere perseguitati a causa della croce di Cristo». In quel contesto sembra che Paolo volesse alludere ai giudaizzanti, i quali mettevano in primo piano la loro appartenenza al giudaismo per evitare le sanzioni riservate ai seguaci di un uomo crocifisso dall’autorità romana, quindi ritenuto come un ribelle conclamato. Si può pensare che anche in Fil 3,18b l’espressione «nemici della croce di Cristo» abbia un significato analogo. Essa indicherebbe coloro che, affermando la permanenza delle pratiche giudaiche all’interno della Chiesa, in pratica tolgono alla croce il suo significato di mezzo primario ed esclusivo di salvezza. Se si accetta questa interpretazione, Paolo si riferirebbe anche qui agli avversari nominati all’inizio del capitolo dove, per il loro attaccamento alla circoncisione, li aveva designati sarcasticamente come «mutilazione» (katatome), cioè coloro che si fanno mutilare (cfr. Fil 3,2). A proposito di questi nemici della croce di Cristo Paolo afferma che «la loro fine (sarà) la perdizione» (v. 19a): con queste parole egli preannunzia non tanto un castigo, in questa vita o alla fine dei tempi, ma semplicemente il fallimento del loro progetto. Poi rincara la dose, attribuendo loro tre qualifiche negative: «hanno come dio il loro ventre, si vantano di ciò di cui dovrebbero vergognarsi, tutti intenti alle cose della terra» (v. 19b». La prima di esse non si riferisce all’eccessiva importanza data alla ricerca del cibo, perché Paolo non sta parlando del vizio della gola. Invece è probabile che si riferisca eufemisticamente alla circoncisione o alle norme alimentari della legge mosaica, alle quali i giudaizzanti davano un peso notevole. Così facendo essi, secondo l’Apostolo, mettono il loro vanto proprio in quelle cose che egli, in quanto discepolo di Cristo, ha considerato una perdita (cfr. Fil 3,3-8). Da ciò si deduce che i nemici della croce di Cristo non sono i giudei che non hanno aderito a Cristo e neppure i gentili di Filippi, ma i cristiani giudaizzanti che cercano di portare la comunità paolina di Filippi nell’alveo del giudaismo.

L’attesa del ritorno di Cristo (vv. 20-21) In contrasto con la perdizione minacciata a quanti hanno preso una direzione sbagliata, Paolo prospetta il destino riservato a coloro che seguono il suo esempio. Egli afferma che la loro patria è nei cieli e di là aspettano come salvatore il Signore Gesù Cristo (v. 20). La patria (politeuma) è il gruppo umano a cui uno appartiene e con il quale interagisce, trovando in esso la sua sicurezza e la sua realizzazione personale. Affermare che per i credenti la propria patria è nei cieli non significa che essi si devono separarsi dalla società a cui appartengono in attesa di poter entrare, alla fine della propria vita terrena, in un altro mondo, in cielo, ma che hanno il pensiero rivolto costantemente a quel Dio presso il quale si trova Cristo in forza della sua risurrezione, con la certezza che egli un giorno ritornerà come «salvatore»: questo appellativo, spesso attribuito a Dio nell’AT, non è mai applicato a Cristo nelle lettere autentiche di Paolo, ma solo nelle deuteropaoline (cfr. Ef 5,23; 2Tm 1,10; Tt 1,4; 2,13; 3,6). L’attesa della parusia di Gesù resta dunque l’articolo di fede fondamentale anche per la comunità di Filippi (cfr. 1Cor 1,7). Con la sua venuta il Signore Gesù «trasfigurerà il nostro misero corpo per conformarlo al suo corpo glorioso, in virtù del potere che ha di sottomettere a sé tutte le cose» (v. 21). Egli riprende qui quanto aveva già spiegato ai corinzi: «Non tutti moriremo, ma tutti saremo trasformati… È necessario infatti che questo corpo corruttibile si vesta di incorruttibilità e questo corpo mortale si vesta di immortalità» (1Cor 15,51.53). Ciò sarà necessario perché egli «ponga sotto i suoi piedi tutti i suoi nemici», l’ultimo dei quali a essere debellato è la morte (cfr. 1Cor 15,25-26).

Esortazione finale (4,1) A conclusione del brano Paolo fa ancora un’esortazione accorata: «Perciò, fratelli miei carissimi e tanto desiderati, mia gioia e mia corona, rimanete saldi nel Signore così come avete imparato, carissimi!» (4,1). In questa frase si manifesta tutto l’affetto che Paolo nutre per i cristiani di Filippi, i quali sono da lui non solo amati ma anche desiderati, come avviene all’interno di un rapporto fortemente affettivo. Essi sono per lui motivo di «gioia» (chara), sono come la «corona» (stefanos) che l’atleta conquista con l’impegno agonistico (cfr. 1Ts 2,19-20; 1Cor 9,24-26), perché attestano che il suo lavoro apostolico non è stato vano. A essi raccomanda di restare saldi nel Signore, cioè di non deviare dal cammino che hanno intrapreso.

Linee interpretative Ad una comunità ancora giovane Paolo propone se stesso come modello di vita cristiana. Così facendo egli non vuole mettersi su un piedestallo, ma intende aiutare fraternamente i nuovi convertiti, provenienti da un ambiente religioso e culturale impregnato di valori diversi da quelli evangelici, a trovare la propria strada nella sequela di Cristo. Per questo sono necessari esempi concreti che indichino loro la strada da seguire. Che egli non voglia esaltare indebitamente la propria persona, appare dal fatto che propone come esempio anche il comportamento di altri cristiani la cui formazione è maggiormente approfondita. Paolo non si limita a indicare ai filippesi una direttiva di marcia, ma li esorta a non cadere in comportamenti devianti che li allontanerebbero da Cristo. Egli li mette in guardia nei confronti non tanto del mondo circostante, dal quale essi si sono separati, quanto piuttosto delle pressioni da parte di fratelli nella fede i quali si fanno promotori, teoricamente e praticamente, di comportamenti devianti. Egli si riferisce qui, come all’inizio del capitolo, ai missionari giudaizzanti i quali, pur annunziando Cristo, si dimostrano nemici della sua croce. In realtà essi non hanno obiezioni nei confronti del fatto storico della morte di Cristo in croce, ma mettono questo evento in secondo piano, in quanto tutta la loro preoccupazione è per l’osservanza della legge, che presentano come un mezzo essenziale per raggiungere la salvezza. In pratica essi vorrebbero portare le comunità paoline nell’alveo del giudaismo. Per Paolo, invece, il mezzo che porta alla salvezza è proprio l’adozione della logica della croce, in quanto espressione di un amore portato fino al limite estremo, e non l’osservanza della legge. Paolo infine mette al centro della vita cristiana l’attesa del ritorno di Gesù risorto, il quale verrà a compiere l’opera iniziata nella sua vita terrena, sottomettendo a sé tutte le cose. In quel momento egli trasformerà il corpo, cioè la persona, dei credenti in modo da renderli conformi al suo corpo glorioso. Quello che Paolo prospetta è il rinnovamento finale di tutte le cose, verso il quale i credenti in Cristo devono tendere, nell’attesa del ritorno di Gesù Cristo come salvatore. Cristo dunque, per coloro che credono in lui, rappresenta il maestro e la guida verso la salvezza. Ma anche per quelli che non hanno aderito a lui egli resta un modello a cui ispirarsi per raggiungere un’umanità piena.

 

BRANO BIBLICO SCELTO – ROMANI 10,8-13

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BRANO BIBLICO SCELTO – ROMANI 10,8-13

Fratelli, 8 che dice la Scrittura? « Vicino a te è la parola, sulla tua bocca e nel tuo cuore »: cioè la parola della fede che noi predichiamo. 9 Poiché se confesserai con la tua bocca che Gesù è il Signore, e crederai con il tuo cuore che Dio lo ha risuscitato dai morti, sarai salvo. 10 Con il cuore infatti si crede per ottenere la giustizia e con la bocca si fa la professione di fede per avere la salvezza. 11 Dice infatti la Scrittura: « Chiunque crede in lui non sarà deluso ». 12 Poiché non c’è distinzione fra giudeo e greco, dato che lui stesso è il Signore di tutti, ricco verso tutti quelli che l’invocano. 13 Infatti: « Chiunque invocherà il nome del Signore sarà salvato ».  

COMMENTO Romani 10,8-13 L’efficacia della fede Nei cc. 9-11 della sua lettera ai Romani Paolo si pone un problema che doveva interessare direttamente i cristiani provenienti dal giudaismo: come si può dire che Cristo abbia portato la salvezza definitiva se proprio i giudei, ai quali per primi era stata promessa, l’hanno rifiutata. Nel c. 10, riprendendo uno spunto già presente nel capitolo precedente, egli afferma che Israele non ha raggiunto quella giustizia di cui era il primo destinatario perché non ha capito che proprio secondo la Scrittura essa si acquista esclusivamente mediante la fede. Questo malinteso non è frutto di ignoranza, ma di un rifiuto colpevole, che già i profeti avevano preannunziato. Di questa argomentazione la liturgia riprende solo il brano in cui si parla dell’efficacia della fede. Per capirlo correttamente bisogna ricordare che Paolo, in contrapposizione con la giustizia che proviene dalla legge, descrive qui la giustizia che viene dalla fede. A questo proposito egli utilizza anzitutto nei vv. 6-7 un brano del Deuteronomio, riletto alla luce della traduzione aramaica (Targum) che a sua volta si ispira al Sal 107,26: in esso si dice che il comando del Signore «non è nel cielo perché tu dica: Chi salirà per noi in cielo, per prendercelo e farcelo udire e lo possiamo eseguire? Non è di là dal  mare(Tg: nel profondo del grande abisso), perché tu dica: Chi attraverserà per noi il mare (Tg: chi scenderà nel grande abisso) per prendercelo e farcelo udire e lo possiamo eseguire? Anzi questa parola è molto vicina a te, è nella tua bocca e nel tuo cuore, perché tu la metta in pratica» (Dt 30,11-14). In questo testo si vuole esprimere la sintonia della legge con le intime aspirazioni del cuore umano. Secondo Paolo invece la giustizia (personificata) che viene dalla fede esorta a non usare le espressioni «chi salirà al cielo» oppure «chi discenderà nell’abisso» perché esse significano rispettivamente la venuta di Cristo e la sua risurrezione (vv. 6-7), due eventi che si sono già realizzati. Inizia qui il testo liturgico in cui Paolo si pone la domanda: «Che dice dunque?» e risponde: «Vicino a te è la parola, sulla tua bocca e nel tuo cuore: cioè la parola della fede che noi predichiamo» (v. 8). In questa risposta egli fa uso di Dt 30,14, riprendendo però solo la prima parte («Anzi questa parola è molto vicina a te, è nella tua bocca e nel tuo cuore»), mentre sostituisce la seconda («perché tu la metta in pratica»). La vera giustizia si limita a dire, con le parole della Scrittura, che la parola di Dio è una realtà non lontana dal credente, ma molto vicina a lui, sulla sua bocca e nel suo cuore. Ma la parola di cui parla il testo biblico non è altro che la «parola della fede» (rêma tês pisteôs) che Paolo predica. Nella sua rilettura dunque il testo biblico non indica più, come nel contesto originale, la legge che il credente è invitato a praticare, ma la predicazione apostolica, il cui compito non è altro che quello di annunziare la venuta di Cristo e la sua risurrezione al fine di suscitare la fede in lui. L’apostolo poi prosegue: «Poiché se confesserai con la tua bocca che Gesù è il Signore, e crederai con il tuo cuore che Dio lo ha risuscitato dai morti, sarai salvo» (v. 9). Con queste parole egli commenta Dt 30,14 così come è stato da lui citato. Da esso egli ricava il principio secondo cui, facendo con la bocca l’antica professione di fede cristiana («Gesù è il Signore») e credendo con il cuore che egli è stato risuscitato dai morti, si ottiene la salvezza. Le due parti di questo versetto sono strettamente parallele: professione con la bocca e fede del cuore sono due modi diversi per dire la stessa cosa, cioè la piena adesione al Cristo risuscitato. E aggiunge, sempre facendo ricorso al parallelismo: «Con il cuore infatti si crede per ottenere la giustizia e con la bocca si fa la professione di fede per avere la salvezza» (v. 10). In altre parole, la fede nella risurrezione di Cristo, professata con sincerità dalla comunità cristiana, produce la giustificazione che è il primo passo verso la salvezza finale. A sostegno di questa affermazione egli riporta un altro testo biblico: «Dice infatti la Scrittura: Chiunque crede in lui non sarà deluso» (v. 11). Questo testo, già citato nel capitolo precedente, viene ricavato dal libro di Isaia, dove si afferma: «Chiunque crede in lui non sarà deluso» (Is 28,16). Dal testo di Isaia Paolo deduce poi questa conclusione: «Poiché non c’è distinzione fra giudeo e greco, dato che lui stesso è il Signore di tutti, ricco verso tutti quelli che l’invocano» (v. 12). Il fatto che sia proprio la fede, coltivata nel cuore e proclamata con la bocca, a procurare la giustificazione e la salvezza, è prova e garanzia che questa è accessibile a tutti coloro che lo invocano, siano essi giudei o gentili: poiché è il Signore di tutti, Dio fa a tutti i suoi doni. E di nuovo Paolo fa appello a un testo biblico che conferma questa conclusione: «Infatti: Chiunque invocherà il nome del Signore sarà salvato» (v. 13). Questo testo è ricavato da Gioele, il quale dice: «Chiunque invocherà il nome del Signore sarà salvato» (Gl 3,5). Il «Signore» è Gesù, che viene così identificato con il Signore (JHWH),. L’invocazione del suo nome coincide con l’espressione della fede in lui, che diventa fonte di salvezza per tutta l’umanità.

Linee interpretative In questo brano Paolo vuole anzitutto sottolineare come la giustizia provenga esclusivamente dalla fede in Cristo, come appare, secondo lui, da un testo riguardante la vicinanza della parola di Dio e la sua sintonia con il cuore del credente. Secondo lui il messaggio evangelico della giustificazione mediante la fede in Gesù Cristo è stato predicato al popolo giudaico in modo adeguato, mediante messaggeri inviatigli ufficialmente da Dio. Il rifiuto di Cristo da parte dei giudei è dunque frutto di una scelta deliberata e colpevole: non si tratta quindi di un evento tale da mettere in discussione la fedeltà di Dio, ma di una decisione sbagliata, la cui responsabilità ricade sul popolo stesso. D’altronde il comportamento di questo popolo nei confronti di Cristo corrisponde all’immagine che ne danno proprio le Scritture che esso riconosce come sacre. A sostegno della sua tesi, l’apostolo porta una serie di brani biblici che, in quanto parola di Dio, ritiene più convincenti di qualsiasi rilievo oggettivo, citandoli però al di fuori del loro contesto e dando loro un significato abbastanza diverso da quello che avevano originariamente. Egli dunque interpreta le Scritture con una notevole libertà, della quale d’altronde anche i dottori del suo tempo si avvalevano senza eccessivi scrupoli. Ispirandosi ad alcuni testi biblici molto noti egli attribuisce alla fede, che per lui ha come oggetto la morte e la risurrezione di Cristo, il posto centrale nel processo che porta alla giustificazione e alla salvezza. Egli può fare ciò perché ha presente in modo globale la predicazione dei profeti, i quali pronunziano una dura condanna nei confronti di Israele, considerato come un popolo che per sua natura è infedele a JHWH. In tal modo egli può dimostrare che Dio vuole la salvezza di tutti, senza legarsi alla tradizionale divisione dell’umanità in giudei e gentili. Il passaggio dell’annunzio evangelico ai gentili non rappresenta dunque una sconfessione o un rifiuto dei giudei da parte di Dio, ma piuttosto l’attuazione del suo progetto originario, in quanto esso aveva lo scopo di far sì che mediante i giudei la salvezza giungesse a tutta l’umanità.

1 CORINZI 15,1-11 – COMMENTO BIBLICO

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1 CORINZI 15,1-11 – COMMENTO BIBLICO

1 Vi rendo noto, fratelli, il vangelo che vi ho annunziato e che voi avete ricevuto, nel quale restate saldi, 2 e dal quale anche ricevete la salvezza, se lo mantenete in quella forma in cui ve l’ho annunziato. Altrimenti, avreste creduto invano! 3 Vi ho trasmesso, anzitutto, quello che anch’io ho ricevuto: che cioè Cristo morì per i nostri peccati secondo le Scritture, 4 fu sepolto ed è risuscitato il terzo giorno secondo le Scritture, 5 e che apparve a Cefa e quindi ai Dodici. 6 In seguito apparve a più di cinquecento fratelli in una sola volta: la maggior parte di essi vive ancora, mentre alcuni sono morti. 7 Inoltre apparve a Giacomo, e quindi a tutti gli apostoli. 8 Ultimo fra tutti apparve anche a me come a un aborto. 9 Io infatti sono l’infimo degli apostoli, e non sono degno neppure di essere chiamato apostolo, perché ho perseguitato la Chiesa di Dio. 10 Per grazia di Dio però sono quello che sono, e la sua grazia in me non è stata vana; anzi ho faticato più di tutti loro, non io però, ma la grazia di Dio che è con me. 11 Pertanto, sia io che loro, così predichiamo e così avete creduto.

  COMMENTO 1 Corinzi 15,1-11 La risurrezione di Cristo Nell’ultimo capitolo della 1Corinzi Paolo affronta il problema del destino finale riservato a coloro che hanno abbracciato la fede in Cristo. Precedentemente egli aveva rivolto la sua attenzione a situazioni specifiche riguardanti la vita personale o comunitaria. Ora invece si pone al cuore stesso del «vangelo», mostrando come in esso sia contenuta una salvezza che va oltre i limiti della vita fisica dell’uomo. È difficile stabilire se l’apostolo risponde a una domanda precisa che gli è stata posta dalla comunità (manca all’inizio la formula «riguardo a…»), o se prende posizione nei confronti di una problematica di cui è venuto a conoscenza per altra via. La lunghezza della trattazione dimostra però che il tema era sentito come un punto nevralgico del cristianesimo nascente, intorno al quale erano emerse opinioni divergenti che rischiavano di oscurare il vero significato della fede. Il capitolo si divide in tre parti. In un primo momento Paolo espone il contenuto essenziale del suo vangelo, che consiste nella morte e nella risurrezione di Cristo (vv. 1-11). Alla luce di questo dato di fede egli affronta poi il tema della risurrezione di coloro che hanno creduto in lui (vv. 12-34). Nella terza parte spiega le modalità con cui avrà luogo la risurrezione (vv. 35-53). Conclude il capitolo un inno alla vittoria sulla morte (vv. 54-58). In questo testo liturgico viene riportata la parte del capitolo riguardante la risurrezione di Cristo. Paolo si introduce sottolineando il carattere tradizionale e quindi immutabile di ciò che ha annunziato a Corinto (vv. 1-3a), riafferma poi la morte e la risurrezione di Cristo (vv. 3b-4) e infine dà un elenco delle apparizioni del Risorto (vv. 5-11). 

La tradizione della Chiesa (vv. 1-3a).  Nella frase introduttiva l’apostolo si richiama alla sua predicazione precedente, sottolineando come essa faccia parte di una «tradizione» che lui stesso ha ricevuto. Egli apre la nuova trattazione con l’espressione «vi rendo noto» (gnôrizô), con la quale sembra introdurre l’annunzio di qualcosa che i corinzi ancora non conoscevano; ma in realtà Paolo intende semplicemente richiamare quanto essi già conoscevano. A tal fine ricorda la loro esperienza cristiana, che si snoda lungo quattro tappe: annunzio evangelico, adesione di fede, vita cristiana, salvezza (vv. 1-2a). Paolo ha annunziato il «vangelo» e i corinzi lo hanno ricevuto una volta per tutte (parelabete, all’aoristo) ed ora in esso «restano saldi» (estêkate, al perfetto) e sono salvati (sôzesthe, al presente, in quanto si tratta di un’azione continuata). L’apostolo però soggiunge: «Se lo mantenete in quella forma in cui ve l’ho annunziato. Altrimenti avreste creduto invano!» (v. 2b). È questa la traduzione più probabile della difficile frase greca che letteralmente suona così: «Con quale parola ve l’ho evangelizzato se lo mantenete». Di per sé sarebbe possibile collegare la frase con il precedente verbo iniziale. In questo caso si dovrebbe tradurre: «Vi faccio presente con quale tipo di parola vi ho annunziato il vangelo che avete ricevuto…. supponendo che lo teniate ben saldo, altrimenti avreste creduto invano». Paolo conclude la frase introduttiva sottolineando che egli ha trasmesso ai corinzi tutto e solo ciò che lui stesso aveva ricevuto (paredôka / parelabon) (v. 3a): anche qui, come in 11,2.23 si presenta semplicemente come un trasmettitore della tradizione della chiesa. Nelle parole dell’apostolo si nota la consapevolezza di richiamare cose note, da tutti accettate, e al tempo stesso la preoccupazione che i corinzi, dopo aver aderito al vangelo, lo interpretino in un modo non corretto, svuotandolo così del suo significato; e dal seguito della sezione risulta che questa eventualità non era poi così remota (cfr. v. 17). È dunque probabile che egli veda, alla radice dell’errore riguardante la risurrezione dei morti, anche un malinteso circa il nucleo centrale della fede cristiana.

La morte e la risurrezione di Cristo (vv. 3b-4) Dopo l’introduzione Paolo presenta in sintesi il suo vangelo. Esso contiene anzitutto il ricordo della morte di Cristo, che comprende anche la sepoltura (vv. 3b-4a); ad esso fa seguito l’annunzio della sua risurrezione (v. 4b) che a sua volta trova conferma nelle sue apparizioni. Il vangelo proclamato da Paolo è formulato con una frase in cui è riprodotta, forse con qualche ritocco, una formula preesistente. Egli ha annunziato ai corinzi «…che Cristo morì per i nostri peccati secondo le Scritture, fu sepolto, e che è risorto il terzo giorno secondo le Scritture » (vv. 3b-4). Quanto l’apostolo riferisce in questi versetti rappresenta il contenuto centrale della tradizione che egli ha ricevuto dalla chiesa primitiva e ha trasmesso fedelmente ai corinzi (cfr. v. 11). Essa riguarda anzitutto la morte di Cristo, il cui significato è messo in luce mediante l’espressione «per (hyper) i nostri peccati». Non si tratta quindi di una morte qualsiasi, ma di una morte che attua il perdono di Dio, e come tale ha avuto luogo «secondo le Scritture», cioè in attuazione di quanto esse avevano predetto. Diversi testi del NT sottolineano il collegamento tra la morte di Gesù e le predizioni dell’AT (cfr. per es. Lc 24,25-27.44-47). Nella chiesa primitiva l’annunzio della morte di Cristo veniva letto specialmente in alcuni testi come il Salmo 118,22 («La pietra scartata dai costruttori è divenuta testata d’angolo»: cfr. At 4,11; Mc 12,10 e par.) o Dt 21,22-23 (il condannato a morte è appeso a un albero: cfr. At 5,30; 10,39; Gal 3,13). Ma l’apostolo ha in mente soprattutto i testi riguardanti il Servo di JHWH, nei quali si dice che questi con la sua morte ha eliminato i peccati del popolo: «Egli è stato trafitto per i nostri delitti, schiacciato per le nostre iniquità» (Is [LXX] 53,5). Insieme alla morte Paolo ricorda la sepoltura di Gesù. Questa rappresenta senz’altro un dato secondario della tradizione, che egli sottolinea per confermare, forse contro i primi dubbi ripresi in seguito dai doceti, la realtà della morte stessa. Non vi è qui alcuna allusione alla scoperta della tomba vuota (Mc 16,1-8 e par.), che Paolo dimostra di ignorare o per lo meno di non ritenere essenziale ai fini dell’annunzio. Il secondo punto del kerygma è rappresentato dalla risurrezione di Cristo, indicata con il verbo «risorgere» (egeirô), al perfetto medio, che significa letteralmente «risvegliarsi». Con esso si sottolinea che gli effetti dell’azione sono ancora presenti: Cristo è risorto e resta vivo. Questo verbo potrebbe avere anche un significato passivo. In questo caso si tratterebbe di un «passivo divino», con il quale la risurrezione di Cristo viene attribuita all’azione stessa di Dio (cfr. v. 15). Paolo aggiunge che la risurrezione di Cristo è avvenuta anch’essa, come la sua morte, «secondo le Scritture». I primi cristiani vedevano una predizione della risurrezione di Cristo nella preghiera del giusto, il quale dice a Dio: «Non abbandonerai la mia vita nel sepolcro né lascerai che il tuo santo veda la corruzione» (Sal 16,10; cfr. At 2,25-28). È possibile che l’apostolo pensi piuttosto anche qui al Servo di JHWH, al quale era stata promessa, dopo la sua morte, una lunga vita (Is 53,10; cfr. Sal[LXX] 22,30), che sullo sfondo della fede giudaica nella risurrezione finale poteva venire intesa come una risurrezione anticipata. Ma più in generale era spontaneo pensare che tutte le Scritture avessero predetto la risurrezione di Cristo (cfr. Lc 24,27), in quanto essa rappresenta l’evento con il quale si inaugura il regno escatologico di Dio, caratterizzato appunto dalla risurrezione dei morti. La designazione cronologica («il terzo giorno») potrebbe indicare solo un breve lasso di tempo, suggerito dal corso degli eventi pasquali; tuttavia non è escluso che Paolo faccia anche di essa l’oggetto delle profezie bibliche. In questo caso egli potrebbe pensare all’esperienza di Giona, che è rimasto «tre giorni e tre notti» nel ventre del pesce (Gn 2,1; cfr. Mt 12,40), o al testo di Osea 6,2, oppure, più verosimilmente, alla tradizione rabbinica che colloca la liberazione finale di Israele nel «terzo giorno».

Le apparizioni del Risorto (vv. 5-11) Come alla morte aveva fatto seguito la sepoltura, così la risurrezione è confermata dalle apparizioni ai discepoli. Questo tema viene sviluppato nella seconda parte del brano: «… e che apparve a Cefa e quindi ai Dodici» (v. 5). Il verbo «apparve» (aoristo passivo di oraô, vedere) è utilizzato spesso nei LXX per indicare la manifestazione di Dio a personaggi da lui scelti (cfr. Gen 12,7; 18,1; 35,9; Es 3,2); nel NT designa le apparizioni del Risorto ai discepoli (Lc 24,34; At 13,31) e a Paolo stesso (At 26,16; cfr. 9,17). In questo contesto non significa «essere visto» (passivo), ma «farsi vedere» (intransitivo con valore mediale): in realtà Paolo non pensava a una esperienza soggettiva dei discepoli, ma a un intervento attivo dello stesso Cristo. È difficile però stabilire qual è stato per gli interessati il contenuto della visione: siccome nell’AT il termine è usato per indicare manifestazioni divine che consistono in un messaggio orale, resta aperta la possibilità che si sia trattato di un’esperienza interiore, senza un coinvolgimento diretto delle facoltà esterne. Il fatto che lo stesso verbo sia utilizzato subito dopo per designare l’esperienza personale di Paolo non aggiunge nulla circa le modalità dell’apparizione, anche perché altrove egli ne parla semplicemente in termini di «rivelazione» (cfr. Gal 1,16). La prima apparizione è quella che ha avuto come destinatario Cefa (Pietro). Di essa parla anche il terzo vangelo, ma solo indirettamente, presentandola come un evento di cui i discepoli di Emmaus ricevono la notizia quando fanno ritorno a Gerusalemme (Lc 24,34). Anche Giovanni ricorda tale apparizione, ma nella sistemazione attuale del libro essa non viene più al primo posto (cfr. Gv 21). Essa sottolinea il ruolo speciale di Pietro nel cristianesimo primitivo. L’apparizione a Cefa, abbinata a quella avuta dai Dodici, il gruppo ristretto dei discepoli di Gesù al quale lo stesso Cefa appartiene, è narrata da tutti gli evangelisti (cfr. Mt 28,16-20; Lc 24,36-49; Mc 16,14-18; Gv 20,19-23). Stupisce però il fatto che l’apostolo parli dei «Dodici» senza ricordare che, dopo la defezione di Giuda, i discepoli più intimi erano rimasti solo in undici. Forse era preoccupato di mettere in luce non tanto singoli dettagli storici, quanto piuttosto il rapporto con Gesù di un gruppo specifico di persone che nella chiesa primitiva erano riconosciute come i suoi discepoli più intimi e svolgevano il ruolo di testimoni della sua risurrezione (cfr. At 1,21-22). Dopo l’apparizione a Cefa e ai Dodici si elencano quelle di cui sono stati beneficiari cinquecento fratelli, poi Giacomo e tutti gli apostoli e infine Paolo stesso. Malgrado la ripetizione della particella «poi» (eita, epeita), esse sono elencate secondo un ordine che non ha un vero e proprio significato cronologico, ad eccezione della prima (Cefa) e dell’ultima (Paolo). Anzitutto viene nominata quella riservata a più di 500 fratelli (v. 6). Costoro potrebbero rappresentare tutta la comunità di Gerusalemme in un certo stadio del suo sviluppo; il ricordo dell’apparizione speciale ad essi riservata serviva forse a sottolineare l’importanza di questa comunità e il ruolo da essa svolto nel cristianesimo delle origini. Nessun indizio permette di situare questa apparizione in rapporto all’evento di Pentecoste, di cui si parla solo negli Atti degli apostoli: Luca infatti non menziona un’apparizione del Risorto in quella occasione e d’altra parte informa che la comunità contava allora solo 120 persone (At 1,15), alle quali sarebbero state aggregate in quello stesso giorno altre tremila persone (2,41). L’accenno al fatto che solo alcuni di questi fratelli sono morti, mentre la maggioranza è ancora in vita, potrebbe avere lo scopo di dare un valore attuale e verificabile alla loro testimonianza. L’apparizione ai 500 costituisce una specie di intermezzo tra quella riservata a Cefa e ai dodici e quella, citata subito dopo, concessa «a Giacomo e quindi a tutti gli apostoli» (v. 7). Giacomo era un «fratello del Signore» (cfr. Gal 1,19) e non apparteneva al gruppo dei Dodici. Il ricordo dell’apparizione da lui ricevuta serve forse a giustificare il fatto che egli resse per lungo tempo la comunità di Gerusalemme. «Tutti gli apostoli», a cui Gesù apparve successivamente, sono i missionari della chiesa primitiva, il cui compito di «inviati» (è questo il senso della parola «apostolo») viene fatto risalire a un intervento personale del Risorto (cfr. 9,5). Al loro gruppo appartenevano certamente i Dodici, ma anche Giacomo stesso, menzionato in stretto contatto con loro, nonché Paolo (cfr. v. 9) e altri missionari (cfr. Rm 16,7; Fil 2,25; 2Cor 8,23): in questo momento l’identificazione degli apostoli con i Dodici, che sarà un fatto ormai acquisito al tempo di Luca (cfr. At 1,15-26), non aveva ancora avuto luogo. Accanto alle apparizioni per così dire ufficiali Paolo ricorda quella di cui è stato destinatario lui stesso (v. 8). Egli osserva che Gesù gli è «apparso» come a un «aborto» (ektrôma): può darsi che abbia coniato lui questo termine per sottolineare che il suo incontro con Cristo ha avuto luogo quando il tempo delle apparizioni pubbliche era ormai chiuso, a somiglianza dell’aborto che viene alla luce al di fuori del tempo normale; è possibile però che si tratti di un appellativo che gli veniva affibbiato dai suoi avversari per squalificare la sua persona e il suo messaggio. Al suo incontro con il Risorto Paolo allude altrove presentandolo una volta come una rivelazione (Gal 1,16) e l’altra come una visione (1Cor 9,1). Il ricordo dell’apparizione del Risorto suggerisce a Paolo una considerazione personale: «Io infatti sono l’infimo degli apostoli, e non sono degno neppure di essere chiamato apostolo, perché ho perseguitato la chiesa di Dio. Per grazia di Dio però sono quello che sono, e la sua grazia in me non è stata vana; anzi ho faticato più di tutti loro, non io però, ma la grazia di Dio che è con me» (vv. 9-10). In questo brano si fondono umiltà e fierezza: alla sua condizione di persecutore, che lo pone all’ultimo posto nella scala degli apostoli, fa riscontro la grazia di Dio, alla quale unicamente attribuisce non solo il suo apostolato, ma anche la sua instancabile attività, in forza della quale non si sente inferiore a nessun degli altri apostoli. Sullo sfondo si intravedono le accuse rivoltegli dai suoi avversari, che mettevano in discussione precisamente la sua prerogativa di apostolo (cfr. 1Cor 9,1-3). Dopo aver elencato i testimoni della risurrezione, Paolo conclude ricollegandosi all’introduzione del brano: «Pertanto, sia io che loro, così predichiamo e così avete creduto» (v. 11). Con queste parole intende sottolineare che quanto egli «predica» (kêryssô), cioè il vangelo che annunzia (cfr. vv. 1.14), non è diverso da quello che predicano gli altri apostoli; è ad esso che i corinzi, diventando cristiani, hanno creduto una volta per tutte (episteusate, all’aoristo).

Linee interpretative Le apparizioni di Gesù, così come sono ricordate da Paolo hanno come destinatari personaggi che svolgevano ruoli di particolare importanza nella chiesa primitiva. Per essi l’aver visto il Signore risorto era la garanzia di una particolare chiamata da parte sua, che li autorizzava a svolgere le proprie funzioni in suo nome. Ciò spiega forse in parte il fatto che le apparizioni menzionate dall’apostolo non coincidano esattamente con quelle raccontate nei vangeli (Mt 28,9-20; Lc 24,13-53; Gv 20,11-21,23) e negli Atti degli Apostoli (At 1,3-8). È probabile che sia Paolo sia gli evangelisti abbiano fatto una scelta all’interno di un’ampia gamma di racconti trasmessi dalla comunità primitiva, mediante i quali i primi cristiani annunziavano la loro fede nella risurrezione del Signore. Le testimonianze che sono state conservate, con tutte le loro diversità e contraddizioni, non servono perciò a dimostrare la realtà storica della risurrezione, ma piuttosto l’insorgere precoce di questa stessa fede all’interno della comunità cristiana. In altre parole, con i loro racconti i primi cristiani non hanno inteso dimostrare che la risurrezione è un fatto storico, ma l’hanno presentata come il primo articolo di una fede che essi stessi hanno ricevuto dai primi discepoli e testimoni di Gesù. Questa fede resta ancora oggi il fondamento e l’unica ragione di essere della chiesa. La fede nella risurrezione di Cristo suppone senz’altro, in base alle concezioni antropologiche del tempo, che il suo corpo sia stato liberato dalla corruzione del sepolcro.  Il suo significato però non si ferma qui. Nel contesto delle attese diffuse nel mondo giudaico e dell’annunzio evangelico complessivamente preso, la risurrezione di Gesù non consiste nella semplice rianimazione di un cadavere o nel ritorno di un morto a una nuova vita. Per Paolo, come per tutta la Chiesa primitiva, la risurrezione significa che Dio ha riabilitato colui che era stato ingiustamente crocifisso, innalzandolo accanto a sé e donandogli una gloria senza fine. In lui è l’umanità intera che ritorna alla comunione con Dio. Il peccato è dunque vinto e quel regno di Dio che Gesù aveva annunziato durante la sua vita terrena è inaugurato. Egli stesso, nella sua nuova condizione di Signore glorificato, guida alla risurrezione finale tutti coloro che credono in lui. In altre parole credere nella risurrezione significa assumere su di sé, come hanno fatto Paolo e i primi testimoni, la missione stessa di Gesù, che consiste nell’annunziare il regno di Dio, operando efficacemente perché si realizzi.  

 

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